Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/12

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
CAPITOLO XII
Condotta dell'esercito e del Senato dopo la morte di Aureliano. Regni di Tacito, di Probo, di Caro e dei suoi figli.

../11 ../13 IncludiIntestazione 26 febbraio 2009 25% Da definire

CAPITOLO XII
Condotta dell'esercito e del Senato dopo la morte di Aureliano. Regni di Tacito, di Probo, di Caro e dei suoi figli.
11 13


La condizione degl’Imperatori Romani era tanto infelice, che qualunque si fosse la loro condotta, incontravano ordinariamente il medesimo fato. La vita dissoluta o virtuosa, severa o indulgente, indolente o gloriosa, menava egualmente ad un intempestivo sepolcro; e quasi ogni regno finisce con la stessa disgustosa ripetizione di tradimenti e di stragi. La morte di Aureliano, per altro, è considerabile per le straordinarie sue conseguenze. Le legioni ammirarono, piansero, e vendicarono il vittorioso lor condottiere. L’artifizio del perfido di lui segretario fu discoperto e punito. I cospiratori delusi seguirono le funerali esequie del loro oltraggiato Sovrano con sincero, o ben simulato pentimento, e si sottomisero all’unanime risoluzione dell’ordine militare, la quale fu significata con la seguente lettera. «I valorosi e felici eserciti al Senato ed al Popolo di Roma. Il delitto di un solo e il fallo di molti ci hanno privato dell’ultimo Imperatore Aureliano. Compiacetevi, venerabili Signori e Padri, di collocarlo nel numero degli Dei, e d’indicarci quel successore, che voi giudicherete degno della Porpora Imperiale. Niuno di quelli, che, o per colpa o per caso, hanno contribuito alla nostra perdita, regnerà mai sopra di noi1.» I Senatori Romani udirono senza sorpresa, che un altro Imperatore era stato assassinato nel suo campo; si rallegrarono internamente della caduta di Aureliano; ma la modesta e rispettosa lettera delle legioni, quando fu dal Console comunicata alla piena assemblea, riempì tutti della più grata sorpresa. Essi liberamente largirono alla memoria del loro estinto Sovrano quegli onori, che il timore e forse la stima avrebbero estorti. Renderono alle fedeli armate della Repubblica, che conservavano un sentimento sì giusto della legittima autorità del Senato nella scelta d’un Imperatore, quei ringraziamenti, che la gratitudine potea inspirare. Ma non ostante questo invito sì lusinghiero, i più savj dell’assemblea evitarono di esporre al capriccio di una moltitudine armata la lor salvezza e la lor dignità. La forza delle legioni era, per vero dire, un pegno della loro sincerità, perchè quelli che possono comandare, di rado sono ridotti alla necessità d’infingere; ma poteva egli naturalmente sperarsi, che un improvviso pentimento correggesse l’inveterato costume d’interi ottant’anni? Se fossero ricaduti i soldati nelle loro solite sedizioni, la loro insolenza poteva disonorare la maestà del Senato, e divenir fatale alla scelta di lui. Simili motivi dettarono un decreto, col quale l’elezione del nuovo Imperatore si rimetteva ai suffragi dell’ordine militare.

La contesa, che quindi nacque, è uno dei più attestati, ma meno verisimili, eventi della storia del Genere Umano2. Le truppe, quasi fossero stanche di esercitare la lor forza, fecero nuovamente le loro istanze al Senato, perchè rivestisse della Porpora Imperiale uno del suo proprio corpo. Il Senato persistè sempre nel suo rifiuto, e l’esercito nella sua richiesta. La proposizione fu almen per tre volte scambievolmente offerta e ricusata, e mentre l’ostinata modestia di ciascheduna delle due parti era risoluta di ricevere un Sovrano dalle mani dell’altra, passarono insensibilmente otto mesi: mirabil periodo di tranquilla anarchia, durante il quale il mondo Romano rimase senza un sovrano, senza un usurpatore, e senza pure una sedizione. I Generali ed i Magistrati eletti da Aureliano continuarono ad esercitare le ordinarie loro funzioni, e si osserva che un Proconsole dell’Asia fu la sola riguardevol persona, rimossa dalla sua carica in tutto il corso dell’interregno.

Un quasi simile, ma molto meno autentico, avvenimento si suppone accaduto dopo la morte di Romolo, nella vita e nel carattere del quale si ritrova qualche somiglianza con Aureliano. Il trono restò vacante per dodici mesi, sino all’elezione di un filosofo Sabino; e la pubblica tranquillità si mantenne nel modo istesso, per l’unione dei diversi ordini dello Stato. Ma nei tempi di Numa e di Romolo, l’autorità dei Patrizj teneva a freno le armi del popolo; e facilmente si conservava in una società virtuosa e ristretta la bilancia della libertà3. L’Impero Romano nella sua declinazione, molto diverso dalla sua infanzia, si trovava in tutte quelle circostanze, che potevano allontanare da un interregno la speranza dell’ubbidienza e dell’armonia; e queste circostanze erano una Capitale immensa e tumultuosa, una vasta estensione di dominio, la servile eguaglianza del dispotismo, un’armata di quattrocentomila mercenari, e l’esperienza delle frequenti rivoluzioni. Ma non ostanti tutti questi incentivi, la disciplina e la memoria di Aureliano contennero tuttavia la sediziosa indole delle truppe, non meno che la dannosa ambizione de’ lor condottieri. Il fiore delle legioni rimase accampato sulle rive del Bosforo, e l’insegna Imperiale mettea rispetto ai meno potenti campi di Roma e delle Province. L’ordine militare parve animato da un generoso benchè passeggiero entusiasmo; ed è credibile che i pochi veri patriotti coltivassero la rinascente amicizia tra l’esercito ed il Senato, come l’unico espediente capace di ristabilir la Repubblica nella sua primiera bellezza e nell’antico vigore.

Ai venticinque di Settembre, quasi otto mesi dopo l’uccisione di Aureliano, il Console adunò il Senato, e riferì l’incerta e pericolosa situazione dell’Impero. Insinuò leggiermente, che la precaria fedeltà dei soldati dipendeva da un solo istante e dal minimo accidente; ma rappresentò con la più convincente eloquenza i vari pericoli che seguitar potevano ogni ulterior dilazione nella scelta di un Imperatore. Si erano, diceva egli, già ricevute notizie, che i Germani aveano passato il Reno, ed occupate alcune delle più forti e più opulente città della Gallia. L’ambizione del Monarca Persiano teneva l’Oriente in continui timori: l’Egitto, l’Affrica e l’Illirico erano esposti all’armi straniere e domestiche, e la Siria incostante avrebbe fin preferito lo scettro di una femmina alla santità delle leggi Romane. Rivoltosi quindi il Console a Tacito, il primo tra i Senatori4, richiese il parere di lui sull’importante oggetto di un candidato degno del trono vacante.

Se il merito personale è da preferirsi ad una casuale grandezza, stimeremo l’origine di Tacito più nobile veramente di quella dei Re. Vantava egli la sua discendenza da quello Storico filosofico, i cui scritti istruiranno ancora le ultime generazioni degli uomini5. Il Senatore Tacito era nell’età di settantacinque anni6. Le ricchezze e gli onori adornavano il lungo corso della innocente sua vita. Avea due volte occupata la dignità consolare7, e godeva con eleganza e sobrietà l’ampio suo patrimonio fra i quattro e i sei milioni di zecchini8. L’esempio di tanti Principi da lui o stimati o sofferti, dalle vane follie di Elagabalo fino all’utile rigore di Aureliano, lo aveano ammaestrato a valutar giustamente i doveri, i pericoli, e le tentazioni di quel sublime lor grado. All’assiduo studio del suo immortale antenato egli doveva la conoscenza della Romana costituzione e dell’umana natura. La voce del popolo avea già nominato Tacito come il cittadino più degno dell’Impero9. Giunto ai suoi orecchi questo ingrato rumore, lo indusse a ritirarsi in una delle sue ville nella Campania. Avea egli passato a Baia due mesi in una tranquillità deliziosa, quando con ripugnanza ubbidì ai comandi del Console di riprendere l’onorevol suo posto nel Senato, e di assistere co’ suoi consigli la Repubblica in tale importante occasione.

Si alzò Tacito per parlare, quando da ogni lato dell’assemblea fu salutato coi nomi di Augusto e d’Imperatore. "Tacito Augusto, gli Dei ti conservino: noi ti eleggiamo per nostro Sovrano, affidando alla tua cura la Repubblica, e il Mondo. Accetta l’Impero dall’autorità del Senato. Esso è dovuto al tuo grado, alla tua condotta, ai tuoi costumi." Calmato appena il tumulto delle acclamazioni, Tacito tentò di evitare il pericoloso onore, e di esprimere la sua sorpresa, che si eleggesse un uomo vecchio ed infermo per succedere al marzial vigore di Aureliano. "Sono elleno membra queste, Padri coscritti, atte a sostener il peso dell’armi, o ad eseguire gli esercizi del campo? La varietà dei climi, e le asprezze della vita militare presto opprimerebbero un debol temperamento, che si mantien solamente col più delicato riguardo. Bastano appena l’esauste mie forze a soddisfare ai doveri di Senatore: quanto insufficienti sarebbero per le ardue fatiche della guerra e del governo! Potete voi sperare che le legioni rispettino un debol vecchio, che ha passati i suoi giorni all’ombra della pace e del ritiro? Vorreste voi ch’io dovessi una volta piangere la favorevole opinion del Senato?10"

La ripugnanza di Tacito, che forse era ingenua, fu combattuta dalla affettuosa ostinazione del Senato. Cinquecento voci ripeterono unite con eloquente confusione, che i Principi più grandi di Roma, Numa, Traiano, Adriano, e gli Antonini, erano ascesi al trono in età molto avanzata, che l’oggetto della loro scelta era lo spirito, non il corpo, il Sovrano, non il soldato, e solamente esigevano da lui, che con la sua prudenza regolasse il valore delle legioni. Queste pressanti e tumultuose istanze furono secondate da un più regolar discorso di Mezio Falconio, che accanto a Tacito sedeva tra i Consolari. Egli rammentò all’assemblea i mali, che Roma avea sofferti dai vizi degl’indocili e capricciosi giovani Principi, si congratulò col Senato per l’elezione di un virtuoso e sperimentato Senatore, e con maschia, ma forse interessata, libertà esortò Tacito a rammentarsi i motivi del suo innalzamento, ed a scegliersi un successore non nella sua propria famiglia, ma nella Repubblica. Fu il discorso di Falconio avvalorato da una generale acclamazione. L’eletto Imperatore si sottomise all’autorità della sua patria, e ricevè il volontario omaggio de’ suoi compagni. La condotta del Senato fu confermata dal consenso del Popolo Romano e dei Pretoriani11.

