Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/15

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CAPITOLO XIV

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Progresso della Religione Cristiana, e sentimenti, costumi, numero e condizione de’ primitivi Fedeli


Una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, che abbia semplicemente per guida la ragione e il candore, può considerarsi come una parte molto essenziale dell’Istoria dell’Impero Romano. Mentre quel gran corpo veniva attaccato dalla forza aperta, o con occulte mine condotto appoco appoco alla distruzione, una Religione umile e pura s’andò insensibilmente insinuando nelle menti degli uomini; s’accrebbe nell’oscurità e nel silenzio, acquistò nuova forza dalle opposizioni medesime, che le furon fatte, ed innalzò finalmente lo stendardo vittorioso della Croce sulle rovine del Campidoglio. Nè l’influenza del Cristianesimo si limitò solamente alla durata, o ai confini del Romano Impero: questa Religione dopo un corso di tredici, o quattordici secoli si professa tuttora dalle nazioni dell’Europa, che nell’arti e nelle scienze, non men che nelle armi, formano la parte più distinta dell’uman genere. Mediante l’industria a lo zelo degli Europei, essa largamente si è diffusa fino a’ lidi più lontani dell’Asia, e dell’Affrica; e per mezzo delle loro colonie si è stabilito solidamente dal Canadà fino al Chili; in un mondo dagli antichi non conosciuto.

Ma per quanto sia vantaggioso o piacevole tal esame, contiene due principali difficoltà. Gli scarsi e dubbiosi materiali della Storia Ecclesiastica rade volte ci pongono in istato di sgombrare la folta nebbia, che oscura i primi secoli della Chiesa. E la gran legge dell’imparzialità ci costringe troppo spesso a scoprire le imperfezioni dei non inspirati dottori, e credenti dell’Evangelio; onde può sembrare a chi non usa molta attenzione, che le lor mancanze gettino qualche ombra sulla fede che professarono. Ma dovrebbe cessare lo scandalo de’ pii credenti, ugualmente che il falso trionfo degl’infedeli, se riflettessero non alla qualità solamente di chi fu l’autore della divina rivelazione, ma di quelli eziandio, ai quali fu questa comunicata. Il teologo può gustare il dolce piacere di rappresentare la religione, quale ci venne dal cielo, ammantata della nativa sua purità; ma un più dispiacevol dovere s’impone all’Istorico, il quale non può non iscoprire l’inevitabil miscuglio di corruzione e d’errore, ch’ella contrasse nel dimorar che fece lungamente sopra la Terra, in mezzo ad enti di una debole e degenerata natura.

La nostra curiosità ci porta naturalmente a cercare per quali mezzi la fede Cristiana ottenne sì riguardevol vittoria sulle religioni già stabilite sopra la terra. Potrebbe darsi a tal domanda una facile, ma soddisfacente risposta, dicendo che attribuir ciò si deve alla convincente evidenza della dottrina, ed alla regolatrice Provvidenza del grand’Autore della medesima. Ma siccome la verità, e la ragione di rado sono così favorevolmente accolte nel mondo, e siccome si compiace bene spesso la saggia Provvidenza di far uso delle passioni del cuore umano, e delle generali circostanze, nelle quali ritrovansi gli uomini, come d’istrumenti per eseguire i propri disegni; così ci si permetterà d’investigare, quantunque colla sommissione dovuta, non già qual fu la prima, ma bensì quali furon le secondarie cagioni del rapido progresso della Chiesa di Cristo. Si farà chiaro per avventura da tal esame, ch’essa fu con la massima efficacia favorita e sostenuta dalle cinque cagioni che seguono: I. Dall’inflessibile, e s’è lecito così dire, intollerante zelo de’ Cristiani, proveniente in vero dalla religione Giudaica, ma spogliato di quello spirito ritroso ed insociabile, che in luogo d’invitare avea allontanato i Gentili dall’abbracciar la legge di Mosè. II. Dalla dottrina di una vita futura, avvalorata da ogni special circostanza, che potesse dar peso ed efficacia a quell’importante verità. III. Dal poter de’ miracoli, attribuito alla Chiesa primitiva. IV. Dalla pura, ed austera morale de’ Cristiani. V. Dalla disciplina, ed unione della Cristiana repubblica, che appoco appoco formò uno stato indipendente, il quale sempre più andò crescendo nel cuore del Romano Impero.

I. Noi abbiamo già descritto l’armonia dell’antico mondo in materia di religione, e con quanta facilità le più differenti ed anche nemiche nazioni abbracciavano, o almen rispettavano le superstizioni l’una dell’altra. Un solo popolo ricusava di unirsi a questo comune commercio dell’uman genere. I Giudei, che sotto le monarchie degli Assirj e de’ Persiani avevan languito per molti secoli come la parte più disprezzata de’ loro schiavi444, si sollevarono dall’oscurità sotto successori di Alessandro; ed essendo sorprendentemente moltiplicati prima in Oriente poi in Occidente, ben presto eccitarono la curiosità e la maraviglia delle altre nazioni445. La burbera ostinazione, con cui mantenevano le loro speciali cerimonie ed insocievoli usanze, pareva indicare in essi una specie d’uomini distinta dagli altri, che audacemente professavano, o che mal celavano l’odio implacabile, che portavano al resto del genere umano446. Nè la violenza d’Antioco, nè le arti di Erode, nè l’esempio delle nazioni circonvicine poterono mai persuadere i Giudei ad unire con le instituzioni di Mosè l’elegante mitologia de’ Greci447. Seguendo le massime di una general tolleranza, i Romani proteggevano anche quelle superstizioni, che disprezzavano448. Augusto, pieno d’indulgenza, condiscese fino a dar ordini, che si offerissero sacrifizi per la sua prosperità nel tempio di Gerusalemme449, laddove se l’infimo della stirpe d’Abramo avesse prestato simile omaggio al Giove del Campidoglio, sarebbe divenuto un oggetto di esecrazione a se stesso, ed a’ propri fratelli. Ma la moderazione de’ Conquistatori non fu sufficiente a quietare i gelosi pregiudizi de’ loro sudditi, che si misero in agitazione e si scandalizzarono, allorchè introdur si dovettero le insegne del Paganesimo nel lor paese, divenuto Provincia Romana450. Il folle attentato di Caligola di porre la propria statua nel tempio di Gerusalemme, andò a voto per l’unanime risoluzione di un popolo, che temeva molto meno la morte, che tale idolatrica profanazione451. Il loro attacco alla legge di Mosè uguagliava l’abborrimento, che avevano per le religioni straniere. Poichè il corso della devozione e dello zelo si trovava riunito in un angusto canale, esso acquistava la forza, ed alle volte ancora il furor di un torrente.

Quest’inflessibile perseveranza, che agli antichi sembrava così odiosa o così ridicola, prende un assai terribil carattere, dacchè si è degnata la Provvidenza di rivelarci la misteriosa istoria del Popolo eletto. Ma diviene sempre più sorprendente il devoto ed anche scrupoloso attaccamento alla religione Mosaica, tanto singolare ne’ Giudei, che vissero dopo l’edificazione del secondo tempio, se paragonar si voglia colla pertinace incredulità de’ loro maggiori. Quando la legge fu dettata tra i folgori dal monte Sinai; quando furon sospesi i flutti del mare e il corso de’ pianeti pel comodo degl’Israeliti; o quando i premj e le pene temporali erano le conseguenze immediate della lor osservanza o disubbidienza, essi continuamente si ribellavano contro la visibile maestà del divino loro Sovrano, collocavano gl’idoli delle genti nel Santuario di Jeovà, ed imitavano qualunque capricciosa ceremonia, che si praticasse nelle tende degli Arabi, o nelle città della Fenicia452. A misura che quella stirpe ingrata restò meritamente priva della protezione del Cielo, andò la lor fede acquistando un corrispondente grado di purità e di vigore. I contemporanei di Mosè e di Giosuè con non curante indifferenza erano stati spettatori de’ più sorprendenti miracoli. Sotto il peso poi d’ogni genere di calamità, la fede di tanti miracoli ha preservato gli Ebrei de’ tempi posteriori dall’universal contagio della idolatria, e contro tutti i comuni principj dello spirito umano, sembra che questo popolo singolare abbia accordato un più forte e più facile assenso alla tradizione de’ suoi remoti antenati, che all’evidenza de’ propri sensi.

La religione Giudaica era mirabilmente atta per la difesa, ma per nulla accomodata alle conquiste, e par verisimile che il numero de’ proseliti non fosse mai molto maggiore di quel degli apostati. In principio, furon fatte le divine promesse, ed ingiunto il rito della circoncisione, a distinzione degli altri, ad una sola famiglia. Allorchè fu moltiplicata la posterità d’Abramo come le arene del mare, la divinità, che colla propria bocca le aveva dato un sistema di leggi o di cerimonie, si dichiarò il proprio o quasi nazionale Dio d’Israele, e separò colla più gelosa cura il suo popolo favorito dal resto del genere umano. La conquista della terra di Canaan fu accompagnata da tante mirabili, e sanguinose circostanze, che i vittoriosi Giudei restarono in uno stato d’irreconciliabile ostilità con tutti i loro vicini. Era stato comandato loro di estirpare alcune delle più idolatre tribù, e l’esecuzione della volontà divina rare volte fu ritardata dalla debolezza della umana compassione. Ad essi era proibito di contrarre matrimonio o affinità veruna colle altre nazioni, e la proibizione di ammetterle nel loro ceto, che in alcuni casi era perpetuo, si estendeva quasi sempre alla terza, alla settima, ed anche alla decima generazione. Non s’inculcò mai come un precetto della legge l’obbligo di predicare a’ Gentili la fede di Mosè; nè gli Ebrei si trovavano disposti ad incaricarsene come d’un volontario dovere. Quest’insocievole popolo nell’ammissione di nuovi cittadini seguitava piuttosto la vanità propria de’ Greci, che la politica generosa di Roma. I discendenti d’Abramo eran lusingati dall’opinione di essere i soli eredi dell’alleanza, e temevano di scemare il valore della loro eredità, se la dividevano troppo facilmente con gli stranieri della terra. Una comunicazione più estesa coll’uman genere dilatò le loro cognizioni senza correggere i loro pregiudizi, e se il Dio d’Israele acquistava qualche nuovo devoto, ciò era dovuto al genio incostante del politeismo, piuttosto che allo zelo attivo de’ suoi missionari453. Sembra, che la religione Mosaica sia stata instituita per un paese particolare, e per una sola nazione; e se rigorosamente si fosse osservato il precetto, che ogni maschio tre volte l’anno si presentasse avanti il Signore Dio, sarebbe stato impossibile che i Giudei si fossero estesi oltre gli angusti limiti della Terra Promessa454. Si tolse in vero di mezzo simil ostacolo mediante la distruzione del tempio di Gerusalemme; ma in tal distruzione restò involta la parte più riguardevole della religione Giudaica; ed i Pagani, che avevano sempre udito con maraviglia la straordinaria descrizione di un santuario voto di numi455, non sapevano immaginare qual esser potesse l’oggetto, e quali gl’istrumenti di un culto privo di tempj e di altari, di sacerdoti e di sacrifizi. Pure anche nel loro stato d’abbassamento, i Giudei, vantando sempre i sublimi ed esclusivi lor privilegi, evitavano, invece di apprezzare, la società degli stranieri. Sempre insistevano con inflessibil rigore su quelle parti della legge, ch’era in lor facoltà di osservare. Le particolari lor distinzioni di giorni, di cibi, ed una varietà di triviali, quantunque incomode cerimonie, formavano altrettanti oggetti di avversione e di disgusto per le altre nazioni, alle abitudini, ed ai pregiudizi delle quali erano quelle diametralmente contrarie. Il solo penoso, ed anche pericoloso rito della circoncisione serviva a rimuovere un volenteroso proselito dalle porte della Sinagoga456.

