Storia degli antichi popoli italiani/Capitolo VII - Parte II

Da Wikisource.
Capitolo VII - Etruschi

../Capitolo VII ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 17 aprile 2012 75% Da definire

Capitolo VII Capitolo VIII


[p. 133]

Divisata sin qui la potenza esterna degli Etruschi, e innanzi che procediamo a trattar dell’interna, ci rimane a considerare l’importante problema, che ora s’affaccia alla mente di ciascuno. In qual forma, cioè, abbiano potuto gli Etruschi avanzare tutti gli altri Italiani in prosperità, e rendere alfine se medesimi cotanto civili. La macchina di tutto il governo etrusco era fuor d’ogni dubbio d’instituzione sacerdotale. Derivava dunque da quella sapienza, che reggeva in allora il mondo civile per conformità di bisogni, di mire e di circostanze, così nell’Oriente, come nell’Egitto. Nessun discreto lettore vorrà sapere da noi fermamente come ciò avvenisse; ma s’appagherà per ragione con la morale certezza del fatto. Pure, divinando del modo, non è di poco credibile, che in tante rivoluzioni di popoli e di schiatte, le quali agitarono il mondo antico, uomini travagliati, e famiglie fuggiasche di stirpe sacerdotale siensi ricoverate in Italia, dove, o con la dignità del grado, o coll’arti misteriose, poterono bene farsi maestri a popoli, che avean sì la forza, ma non la scienza. E questo pare anco maggiormente probabile se [p. 134]vuolsi allegare un solo l’atto grande narrato nelle. storie, ragguardandolo soprattutto allo stato conturbato dell’Egitto all’epoca remotissima dell’invasione e della lunga signoria dei ferocissimi Hikschos, tribù di pastori arabi o fenici[1]: tirannide sì dura per ogni maniera d’infelicità e di mali, che diè impulso e cagioni a successive migrazioni di primarie famiglie sì dal superiore, come dall’inferiore Egitto. Dove sprezzati i numi, chiusi i tempj, o lasciativi senza uficiatura e senza legittimo sacerdozio tutto era ingiuriosa violenza. Buona parte di primati, e nominatamente generazioni dell’ordine sacerdotale[2], o di quel de’ militi, passarono nella Babilonia: Cecrope Saite nell’Attica: e, per tacer di Cadmo e d’Eritteo, Danao partitosi dalla Tebaide approdò co’ suoi nell’Argolide, recandovi a un modo i salutari doni d’una vita più civile. D’altri uomini potenti, e di colonie egizie, che dalla opportunità aiutate o sospinte trapassarono similmente in altre regioni straniere, sia in quel torno di tempo, sia ne’ secoli susseguenti all’uscita de’ Pastori, ne facevano piena menzione gli annali stessi dell’Egitto[3]. Ma in riguardo alla positura geografica, ed alla sua prossimità, era l’Italia nell’occidente una delle terre più facili ad afferrare navigando dall’Egitto; e qualvolta potessimo addurre per testimonianza delle cose [p. 135]o l’istoria intera di Manetone, o il libro che scrisse Istro delle colonie egizie[4], ne verrebbe per avventura a noi la certezza di alcuna non conosciuta migrazione di colali schiatte, apportatrici di beni e d’arti civili in queste nostre contrade, quanto almeno indubitatamente ne fu debitrice all’Egitto, quasi al tempo stesso, e per le medesime cagioni, la Grecia europea. Perchè anche pochi savi uomini son bastanti a mansuefare una moltitudine, ed a potentemente influire nel lor morale ammaestramento. I primati o sacerdoti dell’antichità, qualunque ne fosse la razza, formavano in oltre un ordine unico nell’umana società, i cui membri iniziati nei medesimi misteri, e strettamente collegati per uno stesso fine di dominio, mantenevano da un tempio all’altro, e di paese a paese, scambievoli ma celati commerci, frammischiando in tutte cose la divinità, e tirandola quaggiù dal cielo all’uso terreno. Surse così una potente aristocrazia sacerdotale j che in Etruria massimamente di poco cedeva in autorità a quella dell’Asia o dell’Egitto. Colà, dove distese le comunicazioni de’ nostrali per uso di viaggi e di mercatura, e per frequentazione di gente, spiriti avveduti dovean pur raccorre quanto di utile di buono trovavano, facendone studio e profitto nella patria. Che più? Ne dice un racconto, che vuol aversi per isterico, come certi Cabiri fuggiaschi della patria introdussero qua in Etruria i misteri di Bacco, indi [p. 136]coltivato dall’universale qual Dio primario[5]; e di grande efficacia fa per certo la virtù di cotesti santi misteri nella vita civile, essendo le sperate ricompense ed i premi della iniziazione connessi d’obbligo con la pratica de’ sociali doveri. Queste correlazioni di cose che han dovuto esistere fin da lontani tempi tra l’Etruria e l’Asia occidentale e l’Egitto, son comprovale con la maravigliosa corrispondenza che si ritrova tanto nelle dottrine teologiche, quanto in altri instituti religiosi e civili, ed in costumanze conformi della vita pubblica e privata. Né parrà fuor di proposito se rammentiamo in questo luogo, che di nuovo, dopo la seconda barbarie, i popoli marittimi italiani, mediante le rinate navigazioni ed i novelli traffici, recarono dalle regioni stesse del sole in occidente profittevoli studi ed arti col desiderio di nuovi godimenti. Che ben sa ognuno come la mente degli uomini cresca di facoltà, tutte volte che gli crescon intorno le novità, le cognizioni ed i comodi, coll’ampliazione dell’umano commercio. Il che a giudizio nostro dee aversi per il principale, se non l’unico argomento dell’anticipata civiltà degli Etruschi, non meno che della mischianza verissima delle discipline, dell’arti e de’ costumi stranieri con i paesani, che ad ogni imparziale indagatore si manifesta nell’essere morale e civile dei popoli italiani.