Il governo di Tacito non fu diverso dalla passata sua vita e da’ suoi principj. Creatura riconoscente del Senato, egli considerò quel Concilio della Nazione come autore delle leggi, e sè medesimo come soggetto all’autorità di quelle12. Procurò di saldare le molte ferite, che l’orgoglio Imperiale, la discordia civile e la violenza militare aveano portate alla costituzione, e di ristabilire almeno l’immagine dell’antica Repubblica, com’era stata conservata dalla politica di Augusto, e dalle virtù di Traiano e degli Antonini. Non sarà inutile di enumerare alcune delle più importanti prerogative, che parve aver ricuperate il Senato per l’elezione di Tacito13. I. Di affidare ad uno dei suoi membri, sotto il titolo d’Imperatore, il general comando degli eserciti, ed il governo delle Province di frontiera. II. Di fissare la lista o, come allor si chiamava, il Collegio dei Consoli. Questi erano dodici, che, succedentisi a due a due per ogni bimestre, rappresentavano per tutto l’anno la dignità di quell’antica magistratura. Esercitava il Senato nella scelta dei Consoli la sua autorità con una libertà così indipendente, che non ebbe alcun riguardo ad una irregolar istanza dell’Imperatore pel suo fratello Floriano. "Il Senato" (esclamò Tacito con un nobil trasporto da cittadino) "conosce il carattere di quel Principe, ch’egli ha scelto." III. Di destinare i Proconsoli ed i Presidenti delle Province, e di conferire a tutti i Magistrati la loro civile giurisdizione. IV. Di ricever gli appelli per l’uffizio intermedio del Prefetto della Città da tutti i tribunali dell’Impero. V. Di dar forza e validità coi suoi decreti agli editti Imperiali ch’esso approvava. VI. A questi diversi rami di autorità si può aggiungere qualche sopraintendenza alle finanze, giacchè anche sotto la severa dominazion di Aureliano aveva il Senato la facoltà d’impiegare in altr’uso una parte dell’entrate, destinate al servizio pubblico14.

Furono immediatamente spedite lettere circolari a tutte le principali città dell’Impero, Treveri, Milano, Aquileia, Tessalonica, Corinto, Atene, Antiochia, Alessandria, e Cartagine, per esigere la loro ubbidienza, ed informarle della felice rivoluzione, che avea restituita al Senato Romano l’antica sua dignità. Due di queste lettere si conservano ancora. Abbiamo altresì due ben singolari frammenti della privata corrispondenza dei Senatori in questa occasione. Mostrano la più eccessiva gioia, e le più illimitate speranze. «Ponete giù la vostra indolenza» (così scrive uno dei Senatori al suo amico) «ed uscite dal vostro ritiro di Baia e di Pozzuolo. Restituitevi alla Città ed al Senato. Roma fiorisce, e tutta insieme fiorisce la Repubblica. Grazie al romano esercito, veramente Romano, abbiam finalmente ricuperata la nostra giusta autorità, lo scopo di tutti i nostri desiderj. Noi riceviamo gli appelli, destiniamo i Proconsoli, facciamo gl’Imperatori; forse ancora noi li potremo tenere in freno: all’uomo saggio una parola è bastante15.» Restarono per altro sconcertate ben presto queste alte speranze, nè di fatto era possibile, che le armate, e le province lungamente ubbidissero all’imbelle ed effeminata nobiltà romana. Al più leggiero urto rimase atterrato il mal sostenuto edifizio della loro ambizione e del loro potere. La spirante autorità del Senato mandò una subita luce, balenò per un momento, e si estinse per sempre.

Ma tutto ciò ch’era accaduto in Roma, non sarebbe stato che una rappresentazione teatrale, se non veniva ratificato dalla forza più reale delle legioni. Lasciando godere ai Senatori il loro fantasma di libertà e di ambizione, andò Tacito al campo di Tracia, ed ivi fu dal Prefetto del Pretorio presentato alle truppe adunate, come il Principe da loro richiesto, e dal Senato concesso. Appena tacque il Prefetto, che l’Imperatore parlò ai soldati con eloquenza e con dignità. Soddisfece alla loro avarizia con una liberale distribuzion di danaro, sotto nome di paga e di donativo. Egli acquistò la stima loro con un’animosa dichiarazione che sebbene la sua età lo rendesse inabile alle imprese militari, pure i suoi consigli non sarebbero indegni di un Generale Romano, del successore del valoroso Aureliano16.

Nel tempo che quest’Imperatore faceva preparativi per una seconda spedizione in Oriente, egli aveva trattato con gli Alani, popoli della Scizia, i quali avevano piantate le loro tende nelle vicinanze della Palude Meotide. Quei Barbari, allettati con promesse di doni e di sussidj, si erano obbligati d’invadere la Persia con un numeroso corpo di cavalleria leggiera. Furono essi fedeli al loro impegno; ma quando giunsero alla frontiera Romana, era già morto Aureliano, il progetto della guerra Persiana era almeno sospeso, ed i Generali, che, durante l’interregno, esercitavano un incerto potere, non erano preparati nè a riceverli, nè ad arrestarli. Provocati da un tal contegno, ch’essi riguardavano come perfido e vile, ricorsero gli Alani al loro proprio valore per avere e paga e vendetta; e marciando con la solita celerità dei Tartari, presto si sparsero per le Province del Ponto, della Cappadocia, della Cilicia, e della Galazia. Le legioni, che dalle opposta rive del Bosforo potevan quasi discernere le fiamme delle città e dei villaggi, stimolavan con impazienza il lor Generale a condurle contro quegli invasori. Tacito si diportò convenientemente alla sua età ed alla sua posizione. Mostrò chiaramente ai Barbari la fedeltà e la potenza dell’Impero. Gran parte degli Alani, pacificati dalla puntuale soddisfazione degl’impegni, che avea con essi contratti Aureliano, renderono il loro bottino ed i prigionieri, e quietamente si ritirarono nei loro deserti di là dal Fasi. Agli altri, che ricusarono la pace, fece il Romano Imperatore in persona con buon successo la guerra. Secondato da un esercito di valorosi ed esperti veterani, ei liberò in poche settimane le Province dell’Asia dal terrore della invasion degli Sciti17.

[A.D. 276]

Ma la gloria e la vita di Tacito furono di poca durata. Trasportato nel colmo del verno dalla dolce solitudine della Campania ai piedi del monte Caucaso, fu egli oppresso dagl’insoliti travagli di una vita militare. Le cure dell’animo aggravarono le fatiche del corpo. L’entusiasmo della pubblica virtù avea per un tempo sedate le feroci ed interessate passioni dei soldati. Scoppiarono queste ben presto con raddoppiata violenza, ed infuriarono nel campo e nella tenda perfino del vecchio Imperatore. Il suo dolce e moderato carattere non serviva che ad inspirare disprezzo, ed egli era continuamente tormentato dalle fazioni, che sedar non poteva, e da richieste impossibili a soddisfarsi. Non ostanti le lusinghiere speranze che Tacito avea concepite di rimediare ai pubblici disordini, egli fu presto convinto, che la sfrenatezza dell’esercito deprezzava il debol ritegno delle leggi; e il dolore di veder volti in male i suoi disegni, unito all’altre angustie, affrettò gli ultimi suoi momenti. Si dubita se i soldati imbrattassero le loro mani nel sangue di questo innocente Principe18; ma è certo però, che la loro insolenza cagionò la morte di lui. Egli spirò a Tiana nella Cappadocia, dopo un regno di soli sei mesi e quasi venti giorni19.

Tacito avea chiusi appena gli occhi, che il suo fratello Floriano si mostrò indegno del trono colla frettolosa usurpazione della Porpora, senza aspettare l’approvazion del Senato. Il rispetto per la Romana costituzione, che tuttavia influiva nelle armate o nelle Province, era abbastanza forte per disporle a biasimare la precipitosa ambizione di Floriano, ma non per incitarle ad opporvisi. Sarebbe il disgusto svanito in vani susurri, se il General dell’Oriente, l’eroico Probo, non si fosse arditamente dichiarato vendicator del Senato. Era per altro sempre la contesa ineguale, nè potea il più abile Generale alla testa delle effemminate truppe dell’Egitto e della Siria, combattere con alcuna speranza di vittoria, contro le legioni dell’Europa, che con irresistibil valore sembravano sostenere il fratello di Tacito. Ma la fortuna e l’attività di Probo superarono ogni ostacolo. I robusti veterani del suo rivale, avvezzi ai climi più freddi, illanguidivano e venivano meno agli eccessivi calori della Cilicia, dove l’aria nella state era molto malsana. Le frequenti diserzioni diminuivano il loro numero: i passi delle montagne erano debolmente difesi. Tarso aprì le sue porte, ed i soldati di Floriano, dopo avergli lasciato godere per tre mesi il titolo Imperiale, liberarono l’Impero da una guerra civile col facile sacrifizio di un Principe da loro sprezzato20.

Le continue rivoluzioni del trono aveano sì bene sbandita ogni idea di ereditario diritto, che la famiglia di un Imperatore sfortunato era incapace di eccitare la gelosia dei suoi successori. Fu ai figli di Tacito e di Floriano permesso di scendere allo stato privato, e di restar confusi nella generale massa del popolo. La loro povertà veramente servì d’un’altra difesa alla loro innocenza. Quando fu Tacito eletto dal Senato, egli consacrò al pubblico servizio l’ampio suo patrimonio21, atto di speciosa generosità in apparenza, ma che evidentemente svelava la sua intenzione di trasmettere l’Impero ai suoi discendenti. L’unica consolazione del loro caduto stato fu la memoria di una passeggiera grandezza, e la lontana speranza, figlia di una profezia lusinghiera, che sorgerebbe dopo mille anni dalla stirpe di Tacito un Monarca protettor del Senato, ristauratore di Roma, e conquistatore di tutta la terra22.

I contadini dell’Illirico, che già dato aveano al cadente Impero e Claudio e Aureliano, poterono con egual diritto gloriarsi dell’innalzamento di Probo23. Quasi venti anni avanti, l’Imperator Valeriano, con la solita sua penetrazione, avea conosciuto il nascente merito di quel giovane soldato, al quale conferì il posto di Tribuno molto innanzi all’età prescritta dalle regole militari. Il Tribuno giustificò ben presto la di lui scelta con una vittoria sopra un gran corpo di Sarmati, nella quale salvò la vita ad uno stretto parente di Valeriano, e meritò di ricevere dalle mani dell’Imperatore le collane, i monili, le lance e le insegne, la corona murale e la civica, e tutte le onorevoli ricompense destinate dall’antica Roma ad un fortunato valore. La terza legione, e quindi la decima furono affidate al comando di Probo, che ad ogni passo della sua promozione si mostrò superiore al posto ch’egli occupava. L’Affrica ed il Ponto, il Reno, il Danubio, l’Eufrate ed il Nilo gli porsero a vicenda le più luminose occasioni di mostrare il suo valor personale e la sua scienza nell’arte della guerra. A lui fu debitore Aureliano della conquista dell’Egitto, e molto più per l’onesto coraggio, col quale si oppose sovente alla crudeltà del suo Sovrano. Tacito, che desiderava di supplire alla sua propria mancanza di militari talenti con l’abilità de’ suoi Generali, lo nominò primo Comandante di tutte le Orientali Province col quintuplo della solita paga, colla promessa del Consolato, e colla speranza del trionfo. Quando Probo salì sul Trono Imperiale era nell’età di quasi24

[A. D. 276]