In queste circostanze comparve nel mondo il Cristianesimo, armato colla forza della legge Mosaica, e libero dal peso dei ceppi della medesima. Fu con ugual premura inculcato nel nuovo non men che nel vecchio sistema uno zelo esclusivo per la verità della religione e per l’unità di Dio; e tutto ciò, che di nuovo intorno alla natura ed ai disegni dell’Ente supremo fu rivelato al genere umano, era adattato a far crescere la riverenza per quella misteriosa dottrina. Fu ammessa la divina autorità di Mosè e de’ Profeti, ed anche stabilita come la base più stabile del Cristianesimo. Fin dal principio del mondo erasi annunziata e preparata, con una serie non interrotta di predizioni, la venuta per lungo tempo attesa del Messia, il quale, per condiscendere alla grossolana immaginazione de’ Giudei, era stato più frequentemente rappresentato sotto la figura di Re e di Conquistatore, che sotto quella di Profeta, di Martire, e di Figlio di Dio. Mediante l’espiatorio sacrifizio di lui, furono tutti in una volta consumati ed aboliti gl’imperfetti sacrifizi del Tempio. Alle leggi ceremoniali, che consistevano solamente in segni e figure, successe un culto spirituale e puro, adattato a tutti i climi ugualmente che ad ogni condizione di persone; ed al sangue, collo spargimento del quale s’iniziavano gli uomini, fu sostituita la più innocente iniziazione dell’acqua. La promessa del favor divino, invece di essere parzialmente ristretta alla discendenza d’Abramo, fu proposta universalmente a’ liberi ed a’ servi, a’ Greci ed a’ Barbari, agli Ebrei, ed a’ Gentili. Fu sempre riservato per i soli membri della Chiesa Cristiana qualunque privilegio che dalla Terra sollevar potesse il proselito al cielo, rinvigorirne la devozione, assicurarne la felicità, o anche soddisfar quel segreto orgoglio, che sotto l’apparenza di devozione s’insinua nel cuore umano; ma nel tempo stesso permettevasi, anzi cercavasi di persuadere ad ognuno di accettare il glorioso distintivo, che non solamente si offeriva come un favore, ma imponevasi eziandio come un obbligo. Per un nuovo convertito era un dovere il più sacro quello di spargere fra’ propri amici e parenti l’inestimabil benefizio, ch’esso avea ricevuto, e di ammonirli che il rifiuto, che ne avesser fatto, sarebbe stato severamente punito, come una peccaminosa disubbidienza al volere di una benigna, ma onnipotente Divinità.

La liberazione però della Chiesa da’ vincoli della Sinagoga fu un’opera alquanto lunga e difficile. I Giudei convertiti, che ravvisavano in Gesù il carattere del Messia predetto da’ loro antichi oracoli, lo rispettavano come un Profeta, che insegnava la virtù e la religione; ma stavan ostinatamente attaccali alle cerimonie dei loro maggiori, e desideravano di soggettarvi anche i Gentili, che continuamente accrescevano il numero dei credenti. Sembra che questi giudaizzanti Cristiani traessero con qualche plausibilità i loro argomenti dalla origine divina della legge di Mosè, e dalle immutabili perfezioni del grande Autore di essa. Sostenevano questi che se l’Ente, il quale è sempre il medesimo per tutta l’eternità, avesse disegnalo di abolire que’ sacri riti, ch’eran serviti per distinguere il suo Popolo eletto, sarebbe stata la rivocazione di quelli non meno chiara e solenne, che la prima loro promulgazione: che invece di quelle frequenti dichiarazioni, che o suppongono, o assicurano la perpetuità della religione Mosaica, si sarebbe questa rappresentata, come un piano provvisionale, che doveva durar solamente fino alla venuta del Messia, il quale avrebbe dimostrato agli uomini una forma più perfetta di culto e di fede457: che il Messia medesimo, ed i suoi discepoli, i quali conversarono con lui sulla terra, piuttosto che autorizzare col loro esempio la più minuta osservanza della Mosaica legge458, avrebbero pubblicato al mondo l’abolizione di quelle inutili ed antiquate ceremonie, senza permettere che il Cristianesimo per tanti anni restasse oscuramente confuso tra le Sette della Chiesa Giudaica. Simili argomenti pare, che sieno stati usati in difesa della causa della legge Mosaica spirante; ma l’industria de’ nostri dotti Teologi ha largamente spiegato l’ambiguo linguaggio del Testamento vecchio, e la dubbiosa condotta dei predicatori apostolici. Egli era conveniente di sviluppare a grado a grado il sistema dell’Evangelio, e di pronunziare, colla massima cautela e riservatezza, una sentenza di condanna, ch’era tanto ripugnante alle inclinazioni, ed ai pregiudizi degli Ebrei convertiti.

L’Istoria della Chiesa Gerosolimitana somministra una forte prova della necessità di tali cautele, e della profonda impressione che avea fatto la Religion Giudaica nelle menti de’ suoi seguaci. I primi quindici Vescovi di Gerusalemme furon tutti Giudei circoncisi; e la congregazione, a cui presedevano, univa la legge di Mosè colla dottrina di Cristo459. Era naturale, che la primitiva tradizione di una Chiesa, ch’era stata fondata solo quaranta giorni dopo la morte di Cristo, e governata quasi altrettanti anni sotto l’immediata inspezione degli Apostoli, si ricevesse come il modello della retta fede460. Le Chiese lontane si rimettevano assai spesso all’autorità della venerabile loro madre, e sollevavano con una generosa contribuzione di elemosine le angustie di essa. Ma quando si stabilirono società numerose ed opulente nella gran città dell’Impero, come in Antiochia, in Alessandria, in Efeso, in Corinto, ed in Roma, appoco appoco diminuì la riverenza, che Gerusalemme aveva inspirato a tutte le colonie Cristiani. I Giudei convertiti o i Nazareni, come furon chiamati dopo, che avevan gettati i fondamenti della Chiesa, in breve si trovaron sopraffatti dalla moltitudine, che sempre cresceva, e che da tutte le diverse religioni del politeismo arrolavasi alla milizia di Cristo; ed i Gentili, che avevano, coll’approvazione del loro particolare Apostolo, scosso l’intollerabil peso delle cerimonie Mosaiche, ricusarono finalmente ai loro più scrupolosi fratelli quella medesima tolleranza, ch’essi a principio avevano umilmente implorata per le lor proprie usanze. La rovina del tempio, della città, della pubblica religione degli Ebrei fu gravemente sensibile ai Nazareni, come a quelli, che nelle costumanze, se non nella fede, conservavano un’intima connessione cogli empj lor nazionali, le disgrazie de’ quali, si attribuivano da’ Gentili al disprezzo e da’ Cristiani con più ragione allo sdegno del sommo Dio. I Nazareni si ritirarono dalle rovine di Gerusalemme alla piccola città di Pella di là dal Giordano, dove languì nella solitudine e nell’oscurità quell’antica Chiesa più di sessant’anni461. Essi avevan sempre la consolazione di fare frequenti e devote visite alla Città santa, e la speranza di essere un giorno ristabiliti in que’ luoghi, che per natura e per religione eran portati ad amare, non meno che a rispettare. Ma finalmente, sotto il regno di Adriano, il disperato fanatismo degli Ebrei pose il colmo alle loro calamità, ed i Romani, esacerbati dalle ripetute lor ribellioni, esercitarono con insolito rigore i diritti della vittoria. L’Imperatore fondò una nuova città col nome d’Elia Capitolina sul monte Sion462, alla quale concesse i privilegi delle colonie; ed avendo stabilite le più severe pene contro qualunque Giudeo, che avesse ardito di accostarsi a’ recinti di quella, vi pose la guardia di una coorte Romana per invigilare all’esecuzione de’ suoi comandi. A’ Nazareni restava un solo mezzo di evitare la comun proscrizione, e fu in quest’occasione assistita la forza della verità dall’influenza di temporali vantaggi: i medesimi dessero per loro Vescovo Marco, ch’era Gentile d’origine, e molto probabilmente nativo o dell’Italia o di qualche provincia Latina. Alle persuasive di lui la maggior parte della congregazione rinunziò alla legge Mosaica, nella pratica di cui avevano essi perseverato sopra cent’anni; e mediante questo sacrificio de’ loro usi e pregiudizi furono liberamente ammessi nella colonia d’Adriano, e si strinse più fortemente la loro unione nella Chiesa Cattolica463.

Quando gli onori, ed il nome della Chiesa di Gerusalemme si restituirono al monte Sion, furono imputati agli oscuri avanzi de’ Nazareni, che ricusarono di accompagnare il loro Vescovo Latino, i delitti di eresia e di scisma. Essi conservaron sempre l’antica loro abitazione di Pella; si sparsero per i villaggi vicini a Damasco; e formarono una piccola chiesa nella Città di Berea, o come si dice adesso, d’Aleppo nella Siria464. Fu creduto il nome di Nazareno troppo onorevole per que’ Cristiani giudaizzanti, ed in breve, a cagione della supposta povertà del loro intelletto, non meno che della lor condizione, riceverono il dispregevole titolo di Ebioniti465. Pochi anni dopo il ritorno della Chiesa di Gerusalemme, s’incominciò a dubitare, se un uomo, che sinceramente riconoscesse Gesù per Messia, ma continuasse ad osservare la legge Mosaica, potesse sperar di salvarsi. La dolce indole di Giustino martire lo faceva inclinare a scioglier tal questione affermativamente; e quantunque si esprimesse colla più riservata diffidenza, osò tuttavia di determinarsi a favore di tale imperfetto Cristiano, qualora fosse contento di praticare in privato le cerimonie Mosaiche senza pretendere di sostenerne generalmente l’uso, o la necessità. Ma quando Giustino fu pressato a dichiarare il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i lor giudaizzanti fratelli dalla speranza di salvazione, ma evitavano ancora ogni commercio con loro ne’ comuni officj di amicizia, di ospitalità, e di vita sociale466. La opinione più rigorosa prevalse, com’era natural di supporre, alla più dolce, e si alzò una muraglia di separazione per sempre fra i discepoli di Mosè e quelli di Cristo. Gl’infelici Ebioniti, rigettati da una delle due religioni come apostati, dall’altra come eretici, si trovaron costretti ad assumere un carattere più determinato; e sebbene si scoprano fino al quarto secolo alcune tracce di quella vecchia setta, pure insensibilmente andarono ad incorporarsi o nella Chiesa o nella Sinagoga467.

