Storia della Lega Lombarda/Libro quarto

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Libro quarto

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LIBRO QUARTO


SOMMARIO


Si levano a nuova vita i Lombardi — Pensano ad una Lega — I Podestà se ne avveggono, e calcano il giogo — Ma quelli si assembrano in Pontida, ordiscono la famosa Lega — E con che patti — Papa Alessandro le dà rincalzo colle scomuniche — I Milanesi son ricondotti in patria dai collegati — Questi sforzano Lodi e Trezzo, e l’ottengono — Si accrescono; e si lasciano sfuggir di mano Barbarossa, che li dichiara ribelli — Lo fugano in battaglia — S. Galdino creato Arcivescovo di Milano — Chi fosse — Parlamento e statuti della Lega — Con quanta vergogna Federigo sgomberasse d’Italia — I Collegati prendono il castello di Biandrate — Edificano Alessandria della Paglia — Obizzo Malaspina ed altre città ingrossano la Lega, che tiene un parlamento in Lodi — Risorrezione di Milano; e pietà delle donne milanesi — Federigo manda tentando Alessandro per istaccarlo dalla Lega — Egregie parole del Papa — Roma — Sicilia — Le Repubbliche marittime — Parlamento della Lega in Modena — Federigo dispone le mosse per l’Italia — Ancona minacciata da Cristiano Arcivescovo di Magonza — Chi fosse costui — Pone l’assedio a quella città — È ributtato colla perdita delle macchine — Eccellente difesa degli Anconitani; e generosità d’una loro donna — Sono liberati dell’assedio.


[p. 280 modifica]Ora conterò la risorrezione de’ Lombardi a novella vita per uno stupendo prodigio di carità cittadina, che quando si appiglia ad italiani petti, è cosa veramente di Dio. I mali fino a quel tempo durati sotto la sferza dei Podestà, avevano, la mercè del Cielo, eruditi gl’Italiani della vera fonte onde scaturivano, dico la maledetta discordia; li avevano purificati e fatti degni di comprendere ed aspirare alla morale unità civile. Iddio era con essi, perchè santificati dalla sventura.

I Milanesi, che eransi dispersi per le vicine città, facevano una grande pietà, perchè patria non avevano. Quelli che erano stati loro nemici ai tempi felici, ora dividevano con essi il tetto e la mensa, e gli animi dolcemente si mescolavano coi santi uffici della ospitalità: si obbliavano le vecchie offese, si risolvevano i cupi livori; e quelli, che si sconobbero uomini nel seno di una stessa patria, si abbracciavano fratelli in quello di un comune infortunio. Oh! quante volte forse il Cremonese, il Pavese co’ suoi figli e la sua donna pendevano impietositi dalle labbra dell’esule Milanese, che assiso ad uno stesso desco, contando degli antichi tempi della sua Repubblica, e del come la sprofondasse l’ira tedesca, comperava il pane dell’esiglio col racconto de’ dolenti casi! Allora io mi penso, che tutti si scoprissero a vicenda le piaghe che loro aveva aperto il disonesto straniero, e con un solo sospiro si avvicendassero — Oh! fosse in piedi Milano! — Ed in vero quella grande città se un tempo trascorse in male opere verso le vicine terre per troppa sete di signoria, fu sempre un fortissimo antemurale, che tutelava la Lombardia dalla nortica petulanza, e sicuro rifugio agli snidati dalle loro patrie. Que’ maravigliosi [p. 281 modifica]Tortonesi e Cremaschi, de’ quali abbiamo narrato, trovarono nella generosa Milano quasi una madre patria, che li accolse nel seno, e per Milano le perdute sedi riebbero. Fino a che questa fu in piedi, il giogo di Barbarossa non piegò i colli Lombardi, nè l’Aquila boreale osò toccare le vive carni italiane: poi se ne infarcì l’epa, e non fu sazia.

Quando al parlamento di Lodi si videro i Lombardi falliti in ogni speranza di sollievo, e Federigo andandosene coll’esercito verso Romagna, li lasciò colle croci in mano, uno sdegno nobilissimo entrò in tutti gli animi ed un desiderio di tornare un’altra volta uomini. La tirannide, de’ Podestà incrudiva, perchè impunita, anzi voluta dal Principe, minacciava perpetuarsi nelle più lontane generazioni. Quella è una mala belva che non si ammazza che col ferro, e presto. Imperocchè proceduta che sia negli anni, addorme gli spiriti, li ammalia, li fa sognare di star bene; e cacciato il santo amore della patria, sottentra il delirio de’ Principati paterni. I Lombardi non si addormirono, e careggiando nel cuore con novello ardore l’immagine della dilettissima patria, con italiano senno si dirizzarono a liberarla. Io dico senno, perchè l’avventarsi alla cieca a chi ci opprime è spesso un levar più alto il seggio dell’oppressore colla nostra rovina.

Quella prima lega di città della Marca Veronese, recò finalmente il sospirato frutto. Veronesi messaggi si sparsero celatamente per le altre città Lombarde. Andavano spiando i moti degli afflitti spiriti, ragionavano della crudissima schiavitù, mettevano un caldo fomento alle ire che ribollivano nel segreto dei cuori. Aprivano a queste la via a prorompere con ricisi consigli. «Che è questo lento morire? non è forse un’altra morte che subito ci sprigioni e ci tramandi immacolati agli avvenire? Vogliamo starcene? vogliamo seppellire con noi il vitupero? Ma figli non abbiamo? Italiani non sono? Deh! non insozziamo il nome di questi cari, che non han colpa! sia retaggio di dolori quello che s’avranno da noi, d’infamia non mai. [p. 282 modifica]Leviamoci, stringiamo le destre, crolliamo la catena, proviamo se Lombardo ancora sia il sangue che ci scalda le vene.» Pungevano acremente i concitati animi le concitate parole, e già ridevano gli occhi degli ascoltanti per la celeste voluttà di una santa vendetta, di una libertà perduta che ritrovavano. Si unirono gli animi nella unità della patria che volevano francare, e da questa come da rocca al Barbarossa minacciavano. Fermarono i Veronesi messaggi con quanti si abboccarono, convocassesi un segreto parlamento a deliberare il come ed il quando della levata; i deputati delle città che volevano collegarsi cautamente vi andassero, e con libere ma concordi sentenze stabilissero le ragioni, lo scopo ed il vincolo della Lombarda Lega1. Il dì settimo di Aprile dell’anno 1167 fu il tempo, la Badia di S. Giacomo di Pontida2 il luogo destinato a’ salutari congressi. Monaci di S. Benedetto abitavano quella famosa Badia. Fortunati Monaci, deputati dai Cieli ad ospiti della raminga libertà d’Italia! Essi avevano ricevuto nel V secolo dalle mani del Romano S. Benedetto sul Monte Cassino il codice della Romana libertà, nel XII lo restituivano alla patria nella Badia di Pontida.

Intanto le pratiche di quei generosi non potevano tanto celatamente condursi, che non ne arrivasse un sentore ai Podestà. Quel Conte Disce, che martoriava i Milanesi, subodorò qualche cosa, e con avventati consigli cercò rompere le fila dei trattati, dei quali correva già qualche voce confusa, che metteva gli animi in grande aspettazione. Calcò il giogo con cieco furore; proscriveva le persone, taglieggiava le sustanze. Cento Milanesi delle più gentili famiglie mandò per conceputi sospetti nelle prigioni di Pavia: fece una grossa levata di danaio. Sopravvenivano più certi, e più minacciosi gli annunzi: collegarsi le città Lombarde; stringersi la Lega per le contrade veneziane; arrollarsi [p. 283 modifica]milizie. Il Tedesco incominciò a temere; spiava, imprigionava alla cieca; col fervo, col fuoco minacciava sterminare le disperse reliquie di Milano3. Ma i Lombardi andavano difilato alla bramata meta.

Spuntava il dì settimo di Aprile: e i deputati di Bergamo, di Cremona, di Brescia, di Mantova, di Ferrara, e delle quattro borgate milanesi celatamente convennero alle porte del Monastero di Pontida. Vennero intromessi ne’ solinghi claustri; e mentre supplicavano a Dio i salmeggianti monaci, perchè della tribolata patria si ricordasse, quelli pietosamente si accostavano ai supremi consigli4.

Primi i deputati Milanesi tolsero a dire, forse lagrimando, come ad ogni altro pensiero dovesse andare innanzi quello di Milano; pensassero, questa non essere più, e gli sperperati cittadini non aver mura che li proteggessero; e così gli inermi rimarrebbero segnale alla tedesca rabbia, e la Lega perderebbe in sul primo annodarsi un fortissimo sostegno; ponessero il partito di rilevare innanzi ogni altra cosa le mura della città loro; rilevassero quel santo propugnacolo della Lombarda libertà, vi tornassero i raminghi cittadini, perchè nella faticosa redenzione della patria, gli occhi ed i cuori de’ collegati, trovassero su le sue mura il conforto delle memorie. Commossi i deputati dalle pietose ragioni, e dal quanto avesse meritato bene del comune paese quella Repubblica colle durate guerre tedesche, promisero condurre le loro città nel partito di aiutarli a rilevare Milano, ed a riporli in quella loro carissima sede.

Entrarono poi nella deliberazione del gran negozio della Lega; e come vollero benigni i Cieli, con concordissime sentenze statuirono «Stringersi le città Lombarde in una sacra federazione per venti anni, a rivendicare e tutelare i loro privilegi goduti dal tempo di Arrigo IV fino all’assunzione di Federigo al trono; tutte obbligarsi con [p. 284 modifica]sagramento a scambievole difesa, i pericoli e i danni di ciascuna esser di tutte, tutte paratissime a propellerli; bene augurassesi il fratellevole consorzio con opera di cittadina carità; tutti e tosto concorressero a rilevare le milanesi mura, a rimettervi dentro i dispersi abitatori, ad assisterli colle armi fino a che avessero riprese le forze, a reggersi soli: con solenne giuramento i presenti deputati raffermassero le promesse, e alle lontane città recassero la scritta de’ patti, ed anche con sagramento promettessero inviolati tenerli, salva sempre la fede all’Imperadore». Giurarono i deputati, e dalla papale sedia italiana mano li benedisse5.

Sciolto il solenne parlamento di S. Jacopo di Pontida, se ne andò ciascun deputato alla città sua, recando la formola del giuramento, che letta innanzi alle generali assemblee, ed approvata, tutti con incredibile gioia si votarono alla liberazione non solo delle peculiari patrie, ma anche di quella che invisibile, ma vera si dirizzava con matronale fortezza sul fondamento della Lega6. Tutti speravano bene, perchè si risentivano vivi; Venezia, il Comneno, ed Alessandro, li confortavano, e li fornivano con abbondante pecunia del nerbo della vicina guerra. Ma specialmente Papa Alessandro rincoravali, perchè opportunamente rispondeva coi Concili al congresso di Pontida. In questa Badia si apparecchiarono i mezzi umani a rompere le vergognose catene, in Roma con argomenti sovrumani, ma molto accessibili dalla mente de’ popoli, si spezzavano. Aveva il Pontefice colpito di scomunica il Barbarossa fin dall’anno 1160 a cagione dell’Antipapa Vittore che sosteneva. Avevalo ammonito, aspettato a penitenza: sempre in peggio. Ora vedendo come non rifiniva dall’attizzare la scisma con nuovi Antipapi, dall’opprimere la Lombardia, e finalmente vedendoselo già vicino coll’esercito perfidiare nel bestiale [p. 285 modifica]mise mano agli estremi gastighi. Assembrò un Concilio in Laterano. Nulla ci tramandarono gli antichi del numero de’ Vescovi, e degli atti; sappiamo bensì, che in quel convento Alessandro levò alto la voce sul capo del dissennato Imperadore. Lo sentenziò scaduto della regia dignità; sciolse gl’Italiani dal giuramento di soggiacergli; gli ribadì l’anatema, e gl’imprecò dal Cielo, che gli fallisse sempre la vittoria nelle guerre co’ Cristiani, fino a che pentito, non fosse ritornato in ufficio7. Furono queste veramente parole profetiche: la peste divorò l’esercito tedesco; Federigo toccò poi ignominiose sconfitte; e l’Italia da serva che era gli balzò innanzi minacciosa e libera. La papale sentenza fu un tuono che risvegliò le Lombarde contrade: il Cielo si manifestava propizio; per bocca del Pontefice il giuramento di Pontida era santificato, e l’altare della patria addiveniva quello di Dio. Tutta la prosperità che incontrarono poi i Lombardi non mosse che dal Lateranense Concilio8.

