Storia della Lega Lombarda/Libro primo

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Libro primo

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Prologo Libro secondo
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LIBRO PRIMO


SOMMARIO


Solo Augusto fu vero Imperadore — L’idea dell’Impero Romano si rimuta nelle menti in quella del Papato — Rivalità di Bizanzio e Roma, che lo rivela — Legge provvidenziale, per cui il Papa fu dispensatore del diritto imperiale — Come per umana tradizione s’ingenerasse in lui la coscienza di questa dispensazione — Quando e come ponesse in atto questo diritto — Suo funesto esercizio per l’Italia — Potenza che ne venne al Clero, e corruzione — Perdita della sua libertà — Falliscono le speranze messe dai Papi nell’Impero — Ultima formola dell’Impero — I Comuni in Italia ai tempi barbari — Sono spenti dalla feudalità Longobarda — La feudalità prepara la loro risorrezione — È agevolata dalla feudalità Franca laicale — Dalla feudalità chericale — Dalla medesima in rapporto ai Re d’Italia — In rapporto ai Re di razza Tedesca — Come il popolo riguadagnasse il reggimento a comune per mezzo dei Vescovi — Il Papato, l’Episcopato e il Monachismo innanzi all’XI secolo — I Monaci Papi; Gregorio VII — Egli rileva il Papato e l’Episcopato, percuote l’Impero; i popoli risorgono — Risorgono i Comuni, e lo spirito Romano nel reggimento e nel popolo — Le Repubbliche si raffermano per privilegi imperiali — Si accrescono e rompono in discordia — Da Arrigo IV a Barbarossa folleggiano per guerre intestine — Ma non perdono la coscienza dell’individuo — Quali apparissero gl’Italiani a Federigo Barbarossa.


[p. 28 modifica]Dovendo io narrare dei fatti avvenuti in Italia, essendo Imperadore di Germania Federigo soprannominato Barbarossa, e specialmente in quella superiore regione, che molto e fortemente operò contro di lui a francarsi del suo imperio; è mestieri aprir la via al racconto colla esposizione delle morali e politiche condizioni di questo nostro paese, che prepararono la ragione di que’ fatti, ed educarono lo spirito degl’Italiani a generosamente operarli. Toccherò una antica ferita, la quale rose il cuore della nostra gente: ma nella vita de’ popoli l’amarezza del passato è sempre farmaco a risanare il presente, e creatrice di più benigno avvenire. Mi terrò su i generali, e perchè non mi bastano le forze a dar dentro in quelli oscurissimi tempi, e perchè l’animo del leggitore non instancato dall’affannosa inquisizione dell’erudito, fresco e svegliato sia recato dallo storico a vedere la Lombarda Lega sfolgorata di una virtù tutta italiana. Io parlo al popolo.

Tre sono gli oggetti in che è mestieri fermare la mente nella condotta di questa storia: nell’Impero, nel Papa e nell’Italia. Erano corsi ben tre secoli, e non si udiva più parlare di Romano Impero in Italia. Il Greco Imperadore pareva un bastardo discendente de’ Cesari; la sua fiacca dominazione, che toccava le spiagge di Calabria e Puglia, e si annidava gelosa nell’Esarcato di Ravenna, non faceva che inaridire sempre più la idea di un Impero nelle menti italiane. Solo Augusto fu veramente Imperadore; perchè tra Roma republicana e Cristo era mestieri di una Monarchia, che raccogliendo nelle mani il frutto della conquista di tutto il mondo, adunato pel vincolo della romana cittadinanza, lo consegnasse al Cristianesimo conquistatore dell’umanità, da affamigliarsi [p. 29 modifica]nella unità della ragione evangelica. Ciò fece Augusto condotto da una legge provvidenziale che non sapeva. Perciò quando Cristo rigenerò il mondo non furono più corone imperiali. L’Impero fu morto; Costantino lo imbalsamò della virtù di Cristo, e lo andò seppellire a Bizanzio.

Da Tiberio ad Augustolo fu un delirio d’Impero in Occidente, perchè lo scoglio che fece intoppo alla diffusione del Vangelo, si fu appunto il trono di Augusto, disonestato dalle più famose tirannidi. I Cesari bizantini farneticarono; perchè nella creazione dello scisma religioso anzichè sommettere all’azione della Chiesa l’umanità materialmente adunata pel solo benefizio della monarchia civile, intrusero nel seno della Chiesa l’umanità rotta e divisa, e fallirono alla sua missione, che era di formalmente congiungerla per eguaglianza di soprannaturali ragioni. Poichè dunque fu compiuta in Augusto la missione di un’impero universale, quanti altri gli successero nell’Oriente e nell’Occidente, non fecero che perfidiare attorno alla umanità, e romperle la via, investita dalla virtù del Cristianesimo, a raggiungere l’unità dello spirito.

Purtuttavia rimase nella mente de’ popoli la memoria della signoria del mondo, che ebbe Roma; la maraviglia dei suoi fatti, della sapiente legislazione, che ad un tratto sanava coi benefizi della cittadinanza le ferite della conquista. Questa memoria non si ammogliava a quelli che si chiamarono Imperadori, ma all’idea di Impero Romano, cioè a quella di un diritto consecrato da Dio a rappresentare nell’ordine civile l’unità di un potere universale. A questa idea erano educati dal vedere la teocrazia papale stendere quell’unità di potere nell’ordine spirituale su tutto il mondo cristiano. Ma questo argomento del Pontificato traviò le menti nello studio della potestà civile, stimando questa tanto immediatamente derivarsi da Dio quanto la spirituale; e l’elemento divino fu intruso nel concetto dell’Impero Romano, fu santificato, e levato sul fondamento di una necessità, che non divideva col Pontificato Romano. Rafforzava la popolare idea l’ambizione degl’Imperadori: imperocchè quello che [p. 30 modifica]credevano i popoli, consigliati dalla tradizione, e quasi certificati dal pratico giudizio, che dai fatti andava a riflettersi sulle loro menti, credettero ed operarono col rincalzo della forza; e gl’Imperadori bizantini furono tenuti successori di Augusto.

Ma sgombra Roma e l’Italia della presenza imperiale, conquassata dai Barbari, l’idea dell’Impero scemò nelle menti, che non vedevano via ad uscire da tanti mali, nè civile potestà che le scampasse da quel disordine. Oppressi i Romani dai Barbari, nudi di pubblica tutela, si volsero al Papa ed alla Chiesa, donde solo veniva un conforto, solo la difesa non colle armi della forza, ma colla onnipotenza della Religione; e tutti si persuasero che il diritto dell’Impero Romano, impotentemente esercitato dai Cesari bizantini, fosse venuto a posarsi tra le mani dell’Impero teocratico de’ Pontefici. Imperocchè da questi la forza della morale conquista de’ popoli al Vangelo, da questi la sola sapienza legislativa a comporre la patria dell’umanità. L’Impero dunque morto riposava nella storia, viveva solo non nel mutabile e fallibile diritto degli uomini, ma nel fatto immutabile e infallibile della carità umanitaria della Chiesa.

Roma e Bizanzio incominciarono a guardarsi come rivali: e le gelosie bizantine furono un chiarissimo argomento della esistenza di qualche cosa nella antica regina delle genti, che intorbidava la pace degli Imperadori orientali. Roma era stata inabissata dai Barbari, non le avanzava che la memoria della sua grandezza; il solo Papa le tirava sopra la riverenza di tutto il mondo, e la rendeva fondamento di ogni civile speranza, pel conforto che spandeva sulle affrante generazioni. Non era l’ambizione di qualche riputato capitano, come Belisario, Ezio, il conte Bonifazio, che faceva paura, non quella di un Re o Duca Longobardo, che avesse potuto attingere alla cima del R. Imperio; ma bensì quella tradizionale coscienza de’ popoli di unico potere universale, quale ottenne Augusto, e che nello spirito del diritto andava riposandosi nelle mani del vescovo di Roma, solo rivestito di universale e benefico potere. Le gelosie non [p. 31 modifica]irruppero colla forza delle armi, perchè il Papa era un prete inerme: ma insidiarono coll’arma della scisma, guastando la radice del papale potere. In Bizanzio l’Imperadore, in Ravenna l’Esarca: quegli ingenerò Fozio; questi la superba indocilità degli Arcivescovi Ravennati. Adunque in coloro che si tenevano Imperadori in Bizanzio osteggianti alla Romana Sedia si appalesava quel diritto di Romano Imperio, che il successore di S. Pietro non aveva ricevuto per alcuna ragione, che non intendeva esercitare come ogni altro successore di Augusto, che non rendeva visibile per alcuno argomento che imperiale fosse; ma che pure la necessità di un potere universale e benefico faceva riconoscere ai popoli come esistente in lui.

Dissi, la monarchia di Augusto essere stato un mezzo provvidenziale a tradurre l’umanità unita e rinchiusa nella patria universale, Roma, innanzi a Cristo, perchè l’affratellasse: e Cristo l’affratellò. Da quel tempo il potere civile scelto da Dio a strumento della rigenerazione degli uomini, ricevette una missione di aiutare alla Chiesa, d’onde rampollava il sangue che doveva rinnovare la vita nelle vene dell’umanità. I roghi, i cavalletti, le fiere furono le prime relazioni degli Imperadori colla Chiesa; Iddio sollevò dalle loro fronti la corona a non farla lordare; se la tenne in mano come simbolo di un diritto, che egli solo voleva usare. Per la qual cosa quando i Papi si assisero sul seggio di S. Pietro vicario di Cristo, vi trovarono non solo le chiavi, segnale del supremo sacerdozio su gli spiriti, ma anche quella corona, che essi non dovevano cingere, ma guardare come umano strumento ad isgomberare e lastricare la via all’umanità, che progrediva a civile beatitudine sotto la insegna della Croce. Cristo rigenerò l’umanità in tutto il suo complemento, e come famiglia che si riposa ne’ Cieli, e come famiglia che peregrina tra i civili casi ad andarvi. Perciò un doppio ministero ai Papi, diretto uno, indiretto l’altro: in quello la pienezza del potere su gli spiriti; in questo il provvidenziale esercizio di que’ mezzi; che umani sono, ma [p. 32 modifica]che pure son necessari in tutto il tempo che la mano di Dio opera in questa natura.

Queste son ragioni che io discorro dopo la notizia de’ fatti, e lo studio delle leggi provvidenziali; ma non bastano a dimostrare il come si producesse nell’animo de’ Papi la coscienza di aver nelle mani la corona imperiale, come dispensatori della medesima. Di ciò non è verbo nel Vangelo, nè lo apprendevano da sacre tradizioni: quel ministero di umano argomento da umana tradizione doveva derivarsi. Roma, avvegnachè caduta del seggio d’imperadrice del mondo, conservò sempre un diritto ad esser tale, riconosciuto anche dai Barbari. Ai tempi più miserabili Roma fu sempre Roma; vale a dire, il capo del mondo, la sede del potere. Perciò feroce e continua la guerra che le fece l’emula Bizanzio; cocente il desiderio de’ Barbari di averla in mano, non come semplice città, ma come conservatrice del diritto di una universale dominazione; eterna la sete de’ nortici Re franchi e tedeschi di peregrinare a Roma, di ricevervi corona imperiale: nè questi si tenevano veri Imperadori innanzi entrare le mura della Città eterna. Roma era la Terra santa de’ Principi, il santo Sepolcro dell’Impero: il visitarlo era un rivestirsi della porpora di Augusto. Vuota del seggio imperiale, nulla le rimase che potesse almeno per personale dignità rappresentare quella idea tradizionale di potenza universale; e nella necessità di avere alcuno che la ponesse ad alto, non solo i Romani, ma tutti i popoli consentivano nel Pontefice come nel dispensatore della imperiale dignità. Era il Papa il solo magistrato in Roma, che Romano era: il clero, il popolo, i patrizî concorrevano alla sua elezione; perciò a lui solo unico rappresentante di Roma dovevano inchinarsi i candidati all’Impero. Adunque il Papa per umana tradizione insiem coi popoli sapeva, in lui riposare quel diritto, e di quel potere usare nel naturale andare de’ civili casi, e nella provvidenziale ordinazione.

I fatti posteriori più chiaramente lo addimostrarono. Stretti un dì più che l’altro il Papa e i Romani dai Longobardi, [p. 33 modifica]avevano chiesto di aiuto l’Imperadore Greco, e non l’ebbero mai. Fallito il più gran debito del principato, cioè quello della pubblica tutela, a buon diritto quelli si tennero per francati dalla dominazione imperiale. Roma ed il suo Ducato era la sola regione non ancor venuta in balia dei Barbari; ed in questa i Papi ed i Romani rinchiusero colla loro libertà una rinascente signoria. Roma incominciò per questo ad essere non più provincia di Bizanzio, ma indipendente e quasi sede di novella dominazione; ed avvegnachè questa fosse tutta nel compreso di poco paese, bastava a far rinverdire con qualche ragion di fatto quella idea di R. Impero, e rannodarlo a quello di Augusto. Il Papa, dissi, essere stato a que’ tempi l’unico magistrato, che nella sua persona reverenda pel pontificale ufficio aveva una moral forza a resistere a’ Longobardi; e solo dispensatore, perchè Romano, del Romano Imperio; perciò Roma col suo Ducato tenevasi come cosa del Papa: consentivano i Romani.