Mentre la Chiesa ortodossa teneva un giusto mezzo fra l’eccessiva reverenza, e l’inconveniente disprezzo per la legge di Mosè, diversi cretini deviarono ugualmente agli opposti estremi della stravaganza, e dell’errore. Gli Ebioniti avevan concluso dalla riconosciuta verità della religione Giudaica, ch’essa non poteva esser abolita giammai; ed i Gnostici dalle supposte imperfezioni della medesima con ugual precipitazione inferirono che quella non era stata mai instituita dalla sapienza divina. Vi sono alcune obbiezioni contro l’autorità di Mosè e de’ Profeti, che si presentano troppo facilmente ad uno scettico, quantunque possan derivare solamente dall’ignoranza, in cui siamo della remota antichità, e dalla nostra incapacità di formare un adeguato giudizio della divina economia. Queste obbiezioni furono con impegno abbracciate, e con ugual protervia sostenute dalla vana scienza dei Gnostici468. Poichè questi eretici erano per la maggior parte alieni dai piaceri del senso, bruscamente attaccavano la poligamia de’ Patriarchi, le galanterie di David, ed il serraglio di Salomone. Non sapevano come poter conciliar la conquista della terra di Canaan, e l’inesorata estirpazione de’ nativi abitanti di quella, colle nozioni comuni di umanità e di giustizia. Ma quando poi esaminavano la sanguinosa lista dell’uccisioni, dell’esecuzioni e delle stragi, che macchiano quasi ogni pagina degli annali Giudaici, venivano in cognizione, che i Barbari della Palestina dimostrato avevano anche verso i loro nazionali ed amici tanta compassione, quanta ne avevano esercitata verso i loro idolatri nemici469. Da’ settarj della legge passando alla legge medesima, asserivano esser impossibile, che una religione consistente solo in sanguinosi sacrifizi ed in vane cerimonie, della quale i premj ed i gastighi eran tutti di una natura carnale e temporale, inspirasse l’amore della virtù, o raffrenasse l’impeto delle passioni. Il racconto, che fa Mosè della creazione e della caduta dell’uomo, trattavasi con profana derisione dai Gnostici, che non volevano sentir con pazienza parlare del riposo della Divinità dopo l’opera di sei giorni, nè della costa d’Adamo, del giardino d’Eden, degli alberi della vita e della scienza, del serpente che parla, del frutto vietato, e della condanna eterna, pronunziata contro la specie umana per la venial colpa de’ primi progenitori470. I Gnostici empiamente rappresentavano il Dio d’Israele come un ente sottoposto alla passione ed all’errore, capriccioso ne’ suoi favori, implacabile nello sdegno, e bassamente geloso del superstizioso suo culto, e che limitava la sua parzial providenza ad un solo popolo, ed alla transitoria vita presente. In tal carattere non potevano essi ravvisare alcun distintivo del saggio ed onnipotente Padre dell’Universo471. Accordavano che la religion de’ Giudei era alquanto meno empia che l’idolatria de’ Gentili; ma la dottrina loro fondamentale era, che Cristo da essi adorato, come la prima e più luminosa emanazione della Divinità, comparve sopra la terra per liberare il genere umano da’ vari errori e per rivelare un nuovo sistema di verità o di perfezione. I più dotti fra’ Padri, per una ben singolare condiscendenza, hanno imprudentemente ammesso le sofistiche sottigliezze dei Gnostici. Riconoscendo che il senso letterale ripugna ad ogni principio di ragione e di fede, si son creduti sicuri ed invulnerabili dietro all’ampio velo dell’allegoria, ch’essi hanno avuta la cura di stendere sopra qualunque minima parte della narrazione Mosaica472.

Con maggior ingegno che verità è stato notato, che la virginal purità della Chiesa non fu mai violata da scisma o da eresia veruna, prima del regno di Traiano o d’Adriano, che fioriron circa cent’anni dopo la morte di Cristo473. Noi possiamo assai più propriamente osservare, che in quel tratto di tempo a’ seguaci del Messia fu accordato un campo più libero sì nella fede che nella pratica, di quel che fosse loro permesso in alcuno de’ seguenti secoli. Siccome s’andarono appoco appoco ristringendo i limiti della comunione, e si esercitava con sempre maggior rigore la spirituale autorità del partito che prevaleva, molti de’ principali membri della Chiesa, a’ quali fu intimato di rinunziare alle private loro opinioni, s’impegnarono a sostenerle, a tirar delle conseguenze da’ falsi loro principj, e ad alzare apertamente bandiera di ribellione contro l’unità della Chiesa. I Gnostici si distinguevano come la parte più culta, più dotta, e più facoltosa del Cristianesimo, e tal generale denominazione, che indica una superiorità di cognizioni, o ebbe origine dal lor proprio orgoglio, o ad essi fu ironicamente applicata dall’invidia de’ loro avversari. Essi erano quasi tutti Gentili di nascita, e sembra, che i primi lor fondatori fosser nativi della Siria o dell’Egitto, dove il calore del clima disponeva tanto la mente che il corpo all’indolente contemplativa devozione. I Gnostici mescolavano alla fede di Cristo molte sublimi ma oscure opinioni, che avevano tratte dalla filosofia orientale, ed eziandio dalla religione di Zoroastro, intorno all’eternità della materia, all’esistenza de’ due principj, ed alla misteriosa gerarchia del mondo invisibile474. Ingolfati che furono in quel vasto abisso, lasciaronsi trasportare da una immaginazione disordinata; e come vari ed infiniti sono i sentieri dell’errore, i Gnostici si trovarono insensibilmente divisi in più di cinquanta Sette particolari475, fra le quali par che le più celebri siano state quelle de’ Basilidiani, de’ Valentiniani, de’ Marcioniti, e qualche tempo dopo de’ Manichei. Ciascheduna di queste Sette vantava i propri Vescovi, le proprie Assemblee, i suoi Dottori, e Martiri particolari476, ed in luogo de’ quattro Evangeli ammessi dalla Chiesa, gli Eretici allegavano una moltitudine d’istorie, nelle quali si adattavano le azioni, ed i discorsi di Cristo e degli Apostoli, alle rispettive loro opinioni477. Il progresso dei Gnostici fu rapido ed esteso478: occuparono essi l’Asia e l’Egitto, si stabilirono in Roma, e penetrarono fin qualche volta nelle province dell’Occidente. Per la maggior parte insorsero nel secondo secolo; fiorirono durante il terzo; e furon soppressi nel quarto, o quinto per cagione delle controversie più moderne, che prevalsero, e del superiore ascendente della potestà Imperiale. Quantunque però disturbassero continuamente la pace della Chiesa, e spesso degradassero l’onor della religione, contribuirono ciò nonostante a promuovere piuttosto che a ritardare il progresso del Cristianesimo. I convertiti Gentili, i più forti pregiudizi ed obbiezioni de’ quali dirigevansi contro la legge di Mosè, potevano essere ammessi in molte società Cristiane, che non esigevano dalle loro non istruite menti alcuna credenza di antecedenti rivelazioni. La loro fede appoco appoco si fortificava e si estendeva, e la Chiesa in ultimo veniva a far la conquista de’ suoi più inveterati nemici479.

Ma per quanto diverse fossero le opinioni tra gli Ortodossi, gli Ebioniti ed i Gnostici rispetto alla divinità, o all’obbligazione della legge Mosaica, essi erano però tutti ugualmente animati dall’istesso zelo esclusivo, e dall’istesso abborrimento per l’idolatria, che aveano distinto i Giudei dalle altre nazioni dell’antichità. Un filosofo, che risguardava il sistema del politeismo come una mera composizione dell’umana frode e dell’errore, poteva coprire un sorriso di sprezzo sotto la maschera della devozione, senza temere che la condiscendenza, o lo scherno esporre lo potesse allo sdegno di alcun invisibile, o com’egli supponeva, immaginario potere. Ma da’ primitivi Cristiani si riguardavano le già stabilite religioni del Paganesimo in un aspetto molto più odioso e formidabile. Era sentimento universale sì della Chiesa che degli Eretici, che i demonj fosser gli autori, i patrocinatori, e gli oggetti dell’idolatria480. Era sempre permesso a quegli spiriti ribelli, ch’erano stati deposti dallo stato d’angeli, e precipitati nel baratro infernale, di vagare sopra la terra per tormentare i corpi, e sedurre le menti de’ malvagi. I demonj conobbero tosto la natural propensione del cuore umano verso la devozione, e ne abusarono, artificiosamente alienando gli uomini dall’adorazione del loro Creatore, ed usurpando il luogo e gli onori dovuti al sommo Dio. Mediante l’effetto delle maliziose loro arti, soddisfecero la propria lor vanità e vendetta, ed ottennero nel tempo stesso il solo conforto, di cui essi erano ancor suscettivi, cioè la speranza di render partecipe la specie umana della lor colpa e miseria. Si asseriva, o almeno si supponeva, che si fossero distribuiti fra loro i più importanti caratteri del politeismo, avendo l’uno assunto il nome e gli attributi di Giove; un altro di Esculapio, un terzo di Venere, ed un quarto forse d’Apollo481; e che mediante la lunga loro esperienza ed aerea natura, fosser capaci di eseguire con sufficiente perizia e dignità le parti, che avevan preso a rappresentare. Si celavano essi ne’ tempj; instituivano feste e sacrifizi; inventavano favole; pronunziavan oracoli; e spesso credevasi, che facessero de’ miracoli. I Cristiani, che per mezzo degli spiriti maligni potevano così facilmente spiegare ogni sovrannaturale apparenza, eran disposti, ed anche desideravan d’ammettere le più stravaganti finzioni della pagana mitologia. Ma la professione di Cristiano le facea risguardar con orrore; si ravvisava il più tenue segno di rispetto pel culto nazionale come un omaggio direttamente prestato al demonio, e come un atto di ribellione contro la maestà di Dio.

In conseguenza di tal opinione il primo e più difficil dovere per un Cristiano era quello di mantenersi puro ed intatto da ogni pratica d’idolatria. La religione delle nazioni non era solamente una dottrina speculativa, che si professasse nelle scuole, o si predicasse ne’ tempj: le innumerabili divinità e cerimonie del politeismo erano strettamente frammischiate con ogni genere di affari o di piaceri, sì della vita privata che della pubblica; e sembrava impossibile d’evitarne l’osservanza, senza rinunciare nel tempo stesso al commercio dell’uman genere, ed a tutti gli uffizi e divertimenti della società482. Gl’importanti trattati di pace e di guerra eran preparati o conclusi con solenni sacrifizi, a’ quali il Magistrato, il Senatore, e il soldato dovevan presedere, o aver parte483. I pubblici spettacoli formavano una parte essenziale della gioconda devozione de’ Pagani, e supponevasi che gli Dei accettassero col maggior gradimento i giuochi, che dal Principe e dal Popolo si celebravano in onore delle particolari lor feste484. I Cristiani, che con pio orrore sfuggivano l’abominazione del circo o del teatro, trovavansi circondati da lacci infernali, ogni volta che in un geniale trattenimento i loro nemici, nell’atto di invocare gli Dei ospitali, facevano libazioni alla salute l’uno dell’altro485. Quando nella pompa dell’imeneo, la sposa, resistendo con affettata ripugnanza, veniva forzata ad entrar nella soglia della sua nuova abitazione486, o quando lentamente muovevasi la trista processione di un cadavere verso il funereo rogo487; in queste interessanti occasioni era costretto il Cristiano ad abbandonar le persone più care che avesse, piuttosto che rendersi reo della colpa, inerente a quegli empi riti. Qualunque arte e commercio, che avesse il minimo legame colla formazione, o coll’adornamento degl’Idoli, contaminavasi dalla macchia dell’idolatria488; sentenza ben rigida, mentre condannava la massima parte del popolo, che s’impiega nell’esercizio delle arti liberali e meccaniche, ad un’eterna miseria. Se gettiamo gli occhi sopra i copiosi avanzi dell’antichità, osserveremo, che oltre le immediate rappresentazioni degli Dei, e gl’istrumenti sacri del loro culto, s’introdussero l’eleganti figure, e le piacevoli finzioni, consacrate dall’immaginazione de’ Greci, come i più ricchi ornamenti delle case, degli abiti, e delle masserizie de’ Pagani489. Fino le arti della musica, della pittura, dell’eloquenza e della poesia riconoscevano la medesima origine impura. Secondo il linguaggio de’ Padri, Apollo e le Muse erano gli organi dello spirito infernale; Omero e Virgilio i primi fra i servi di lui; e la bella mitologia, che penetra ed anima le composizioni de’ loro ingegni, è destinata a celebrar la gloria dei demonj. Il comune idioma stesso della Grecia e di Roma abbondava di empie famigliari espressioni, le quali era facile che dall’inavvertito Cristiano o fosser con troppa negligenza adoperate, o udite troppo parzialmente490.

