Storia della Lega Lombarda/Libro terzo

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Libro terzo

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LIBRO TERZO


SOMMARIO


È creato Papa Alessandro III, e gli scismatici gli contrappongono l’Antipapa Vittore — Violenta intrusione di costui — Il popolo gli si leva contro — È consegnato Alessandro — Anche Vittore si fa sagrare — Federigo si mette a capo della scisma — Chi era Alessandro — Tenta invano raddurre Barbarossa in buona via e cessare lo scandalo — Questi bandisce un Concilio, e vi cita il Papa — Come questi rispondesse ai suoi Legati — Federigo tiene un conventicolo in Pavia, e vi fa riconoscere Papa Vittore — Sua epistola al Salisburgense — Vuol piegare gli animi colla forza; ma pochi si piegano — Le libertà della Chiesa e dell’Italia addivengono consorti — Alessandro lancia la scomunica al Barbarossa — Lo sorregge Pietro di Tarantasia — Tragica fine dell’Arciv. di Magonza caldo scismatica — Il Legato papale infiamma i Milanesi alla guerra contro Federigo — Questi mette a soqquadro i campi, e schiva la battaglia — I Milanesi tentano rovinar Lodi — Vanno all’assedio di Carcano — Federigo li va a trovare, e li serra in una valle — Quelli si pongono in sull’aprirsi la via colla forza — Che era il Carroccio — Battaglia di Carcano — Sconfitta e fuga di Federigo — Come questi rapportasse della battaglia al Patriarca d’Aquileja — Incendio in Milano — Federigo ne guasta il contado, e i cittadini gli dan su le mani — Fallisce alla ragione delle genti — Discordie e fame in Milano — La città vuole arrendersi a patti, Federigo la rigetta — Si rende a discrezione — Come i Milanesi si [p. 186 modifica]presentassero al Barbarossa, e come questi superbamente li accogliesse — Vengono cacciati della città, che è inabissata dal Tedesco — Vi entra il Barbarossa, e va a celebrare il trionfo in Pavia — Fine delle Repubbliche Lombarde — Come trattasse Genova Federigo — Egli scapestra i Podestà su le città vinte — Che cosa facesse del popolo il Podestà di Milano — Famose tirannidi de’ Podestà — Papa Alessandro ripara in Francia — Astuzie di Federigo sventate — Arrigo II d’Inghilterra e Luigi VIII di Francia si stringono ad Alessandro — Un nuovo Podestà sopra Milano — Ipocrisie di Federigo — Vende Tortona ai Pavesi — I Milanesi gli chieggono giustizia, e li fa smungere peggio — Muore l’Antipapa, e prolunga la scisma — Marquardo di Cumbrach Podestà de’ Milanesi — Come imperversasse coi colleghi — I Lombardi incominciano a riscuotersi — Condizioni politiche di Venezia — Questa ordisce una lega di città contro il Tedesco — Federigo tenta soffogarla, e fallisce nell’intento — I Podestà si avventano ai Santi — Sollevamento de’ Bolognesi, che ammazzano il Podestà, e de’ Piacentini — Indugi di Federigo in Germania — Alessandro muove per Roma — Come lo festeggiassero Guglielmo di Sicilia in Messina, ed i Romani — Buoni effetti che si derivano ai Lombardi dal suo ritorno — Concilio di Wurtzbourg — Terza venuta di Federigo — I Milanesi gli chieggono giustizia, e non la ottengono — Politica del Barbarossa verso Genova e Pisa — Va a minacciar Roma — Alessandro si sforza invano a contenere i Romani — Pratiche di amicizia tra il Papa ed il Greco Imperadore — Federigo tenta romperle — Batte i Romani a Frascati, ed assedia Roma — Assale Rocca S. Angelo, ed ottiene la Basilica Vaticana — Alessandro ripara nel Colosseo, ed abbandona Roma — Come i Cieli sfacessero l’oste tedesca per una terribile morìa.


La resa e la distruzione di Crema levò in grande superbia l’animo di Federigo, il quale come se quella cittaduzza fosse stata tutta l’Italia, spedì lettere per l’Imperio recatrici di cotanta vittoria1. Andò in Pavia con l’esercito a celebrarla con isplendido trionfo; e con pubbliche supplicazioni ne riferì grazie a Dio2. Ma non era solo la inabbissata Crema che gli rallegrava gli spiriti, bensì anche le cose che a quei dì succedevano in Roma; le quali gli davano quasi a palpare come veri i sogni della smisurata sua ambizione. La morte di Adriano lo aveva liberato dal terrore di [p. 187 modifica]vedersi innanzi minacciosa ed unita quella Lombardia, che già credeva fermata sotto i suoi piedi; e gli apriva la via ad intrudersi nella Chiesa, a cansare un Papa che vero Papa fosse. Come adoperasse il malo ingegno in questa pessima opera, e dove gli riuscissero gli sforzi, io conterò con molta soddisfazione dell’animo. Imperocchè apparirà chiaro dalle cose a narrarsi, come questo Imperadore Tedesco per recarsi nella turpe suggezione questa nostra Italia, dovette nientemeno che venire a cozzo con Dio stesso, e mettergli a sbaraglio la Chiesa.

Fatte le esequie al morto Adriano, convennero i Cardinali nella Chiesa di S. Pietro a scegliere un nuovo Papa. Non era dubbio della via a tenere in un negozio tanto grave, stante che era ancor fresco il decreto bandito da Niccolò II intorno al medesimo. Aveva sancito, tenendo le poste de’ santi Padri e de’ suoi predecessori, doversi dapprima dai Cardinali Vescovi trattare dell’elezione del nuovo Papa, poi chiamarvi gli altri Cardinali cherici, e finalmente richiedere tutta la cheresia ed il popolo del loro consenso. Così fecero i congregati Cardinali per dare un successore ad Adriano. Ma infortunatamente nel loro convento era un tristo prete, il Cardinale Ottaviano del titolo di S. Cecilia, e tre ministri imperiali Ottone Conte Palatino, Guido Conte di Biandrate, e certo Eriberto Preposito3. Quegli spasimava di furibonda ambizione e voleva essere Papa; questi lo avevano recato in fidanza, anzi in certezza dell’imperiale soccorso. Federigo aveva mestieri di un Papa di questa tempera: ed era così stretto dalla necessità di averlo, che, come fu fama, era entrato nel proposito di intrudere questo Ottaviano nel seggio Papale, vivente ancora Adriano4. [p. 188 modifica]Pensi chi mi legge come avesse bene ordita innanzi la tela delle male opere il prete co’ tre ministri. Adunque raccolte le sentenze, ad una voce fu scelto e gridato Papa da tutta la cheresia e dal popolo Rolando Cancelliere di S. Chiesa. Era questi quel medesimo Rolando, che andato Legato a Federigo, fu ad un pelo che non fosse scannato da quello stesso Ottone Conte Palatino. A quel grido i Cardinali Giovanni di S. Martino e Guido di S. Callisto soli, discrepanti, ebbero l’impudenza di rispondere, gridando Papa il Cardinale Ottaviano. Sarebbe stato questo uno scandalo soffogato nel primo nascere, ove gli scismatici non fossero stati parati anche alle violenze. Imperocchè mentre i Cardinali, secondo il rito, rivestivano Rolando della cappa rossa, al che l’eletto opponeva ogni resistenza, essendo uomo di Dio, e schivo delle umane grandezze, Ottaviano preso da un cieco furore, si avventò sopra di lui, e gli strappò dalle spalle la cappa, per vestirsene. Vedevano questa plebea ribalderia i ministri imperiali e se ne stavano; ma non potè tenersi un certo Senatore dal correre appresso al malvagio prete, e togliergli dalle mani la cappa. Ma questi con grida e sembianze da invasato, se ne fece dare un altra dal suo cappellano (aveva tutto disposto innanzi) e con tanta furia e cecità di mente se la indossò, che andatagli a rovescio, e non trovato dietro il cappuccio, che gli pendeva innanzi, levossi al collo il lembo del vestimento, per farla da Papa veramente incappato. Si rise dapprima di questo Papa fatto a rovescio: ma poi prese tutti un grave timore allo spalancarsi delle porte della chiesa, ed all’irrompervi dentro di una prezzolata masnada di scherani, che con isguainati coltelli accorsero in aiuto di Ottaviano. Allora l’eletto Rolando con tutti i Cardinali se ne fuggirono nella cittadella di S. Pietro, ove per ben nove giorni furono gelosamente guardati dai Senatori, già guadagnati dall’oro di Ottaviano. Recate fuori al popolo le pazze violenze di Ottaviano, fu un generale lamento contro questa chericale fellonia; ed un continuo gridar Papa Alessandro, che [p. 189 modifica]così volle addimandarsi Rolando, terzo di questo nome. Anzi fino i fanciulli e le femmine scagliavano in faccia all’intruso maledizioni e beffe — Ecco qua quel maledetto: non la vincerai ad esser Papa: vogliamo Alessandro eletto da Dio; maledetto eretico, smantacompagni — Le cose erano procedute tanto chiare, che non lasciavano dubbio intorno al Papato di Alessandro: erano stati ben ventiquattro gli elettori di costui, soli due quelli di Ottaviano. Eppure il Conte Palatino che non trovava una scappatoia per far tenere vero Papa il suo Ottaviano, andava dommatizzando, che il maggior numero di Cardinali, perchè nemico all’Impero teutonico, non poteva prevalere a petto del minore, cioè di due5. Queste definizioni tedesche non potevano entrare nel capo del popolo, che fastidito di quelle aperte prepotenze, incominciò a dare in furia, chiedendo si sprigionasse Papa Alessandro. E rotti gl’indugi, messosi a capo Ettore Frangipane ed altri maggiorenti della città, liberò il Papa dalle mani de’ Senatori.

Come questi venne fuori co’ Cardinali, si mise a dare una volta per la città, che fu un vero trionfo; e tutto il popolo e le milizie Romane prese da incredibile gioia, lo festeggiarono con ogni maniera di ossequî. Trasse poi fuori di Roma a farsi consegrare; e giunto a certo sito chiamato Ninfe, un tredeci miglia dalla città, oggi S. Ninfa, riunì tutti i Cardinali alla sacra cerimonia. Vi erano quattro Cardinali Vescovi suburbani, cioè quel di Sabina, di Ostia, di Porto e di Albano, i Vescovi di Segni e di Terracina, molti Abati, e quasi tutta Roma, che gli andava appresso. Fu solennemente consegrato Pontefice dal Vescovo Ostiense, ed incoronato del Regno, ossia del beretto frigio, con la corona in basso.

Intanto Ottaviano poneva ogni opera a trovare qualche Vescovo, che avesse voluto sacrarlo Papa. Tutti i suoi parenti, armigeri e fautori eransi sparsi pe’ vicini paesi per [p. 190 modifica]andarne in procaccio. Egli stesso con Ottone Conte Palatino si ravvolgeva pel patrimonio di S. Pietro, e per la provincia di Campagna, sforzando la gente a riconoscerlo Papa6, e per dar di piglio a qualche Vescovo consegratore. Ne trovarono due a capo di un mese di faticose ricerche, quel di Melfi, che bandito dal Regno di Napoli, si teneva nascosto verso il confine di Ancona, e quel di Ferentino; ai quali si aggiunse Imaro Vescovo Cardinale di Frascati, che erasi staccato da Alessandro, dopo aver consentito alla sua elezione. Da questi si tenne consegrato l’Antipapa Vittore, così volle chiamarsi Ottaviano, nella prima Domenica di Ottobre 4 del mese, quindici giorni dopo la consegrazione di Alessandro. Prestavagli l’ardimento alla scandalosa intrusione l’Imperadore Federigo, che lo rincalzava a reggersi su di un seggio, che papale non era: anzi esso Ottaviano, come è l’uso de’ preti cortigiani, non vergognava apertamente affermare, per favore della imperiale maestà avere afferrato il Papato7.

Il massimo numero degli elettori, l’antecedente consegrazione, e l’universale consenso della cheresia e del popolo bastava a far conoscere de’ due chi fosse il vero Papa: e Federigo lo conosceva. Ma poichè aveva già rinnegato Dio e la Chiesa, si sforzava indorare quell’idolo dell’Antipapa con tutti i colori della giustizia, non per dare un Padre ai fedeli, che fede non aveva, ma per recarsi a’ suoi servigi uno che avesse almeno sembianze di Papa, e per cavarsi dal cuore l’acuta spina, che gli era un vero Vicario di Cristo. Gliene davano l’appicco Ottaviano e i suoi seguaci, i quali avvegnachè sicuri del favore di Barbarossa, pure gli si presentarono per lettere a dire la loro causa, onde gli aprissero la via ad entrar giudice tra’ due Papi, o meglio a sentenziare Alessandro usurpatore delle somme chiavi. [p. 191 modifica]L’antipapa nelle lettere che indirizzò a tutta l’aristocrazia ecclesiastica e civile, ed a quelli della corte di Federigo, alla recisa tocca della sua canonica elezione; tace delle circostanze; fa la sua professione di fede verso l’Impero, ne implora gli aiuti. Di Alessandro scrive come di uomo entrato già con Guglielmo di Sicilia in congiura contro la Chiesa e l’Impero, ed intruso nel seggio dodici dì appresso la sua elezione; esorta tutti a stare in guardia delle menzogne di Alessandro8. I suoi Cardinali, di cui era cresciuto il numero fino a cinque per due altri, Raimondo Diacono di S. Maria in Vialata, e Simone pur diacono di S. Maria in Dominica, che gli si erano accostati, vinti dalle promesse e dalle minacce imperiali, avendo voluto toccare nella loro lettera i particolari della elezione dell’Antipapa, lo smascherarono bugiardo in faccia al mondo, affermando, ventiquattro Cardinali avere innanzi eletto in Papa Rolando, poi essi (che erano a quel tempo appena due) aver creato Ottaviano.9 Ma ciechi che erano, dopo avere scritto in fronte alla lettera i loro nomi, che sommavano a cinque, dentro alla medesima si dicevano nove di numero. Impudente menzogna. Ma Federigo faceva conserva anche di menzogne per la gloria di Dio.

Ora incomincia il memorando pontificato di Papa Alessandro III, che io toccherò solo da quel lato che guarda il Barbarossa, come furibondo nemico delle italiane Repubbliche. Alessandro, detto innanzi Rolando, era Sanese di patria, della casa de’ Bandinelli. Il Pagi lo vuole di Savona10, ed il Panvinio della stirpe de’ Paperoni. Qualunque la gente e la città cui apparteneva, era Italiano, e [p. 192 modifica]basta. Fu Canonico regolare della chiesa di Pisa, poi della Lateranense, e Suddiacono Apostolico. Maestro in Divinità nella Università di Bologna e collega del monaco Graziano, conseguì fama di dottissimo uomo11. Austero dei costumi, e di gentile anima da entrare facilmente nel cuore altrui; colto, e assai facondo parlatore, temperato in tutto, e ad ogni ufficio di cortesia e di carità inchinato per natura; nelle cose poi attinenti allo spirito, uomo tutto di Dio12. Papa Eugenio III, dimorando in Viterbo, lo creò Cardinale Diacono di S. Cosimo, poi prete di S. Marco. S. Bernardo che seguì sempre coll’animo e colle lettere quel Pontefice, stato monaco del suo Ordine, ne scrisse varie a Rolando, pregandolo ad assistere coll’opera sua Eugenio nella condotta de’ negozi. Argomento della grande stima in che era tenuto, ed alla quale non fallì mai, anzi se l’accrebbe nelle legazioni a Guglielmo di Sicilia, ed a Federigo, in cui lo adoperò Papa Adriano. Queste legazioni lo misero bene addentro alle cose ed agli uomini di quei tempi; e poichè aveva diritta la intenzione della mente, non si lasciò guastare gli spiriti dalle blandizie, nè infralire dalle minacce di un Imperadore, che aveva aperto una piaga assai schifosa nel corpo de’ Cardinali. Attinta l’altezza del Romano Pontificato, gli concedettero i Cieli concepirne tutta la idea, incarnata e quasi palpabile nelle ragioni della Italiana indipendenza. Era uomo fatto a sedere sul primo seggio della terra, ed a resistere ad uno indisciplinato e potentissimo Imperadore, che si cacciava sotto i piedi ogni divina ed umana ragione.

Egli ben sapeva, che con costui le ammonizioni e le minacce avrebbero fatto nessun frutto: pure innanzi procedere alle pene, a conservare certa convenienza di modi, e a tentare innanzi la via della dolcezza, gli spedì due Legati con lettere, che non sono giunte fino a noi. Questi [p. 193 modifica]andarono a trovare Federigo appresso Crema, che teneva ancora in assedio. Il quale, caldo come era di sangue italiano, sparso alla bestiale, non solo non volle degnarsi di leggere le papali epistole, ma stando già in sull’appendere uomini alle forche, voleva appendervi anche i due Legati. Se non che frappostisi il Duca Guelfo, e quel di Sassonia, stornatolo dallo scellerato consiglio, con aspre e superbe parole ributtò indietro i messaggi.13

Ma poichè l’Antipapa Vittore e i suoi Cardinali satelliti andavano spargendo lettere intorno alla sua elezione tutte gravide di prette menzogne14, a rimuovere lo scandalo dei fedeli, Alessandro ne indirizzò una a Gerardo Vescovo di Bologna ed ai dottori di quella Università. Narra della sua creazione in Pontefice, sponendo tutte le circostanze di quel fatto, e la intrusione di Ottaviano; raccomanda alle preghiere di loro e dell’universa Chiesa la propria pochezza; li esorta e prega come buoni cattolici a serrarsi quasi muro inespugnabile attorno alla casa del Signore, e mantenersi in fede della sacrosanta madre Chiesa Romana, immobili nella sua unità, schivi delle sacrileghe scritture che mandava attorno l’empio Antipapa; e da ultimo bandisce già stretto del laccio di scomunica Ottaviano, lanciatagli per consiglio de’ Cardinali alla presenza della cheresia, convocata in chiesa coi cerî spenti.

Intanto Federigo che si teneva, come Imperadore Romano, dappiù del Papa, affettando un affocato zelo per la pace della Chiesa, manifestò il pensiero di convocare un concilio, dal quale si deliberasse intorno alla legittimità del papato o di Alessandro o di Vittore. Non faceva mestieri di concili a diffinire quello che era nettamente di per se diffinito agli occhi di tutti i fedeli, ed anche di Federigo: ma questi voleva attruppar quattro Vescovi già venduti a lui, ed imboccar loro una sentenza, che avesse del sinodale contro [p. 194 modifica]Alessandro, e che lo coprisse tanto o quanto nelle sacrileghe violenze, alle quali era per prorompere contro il vicario di Cristo. Anzi tanto lo aveva accecato la superbia, che nella lettera indiritta a tutti i Vescovi d’oltremonte per adunarli in concilio chiaramente espose il suo intendimento; cioè di chiamarsi innanzi i due Papi, ed udite le sentenze de’ Vescovi, egli laico Imperadore decidere delle loro ragioni, ossia farla da Papa definiente15. Credeva stare sempre a Roncaglia, ed essere legisti i Pastori delle chiese.

Bandita questo parlamento, che chiamava Concilio, Federigo spedì due Vescovi, quello di Verden e quel di Praga, provatissimi cortigiani e tutta cosa sua, a Papa Alessandro e all’Antipapa con lettere che li esortavano a venire al Concilio. Alessandro, che non si poteva tenere tranquillo in Roma per le ribalderie degli scismatici, se ne stava in Anagni co’ suoi Cardinali. Quivi lo vennero a trovare i due messaggi imperiali, i quali con fronte alta o con modi superbissimi, entrato il palazzo papale, si assisero alla presenza di Alessandro senza pure un atto di riverenza al medesimo. Portegli le lettere imperiali, sposero la loro ambasceria: venisse al Concilio da celebrarsi in Pavia nel dì dell’ottava dell’Epifania; si preparasse ad accogliere la sentenza, che emanerebbe sul suo papato quel convento. A tali parole entrarono in grave turbamento i Cardinali, e molti cherici e laici che erano presenti. Non presentivano, ma provavano già i furori del tedesco tiranno, e vedevano la santa libertà della Chiesa condotta a pessimo termine; imperocchè la epistola del Barbarossa al Papa recava in fronte saluti al Cancelliere Rolando, quella all’Antipapa ossequi a Pontefice sommo. Laonde non avanzava dubbio, essersi incaponito il Tedesco a balzar di seggio Alessandro, e intrudervi Ottaviano; e la chiamata al Concilio non essere [p. 195 modifica]che macchinazione di scellerato ladrocinio. Fu un lungo e caldo deliberare intorno al partito da prendersi: tempestavano i due Vescovi, che volevano la risposta a recare. Allora si levò Alessandro, ed in questa sentenza favellò ai Legati con quella divinità di eloquio, che non fallì mai al labbro pontificale nelle distrette della Chiesa:

«Bene riconosciamo noi il sovrano Imperadore dall’onorevole debito che gli fu imposto di essere Avvocato e singolar difensore della Sacrosanta Romana Chiesa; per cui siamo tutto nell’onorarlo sopra gli altri potentati della terra, e nel primeggiarlo innanzi a tutti in quello però in che non sia fallo di sorte all’onore del Re dei regi. Che se ci abbattiamo in cosa che non può farsi senza oltraggio di questo sommo Re, avvegnachè sia onorando un Imperadore terreno, ci terremo piuttosto nel timore e nel onore di quel signore de’ Re, che può mandarci in eterna perdizione anima e corpo. Laonde maravigliamo come stando noi tanto cordialmente in sull’amarlo, ed onorarne la dignità, da lui Imperadore non sia reso a noi, anzi al B. Pietro, onore di sorte. Imperocchè nelle lettere che ci avete recate, trovando come si facesse adunator di Concilî, non è chi non vegga, essersi lui ben dilungato dalla consuetudine de’ suoi antecessori, ed aver travalicato i confini della potestà sua con questo convocar di Concilio all’insaputa del Pontefice Romano, e col citarci a comparirgli innanzi quasi suo vassallo. Per fermo solo al B. Pietro, ed alla sacrosanta R. Chiesa fu tramandato da Cristo il privilegio di rivedere, giudicare, e finir le cause di tutte le chiese, e di non soggiacere ad altro giudice: privilegio, che in tanta varietà di casi ci è pervenuto a mano, caldo del sangue di molti martiri. Per la qual cosa a veder come questo venisse conculcato da colui, che aveva il debito di tutelarlo; a vedere queste lettere indirizzate alla santa madre Chiesa con tanta irriverenza di forme, che non si darebbero a villana persona, non potemmo nè dovemmo non sentircene [p. 196 modifica]trasecolati dalla maraviglia. Dal recarci poi all’imperiale curia per udir sentenze, siamo rattenuti dalla canonica tradizione, e dalla reverenda autorità de’ Padri. Che se ai Principi è vietato l’intromettersi nei negozi delle peculiari chiese, cessi Iddio che per nostra ignoranza o fiacchezza questa peste si appigli all’Imperadore, e che lasciamo andare schiava la Chiesa universale, già ricompra del prezioso sangue di Cristo. La libertà della quale tutelarono anche col sangue i padri nostri; e l’esempio loro ci tempera dentro così forte il cuore, da tener fronte a qualsivoglia più disperato pericolo.» Queste parole dette con buon nerbo di spiriti e di voce, cacciò via dalla sua presenza gl’inverecondi messaggi, e con questi il truculento Ottone Conte Palatino; i quali pieni di rabbia difilarono a Segni, e andarono a gittarsi ai piedi di Ottaviano, adorandolo vero Papa16.

Federigo teneva per fermo che le sue lettere convocatrici del concilio avessero dovuto muovere tutti i Vescovi non solo della sua signoria, ma anche di Francia, di Spagna e d’Inghilterra. Egli malamente si appose, tra perchè gli altri Principi non dubitavano che Alessandro vero Papa fosse, nè avevano onde perfidiare, come egli faceva, a non tenerlo tale; e perchè celeri Legati erano stati spediti da Alessandro alle corti di Occidente ed a quella di Costantinopoli, a porre in chiaro la cosa, ed a rattenere nella unità della Chiesa i Principi17. Per la qual cosa de’ moltissimi Vescovi che s’imprometteva accorrenti al concilio, non n’ebbe che un cinquanta; cioè il Patriarca di Aquileia, nove Arcivescovi, ed un trentotto o trentanove Vescovi; e di questi anche pochi misero il loro nome a piè degli atti del conciliabolo. Però di quanti v’intervennero, non fu pur uno che recasse in animo dubbio della legittima elezione di [p. 197 modifica]Alessandro in Pontefice: eran tutti venduti all’Imperadore, o domi dal timore18.