Minacciava Astolfo Longobardo ingoiare quello stato; Papa Stefano II trasse in suo aiuto Pipino Re di Francia; il quale, ridotto in ufficio il Longobardo presso Pavia, gli tolse l’Esarcato di Ravenna e la Pentapoli, e ne fece dono a S. Pietro. Costantino Copronimo pur troppo erasi profferito al Francese di fornirgli le spese della guerra, ove avesse voluto tornare in sua balia l’Esarcato: ma Pipino voleva con quella pietosa oblazione gittare le fondamenta della propria potenza; ed il Papa non il Greco avevalo chiamato in aiuto a contenere Astolfo. Adunque si dilatava la temporale signoria dei Papi e di Roma: ed ove questi avessero avuto più tardi onde ristorare Carlo Magno delle spese della guerra contra Desiderio, e potuto infrenare la sua ambizione, tutta Italia da Longobarda che era, sarebbe divenuta papale. Ma i Franchi volevano ad un tempo soccorrere il Papa, ed acquistare la più bella signoria del mondo.

Tolto di mezzo alle italiane cose il Greco Imperadore, l’idea dell’Impero ognor più si rendeva visibile in Roma pel [p. 34 modifica]Pontefice. Questi alle infule pontificali aveva aggiunto corona di principe pel novello stato donatogli da Pipino; e che vero principe fosse, è chiaro dalle parole della donazione fatta beato Petro, Sanctaeque Dei Ecclesiae, vel Reipublicae Romanorum. Questa voce di Repubblica non sonava che Impero Romano, come bene avverte il Muratori1; perciò la donazione era fatta al Papa non solo come a successore di San Pietro, ma anche come a capo del Romano Impero. Non è punto nominato l’Impero, perchè nel fatto lo rappresentavano ancora quei di Bizanzio, ma nel diritto si trovava solo in Roma.

Durò poco la concordia di quella Respublica Romanorum col Papa. L’elezione del nuovo Papa era il destro che afferravano gli ambiziosi a levare tumulto, per mettere in seggio chi loro piaceva: il Pontefice era di continuo tribolalo fuori dai Longobardi, che gli rubavano la signoria donata dai Franchi, e dentro dalla nascente peste del Patriziato. Pasquale Primicerio e Campula Sacellario, o sagrestano, della Romana Chiesa con molti maggiorenti congiurarono contra Papa Leone III. e gli furono addosso coi pugnali, mentre conduceva la processione delle Litanie maggiori. E con tanta furia di percosse l’oppressero, che il rimaner vivo fu riputato miracolo, e non incredibile, che gli avessero troncata la lingua e cavati gl’occhi. Così bestialmente profanata la pontificale persona, Leone si avvisò, quelli non esser tempi da tenere inviolata la libertà e la dignità del supremo sacerdozio, senza una suprema e continua protezione di civile potere. Per la qual cosa chiamò di nuovo Carlo in Italia, e lo incoronò Imperadore. Funesta incoronazione! — A Carlo piissimo Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico Imperadore vita e vittoria — gridò il Pontefice; e con queste parole incominciò la storia delle italiane sventure. Egli colla destra pose sul capo di quello straniero una corona di oro, ma colla sinistra, senza saperlo, ne pose una di spine sul capo [p. 35 modifica]della povera Italia. Piuttosto i Barbari che un Imperadore: quelli erano tempeste che disertavano, ma non uccidevano il germoglio della rinascenza; questo sordamente rodeva il midollo della italiana virtù, e le logorava la vita. Leone tribolato dall’anarchia volle aprirsi un rifugio nella monarchia, e i suoi successori vi trovarono la tirannide. Avesse almen detto — Coronato da me — volle dire — Da Dio — così fece mettere capo in Dio alla potestà imperiale: e seppero poi i successori quali sudori e qual sangue costasse il fare entrare nella mente di un Imperadore, che tra l’Imperadore e Dio vi fosse un Papa. Mentre Leone sublimava Carlo e gratificavalo di un diadema, che quasi non si teneva per cosa terrena, su quello altare di S. Pietro sagramentava l’Impero una guerra al Sacerdozio, che durerà quanto durerà quella del dispotismo col Vangelo. Nella sventura s’incontrò il Papa coll’Italia, e si abbracciarono per sostenersi: ma questa portò sempre la memoria di quella trista incoronazione; e solo a dì nostri possiam dire, che si abbraccino per perdonarsi, perchè sembra che l’ammenda pontificale agguagli il pontificale peccato.

Leone campato per miracolo dalle mani de’ nemici, venne a patti con Carlo, promettendogli la corona imperiale, ove avesse voluto difenderlo2, così conta Giovanni contemporaneo. Ma è noto, che prima di questo tempo fossero corse pratiche di questa incoronazione. Nel Concilio tenuto in Roma per condannar Felice d’Urgel fu trattato di questo negozio3; ed è a notare, che il Concilio fu assembrato, praecipiente gloriosissimo, ac piissimo Domino nostro Carolo4. Per la qual cosa vado sospettando, che la congiura del [p. 36 modifica]Primicerio e del Sagrestano contro Leone siasi ordita per la mala contentezza che metteva ne’ patrizî Romani questa incoronazione di forestiere Imperadore. Il perchè della congiura non è notato da alcuno: perciò io sospetto. Ma comunque andasse il negozio, certo è che tutto il popolo o per amore o per timore de’ Franchi gridò col Papa a gola piena Imperadore Carlo.

Leone pensava starsene in sen di Dio all’ombra dell’Impero; pensava che questa suprema potestà civile dovesse accompagnare il Pontificato nella sua universale deputazione di rigenerare il mondo col Vangelo; pensava che innanzi al diritto divino dovesse dappoi sempre inchinarsi la fronte degl’Imperadori; i quali non potendo da altre mani ricevere la corona che dalle papali, sotto queste si tenessero docili, mansueti, contenuti da quello sviscerato amore, che deve portare ogni figliuolo alla madre, dico alla S. Chiesa. Forse Carlo M. almen nel primo sentirsi su la fronte il bel diadema, rispondeva a capello in suo cuore al papale intendimento. Ma quel benedetto Impero era così impalpabile dalle leggi dell’umana giustizia, che il non costringersi da confine, ed il vagar su tutto il mondo per ingoiarlo tutto, era proprio la natura sua. Se un’uomo incoronato in tanta beatitudine di sazia ambizione potesse più pensare al Papa, al Vangelo, a Dio, creda chi il voglia. Tuttavolta quel non poter essere Imperadore se non pel Papa che ungeva ed incoronava, legò dapprima quelli della razza di Carlo al R. Pontifice di qualche dipendenza. Anzi la fama della incoronazione di Carlo fatta per Papa Leone affortificò e dilatò tanto il potere dei Vescovi, che quasi le sorti dei Re Franchi riposavano nelle loro mani. Questi non ebbero la mente di quel veramente Magno, e le ragioni della successione al trono erano così male ordinate, che le principesche discordie furono frequenti, e sorse la necessità di appellare ai Vescovi. Carlo il Calvo e Ludovico di Baviera ad occupare gli stati del fratello Lotario, assembrarono i Vescovi a giudicar del negozio; e questi lo sentenziarono indegno del trono. Qualche anno [p. 37 modifica]appresso gli stessi Vescovi dichiararono caduto di trono lo stesso Carlo. Questi chinò umilmente il capo, si tenne contentissimo della sentenza; perchè, disse, che i Vescovi erano il trono, su cui Dio si asside a giudicare5. Ciò che io tocco della Francia è da affermarsi di tutti i regni Cristiani, vale a dire che la Chiesa fosse per consenso dei Principi come un tribunale di appello di supremo giudizio. Prime ne incominciarono ad usare le chiese nazionali, come più immediate ai troni, poi la Romana come universale. Nel nono secolo amministrarono i Vescovi, nel decimo i Papi.

Da questo conseguitò l’enorme vena di ricchezze che andò a colare nelle chiese. La pietà religiosa consigliò dapprima le oblazioni, gl’interessi politici de’ principi le accrebbero. Coloro che d’un cenno potevano rompere il vincolo della suggezione de’ popoli, dovevano carezzarsi, e tenersi in onore da chi voleva essere Re; perciò l’episcopato andò innanzi a tutta l’aristocrazia civile. Ma poichè le oblazioni si facevano secondo la ragion feudale, avvenne, che i Vescovi mentre sedevano giudici de’ civili negozî, si lasciavano imporre dalla civil potestà il giogo delle investiture de’ loro feudi. Essi predicavano, i patrimonî delle chiese essere cosa tutta di Dio; e non vedevano la conseguenza che si derivava da quella vera sentenza, che chi investiva del feudo il nuovo Vescovo, investiva anche della Chiesa resa tutta una cosa col feudo. La pinguedine de’ patrimonî li rendeva poco veggenti, e frugati dal desiderio di accrescerli, a quei Principi, che essi giudicavano, si assoggettavano, non come qualunque altro suddito, ma come cortegiani, che palpano il Principe a meglio smungerlo. Ne avvenne poi, come tutti sanno, che il chericato impaniato nel regno di questo mondo, slombato dall’indecente concubinato si addormisse vilmente nelle corti, ed i Principi entrassero a farla da padroni nelle chiese.

[p. 38 modifica]Non credo che Carlo M. pensasse assoggettarsi i Pontefici, ed uccidere la libertà della Chiesa. Egli era un buon Cristiano, non volendo tener l’occhio a qualche sua domestica imperfezioncella adamitica, e per questo tutto zelo pel migliore della Chiesa. Trovo che senza malizia facesse già qualche cosa, che non doveva fare. A mo’ d’esempio, deputare Angelberto Abate ad ammonire Papa Leone de omni honestate vitae suae, et praecipue de observatione Canonum, de pia S. Dei Ecclesiae gubernatione, fu una pietosa impertinenza. Ma Leone zittiva: aveva mestieri di mano forte; sapeva essere quello tutto zelo, e non maligna intrusione. E ciò quando Carlo non era ancora Imperadore incoronato. Quel che il Papa credette imporgli come legge, cioè di proteggere e tutelare la Chiesa, egli e i suoi successori tennero come diritto: ed ognun conosce cosa sia un protettore, che ti vuol dare di mano per forza.

L’Imperadore dunque aveva la via ad entrare nella Chiesa, per proteggerla. Alla legge di protezione si aggiunse il diritto feudale. Pipino aveva donato a S. Pietro l’Esarcato e la Pentapoli, Carlo confermò il donato; ma da questo non ritrasse mai la mano. Egli e Pipino furono sempre Patrizi di Roma: che volesse intendersi per questo Patriziato, non saprei dire; e sebbene molti, e di grande autorità, si sforzino allontanare da quello ogni idea di signoria, pure non sembra, che il Patriziato di Roma sia stato un semplice onore, o un protettorato. Così avverte il Muratori con buon suffragio di documenti6. Ora se prima di essere Imperadore Carlo già teneva sotto il Papa per l’Esarcato e la Pentapoli, più sotto sel mise, ingrossato per la dignità dell’Impero; il quale in que’ tempi può diffinirsi una monarchia consacrata dal diritto divino, che non determinata da alcuna ragione umana, per diretto o per indiretto dominio tutto ingoiava. Ed avvenne una rapidissima ordinazione gerarchica [p. 39 modifica]nelle potestà della terra. L’Imperadore ne teneva la cima; sotto di lui si affilavano i Re; sotto di questi la moltitudine feudale; sotto i piedi di tutti una cosa che si diceva popolo. Il Papa rimase tra il cielo e la terra. Formidabile ai Principi come guardiano e dispensatore del divino diritto; dai Principi minacciato, perchè gratificato di terrene signorie. In questo tutto il germe delle ire venture tra Papi ed Imperadori.

Intanto i Papi nella espettazione di onnipotenti soccorsi dall’Impero, non n’ebbero di sorte. Gl’Imperadori stavano in Germania, i nemici in Roma. I Romani rimasero sempre sognando la Repubblica; e quel Papa, cui dapprima eransi stretti, o tribolati dal Greco, o tempestati dai Longobardi, incominciava a dispiacere, come impronto turbatore de’ loro sogni. Non volevano le chiavi di S. Pietro, ma i fasci consolari di Bruto. La mala contentezza si manifestò ne’ patrizi, che, al solito, delirando Repubblica, pensavano a intrudere le loro razze sul seggio papale. Il secolo X sarà sempre di funesta ricordanza pel Papato; in quello fu desolazione nel luogo santo: e quando appunto fu più di mestieri del soccorso dell’Impero, questo malamente fallì, ed anzi s’intruse nelle cose più vitali della Chiesa.