[p. 137]Che dall’Egitto principalmente sien venute in Etruria le radici delle idee orientali non è mera speculazione d’ingegno: perciocché ne abbiamo dimostrazione verissima ne’ suoi stessi monumenti; li quali con gran forza d’autorità confermano, che già esisteva fra gli Etruschi un centro d’incivilimento contemporaneo della cultura orientale ed egizia. E qui intendiamo parlare dei monumenti più vetusti, o rappresentativi almeno delle credenze più anticamente approvate, ne’ quali soltanto si può studiare il vero legittimo costume nazionale. Laddove quelli in cui per qualunque modo traluce l’arte e la greca mitologia, spettano ad un’epoca affatto secondaria, nè posson dare se non false idee intorno la storia de’ primitivi Etruschi. Or dunque i simboli principali che passarono primieramente in Etruria qual velame di arcane dottrine si ritrovano in gran copia, massime ne’ monumenti di sepolcri: che gli antichi uomini, sempre profondamente occupati da idee religiose, riguardavano come lor vera e sempiterna stanza. Ivi si veggono vasi canopici, figure di doppia natura alate sfingi, ed ogni altra qualità di mostruosi animali, tutte immagini significative dell’Oriente o del misterioso Egitto: vi si rinviene per moltissime rappresentanze la dottrina stessa dell’Amenti: i mali Genj posti a contrasto con i Genj protettori: scarabei in gran numero: e ciò che spetta più particolarmente alle arti del disegno il fare e l’imitazione degli Egizj, che quasi diremmo lo stile ieratico dell’Eiruria, e il più [p. 138]distintivo delle opere con proprietà chiamate toscaniche[6]. Immagini aventi quattro ali, e altre insolite forme e segni simbolici, che meglio distinguono le divinità fenicie o sirie o babilonesi, mostrano di più, che gli Etruschi religiosissimi prendevano di per tutto dove navigavano e mercavano celesti protettori, e principalmente nell’Oriente, fonte abbondantissima di superstizioni[7]. Ancorachè, senza andarne sì lontano, dalla prossima Sardegna, ove abitavano Fenici, Cartaginesi ed Etruschi[8], poterono questi ultimi assai facilmente far sue molte di quelle cose aliene che vie più si conformavano colla loro propia instituzione. E [p. 139]queste medesime idee asiatiche, fenicie ed egizie, primo ordito della mitologia nazionale etrusca, che in moltissimi particolari s’allontana affatto dalla greca e romana, erano sì profondamente radicale in Etruria per la vecchiezza che ancor quando il popolo andava perdendole sue antiche credenze, declinato il potere del sacerdozio, e che l’arte figurativa grecizzava totalmente, per la sola imitazione di fogge elleniche, ritroviamo posti in isceua non pochi de’ simboli e miti dell’antiquata religione, comechè sotto forme più leggiadre. Noi tocchiamo di volo una materia importantissima, che avrà il suo pieno sviluppo nel volume seguente, dove ci riserbiamo a ragionare più compiutamente dello stato intellettuale, morale e politico dei popoli italiani. Ora basti ciò, che ha più immediata correlazione con la prima epoca isterica e con la più antica civiltà degli Etruschi.