Entrò Federigo in quell’assemblea di scismatici circondato dalla sua baronia, con sembianze terribili19. Disse parole miti commettendo ai Vescovi il negozio a trattarsi, protestando non voler entrare di sorte alcuna nella definizione; e ciò detto, se ne andò via. Per sei dì deliberarono i congregati: molti che erano venuti per fare il piacere di Federigo, non si ardirono procedere fino a dichiarar vero Papa Ottaviano20. Se veramente il Barbarossa si fosse tenuto a casa sua, forse quegli sciagurati non avrebbero gittata la pietra di un grande scandalo innanzi ai fedeli: ma quegli, non comperando Alessandro, nè alcuno suo Legato, raccoltesi in pugno le briglie, le crollò sì forte, che i colli de’ Vescovi si chinarono a definire vero Papa il presente Ottaviano21. Il quale con sommo onore fu condotto alla chiesa di S. Siro, e riconosciuto Pontefice sommo, il dì 12 di Febbraio. Bandirono gli scismatici l’anatema contro Alessandro; e tutta la Chiesa fu orribilmente sconvolta dalla scisma22.

L’Italia, che il Tedesco voleva violentemente recarsi sotto i piedi, e che le stava innanzi in punto di resistere, fu la [p. 198 modifica]sola ragione, per cui Federigo si gittò al disperato partito di far la guerra a Dio coll’Antipapa. Nel conciliabolo pavese non si trattò del conoscere qual de’ due eletti fosse il vero Papa, non essendo state punto nè poco esaminate le ragioni di Alessandro; ma bensì del come poter sentenziare con qualche sembianza di giustizia, essere Ottaviano il Papa. Dai falsi testimoni, e dagli spergiuri attinsero que’ ribaldi gli argomenti della certezza; dalla paura, o dalle carezze del Principe la convinzione della verità. Tutte pendevano dalla fronte di lui, e su di questa lessero la sentenza, non potersi aggiogare l’Italia senza la schiavitù della Chiesa. Infatti nelle lettere che Federigo spedì a molti a condurli all’obbedienza dell’Antipapa, non altra ragione egli reca della illegittima elezione di Alessandro, che la sua adesione alle città Lombarde, ed il giuramento con che si era legato di difenderne la libertà. Preziosa confessione, la quale mirabilmente ci chiarisce della santità e fortezza del proposito, con cui era entrato Alessandro nella lega de’ Milanesi, Bresciani e Piacentini, e del come il tesoro della loro indipendenza fosse stato già raccolto nel proprio seno dalla Chiesa a custodirlo «È più chiaro del sole (scrive Federigo all’Arcivescovo Salisburgense) che Rolando, ed alcuni Cardinali.... ordita una congiura con Guglielmo di Sicilia.... e con gli altri nemici dell’Impero, Milanesi, Bresciani e Piacentini, perchè non si risolvesse la loro iniqua fazione per la morte di Papa Adriano, scambievolmente si giurarono, a non dare altro successore al morto Pontefice, che un partecipe della loro cospirazione. Per questa ragione dodici dì appresso l’elezione di Vittore, sedendo costui nel seggio del B. Pietro (era falso, e lo sapeva) i detti cospiratori andati fuori di città alla Cisterna di Nerone, si alzarono innanzi un idolo nella persona di Rolando Cancelliere, dicendo lui esser Simon Pietro; il quale con sì ribalda intrusione si recava in fidanza di attingere la cima dell’apostolica dignità.... Mentre queste cose si facevano in Roma, e noi eravamo tutto nel consultare [p. 199 modifica]Vescovi, ed Arcivescovi intorno al partito da prendersi per una sì grande scisma, ci sopravvennero innanzi, come messi del Cielo, l’Arcivescovo di Tarantasia, l’Abate di Chiaravalle, quello di Marimond, ed altri dieci Abati, chiedendoci pace pei Milanesi. I quali, tolta la nostra sentenza, e recatisi a Milano a raccogliere il loro avviso, l’ebbero in queste sensi — Noi ci troviamo obbligati con sagramento al Papa ed ai Cardinali, di non tornare in grazia dell’Imperadore, senza il loro piacere; ed essi eziandio non possono far la pace senza il nostro — A che gli Abati — Voi non siete più tenuti al Papa, perchè è morto — E quelli di rimando — Avvegnachè morto il Papa, non ci teniamo disciolti; dura l’obbligazione nostra verso i Cardinali, e di questi verso noi» — Ecco la vera ragione politica di sostenere in seggio l’Antipapa, e dell’infellonire contro il Vicario di Cristo23.

Rotto così ogni freno di religione e di onestà, Federigo si gittò scapestrato in ogni maniera di persecuzioni contro coloro che si tenevano fedeli a Papa Alessandro. Fece correre un bando per l’Impero, che chiunque non s’inchinasse al suo Papa Vittore, andasse a confine della patria, senza speranza di ritorno24. Queste furie del Barbarossa giovarono grandemente alle cose Lombarde. Imperocchè coloro i quali non si erano fino a quel dì mescolati nei negozi politici, per ragion di coscienza, e spinti dalla persecuzione, che loro moveva l’Imperadore, vi entravano, e gli si dichiaravano nemici: ed anche i forestieri, che non sapevano o non curavano delle cose italiane, tenendosi fedeli al vero Papa, abbracciavano ad un tempo la causa de’ Lombardi, la quale incominciò a non più distinguersi da quella della Chiesa. I Re di Francia, di Spagna, d’Inghilterra e tutta la Cristianità, tolti quelli che per forza, o per mondani vantaggi tenevano per Vittore, obbedirono ad Alessandro; [p. 200 modifica]perciò tutto il mondo Cristiano volgendosi al Papa lo vedevano circondato da quella forte generazione Lombarda, ed alla pietà che provavano della Chiesa tribolata, mescolavano quella de’ civili casi d’Italia. Furono alcuni Vescovi in questo paese, massime coloro che si trovavano già legati all’Imperadore, a cagione delle municipali nimicizie, i quali andarono appresso all’Antipapa, ma molto più furono i fedeli al vero Papa. Questi accolsero con petto di bronzo la tedesca persecuzione, e negli esigli che patirono25 apparivano ed erano agli occhi del popolo veri martiri della fede. E se ha un ardore che ci fa veramente ribollire gli spiriti, è appunto quello della propria Religione conculcata, massime dallo straniero. Così l’odio delle Repubbliche verso l’Imperadore era da lui stesso santificato: chi combatteva per queste entrava in un comune agone co’ ministri della Religione; e la voce di chi confessava morendo in battaglia la santa libertà della patria, trovava un eco nel santuario sul labbro de’ confessori della fede. In quel tempo, dico delle persecuzioni di Federigo, il Pontificato Romano pose nel cuore dell’Italia il fiore della sua virtù, che germoglia nelle tribolazioni della Chiesa. L’Italia si ritemperò a fortezza, perchè si strinse alla Chiesa non trionfante, ma trangosciante per principesca tirannide; e vinse, perchè la stola del martirio di colei giungeva a ricoprirle le spalle.

Non fallì Alessandro al debito di Vicario di Cristo, e di protettore delle Lombarde Repubbliche. Non erano queste ancora potenti, come furono poi collegate, da prestargli soccorso contro Federigo; in Roma prevaleva la fazione scismatica; l’Italia era ancora piena di milizie tedesche; in guisa che Alessandro se ne stava in Anagni, più come fuoruscito, che come Papa. L’umana prudenza consigliava temporeggiare, e non venire alle brusche col Barbarossa. Ma Alessandro sapeva per divini documenti, un Papa non dover guardare ad uomini ed a tempi quando ne vada la [p. 201 modifica]giustizia e la libertà della Chiesa. Fece correre innanzi monitori e preghiere a tornare in buona via il Tedesco, e vedendo come non facessero frutto, anzi questi peggio perfidiasse nella scisma, nel dì della Cena del Signore, presenti Vescovi e Cardinali, gli gittò al collo il laccio della scomunica, come a principale persecutore della Chiesa di Dio; sciolse del giuramento tutti coloro che gli si erano obbligati; e ribadì l’anatema già lanciata ad Ottaviano coi suoi fautori. Allora sì che respirarono le città Lombarde, che volevano mantenersi libere. Federigo non era più per loro un Imperadore, ma un ministro del Diavolo26; i sagramenti, con cui si erano obbligati verso di lui, risoluti dal Papa, non più ritenevano i poveri di spirito, e lasciavano rifluire ne’ petti de’ forti libera la vita. Al contrario quelli che seguitavano la parte imperiale, presto o tardi dovevano vergognare della mala vista che davano come nemici di Dio e della Chiesa; e l’ira municipale doveva a poco a poco mortificarsi per conforto di Religione. Da questa salutevole scomunica del Barbarossa, più che da altra cagione, è a derivare quell’unito e stretto consenso delle città Lombarde, che ordirono la famosa Lega.

Aiutava il santo e leale Pontefice a queste disposizioni degli animi italiani, adoperando un uomo, che a quei dì aveva fama di grande santità, e tenuto operatore di miracoli. Era questi Pietro Arcivescovo di Tarantasia. Costui Borgognone di patria, monaco dell’ordine di Cistello, poi Arcivescovo di Tarantasia, fu il solo negli stati di Federigo che con vera libertà vangelica a fronte levata si opponesse alla scisma. Andava per le vicine province predicando il vero Papa, e stornando gli scismatici dal tener dietro a [p. 202 modifica]Vittore. Federigo non osava toccarlo, perchè santo, anzi dovette sostenerne in silenzio le aspre rampogne in Besanzone, e gli avvertimenti a cessare dalle persecuzioni contra i cattolici. Alessandro risaputo del suo zelo, se lo fece venire in corte; e trovatolo opportuno alle cose d’Italia, lo spedì predicatore per le città di Toscana e di Lombardia. Egli egregiamente adempiè la ricevuta deputazione. Entrava nelle città seguito da molto popolo tratto dalla venerazione che gli portava, e dalla notizia de’ miracoli che operava. Con accese parole racconsolava i perseguitati cattolici, raffermava i dubbiosi, tuonava come un profeta contro i partigiani dell’Antipapa27. Mescolati i negozî della ecclesiastica e civile libertà, non è a dire che bei frutti recasse la predicazione di questo santo, sollevando le menti del popolo all’idea della religione. Anzi pareva che i Cieli favorissero questa popolare educazione, conducendo a quei dì ad una terribile fine Arnoldo Arcivescovo di Magonza. Pensando a que’ tempi, non è difficile lo immaginare come e quanto fortemente scuotesse le menti del popolo quello che verrò contando.

Il conciliabolo di Pavia non erasi chiuso con tanta tranquillità di atti da non attrarre l’attenzione degl’Italiani. Enranvi stati Vescovi riluttanti all’Imperadore, eravi stata la forza. Ricordavano tutti i fatti di Arrigo con Gregorio VII; sapevano tutti che cosa fosse investitura. Il risapere solo che l’Antipapa aveva in quel convento ricevuta l’investitura del papato da Federigo colla tradizione dell’anello, bastava a scandolezzare anche i meno teneri delle cose di Dio. Conoscevano tutti Arnoldo Arcivescovo di Magonza, tra per l’alta dignità sua, e per la scellerata opera che aveva messo ad ordire quella pestilenziale scisma. Primo segnò del suo nome gli atti del conciliabolo. Ora tornato costui in Magonza, incominciarono a venirgli certi avvisi di vicina morte, che gli macchinassero i Magontini. Un santo Abate [p. 203 modifica]Cisterciense ed una monaca, che si diceva vedesse in ispirito, furono tra gli avvertenti. Non se ne adombrava Arnoldo. Erasi un dì recato a diporto ad una vicina terra, donde ritornando in sul vespro, arrestossi a certo monastero suburbano per passarvi la notte. Come fu il dì, intese ad un tratto suonare a stormo tutte le campane della città, che lo misero in forte apprensione. E non molto dopo il monastero si trovò tutto ricinto di un popolo furibondo, che lo chiedeva a morte; il quale vedendo come l’Arcivescovo gli chiudeva ogni via ad entrare, appiccò il fuoco al monastero. Allora Arnoldo uscito di senno per la paura, salì in cima al campanile, e di là con dimesse e pietose parole chiedeva perdono d’ogni malfatto, ed in grazia la vita. Ma le grida del popolo forsennato lo cavarono di ogni speranza di salute; per cui disceso, e indossate le vesti di un monaco, tentò la fuga dal monastero: ma il riconobbero ed incontanente a colpi di coltelli e di sassi lo ammazzarono. Abbandonarono il cadavere insepolto ai cani ed ai lupi, che lo guastarono coi denti. A capo a tre dì trovatolo alcune femmine già mezzo putrefatto, lo spogliarono di ogni arnese, e gli ruppero i denti coi sassi. Finalmente di soppiatto alcuni canonici lo vennero a prendere e gli dettero oscura sepoltura. Questa orribile fine a cui condussero gl’imbestiati Magontini il loro Arcivescovo non poteva non prendere a que’ tempi (come forse sarà stato) le sembianze di gastigo divino contro un Pastore, che aveva venduta l’anima e la Chiesa alla grazia di Cesare. Questi eran fatti di tal natura che meglio di qualunque altro si facevano via alla notizia de’ popoli, perchè i preti ed i monaci, ch’erano molti, se ne impossessarono, e dalla loro bocca li riceveva il rimanente degli uomini. E forse di quella tragedia dovette far capitale quel santo predicatore Pietro di Tarantasia. Adunque per umani e celesti argomenti i Lombardi riconobbero in Alessandro non solo un Papa, ma quasi un messo da Dio alla liberazione della loro patria. Vedremo come in tutta la guerra che sostennero contra [p. 204 modifica]Barbarossa la Religione non che si mescolasse, ma tutto informasse gli sforzi de’ generosi Lombardi.

Alessandro era entrato con tutta l’anima nelle loro cose. Tra i molti Legati da lui spediti a cessare quella peste della scisma, fu Giovanni Cardinale, che indirizzò a Milano. Costui trovò l’Arcivescovo di questa città Oberto (rivenuto in senno dopo la invereconda prostituzione fatta a Cesare nel parlamento di Roncaglia della dignità propria, e come Arcivescovo e come Italiano) e tutta la cheresia benissimo disposto nella fede al legittimo Papa ed alla patria. Egli con molta solennità di modi recatosi coll’Arcivescovo nella metropolitana, si mise al cospetto del popolo a rinnovar dall’altare l’anatema contro l’Antipapa e Federigo, che disse, non essere più Imperadore, e contro i loro seguaci: nominò scomunicati i Vescovi di Cremona, Mantova e Lodi, il Marchese di Monferrato, Guido Conte di Biandrate, sostegni della parte imperiale in Italia; i Consoli di Cremona, Pavia, Novara, Vercelli e Lodi; i Conti del Seprio e della Martesana, e certo Ludovico castellano di Baradello. Sentenziò da ultimo per apostolica autorità nulli gli atti di Federigo. L’odio al Tedesco s’infiammò talmente nei Milanesi al vedersi così bene sorretti dal Papa, che tutta la città corse all’armi a trarre vendetta de’ nemici della Chiesa. Anzi correndo i dì santi precedenti la Pasqua, in cui era costume di ristare dalla guerra per riverenza, si posero in punto di assalire i Lodigiani fautori dell’Antipapa, credendo far cosa grata a Dio28.

In questo risuonare di maledizioni e scomuniche per tutta Italia Federigo dava le viste di non addarsene, quasi che altri e non egli fosse fatto segno a tanta esecrazione. Se ne andava quasi diportandosi di là del Po colla sua Beatrice, quando gli vennero le novelle della tempesta che gli levava contro il Legato papale in Milano, e delle ostilità, [p. 205 modifica]che questa preparava alla sua carissima Lodi. Rivalicato il Po, si dette a devastare colle milizie tutta la sponda del Lambro, recidendo alberi, e disertando i campi che erano in fiore. I Milanesi che si sentivano cresciuti gli spiriti non che a difesa, ma bensì anche alle offese, non patirono in pace que’ danni, uscirono in campo per dar su le mani a que’ ladroni. Eransi tutti riconciliati con Dio colla penitenza innanzi entrare in fazione col nemico29. Religiosa provvidenza che incominciano a notare i cronisti dopo la scomunica del Barbarossa. Dugento Piacentini erano accorsi in aiuto, recando il loro Carroccio e certe macchine da guerra, che aveva trovate un eccellente ingegniere Guantelino di nome. Erano queste certi carri falcati di picciola mole e leggieri30, che avevano la fronte a foggia di scure, e tutti intorno gremiti di falci, i quali tratti contra all’oste nemica, dovevano fare un gran tagliare a fascio di uomini e cavalli. Scontrarono a S. Romano l’oste guastatrice, e incontanente si ordinarono minacciosi per tirarla a battaglia; ma Federigo consigliato da prudenza, di notte tempo si ritrasse a Pavia, non osando misurar le forze coi Milanesi.

Questi non si potevano dar pace della distrutta Crema, la quale tra per la invincibile costanza con cui erasi mantenuta nella loro fede, e la opportunità del sito ove sorgeva, era stata sempre un forte presidio alle cose loro. Volevano rendere la pariglia a Federigo, togliendogli Lodi, la quale grandemente noiavali, come troppo vicina, e come padrona del passo dell’Adda; ma gli assalimenti con cui la tentarono non riuscirono che a varie fazioni colla peggio de’ Milanesi, ed a fare meglio munire la città con mura, delle quali pose la prima pietra il Vescovo Alberico31.

[p. 206 modifica]L’Imperadore non si trovava ben fornito di milizie: le tedesche se n’erano tornate in Lamagna; e la poca gente che aveva, fortificava con gli aiuti, che gli mandavano le città amiche di Lombardia. Ciò sapevano i Milanesi e cercavano con ogni studio, come tentarono fare a Lodi, togliersi intorno quelle rocche e castella, che presidiate dagl’imperiali, ingrossando la guerra, sarebbero loro tornate assai incomode: tra queste era l’affortificato castello di Carcano nel territorio Comasco. Como ed Isola erano tutte imperiali; come scolta avanzata verso Milano avevano a mezzodì il castello di Baradello, tenuto da quel Ludovico, che vedemmo scomunicato dal Legato papale. Il lago, che gli antichi chiamarono Lario, sprolunga due grandi braccia verso quella plaga; con quello a ponente incontra l’Adda, che vi si scarica; con l’altro a levante apre un bel seno, su di cui siede la città di Como. Tutta la penisola, la quale inforca il lago a tramontana, è un paese tutto monti e valli, per cui le acque che scolano al piano, cresciute dentro da quelle del Lario, e rattenute dal rilevare del suolo, vi van formando spessi laghetti. In questa montuosa regione giaceva il castello di Carcano, con due munitissime rocche piantate in cima ad un colle, che pareva fatto da natura a sorreggerle con doppia cresta. Sotto profondissima valle ne rendeva impossibili gli approcci. Era questo antico e sicuro rifugio dei nemici di Milano; e ne’ tempi che correvano, non si poteva dai Milanesi fare pure una mossa contro Lodi o Pavia, che questi non si sentissero alle spalle i Carcanesi, che guastavano i campi, intraprendevano i convogli e guastavano loro l’impresa. Finalmente presero il consiglio di togliersi da’ fianchi questo nemico quasi domestico, andando alla espugnazione di Carcano. Uscirono nel luglio le milizie di porta Vercellina, Comana e Nova, e andarono a campeggiare le terre di Paravicino, Erba ed Ursinico, donde potevano tenere in istretta guardia Carcano. E tosto si misero ad apparecchiare i consueti ingegni per la oppugnazione.

[p. 207 modifica]I Carcanesi, avvegnacchè fidatissimi alla fortezza delle loro rocche, ed alla naturale munizione del sito, con solleciti messaggi vennero pregando Federigo, non volesse lasciar cadere in balia de’ nemici quella munitissima sede; essere questa un freno assai duro in bocca alla prepotente Milano; colla sua caduta andarne tutta la somma delle imperiali cose in Italia; stare a propugnacolo della vicina Como; perduta, non sarebbe più il come rattenere i Milanesi dal correre sopra a questa devotissima città. Federigo non si lasciò a lungo pregare, e tolti i militari sussidî da Pavia, Novara, Vercelli, mosse ad oste verso Carcano a liberarlo dall’assedio. Indirizzavano le sue schiere Bertoldo Duca di Boemia, quel di Turingia, un conte Corrado Bellanoce, il Marchese di Monferrato, Guido Conte di Biandrate.

Come ebbero lingua i Milanesi dell’appressarsi di Barbarossa, si affortificarono delle milizie di altre tre porte, ed accolsero assai opportuni dugento Bresciani accorsi al loro aiuto. Essi si trovavano divisi a cagione dell’assedio nelle tre anzidette terre. Federigo cominciò dapprima dal togliere loro il vantaggio della levatura dei siti: e tentando con iscaramucce le schiere che alloggiavano in Ursinico, giunse a tirarle giù nella valle Tassera; in guisa che occupando egli lo sbocco della medesima, queste si trovarono chiuse a fronte dagli imperiali, ed alle spalle da Carcano. Nelle quali distrette si avvisarono i Milanesi, temendo esser colti separati dagli altri, adunare in quella valle tutte le milizie che tenevano il campo a Paravicino ed Erba. Questo appunto bramava Federigo per affamarli: imperocchè chiuse le vie con ogni maniera d’impedimenti, e guardarti gelosamente i traghetti donde potevano venire rinfreschi di vettovaglie, in poco di tempo l’esercito Milanese si trovò in tanta disperazione di provvigioni, che a non morir della fame, dovevasi aprire lo scampo colla forza.

Tenevano il supremo indirizzo delle cose nel campo Milanese quattro sacerdoti, i quali colla loro presenza tenevano levati gli spiriti, già tutto fuoco per la patria, al [p. 208 modifica]pensiero di Dio, per cui combattevano quelle. Lo stesso Arcivescovo Oberto Pirovano, l’Arciprete di Milano Cardano, Caldino Sala Archidiacono, Algisio Pirovano Cimiliarca. Questi vedendo a che disperato termine si trovassero, tolto il consiglio, fermarono, doversi solo nella virtù della mano procacciare salute, confidarsi tutti nella fortezza dei loro animi, col ferro sgomberarsi la via. Così dissero e fecero. Tutti si votarono a morte a non contaminare con turpe dedizione il loro nome e la dignità della nobilissima patria. Tutta la notte si passò in veglia ad apparecchiare le armi e quanto fosse mestieri alla battaglia che erano per appiccare, ed a preparare le anime, che erano per rendere a Dio, con ogni argomento di Religione. Nel che prestavano una calda e pietosa opera Oberto e gli altri sacerdoti. Oh che notte fu quella! io l’avrei voluta sfolgorata da mille soli! Al rompere del dì a mezzo degli accampamenti l’Arcivescovo sagrificò per la salute dell’esercito; e tutti, confessate le loro colpe, ne vennero santamente assoluti. Allora si diè nelle trombe per attaccare la giornata, ed il cigolìo del Carroccio, che si muoveva, fece tutti risentire Italiani32.

Le insegne e bandiere militari usarono sempre tutti i popoli negli eserciti: il Carroccio fu solo degl’Italiani. Ariberto Arcivescovo di Milano nel tempo che era in guerra coll’Imperadore Corrado, lo inventò nell’anno 103933. Era questo Carroccio un carro di grandi forme che andava su quattro ruote massicce tratto da altrettante paia di buoi. Recava sopra, come castello di legno, una torre quadrata tutta addobbata di drappi di color cremisi e bianco (eran questi i colori della repubblica milanese) i quali scendevano a ricoprire ogni parte del carro, e de’ medesimi eran tutti coperti i buoi: in mezzo di quel recinto spuntava, come antenna di nave, un altissima trave, fermata con funi, che dalla [p. 209 modifica]cima eran tese giù, e legate al castello. Recava quella un gonfalone bianco con croce rossa, e finiva in cima con un globo d’oro sormontato da una croce anche d’oro. Le cose più sante e più gravi venivano solennemente amministrate sul Carroccio. Ogni dì un sacerdote vi sagrificava; su di quello si rendevano i supremi conforti della Religione ai moribondi, messi fuori della battaglia; vi si riducevano i capitani a parlamento, e vi ministravano giustizia. Il muoversi o l’arrestarsi del Carroccio accennava a quello delle schiere. O stanche o sbaragliate le milizie, gli si rannodavano intorno a prender lena. La caduta del Carroccio in man del nemico era un perdere al tutto la battaglia. Alla guardia del Carroccio era sempre deputato alcun personaggio riputatissimo per chiarità di natali e di valore; il quale, perchè nulla mancasse a renderlo reverendo anche alla vista, era provveduto dal comune di grasso stipendio, di splendida armadura, e di un aureo cinto. Pendeva dai suoi cenni una compagnia di soldati, che era il fiore dell’esercito, e otto trombettieri vestiti del colore del Carroccio, che davano il segno della battaglia. Adunque il Carroccio non era solamente una materiale insegna che serviva a condurre le milizie, ma era una morale rappresentazione della patria, che quasi viva e seguita dalle più sante affezioni di Dio e di famiglia, sorreggeva i battaglianti a fronte del nemico34.