Intanto si piangeva nelle milanesi borgate. Il Podestà aveva saputo de’ colloqui e de’ giuramenti di Pontida: infuriava; chiese ostaggi cento militi, impose una nuova taglia di cinquecento lire imperiali, spazio ventiquattro ore a pagarla; spirato quel tempo, minacciava venire colle milizie di Pavia, del Seprio e della Martesana a subbissare i loro borghi. I Milanesi raggirarono così bene con parole il capo al Tedesco, che nè gli statichi, nè le lire ebbe mai. Ha uno grande spavento s’era messo nel popolo inerme, [p. 286 modifica]senza un riparo, minacciato da vicine e nimicissime città, con un Tedesco sul collo. I rifuggiti in Pavia erano avvisati dagli ospiti: una grande sciagura sovrastargli; al sangue ed al fuoco anelare il Podestà; stessero in guardia. Da Pavia ai borghi correvano le sinistre voci, e costernavano le menti per vicino esterminio. Molti cercavano la salvezza colla fuga, riparando sè e le cose più care per le città di Como, di Novara, di Lodi. I restati si commisero a Dio. Specialmente ne’ borghi di Noceto e di Vigentino fu per molti dì un piangere ed un sospirare continuo. Nissuno più si ardiva riposare su i letti; di notte e di giorno era un tenersi all’erta con questo grido — Ecco i Pavesi, che ci appiccano il fuoco9

Ma questo fu l’ultimo grido che levarono dal servaggio que’ conculcati. Morti che si tenevano, furono repentinamente salvati. Il giuramento di Pontida era scolpito ne’ cuori, e ne’ cuori non fallisce la vita. Al rompere del ventisettesimo dì di Aprile (soli venti giorni dal famoso convento) comparvero inaspettati all’ingresso del borgo S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo, che colle spiegate insegne del loro comune salutarono i Milanesi fratelli, ed annunziarono l’ora della salute. Eran seguite da altrettante bandiere di Brescia, di Cremona, di Mantova, di Verona, di Treviso; venivano appresso le liberatrici milizie della Lega. Oh! sorgesse pure una volta a dì nostri quel sole che illuminò quelle sante bandiere! Come un sol uomo si levarono le quattro borgate, e corsero ad abbracciare i salvatori fratelli; ciascuno Milanese s’ebbe da essi un bacio, che suggellò il patto della generosa alleanza, ed una spada da propugnarla da forti. Recavano i collegati nuove provvigioni di armi, da fornirne i Milanesi10, i quali levando al cielo grida di gioia, vennero in trionfo ricondotti dai collegati alla rovinata Milano. Prontamente si misero con incredibile ardore [p. 287 modifica]a rilevarne le mura, a ricavarne i fossati. Vegliava alla pietosa opera l’esercito della Lega, perchè non venissero a turbarla gl’imperiali; nè si mossero di là, prima che i Milanesi si fossero convenientemente muniti da reggere soli a qualunque assalto nemico. Così fedelmente adempiuto al primo patto della Lega, gli animi delle altre città, che non si ardivano ancora di entrarvi, si raffermavano nella certezza, che nella unione fosse la salute della loro patria11. Vollero poi i Consoli tramandare ai posteri con pubblico monumento quel benaugurato giorno della loro tornata in patria. Nell’anno 1171 stando in sul rifare le porte della città, su la Romana fecero scolpire a mezzo rilievo l’entrare che fecero in Milano, ricondottivi dalle milizie federali12.

Esempio di civil temperanza e di senno ai presenti furono i consigli de’ collegati in quel primo risorgere a libertà. La scossa dell’abborrito giogo non l’inebriò di quelle prolungate esultanze, che se giuste sono, sono sempre importune. Esse ammolliscono i rigidi spiriti, sviano le menti dalla finale consecuzione dello scopo, rubano quello inestimabile tesoro che è il tempo. E del tempo assai bene usavano i collegati. Rimessi nella lor sede i Milanesi, con ogni studio intesero ad ingrossare il corpo della Lega, perchè al risalire che facesse il Barbarossa a quelle loro parti, trovasseli in punto di ottima resistenza. Noiavali molto la imperiale Lodi. Era questa affezionatissima al Tedesco: e locata tra Cremona e Milano pessimamente turbava i disegni della Lega, che voleva bene e tosto raffermare la metropoli Lombarda. A questa era mestieri recar provvisioni da vivere, perchè le campagne disertate dalla guerra ed abbandonate non rendevano ancor frutto, e i Lodigiani potevano a loro posta impedirle e intraprenderle. La loro città era [p. 288 modifica]pericolosa a tutti, perchè locata nel cuore del paese collegato; annidato che vi si fosse Federigo, avrebbe rotta quella complessione dei luoghi, in cui era molto della comune fortezza. Si fermò, tirare dolcemente Lodi nella Lega. Ai Cremonesi fu commesso il negozio; come quelli, che stati fino a quel dì amici e consorti de’ Lodigiani, negli studî della parte imperiale, di corto li persuadessero a distaccarsi da quella e addivenire un’altra volta Lombardi.

Andavano i Cremonesi oratori a tentare Lodi. Introdotti nel Consiglio di credenza, e ricambiate le consuete salutazioni, onestamente ragionavano, «Un solenne avvenimento avere testè richiamati alla vita i Lombardi popoli; uomini usi alle ingloriose gare del municipio avere nel seno della comune patria spento l’incendio della scellerata discordia; mescolarsi le speranze, i timori, la vita della loro Cremona, di Verona, di Mantova di Brescia in un sol cuore, che si chiamava Lega Lombarda. Le sante mura di Pontida testimoni del gran sagramento; la risorgente Milano segno del sorriso de’ Cieli. Alla pietosa fratellanza muover già le altre città; crescere i nervi della Lega; minacciare questa alla tedesca tirannide; aspettarsi sorella la nobilissima Lodi. Venisse, non prolungasse il desiderio loro. Non isdegnasse il consorzio di que’ Cremonesi, che con lei e per lei tante volte pugnarono. Ponesse giù dalla mente le dispettose memorie; stendesse la mano a perdonare la umiliata Milano; abbominasse le insidiose blandizie imperiali. Averle anch’essi provate, e sapere come poi cuocessero: non aspettasse di provarle in tempo inopportuno ai rimedi. Essere in lei solo intesi gli occhi di tutta Italia; pregarla, svellere con unito sforzo la radice della mala pianta che pareva nel suo seno abbarbicarsi e minacciare più pestilenti germogli. Deh! non patisse nelle sue membra il tedesco stupro: levassesi e stesse in orecchio ad udire come già cominciasse a perpetuarsi il glorioso grido — Per Lodi stettero i Lombardi destini — » Queste accalorate parole trovarono chiusi gli animi de’ Lodigiani non [p. 289 modifica]so se dall’odio, che ancor portavano a Milano, o dal timore di Federigo. Risposero «Essere quelle loro mura risorte, la mercè dell’Imperadore; non regger loro l’animo di ribellare a tanto benefattore; bensì essere paratissimi al dispendio della vita e delle sostanze per conservargli la fede» Tornarono i Cremonesi con altra ambasceria a tentarli; ed ebbero una più dura risposta.

Allora significata la cosa alle città della Lega, si convenne, non potendo aver con loro amica Lodi, essere prudente consiglio rendersela nemica innocua; e le mandarono intimando la guerra. Le federali milizie la cinsero di assedio: si tennero per alcun tempo i Lodigiani virtuosamente combattendo, finalmente per angustie di fame si arresero. Ebbero così con molto valore testimoniato il Barbarossa della loro riconoscenza; e quasi sdebitatisi con lui, senza rimorsi entrarono nella Lega. Amorevolmente accolti, con pubbliche scritture si diffinirono i patti della loro unione. Le federali città di Milano, Bergamo, Cremona, Brescia rispetterebbero il territorio di Lodi; minacciata dal nemico, la fornirebbero a proprie spese di oltre a mille uomini che la difendessero; le darebbero aiuto a meglio condizionarle le mura; rimanessero francati i cittadini dall’antica decima che solevano pagare a Milano; libera la navigazione pel Po; liberi i mercati, e non suggetti a balzelli nelle loro città. Obbligassesi Lodi a non far male ai collegati, ma in pace ed in guerra sempre in punto di soccorrerli; e tutto questo, rimanendo intatta la fede all’Imperadore13.

La resa di Lodi raffermò grandemente la nascente Lega e ne accrebbe gli spiriti. Mossero tosto le milizie di Milano, di Bergamo alla espugnazione del castello di Trezzo, locato tra queste due città: Federigo vi teneva dentro un gran tesoro. Era munitissimo di ottime mura: sorgevagli in mezzo il maschio di una rocca, che recava maraviglia per la sua fortezza. Un Ruino procuratore imperiale in quelle [p. 290 modifica]parti eravisi introdotto con una mano di Tedeschi e di Lombardi, e si mostrava deliberato ad ostinata difesa. Gittato un ponte sull’Adda i collegati, sull’opposta ripa apparecchiarono i consueti mangani e catapulte a battere la terra. La investirono, ma con poco frutto, sendo inespugnabili le mura. La fame costrinse il Ruino ad arrendersi. I terrazzani furono lasciati andar liberi, prigioni i Tedeschi con pochi Lombardi, ed il tesoro di Federigo recato ai Milano. Trezzo fu spianato e consumato dal fuoco.

Non furono in quell’anno 1167 altre fazioni, bensì pratiche fervidissime ad accrescere il numero de’ collegati. Ed io mi penso che le novelle dell’esercito tedesco divorato dal male delle maremme affrettasse la riunione di molte città. Già eransi accostate alla Lega di Pontida, e forse fin da principio, le città federali della Marca Veronese, trovandole nominate ne’ patti della resa di Lodi; e oltre a queste, Piacenza, Parma; Ferrara: Bologna, di fresco taglieggiata e con trenta de’ suoi cittadini statichi in mano di Federigo, non appena questi ritrasse l’esercito dal suo territorio, diè il commiato al Podestà, tornò ai Consoli, e venne ad ingrossare la Lega14.

Lodi sfuggitagli dalle mani, Trezzo distrutto, la Lega già potente avevano ammaestrato il Barbarossa, che la furibonda tirannide poteva contristare ed uccidere i corpi, non però rimutare le anime Lombarde. E nella disperazione, in cui l’aveva traboccato il repentino esterminio dall’esercito, forse pensava allentare le briglie dello stemperato imperio, e con cesarea clemenza medicare le piaghe, che aveva aperte nella misera Lombardia. Ma quelli non eran più tempi di clemenza ma di giustizia, di cui lo minacciava la terribile iracondia di un popolo, che inascoltato colle croci in mano, ora gli gridava sul capo colle spade in pugno.

Lasciato in Viterbo l’ambizioso Pasquale, e con ogni cautela schivate le città entrate nella Lega Lombarda, chiuso [p. 291 modifica]tra il mare e l’Appennino, campeggiava in Val di Magra il violento Imperadore. Poche e scorate milizie gli avanzavano; temeva le primizie del Lombardo sollevamento; ai riposi della reggia sospirava. Tentò il varco dell’Appennino; glielo negò Pontremoli: lo rigettarono i Lombardi gelosi dei primordi della loro Lega15. Federigo non sarebbe più tornato in Italia, le Repubbliche non avrebbero aspettato il loro trionfo nella pace di Costanza, se quelli avessero voluto finirla con un bel colpo di mano, assalendolo in quelle angustie. Ma li rattenne il sagramento di mantenere la fede a chi non la conobbe mai, e quella tale timidezza di consigli, che chiamano moderazione, snervatrice del primo rilevarsi di un popolo. I gioghi, se non si vogliono, vanno spezzati, e non piegati.

Accorse a liberare l’Imperadore da quelle distrette Obizzo Marchese Malaspina, che per le sue terre della Lunigiana gli diè un passaggio; e cosi potè arrivare a Pavia a mezzo Settembre in pessimi arnesi. Nove mesi innanzi vi aveva celebrato il Natale in mezzo ad una splendida corte, ed un fiorito esercito, inchinato da tutta Lombardia. Ora di baroni e soldati non si vedevano che pochi, e la Lombardia gli era innanzi colla fronte dirizzata e con la mano sull’elsa. Egli ben si avvide del procelloso rovescio. Imperocchè fatto correre il bando di un parlamento, che voleva tenere in quella città, e con quello il comando ai suoi vassalli di recarvi le loro milizie, fu pochissimo il numero degli accorsi. Pavia, Novara, Vercelli, Como, furono le sole città che vi mandassero i loro deputati. De’ grandi Baroni, il Marchese Obizzo Malaspina, il Conte di Biandrate, Guglielmo Marchese di Monferrato, ed i signori di Belfort, del Seprio e della Martesana furono i docili ad andarvi. A questo rado convento Federigo parlò da Imperadore: ed invero aveva costui animo poderoso da sovrastare alla indomita fortuna tanto bruscamente rimutata. Sentenziò [p. 292 modifica]ribelli le città collegate, le sottomise al bando dell’Impero (eccettuando Lodi e Cremona, che sperava, riguadagnare colle buone) giurò prendere una segnalata vendetta, gittando il guanto in mezzo all’assemblea. Il guanto fu raccolto invisibilmente dalla Lega16.