Il riconosciuto suo merito ed il buon successo delle sue armi contro Floriano, lo lasciarono senza un nemico, o senza un competitore. Pure, se creder si debbono le sue proprie proteste, ben lungi dal desiderare l’Impero, egli lo aveva accettato con sincerissima ripugnanza. «Ma non è più in mio potere (dice Probo in una sua privata lettera) di deporre un titolo così invidiato e pericoloso. Mi è forza di continuare a rappresentare il carattere, di cui mi hanno rivestito i soldati25.» La rispettosa sua lettera al Senato mostrava i sentimenti, o almeno il linguaggio di un cittadino Romano. «Quando voi eleggeste, o Padri coscritti, uno del vostro Ordine per succedere all’Imperatore Aureliano, operaste secondo la vostra giustizia e la vostra prudenza. Imperocchè voi siete i Sovrani legittimi del mondo, ed il potere, trasmessovi dai vostri antenati, passerà nella vostra posterità. Felice Floriano! Se invece di usurpar la porpora del suo fratello, come una privata eredità, egli avesse aspettato che la vostra maestà si fosse determinata in favore o di lui, o di alcun’altra persona. I prudenti soldati hanno punita la temerità di lui, ed a me hanno offerto il titolo di Augusto. Ma io sottopongo alla vostra clemenza i miei diritti ed i meriti miei26.» Quando fu letta dal Console questa rispettosa lettera, non poterono i Senatori nascondere il loro contento, che Probo condescendesse a domandare così umilmente uno scettro che già possedeva. Celebrarono essi con la più viva gratitudine le virtù, le imprese, e soprattutto la moderazione di lui. Fu immediatamente fatto un decreto, senza pure un voto contrario, per ratificare l’elezione degli eserciti d’Oriente e per conferire al lor capo tutti i diversi rami della Imperial Dignità, i nomi di Cesare e di Augusto, il titolo di Padre della Patria, il diritto di fare al Senato in un giorno tre diverse proposizioni27, l’uffizio di Pontefice Massimo, la potestà tribunizia e l’autorità proconsolare; formula d’investitura, che benchè sembrasse moltiplicare l’autorità dell’Imperatore, non faceva ch’esprimere la costituzione dell’antica Repubblica. Corrispose tutto il Regno di Probo alla sua bella aurora. Fu rilasciata al Senato la civile amministrazione dell’Impero. Il fido suo Generale sostenne l’onore dell’armi Romane, e spesso pose ai piedi di quell’assemblea corone d’oro e barbarici trofei, frutti delle sue numerose vittorie28. Pure, mentr’egli contentava la vanità dei Senatori, ne deve in secreto aver disprezzata l’indolenza e la debolezza. Benchè potessero ad ogni momento abolire il disonorevole editto di Gallieno, i superbi successori degli Scipioni pazientemente soffrirono di essere esclusi da tutti gl’impieghi militari. Conobbero ben presto, che chi ricusa la spada, deve ancora rinunziare allo scettro.

[A. D. 277]

La forza di Aureliano avea per ogni parte oppressi i nemici di Roma. Parve che dopo la morte di lui risuscitassero più fieri e più numerosi. Furono essi vinti di nuovo dalla vigorosa attività di Probo, che nel corto regno di quasi sei anni29 agguagliò la fama degli antichi Eroi, e ristabilì la pace e l’ordine in ogni Provincia del Mondo Romano. Così saldamente assicurò la pericolosa frontiera della Rezia, che la lasciò senza il sospetto neppur di un nemico. Egli abbattè l’erranti forze delle Tribù de’ Sarmati, e col terror delle armi sue costrinse que’ Barbari a desistere dalle rapine. Chiesero ardentemente i Goti l’alleanza di un Imperatore così bellicoso30. Egli assalì gl’Isaurici nelle loro montagne, assediò e prese vari de’ loro più forti castelli31, e si lusingò di aver soggiogato per sempre un domestico nemico, la cui indipendenza portava così profonde ferite alla maestà dell’Impero. I torbidi, eccitati nel superiore Egitto dell’usurpator Fermo, non eran mai stati perfettamente sedati, e le città di Tolemaide e di Copto, sostenute dall’alleanza dei Blemmi, mantenevano tuttavia una ribellione oscura. Il castigo di queste e de’ loro ausiliari selvaggi del Mezzogiorno si dice che spaventasse la Corte di Persia32, ed il Gran Re supplicò invano per ottenere l’amicizia di Probo. La maggior parte delle imprese, che ne illustrarono il regno, debbonsi al valor personale, ed alla condotta dell’Imperatore, talchè lo Scrittore della vita di lui manifesta qualche maraviglia, come in sì breve tempo potesse un sol uomo esser presente a tante guerre lontane. Egli affidò le altre imprese alla cura de’ suoi Generali, la giudiziosa scelta de’ quali forma una parte considerabile della sua gloria. Caro, Diocleziano, Massimiano, Costanzo, Galerio, Asclepiodoto, Annibaliano, ed un numero di altri Capi, i quali di poi occuparono o sostennero il trono, furono educati nell’armi, e nella severa scuola di Aureliano e di Probo33.

[A. D. 277]

Ma il più importante servigio, che Probo rendesse alla Repubblica, fu di aver liberata la Gallia, e ricuperate settanta floride città oppresse dai Barbari della Germania, i quali dopo la morte di Aureliano aveano impunemente desolata quella vasta Provincia34. Tra la varia moltitudine di quei feroci invasori si possono con qualche chiarezza distinguere tre grandi armate, o piuttosto nazioni successivamente vinte dal valore di Probo. Egli rispinse i Franchi nelle loro paludi; circostanza dimostrativa, dalla quale possiamo inferire, che la confederazione, conosciuta sotto il generoso nome di liberi, già occupava il basso paese marittimo diviso e quasi coperto dalle stagnanti acque del Reno; e che diverse Tribù dei Frisi e dei Batavi si erano unite alla loro alleanza. Egli vinse i Borgognoni, considerabil nazione della razza dei Vandali. Erano essi andati vagando in traccia di bottino dalle rive dell’Oder a quelle della Senna. Si stimarono assai felici di comprare con la restituzione di tutte le loro prede la permissione di un sicuro ritorno. Tentarono essi di eludere quell’articolo del trattato. Il loro castigo fu immediato e terribile35. Ma di tutti gl’invasori della Gallia, i più formidabili erano i Ligj, nazione lontana, che possedeva un vasto dominio sulle frontiere della Polonia e della Slesia36. Tra questi gli Arj tenevano il primo posto pel loro numero e per la loro fierezza. «Gli Arj» (così sono essi descritti dall’energia di Tacito) procurano di accrescere con l’arte e colle circostanze del tempo il natural terrore della loro fierezza. Neri sono gli scudi loro, e tinti di nero i lor corpi. Scelgono per combattere l’ora più oscura della notte. Il lor esercito si avanza coperto quasi da un’ombra funerea37; e trova di rado un nemico capace di sestenere un sì strano aspetto ed infernale. Gli occhi sono i primi di tutti i sensi ad esser vinti in battaglia38.» Pure le armi e la disciplina dei Romani facilmente sconfissero quegli orridi spettri. I Ligj furon disfatti in un generale combattimento, e Sennone, il più rinomato dei loro capi, cadde vivo nelle mani di Probo. Questo prudente Imperatore non volendo ridurre un popolo coraggioso alla disperazione, gli accordò una capitolazione onorevole, e gli permise di ritornar sicuramente al suo nativo paese. Ma le perdite, che i Ligj soffersero nella marcia, nella battaglia e nella ritirata abbatterono il potere della nazione; nè il nome loro si trova più ripetuto nella storia della Germania o dell’Impero. Si racconta che la liberazione della Gallia costasse la vita a quattrocentomila degl’invasori; impresa faticosa per li Romani, e dispendiosa per l’Imperatore, che donò una moneta d’oro per ogni Barbaro ucciso39. Ma siccome la fama de’ guerrieri si fabbrica sopra la distruzione dell’uman genere, si può naturalmente sospettare che quel sì sanguinoso calcolo fosse moltiplicato dall’avarizia dei soldati, ed accettato senza alcun severo esame dalla liberale vanità di Probo.

Dopo la spedizione di Massimino, i Generali Romani aveano limitata la loro ambizione ad una guerra difensiva contro le nazioni della Germania, che perpetuamente tribolavano le frontiere dell’Impero. Il più ardito Probo proseguì le sue vittorie, passò il Reno, e portò le sue invincibili aquile sulle rive dell’Elba e del Necker. Era egli pienamente convinto, che niente poteva indurre l’animo dei Barbari alla pace, se non provavano nel proprio lor paese le calamità della guerra. La Germania spossata dal cattivo successo dell’ultima emigrazione, rimase sbigottita alla presenza di Probo, Nove de’ più considerabili Principi si portarono al di lui campo, e se gli gettarono ai piedi. Accettarono umilmente i Germani le condizioni che piacque di dettare al vincitore. Volle egli una esatta restituzione delle spoglie e dei prigionieri levati alle Province; ed obbligò i loro magistrati a punire i predatori più ostinati, che pretendevano di ritenere qualche parte del bottino. Un considerabil tributo di grano, di armenti e di cavalli, sole ricchezze dei Barbari, fu riservato per l’uso delle guarnigioni, che Probo stabilì sulle frontiere del lor territorio. Avea egli altresì qualche pensiero di costringere i Germani ad abbandonare l’esercizio delle armi, ed a rimettere le loro contese e la loro sicurezza alla giustizia ed alla potenza di Roma. Per eseguire questi salutevoli progetti era indispensabilmente necessaria la residenza perpetua di un Governatore Imperiale, sostenuto da numerosa armata. Probo pertanto credè più espediente di differire l’esecuzione di un disegno sì grande, ch’era per vero dire di utilità più apparente che solida40. Riducendo la Germania alla condizione di Provincia, avrebbero i Romani con fatiche e spese immense acquistato soltanto un circondario più esteso da potersi difendere contro i più feroci o più attivi Barbari della Scizia.

In vece di ridurre i bellicosi Germani allo stato di sudditi, Probo si contentò dell’umile espediente d’innalzare un baluardo contro le loro incursioni. Il paese, che forma adesso il circolo della Svevia, era stato lasciato deserto nel secolo di Augusto per l’emigrazione degli antichi suoi abitatori41. La fertilità del suolo presto vi trasse una nuova colonia dalle adiacenti province della Gallia. Varie trame di venturieri di un rapace carattere e di disperate fortune, occuparono quella incerta possessione, e riconobbero col pagamento della decima la maestà dell’Impero42. Per proteggere questi nuovi sudditi, fu a poco a poco tirata una linea di guarnigioni, che dovea servir di frontiera dal Reno al Danubio. Verso il regno di Adriano, quando cominciò a praticarsi quella maniera di difese, furono queste guarnigioni tra loro connesse, e coperte da una forte trinciera di alberi e di palizzate. In vece di quel rozzo baluardo, vi costruì l’Imperator Probo un muro di pietra di considerabile altezza, e fortificato con torri a convenienti distanze. Dalle vicinanze di Newstadt e di Ratisbona sul Danubio si stendeva a traverso i monti, le valli, i fiumi e le paludi fino a Wimpfen sul Necker, e terminava finalmente sulle rive del Reno, dopo un tortuoso corso di quasi dugento miglia43. Questa importante barriera, congiungendo i due gran fiumi, che difendevano le province dell’Europa, pareva occupare lo spazio voto, pel quale poteano i Barbari, e specialmente gli Alemanni, penetrare con la maggior facilità nel cuor dell’Impero. Ma l’esperienza del mondo, dalla China alla Britannia, ha mostrato inutile il tentativo di fortificare un esteso tratto di paese44. Un attivo nemico che può scegliere e variare i punti di attacco, dee finalmente scoprire un luogo debole, e profittare d’un momento d’innavvertenza. La forza non meno che l’attenzione dei difensori è divisa; e tali son gli effetti di un cieco terrore sulle truppe più salde, che una linea rotta in un sol posto è quasi in un istante tutta abbandonata. Il destino del muro eretto da Probo può confermare l’osservazion generale. Pochi anni dopo la morte di lui, esso fu rovesciato dagli Alemanni. Le sparse rovine, universalmente attribuite alla potenza del Demonio, servono adesso soltanto ad eccitare la maraviglia del contadino della Svevia.