Le pericolose tentazioni, che da ogni parte stavano in agguato per sorprender l’incauto credente, l’assalivano con doppia violenza ne’ giorni di solenni festività. Questi erano immaginati e disposti nel corso dell’anno con tale artifizio, che la superstizione portava sempre seco l’apparenza del piacere; e spesso quella della virtù491. Varie fra le più sacre solennità del Rituale Romano eran destinate a salutare con voti di pubblica e di privata felicità le nuove calende di Gennaio, a risvegliare la pia rimembranza dei morti e dei vivi, e sempre più stringere i vincoli inviolabili della proprietà, ed applaudire nel ritorno della primavera alla genial potenza della fecondità, a perpetuare le due più memorabili epoche di Roma, la fondazione della città, e quella della repubblica, ed a restituire nel tempo della piacevole licenza de’ Saturnali la primitiva uguaglianza dell’uman genere. Può concepirsi una idea dell’abborrimento de’ Cristiani per tali empie cerimonie da quella scrupolosa delicatezza, ch’essi dimostravano in ogni anche più leggiera occasione. Era costume degli antichi, ne’ giorni di generale festività, di adornare le loro porte con lampadi e rami di lauro, e di coronarsi il capo con ghirlande di fiori. Si poteva forse tollerare quest’elegante ed innocente usanza, come una pura instituzione civile. Ma disgraziatamente accadde, che le porte delle case trovavansi protette dagli Dei domestici, che il lauro era consacrato all’amante di Dafne, e che le ghirlande di fiori, quantunque spesso adoperate come un segno di letizia o di duolo, nella lor prima origine si eran destinate all’uso della superstizione. I timorosi Cristiani, che si lasciavan persuadere in tali casi a condiscendere al costume del lor paese, ed a’ comandi de’ Magistrati, soggiacevano alle più tetre apprensioni, che provenivano da’ rimproveri della lor propria coscienza, dalle censure della Chiesa e dall’annunzio della divina vendetta492.

Tal era la premurosa diligenza, che richiedevasi per guardare la purità del Vangelo dall’infetto alito dell’idolatria. I seguaci della religion dominante eran trascurati, per educazione e per abito, nel praticar le superstiziose osservanze de’ pubblici e privati riti; ma ogni volta, che questi si facevano, somministravano a’ Cristiani l’opportunità di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di tali frequenti proteste, di continuo si fortificava il loro attaccamento alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e successo nella santa guerra, che avevano intrapreso a fare contro l’impero de’ demonj.

II. Le opere di Cicerone493 rappresentano co’ colori più vivi l’ignoranza, gli errori e l’incertezza degli antichi filosofi rispetto all’immortalità dell’anima. Quando essi vogliono armare i lor discepoli contro il timor della morte, inculcano loro come un’ovvia e malinconica tesi, che il fatal colpo del nostro discioglimento ci libera dalle calamità della vita, e che più non soffre chi più non esiste. Contuttocciò v’erano alcuni pochi Saggi della Grecia e di Roma, che avevan concepito un’idea più nobile, ed in qualche modo più giusta della natura dell’uomo; quantunque bisogna confessare, che in tal sublime ricerca il lor raziocinio era spesso guidato dall’immaginazione, e questa eccitata dalla lor vanità. Allorchè si compiacevano in osservar l’estensione delle proprie intellettuali potenze, allorchè esercitavano le diverse facoltà della memoria, della fantasia, del giudizio nelle speculazioni le più profonde, o ne’ lavori di maggior importanza, e quando riflettevano al desiderio della fama, che li trasportava ne’ futuri secoli molto al di là de’ confini della morte e del sepolcro, non eran inclinati a confonder se stessi colle bestie del campo, o a supporre che un ente, per la dignità del quale nutrivano la più sincera ammirazione, dovesse limitarsi ad un punto della superficie terrestre o ad una durata di pochi anni. Con questa favorevole prevenzione chiamavano anche in lor soccorso la scienza, o piuttosto il linguaggio de’ metafisici. Essi ben presto scoprirono, che, siccome niuna delle proprietà della materia può applicarsi alle operazioni della mente, l’anima umana per conseguenza debb’essere una sostanza distinta dal corpo, pura, semplice e spirituale, incapace di scioglimento e suscettibile del più alto grado di virtù e di felicità, subito che si trovi libera dalla corporea prigione. Da questi nobili e speciosi principj, i filosofi, che seguitavano le tracce di Platone, dedussero una conseguenza non giusta nel sostenere che fecero l’immortalità non solo in futuro, ma anche l’antecedente eternità dello spirito umano, ch’essi erano troppo propensi a risguardare come una parte dell’ente infinito ed esistente per se medesimo, il quale penetra e sostien l’Universo494. Una dottrina tanto superiore ai sensi ed all’esperienza dell’uman genere, poteva servire ad occupare piacevolmente l’ozio di una mente filosofica, o a dare nel silenzio della solitudine un raggio di conforto alla scoraggiata virtù; ma la debole impressione, ricevuta nelle scuole, veniva in breve cancellata dal commercio e da negozi della vita civile. Noi abbiam sufficiente notizia delle persone più eminenti, che fiorirono al tempo di Cicerone e de’ primi Cesari, delle loro azioni, de’ loro caratteri o de’ loro motivi d’operare, per assicurarci che la lor condotta in questa vita non fu mai regolata da una seria persuasione dei premj o delle pene di uno stato futuro. Nel Foro e nel Senato di Roma gli oratori più abili non temevano di offendere i loro uditori con rappresentare quella dottrina come un’oziosa e stravagante opinione, che rigettavasi con disprezzo da qualunque persona di culta educazione e d’ingegno495.

Poichè dunque i più alti sforzi della filosofia non possono estendersi ad altro, che ad indicar debolmente il desiderio, la speranza, o al più la probabilità di una vita futura, non v’è che una rivelazione divina che assicurar possa l’esistenza, e descriver la natura di quell’invisibil paese, ch’è destinato a ricever gli spiriti umani dopo la lor separazione da’ corpi. Ma facilmente si ravvisano molti difetti inerenti alle comuni religioni della Grecia e di Roma, che le rendevano molto inadeguate ad una sì difficile impresa. I. Il general sistema della lor mitologia non era sostenuto da alcuna solida prova, ed i più saggi fra’ Pagani avevano già rinunziato alla mal usurpata autorità di essa. II. Erasi abbandonata la descrizione delle infernali regioni alla fantasia de’ pittori e de’ poeti, che le avevano popolate di tanti mostri e fantasmi, i quali distribuivano con sì poca equità i premj e le pene, che tal solenne verità, la più coerente al cuore umano, restava oppressa e posta in cattivo aspetto dall’assurdo miscuglio delle più strane finzioni496. III. La dottrina di uno stato avvenire appena risguardavasi, fra’ devoti politeisti della Grecia e di Roma, come un articolo fondamentale di fede. Siccome la previdenza degli Dei riferivasi alle pubbliche società, piuttosto che agli individui privati, essa principalmente si spiegava sul visibil teatro del mondo presente. Le preghiere, che si facevano agli altari di Giove e di Apollo, esprimevano l’ansietà de’ loro adoratori per la felicità temporale, e la loro ignoranza, o indifferenza per la vita futura497. Inculcavasi l’importante verità dell’immortalità dell’anima con maggior premura, e successo nell’India, nell’Assiria, nell’Egitto e nella Gallia; e poichè non possiamo attribuire tal differenza alle superiori cognizioni de’ Barbari, la dobbiamo ascrivere all’influenza dello stabilimento di un sacerdozio, che impiegava i motivi della virtù, come istrumenti dell’ambizione498.

Potrebbe naturalmente aspettarsi, che un principio, così essenziale alla religione, stato fosse ne’ più chiari termini rivelato al popolo eletto della Palestina, e sicuramente affidato all’ereditario sacerdozio di Aronne. Noi dobbiamo adorare le misteriose disposizioni della Providenza499, osservando, che la dottrina dell’immortalità dell’anima si omette nella legge di Mosè, viene oscuramente indicata da’ Profeti, e pel lungo tratto di tempo, che passò fra la schiavitù dell’Egitto, e quella di Babilonia, sembra, che i timori e le speranze de’ Giudei limitate fossero agli angusti confini della vita presente500. Dopo che Ciro ebbe permesso all’esiliata nazione di ritornar nella Terra Promessa, e che Esdra ebbe ristaurato le antiche memorie della sua religione, appoco appoco si formarono in Gerusalemme due celebri Sette, quella cioè de’ Farisei, e quella de’ Sadducei501. Questi, che facevano la parte più ricca e distinta della società, erano strettamente attaccati al letteral senso della legge Mosaica, e scrupolosamente rigettavano l’immortalità dell’anima, come un’opinione non autorizzata dal libro divino, ch’essi veneravano, come l’unica regola della lor fede. I Farisei poi combinavano l’autorità della tradizione con quella della scrittura, e sotto nome di tradizione ammettevano molte massime speculative, tratte dalla filosofia o dalla religione delle nazioni orientali. Le dottrine del fato o della predestinazione, degli angeli o spiriti, o di uno stato futuro di premj e di pene entraron nel numero di questi nuovi articoli di fede; e siccome i Farisei per l’austerità de’ loro costumi avevan tirato al lor partito il corpo del popolo Ebraico, il sentimento dell’immortalità dell’anima prevalse nella Sinagoga sotto il regno de’ Principi e Pontefici Asmonei. L’indole de’ Giudei non era capace di contentarsi di quel freddo e languido assenso, che avrebbe potuto soddisfar la mente d’un politeista; e subito che ammisero l’idea d’uno stato futuro, l’abbracciarono con quello zelo, che ha sempre formato il carattere della nazione. Questo però niente aggiungeva all’evidenza, o anche alla probabilità della vita immortale, ed era tuttavia necessario, che tal dottrina, dettata dalla natura, approvata dalla ragione, e dalla superstizione ricevuta, ottenesse la sanzione di verità divina dall’autorità e dall’esempio di Cristo.

Quando si propose agli uomini la promessa di una eterna felicità a condizione di adottar la fede e di osservare i precetti dell’Evangelio, non è maraviglia che venisse accettata un’offerta sì vantaggiosa da un gran numero di persone di ogni religione, di ogni condizione, e di ogni provincia nell’Impero Romano. I primi Cristiani erano animati da tal disprezzo per la loro esistenza attuale, e da tal giusta fiducia dell’immortalità, che la dubbiosa ed imperfetta fede de’ moderni tempi non ce ne può dare alcun adeguata nozione. L’influsso della verità nella primitiva Chiesa veniva molto efficacemente avvalorato da un’opinione, che per quanto possa meritar rispetto a motivo della sua antichità e utilità, non si è trovata conforme all’esperienza. Si credeva universalmente che fosse vicina la fine del mondo ed il regno del Cielo. L’approssimazione di questo mirabil evento era stata predetta dagli Apostoli; se n’era conservata la tradizione da’ loro più antichi discepoli; e quelli, che intendevano i discorsi di Cristo medesimo nel puro senso letterale, eran costretti ad aspettar la seconda gloriosa venuta del Figliuol dell’uomo nelle nuvole, prima che fosse totalmente estinta quella generazione, che aveva veduto l’umile condizione di lui sopra la terra, e che potè anche veder la calamità de’ Giudei sotto Vespasiano o Adriano. Il giro di diciassette secoli ci ha insegnato a non prender troppo strettamente il misterioso linguaggio della profezia e della rivelazione. Ma fintantochè per saggi fini quest’errore si lasciò sussistere nella Chiesa, esso produsse gli effetti più salutari nella fede e nella pratica de’ Cristiani, che vivevano nella terribile aspettazione di quel momento, nel quale il globo medesimo, e tutte le varie nazioni avrebber tremato all’apparire del Divino lor Giudice502.