L’Etruria di mezzo era stata divisa per originario istituto in dodici corpi civili confederati[9], ciascun de’ quali aveva una città principale. E questo ancora s’aggiugne a confermare, che gli ordini della civiltà venivano dalle nazioni che più s’accordavano con forme e leggi di provata sapienza. Non altrimenti per sottrar l’Egitto dall’anarchia, dopo la dominazione degli Etiopi, fu diviso quello Stato in dodici principati, che tenevano un concilio di amministrazione comune a Menfi[10]. Cecrope aveva osservato l’ordine stesso [p. 140]distribuendo la moltitudine degli Attici in dodici comuni[11]. Ugual numero di città fondarono gli Eoli e gl’Ionj nel continente asiatico[12]. E senza uscire dell’Italia i Sallentini che s’avean per Cretesi, stavano parimente congregati in tre genti e dodici città[13]. Ne senza mistero di sapienza si rinvengono certi numeri fissi nelle politiche istituzioni dell’antichità: ciò poteva bene riferirsi in Etruria all’anno solare di dodici mesi introdottovi nell’uso civile così come in Egitto. Non possiam dire con certezza quali si fossero le dodici città che Livio chiama popoli principali e capi della nazione[14]. Ma par non si possa dubitare che questa maggioranza s’appartenga specialmente a Chiusi, Cortona, Arezzo e Perugia[15], edificate in un medesimo interno cantone dell’Etruria orientale, ed a Volterra, Vetulonia, Roselle, Tarquinia, Cere, Volsinio e Vejo. Il selvoso e quasi che orrido monte Ciminio formato di tre sommi gioghi, o sia de’ monti di Soriano, di Viterbo e di Fogliano, e fortezza del paese dove giace la moderna Toscana, divideva naturalmente l’Etruria in settentrionale e meridionale: talché la prima più difesa, e più discosta da Roma, fu anche l’ultima a cedere alle sue fortune. Volterra [p. 141]ra[16] posta in sulla tortuosa cima d’un alto e ripido monte tra il fiume della Cecina[17] e l’Era, che signoreggia tutto il paese intorno fino al mar toscano, aveva di circuito quattro miglia incirca come mostrano gli avanzi delle sue saldissime mina, tuttora decorate d’una ben proporzionata doppia porta di vera costruzione etrusca[18]. Né città meno forte per natura ed arte avrebbe potuto resistere sì ostinatamente alle armi di Silla, che per le sue crudelissime vendette die l’ultima mano alla ruina dell’Etruria. La grande fortuna di Chiusi o Camars in lingua tosca, è sì altamente celebrata da Livio[19] che non abbisogna di altre prove: ancorché nel suo territorio, più che in qualunque altro luogo, si ritrovino tutto giorno abbondanti quei preziosi monumenti di remota antichità, che fan precipuamente conoscere quanto la regal sede di Porsena fosse per l’innanzi ammaestrata e civile. Cortona, sedente in su d’un monte che domina la vai di Chiana e il prossimo lago Trasimeno si ritrova ancora entro al ricinto antico delle sue mura, che fan fondamento alle moderne; e sì per la sua forma bislunga giù pendente sopra il collo del monte, si per la disposizione interna delle sue vie strette ripide e tortuose ne dà il vero prospetto d’una delle più vetuste città etrusche edificate pe’ bisogni della vita pubblica, [p. 142]più presto che per il comodo de’ cittadini[20]. Molto maggiori di grandezza, e più giustamente encomiale per la magnificenza e per l’arti nobili, erano senza dubbio Vejo, il cui circuito viene paragonato da Dionisio a quel di Atene[21], e Volsinio, oggi Bolsena, la qual risiede quasi nel mezzo del fianco settentrionale del suo lago, intorniato da selvosi monti[22]. Città sì fornita di beni che nella sua espugnazione vi predarono i Romani duemila statue[23]. Nè tacevano l’etrusche favole in vanto di ciascuna del nome de’ paterni eroi. Tra i quali Tarconte, che dicevasi canuto nella puerizia è senza dubbio il più celebrato[24]. In difetto della storia, le rovine di Tarquinia, ed i suoi stupendi ipogei, che quasi uguagliano per adornamenti [p. 143]namenti di pitture e di sculture i sepolcri egizj, basterebbero ad attestare ch’ella fu degno seggio di popolo dovizioso e possente[25]. Nè può di certo far maraviglia ad alcuno che in queste nostre contrade di maremma, allora sì copiose e floride tanto per moltitudine di popolo, quanto per istudio d’agricoltura, e per arti e commerci, giungesse a tanto la prosperità civile. Non minor fama di opulenza portava Agilla, delta altrimenti Cere[26], notissima nelle parti orientali pe’ suoi traffici di oltremare[27]: e bella lode a’ cittadini si fu principalmente l’essersi astenuti in ogni tempo dalla pirateria, e l’aver nome di giusti e forti[28]. Vetulonia[29] e Roselle son di rado mentovate nelle storie, tuttoché comprese unitamente con Chiusi, [p. 144]Arezzo e Volterra, tra le principali[30]. Onde a ragione diede Silio[31] a Vetulonia i fregi della sedia curule, dei fasci e delle scuri, insegne di precipua sovranità. Arezzo differentemente da tutte le altre aveva il muro di mattoni egregiamente fatto[32]. La spenta Roselle si vede ancora fabbricata non lungi dall’Ombrone su di un poggio, che domina tutto il piano sottoposto insino al mare: e le sue mura quasi che intere, costruite di grossissimi sassi ben tagliati paralellepipedi, han presso a poco due miglia di circuito[33]. Al contrario Saturnia detta per l’innanzi Aurinia[34], alla sinistra del fiume Albegna, ha qualche residuo di mura fabbricate con pietre a poligoni irregolari, come si veggono in Cossa[35]: entrambi le sole di qua dal Tevere di quella tal costruzione, che vuol chiamarsi ciclopica, e che potrebb’essere la meno vetusta[36]. Né in questo ragguaglio delle città più [p. 145]notabili, che han lasciato di se vestigi, vogliamo tacere di Fiesole, madre di Firenze, e la sola prossima all’Arno, la quale nel suo sito e nelle sue muraglie mostra tuttora la forza antica[37]. Ma gli altri pochi avanzi d’edifizj, che quivi s’additano allo straniere, sono per certo fabbricazioni dei tempi Romani, non mai opra di veri Etruschi[38]. Di artificio loro più tosto è l’anfiteatro di Sutri, mirabile a vedersi, tutto scavato nella solida rupe, e che può avere forse a mille passi di circonferenza.

