Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/1

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CAPITOLO I
Estensione e forza militare dell'Impero nel secolo degli Antonini.

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CAPITOLO I
Estensione e forza militare dell'Impero nel secolo degli Antonini.
Prefazione dell'autore 2


Nel secondo secolo dell’Era cristiana, l’Impero di Roma comprendeva la parte più bella della Terra, e la porzione più civile del genere umano. Il valore, la disciplina, e l’antica rinomanza difendevano le frontiere di quella vasta monarchia. La gentile, ma potente influenza delle leggi e dei costumi aveva a poco a poco assodata l’unione delle province, i cui pacifici abitatori godevano ed abusavano dei vantaggi che nascono dalle ricchezze e dal lusso. Si conservava ancora, con decente rispetto, l’immagine di una libera costituzione; e l’autorità sovrana apparentemente risedeva nel Senato romano, il quale affidava agl’Imperatori

[Dal 98. al 180.]

tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso di più d’ottant’anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco Antonino; rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le nazioni della terra tuttor si risentono.

Le principali conquiste dei Romani furon terminate al tempo della Repubblica, e gl’Imperatori quasi tutti si contentarono di conservare quegli Stati, che la politica del Senato, l’attiva emulazione dei Consoli, ed il marziale entusiasmo del popolo avevano acquistati. I sette primi secoli furono una rapida successione di trionfi; ma era riservato ad Augusto di abbandonare l’ambizioso disegno di soggiogare tutta la Terra, e introdurre nei pubblici Consigli uno spirito di moderazione. Egli, e per temperamento e per le circostanze, inclinato alla pace, facilmente conobbe, che Roma in quello stato di elevazione avea molto più da temer che da sperare per l’evento dell’armi; e che nella continuazione di guerre remote, l’impresa diveniva ogni dì più difficile, più incerto l’esito, il possesso più precario e men vantaggioso. L’esperienza di Augusto aggiunse peso a queste savie riflessioni, ed efficacemente il convinse, che col prudente vigor dei consigli, agevole gli riuscirebbe ottenere ogni concessione cui la salvezza o la dignità di Roma potesse richiedere dai più formidabili Barbari. Invece di espor se e le sue legioni ai dardi dei Parti, egli ottenne con un trattato onorifico la restituzione delle insegne e dei prigionieri stati già presi nella disfatta di Crasso1. Nel principio del suo regno tentarono i suoi Generali di soggiogare l’Etiopia e l’Arabia Felice. S’innoltrarono essi per mille miglia verso la parte meridionale del Tropico; ma l’eccessivo calore del clima ben tosto respinse questi invasori, e difese i pacifici abitatori di quelle separate contrade2

Le regioni settentrionali dell’Europa meritavano appena la spesa e la fatica di conquistarle. Le foreste e le paludi della Germania erano popolate da una moltitudine di uomini barbari e coraggiosi, che disprezzavano una vita, a cui la libertà non fosse compagna; e sebbene nel primo assalto parvero cedere al peso della potenza romana, ben presto con un atto segnalato di disperazione riacquistarono la loro indipendenza, e rammentarono ad Augusto le vicende della fortuna3 Dopo la morte di questo Imperatore fu il suo testamento pubblicamente letto in Senato. Lasciava egli a’ suoi successori, come legato importante, il consiglio di contenere l’Impero in quei limiti, che la natura medesima pareva aver posti per sue stabili barriere e confini. A ponente l’Oceano Atlantico; a tramontana il Reno ed il Danubio; l’Eufrate a levante, e verso il mezzogiorno gli arenosi deserti dell’Arabia e dell’Affrica4

Fu gran fortuna pel riposo del genere umano, che i vizj ed il timore obbligassero i primi successori di Augusto ad apprendersi al moderato sistema, che la prudenza di lui aveva raccomandato. Occupati nel correr dietro al piacere, o nell’esercizio della tirannide, i primi Cesari raramente si mostravano agli eserciti od alle province; nè erano disposti a soffrire, che la condotta ed il valore dei loro comandanti usurpassero i trionfi, trascurati dalla loro indolenza. La gloria militare di un suddito era riguardata come una insolente usurpazione della prerogativa imperiale; e divenne un dovere egualmente che un interesse di ogni Generale romano il difendere le frontiere affidate alla sua cura, senza aspirare a conquiste, che sarebber potute divenire non meno fatali a lui stesso, che ai Barbari da lui soggiogati5

L’unico ingrandimento che ricevesse l’Impero romano, nel primo secolo dell’Era cristiana, fu la provincia della Britannia. In questa sola circostanza i successori di Cesare e di Augusto crederono di dover seguire piuttosto l’esempio del primo, che il precetto del secondo. La sua situazione, vicina alle coste della Gallia, pareva invitar le lor armi; la lusinghiera, sebbene incerta speranza della pesca delle perle vi chiamava la loro avarizia6; e poichè la Britannia era considerata come un Mondo distinto ed isolato, la sua conquista faceva appena eccezione al general sistema dei confini nel continente. Dopo una guerra di circa 40 anni7 intrapresa dal più stupido, continuata dal più dissoluto, e terminata dal più timido di tutti gl’Imperatori, la maggior parte dell’isola soggiacque al giogo romano8

Le diverse tribù dei Britanni avevan valore senza condotta, ed amore di libertà senza spirito di unione. Prendevano le armi con una ferocia selvaggia, le posavano, o se le rivolgevano gli uni contro gli altri con una fiera incostanza; e mentre combattevan divisi, venivano successivamente domati. Nè la fortezza di Caractaco, nè la disperazione di Boadicea, nè il fanatismo dei Druidi potè preservare la lor patria dalla schiavitù, o resistere ai saldi progressi dei Generali cesarei, che sostenevano la gloria della nazione, mentre il trono era disonorato dai più vili e più viziosi degli uomini. Nel tempo stesso in cui Domiziano, confinato nel suo palazzo, sentiva i terrori ch’egli inspirava, le sue legioni, comandate dal virtuoso Agricola, disfacevano le forze riunite dei Caledonj a piè delle colline Grampiane, ed i suoi vascelli, arrischiatisi a scoprire una navigazione sconosciuta e perigliosa, spiegavano le insegne romane intorno ad ogni parte dell’isola. La conquista della Britannia già si riguardava come terminata; ed Agricola aveva disegno di compirne ed assicurarne il successo con la facile riduzion dell’Irlanda, per la quale credea sufficiente una legione con poche truppe ausiliari9

Il possesso di questa isola occidentale potea divenir vantaggioso; ed i Britanni avrebbero portate le loro catene con minor ripugnanza, se l’esempio e l’aspetto della libertà fosse loro stato per ogni parte tolto dagli occhi.

Ma il merito preminente di Agricola cagionò ben presto il suo richiamo dal governo della Britannia, e sconcertò per sempre quel vasto, ma ragionato piano di conquista. Avanti la sua partenza, il prudente Generale aveva provveduto alla sicurezza non men che al possesso. Osservando che l’isola è quasi divisa in due parti diseguali dagli opposti golfi, chiamati adesso le Sirti di Scozia, avea tirato, a traverso l’angusto intervallo di circa 40 miglia, una linea di posti militari, la qual fu poi fortificata nel regno di Antonino Pio con un terrapieno alzato su fondamenti di pietra10

Questa muraglia di Antonino, poco al di là delle moderne città di Edimburgo e Glascovia, fu stabilita come il confine della provincia romana. I nativi Caledonj, nell’estremità settentrionale dell’isola, conservarono la loro selvaggia indipendenza, della quale andarono debitori alla loro povertà non meno che al loro valore. Furono spesso e respinte e punite le loro incursioni, ma il lor paese non fu mai soggiogato11

I padroni delle contrade più belle e più ricche del globo, con disprezzo si allontanavano dai cupi monti, dove sempre regnano le tempeste del verno, dai laghi coperti di azzurra nebbia, e dalle fredde e solitarie macchie, dove i cervi della foresta erano inseguiti da una truppa di nudi Selvaggi12.