Lasciati i Milanesi buona mano di fanti negli alloggiamenti, perchè li guarentissero da qualche improvviso assalto di quei di Carcano, e stessero alle riscosse dell’esercito, uscirono animosi alla battaglia. Andarono innanzi i stracorridori a pungere l’inimico per tirarlo fuori; seguivano ben serrati i regolari. I quali come si videro a petto dell’oste imperiale, le si avventarono a slancio, e tennero per lunga pezza una sanguinosa battaglia. Or qua or là pareva [p. 210 modifica]che inchinasse la fortuna. Ma la strage ad ora ad ora cresceva ove combatteva Federigo, il quale con tanto impeto ruppe le ordinanze milanesi, che si trovò trascorso fino al Carroccio, di cui fugò i custodi, sciolse i buoi che lo traevano, spiantò la bandiera, e lo precipitò in un fosso. La qual cosa quasi lo certificò della vittoria, e pensando non essere a fare altro che inseguire i vinti, si ritrasse nella tenda a posarsi.

Ma ben altrimenti andavano le cose nell’opposta ala dell’esercito milanese, la quale sorretta dalla presenza dell’Arcivescovo e degli altri sacerdoti, non che balenare, teneva fermo; e dette il tempo a quelli di Ursinico e di Erba a sopravvenire opportuni onde ristorare la battaglia. Queste due terre eransi date a Milano: la prima aveva già accolto un presidio di dugento Bresciani. Allorchè videro i terrazzani a mal termine i Milanesi tempestati da Federigo e l’ala dell’Arcivescovo troppo premuta da tutta la mole della battaglia, discesero a stormi dalle loro colline, e con inaspettati assalimenti sconcertarono le ordinanze de’ Tedeschi. Questi si trovarono in un punto accerchiati, e talmente stretti, che al fuggire e al combattere erano impotenti. Si levò un grande rumore ed un gridare, che Federigo pensò essere de’ suoi, che già afferravano la vittoria. Perciò stato alquanto in orecchio, disse ad uno che gli era di accosto — Che è? vincemmo? — Siam vinti noi, per Dio, rispose questi: non vedi tu come i nemici oppressano da ogni banda i nostri, li spogliano, li macellano? non vedi come la fortuna ci diserta? — Al che il Barbarossa preso da grave spavento, con un duecento freschi cavalieri si diè a fuggire per la valle di Ursinico e di Mantorfano, e non si arrestò che a Como: ove non si tenendo pur sicuro, andò a rinchiudersi nella rocca di Baradello. L’esempio dell’Imperadore fu seguito da tutto l’esercito, che andò in fuga, lasciando ai Milanesi quella vittoria, che sulle prime avevano creduto tenersi in pugno. Questi impadronitisi degli alloggiamenti tedeschi, vi trovarono un grasso bottino col tesoro dell’Imperadore, [p. 211 modifica]il quale venne gelosamente custodito a rafforzare il pubblico erario35.

Vollero i Milanesi profittar della vittoria, tornando all’assedio di Carcano; ma temendo che Barbarossa non andasse a ferire Milano, se ne tolsero, abbruciando le macchine costrutte per la oppugnazione. Il Barbarossa aveva assai ben lavorato di sprone in questa battaglia, eppure con imperiale impudenza scrisse da Como, fuggendo, al Patriarca d’Aquileia maraviglie della riportata vittoria. Conta del Carroccio, della bandiera milanese cacciata nel fango; e mentre amplificava la fuga e la uccisione de’ Lombardi, confessa aver toccato un grave danno: ma tosto si rinfranca dell’amara confessione, annunziando al Patriarca essersene tornato a Como, messi a sbaraglio i nemici, con molti prigionieri36. Seminava il Tedesco queste menzogne a rompere la via alla fama della vergognosa disfatta. La quale giunta che fosse in Germania, avrebbe del tutto sconfortati que’ Principi dallo scendere in Italia colle loro milizie, siccome aveva loro comandato Federigo37. Infatti dalla lettera al Patriarca appare, a molti pesare quel continuo armeggiare in Italia, ed averne chiesta all’Imperadore e non ottenuta dispensa. Tuttavolta al Barbarossa cuoceva vedere [p. 212 modifica]tuttora in piedi Milano, e gli riscaldavano il desiderio di schiantarla le percosse di Carcano, ed un altra spulezzata che dettero i Milanesi a quei di Lodi e di Cremona, lui spettatore dalla rocca di Baradello. Con lettere e con messi mandava da Pavia raffermando gli amici nella sua fede, esortando i Vescovi di Novara, Vercelli ed Asti, il Marchese di Monferrato, Obizone Malaspina, Guido di Biandrate, ed altri maggiorenti a non cadere di speranza, a far raccolta di milizie la maggiore che potessero, e con queste venirlo a trovare nell’entrare del nuovo anno38.

Mentre Federigo a tutt’uomo adunava una nuova mole di guerra sopra Milano, fu questa contristata d’un grave infortunio, che pareva precursore di quella finale rovina, cui la destinavano i Cieli, per trarla poi a più gloriosa vita. Appiccatosi il fuoco il dì di S. Bartolomeo alla casa di Lanfranco Cane, così presto si dilatò, che disperato ogni rimedio, invase e divorò la terza parte della città. Ebbe principio verso Porta di Como; e le fiamme trascorrendo verso quella di Vercelli, di Pavia e di Roma, tutto incenerito, non si arrestarono che alle fosse della città. Fu veramente inestimabile perdita quella delle molte vettovaglie, che si tenevano in serbo per un assedio, consumate dal fuoco. Rimasero molti cittadini senza tetto, e le milizie raccolte alla guardia della città, dovettero uscirne, a trovare quartieri per le vicine terre. La quale uscita de’ Milanesi aiutò il risorgimento di Crema, poichè molti si ridussero ad abitare le sue rovine39. Della quale calamità cercò trarre profitto il Barbarossa affrettando gli apparecchi della guerra, colla quale si credeva umiliare alle perfine l’indomabile Milano: e non andò fallito. Vennero a primavera le consuete milizie di Germania, che aggiuntesi a quelle che già aveva Federigo in Italia, sommarono ad un cento mila combattenti. Corrado Conte Palatino fratello dell’Imperadore, [p. 213 modifica]Federigo Duca di Svevia il figlio del Re di Boemia, ed altri riputati capitani le conducevano. Fecero massa alle sponde del Lambro, donde Federigo le mosse a’ danni di Milano il dì ultimo di Maggio. Egli non voleva venire a fatti di mano, perchè aveva saggiato a Carcano le spade Lombarde; voleva bensì bloccar la città, disertarla intorno, angustiarla per fame, e così trarla a dedizione. A questa maniera di guerra erano cima d’uomini i Tedeschi, che a guastare a divorare un paese, un popolo, sembrano tutti fusi d’un getto. Li scapestrò Federigo; e tutte le terre, fino alle chiese d’Ognissanti, di S. Calimero, di S. Barnaba e di S. Dionisio divennero un deserto; e poi turbinando attorno a Milano verso le porte Vercellina, Comasca e Ticinese, inabbissarono tutta la campagna.

1161 Questo bestiale soqquadro, e la gelosia, con cui erano guardate le vie alle vettovaglie, produsse tosto nella città i bramati effetti: incominciò a crescere il caro del vivere. Al che provvide il consiglio del Comune, deputando dieciotto cittadini scelti dalle varie Porte al governo dell’annona. Fra i deputati fu il cronista Sir Raul; il quale afferma, che la provvidenza tornò in danno della città; ma non ne arreca la ragione, che vedremo appresso40. A non istarsene poi guardando e non altro, ad ora ad ora si mandavano fuori milizie a dar su le mani a que’ ladroni, le quali con varia fortuna si affrontavano col nemico. Nel giorno anniversario della battaglia di Carcano e qualche dì appresso furono due accalorate fazioni; nella prima delle quali Federigo precipitato di cavallo, ove non l’avessero tosto rimesso in arcione, colla sua morte avrebbe arrecato un gran benefizio all’Italia41.

[p. 214 modifica]Ma senza vitto non si poteva combattere: e prolungandosi la resistenza, nel caso d’una dedizione avrebbero trovato l’Imperadore più difficile a condiscendere a miti patti. Per la qual cosa i Consoli della città, sperando ottenere pace meno ignominiosa, deliberarono abboccarsi con Federigo. Fecero richiedere il Langravio cognato dell’Imperadore, il Duca di Baviera ed il Conte Palatino di un salvocondotto per trattare della pace col vivo della voce, e l’ottennero. Ma usciti di città, ed in via per recarsi agli accampamenti tedeschi, dettero in certi cavalieri dell’Arcivescovo di Colonia, i quali, o che non curassero della ragion delle genti, o che ignorassero il salvocondotto, li trassero violentemente prigioni. Mosse a giusto sdegno i Milanesi questa ribalderia; e saltarono fuori a liberare i Consoli, appiccando la zuffa con la cavalleria dell’Arcivescovo. Della qual cosa furono dolentissimi i tre Principi, che vedevano così brutalmente fallita la pubblica fede: e presi da generoso sdegno volevano porre le mani addosso all’Arcivescovo, il quale si rifuggì presso dell’Imperadore purgandosi della presura de’ Consoli, come non consapevole del salvocondotto. Mentre il Prelato cercava togliersi d’impaccio, e Federigo con bel garbo lo andava svincolando dalle mani de’ tre garanti, la mischia tra i Milanesi ed i Tedeschi si accalorava: per cui il Barbarossa, non pensando più al diritto delle genti, ma a quello della forza, confermò il tradimento, spingendo le milizie contro i Milanesi. I quali non soccorsi dalla città, vennero rincacciati, rimanendone prigioni oltre a trecento in mano di Federigo; che in quella fazione ebbe morto il cavallo, ed una leggiera ferita.

Queste sortite e le sembianze che davano i Milanesi di volersi reggere a petto di tutta quella smisurata oste, invelenirono l’acerbo animo del Tedesco, il quale con ogni più efferato consiglio disfogava la rabbia che il rodeva su i prigioni Milanesi fatti in quelle scaramucce. Se ne aveva condotti a Lodi trecento. Di questi ne scelse cinque, cui fe’ cavar gli occhi e li dette a condurre a Milano ad un sesto [p. 215 modifica]scemo d’un occhio e delle nari. Metteva poi gli agguati a chiunque da Piacenza o da altra città osasse recar vettovaglie al mercato di Milano. A quanti ne coglieva faceva troncare la mano destra. In un sol dì ben venticinque uomini furono così malamente mutilati dal Tedesco42. A questi infernali furori prorompeva il Barbarossa, mentre in altro conciliabolo ragunato a Lodi dal suo Antipapa Vittore sequestrava dalla Chiesa Vescovi e città. Non credo sia nelle storie esempio di pari ferocia e matta prepotenza in un solo uomo.

Ma le cose in Milano andavano per mala via. L’incendio patito nell’Agosto aveva divorato le molte provvigioni da vivere, ammiseriti molti cittadini, ed il guasto de’ campi innanzi il tempo della messe aveva tolto il come rimediare alle strettezze della fame. Mi penso che le provvidenze dei deputati all’annona, i quali dovevano con rigorose leggi accomunare i nobili ai plebei nella eguale distribuzione delle vettovaglie, avesse inaspriti quelli e resi intolleranti de’ mali dell’assedio. Vero è che gravosissime taglie s’imponevano ai cittadini, le quali si estorquevano anche con la tortura. Pessimi mezzi che non potevano onestare la giustizia del fine43. E questi forse erano i mali frutti che recavano alla patria le cure de’ deputati, ai quali accenna Sir Raul. Infatti si mise una furiosa discordia nella città tra quelli che tenevano per la resistenza, e quelli che si volevano difendere. Fu turbata la pace domestica, e fin per le piazze avvenivano scandalose baruffe tra i discordanti. Era fama che alcuni nobili stretti in congiura covassero il partito di rendere la città all’Imperadore. Era però certissimo che fosse sottilissimo il vivere per difetto di cibo, e non si poteva trarre molto a lungo la resistenza. Una sola libbra di carne di bue a mala pena s’aveva con cento trentasei lire della [p. 216 modifica]moderna moneta Milanese44. Molti se ne morivano di fame, molti infermavano, e molti nobili, fatti ciechi dalla necessità intorno alle cose del comune, provvedevano alle proprie, scappando dalla città ed arrendendosi all’Imperadore per campare la vita.45 Tuttavolta non mancavano generosi, che non giungevano a persuadersi come la libertà e la patria potesse vendersi per un avanzo di vita, e si opponevano alla resa. Ma vennero sopraffatti dal numero maggiore dei disffrancati; e fu vinto il partito di spedire oratori a Federigo a chieder pace con queste condizioni assai dimesse: Colmerebbero i fossati, abbatterebbero le mura e le torri della città; trecento ostaggi porrebbero nelle mani sue da rimaner come prigionieri per tre anni: chinare il collo a qualunque Podestà volesse mandar loro a governarli, e fosse stato anche Tedesco; stare pagatori di determinata quantità di danaio; a loro spese edificargli o dentro o fuori della città un palagio; non rinnovare le munizioni della città senza il suo beneplacito; accogliere il tedesco esercito nella città a stanziarvi pel tempo che fosse a lui piaciuto. Crudelissimi patti; nè si potevano fabbricare catene più dure di queste, alle quali profferiva i polsi la disperata Milano46.

Li recarono a Federigo, che dimorava in Lodi, nove Consoli ed otto maggiorenti: qual’animo fosse il loro nella trista deputazione pensi il lettore. Pure assai confidenti si appresentarono all’Imperadore, quasi certificati del buon esito del negozio, non potendo aspettarsi leggi più dure di quelle che colle mani proprie s’imponevano. Esposero la loro ambasceria di pace, offerirono le condizioni della resa, obbligandosi con sagramento a mantenerle; resero le nude spade in segno di suggezione. Ma il Tedesco con boreale superbia, avuto consiglio co’ suoi baroni, se li cacciò dinanzi, [p. 217 modifica]spondendo loro, accettar la resa della città a discrezione, a patti non mai47.

Recata in patria dai messaggi la imperiale sentenza, e indoratala alla meglio con promesse di cesarea clemenza, non fu più luogo a deliberare, e fu convenuto rendersi senza guarentigia di trattato in balia del Tedesco. In que’ tempi il cuore e la fantasia andava innanzi alla ragione, ed i sensi richiedevano dai fatti una loquela assai viva. Il chiedere giustizia ad un Imperadore, vedemmo, si facesse coll’accollarsi delle croci; il tener presente la patria agli animi de’ battaglianti ottenevasi con tutta quella macchina del Carroccio. La resa di Milano principal sede della italiana libertà, segno alle tedesche furie, che aveva visto rompersi sotto le sue mura più volte lo sforzo di Lamagna, non poteva farsi senza moltitudine di esteriori forme, che richiedevano l’indole del popolo e la superbia,del Principe. Ma sotto quelle forme che io narrerò, non si celavano anime vili e minori del grandissimo infortunio, bensì un sottile artifizio ad inebriare colle stemperate onoranze e l’apparente umiliazione del più generoso popolo del mondo gli spiriti di Federigo, e così inchinarlo a più miti consigli verso la minacciata patria.

Pel dì primo di Marzo uscirono di città i Consoli con venti nobili e si recarono a Lodi, ove teneva la corte l’Imperadore: e prostrati ai suoi piedi colle nude spade sul collo, si dissero resi a lui con tutta la città, e con sagramento si obbligarono a fare ogni suo piacere. Scorsi tre dì, tornarono i Consoli con trecento, ch’erano il fiore delle milizie milanesi, Guantelino ingegniere, che fu veramente l’Archimede di Milano48, deputato a recar le chiavi della città a Federigo. Si prostrarono a’ suoi piedi chiedendo misericordia; rassegnarongli colle chiavi della città trentasei bandiere, e rinnovarono i giuramenti già prestati dai Consoli. [p. 218 modifica]Non si tenne contento a questo l’Imperadore, comandò che gli venissero ai piedi tutti coloro che nello spazio dell’ultimo triennio avevano ottenuto il consolato, ed una parte dell’infanteria milanese. Così fu fatto; e nel dì settimo di Marzo con questa ordinanza entrarono Lodi i Milanesi. Precedevano le milizie di tre Porte, recando oltre a cento bandiere ed il Carroccio, messo tutto in assetto di guerra. Seguiva inalberata la croce, e innanzi a questa pendente un drappo che recava l’immagine di S. Ambrogio in atto di benedire: appresso poi grande moltitudine del popolo milanese. Mestamente andavano come a funebre ossequio che rendevano alla estinta patria; la maraviglia de’ vincitori, e la vergogna de’ vinti teneva tutti in silenzio da far sentire la squilla delle trombe, che dal Carroccio annunziava una libertà che moriva.

Aspettavali Federigo all’aperto innanzi al suo palagio, assiso su di un altissimo trono, circondato da tutto lo spendore della sua corte. Non era con lui la sua donna Beatrice, forse perchè la femminile pietà non avesse fatta violenza al crudelissimo proposito, in che tenevasi cupamente arroccato l’animo suo. Come giunsero i vinti alla sua presenza, cessò ad un tempo il suono delle trombe; e vennero queste come simbolo del comunale reggimento, messe ai suoi piedi. Poi l’un dopo l’altro i maggiorenti della città vennero a rassegnargli i vessilli di tutte le parrocchie. Fu tratto lentamente innanzi il Carroccio, il quale era con tale artifizio disposto, che al giungere che fece innanzi all’Imperadore, tutto ad un tratto abbassò verso di lui il grande stendardo in segno di dedizione. Si strinsero tutti per paura i Principi tedeschi, e con essi Burcardo Notaio imperiale, narratore di questi fatti49, che non sapevano della cosa. E bene stette, perchè intendessero que’ boreali in mezzo a tanto abbassamento dell’italiano decoro, che anche la [p. 219 modifica]caduta di un forte e libero popolo faccia paura. Federigo che sapeva di quello ingegno, senza punto riscuotersi, tranquillamente raccolse il lembo del vessillo, che pendeva dalla grande antenna, come a dinotare che accogliesse la resa, e ad un suo cenno la fece tornare in piedi. Allora il popolo e la milizia di Milano si mise colla fronte per terra, dando in pianti e lamenti, e non altro chiedendo che misericordia. E quetato il compianto, si levò in piedi uno de’ Consoli ad orare con parole assai pietose a pro del suo popolo, ed a piegare l’animo di Federigo a meno crudi consigli verso di lui. La qual diceria seguita dal ricadere che fecero i Milanesi bocconi per terra, dal loro singhiozzare e dal profferir che facevano delle croci, che recavano addosso, cavò le lagrime a quanti l’udirono. Solo Federigo pareva che non avesse orecchio ad udire, cuore a sentire: la sua faccia era cruda.50 Allora quel Guido Conte di Biandrate, che vedemmo condur le cose di Milano ai tempi del primo assedio, avvegnachè rinnegato avesse la comune patria, seguitando il Tedesco,51 pure a vedere tanta umiliazione de’ Milanesi cadere infruttuosa ai piedi della tedesca superbia, si risentì Italiano, e dato di piglio ad una croce, levatala in alto, si mise a capo di que’ preganti, e prostratosi anche egli per terra disse e lagrimò per loro. Rispose l’universale compianto; ma Federigo non pianse: la sua faccia era dura quasi pietra, come dice Burcardo52: imperocchè dentro del cuore covava il finale esterminio dell’abborrita Milano, e con questo il servaggio di tutta quanta l’Italia. Ma quelle lagrime, quelle croci, e quella dignità nostra così brutalmente conculcata dallo straniero oh! che crollo daranno un giorno alla bilancia di Dio! Finalmente uscirono dalle imperiali labbra i consueti responsi: Udito il consiglio, userebbe clemenza a tempo opportuno.53

[p. 220 modifica]Federigo non voleva solamente veder diroccate le mura di Milano, ma anche rovinati gli animi dall’altezza in che li teneva la notizia di essere Italiani. Per la qual cosa con raffinata malizia per ben tre volte trasse in pubblico ai suoi piedi le miserande turbe milanesi a chiedergli perdono, onde abbeverate di vergogna, non osassero più levare la fronte da tanto vitupero. Ma egli era Tedesco, e non sapeva, che le sventure in Italia non rompono ma ritemprano le anime generose ad incredibile fortezza. Fatta l’ultima presentazione, come la prima, il Barbarossa accomiatò i Milanesi, dicendo, voler dar principio ad un tempo alla clemenza ed alla giustizia: come ministro di giustizia doverli tutti dannar nel capo; amar piuttosto la clemenza. Ritenne ostaggi tutti i Consoli, che avevano esercitato innanzi il Consolato, i maggiorenti, le milizie, i legisti, i magistrati; e tolto il giuramento dal popolo, lo rimandò in patria54.

Io non so che si recassero nell’animo que’ tornanti; se la speranza del perdono, o il timore delle bestiali vendette di Cesare. Certo che non durarono molto ad uscire dalle dubbiezze. Seguivanli appresso imperiali ministri deputati da Federigo a compiere i consigli della sua clemenza. Eran dodici, sei Tedeschi ed altrettanti Italiani, e tra questi Acerbo Morena continuatore della Cronaca di suo padre Ottone. Costoro, come ne avevano ricevuto il mandato, chiamarono al giuramento di fedeltà tutti i Milanesi che oltrepassavano i dodici anni di vita; si fecero rendere i quattro castelli che avanzavano a Milano dei duemila, che innanzi possedeva55, e finalmente fecero a ciascuna porta della città abbattere tanto delle mura, e le fossa ricolmare, quanto avesse dato la via ad entrarvi all’esercito tedesco colle ordinanze spiegate. Questo non sapeva di clemenza: di [p. 221 modifica]clemente non fu altro che la rivocazione del bando imperiale, cui erano stati sottoposti i Milanesi. Veniva appresso quella che Federigo chiamava giustizia.

Questo Imperadore temeva oltremodo Milano, avvegnachè spoglia di ogni libertà, caccita quasi nel fango per quelle stemperate umiliazioni patite in Lodi. Sapeva, che la violata pazienza si rimuti in furore: perciò, bevuti a larghi sorsi i gaudi della vittoria, non si ardì prorompere al feroce partito che meditava contro i Milanesi, questi presenti, nè in Lodi, che essendo in sul rinascere, non era che una mal sicura borgata. Improvvisamente ne sloggiò con tutta la corte e le milizie, e venne a dimorare in Pavia, grande, affezionata, e ben munita città. Di là finalmente a dì 18 di Marzo lanciò contro Milano l’editto del finale suo esterminio. Mandò precetto ai suoi Consoli, che in otto dì cacciassero dalla città quanti l’abitavano, non avuto rispetto ad età ed a sesso: tutti come bestie sbrancati fuori di patria. Quale animo fosse quello de’ Milanesi all’arrivare del crudelissimo bando, io non dirò, perchè non appaia ammorbidita dalla poesia la severa dignità della storia. Inermi, sprovveduti di ogni mezzo di resistenza, rotte in molte parti le mura, senza capi militari e civili, rimasti ostaggi in balia del Tedesco, piegarono, ma fremendo, il capo sotto la mano di Dio, che lo curvava, a dargli l’impeto di un subito e generoso rilevamento. Nel vigesimo sesto dì di Marzo la metropoli Lombarda, la rocca dell’Italiana indipendenza divenne deserta. Ne uscivano in folla i cittadini; ma non l’abbandonarono. Ciascuno si recava nel cuore tutta la patria, che rifuggita nel santuario di uno spirito contristato, era cosa di Dio, nè si toccava dagli uomini. Coloro che avevano parenti o clienti per le vicine terre e città, vi andarono tapinando ed accattando un tetto che li coprisse. Il rimanente del popolo oltre il fossato della città ristette come armento a ciel sereno. Vedi sagrilegio d’umanità56!