Le dodici città capitali rappresentanti insieme l’unione e la lega degli Etruschi, erano di più dominatrici sovrane nel loro proprio distretto, e reggeva ciascuna sotto sua giurisdizione le minori terre. Assai per tempo edificarono colonie del loro sangue, sia che ciò facessero per voto sacro in quel d’altrui[39], sia ne’ propri terreni, da cui ne aveva l’autorità con osservanze più civili. Nell’uno o nell’altro modo Capena e Fidene furon colonie di Vejo[40]. Volterra per darsi la comodità d’un porto vicino, fabbricò [p. 146]Populonia[41] in cima d’un monticello che sporge in mare[42]. Parimente il comune di Cere, alquanto discosto dal lido[43], costruì Pirgo, che gli serviva di navale e di luogo di mercato: e nel suo nome stesso, venuto a noi grecizzato qual versione probabile di altra voce indigena, abbiamo una riprova che quel castello marittimo era munito di fortificazioni o di torri alla maniera etrusca[44]. Nobile soprattutto per le ricchezze del suo veneralo santuario, dove i naviganti facevano d’ogni tempo al nume protettore[45] copiose offerte, che indi furono preda in un sol giorno dell’avidità di Dionisio il vecchio[46]. Gravisca situata fra la Marta e il Mugnone in basso luogo maremmano[47], ha dovuto essere la stazion navale dei Tarquiniesi. [p. 147]Alla foce del fiumicello Osa stava l’antico Telamone col suo porto: e presso al promontorio Argentaro Cossa, chiamata colonia dei Volcenti[48]. La sede certa di questo popolo[49] di cui trionfò Roma nel 473 insieme coi Volsiniesi, difensori ambedue dell’ultima libertà dell’Etruria si rinviene più indentro terra nel luogo nominato da tempo immemorabile piano di Volci[50]. Alla destra mano della Fiora, anticamente chiamata Arnine[51], riviera che bagna la pianura giacente tra le radici del gruppo vulcanico di santa Fiora e il mare, stava situata sopra una bassa collina l’antica Vulci: città a quel che pare dal luogo, non molto grande, quasi come Fiesole o Roselle; ed al pari collocata in tale acconcia posizione, che può aversi per cosa certa esservi stata [p. 148]edificata da un popolo coltivatore dell’interno. E questo ancora lascia intendere come i Volcenti, venuti tempo dopo in istato, posero una colonia a Cossa per darsi quivi i vantaggi ed i comodi del mare. Or poco innanzi, solcando nel terreno, si è scoperta tutt’intorno nel disegnato territorio un’ampia necropoli, copiosa di vasi dipinti in gran numero e d’ogni altra sorte antichità di molto pregio, che ottimamente manifestano i commerci, la ricchezza, le nobili arti e il buon gusto che durarono per secoli in quel comune, di cui appena serbavasi il nudo nome nelle storie de’ suoi oppressori, per sola cagione del sangue da lui versato. Più che altro qui sul posto eccita la maraviglia un complesso di fabbriche ritrovate attorno e nel bel mezzo d’un’artefatta collina, che domina la pianura circostante, ed ivi con altre costruzioni, veramente etrusche, son due piccole celle di buona struttura formate con massi rettangolari, e che han porta arcuata quasi a sesto acuto: altre due fabbriche d’assai maggiori, alte di presente forse a trenta piedi, ugualmente costruite con pietre disposte in linea orizzontale senza cemento, s’alzano in forma di torri, l’una quadrata, l’altra circolare, la cui diroccata cima si ristrigne a guisa di cono: alla sommità si trovarono parecchie sfingi alate di pietra del paese; al di sotto, quasi come guardiani del luogo funereo, leoni e grifi vendicatori[52]: tutte cose rilevantissime quanto è al [p. 149]concetto simbolico, ed al costume, e che fanno sperare, proseguendosi l’investigazione e il total disgombramento del poggio[53], che verrà in luce un grande monumento sepolcrale non meno importante per l’arte, che per l’istoria civile degli Etruschi[54]. Può essere ancora, siccome suona il nome, che i Volcenti toschi avessero originalmente attenenza e parentela col popolo stesso dei Vulsci o Volsci: forse una colonia di questi condotta quivi fino dal tempo in cui gli Etruschi signoreggiavano nel paese volsco. Ed è pure notabilissimo fatto, congiunto per certo coll’istoria delle origini, questa chiara derivazione di tanti nomi propri di città, di popoli e di persone dell’Etruria media settentrionale e meridionale, da una stessa e unica radice primitiva[55]: come, per tacer di altri, in Volsinio, [p. 150]Volterra, Vetulonia, Vejo, Fescennia, Fiesole, Felsina, Volturno, Volci, Volcenli[56]. Né vuolsi passare sotto silenzio, che Voltumna è altresì il nome d’una dea principalissima, e conservatrice della lega etrusca, nel cui tempio si faceva dai principi del governo il consiglio comune delle città confederate. Per tutti questi luoghi, prima ancora della dominazione romana, strade selciate conducevano da una città all’altra: com’è quella, tutto di visibile che da Cere portava a Vejo, e di quivi a Capena: né pochi sono gli altri vestigi e segnali di vie pubbliche indubitabilmente vetuste. Differenti cale foci di fiumi, ed altre stazioni marittime notate negli itinerarj, servivano di comodo riparo ai naviganti per la costa occidentale del Tirreno tra il Tevere e l’Arno: però Luni, alla bocca della Magra, città validamente murata di bian chi marmi[57], era sovr’ogui altra degna d’attestare [p. 151]la potenza navale degli Etruschi, allora ch’ella fioriva a causa del suo spazioso e profondo porto, che riparalo intorno dal monti liguri può mettere in sicuro ogni quantunque numeroso naviglio[58].

Abbondano i geografi nella descrizione di moltissimi altri luoghi dell’Etruria, che pienamente accertano quanto copiosa ne fosse un tempo e la popolazione e la forza[59]. Ma noi ci siamo con disegno fermali a ragionare più particolarmente delle citttà che attendevano ai traffici di mare, per dar meglio a intendere con quale e quanto studio s’adoperassero gli Etruschi, fattisti potenti, anco nelle cose navali. Di lungo tempo usavano essi per navigazioni e commerci sia col rimanente dell’Italia, sia con remote e straniere nazioni. Né par cosa dubbiosa, che massimamente i nobili e facoltosi cittadini traessero dal commercio marittimo, di cui fornivano il capitale, abbondevoli ricchezze. Diremo altrove qual era la materia di questi lucrosi negozj, e per qual gius convenzionale proteggeva e cautelava un popolo marittimo la navigazione ne’ suoi propri mari. Talché navigando pur sempre, e commerciando d’ogni banda per tutti i paesi d’intorno al Mediterraneo, la mercatura e la nautica divennero al fine nazionali mestieri, [p. 152]che davano permanente ed utile lavoro agli uomini di mare, o mercenari o servi che si fossero. Pisa in allora situata al confluente dell’Arno e del Serchio, che riuniti in un alveo solo portavano le navi al placido seno pisano, oggidì mutato in fruttiferi campi, era di già operosa molto, qual si mostrò anche appresso, nell’arti navali. Pure si tien per dubbioso se quella città famosa, edificata in suolo etrusco, sia di origine tosca. Le tradizioni divolgate intorno la fondazione di quella sono incertissime. Quei Teutoni, che secondo un racconto risedevano in Pisa, non si potrebbe dire chi fossero: più tosto il nome stesso della città, nella sua forma primitiva, può aver suggerito ai Greci non tanto il supposto della sua provenienza dall’altra Pisa dell’Elide, quanto le favoleggiate leggende dei Pilii, che ivi andarono erranti con Nestore, e dei Focesi con Epeo[60]. Licofrone, che seguiva la favola lidia, fa conquistare Pisa dai Tirreni avventizj sopra gli occupanti Liguri[61]. Al tempo di Catone correva già questa medesima incertezza circa i veri fondatori della città: onde, con raro buon senso, quel grande indagatore delle nostre origini se ne mostrava ignorante, né poteva dire egli stesso chi tenne Pisa innanzi gli Etruschi[62]. Il volerla tuttavia [63] [p. 153]edificata da Tarconte l’eroe[64], come riferivano o storie o poesie nazionali, dimostra bensì che volgarmente dai paesani premettevasi l’opinione della sua origine tosca.