Questo era lo stato delle frontiere romane, e tali eran le massime della politica imperiale, dalla morte di Augusto fino all’esaltazione di Traiano. Questo Principe virtuoso ed attivo, all’educazione di un soldato univa i talenti di un Generale13

Il pacifico sistema de’ suoi predecessori fu interrotto da scene di guerra e di conquista; e le legioni, dopo un lungo intervallo, videro finalmente alla loro testa un Imperatore soldato. Le prime imprese di Traiano furono contro i Daci, popoli i più bellicosi tra quelli che abitavano di là dal Danubio, e che sotto il regno di Domiziano avevano impunemente insultato la maestà di Roma14. Alla forza ed alla ferocia propria dei Barbari, essi univano un disprezzo per la vita, originato in loro dalla ferma persuasione della immortalità e trasmigrazione delle anime15

Decebalo, lor Re, si mostrò rivale non indegno di Traiano; nè disperò mai della propria e della pubblica fortuna, finchè, per confessione ancora de’ suoi nemici, non ebbe esauriti tutti i ripieghi del valore e della politica16. Questa memorabil guerra, interrotta da una brevissima tregua, durò cinque anni; e siccome l’Imperatore potè impiegarvi, senza riserva, le intere forze dello Stato, essa finì con la perfetta sommissione dei Barbari17

La nuova provincia della Dacia, che formava una seconda eccezione al precetto di Augusto, aveva quasi mille trecento miglia di circonferenza. I suoi naturali confini erano il Niester, il Teyso ossia Tibisco, il Danubio inferiore, e il mare Eusino. Si vedono ancora i vestigi di una via militare dalle rive del Danubio fino alle vicinanze di Bender, piazza famosa nella storia moderna, ed ora frontiera dell’Impero turco e del russo18

Traiano era avido di gloria, e finchè gli uomini saranno più liberali di applausi verso chi li distrugge che verso chi li benefica, la sete della gloria militare sarà sempre il vizio degli animi più elevati. Le lodi di Alessandro, trasmesse da una successione di poeti e di storici, avevano accesa nello spirito di Traiano una pericolosa emulazione. Simile ad Alessandro, l’Imperatore romano intraprese una spedizione contro le nazioni dell’Oriente, ma sospirando si lamentava che la sua età avanzata non gli lasciasse speranza di eguagliare la fama del figliuol di Filippo19

I successi però di Traiano furon rapidi ed insigni, benchè passeggieri. I Parti, già degenerati e divisi per le intestine discordie, fuggirono dinanzi alle sue armi. Egli trionfante scese pel fiume Tigri, dalle montagne della Armenia fino al golfo Persico, e godè l’onore di essere il primo, come ei fu l’ultimo, dei Generali romani che navigasse in quel mare lontano. Le sue flotte devastarono le coste dell’Arabia; e Traiano si lusingò, ma indarno, di toccare i confini dell’India20

Ogni giorno il Senato riceveva con istupore la notizia di nuovi nomi e di nuove nazioni, le quali riconoscevano la sua autorità. Seppe che i Re del Bosforo, di Colco, dell’Iberia, dell’Albania, di Osroene e sino il Monarca istesso dei Parti avevano accettato i loro diademi dalle mani dell’Imperatore; che le indipendenti tribù delle montagne della Media e dei monti Carduchi avevano implorata la sua protezione, e che le doviziose regioni dell’Armenia, della Mesopotamia e dell’Assiria erano ridotte in province21

Ma la morte di Traiano oscurò in un momento un prospetto così luminoso; ed era giustamente da temersi, che tante lontane nazioni non iscuotessero il giogo insolito, quando non più le frenasse la mano possente che loro avealo imposto.

Era antica tradizione, che quando un Re di Roma fabbricò il Campidoglio, il Dio Termine (che presedeva ai confini, e secondo l’uso di quei secoli veniva rappresentato da una gran pietra) fosse il solo tra tutti gli Dei inferiori, che ricusasse di cedere il suo posto a Giove medesimo. Da questa ostinazione si dedusse una favorevol conseguenza, interpretata dagli Auguri come sicuro presagio, che i confini della potenza romana non si sarebber ristretti giammai22

Per molti secoli la predizione, come è solito, contribuì al suo adempimento23

Ma quel Dio Termine, che avea resistito alla maestà di Giove, cedè all’autorità di Adriano. La cessione di tutte le conquiste orientali di Traiano fu la prima determinazione del suo regno. Egli rendè ai Parti il diritto di eleggere un Sovrano indipendente, ritirò le guarnigioni romane dalle province dell’Armenia, della Mesopotamia e dell’Assiria, e secondo il precetto di Augusto, stabilì un’altra volta l’Eufrate per frontiera dell’Impero24

La critica, che processa le azioni pubbliche ed i motivi privati dei Principi, ha imputata all’invidia una condotta, che potrebbe attribuirsi alla prudenza ed alla moderazione di Adriano. Il carattere incostante di questo Imperatore, capace a vicenda e dei più bassi e dei più generosi sentimenti, può dare qualche colore al sospetto. Non poteva egli per altro mettere in luce più luminosa la superiorità del suo predecessore, se non se confessandosi in tal modo incapace di difendere quello che Traiano avea conquistato.

Lo spirito marziale ed ambizioso di Traiano faceva un contrasto molto singolare con la moderazione del suo successore; nè men notevole fu l’inquieta attività di Adriano, ove si paragoni al tranquillo riposo di Antonino Pio. La vita di Adriano fu quasi un viaggio continuo; e siccome possedeva i diversi talenti di soldato, di politico e di letterato, così contentava la sua curiosità, soddisfacendo al suo dovere. Non curando la differenza delle stagioni e dei climi, andava a piedi e a testa nuda sulle nevi della Caledonia, e sulle cocenti pianure dell’Egitto superiore; nè vi fu provincia dell’Impero che nel corso del regno di lui, non fosse onorata dalla presenza del suo Monarca25

Al contrario, Antonino Pio passò la sua vita tranquilla in seno all’Italia; e nel corso di ventitre anni che tenne la pubblica amministrazione, i più lunghi viaggi di questo Principe amabile non si estesero più in là che dal palazzo di Roma al suo ritiro nella villa Lanuvia26


Non ostante questa differenza nella lor personale condotta, Adriano, e i due Antonini egualmente adottarono, e seguirono uniformemente il sistema generale di Augusto. Essi persisterono nel disegno di mantenere la dignità dell’Impero senza tentare di estenderne i confini. Con ogni onorevole espediente invitarono i Barbari alla loro amicizia, e procurarono di convincere il genere umano, che la romana potenza, superiore alla brama di conquistare, era soltanto animata dall’amore dell’ordine e della giustizia. Per il lungo giro di quarantatre anni un prospero successo coronò le loro virtuose fatiche; e se si eccettuino poche leggiere ostilità, che servirono ad esercitare le legioni delle frontiere, i regni di Adriano e di Antonino Pio presentano il bel prospetto di una pace universale27

Il nome romano era venerato dalle più remote nazioni della Terra. I Barbari più feroci spesso eleggevano l’Imperatore per arbitro delle loro dissensioni; ed uno storico contemporaneo, racconta di aver veduto imbasciatori venuti a richiedere l’onore, che lor fu ricusato, di esser ammessi nel numero dei sudditi28

Il terror dell’armi romane aggiungeva peso e dignità alla moderazione degl’Imperatori. Essi mantennero la pace col prepararsi costantemente alla guerra; e mentre la giustizia dirigeva la loro condotta, facevan conoscere alle nazioni confinanti, che, alieni dal far alcuna ingiuria, non eran neppur disposti a soffrirla. La forza militare, che ad Adriano e ad Antonino il Maggiore era bastato mostrare, fu impiegata contro i Parti ed i Germani dall’Imperatore Marco. Le ostilità dei Barbari provocarono il risentimento di questo Monarca filosofo, e nella continuazione di una giusta difesa, Marco ed i suoi Generali ottennero molte segnalate vittorie sull’Eufrate e sul Danubio29

Gli stabilimenti militari dell’Impero romano, che ne assicuravano o la tranquillità od i progressi, diverranno adesso il proprio ed importante argomento della nostra attenzione.

Nei secoli più belli della repubblica, l’uso delle armi era riservato per quegli ordini di cittadini, che avevano una patria da amare, un patrimonio da difendere, e qualche parte in promulgar quelle leggi, che era loro interesse e dovere di conservare. Ma a misura che la pubblica libertà scemò con l’estensione delle conquiste, la guerra a poco a poco si ridusse ad un’arte, e degenerò in un mestiero30

Le legioni medesime, anche quando erano reclutate nelle più lontane province, si tenevano per composte di cittadini romani. Questa distinzione era considerata generalmente o come qualificazione legale, o come ricompensa propria per un soldato; ma si avea un riguardo più serio al merito essenziale dell’età, della forza, e della statura militare31

In tutte le leve si preferivano giustamente i climi settentrionali a quelli del mezzogiorno. Si cercavan piuttosto nelle campagne che nelle città gli uomini nati all’esercizio delle armi; e si presumeva con molta ragione, che i faticosi esercizj dei fabbri, dei legnaiuoli e dei cacciatori dessero più vigore e più risolutezza, che le arti sedentarie impiegate in servizio del lusso32

Dopo che la qualità di proprietario non fu più considerata, gli eserciti degl’Imperatori romani erano sempre comandati per la maggior parte da uffiziali di nascita e di educazione liberale; ma i soldati comuni, come le truppe mercenarie della moderna Europa, erano tratti dalla più vile e spesso ancora dalla più scellerata parte degli uomini.