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Così diserti di ogni conforto que’ miserabili, si adoperarono con tavole e stuoie a coprirsi il capo dalla pioggia e dal sole. Medicava gli addolorati loro spiriti la vista della vicina patria, da cui non istaccavano gli occhi; e la speranza che al sol vederli che facesse il venturo Imperadore in tanta disperazione di vita, li avrebbe commiserati, e ricondotti in città. Venne Federigo, li vide e li commiserò alla tedesca. Comandò, s’inabbissasse Milano. Gli erano confortatori ai fianchi dello scellerato consiglio gl’Italiani delle città, nemiche a quella temuta repubblica. Comprarono coll’oro la disonesta vendetta. La vendeva il Tedesco, perchè voleva sbranata l’Italia colle mani dei propri figli. Ritenne spettatrici di quell’eccidio le proprie milizie, e lo dette ad operare ai Lodigiani, ai Pavesi, ai Cremonesi, ai Comaschi, a quelli del Seprio e della Martesana, assegnando a ciascun popolo una contrada della città a distruggere. Non è a significare con parole la rabbia con cui quegl’Italiani si avventassero al guasto della infelice Milano. La memoria della sua potenza, e le gelosie municipali fino a quel tempo contenute impotenti dalla sua forza, dettero tale una celerità a quelle mani sagrileghe, che il distrutto da loro col ferro e col fuoco in pochi dì, sarebbe stata una maraviglia diroccare in due mesi.57 Furono risparmiate le sole chiese;58 i bastioni della città si fecero rispettare per la loro saldezza59: di una vasta città, decorata di splendidi edifizî non rimase di vivo che una cinquantesima parte. Rimasero in piedi in tutto quello esterminio le case di quei nobili, che avevano tradita la patria, quasi monumento [p. 223 modifica]della loro infamia60; ed i sobborghi che eransi tenuti fedeli all’Imperadore.

Ristettero dal guasto que’ furibondi il dì primo di Aprile domenica degli Ulivi. Federigo da buon Cristiano si appresentò nella Basilica di S. Ambrogio a prendere il pacifico ramo benedetto; e fece porre a festa con drappi e cortine la chiesa, mentre era tutto in lutto, perchè egli solo gioiva. I Canonici gli dettero il ramo d’ulivo; ma richiesti dai ministri cesarei a ritrattare il giuramento di suggezione, già prestato ad Alessandro, e di riconoscere Papa Vittore, risposero con generoso niego. Stretti, si ritrassero, abbandonando la Basilica ed ogni loro ragione. I Canonici vollero mostrare che Milano non era morta. Sottentravano ad essi i monaci del monastero Ambrosiano nel possesso della Basilica, perchè si piegarono all’iniquo giuramento. Non so se fiacchi o ambiziosi fossero; certo infami restarono. L’Imperadore nell’eccidio milanese aveva stanziato nel loro monastero. È a dire che da qualche tempo que’ monaci vezzeggiassero il Barbarossa61.

Ma non cessò con queste pacifiche apparenze l’eccidio di Milano; sospeso per un dì, incrudì poi per insaziabile vendetta del ribaldo Principe. Gli davano ombra i campanili delle chiese non tocchi, e massime quello della metropolitana, che era una delle maraviglie d’Italia per la sua altezza, e la eleganza delle forme62. Anche i campanili vennero abbattuti; e questo di S. Ambrogio fu con tanta malizia de’ guastatori diroccato, che nel cadere rovinò molta parte della Basilica63. Fu la fine di Milano comandata da straniero imperante, compra ed operata da fraterne mani. [p. 224 modifica]Il suo popolo andò disperso, ma non intanto che la inestinguibile carità della patria non ne ritenesse la maggior parte attorno alle sue rovine, pronti al benigno riguardo de’ cieli di rilevarla col sudore delle loro fronti, e propugnarla col sangue.

Finalmente ritraevasi satollo di vendetta quel divino Augusto, con tutta Italia in pugno64, e con lui le turbe guastatrici. Andò in Pavia a celebrare il trionfo. Questo avrebbe dovuto intenebrare di lutto ogni anima italiana: eppure era tanto il timore che sparsero le tedesche ferocie, che di Conti, Marchesi, Consoli di comuni, Vescovi ed Abati convenne una moltitudine assai grande in Pavia, a far plauso alla esultanza di Federigo. Questi aveva fatto sagramento dentro del cuore di non imporsi mai sul capo la corona del Lombardo reame, innanzi che avesse umiliata Milano: distruttala dalle fondamenta, fu ben francato ad incoronarsi a suo talento. E nel dì di Pasqua alla gran messa si fece porre sul capo la corona di ferro, insieme alla sua Beatrice: cerimonia che questi Augusti usavano rinnovare al riportar che facevano di qualche segnalata vittoria, o di altro fausto avvenimento. Dopo la messa tenne l’Imperadore un lauto banchetto, cui fè sedere i Vescovi ed i grandi feudatari di Lombardia. Egli vi si assise colla corona, i Vescovi colle mitere. Fra questi non si vedeva Pietro V Vescovo di Pavia, nel palagio del quale si banchettava; esulava a que’ dì, per la fede incorrotta al legittimo Papa65. Questo solo pensiero avrebbe dovuto far venire la vergogna in faccia di que’ prelati; ma essi libavano alla tirannide forestiera, alla servitù della patria, alla mestizia della Chiesa, alla propria infamia66.

[p. 225 modifica]Volle il Barbarossa tramandare ai posteri con altra e più duratura maniera la sua vittoria, aggiugnendo nelle sue scritture l’epoca del eccidio milanese — Post destructionem Mediolani — quasi che da quel tempo incominciasse a tenersi vero signore de’ Lombardi67. Ma scorsi pochi anni, anche i Milanesi trovarono una nuova epoca a segnare nelle loro carte. Imperocchè trovo che interrogato in un processo del 1211 certo Giovanni abitante in Podasco presso la Badia milanese di Chiaravalle, quanti anni di vita si avesse, e non sapendolo il buon uomo, rispondesse — Io nacqui ai Borghi (cioè a quelli che poi assegnò Federigo ai Milanesi) ma in qual tempo non so — Interrogato di quanti anni ritenesse memoria, rispose — Di trentasei anni: ed il primo fatto di che mi avanza memoria, si è la Rotta di Legnano68 — E l’anno di quella famosa vittoria dovette segnarsi nella scrittura.

L’eccidio di Milano riempì di spavento tutta Italia: disperarono le repubbliche che si affidavano ai milanesi destini; gioivano le città imperiali. Ma brevi le allegrezze di queste, corto il disperare di quelle, perchè terribile il giogo che era per imporre a tutti il Tedesco. Questo sol bene accompagna sempre la tirannide nei paesi divisi: risvegliare per disperazione gli oppressi ad incredibili fatti, affratellarli per comunanza d’infortunio. E così avvenne ai Lombardi. Tuttavolta non potevano sentirsi subito fratelli colla gelosia nel cuore, nè poteva cessare per la ineguale [p. 226 modifica]potenza delle città. Abbattuta Milano, dovevano umiliarsi tutte le altre; onde su le rovine delle emule, le città imperiali si fossero tenute paghe di vendetta, e sgombri gli animi delle furie cittadine, si fossero ravveduti, che avevano comprata la fraterna vendetta col tesoro della libertà.

I tempi appressavano della beata resipiscenza, e li affrettava Federigo. Aveva fermato assediare Piacenza. I Piacentini temendo i casi di Milano, gliene cavarono il fastidio, prevenendo le ostilità con trattati di pace, che ottennero, mezzano Corrado Conte Palatino del Reno, ed a condizioni assai svantaggiose. Si obbligarono ad un tributo di sei mila marche; ad abbattere le mura, a riempire le fosse della città; a ricevere un Podestà imperiale; a spogliarsi di tutte le ragioni di Regalia, in una parola a non essere più Repubblica. A questi patti si arresero Brescia, poi Bologna, Imola, Faenza; e dalle Alpi a Roma non fu più terra che italiana fosse; tutte contaminate della tedesca labe69. Le repubbliche sorte con tanta maraviglia tra le fortune della barbarie, e le incessanti persecuzioni dell’Impero tedesco, furono a que’ tempi soffogate ma non ispente. Non furono più Consoli; e quelli che Cremona, Parma e Lodi per imperiale clemenza ritennero, appunto perchè concessi, veri Consoli non furono.

Lo strepito delle imperiali vendette aveva levato gravi timori anche in Genova, ed il desiderio di acconciarsi con Federigo. Ma questa Repubblica avvegnachè non istesse al coperto delle ambizioni cesaree, tuttavolta era in tale opportunità di condizioni, e per ricchezze e per la potenza che stendeva sul mare, da tenere in rispetto anzi che temere un Imperadore, che ravvolgersi poteva in Italia, stare non mai. Per la qual cosa i Genovesi chiamati che furono in Pavia da Federigo, consapevoli di quello che li rendeva sicuri, e con cui potevano vantaggiosamente negoziare, si profferirono obbedienti, ma non vassalli. Non promisero [p. 227 modifica]abbattimenti di mura, non cessione di Regalie, non accoglienze d’imperiali Podestà, bensì aiuti alla spedizione contro il Re di Sicilia. Queste promesse indorarono nel capo del Tedesco i sogni che faceva di novelle conquiste: e tra perchè con Genova non poteva tenersi tanto su le dure, e perchè veramente desiderava aiuti di mare, allargò il seno agl’imperiali favori verso i Genovesi: concesse loro addì 5 Giugno un diploma (ed in questo azzeccò la prima volta la data della distruzione di Milano) con cui tenendosi già padrone di Sicilia, donava loro in feudo la città di Siracusa, ed in ogni città marittima una intera contrada pe’ mercatanti, una chiesa, un fondaco, un bagno, un forno70. Sicilia non era nè fu conquistata. Gran fatica dovettero durare i Genovesi le risa innanzi a quel Divino.

Ma i pianti cominciavano nella misera Lombardia. Stando ancora in Pavia Federigo, si mise a deputare i suoi Podestà alle città vinte. Doloroso racconto, che io non farei, se non sapessi quanto durasse e come finisse quella scellerata deputazione. Erano questi Podestà ministri del Barbarossa, tedeschi, licenziati ad ogni ribalderia, perchè lontano e volente il Principe; bestiali, perchè a bestie e non ad uomini si tenevano destinati rettori. Schifosa generazione e non mai maledetta abbastanza. A Piacenza fu mandato dapprima un’Aginolfo, poi un Arnaldo Barbavaria, che la maciullò per sette anni. Brescia e Bergamo caddero nelle unghie di Marquardo di Grumbach, il quale risedette a Trezzo; Ferrara obbedì a Corrado di Bellanuce; Parma ad Ezio, Como a Mastro Pagano, il quale s’andò ad annidare nella rocca di Baradello, e va dicendo delle altre. Non avverto il lettore che questi Podestà non sapessero punto nè poco della favella de’ popoli che andavano a governare. Nè di questa avevano mestieri, perchè chi viene per succhiar sangue e sustanze, si fa meglio intendere con le fruste e coi capestri. Povera Italia!

[p. 228 modifica]Errico Vescovo di Liegi fu deputato a reggere i Milanesi, che lasciammo all’aperto sotto capanne. Costui, come si farebbe di pecore o capre col vincastro, divise tutta la moltitudine di quei miserabili in quattro torme, ed a ciascuna assegnò il sito da abitare. Quelli di Porta Romana restrinse nella contrada che correva tra la Cassina di Plasmondo e la Noceta, non lungi dal famoso Monastero di Chiaravalle; quei di Porta Ticinese nel territorio di Vigentino; quei di Porta Orientale e Nuova a Lambrate; quei di Porta Comasina alla Carraria; e finalmente quei di Porta Vercellina condusse ad abitar S. Siro alla Vepra. Tutti questi così congregati si dettero tosto a fabbricarsi delle case; ed in ciascun convento di popolo sorse un borgo71. Fatta questa divisione, il Vescovo se ne andò con Dio in Germania, lasciando suo vicario un certo Pietro Cunin.

Liberava Federigo l’Italia della sua presenza, e i novelli Podestà si gittarono famelici su le incatenate Repubbliche. Questo Pietro Cunin tra tutti fu una maraviglia nel trovar modi di nuovi ladronecci e rapine. Aveva una sete inestinguibile di oro (morbo attaccaticcio a quanti scendono dall’Alpi a visitarci) e sapeva cavarsela. Andava a caccia di debitori; trovatili, donava loro una plenaria assoluzione dei loro debiti, a patto che una parte di questi si pagasse a lui: de’ creditori spogliati del proprio non curava, li lasciava con Dio. Ove gli veniva all’orecchio la morte di qualcuno che non lasciava figliuoli, incontanente stendeva gli artigli sul suo retaggio, e se ne faceva padrone senza uno scrupolo al mondo. Del grano, del vino, dell’olio, del fieno che raccoglievano i Milanesi, toglieva il fiore per se. Di tasse e balzelli non dico, perchè questi facilmente s’incolorano co’ bisogni del Principe, colla sottigliezza dell’erario. Divorava Cunin, spogliavano i Podestà vicini. Se nel compreso della loro podesteria erano possessioni milanesi, non si tenevano contenti alla rapina de’ frutti, di peso le [p. 229 modifica]toglievano ai legittimi padroni, perchè Milanesi, e ne facevano cosa propria. Coi debitori imitavano il Cunin72. Così manomesse le sustanze, non andavano immuni i corpi. Quei Podestà mentre calcavano con ambo i piedi il popolo milanese, temevano sempre che la sfrenata tirannide non partorisse furori in chi la pativa. Cercarono distogliere le menti da qualunque macchinazione di giusto sollevamento con servili fatiche. Trasse il Cunin gli onesti cittadini a recar pietre e calce alla edificazione di torri e palagi nei nuovi Borghi. In quello di Noceto, che era il più vasto, fu innalzata una torre, che in onore di Federigo fu detta dal Tedesco Trionfale, per conservarvisi il tesoro del Principe73; in Monza un palagio, un altro in Vigentino, un castello in Landriano, e finalmente un altro palagio, sede de’ Podestà, in Noceto74. Comprimevano i corpi, per uccidere gli spiriti. Ma poco stettero in piedi questi infami monumenti delle forestiere tristizie, rovesciati dalla risurrezione lombarda75. Tuttavolta io penso, non avere potuto il tempo ed i trionfi cancellare dai cuori la dolorosa memoria di que’ giorni, in cui uomini che precorsero il mondo nel concetto e nell’acquisto della libertà, divisero co’ giumenti la fatica e la sferza. Non pera tra noi la dolorosa ma veneranda memoria, perchè la vendetta di Legnano non agguagliò la grandezza dell’oltraggio, ed i nipoti non si scompagnano ancora dagli avi nel consorzio del martirio.

Ma vegliavano i Cieli sulla travagliata Italia. Poichè a quei dì il Romano Pontefice aveva associati i suoi destini a quelli della libertà lombarda. Papa Alessandro non poteva più tenersi sicuro in Italia. Federigo dopo la resa di Milano non era più tornato in Roma: ma le sue vittorie come gli avevano inchinate innanzi tutte le Repubbliche, [p. 230 modifica]così avevano grandemente rilevata la fazione scismatica in quella città e nel patrimonio di San Pietro. In questo non obbedivano al vero Papa, che solamente Terracina, Orvieto, Anagni ed Acquapendente; tutte le altre città e castella si tenevano dagli imperiali76. In Italia non era che il solo Re di Sicilia, il quale poteva soccorrere Alessandro; ma occupato molto in casa propria, non lo fornì che di navi per uscir fuori in procaccio di forestieri aiuti. Navigò per Genova; ivi giunto, gli si fecero innanzi l’Arcivescovo e molti sacerdoti e nobili di Milano, che recavano in sul viso l’eccidio della loro patria. Esulava il Pontefice, esulavano i rappresentanti della lombarda libertà; e nell’esilio si videro, e si racconfortarono in Dio la Chiesa e l’Italia. Mosse di Genova Alessandro; ed in quei dì appunto in cui Barbarossa diroccava Milano, toccò i lidi francesi a Maguelonne. Egli recava in animo il divisamento di adunare i favori di Luigi VII di Francia e di Arrigo II di Inghilterra per raffermarsi il seggio contro l’Antipapa Vittore; e poi con un grido potente svegliare alla vita gli asserviti Lombardi.

Poco frutto avevano recato i conciliaboli di Pavia e di Lodi all’Antipapa. Non lo inchinarono, che le fronti compresse dalla mano di Cesare. Francia ed Inghilterra furono rattenute nella obbedienza del legittimo Papa, da’ loro Vescovi. Gli Inglesi tennero concilio a Neumarche in Normandia, i Francesi a Beauvais; e tutti sorretti dal zelo e dalla sapienza di Arnolfo Vescovo di Lisieux, gridarono anatema a Vittore77. Per la qual cosa Alessandro ricevette splendide ed affettuose onoranze a Maguelonne ed a Montepellier seguito da’ Vescovi e da tutto il popolo, che lo venerava Pontefice.

Turbarono gravemente l’animo di Federigo tali accoglienze; e prendendo da queste un pessimo augurio per [p. 231 modifica]l’avvenire de’ suoi affari, si adoperò a tutt’uomo: a rompere nelle mani di Alessandro le fila del negozio. Non potendo colla forza, giuocò di astuzia. Egli era giunto a persuadersi che quel suo Vittore era una leva assai fragile per cavar di seggio Alessandro, e che senza un Antipapa non poteva cozzar questo di fronte da levarselo dinanzi. Pensò rovinare entrambi, cioè Alessandro e Vittore, e crearsi un terzo Papa, libero della competenza di un emulo78. Coprì l’astuto disegno con sante smanie su la deplorabile scisma che tribolava la Chiesa, con accalorate parole di pace e di unione. Le quali apparenze (conducendo il negozio Errico Conte di Troyes) accecarono in guisa quel dabben uomo del Re di Francia, che si obbligò col Barbarossa a convenire a S. Giovanni de’ Losne a sottoporre al giudizio di pochi arbitri, presente Alessandro e Vittore, la elezione di questi, ed accettarne la sentenza; ed ove un de’ due Papi non si recasse al giudizio, il presente si tenesse per vero Papa79. Vittore, che non sapeva quel che si covasse nell’animo imperiale, aiutò la faccenda, deputando il suo Siniscalco, che confortasse per lettere il Francese80. Si acconciava il capestro colle mani proprie. Ma per buona ventura Luigi, che Alessandro con ogni sforzo non avea potuto distogliere da quel trattato, se ne cavò da sè. Imperocchè ito a S. Giovanni di Losne, ed avendovi trovato Rinaldo Arcivescovo di Colonia a vece dell’Imperadore, si tenne sciolto dagli obblighi, e si ritrasse dallo sconsigliato partito.

Allora il Francese vergognando della sua imprudenza, si condusse frettosamente a Toucy sur-Loire, ove si trovava Alessandro con Arrigo II d’Inghilterra, per ammendare il [p. 232 modifica]fallo con ogni maniera di ossequio verso il legittimo Pontefice. I due Re dopo avere devotamente addestrato, entrando la città, la mula che cavalcava il Pontefice, fermarono con questo la convocazione di un Concilio generale da tenersi a Tours nell’anno appresso. Questi regî parafrenieri, e questi colloqui erano saette al cuore di Barbarossa: e come vedeva sempre più raffermarsi le cose di Alessandro, più forte stringeva l’artiglio, che non gli scappasse dalle mani l’Italia.

I Podestà che teneva sparsi per la Lombardia gli rendevano ottimi servigi, e meritavano sempre più bene dell’Imperio. Le grida de’ Milanesi eran giunte fino in Germania contro l’efferato Cunin; ed il Vescovo di Liegi, dando le viste d’impietosire, richiamò quel suo vicario. Feroce, perchè beffarda pietà. Al Cunin sostituì un uomo, che se fosse stato ai tempi neroniani, egli solo sarebbe bastato a tener viva una persecuzione. Costui aveva nome Federigo, Tedesco, prete ribaldo, maestro di scuola: vedi, lettore, che scolatoio di malizia era questo vice Podestà. Non fallì alla espettazione pubblica. Fece desiderare il paterno reggimento del Cunin: tanto crudele fu la pressoia, cui mise gl’infortunati Milanesi per succhiar loro la vita; perchè di roba non credo avanzasse pur la memoria.

1164. Gemeva il contristato popolo, e nella disperazione di ogni rimedio ai suoi mali, carezzava una debole speranza di sollievo, venuto che fosse a vederlo l’Imperadore. Discese costui nell’Agosto in Italia; conduceva seco la Imperadrice, molti Baroni, non punto milizie; perchè l’Italia era doma e piangeva. Venne a raggiungerlo l’Antipapa Vittore dopo quattro dì. Abborrito il Barbarossa per nefanda tirannide, schivato come scismatico, e mantenitore di scisma, volle dare al popolo uno di quegli spettacoli, ne’ quali spesso fan da attori i Principi, per apparire quello che non sono. Trattavasi di trasportare il corpo di S. Bassiano da Lodi vecchio a Lodi nuovo. Federigo, l’Antipapa, il Patriarca d’Aquileia; l’Abate di Cluny, ed altri Vescovi [p. 233 modifica]devotamente si accollarono la cassa delle sante reliquie. Così tutto intenerito di quella pietosa traslazione, giunto in Pavia, il Barbarossa vendè Tortona ai Pavesi. Insaccò molta moneta, infame prezzo della licenza conceduta a questi di inabbissare quella risorgente città, di cui non rimase in piedi palmo di vivo; mura e case tutto in un fascio abbattute. Questo, la Dio mercè, fu l’ultimo sfogo delle municipali vendette, che dettero luogo ad altre, ma santissime, perchè di tutta una gente contro la tedesca rabbia81.

Muoveva Federigo di Pavia a Monza nel terzo dì di Dicembre. Doveva dare pel Borgo di Vingentino. I Milanesi lo seppero, e si fecero trovare al vegnente Augusto lungo la via con tali modi e parole, che ad impietosire le belve sarebbero state anche troppe. Era una oscura notte invernale; un diluvio di pioggia dal cielo. Uomini e donne, vecchi, fanciulli stavan tutti all’aperto a ginocchio piegato nel loto innanzi all’Imperadore. Davan grida disperate con pianto, chiedendo pietà e giustizia contro i crudeli ministri; almeno una misura allo scempio che pativano. Fu detto che Barbarossa si commovesse alquanto. Egli trasse innanzi, ingiungendo al suo Cancelliere Rinaldo, il più feroce nemico che si avessero i Milanesi, che ascoltasse le lagnanze, e glie le venisse a recare a Monza. Il Cancelliere fece lo stesso; tenne la sua via, ordinando gli venissero appresso i deputati del popolo, perchè in Monza tratterebbe de’ loro affari. Chi mi dirà come si rimanessero le miserabili turbe? perchè io non saprei raggiungere colla fantasia la nuova piaga, che aprì loro nel cuore cotanta superbia. Bensì dirò io senza tema di fallo, che in quella notte il popolo milanese così prostrato nel fango attinse a quell’altezza di civile infortunio, in cui è il tesoro di una virtù che non si trova quaggiù.

Pur tuttavia quella misera gente se ne stava sempre spiando se per caso si venisse rammollendo l’animo [p. 234 modifica]imperiale, ed ogni apparenza di men crudo consiglio era per essi una speranza, che carezzavano nel profondo del cuore. Tale si fu il rilasciare, che fece Federigo in libertà gli ostaggi milanesi, e il deputare il Conte di Biandrate col Cancelliere a raddolcire le loro sorti. Dell’opera del Conte non sappiamo; so di quella del Cancelliere, che fu pessima. Come i deputati milanesi furono alla sua presenza, egli incominciò a far tutte quelle moine, che tengono in pronto i pasciuti nelle corti, facendo considerar loro il faustissimo avvenimento che fosse quello della visita di un Imperadore, la necessità di significargliene la contentezza con qualche spontanea oblazione. Credo, che così bordeggiando il Tedesco, dicesse con gli occhi, che voleva moneta. Ben lo compresero i poveri deputati, che venuti a chiedere un sollievo, si sentivano porre sul collo la legge di un novello tributo. Si gittarono per terra pregando il Cancelliere, che non volesse taglieggiarli più nelle sustanze, perchè n’erano smunti da mancar loro il necessario. Ma lo scellerato ministro, ed era un Arcivescovo, lasciandosi andare in terribile furore, appuntò al petto de’ preganti un perentorio di pochi dì, a capo de’ quali voleva nelle mani ottocento ottanta lire imperiali, che sommavano a 229000 lire milanesi di moneta moderna.82 I Milanesi furono messi alla strettoia, e dettero fuori le lire.