I Marchesi di Toscana, i Re d’Italia, e più da vicino la sfrenatezza del popolo, la prepotente progenie de’ Conti Tusculani condussero il Papato a brutti e lagrimevoli casi. Tornarono i tempi dell’Impero Romano. Brevi e tempestosi pontificati. La furia del popolo sbalzava di seggio i Papi; la violenza de’ patrizi ve li poneva: frequenti antipapi. I Conti Tusculani quasi per un secolo imprigionarono nella propria casa la dignità papale. L’oro e la forza faceva i Papi, sfacevanli i pugnali e i capestri; e le impudiche Marozie osarono contaminare le somme Chiavi. Gridarono aiuto i Papi agli stranieri Principi: venivano per prendere la corona imperiale, ed andarsene con Dio; ma sempre recandosi qualche brano della ecclesiastica libertà. La disperazione di ogni santa e civil cosa aveva già condotto Giovanni IX [p. 40 modifica]a sancire, fossero presenti alla consegrazione del nuovo Papa gli ambasciadori imperiali. Se ne videro gli effetti. Ottone I Imperadore assediò Roma, v’entrò, trascinò prigione in Germania, ove morì, Benedetto V, perchè eletto senza il suo consenso. Lo stesso Ottone contrappose l’Antipapa Leone VIII al Papa Giovanni XII, perchè questi non gli aveva chiesto il consenso. Così tumulti dentro, prepotenze fuori, aiuto nessuno. Quasi a mezzo del secolo XI fu veduto Gregorio VI indossare armadura, impugnare armi a difendersi, e comprar con l’oro l’allontanamento dell’Antipapa Benedetto IX. Questo Gregorio è il più chiaro argomento di quel che sia un Papa, che sentesi venir meno il sostegno de’ Principi senza aver fatto capitale di quel di Dio. Non so se piangessero gl’incoronati Imperadori Cristiani nel vedere sprofondato il R. Pontificato in tanta miseria. Vero è che l’Impero tedesco dovette allegrarsene a dismisura, come quello, che non sentendo tratto di briglia che lo svegliasse ne’ sogni della sua onnipotenza, cresceva baldo e riottoso alle vicine battaglie con la Chiesa. Tutto il secolo X e mezzo dell’XI, in cui non si udì voce pontificale veramente sonora a ricordare agl’Imperadori la legge di Dio, bastò ad educar quelli ed i popoli (salvo gl’Italiani) all’idea dell’Impero, qual la concepirono Errico IV e i due Federighi. Ma eccoti un monaco di S. Benedetto, italiano di patria, Ildebrando, appressarsi all’infermo Pontificato, vivificargli lo spirito, e sollevargli la fronte a vedere lo scopo della sua fallita missione. Leone IX, Vittore II, Stefano IX, Nicola II, Alessandro II si videro sempre al fianco questo animosissimo monaco, che prestò loro i nervi a spezzare sul telonio dei simoniaci la bilancia degl’infami baratti, ed a percuotere nel sonno del concubinato l’infeminito chericato. E quando incominciò a levarsi un moral propugnacolo innanzi alla Chiesa nella virtù de’ cherici, ad aprirsi un terreno rifugio nella nascente monarchia normanna, Iddio assunse al Pontificato esso Ildebrando. Al primo affacciarsi dalla romana Sedia si scontrò coll’Impero già conturbato dallo zelo di Alessandro II; ed [p. 41 modifica]appiccò una terribile tenzone. Egli disse come Vicario di Cristo — Non voglio più concubine; non voglio, barattarsi le sante cose col fango; voglio liberissima la Chiesa; via Imperadori e Principi dalle papali elezioni; da Dio, e non da loro la investitura della spirituale potestà; se sia chi voglia essere Imperadore, mi venga innanzi a ricevere dalle mani mie la corona, e con la corona il giudizio de’ suoi fatti — Gregorio VII non creò il Pontificato R. ma lo mise in quel seggio che Dio e i Principi gli edificarono. Questi ambirono una corona, che venisse proprio da Dio, vollero consegrare la loro potestà di certa ragion divina: ma non la potendo immediatamente conseguire, mediatamente la chiesero e l’ebbero dal Vicario di Cristo, dal Papa. Cui dissero — Levati più alto di noi, intanto che c’imponi sul capo la benedetta corona — I Papi si alzarono, e non discesero più; perchè chi dispensa il potere secondo la ragione di Dio, secondo questa stessa ragione giudica il vizio e la virtù del potentato. Arrigo di Germania voleva far discendere da quel seggio Gregorio VII; ma questi vi si tenne forte, e si chiuse in un diritto, che la prima volta apparve in tutta la sua grandezza.

Lo strepito della famosa battaglia tra Gregorio ed Arrigo aveva desti gli animi di tutto il mondo; tutti all’erta a vedere; ed il ricambiarsi che fecero i battaglianti del mio e del tuo, fece apparir netta e splendidissima la ragione delle parti; ed avvegnachè Gregorio ed Arrigo, entrambi fuori di seggio, morissero in sembianze di vinti, tuttavolta il Sacerdozio e l’Imperio baldi e minacciosi si levarono su i loro sepolcri a più solenne contesa. Allora l’Impero, come il Pontificato R. si determinò agli occhi de’ popoli, si fabbricò anche un diritto divoratore di ogni umana e divina cosa. Dissi, ai tempi di Carlo M. e de’ suoi successori, l’idea dell’Impero essere stata quella della onnipotenza civile; dopo Gregorio VII affermerò, essere stata quella della civile e sacra onnipotenza. Fu dunque una terribile cosa questo Impero, il quale, come nella contesa col Sacerdozio, avvegnachè [p. 42 modifica]combattuto, si svolse e si raffermò sul fondamento di un diritto; così nella natura della mente tedesca, cupida di astrazioni fantastiche, trovò la forza a giustificarsi colla ragione della storia e delle leggi. Nella mente di Federigo Barbarossa fu questa invenzione.

Adunque nel secolo XII, in che avvennero le cose, che narrerò della Lega Lombarda, il Sacerdozio e l’Impero avevano percorso questi tre periodi. Il primo di scambievole invilimento; il Papato oppresso e fallito della imperiale protezione; l’Impero mal fermo per la imbecillità de’ Carlovingi. Il secondo di usurpate ragioni ecclesiastiche, e di papale servaggio per tedeschi Imperadori. Il terzo di fortissima contesa; per cui, per la ristorata disciplina del Clero, il Papa fu vincitore nel fatto, e magnificò il diritto della sua supremazia: l’Imperadore fu vinto nel fatto; ma si affortificò in un diritto, gravido di men violenti, ma più diuturne e consumatrici battaglie. Per le quali cose l’Italia nel XII secolo premuta dalle smisurate ambizioni imperiali per naturale conforto si trovò tutta raccolta intorno alla papale sedia, ed il nerbo della fortissima resistenza al Tedesco le venne dalla divinità del principio, che adombrava il Papa sforzato dalla tirannide, e con esso ogni generazione di uomini che per tirannide sanguinava.

Detto di queste due supreme potestà, che ogni umana e divina cosa muovevano, e che più immediate condussero gl’italiani destini, vengo alla ordinazione politica delle città italiane, ed alla ragione della pubblica amministrazione, in cui trovolle il Barbarossa.

Nel cadere che fece il R. Impero, lasciò qualche cosa in Italia, che romana era, intorno alla ragione della pubblica amministrazione delle città. Al morir della Repubblica, non morirono tutte le istituzioni, che assicuravano la morale esistenza de’ cittadini; furono gl’Imperadori, ma fu anche ad un tempo qualche cosa che accennava a certa peculiare vita della città di Roma. Era un Senato, erano ancora gli Edili, i Questori, i Censori, i quali non erano [p. 43 modifica]uffiziali imperiali, ma della città; ed il patrimonio che amministravano o per la fabbrica o per la conservazione de’ pubblici edifizî, come delle mura, dei ponti, delle terme, era patrimonio della città. Per la qual cosa sotto la dominazione imperiale durarono gli elementi, di che si compone la Comunità o il Comune, cioè un patrimonio non incamerato, ma cittadino, ed un maestrato non cortegiano, ma pur cittadino. Il Comune di Roma fu esempio alle città italiane nella loro ordinazione domestica; e furono i Comuni Italiani sotto gl’Imperadori gentili e Cristiani. Gli Eruli invasero l’Italia; non ebbero tempo a fermarvi signoria, spostati da Teodorico. Costui mezzo barbaro, perchè educato nella Corte greca; e venuto in Italia con certo diritto, che credettero trasfondere in lui que’ di Bizanzio, non fece gran male ai Comuni; e stettero. Egli non volle distruggere i trovati Romani, ma conservarli in pace co’ suoi Ostrogoti. Il rispetto che dapprima portò ai Papi ed ai Vescovi, avvegnachè Ariano; quel piegare i suoi ai costumi Romani, la conservazione de’ loro monumenti d’Arte, e quel Cassiodoro e Boezio Romani, tanto addentro ne’ negozî del regno, sono argomento del detto. La vera barbarie, e la estinzione de’ Comuni fu recata da’ Longobardi. Eran pochi: perciò impotenti alla intera conquista dell’Italia, ed impotenti a tenervisi, lasciando la ordinazione comunale, pericolosa per essi. Tra perchè barbari più degli altri, e perchè impotenti, sopperirono al numero colla ferocia; provvidero all’avvenire, distruggendo nel nostro paese quanto era di vivo. Al che si prestavano gli stessi Romani, che non erano, come questi popoli germanici, mobili, erranti a mo’ di belve, in guisa che urtati abbandonassero le sedi native, e andassero ad occupare le altrui; essi furono vinti, ma stettero sotto la ferrea legge degl’invasori. Alboino che li conduceva non potette adunar gl’invasi sotto una immediata monarchia, perchè la conquista era lenta e feroce, e i conquistati sempre riluttanti, perchè sospinti a finale esterminio: perciò l’amministrazione del paese invaso dovette multiplicarsi [p. 44 modifica]secondo il bisogno, e i moltiplicati amministratori furono come mezzo a fermare i conquistati popoli sotto la brutal forza di un Re, la quale si diceva monarchia. Fu anche un’altra necessità a costituire moltitudine di governanti, che nacque dalla natura dei Longobardi. Questi non erano conquistatori, ma invasori. Le invasioni al certo non sono accompagnate da nissuna ragione di legge e di diritto, ma solo dalla materiale forza degl’individui: quindi nella invasione il terribile diritto dell’invasore fu la preda, diritto che siede su la nuda spada dei più forti. Questi dunque e per costretta volontà del capo, e per la natura dell’invasione dovevano venire incontanente al possesso di una signoria. Ed ecco la moltitudine dei Duchi Longobardi, che ad ora ad ora si lasciava dietro l’esercito invasore; tra questi potentissimi quei del Friuli, di Spoleto e di Benevento. Ben volevano i Re infrenare la potenza di quei Duchi; poco riuscirono nell’intento pe’ Duchi più prossimi alla reggia di Pavia, nulla per que’ tre anzidetti più lontani e potenti: divennero i Ducati ereditarî. Quindi la monarchia fu assiepata da potentissima Aristocrazia, la quale lungi dal temperar quella a pro degl’invasi, non fece che moltiplicarla in se stessa: e col fatto se non col diritto feudale, fu morto ogni elemento nazionale in Italia. La feudalità venne in Italia co’ Longobardi: e per quella furono al tutto estinti i Comuni.

Tuttavolta io dirò cosa, che sembrerà strana, ma che pure ponendola sotto la luce de’ fatti, non pare tanto lontana da verità. Dico, che la feudalità germanica uccise i Comuni, e ad un tempo fu mezzo della loro risorrezione. I Comuni furono cosa tutta Romana, che si mantennero fino alla irruzione Longobarda. Essi vennero dalle istituzioni repubblicane di Roma, non dalla legislazione del diritto Romano. Questo diritto fabbricato di vecchie leggi pagane, e di qualche legge Cristiana da Teodosio II e da Giustiniano, era pretta cosa imperiale; il quale, ove non fossero venuti i Barbari, e fossero stati pacifici Imperadori da farlo valere, avrebbe schiacciato colla unità sua [p. 45 modifica]materiale ogni individualità comunale. È in quelle leggi Romane certa forza che preme, scioglie, stritola al di fuori tutto, per ingoiar tutto ed imprigionare nella brutale monarchia imperiale. Egli uccide tutto, perchè tutto viva nella vita del capo. La legislazione Longobarda è pure monarchica, ma come feudale, uccidendo le individualità comunali, salva quella de’ Duchi. Per la qual cosa la vita non essendo imprigionata in un solo, più facilmente poteva distendersi e distribuirsi nel corpo de’ popoli. La feudalità violò il dogma dell’unità monarchica, moltiplicando le monarchie: e siccome nella permanenza della unità non può essere progresso, così fuori dell’assoluta unità è la indeterminata progressione. Infatti sotto i Longobardi furono soli i Duchi: ma poi si procedette ad una feudalità inferiore sotto i Carlovingi: e così man mano dalla monarchia Teodosiana e Giustinianea, mercè le leggi barbare, quella vita che era solo dell’Imperadore, pe’ Duchi, pe’ Conti, per la nobiltà di contado si avvicinò al popolo, ed il popolo nella opportunità delle condizioni potè afferrarla di nuovo.

Alle ragioni della conquista de’ Longobardi, aggiungo quelle della loro pubblica costituzione tutta germanica; la quale anche prima de’ Carlovingi moltiplicò il potere. Men come popolo, che come esercito vennero i Longobardi; e perciò già costituiti nella gerarchia militare. La loro divisione in decurie, in centurie ed a migliaia, produsse la divisione del potere amministrato dai Duchi, dai Sculdehis o centurioni, Decani o decurioni; superiori a tutti i Gasindi Regis, che erano come guardie del regio corpo, e i maggiorenti dell’esercito. Poi che il Cristianesimo tolse al paganesimo questi popoli germanici, l’aristocrazia non ebbe più radice nella discendenza sacerdotale, ma nella valenzia militare; perciò questi Gasindi dal perchè erano più dappresso al Re e più forti di mano, formavano per nobiltà di sangue e per ricchezze un’aristocrazia. Fatto ereditario l’ufficio e la dignità di Gasindo, avvenne che questi in Italia si trovarono formare il corpo feudale, che si risolveva in altri inferiori signori.