Quella pubblica virtù, che gli antichi chiamarono patriottismo, è prodotta dal forte sentimento dell’interesse, che abbiamo nella conservazione e prosperità del libero governo, del quale noi siamo membri. Un tal sentimento che avea renduto le legioni della Repubblica quasi invincibili, non potea fare che una debolissima impressione nei servi mercenarj di un Principe dispotico; e diventò necessario il supplire a questo difetto con altri motivi di diversa, ma molto efficace natura, l’onore e la religione. Il contadino o l’artigiano s’imbevè dell’utile pregiudizio, che esso era innalzato alla più nobile professione delle armi, nella quale il suo grado e la sua riputazione dipenderebbe soltanto dal suo valore; e che sebbene la prodezza di un privato soldato potesse sfuggire alla notizia della fama, sarebbe però in suo potere di arrecar gloria o vergogna alla compagnia, alla legione, e fino all’armata, ai cui onori esso era associato. Appena arrolato, se gli dava il giuramento con ogni solennità. Prometteva di non mai abbandonare la sua insegna, di sottomettere il proprio volere ai comandi de’ suoi condottieri, e di sacrificare la vita per la salvezza dell’Imperatore e dell’Impero33

L’affetto delle truppe romane per le loro insegne, era loro inspirato dalla doppia influenza della religione e dell’onore. L’Aquila d’oro, che riluceva alla testa della legione, era argomento della loro più tenera divozione; nè si riputava cosa meno empia che infame, l’abbandonare quella sacra insegna nel tempo del pericolo34

Questi motivi, che dovevano la loro forza alla immaginazione, erano avvalorati da timori e da speranze di un genere più sostanziale. La paga regolare, i donativi nelle diverse occasioni, ed una sicura ricompensa alla fine del servizio, alleggerivano le asprezze della vita militare35, mentre dall’altra parte era impossibile alla codardia o alla disobbedienza di schivare il più severo castigo. I Centurioni potevano castigare con le percosse; i Generali avevano diritto di punir con la morte; ed era massima inflessibile della disciplina romana, che un buon soldato dovea temere i suoi uffiziali più che i nemici. Da tali lodevoli artifizj il valore delle truppe imperiali ricevè un grado di fermezza e di docilità, di cui non eran capaci le impetuose ed irregolari passioni dei Barbari.

E non ostante i Romani eran sì persuasi dell’imperfezione del valore, disgiunto dalla perizia e dalla pratica, che nella lor lingua il nome di una armata era tratto dalla parola che significa esercizio36

Gli esercizj militari erano l’importante e continuo oggetto della lor disciplina. Le reclute ed i soldati novizj venivano costantemente esercitati la mattina e la sera, nè l’età o la perizia poteano esentare i veterani dalla giornaliera ripetizione di ciò che avevano perfettamente imparato. Si fabbricavano vaste gallerie nei quartieri d’inverno, affinchè le loro utili fatiche non fossero in alcun modo interrotte dai tempi i più procellosi; e si osservava diligentemente che le armi, destinate a questa guerra simulata, fossero di peso doppio di quello che si richiedeva nell’azione reale37

Non è il fine di questa opera l’entrare in alcuna minuta descrizione dei romani esercizj. Soltanto osserveremo che comprendevano tutto ciò che poteva accrescer forza al corpo, attività alle membra, o grazia ai movimenti. I soldati erano diligentemente ammaestrati a marciare, a correre, a saltare, a nuotare, a portare gravi pesi, a maneggiare ogni sorta d’armi, che si usasse per offesa o per difesa, o in battaglia lontana, o in un assalto più stretto, a fare una varietà di evoluzioni, ed a moversi a suon di flauto nel ballo pirrico o marziale38

In mezzo alla pace le truppe romane si rendevano familiare la pratica della guerra; e bene osserva un antico Istorico, il quale avea combattuto contro di loro, che l’effusione del sangue era la sola circostanza che distinguesse un campo di battaglia da un campo di esercizio39

Era politica dei più abili Generali, ed anche degli stessi Imperatori, d’incoraggiare con la loro presenza e col loro esempio questi studj militari; e sappiamo che Adriano e Traiano si degnavano spesso d’istruire i soldati inesperti, di rimunerare i diligenti, e talvolta di disputare con essi il premio della superiorità nella forza o nella destrezza40

Nei regni di questi Principi la tattica fu coltivata con buon successo; e finchè l’Impero ebbe qualche vigore, le loro istruzioni militari furono rispettate come il più perfetto modello della disciplina romana.

Nove secoli di guerra avevano a poco a poco introdotto nel servizio militare molte alterazioni e molti miglioramenti. Le legioni, secondo la descrizione che ne dà Polibio41, al tempo delle guerre Puniche, differivano molto sostanzialmente da quelle che riportarono le vittorie di Cesare, o difesero la monarchia sotto Adriano e gli Antonini. Lo stato della Legione Imperiale si può descrivere in poche parole42. L’infanteria grave, che componeva la sua forza principale43, era divisa in dieci coorti, e cinquantacinque compagnie, sotto gli ordini di un numero corrispondente di Tribuni e di Centurioni. La prima coorte, che sempre pretendeva il posto di onore, e la custodia dell’Aquila, era composta di 1105 soldati, i più esperimentati per valore e per fedeltà. Le altre nove coorti erano ciascuna di 555 e l’intero corpo dell’infanteria legionaria ascendeva a 6100 uomini.

Le loro armi erano uniformi, e maravigliosamente adattate alla natura del loro servizio; un elmo aperto con un alto cimiero, un pettorale, o un giacco di maglia, le gambiere, e un ampio scudo dal braccio sinistro. Lo scudo era di figura bislunga e concava, quattro piedi lungo, e largo due e mezzo, fatto di un legno leggiero, coperto di pelle di toro, e fortemente difeso con piastre di rame. Oltre una lancia più leggiera, il soldato legionario teneva nella diritta il formidabile Pilo, dardo pesante, la cui maggior lunghezza era di sei piedi, e che era terminato da una massiccia punta triangolare di acciaio, lunga diciotto pollici44

Questo istrumento era per vero dire molto inferiore alle moderne armi da fuoco; giacchè terminava in una sola scarica, alla distanza soltanto di dieci o dodici passi. Quando però era lanciato da una mano forte ed esperta, non v’era cavalleria alcuna che ardisse avanzarsi dentro il suo tiro, nè scudo, nè corsaletto che potesse sostenere l’impetuosità del suo peso. Appena il soldato romano avea lanciato il suo Pilo, sguainava la spada, e correva alle strette con il nemico. Questa era una lama spagnuola corta e ben temprata a doppio filo, e propria ad usarsi egualmente e di taglio e di punta; ma il soldato era sempre avvertito di preferire l’ultimo modo, poichè così il suo corpo restava meno esposto, mentre portava più pericolosa ferita al nemico45

La legione ordinariamente si schierava con otto soldati di profondità, e si lasciava la regolar distanza di tre piedi sì tra le file che tra gli ordini46. Un corpo di truppe assuefatto a conservare quest’ordine di distanza, schierato in una larga fronte, e pronto a correr velocemente all’assalto, era atto ad eseguire qualunque disposizione, che le circostanze della guerra, o l’abilità del condottiere potessero suggerire. Il soldato aveva un libero spazio per le sue armi ed i suoi movimenti, e si lasciavano intervalli bastanti, per li quali si potessero a tempo introdurre rinforzi in sostegno de’ combattenti spossati47

Le tattiche dei Greci e dei Macedoni erano fondate sopra principj molto diversi. La forza della falange consisteva in sedici file di lunghe picche, serrate strettamente fra loro48

Ma presto si scoprì con la riflessione non meno che con l’esperienza, che la forza della falange non poteva contrastare con l’attività della legione49


La cavalleria, senza la quale la forza della legione sarebbe rimasta imperfetta, era divisa in dieci truppe o squadroni; il primo, come compagno della prima coorte, era composto di 132 uomini, mentre ciascuno degli altri nove ascendeva solamente a 66. L’intero corpo formava (se si può usare la moderna espressione) un reggimento di 726 cavalli, naturalmente unito con la sua propria legione, ma separato secondo il bisogno per agire nella linea, e per comporre una parte delle ali dell’armata50

La cavalleria degl’Imperatori non era più composta, come quella dell’antica repubblica, dei più nobili giovani di Roma e dell’Italia, i quali facendo il loro servizio militare a cavallo, si preparavano per gli uffizj di Senatore e di Console; e sollecitavano con azioni di valore i futuri suffragi dei loro concittadini51

Dopo la mutazione dei costumi del governo i più facoltosi dell’ordine equestre erano impiegati nell’amministrazione della giustizia e delle pubbliche rendite52, e qualora abbracciavano la professione dell’armi, era loro immediatamente affidata la guida di una truppa di cavalli, o di una coorte di uomini a piedi53

Traiano ed Adriano levarono la loro cavalleria dalle stesse province, e dalla stessa classe di sudditi, che fornivano gli uomini per la legione. I cavalli erano per la maggiore parte di Spagna o di Cappadocia. La cavalleria romana disprezzava l’armatura intera, con cui s’aggravava la cavalleria orientale. Le sue più solite armi consistevano in un elmo, in uno scudo bislungo, in leggieri stivali, e in un giacco di maglia. Un dardo, ed una lunga e larga spada erano le principali armi di offesa. L’uso delle lance e delle mazze di ferro sembra che lo prendesse dai Barbari54 La salvezza e l’onore dell’Impero eran principalmente affidati alle legioni, ma la politica di Roma condescendeva ad adottare qualunque utile strumento di guerra. Si facevano regolarmente leve considerabili tra i provinciali, che non aveano ancora meritata l’onorevole distinzione di cittadini romani. Si permetteva a vari Principi, ed a varie Comunità, sparse intorno alle frontiere dipendenti, di conservare per un tempo la loro libertà e sicurezza con l’obbligo di prestar servizio militare55