Incominciarono finalmente i Cieli ad avvertire Barbarossa, che anche per gl’Imperadori sia qualche legge, che li tenga al segno. Infermò l’Antipapa Vittore presso Lucca. Corse voce, che spaventato dalla imminente morte, chiedesse un sacerdote cattolico per acconciar le partite dell’anima, ma che gli scismatici lo avessero impedito. Egli se ne morì impenitente. Recato il cadavere alla chiesa di San Fridiano, i Canonici non lo vollero ricevere, per non contaminare sè ed il luogo santo. Gl’imperiali satelliti trovarono fuori la città certi monaci, che se lo presero, e ne [p. 235 modifica]curarono l’esequie. Questo Antipapa fu uomo di superbi e crudeli costumi, come afferma Pietro Blesense, che lo poteva sapere. Eppure Acerbo Morena nella sua storia lodigiana reca la fama corsa di molti miracoli avvenuti mercè i meriti di Vittore. Morì povero, perchè vissuto di rapine. Le sacre suppellettili, ed alcuni cavalli, fu tutto quel che lasciasse. Federigo, che gli aveva fatte le spese assai sottili, anche di questa roba s’impadronì83.

Come costui riseppe di questa morte, stette alquanto in ponte sul da farsi, e con lui i due superstiti Cardinali scismatici Giovanni di S. Martino, e Guido da Crema. Questi temevano sommettersi ad Alessandro; non avevano più fiducia nella scisma. Tuttavolta vinse l’ambizione di Guido, che fu gridato Papa col nome di Pasquale III dai pochi scismatici accorsi di Germania, e ragranellati nell’Italia. Federigo accorse anche egli a puntellare il seggio del nuovo Antipapa. Giurò volerlo sostenere a petto di Alessandro, e trascinò molti in quel giuramento84.

Questa bestiale protervia nel prolungare la lagrimevole divisione nella Chiesa di Dio, dietro la quale pensavasi potere impunemente divorare la misera Italia, era un pestilenziale morbo, che si travasava in tutti i suoi ministri che governavano il bel paese. Questi affondavano ogni dì più l’artiglio nella preda. Il Vescovo di Liegi Podestà dei Milanesi, che li reggeva per vicarî, passò di questa vita in Pavia. Federigo gli dette un pessimo successore nella podesteria, Marquardo di Crumbach. Costui era proprio l’uomo del suo cuore. Sfrenato più degli altri nella scellerata avarizia, maestro nel trovar modi onde saziarla, se pure sia questa una sete che si acqueti in un Tedesco. Si dette a vedere al popolo in Noceto; ed il popolo per renderselo [p. 236 modifica]benigno, lo presentò con una coppa di argento con entro quattordici lire imperiali. Arraffò il dono, e di presente volle manifestarne la gratitudine. Sbrigliò addosso a quegli oblatori ben cinque suoi luogotenenti, con deputazione di imporre nuove tasse e balzelli. Come poi questi si moltiplicassero non dirò, che recherebbe fastidio a chi mi legge85.

Per buona ventura Federigo e tutti i suoi Podestà andavano un dì più che l’altro perdendo il senno, e ne davano un consolantissimo argomento col non discernere più gli amici da’ nemici. Milano, Crema, Piacenza, ed altre città state avverse all’Imperadore, non avevano che invidiare alle altre, che si tenevano strette a questo signore. Federigo le carezzò dapprima, ma, poichè aveva assai adunco l’artiglio, le carezze incominciarono a far sangue. Acerbo Morena che credeva ai miracoli dell’Antipapa Vittore, e alla divinità dell’Augusto tedesco, bene se ne accorse, e non potè tenersi dal darne alti lamenti86. Egli stesso ci conta tutte le gravezze sotto di cui gemeva non una ma più città di Lombardia. Sette volte oltre il debito taglieggiavano i Podestà le città imperiali; ai Milanesi87 ed ai Cremaschi non lasciavano che appena la nona parte dei prodotti delle loro terre. Poi si avventavano alla cieca su le case, su i molini, su la caccia, sulla pesca, su le bestie; tutto annichilavano colle tasse, divoravano il meglio. La pudicizia delle vergini, la santità dei talami violavano, contaminavano88. Niente di santo per que’ ladroni; nulla campava dalle boreali libidini. Uomini vissuti liberi un tempo traevano una pesante catena, e così importabile si faceva loro la infamia del servaggio, che alla morte agognavano. Io non reco del [p. 237 modifica]mio; seguo il Morena, che di queste stupende nefandezze quasi purga l’Imperadore inconsapevole, e tutti ne accagiona i Ministri. Ma se è dato a me dire qualche cosa del proprio, dirò, che i delitti de’ ministri sono sempre del Principe; e il non addarsi del puzzo che quelli tramandano, è indizio di animo vecchio nelle corruttele, del governo e del consorzio degli uomini affatto indegno. Ma Federigo sapeva tutto, e lasciava fare.

Dissi, che i Lombardi agognavano a morte, ed era vero; ma a quella morte, che è vita pei generosi sforzi che la precedono. Come questi sforzi a francarsi cominciassero, quali le cause che li fecondassero, narrerò. Quando le tirannidi trasandano alcuni confini, che i Cieli dispongono a termine della loro giustizia, avviene, che i tiranni s’accechino, e che gli oppressi acquistino un acume di veduta veramente incredibile. Dapprima questi non veggono che la sferza del padrone e le piaghe; poi cercano, e veggono nel fondo dei loro cuori la forza dell’individuo: e quando questa è veduta, è già raggiunta. Essi soffrono muti, perchè stupidi pel dolore; poi si lamentano, fremono, gridano; e quel grido è il segnale di quella forza veduta. Fremevano a que’ tempi i Lombardi, e già vedevano: e dee parmi siano state le cause, che aiutassero quel fremito di salute, il Papa e Venezia. La morte dell’Antipapa Vittore, ed i prosperi successi di Alessandro in Francia persuadevano bellamente gli spiriti Lombardi, che Iddio finalmente si raccostava ad essi. Imperocchè gli anatemi lanciati dagli altari in Milano contro gli scismatici, e la persecuzione che pativa con loro il vero Papa, aveva educate le menti del popolo alla idea della indissolubile unione della Chiesa e dell’Italia. Per la qual cosa i trionfi di quella dovevano rilevare gli animi abbattuti alle speranze di una risorrezione, ed affortificarli nel proposito di comperare la libertà con quella vita che marciva tra’ ceppi. Erasi divulgata la fama delle trionfali accoglienze ricevute da Alessandro nella Francia, del suo ingresso a Parigi, del gran Concilio tenuto a Tours a dì 19 [p. 238 modifica]di Maggio del 1163, ove intervennero diecissette Cardinali, cento ventiquattro Vescovi, quattrocento quattordici Abati, ed una moltitudine copiosa di cherici e laici. Questo convento che trattò anche dell’Antipapa, e delle ordinazioni da lui fatte, giudicate invalide89, tolse ogni dubbiezza del legittimo pontificato di Alessandro; il quale sorretto, come vedevano, da tutti gli altri Principi della cristianità, non dubitavano, che tosto sarebbe ritornato in Italia a sfolgorare il Barbarossa di scomuniche, di soluzioni di giuramento, e di tutta quella morale procella di gastighi, per cui altri Imperadori tremarono.

Tra le Repubbliche marittime solo Venezia se n’era stata guardando e non altro, i moti del Tedesco. Consapevole della sua forza, non erasi fin a quel tempo accostata a Federigo o provocatrice di offese, o cercatrice di favore. Pisa e Genova contendenti tra loro per la Sardegna e la Corsica eransi assoggettate agli arbitri imperiali; e vedemmo come i Genovesi ottenessero in Pavia da Federigo anche privilegi. Venezia sempre fu schiva di tali favori, e si mantenne in certa tal quale dignità, da far intendere al Tedesco, che volendo, poteva guastargli i negozî Lombardi. Gli occhi di questa Repubblica non eran volti al continente, bensì al mare; e le paci e le guerre da lei operate miravano sempre alla dilatazione e conservazione del suo commercio, massime in Levante; perciò desta sempre su coloro che potevano ferirla in questa tanto vital parte della sua potenza. Al bizantino Imperadore teneva volte le speranze e i timori, e con questo troviamo misurasse spesso le forze. Col tedesco Imperadore poco aveva a fare, perchè fortemente ordinata al di dentro; e, come ricca, pronta al di fuori ad opporre le sue mercenarie milizie. La sua potenza non era quella delle città Lombarde, mobile ed incerta come le alleanze che la fermavano: bensì ferma e sempre procedente a meglio per vigore di reggimento, [p. 239 modifica]dominazione sui mari, e copiosa vena di ricchezze. Pacifici trattati politici e commerciali bastavano a tenere in rispetto gl’Imperadori tedeschi, ed a coprire la Repubblica nella nobile carriera dei conquisti e del commercio. Nel 1130 con que’ trattati erasi acconciata, da non patire turbazioni, coll’Imperadore d’Oriente e di Occidente90.

Ma durante ancora il reggimento del Doge Pietro Polano, che li aveva curati, sorse un nuovo Principe a pungere le gelosie delle Repubbliche, il Normanno Ruggiero di Sicilia. Allora comunanza di timori strinse Venezia a Bizanzio; quella adombrata dal Normanno, che dilatava la signoria su Corfù e le isole vicine, questa minacciata da spedizioni in Levante. I Veneziani combattettero al Normanno per sè e pel Comneno; ma malamente vennero rimeritati da costui, e si accostarono al tedesco Imperadore emulo del bizantino in Italia. Così si locarono tra Federigo, Giuglielmo di Sicilia ed Emmanuele Comneno, che si urtavano per opposizione di politici interessi, nemici temuti, desiderati alleati. Ottennero dal Siciliano grandi franchigie commerciali nel reame di Sicilia, dal Tedesco la pace, ed al Greco volsero le spalle per tenerlo in rispetto.

Così i Veneziani non più molestati dalla Sicilia e da Bizanzio, in molta floridezza del loro commercio, poterono tranquillamente, ai tempi che discorriamo, volgere gli occhi alla travagliata Lombardia. La tirannide imperiale, avvegnachè non toccasse Venezia, incominciava a dispiacerle: era quella una piaga, che rodendo si dilatava e poteva toccare le membra della nobilissima Repubblica, non essendo più rimedio che la rattenesse dal rodere. Era ormai tempo di por mano al ferro. Riconosciuto vero Papa Alessandro (lo che solo bastava a dichiararsi nemico aperto del Barbarossa) inchinatasi al Comneno per fomentargli la mala contentezza, che gli arrecavano i conquisti del Tedesco, Venezia col senno proprio e coll’oro del Greco si tenne [p. 240 modifica]abbastanza forte da farsi innanzi a Federigo Barbarossa e strappargli dalle mani la sanguinosa Lombardia. Le città vicine, che erano più in forze, perchè meno tribolate dalle guerre cittadine e dal Tedesco, come Padova, Treviso, Verona, Vicenza ed altre città minori, erano opportune a rompere il sonno al Tedesco, venute che fossero in federazione. Venezia si accostò loro, profferse tutta se stessa; spose gli aiuti che le venivano dal Greco e dal Papa; le rannodò in una stretta fratellanza, e loro si mise a capo, levando la bandiera dell’indipendenza. Il tempo opportuno: non erano milizie tedesche in Italia. La seguitarono queste città, perchè il Conte Palatino annidato nella rocca di Garda avevale aspreggiate con le sue malizie91.

1164 Al primo strepito che fecero le federate città si riscosse Federigo, ed entrò in forte apprensione. Si ravvolgeva all’entrare di questo anno 1164 per la Marca Anconitana, perchè divisava cacciarsi sotto anche Ancona protetta dall’Imperadore Greco. Non fece che spiare, perchè milizie non aveva. Era passato a Fano all’appressare della quaresima. Quivi i Genovesi inveleniti contra i Pisani pel possesso che avevano della Sardegna, gli si fecero innanzi profferendosi suoi aiutatori, ove volesse muoversi contro Sicilia. Le profferte coprivano un bello artifizio, con cui si proponevano togliere la Sardegna a Pisa, facendo creare Re di questa isola il giudice Barasone92. Ma seguiamo Federigo: dato per Lodi, giunse in Pavia; quivi ebbe notizia più chiara de’ moti della Marca di Verona, e cominciò subito a provvedere. Spedì Legati a contenere e sciogliere la minacciosa Lega; si volse con blandizie a persuadere le città amiche Lodi, Pavia, Cremona, Novara e Mantova, perchè gli prestassero le armi a muoverle contro Verona. Quelle obbedirono: ma le milizie che fornirono [p. 241 modifica]all’Imperadore erano tutte italiane, le quali, distrutta Milano, non più sentivano dentro l’odio, per cui eransi intedescate; con tiepidi spiriti seguirono il Barbarossa. Andarono ad oste contro i Veronesi; le conduceva Federigo. Caddero nelle loro mani espugnate alcune castella; ma come improvviso si parò loro innanzi l’esercito de’ collegati, che animosamente chiedeva la giornata, sostarono, abbominando lo scellerato fratricidio. I collegati venivano a nome non di una città, ma dell’Italia conculcata dallo straniero, e la loro vista dovè concitare sotto le armadure de’ nemici un palpito che italiano era. Se ne avvide il Tedesco; e senza far pure un pericolo delle sue forze, suonò a raccolta, e con molta infamia si condusse a Pavia93.

I sospetti e le paure intenebrarono l’anima di questo truculento Imperadore; e disperando potere disarmare i nemici, intese a raffermare nella fede gli amici, se pure gliene avanzavano; perchè il grido levato dai collegati da Venezia, se non sul labbro, suonava già ne’ cuori di tutti i Lombardi. Incominciò a dispensare favorì, a largir privilegi, sperando con queste grazie principesche sedare i bollori di un popolo che aveva sete di libertà. Spediva un privilegio a Ferrara, un altro a Mantova94, con cui allargava la potestà de’ Consoli; concedeva franchigie, prometteva il rispetto agli antichi statuti, giungeva fino ad obbligarsi a non far pace nè guerra co’ Veronesi senza il consenso dei Mantovani. Concedeva con le pergamene quello che le Repubbliche già afferravano con le spade in pugno. Blandiva con una mano, aspreggiava con l’altra, perchè i sospetti crescevano, ed adombrava alla sola vista di un Italiano. I Conti, i Marchesi che si vedevano condotti a mal partito dalle Repubbliche, e che perciò gli si tenevano fedeli, non ottennero la sua fiducia. Federigo li cacciò dalle rocche e dalle castella, e ne affidò la guardia a quei di puro [p. 242 modifica]sangue tedesco95. Travasò in questi e ne’ Podestà tutte quelle furie che lo rodevano, tra per la Lega già incominciata in Verona, e per certo tramestio che già sentiva nelle altre città; e corse in Germania ad adunare il consueto esercito, e tornar poi con questo a soffogare le scintille del temuto incendio.

1165 Se ne andò nel Settembre dell’anno 1163, tornò nel Novembre dell’anno 1166. Nel quale spazio di tempo due cose avvennero in Italia, che mirabilmente aiutarono ed affrettarono il risorgimento Lombardo; le sfrenatezze dei Podestà, ed il ritorno del Pontefice in Roma. Quelli servidori fedelissimi di quel padrone erano veramente giunti a tale, che ad incrudelire su i popoli avanzava loro il talento, non bastavan più le forze. Io dico avanzava, perchè i sospetti del Principe eransi ad essi appigliati, e volevano contenere i moti col terrore. Gli stupri e le rapine erano poca cosa: incominciarono a ferire la ingenua fede de’ popoli in quello che più santamente e caramente conservavano. Rinaldo Arcivescovo di Colonia rubò a’ Milanesi i corpi dei tre Magi96. Io non so se le reliquie di questi primi adoratori di Cristo andassero veramente a posare in Milano. Ma il popolo lo credeva, e la innocua credenza rendevalo santamente superbo di un tanto tesoro97. Ancora si venera nella Basilica di S. Eustorgio il vuoto sepolcro. Un Arnaldo Barbavaria Podestà in Piacenza dopo avere impoveriti i cittadini, costringendoli alle spese dell’abbattimento delle loro mura; dopo avere, come ne corse la fama, tolte solo ad Ugone Sperone ed Alberto Malnepote undici mila marche d’argento, si avventò anche ai Santi, spogliando la chiesa di S. Antonio di quanto aveva di prezioso98.

[p. 243 modifica]Come la lontananza dell’Imperadore rendeva più ribaldi i ministri, così inanimiva i popoli a scuoterne il giogo. Erasi allontanato da Bologna certo Bezone Podestà, per far la corte all’Imperadore, che andava in Germania. Fu questo un bel destro che i Bolognesi colpirono a francarsi, tornando in piedi l’antico reggimento comunale. Crearono nuovi Consoli; richiamarono alla sua sede il Vescovo Gerardo, che si teneva nascosto nel monastero di S. Vittore. I Valvassori vicini, gente che abborriva le Repubbliche, e i due castelli di Badulo e Battidirro locati su i monti, che non vollero rispondere ai mutamenti della città, vennero colla forza domati. Sopravveniva Bezone, e trovato tutto quello scandaloso rimutamento, voleva farla da Tedesco; ma i cittadini la fecero da Bolognesi. Bezone fu spodestato per le finestre del palazzo comunale99. Queste salutevoli provvidenze di fatto non è a dire quali effetti producano nei popoli, cui non avanza a salvarsi che il furore. Piacenza tanto fortemente dovè scuotersi, che quel Alberto Barbavaria, spogliatore di S. Antonio, prese la fuga, recando seco, non avendo altro a rubare, le carte dei privilegi della città100. Così si andavano persuadendo i Lombardi, che ove fosse stata concordia di volontà e di forze, quello che Bologna e Piacenza faceva, potesse da tutti imitarsi non solo coi Podestà, ma anche con lo stesso Imperadore. I Lombardi portavano ancora il giogo sul collo, ma gli animi già disfrancati si andavano collegando, e tacitamente parlavano tra loro di libertà a riconquistarsi colla forza della unione.

Federigo tornato in Germania, non trovò le cose tanto tranquille da lasciargli nell’animo il solo pensiero della Italia. Eransi rinnovate le inimicizie tra la gente Ghibellina e la Guelfa; ed una ferocissima guerra si avevano mossa Ugo Conte di Toingen ed il Duca Guelfo il giovane. Con [p. 244 modifica]molta fatica giunse a spegnere quel fuoco di guerra, ed a racconciar gli animi dei due contendenti in una dieta tenuta in Ulma101. Bandì la convocazione di un Concilio a Wirtzbourg, in cui eransi a trattare gli affari del suo nuovo Antipapa Guido da Crema, che si faceva chiamar Pasquale III. E tolse il giuramento di quaranta Vescovi tedeschi, che lo vollero riconoscere Papa102. I Vescovi si potevano afferrare, perchè avevano molta roba addosso, dico feudi e ricchezze; ma i popoli scappavano dalle mani del Barbarossa intestato nella scisma, tra perchè molta luce tramandava Allessandro trionfalmente accolto in Francia, e miserabile vista Pasquale III eletto da spregevole gente in Pontefice, e perchè degli ufficî che praticavano il francese e l’inglese Re presso l’Imperadore a pro del Papa, sapevano tutti. Tuttavolta non è a credere che tutti i Vescovi tedeschi disertassero il vero Papa. Corrado Witellespach Conte Palatino del Reno dei Duchi di Baviera, congiunto per sangue a Federigo, era al medesimo spina al cuore. Arcivescovo di Magonza, non aveva voluto riconoscere come Papa Vittore IV; cacciato di sede, erasi rifuggito in Francia, e stavasene con Alessandro, il quale lo creò Cardinale di S. Marcello103.

Questi erano gl’impedimenti che indugiavano l’ardente volontà che il Tedesco aveva di tornar presto in Italia coll’esercito. Di questi indugi approfittò molto il Cardinale di S. Giovanni e Paolo, che Alessandro teneva in Roma come suo Vicario. Costui della gente de’ Conti, nato in Sutri, fu uomo veramente di ogni più splendido encomio degnissimo, come quegli che coll’opera sua affrettò il tempo della liberazione Lombarda, e della quiete della Chiesa. Imperocchè tornando Roma in uffizio, aprì la via al ritorno in [p. 245 modifica]Italia all’esule Pontefice. Senza Pontefice la Lombarda Lega non avrebbe avuto sangue nelle vene. Togliendo dunque il Cardinale Giovanni il destro da quelle lamentazioni che si levavano per tutta Italia conquassata dalle tedesche rapine, e dalla lontananza di Federigo, levò una eloquentissima voce sul Romano popolo a farlo vergognar dell’abbandono in che aveva messo il suo legittimo Pastore, che contristato esulava per istranee terre, e della follia con cui si lasciavano anche essi maciullare dagli imperiali scismatici. Alle parole diè rincalzo coll’oro, con cui giunse a rimutar tutto il Senato in un convento di uomini affezionati al vero Papa, ed alla libertà. Raggiunse l’intento: il popolo ed il Senato si giurò ad Alessandro: la Basilica Vaticana e la Sabina fu tolta alle sozze mani degli scismatici. Le milizie di Guglielmo lo aiutavano a cacciare dalle province di Campagna e Marittima un nodo di Tedeschi condotto da Cristiano, intruso da Federigo nel seggio di Magonza, il quale fece cose da Turco, a carpire da quei popoli il giuramento di obbedienza all’Antipapa104. Allora convocato un gran parlamento di cherici e laici, si convenne nella sentenza di richiamare al suo seggio il fuoruscito Pontefice. Solleciti messaggi con caldissime imbasciate furono mandati in Francia al medesimo, pregandolo non volesse porre tempo in mezzo alla tornata. Aspettarlo la vedovata Chiesa, invocarlo la invilita dignità del Romano popolo, sospirarlo l’Italia «Ti è forza tornare, o carissimo Padre e Signore, perchè in questo non ne va alcun nostro peculiar bene, ma la salute di tutte le chiese e dell’Italiano popolo, che al rivederti ricondotto nell’alma città, e rimesso nella sedia del B. Pietro, non a sè solo, ma all’universo mondo la bramata pace impromette»105.

Consolarono oltremodo questi messi l’animo dell’afflitto Pontefice; e tolto il consiglio de’ Vescovi e de’ Cardinali, [p. 246 modifica]confortato dai Re di Francia e di Inghilterra, rispose, che subito tornerebbe. Celebrata a Sens la Pasqua, poi ne mosse; e passando per Parigi, giunse nel Giugno in Montepellier. Sciolsero finalmente dai francesi lidi nella ottava di nostra Donna Assunta le navi che portavano l’invocato Pontefice. Eran due, l’una di Narbona, l’altra de’ Cavalieri Ospedalieri; in quella Alessandro, in questa i Cardinali ed altri esiliati Prelati. Amendue di conserva presero alto mare; non furono benigni i venti; non mancarono tristi, (ed erano Italiani) che vennero a turbarne il corso. Il mare fortuneggiò; i Pisani che avevano comprata la Sardegna da Federigo con tredici mila lire106, osarono affrontare le due navi. Ma i Cieli le vegliavano; e senza altro nocumento, a mar sicuro vennero a dar fondo nel porto di Messina.

Un Papa che tornava dall’esiglio, e che recava in grembo i destini di tutta l’Italia, era cosa di cielo pel popolo; pel Re Guglielmo fu anche cosa di stato. Egli respirava al papale avvento, poichè già gli pareva udire in casa lo strepito dell’esercito che adunava in Germania Federigo. Non era che Alessandro, il quale potesse contrapporsi alle venture ire tedesche: perciò come a liberatore gli spedì ambasciadori con ricchi presenti ad inchinarlo. Destinò l’Arcivescovo di Reggio, ed altri Baroni ad onorarlo in sua vece con solenni accoglienze. Mise agli ordini del Papa una galea con vele e pennoncelli di color di porpora, quattro altre assegnò ai Cardinali ed ai Vescovi107; e con queste veleggiarono per Ostia. Vi giunse il Pontefice a dì 25 di Novembre; vi pernottò: il dì appresso il Senato e una gran moltitudine di cherici e di popolo gli vennero incontro a prestargli ogni maniera di ossequio e di obbedienza, e con rami di ulivo nelle mani lo condussero trionfalmente a porta [p. 247 modifica]Lateranense. Eravi in ricchi arnesi e con bella ordinanza tutto il clero, che presolo in mezzo, fra canti e suoni di gioia lo accompagnarono al suo palagio di Laterano con tanta festa, che la simile non fu fatta ad altro Pontefice108.