Incominciarono le ostilità. Con quell’avanzo di esercito tedesco, e colle milizie feudali Federigo assistito dalle anzidette città, mosse tosto ai danni di Milano. Si gittò furibondo su le terre di Rosate, Abbiategrasso, Magenta, Corbetta ed altre. Credeva scorrazzare come una volta; ma la Lega gli diè il tratto alla cavezza. Repentinamente si mossero dalle stanze di Lodi che guardavano, i Bergamaschi, i Bresciani, i Lodigiani; e dalla guardia di Piacenza i Cremonesi e i Parmigiani, e uniti gli corsero sopra a dargli la caccia. Il Tedesco si cavò fuori al più presto da quel cimento, dando per Pavia, donde senza posare, cavalcò contro Piacenza, che sperava cogliere alla sprovista: ma vi trovò ben preparati i federali. Egli non voleva aver che fare con essi; voleva sfogare la rabbia su gl’inermi, ed impinguare i suoi: non glielo permisero i collegati. Lo tirarono a battaglia, e lo voltarono in fuga con molto danno dello imperiale decoro17. Così impotente a quelle vendette, che aveva giurate nel parlamento di Pavia, logorò tutto l’inverno, errando pe’ territori di Vercelli, di Asti, del Monferrato, sempre pronti i collegati a dargli su le mani, ove le avesse stese a toccarli18.

Le cheresia di Milano in tutto questo conflitto delle Repubbliche coll’Impero si addimostrò veramente tale quale debbono essere i ministri del Santuario mentre il popolo fatica alla propria rigenerazione civile. Non si accostò all’oppressore per mercanteggiare il tesoro della divina parola, non intimorì la plebe con importune paure; non la [p. 293 modifica]disciplinò alla infeconda pazienza del servaggio. Si teneva stretta alla papale Sedia, mentre più forte la scuoteva il prepotente Tedesco; e bastò questo, perchè sapesse il da dirsi e il da farsi nella suprema ora, in cui si sveglia alla vita un popolo di generosi. E dissero e fecero i milanesi preti, come Dio voleva. Noi li vedemmo nella battaglia di Carcano come sorreggessero gli animi e li rendessero quasi sovrumani per religiosi conforti; come inabbissata la patria, andassero a dividere col Pontefice i dolori e la gloria dell’esiglio in terra straniera. Tra questi era Galdino Archidiacono della chiesa Milanese; che non si scompagnò mai dal suo Arcivescovo Oberto.

Papa Alessandro sapeva che uomo fosse colui, e poichè nella fortuna de’ propri casi non levò mai l’animo dalla Lombardia, da cui pendevano le sorti della Chiesa e dell’Italia, in lui fermò tutto il pensiero, quando per la vecchiezza e le fatiche se ne morì in Benevento l’Arcivescovo Oberto. Avevalo fin dall’anno 1165 creato Cardinale di S. Sabina19: e non volendo lasciar priva di pastore per alcun tempo la milanese chiesa tribolata dagli scismatici, tolto solo l’avviso di Argisio Cimeliarca, lo fece sacrare Arcivescovo di quella sede, nell’anno 1166.

Era Galdino Milanese, della nobile gente de’ Valvassori di Sala, nato nel quartiere di Porta Orientale. Colto nelle lettere, di santi e forti costumi, e, come lo chiama lo scrittor della sua vita, egregio cittadino. Educato nella chiesa milanese, ne fu Archidiacono e Cancelliere. Prete, annestò nel sacerdotale petto all’amore di Dio e delle anime quello della patria. Per la libertà e per la fede durò l’esiglio; perciò a Dio ed agli uomini carissimo. Quando il Pontefice il deputava pastore della dispersa gregge di Milano, sospirò e pianse per la gravezza del ministero, e per le calamità della patria. Era logoro di corpo, ma verdi gli spiriti, che drizzò al Cielo supplichevoli, ad ottenere la risorrezione [p. 294 modifica]della sua Milano, il radunamento del suo gregge. Orava il santissimo uomo sul sepolcro de’ Martiri, ed il vessillo della Croce bianca già sventolava su le mura di Milano.

Come glie ne venne notizia, esultò tutto di gioia; voleva incontanente muovere a rivedere la rinascente patria, ed a riparare le sorti della conquassata sua chiesa. Premevalo il santo desiderio, lo rintuzzava il tedesco esercito, che appunto in que’ dì infestava Roma. Se ne uscì sconosciuto sotto la veste di pellegrino; navigò per Venezia e giunse felicemente in Lombardia. Al primo giungere a vista di Milano, riprese, le insegne pontificali, e quelle di Legato apostolico, avendolo Alessandro deputato a tenere le sue veci ne’ negozî di tutta la chiesa Lombarda; lo che valeva anche in quelli della Lega. Tutto il popolo e la cheresia milanese uscì fuori ad incontrarlo, e con incredibile festa lo condusse nella Basilica di S. Ambrogio.

Messo in seggio Galdino, volse tosto l’animo alle cure non solo della sua chiesa, ma anche della Repubblica. Nella stessa Basilica Ambrosiana, assiso ancora su la pastorale cattedra, chiamò a consiglio i maestrati della città. Ascoltò da essi il dolente racconto dei casi della comune patria, il prospero dilatarsi e raffermarsi della Lombarda Lega; disse delle provvidenze a riparare i mali, ad assicurare il bene. Alle parole fè seguire i fatti. Costernò in guisa tale, solo colla presenza, gl’imperiali scismatici, che questi da persecutori che erano della sua chiesa, addivennero repentinamente innocui, o, colti dal pentimento, cercatori di perdono a’ suoi piedi. Con ispirata favella, sermonava tutto dì al popolo, fulminando l’intruso Pasquale ed il sagrilego Barbarossa: ed ovunque fossero loro satelliti, li andava con terribile zelo cacciando. Purgò le chiese suffraganee della mala zizania: ne sterminò i contaminati pastori. La chiesa di Lodi abbandonata lungamente in balia degli scismatici si attirò sopra le cure più calde del magnanimo Galdino. Egli vi mandò fedeli ministri gli Abati di S. Ambrogio e di S. Vincenzo di Milano, che animosamente tuonavano al popolo [p. 295 modifica]dagli altari, essere adulterino Papa Pasquale, invasare le infernali porte il Tedesco che il sorreggeva; lupo e non pastore Alberico Melinate, loro Vescovo; i preti da lui sacrati indegni del santo ministero; li schivassero come peste, li confinassero come nemici della patria. Un abbondante frutto recarono quelle affocate predicazioni: i Lodigiani dettero la cacciata allo scismatico Alberico, e chiamarono a sue vece Alberto Preposto di Ripalta venerabile uomo20.

1168 Mentre Galdino si travagliava nelle provincie traspadane, Ildebrando Crasso Cardinale dei dodici Apostoli altro Legato di Alessandro visitava quelle di qua del Po. Questi due ministri del Pontificato21 proprio davano alla radice de’ mali, che contristavano i popoli Lombardi. La scisma era il principale sostegno, con cui il Barbarossa puntellava la sua disonesta tirannide; imperocchè come da’ buoni preti si derivava una abbondante vena di salute su la civil compagnia, dai tristi un’ammazzatrice lue si dirompeva. Infatti tra perchè Galdino sgomberava la via alla Lega, togliendo lo scandalo de’ mali cherici, e perchè quella trovò in lui, come Legato papale, un centro di convenienza, prodigiosamente rifiorì di una calda vita. Avvegnachè presente l’Imperadore, i Collegati si adunarono in pubblico parlamento il dì primo di Dicembre ad assicurare con leggi stabili e nerbo di reggimento le sorti dalla Lega. I convenuti a Pontida uniti già a’ Veneziani ed ai primi confederati della Marca Trivigiana, dopo avere ribadito l’obbligo della scambievole difesa e del concorso a ripellere chi volesse sforzarli ad una suggezione all’Impero maggiore di quella, in che si tenevano ai tempi del quinto Arrigo, statuirono: obbligarsi Venezia a soccorrere coll’armata per mare e pei fiumi le città federali; queste con l’esercito tutte le sue città del continente fino a Laureto ed alle rive della Liquenza: [p. 296 modifica]di buona fede si partisse il danaro, di che soccorrevali il Comneno e Guglielmo di Sicilia; si ristorasse con questo Venezia del dispendio delle legazioni sostenute presso quei Principi a pro della Lega: i danni patiti dalle città in armi e cavalli si riparassero per comuni provvidenze, ed a comune profitto andassero i prigionieri avanzati allo scambio, che ciascuno avesse fatto de’ proprî; non si occultassero i traditori; non si ponesse mano a particolari trattati, inconsapevole la Lega: supremi Rettori avessero l’indirizzo dei federali negozî, ad essi la cura della comune tutela, la condotta, della guerra, l’arbitrio delle discordie, le dispensazione del censo federale, ed ove necessità il volesse, il rimutare degli statuti giurati: pendesse ciascuna città da’ cenni dei Rettori; li sconoscesse, se convinti di corruttele22. Non sappiamo il luogo di questo famoso parlamento. Vero è che il giuramento prestato dell’osservanza di questi statuti non fu punto fallito, trovando che per questi prosperasse grandemente la Lega. All’uffizio del Rettorato vennero quasi sempre scelti i Consoli delle varie città. Due Rettori andavano innanzi agli altri, chiamati Rectores societatis Civitatum; un de’ quali presiedeva alla Lombardia ed alla Romagna, l’altro alla Marca di Trevigi, ed a questi era commessa la somma de’ negozî federali23.

Fino a che Federigo fosse stato in Italia, premeva forte i Collegati l’obbligo della scambievole difesa, e perciò di tenere in piedi un conveniente sforzo militare. Furono messi in armi ben venti mila uomini; e con questi non solo tenevano in rispetto, ma minacciavano Barbarossa24.

Costui non ignorava del gran parlamento federale, di questi armamenti e della sua impotenza a tenersi più lungamente in Italia. I sospetti lo rendevano irrequieto, temeva [p. 297 modifica]che il fuoco della Lega non lo circondasse in modo, che ribellandosi Pavia, Asti, Vercelli, Novara, non gli avanzasse pure uno scampo al ritorno in Germania: credo che a stringerlo mirassero davvero le milizie federate. Nel Marzo egli trovandosi in Pavia, fece cavar gli occhi ad un nobile Pavese; amareggiò la città per l’innumano fatto: il dì appresso non si trovò più l’Augusto. Erasene tanto celatamente fuggito, che della sua mossa non seppe alcuno de’ Lombardi, che erano a’ suoi stipendî. I due fedelissimi Guido Conte di Biandrate e Guglielmo Marchese di Monferrato lo accompagnarono: egli andava ramingando come un malfattore scappato al capestro; gli strepitavano appresso le milizie federate, eppure non voleva lasciare cader dalle unghie gli ostaggi Lombardi che aveva in sua balia. Ne lasciò trenta in Biandrate; poi gittatosi, sempre fuggendo per paura or qua or là, nel Monferrato, altri ne andò seminando nelle rocche del Marchese. Voleva riparare in Borgogna: gli era mestieri che Alberto Conte di Morienna gli concedesse il passo per la sua Savoia. Umilmente fè pregarlo di tanto favore dal Marchese, che gli era parente, promettendogli colla restituzione di quanto gli aveva tolto, mari e mondi, e grazia sempiterna25. Pare che il Conte spoglio da Federigo di molte città per la sua adesione a Papa Alessandro26, avesse pensato alcun tempo su quelle promesse; poichè il Marchese non una, ma molte pratiche ebbe a tener con lui per persuaderlo27. Pensi il lettore qual’animo fosse quello di Federigo, canonizzato dai legisti a Roncaglia padrone del mondo, ora a mani giunte supplicare un Conte, che gli concedesse una scappatoia per le sue terre a campar la vita. Come Dio volle, l’ottenne. Trenta soli cavalieri lo accompagnavano, eppure non [p. 298 modifica]voleva lasciare gli ostaggi. Ne fece strozzare uno a S. Ambrogio tra Torino e Susa; era un nobile Bresciano incolpato di essersi mescolato nelle cose della Lega28. Del qual furore lo sanarono quelli di Susa; i quali si fecero trovare in armi, e l’obbligarono a lasciare tutti gli ostaggi Italiani. Allora Federigo trovando pericoloso anche il comparire Imperadore, intimorito da una congiura di Susani che lo volevano uccidere, se è a prestare fede ad Ottone da S. Biagio, tolse le vesti ed i modi di un famiglio che andasse in procaccio di ospizio per un gran signore; e così sconosciuto per alpestri e solinghi traghetti guadagnò la Borgogna. Il Cardinale di Aragona accocca alle spalle del fuggente Tedesco una bellissima voce, della quale, avvegnachè barbara, vorrei che a dì nostri facessero tesoro gl’inesorabili della Crusca. Egli narra, che i federati violentemente sterminassero di Lombardia il Barbarossa, e lo sforzassero a transalpinare29.