Eziandio le truppe scelte dei Barbari nemici erano spesso forzate o indotte ad esercitare il loro pericoloso valore in climi remoti, e in servizio dello Stato56

Tutti questi eran compresi sotto il nome generale di ausiliari, e comunque potessero variare per la diversità dei tempi o delle circostanze, rare volte però il loro numero era inferiore a quello delle legioni medesime57

Le truppe più valorose e fedeli tra le ausiliari erano poste sotto il comando dei Prefetti e dei Centurioni e severamente esercitate nelle arti della disciplina romana; ma per la maggior parte ritenevano quelle armi, alle quali più particolarmente le rendevano atte o la natura della patria, o la prima educazione della vita. Con queste istituzioni ogni legione, a cui si assegnava una certa porzione di ausiliari, conteneva in se ogni sorta di truppe più leggiere, e di armi lanciabili; ed era capace di affrontarsi con ogni nazione per la superiorità delle sue rispettive armi e della sua disciplina58

Nè era la legione priva affatto di ciò che nel moderno linguaggio si chiamerebbe treno di artiglieria. Consisteva questo in dieci macchine militari delle più grandi, ed in cinquantacinque più piccole, ciascuna delle quali obliquamente o orizzontalmente lanciava pietre e dardi con violenza irresistibile59

Il campo di una legione Romana presentava l’aspetto di una città fortificata60

Appena ne era segnato la spazio, i guastatori ne spianavano esattamente il terreno, e toglievano ogni impedimento che potesse interromperne la perfetta regolarità. La sua forma era perfettamente quadrangolare; e può calcolarsi che un quadrato, del quale ogni lato era quasi due mila piedi, bastava per l’accampamento di 20000 romani; sebbene un simil numero delle nostre truppe presenterebbe al nemico una fronte di un’estensione più che triplicata. In mezzo al campo, il Pretorio o sia quartier generale, signoreggiava tutti gli altri; la cavalleria, l’infanteria e gli ausiliari occupavano i loro respettivi posti; le strade erano ampie e perfettamente diritte, e si lasciava da tutte le parti uno spazio vuoto di 200 piedi tra le tende e il terrapieno. Questo era ordinariamente alto dodici piedi, armato con una linea di palizzate forti e incrociate, e difeso da una fossa profonda e larga dodici piedi. Questo importante lavoro si faceva dai legionari medesimi, ai quali l’uso della zappa e della vanga non era meno familiare che quello della spada o del pilo. Una valorosa attività può sovente esser dono della natura: ma una diligenza così paziente non può esser frutto che dell’abito e della disciplina61

Ogni volta che la tromba dava il segno della partenza, il campo era quasi in un istante disfatto; e le truppe correvano ai loro ordini senza tardanza o confusione. Oltre le loro armi, che i legionari appena consideravano come un imbarazzo, portavano ancora i loro utensili da cucina, gl’instrumenti di fortificazione, e la provvisione di molti giorni62

Sotto questo peso che opprimerebbe la delicatezza di un soldato moderno, erano avvezzati a fare di passo regolare quasi venti miglia in sei ore63 All’apparir del nemico gettavano il lor bagaglio, e con evoluzioni facili e rapide convertivano la colonna di marcia in ordine di battaglia64

I frombolieri e gli arcieri scaramucciavano alla fronte; gli ausiliari formavano la prima linea, ed erano secondati o sostenuti dal nerbo delle legioni. La cavalleria copriva i fianchi, e le macchine militari erano poste nella retroguardia.

Tali erano le arti della guerra, con le quali gl’Imperatori Romani difesero le loro vaste conquiste, e conservarono lo spirito militare in un tempo, in cui ogni altra virtù era oppressa dal lusso e dal dispotismo. Se nella considerazione de’ loro eserciti noi passiamo dalla loro disciplina al lor numero, non sarà facile il definirlo con sufficiente esattezza. Si può computare però che la legione, la quale per se stessa era un corpo di 6831 soldati romani, poteva con i suoi seguaci ausiliari ascendere a quasi 12500 uomini. Lo stato delle truppe di Adriano e de’ suoi successori in tempo di pace non era composto di meno che di trenta di questi formidabili corpi; e formava molto probabilmente una forza permanente di 375000 uomini. In vece di esser confinate tra le mura delle città fortificate, che i Romani riguardavano come il rifugio della debolezza o della pusillanimità, le legioni erano accampate sulle rive dei gran fiumi, e lungo le frontiere dei Barbari. Siccome i loro quartieri restavano per la maggior parte fissi e permanenti, possiamo arrischiarci a descrivere la distribuzion delle truppe. Tre legioni bastavano per la Britannia. La forza principale era sul Danubio e sul Reno, e consisteva in sedici legioni distribuite in questo modo; due nella Germania inferiore, e tre nella superiore; una nella Rezia, una nel Norico, quattro nella Pannonia, tre nella Mesia, e due nella Dacia. La difesa dell’Eufrate era affidata a otto legioni, sei delle quali erano poste nella Siria, e le altre due nella Cappadocia. Riguardo all’Egitto, all’Affrica e alla Spagna, siccome erano molto lontane dal divenire importante teatro di guerra, una sola legione manteneva la domestica tranquillità di ciascuna di queste vaste province. Neppur l’Italia era lasciata priva di forza militare. Quasi 20000 soldati scelti, e distinti con titoli di coorti della città e di guardie pretoriane, vegliavano alla salvezza del Monarca e della capitale. I Pretoriani, come autori di quasi tutte le rivoluzioni che lacerarono l’Impero, richiameranno ben presto e strepitosamente la nostra attenzione; ma nelle loro armi e nelle loro istituzioni non possiamo trovare alcuna circostanza che li distingua dalle legioni, se questa non fosse una splendida comparsa, ed una disciplina men rigorosa65

La forza navale mantenuta dagl’Imperatori potrebbe sembrare inadeguata alla loro grandezza; ma era sufficientissima ad ogni util disegno del Governo. L’ambizione dei Romani era limitata alla terra, nè mai quel popolo bellicoso fu animato dallo spirito intraprendente, che aveva spinto i naviganti di Tiro, di Cartagine e anche di Marsilia ad estendere i confini del mondo, e ad esplorare le più remote coste dell’Oceano. Era per li Romani l’Oceano un oggetto di terrore anzi che di curiosità66; tutta l’estensione del Mediterraneo, dopo la distruzion di Cartagine e l’estirpazione dei pirati, era inclusa dentro le loro province. La politica degli Imperatori era soltanto diretta a conservare il pacifico dominio di questo mare, ed a proteggere il commercio dei loro sudditi. Con queste mire di moderazione, Augusto pose due flotte permanenti nei porti più adatti dell’Italia, una a Ravenna sull’Adriatico, l’altra a Miseno nella baia di Napoli. Pare che l’esperienza col tempo convincesse gli antichi, che subito che le loro galere eccedevano due o tre ordini di remi, erano più atte ad una vana pompa che ad un servizio reale. Augusto medesimo, nella vittoria di Azio, avea veduto la superiorità delle sue leggieri fregate (chiamate liburnie) sopra i grandi, ma lenti castelli del suo rivale67

Di queste liburnie esso compose le due flotte di Ravenna e di Miseno, destinate a dominare, una la divisione orientale del Mediterraneo, e l’altra l’occidentale, e ad ogni squadra unì un corpo di diverse migliaia di marinari. Oltre questi due porti, che posson considerarsi come le due sedi principali della marineria romana, ci aveano di considerabili forze a Frejus sulla costa della Provenza, e l’Eusino era difeso da quaranta bastimenti e tremila soldati. A tutto ciò aggiungasi l’armata navale che proteggeva la communicazione tra la Gallia e la Britannia, ed un gran numero di navi continuamente mantenute sul Reno e sul Danubio per inquietare il paese, o impedire il passaggio dei Barbari68

Ora se noi recapitoliamo questo stato generale delle forze imperiali, sì della cavalleria che dell’infanteria, delle legioni, degli ausiliari, delle guardie e della marina, il più largo computo non ci concede di portare il numero della milizia di mare e di terra a più di 450000 uomini; potenza militare, che per quanto possa formidabil parere, fu uguagliata da un Monarca dell’ultimo secolo, il cui regno è ristretto nei confini di una sola provincia dell’Impero romano69

Noi abbiam procurato di esporre lo spirito che moderava, e la forza che sosteneva la potenza di Adriano e degli Antonini. Prenderemo ora a descriver con chiarezza e precisione le province una volta unite sotto il loro dominio, ma adesso divise in tanti Stati indipendenti e tra loro nemici.