Colla seconda venuta di Cristo era intimamente connessa l’antica e popolar dottrina de’ Millenarj. Siccome si eran terminate in sei giorni le opere della creazione, così la lor durata nello stato presente, secondo una tradizione attribuita al profeta Elia, fissavasi al corso di seimila anni503. S’inferiva dall’analogia medesima, che a questo lungo tratto di travaglio e di contenzione, ch’allora trovavasi quasi al termine, sarebbe succeduto un lieto sabbato di mille anni; e che Cristo, colla schiera trionfante de’ santi e degli eletti che avevano evitato la morte o erano miracolosamente risuscitati, regnerebbe sopra la terra fino al tempo determinato per l’ultima e generale risurrezione. Tale speranza riusciva così lusinghiera pe’ credenti, che la Nuova Gerusalemme, che doveva esser la sede di questo beato regno, era vivamente adornata co’ più brillanti colori dell’immaginazione. Una felicità, consistente solamente in puri e spirituali piaceri, sarebbe paruta troppo raffinata per gli abitatori di quella, i quali si supponevano tuttavia forniti della natura e de’ sensi umani. Un giardino d’Eden, co’ diletti della vita pastorale, non era più conforme ai progressi che si eran fatti nello stato di società sotto il Romano Impero. Fu dunque immaginata una città tutta d’oro e di pietre preziose con una soprannaturale abbondanza di uva e di grano nel territorio adiacente; i quali spontanei prodotti si sarebber liberamente goduti da quel felice e buon popolo senz’esser giammai molestato da veruna gelosa legge di esclusivo dominio504. Si ebbe tutta la premura di assicurar l’esistenza di questo millenario periodo da una serie di Padri, incominciando da Giustino martire505 e da Ireneo, che conversarono cogl’immediati discepoli degli Apostoli, fino a Lattanzio, che fu maestro del figliuolo di Costantino506. Sostengono tutti, e descrivono tal sistema come ricevuto dal consenso generale de’ Cristiani de’ loro tempi; e sembra così bene adattato a’ desiderj ed alle apprensioni degli uomini, che deve in grandissima parte aver contribuito ai progressi della fede Cristiana. Ma quando l’edifizio della Chiesa fu quasi al termine, si tolse di mezzo il sostegno ch’era servito un tempo per comodo della fabbrica. La dottrina dal regno di Cristo sopra la terra s’incominciò a risguardare come una profonda allegoria, quindi a grado a grado come una dubbiosa ed inutile opinione, e finalmente fu rigettata come un’assurda invenzione dell’eresia e del fanatismo507. Una profezia misteriosa, che tuttavia forma una parte del canone sacro, ma che si credea favorevole alla condannata opinione, potè appena scansare la proscrizione della Chiesa508.

Nel tempo che promettevasi a’ discepoli di Cristo la felicità, e la gloria d’un Regno temporale, si annunziavano contro il mondo infedele le più terribili calamità. L’edificazione della nuova Gerusalemme dovevasi avanzare con ugual passo, che la distruzione della mistica Babilonia; e finchè gl’Imperatori, che regnarono avanti Costantino, continuarono a professare l’idolatria, s’applicava il nome di Babilonia alla città ed all’impero di Roma. Era già preparata una regolar serie di tutte le fisiche e morali sciagure, che possono affliggere una florida nazione, vale a dire l’interna discordia, e l’invasione delle più fiere barbare genti dalle incognite regioni del Norte, la peste e la fame, le comete e l’ecclissi, le inondazioni ed i terremoti509. Tutti questi non erano che tanti preparatorj e spaventevoli segni della gran catastrofe di Roma, allorchè la patria degli Scipioni, e de’ Cesari doveva esser consumata da una fiamma celeste, e la città de’ Sette Colli co’ suoi palazzi, tempj, ed archi trionfali restar sommersa in un ampio lago di fuoco e di zolfo. Poteva però servire di qualche consolazione alla vanità Romana il riflettere, che il termine del proprio Impero sarebbe stato anche quello del mondo stesso, il quale come una volta era perito per mezzo dell’elemento dell’acqua, così era destinato a soffrire una seconda subitanea distruzione mediante quello del fuoco. In tale opinione di un generale incendio la fede Cristiana molto felicemente si conciliava colla tradizione orientale, colla filosofia degli Stoici, e coll’analogia della natura; ed il paese medesimo, che per motivi religiosi era stato scelto per esser l’origine e la principale scena dell’incendio, era il più a proposito per tal disegno, attese le cagioni fisiche e naturali di profonde caverne, che vi si trovano, di strati di zolfo e di numerosi vulcani, de’ quali non sono che una molto imperfetta immagine quelli dell’Etna, del Vesuvio e di Lipari. Il più tranquillo ed intrepido scettico non poteva esimersi dall’accordare, che la distruzione del presente sistema del mondo per mezzo del fuoco era in se stessa probabilissima. Il Cristiano, che fondava la propria fede molto meno su’ fallaci argomenti della ragione, che sull’autorità della tradizione, e sulla interpretazione della Scrittura, l’aspettava con terrore e fiducia come un evento certo e vicino; ed avendo la mente continuamente occupata da tal solenne idea, considerava ogni disastro, a cui soggiaceva l’Impero, come un infallibil sintomo del mondo spirante510.

Sembra che la condanna de’ più saggi e virtuosi Pagani per cagione della loro ignoranza o miscredenza della verità divina, offenda l’umanità e la ragione del presente secolo511. Ma la primitiva Chiesa, la cui fede era di una molto stabile tempra, condannò senza esitare ai tormenti eterni la massima parte della specie umana. Poteva per avventura concedersi una caritatevole speranza in favore di Socrate, o di alcuni altri Savi dell’Antichità, che avevan consultato il lume della ragione, avanti che sorgesse quello dell’Evangelio512. Ma di comun consenso asserivasi, che quelli, i quali dopo la nascita o la morte di Cristo avevan ostinatamente perseverato nel culto de’ demonj, non meritavano, e non potevano aspettare il perdono dell’irata giustizia di Dio. Questi rigidi sentimenti, ch’erano incogniti agli antichi, par che abbiano sparso un certo spirito di amarezza in un sistema di amore e di armonia. Spesse volte si rompevano i vincoli del sangue e dell’amicizia dalla differenza di religione, ed i Cristiani, che in questo mondo trovavansi oppressi dal poter de’ Pagani, erano qualche volta dal risentimento, e dallo spirituale orgoglio portati a dilettarsi nel prospetto del futuro loro trionfo. «Voi che siete appassionati per gli spettacoli (esclama con forza Tertulliano) attendete lo spettacolo più grande di tutti, l’ultimo ed eterno giudizio dell’universo. Come sarò sorpreso, come riderò, esulterò, e sarò lieto allor che vedrò tanti orgogliosi Monarchi ed immaginati Dei gementi nel più profondo abisso dell’oscurità! tanti Magistrati, che perseguitarono il nome del Signore, penetrati da fuochi molto più veementi di quelli, ch’essi mai adoperaron contro i Cristiani! tanti saggi filosofi arroventarsi nelle vive fiamme insieme co’ delusi loro scolari! tanti celebri poeti tremare avanti al tribunale non giù di Minosse, ma di Cristo! tanti tragici, più risuonanti nell’espressione de’ lor tormenti! tanti danzatori....» Ma l’umanità del lettore mi permetterà di tirare un velo sul rimanente di questa infernal descrizione, che lo zelante Affricano prosegue con una lunga serie di affettati e spiritosi concetti513.

V’erano senza dubbio molti fra’ primi Cristiani di un carattere più conforme alla dolcezza e carità della lor professione. V’erano molti, che sentivano una sincera compassione pel pericolo de’ lor amici e nazionali, e che usavano il più amorevole zelo per salvarli dall’imminente rovina. Il trascurato politeista, assalito da nuovi ed inaspettati terrori, contro i quali nè i suoi Sacerdoti, nè i suoi Filosofi potevan dargli alcuna protezione sicura, era bene spesso spaventato e vinto dalla minaccia degli eterni tormenti. I timori di lui servivan facilmente di aiuto ai progressi della fede e della ragione; e se una volta inducevasi a sospettare, che potesse la religion Cristiana esser vera, diveniva facile il convincerlo, che la professione di questa era il più sicuro e prudente consiglio a cui si potesse appigliare.

III. I doni soprannaturali, che anche in questa vita si attribuivano a’ Cristiani sopra il resto del genere umano, debbono aver molto contribuito alla propria loro consolazione, ed assai frequentemente alla persuasione degl’Infedeli. Oltre i prodigi accidentali, che potevano qualche volta effettuarsi dall’immediata operazione di Dio, allorchè sospendeva le leggi della natura per servigio della religione, la Chiesa Cristiana fin dal tempo degli Apostoli e de’ primi loro discepoli514 si è arrogata una successione non interrotta di facoltà miracolose, come il dono delle lingue, delle visioni, e della profezia, il potere di scacciare i demonj, di sanare gli ammalati, e di risuscitare i morti. Si comunicava frequentemente a’ contemporanei d’Ireneo la cognizione delle lingue straniere, quantunque Ireneo medesimo dovesse contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro, quando predicava il Vangelo ai popoli della Gallia515. Si rappresenta l’inspirazion divina, o fosse questa comunicata per via di visione, in sogno o in vigilia, come un favore assai liberamente concesso ad ogni classe di fedeli, alle donne ugualmente che a’ vecchi, a’ fanciulli non meno che a’ Vescovi. Quando le devote lor menti eran preparate abbastanza da una quantità di preghiere, di digiuni, e di vigilie a ricever l’impulso straordinario, venivan trasportati fuor de’ lor sensi, ed, assorti in estasi, esponevano ciò ch’era loro inspirato, essendo puri organi dello Spirito Santo, appunto come lo è una canna o un flauto, rispetto a quello che vi soffia dentro516. Si può aggiungere che lo scopo di queste visioni era quello per la massima parte o di svelare i futuri eventi, o di regolare l’attuale amministrazion della Chiesa. L’espulsione de’ demonj da’ corpi di quegl’infelici, ch’essi avevano avuto la permissione di tormentare, si risguardava come un segnalato, quantunque ordinario, trionfo della religione, ed è più volte allegato dagli antichi Apologisti come la prova più convincente della verità del Cristianesimo. Per ordinario questa terribile cerimonia si faceva in pubblico ed in presenza di un gran numero di spettatori; veniva liberato il paziente dal potere e dall’arte dell’esorcista, ed il demonio, superato, si udiva confessare, ch’esso era uno de’ favolosi Dei dell’antichità, che aveva empiamente usurpato le adorazioni dell’uman genere517. Ma la cura miracolosa delle più inveterate ed anche non naturali malattie non può cagionarci sorpresa veruna, se riflettiamo che al tempo d’Ireneo, cioè verso il fine del secondo secolo, il risuscitare un morto era ben lontano dal risguardarsi come un evento straordinario, che tal miracolo frequentemente facevasi nelle necessarie occasioni per mezzo di gran digiuni, e delle preghiere insieme unite della Chiesa del luogo, dove occorreva di farsi; e che le persone, in tal modo restituite in vita per le loro preci, vivevano dopo quel tempo fra loro molt’anni518. In un tempo, in cui la fede poteva vantare tante maravigliose vittorie sopra la morte, sembra difficile a render ragione dello scetticismo di que’ filosofi, che tuttavia rigettavano e deridevano la dottrina della risurrezione. Un nobile Greco aveva ridotto a questo punto importante tutta la controversia, ed avea promesso a Teofilo, Vescovo d’Antiochia, che se poteva esser soddisfatto colla vista di una sola persona, che si fosse attualmente fatta risorgere da morte a vita, immediatamente avrebbe abbracciato la religione di Cristo. Egli è un poco straordinario, che un Prelato della prima Chiesa Orientale, per quanto bramoso fosse della conversione del suo amico, stimasse proprio di evitare una sì bella, e ragionevol disfida519.