Alessandro rimesso in seggio, diè nuova vita all’Italia ed alla Chiesa; poichè della vicina Lega Lombarda affrettava il salutevole giorno; non essendo altro umano argomento che potesse ristorare le afflitte cose papali ed italiane, che quel adunamento di spiriti e di forze. La Lega delle città della Marca Veronese non fu esempio solamente alle altre, ma incitamento a far lo stesso; ed Alessandro, avvegnachè lontano in Francia, aiutava alla santa opera. Nella sua corte a Sens erasi in una grande espettazione della Lombarda Lega; si teneva come possibile e vicina, e come quella che avrebbe staccato dall’Imperadore i Genovesi ed i Pisani; i quali sebbene si tenessero pendenti dal cenno del Tedesco per le loro miserabili gare, pure erano talmente disposti, che al primo levarsi della insegna Lombarda, lo avrebbero disertato. E dal segreto, con che si adoperavano i papali a covrire il negozio della Lega, e dalle disposizioni dei Genovesi è facile conghietturare, che già ne avessero le fila nelle mani. Queste cose discorro, tenendo innanzi una lettera del Cardinale Ottone a S. Tommaso di Contorbery scritta da Sens innanzi la partenza del Papa109. Da quella lettera abbiamo anche, che la sola voce del ritorno di Alessandro in Roma avesse pessimamente sconcertate le cose della scisma in mano di Federigo. A Guido da Crema, ossia l’Antipapa Pasquale, accolto prima dai Pisani, l’Arcivescovo e tutto il clero voltò le spalle uscendo di città; ed il popolo lo teneva in dispregio. Quel Corrado eletto Arcivescovo di Magonza, che erasi rifuggito in Francia presso il Papa, fastidito dai messaggi di Pasquale, che lo venivano a tentare, mandò dicendo al medesimo, che se egli o altro [p. 248 modifica]messo gli fosse innanzi comparso, avrebbegli fatto cavare gli occhi. Indecente minaccia per sacerdote. Gli Arcivescovi di Treviri, di Salisburgo e gli altri Principi dell’Impero, era fama, che sentissero come il Magontino, e che l’Imperadore non avesse con se che quel di Colonia ed il Duca di Sassonia. Tutti tra per timore e vile cortigianeria simulavano obbedienza a Pasquale, e nel cuore tenevano per Alessandro. Il Magdeburgense, che era uno tra questi, come Dio volle, capitò in mano de’ Turchi, tornando di Gerusalemme: nella cattività fece voto, che se avesse riacquistata la libertà, avrebbe pubblicamente aderito al vero Papa; come fece appena campato110.

Se queste cose avvenivano al solo spargersi della voce che il Papa tornasse in Roma, tornato, e rimesso in seggio, ne avvennero delle più gravi. Imperocchè Guido, ossia Pasquale III, che fino a que’ dì era andato colla fronte alta, abbassò le creste, e incominciò forte a temere, anzi a disperare del suo papato. I Lombardi rifiorivano di belle speranze, per l’oro di che fornivali Alessandro, e per la fervida opera, con cui intendevano i Veronesi e i Padovani ad abbarrar le vie al venturo Imperadore per le loro terre111; lo che accennava al virtuoso proposito di tenergli fronte a tutt’uomo.

Federigo provvedeva da lungi: nè tanto lo noiavano i moti della Marca Veronese, quanto il vedere in Roma Alessandro. Questi eragli impedimento ad allargare la signoria su tutta Italia, e gli turbava il possesso della misera Lombardia. Toglier quello di mezzo era per lui una vittoria che gli assicurava l’impero del mondo. Perciò anzichè accorrere presto a raffermare colla forza i Lombardi nel servaggio, convocava Concili. Radunò finalmente quello di Wirtzbourg. Non vi vennero che Tedeschi: e con quanta [p. 249 modifica]libertà queste prestassero il giuramento di sconoscere Alessandro, e di obbedire a Pasquale, è bello leggere in una lettera ad Alessandro di un suo amico112. I Principi laici giurarono, i Vescovi si schermirono come meglio potettero, ma fulminati dall’iracondo Barbarossa, con molto vitupero, chi assolutamente, chi sotto condizione, anche giurarono. Questo bastò, perchè Federigo mandasse lettere pel mondo nunzie della diffinita sentenza: Alessandro essere uno intruso, Pasquale vero Papa113. Vennero in quel conventicolo a gonfiargli anche più i superbi spiriti due messaggi di Errico d’Inghilterra. Costui da difensore che era stato fino a quel dì di Alessandro, erasegli volto contra, perchè non gli lasciava la balia di usurpare le ragioni della Chiesa Inglese, guardate e propugnate con invittissimo animo da Tommaso Becket Arcivescovo di Cantorbery. Noi vedemmo quel re poco innanzi festeggiare in Francia il Papa, e fargli da parafreniere: ora scriveva al Barbarossa114 «È gran tempo che mi stava fitto nel cuore il desiderio di qualche giusta occasione ad allontanarmi da Papa Alessandro, e da’ suoi perfidi Cardinali, i quali si osano sostenermi contra quel traditore di Tommaso, già Arcivescovo di Cantorbery» Errico non tocca di Pasquale in questa lettera; ma i due messaggi introdotti nel conciliabolo di Wirtzbourg giurarono anche per lui a favore dell’Antipapa. Errico non voleva poi tanto: fu tutta cosa di Federigo. Infatti di quel giuramento dato contro sua voglia, è purgato dall’Arcivescovo Rotomagense in una lettera al Cardinale de’ SS. Nereo ed Achilleo115.

Federigo intendeva bene, che solo co’ Concili non si sarebbe fatta gran cosa a spodestare Alessandro. Vi voleva [p. 250 modifica]la forza, ed alla forza s’apprese. L’esercito, che aveva radunato in Germania per calarlo in Italia, non mirava punto ai Lombardi, che non ancora si erano mossi; ma bensì al Papa. Voleva ricondurre sul seggio di S. Pietro Pasquale, aver nelle mani Alessandro, per farne Dio sa che116. Con questo intendimento nel Novembre discendeva in Italia con numerosa oste. Venne sul Tirolo, piegando a ponente per la Val Camonica, schivando la Chiusa affortificata dai Veronesi, e le città collegate della Marca Veronese; perchè non voleva logorar le milizie; volevale condurre intere ad urtare Alessandro. Entrò il territorio di Brescia, e lo mise a soqquadro fino alle porte della città. Non trovo, che i Bresciani gli avessero fatta ostilità; perciò di quel guasto non fu altra ragione, che la ferocia del Principe, la bestialità delle milizie. Volle, ed ebbe sessanta ostaggi de’ più nobili e ricchi cittadini, che mandò a Pavia. Poi si accostò a Bergamo: ne devastò il contado. Venne a posare nella fedelissima Lodi, ove tenne un gran parlamento di Tedeschi e Lombardi117. Si riscossero i contristati popoli di Lombardia all’imperiale avvento. Sanguinavano per la cruda tirannide dei Podestà: pensavano, i patiti mali bastassero a racchetare le ire di Cesare; speravano, che giustizia il consigliasse a rilevarli da quella, che bestiale era, a vita di uomini. Specialmente i Milanesi, i quali col mutare di Podestà erano andati sempre in peggio: ed a que’ dì tenevano sul collo certo Conte di Disce, succeduto a quel demonio di Marquardo, il quale era per succhiare a tutti colle sustanze la vita118. A folla accorrevano al lodigiano parlamento quasi dissennati dalla disperazione i Lombardi; chi con le croci in mano, chi senza, gridando misericordia ai loro mali, giustizia contra gl’inumani ministri, [p. 251 modifica]chiedendo piuttosto la morte, che il durare in quella sciagurata vita, la quale era veramente importabile da uomini. Federigo fu fedele all’andazzo de’ Principi pari suoi. Diè le viste della maraviglia; disse, non sapere di quelle tirannidi; volersene certificare; volerle punire. Non se ne certificò, perchè le sapeva; non le punì, perchè le voleva; ed i Lombardi rimasero colle croci in mano119.

1167 Federigo non ancora temeva de’ Lombardi, perciò era una gioia per lui tenerseli sotto i piedi: ma delle due Repubbliche genovese e pisana avea timore, e mestieri ad un tempo. E come fu uomo prepotente con gl’inermi ed oppressi, fu scaltro quant’altri mai con quelli che avevano nelle mani nerbo di forze. Aveva doma la Lombardia fomentando le municipali discordie; volle, e raggiunse l’intento, di rendersi innocua Genova e Pisa con lo stesso argomento de’ provocati scandali cittadini. Egli facendosi arbitro delle loro contese pel possesso della Sardegna, aveva insaccata molta pecunia, e con molta consolazione aveva visto logorarsi con iscambievoli guerre quelle due Repubbliche. Al parlamento di Lodi gli ambasciadori Pisani e Genovesi fecero un grande schiamazzo innanzi al suo tribunale. Quelli lamentavano e chiedevano giustizia, perchè Genova si aveva fatti tributarî i due Giudicati di Arborea e di Cagliari in Sardegna; questi, perchè Pisa voleva far sua la Sardegna, la quale Genova aveva col conquisto tolta al Re Musetto. Pisa era più imperiale di Genova, e meno potente di questa; perciò Federigo dolcemente sentenziò a favore de’ Pisani; e perchè i Genovesi avessero più da pensare in casa propria, mise loro alle coste Guglielmo Marchese di Monferrato, il quale per tedesco aiuto aveva spogliata la loro Repubblica delle castella di Palodi e di Otaggi, e più voleva120. Così Federigo esaltava Pisa con incerti favori, per averla alleata contro Sicilia; abbassava Genova, che [p. 252 modifica]poteva aiutare ai Lombardi, ed impinguava sempre più quel potentissimo suo cagnotto del Marchese.

Procedette coll’esercito a Pavia, e vi solennizzò il Natale; quindi campeggiò Bologna. Egli stava in ponte della sua fede, e ne aveva ben donde. La memoria del Podestà tedesco balestrato fuori per le finestre del palagio comunale, e della impertinente risorrezione de’ Consoli era fresca. Ne guastò tutto il contado: e la città si ricomprò dal bando imperiale con sei mila lire Lucchesi, e con determinato numero di ostaggi, che furono mandati alle prigioni di Pavia. Tutto l’Esarcato di Ravenna andò subbissato dall’esercito tedesco; il quale fino ai 24 di Giugno si alloggiò per le campagne di Faenza e Forlì121. Mentre campeggiava l’esercito, Rinaldo eletto Arcivescovo di Colonia gli apriva le vie con alcune milizie. Colla forza e col danaio tolse dall’obbedienza del Papa molte terre e città che erano ne’ contorni di Roma, facendole giurare al suo Pasquale. A quelle che vollero resistere, fece pagare il fio col sacco e col fuoco. Una furibonda guerra esercitava questo pessimo prete sotto gli occhi del Papa. Tempestava di fuori, si affaticava dentro Roma coll’oro a corrompere; e corruppe moltissimi, che l’aver Pasquale od Alessandro a Papa, o averli entrambi era tutt’uno, ove s’avessero avuto quel sommo bene della pecunia. Moltissimi si girarono all’Antipapa122.

Trafiggevano l’animo del Pontefice questi turpissimi e frequenti mutamenti dello Romano popolo, tanto cagionevole nella fede giuratagli, che ad ogni spruzzo di danaio villanamente lo disertava. Adoperò ogni mezzo a contenerlo in ufficio: lo ammonì con paterne parole, a starsene stretto colla Chiesa, a non separarsi da lui, a far tutti uniti testa [p. 253 modifica]al prepotente nemico; profferì l’ecclesiastico tesoro per la difesa. Ma fu tutto invano: tra il balenare dei timidi, e l’aperta ribellione degli audaci, de’ tanti che l’avevano festeggiato l’anno innanzi, non si trovò uno che gli facesse viso da amico123. Eppure italiani spiriti riscaldavano quel pontificale petto. Non la sola ragione divina della Chiesa egli voleva difendere, bensì anche quella umana della comune patria; e ne dette uno splendido argomento in quello che si passò tra lui ed il Greco Imperadore.

Emmanuele dei Comneni teneva a quei tempi il trono di Costantinopoli; uomo di molta ambizione, e di eguale virtù militare. Per la qual cosa malamente portò sempre quella estinzione della greca potenza in Occidente, e sempre fu desto a spiare qualche via a tornar signore nell’Italia. Ebbe in tutto il tempo che governò, e fu di trentasette anni e cinque mesi, quattro nemici, con cui fu sempre in guerra. I Turchi ad oriente, l’Ungheria, sorretta dall’Imperadore tedesco a maestro; Venezia a ponente, ed a libeccio il Normanno di Sicilia. Tenne fronte a tutti con varia fortuna, non levando mai gli occhi dal Papa; il quale come era stato incoronatore di tedeschi Imperadori, tribolato da questi, poteva a se, successore di Costantino la corona del Romano Impero tornare. Ma mentre sospirava a così grande cosa, non ne trascurava una minore, quale era il togliere ai Normanni la Sicilia, la Calabria e la Puglia, sicuro, che mettendosi al posto di Ruggiero o di Guglielmo, lo innalzarsi all’impero Romano sarebbe stato facile. Anche egli pensava all’Italia. Adunque fin dai tempi di Adriano erasi mostrato bramosissimo della riunione delle due Chiese Greca e Latina, consueto artifizio de’ Bizantini ad accattare il favore di Roma. E quando Alessandro si trovò tribolato dal Barbarossa per l’Antipapa Vittore, il Comneno gli profferiva, scrivendo a Luigi di Francia, la sua amicizia, e si admostrava paratissimo ad accogliere ed aiutare ad una [p. 254 modifica]novella Crociata. Venne anche ai fatti. Quando Federigo distrusse Milano, e si mise sotto la Lombardia, temendo, che conquistata l’Italia, non lo venisse a turbare in casa, come avevano fatto i Principi Normanni, seminò danaio e male voci contro di lui per le città italiane, ad accrescere la loro scontentezza. Per tutta la spiaggia dell’Adriatico andavano susurrando i suoi emissari, che si riunivano ad Ancona124.

Crescevano i pericoli di Alessandro, cresceva lo zelo di Emmanuele di vedere unite le Chiese, e con quello la speranza di addivenire Imperadore Romano. Spedì certo Giordano Sebaste del suo Impero a Roma con ricchi presenti al Pontefice. Prometteva costui la riunione delle due Chiese; chiedeva fosse restituita la corona del R. Impero agli Augusti Greci: e per questo benefizio affermava, sarebbe venuto da Costantinopoli nelle papali arche tale un tesoro, da poter tutta liberare l’Italia. Conosceva Alessandro, quelle essere greche promesse; ma da uomo espertissimo che era de’ civili negozi, poteva di quella profferta far capitale contro Federigo; poteva almeno dar buone parole intorno alla inchiesta della Romana corona, per trarre il Comneno in aperta guerra col Tedesco, e così sviare la tempesta, che lo minacciava. Ma Alessandro amò piuttosto rimanere solo nel pericolo, che contaminare la patria con altri forestieri. Sapeva, e toccava con mano i pestilenziali effetti di quel chiamare stranieri potentati in aiuto, ed incoronarli. Rigettò la inchiesta e le promesse: solo curò, perchè Papa, il negozio della riunione delle Chiese; per cui spedì Legati a Costantinopoli il Vescovo di Ostia, ed il Cardinale di S. Giovanni e Paolo125.

Mentre queste pratiche erano aperte tra il Greco ed il Papa, Federigo che le sapeva e ne aveva concepito timore, [p. 255 modifica]altre ne aprì con lo stesso Comneno, per rattenerlo dal mescolarsi nelle cose italiane, e farselo amico. Gli mandò il Duca d’Austria Enrico, con parole e sembianze di amicizia. Durante la quale legazione, ignorando quel che risponderebbe il Papa ad Emmanuele, e che potrebbe ottenere l’Austriaco, temporeggiò tanto nella Pentapoli. Ma non appena si certificò, che Alessandro non erasi punto inchinato alla profferta del Greco, ruppe le pratiche, che teneva col medesimo per mezzo del Duca d’Austria, e condusse l’esercito ad osteggiare Ancona, che come fu detto, era tutta del Greco.

Ancona era ottimamente munita di mura e bastioni, presidiata dai Greci, con molta vigilanza guardata dai cittadini: e di qual virtù fossero questi sarà detto appresso. Aveva libero il porto, perciò larga la via a vettovagliarsi: lungamente poteva resistere. Federigo credeva fosse città da ottenersi con un primo affacciarsele sopra delle sue milizie. Fece costruire molte opere militari per un ordinato assedio: misurò le forze con gli Anconitani. Ma dopo tre settimane si avvide, che quello era osso assai duro pe’ suoi denti, e che altro era assediare città, come Milano, lentamente espugnabile per fame, altro una città come Ancona, che sulle acque del mare non trovava Tedeschi. Tra per la difficoltà dell’impresa, e le novelle, che gli giungevano di Roma, tolse l’assedio, contentandosi di una grossa taglia, con cui gli Anconitani comprarono la loro libertà126.

Mentre Barbarossa logorava il tempo, aspettando l’esito delle pratiche col Greco, e tentando Ancona, una mutazione avveniva tra’ Romani. Li vedemmo come disertassero il buon Pontefice per miserabile mercede di danaio. Ora avvenne che gli abitanti di Albano e di Frascati, raccogliendosi sotto la imperiale protezione, rifiutassero al Papa il consueto tributo. Questo tributo era stato sempre alimento di nimicizie tra essi ed i Romani, i quali non per [p. 256 modifica]amor del Papa, ma per odio di municipio mossero le armi contro quella città. Chiesero quelli soccorso a Federigo, che spedì loro Rinaldo, l’eletto di Colonia, il quale serratosi dentro Frascati, opponeva molta forza agli assedianti Romani. Accorse anche Cristiano eletto di Magonza con mille cavalli, per toglierli dall’assedio. Ma le milizie Romane confidando nel numero, osarono venire a giornata col Magontino; e furono al primo scontro rotte, perchè non regolari, perduti un cinque mila tra prigioni ed uccisi.

Questo sinistro giovò grandemente alle cose di Alessandro: imperocchè i Romani si trovarono di nuovo nemici di Federigo, e nella necessità di difendersi. Rinnovarono le mura; si disponevano ad accogliere con valore la tedesca oppugnazione, mentre il Papa con ogni maniera affrettava l’avvento delle milizie di Guglielmo, che erano già per via. Intanto furiavano que’ due eletti Arcivescovi. Commossa alle armi la gente di Tivoli, di Albano e della provincia di Campagna, la sospingevano a scellerati fatti: diroccavano castella, abbruciavano le mature messi, strepitavano fin sotto le Romane mura.

In queste distrette il dì 16 di Agosto su la vetta di monte Mario si videro sventolare le Aquile imperiali. Era Federigo, che con poderoso esercito si affacciava su la papale città, e quasi se la teneva nelle unghie. Vedeva dal Lateranese palagio il tedesco nugolo Alessandro, ma non gli falliva il fortissimo spirito. De’ Romani non poteva fare molto capitale; i regî non apparivano; confidava ne’ Frangipani e ne’ Pierleoni magnati di numerosa clientela. Spiava dall’alto il Barbarossa ove avesse potuto fare la prima impressione sulla città; e su la Rocca S. Angelo e la Basilica Vaticana appuntò gli occhi, forse pensandosi trovarsi in quella od in questa il Pontefice. Discese il dì appresso un grosso stuolo di soldati, e venne a tentare S. Angelo. Vi erano dentro le guardie del papale corpo, che chiamavano Masnada; le quali al primo assalto che diè loro il Tedesco, opposero tale un nerbo di [p. 257 modifica]resistenza, che quegli con molto danno se ne ritrasse. S. Angelo non si voleva rendere, e Federigo piegò lo sforzo contro S. Pietro.

La Basilica Vaticana a quei tempi tanto fortunevoli era munitissima come castello. V’era dentro chi sapea difenderla, e nessun frutto facevano gli assalitori che la battevano. Federigo che non era preparato a tanta resistenza, come lo consigliarono le interne furie, non rattenuto dalla santità del sito, non dalla riverenza del Principe degli Apostoli, diè mano al fuoco, che fece appiccare alle venerande mura. Arsero queste di sacrilego incendio: e in poco d’ora divorata dalle fiamme la vicina chiesa di S. Maria in Torre colle sue porte di bronzo, ed i vicini portici, i difensori temendo il finale eccidio di quella sacratissima sede della cristiana religione, la lasciarono nelle sozze mani del Tedesco. Federigo v’intruse il suo Pasquale, che tra i sacrileghi riti, lo incoronò colla Beatrice127.

Alla vista di quelle fiamme si ritraeva Alessandro dal Laterano alle affortificate case de’ Frangipani, indi insiem con questi si rinserrò nel Colosseo. Sicurissimo rifugio, guardando alla solenne fortezza delle mura; opportunissimo ad associare i destini di un tribolato Pontefice, a quelli di tutta la Chiesa, che in quel ricinto pugnò, e vinse colla virtù dei Martiri il furore di altri Cesari. Orsi e leoni a quei primi tempi; Tedeschi dopo. Colà chiuso coi Vescovi ed i Cardinali deliberava, provvedeva l’animoso Alessandro ai bisogni della Chiesa e dell’Italia, quando eccoti venir rimontando il Tevere due galee di Sicilia, ed arrestar le prue presso la Basilica di S. Paolo. Le spediva celeramenle Guglielmo con un grande tesoro al Pontefice, perchè avesse uno scampo nelle crudeli distrette in che si trovava. Ottone de’ Frangipani recò la consolante novella al Papa, e con questa i capi delle galee, i quali deposero ai suoi piedi l’oro che gli mandava Guglielmo. Riferì grazie Alessandro al devoto [p. 258 modifica]Principe, che lo veniva tanto opportunamente soccorrendo; gli rimandò le galee, perchè non pensava ancora alla fuga, accettò il dono, perchè nulla valeva tanto a rattenergli amici i Romani, quanto il danaio. Ne diè parte ai Frangipani, ed ai Pierleonì per confortarli a difenderlo; parte dispensò alle guardie delle varie porte.

I Romani duravano ancora nel proposito di non darla vinta a Federigo, il quale un dì più che l’altro toccava delle dolorose percosse. E disperando della forza, si volse alle astuzie, di cui era maestro. Mandò dicendo ai Cardinali, e ne fece correre la voce nel popolo, che ove piegassero Alessandro a dismettersi del Pontificato, farebbe a sua posta calar di seggio Guido da Crema; così, assembrati i cherici, sceglierebbero liberamente un terzo a Papa; egli tornerebbe alla Chiesa una stabile pace, ed in processo non verrebbe più a cacciarsi nelle elezioni de’ R. Pontefici: restituirebbe al R. Popolo tutti i prigioni, e con questi quanto mai avanzasse del già fatto bottino. Ai Romani, che non vedevano oltre la scorza di quell’artifizio, apparve un prodigio di temperanza e di giustizia l’imperiale proposta; e sentenziavano doversi questa abbracciare; ed essere, anche per un Papa, un lasciar poco, lasciando il Papato per la salute del gregge. Ma diversamente sentivano i Vescovi ed i Cardinali, che con deliberatissimo avviso risposero all’Imperadore, guardarsi bene dal giudicare essi un Pontefice sommo, che Iddio solo avrebbe giudicato. Per la qual cosa sollevossi il popolo, e venne assediando Alessandro, perchè volesse scendere del seggio, a comperare la pace della Chiesa che gli offeriva il Tedesco; quasi che la pontificale corona fosse quella de’ Principi, che senza nocumento di divina ragione possa ad un tempo toccar molte fronti, ed anche spezzarsi. Allora sembrò al Papa, quella non essere più tempesta da fronteggiarsi, ma da schivare con la fuga; alla quale con tante cautele s’apprese, che il suo andarsene di Roma fu un disparire. Pochi de’ Vescovi e de’ Cardinali erano a parte dal segreto, e lo accompagnarono; gli altri tutti [p. 259 modifica]lo andarono seguendo come risapevano della sua fuga. Per Terracina e Gaeta riparò nel Ducato Beneventano, patrimonio della Chiesa. I Romani si arresero: e con nuovi giuramenti si legarono al Barbarossa128.