Liberata l’Italia dalla molestia imperiale, a più grandi fatti aspirò la Lega. Tedeschi non erano più per misericordia de’ Cieli: le città di Pavia, d’Asti, Vercelli, Novara e Como tenevano ancora per Federigo; le quali o per forza, o per ispontaneo avviso facilmente sarebbero venute ad accostarsi alla Lega, come quelle, che non avrebbero punto scapitato nelle cose loro pel vincolo federale. Tre grandi e potenti feudatarî dell’Imperio erano a domarsi, i quali impinguati da Barbarossa delle spoglie delle Repubbliche, e degli altri feudatarî che avevano seguitata la parte di Alessandro, per ambizione di stato avevano l’italiano animo in tedesca natura rimutato. Costoro non potevano piegarsi alla Lega, che nulla di bene impromettevano loro le risorgenti Repubbliche: bisognava svellerli per forza. Mentre Federigo vagolava in Lombardia, i Collegati andavano in [p. 299 modifica]finire di Marzo a porre l’assedio al Castello di Biandrate30. Volevano dapprima fiaccare il Conte Guido. Questo Conte aveva ottimamente condotti i proprî negozi, facendosi a caro prezzo rimeritare de’ suoi servigi dall’Imperadore. Ben trentasette castelli teneva nel Novarese: gli ubbidivano quanti abitavano lungo le rive del fiume Sesia, ossia la Val Sesia, la Val Magia, il contadi di Ossola, che erano de’ Vescovo di Novara, Masino, patrimonio della gente de’ Visconti, Camodegia, Monteacuto, tutta la riva occidentale del Tesino, che si prolunga dal lago Maggiore fino a Cerano, che era cosa dell’Arcivescovo di Milano, e sull’opposta riva verso questa città, Castano e Lonate31. Biandrate non resse all’impeto dei Collegati, che l’ottennero col vivo della forza. Furono liberati gli ostaggi Lombardi, che vi erano guardati, il presidio tedesco messo al taglio delle spade, salvi soli dieci de’ più ricchi e nobili, che vennero dati in balia della vedova di quel gentiluomo Bresciano strozzato da Federigo presso Susa, perchè a suo piacere ne facesse vendetta, o ne cavasse il riscatto. Con Biandrate tutta la signoria del Conte fu soggiogata dalla Lega32.

Si volsero tosto le armi contra il Marchese Guglielmo di Monferrato e Pavia. Questa città era come l’antiguardo di quel Marchesato, che minacciava Milano dalla banda occidentale. La sola Tortona locata tra il Monferrato e Pavia, ne rompeva lo sforzo: perciò la vedemmo con tanto furore spianata da Federigo, poi risorta e novellamente distrutta. Ora a stento rilevandosi dalle sue rovine, non poteva sola tener fronte al Monferrato, ed impedire che aiutasse Pavia. Pensavano i Collegati fondare una città nuova; ai confini di que’ due stati, la quale tenesse in rispetto entrambi, ne rompesse la comunicazione, e fosse ad un tempo base della [p. 300 modifica]guerra che divisavano muovere ai medesimi. Il solo pensiero è un fatto per le Repubbliche, e massime italiane, di quel secolo. Nel primo dì di Maggio convennero in gran numero i Milanesi, i Cremonesi e i Piacentini in un’ampia pianura, che giace tra Asti e Pavia, corsa da tre fiumi, che la rendono ubertosa quant’altra mai; e proprio là dove le acque del Bormida ingrossate dall’Orba vanno a scaricarsi nel Tanaro, in certo luogo, che chiamavano Bergolio, gittarono le fondamenta della nuova città, che in onor di Alessandro vollero chiamare Alessandria. Trassero ad abitarla le genti delle vicine terre di Garaundia, Marengo, Roveredo, Solera e Unilla; e nello stesso anno della fondazione Alessandria circondata da fossati e bastioni, fornì la Lega di ben quindicimila combattenti33. Incredibile a dirsi, ma vero. Chiusi in quel recinto di mura gli abitanti in tanta brevità di tempo meno alle commodità della vita, che alle munizioni della città provvidero; le mura si levarono subito, le case si ricoprirono di paglia; onde proverbiati dalla gelosa Pavia, quella miracolosa città fu detta Alessandria della Paglia. Queste creazioni di città sono un bel segno della sovrumana vigoria che la morale unità mette ne’ popoli. Le funebri monarchie dell’Egitto ci hanno lasciate le piramidi, grandi, ma stupidi monumenti della brutale unità di que’ popoli, edificati da schiavi; le Repubbliche Italiane ci han lasciato città, opificio di libere mani, che pensano e parlano dell’onnipotenza della civile libertà che le creò. Trovo in una lettera di Giovanni di Salisbury, che in quei giorni i Lombardi pregassero Papa Alessandro a recarsi in mezzo a loro, e che si tenesse probabile il papale avvento in [p. 301 modifica]Lombardia34. Mi penso che forse il chiamassero ad inaugurare la nuova città colla sua presenza, e con questa avvalorare i negozî della Lega.

Divisa Alessandria in tre quartieri, che presero il nome di Gamondo, di Marengo, di Roveredo, e messa sotto la protezione del B. Pietro35, i suoi Consoli mossero per Benevento, ove stanziava Alessandro. Offerirono a lui e suoi successori la loro città, ponendola in perpetuo sotto la papale dominazione, obbligandosi ad un annuo censo o tributo verso la R. Chiesa36. Alessandro decorò quella città nell’anno 1175 della sede vescovile, e dichiarò cattedrale con molti privilegî la sua chiesa intitolata a S. Pietro37.

Intanto Obizzo Marchese Malaspina molestato dai Collegati nella sua Lunigiana, e non gli avanzando speranza d’imperiali soccorsi, spontaneamente si piegò alla Lega, in cui entrò colle città d’Asti, Vercelli, Novara, Como, le quali disertando la parte imperiale, assai slombarono il Marchese di Monferrato. Bramavasi da tutti che si accostasse alla bella federazione lombarda la Repubblica genovese; ma Genova si peritava per que’ maledetti negozî di Sardegna; temeva scoprirsi nemica al Tedesco. Tuttavolta nel rapido rialzarsi della fortuna Lombarda, vedendo l’opportunità degli aiuti che le potevano venire dalle Repubbliche, a queste si mostrava inchinare. Alla edificazione di Alessandria concorsero i Genovesi col danaio38, ma schivarono la Lega, avvegnachè [p. 302 modifica]fossero stati trattati per tirarveli39. Così ingrossata felicemente la Lega, fu assembrato un altro parlamento in Lodi dei Consoli delle città federate, nel quale intervenne Obizzo Malaspina. Nuovi statuti vennero fermati, i quali miravano a rassodare sempre più il vincolo della unione, ed a rendere più densa la virtù della ripulsa della imperiale tirannide40. Frequenti erano questi congressi, ne’ quali non solo si provvedeva al migliore de’ comuni negozî, ma i Rettori della Lega esercitavano a nome di questa e delle città francate un’autorità sovrana, ministrando giustizia, dispensando precetti ai Consoli delle città collegate41.

Tutto risorgeva in Lombardia. Obizzo Malaspina innanzi entrar nella Lega, a testimoniare della sua lealtà, aveva coi Parmigiani ed i Piacentini addì 12 Marzo ricondotto i Tortonesi alla loro rovinata città, perchè la rilevassero, come avvenne. Milano, mentre tanta opera poneva alla edificazione di Alessandria, un dì più che l’altro andava raggiungendo l’antico splendore. Sola bastava a se stessa; rifiutò gli aiuti pericolosi, che le profferivano Arrigo d’Inghilterra, e l’Imperadore Emmanuele Comneno. Quegli rotta una scandalosa guerra a Tommaso Arcivescovo di Contorbery, e bramando che il Pontefice lo traslocasse ad altro seggio, aveva promesso a’ Milanesi tremila marche per la riedificazione delle loro mura, ove fossero entrati mezzani in quel negozio, ed avessero piegato il papale animo a contentarlo. Ingiusto il desiderio, disonesta la mediazione; rifiutarono le marche42. [p. 303 modifica]Ronzava il Comneno attorno ad Alessandro a que’ tempi per ottenere la corona imperiale, che malamente portava Federigo. A rendersi favorevoli all’intento i Milanesi, offrì loro pecunia anche per le mura. Ma questi sapevano come pensasse Alessandro intorno a quella corona, e si astennero dall’accettare le profferte del Bizantino43, e fecero da sè.

1169. Mentre il santo uomo Galdino ristorava la sua Chiesa de’ patiti danni, e riedificava il palazzo arcivescovile, avvenne un pietosissimo fatto. Era stata atterrata la chiesa di nostra Donna in Milano; Galdino voleva rialzarla, quando le milanesi matrone gli vennero innanzi pregandolo, lasciasse loro il pensiero di quella riedificazione. Memori del doloroso esiglio, ed obbligate alla Madre di Dio, che la mercè sua avevale ricondotte in patria, volevano del proprio edificarle una chiesa, che stesse a monumento del suo maternale favore, e della loro filial conoscenza. E così fecero: sopperendo alla spesa con la vendita delle loro anella, pendagli e vezzi preziosi. Il Giulini reca il disegno della faccia di questa chiesa44. Io vorrei che questo edifizio fosse conservato con molta tenerezza, e per la eccellente purità delle forme, e per la memoria di quelle Lombarde matrone, le quali con quelle pietose offerte nobilmente ci raffigurano il maschio amore della patria, che su le soglie del soprannaturale si marita a quello di Dio. Gli uomini di Legnano erano figli di queste donne45.

Come potè Federigo raccogliere gli spiriti smarriti in quella vergognosa fuga, con cui saltò fuori d’Italia, li adunò tutti su di Alessandro e su la Lombardia. Spiava lo [p. 304 modifica]scaltro Barbarossa un qualche destro a smagliare con quella, che oggidì chiamano politica, quel formidabile nemico della Lega. Sapeva che la vita e la forza di costei fosse tutta nella unione; perciò aguzzò l’ingegno a separare, svegliando qualche scintilla di gelosia tra i Lombardi e il Papa. Intanto una indecente guerra si facevano i Bolognesi ed i Fiorentini46, quelli traendosi i Ravennati, questi i Forlivesi: durava ognor più cruda quella tra Genovesi e Pisani, i quali lottando, avevano mosso in iscompiglio la Toscana. Lucca e poi Siena, Pistoia ed il Conte Guido potententissimo feudatario teneva per Genova; Firenze e Prato per Pisa47. In questo fuoco soffiava Cristiano eletto Arcivescovo di Magonza disonesto prete. Queste guerre nudrivano la speranza dell’Imperadore di potere sgominare gl’Italiani e tornare co’ piedi sul loro collo; imperocchè la guerra stornava le città toscane e di Romagna o dall’entrare nella Lega, o dal caldeggiarne i negozî; e giunto che fosse a raffreddare gli animi Lombardi verso il Papa, le vicine fazioni li avrebbero infallibilmente trascinati ai vecchi odi.

Erasene uscito di questa vita l’Antipapa Pasquale III, ossia Guido da Crema, divorato da un cancro. La fazione scismatica trovò certo Giovanni, un dì Abate di Struma, perdutissimo uomo, che volle far da Antipapa, togliendo il nome di Callisto III48. Forse a Federigo non piacque una successione così subitanea; innanzi venire alla elezione di un’altro Antipapa, egli voleva aprire le insidiose pratiche con Alessandro. Non gli dettero questo tempo. Tuttavolta riconobbe Callisto qual vero Pontefice, e diè mano alle divisate malizie. Spedì oratore di pace al Pontefice Everardo Vescovo di Bamberga. Sapevasi, che costui internamente abborriva la scisma, e per timore seguitava gli Antipapi cesarei: la qual notizia recava più facilmente a credere i [p. 305 modifica]Lombardi che egli andasse a trattare separatamente di pace con Alessandro. Aveva ricevuto precetto di andar difilato al Papa, non aprirsi con altri, lasciar tutti al buio di quel che recasse, e perciò tutti nel sospetto, che non istaccasse per privati accordi Alessandro dalla Lega; in una parola far balenare gli animi nella fortissima unione. Ed avrebbe afferrato l’intento, se Alessandro fosse stato uomo da uccellarsi da un Tedesco.