I miracoli della primitiva Chiesa, dopo d’aver ottenuta l’approvazione di più secoli, sono stati ultimamente attaccati da una molto libera ed ingegnosa opera520, la quale, sebbene abbia incontralo la più favorevole accoglienza dal pubblico, par che abbia eccitato un generale scandalo fra i Teologi della nostra, non meno che delle altre Chiese protestanti d’Europa521. Sulle diverse nostre opinioni rispetto a quest’articolo potrà molto meno influire alcun particolare argomento, che l’abitudine de’ nostri studi e delle nostre riflessioni, e sopra tutto quel grado d’evidenza che noi medesimi siamo soliti di esigere per provare un fatto miracoloso. Il dovere d’uno storico non è d’interporre il suo privato giudizio in questa delicata ed importante controversia; ma egli non deve dissimular la difficoltà di adottare una teoria, che possa conciliar l’interesse della religione con quello della ragione, di farne un’applicazione giusta, e di definire con precisione i limiti di quel fortunato periodo, libero dall’errore e dall’inganno, fino al quale possiamo estendere il dono delle facoltà soprannaturali. Dal primo de’ Padri fino all’ultimo de’ Papi, si trova continuata senza interrompimento una successione di Vescovi, di Santi, di Martiri, e di miracoli; ed il progresso della superstizione arrivò di grado in grado quasi insensibilmente a tal segno, che non sappiamo a quale particolar anello si debba rompere la catena della tradizione. Ogni secolo attesta fatti maravigliosi, co’ quali si distinse, e tal testimonianza non sembra meno grave e rispettabile di quella della generazion precedente, in maniera che senz’accorgercene veniamo ad accusar noi medesimi d’incoerenza, se neghiamo nell’ottavo o nel decimo secolo al venerabile Beda o a S. Bernardo quella fede, che abbiamo con tanta generosità accordata nel secondo a Giustino e ad Ireneo522. Se apprezzata venga la verità di alcuno di quei miracoli dall’apparente loro vantaggio ed opportunità, ogni secolo ha alcuni miscredenti da convincere, alcuni eretici da confutare, alcune idolatriche nazioni da convertire; e possono sempre allegarsi motivi sufficienti per giustificare l’interposizione del cielo. Eppure, poichè ogni amico della rivelazione è persuaso della realtà, ed ogni uomo ragionevole è convinto della cessazione de’ miracoli, egli è chiaro, che debb’esservi stata un’epoca, nella quale o tutto ad un tratto, o gradatamente siasi tolto questo potere alla Chiesa Cristiana. Qualunque sia quella, che scelgasi per tal evento, vale a dire, o la morte degli Apostoli, o la conversione del Romano Impero, o l’estinzione dell’eresia d’Arrio523, l’insensibilità de’ Cristiani, che viveano in quel tempo, somministrerà ugualmente un giusto motivo di maraviglia. Sostenevano essi tuttavia le loro pretensioni dopo di aver perduta la loro potenza. Teneva luogo di fede la credulità; permettevasi al fanatismo di usare il linguaggio dell’inspirazione, ed attribuivasi a cagioni soprannaturali gli effetti del caso o dell’astuzia. La moderna esperienza de’ veri miracoli dovrebbe aver istruito il mondo Cristiano rispetto alle operazioni della Providenza, ed abituata la vista d’ognuno (s’è lecito di servirci di questa molto inadeguata espressione) alla maniera del divino artefice. Se il più abile moderno pittore dell’Italia pretendesse di decorar le sue deboli imitazioni col nome di Raffaello o del Correggio, l’insolente sua frode sarebbe presto scoperta e rigettata con isdegno.

Qualunque opinione si abbia de’ miracoli della primitiva Chiesa dopo il tempo degli Apostoli, quell’irresistibil docilità di carattere, tanto notabile fra’ credenti del secondo e del terzo secolo, riuscì di qualche accidental vantaggio alla causa della verità e della Religione. Ne’ moderni tempi si trova un segreto e quasi involontario scetticismo anche nelle più divote menti. L’ammetter ch’esse fanno le verità soprannaturali, è molto meno l’effetto di un consenso attivo, che di una fredda e passiva condiscendenza. Da gran tempo essendo assuefatti ad osservare, ed a rispettare l’ordine invariabile della natura, la nostra ragione, o almeno la nostra fantasia, non è preparata sufficientemente a sostenere l’azione visibile della divinità. Ma ne’ primi secoli del Cristianesimo era differentissima la situazione del genere umano. I più curiosi ed i più creduli fra’ Pagani s’inducevano spesse volte ad entrare in una società, che si attribuiva un attual diritto alla potestà di far miracoli. I primitivi Cristiani battevan continuamente una strada mistica, ed i loro spiriti erano esercitati nell’abitudine di credere i fatti più straordinari; sentivano o immaginavano di sentire, che da ogni parte venivano di continuo assaliti da’ demonj, confortati dalle visioni, instruiti dalle profezie, e mirabilmente liberati dalle malattie, da’ pericoli, e dalla morte medesima per le preghiere della Chiesa. I reali o immaginari prodigi, de’ quali credevano di esser così spesso gli oggetti, gl’istrumenti, o gli spettatori, molto felicemente li disponevano ad ammettere colla medesima facilità, ma con molto maggior ragione, le autentiche maraviglie dell’istoria evangelica; ed in tal modo i miracoli, che non eccedevano i limiti della lor propria esperienza, inspiravano loro la più viva sicurezza de’ misteri, ch’essi riconoscevano sorpassar le forze del loro intelletto. Questa profonda impressione delle verità soprannaturali è quel che tanto si è celebrato sotto il nome di fede: disposizione d’animo rappresentata come il più sicuro pegno del favor divino, e della futura felicità, e raccomandata come il principale e forse l’unico merito d’un Cristiano, giacchè secondo i Dottori più rigorosi, le virtù morali, che si posson praticare ugualmente dagl’infedeli, son prive di ogni valore o efficacia per operar la nostra giustificazione.

IV. Ma i primitivi Cristiani dimostravano la lor fede per mezzo delle loro virtù; e supponevasi molto giustamente, che la divina persuasione, la quale illuminava, o convinceva l’intelletto, dovesse nel tempo stesso purificare il cuore, e diriger le azioni del fedele. I primi apologisti del Cristianesimo, che giustificano l’innocenza de’ loro fratelli, ed i successivi scrittori, che celebrano la santità de’ loro padri, rappresentano coi più vivi colori la riforma de’ costumi, che s’introdusse nel mondo, mediante la predicazione del Vangelo. Poichè mio disegno è di notare solamente quelle cagioni umane, che furono scelte per secondar l’efficacia della rivelazione, io esporrò in breve due motivi, che naturalmente rendettero la vita de’ primitivi Cristiani più pura ed austera di quella de’ Pagani loro contemporanei, o de’ loro degenerati successori, vale a dire il pentimento delle lor colpe passate, ed il lodevole desiderio di sostener la riputazione della società, nella quale s’erano impegnati.

È un’accusa molto antica, suggerita dall’ignoranza, e dalla malizia degl’Infedeli, che i Cristiani attirassero al loro partito i delinquenti più scellerati, che appena mossi da un sentimento di rimorso facilmente si persuadevano di lavare nell’acqua del Battesimo le colpe della passata lor vita, per le quali da’ tempj degli Dei ricusavasi loro qualunque espiazione. Ma questo rimprovero, purgato che sia da tutto ciò che v’è di falso, contribuisce all’onor della Chiesa, non meno di quel che favorisse l’accrescimento della medesima524. Gli amici del Cristianesimo posson confessare senza rossore, che molti de’ più eminenti santi erano stati prima del lor battesimo i peccatori più disperati. Quelli, che nel mondo avean seguitato, sebbene imperfettamente, i dettami della benevolenza e del decoro, traevano dalla opinione della propria rettitudine una sì tranquilla soddisfazione, che li rendeva molto men suscettibili di que’ subiti movimenti di vergogna, di cordoglio, e di terrore, che avevano fatto nascere tante maravigliose conversioni. Seguitando l’esempio del divino lor Maestro, i missionari dell’Evangelio s’indirizzavano agli uomini, e specialmente alle donne oppresse dalla coscienza, e bene spesso dagli effetti de’ loro vizi. Siccome poi questi da’ peccati e dalla superstizione innalzavansi alla gloriosa speranza dell’immortalità, risolvevano di darsi ad una vita, non solo virtuosa ma eziandio penitente. La brama della perfezione diveniva la passion dominante dell’animo loro; ed è ben noto, che mentre la ragione si contiene dentro i limiti d’una fredda mediocrità, le nostre passioni con una rapida violenza ci spingono oltre lo spazio, che trovasi fra estremità le più opposte fra loro.

Quando i novelli convertiti s’erano arrolati al numero de’ Fedeli, ammessi a’ Sacramenti della Chiesa, li riteneva dal cader nuovamente ne’ lor passati disordini un’altra considerazione di una specie meno spirituale, ma molto innocente e lodevole. Ogni particolar società, che si è staccata dal corpo di una nazione, o dalla religione alla quale apparteneva, diviene immediatamente l’oggetto dell’universale ed invidiosa osservazione. A misura che n’è piccolo il numero, possono influire sul carattere della società le virtù od i vizi delle persone, che la compongono; ed ogni membro si trova impegnato ad invigilare colla più premurosa attenzione sulla propria condotta, e su quella de’ suoi fratelli, mentre siccome deve aspettarsi di esser partecipe delle comuni disgrazie, così può sperar di godere una parte della comune riputazione. Quando furono condotti i Cristiani della Bitinia avanti al tribunale di Plinio il Giovane, assicurarono il Proconsole, che lungi dall’intignere in alcuna cospirazione illegittima, essi con una solenne obbligazione astringevansi ad astenersi da qualunque delitto che potesse disturbar la privata o pubblica pace della società, da’ furti, dalle ruberie, dagli adulterj, dagli spergiuri e dalle frodi525. Quasi un secolo dopo, Tertulliano con onesto orgoglio poteva vantare, che ben pochi Cristiani erano stati giustiziati per mano del carnefice, eccettuati quelli, che avean sofferto a motivo della lor religione526. La vita seria e ritirata, che facevano, contraria alle tumultuarie costumanze di quel tempo, gli assuefaceva alla castità, alla temperanza, all’economia, ed a tutte le sobrie e domestiche virtù. Comechè per la maggior parte si esercitavano in qualche negozio, o professione, vi attendevano usando la massima integrità, ed il più onesto contegno, per togliere ogni sospetto, che i profani son troppo disposti a concepire contro le apparente di santità. Il disprezzo del mondo gli abituava negli esercizi di umiltà, di mansuetudine e di pazienza. Quanto più erano perseguitati, tanto più strettamente si univano fra loro. La mutua lor carità, e non sospetta confidenza aveva dato nell’occhio agl’infedeli, e bene spesso ne abusarono i loro perfidi amici527.

Una circostanza, che fa molto onore alla morale de’ primi Cristiani, è che le stesse mancanze loro, anzi gli errori, nascevano da un eccesso di virtù. I Vescovi e Dottori della Chiesa, che fanno testimonianza delle professioni, de’ principj, ed anche della pratica de’ loro contemporanei, sopra i quali esercitava grand’influenza la loro autorità, avevano studiate lo scritture con meno perizia, che devozione, e spesso prendevano nel senso il più letterale que’ rigidi precetti di Cristo e degli Apostoli, a’ quali ha la prudenza de’ più moderni commentatori applicato una più libera o figurata maniera d’interpretamento. Ambizioni d’esaltare la perfezione dell’Evangelio sopra la saviezza della filosofia, gli zelanti Padri hanno spinto i doveri della mortificazione di se stesso, della purità e della pazienza fino ad un grado, al quale appena è possibile di giungere, e molto meno di perseverarvi nel presente stato di debolezza e di corruzione in cui siamo. Una dottrina così straordinaria e sublime si dee render senza dubbio venerabile al popolo; ma era mal acconcia ad ottener l’approvazione di que’ mondani filosofi, che nella condotta di questa vita passeggera consultano i sentimenti della natura e l’interesse della società528.