Tra le utili condizioni di pace, imposte da Probo alle vinte nazioni della Germania, vi era l’obbigazione di somministrare all’esercito Romano sedicimila uomini, scelti dalla gioventù più valorosa e robusta. L’Imperatore li disperse per tutte le Province, e distribuì questo pericoloso rinforzo in piccole bande, ciascuna di cinquanta o sessanta uomini fra le truppe nazionali; procurando giudiziosamente che fosse sensibile, ma non visibile l’aiuto, che la Repubblica traeva dai Barbari45, Era questo divenuto ormai necessario. I molli abitatori dell’Italia e delle Province interne non potevano più sostenere il peso delle armi. Le robuste nazioni situate sulle frontiere del Reno e del Danubio davano ancora animi e corpi adattati alle fatiche del campo; ma una continua serie di guerre avea a poco a poco diminuito il lor numero. La rarità dei matrimonj, o la rovina dell’agricoltura, s’opponevano ai principj della popolazione, e distruggevano non solo la forza delle generazioni presenti, ma toglievano la speranza ancora delle future. La sapienza di Probo abbracciò il vasto ed utile disegno di ripopolare l’esauste frontiere con nuove colonie di Barbari schiavi o fuggitivi, ai quali egli diede e terreno e bestiami, ed istrumenti di agricoltura, ed ogni incoraggiamento che potesse impegnarli ad allevare una razza di soldati pel servizio della Repubblica. Egli trasferì un considerabil corpo di Vandali nella Britannia, e probabilmente nella Provincia di Cambridge.46 L’impossibilità della fuga fece che si adattassero alla loro situazione, e nelle susseguenti turbolenze di quell’isola si mostrarono fedelissimi sudditi dello Stato47. Un gran numero di Franchi e di Gepidi fu stabilito sulle rive del Danubio e del Reno. Centomila Bastarni, cacciati dalla lor patria, accettarono allegramente uno stabilimento nella Tracia, e presto contrassero i costumi ed i sentimenti di sudditi romani48. Ma troppo spesso furono deluse le speranze di Probo. L’impazienza e la pigrizia dei Barbari mal poteano sopportare le lente fatiche dell’agricoltura. Il loro indomabile spirito di libertà sollevandosi contro il dispotismo, li eccitò a precipitose ribellioni, ugualmente fatali ad essi, che alle Province49; nè poterono questi artificiali rinforzi, benchè replicati dai successivi Imperatori, rendere all’importante frontiera della Gallia e dell’Illirico l’antico suo nativo vigore.

Di tutti i Barbari, che abbandonarono i nuovi loro stabilimenti, e disturbarono la pubblica tranquillità, un piccolissimo numero ritornò al suo nativo paese. Poterono per breve tempo vagare armati per l’Impero; ma furono al fine sicuramente distrutti dalla potenza di un Imperator bellicoso. La fortunata temerità di una truppa di Franchi fu accompagnata da conseguenze sì memorabili da non doversi passare in silenzio. Probo gli avea stabiliti sulle coste del Ponto, colla mira di rinforzare quella frontiera contro lo irruzioni degli Alani. Una flotta, che fissa stava nei porti dell’Eusino, cadde nelle mani dei Franchi; ed essi risolverono di cercare una strada per mari incogniti dalla foce del Fasi a quella del Reno. Fuggirono essi facilmente a traverso il Bosforo e l’Ellesponto, ed incrociando lungo il Mediterraneo, la loro sete di vendetta e di rapina con frequenti sbarchi su i lidi dell’Asia, della Grecia o dell’Affrica, che non sospettavano una incursione. La ricca città di Siracusa, nel cui porto erano state una volta calate a fondo le flotte di Atene e Cartagine, fu saccheggiata da un pugno di Barbari, che trucidarono la maggior parte de’ tremanti abitatori. Dalle isole della Sicilia si avanzarono i Franchi alle Colonne di Ercole, e fidandosi all’Oceano costeggiarono la Spagna e la Gallia, e dirigendo trionfanti il loro corso pel canale Britannico, terminarono finalmente il sorprendente loro viaggio, approdando sicuri ai lidi della Batavia o della Frisia50. L’esempio del loro felice successo, insegnando ai loro concittadini a concepire i vantaggi, e a disprezzare i pericoli del mare, additò al loro spirito intraprendente una nuova strada alla ricchezza e alla gloria.

Non ostante la vigilanza e l’attività di Probo, era quasi impossibile ch’egli potesse nel tempo stesso contenere nell’ubbidienza ogni parte del suo tanto esteso dominio. I Barbari, che ruppero le loro catene, presa aveano la favorevole occasione di una guerra domestica. Quando mosse l’Imperatore al soccorso della Gallia, affidò a Saturnino il comando dell’Oriente. Questo Generale, uomo di merito e di esperienza, fu indotto a ribellarsi dalla lontananza del suo Sovrano, dalla leggierezza degli Alessandrini, dalle premurose istanze degli amici, e dai suoi propri timori; ma dal primo momento della sua elevazione non mantenne mai alcuna speranza di conservarsi l’Impero, oppure la vita. "Ah! diss’egli, "la Repubblica ha perduto un util suddito, e la temerità di un momento ha distrutto i servigi di molt’anni. Voi non conoscete (egli continuò) le angustie del sovrano potere; sta sempre sospesa sul nostro capo una spada; paventiamo le stesse nostre guardie, e diffidiamo dei nostri compagni. Non è più in nostro arbitrio l’operare o stare in riposo, nè vi è età, carattere, o condotta veruna, che ci metta al coperto della censura dell’invidia. Innalzandomi in tal guisa al trono, condannato mi avete a una vita angustiosa, e ad un fine immaturo. L’unica consolazione che mi resta, è la sicurezza che non caderò solo51." Ma come la prima parte della sua predizione fu verificata dalla vittoria, così fu la seconda smentita dalla clemenza di Probo. Questo buon Principe tentò persino di salvare l’infelice Saturnino dal furor dei soldati. Avea egli più di una volta pregato l’usurpatore istesso a riporre qualche fiducia nella clemenza di un Sovrano, il quale tanto stimava il carattere di lui, che avea punito, qual maligno delatore, il primo che riferì l’improbabil nuova della sua ribellione52. Avrebbe forse Saturnino accettata la generosa offerta, se non fosse stato ritenuto dall’ostinata diffidenza dei suoi aderenti. Il loro delitto era più grave, e le loro speranze più ardenti di quelle dello sperimentato lor condottiere.

[A.D. 289]

Era appena nell’Oriente estinta la ribellione di Saturnino, che si suscitarono nuove turbolenze nell’Occidente, per la sollevazione di Bonoso e di Proculo nella Gallia. Il maggior merito di questi due Uffiziali era la prodezza dell’uno nelle battaglie di Bacco, dell’altro in quelle di Venere53; non mancava però nè l’uno nè l’altro di coraggio e di capacità, ed ambi sostennero con onore l’augusto carattere che il timor del castigo gli aveva impegnati ad assumere, finchè cederono in ultimo al genio superiore di Probo. Egli usò della vittoria con la solita sua moderazione, e risparmiò i beni non men che le vite delle innocenti loro famiglie54.

[A.D. 281]

Aveano ormai le armi di Probo oppressi tutti gli stranieri e domestici nemici dello Stato. Il suo dolce, ma fermo governo assicurava il ristabilimento della pubblica tranquillità; nè vi era rimasto nelle province un barbaro nemico, un tiranno o un masnadiere pur anco, che risvegliasse la memoria dei passati disordini. Tempo era che l’Imperatore rivedesse Roma, e celebrasse la propria sua gloria e l’universale felicità. Il trionfo, dovuto al valore di Probo, fu regolato con una magnificenza conveniente alla sua fortuna, ed il popolo, che avea sì di recente ammirati i trofei di Aureliano, rimase con eguale piacere attonito alla vista di quelli dell’Eroe successore55. Non possiamo in questa occasione tralasciare di riferire il coraggio di circa ottanta gladiatori, riservati con quasi seicento altri per l’inumano spettacolo dell’anfiteatro. Sdegnando essi di spargere il sangue per dilettare la moltitudine, uccisero i loro custodi, ruppero la loro prigione, ed empirono le contrade di Roma di sangue e di confusione. Dopo una ostinata resistenza furono superati, e tagliati a pezzi dalle truppe regolari; ma ottennero almeno una morte onorevole, e la soddisfazione di una giusta vendetta56.

La militar disciplina, che regnava nei campi di Probo, era meno crudele di quella di Aureliano, ma non men rigida ed esatta. Il secondo puniva le irregolarità dei soldati con inflessibile severità; il primo le preveniva, occupando le legioni in continue ed utili fatiche. Quando Probo comandava nell’Egitto, fece molte opere considerabili per lo splendore e per l’utile di quel ricco paese. La navigazione del Nilo, così importante a Roma medesima, fu migliorata; e tempj, ponti, portici e palazzi furono costruiti dalle mani de’ soldati, che servivano a vicenda come architetti, come ingegneri e come operai57. Vien riferito di Annibale, che per preservare le sue truppe dalle pericolose tentazioni dell’ozio, le avea obbligate a fare vaste piantazioni di ulivi lungo la costa dell’Affrica58. Per un simil principio, Probo esercitò le sue legioni a coprire di ricche vigne le colline della Gallia e della Pannonia, e ci vengono descritti due considerabili terreni, che furono interamente lavorati o piantati dalle braccia dei soldati59. Uno di questi, conosciuto sotto il nome di Monte Almo, era situato vicino a Sirmio, paese nativo di Probo, per cui egli sempre conservò un affetto parziale, e la cui gratitudine procurò d’assicurarsi, convertendo in terreno lavorabile un vasto ed insalubre tratto di suol paludoso. Un esercito così impiegato componeva forse la più utile e la più coraggiosa porzione dei sudditi Romani.

Ma nel proseguimento di un disegno favorito i migliori degli uomini, soddisfatti della rettitudine delle loro intenzioni, sono soggetti ad obbliare i limiti della moderazione; e Probo istesso non consultò abbastanza la pazienza e la disposizione dei feroci suoi legionari60. Sembra che solamente una vita piacevole ed oziosa possa compensare i pericoli della professione militare; ma se i doveri del soldato sono continuamente aggravati dalle fatiche dell’agricoltore, egli caderà finalmente sotto l’intollerabil peso, o lo scuoterà con isdegno. Si pretende che l’imprudenza di Probo provocasse lo scontento delle sue truppe. Più attento agl’interessi del Genere Umano che a quelli dell’esercito, egli manifestò la vana speranza di presto abolire, collo stabilimento della pace universale, la necessità delle truppe permanenti e mercenarie61.

[A.D. 282]

Questa poco misurata espressione gli divenne fatale. In uno dei più caldi giorni di estate, mentre egli severamente affrettava l’insalubre lavoro di seccare le paludi di Sirmio, i soldati, impazienti della fatica, gettaron via subitamente i loro strumenti, afferraron l’armi, e proruppero in una furiosa sollevazione. L’Imperatore, conoscendo il suo pericolo, si rifuggì in un’alta torre, eretta a fine di osservare il progresso di quel lavoro62. Fu la torre in un momento forzata, e mille spade in un punto immerse furono in seno all’infelice Probo. Appena saziato, cessò il furor delle truppe. Deplorarono allora la funesta loro temerità, obbliarono la severità dell’Imperatore che avean trucidato, e si affrettarono a perpetuare con un onorifico monumento la memoria delle virtù e delle vittorie di lui63.