[p. 46 modifica]L’aristocrazia feudale Longobarda, dico quella de’ Duchi, era stata troppo formidabile ai Re presenti, per cui non poteva lasciarsi in piedi da Carlo M. conquistatore dell’Italia. Questi introducendo la feudalità franca, decompose in Contee i grandi Ducati, e quella si compose de’ Conti, de’ Cavalieri franchi lasciati da Carlo a presidiare le città, e dai Vescovi ed Abati. La moltiplicazione de’ poteri come fu consigliata presso i Longobardi dalla costituzione militare del popolo e dalla natura della conquista, presso i Franchi fu consigliata dall’indole della legislazione franca, e dalla lontananza del Principe. Il Re era in Germania, i popoli conquistati in Italia: l’adunamento del potere in questa regione sarebbe stato pericoloso; fu diviso: così tra il popolo ed il Principe stette mediatrice la feudalità. Ma poichè questa poteva anche insidiare al supremo dominio del Principe lontano, Carlo M. non lasciò modo a tenerle ricordato la sua dipendenza da lui con que’ Missi regii, Missi fiscalini, che ad ora ad ora venivano a rivedere le ragioni de’ Conti; i quali spediti sotto il colore di guarentire i suggetti, tenevano in vita l’immediata giurisdizione del Re, e rinfrescavano l’idea della indivisibile monarchia. Più permanenti in questa maniera di ufficio furono i Conti Palatini, residenti in Pavia, i quali tenevano le veci del Re nel giudizio delle cause, che da quello de’ Conti si recavano al suo tribunale, donde non poteva appellarsi ad altro. Questi erano mezzi che trovava il Franco nella economia degli uffiziali. Ma uno più permanente a tenere in rispetto i Conti, fu la feudalità chericale.

Le chiese sotto la dominazione franca crebbero molto in ricchezze ed in potenza; quelle per la pietà de’ fedeli, e per quella coscienza che ebbero i Carlovingi della stabilità dei loro troni sul fondamento della Chiesa; questa pel privilegio delle immunità. I Vescovi e gli Abati furono sottratti dalla giurisdizione de’ Conti: ed erano ben pochi i casi, in cui il Conte poteva dar giudizio sul vassallo di una chiesa. Dippiù: la ferrea legge militare, per cui ogni uomo libero era [p. 47 modifica]costretto a guerreggiare ad un cenno del Principe, condusse moltissimi a rendersi servi delle chiese piuttosto che andare ad oste. E quell’amaro che si provava dallo spogliarsi della libertà e de’ beni era condito da certa morale consolazione, come per opera accetta a Dio ed utile all’anima. Così il numero de’ vassalli delle chiese crebbe assai, e con loro la potenza delle medesime: perciò i Vescovi tennero i primi seggi ne’ regi parlamenti, da loro veniva il moto de’ grandi negozî politici, e primi erano a venire ad oste col Principe. L’aristocrazia chericale in Italia, più potente della laicale, fu locata tra questa ed il Principe; e per conseguente i Vescovi e gli Abati più strettamente erano legati alla dominazione straniera.

Lontano o presente il Re, questa ordinazione feudale non poteva mantenersi per lunga pezza: quel sottrarsi degli uomini liberi, e rifuggirsi nel compreso dei feudi ecclesiastici, le immunità ed i privilegi dati alle chiese dovevano al certo riscaldare le gelosie de’ Conti e de’ Baroni, gelosie, che come assicuravano il Principe dall’ambizione di alcun grosso feudatario, avvantaggiavano le future sorti del popolo. Sotto questa lapida sepolcrale della feudalità franca il popolo si muoveva per le vie legali che aprivano le immunità chericali, e le inimicizie de’ signori. Adunque la feudalità, e massime la chericale, grandemente aiutava, senza sua coscienza, i popoli a francarsi, ed a ricomporre i Comuni. Fermiamo la mente su questa feudalità ne’ suoi rapporti co’ Re d’Italia, e ne verremo chiariti.

L’Italia fu conquistata da Carlo M. innanzi che fosse Imperadore, perciò il reame italiano non fu incorporato all’Impero, quasi che sul capo di un’Imperadore colla corona che gl’imponeva il Papa scendesse pur quella d’Italia. Anzi è chiaro, che non poteva essere Imperadore se non colui che recava sul capo italiana corona: infatti morto Ludovico II e con lui la razza maschile, il Papa e gli italiani Principi sostennero, solo ad essi appartenersi l’elezione del Re d’Italia e dell’Imperadore. Il Re Carlo il Calvo fu scelto all’Impero da [p. 48 modifica]Papa Giovanni VIII; ed i Vescovi con altri maggiorenti in un concilio tenuto in Pavia l’anno 896 lo elessero a Re. E nota con quanta cautela di parole: Nos unanimiter vos Protectorem, Dominum, ac Defensorem ommium nostrum eligimus. Aggiungi, che dopo la morte di Carlo il Calvo e Carlomanno, volendo Ansperto a se solo attribuire, come potentissimo tra gl’italiani signori, il diritto di eleggere un Re d’Italia, Papa Giovanni gli andò contra, dicendogli, non potesse scegliere un Re senza il suo consenso, poichè quegli che era a deputatasi all’Impero, doveva da lui innanzi chiamarsi, e scegliersi. Dal che è chiarissimo, che non la regia potestà italiana dipendesse dalla imperiale, bensì questa da quella. Non essendo dunque l’Italia incorporata all’Impero, peculiari relazioni correvano tra’ feudatari italiani ed i Re. Questa relazione trovo essere tutta nel solo diritto di elezione, che avevano nelle mani que’ maggiorenti. Per questo chi aveva voglia di esser Re, inchinavasi innanzi a loro, e si sottometteva a quelle leggi, che più credevano opportune gli elettori: e chi voleva mantenersi sul trono, doveva cattivarsi la benevolenza de’ feudatari, e massime dei Vescovi, e blandirli. L’assemblea tenuta in Pavia quasi tutta di Vescovi nell’anno 889, che elesse Guido a Re d’Italia a preferenza di Berengario, n’è splendido argomento. I Vescovi obbligarono il nuovo Re Guido a mantenere7 certi capitoli, pe’ quali era tenuta in rispetto l’autorità regia innanzi a quella de’ Vescovi, quella de’ Conti innanzi alle giuste ragioni del popolo. Guido non fu Re, che dopo aver giurato la osservanza di quei capitoli.

Questo confinar con leggi la potenza dei Re in rapporto ai Vescovi, e quella dei Conti in rapporto al popolo recava due effetti, quello di rannodare il popolo ai Vescovi, di accrescere la loro forza, e di educare il popolo alla coscienza della propria dignità, che vedevano riputata degna di leggi che la guarentisse. Così fuori della regia potestà si [p. 49 modifica]adunava nelle mani de’ Vescovi un’altra potestà, della quale il popolo dapprima non ne fu che elemento, poi partecipe e possessore.

Crescevano i mali: ma procedeva il popolo nella via della futura sua emancipazione. Quel diritto di elezione con tutti i suoi effetti sfiancò i Re; i quali contrastati dagli emuli, o si volgevano per aiuto ai feudatari italiani, o agli stranieri: e nell’uno e nell’altro partito che prendevano, temevano nuovi colpi nel potere. Perchè nel primo insuperbivano i feudatari, nel secondo colle proprie mani si spogliavano della libertà e del potere per farne tributo al chiamato straniero. Guido chiese la corona ai Vescovi, e questi gliela imposero incatenandolo con leggi nell’ufficio: l’empio Berengario volle anche la corona, e si rese vassallo di Arnolfo.

Dalla fine della dinastia de’ Carlovingi fino ad Ottone I i Vescovi compirono l’opera della loro potenza, e perciò indirettamente aiutarono alla futura emancipazione del popolo. Imperocchè non fu mai periodo di tempo, come quello, fecondo di discordie principesche, di pestilenziali chiamate di stranieri potentati. Queste tempeste flagellavano a morte i Principi, e commovevano i popoli. Erano le guerre tra Guido e Berengario, tra Lamberto, Arnolfo e Berengario; il popolo combatteva; i Vescovi, come non eligibili a regia potestà, ingrandivano su i Conti, si facevano temere dai Re, rannodavano il popolo sotto il loro reggimento ecclesiastico, che aveva tanto del democratico.

Berengario I fu il primo che ad accattare il favore di più grosso potentato, si rendesse vassallo del tedesco Arnolfo nel 888, poi fu Berengario II figlio di Adalberto d’Ivrea, che nel 952 stretto dalle armi di Ottone Re di Germania, vendè se stesso ed il reame ad esso Ottone, rendendosi suo vassallo8. E qui incominciano le dolenti note del tedescume [p. 50 modifica]in Italia. Di qua la storia delle irragionevoli ragioni alemanne su questa povera patria, e delle secolari catene, che tanto le strinsero i polsi, e le affogarono la vita dello spirito. Noti però chi mi legge, come Berengario poteva infeudare se e il figlio, non punto il reame, che non era suo. La corona, che recava in testa col figlio, non gli venne sul capo, perchè Adalberto Marchese d’Ivrea lo generò da Gisla figliuola del Re ed Imperadore Berengario: egli col figlio fu eletto e coronato Re in Pavia dai Principi italiani9. Eletti ed incoronati da’ medesimi furono tutti gli antecessori di Berengario II, ed anche lo stesso Ottone. Un Re elettivo non è padrone del reame; ma quasi amministratore. Infatti non si tennero i Vescovi e i Principi italiani nella elezione di Carlo il Calvo al solo Dominum, ma con senno andarono anche al Protectorem et Defensorem; in quella di Guido parimente i Vescovi assembrati in Pavia dissero: Decrevimus10 scegliere Guido a nostro Re ad protegendum. Chi si trova Re, perchè scappato dai lombi di altro Re, si trova, senza sapere il come, la corona tra le mani, e non vuol sapere di protezione e di difesa, ma bensì solo di possesso e di arbitrio. Erano parimenti elettivi i Re di Germania. Quindi lo scettro d’oro che Ottone pose tra le mani di Berengario II fu un negozio che passò tra questi due Principi, non tra Germania ed Italia. Ma Germania si tenne fitto in animo quel maledetto scettro.

Berengario ed Adalberto regnarono da tiranni, alla tirannide misero il puntello dello straniero; e come sempre avvenne ed avverrà, furono dallo straniero scavalcati. Papa Giovanni XII gridò per Legati aiuto ad Ottone Re di Germania; vi andò di persona Gualberto Arcivescovo di Milano; venne appresso Gualdone Vescovo di Como: e chi per messi, chi per lettere i Conti anche gridarono al Tedesco, venisse, [p. 51 modifica]liberasse l’Italia dal mal governo di Berengario,11 lo avrebbero scelto Re a sua vece. E qui ci si para l’aristocrazia chericale, come più offesa dal Re, prima a chiamare il Tedesco: lo che addimostra e la sua potenza superiore a quella degli altri Conti, e la sua adesione nell’avvenire ai dominanti d’oltremonte. Così dunque grossi e potenti i Vescovi coi Conti incontrarono in Val di Trento Ottone detto il Grande; lo condussero a Pavia12; poi quel Gualberto Arcivescovo di Milano, che fu a capo di tutti i Principi nella chiamata del Tedesco, con trasformata allegrezza lo vestì, lo coronò, l’unse, lo carezzò, e che so altro, Re d’Italia13. Il Papa ed i Vescovi fecero venire Ottone, e primi se ne pentirono: ma innanzi toccare del principio delle guerre tra la Chiesa e l’Impero, è mestieri arrestarci ad Ottone ordinante la feudalità alla tedesca.

Ponendo mente a quel diritto di scegliere un Re, che avevano i Principi feudali d’Italia, di corto veniamo chiariti della ragione, per cui fragile addivenisse la regia potenza, ogni dì più minacciosa quella dell’aristocrazia. A chi corre con gli occhi del corpo, non con quelli della mente, su le pagine delle italiane storie del IX e X secolo, non appariranno condotti da alcuna fermata sentenza, o meglio principio politico i Principi feudali. Sembra che tutto guidi il caso, tutto sia mosso dalle ambizioni de’ capi adoperanti forza tutta materiale, non punto valentisi di opportuni accorgimenti politici. Ma le cose non andavano così alla scapestrata: i Conti, e massime i Vescovi, sapevano quel che si facessero. Poichè mettevano corona sul capo di un Re, tosto gli occhi dell’incoronato da supplichevoli, che erano, addivenivano torbidi per gelosia d’imperio: la memoria del beneficio volevano i Re, che svanisse dalle menti; volevano [p. 52 modifica]tanto più soggetti gli elettori, di quanto lo furono essi innanzi la elezione. Perciò la pace non poteva durare tra Re e Conti. Quelli in tirannide, questi in licenza rompevano: ma come quelli al mantenersi sul trono esercitavano la mano e la mente, questi nella indipendenza non ristavano. Il vedere spesso due Re d’Italia ad un tempo fu un bell’ingegno politico de’ Conti, perchè quelli tenendosi scambievolmente in rispetto, alleviassero sul loro dorso la potenza, che sarebbe stata grande in un solo Re. Quando neppur questo valse ad imbrigliare il regio talento, come avvenne sotto Berengario ed Adalberto, si volsero agli stranieri; chiamarono il tedesco Ottone. Si apposero meglio tornar loro la obbedienza a Re straniero ma lontano, che ad Italiano presente.