Questa fuga del Pontefice andò proprio nel cuore del Barbarossa, egli la tenne più perniciosa di una sconfitta. Alessandro esulava questa volta da Papa già riconosciuto, e riverito dal mondo; perciò al Tedesco si appresentava con tristi colori lo scandalo che patirebbero i fedeli nel risapere che il loro Pastore ramingasse per sua colpa, ed il molto danno che gliene verrebbe. Ma i mali che temeva lontani gli erano già alle spalle, e i Cieli gli fecero sentire lo scroscio di una subitanea vendetta, che indugia spesso, ma non fallisce mai. Era l’Agosto: stemperati calori contristavano il romano aere, e le asciutte maremme esalavano tale una sottil pestilenza, che si avventava irrimediabilmente ai corpi, e li sfaceva per febbre. Uomini nati sotto rigido cielo, quali erano i Tedeschi, a più certa e subita fine rovinavano. Lo sapevano, perchè usi a venire spesso in Italia; e la notizia del crudele malore ne intristiva ne’ corpi gli effetti. Sapevano che Papa era Alessandro; e le scomuniche, che questi aveva adunate loro sul capo, scendevano negli egri spiriti a conturbarli di sovrumane paure. Fumavano ancora le arse mura di S. Maria, rosseggiava ancora per sangue lo sforzato seggio del Beato Pietro, e a quella vista affannava gl’irsuti petti un nero rimorso, ed il presagio di celesti vendette. Gli animi erano già infermi quando il pessimo morbo si appiccava ai corpi. In sette dì tutta l’oste del superbo Imperadore fu poco meno che distrutta per febbre. Chi infermava il mattino a sera finiva. Nè la morìa infuriò solo tra’ gregarî: anzi colse le parti più elette dell’esercito. Federigo duca di Rotemburgo cugino del Barbarossa, Guelfo Duca di Baviera, quel mal cristiano di Rinaldo intruso Arcivescovo di Colonia e Cancelliere, i [p. 260 modifica]Vescovi di Spira, di Verden, di Ratisbona, di Liegi, di Nassau e di Altemont, di Lippa, di Sultzbach, di Tubinga, ed oltre a due mila magnati, miseramente finirono la loro vita al cospetto di Roma.

Io non so che si pensasse Federigo di quel flagello, che gli prostrava morti per terra il numeroso esercito ed i suoi più cari, e lo faceva deserto nell’ora del trionfo. Credo, che a Dio non pensasse, bensì a que’ Lombardi, che calpestò supplichevoli, e che ora doveva egli supplicare per avere via di ritorno a casa sua. Raccolse tosto le reliquie del disfatto esercito; affidò gl’infermi alla pietà de’ Romani, e con quelli che ancor reggevano a portare armi, lesto si ritrasse per la Toscana a guadagnare le alture dell’Appennino. Lagrimevole viaggio: poichè tanto ostinato si era messo nelle milizie il veleno delle Romane maremme, che il cadere de’ morti non rifiniva per benignità di aere. Così punivano i Cieli nel furibondo Tedesco la violata santità della Chiesa, e la dignità di un popolo, che Iddio veglia con gelosia terribile129.


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NOTE

e

DOCUMENTI


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DOCUMENTO A


del carroccio


È bello recare le parole del Sigonio intorno al Carroccio milanese, del Villani intorno a quello di Firenze, e del Campi intorno al Carroccio di Cremona.

Imp. Conrado II. in Germaniam profecto, Herebertus Archiepiscopus Mediolanensis erectus, magnis delectibus habitis, Ambrosium contra se electum, omnesque ejus fautores bello instituit persequi. Itaque, cum nihil praetermitteret, quod ad maximum gerendum bellum usui esset, vexillum impositum in curru excogitavit, quod Carrocium appellavit. Is fuit currus ingens rotis grandioribus atque axibus firmioribus fultus, purpurea pariter undique veste constratus, in quo contabulatio quadrata turris instar locabatur; in medio vero eximia proceritate malus excitatus erat, multis a fastigio rudentibus ipsi contabulationi ad nautici mali similitudinem alligatus. In summo Crux aurea; infra Crucem antemna magna suspensa, unde vexillum explicabatur, Hunc autem currum excellentis formae boves, candida veste instrati, trahebant. Cura ejus clarissimo et genere et virtute Viro committebatur, qui, ut venerabilior esset, insigni lorica, ense, et aureo balteo, et publico stipendio donabatur; ut munitior, cohorte militum lectissimorum sepiebatur. Cum eo vero aderant etiam Sacerdotes, cum divinae rei causa, tum ut essent, qui letifero vulnere laborantibus Sacra, si opus esset, ritu Christiano subministrarent. Praeterea sex tubicines cum totidem militaribus equis, quibus Civitas tentoria et stipendia procurabat. Cum hoc ergo vexillo, quo quasi ad sacram Aram acie pulsi refugerent, atque inde ferociores in hostes procurrerent, Herebertus primus ad bellum est progressus. (Lib. VII. an. 1038)

Avvenne li anni di Christo 1260 del mese di Maggio, che ’l Popolo et Comune di Firenze fece hoste generale sopra la Città di Siena, e menovvi il Carroccio. E nota che ’l Carroccio, che menava il Comune di Firenze era uno carro in su quattro rote, tutto dipinto di vermiglio, et havevavi su commesso due grandi antenne vermiglie, in su le quali stava e ventolava il grande stendale dell’arme del Comune dimezata [p. 264 modifica]bianco e vermiglio, il quale a’ nostri dì si mostra in San Giovanni, e tiravanlo un grande pajo di buoi, coverti di panno vermiglio, che solamente erano diputati a ciò, ed erano dello spedale di Pinti, e ’l guidatore era franco in Comune. Questo Carroccio usavano i nostri antichi Fiorentini per trionfo e dignitade; e quando s’andava in hoste, i Conti vicini e Cavalieri della Cittade il traevano dell’Opera di San Giovanni, e conducevanlo in su la piazza di Mercato nuovo; e posatolo a uno termine d’una pietra intagliata a Carrocio, che ancora v’è, si lo accommandavano al Popolo; e i popolani il guidavano nel hoste. E a quello erano diputati in guardia i migliori e i più forti e vertuosi popolari della Cittade a piedi, e a quello s’ammassava tutta la forza del Popolo. E quando l’hoste era bandita, un mese dinanzi dove dovesse andare, si ponea una Campana in su l’arco di porta Santa Maria, ch’era in sul capo di Mercato nuovo, e quella del continuo sonava di dì e di notte, e per grandigia di dar campo al nemico, ove era bandita l’hoste, che s’apparecchiasse, e questa era chiamata la Martinella, e chi la chiamava la Campana delli Asini. E quando l’hoste de’ Fiorentini si movea, si sponea d’in su l’arco, e poneavisi in su un castello di legname in su un carro, e al suono di quella si guidava l’hoste. Da queste due pompe, del Carroccio e della Campana si reggea la signorile superbia del Popolo vecchio de’ nostri antichi nell’hosti. (Lib. VI. cap. 77.)

...... Anno Christi millesimo octogesimo primo Cremonenses Carrocium instituerunt, quodque ejus usum una cum libertate gratia Bertae Augustae ab Henrico IV Imperatore impetrassent, Bertam aut Bertacciolam dixerunt. Carrocium erat currus amplior his atque sublimior, qui communi in usu. Invenere Longobardi, primique omnium, secundum aliquos, Mediolanenses usurparunt. Ornabatur id a quibusdam panno rubro, ab aliis albo; a Cremonensibus vero mixtim rubro et albo; denique pro colore, quo cujusque Civitatis insigne. Sed et seni boves, a quibus trahebatur, simili panno tecti. In medio autem erat antenna cum vexillo sive labaro, praeter crucem rubram, caetera alba; cujusmodi in supplicationibus hodieque nonnullis in locis gestantur: et ab eadem antenna dependuli funes, quos validi robustique juvenes manibus attinebant, inque ejus summo Campana, appellata Nola. Nefas autem educere, nisi publico decreto, nec minus mille quingentis ad custodiam ejus militibus strenuis, et panoplia ac bipennibus egregie munitis. Prope etiam Duces omnes ac militiae Praefecti; at pone tibicines octo, multique ad rem divinam Sacerdotes. Praecipua tamen currus hujus cura dabatur Viro virtute et peritia rei militaris insigni, quoque loci ille statueretur, eo tum jus dici, tum consilium haberi de summa belli solebat. Eodem et sauciis receptus atque confugium, eisque qui vel pugnando defessi, vel a multitudine hostium premerentur. (Descripti. Urbis Cremonae)

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NOTA B


In una pergamena scritta in Milano nell’Ottobre dell’anno 1161 certa Ermelinda dichiara, che dalla somma di lire 18 ricevuta per la vendita di vari poderi, avesse già speso solidos quadraginta necessitate famis. È questa una pergamena dell’Archivio di Chiaravalle130. La somma, secondo il Giulini131 corrisponde incirca a 260 lire della moderna moneta milanese. Che in tanta strettezza confidassero ancora i Milanesi potere ottener pace da Federigo, si cava da una carta dello stesso Archivio, scritta due giorni dopo l’anzidetta pergamena, in Milano; in cui Mosto Borro figliuolo di Ugone, vivente secondo la Legge Longobarda, il quale erasi fatto mallevadore in una vendita, promette di dar mano a fare una eguale divisione di alcuni fondi dopo alcuni mesi che si sarebbe conchiusa la pace con Federigo. Et dedit guadium suprascriptus Mustus quod ipse amodo usque ad duos menses proximos post pacem factam istius terrae cum Rege dividere habet...132


NOTA C


Sir Raul attribuisce a Guintellino l’invenzione de’ carri falcati, e di certe macchine da lanciar sassi. Da queste probabilmente prese norma il Duca di Baviera, del quale racconta Arnaldo da Lubecca, che avendo nell’anno 1163 impreso l’assedio di un castello, adoperò macchine ad esempio di quelle vedute da lui a Crema ed a Milano. Morena chiama Guintellino ingegnosissimo Maestro133. Se poi costui fosse quel Guglielmo, detto volgarmente e per vezzo Guintellino, del quale conta Sir Raul, che architettasse un ponte sul Tesino fra Abiete e Cassolo, di cui non si vide mai il più bello, il più largo il più forte, è a consultarsi il libro delle Vicende di Milano134.


NOTA D


Il muro della città di Milano, secondo un Ritmo in lode di Milano del secolo VIII era edificato nella base di sassi quadrati, in cima di mattoni:

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          Duodecim latitudo pedibus est . . . . . . .
          Immensumque deorsum est quadrata rupibus,
          Perfectaque eriguntur sursum ex fictilibus.
          Erga murum pretiosas novem habet januas

Venne fatto costruire dall’Imperadore Massimiliano135.


NOTA E


In un processo ms. nell’Archivio di S. Ambrogio certo Guitfrido afferma, che... tempore destructionis Mediolani et schismatis quia nec Praepositus, qui tunc erat aliquis Canonicus, voluit contra Romanam et Mediolanensem Ecclesiam jurare, Canonicam et Ecclesiam S. Ambrosii et omnia sua Canonici tunc liquerunt, et Monachi tunc jurantes sacramentum illud, ibi steterunt; et claves ipsas, sicut audivi, habuerunt per Rainaldum Cancellarium Imperatoris. Lo stesso afferma un’altro testimonio: Audivi et credo, quod Monachi habuerunt claves altaris et ornamenta Ecclesiae tempore schismatis. Et quod priusquam Dominus Galdinus venit Roma Mediolanum, fecit reddere Praeposito et Canonicis ipsas claves et etiam ornamenta. Vedi Fumagalli, Antichità Longobarde. Dissert. XI. T. 2. p. 54.


NOTA F


Similiter praecepit quod domus Nobilium proditorum, quae erant, in civitate illesae remanerent136. Ciò fece Federigo anche a dispetto dei Consoli, i quali avevano aggiudicato al Comune le case dei traditori; come quella di certa Giovanni di Gavirate … et quod praedictus Joannes de Gavirate inimicus Mediolani factus erat, et cum inimicis Mediolani habitabat. Così leggesi in una pergamena dell’Archivio delle Monache di S. Maria in Valle137.


NOTA G


Il Fiamma attribuisce tutta la colpa di questa rovina ai Pavesi; e narra che certo Obizone prese il carico di abbattere quel campanile [p. 267 modifica]alto 245 braccia, e maliziosamente lo fece cadere su la chiesa. Egli s’impadronì della verga pastorale, del mortaio col pistello, che erano in cima alla torre; per cui in altri tempi fu obbligata Pavia dai Milanesi a pagare 18000 Lire della grossa moneta pavese, delle quali ciascuna valeva un fiorino d’oro138.


DOCUMENTO H


epistola di federigo al conte di soissons


(Dall’Achery. Spicilegium T. V. p. 536.)


Fridericus Dei gratia Romanorum Imperator, et semper Augustus ........ Comiti Suessionensi dilecto suo salutem cum intima dilectione. Dilectioni tuae uberrimas grates agimus, quod, sicut multorum relatione didicimus, circa honorem Imperii promovendum fervens desiderium semper habuisti: inde est, quod inter principales amicos te connumerantes, felicissimis eventibus et gloriosissimis triumphis nostri, quos nulli antecessorum nostrorum concessos esse credimus, tamquam carissimum nostrum participare volumus. Tuae igitur dilectioni, quam honorem nostrum sitibundo pectore anhelare luce clarius constat, significandum duximus, quod in virtute Dei, per quam Reges regnant, et potentes faciunt justitiam, felicem et gloriosam de Mediolanensibus victoriam cum omni plenitudine honoris adepti sumus. In Kalendis enim Martii, prima videlicet die mensis, hostes Imperii Mediolanenses, summota omni simulatione fraudis, qua in prima deditione dolose circumvenerant, summa necessitate famis et inediae coacti ad curiam nostram apud Laudam venerunt, et nudos gladios in cervicibus suis deferentes, et Majestati nostrae reos se fore profitentes, personas, res, ipsamque civitatem, absque ullo tenore, et sine aliqua conditione interposita, in nostram potestatem cum plena deditione reddiderunt. Praeterea IV. Nonas ejusdem mensis, Mediolanenses cum omni militia et viribus civitatis ad nos redeuntes, vexilla et universa signa bellica, clavesque civitatis, et Consulatus dignitates Majestati nostrae resignaverunt, refutantes omnia genera armorum, omnemque potestatem, nisi quam cum gratia et permissione nostra possent obtinere. Juraverunt insuper quaecumque eos jurare fecimus, scilicet quod universa mandata nostra bona fide, et sine fraude observarent, et de his omnibus observandis quadringentos obsides meliores et majores de [p. 268 modifica]civitate nobis dederunt. Sane ne quid deesse posset ad complementum imperialis gloriae, vel omnimodam deditionem inimicorum, pridie Nonas praedicti mensis universus populus civitatis cum vexillo sancti Ambrosii, quod miro artificio egregiae molis et altitudinis ferebant in Carrocio, quem juga bovum non pauca trahebant, necnon cum universis vexillis suis, eo ordine quo ad bellum procedere solebant, ad Curiam nostram venerunt, non judicium, vel justitiam postulantes, sed quia crucem meruerant, per crucem quam quisque manu gestabat, misericordiam suppliciter implorabant. Ex indultu ergo imperialis clementiae, quae nullum magis quam Imperatorem et Principem decet, universos Mediolanenses vitae munere donavimus, a vinculo Imperialis banni absolvimus, deputatis in exilium patriam concessimus, rebus omnibus et libertate privatis, alodia, quae juste videbantur contraxisse, restituimus, et universa regalia nostra, quae ipsi hactenus per rapinam possederant, fisco nostro applicuimus. Porro ex sententia divina, cujus judicia abyssus multa, qui frangit omne superbum, ne de caetero praedictis hostibus occasio malignandi, vel facultas rebellandi praestetur, fossata complanamus, muros subvertimus, turres omnes destruimus, et totam civitatem in ruinam et desolationem ponimus: sicque ad promovenda alia negotia, et ad plenariam Imperii reformationem exercitum nostrum, et victrices aquilas feliciter convertemus.


DOCUMENTO I

(Sir Raul. De rebus gestis Friderici I. S. R. I. vol. VI. pag. 1188.)

Praedictus vero Petrus de Cunin innumerabiles modos oppressionis invenit, et miris modis pecuniam extorquere coepit. Nam obsides permutari, pecuniam a debitore exigi non in pecunia data permittebat; privatim a rusticis, et a civibus pecuniam extorquebat. Morienti sine filio succedebat, et ea aestate milium et vinum a militibus et rusticis pro arbitrio suo accepit; et multam pecuniam a rusticis occasione porcorum circa Sanctum Martinum extorsit. Item occasione tributi a Palatino Modoetiae agnellorum in Pascha infinitam pecuniam exegit. Sequenti vero aestate jussit omnibus Mediolanensibus ex constitutione Imperatoris, qui erant de jurisdictione Leodiensis Episcopi, idest a Busti Carulfi, et a Legnano, et Seviso, infra duas partes tertii et ficti et quartam partem fructuum promovere quaestionem castanearum et nucum, et foeni tertiam partem. Henricus vero Suevus, qui ex praecepto Imperatoris in monte Ghezonis morabatur, omnes fructus terrarum Mediolanensium, quas habebant in Episcopatu [p. 269 modifica]Laudense, colligebat. Marquardus de Wenibac, qui Tricium morabatur, usque ad Morgoram idem faciebat. Comes Gozonus in Seprio, et Martesana, secundum praedictum modum colligebat, et pecunias creditas Sepriensibus et Martesanis exigi prohibebat; et multa Mediolanensium instrumenta reddere, et debito finem, facere captos coegit. Magister Paganus, qui habitabat in Baradello, per totum Episcopatum Cumanorum omnes possessiones Mediolanensium possidebat, et habebat, et Ducatus quoque Hostiensis lucrum, et omnes pessessiones Capitaneorum de Mandello, quas habebant in partes Sepriensium, tenebat.


DOCUMENTO K


È nella Vaticana un prezioso MS. della Biblioteca della Regina Cristina segnato n. 179, in ottavo, di 274 pagine, papiraceo. Dalla forma dei caratteri è chiaro essere stato scritto nel XV secolo. L’ebbi a mano nello scorso Giugno di questo anno, e lo trovai preziosissimo per le molte Epistole de’ Papi Adriano IV ed Alessandro III, de’ loro Legati, di Federigo I. Barbarossa ec. In una nota che è alla pagina 1073 del XXI volume della Collezione de’ Concilii, dico della edizione Veneta, è detto come moltissime Epistole del gran Pontefice Alessandro III siano ancora sconosciute per le stampe. Io non so se tra queste debbano numerarsi quelle che leggonsi nel MS. anzidetto. Mi parvero o sconosciute affatto o poco cognite sei epistole di Federigo, che leggonsi a pagina 44, 47, 49, 50, 51, le quali toccano gli sforzi del Barbarossa a radunare un conciliabolo a traboccare di seggio Alessandro. Queste Epistole furono la sola cosa che mi venne fatto trovare nella Biblioteca Vaticana, intorno al periodo di storia che tratto.


epistola I


Dilecto amico suo venerabili Episcopo Suessionensi amico suo = In veritate audivimus quod Rollandus quondam Cancellarius, qui propter fideles nostros circa Romam non habet nec invenit ubi caput suum reclinet, periculis maris seipsum cum suis pseudosequacibus commiserit, ut terram Francigenarum intraret, eamque schismaticae pravitatis errore, utpote manifestus Dei et Ecclesiae ac Imperii inimicus, commaculet et spoliet. Ut etiam...... corrodat viginti mille libras et amplius, unde creditoribus suis debita persolvat, quia sub alieno aere valde graviter ipse laborat. Rogantes itaque tuam dilectionem, intimo et pleno affectu monemus, quatenus praedictum schismaticum, nostrum et totius Imperii atrocem inimicum nullo modo recipias, nec recipi ab aliquo permittas, Regique Francorum benefidus consulas, ne ipsum [p. 270 modifica]vel aliquem de suis pseudocardinalibus, vel nunciis recipiat. Tantum enim ac tale odium inter nostrum imperium et suum regnum exinde possit oriri, quod non de facili compescere possemus aut sedare.


epistola II

Fridericus Dei gratia Romanoram Imperator et semper Augustus dilecto suo .... Archiepiscopo gratiam suam et omne bonum .... Inter innumeras et tumescentes procellas, quibus jamdiu navicula Beati Petri quassata, et inter pressuras diversas, quibus Sancta Dei Ecclesia frequenter afflicta et tribulata est, tandem verus ille mediator Dei et hominum Christus Deus, qui Ecclesiam suam velut unicam sponsam proprio caractere sui pretiosi sanguinis insignivit et redemit, consolationis gratiam, quam ascendens in coelum repromisit, inquiens: Non relinquam vos orphanos, ecce ego vobiscum sum ec. ec. evidentibus et manifestis declarat indiciis. Ipse enim, sicut stella matutina in medio nebulae oriens, solita pietate Ecclesiam suam in tribulatione respexit, et vergens imperavit ventis et mari, et facta est tranquillitas magna. Per illa siquidem controversia, quae inter nos et Regem Francorum pro schismate Romanae Ecclesiae jamdiu agitabatur, aspirante ...... gratia, qui facit habitare unanimes in domo Domini, mediantibus hinc inde legatis, tandem pari voluntate, et unanimi consensu inter nos convenit, quod nos videlicet una cum Archiepiscopis, Episcopis et Patribus Orthodoxis, ac viris religiosis, baronibus et universis utriusque Regni Principibus IV. Kalendas Septembris, in die videlicet Decollationis S. Joannis Baptistae super fluvium Saonam in Episcopatu Bisuntino Concilium Generale pariter celebraturi sumus. In quo Rex Francorum dilectus consaguineus tam cum universis Archiepiscopis suis, Episcopis, et cum omnibus Regni sui principibus, et tota Gallicana Ecclesia, B. Patrem nostrum Dominum Papam Victorem, sicut per Sacramenta, et firmissimas securitates praeordinatum est, in Apostolicum et Universalem Sanctae Dei Ecclesiae Pontificem recipient et debitam ei exhibebit reverentiam. Verum quia hoc negotium tam arduum atque salubre et ita necessarium, ubi de reconciliatione Sanctae Dei Ecclesiae et totius christianitatis in comune agitur, sine tuae discretionis, caeterorumque Principum, ac Christi Fidelium praesentia consumari nec debet nec potest; exoramus te et monemus, ea fide, qua debes Imperio et Sanctae Dei Ecclesiae, et animae tuae, quatenus omni occasione summota, cum sapientioribus et magis idoneis et literatis personis tui Episcopatus apud Bisuntinum IV. die ante praedictum terminum familiariter more Curiae nobis occurras ad Concilium nobiscum processurus. Et quoniam ..... candela non nocet, milites tui, quos [p. 271 modifica]tecum adduces, in armis et clypeis sint muniti. Insuper tentoria deferas, quae propter domorum raritatem necessariae sunt. Ibi enim per gratiam Dei totum negotium Domini Papae Victoris ad gloriam Dei et ad pacem et unitatem Sanctae Ecclesiae, et omnimodum honorem Imperii honesto fine terminabitur.


epistola III

Fridericus Dei gratia Romanorum Imperator potentissimus a Deo coronatus, magnus et pacificus, inclitus, victor ac triumphator semper Augustus dilecto consaguineo suo Ludovico eadem gratia Francorum Regi glorioso salutem et intimae dilectionis sinceritatem. Postquam divina clementia, per quam reges regnant et legum conditores justa decernunt ad Romani Imperii Nos sublimavit gloriam, et ex pacis abundantia, quam mundus dare non potest, feliciter regnandi nobis concessit tempora, desiderio desideravimus faciem tuam videre, et familiaritatis tuae perfrui dulcissima allocutione. Sed praepedientibus magnis ac multimodis valde dilatati Imperii nostri negotiis, quod pia mente concepimus, effectui mancipare non potuimus. Quia vero per legatos tuos, et per epistolam tuam hoc ipsum aeque te optare cognovimus et credimus, non modice gaudemus, sperantes in eo, qui dat salutem Regibus, quod ex nostra salutifera allocutione universo Orbi pacis et tranquillitatis non modicum, et Ecclesiis Dei emergendi, respirandi, multiplicandi praebeatur incrementum. Sed quod voluntatis bonae benignum desiderium hinc inde nondum compleri potuit, nec tuae tarditati nec nostrae videtur imputandum recessioni. Nunc autem quoniam in procinctu Italiae expeditionis jam sumus, et Principes Imperii nostri ad eamdem unanimiter intendunt, quo in loco, quo tempore convenire, et colloqui possimus incertum habemus; nisi forte completa expeditione, vita comes fuerit, super hoc cum Principibus nostris diligentissime ordinabimus. Volumus etiam ut quod tu de nobis, nos de te sperare semper possimus. Vera enim amicitia numquam fallit.