Quando ebbero le legioni soddisfatto al loro dolore e pentimento per la morte di Probo, con unanime consenso dichiararono Caro Prefetto del Pretorio, come il più degno del trono imperiale. Ogni circostanza relativa a questo Principe comparisce d’una varia ed incerta natura. Ei si gloriava del titolo di cittadino Romano, ed affettava di paragonare la purità del suo sangue colla straniera e perfino barbara origine dei precedenti Imperatori, ma i più curiosi indagatori fra i suoi contemporanei, ben lungi dall’ammettere questa pretensione, hanno variamente dedotta l’origine di lui, o quella dei suoi genitori, dall’Illirico, dalla Gallia o dall’Affrica64. Benchè soldato, egli ebbe una culta educazione; e benchè Senatore, gli fu conferita la prima dignità dell’esercito; ed in un secolo, in cui le professioni civile e militare cominciarono ad essere stabilmente separate l’una dall’altra, esse furono unite nella persona di Caro. Non ostante la severa giustizia da lui esercitata contro gli assassini di Probo, al favore e alla stima del quale egli era altamente obbligato, non potè evitare il sospetto di esser complice di un misfatto, da cui ricavò il principale vantaggio. Egli godeva (almeno avanti il suo innalzamento) la riputazione d’uomo abile e virtuoso65; ma l’austero suo naturale si cangiò insensibilmente in fastidioso e crudele, e gl’imperfetti Scrittori della sua vita non sanno se devono porlo nel numero dei Tiranni di Roma66. Quando Caro prese la porpora, era nell’età di circa sessant’anni, ed i due suoi figli Carino e Numeriano erano ormai giunti alla virilità67.

L’autorità del Senato morì con Probo, nè i soldati dimostrarono il loro pentimento con quel rispettoso riguardo per la potenza civile, che aveano palesato dopo l’infelice morte di Aureliano. Fu l’elezione di Caro decisa senza aspettare l’approvazione del Senato; ed il nuovo Imperatore si contentò di notificare con una fredda ed altiera lettera, ch’era salito sul trono vacante68. Una condotta tanto opposta a quella dell’amabile suo predecessore, non recò alcun favorevol presagio del nuovo Regno, ed i Romani, privi di potere e di libertà, usarono del privilegio rimasto loro di mormorare69. Non si mancò per altro di congratularsi con lui e di adularlo; e possiam tuttavia leggere con piacere e disprezzo un’egloga, che fu composta per l’avvenimento dell’Imperator Caro. Due pastori per evitare il calore del mezzogiorno si ritirano nella grotta di Fauno. Sulla scorza d’un ombroso faggio vedono alcuni freschi caratteri. La rustica Deità avea descritta in versi profetici la felicità promessa all’Impero sotto il Regno di sì gran Principe. Fauno saluta l’Eroe, che ricevendo sulle sue spalle il cadente peso del mondo Romano, estinguerà le guerre e le fazioni, e farà risorgere l’innocenza e la tranquillità del secol d’oro70.

È più che probabile che queste eleganti inezie non giungessero mai alle orecchie di un Generale veterano, che con il consenso delle legioni si preparava ad eseguire il lungamente sospeso disegno della guerra Persiana. Avanti la sua partenza per questa remota spedizione, Caro conferì ai due suoi figli, Carino, e Numeriano, il titolo di Cesare, e rivestendo il primo di una quasi ugual porzione d’imperial potere, ordinò al giovane Principe di prima sedare alcune perturbazioni insorte nella Gallia, e di poi stabilire la sua residenza in Roma, ed assumere il governo delle Province Occidentali71. Fu la salvezza dell’Illirico assicurata con una memorabil disfatta dei Sarmati. Sedicimila di quei Barbari restarono sul campo di battaglia, e montò a ventimila il numero dei prigionieri. Il vecchio Imperatore, animato dalla fama e dall’aspetto della vittoria, continuò la sua marcia di mezzo verno per le campagne della Tracia e dell’Asia Minore, ed arrivò finalmente col suo più giovane figliuolo Numeriano ai confini della Monarchia Persiana. Là accampato sulla cima di un’alta montagna, mostrò alle truppe l’opulenza ed il lusso dei nemici che andavano ad assalire.

[A.D. 283]

Il successore di Artaserse, Varane o Bahram, benchè avesse soggiogati i Segesti, una delle più bellicose nazioni dell’Asia superiore72, fu atterrito dalla venuta dei Romani, e procurò di arrestarli con un trattato di pace. I suoi ambasciatori entrarono nel campo verso il cader del Sole, mentre le truppe si ristoravano con un pasto frugale. I Persiani manifestarono il loro desiderio di essere introdotti alla presenza dell’Imperator Romano. Furono essi finalmente condotti dinanzi ad un soldato assiso sull’erba. Un pezzo di lardo vieto, e pochi secchi piselli componean la cena di quello. Un rozzo manto di porpora era l’unico indizio della sua dignità. Si fece l’abboccamento collo stesso disprezzo della cortigiana eleganza. Caro levandosi un berretto, che portava per nascondere la sua calvezza, assicurò gli Ambasciatori, che se il loro Sovrano non avesse riconosciuta la superiorità di Roma, egli avrebbe subitamente ridotta la Persia così nuda di alberi, come era la testa sua di capelli73. Malgrado le tracce di una studiata ostentazione possiamo da questa scena conoscere i costumi di Caro, e la severa semplicità, che i marziali successori di Gallieno aveano già ristabilita nei campi Romani. I ministri del gran Re tremarono e si ritirarono.

Non furono senza effetto le minacce di Caro. Egli devastò la Mesopotamia, tagliò a pezzi tutto quello, che si oppose al suo passaggio, s’impadronì delle grandi Città di Seleucia e di Tesifonte (che sembra essersi rese senza resistenza) e portò le armi sue vittoriose di là dal Tigri74. Egli avea preso il favorevol momento per una invasione. I Consigli Persiani erano divisi dalle fazioni domestiche, e la maggior parte delle lor forze era ritenuta sulle frontiere dell’India. Roma e l’Oriente ricevean con trasporto le nuove di vantaggi così rilevanti. L’adulazione e la speranza dipingevano coi più vivi colori la caduta della Persia75, la conquista dell’Arabia, la soggezione dell’Egitto, ed una durevole sicurezza dalle incursioni degli Sciti. Ma il Regno di Caro era destinato a dimostrare la vanità delle predizioni. Queste appena pubblicate, furono deluse dalla morte di lui; avvenimento accompagnato da tali ambigue circostanze, che non può riferirsi meglio che con una lettera del Segretario di esso al Prefetto della Città. «Caro (dic’egli), nostro dilettissimo Imperatore, era dalla malattia confinato nel letto, quando scoppiò sul campo una furiosa tempesta. Le tenebre, che coprivano il cielo, erano così dense, che ne impedivano il vederci l’un l’altro, ed i continui lampi dei fulmini ci toglievano la cognizione di tutto ciò che seguiva nella general confusione. Immediatamente dopo un violentissimo scoppio di tuono, udimmo un grido improvviso ch’era morto l’Imperatore; e subito videsi che i suoi Cortigiani aveano in un trasporto di dolore messo fuoco alla tenda Reale; circostanza per cui si disse che Caro fu ucciso dal fulmine. Ma per quanto possiamo investigar la verità, la sua morte fu il naturale effetto della sua malattia76

La vacanza del trono non produsse sconcerto veruno. L’ambizione dei Generali fu repressa dai loro vicendevoli timori, ed il giovane Numeriano, ed il suo fratello assente, Carino, furono di comun consenso riconosciuti Imperatori di Roma. Il Pubblico sperava che il successore di Caro seguitasse le vestigia del padre, e senza lasciar che i Persiani si riavessero dalla loro costernazione, entrasse colla spada alla mano nei palazzi di Susa e di Ecbatana77. Ma le legioni, benchè numerose e disciplinate, furono atterrite dalla più vile superstizione. Non ostanti tutti gli artifizi posti in uso per nascondere qual fosse stata la morte dell’ultimo Imperatore, fu impossibile di distruggere l’opinione della moltitudine, ed è insuperabile la forza della opinione. I luoghi o le persone colpite dal fulmine erano riguardate dagli antichi con religioso orrore, come singolarmente consacrate all’ira del cielo78. Fu allora rammentato un oracolo, che indicava il fiume Tigri, come il confine fatale delle armi Romane. Le truppe, atterrite dal destino di Caro e dal lor proprio pericolo, altamente gridarono al giovane Numeriano, che ubbidisse al voler degli Dei, e le conducesse fuori di quell’infausto teatro di guerra. Non seppe il debole Imperatore vincere l’ostinato lor pregiudizio, ed i Persiani videro con stupore l’improvvisa ritirata di un vittorioso nemico79.

[A. D. 284]

La nuova della misteriosa morte dell’ultimo Imperatore fu presto portata dalle frontiere della Persia a Roma; ed il Senato non meno che le Province si congratularono co’ figliuoli di Caro del loro avvenimento al trono, Mancava per altro a questi giovani fortunati quella nota superiorità o di nascita o di merito, che sola può render facile il possesso di un trono, come se fosse naturale. Nati ed educati in condizione privata, furono per l’elezione del padre innalzati in un momento alla dignità di Principi; e la morte di lui, seguita quasi sedici mesi dopo, lasciò ad essi l’inaspettata eredità di un vasto Impero. Si richiedeva una virtù e prudenza non ordinaria per sostener con moderazione questo rapido innalzamento; e Carino, il maggiore de’ fratelli, era più che all’ordinario privo di queste due qualità. Aveva egli nella guerra della Gallia mostrato qualche grado di valor personale80, ma dal momento del suo arrivo in Roma si abbandonò al lusso della Capitale, ed all’abuso della sua fortuna. Egli era effemminato e ad un tempo crudele; dedito al piacere, ma privo di buon gusto; e benchè vano all’estremo, non curante della pubblica stima. Nel corso di pochi mesi successivamente sposò o ripudiò nove mogli, molto delle quali lasciò gravide; e nonostante questa incostanza, autorizzata dalle leggi, trovò tempo di soddisfare tanti irregolari appetiti, che disonorò se stesso e le più nobili famiglie di Roma. Egli riguardava con odio implacabile tutti coloro, che potean rammentarsi l’antica sua oscurità, o censurare la sua presente condotta. Condannò all’esilio o alla morte gli amici ed i consiglieri, che il padre gli avea posti attorno per guidare l’inesperta sua giovinezza; e perseguitò colla più vile vendetta i suoi condiscepoli e compagni, che non aveano abbastanza rispettata la nascosta maestà dell’Imperatore. Coi Senatori, Carino affettava un superbo e regio contegno, frequentemente dichiarando che aveva idea di distribuire i loro beni alla plebaglia di Roma. Dalla feccia della medesima scelse i suoi favoriti, e fino i suoi ministri. Il palazzo e la tavola stessa Imperiale era piena di musici, di ballerini, di donne prostituite, e di tutto il vario corteggio del vizio e della follìa. Ad uno dei suoi Portieri81 affidò il governo della Città. Al Prefetto del Pretorio, da lui messo a morte, Carino sostituì uno de’ ministri de’ suoi più vili piaceri. Un altro, che possedeva l’istesso, o ancora un più infame diritto al favore di lui, fu rivestito del Consolato. Un Segretario di confidenza, che avea acquistata la rara abilità di contraffare lo scritto, liberò l’indolente Imperatore, col consenso di lui, dal molesto dovere di segnare il suo nome.