Ottone non durò fatica a indovinare quel che si passasse nelle teste de’ Baroni italiani: e poichè ben altra cosa era la potenza de’ Vescovi da quella de’ laici, per diverse vie andò loro contra. Intanto il popolo taceva, mentre il Tedesco assestava i colpi sul capo dell’aristocrazia; ma aspettava che gli cadessero nelle mani i frantumi di quelle grandezze. Ottone incominciò dai laici. Egli era straniero, e non potendo stanziare in Italia, non poteva addormir l’animo su la vecchia aristocrazia, di cui conosceva la forza, non ignorava i disegni. Se ne creò una giovane; e come uscita dalle sue mani, affezionata a se stesso, emula della vecchia. Ruppe, sperperò le vaste Marche e Contee, ne moltiplicò il numero, ne scemò la forza. Il territorio delle grandi città fu gremito di rocche e castella; in ciascuno si annidava un Conte detto rurale. Questi Conti rurali formarono l’aristocrazia giovane, legata al Tedesco. Non ebbero forze a resistere i grandi feudatari, come i Duchi e i Marchesi delle grandi città, perchè Ottone aggrandì delle loro spoglie i Vescovi; i quali essendo il nerbo dell’aristocrazia, tolse a quelli ogni valore di resistenza. Noti il lettore, come il potere moltiplicato si dilungasse dall’assoluta unità monarchica, e si avvicinasse al popolo. Questo non l’afferrò sotto [p. 53 modifica]i tre Ottoni, ma lo toccò in certa guisa; imperocchè le spoglie de’ vecchi signori feudatarî furono divise tra i molti e nuovi signori, ed il Clero.

Vediamo ora come lo afferrasse a riguadagnare la ordinazione a comune. Perchè ciò avvenisse, era mestieri che anche i cherici fossero fiaccati, e solo il popolo rimanesse a petto del lontano Tedesco. Questi non ismembrò le grandi signorie della Chiesa, bensì le aggrandì. Ove avesse voluto sommettere alla stessa legge i feudi ecclesiastici, Ottone sarebbesi privato del più forte sostegno al trono italiano ed imperiale, nimicandosi i preti. Rispettò la roba, rispettò i diritti feudali, cominciò a mordere quelli puramente divini, per cui vive e liberamente vive la Chiesa di Cristo. Coi temporali benefizî assonnò i Vescovi, a togliere loro di mano que’ privilegi di ragione tutta divina; i quali conquistati che fossero, non avrebbe avuto più a temere in Italia indocilità feudale. Il popolo se ne stava, faceva per lui il Tedesco. Le regie investiture, e quindi la simonia ed il concubinato de’ preti furono le armi, con cui i Re tedeschi abbattettero la potenza chericale. La lotta di Gregorio VII con Arrigo fu il tempo ed il destro, per cui il popolo italiano l’afferrò per se. Ma non precipitiamo l’andata.

Morto il III Ottone, gl’Italiani ebbero tempo a sperimentare cosa fosse una signoria tedesca. Dirò altrove di questi nostri padroni, ora basti avvertire che Principi e popolo cominciarono a lamentarne, a stringersi nella persona, come fanno gli appiccati da mordacissima scabbia, succiati nel sangue, e che non possono quietare comunque si volgano. Ottone III, come affermano gli storici alemanni, era il fior de’ Principi; eppure, perchè Tedesco, come si sparse la voce della sua morte, que’ soldati, che se ne portavano in Aquisgrana il cadavere, dovettero cammin facendo colle armi in due battaglie cessare la furia degl’Italiani, che sopraffatti dall’odio, volevano disfogarlo sui vivi e sul morto. Non più Tedeschi: crearono Re in Pavia Arduino Marchese d’Ivrea. Ma Arrigo successore in Germania di Ottone, volle [p. 54 modifica]anche essere Re d’Italia: ve lo tirava quello scettro d’oro che si fece consegnar Berengario. Battagliarono l’italiano ed il tedesco Re: quegli fu vinto; imperocchè ponendo mente alla gelosia che portavano i signori laici alla prepotente cheresia, Arduino sicuro nella regia potestà, disfogò quella troppo presto, e alla brutale. Quell’afferrare pe’ capelli, ed atterrare ai piedi il Vescovo di Brescia, narrato da un Tedesco, se non fu tutto vero, fu almeno un malvaggio trovato, cui dava corpo la superbia del Re verso i signori chericali14. Egli fu abbandonato dai Principi e dai Vescovi, ne’ quali l’odio allo straniero fu sopraffatto dalla gelosia dell’aggrandito Marchese d’Ivrea. Vollero, ed ebbero poi sempre Tedeschi.

E qui è a notare come i Cieli ad un tempo mettessero addosso a questa nostra Italia una pessima piaga; e dentro le andassero disponendo tutte le cause della sua libertà, vicine a recare il salutifero frutto. Mi avvicino a questo.

Creato Re di Germania Corrado, (era d’un’altra razza, di quella Ghibellina) i Tedeschi oramai addestrati alla tedesca logica, dissero — Dunque egli è anche Re d’Italia — Ma in Italia il popolo incominciava già a rispondere del nò con certi argomenti di diritto e di fatto, che Barbarossa trovò convincentissimi in tempi posteriori. Smembrate le vaste signorie, il popolo respirava pei pori di quelle disgregate potenze. V’erano i potentissimi Vescovi; ma altro era dar col capo al petto tutto di ferro di un Conte o Marchese, che a quello di un prelato che recava la croce. E poi i figli stretti alle spalle del padre non lasciavano spazio ad entrare al popolo dopo morto colui: ma morto il Vescovo, v’era sempre un po’ di tempo, in che il popolo non aveva padrone di fatto. Il popolo si educa presto, e non abbisogna di filosofi. La coscienza de’ propri diritti gli presta i nervi, le circostanze glieli muovono. Vediamo come incominciassero a muoversi.

[p. 55 modifica]Che gli elettori in Magonza avessero gridato loro Re Corrado, andava bene pe’ Tedeschi; ma non per gl’Italiani. Ora parliamo del popolo. Sparsa la fama della morte di Arrigo, in Pavia il popolo si levò furioso, e spiantò il regio palazzo, non volendo tenere aperto nel cuore della città quel nido a qualche altro Re di Germania. Ricordavano come le feste della incoronazione di Arrigo si fossero volte in lutto; abbruciata, manomessa, disertata la città dai Tedeschi che la campeggiavano fuori. Corrado tenne quell’abbattimento del palazzo come una solenne fellonia; credendo che il tenersi Re d’Italia nella Germania fosse un esserlo davvero nella stessa Italia. Volle rilevato il palazzo nella città; non vollero i Pavesi; si venne alle armi: e questo popolo solo non dubitò di aspettare pettoruto le furie del Tedesco. Sostenne un aspro assedio per due anni: la fame lo costrinse alla resa. In questo fatto non troviamo Principi, bensì popolo che comincia dall’abbominare forestieri capestri, ed a menare generosamente le mani. Nè fu un moto subitaneo, ma duraturo: il popolo in Pavia per due anni si tenne in armi, e dagli spaldi della città provvide a se stesso, e virtuosamente si difese. L’incontinente ferocia dei nuovi signori accelerò molto la emancipazione del popolo. La feudalità opprimevalo, lo pungeva il Tedesco; per quella paziente poltriva, per questo inacerbito scuotevasi: ed in petto italiano, io credo, che il potentissimo concitatore a sdegno sia appunto quella generazione di stranieri. Si alzavano gli spiriti, si accendevano gli sdegni contro quei dominanti, e così si educavano gli animi ad abborrire ogni altra dominazione, che uccideva ogni onesta libertà civile.

Era spina nel cuore anche ai Principi italiani la signoria tedesca. Mentre Corrado si teneva loro Re, essi pensavano a crearsene un altro. Il Marchese di Susa, il suo fratello Vescovo d’Asti, i Marchesi Ugo, Alberto, ed Azzo I, progenitori della casa d’Este, ed alcuni altri grossi signori si volsero a tastare la razza francese. Offrirono la corona a Roberto di Francia, poi al suo figliuolo Ugo, e finalmente a [p. 56 modifica]Guglielmo IV Duca d’Aquitania. Nissuno accettolla, tra per non venire a guerra con Corrado, e per le condizioni, con cui accompagnavano quei signori l’offerta. A quel d’Aquitania facevano sapere, volerlo piuttosto come magistrato, che come Re; e doversi lui a mani giunte stare innanzi alla loro Dieta in molti negozî che si riserbavano a trattare. Vedi, lettore, che que’ Baroni si affaticavano a crearsi un diritto, che li guarentisse dalla tirannide del Re. In questa fatica non aveva parte il popolo; ma ne apparava la sapienza. La feudalità nei suoi rapporti col Principe fu sempre maestra del popolo nel conquisto de’ suoi diritti. Infatti la feudalità fu sempre uccisa dalla monarchia, non mai dalla democrazia: questa venne appresso per pigliarne le spoglie e guardarle, perchè non risorgesse.

Ma ben altro esempio dava Ariberto Arcivescovo di Milano: non vedendo possibile l’accordarsi degli altri Principi nella scelta di un Re, potentissimo che era fra tutti, si mosse per a Costanza a offerirsi servidore a Corrado, pregandolo a discendere in Italia, ed a farsene coronare Re. Queste scappate in Germania dell’Arcivescovo prima degli altri a far venire un Re erano bei trovati a guadagnarsi l’animo dello straniero, dal quale cavavano nuovo accrescimento di potenza, poca ragione di timore, perchè lontano. I primi inchini sono sempre cari ai freschi dominanti: perciò non è a dubitare, che Ariberto s’avesse dal Tedesco, da lui coronato Re, da Papa Giovanni XIX Imperadore, una più grande balia, che senza freno di sorte esercitò sopra Milano. La prepotenza del Prelato addiveniva anche più odiosa, perchè compra dai Tedeschi, in que’ tempi, efferatissima gente, e che non potevano mettere piede in Italia, senza che non si venisse al sangue. Pavia piangeva manomessa da loro; Ravenna insanguinata; Roma, mentre Giovanni poneva sul capo di Corrado la corona imperiale, inondata di sangue15. Chi chiamava così fatta generazione di uomini, [p. 57 modifica]non poteva sopportarsi in pace. Fu un gran tumulto in Milano: ed eccone il come.

La divisione de’ grandi feudi incominciata da Ottone era proceduta tanto oltre, che a cominciare dall’XI secolo, tutto il corpo feudale si divideva in tre specie di signori, l’una all’altra sottomessa per feudali ragioni. La suprema si componeva di Ottimati o Magnati, cioè di quelli, che padroni di più grandi signorie, non si tenevano soggetti che al solo Re od Imperadore. I quali per non essere da meno degli stessi Re, avevano dato in feudo ad altri gentiluomini qualche loro terra, per avere corte più splendida e clienti poderosi. Questi si chiamavano Valvassori, Capitani o Militi. Per le stesse ragioni costoro crearono, infeudando qualche castello, altri signorotti, detti Valvassini, o Valvassori minori16. Questo edifizio feudale si reggeva tutto per la material forza de’ Magnati: la quale ove per poco infermasse, doveva tutto andare in fascio e crollare. Pace non poteva essere. Gelosi i primi, ambiziosi i secondi: e nella guerra tra questi signori, è chiaro, che l’inferiore aristocrazia doveva piegarsi verso il popolo e prenderselo in aiuto. Stavasene alla testa di questa gerarchia feudale quell’Ariberto Arcivescovo di Milano chiamatore di Tedeschi. Con mano di ferro governava, succhiava, opprimeva. L’imitavano i Magnati; fremevano i Valvassori. Un di costoro fu violentemente spoglio di certo feudo: fu scintilla all’incendio. Si strinse a parlamento con gli altri Valvassori; fermarono ribellare ai Magnati, all’Arcivescovo, e sostenersi colla forza. Commossero il popolo, che Dio sa qual vita menasse con questa piramide sul collo di Valvassori e Magnati, lo armarono, e nel bel mezzo di Milano si chiusero a battaglia contro l’Arcivescovo. Vinti, ne uscirono: ma la loro sconfitta fu il principio della libertà del popolo. Imperciocchè i fuorusciti levarono a rumore anche i popoli della Martesana e del Seprio contro i loro Conti, e si collegarono ad [p. 58 modifica]essi. Vennero anche in loro aiuto i Lodigiani, i quali portavano pessimo animo verso l’Arcivescovo di Milano, il quale, tra gli altri, aveva ottenuto da Corrado il privilegio di creare il Vescovo di Lodi. E qui è da avvertire, che come nel X secolo non si parlava di popoli, ma di Duchi e Marchesi, ne’ fatti che avvenivano in questa superiore Italia nel XI incominciano a comparire attori essi popoli. Così leggiamo, che i Pavesi sostenessero la guerra; i Lombardi si unissero agl’insorti Valvassori, e va discorrendo.