Qualora potesse prendersi in considerazione la facoltà sì pubblica, come privala dell’Etruria intera, il valor delle terre, del bestiame, delle case, dei mobili, de’ preziosi arredi e la moneta in circolazione di ciascuna città, una tanto inestimabile opulenza nell’interno potrebbe sola dare a conoscere quanto immensa fosse già la ricchezza nazionale frutto di perseveranti fatiche e d’arti[65]. Il commercio principalmente arricchiva l’Etruria: traeva derrate e danaro dalle sue colonie e dagli stati tributari: ma il più saldo fondamento della copia pubblica trovavasi non di meno pel suo proprio territorio, e nell’arti rurali. Erano i campi fecondi e doviziosi per util cultura: abbondanti gli armenti[66]: ed i piani di maremma, per infelicità di suolo ancorché d’aria grave e pestilente, davano pure ai lavoratori quantità grandissima di biade. Molti erano stati nell’interno i terreni allagati, ed i paludosi, prima che l’arte e la perseveranza umana non v’attendessero alla difesa, Quivi in Toscana [p. 154]coprivano le paludi buon tratto del Val d’Arno inferiore, massimamente intorno i laghi di Bientina e di Fucecchio e di là fin nella regione più alta salendo su verso Firenze: né men pieno di marosi e di stagni era il paese nel Val d’Arno di sopra, e nella Val di Chiana originariamente fondo di mare, che la nostra arte moderna delle colmate da stato palustre ha potuto sola mutare in un ampio colto di campi. Così la pertinace fatica, e in un la maestria de’ nostri padri avea tratto fuori o dalle foreste, o dalle paludi, luoghi di mirabil fecondità, dove si vivea prosperamente, e nella somma delle cose prodotte dal lavoro s’avean comodi e aumento di beni. Tanto che non è soltanto una bella frase poetica, ma un detto profondo del gran georgico latino, aver l’agricoltura fatto crescer forte l’Etruria[67].

Tal era lo stato florido degli Etruschi nei secoli del nascere e del crescer di Roma. Perciocché lungi che in allora salisse l’Etruria nella sua massima forza ella trovavasi già cominciata ad iscadere, e grandemente in preda di que’ vizi morali e politici, che andavan disponendo la lenta sì, ma infallibil caduta dell’imperio. Segni apparenti di potenza erano ancora le sue nobili città e provincie: le sue dovizie ed armi: e non pertanto infievolita la nazionale unione, le città medesime confederate, raramente concordi, o si trovavano isolate nelle imprese, o soltanto collegate accidentalmente [p. 155]e per breve tempo l’una coli’ allia. Quindi ancorché Porsena prendesse Roma. e tentasse con tutto suo sforzo il conquisto d’Aricia, non si vede che il lucumone o re di Chiusi, grave al suo popolo[68], traesse dalla vittoria alcun permanente vantaggio, nè riuscisse tampoco per intervento di socj a conservare gli acquisti. Non altrimenti ne’ più soprastanti pericoli dell’Etruria veggiamo i confederati, anziché d’accordo, guerreggiar disuniti: confusi di consigli incerti: tardi nelle azioni: inabili alle grandi difese[69]: e pieni d’increscevoli odj e di perturbazioni civili. Né mai, dopo il crescimento di Roma, le colonie etrusche dell’Italia superiore ed inferiore, separate di governo e d’intenzioni, si mossero a salute della madre patria. Quei nazionali parlamenti che s’adunavano nel tempio di Voltumna, e dove i primati avean tante volte prudentemente e fortemente deliberato con sentimento comune, non porgevano più alla nazione pericolante se non che provvedimenti impotenti, e voglie divise[70]. Di tanto erano scemate nelle già prospere sorti, e negli agi, le virtù cittadine. Non tutta la buona ventura di Roma vinse l’Etruria, che più di quella poterono i mal fermi legami del suo governo politico, e gli scorretti costumi in pace [p. 156]e in guerra, che infiacchirono col vigor morale anche l’amore per avanti sì gagliardo della patria. Con tutto questo, sebbene la potenza terrestre degli Etruschi si ritrovasse combattuta da presso quasi nell’istesso tempo dai Romani, Galli e Sanniti: la marittima dai Cartaginesi, Siciliani, e Greci-italioti: pure altri cinque secoli di ferocissime e mai non interrotte guerre furon necessari ad annullare la forza intera d’uno stato antico, che ancor serbava rigogliosi nell’interno buona parte de’ suoi ordini religiosi, civili e militari. Riprova non dubbia della stabile virtù della prima instituzione; non già della fortuna che non ha tal sorta di costanza.