Quando l’Imperator Caro cominciò la guerra di Persia, fu indotto da motivi di affetto, non meno che di politica, ad assicurare la sorte della sua famiglia, lasciando nelle mani del suo maggior figliuolo le armate e le Province dell’Occidente. La notizia, ch’egli ricevè ben tosto della condotta di Carino, lo ricolmò di vergogna e di dolore; nè avea egli celata la sua risoluzione di soddisfare la Repubblica con un severo atto di giustizia, o di adottare in luogo di un indegno figliuolo, il valoroso e virtuoso Costanzo, ch’era allora Governatore della Dalmazia. Ma l’innalzamento di questo fu per un tempo differito, ed appena che la morte di un Padre ebbe liberato Carino dal freno del timore o del rispetto, egli mostrò ai Romani le stravaganze di Elagabalo, accompagnate dalla crudeltà di Domiziano82.

Il solo merito del Regno di Carino, che la storia possa ricordare, e la poesia celebrare, fu l’insolito splendore, col quale in nome suo e del fratello egli festeggiò i giuochi Romani del teatro, del circo e dell’anfiteatro. Più di venti anni dopo, quando i cortigiani di Diocleziano rappresentavano al loro frugal Sovrano lo splendore e la popolarità del magnifico suo predecessore, egli confessò, che il regno di Carino era veramente stato un regno di piacere83. Ma il Popolo Romano godeva con sorpresa e con trasporto di questa vana prodigalità, che la prudenza di Diocleziano poteva giustamente disprezzare. I più vecchi cittadini, rammentandosi gli spettacoli dei tempi andati, la pompa trionfale di Probo o di Aureliano, ed i giuochi secolari dell’Imperatore Filippo, confessavano che tutti erano oscurati dalla superiore magnificenza di Carino84.

Gli spettacoli pertanto di Carino non possono esser meglio illustrati che coll’osservazione di alcune particolarità, che la storia si è degnata di riferire, concernenti quelli dei suoi predecessori. Se ci limitiamo solamente alla caccia delle fiere, benchè criticar si possa la vanità dell’idea o la crudeltà dell’esecuzione, siamo costretti a confessare, che nè avanti nè dopo il tempo dei Romani tant’arte o spesa non è mai stata profusa pe’ divertimenti del popolo85. D’ordine di Probo fu trapiantata nel mezzo del circo una considerabil quantità di grand’alberi, svelti dalle radici. Fu questa spaziosa e ombrosa foresta immediatamente ripiena di mille struzzi, di mille cervi, di mille daini e di mille cignali; e tutta questa varietà di selvaggiume fu abbandonata allo sfrenato impeto della moltitudine. La tragedia del giorno susseguente consistè nella strage di cento leoni, di cento leonesse, di dugento leopardi e di trecento orsi86. Gli animali raccolti e preparati dal più giovane Gordiano pel suo trionfo, e che il suo successore fece vedere nei giuochi secolari, erano meno ragguardevoli pel loro numero, che per la loro singolarità. Venti zebre mostrarono le loro eleganti forme e le belle liste del lor mantello agli occhi del Popolo Romano87. Dieci alci ed altrettante giraffe, i più alti e i più mansueti animali, ch’errino per le pianure della Sarmazia e dell’Etiopia, fecero un bel contrasto con trenta jene affricane, e dieci tigri dell’India, le più implacabili belve della Zona torrida. Nel rinoceronte, nell’ippopotamo del Nilo88 ed in una maestosa truppa di trentadue elefanti89 si ammirò l’innocente forza, di cui la natura ha dotato i più grandi tra i quadrupedi. Mentre la plebe guardava con attonita maraviglia quella splendida mostra, il naturalista potea invero osservare la figura e la proprietà di tante specie diverse, trasportate da ogni parte dell’antico mondo nell’anfiteatro di Roma. Ma questo accidental benefizio, che la scienza ricavar potea dalla follìa, non è certamente bastante a giustificare un così smoderato abuso delle pubbliche ricchezze. Si trova per altro un solo esempio nella prima guerra Punica, in cui il Senato combinò saggiamente questo divertimento della moltitudine coll’interesse dello Stato. Un numero considerabile di elefanti fu preso nella disfatta dell’armata Cartaginese, e condotto per uso del circo da pochi schiavi armati soltanto di dardi spuntati90. Servì quest’utile spettacolo ad imprimere nell’animo del soldato Romano un giusto disprezzo per quegli enormi animali, ed egli più non ne paventò l’incontro nelle battaglie.

La caccia o la mostra delle fiere era regolata con una magnificenza conveniente ad un popolo, che s’intitolava padrone del mondo; ed era l’edifizio, destinato a questo divertimento, una prova non meno evidente della romana grandezza. La posterità ammira e lungamente ammirerà i magnifici avanzi dell’anfiteatro di Tito, che tanto bene meritò il titolo di Colossale91. Era questo un edifizio di figura ellittica, lungo cinquecentosessantaquattro piedi, e largo quattrocentosessantasette, fabbricato sopra ottanta archi, e che si ergeva con quattro successivi ordini di architettura all’altezza di centoquaranta piedi92. Questo edificio era al di fuori incrostato di marmo, e adorno di statue. Il recinto di quella vasta concavità era ripieno e circondato da sessanta o ottanta ordini di sedili parimente di marmo coperti di cuscini, e capaci di contenere comodamente più di ottantamila spettatori93. Da sessantaquattro vomitatorj (giacchè con questo adattato vocabolo erano distinte le porte) usciva l’immensa moltitudine; e gli ingressi, i corridori, e le scale erano con tal disegno disposte, che qualunque persona dell’ordine o Senatorio o Equestre o Plebeo, giungeva al suo destinato luogo senza disturbo o confusione94. Niente era stato omesso di ciò che in qualche modo potesse servire al comodo, ed al piacere degli spettatori. Li difendea dal Sole e dall’acqua un’ampia tenda, che si tirava, richiedendolo il bisogno, sopra i loro capi. Veniva continuamente rinfrescata l’aria dai getti delle fontane, e profusamente impregnata del grato odore di aromati. Nel centro dell’edifizio, l’arena, o il teatro, era coperto della più fina sabbia, e prendea successivamente le più diverse forme. Ora poteva sorgere dalla terra come il giardino dell’Esperidi, e dopo era rotto in rupi e caverne simili a quelle della Tracia. I sotterranei canali conducevano una quantità inesauribile di acqua; e quel che un momento avanti sembrava un piano ben livellato, poteva improvvisamente cangiarsi in un vasto lago coperto di armate navi, e ripieno dei mostri dell’Oceano95. Nella decorazione di queste scene gl’Imperatori Romani facevano pompa delle loro ricchezze e della lor liberalità, e noi leggiamo che in diverse occasioni tutti gli ornamenti dell’anfiteatro erano o di argento o di oro o di ambra96. Il poeta, che descrive i giuochi di Carino, sotto il carattere di un pastore tratto alla Capitale dalla fama della loro magnificenza, afferma che le reti destinate, come per difesa, contro le fiere, erano di filo d’oro; che i portici erano dorati; e che il balteo o cerchio, che divideva i diversi ordini degli spettatori gli uni dagli altri, era adornato con un prezioso mosaico di bellissime pietre97.

[A.D. 284]

In mezzo a questa splendida pompa l’Imperatore Carino, sicuro della sua fortuna, godeva delle acclamazioni del popolo, dell’adulazione dei cortigiani e dei canti dei poeti, che in mancanza di un merito più essenziale, eran ridotti a celebrare le grazie divine della persona di lui98. Nell’ora stessa, ma in distanza di novecento miglia da Roma, il suo fratello rendeva lo spirito; ed una subita rivoluzione facea passare nelle mani di uno straniero lo scettro della famiglia di Caro99.

I Figli di Caro non si videro mai fra loro dopo la morte del padre. Le disposizioni, ch’esigeva la loro nuova posizione, erano probabilmente differite fino al ritorno del minor fratello a Roma, dov’era destinato un trionfo ai giovani Imperatori pel glorioso esito della guerra Persiana100. È incerto se avessero idea di divider tra loro il governo, o le province dell’Impero; ma è molto inverisimile che la loro unione dovesse lungamente durare. La gelosia della sovranità sarebbe stata infiammata dalla diversità dei caratteri. Carino era indegno di vivere anche nei tempi più corrotti; Numeriano meritava di regnare in un secolo più felice. Le affabili sue maniere e le sue mansuete virtù gli procacciarono, appena furono conosciute, il rispetto e gli affetti del Pubblico. Egli possedeva le belle doti di poeta e di oratore, che illustrano e adornano la più umile o la più elevata condizione. La sua eloquenza, benchè applaudita dal Senato, era formata più sul modello dei moderni declamatori, che su quello di Cicerone; ma in un secolo molto lontano dall’esser privo del merito poetico, egli ne disputò la palma coi più celebri suoi contemporanei, e rimase tuttavia amico dei suoi rivali; circostanza che dimostra o la bontà del suo cuore, o la superiorità del suo ingegno101. Ma erano i talenti di Numeriano di un genere più contemplativo che attivo, quando l’innalzamento del padre lo estrasse a forza dall’ombra del suo ritiro; nè il suo carattere, nè i suoi studi lo avean renduto atto a comandare gli eserciti. La sua complessione fu rovinata dalle fatiche della guerra Persiana; ed egli avea contratto pel calore del clima102 una debolezza tale negli occhi, che fu costretto, nel corso di una lunga ritirata, a confinarsi nella solitudine; e nell’oscurità di una tenda o di una lettiga. L’amministrazione di tutti gli affari e militari e civili fu conferita ad Arrio Apro, Prefetto del Pretorio, che alla potenza dell’importante sua carica univa l’onore di esser suocero di Numeriano. Era strettamente guardato il padiglione Imperiale dai suoi più fedeli aderenti, e per molti giorni Apro diede all’armata i supposti ordini dell’invisibile Sovrano103.