Mentre questi così bene affortificati si ponevano in sul tornare a Milano, l’Arcivescovo con poderosa oste venne a scontrarli tra questa città e Lodi. Furiosa battaglia; incerta la vittoria17. Ma la morte dell’alleato Federigo Vescovo di Asti scemò gli spiriti ad Ariberto, il quale supplicò Corrado a venire in Italia, perchè i popoli erano in tumulto con molto discapito della sua regia dignità. Ed eccoti in Milano il Tedesco: Magnati e Valvassori gli furono attorno assediandolo di lamenti: l’un contro l’altro si esercitavano in amare doglianze; tutti contro l’Arcivescovo. La feudalità composta alla tedesca recava ormai il frutto. Il Tedesco godeva di quelle discordie; e come cavalcando colla mente un gran pensiero, rispondeva: provvederebbe a tutto in una Dieta da tenersi in Pavia. Intanto corse voce che i Lodigiani avessero ottenuto dall’Imperadore l’abrogazione di quel privilegio, per cui l’Arcivescovo di Milano fosse il creatore de’ loro Vescovi. In un tratto Magnati, Valvassori, Valvassini, popolo posero giù gli sdegni, non furono che un sol cuore tutto sdegno per la privazione di quel privilegio, proruppero in contumelie contro la reverenda persona di Corrado. Questi tenne per fomentatore di quegli scandali Ariberto: lo imprigionò. Ecco come incominciava a torregiar nelle menti l’amor del comune. Nel basso dell’animo le ire, la vendetta, per la traformata potenza feudale; in cima il pensiero della patria. Il solo diritto dell’Arcivescovo nemico [p. 59 modifica]di creare i Vescovi lodigiani perduto, fu creduto danno della patria comune; e bastò a riamicare gli spiriti, e volgerli di conserto contro colui, che dannificava il comune.

L’Arcivescovo assonnò col vino le guardie (le guardie erano tedesche) e fuggì dalla prigione di Piacenza. Fu accolto trionfalmente in Milano, e si preparò con ogni maniera di difese a sostenere l’assedio, che gli avrebbe messo l’Imperadore. Erano tutti di un’animo coll’Arcivescovo nella ripulsa dei Tedeschi. Questi vennero: trovarono difficile la presa di Milano, si gittarono rabbiosamente sul contado, il quale, secondo il loro antico vezzo, misero a sangue ed a fuoco. Il cielo li punì colle tempeste e le folgori: dalle quali spaventati si avviarono per la Puglia: ma non essendo propizia la dolcezza di quel clima alla ruvidezza di quei corpi, si ridussero in Germania poco men che distrutti da una fiera morìa. E questo fu poi il metro con cui andavano sempre le cose tedesche in Italia. Venivano, disertavano, insanguinavano il paese: incominciavano gl’Italiani dal fiaccar loro le corna, finivano i Cieli consumandoli coi morbi, che metteva tra loro la stranezza dell’aere, la intemperanza degl’improvisi piaceri. Con queste venute gl’Imperadori credevano rinfrescare le ragioni di dominio sull’Italia.

Infuriava ognor più Corrado contro l’indomito Arcivescovo. Stimolò i Principi ed i Vescovi italiani a corrergli addosso; promise scendere con nuovo esercito. Ma poco pro facevano le parole imperiali. Erano tutti i Lombardi venuti d’accordo a gittarsi del collo l’impronto giogo forestiere, e far da loro in cosa propria18. Perciò il Prelato milanese non si lasciò sopraffare, e Corrado se ne morì colla vendetta non disfogata. In queste ostilità tedesche Ariberto inventò quella celebratissima insegna, che fu detta Carroccio; della [p. 60 modifica]quale dirò quando fu adoperata dai Lombardi in altri più generosi fatti. Quetata la guerra al di fuori, il popolo fece quello, che ebbero fatto i Valvassori contro i Magnati: si levò in armi contro tutti i nobili, e si venne a guerra cittadina. Un Lanzone nobile, perchè punto da non so quale offesa de’ suoi pari, si pose a capo de’ popolani; i quali costrinsero gli avversi a sgombrar la Città e con quelli anche l’Arcivescovo. Milano fu bloccato dai nobili per un tre anni: nei quali il popolo si resse a comune. Ma essendo venuto all’estremo per fame, Lanzone con molt’oro piegò Corrado a soccorrerlo, a patto che accogliesse in città ben quattromila Tedeschi. Ed ecco di nuovo all’annunzio di venturi stranieri, ed al timore del servaggio che minacciava la patria, abbonacciarono gli animi, si riunirono nobili e popolani, e non fu più guerra: rimanendo però negli animi l’addentellato a nuove discordie, perchè il popolo non voleva più esser cosa, ma ragionevole corpo vivente.

Come è chiaro ad ognuno, il popolo procedeva, ed assai lesto, nel conquisto della sua libertà: e se perchè solamente lontano l’Imperadore, osava tanto contro l’aristocrazia, era facile l’antivedere a che sarebbe di corto venuto, se alla lontananza si fosse aggiunta altra causa che avesse occupato l’animo imperiale. Vengo a quest’altra cagione, e fu in vero la potissima, della italiana libertà e della risorrezione de’ Comuni. Torniamo al Papato ed all’Imperio.

Il Sacerdozio, come potenza, nell’XI Secolo componevasi di questi tre elementi: del Papato, dell’Episcopato e del Monachismo. I due primi erano andati in basso con molto danno della Chiesa e della civil compagnia; il terzo tenevasi ancora in piedi. Toccammo innanzi delle abbominazioni Romane e delle desolazioni principesche, per cui il Papa aveva perduto moltissimo della moral forza, che un dì esercitò con tanto utile anche su i Barbari. Di questo fu documento terribile la corruzione dell’Episcopato, specialmente in Lombardia; cui pareva debolissimo argine la [p. 61 modifica]papale autorità. Tempestata la papale sedia da cittadini tumulti, dalla superbia de’ patrizî, dalla prepotenza dei Duchi di Spoleto e dei Re d’Italia, era dentro rosa da un verme, dico da un certo diritto degl’Imperadori di entrare nelle elezioni dei Papi, approvarle, e che so io. Poichè in questo preteso diritto è tutta la suprema ragione de’ rapporti, in che si mise il Papato con l’Impero, preziosi rapporti all’indipendenza italiana, è mestieri arrestarvisi alquanto.

Correndo i primi quattro secoli della Chiesa, i Papi vennero eletti dal Clero, presente il Romano popolo: non fu alcuna laicale potestà che si cacciasse in quel negozio. Primo Odoacre vi s’intruse. Morto Simplicio Papa, nell’assemblea del Clero, che sceglieva il successore, si appresentò certo Basilio intitolalo Prefetto del Pretorio, Patrizio, a tenervi le veci del Re. Costui sfoderò un decreto del morto Simplicio, che impediva la scelta del Papa, innanzi fosse consultata la mente del Re19. La scritta papale era apocrifa: forse avevale dato corpo il raccomandarsi di Simplicio ad Odoacre, perchè colla sua assistenza avesse cessato ogni scandalo. Questo ufficio del laicale principe di contenere in pace ed ordine il clericale parlamento era ben altra cosa che il diritto di dire il proprio avviso intorno al Papa da scegliersi. Cominciarono i Papi a levar la voce contro la intrusione de’ laici in quell’elezioni. Simmaco sancì, che neppure i Re potessero mettervi le mani: ma i Re fecero i sordi20. Teodorico creò Papa Felice IV di proprio talento: strepitò il clero; ma bisognò starci: e l’abuso del principesco consenso si volse in uso. Ne furono gelosi gl’Imperadori di Costantinopoli, deputando gli Esarchi di Ravenna a intervenire alle elezioni; e Giustiniano costrinse i nuovi Papi a sborsargli un tremila soldi d’oro21, se [p. 62 modifica]volevano essere confermati dall’Imperadore e sciolti nell’esercizio del loro ministero. Ed ecco anche la pecunia entrare nelle sante cose. Atalarico pretese anch’egli i tre mila soldi per ciascun Papa consecrato, e ben due mila per i Patriarchi22. Per un secolo fu levato dai Bizantini il turchesco balzello: lo abolì Costantino Pogonato, e più forte si strinse al diritto di confermare il Papa eletto23. Pestilenziale diritto, che andò a finire in impudenza sacrilega, poichè si videro Esarchi Ravennati con soldatesche assistere alla papale elezione, e colla forza creare a lor talento il Pontefice. Riluttava il Clero, riluttavano i Papi a queste laicali intrusioni; ma fu poi tanta la petulanza della plebe, e la prepotenza dei Patrizî in quelle elezioni, che a non farle finir col sangue e co’ tumulti, essi Papi chiesero l’assistenza regia ed imperiale nelle elezioni per condurle in pace. La richiesta si rimutò in un privilegio a favore dei Re ed Imperadori, che Eugenio II concesse a Lotario. Concessione consigliata dalla necessità, che pure menava alla finale rovina l’ecclesiastica libertà: imperocchè un ambasciadore imperiale o lo stesso Imperadore presente non era la cosa più propizia del mondo alla libertà degli elettori. Infatti si andò a finire presto in un irragionevole sindacato imperiale. Nel secolo IX Gregorio IV non fu ordinato Papa che dopo l’arrivo del legato imperiale e l’esame cui questi sottomise l’elezione24. Per la qual cosa trovo il privilegio di Eugenio II confermato da Leone IV e da Stefano VII, rivocato da Adriano III, rinnovato da Giovanni IX per la [p. 63 modifica]violenza, che pativa la Chiesa, morto il Pontefice25. Questo privilegio poi non era che la deputazione a tutelare la libertà degli elettori: tuttavolta non appena capitò in man degl’Imperadori Tedeschi, che addivenne non più privilegio, ma sacrilegio di prepotenza. Gli Ottoni e gli Arrighi non solo si recarono in mano tutta le elezione dei Papi, obbligando il clero con giuramento26 a non consegrarne alcuno senza la imperiale conferma; ma si tennero meglio che Papi, deponendoli e creandone nuovi; come si farebbe di un capitano di esercito o guardiano di pecore. Gli Antipapi che prima erano comparsi creati dalle fazioni, incominciarono a comparire con certa legalità di ragioni, creati dagli onnipotenti Imperadori, fonte ed origine di ogni umana e divina ragione. E perchè la usurpazione prendesse color di giustizia, il grande Ottone confermò la donazione fatta a S. Pietro da Carlo M. rivendicò al medesimo le terre usurpate. In queste cesaree munificenze posero i Tedeschi tutta la ragione del loro sindacato su la elezione de’ Papi — Sono questi feudatari dell’Impero? dunque, stringevano, l’Imperadore deve col suo arbitrio convalidare la loro elezione ed anche investirli del Papato —

Questo negozio delle papali elezioni così preoccupato dagli Imperadori era una ferita nella più vital parte della Chiesa, dico nella sua libertà. I Papi addivenivano creature imperiali, e così si risolvevano i nervi del potere a contenere in ufficio l’Episcopato. E se i Papi si trovarono in tanto servaggio per quella benedetta offerta a S. Pietro della laicale signoria, pensi chi legge, che divenissero i Vescovi, che tenevano signorie veramente feudali. Si faceva un fascio del feudo e della chiesa, di tutto era investitore l’Imperadore; ed i Vescovi, come pastori di anime e come baroni, addivenivano donzelli imperiali. Sottratti allo spirito i [p. 64 modifica]Prelati della Chiesa, furono tutto corpo. Compravano l’episcopale dignità, si gittavano alle femmine. Vendevano gl’Imperadori, e palpavano la chericale incontinenza. I preti seguivano, e forse avanzavano, i Vescovi ne’ disonesti connubî. E poichè in Lombardia era la parte più fradicia del clero, i Nicolaiti, setta di questi concubinarî, in un loro conciliabolo tenuto in Basilica fermarono, che il Papa non si scegliesse d’altro paese che dalla Lombardia, detta da essi Paradiso dell’Italia. E ne recavano la ragione; perchè fosse stato uomo di dolce tempera ed atto a compatire alle umane fralezze27. Il popolo vedeva e sentiva: e sebbene tenero sotto la idea religiosa, non poteva più tenersi nell’antica venerazione verso il clero. Il vincolo che legava il vassallo al Vescovo era più morale che materiale. Chi si era fatto servo di una Chiesa per amor di Dio, curvava il dorso sotto la mano episcopale men per timore, che pel pensiero di superne retribuzioni. Perciò cominciando a divenire Vescovi e preti men che uomini, il vassallo incominciava a levar la fronte, a vedere, se non altro, di qual febbre infermassero i lor padroni: e l’idea religiosa ammogliata alla persona del Vescovo doveva a poco a poco ecclissarsi, allentarsi il vincolo di suggezione, e sorgere ne’ vassalli il pensiero di trovar qualche altra via di salute eterna a trarsi fuori del feudale servaggio.