epistola IV

Fridericus Dei gratia Romanorum Imperator et semper Augustus dilecto consaguineo suo L. illustri Francorum Regi salutem et sincerae dilectionis affectum. Litteras et Legatum tuae nobilitatis, qua debuimus alacritate suscepimus, benigne imperiales aures accomodantes his, quae a sinceritate tua nobis nunciata sunt. Placet igitur sublimitati nostrae, ut inter nos, tamquam consaguineos, et inter cognata Regna nostra, deterso totius rancoris nebulo, sincerae dilectionis splendor refulgeat, et [p. 272 modifica]faedus amicitiae, quod facit utraque unum indissolubilem semper conservet amorem. Sane quaecumque necessaria sunt ad conservandam inter nos mutuae dilectionis integritatem cum dilecto consaguineo nostro fideli tuo Comite Trecarum .......... et plenarie ordinavimus, et sicut condictum est, inviolabiliter observare curabimus. Datum Papiae post destructionem Mediolani II. Kalendas Junii.


epistola V

Fridericus Dei gratia Romanorum Imperator et semper Augustus dilecto suo E. venerabili Lugdunensi Archiepiscopo et Primati Galliarum gratiam suam et omne bonum. Imperialis nostrae sollicitudinis propositum, quod Lugdunensem Ecclesiam ac civitatem a diuturnis laboribus suis exuere et in antiquae dignitatis suae statum reformare decrevimus, pro tua fideli ergo nos devotione in pectore nostro incessanter vigilat, quoadusque, Deo opitulante, debitum sortiatur effectum. Unde propitia divinitas, quae piis omnium consiliis interesse, et ea promovore consuevit, et congruam Nobis hoc tempore opportunitatem obtulit, ut partes Burgundiae, immo ipsam civitatem Lugdunensem in propria majestatis nostrae persona quandocius adeamus, ac ruinas ejus in status sui decorem, cooperante Domino, erigamus. Comes siquidem Henricus Trecensiis cum ad Curiam nostram in legationem Domini sui regis Francorum venisset, et B. Patrem nostrum Papam Victorem humili veneratione honorasset, studiose a nobis postulavit, quatenus ad colloquium inter nos et eum Regem habendum accederemus, tantumque huic verbo institit, quoadusque universorum nostrorum principum consilio colloquium indiximus IV. Kalendas Septembris ad pontem Laonem inter Divionem et Adolum cum Archiepiscopis, Abatibus, aliisque Cleri nostri prioribus illo venturis. Quoniam igitur tua diligens prudentia in eodem colloquio nobis plurimum necessaria est, venerabilitati tuae studiose mandando injungimus, quatenus ad idem colloquium omnes suffraganeos tuos evoces, et cum universis Prioribus, Abatibus, et Cleri celebritate, omni remota occasione, venias, quia nos ibidem, divina gratia promovente, super Ecclesiae Dei ristituenda unitate et super Domini Papae Victoris confirmatione finem imponemus. Interea vero consilium non fuit ut Militiam, prout dictum erat, transmitteremus, quoniam quaecumque sunt in bellicis rebus agenda seu disponenda, per praesentiam tuam convenientius adimplere curabimus. Dominus quidem Papa nobiscum aderit, et oportebit propter defectum domorum in tentoriis habitare.


epistola VI

Fridericus Dei gratia Romanorum Imperator et semper Augustus, fideli suo M. duci Lotharingiae gratiam suam et omne bonum. Quoniam [p. 273 modifica]in schismate, quod est in Romana Ecclesia, universus orbis in seipsum divisus est, et tota Christianitas non modica turbatione concuticur, nos tota animi compassione Sanctae Dei Ecclesiae doloribus condolemus, totius consilii et auxilii propensiorem curam et sollicitudinem adhibere cupientes, ut totius dissentionis discrimine sublato, Ecclesia Dei sicut in unitate Fidei, ita sub unius Pastoris regimine in unum ovile congregetur. Inde est quod ex consilio Principum cum dilecto consaguineo nostro L. illustri Rege Francorum IV. Kalendas Septembris, in die videlicet Decollationis Sancti Joannis Baptistae super fluvium Saonam Concilium celebrare statuimus, in quo, aspirante Spiritu sancto, qui facit unanimes habitare in domo Domini, speramus, ut Ecclesiasticae pacis et unitatis status reformetur, et Dominus Papa Victor Apostolicae Sedis gubernacula debeat obtinere. Verum quoniam hoc negotium tam arduum tamque salubre et tam necessarium, ubi de reconciliatione Sanctae Ecclesiae et salute totius Christianitatis in comune agitur, sine tuae discretionis praesentia consumari nec debet nec potest, exorantes commonemus te in ea fide, quam debes Imperio et sanctae Dei Ecclesiae et animae tuae, quatenus, omni occasione semota, apud Visuntium IV. die ante praedictum terminum familiariter more Curiae nobis occurras ad Concilium nubiscum processurus.

DOCUMENTO L

(Morena Histor. Rerum Laudens. S. R. I. Vol. VI. pag. 1127.)

. . . . . . Sed cum Imperator in Alemaniam profectus esset, ibique causa legendi exercitus moraretur, Procuratores illi, quos Imperator in Longobardia, ut supra diximus, dimiserat, non solum jus, rationesque Imperatoris, de quibus solummodo exactis, nullum malum nec scandalum accidisset, neque Longobardi inde moesti fuissent, exigebant, sed etiam plus de septem tamen, quam Imperatori jure deberetur, ab omnibus injuste excutiebant, ac in tantum Episcopos, Marchiones, Comites, Civitatum etiam Consules, Capitaneos, omnesque fere alios Longobardos tam magnos, quam parvos opprimebant, quoniam ipsi tum pro amore, tum etiam pro Imperatoris timore ab eis se defendere nolebant, quod ipsi Lombardi sine maximo personarum, et rerum incommodo atque obbrobrio nullo modo sustinere poterant, et maxime Mediolanenses, quibus de omnium terrarum suarum fructibus, non nisi solummodo tertium de tertio relinquebant, atque item Cremenses, quibus omnium terrarum suarum tertium, ac si ipsi domini eorum fuissent, penitus omnino auferebant. Praeterea per omnem focum tam bonorum ac nobilium civium in villa seu castris [p. 274 modifica]manentium, quam villanorum seu rusticorum, tres solidos veteris vel Imperialis moneta per unumquemque annum solvere ipsos nobiles ac rusticos compellebant. Insuper etiam pro unoquoque Molendino, qui in aquis navigalibus maxinabant a dominis ipsorum Molendinorum, quicunque forent, viginti et quatuor denarios veteres exigebant a dominis autem Molendinorum in aliis aquis maxinantium tres solidos veteris monetae accipiebant. Piscatoribus vero tertiam partem omnium piscium auferebant, et si aliquis praeter eorum praeceptum aliquam feram bestiam vel volucrem capiebat, et ipsi scire hoc poterant, et bestiam et volucrem captori auferebant, et insuper eum poeniteri ex suis propriis rebus, quandoque etiam ex ipsius persona faciebant; praeterea omnia distracta, quae Capitanei, vel aliqui alii domini alicujus castri soliti fuerant ipsi, et eorum antecessores per trecentos annos a retro temporibus habere et tenere in ipso castro aut in villa ipsius castri habitantes, Imperator ipsis Dominis omnimodo abstulerat, nec eos ipso districtu uti ut ipsum exercitium exercere permittebat, sed sibi totum vindicabat; si quid ad ultimum dicam nisi quod insuper etiam et aliis tantis malis eos quotidie opprimebant, quae si per ordinem narrari deberent, nimis difficile videretur, ac in fastidium prae nimia multitudine verteretur. Interea namque dum Langobardi, sicut supra dictum est, et etiam multo magis opprimerentur, cum ipsi bene et large, et sine districto alicujusvis in libertate vivere, ac manere soliti fuerant, et res ipsorum secundum eorum libitum et voluntatem disponere consueverant, nec sub imperio vel conditione alicujus retro temporibus sic districte steterant, in magnum dedecus maximumque obbrobrium, et ultra etiam quam dici vel cogitari possit acceperunt, dicentes inter eos melius esse eis penitus mori, quam hanc talem turpitudinem, taleque dedecus eos pati, sed tamen vitae vindictam facere, vel aliquod malum agere vel excogitare semper differebant, ne aliquis Lombardus fuit, quod ego tanquam vidissem vel ab aliquo audissem, qui aliquam vindictam inde sumeret, quoniam semper Imperatoris adventum quotidie expectabant, dicentes insimul: Non credimus hoc malum et dedecus, quod Missi Imperatoris nobis inferunt, ipsos ex voluntate Imperatoris facere; sed bene credimus, quod, cum Imperator venerit, sibi displicebit, et omnia mala, quae nobis ingerunt, penitus removere faciet, nec unquam sit aliquis iterum, qui ante Imperatoris adventum tum aliquod malum alicui ingerat, sed totum pro Imperatoris amore, donec venerit, in pace sustineamus.

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DOCUMENTO M

(Dal Baronio all’anno 1165.)

Significamus vobis, dominum Papam, Curiam totam, et nos bene per Dei gratiam valere. Litterae nuper venerunt ad Curiam de Janua. Dicunt, quia Guido Cremensis Pisis receptus est, Archiepiscopus recessit, Clerus aufugit, populus totus ipsum Guidonem contemnit. Dominus Papa mandaverat Januae pro galeis. Et quidem Januenses ipsi fideles, et devoti sunt domino Papae et Curiae: sed quia putant et timent, Imperatorem cum Pisanis pro receptione Guidonis Cremensis magnas conventiones et promissiones fecisse, dubitant adhuc. Unde (quod vobis solis confitemur) hoc ex litteris perpendimus, quod si civitates Longobardiae confoederatae fuerint contra Imperatorem, et galeas et alia obsequia exhibebunt; sin autem, subsistere videntur. Confoederationem autem, si futura est, in proximo audiemus.

Electus Maguntinus qui nuper recessit a domino Papa et a Curia, nuntium Guidonis ad se venientem de terra sua ejecit, et comminatus est ei, quod si ipse, vel alius nuntius ex parte schismaticorum ad se ulterius perveniret, oculos sibi erui faceret. Nomen domini Papae manifeste praedicat. Hoc novit Imperator, et multum dolet. Et quia certum habetur in terra, quod praedictus Maguntinus ad pedes domini Papae accesserit; eidem Maguntino concordant per omnia Trevirensis, Saltzburgensis, et fere reliqui Principes omnes, sicut dicunt tam saeculares, quam Ecclesiastici, excepto Imperatore et Coloniensi, et Duce Saxoniae. Magdeburgensis nuper rediit de Hierosolyma; et captus a Saracenis vovit, quod si liberaretur, domino Papae manifeste adhaereret, et ita manifeste facit.


Note

  1. Rad. L. 2. c. 53.
  2. Id. c. 52
  3. Epist. Canonic. S. Petri. ad Friderig. ap. Redev. lib. 2. c. 56.
  4. In una lettera ad Eberardo Arcivescovo di Salisburgo, recata dal Lunig nel suo Spicilegio Ecclesiastico p. 958, Papa Alessandro affermava, come, vivendo Adriano, Federigo intendisset illum ordinare Apostolicum; id vero tunc a pluribus dicebatur, et fama quasi comune habebatur.
  5. Raumer, t. 2. p. 130, 2. ediz.
  6. Epist. Cardin. ad Frid. apud. Radev. lib. 2. c. 54.
  7. Card. Arag. Vita Alex. III. S. R. I. tom. 3. p. 448, 450. Baron. ad an. 1159. n. 28. 29. 30. 31. 33.
  8. Epist. Vict. ap. Radev. c. 50.
  9. Epist. Cardin, ap. Radev. c. 52. ...ad hoc tandem deventum est, quod XIV Cardinales...... Rolandum Cancellarium nominaverunt. Nos autem IX numero...... venerabilem... Octavianum.... eligimus.
  10. Breviar. tom. 3. p. 49.
  11. Sarti. Lib. 1. c. 2. 5.
  12. Card. Arag. Vita Alex. III. ibi.
  13. Card. Arag. Vita Alex. III. ibi.
  14. Ap. Radev. lib. 2. c. 50. 52.
  15. Epist. ad Episc. Brix. ap. Radev..... ambos (Apostolicos) vocare, et secundum sententiam et consilium Orthodoxorum litem decidere deberemus.
  16. Card. Aragon. Vita Alex. III. ibi.
  17. Id. ib, c. 63.
  18. Hemoldus Chron. Slavor. c. 91. ap. Pagium in not. ad Baroni.... omnes quos Imperialis aut timor, aut favor agebat.
  19. Chron. Neubrigensis ap. Bar. 1160. n. 2.... qui cum suis Ducibus terribilis aderat.
  20. Chron. Reicherspergensis ad an. 1160 ap. Pagium in not. ad Bar.... fuitque dissensio aliqua inter ipsos, quibusdam hunc, quibusdam illum Papam confirmare volentibus.
  21. Id. ib. Tertio itaque idus Februarii... Imperator omnes Episcopos convocans in hunc eos consensum, deduxit, ut omnes Victorem Papam susciperent. Cardin. de Arago: Vita Alex. III. S. R. I. V. 3. p. 1... Ideoque ut eos qui convenerant ad ipsius Octaviani obedientiam, et subiectionem inducere posset, quosdam blanditiis et variis promissionibus seduxit, quosdam minis et terroribus invitos traxit.
  22. Id. ib.
  23. Radev. lib. 2. c. 71.
  24. Acta et vita Alex. III. Card. de Arag. S. R. I. Vol. 3. P. 1.
  25. Id. ib.
  26. Lo stesso Radevico, che avea condotto la sua Cronaca fino a questi tempi, adulando sfrontatamente il suo divino Augusto, tronca il racconto ed abbandona il lettore; perchè non gli reggeva l’animo d’idolatrare più Federigo, reso così brutto dalle furiose smanie di persecutore della Chiesa. Il Canonico ebbe ragione.
  27. Bolland. Acta SS. 8. Maji.
  28. Sir Raul. S. R. I. V. 6. 1184. — Thrist. Calchi, ap. Burma. vol. 3. lib. IX. p. 243.
  29. Sir. Raul. ... accepta poenitentia...
  30. Sir Raul li chiama plaustrellos.
  31. Otto Morena I. R. S. v. 6. p. 1073. 1074.
  32. Sir Raul = Otto MorenaTrist. Calchi.
  33. Arnulphus Hist. Mediol. lib. 2. c. 16. S. R. I vol. IV.
  34. Vedi Nota A
  35. Sir Raul. col. 1185. — Otto Morena col. 1075. — Trist. Calchi lib. X col. 248.
  36. Vexillum eorum quod in curru superbe evexerunt in lutum dejecimus et destruximus..... Quamvis Longobardi innumerabiles a latere nostro per fugam recessissent, quamvis etiam interfectis aliquibus de nostris, magnum damnum recipissemus, illi profecto tot et tanta damna suorum acceperunt, quod nos damna nostra respectu illorum nulla reputavimus..... sic fugatis hostibus, nos ad Cumanam civitatem cum multis captivis reversi sumus. Apud Pertz. Monumenta Germaniae historica Tom. 11.
  37. Ibi..... Scire praeterea debet tua dilectio, quod omnes Principes Alemaniae expeditionem nostram promiserunt et juraverunt.... certus existens, quod nulli Principum expeditionem remittemus, quamvis multi querant absolvi.
  38. Tristan. Calchi, p. 249.
  39. Otto Morena p. 179 = Sir Raul. p. 1183.
  40. ... quorum unus Ego fui qui caeteris praessent, ut eorum arbitrio annona et vinum et merces venderentur, et pecunia mutuo daretur: quod in perniciem civitatis versum est... p. 1186.
  41. Trist. Calch. p. 251.
  42. Sir Raul. p. 1186. — Otto Morena p. 1097.
  43. Sir Raul. p. 1187.
  44. Giulini. Memorie di Milano, par. VI. p. 230. e segu.
  45. Vide Nota B.
  46. Burchardi Epist. S. R. I. vol. 6. p. 915.
  47. Burchardi Epist. S. R. I. vol. 6. p. 915.
  48. Vedi Nota C.
  49. ... Adeo ut nos qui intra solii Domini Imperatoris eramus, ruinam machinae veriti, excuteremur, Burch. Epist. S. R. I. Tom. 6.
  50. .... Sed Imperatoris facies non est immutata. Burchar. Epi.
  51. Id. ib.
  52. Sed solus Imperator faciem suam firmavit ut petram. Id.
  53. Opportuno tempore misericordiam se facturum, ex consilio, promisit.
  54. Id. ib.
  55. La campagna di Milano era gremita di queste rocche. Veggasi l’erudito Conte Giulini. Memorie storiche di Milano, Tom. 6. p. 241.
  56. Otto Morena p. 1103 e seg. — Sir Raul. p. 1187. — Trist. Calchi col. 253.
  57. ... qui omnes tantum ad destructionem conati sunt, quod usque ad proximam diem Dominicam Olivarum tot de moenibus civitatis consumaverunt, quod ab initio a nemine credebatur in duobus mensibus posse dissipari. Otto Morena pag. 1105.
  58. Vedi Puricelli, Mon. Ambros. n. 285. e presso il medesimo il Fiamma, Chron. Maj. c. 885.
  59. Vedi Nota D.
  60. Vedi Nota E.
  61. Vedi Nota F.
  62. ... mirae pulchritudinis, maximaeque altitudinis, et admirandae latitudinis, quale numquam fuisse dicitur in Italia. Ottonis Morenae pag. 1105.
  63. Vedi Nota G.
  64. Vedi Docum. H.
  65. L’Ughelli, il Coletti nell’Italia sacra, lo Spelta nella Storia dei Vescovi di Pavia rappresentano Pietro affocato partigiano della scisma; ma fu contro verità. Il Fumagalli lo ha purgato di questa infamia. Antichità Long. Mil. Diss. XI. n. 59. e seq.
  66. Otto Morena p. 1107.
  67. Tre diplomi spedì Federigo in Pavia coll’anzidetta formola: il primo del 27 Aprile, il secondo del 5 Giugno, il terzo del 7 dello stesso mese. Vedi Fumagal. Antich. Longo. Milan. Diss. XI p. 63. Murat. Antiq. Ital. Medii Ævi T. 1. diss. 2,
  68. Ego sum natus ad burgos, sed nescio quot anni sunt. Interrogatus quot annos recordatur, respondit: annos triginta sex: et prima memoria qua recordor, fuit rupta de Legnano. Lesse questo il Fumagalli in una carta dell’Archivio di Chiaravalle. Ant. Long. Mil. Diss. XI. p. 64.
  69. Morena pag. 1109. 1113.
  70. Caffari Annal. Genuen. lib. 1. S. R. I. vol. VI — Vedi questo diploma presso il Muratori, Antiq. Ital. med. Ævi Diss. 48.
  71. Sir Raul. p. 1187. = Trist. Calchi. Lib. X. p. 256. e seg.
  72. Vedi Docum. I.
  73. Sir. Raul. p. 1188.
  74. Idem p. 1189.
  75. Fumagalli. Antichi. Long. Milan. Dissert. XI. p. 74.
  76. Card. Aragon. Vita Alex. III. S. R. I. tom. 3. p. 551.
  77. Baron. Annal. 1159. 1160.
  78. Card. Arag. Vita Alex. III. 7. 3. S. R. I. p. 452. Apud se cogitavit, sicut homo hujus saeculi prudentissimus sagax et callidus, qualiter posset Alexandrum, et idolum suum, judicio universalis Ecclesiae ter dejicere, atque personam tertiam in R. Pontificem ordinare.
  79. Vedi Docum. K.
  80. In Epistolis Ludovici Regis. VII. ap. Duchesne Tom. IV. p. 94.
  81. Ott. Morenae p. 1121. 1123.
  82. Giulini Mem. di Mil. Par: VI. p. 320.
  83. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 455. = Vedi l’Epistola scritta a S. Tommaso di Cantorbery intorno alla morte dell’Antipapa, appresso il Baronio. an. 1164. XXIX.
  84. Card Arag. ib.
  85. Sir Raul. 1189. 1190.
  86. Vedi Docum. L.
  87. Il dottissimo Abate Fumagalli pone a rassegna alcune scritture ed istrumenti fatti al tempo che i Milanesi erano dispersi in que’ borghi. Da quelle potrà il lettore vedere a che termine di miseria fossero condotti quegli infelici. Antichi. Long. Milan. Diss. XI. p. 81.
  88. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 456.
  89. Card. de Arag. p. 455.
  90. Andrea Danduli lib. IX.
  91. Cardin. Arag. pag. 456. — Cinnam. Script. Byzant. tom. XI. p. 103.
  92. S. R. I. tom. VI col. 202.
  93. Sigon. de Regno Ital. lib. XIII. pag. 769.
  94. Murat. Antiq. Med. Evi. Diss. 48. p. 258.
  95. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 456.
  96. Sir. Raul. p. 1189.
  97. Vedi Antichi Long. Mil. del Fumagalli Diss. XI p. 56 e Diss. XXV p. 156.
  98. Trist. Calchi. lib. XI pag. 265.
  99. Sigonio lib. XIII p. 771 = Savioli Annal. Bologn. an. 1164. p. 349. e la nota (G).
  100. Sigon. ib.
  101. Otto a S. Biasio Chron. c. 18. e 19. S. R. I. tom. 6. p.875.
  102. Abbas Usper. Chron. p. 293.
  103. Vedi Pagi. Breviar. Hist. tom. 3. p. 79. — Cardella, Storia de Cardinali, tom. 1. p. 100.
  104. Chron. Fossae Novae.
  105. Card. Arag. p. 456.
  106. Annal. Genuen.
  107. Card. Arag. p. 456. = Romual. Salernit. Chron. S. R. I. t. 6. pag. 205.
  108. Card. Arag. ib.
  109. Vedi Doc. M.
  110. Epistola Otton. Card. ad S. Thom. Cantuar. ut supra.
  111. Card. Arag. Vita Alex. III p. 457 = Verci, Storia degli Eccelini T. 1. p. 225.
  112. Appresso il Baron. an. 1166. n. VIII. Cod. Vatic. lib. 1. ep. 72.
  113. Epist. Fride. ap. Baron. an. 1166. n. 3. Cod. Vat. lib. 1. ep. 70.
  114. Epist. Henri. ap. Baron. an. 1166. num. 1. Cod. Vat. lib. 1. ep. 69.
  115. Epist. ap. Baron. ibid.
  116. Epist. Joannis Salesberiensis ad Gerardum. ap. Baron. Cod. Vat. lib. I. ep. 69.
  117. Sir. Raul. p. 1190.
  118. Otto Moren. p. 1127. Sir Raul ib.
  119. Sir Raul. = Card. Arag. Vita Alex. III. p. 457.
  120. Caffari Annal. Gen. lib. 2. p. 313 e seg.
  121. Morena 1133 = Sir Raul. = Urstis, Hist. German. Appendic. Incerti Auctor, ad Radevic. p. 559. = Gli ostaggi furono mandati a Pavia non a Parma, come ha il codice di Morena che pubblicò il Muratori, secondo l’avviso del Savioli. Annal. Bolognesi, an. 1167. nota A.
  122. Card. Arag. 457.
  123. Id. ib.
  124. Joann. Cinnami Histo: lib. V. Hist. Byzant. Script. T. XI.
  125. Joannis Cinnami Historiar. Lib. V c. IV. Histo: Byz. Scrip. T. XI. — Card. Arag. Vita Alex. III p. 438.
  126. Card. Arag. Vita Alex. III. p. 457.
  127. Acerb. Morena. 1151. — Card. Arag. Vit. Alex. III p. 459.
  128. Acerbus Morena p. 1151. 1153. Card. Arag. 458.
  129. Contin. Acerbi Morenae p. 1152. 1153 — Card. Arag. p. 459. — Otto e S. Blasio Chron. c. 20. p. 875.
  130. Vedi Vicende di Milano ec. p. 46.
  131. Memorie ec. di Milano Vol. 6. p. 37.
  132. Ibi.
  133. pag. 1101.
  134. p. 6. in nota.
  135. Anony. De situ urbis Mediola. ubi de depositione S. Materni. Vedi Giulini vol. 6. p. 246.
  136. Flamma, Chron. Maj. ap. Giulini vol. 6. p. 257.
  137. Fumagalli; Antichi. Longobar. Milanesi, T. 2. p. 38. Diss. XI.
  138. Flamma, Chron. Maj, ap. Puricelli. Monum. Ambrosian. n. 441.