Tanta era in effetto la possente forza della legge sacra costitutiva, che in combattendo gli Etruschi per la salute di tutti al Vadimone nel 444, vincolati col giuramento di vincere o di morir virtuosamente parve ai Romani, dice Livio, non più contrastare con nemici tante volte rotti per l’addietro, ma con gente nuova[71]. Cessata nondimeno forse a trent’anni dopo per nuovo sterminio la dominazione dell’Etruria[72]: e fu questo l’ultimo sangue versato per la causa della libertà: l’ultimo sagrifizio pubblico a un ordine e ad un governo politico, che per le cangiate sorti non poteva ormai più ostare agli estremi suoi fati. Soggettata la nazione giuridicamente al prepotente imperio [p. 157]romano con titolo di socj italici, e privo ciascuno della facoltà di farsi ragione con l’arme, nessuna garanzia né difesa potevano dare i nomi dove più non esistevan le cose. Ma il governo municipale, all’ombra di cui seguitarono a reggersi le città disciolte dal legittimo nodo federale, era tuttavia buon compenso al peso della loro soggezione, ed alla necessità di mantenere col proprio sangue la grandezza di un popolo oppressore. La già dominante aristocrazia s’avvicinò d’allora in poi più dappresso a’ suoi novelli signori; separò i suoi sentimenti e l’util suo da quelli delle masse popolari, e ne fu anche rimunerata a luogo e tempo con ispecial favore e protezione: in quel modo che i Licinj, potente famiglia, coll’appoggio del romano senato contennero in casa i popolani d’Arezzo[73]. Gli aruspici stessi, interpreti del poter sovrano, fecero la loro pace, e divennero anch’essi quasi istrumenti della romana signoria. Perciocché illanguidita, ma non ispenta affatto la riverenza sacerdotale, durava ancora potentissimamente nell’ordine loro il proficuo celato monopolio della maestria tremenda delle divinazioni. E la forzata generale obbedienza di ciascuno, insinuatasi a poco a poco in animi prostrati, nulla meno tendeva di sua natura a scemare e rallentare il desiderio delle già ambite opre cittadinesche. Ebbe in tal guisa da indi innanzi l’Etruria calma e non riposo: pompe senza gloria: servitù con [p. 158]nomi onorandi. Pure non cessava per questo l’amore dell’arti, nè degli studi che più s’aveano in pregio. Perchè i nobili, i facoltosi, ed ogni altro favorito della fortuna, nell’ozio della pace usava sue dovizie in temperare o abbellir la vita col diletto e conforto dell’arti leggiadre. Quanto fosse radicato l’affetto a coteste arti, e quanta l’ostentazione e la pompa ne’ grandi, sì palesa chiaramente per la copia innumerabile di monumenti, che ogni dì maggiormente vengono a luce per tutta Etruria. E con più maraviglia ancora nella grande necropoli di Vulci sopra mentovata, donde son tratti fuori a un tempo migliaia di vasi, bronzi, suppellettili e arnesi d’ogni maniera, ivi riposti nel corso di secoli quale onor di sepolcri. Tutte cose più meno di pregio o per la materia o pel lavoro, e che pienamente confermano quali e quanti si fossero gli agi, non meno che l’opulenza dei privati ancor dopo la perduta libertà. Essendo cosa manifesta, per chiunque puoi fare paragoni, che buon numero di cotesti monumenti al par di molte sculture volterrane furono condotti da etruschi artefici secondo lo stile e le fogge usate nei secoli della dominazione romana. Continovava pur allora nelle città marittime qualche commercio oltremarino, che andò gradatamente mancando, mentrechè le fatiche dell’agricoltore tenevan dovunque aperte inesauste sorgenti di ricchezze. Ma si mutaron tosto, e per sempre, le sorti del cittadino allora quando caduta in altre mani la proprietà territoriale, necessitato il terrazzano a lavorare come [p. 159]fittajolo il podere che fu già suo, e scacciati o duramente oppressi gli uomini liberi, questi nostri campi vennero dati a coltivare dai nuovi padroni ad agricoltori e pastori forestieri di stato servile: la qual miseria estrema della Toscana fu anche l’incitamento più forte, dicea Cajo Gracco, che mosse Tiberio suo fratello a fare la legge agraria[74]. Non però era spento affatto nell’universale il valore, nè il desio di libertà: fecero moti alcune città dell’Etruria nella guerra annibalica[75]: si rianimarono nella sociale: e nella guerra sillana contrappose di nuovo l’Etruria una pertinace resistenza alle tiranniche vendette del crudel dittatore di Roma. Molte delle più principali città furono in quell’epoca sanguinosa o rovinate o disfatte o date in guardia a colonie di rapaci soldati, che, le ricchezze per ingiusti modi acquistate, iniquamente spendevano[76]. Nobili casati vennero al tutto spenti o mutarono paese. Nè sì grandi flagelli distruggevano soltanto le cittadinanze, ma insieme con esse a grado a grado perivano i monumenti pubblici, le scritture, la letteratura, l’arti migliori: in somma quasi che ogni retaggio della virtù degli avi. La sola aruspicina serbò la sua autorità formidabile fino al [p. 160]sesto secolo dell’era volgare[77]: sì tenacemente il credulo etrusco, tuttora inviluppato ne’ lacci delle fallacie, andava cercando alle sue miserie speme e conforto negli ingannevoli aguati della divinazione paterna.