Vi sono due propensioni naturali, che noi possiam ravvisare nelle più virtuose ed ingenue indoli, l’amor del piacere e quello di agire. Se il primo sia coltivato dalle arti e dalle scienze, promosso da’ vincoli del commercio sociale, e corretto da un giusto riguardo all’economia, alla salute, ed alla riputazione, produce la maggior parte della felicità di una vita privata. L’amore poi dell’azione è un principio di un carattere più forte o più dubbioso: conduce spesse volte alla collera, all’ambizione, ed alla vendetta; ma qualora sia guidato da un sentimento di decenza e di bontà, divien la sorgente di ogni virtù; e se queste virtù sono accompagnate da egual capacità, può anche una famiglia, uno Stato, o un Impero riconoscer la sua prosperità e sicurezza dal coraggio intrepido di un solo uomo. All’amor del piacere dunque imputar si possono le più dilettevoli, ed a quel dell’azione le più utili e stabili qualità umane. Quell’individuo, nel quale si trovasse unito con bell’armonia l’uno all’altro, ci darebbe per avventura la più perfetta idea della natura dell’uomo. Un’indole inattiva, ed insensibile, che si supponesse del tutto priva di ambidue gli amori, si rigetterebbe d’unanime accordo dagli uomini come affatto incapace di procurare all’individuo veruna felicità, o alcun pubblico vantaggio al genere umano. Ma non era questo mondo il luogo, dove i primitivi Cristiani bramavano di rendersi o piacevoli, o vantaggiosi.

L’acquisto di cognizioni, l’esercizio della nostra ragione ed immaginativa, ed il lieto corso di una libera conversazione occupar possono il tempo di un animo culto. Queste ricreazioni però si rigettavano con orrore, o ammettevansi con estrema cautela dalla severità de’ Padri, che disprezzavano qualunque cognizione, che non fosse utile alla salute spirituale, e riguardavan ogni leggerezza di discorso, come un colpevole abuso del dono della parola. Nello stato in cui siamo presentemente, il corpo è tanto inseparabilmente connesso coll’anima, che sembra nostro interesse di gustare innocentemente, e con moderazione i piaceri, de’ quali è suscettibile quel fedele compagno. Assai diverso era il ragionamento de’ nostri devoti predecessori, che vanamente aspirando ad imitare la perfezione degli Angeli, sdegnavano, o affettavano di sdegnare ogni terreno e corporale diletto529. Alcuni de’ nostri sensi veramente son necessari per la conservazione, altri per la sussistenza, ed altri finalmente per l’instruzione dell’uomo, e così era impossibile affatto di non ammetterne l’uso. Ma la prima sensazion di piacere notavasi come il primo momento del loro abuso. L’insensibile candidato del Cielo era preparato non solo a resistere a’ più grossolani allettamenti dell’odorato o del gusto, ma anche a chiuder gli orecchi all’armonia profana de’ suoni, ed a rimirar con indifferenza le più finite produzioni dell’arte umana. Supponevasi, che l’uso di abbigliamenti galanti, di case magnifiche e di eleganti suppellettili riunisse il doppio vizio d’orgoglio e di sensualità: una semplice e mortificata apparenza era più conforme al Cristiano, il quale era certo delle proprie colpe, ed incerto della sua salvezza. I Padri nel censurare la voluttà son minuti e circostanziati all’estremo530; e fra vari articoli, ch’eccitano la pietosa loro indignazione, possiam contare la chioma finta, gli ornamenti di ogni colore, eccettuato il bianco, gl’istrumenti di Musica, i vasi d’oro e d’argento, i guanciali molli (poichè Giacobbe avea posato il suo capo sopra una pietra,) il pane bianco, i vini forestieri, le pubbliche salutazioni, l’uso de’ bagni caldi, e quello di radersi la barba, che secondo l’espressione di Tertulliano è una bugia contro i nostri propri volti, ed un empio tentativo di migliorar le opere del Creatore531. Quando il Cristianesimo si diffuse fra la gente ricca e pulita, l’osservanza di queste leggi singolari fu abbandonata, come si farebbe presentemente, a que’ pochi che aspiravano ad una santità superiore. Ma egli è sempre facile non meno che soddisfacente per i ceti più bassi degli uomini di farsi un merito col disprezzo di quelle pompe e di quei piaceri, che la fortuna pose al di là della loro portata. La virtù dei primitivi Cristiani era molto spesso difesa, come quella de’ Romani antichi, dalla povertà, e dall’ignoranza.

La casta severità de’ Padri in tutto ciò, che risguardava il commercio de’ due sessi, nasceva dall’istesso principio, cioè dall’abborrimento che avevano per ogni diletto, che soddisfar potesse la natura sensuale dell’uomo, e degradarne la spirituale. Era opinione lor favorita, che se Adamo conservato si fosse obbediente al Creatore, avrebbe vissuto per sempre in uno stato di virginal purità, ed in qualche innocente maniera di vegetazione sarebbesi popolato il Paradiso di una razza di esseri puri, ed immortali532. Solo permettevasi l’uso del matrimonio alla decaduta posterità come un espediente necessario per continuare la specie umana, e come un freno, quantunque imperfetto, alla natural licenza dei desiderj. La dubbiezza de’ casisti ortodossi rispetto a quest’interessante soggetto, scuopre l’imbarazzo di quelli che non vogliono approvare un instituto, che son costretti a tollerare533. L’enumerazione delle più capricciose leggi, ch’essi con la massima minutezza imposero al letto maritale, farebbe sorridere i giovani, ed arrossire le belle. Era concorde lor sentimento, che il primo unico matrimonio fosse conforme a tutti i fini della natura e della società. La sensual congiunzione innalzavasi a rappresentar la mistica unione di Cristo colla sua Chiesa, e si pronunziava indissolubile tanto pel divorzio, che per la morte. L’uso delle seconde nozze era diffamato col nome di legale adulterio; e le persone, colpevoli di tale scandalosa mancanza contro la purità Cristiana, venivano spesso escluse dagli onori, e fino dallo limosine della Chiesa534. Poichè si risguardava il desiderio come un delitto, ed il matrimonio si tollerava come un difetto, era ben coerente a questi principj di considerar lo stato del celibato, come il più prossimo alla perfezione Divina. Con la massima difficoltà potea soffrire l’antica Roma l’instituzione di sei Vestali535, ma la primitiva Chiesa era piena di un gran numero di persone dell’uno e dell’altro sesso, che si eran obbligate a professare una perpetua castità536. Alcune poche di queste, fra le quali numerar possiamo il dotto Origene, crederono prudentissimo consiglio quello di disarmare il tentatore537. Alcuni erano insensibili, altri invincibili agli assalti della carne. Sdegnando un’ignominiosa fuga, le vergini del caldo clima dell’Affrica affrontavano il nemico nella più stretta battaglia; esse permettevano a’ Preti ed a’ Diaconi di aver luogo ne’ loro letti, e gloriavansi fra le fiamme dell’intatta lor purità. La natura insultata vendicava qualche volta i propri diritti, e questa nuova specie di martirio serviva soltanto ad introdurre un nuovo scandalo nella Chiesa538. Molti però fra gli Ascetici (nome che presto acquistarono a motivo de’ lor penosi esercizj) essendo meno presuntuosi, ebbero probabilmente miglior successo. La mancanza de’ sensuali piaceri si compensava, e si suppliva dall’orgoglio spirituale. Anche la moltitudine de’ Pagani era disposta a stimare il merito del sacrifizio per la sua apparente difficoltà; ed in lode di queste caste spose di Cristo i Padri hanno versato il torbido fiume della loro eloquenza539. Tali sono le antiche tracce de’ principj, e degli instituti monastici, che ne’ posteriori tempi hanno bilanciato tutti i vantaggi temporali del Cristianesimo540.

Non erano i Cristiani meno alieni dagli affari, che da’ piaceri di questo mondo. Essi non sapevano come conciliar la difesa delle proprie persone e sostanze con la tollerante dottrina, che ordinava loro un’illimitata dimenticanza delle passate ingiurie, e il domandarne delle nuove. Offendevasi la loro semplicità dall’uso de’ giuramenti, dalla pompa delle magistrature e dall’attiva contenzione della vita pubblica, nè la loro mite ignoranza potea convincersi, che in qualche occasione si potesse legittimamente spargere il sangue de’ nostri prossimi con la spada o della giustizia, o della guerra; quantunque anche i lor ostili, o criminali attentati minacciasser la pace, e la sicurezza dell’intera Repubblica541. Si confessava, che sotto una legge meno perfetta si esercitava la potestà nel Governo Giudaico da inspirati Profeti, e da Re unti coll’approvazione del Cielo. I Cristiani sentivano, ed accordavano, ch’eran necessari pel presente sistema del mondo tali instituti, e sottoponevansi di buona voglia all’autorità de’ loro Pagani Governatori. Ma nel tempo che inculcavano le massime d’un’ubbidienza passiva, ricusavano di prender attivamente alcuna parte nella civile amministrazione, o militar difesa dell’Impero. Poteva per avventura concedersi qualche dispensa per quelle persone, che avanti di convenirsi erano già impegnate in tali violente, e sanguinarie occupazioni542; ma era impossibile, che i Cristiani, senza rinunciare a’ più sacri doveri, potessero assumere il carattere di soldati, di magistrati, o di Principi543. Questa indolente, o anche colpevole noncuranza della pubblica salute gli esponeva al disprezzo, ed a’ rimproveri de’ Pagani, che bene spesso dimandavano quale mai sarebbe stato il destino dell’Impero attaccato per ogni parte da’ Barbari, se tutti adottato avessero i pusillanimi sentimenti della nuova setta544? A tale insultante questione gli Apologisti Cristiani rendevan oscure ed ambigue risposte, non volendo manifestar la secreta opinione della lor sicurezza, vale a dire l’opinione in cui erano, che avanti l’intera conversione dell’uman genere, la guerra, il Governo, il Romano Impero, ed il Mondo stesso non sarebbero più. È da notarsi, che anche in questo caso la situazione de’ primi Cristiani molto felicemente coinciderà co’ loro scrupoli religiosi, e che la loro avversione ad una vita attiva contribuiva piuttosto a scusarli dal servizio, che ad escluderli dagli onori dello Stato, e dell’esercito.

V. Ma per quanto il carattere degli uomini possa venir innalzato, o depresso da un passeggiero entusiasmo, tornerà poi a grado a grado al suo proprio, e naturale livello, e riprenderà quelle passioni, che sembrano le più adattate alla sua presente condizione. I primitivi Cristiani eran morti agli affari, ed a’ piaceri del Mondo; ma l’amor dell’azione, che non può mai estinguersi totalmente, presto risorse in loro, e trovarono un’occupazione novella nel governo della Chiesa. Una società a parte, che attaccava la religione dominante dell’Impero, doveva prescriversi qualche forma di regolamento interno, e deputare un sufficiente numero di ministri, a’ quali affidasse non solo le funzioni spirituali, ma ancora la temporale direzione della Cristiana Repubblica. La sicurezza di tal società, l’onore, e l’ingrandimento della medesima producevano eziandio negli animi più devoti uno spirito di patriottismo, simile a quello, che i primi Romani avevan sentito per la Repubblica, ed alle volte anche una simile indifferenza rispetto all’uso di qualunque sorta di mezzi, che potessero probabilmente condurre a sì desiderabile fine. L’ambizione d’innalzar se stessi, o i loro amici agli onori ed agli uffizi della Chiesa, coprivasi con la lodevole intenzione di sacrificare al pubblico vantaggio il potere e la stima, che solo per tal oggetto erano essi in dovere di procacciarsi. Nell’esercizio delle lor funzioni molto frequentemente occorreva di scoprire gli errori dell’eresia, o gli artifizi della fazione, di opporsi a’ disegni de’ malvagi fratelli, di mostrarne le persone colla meritata infamia, e di escluderli dal seno di una società, la cui pace e felicità tentato avevano di turbare. Gli Ecclesiastici direttori de’ Cristiani dovevano unire la prudenza del serpente coll’innocenza della colomba; ma come la prima si andò raffinando, così la seconda insensibilmente corruppesi per l’abitudine del Governo. Nella Chiesa ugualmente che nel Mondo, le persone, costituite in qualche pubblico impiego, si rendevan considerabili per la loro eloquenza e fermezza, per la cognizione degli uomini, e per la destrezza negli affari, e mentre nascondevano agli altri, e forse a se medesimi i segreti motivi della lor condotta, ricadevano troppo frequentemente in tutte le tumultuarie passioni della vita attiva, le quali avevano acquistata la tintura di un maggior grado di amarezza, e di ostinazione per l’infusione dello spirituale.