Stavasene colui in Benevento; riseppe del Bambergense che veniva, e del come già tutti gli animi di Lombardia fossero levati, e lo guardassero con molta apprensione. Si avvide della rete, e curò bene a non darvi dentro. Era ad operarsi all’aperto. Comunicato il consiglio ai Vescovi ed ai Cardinali in pubblica assemblea, spedì tosto lettere e messaggi a ciascuna città della Lega, a dissipare le dubbiezze e le male suspicioni che seminava l’insidioso messaggio imperiale, esortandole a deputare uomini provati ed avveduti alla sua corte, perchè gli fossero testimoni in tutto quello che si passasse tra lui ed il Bambergense. Vennero infatti i deputati Lombardi, i quali colla loro presenza sventarono le maliziose trame del Barbarossa.

Mandava pregando al Papa l’imperiale oratore, che come recava divieto del suo signore di toccare gli stati del Re di Sicilia, si degnasse condursi in quelli della Chiesa, ed in qualche città di Campagna venisse ad ascoltarlo. Si mosse Alessandro e venne in Veroli. In pieno concistoro, presenti i Lombardi, accolse il Bambergense; il quale vedendosi tratto tanto all’aperto, tenne per ispacciata la legazione. Tuttavolta con umili sembianze fattosi alla presenza del Papa, disse: mandarlo a lui ambasciadore il suo signore l’Imperadore Federigo, ma con severo comandamento di non trattare con altri che col Pontefice, cui solo poteva palesare l’ambasciata; perciò tornargli impronta la presenza di tutti quei congregati. Rispose Alessandro: essere vana quella segreta manifestazione di cose, intorno alle quali non poteva dare avviso di sorte, inconsapevoli i suoi fratelli, e i [p. 306 modifica]deputati Lombardi. La qual risposta sconcertò in guisa il Vescovo, che a non tornarsene colle pive nel sacco, il fece consentire, che il Papa dopo averlo ascoltato in segreto, andasse a comunicare ai Cardinali ed ai Lombardi l’imbasciata di Federigo per raccoglierne le sentenze. Il Bambergense non aveva che dire: egli veniva solo per far correre la fama, che avesse segretamente trattato col Papa e non altro.

Infatti come Alessandro l’ebbe a solo, non disse verbo che toccasse o la cessazione della scisma, o il rispetto alla libertà de’ Lombardi. Si tenne su i generali, cioè che Federigo non volesse più continuargli la guerra, e terrebbe valide le sue ordinazioni. Poi si ravvolse in tante ambagi di parole, che il Pontefice non cavandone costrutto, lo stimolò forte ad uscire in più chiare e ricise sentenze. Ma il Legato stringendosi nella persona, gli disse netto, che non altro recava, e che non poteva chiarire nè rimutare il detto. Leso da questa insolenza il pontificale decoro, Alessandro, ritrattosi alquanto a deliberare co’ suoi, lanciò queste nerborute parole all’irriverente messaggio: «Ci reca una grande maraviglia, o diletto fratello in Cristo, codesta tua accortezza; poichè ti se’ fatto recatore a noi di certe ambasciate, che tu stesso ignoravi, a noi, che ben sappiamo qual volpe sia colui che qui ti manda. Che è mai questo riconoscere valide le ordinazioni da noi fatte, e sconoscere quella, per cui, avvegnachè indegni, succedemmo nell’Apostolico seggio al B. Pietro, se non un’onorare e bestemmiare ad un tempo lo stesso Dio? La nostra causa è giudicata dall’universa Chiesa, che ci presta obbedienza. Se questo tuo Imperadore è vago di far parte del gregge commesso dai Cieli al B. Pietro, chi lo tiene dal piegare una volta il collo innanzi all’Apostolico Principe, e dal rendersi membro della Cattolica unità? Noi siami quì paratissimi, ove il voglia, ad onorarlo, ben volergli, e conservargli ogni diritto: ma sia egli pur devoto amatore, qual figlio della sacrosanta R. Chiesa, che lo ha innalzato a cima d’Impero, e non osi toccarle [p. 307 modifica]l’inestimabile tesoro della libertà» Con queste ed altre più amare parole accomiatò il Legato; e perchè non lasciasse negli animi ombra delle bramate suspicioni, lo diè a guardare ai Lombardi nel ritorno a Federigo49.

Innanzi io venga al racconto della prodigiosa guerra, che sostenne la Lega contro l’Imperadore, è mestieri, che io tocchi, almeno sommariamente, delle condizioni delle altre contrade italiane, perchè chiaramente si appalesi quale e quanta fosse la forza delle generose città, che sole stettero a fronte del furibondo Tedesco. Il Papa non aveva che la morale potenza del Pontificato, e non era poco, con cui non solamente a sè stesso bastava, ma alle cose Lombarde mirabilmente presidiava. Il popolo di Roma alla libertà ineducato, rotto a licenza, non gli permetteva dimorare nel suo seggio. Se ne stette lunga pezza in Anagni. Lontano Federigo, lontano Alessandro, ondeggiavano le romane sorti tra i sogni di una Repubblica che non aveva i nervi ed il sangue de’ Fabi e de’ Cincinnati, e l’imperiale servaggio. Il non amare il Papa, era a que’ tempi un vagheggiare il giogo tedesco. Imperiale Prefetto li governava. I bestiali furori esercitati contro Frascati ed Albano50, e il non avere pure col pensiero stesa la mano ai collegati Lombardi, era segno che i mali umori dell’italiano popolo i romani petti contaminassero, non gastigati da quella virtù, per cui dal Lombardo suolo balzavano fuori miracolose città, si edificava una patria, concetto di strapotenti spiriti. Eppure a romani fatti l’incitava Alessandro.

Fanciullo Re stringeva il freno a Sicilia, Guglielmo II, il quale sotto la reggenza della madre doveva contenere in ufficio una insolente baronia, e un popolo che per la varietà delle razze che lo componevano era indocile al governante, docile alle ambizioni dei molti Baroni, i quali trovavano sempre un seguito, movendosi a novità. Greci, [p. 308 modifica]Saraceni, Normanni e Longobardi si mescolavano; e poichè non ancora le leggi Normanne avevan preso vigore ed eguaglianza di tempera per tutti, avveniva che nello stesso reame, sotto lo stesso principe ciascuna razza conservasse peculiari statuti intorno al ministero ed ai ministri di giustizia. Alcune città tenevano i propri Stratichi, e si reggevano alla Greca; altre gli Alcadi alla Moresca, e va dicendo. Il perchè chi era Re di Sicilia a que’ tempi poteva con poca forza ripellere l’Imperadore, che avesse voluto togliergli la corona. Gl’interessi della regia casa non potevano mescolarsi con quelli di un popolo così stranamente raccozzato in mezzo alle insidie degl’indisciplinati Baroni. Aggiungi, che sebbene quel reame di Sicilia fosse stato tutta fattura papale per religione d’investiture, pure nè i Re si addormivano nella fiducia de’ Papi, nè questi nella loro. Quando tempestava Barbarossa, Alessandro e Guglielmo erano amici; comune il pericolo; comune la difesa. Ma la certezza, che, abbonacciati i tempi, le consuete scontentezze d’investiente e d’investito sarebbero rinate, li rendeva cauti anche nella necessaria amicizia.

Le Repubbliche marittime non avevano a pezza un millesimo di quella spirituale virtù delle Lombarde, che tanto vigorosamente lottavano contro l’Impero. Erano meno vulnerabili; e per quel focoso amor dell’oro che mette il trafficare in lontani paesi, avevano a mo’ di dire lo spirito in un consorzio troppo scandaloso colla materia. Perciò se a generosa impresa intendevano, di corto ne venivano sviate, o per qualche scoglio che perdevano, scala opportuna al lor commercio, o per qualche novella occasione di guadagno. La patria amavano i Veneziani, i Genovesi, i Pisani; ma quel pensiero tanto casto della patria non evaporava dalle fiamme di una santa ira che divampava al cospetto di abbominevole servaggio, ma dalle cupidigie delle ricchezze. Perciò nelle paci e nelle guerre mutabili, e disadatte a quella solenne imperturbabilità della Lega Lombarda. I Lombardi cessarono come schifosa labe il Tedesco; le Repubbliche [p. 309 modifica]marittime negoziarono con lui, odiandolo. Venezia, che pure fu prima ispiratrice della Lega, perchè tocca nelle sue mercanzie dal Comneno in Costantinopoli e in tutto l’impero Bizantino, mosse guerra al medesimo nell’anno 1171, e che infelicemente si terminò nell’anno appresso colla morte del Doge Vitale Micheli51. Ma non più ricordando dei Lombardi e di Federigo, nell’anno 1174, come si vedrà appresso, venne a dar di spalla colla sua flotta all’oste tedesca condotta da Cristiano eletto di Magonza, che assediava Ancona, perchè questa città era sotto la protezione del Comneno. Questo aiutare Federigo contro una città italiana e far parte della Lega, che l’obbligava a non aver pace col medesimo, erano contraddizioni; ma la storia di questi falli non cominciò nè finì in Venezia.

Ciò che dico di Venezia, affermo anche di Pisa e di Genova. Ove queste due repubbliche avessero posti giù gli odî, con che si guerreggiavano per gelosia di commercio, Federigo non avrebbe trovata più la via a tornare in Italia. L’Impero tedesco non piaceva ad alcuno, salvo a que’ grossi feudatari, che strisciavano tra le gambe di Cesare, a raggranellare quel potere che cadeva dalle mani dell’Imperadore. Per la qual cosa Toscana, l’Umbria e parte di Romagna sarebbero volentieri entrate nella Lega. Ma le accanite guerre di Pisa e di Genova dividendo gli animi in quelle regioni, gli spiriti che dovevano adunarsi a cessare comune e vero nemico, disonestamente si profusero a fiaccare particolari e non veri nemici, perchè Italiani.

Genovesi e Pisani lastricarono la via al ritorno dell’Imperadore Barbarossa. Essi accolsero quell’astuto e ribaldo Prelato Cristiano di Magonza, ora accettandone l’arbitrio nelle loro discordie, ora ponendolo a capo della propria fazione a ferire l’opposta. Di che egregiamente si giovò l’Arcivescovo, adunando parlamenti, facendosi compositore [p. 310 modifica]di paci, punitore di ribelli, premiatore di fedeli; in una parola, richiamando in vita in quelle matte contrade la buona memoria di Federigo. Nel parlamento tenuto presso Siena Cristiano si vide attorno pendenti da’ suoi cenni il Prefetto di Roma, quei della città d’Ancona, il Marchese di Monferrato, il Conte Guido ed una moltitudine di Valvassori e Consoli della Toscana, dell’Umbria e della Romagna52. O egli non la faceva da giudice intero, o le sue sentenze non erano accolte da una delle parti, lungi dal sedare, stimolava a guerra l’Arcivescovo, ora a Genova, ora a Pisa favorendo, fino a che s’ebbe ben rifornito di milizie, che lo seguivano come capo di fazione. Così Federigo trovò chi lo accogliesse in Italia, pronto che fosse a discendervi con opportuno sforzo.

Contristavano queste pazzie genovesi e pisane l’animo dei collegati Lombardi; i quali al risapere come Genova nell’anno 1171 avesse amorevolmente accolto l’Arcivescovo Cristiano, se ne sdegnarono fortemente, ed a punirla di quello, ch’era un vil tradimento alla patria, bandirono che non si recasse dal paese Lombardo grano o altre vettovaglie a quella città; per cui vi misero dentro un’assai grande carestia53.

Erano in molta agitazione di spirito i Lombardi a munirsi contro il venturo Imperadore. Correvano voci de’ grandi apparecchi che questi faceva in Lamagna per ristorare in Italia l’imperiale decoro: sapevasi delle calde pratiche del Marchese di Monferrato e de’ Pavesi presso il medesimo per affrettarlo a muovere in loro aiuto; sapevasi, essersi ben fornito l’Arcivescovo Cristiano, e pigliar voli più alti. Si apparecchiavano ad una guerra, dall’esito della quale pendevano le sorti della lombarda libertà. Si assembrarono in Modena i Collegati in un grande parlamento: v’intervennero i Consoli di Milano, Brescia, Piacenza, Cremona, [p. 311 modifica]Parma, Reggio, Modena, Mantova, Bologna e quelli di Bobio e Rimini di fresco aggiunti alla Lega. Papa Alessandro vi spedì suoi Legati Ildebrando e Teodoro Cardinali, alla presenza de’ quali deliberarono i Collegati. Rinnovarono in quest’assemblea i giuramenti di scambievole difesa: fu vinto il partito di adoperare la forza contro que’ luoghi del regno italico, che non volessero entrare nella Lega o che entratovi, la disertassero: con molte cautele e pene fu provveduto, perchè alcuno non si ardisse di aprir pratiche di accordi separati col Barbarossa e col suo figlio Errico: fu decretato a petizione de’ Cremonesi, sempre guardinghi della potenza di Milano, che non si rialzasse il castello di Crema, nè si piantassero rocche sulle sponde dell’Adda e dell’Oglio senza il consenso de’ loro Consoli54.