Era in piedi il Monachismo, che come impronto censore vegliava l’indisciplinato clero. I Monaci di S. Benedetto (non ve n’erano altri) erano ricchissimi, tra per donazioni pietose, e per la solerte cura che avevano presa delle abbandonate campagne. L’agricoltura da essi rilevata fu più pronta rimuneratrice delle loro fatiche, che la religione de’ popoli ammiratrice delle loro virtù. Eran ricchi quando si appresentarono alle porte delle Badie i primi oblatori; imperocchè il frutto della fatica fu presto ed abbondante. L’esuberanza delle ricchezze doveva a poco a poco snervarli, far [p. 65 modifica]loro cadere dalle mani la marra e la zappa, sostituire alle placide cure de’ campi l’ambizione delle corti. Ma fortunamente i monaci formavano corpo disciplinato di severissimi canoni; ed il rappresentare al di fuori la Badia non era ufficio di tutti, bensì del solo Abate. Agli Abati si annestavano i feudi, gli Abati dovevano esercitarsi nelle guerresche tutele de’ medesimi, agli Abati il debito di visitar le regie ed imperiali corti, e di tenersi in punto di grandi signori: perciò dagli Abati doveva incominciare il guasto. Questi nell’XI secolo erano grassi e potenti come i Vescovi, ma avevano certe leggi di continenza, che erano loro bandite, e ricordate dal corpo de’ monaci; questi lo eleggevano; contumace, lo deponevano: gli erano ognor sopra con gli occhi. La Regola di S. Benedetto è pregna di democrazia. Un Abate concubinario avrebbe contristati del mal odore i monaci; i quali costretti all’osservanza del celibato, non lo avrebbero lasciato in pace nella usurpazione dell’inonesto matrimonio. Gli avrebbero incontanente tratte le briglie con buoni polsi sul collo. Adunque gli Abati scorrazzare potevano, campeggiare non mai. E ciò del celibato. Intorno poi alla simonia, neppure potevano dar nel grosso del peccato. Gli Abati erano scelti dai monaci; e questi erano gelosissimi della loro libertà di suffragio nelle badiali elezioni. La storia di Monte Cassino offre molti e luculenti esempî della forza de’ monaci a resistere all’ambizione di un Abate intruso per principeschi favori. Valga per tutti quel parlamento di Lagopesole presso Melfi; in cui i Cassinesi si tennero serrati contro allo stesso Papa Innocenzo II, meglio che militare falange, nel negozio del nuovo Abate che si voleva loro imporre.

La peccabilità legale in fatto di simonia e concubinato stando solo negli Abati, i monaci avvegnachè figli di Adamo, si tenevano chiusi nelle Badie, e non si sfrenarono a voler moglie. Non erano più al secolo XI proprio di quelli che pigliarono a man baciata la Regola di S. Benedetto, ma neppure di que’ Nicolaiti di Basilea. La disciplina era [p. 66 modifica]viva; e gli Abati con pari energia contenevano in suggezione i vassalli, in ufficio i monaci. Monte Cassino e Cluny erano in molto fiore per la rigida vita dei monaci: ed a quel fervore del VI secolo svaporato per umana infermità, sopperiva la giovane e caldissima riforma di S. Romualdo. Il lettore pensi a S. Pier Damiano. Ora nelle compagnie meglio che negl’individui vigoreggia l’idea del passato e dell’avvenire, come quelle che sentono il bisogno di una indeterminata conservazione: perciò i monaci in quello studio erano soli a vedere quello che era stata la Chiesa, ed a prevedere quel che sarebbe stata, messa così da cherici per quella pessima via; soli a gridar contro le chericali corruttele. Per la qual cosa tutto il Sacerdozio si appresentava a que’ tempi come diviso in due parti: in una il Papato coll’Episcopato, il Monachismo nell’altra; il quale ne’ solinghi recessi claustrali preparava e concentrava la forza della reazione dell’intero Sacerdozio contro l’Impero, origine di tanta desolazione.

Provvedevano i Cieli. Incominciavano ad essere frequenti i Pontefici usciti dalle Badie Benedettine. Silvestro II, Sergio IV, Leone IX, Vittore II, Stefano IX con assai brevi intervalli si successero sulla papale sedia; ed aprirono la via a salirvi allo stupendo Ildebrando. Monaci vi volevano al Papato a quei tempi della estinzione dello spirito; ed a risuscitare lo spirito non val tanto la potenza della ragione, quanto il magistero del cuore. Un monaco che aveva confinato nel chiostro i pensieri della mente e le affezioni del cuore, se aveva anima, gli era forza indirizzarle nelle regioni dello spirito; e digiuno delle materiali realtà della terra, doveva incarnare la sustanziale realtà dello spirito cogli argomenti della fantasia. Cuore e fantasia; ecco gli elementi di che si compone l’uomo ideale; e l’ideale abbisognava ai cherici, per sollevarli dalla materia.

L’uomo ideale del XI secolo fu Gregorio VII, il quale se ci compare rivestito di certa tal quale ruvidezza monastica, e quasi di bronzo per indomabile tenacità di [p. 67 modifica]proposito, è a pensare, che la idea è sempre indomabile ed aspra al contatto della materia.

In Gregorio VII troviamo il Monachismo che rinsanguina di novella vita il Papato e l’Episcopato; che con profetica libertà di eloquio e di fatti urta e percuote il colosso imperiale; entra nel santuario della giustizia, e si arma di certe folgori, che il popolo non aveva ancor veduto vibrarsi su gl’incoronati di Germania, e le vibra all’indisciplinato Arrigo. Fu allora un grande rimescolarsi d’uomini e di cose. L’Episcopato riscosso dall’infame sonno, si avvede alla perfine, che le sante infule erano cosa di Dio e non di Cesare; che il reggimento delle chiese di Cristo da Cristo solo si riceve: volse le spalle all’investiente Arrigo; e tutto tentennò dalle fondamenta l’edificio feudale per le ire del Principe, per la resistenza de’ Vescovi. Se questi erano infedeli al Papa, avvegnachè carezzati da Arrigo, non potevano contener sotto il popolo che li abborriva come nemici di Dio; se fedeli, neppure; perchè nemici a Cesare. Beatissimi tempi alla emancipazione del popolo. Nè l’aristocrazia laicale poteva tener fermo il piede su i vassalli. Agitato il Principe, anche essi agitavansi; ed o papali o imperiali che fossero stati, il popolo trovava un bel destro nel fuoco delle fazioni a racconciare i fatti proprî.

Ma quello veramente, che confortò molto il popolo ad usarne, si fu la sottomissione di Arrigo a Gregorio in Canosa. La forza teneva suggetti i vassalli a’ signori, questi al Re o Imperadore di Germania. Non era un tribunale di appello: ed era mestieri arrestarsi a capo chino innanzi al baronale e regio arbitrio. Ora un Re di Germania scalzo, vestito di ruvido sacco, che chiede umilmente perdono ad un Papa, e l’ottiene a stenti, era un dire al popolo, che anche su i Re fosse qualcuno che potesse loro riveder le partite, levar la voce a correggerli, punirli indocili; era un dirgli, che senza andar su fino al Cielo, trovavasi su la terra un uomo ministro del Dio della giustizia. Bastò questo: perchè quello che fa cieco e sordo un popolo nel [p. 68 modifica]servaggio, si è l’ignoranza di un diritto assoluto, che è ben altra cosa di quello imprigionato dai Re nelle pagine di un codice. Adunque colpito il Re colla onnipotente arma della religione, tutta la macchina monarchica accennò a dissoluzione; e mentre la papale voce come turbine commoveva i troni su la bassa terra, nelle limpide regioni dello spirito spuntava il sole della italiana libertà.

Nel secolo XI fu veramente la risorrezione de’ Comuni. L’abbattuta potestà regia o imperiale per man di Gregorio trasse seco quella de’ grandi feudatari, i quali signoreggiavano nelle grandi città; e perchè più immediatamente traevano la vita dall’albero tedesco, e perchè più potente era il popolo nelle grandi città. Questi non avevano più ombra di Italiano: eransi imbestiati e fazionati alla tedesca, avevano l’animo tutto impaludato nel presente; paghi del comando, non li toccava memoria del passato, speranza di avvenire. Al contrario il popolo, avvegnachè servo, condiva l’amore del servaggio colla dolce speranza di un benigno avvenire, che si andava sollevando da lungi sul fondamento delle memorie. La vena delle tradizioni romane seguitava il suo corso nelle menti popolane: perciò alla caduta dei grandi feudatari il popolo levando la fronte dalla gleba, non interrogò alcuno intorno alle civili ordinazioni, con cui doveva comporsi. Per naturale conforto si ordinò a comune. Infatti non essendo stata cosa istituita da’ legislatori, consigliata da’ filosofi, prodotta da un fatto, non possiamo determinare il numero delle città che prime si ressero a comune, il tempo della loro emancipazione, nè troviamo una uniformità di reggimento comunale.

Così tutto il potere de’ Duchi, de’ Marchesi, de’ Conti cadde nelle mani delle città. Quelli non furono più; anzi fin nell’anno 1156 Ottone da Frisinga28 non trova che il solo [p. 69 modifica]Marchese di Monferrato, che avesse potuto sfuggire l’impero delle città. Poteva Ottone veramente ricordarsi delle famiglie di Este e di Malaspina.

Risorsero i Consoli in queste città, i quali si dividevano il governo della giustizia, dell’amministrazione e della polizia; varî di numero. Dentro il governo era tutto alla Romana, e Romano fu anche il senno con cui le città grandi si misero a trattare con le città minori, con le terre e le castella che erano nel compreso del loro territorio, nelle quali erano sparsi que’ tali Conti rurali. Se li assoggettarono; ma li chiamarono al godimento della loro cittadinanza. Così i Conti pagavano il loro tributo, accorrevamo alla difesa della repubblica, ed erano cittadini della medesima. In guisa che come la Romana Repubblica attinse a tanta vastità d’impero non tanto per la forza conquistatrice, quanto per la concessione del diritto di cittadinanza e la creazione de’ municipî; così quelle città, che a mala pena uscivano dalla barbarie, si allargavano nel potere e lo rendevano morale per la creazione di que’ municipî nel proprio contado. È veramente stupenda questa contrapposizione dell’elemento Romano al Germanico, che ci si offre nelle nascenti Repubbliche Lombarde.

Dopo i torbidi tempi della patita feudalità non è a dire come sapesse dolce ai popoli il frutto della conseguita libertà. Era una dolcezza che può solo gustare un popolo che è già nello spirito; e per cui non lo consolava tanto la cessazione della brutale forza, che lo premeva quasi a farsi tutt’uno colla gleba cui era dannato; quanto la coscienza della vita morale, che è tutta nella libertà. In questa collocarono i Lombardi le speranze ed i timori, a conservar questa protesi i nervi della mente e delle braccia, per questa precedettero nella perfezione civile tutta l’umanità di quei tempi. Per la qual cosa il premio e la pena per essi non poteva essere più quella che era stata per un Duca o Marchese. Concedersi ad un di questi dall’Imperadore un pezzo di terra, un castello era un premiarlo; [p. 70 modifica]scemarli nella roba e nei diritti di signoria era un punirli. Ma per le repubbliche italiane non in altro che nella libertà era il guiderdone e la pena. Gli eserciti perduti, i campi disertati, e fino le stesse mura delle città spiantate non era per esse il massimo sinistro; era bensì quello di tornare al servaggio. Spoglio un Conte del suo feudo, non era più Conte: spogli i Milanesi anche della material patria dal Barbarossa, furono sempre Milanesi. Per la qual cosa se gli Imperadori Tedeschi per timore o per bisogno vollero dappoi legarsi alcuna di queste repubbliche, dovettero dimenticare le feudali retribuzioni, ed allentar la mano ai privilegî ed alle franchigie. E poichè ardendo la guerra tra l’Impero ed il Sacerdozio, di questi timori e bisogni ebbero molti e gravi, perchè non iscappassero loro di mano tutte le italiane città, a quelle che non avevano potuto o voluto francarsi, concedevano i privilegî a farlo: così, a mo’ d’esempio, vedemmo Pavia tirarsi sopra l’ira di Arrigo per aversi tolto di mezzo il regio palazzo: sotto Arrigo V molte città ebbero il privilegio di tener fuori le mura e non dentro, la reggia. Nè era picciolo sollievo; perchè l’arrivar di un Re con Tedeschi era un subbisso in città. Sotto questo Arrigo, Pavia, Novara, Parma, Arezzo, ed altre città andarono in fiamme, appunto per aver accolti dentro quei demonî. La formazione delle repubbliche incominciò contro il volere de’ Principi tedeschi, ma non richiamanti, perchè occupati in altro; poi si allargò e fermò per volontà de’ medesimi, che concedevano quello che non potevano rifiutare. Consueto andare delle umane cose tra i popoli e i Principi. Questi stringono, quelli rompono: e quando è disperazione di stringerli, allargano essi, per non privarsi della signoria anche nella legge che ricevono. Così tra per l’impeto del popolo che afferrava la sospirata libertà, e per le concessioni degl’imperanti tedeschi, avvenne che quasi tutta la superiore Italia si ordinasse in molte repubbliche, nelle quali poco o nulla rimase dell’antica dominazione imperiale. Dico poco nel fatto, perchè nel diritto rimase qualche [p. 71 modifica]reminiscenza del passato. Imperocchè il popolo aveva preso la balia delle città tale quale era in mano dei grandi feudatari. Questi erano addivenuti presso che indipendenti; ed il mandar qualche quantità di danaio all’Imperadore, e qualche nodo di soldati, era tutto l’ossequio che prestavano al Principe. Così anche i Comuni.