La Spagna, estremità occidentale dell’Impero, della Europa, e del mondo antico, ha in ogni tempo conservati invariabilmente gli stessi naturali confini; i monti Pirenei, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico. Questa gran penisola, ora così inegualmente divisa tra due Sovrani, fu distribuita da Augusto in tre province, la Lusitania, la Betica e la Tarraconese. Il regno del Portogallo è succeduto al paese guerriero dei Lusitani: e la perdita sofferta dalla prima verso levante, è compensata da un aumento di territorio verso tramontana. I confini della Granata e dell’Andaluzia corrispondono a quelli dell’antica Betica. Il resto della Spagna, la Galizia e le Asturie, la Biscaglia e la Navarra, Leone e le due Castiglie, Murcia, Valenza, Catalogna ed Aragona, tutte contribuirono a formare il terzo e più considerabile dei Governi romani, che dal nome della sua capitale era chiamato la provincia di Tarragona70 Tra i barbari nativi, i Celtiberi erano i più possenti, ed i Cantabri e quelli delle Asturie furono i più ostinati. Confidati nella forza de’ loro monti, furon gli ultimi che si sottomisero alle armi romane, ed i primi che scossero il giogo degli Arabi.

L’antica Gallia, comprendendo tutto il paese che è tra i Pirenei, le Alpi, il Reno e l’Oceano, era più estesa che la Francia moderna. Ai dominj di quella possente Monarchia, con i suoi recenti acquisti dell’Alsazia e della Lorena, conviene aggiungere il ducato di Savoia, i Cantoni degli Svizzeri, i quattro Elettorati del Reno, ed i territorj di Liegi, Lucemburgo, Hannonia, le Fiandre ed il Brabante. Quando Augusto diede leggi alle conquiste di Suo padre, introdusse una divisione della Gallia adattata al progresso delle legioni, al corso dei fiumi, ed alle principali distinzioni nazionali di un paese che avea contenuto più di cento Stati indipendenti71. La costa marittima del Mediterraneo, In Linguadoca, la Provenza e il Delfinato ricevevano il loro nome provinciale dalla colonia di Narbona. Il Governo dell’Aquitania si stendeva dai Pirenei fino alla Loira. Il paese tra la Loira e la Senna era chiamato Gallia Celtica; e presto trasse un’altra denominazione dalla celebre Colonia di Lugduno o Lione. La provincia Belgica giace di là dalla Senna, e più anticamente era stata limitata solamente dal Reno, ma poco avanti i tempi di Cesare, i Germani, abusando della loro superiorità di valore, avevano occupata una considerabile porzione del territorio Belgico. I conquistatori romani abbracciarono molto volentieri una occasione così lusinghiera, e la frontiera gallica del Reno, da Basilea a Leida, ricevè i pomposi nomi di Germania superiore e inferiore72

Tali, sotto il regno degli Antonini, erano le sei province della Gallia, la Narbonese, l’Aquitana, la Celtica o Lionese, la Belgica e le due Germanie.

Abbiamo già avuta occasione di mentovar la conquista della Britannia, e fissare i confini della provincia romana in quell’isola. Comprendeva essa tutta l’Inghilterra, il principato di Galles, e la bassa Scozia che si estende fino a Dumbarton ed Edimburgo. Avanti che la Britannia perdesse la sua libertà, il paese era irregolarmente diviso in trenta tribù di Barbari, de’ quali i più riguardevoli erano i Belgi all’occidente, i Briganti a tramontana, i Siluri a mezzo giorno del paese di Galles, e gl’Iceni in Norfolk e in Suffolk73. Per quanto si può notare o dar fede alla somiglianza dei costumi e della lingua, la Spagna, la Gallia, e la Britannia, erano popolate dalla stessa feroce razza di selvaggi, i quali, prima che cedessero alle armi romane, spesso disputarono il terreno, e spesso rinnovarono le contese. Dopo la lor sommissione, essi costituirono la divisione occidentale delle province europee, che si estendeva dalle colonne d’Ercole alla muraglia di Antonino, e dalla foce del Tago alle sorgenti del Reno e del Danubio.

Avanti la conquista fattane dai Romani, il paese che è ora chiamato Lombardia, non era considerato come parte dell’Italia. Era stato occupato da una possente colonia di Galli, che stabilitisi lungo le rive del Po, dal Piemonte fino alla Romagna, portarono le loro armi, e sparsero il loro nome dalle Alpi all’Apennino, I Liguri abitavano la scoscesa costa che ora forma la repubblica di Genova. Venezia non era ancor nata, ma i territorj di quello Stato, che giacciono all’oriente dell’Adige, erano abitati dai Veneti74. La metà della penisola, che ora compone il ducato della Toscana e lo Stato Ecclesiastico, era l’antica sede degli Etruschi e degli Umbri; ai primi dei quali l’Italia doveva i rudimenti della vita civile75. Il Tevere scorreva ai piedi dei sette colli di Roma, e il paese de’ Sabini, dei Latini e dei Volsci da quel fiume alle frontiere di Napoli, fu il teatro delle suo prime vittorie. Su quella terra famosa i primi Consoli meritarono i trionfi; i loro successori l’adornarono di ville, e la posterità di questi vi ha eretto conventi76

Capua e la Campagna possedevano l’immediato territorio di Napoli; il rimanente del Regno era abitato da molte guerriere nazioni, i Marsi, i Sanniti, gli Apuli e i Lucani; e le coste marittime erano state occupate dalle floride colonie dei Greci. È da osservarsi che quando Augusto divise l’Italia in undici regioni, la piccola provincia dell’Istria fu annessa a quella sede del dominio romano77

Le province europee di Roma eran difese dal corso del Reno e del Danubio. L’ultimo di questi gran fiumi, che ha la sorgente in distanza di sole trenta miglia dal primo, scorre più di mille trecento miglia per la maggior parte verso scirocco, ed ingrossato dal tributo di sessanta fiumi navigabili, sbocca finalmente per sei foci nell’Eusino, che sembra appena proporzionato al ricevimento di tante acque78

Le province del Danubio presto ebbero la general denominazione di Illirico, o frontiera Illirica79

La provincia della Rezia, che ben presto fece obbliare il nome dei Vindelici, si estendeva dalla sommità delle Alpi alle rive del Danubio, dalla sua sorgente sin dove si unisce con l’Inn. La maggior parte del paese piano è ora soggetta all’Elettor di Baviera; la città di Ausburgo è protetta dalla costituzione dell’Impero germanico; i Grigioni sono sicuri nelle loro montagne, e il Tirolo è contato tra le numerose province della Casa d’Austria.

Il vasto territorio compreso tra l’Inn, il Danubio e la Sava, l’Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, la bassa Ungheria e la Schiavonia, erano conosciute dagli antichi sotto il nome di Norico, e di Pannonia. Nello stato originario d’indipendenza, que’ fieri abitatori si tenevano intimamente collegati fra loro. Sotto il governo romano furono frequentemente uniti, e sono tuttora il patrimonio di una sola famiglia. Ora contengono la residenza di un Principe tedesco, che s’intitola Imperator de’ Romani, e formano il centro non meno che la forza della potenza Austriaca. Non è inutile l’osservare, che eccettuata la Boemia, la Moravia, le frontiere settentrionali dell’Austria, ed una parte dell’Ungheria fra il Tibisco ed il Danubio, tutti gli altri dominj della Casa d’Austria erano contenuti nei confini dell’Impero romano.

La Dalmazia, a cui più propriamente apparteneva il nome d’Illirico, era un tratto lungo, ma stretto, tra la Sava e l’Adriatico. La parte migliore della costa marittima, che ancora ritiene il suo antico nome, è una provincia dello Stato veneto, e la sede della piccola repubblica di Ragusa. Le parti interiori hanno i nomi schiavoni di Croazia e di Bosnia; la prima obbedisce a un governatore austriaco e la seconda ad un bassà turco; ma tutto il paese è ancora infestato dalle tribù dei Barbari, la cui selvaggia indipendenza segna irregolarmente il dubbio confine della potenza cristiana e maomettana80

Il Danubio, dopo aver ricevute le acque del Tibisco e della Sava, portava, almeno tra i Greci, il nome d’Istro81

Prima divideva la Mesia e la Dacia, l’ultima delle quali, come abbiamo già visto, fu una conquista di Traiano, e la sola provincia di là dal fiume. Se noi esaminiamo lo stato presente di queste contrade, troveremo che alla sinistra del Danubio quella di Temisvar e la Transilvania sono state annesse dopo molte rivoluzioni alla corona dell’Ungheria; mentre i principati della Moldavia e della Valachia riconoscono l’alto dominio della Porta Ottomana. Alla destra del Danubio, la Mesia, che nei secoli di mezzo fu divisa nei barbari regni della Servia e della Bulgaria, è di nuovo riunita sotto la schiavitù de’ Turchi.

Il nome di Romelia, che i Turchi danno tuttora alle vaste regioni della Tracia, della Macedonia e della Grecia, conserva la memoria del loro antico stato sotto l’Impero romano. Nel tempo degli Antonini, la bellicosa Tracia, dalle montagne dell’Emo e di Rodope fino al Bosforo ed all’Ellesponto, aveva presa la forma di una provincia. Non ostante il cambiamento di Sovrani, e di religione, la nuova città di Roma, fondata da Costantino sul lido del Bosforo, si è sempre di poi mantenuta la capitale di una gran monarchia. La Macedonia, che sotto il regno di Alessandro diede leggi all’Asia, ricavò vantaggi più solidi dalla politica dei due Filippi; e con le sue dipendenze dell’Epiro e della Tessaglia, si estese dall’Egeo fino al mar Ionio. Quando si riflette alla fama di Tebe e di Argo, di Sparta e di Atene, si può credere appena che tante immortali repubbliche dell’antica Grecia fossero confuse in una sola provincia dell’Impero romano, la quale per la superiore influenza della lega Achea fu ordinariamente chiamata la provincia di Acaia.