Note

  1. An. 2052-1822 avanti l’era volgare: giusta la cronologia, dell’Usserio.
  2. Αἰγυπτίοις ἱερεῖς, Diodor. I. 28.
  3. Diodor. i. 28.
  4. Constant. Porphir. Tem. 15, p. 46.
  5. Clem. Alex. Protrep. p. 12. ed. Sylb. Vedi appresso T. ii. c. 22.
  6. L’acuta mente del Lanzi comprendeva bene la parte debole di quel suo sistema d’universale grecismo, e come facilmente sarebbe caduto a terra qualora si porgessero in mostra altri monumenti diversi a quelli da lui unicamente conosciuti cinquanlanni addietro, quando scriveva, e per la massima parte dell’ultima epoca dell’arte etrusca; la quale non malamente puossi protrarre in certe sculture sino al secondo secolo dell’era volgare. Ecco le sue notabili parole: Qui torna il raziocinio de’ simboli egizj, che proverebbon lo stile primitivo de Toscani propagato di Egitto qualora fossero in Etruria molti ed antichissimi. Saggio T. ii. p. 182. — Vedi i monumenti tav. xiv sqq.
  7. Fu talmente tradito il Lanzi al tempo suo dalla scarsità dei monumenti cogniti, ch’ei grida disdegnoso: ov’e in Etritria una deità con quattro ali come i Fenici e i Maltesi loro scolari le figurarono? Anzi fra gli antichi bronzi di Etruria, che soli posson pretendere all’età più rimote, dov’è un idolo non dico di quattro, ma di due ali? Saggio T. ii. p. 258. Vedi i monum. tav. XXI. XXIX. XXXV. ii.
  8. Vedi appresso cap. xix.
  9. Liv. v. 33.; Strabo v. p. 152.; Serv. x. 172. 202.
  10. Herodot. ii. 147.; Diodor. i. 66.
  11. Strabo ix. p. 274.
  12. Herodot. i. 145. 149.
  13. Varro fragm. x. iii. antiq. rer. hum. p. 205. ed. Bip.
  14. Quot capita originis erant. Liv. v. 33.
  15. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 200.png Peruse o Perusei, nella gran lapide perugina del museo Oddi.
  16. Velathri.svg Felathri, nelle sue medaglie.
  17. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 201.png: casato gentilizio in molti monumenti volterrani.
  18. Vedi i monumenti tav. i. va. viii. ix.
  19. Liv. i. 9.
  20. Vedi tav. vi. Non pochi muramenti etruschi si veggono ancora dentro la città: tra i quali il muro sotto la fortezza nel luogo detto Torremozza; e buona parte dei fondamenti del palazzo Laparelli.
  21. Dionys. ii. 54: incirca sei miglia. Per osservazioni topografiche fatte in sul posto, si riscontra aver l’antica Vejo occupato non già la sola rupe dell'Isola Farnese, ma lo spazio intero compreso da un lato fra il burrone d’Isola e ’l Cremera; dall’altro quanto si distende sino al pie d’un monticello chiamatovi tutt’ora singolarmente Piazza d’Armi. Il qual terreno tutt’insieme unito porge uno spazio più che sufficiente a chiudere una città grande, e ben difesa si dalla natura, come dall’arte: Egregiis muris, situque naturali urbem tutantes. Liv. v. 2.
  22. Inter juga numerosa. Juvenal. iii. 191.
  23. Plin. xxxiv. 7.
  24. Strabo v. p. 152.; Serv. x. 166. 179.; Eusthat. ad Perieg. 347.
  25. Urbem Etruriæ opulentissimam. Cicer. de re pub. 11. 18.; Dionys. iii. 46.; Strabo v. p. 152. Vedi i monumenti tav. lxiv-lxviii.
  26. Hanc multos florentem annos. Virgil. viii. 481.; Liv. i. 2.; Dionys. iii. 58.
  27. Lycophr. 1352.
  28. Strabo v. p. 152. Il geografo chiama città dei Pelasghi Agilla, ed ivi presso pone la reggia d’un Maleote loro re (v. sopra p. 94. n. 27): il tutto probabilmente in sulla fede del relatore primo di quella novelletta, che lui stesso riferisce tanto bonariamente. All’opposto Licofrone l’appella Ausonia (v. 1355), come a dire opica, prima che tirrenica. Chi seguiva a suo talento la tradizione che gli si parava dinanzi, e chi un’altra. Né con fondamento migliore per taluni dicevasi Tarquinia città tessalica. Justin. xx. 1.
  29. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 203.png. fatluna, apparisce il suo nome in una medaglia inedita. Vedi tav. cxv. 8.
  30. Dionys. iii. 51.
  31. viii. 485 sqq. Il sito di Vetulonia non è ben certo; anzi controverso: si tiene che fosse nella maremma senese, non lungi da Massa. L’áncora nelle sue medaglie indica di fatto prossimità al mare, e commercio marittimo.
  32. Vetustum egregie factum murum. Vitruv. ii. 8.; Plin. xxxv. 2.
  33. Vedi i monumenti tav. iii. x.
  34. Saturnini, qui ante Aurinini vocabantur. Plin. iii. 5.
  35. Vedi tav, x. 3. 4.
  36. Cossa divenne colonia romana nel 481, nove anni innanzi la prima guerra punica (Vellej. i. 14.): e la sola ispezione delle sue mura, sì ben polite e conservate, dimostra una fabbricazione poco antica a fronte delle mura di Fiesole e dì Volterra, con pietre quadrilunghe e di vera costruzione etrusca. Così Saturnia fu mutata in colonia nel 369 (Liv. xxxix. 55.); forse in allora o venne ricinta di nuovo, o restaurata con le attuali sue mura.
  37. Vedi i monumenti tav. v. xi. xii.
  38. Per alcun rapporto inesatto cita Niebuhr il teatro di Fiesole come un edifizio colossale degli Etruschi (p. 133. 139): ma l’opera è al tutto romana e di costruzione non molto antica. D’uguale fattura romana sono i residui dell’anfiteatro di Arezzo.