Rafforzata quella santa unione con nuovi giuramenti, non è a dire con quanta alacrità di spirito si apparecchiassero i Lombardi a ributtare il Tedesco. Una principal cura ponevano a rinforzare i contadi delle città, sperperati per feudali concessioni dell’Imperadore. Andavano cacciando dalle rocche que’ signorotti, i quali, sendo creature dello straniero, potevano insidiare alla patria nella gran lotta che era per imprendere. Così i Comuni dilatavano il lor potere, e non era che una la volontà, la quale indrizzava i negozi di ciascuna Repubblica. E con sì forte proposito si recavano in questo affare dello sterminar da’ contadi i pericolosi feudatari, che non portavano rispetto pure ai Vescovi ed ai Monasteri. Nell’anno 1173 il popolo di Modena costrinse alcuni villaggi sottoposti alla Badia di Frassinoro a pagare tributo alla loro città, ed a militare sotto la condotta dei Consoli in tempo di guerra55. Trasandavano veramente i tempi, quelle anime Lombarde.

Erano corsi ben sei anni dalla indecorosa fuga dall’Italia dell’Imperador Federigo: e non meno di questo spazio [p. 312 modifica]di tempo fu mestieri a fargli raccogliere gli spiriti. Non trovava più nelle mani il freno, che così crudamente aveva stretto ai Lombardi, e pure tornato che fu alla reggia, in una Dieta tenuta a Bamberga nel 1169 aveva fatto eleggere Re di Germania e d’Italia il primogenito Arrigo56. Provveduto in quell’assemblea alla divisione del suo retaggio, ed a porre bene in istato tutti i suoi figli, fallitogli il disegno di separare il Papa dalla Lega, si diè tutto a preparare tale un esercito, che bastasse alla grandezza della vendetta, che voleva togliere sui Lombardi della offesa maestà imperiale. Allo scorcio del Maggio 1174 celebrò una solennissima Dieta in Ratisbona, nella quale deposto di seggio Adalberto Arcivescovo di Salisburgo, ventilò coi Principi il grave negozio della spedizione in Italia. Assembrato l’esercito, fermò muovere nel Settembre di quell’anno.

Intanto Cristiano intruso Arcivescovo di Magonza a sgomberargli la via e ad infiacchire la Lega, rifornitosi, come fu detto, di milizie, divisò porre l’assedio ad Ancona. Dalla riuscita dell’impresa un doppio bene s’imprometteva: togliere al Comneno quella città, che raccolta sotto la sua protezione era stanza di Greci; e staccare Venezia dal consorzio della Lega. Imperocchè questa Repubblica portava un pessimo animo ad Ancona, la quale assisa sulle sponde dell’Adriatico, e molto esercitata ne’ traffichi di levante, quasi le scemava l’impero di quel mare, e le turbava il monopolio di quel grasso commercio. Rotti com’erano a guerra i Veneziani col Comneno, non si sarebbero rattenuti dall’aiutare l’Arcivescovo nell’assedio, ed almeno, se non al tutto avrebbero disertati i Collegati, sarebbesi di molto infreddata la loro fiducia verso di essi. Come pensava Cristiano intorno ai Veneziani, così avvenne; anzi li trovò tanto maneggevoli, che venne co’ medesimi in aperti trattati di lega contro di Ancona; ed una delle condizioni di quella si era [p. 313 modifica]la egual divisione delle spoglie, espugnata che fosse la città57.

Là dove i monti del Piceno vanno a bagnarsi nell’Adriatico, spunta nel mare un promontorio, il quale sprolungandosi da ponente a levante, bruscamente piega verso tramontana, ed apre un bel seno di mare, che prospetta Venezia in fondo al suo golfo. Su per questo seno sorge la città di Ancona, la quale, quasi a guardarsi da quella potentissima reina dell’Adriatico, va ad arroccarsi sino su le soprane parti del monte, che con due creste la veglia. Il dorso del promontorio verso levante così repentino cade nel mare, che non si fa salire, e tien luogo di ottimi bastioni. Il lato che guarda mezzodì, è il solo oppugnabile da sforzo di terra. La città è malamente assicurata da un molo, il quale dando una insufficiente volta, lascia troppo largo sbocco ai venti e ad un’armata nemica; perciò quel porto è stanza poco sicura ai naviganti, inopportuna alle difese. Ai tempi che narriamo era benissimo affortificata la città, ma mal preparata a sostenere un assedio. Imperocchè molti de’ cittadini erano fuori ai loro negozî mercantili; ed essendo la primavera, le vettovaglie dell’anno erano allo scorcio, e le nuove non ancora mature. Tra per lo scarso numero de’ difensori e per difetto di provvigioni, non pareva che potesse a gran pezza durarla, messo che si fosse intorno il nemico58. È a dire che gli Anconitani non pensassero ad un assalimento, il quale segretamente aveva apparecchiato l’Arcivescovo Cristiano, tenendone trattato co’ Veneziani.

Questo Cristiano, prete, era il più fedele cagnotto di Federigo in queste nostre regioni: perciò intrusolo nel seggio di Magonza, creatolo Cancelliere dell’Impero, non era alcuno, in cui più si affidasse, perchè nissuno come quegli [p. 314 modifica]seppe meglio condurre i negozi per quel verso ch’egli voleva. Le città Lombarde avevano messo a sbaraglio quella pretta canaglia de’ Podestà tedeschi, ma il Cristiano valeva per tutti costoro, e l’Italia non poteva dirsi al tutto liberata. Boncompagni, che ci ha lasciata una descrizione dell’assedio anconitano, afferma, ch’egli viveva di rapina come avoltoio, o corvo divoratore di carogne; tanto alla scapestrata si avventava su la roba altrui59. E ne aveva mestieri: imperocchè a mantenere vive e contente tutte le femmine che si traeva appresso, e i cavalli e i donzelli e gli scudieri, non sarebbe bastato l’erario dell’Imperadore60. Le militari lascivie il traevano, ma non l’assonnavano. Al primo dar nelle trombe era tosto in arcione; con elmo in capo risplendente di oro, con sopravveste cilestra, tutto chiuso nell’armadura, spronava il cavallo là dove era più fitta la mischia, più grave il pericolo. E menando a tondo una enorme mazza ferrata, ora dava al nemico, ora ai suoi, per incitarli alla pugna. Le percosse tenevan luogo di arringhe. Nel Settembre dell’anno 1172 venne a tempestare sul Bolognese. Bologna gli mandò milizie a cessarlo: si appiccò una furiosa battaglia. Cristiano la vinse, inseguendo i fuggiaschi fin sotto le mura della città. In quella fazione l’Arcivescovo prostrò morti al suolo ben nove Cavalieri con la sua mazza; ed a trentotto nobili Bolognesi suoi prigionieri di propria mano ruppe con una pietra le mascelle. Il dì appresso il buon prelato sagrificò al Signore in vesti pontificali, mentre una schiera di Cisterciensi d’ambo i sessi scioglievano sacre canzoni. Questi monaci scismatici, i quali seguivano l’Arcivescovo, nelle battaglie menavano a maraviglia le mani61.

[p. 315 modifica] Da questo nemico vennero quasi repentinamente assaliti gli Anconitani, i quali sebbene nella Lega non fossero entrati, si tenevano così nobilmente fermi nel proposito di ripellere il giogo tedesco, che ai Lombardi non la cedevano nell’odio al Barbarossa, e nell’amore alla loro libertà. Sprovveduti del necessario ad un lungo assedio, ad un tempo si trovavano chiusi dall’Arcivescovo e da’ Veneziani. Quegli pose l’assedio alla città dalla banda di terra, questi attelarono il loro navilio nel porto; e non fu più via all’uscita in procaccio delle vettovaglie.

Incominciò la guerra alla tedesca. Cristiano fece devastare tutto il contado; le messi segate ancora immature, svelte le viti e gli ulivi; tolto ogni alimento umano. Si affrontarono gli Anconitani co’ guastatori; ma tosto e con mala fortuna si ritrassero in città, che non aveva pure un gran numero di difensori. Nel bel principio dell’assedio la fame incominciò a tribolarli, ed il Tedesco non dubitava di una subita loro dedizione. Ad affrettarla, spinse innanzi alle mure le consuete macchine da battere, mentre si spingevano innanzi le navi de’ Veneziani a tentare dal mare la città. Tutti di conserto mossero all’assalto: risposero con molta vigoria gli Anconitani. Al suono delle campane irruppero fuori ed investirono con tanta furia gl’imperiali, che li ributtarono oltre le macchine, alle quali non potevano recar nocumento, essendo benissimo difese dagli arcieri che vi stavano a guardia. La qual cosa vedendo certa Stamura, vedova, che di donna non aveva altro che il sesso, presa dentro da miracolosa carità di patria, sola con una fiaccola alle mani venne ad appiccare il fuoco alle macchine. Un nembo di frecce e di sassi le pioveva sopra; ma stette imperturbata in tanto pericolo, sino a che non vide tanto procedute le fiamme, da tenere per irrimediabile quell’incendio. Vedi, lettore, di quali figli dovette incingersi questa femmina, e qual latte nutricatore di virtù doveva da quel santo petto sgorgare.

Dalla banda del mare non si combatteva con minore [p. 316 modifica]ardimento. Tenuto fronte ai Veneziani, che volevano calarsi nella città mentre l’Arcivescovo la combatteva per terra, presero gli Anconitani il buon punto, che un gagliardo vento offeriva, per offendere al nemico navilio. Torreggiava a mezzo del porto una smisurata galea con sopra un castello di legno ben fornito di uomini e di ogni guarnimento da guerra, la quale come proteggeva i legni minori, faceva un gran male alla città. Erasi ancora messa una violenta fortuna di mare, che a mala pena lasciava tenersi su le ancore il nemico navilio. Speculava dalla spiaggia tanta opportunità certo prete Giovanni, noderoso uomo e di smodata audacia. Nudossi, entrò nel mare con una scure nelle mani, e per nulla intimorito dai nemici che lo saettavano, seppe così bene schermirsi e menar le mani, che senza toccar ferita, troncò il canape della galea reale, e la mise ad un sì grave rischio, che ove non fosse succeduta la bonaccia, sarebbe andata a rompersi al lido. Il presbiterale ardimento stimolò i cittadini a uscire colle loro fuste a battaglia colle venete: tagliarono loro le gomene, e tempestando ancora il vento, così sciolte, trabalzate, ben sette ne vennero a dare in secco nel porto.

Il poco di vettovaglia trovato su queste navi, ed i cavalli presi ai Tedeschi nella sortita breve e scarso ristoro arrecò all’affamata città: per cui venuti quasi allo stremo della vita, fermarono gli Anconitani allontanare Cristiano dall’assedio con grossa quantità di danaio. Glie lo mandarono offerendo: lo rigettò. Allora adunati in parlamento, e messo il partito della resa a discrezione dell’inimico, molti v’inchinavano, non avanzando in città che solo poche moggia di grano; e forse avrebbero vinto il partito, non essendo scampo a salute. Ma ecco levarsi in mezzo dell’assemblea un cittadino, che a mala pena si reggeva per decrepitezza di età, essendo su i cento anni, ed affatto orbo dell’uso degli occhi, il quale con solenni parole così fortemente disse: «O cittadini di Ancona, per Dio, date ascolto ad un vecchio, cui non avanza più speranza e timore di umani casi, [p. 317 modifica]che, intenebrati gli occhi del corpo, guarda con quelli della mente alla cara patria, che fin qui tanto virilmente difendeste. Udite le parole di un vecchio, che sa del passato. Deh! non lasciate in balia del nemico questa città vergine di tedesco servaggio. Quante volte non fu essa tentata dagl’Imperadori, e questi se ne dovettero ritrarre senza frutto e con molto loro scorno? Io vidi il potentissimo Re Lotario con numeroso esercito a queste mura minacciare, ed andarsene vergognosamente fallito. Che? invitti da regie ed imperiali milizie, ci darem vinti alle chericali masnade di un Arcivescovo? Ci rassicura forse la buona fede degl’imperiali tanto da gittarci nelle loro braccia ed aspettarvi l’osservanza de’ patti? Povera Milano! miserabili Lombardi, che si affidarono al fellone straniero! Io ho toccato la lunga e non mai fallita esperienza dell’impossibile innesto di animo italiano e tedesco. Ripigliate le armi; spedite attorno oratori per un esercito, che ci soccorra. Ed ove non avanzi speranza di aiuto, gittato il tesoro in fondo al mare, prorompiamo con ultimo sforzo sul nemico, seppelliamo ne’ nostri petti la patria pura ed immacolata di servaggio».