Tale era lo stato dell’Europa sotto gl’Imperatori romani. Le province dell’Asia, senza eccettuarne le passeggiere conquiste di Traiano, sono tutte comprese dentro i limiti dell’Impero turco. Ma invece di seguitare le arbitrarie divisioni del dispotismo e dell’ignoranza, sarà cosa più sicura e più grata l’osservare i caratteri indelebili della natura. Il nome d’Asia Minore si dava con qualche proprietà alla penisola, che, confinata tra l’Eusino e il Mediterraneo, si avanza dall’Eufrate verso l’Europa. La più estesa e florida sua divisione verso l’occidente del monte Tauro e del fiume Ali, veniva distinta dai Romani col titolo esclusivo di Asia. La giurisdizione di quella provincia si estendeva sopra le antiche monarchie di Troia, di Lidia, e di Frigia, i paesi marittimi dei Panfilj, dei Licj e dei Carj, e le colonie greche dell’Ionia, che nelle arti, ma non nelle armi, uguagliavano la gloria della lor madre. I regni della Bitinia e del Ponto possedevano la parte settentrionale della penisola da Costantinopoli a Trebisonda. Dalla parte opposta, la provincia della Cilicia era terminata dalle montagne della Siria; la terra ferma, che il fiume Ali separava dall’Asia romana, e l’Eufrate dall’Armenia, aveva formato una volta l’indipendente regno della Cappadocia. Qui possiamo osservare che i lidi settentrionali dell’Eusino, di là da Trebisonda nell’Asia, e di là dal Danubio nell’Europa, riconoscevano la sovranità degl’Imperatori, e ricevevano dalle lor mani o Principi tributarj, o guarnigioni romane. Budzak, la Tartaria-Crimea, la Circassia e la Mingrelia sono i moderni nomi di quelle selvagge contrade82

Sotto i successori di Alessandro, la Siria era la sede dei Seleucidi, che regnavano nell’Asia superiore, finchè la fortunata ribellione de’ Parti circoscrisse i loro dominj tra l’Eufrate ed il Mediterraneo. Quando la Siria fu sottomessa ai Romani, formò la frontiera orientale del loro Impero; nè conobbe questa provincia, nella sua più gran larghezza, altri limiti che le montagne della Cappadocia a tramontana, e verso il mezzogiorno i confini dell’Egitto ed il mar Rosso. La Fenicia e la Palestina furono talora annesse alla giurisdizione della Siria, e talora ne furono separate. La prima di queste era una costa stretta e scoscesa; la seconda era un territorio superiore appena a quello di Galles in fertilità ed in estensione. Contuttociò la Fenicia e la Palestina vivranno sempre nella memoria degli uomini; perocchè sì l’America che l’Europa hanno da una ricevute le lettere, e dall’altra la religione83

Un arenoso deserto, privo di alberi e d’acqua, si stendeva lungo l’incerto confine della Siria, dall’Eufrate al mar Rosso. La vita errante degli Arabi era inseparabilmente connessa con la loro indipendenza, ed ogni volta che si arrischiarono a piantare abitazioni sopra terreni meno infecondi, divennero tosto sudditi dell’Impero romano84

I geografi dell’antichità sono stati spesso incerti a qual parte del globo dovessero riferire l’Egitto85

Per la sua situazione questo celebre regno è incluso nella immensa penisola dell’Affrica, ma è solamente accessibile dalla parte dell’Asia, alle cui rivoluzioni, quasi in ogni periodo della storia, ha l’Egitto umilmente obbedito. Un prefetto romano sedeva sul magnifico trono dei Tolomei; e lo scettro di ferro dei Mammalucchi è ora nelle mani di un bassà turco. Il Nilo scorre per quel paese quasi cinquecento miglia dal Tropico del Cancro al Mediterraneo, e indica ad ogni parte la maggiore o minor fertilità con la misura delle sue inondazioni. Cirene, posta verso l’occidente e lungo la costa marittima, fu prima una colonia greca, dipoi una provincia dell’Egitto, ed ora è perduta nel deserto di Barca.

Da Cirene all’Oceano, la costa dell’Affrica si estende sopra 1500 miglia; ma è così strettamente serrata tra il Mediterraneo, e il Saara, o sia Deserto arenoso, che la sua larghezza rade volte eccede ottanta o cento miglia. La divisione orientale era considerata dai Romani come la provincia più particolare, e propria dell’Affrica. Fino all’arrivo delle colonie fenicie, quel fertil paese era abitato dai Libj, i più selvaggi di tutti gli uomini. Sotto l’immediata giurisdizione di Cartagine, divenne il centro del commercio e dell’Impero; ma la repubblica di Cartagine è ora degenerata nelle deboli e disordinate Reggenze di Tripoli e di Tunisi. Il governo militare di Algeri opprime la vasta estensione della Numidia, come era unita una volta sotto Massinissa e Giugurta: ma al tempo di Augusto, i limiti della Numidia furon ristretti; e due terzi almeno del paese presero il nome di Mauritania, con l’aggiunto di Cesariense. La vera Mauritania, o sia il paese dei Mori, che dall’antica città di Tingi, o Tangeri, era distinta con il nome di Tingitana, è rappresentata dal moderno regno di Fez. Salè sull’Oceano, così infame adesso per le depredazioni de’ suoi pirati, era considerata dai Romani come l’ultimo oggetto della loro potenza, e quasi della lor geografia. Si scopre ancora una città fondata da loro vicino a Mequinez, residenza di quel Barbaro, che ci abbassiamo a chiamare Imperator di Marocco; ma non pare che i suoi più meridionali dominj, Marocco stesso e Segelmessa fossero mai compresi nella provincia romana. Le parti occidentali dell’Affrica sono traversate dalle catene del monte Atlante86, nome così a vuoto celebrato dalla fantasia dei poeti; ma che ora è diffuso sull’immenso Oceano, il quale scorre tra il vecchio continente ed il nuovo87

Avendo ora finito il circuito dell’Impero romano, possiamo osservare, che l’Affrica è divisa dalla Spagna da un piccolo stretto di quasi dodici miglia pel quale l’Atlantico si volge nel Mediterraneo. Le Colonne di Ercole, così famose presso gli antichi, erano due montagne che sembravano essere state distaccate da qualche sconvolgimento degli elementi; ed a’ piedi della montagna europea è ora situata la fortezza di Gibilterra. L’intera estensione del Mediterraneo, le sue coste e le sue isole erano comprese nel dominio romano. Delle isole più grandi, le due Baleari, che traggono i lor nomi di Maiorca e Minorca dalla rispettiva loro grandezza, sono adesso soggette, la prima alla Spagna e la seconda alla Gran-Britannia. È più facile il deplorare che descrivere l’attuale condizione della Corsica. Due Sovrani italiani assumono il titolo regio dalla Sardegna e dalla Sicilia. Il regno di Creta o Candia, con quel di Cipro, e molte delle più piccole isole della Grecia e dell’Asia, sono state soggiogate dalle armi ottomane; mentre il piccolo scoglio di Malta sfida la lor potenza, e sotto il governo del suo Ordine militare è cresciuto in fama e in ricchezza88

Questa lunga enumerazione di province, i cui divisi frammenti hanno formati tanti possenti regni, può quasi indurci a perdonare agli antichi la lor vanità o la loro ignoranza. Abbagliati dall’esteso dominio, dalla forza irresistibile, e dalla reale o affettata moderazione degl’Imperatori, disprezzavano, e talvolta obbliavano le remote contrade, che erano state lasciate nel godimento di una barbara indipendenza; e a poco a poco ei presero la licenza di confondere l’Impero romano con il globo della Terra89 Ma il carattere e le cognizioni di uno storico moderno richiedono un linguaggio più sobrio e preciso. Questi può imprimere una più giusta immagine della grandezza romana, facendo osservare che l’Impero avea sopra 2000 miglia di larghezza dalla muraglia di Antonino e dai confini settentrionali della Dacia, al Monte Atlante e al Tropico del Cancro; che si stendeva in lunghezza per più di 3000 miglia dall’Oceano occidentale all’Eufrate; che era situato nella più bella parte della Zona temperata, tra i gradi ventiquattro e cinquantasei di latitudine Settentrionale; e che si supponeva contenere più di un milione e seicento mila miglia quadre, la maggior parte di terra fertile e ben coltivata90