Sotto Arrigo IV le città di Lombardia, come Milano Parma, Asti, Cremona, Lodi, si francarono: e poichè con quel Re non morirono le ragioni di discordia tra Roma e Germania, durò mirabilmente l’opportunità di francarsi anche per le altre città. Su la Toscana, morta la Contessa Matilde, disputò Arrigo V col Papa; entrambi volevano quella fiorentissima regione; questi per la donazione che diceva avergliene fatta la Contessa; quegli, perchè era Imperadore. Toscana non fu di alcuno; imitò le città Lombarde: Firenze, Siena, Pistoia, Arezzo si ressero a comune, e ciascuna di queste cercò soggettarsi le città minori. In guisa che dalle Alpi all’Appennino fu un subito levarsi di repubbliche gelosissime di libertà. Ma la ebbrezza che questa mette negli animi di coloro che la conseguitano, è il più terribile nemico, che le minaccia nel nascere. Il francarsi dal Tedesco era molto, ma era mestieri di una grande temperanza a contenere l’ambizione comunale, e provvidenza a munir la esistenza delle giovani repubbliche. Fino a che le grandi città colla forza o coll’amore si adoperarono a conquistare i proprî contadi disgiunti per le tedesche leggi feudali, bene fecero; male, quando trascorrendo i confini del territorio, non a rivendicare il proprio, ma ad invadere l’altrui, guerreggiarono le altre città. L’ambizione delle più grandi città ingelosì le minori, e tutta quella virtù, di che è fecondissima madre la libertà, miseramente profusero in ingloriose gare cittadine. Alle fraterne ire era pessimo appicco il parteggiar per l’Impero o per la Chiesa, e quei signori feudali, i quali, sebbene domi dalla forza, nelle rurali castella sospiravano a’ beatissimi tempi della feudalità. Questi minacciavano sempre i Comuni, e per [p. 72 modifica]infiacchirli andavano soffiando nel fuoco delle discordie comunali.

Queste dal tempo di Arrigo IV fino al Barbarossa furiosamente si esercitarono; e quanto sangue si versasse, quante devastazioni patisse la patria per mano de’ proprî figli, io non dirò; poichè io tolsi a narrare non del vizio della italiana individualità nella ebbrezza della vita, ma della virtù sua nella coscienza della medesima. Corrado II solo degl’Imperadori non vide l’Italia: per quindici anni non si videro Tedeschi. Il qual tempo come sarebbe stato prezioso a raffermare le repubbliche per la ordinazione di una morale unità; così fu pestilenziale per la sfrenatezza delle guerre municipali, alle quali si gittavano i Lombardi più sicuri, perchè non rattenuti dalle consuete calate dell’Imperadore. Anche i popoli hanno una vita come quella dell’uomo; e perciò è pur necessaria ad essi l’infanzia e la baldezza giovanile, senza la quale non matura il frutto della virilità. Il regno degli Arrighi IV e V, di Lotario doveva bastare alle giovanili licenze; i quindici anni di Corrado dovevano consegrarsi a canonizzare l’acquisto della libertà. Ma una repubblica non riputava, come dissi, supremo bene civile l’aggrandire, supremo male il perdere la signoria: il bene era tutto nella libertà, il male nella perdita di questa, perciò poco curavano cadere in soggezione di altra repubblica, rimanendo libere. Il giogo imperiale era il vero nemico. Perciò fino a che questo non minacciò il loro collo, non vennero iniziati alla religione della sventura, e non appresero i documenti della virilità. Non sono gli anni, ma l’esperienza che segna i periodi della umana vita: così anche de’ popoli. Avevano però gl’Italiani la potenza a raggiungere la difficile sapienza di contenersi nei confini della morale unità, senza che avvizzisse il fiore della libertà. Imperocchè se ci appaiono peggio che barbari nelle cruenti ambizioni municipali, erano veramente Romani nella ordinazione delle loro repubbliche: e nel bene delle francate individualità cittadine si chiudeva, come germe, la morale monarchia dell’ordine, su di cui si leva sicuro l’individuo [p. 73 modifica]sociale. Di questo germe gl’Italiani avevano la coscienza: imperocchè quando più disperatamente combatteva le altre città la prepotente Milano, si levò in essa una voce profetica, che addimostrò come gl’Italiani riconoscessero il disordine che era in quelle fraterne nimicizie, e l’ottima cosa che sarebbe stata quella di fondere le differenti patrie naturali in una comune patria politica. Uberto Abate sermonando a Milano prorompente a guerra, le gittò innanzi queste parole ad arrestarla — Tu fai di disertare il Cremonese, di rovinare il Pavese, di subbissare il Novarese. Tu contra tutti, tutti contra te.... Oh! quando avverrà quel giorno, in cui il Pavese dirà al Milanese: Il popolo tuo è il mio popolo; il Cremonese al Cremonese: La città tua è la mia29

Dissi essere stati gl’Italiani veramente Romani in mezzo alle furie cittadine, è tempo oramai che io li addimostri tali, appressandosi il risorgente Impero nel Barbarossa, che li minaccia di novello servaggio. Vediamo quali li trovasse il Tedesco, che credeva intimorirli colle armi, e persuaderli col freddo sillogismo del diritto.

«Tuttavolta (è Ottone Vescovo di Frisinga30 testimone di veduta che parla) gl’Italiani, dati giù i feroci spiriti de’ Barbari, (forse dall’aver questi per paesani matrimonî generati figliuoli, che dal materno sangue, dall’indole dell’aere e del suolo presero la gentilezza e il senno Romano) essi Italiani nella eleganza della favella e nella cortesia de’ costumi sono ancora Latini. Anche nella ordinazione cittadina e conservazione della pubblica cosa tolgono ad esempio la politica degli antichi Romani. Sono poi così teneri di libertà, che a cessare la tirannide si [p. 74 modifica]tengono contenti più della balia de’ Consoli, che de’ Principi. E poichè è manifesto, appresso loro essere tre ordini di persone, de’ Capitani, de’ Valvassori e della plebe, a tenere in freno la superbia, non da un solo, bensì da ciascuno di quelli vengono scelti i Consoli; e perchè questi non si sfrenino a libidine di signoria, quasi in ciascun’anno si mutano. Dal che conseguita, che in tutto quel paese, messo in partaggio dalle città, ciascuna di queste abbia condotti quelli della diocesi a seco incorporarsi; ed appena in un qualche nobile personaggio può uno abbattersi, in così vasto paese, che non obbedisca alla propria città. Ciascuna usò chiamare il proprio territorio Commitato da quella licenza di comminare altrui. E perchè anche non fallisca il come a tenere in ufficio i vicini, non isdegnano levare all’onore della milizia e del magistrato la gioventù plebea, e chiunque ha le mani nelle più vili arti meccaniche; il quale gentame dalle colte nazioni è messo fuori, quasi peste, dalle oneste e liberali professioni. E per questo è tutto il loro andare innanzi ad ogni altra città per ricchezze e possanza. Nel che li favoreggia l’attitudine de’ loro costumi, e quel consueto starsene de’ Principi oltralpe. Tuttavolta immemori dell’antico decoro hanno ancora del barbaro in quel loro ribellare alle leggi, mentre vantano un vivere tutto a vigor di leggi. Imperocchè a mala pena o nò accolgono con riverenza il Principe, cui pur dovrebbero profferire spontaneo ossequio di sudditanza: nè al fermato da lui secondo la santità delle leggi si recano ad obbedire, ove colla militar forza sul collo non ne provino l’impero. Dal che spesso avviene, che sebbene un cittadino non abbia a piegarsi che colla forza della legge, un nemico debba sforzarsi secondo la legge con quella delle armi; perciò spesso è loro ostilmente addosso cercatore delle proprie ragioni colui, che come proprio Principe tutto amore dovrebbero ricevere. Di quà due danni alla pubblica cosa: distratta la mente del Principe nell’assembrare milizia a soggiogare il [p. 75 modifica]cittadino; e questo sforzato alla obbedienza del Principe con grande nocumento delle sue cose. Laonde in questo come la temerità fa inescusabile il popolo, così la necessità purga il Principe in faccia a Dio ed agli uomini31.




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NOTA


..... Veruntamen Barbaricae deposito feritatis rancore (ex eo forsan, quod indigenis per connubia juncti, filios ex materno sanguine, ac terrae aerisve proprietate aliquid Romanae mansuetudinis et sagacitatis trahentes, genuerint) Latini sermonis elegantiam, morumque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac Reip. conservatione, antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam. Denique libertatem tantopere affectant, ut potestatis insolentiam fugiendo, Consulum potius, quam imperantium regantur arbitrio. Cumque tres inter eos ordines, idest Capitaneorum, Valvassorum, et Plebis esse noscantur, ad reprimendam superbiam, non de uno, sed de singulis praedicti Consules eliguntur; neve ad dominandi libidinem prorumpant, singulis pene annis variantur. Ex quo fit, ut tota illa terra, intra civitates ferme divisa, singulae ad commanendum secum dioecesanos compulerint, vixque aliquis Nobilis, vel vir magnus, tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suae non sequatur imperium. Consueverunt autem singuli singula territoria, ex hac comminandi potestate, Commitatus suos appellare. Ut etiam ad comprimendos vicinos materia non careant, inferioris conditionis juvenes, vel quoslibet contemptibilium etiam mechanicarum artium opifices, quos caeterae gentes ab honestioribus et liberioribus studiis, tanquam pestem propellunt, ad militiae cingulum, vel dignitatum gradus assumere non dedignantur. Ex quo factum est, ut caeteris orbis civitatibus, divitiis, et potentia praeemineant. Juvantur ad hoc non solum (ut dictum est) morum suorum industria, sed et Principum in transalpinis manere assuetorum absentia. In hoc tamen antiquae Nobilitatis immemores, Barbaricae foecis retinent vestigia: quod cum legibus se vivere glorientur, legibus non obsequuntur. Nam Principem, cui voluntariam exhibere deberent subjectionis reverentiam, vix aut nunquam reverenter suscipiunt: vel ea, quae secundum legum integritatem sanciverit, obedienter excipiunt, nisi ejus, multi militis astipulatione coacti, sentiant auctoritatem. Ob ea frequenter contingit, ut quamvis civis lege flectendus, adversarius armis cogendus secundum leges sit; ipsum tamen, quem ut proprium Principem mitem suscipere oportebat, saepius jura propria exposcentem, hostiliter excipiant. Ex quo duplex Reipub. nascitur detrimentum, ut Princeps ad subjugationem civis in colligendo exercitu distrahatur: et civis, non sine magno rerum suarum dispendio, ad obedientiam Principis compellatur. Quare eadem ratione qua populum super hoc incusat temeritas; sic Principem apud Deum et homines excusare debebit necessitas.


Note

  1. Antiqui. Med. Ævi. Diss. 18.
  2. Joan. Diac. S. R. I. Par. 2. T. 1.... spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, Augustali eum Diademate coronaret.
  3. Annal. Lambecii. Visum est et ipsi Apostolico Leoni, et universis sanctis Patribus, qui erant in ipso Concilio, seu reliquo Cristiano populo, ut ipsum Carolum Regem Francorum Imperatorem nominare debuissent.
  4. Murat. Ann. Ital. 799.
  5. Schmidt, T. 2. p. 217.
  6. Ann. Ital. 789.
  7. S. R. I. Tom. 2. p. 416. = Antiq. Ital. Diss. 3.
  8. Liutpran. in Legat. S. R. I. Tom. 2. p. 480. Berengarius et Adalbertus sui milites (il milites suona vassallo) effecti, Regnum Italicum sceptro aureo ex ejus manu susceperunt, et jurejurando fidem promiserunt.
  9. Fuerunt electi et coronati Berengarius et Adalbertus filius ejus in regibus = Antiqu. Ital. Tom. IV.
  10. Vedi gli atti del Concil. di Pavia.
  11. Liutpr. Hist. Lib. 6. c. 6.
  12. Ib.
  13. Landulf. seni. Hist. Mediol. l. 2. c. 16. R. I. S. T. IV.
  14. Ditmari. Chron. ap. Leibniz. R. Brunswik. Scrip. p. 1.
  15. Arnulfus Hist. Medi. Lib. 2. Cap. 3. 4. 5.
  16. Murato. Diss. 51. Antiq. Ital.
  17. Arnulphus Hist. Mediol. lib. 2. C. 10. 11.
  18. Sigebert. An. 1037. Quia omnes Longobardi conjuraverant ut non paterentur quemlibet dominum, qui aliud quam ipsi vellent contra se ageret.
  19. Vedi Labbè Concil. T. 4. col. 1334.
  20. Baron. Ann. Eccl. 502.
  21. Murat. Ann. 555. = Vedi Vita S. Greg. M. lib. I. c. 7. Oper. Tom. IV. pag. 216.
  22. Cassiod. Lib. IX ep. 15. pag. 148.
  23. Quod non debeat ordinari qui electus fuerit, nisi prius decretum generale introducatur in regiam urbem = Vedi Anastas. Biblioth. in vita Agathonis Papae. p. 140.
  24. ... non prius ordinatus est quam legatus Imperatoris Romam venit et electionem Populi qualis esset, examinavit... Annal. Bertin. S. R. I. t. II pag. 518.
  25. Quia sancta Romana Ecclesia plurimas patitur violentias, Pontifice obeunte = Labbè Coll. Concil. tom. IX. col. 501.
  26. Baron. Annal. 961. n. 17. 18.
  27. Labbè T. IX. pag. 1155.
  28. Lib. II. c. 13. Guilielmus Marchio de Monteferrato vir nobilis et magnus, ut qui pene solus ex Italiae Baronibus civitatum potuit effugere imperium.
  29. Tu supplantare quaeris Cremonensem, subvertere Papiensem, delere Noveriensem. Manus tua contra omnes, et manus omnium contra te... Oh! quando erit illa dies, ut dicat Papiensis Mediolanensi: Populus tuus Populus meus; Cremonensis Cremonensi: Civitas tua civitas mea.... Ap. Murat. Antiqui. Ital. diss. 45.
  30. Lib. 2. Cap. 13.
  31. Vedi Nota A.