Le parole del vecchio confortarono mirabilmente gli Anconitani, e con comune sentenza deliberarono morire, anzichè rendersi al Tedesco. Furono spediti fuori secondo il consiglio del vecchio tre gentiluomini Anconitani con molta quantità di oro per assoldare milizie; i quali tanto bene si schermirono dalle navi venete, che senza molestia le barche che li portavano presero il largo. Combattere col ferro alla mano sarebbe stato poco per que’ valorosi, terribile pruova era il sostenere una fame, che un di più che l’altro incrudiva. E dentro consumato ogni cibo da uomo, si gittarono a mangiare ogni più sozza cosa, meno per satisfare al naturale appetito che per ingannarlo. L’alga del mare, cuoi ammolliti nell’acqua, e schifosissime bestie erano le sole vivande che avanzavano. Ma come mancava il naturale alimento ai corpi, cresceva quello dello spirito, alla vita del [p. 318 modifica]quale era un esca succulenta il pensiero della patria, per cui tanto pativano. Era veramente un miracolo a vedere uomini rifiniti di ogni forza vitale al primo toccar delle campane a stormo, balzare in piedi su gli spaldi, e combattere da lioni. Ed anche più splendida si parò la virtù delle donne in questo assedio, le quali Italiane essendo, Italiane furono nella virtù. Vedevansi queste morir tra le braccia il frutto delle loro viscere, perchè non davano più latte le maternali poppe; eppure non che levare un lamento, non una preghiera a dare un termine colla resa ai dolorosi casi, con una ineffabile virilità di cuore si rendevano confortatrici agli uomini in quel martirio, che per la patria duravano. E fu una nobilissima donna, che stretto tra le braccia un caro infante, abbattutasi presso la porta della città in un soldato, al quale poco o nulla di vita più avanzava per la fame, lo riscosse, dicendogli — Vedi che ancor io da due settimane non ebbi altro a mangiare che cuoia bollite; e non mi sento più latte a campare la vita di questo figliuoletto: ma se ne avanza pure una gocciola, levati e poppala; rifocilla la vita a’ servigî della patria — Incontanente le smorte pupille del soldato, che affisavano la generosa matrona, sfavillarono di nuova vita, e vergognoso, ritto in piedi cominciò a combattere il nemico quasi rifatto per lautissimo pasto.

Intanto le pratiche de’ messaggi spediti fuori in cerca di aiuti, rendevano frutto alla pericolante Ancona. Eransi quelli rivolti alla Contessa di Bertinoro ed a Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella. Erano questi due potentissimi signori, i quali tenevano la parte papale, nè potevano aspettarsi cosa di bene dall’Arcivescovo Cristiano. La Contessa della nobile e poderosa gente de’ Frangipani aveva in donnesco petto cuore veramente da uomo, e generoso signore era Guglielmo. Quella chiamò tosto alle armi i suoi vassalli, a soccorrere l’angustiata Ancona; questi tutto il suo patrimonio pose nell’assoldar gente, in guisa che tosto fu assembrato un’esercito numeroso di molta infanteria e di due mila [p. 319 modifica]a quattrocento cavalli divisi in dodici squadre. Mossero le liberatrici milizie pel territorio di Ravenna: le conduceva la Contessa e Guglielmo. Campeggiarono la vetta del monte Falcognara; quattro miglia le separavano dall’angustiata città; di poco distavano dalle fazioni tedesche. Con accorto consiglio Guglielmo, come fu alta la notte, fece appendere alla lancia di ciascun soldato due o tre lampade; e poi facendo difilare le schiere con assai rade ordinanze da offerire al nemico una fronte larghissima, lo trasse in inganno sul numero delle sue genti, che credette assai più grande di quel che era. La qual cosa come mise l’Arcivescovo in grave apprensione, commosse gli Anconitani ad una incredibile gioia. I quali dai portici del duomo vedendo una così vicina liberazione, alzarono grida, che mescolandosi a quelle de’ soccorrenti, spaventarono in modo l’Arcivescovo, che in quella stessa notte con molte cautele sloggiò, e si ritrasse nel Ducato di Spoleto. Ad un tempo il navilio veneziano sciolse le vele, e la città fu del tutto libera dell’assedio. Così Ancona per muliebre virtù fortissimamente sostenuta dentro, per la generosa Contessa di Bertinoro fu anche per donnesca mano liberata di fuori. Preclarissimo testimonio resero le donne anconitane e questa valorosa signora di una grande verità, cioè, non doversi abbandonare al tutto il debole sesso agli ozî dell’ago e della spola; bensì come madri di forti, doversi anche alle paurose cure della guerra educare, non perchè le combattano, ma perchè le sappiano, ed a’ figliuoli le insegnino colla matronale continenza a non intimorirne62.

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NOTE

e

DOCUMENTI


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NOTA A

della badia di pontida

Questa Badia dell’Ordine di S. Benedetto per quel solenne avvenimento della Lega, che vi fu ordita, va a tutte innanzi per civile gloria. Nell’anno 1491 a dì 2 Settembre fu fatto in Venezia un’istrumento, con cui gli Eccellentissimi Procuratori di S. Marco Giovanni Cappello e Pietro Priuli, essendo per infermità assente il terzo collega Antonio Vaniero, col consenso della Signoria, concessero alla Congregazione di Monte Cassino, altrimenti detta di S. Giustina di Padova, il monastero di Pontida con tutti i suoi beni. Fra i patti di questa aggregazione fu quello di pagarsi dai monaci ogni anno nel dì di Pasqua cencinquanta Ducati d’oro ai Procuratori di S. Marco; ed alla chiesa di S. Evangelista in Venezia un cereo di dieci libbre63. Con altro istrumento, consenziente Papa Alessandro VI, fu accolta quella Badia della Congregazione Cassinese a dì 17 Ottobre dello stesso anno64.

A tristi destini fu condotta la Badia di Pontida nel Settembre dell’anno 1373 dal terribile Bernabò Visconti. Eransi in quella affortificati i principali della parte Guelfa in Lombardia, Guglielmo Coglioni, Lantelino Rivolo, e Simone Broli con altri sessantotto; quando Bernabò furibondo per la morte del figlio Ambrogio entrò il Bergamasco, ponendolo a sangue ed a fuoco. Le mura che furono testimoni della Lega, madre della Lombarda indipendenza videro e sostennero l’assedio dell’irato Visconti, e di quella tirannide che si andava raffermando in Milano su le rovine della Repubblica. Per quattro dì strinse e combattè la Badia Bernabò; l’ebbe a patti, tra’ quali era quello che fossero rispettate le vite degli arresi. Il vincitore ruppe la fede: gli assediati ed i monaci vennero crudamente uccisi:65 la Badia fu data alle fiamme. Così per mano de’ Visconti tiranni di Milano quel monumento, cui erano raccomandate le più care memorie della italiana libertà, perì nel secolo XIV.


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DOCUMENTO B

saggio dei giuramenti delle città che entrarono nella lega

(Dal Muratori Antiq. Medi Ævi diss, 48. pag. 261)

In nomine Domini: amen. Ego juro ad sancta Dei Euangelia, quod non faciam neque treguam neque guerram recredutam, nec aliquam aliam concordiam cum Federico Imperatore, neque cum filiis ejus, nec cum Uxore ejus, neque cum alia quacumque persona ejus nomine, nec per me nec per aliam quamcumque personam, et ab alio homine factam non habebo ratam. Et bona fide pro meo posse operam dabo juribus quibuscumque potero, ne aliquis exercitus modicus vel magnus de Alamannia, vel de alia Terra Imperatoris, quae sit ultra montes, intret Italiam. Et si praedictus exercitus intraverit, ego vivam guerram faciam Imperatori, et omnibus illis personis, quae modo sunt ex parte Imperatoris, vel quibus pro tempore fuerint, per quas praedictus exercitus debeat exire de Italia, donec praedictus exercitus de Italia exeat. Et ego bona fide per me et per omnes personas totius meae virtutis salvabo et guardabo personas et res omnium hominum Societatis Lombardiae, Marchiae, et Romaniae, et nominatim Dominum Marchionem Malaspinam, et omnes personas, quae modo sunt in Societate vel extra. Et ego nullam concordiam feci, nec faciam cum Imperatore Constantinopolitano, vel ejus Misso aliquo modo per me nec per meum Missum sine communi consilio credentiae cujusque Civitatis. Et si cum mea parabola vel mei Missi, Societas jam dicta fecerit concordiam cum Imperatore Federico, vel ejus filio, et Imperator vel ejus filius vel sua pars ruperit Societati conventionem, ego pro omnibus suprascriptis tenebor juramento. Et haec omnia praedicta bona fide attendam sine fraude usque ad quinquaginta annos continuos. Et si quid additum vel diminutum fuerit communi consilio Domini Ducis et Rectorum Societatis suprascriptae vel majoris partis, dato in Consilio credentiae illarum Civitatum, salvo Capitulo Imperatoris Constantinopolitani, sicut supra legitur, attendam. Et filios meos, qui sunt in aetate quatuordecim annorum, infra duos menses, postquam eos cognovero esse in praedicta aetate, et tot de meis, et tales, et quot et quales placuerit Rectoribus Societatis, factam jurare omnia praedicta et attendere.


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DOCUMENTO C

altro giuramento

(Idem ibidem pagin. 266.)

Ego juro, quod adjuvabo Venetias, et Veronam, et Castrum, suburbia, et Vincentiam, et Patuam, Trivixium, Ferrariam, et Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mutinam, Bononiam, et omnes homines, et omnia Loca, quaecumque fuerint in hac Concordia, cum his praedictis auctoritatibus et ceteris, qui in concordia fecerint nobiscum hoc sacramentum, contra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerint guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere quam facimus a tempore Henrici Regis usque ad introitum Imperatoris Friderici. Et non ero proditor alicujus suprascriptorum Locorum, vel alterius, qui nobiscum fuerint in hac concordia. Et si scivero aliquam personam, quae velit hoc facere, vel si quis me de hoc interpellavit, quamcitius potero in communi concione vel Consilio manifestabo. Et si qua gens venerit supra aliquam suprascriptarum Civitatum vel hominum, et ibi damnum advenerit, nos illud damnum reficiemus, aut per concordiam, aut sicut illi jactaverint per libram hoc damnum, scilicet in equis aut in armis, si per commune Consilium cujuscumque Civitatis aliquam Civitatum, vel Castrum proeliabunt, et inde damnum advenerit, similiter reficiemus. Praeterea si amodo de inimicis aliqui capti fuerint ab his Civitatibus, aut ab aliis, quae erunt nobiscum in concordia, et de nostris ab inimicis capti fuerint, similiter cambientur sine contrarietate, bona fide. Studiose non offendam personas vel res eorum, qui hoc sacramentum fecerint, exceptis hominibus meae Civitatis. Et si fecero infra triginta dies, postquam mihi requisitum fuerit sigillo illius Civitatis, caput causae restituam, nisi parabola illius, qui damnum passus fuerit, vel Rectoris illius Civitatis remanserit. Et praeceptum et praecepta omnia, quae Rectores meae Civitatis mihi fecerint, et dis....... sacramenti super attendam his negotiis sine fraude, nisi remanserit parabola alicujus Rectoris meae Civitatis, et nisi fuerint pecunia corrupti, vel timore suarum personarum, vel propter captionem hoc fecerint. Vel si aliquid suprascriptorum acciderit vel si exierit de sua administratione, ego ero operator eligendi alios infra quindecim dies, et eorum praecepta attendam. Similiter neque pacem, neque concordiam, aut guerram recredutam aut treguam faciam sine communi consensu et consilio suprascriptorum Locorum, et adjuvabo omnes homines, qui fecerint hoc sacramentum, contra omnem hominem, qui hac [p. 326 modifica]occasione voluerit eos offendere. Et jurare faciam omnes homines masculos mecum habitantes, XIV annos habentes usque ad LXV infra mensem, postquam juratum habuero, exceptis Clericis, Commissis, Asideratis, Caecis. Et haec omnia a proxima Pascha ventura usque ad annos viginti. Non fraudulenter dimittam, quin totum adimpleam bona fide, sine fraude, et malo ingenio, et quae praedicta sunt, omnia observabo Civitati praedictae. Et omnes, qui fuerint secum in concordia hac, exceptis Veneticis, qui ita debent juvare scilicet sum navibus usque in Brendam et usque in Civitate Nova, si opus fuerit, et usque in Mestrem et Baledello, et per mare et per Padum, et per alias aquas dulces, ubi possunt sine fraude. Similiter et tu non teneris venire mecum per aquam in aliqua parte sine tua voluntate, si nos juvabimus Venetiis, sicut circumdat antiquus Fluvius, et usque Lacuetum et usque Liquentia. Praeterea si aliquid havere aliunde advenerit, aut ab Imperatore Constantinopolitano, aut a Rege Siciliae, salvo nobis Veneticis hoc, quod nos Marchianis dedimus, et eo dispendio salvo quod fecimus in legatione praedicti Imperatoris aut Regis pro hac re bona fide omnia partiemur, et sine fraude erimus studiosi operari omnia ad communem voluntatem. Et quidquid Rectores praedictorum Locorum vel aliorum, qui nobiscum fuerint in hac concordia omnium vel majoris partis, addiderint vel minuerint, vel si de aliqua re concordaverint, bona fide et sine fraude observabo. Omnes Consules Longobardiae istarum Civitatum, et Marchiae, Venetiarum, et Ferrariae in concordia remiserunt sacramenta Scholarium et Mercenariorum, seu suorum, seu habitantium, nisi fuerint Milites. Ego juro, quod faciam me caput et guidam ad defendendum Civitatum Venetiarum, Veronam et Castrum, et suburbia, Vincentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mutinam, Bononiam, et aliarum Civitatum et Locorum, quae in concordia suprascriptarum Civitatum fecerint hoc sacramentum. Bona fide ero operator communis commodi et utilitatis supradictorum locorum, et ad retinendas rationes illorum, qui fecerint hoc sacramentum sub praecepto Rectorum illius Civitatis, ubi moratur reus, vel sub praecepto Judicis, quem ipsi elegerint. Et si aliquod commodum mihi evenerit causa alicujus Civitatis nobis adjungendae, seu alicujus gentis vel hominis, servabo illud ad communem utilitatem omnium soprascriptorum Locorom. Et hoc attendam, donec ero in hoc meo praesenti regimine.