Note

  1. Vedasi Dione Cassio 1. LIV p. 736 con le note di Reymar. Dal marmo di Ancira, sul quale Augusto aveva fatto scolpire le sue vittorie, si ricava che questo imperatore costrinse i Parti a render le insegne di Crasso.
  2. Strabone 1. XVI pag. 780; Plinio Stor. Nat. 1. VI c. 32, 35, e Dione Cassio 1. LIII p. 723, e 1. LIV p. 734 ci hanno lasciato molte curiose particolarità intorno a queste guerre. I Romani s’impadronirono di Mariaba o Merab, città dell’Arabia Felice, ben conosciuta dagli Orientali (v. Abulfeda, e la Geografia della Nubia p. 52). Essi penetrarono, dopo una marcia di tre giorni, sino al paese che produce gli aromati, principale oggetto della loro invasione.
  3. Per la strage di Varo e delle sue tre legioni (v. il primo libro degli Annali di Tacito, Svetonio vita d’Augusto c. 23, e Vell. Paterc. 1. II c. 117 ec.). Augusto non ricevè la nuova di questa disfatta con tutta la moderazione e costanza, che si dovea naturalmente aspettare dal suo carattere.
  4. Tacit. Annal. 1. II Dione Cassio 1. LVI p. 833 e il discorso di Augusto stesso nella Satira dei Cesari. Quest’ultima opera è molto illustrata dalle dotte note del suo traduttor francese Spanheim.
  5. Germanico, Svetonio, Paolino ed Agricola furon traversati e richiamati nel corso delle loro vittorie. Corbulone fu messo a morte. Il merito militare, dice mirabilmente Tacito, era, nel più stretto senso del vocabolo, imperatoria virtus.
  6. Cesare non allega quest’ignobil motivo, ma Svetonio ne fa menzione, c. 47. Del resto le perle della Britannia ebbero poco valore pel colorito livido e cupo. Osserva Tacito che n’era questo un difetto inerente. Vita d’Agric. c. 12. Ego facilius crediderim naturam margaritis deesse, quam nobis avaritiam.
  7. Sotto i regni di Claudio, di Nerone e di Domiziano. Pomponio Mela, che scriveva sotto il primo di questi Principi, spera, lib. III c. 6, che col prospero successo delle armi romane, l’isola ed i suoi selvaggi abitanti saranno ben presto meglio conosciuti. È cosa molto divertente il legger ora simili passi in mezzo di Londra.
  8. Vedasi il mirabile compendio che Tacito ne ha dato nella vita di Agricola. Questo soggetto è ben lungi dall’essere esaurito, non ostante le ricerche dei nostri dotti antiquarj Camden ed Horsley.
  9. Gli Scrittori irlandesi, gelosi della gloria della lor patria, sono sommamente irritati su questo articolo contro Tacito ed Agricola.
  10. Ved. Britannia Romana di Horsley l. 1 c. 10.
  11. Il poeta Bucanano celebra con molto spirito ed eleganza (ved. le sue Selve V.) la libertà di cui han sempre goduto gli antichi Scozzesi. Ma se la sola asserzione di Riccardo di Cirencester basta per creare una provincia romana (Vespasiana) a settentrione di quella muraglia, questa indipendenza si trova ristretta da confini molto angusti.
  12. Ved. Appiano in proem. e le uniformi descrizioni dei poemi di Ossian, i quali, in qualunque ipotesi, furon composti da un natio della Caledonia.
  13. Ved. il Panegirico di Plinio, che sembra appoggiato a fatti.
  14. Dione Cassio l. LXVII.
  15. Erodoto l. IV c. 94. Giuliano nei Cesari, con le osservazioni di Spanheim.
  16. Plinio epist. VIII 9.
  17. Dione Cassio l. LXVIII p. 1123, 1131, Giuliano in Caesaribus; Eutropio VIII 2 6. Aurelio Vittore in Epitom.
  18. Ved. una memoria di M. d’Anville sopra la provincia della Dacia nella Raccolta dell’Accademia delle iscrizioni Tom. XXVIII p. 444, 458. .
  19. I sentimenti di Traiano sono rappresentati al vivo e graziosamente nei Cesari dell’Imperator Giuliano.
  20. Eutropio e Sesto Rufo han voluto perpetuare questa illusione. Vedasi una dissertazione molto ingegnosa di M. Freret nelle memorie dell’Accademia delle iscrizioni Tom. XXI p. 55.
  21. Dione Cassio, l. LXVIII e i Compendiatori.
  22. Ovid. Fast. l. II vers. 667. Ved. Tito Liv. e Dionigi d’Alicarnasso nel regno di Tarquinio.
  23. S. Agostino si compiace molto nel riportare questa prova della debolezza del Dio Termine e della vanità degli augurj. Ved. de Civitate Dei IV 29.
  24. Ved. la Storia August. p. 5, la Cronica di S. Girolamo e tutte le epitomi. È ben singolare che questo memorabile avvenimento sia stato omesso da Dione, o per dir meglio da Sifilino.
  25. Dione l. LXIX p. 1158 Stor. August. p. 5. 8. Se tutte le opere degli storici fosser perdute, le medaglie, le iscrizioni e gli altri monumenti di questo secolo basterebbero per farci conoscere i viaggi di Adriano.
  26. Ved. la Stor. August. e le epitomi.
  27. Non bisogna per altro scordarsi, che sotto il regno di Adriano il fanatismo armò gli Ebrei, e suscitò una violenta ribellione in una provincia dell’Impero. Pausania l. VIII c. 43 parla di due guerre necessarie terminate felicemente dai Generali di Antonino Pio; una con i Mori erranti, i quali furon cacciati nei deserti del monte Atlante; l’altra contro i Briganti della Britannia, che avevano invasa la provincia romana. La storia Aug. fa menzione, p. 19 di queste due guerre, e di molte altre ostilità.
  28. Appiano di Alessandria nella prefazione della sua Storia delle Guerre Romane.
  29. Dione l. LXXI Stor. Aug. in Marco. Le vittorie riportate sui Parti han fatto nascere una folla di relazioni, e Luciano ha salvati dall’obblio i loro dispregevoli autori in una satira molto ingegnosa.
  30. Il più povero soldato possedeva più di 1800 pavoli, (ved. Dionigi d’Alicarn. IV 71) somma considerabile in un tempo, in cui sì rara era la specie, che un’oncia d’argento valeva 70 libbre di rame, La plebaglia, stata per l’antica costituzione esclusa dal servizio militare, fu senza riguardo ammessa da Mario. Vedi Sallustio, Guerra di Giugurta c. 91.
  31. Cesare compose una legione detta Alauda, Lodola, di Galli e di stranieri; ma fece questo nei tempi licenziosi delle guerre civili; e dopo le sue vittorie diè loro per ricompensa il diritto di cittadini romani.
  32. Ved. Vegezio, de re militari, l. I c. 2, 7.
  33. Il giuramento di fedeltà che l’Imperatore esigeva dalle truppe, era rinnovato ogni anno il primo di gennaio.
  34. Tacito chiama le Aquile romane Bellorum Deos. Riposte in una cappella in mezzo al campo, erano esse adorate dai soldati al pari delle altre divinità.
  35. Vedi Gronovio de pecunia vetere, l. III p. 120 ec. L’Imperator Domiziano accrebbe l’annua paga dei legionarj sino a dodici pezze d’oro, circa venti zecchini nostrali. Questa paga si aumentò in appresso insensibilmente, secondo il progresso del governo militare e della ricchezza dello Stato. Dopo venti anni di servizio i Veterani ricevevano tremila danari, dugento zecchini in circa, o una porzione di terra equivalente a questa somma. La paga delle Guardie era doppia di quella de’ legionarj, ed in generale le Guardie godevano privilegi molto più considerabili.
  36. Exercitus ab exercitando, Varrone de lingua latina, l. IV; Cicerone Tuscul. l. II 37. Sarebbe un’opera molto interessante l’esame dell’affinità che vi è tra la lingua ed i costumi di una nazione.
  37. Vegezio, l. II e il resto del suo primo libro.
  38. M. le Beau ha illustrato assai bene la danza Pirrica nella Raccolta dell’Accademia delle iscrizioni, tom. 35, p. 262 ec. Questo dotto Accademico ha unito in una serie di memorie eccellenti tutti i passi degli autori antichi concernenti la legione romana.
  39. Giuseppe de bello Judaico l. III c. 5. Noi siamo debitori a questo scrittore ebreo di alcune particolarità molto curiose sulla disciplina Romana.
  40. Panegirico di Plinio c. 13 vita di Adriano nella Storia Augusta.
  41. Vedasi nel sesto libro della sua storia una digressione ammirabile sulla disciplina de’ Romani.
  42. Vegezio, de re militari, l. II 4 ec. Una parte considerabile del suo compendio è presa da regolamenti di Traiano, e di Adriano. La legione, quale ei la descrive, non può convenire ad alcun altro secolo dell’Impero Romano.
  43. Vegezio, l. I. c. 1. Al tempo di Cicerone e di Cesare la voce miles non era che per l’infanteria. Nel basso impero e nei secoli della cavalleria significò particolarmente le persone d’armi che combattevano a cavallo.