[A.D. 284]

Non erano scorsi ancora otto mesi dalla morte di Caro, quando l’esercito Romano, ritornando a lunghe giornate dalle rive del Tigri, arrivò a quelle del Bosforo Tracio. Le legioni fecero alto a Calcedonia nell’Asia, mentre la Corte passava sopra Eraclea sulla costa Europea della Propontide104. Ma si sparse improvvisamente nel campo, prima con segreti bisbigli e finalmente con alti clamori, la voce della morte dell’Imperatore, e della presunzione del suo ambizioso ministro, ch’esercitava tuttavia il potere sovrano in nome di un principe estinto. Non potè l’impazienza dei soldati sopportare più lungamente uno stato d’incertezza. Con insolente curiosità entrarono a forza nella Tenda Imperiale, e vi ritrovarono soltanto il cadavere di Numeriano105. La continua decadenza della salute di lui avrebbe potuto indurli a crederne naturale la morte; ma l’averla celata fu riguardato come una prova di delitto, e le provvisioni, prese da Apro per assicurare la propria elezione, divennero la cagione immediata della sua rovina. Pure, nel trasporto ancora della lor rabbia e del loro dolore, tennero le truppe una regolare condotta, che prova quanto sodamente era stata ristabilita la disciplina dei guerrieri successori di Gallieno. Fu intimata una generale assemblea dell’esercito da tenersi in Calcedonia, dove Apro fu condotto tra i ceppi come prigioniero e delinquente. Fu eretto in mezzo al campo un vuoto tribunale, ed i Generali ed i Tribuni tennero un gran consiglio di guerra. Essi annunziarono ben presto alla moltitudine, che la scelta loro era caduta sopra Diocleziano, comandante delle guardie domestiche, o sia del corpo, come il soggetto più capace di vendicare il loro amato Imperatore, e di succedergli. Dipendeva la futura sorte del Candidato dal caso, o dalla condotta di quel momento. Conoscendo Diocleziano che il grado, ch’egli avea occupato, lo esponeva a qualche sospetto, montò sul tribunale, ed alzando gli occhi al Sole, fece una solenne protesta sulla propria innocenza dinanzi a quel Nume, che tutto vede106. Prendendo di poi i modi di Sovrano o di Giudice, comandò che Apro, incatenato, fosse condotto a piè del tribunale. "Costui (diss’egli) è l’assassino di Numeriano"; e senza dargli tempo di entrare in una pericolosa giustificazione, snudò il ferro, e l’immerse in seno all’infelice Prefetto. Un’accusa sostenuta da una prova così decisiva, fu ammessa senza contraddizione, e le legioni riconobbero con ripetute acclamazioni la giustizia e l’autorità dell’Imperator Diocleziano107.

Prima di entrare nel memorabil regno di questo Principe, sarà conveniente cosa il punire e tor di mezzo l’indegno fratello di Numeriano. Carino aveva armi e ricchezze bastanti a sostenere il suo legittimo diritto all’Impero. Ma i suoi vizi personali preponderavano tutti i vantaggi della nascita e dell’attual situazione. I più fedeli ministri del padre disprezzavano l’incapacità, e paventavano la crudele arroganza del figliuolo. Eran gli affetti del popolo impegnati in favore del rivale, ed il Senato istesso inclinava a preferire un usurpatore a un tiranno. Gli artifizi di Diocleziano infiammarono la generale scontentezza, e fu il verno consumato in segreti intrighi, ed in aperti preparativi per una guerra civile. S’incontrarono a primavera le forze dell’Oriente e dell’Occidente nelle pianure di Margo, piccola città della Mesia, nelle vicinanze del Danubio108. Le truppe tornate così recentemente dalla guerra Persiana, aveano acquistata la loro gloria a spese della loro salute e del lor numero, nè erano esse in istato di contrastare con l’inesausto vigore delle legioni Europee. Furono rotte le loro file, e per un momento Diocleziano disperò della porpora e della vita. Ma perdè Carino in un punto, per l’infedeltà de’ suoi uffiziali, il vantaggio riportato dal valore de’ suoi soldati. Un Tribuno, di cui egli avea sedotta la moglie, prese l’opportunità di vendicarsi, e con un colpo solo spense la discordia civile col sangue dell’adultero109.