  39. Vedi sopra p. 33, n. 4
  40. Vedi pag. 116.
  41. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 206.png, Pupluna nelle medaglie. Vedi i monumenti tav. ii. x. i.
  42. Vedi p. 98.
  43. Cerveteri serba il nome e il sito antico di Cere: dove intorno, più che altrove, sarebbe desiderabile molto si scavasse una volta il terreno per trovarvi la sua Necropoli, donde sono venuti a luce più volte bellissimi vasi.
  44. Castellum nobilissimum eo tempore, quo Tusci piraticam exercuerunt. Serv. x. 184.
  45. Deità marina, chiamata alla greca Leucotea; mito originalmente fenicio.
  46. Diodor. xv. 14.
  47. Intempestaeque Graviscae. Virgil. x. 184.; Serv. ad h. l.; Rutil. i. 279. Per la descrizione di Rutilio il sito di Gravisca, ancora incerto, dovrebbe trovarsi presso il moderno porto Clementino alle saline di Corneto, anzi che più indentro sopra la Marta.
  48. Cossa Volcientum. Plin. iii. 5.; Strab. v. p. 151. Vedi i monumenti tav. iv. k.
  49. Volcentini cognomine Etrusci. Plin. iii. 5.; Ptolom. iii. i. Οὐόλκοι. Nei fasti trionfali son detti Vulcienter.
  50. Volgarmente Pian di Voce: nel territorio di Montalto di Castro, tenuta in Camposcala. — Mi sia lecito il dire, benché senza presunzione, che io stesso aveva divinato e pubblicato, già venti anni sono, che in questo sito medesimo doveva trovarsi Vulci, metropoli di Cossa. Vedi l’Italia avanti il dom. dei Romani. T. i. p. 127. ed. 1810.
  51. Itiner. marit. Arnine fluvius (scorrettamente Armine o Armenia in altre tavole itinerarie), derivativo del nome tosco dell’Arno, vedi sopra p. 81, n. 60: così presso Firenze abbiamo il Mugnone, che porta il classico nome del Minio: fiume omonimo soprammentovato, che corre più sotto in queste maremme.
  52. Vedi tav. vii. 7.
  53. Una sola terza parte di questa collina, detta volgarmente Cucumella, si trova discoperta in quest’anno medesimo 1832. Vedi i monumenti tav. lxiii. i.
  54. Altri edifizj sepolcrali, ugualmente ricoperti da monticelli artificiali di terra Ingens aggeritur tumulo tellus. Virgil. iii. 62), si sono trovati non ha guari tempo in parecchi luoghi dell’Etruria. Un sepolcro di tal sorta costrutto di travertini, dove stava uno scheletro insignito di nobili arredi, fu scoperto anni sono presso di Orbitello: e possiamo citare, come trovato più recente, due collinette artificiali o Cucumelle, che ricoprono altre fabbriche ad uso di sepolcro nel luogo detto il Baccano tra Viterbo e Montefiascone. Sì fatte prominenze di terra, o tumuli, con sepolcri interni, sono assai frequenti nel tarquiniese, nel viterbese, e nel vejentano. V. tav. lxii. 7. 8.
  55. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 209.png: sillaba radicale che poteva significare o alcuna proposizione locale, o l’articolo da noi detto definito: onde felathri Volaterrae: felsinii Volsinii: felthurnu Vulturnum ec. Così da fel, tema nazionale il più trito, si formano prenomi, e quindi moltissimi gentilizj; come Velcia, Velicia, Velecia, Velonia, Velania, Veletia, Velosia, Velturia o Volturia ec.
  56. Di più oltre il Tevere abbiamo i Velienses compresi tra i Prisci Latini (Plin. iii. 9): e Velia era stato altresì l’appellativo primo d’uno dei sette colli di Roma: indi Velitrae ne’ Volsci; Vulci in Lucania ec.
  57. Candentia moenia. Rutil. ii. 63: il cui materiale doveva essere tolto dalle vicine cave di Carrara. In sul cadere della repubblica romana era Luni già molto spopolata: desertae moenia Lunae (Lucan. i. 586 ); ma l’ultima sua distruzione, e quella ancora di Populonia, si debbe alle incursioni marittime dei Saracini, an. 826. 828.
  58. Strab. v. p. 153. Del porto di Luni, o sia del magnifico golfo della Spezia, cantava Ennio: Lunai portum est operae cognoscere ceiveis. Fragm. p, 3 ed. Hessel.
  59. V. Cluver. p. 419-506: ma più particolarmente l’accurato e critico Mannert, Geogr. der Griech. und. Rom. T, ix. p. 347-428.
  60. Strab. v. p. 154.; Plin. iii. 5.; Justin. xi. i.
  61. Lycophr. 1356 sqq.
  62. Serv. x. 179.
  63. Serv. x. 179.
  64. Serv. ibid.
  65. Etruscis. . . gentem Italiae opulentissimam, armis, viris, pecunia esse. Così Livio (x. 16) parlando tuttavia d’un’epoca, in cui gli Etruschi erano già scaduti grandemente di potenza.
  66. Etrusci campi. . . frumenti ac pecoris et omnium copia rerum opulenti. Liv. xxii. 3.
  67. Sic fortis Etruria crevit. ii. 533.
  68. Praeterea fatigasse regni vires. Varro ap. Plin. xxxi. 13.
  69. Bene Virgilio xi. 782.

    Quis metus, o numquam dolituri, o semper inertes,
    Tyrrheni, quae tanta animis ignavia venit?

  70. Liv. iv. 24. v. 17. et alibi.
  71. Liv. ix. 39.
  72. An. 473.
  73. Liv. x. 3.
  74. Ap. Plutarch. Gracch.
  75. Liv. xxvii. 21-24. xxviii. 10.
  76. Vedi l’agre rampogne che fa Sallustio delle profusioni e delle ree speranze de’ militi sillani: la maggior parie de’ quali stanziavano in Toscana. Calilin. 16. 28: e parimente Cicerone, Catil. ii. 9.
  77. Procop. Bell. Goth, iv. 12.