  44. Al tempo di Polibio, di Dionigi d’Alicarnasso l. V cap. 45 la punta di acciaro del Pilo par che sia stata molto più lunga. Nel secolo in cui scriveva Vegezio, fu ridotta ad un piede, o ancora a 9 pollici. Io ho presa la media.
  45. Sulle armi dei legionari ved. Giusto Lipsio, de militia romana, lib. III c. 2 e 7.
  46. Vedasi il bel paragone di Virgilio, Georg. l. II v. 279.
  47. M. Guichard, Memorie militari tom. I c. 4 e nuove Memorie tom. I p. 293, 311, ha trattato questo soggetto da uomo dotto e da uffiziale esperto.
  48. Ved. la tattica di Arriano. Questo autore greco, appassionato per le istituzioni patrie, ha voluto piuttosto descrivere la falange a lui nota solo per gli scritti degli antichi, che le legioni da esso comandate.
  49. Polib. l. XVII.
  50. Vegezio, de re militari, l. II c. 6. La sua positiva testimonianza, che potrebbe ancora essere avvalorata da circostanze evidenti, dovrebbe impor silenzio a quei critici che ricusano alla Legione Imperiale il suo corpo di cavalleria.
  51. Ved. Tito Livio quasi in ogni pagina, e segnatamente l. XLII 6.
  52. Plinio Stor. nat. XXXIII 2. Il vero senso di questo passo molto curioso è stato trovato e schiarito da M. di Beaufort. Rep. Romaine, l. II 2.
  53. Orazio ed Agricola ce ne danno un esempio. Sembra che questo costume fosse un vizio nella disciplina romana. Adriano procurò di rimediarvi, fissando l’età necessaria per esser Tribuno.
  54. Vedasi la tattica di Arriano.
  55. Tale era in particolare lo stato dei Batavi. Vedi Tacito, Costumi de’ Germani, c. 29.
  56. Marco Aurelio, dopo aver vinto i Quadi ed i Marcomanni, li obbligò a fornirgli un considerabil corpo di truppe, che subito spedì nella Britannia. Dion. l. LXXI.
  57. Tacito, Annal. IV, 5. Coloro i quali parlano di un certo numero di pedoni, e del doppio di cavalli, confondono gli ausiliari degl’Imperatori con gl’Italiani alleati della Repubblica.
  58. Vegezio, II 2. Arriano, nella sua descrizione della marcia, e della battaglia contro gli Alani.
  59. Il Cav. Folard (nel suo Commentario sopra Polibio, tom. II p. 233 290) ha trattato delle macchine antiche con molta erudizione e sagacità; le preferisce perfino in molti conti ai cannoni ed ai mortari che noi usiamo. Conviene osservare che appresso i Romani l’uso delle macchine divenne più comune a misura che il valor personale e l’abilità militare sparvero nell’Impero. Quando non fu più possibile trovar uomini, convenne supplire a questa mancanza con macchine di specie diversa. Ved. Vegezio, II 25 ed Arriano.
  60. «Universa quae in quoque belli genere necessaria esse creduntur, secum legio debet ubique portare, ut in quovis loco fixerit castra, armatam faciat civitatem». Con queste enfatiche parole termina Vegezio il suo secondo libro, e la descrizione della legione.
  61. Per la Castrametazione dei Romani ved. Polibio l. VI con Giusto Lipsio, De militia romana; Giuseppe De bello Judaico l. III c. 5 Vegezio 1, 21, 25, III 9 e le Memorie di Guichard tom. I c. 1.
  62. Cicerone Tuscul. II 17 Giuseppe De bello Judaico l. III 5, Frontino IV 1.
  63. Vegezio I 9. Ved. le Memorie dell’Accademia delle iscrizioni, tom. XX p. 187.
  64. Queste evoluzioni sono mirabilmente spiegate da M. Guichard nelle sue Nuove memorie, tom. I p. 141, 234.
  65. Tacito Annal. IV. 5 ci ha dato uno stato delle legioni sotto Tiberio, e Dione lib. LV p. 794 sotto Alessandro Severo. Io ho procurato di prendere un giusto mezzo tra questi due periodi. Vedasi ancora Giusto Lipsio, De magnitudine romana l. I c. 4 5.
  66. I Romani procurarono di nasconder la loro ignoranza, ed il terrore sotto il velo di un religioso rispetto. V. Tacito, costumi dei Germani, c. 34.
  67. Plutarco, vita di M. Antonio; e ciò non ostante, se diamo fede ad Orosio, queste enormi cittadelle non si alzavano più di dieci piedi sull’acqua VI 19.
  68. Vedi Giusto Lipsio De magn. rom. l. I c. 5. Gli ultimi sedici capitoli di Vegezio hanno rapporto alla marina.
  69. Voltaire, Secolo di Luigi XIV c. 19. Non bisogna dimenticarsi per altro che la Francia si risente ancora di quello sforzo straordinario.
  70. Ved. Strabone l. II. È molto naturale di supporre che Aragona vien da Tarraconensis. Molti autori moderni, che hanno scritto in latino, si servono di queste due parole come sinonime. È certo per altro che l’Aragone, picciol fiume, che dai Pirenei cade nell’Ebro, dette da principio il suo nome a una provincia, e dipoi a un Regno. Ved. d’Anville, Geografia del medio evo, pag. 181.
  71. Si trovano 115 città nella Notizia della Gallia. Si sa che questo nome era dato non solamente alla Capitale, ma ancora al territorio intero di ciascheduno Stato. Plutarco ed Appiano fanno ascendere il numero delle tribù fino a tre o quattrocento.
  72. D’Anville, Notizia della Gallia antica.
  73. Storia di Manchester scritta di Whitaker vol. 1 c. 3.
  74. I Veneti d’Italia, benchè spesso confusi con i Galli, eran probabilmente Illirici di origine, Ved. M. Freret Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni Tom. XVIII.
  75. Maffei Verona illustrata lib. I.
  76. Il primo contrapposto fu osservato anche dagli antichi (ved. Floro 1. II.) il secondo salta agli occhi d’ogni viaggiatore moderno.
  77. Plinio Stor. Nat. lib. III. Segue la division dell’Italia fatta da Augusto.
  78. Tournefort, viaggio della Grecia, e dell’Asia minore, lettera XVIII.
  79. Il nome d’Illiria originariamente apparteneva alle coste del mare Adriatico. I Romani lo estesero a poco a poco dalle Alpi fino al Ponto Eusino. Ved. Severini Pannonia, L. I. c. 3, e furono riguardate come le più bellicose dell’Impero; ma meritano di esser più particolarmente considerate sotto i nomi di Rezia, Norico, Pannonia, Dalmazia, Dacia, Mesia, Tracia, Macedonia, e Grecia.
  80. Un viaggiator veneziano, l’Abate Fortis, ha data recentemente una descrizione di queste oscure contrade. Ma la geografia e le antichità dell’Illiria occidentale non si possono sperare se non dalla munificenza dell’Imperatore che n’è il Sovrano.
  81. La Sava nasce vicino al confini dell’Istria. I Greci dei primi secoli la riguardavano come il ramo principale del Danubio.
  82. Ved. Il Periplo d’Arriano. Questo autore avea esaminate le coste del Ponto Eusino quando era governatore della Cappadocia.
  83. Il progresso della religione è ben noto. L’uso delle lettere s’introdusse tra i Selvaggi dell’Europa quindici secoli circa avanti Gesù Cristo, e gli Europei le portarono in America quindici secoli dopo la sua nascita. L’alfabeto fenicio fu considerabilmente alterato in un periodo di tremila anni, passando per le mani dei Greci e dei Romani.
  84. Dion. LXVIII. p. 1131.
  85. Secondo Tolomeo, Strabone e i geografi moderni, l’Istmo di Suez è il confine dell’Asia e dell’Affrica. Dionigi, Mela, Plinio, Sallustio, Irzio e Solino, stendendo i limiti dell’Asia sino al ramo occidentale del Nilo, o anche sino al gran Catabathmus, rinchiudono in questa parte del mondo non solo l’Egitto, ma ancora parte della Libia.
  86. La lunga estensione, l’altezza moderata, e il dolce declive del monte Atlante (ved. i viaggi di Shaw pag. 5) non si accordano con l’idea d’una montagna isolata, che nasconde la sua testa nelle nuvole, e par che sostenga il cielo. Il Picco di Teneriffa, al contrario, s’innalza più di 2200 tese sopra il livello del mare; e siccome era molto conosciuto dai Fenicj, ha forse dato luogo alle finzioni dei poeti greci. Ved. Buffon Stor. Nat. tom: I p. 312: Stor. dei viaggi, tom. II.
  87. M. de Voltaire Tom. XIV p. 297 dà troppo generosamente le isole Canarie ai Romani. Non pare che mai ne sieno stati i padroni.
  88. Quanto alla divisione degli stati moderni sono molto cangiate le cose dal tempo in che il Gibbon scriveva; ma siffatte differenze si possono agevolmente riconoscere da ogni lettore dotato di qualche coltura.. N. d. T.
  89. Bergier Stor. delle strade pubbliche 1. III c. 1, 2, 3, 4, opera ripiena di ricerche utilissime.
  90. Ved. la Descrizione del Globo di Templeman. Ma io non mi fido nè dell’erudizione nè delle carte di questo scrittore.