Note

  1. Vopisco Stor. Aug. p. 222. Aurelio Vittore fa menzione, di una formal deputazione fatta dalla truppe al Senato.
  2. Vopisco, nostra principale autorità, scriveva in Roma solamente sedici anni dopo la morte di Aureliano; ed oltre alla recente notizia dei fatti, trae costantemente i suoi materiali dai giornali del Senato, e dagli scritti originali della libreria Ulpiana. Zosimo e Zonara compariscono così ignoranti di questo trattato, come lo erano generalmente della costituzione Romana.
  3. Livio l. 17. Dionisio Alicarnas. l. II. p. 115. Plutarco in Numa, p. 60. Il primo di questi Scrittori riferisce la storia come un oratore, il secondo come un legista ed il terzo come un moralista, e niuno probabilmente senza qualche mescuglio di favola.
  4. Vopisco (nella Stor. Aug. p. 227) lo chiama primae sententiae consularis, e subito dopo, Princeps Senatus. È naturale il supporre, che i Monarchi di Roma sdegnando quell’umil titolo, lo cedessero al più antico fra i Senatori.
  5. L’unica obbiezione a questa genealogia è che lo Storico si nominava Cornelio, l’Imperatore Claudio. Ma sotto il basso Impero, i soprannomi erano estremamente vari ed incerti.
  6. Zonara, l. XII, p. 637. La Cronica Alessandrina, per un facile errore, trasferisce quell’età ad Aureliano.
  7. Nell’anno 273 egli fu Console ordinario, ma debbe essere stato suffetto molti anni avanti, e probabilmente sotto Valeriano.
  8. Bis millies octingenties. Vopisco nella Stor. Aug. p. 229. Questa somma, secondo l’antica misura, equivaleva ad ottocento quarantamila libbre Romane di argento, ciascuna della valuta di sei zecchini. Ma nel secolo di Tacito il conio avea perduto molto nel peso e nella purità.
  9. Dopo il suo avvenimento, ordinò che si facessero annualmente dieci copie dello Storico, e si collocassero nelle pubbliche librerie. Le librerie Romane sono da gran tempo perite, e la più stimabil parte di Tacito fu conservata in un solo MS. e scoperta in un Monastero della Vestfalia. Vedi Bayle, Dizionario. Art. Tacito, e Lipsio ad Annal. II. 9.
  10. Vopisco nella Stor. Aug. p. 227.
  11. Stor. Aug. p. 228. Tacito indirizzandosi ai Pretoriani, li nominava sanctissimi milites, ed il popolo, sacratissimi Quirites.
  12. Nelle sue manumissioni non eccedè mai il numero di cento, come limitato dalla legge Caninia promulgata sotto Augusto, e finalmente abolita da Giustiniano. Vedi Casaubono ad locum Vopisci.
  13. Vedi le vita di Tacito, di Floriano, e di Probo nella Stor. Aug. Possiamo assicurarci che tutto ciò che diede il Soldato, lo avea già dato il Senatore.
  14. Vopisco nella Stor. Aug. p. 236: il passo è chiarissimo, ma Casaubono e Salmasio vorrebbero correggerlo.
  15. Vopisco nella Stor. Aug. p. 230, 232, 233. I Senatori celebrarono quel felice ristabilimento con ecatombi e con pubbliche allegrezze.
  16. Stor. Aug. p. 228.
  17. Vopisco nella Stor. Aug. p. 230. Zosimo l. I. p. 57. Zonara, l. XII. p. 637. Due passi della vita di Probo (p. 236 238.) mi persuadono che questi Sciti, invasori del Ponto, fossero Alani. Se dar possiam fede a Zosimo (l. I. 58.) Floriano li perseguitò fino al Bosforo Cimmerio. Ma egli ebbe appena tempo per una spedizione tanto lunga e difficile.
  18. Eutropio ed Aurelio Vittore dicon solamente ch’egli morì. Vittore Giuniore aggiunge, ch’egli morì di febbre. Zosimo e Zonara affermano, ch’egli fu ucciso dai soldati. Vopisco riferisce le due relazioni, e sembra incerto. Sono per altro facilmente conciliabili queste diverse opinioni.
  19. Secondo i due Vittori egli regnò precisamente dugento giorni.
  20. Stor. Aug. 231. Zosimo, l. I. p. 58, 59. Zonara, l. XII. p. 637. Aurelio Vittore dice che Probo assunse l’Impero nell’Illirico; opinione la quale (benchè adottata da un uomo dottissimo) getterebbe una insuperabile confusione in quel periodo di storia.
  21. Stor. Aug. p. 229.
  22. Egli dovea inviare dei Giudici ai Parti, ai Persiani, ed ai Sarmati, un Presidente alla Taprobana, ed un Proconsole nell’Isola Romana, supposta dal Casaubono e da Salmasio essere la Britannia. Una storia quale è la mia (dice Vopisco con giusta modestia) non sussisterà mille anni per potere esporre o giustificare la predizione.
  23. Per la vita privata di Probo, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 234, 237.
  24. Secondo la Cronaca Alessandrina egli era nell’età di cinquant’anni quando morì. quarantaquattr’anni, nel pieno possesso della sua gloria, dell’amor dell’esercito, e di un maturo vigore di corpo e di spirito.
  25. La lettera era indirizzata al Prefetto del Pretorio, il quale (supposta la di lui buona condotta) egli promise di mantenere nell’importante sua carica. Vedi Stor. Aug. p. 237.
  26. Vopisco nella Stor. Aug. p. 237. La data della lettera è certamente erronea. In vece di Non. Februar. si può leggere Non. Augusti.
  27. Stor. Aug. p. 238. È cosa strana che il Senato trattasse Probo men favorevolmente di Marco Antonino. Avea quel Principe ricevuto, anche prima della morte di Pio, il Jus quintae relationis. Vedi Capitolin. nella Stor. Aug. p. 24.
  28. Vedi la rispettosa lettera di Probo al Senato dopo le sue vittorie Germaniche Stor. Aug. p. 239.
  29. La data e la durata del Regno di Probo sono esattamente fissate dal Cardinal Noris nella sua dotta opera, De Epochis Siro-Macedonum, p. 96, 105. Un passo di Eusebio congiunge il secondo anno di Probo con le Ere di diverse città della Siria.
  30. Vopisco nella Stor. Aug. p. 239.
  31. Zosimo (l. I, p. 62-65) racconta una lunghissima e frivolissima istoria di Licio, masnadiere Isaurico.
  32. Zosimo 1. I, p. 65. Vopisco nella Stor. Aug. p. 239, 240. Ma sembra incredibile, che la disfatta dei selvaggi della Etiopia potesse interessare il Monarca Persiano.
  33. Oltre a questi capi ben cogniti, fa Vopisco menzione di vari altri, le azioni dei quali non sono venute a nostra notizia.
  34. Vedi i Cesari di Giuliano e la Stor. Aug. p. 238, 240, 241.
  35. Zosimo, l. I. p. 62. Stor. Aug. p. 240. Ma l’ultima suppone che fosse dato ad essi il castigo col consenso dei loro Re: se ciò è vero, fu parziale come l’offesa.
  36. Vedi Cluver. Germania antica l. III. Tolomeo pone nel loro paese la città di Calisia, che è forse Calish nella Slesia.
  37. Feralis umbra, tale è l’espressione di Tacito: è veramente molto ardita.
  38. Tacit. Germania (c. 43.).
  39. Vopisco nella Stor. Aug. p. 238.
  40. Stor. Aug. p. 238, 239. Vopisco cita una lettera dell’Imperatore al Senato, nella quale egli fa menzione del suo disegno di ridurre la Germania in Provincia.
  41. Strabone l. VII. Secondo Velleio Patercolo (II. 108.) Maroboduo condusse i suoi Marcomanni nella Boemia. Cluverio (German. antic. III. 8.) prova che vennero dalla Svevia.
  42. Questi Regolatori del pagamento delle Decime furono detti Decumates; Tacit. Germania, c. 29.
  43. Vedi le note dell’Abate de la Bleterie alla Germania di Tacito, p. 183. La sua descrizione della muraglia è presa principalmente (come dic’egli stesso) dall’Alsazia illustrata di Schoeflin.
  44. Vedi ricerche sopra i Chinesi e gli Egiziani, tom. II, p. 81, 202. L’anonimo Autore è bene istruito del globo in generale e della Germania in particolare: riguardo alla seconda, egli cita un’Opera del sig. Hanselman; ma pare ch’egli confonda la muraglia di Probo, destinata contro gli Alemanni, con la fortificazione dei Mattiaci, costruita nelle vicinanze di Francfort contro i Catti.
  45. Egli distribuì quasi cinquanta o sessanta Barbari in circa per numero; come allor si chiamava un corpo, che non sappiamo precisamente da quanti individui fosse composto.
  46. Cambden, in Britannia, introduzione, p. 136; ma egli parla sopra un’incertissima congettura.
  47. Zosimo, l. 1, p. 62. Secondo Vopisco, un altro corpo di Vandali fu meno fedele.
  48. Stor. Aug. p. 240. Furono probabilmente discacciati dai Goti. Zosimo l. I. p. 66.
  49. Stor. Aug. p. 240.
  50. Panegir. antic. V. 18. Zosimo, l. I. p. 66.
  51. Vopisco nella Stor. Aug. p. 245, 246. L’infelice Oratore avea studiata la retorica a Cartagine, e perciò era probabilmente Mauro (Zosimo l. I, p. 60) anzichè Gallo, come lo dice Vopisco.
  52. Zonara, l. XII. p. 638.
  53. Si racconta un esempio assai sorprendente della prodezza di Proculo. Egli avea preso cento vergini Sarmate. Il resto della storia egli stesso lo riferisca nella sua propria lingua; "Ex his una nocte decem inivi: omnes tamen, quod in me erat, mulieres intra dies quindecim reddidi". Vopisco nella Stor. Aug. p. 247.
  54. Proculo, ch’era nativo di Albenga nella riviera di Genova, armò duemila dei suoi schiavi. Grandi erano la sue ricchezze, ma acquistate per mezzo di ladronecci. Fu poi un detto della sua famiglia, nec latrones esse, nec principes sibi placere. Vopisco Stor. Aug. p. 247.
  55. Stor. Aug. p. 240.
  56. Zosimo l. I. p. 66.
  57. Stor. Aug. p. 236.
  58. Aurelio Vittore in Probo; ma la politica di Annibale, non ricordata da alcun altro più antico Scrittore, è inconciliabile con la storia della sua vita. Egli lasciò l’Affrica in età di nove anni, vi ritornò di quarantacinque ed immediatamente perdè la sua armata nella decisiva battaglia di Zama: Livio, XXX. 37.
  59. Stor. Aug. p. 240. Eutrop. IX, 17. Aurelio Vittore in Probo. Vittore Juniore. Egli rivocò la proibizione di Domiziano, ed accordò ai Galli, ai Brettoni, ed ai Pannonj la general permissione di piantar viti.
  60. Giuliano fa una severa, e veramente eccessiva censura del rigore di Probo, il quale, come egli pensa, meritò quasi il suo destino.
  61. Vopisco nella Stor. Aug. p. 24. Egli profonde su questa vana speranza un lungo squarcio d’insulsa eloquenza.
  62. Turris ferrata. Sembra che fosse una torre mobile e fasciata di ferro.
  63. "Probus et vere Probus situs est: victor omnium gentium barbararum: Victor etiam Tyrannorum".
  64. Tutto questo per altro può conciliarsi. Egli era nato a Narbona nell’Illirico, confusa da Eutropio colla più famosa città di quel nome nelle Gallie. Suo Padre potea essere un Affricano, e sua madre una Dama Romana. Caro fu educato egli stesso nella Capitale. Vedi Scaligero, animadv. ad Euseb. Chron. p. 241.
  65. Probo aveva richiesto al Senato una statua equestre, ed un palazzo di marmo a pubbliche spese, come ricompense dovute al merito singolare di Caro. Vopisco nella Stor. Aug. p. 249.
  66. Vopisco nella Stor. Aug. p. 242,249. Giuliano esclude l’Imperator Caro, ed ambi i figliuoli di lui dal convito dei Cesari.
  67. Giovanni Malela, tom. I. p. 401. Ma l’autorità di quel Greco ignorante è molto leggiera. Egli ridicolosamente fa venire da Caro la città di Carre, la Provincia di Caria, l’ultima delle quali è menzionata da Omero.
  68. Stor. Aug. p. 249. Caro si congratulò coi Senatori perchè uno del loro Ordine era stato fatto Imperatore.
  69. Stor. Aug. p. 242.
  70. Vedi la prima egloga di Calfurnio. Fontenelle ne preferisce il disegno a quello del Pollione di Virgilio. Vedi tom. III. pag. 148.
  71. Stor. Aug. p. 353. Eutropio, IX. 18. Pagi annal.
  72. Agatia l. IV. p. 135. Si trova una delle sue sentenze nella Bibliot. Orient. del Sig. d’Herbelot. "La definizione dell’umanità contiene tutte le virtù".
  73. Sinesio attribuisce questo fatto a Carino, ed è molto più naturale di riferirlo a Caro, che a Probo, come vorrebbero il Petavio ed il Tillemont.
  74. Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Eutropio IX. 18. I due Vittori.
  75. Alla vittoria Persiana di Caro io riferisco il dialogo del Filopatride, ch’è stato per tanto tempo un soggetto di disputa tra i letterati. Ma sarebbe necessaria una dissertazione per ischiarire e giustificare la mia opinione.
  76. Stor. Aug. p. 250. Ma Eutropio, Festo, Rufo, i duo Vittori, Girolamo, Sidonio Apollinare, Sincello e Zonara, tutti attribuiscono ad un fulmine la morte di Caro.
  77. Vedi Nemesian. Cynegeticon. V. I. ec.
  78. Vedi Festo ed i suoi comentatori sulla parola Scribonianum. I Luoghi percossi dal fulmine venivan circondati con un muro; le cose eran bruciate con misteriose cerimonie.
  79. Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Aurelio Vittore sembra che presti fede alla predizione, ed approvi la ritirata.
  80. Nemesian. Cynegiticon, V. 69. Egli era contemporaneo, ma poeta.
  81. Cancellarius. Questa parola, così umile nella sua origine, è per una singolar fortuna divenuta il titolo della prima gran carica di Stato nelle monarchie dell’Europa. Vedi Casaubono e Salmasio, ad Histor. August. p. 253.
  82. Vopisco nella Stor. Aug. p. 253, 254. Eutropio, IX. 19. Vittore Juniore. Il regno di Diocleziano, per vero dire, fu così lungo e prospero, che dovè esser molto favorevole alla reputazione di Carino.
  83. Vopisco nella Stor. Aug. p. 254. Egli lo nomina Caro, ma il senso è naturale abbastanza, e le parole furono spesso confuse.
  84. Vedi Calfurnio egloga VII. 43. È da osservarsi che gli spettacoli di Probo erano tuttavia recenti, e che il poeta vien secondato dallo Storico.
  85. Il filosofo Montaigne (Saggi. L. III. 6.) fa un molto giusto e vivace quadro della magnificenza romana in questi spettacoli.
  86. Vopisco nella Stor. Aug. p. 240.
  87. Vengono nominati Onagri: ma il numero n’è troppo piccolo per semplici asini selvaggi. Cuper (de Elephant. exercitat. II. 7) ha provocato con le autorità di Oppiano, di Dione e di un Anonimo Greco, che si erano in Roma viste le zebre. Vi furono portate da qualche isola dell’Oceano, forse dal Madagascar.
  88. Carino presentò un ippopotamo (Vedi Calf. Eglog. VII. 66.) Negli ultimi spettacoli io non ritrovo coccodrilli, dei quali una volta Augusto ne fece vedere trentasei. Dione Cassio, l. LV. p. 781.
  89. Capitolin. nella Stor. Aug. p. 164, 165. Noi non conosciamo gli animali, ch’egli nomina archeleontes: alcuni leggono argoleontes, altri agrioleontes; ambedue queste correzioni sono molto puerili.
  90. Plinio Stor. Nat. VIII. 6. Dagli annali di Pisone.
  91. Vedi Maffei Verona illustr. P. IV. l. I. c. 2.
  92. Maffei l. II. c. 7. L’altezza fu molto più esagerata dagli antichi. S’innalzava quasi al Cielo, secondo Calfurnio (Eglog. VII. 23), ed oltrepassava il termine della vista umana secondo Ammiano Marcellino (XVI. 10.) Contuttociò quanto era piccola cosa riguardo alla gran Piramide dell’Egitto, che ha cinquecento piedi di perpendicolo!
  93. Secondo diverse copie di Vitruvio, si legge 77000, o 87000 spettatori; ma il Maffei (l. II. c. 12) su i sedili scoperti non trova luogo che per 34000. Il rimanente entrava nelle superiori gallerie coperte.
  94. Vedi Maffei l. II. c. 5-11. Egli tratta questo difficilissimo soggetto con tutta la possibil chiarezza, e come architetto non meno che come antiquario.
  95. Calfurnio Egloga VII. 64, 73. Curiosi sono questi versi; e tutta l’Egloga è stata di un uso infinito al Maffei. Calfurnio non men che Marziale, (vedi il suo I. libro) era poeta, ma quando essi ritrassero l’anfiteatro, scrissero ambidue secondo i propri lor sentimenti, e quei dei Romani.
  96. Vedi Plin. Stor. nat. XXXIII. 16. XXXVII. 11.
  97. Balteus en gemmis, en inclita porticus auro Certatim radiant ec. Calfurn. VII.
  98. Et Martis vultus et Apollinis esse putavi, dice Calfurnio; ma Giovanni Malela, che avea forse veduto qualche ritratto di Carino, lo rappresenta come grosso, piccolo e bianco, tomo I. p. 403.
  99. Riguardo al tempo in cui questi giuochi romani furono celebrati, Scaligero, Salmasio e Cuper si sono dati gran pena per oscurare un soggetto chiarissimo.
  100. Nemesiano, nei Cinegetici, sembra che anticipi colla sua immaginazione quel fausto giorno.
  101. Vinse tutte le corone a Nemesiano, col quale contendeva nella poesia didattica. Il Senato eresse una statua al figliuolo di Caro, con una iscrizione molto ambigua. "Al più potente degli Oratori". Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 251.
  102. Cagione almeno più naturale di quella che assegna Vopisco (Stor. Aug. p. 251.) cioè il continuo piangere per la morte di suo padre.
  103. Nella guerra Persiana, Apro fu sospettato di aver disegno di tradir Caro. Stor. Aug. p. 250.
  104. Noi dobbiamo alla Cronica Alessandrina (p. 274) la notizia del tempo e del luogo, dove Diocleziano fu eletto Imperatore.
  105. Stor. Aug. p. 251. Eutrop. IX. 18. Hieronym. in Chron. Secondo questi giudiziosi Scrittori, la morte di Numeriano si scoprì pel fetore del suo cadavere. Non si potevano forse trovare aromati nella Tenda Imperiale?
  106. Aurelio Vittore. Eutropio, IX. 20. Hieronym. in Chron.
  107. Vopisco nella Stor. Aug. p. 252. La ragione, por cui Diocleziano uccise Apro (cinghiale) era fondata sopra una predizione e sopra un giuoco di parole egualmente ridicoli che conosciuti.
  108. Eutropio ne segna il sito molto accuratamente; questo fu tra il Monte Aureo ed il Viminiaco. Il Sig. Danville (Geograf. antica tom. I. p. 304) pone Margo a Kastolatz nella Servia, un poco sotto Belgrado e Semendria.
  109. Stor. Aug. p. 254. Eutrop. IX. 20. Aurelio Vittore. Vittore in Epitom.