Millesimo Centesimo Sexagesimo Septimo, Primo die Mensis Decembris, Indictione XV.


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DOCUMENTO D

giuramento dei consoli di alcune città nel parlamento di modena

(Item ibi. p. 272)

In Dei nomine. Anno ejusdem MCLXXIII. Indictione VI. die Mercurii, VI. Idus Octobris. Ego juro ad Sancta Dei Evangelia, quod bona fide sine fraude operam dabo ad observandas Societates et concordias factas inter homines Lombardiae, et Marchiae, et Veneciae, si hoc sacramentum fecerint, et Romaniae, et recepti fuerint communi consilio omnium Rectorum Civitatum, vel majoris partis. Et si aliqua Civitas, vel ulla persona adhaeserit parti Imperatoris F. ita quod sit contra hanc nostram Societatem, ego dabo operam bona fide ad eum expellendum de suo habitaculo, et res ejus devastandas. Nec ultra ero in consilio, ut a nobis sit receptus, nisi communi consilio omnium Rectorum Civitatum vel majoris partis. Et si erit de mea Civitate, bona fide operam dabo, ut domus ejus, quam haberit in Civitate, destruatur, et de Civitate expellatur. Et legationes, vel literas Imperatoris F. scienter non recipiam fraude. Et si aliquo modo ad me venerint pro damno Societatis bona fide Rectoribus ostendam, vel ostendere faciam. Et nullam concordiam faciam cum Imperatore F. aut filio ejus vivente F. Imperatore, nisi communi consilio omnium Consulum omnium Civitatum Societatis, vel majoris partis Consulum, nisi forte aliqua Civitas pacem vetare voluerit. Nec ero in consilio, ut mea Civitas faciat sacramentum contra hanc concordiam; et si facta sit, vel facta fuerit, bona fide operam dabo ut frangatur; et ego bona fide operam dabo, adjuvare generaliter sine fraude homines meae Civitatis et mei Districtus, quos sine fraude videbitur mihi expedire. Vel faciam jurare Consules meae Civitatis, quod facient jurare homines suae Civitatis et Suburbiorum, ei Civitati conjunctorum, hoc sacramentum infra duos menses, postquam intrabit in Consulatu, a septuaginta annis infra. Et a quindecim annis supra sine fraude. Nec ero guida, nec spia ad damnum nostrae Civitatis ad utilitatem hostium; et hoc attendam bona fide. Ego non accipiam aliquod avere pro privata mea utilitate pro facienda conventione cum Imperatore F. vel aliqua persona, vel Civitate recipienda in nostra Societate. Et quamdiu discordia durabit inter Imperatorem F. dictum ex una parte, et Veneciam et Civitates Marchiae et Lombardiae et Romaniae, et omnes, qui sunt in hac Societate, vel erunt ex altera. Non ibo ad ipsum Imperatorem F. vel ad alium pro eo, nec nuntium nec literas mittam vel mitti faciam, nisi consilio vel parabola omnium Rectorum jam dictarum [p. 328 modifica]Civitatum vel majoris partis. Nec de cetero jurabo, me esse caput alicujus Companiae, nec sub capite jurabo, nisi parabola et consilio omnium Consulum meae Civitatis, Communis, vel majoris partis. Et si factum habeo, non ultra procedam ex eo contra praeceptum suprascriptorum Consulum mihi per debitum sacramenti jam factum. Nec in Consilio ero vel facto, ut aliquid supradictorum fiat, nisi praedicto modo. Et si scivero aliquam facere velle vel fecisse contra hoc statutum, bona fide prohibebo, ne faciat; et quod factum erit, infra octo dies, postquam scivero, ipsis Consulibus manifestabo omnibus illis vel majori parti, qui erunt in Civitate.

Taliter jurat Comes Azo Consul Brixiae ...............................




Note

  1. Ott. Mor. p. 1133.
  2. Vedi Nota A.
  3. Otto More. 1153 — Trista. Calchi. Histo: Patri. L. XI. p. 268.
  4. Sigon. De Regno Ital. lib. XIV p. 778.
  5. Otto Morena p. 1133 — Sigon. De Regno Ital. lib. XIV pag. 777 = Trist. Calchi lib. XI. p. 231.
  6. Vedi Doc. B.
  7. Epistola Joannis Saresberiensis Wilelmo Suppriori Cantiae lib. 2. epist. 89. S. Thomae Cantuar. Editio Christiani Lupi, Bruxellis 1682.
  8. .... Vicarius Petri..... Italiam fere totam a facie furentis...... tanta felicitate et celeritate excussit, ut in ea nihil habere videatur (Fridericus) nisi terrores.... Hoc enim Itali audito, ab eo discedentes, reedificaverunt Mediolanum, schismaticos expulerunt, Catholicos reduxerunt Episcopos, et Ap. Sedi unanimiter adheserunt. Id. ib.
  9. Sir Raul. p. 1191.
  10. Acta S. Galdini ap. Bolland. 18. April, p. 594.
  11. Otto Morena p. 1135. — Trist. Calchi, lib. XI. p. 268.
  12. Vedi il disegno di que’ Bassorilievi pubblicati dal Giulini e dal Rosmini nella sua Storia di Milano.
  13. Trist. Calchi p. 269. — Otto Morena p. 1137.
  14. Sigon. de Regno Ital. libr. 14.
  15. Card. Arag. p. 459.
  16. Otto Moren. 1137.
  17. Epist. S. Thom. Cantuar, lib. 2. Epist. 66.
  18. Otto Morena p. 1159.
  19. Vita S. Galdini ap. Bolland. 18 April. p. 594.
  20. Vita. S. Galdini ap. Bolland. ibi = Trista. Calchi p. 271 = Otto Moren. n. 1159.
  21. Monti in vita Hildebr. Crassi.
  22. Vedi Doc. C.
  23. Murat. Antiq. Medii Ævi T. 4. diss. 48. p. 261. e 294. = Savioli Annali Bolognesi all’anno 1169. Nota H.
  24. Epist. Saresberiens, S. Thom. Cant. Epist. 66. lib. 2.
  25. Epist. Serisberiens. ib.... promittens ei non modo restitutionem, sed montes aureos’ et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam.
  26. Guichenon Histoire de la Maison de Savoye T. I.
  27. Epist. Serisber. ib.. saepe dictus Marchio egit cum cognato suo.
  28. Sir Raul — Epist. Serisbe. ib.
  29. Vita Alexand. III. p. 460. de cunctis Lombardiae fìnibus violenter ejicerent, et transalpinare compellerent.
  30. Sir. Raul. p. 1191.
  31. Giulini Memorie Stori. di Milano Vol. 6. p. 356. e 357. = Trist. Calchi lib. XI p. 272.
  32. Epist. Serisber. ib.
  33. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 460 — Otto a S. Blasio S. R. I. Vol. 6 p. 880. — Ghilini Annali di Alessandria, ovvero le cose accadute in essa città, e circonvicino territorio dall’anno dell’origine sua al 1659 ec. a compiacimento della Patria composti, e pubblicati da Girolamo Ghilini, Milano per Morelli 1666.
  34. Ep. S. Thom. Cantuar. 66. Adhuc autem incertum est, an dominus Papa Lombardorum velit audire preces, se transferendo ad illos; creditur tamen.
  35. Card. Arag. Vita Alex. III p. 460. La scrittura di questa oblazione, che reca i nomi dei due Consoli Alessandrini Nafisco Blanco, e Guglielmo da Bergamonte, leggesi nel registro Vaticano di Papa Innocenzo III lib. 9. La pubblicò Ferdinando Ughelli Italia sacra Tom. IV col. 312.
  36. Ghilini Annal. di Alessandria.
  37. Ughelli. Ital. Sacr. ib.
  38. Trist. Calchi p. 272.
  39. Caffari Annal. Genuens. lib. 3.
  40. Murat. Ant. Medii Ævi Tom. IV pag. 263.
  41. Il Fumagalli cita ben quattro Diplomi spediti da que’ parlamenti federali, tre de’ quali esistenti nell’Archivio di Chiaravalle, l’altro nell’Archivio de’ monaci di S. Ambrogio. Antichi. Long. Milan. Diss. XI. Tom. II. p. 88. 89.
  42. Ciò è manifesto in una lettera scritta a S. Tommaso di Cantorbery citata dal Baronio .... promittens Mediolanensibus tria millia marcharum ad murorum suorum validissimam reparationem = Vedi Giulini vol. 6. pag. 372.
  43. Giulini Mem. Stor. di Milano. T. 6. pag. 372.
  44. pag. 371.
  45. Galvan. Fiam. Manipu Florum. 75. Azaria ad an. 1175 = Petrus S. R. I. tom. 16. = Flamma Chr. Maj. c. 293. ap. Puricel. Monumente Ambr. In millesimo centesimo sexagesimo nono nobiles Matronae ex devotione ad Beatam Virginem, quae ipsas in sua civitate reduxerat, Ecclesiam B. Mariae Virginis Majorem, venditis annuli, et ornamentis reaedificare fecerunt.
  46. Rubeus Hist. Ravenn. lib. 5.
  47. Caffari Annal. Genuen. lib. 2.
  48. Card. Arag. Vita Alexan. III. p. 461.
  49. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 461. 462.
  50. Id. = Romual. Salernit. Chron. S. R. I. tom. VII.
  51. Andrea Dandolo = Joan. Cinnani Hist. libr. VI. Cap. 10. p. 128. Hist. Byz. Scrip.
  52. Caffari, Annal. Genuens. S. R. I. tom. VI.
  53. Caffari, Annal. Genuens. Lib. 2. S. R. I. tom. VI p. 342.
  54. Vedi Doc. D.
  55. Murat. Antiq. Ital. Diss. 19.
  56. Otto de S. Blasio in Chron. Reichersperg.
  57. Saracini, Storia della città d’Ancona Par. 2. lib. 6.
  58. Magistri Boncompagni De Obsidione Anconae Cap. 3. S. R. I. tom. 6. p. 929.
  59. Ib.
  60. Boecl. De Reb. gest. Friderici III. T. III. — Alber. Stadens. ad an. 1172. 1173.
  61. Albert. Stadens. ib. = Crus. Annal. Svev. T. 1. Lib. 2. p. 2. cap. 5. pag. 453. = Savioli Annali Bologn. an. 1172. Note D. E.
  62. Magistri Boncompagni, De obsidione Anconae S. R. I. Tom. 6. p. 926. e seg. = Nicetae Coniat. Annal. lib. 6. Hist. Byz. Scrip. T. XI.
  63. Donato Calvi, Agostiniano: Effemeridi Sacro-profane di quanto di memorabile sia successo in Bergamo, sua Diocesi et Territorio, ec. per Vigone. Milano 1676. Vol. 3. p. 109.
  64. Bullar. Cassinen. Tom. 2. Const. 381.
  65. Calvi Effemeridi ec. Vol. 3. p. 54. 73. 78.