Il Governo della Chiesa spesso è stato il soggetto non meno che il guiderdone di religiose contese. Gli ostinati disputanti di Roma, di Parigi, di Oxford, e di Ginevra si sono sforzati ugualmente per ridurre ciascuno la prima ed apostolica forma di governo545 alla propria costituzione. Que’ pochi, i quali hanno discusso tale articolo con più candore ed imparzialità, son d’opinione546, che gli Apostoli evitassero l’uffizio di legislatori, e piuttosto volessero soffrire alcuni scandali, e divisioni particolari, che togliere ai futuri Cristiani la libertà di variar le forme del loro ecclesiastico regolamento, secondo le variazioni de’ tempi, e delle circostanze, Può vedersi qual sistema di governo fosse colla loro approvazione adottato per l’uso del primo secolo nella pratica delle Chiese di Gerusalemme, d’Efeso, e di Corinto. Le società, erette nelle città dell’Impero, erano soltanto unite fra loro co’ vincoli della carità e della fede. L’indipendenza, e l’uguaglianza formavano la base dell’interna loro costituzione. Supplivasi alla mancanza di cultura e di sapere umano, secondo le occasioni, mediante l’aiuto de’ Profeti547, ch’eran chiamati a tale uffizio, senza distinzione alcuna d’età, di sesso, o di naturali talenti, e che ogni qual volta sentivano il divino impulso, mandavano fuori le effusioni dello spirito nell’assemblea de’ fedeli. Ma i Profetici Dottori spesso abusarono o fecero cattive applicazioni di questi doni straordinari. Essi ne facevan pompa fuor di tempo, presumevano d’interrompere le sacre funzioni dell’assemblea, e col loro orgoglio o falso zelo indussero specialmente nella Chiesa Apostolica di Corinto una lunga e trista serie di disordini548. Siccome l’instituto de’ Profeti divenne inutile, ed anche dannoso, ne fu tolta di mezzo la potestà, ed abolito l’uffizio. Le pubbliche funzioni della Religione furono solamente affidate a ministri già stabiliti nella Chiesa, vale a dire a Vescovi, ed a Preti: nomi, che nella lor prima origine sembra, che indicassero lo stesso ministero, ed ordine di persone. Quello di Prete esprimeva la loro età, o piuttosto la lor gravità e saviezza; quello poi di Vescovo denotava l’ispezione che avevano sopra la fede, ed i costumi de’ Cristiani, commessi alla pastorale lor cura. Proporzionatamente al numero de’ fedeli, una maggiore o minor quantità di questi Preti Episcopali governava ogni nascente congregazione con uguale autorità, e con union di consigli549.

Ma la più perfetta uguaglianza di libertà esige la direzione di un Magistrato superiore; e l’ordine delle pubbliche deliberazioni, ben presto introduce l’uffizio d’un Presidente, che almeno abbia l’autorità di raccogliere le opinioni, e di eseguire i decreti dell’assemblea. Un riguardo alla pubblica tranquillità, che sarebbe stata frequentemente interrotta dalle annuali, o accidentali elezioni, mosse i primitivi Cristiani a stabilire una perpetua, ed onorevole magistratura, ed a scegliere uno de’ più prudenti e santi fra’ loro Preti per eseguire, finchè viveva, i doveri di loro ecclesiastico direttore. In quest’occasione fu che il sublime titolo di Vescovo s’incominciò ad innalzare sopra l’umile denominazione di Prete; e mentre quest’ultima continuò ad indicare la più natural distinzione fra’ membri di ogni Senato Cristiano, quello fu appropriato alla dignità del nuovo Presidente di esso550. I vantaggi di questa forma di Governo Episcopale, che sembra essere stato introdotto avanti il fine del primo secolo551, erano tant’ovvj, ed importanti per la futura grandezza, ugualmente che per la pace attuale del Cristianesimo, che fu adottato senza dilazione da tutte le società, ch’erano già sparse per l’Impero. Aveva esso molto per tempo acquistato l’approvazione dell’antichità552, ed è stato sempre rispettato dalle Chiese più potenti, sì Orientali che Occidentali, come un primitivo, ed anche Divino stabilimento553. È superfluo di osservare, che i devoti ed umili Preti, che a principio insigniti furono del titolo Episcopale, non potevan avere, e probabilmente ricusato avrebbero la potenza e la pompa, che adesso circonda la tiara del Romano Pontefice, o la mitria di un Prelato Alemanno; ma possiam definire in poche parole gli stretti limiti della primiera loro giurisdizione, ch’era principalmente spirituale, sebbene in qualche caso riguardasse anche le cose temporali554. Riducevasi questa all’amministrazione de’ sacramenti, alla disciplina Ecclesiastica, alla sopraintendenza de’ riti sacri, che insensibilmente crescevano in numero e in verità, alla consacrazione dei ministri ecclesiastici, a’ quali si assegnavan dal Vescovo le rispettive funzioni, al maneggio del pubblico tesoro, ed alla decisione di tutte quelle controversie, che i Fedeli non volevano esporre avanti al tribunale di un Giudice idolatra. Queste facoltà per breve tempo si esercitarono secondo il consiglio del collegio presbiterale, e col consenso e coll’approvazione dell’assemblea de’ Cristiani. Gli antichi Vescovi si risguardavan soltanto come i primi fra’ loro uguali, e gli onorevoli servi di un popolo libero. Quando vacava per la morte del Vescovo la cattedra Episcopale, si eleggeva fra i Preti un nuovo Presidente per mezzo de’ voti di tutta la congregazione, ogni cui membro si stimava investito di un carattere sacro e sacerdotale555.

Questo fu il dolce, ed uguale regolamento, con cui si governavano i Cristiani più di cento anni dopo la morte degli Apostoli. Ogni società formava da se una separata e indipendente Repubblica; e quantunque i più distanti fra questi piccoli Stati mantenessero un reciproco, ed amichevol commercio di deputazioni e di lettere, pure non era il Mondo Cristiano ancora congiunto mercè di alcuna suprema autorità, o legislativa assemblea. Siccome il numero de’ Fedeli appoco appoco s’era moltiplicato, si videro i vantaggi, che provenir potevano da una più stretta unione d’interessi, e di disegni. Verso il finire del secondo secolo le Chiese della Grecia e dell’Asia adottarono le vantaggiose instituzioni de’ sinodi provinciali, e può giustamente supporsi, che prendessero il modello de’ Concilj rappresentativi da celebri esempi del lor Paese, quali sono quello degli Anfizioni, la lega Achea, o le assemblee delle Città della Jonia. Tosto fu stabilito come un costume, ed una legge, che i Vescovi delle Chiese indipendenti si trovassero, ne’ tempi determinati della primavera e dell’autunno, insieme nella capitale della Provincia. Le loro deliberazioni erano assistite dal consiglio di pochi Preti distinti, e moderate dalla presenza di una moltitudine di uditori556. I loro decreti, che si chiamavano Canoni, regolavano qualunque importante questione di fede, e di disciplina: ed era naturale di credere, che nella riunione de’ delegati del popolo Cristiano si sarebbe sparsa un’abbondante effusione dello Spirito Santo. L’instituzione de’ sinodi era così confacente all’ambizione privata, ed all’interesse pubblico, che nello spazio di pochi anni fu ricevuta per tutto l’Impero. Si stabilì una regolare corrispondenza fra’ Concilj provinciali, che reciprocamente si comunicavano, ed approvavano i rispettivi loro atti; e la Chiesa cattolica prese in breve la forma, ed acquistò la forza di una gran Repubblica federativa557.

Siccome restò insensibilmente sospesa per l’uso dei concilj l’autorità legislativa delle Chiese particolari, così ottennero i Vescovi, mediante la loro confederazione, una porzione molto maggiore di potestà esecutiva ed arbitraria; e tosto che si trovarono uniti da un sentimento di comune interesse, furono in istato di attaccare con unito vigore gli originarj diritti del Clero e del popolo. I Prelati del terzo secolo mutarono appoco appoco il linguaggio d’esortazione in quel di comando; sparsero i semi delle future usurpazioni; e supplirono con allegorie scritturali, e con declamazioni rettoriche alla mancanza di forza e di ragione. Essi esaltavano l’unità ed il poter della Chiesa, quale rappresentavasi nell’Uffizio Episcopale, di cui godeva ogni Vescovo un’uguale ed indivisa porzione558. Si andava spesso ripetendo, che i Principi, ed i Magistrati vantar potevano un terreno diritto, ed un passaggiero dominio, ma l’Episcopale autorità era la sola che derivasse da Dio, e si estendesse a questo, ed all’altro mondo. I Vescovi erano i vicari di Cristo, i successori degli Apostoli, e quelli che furono misticamente sostituiti al sommo Sacerdozio della legge Mosaica. Il privilegio esclusivo che avevano di conferire il carattere sacerdotale, invase la libertà dell’elezioni del Clero e del Popolo, e se nell’amministrazione della Chiesa qualche volta consultavano il giudizio de’ Preti, o l’inclinazione popolare, avevan grandissima cura d’inculcare il merito di tal volontaria condiscendenza. I Vescovi riconoscevano l’autorità suprema, che risedeva nell’assemblea de’ loro fratelli; ma nel governo delle particolari lor Diocesi, ciascheduno di essi dal proprio Gregge esigeva l’istessa implicita obbedienza, come se quella favorita metafora fosse stata letteralmente giusta, ed il Pastore fosse stato di una più sublime natura che le sue pecore559. Questa obbedienza però non fu imposta senza qualche sforzo per una parte, e senza qualche resistenza per l’altra. La parte democratica della costituzione fu in molti luoghi con gran calore sostenuta dalla zelante, od interessata opposizione del Clero inferiore. Ma si diedero al loro patriottismo gl’ignominiosi nomi di fazione, e di scisma; e la causa Episcopale dovè il suo rapido progresso alle fatiche di molti attivi Prelati, che riunivano in se stessi, come Cipriano di Cartagine, le arti del più ambizioso uomo di Stato colle virtù Cristiane, che sembrano attagliarsi al carattere di un santo, e di un martire560.

Le medesime cagioni, che avevan distrutto a principio l’uguaglianza de’ Preti, introdussero una preeminenza di grado fra’ Vescovi, e quindi una superiorità di giurisdizione. Ogni volta che nella primavera, e nell’autunno adunavansi nel Concilio provinciale, sentivasi molto notabilmente la differenza del merito e della riputazion personale fra i membri dell’assemblea, ed era governata la moltitudine dalla dottrina, e dall’eloquenza dei pochi. Ma l’ordine degli atti pubblici richiedeva una distinzione più regolare e meno invidiosa; fu conferito l’uffizio di presedere in perpetuo ai Concilj di ogni Provincia a’ Vescovi della città principale, e questi ambiziosi Prelati, che tosto acquistarono i titoli eminenti di Metropolitani e di Primati, si preparavan segretamente ad usurpare sopra i loro episcopali fratelli quell’autorità istessa, che i Vescovi avevano ultimamente assunta sopra il collegio de’ Prelati561. Nè passò molto tempo, che s’introdusse una emulazione di preeminenza, e di potere fra’ Metropolitani medesimi, affettando ciascheduno di essi di mostrare ne’ termini più fastosi gli onori e i vantaggi temporali della Città, a cui presedeva, il numero e l’opulenza de’ Cristiani sottoposti alla pastorale sua cura, i Santi ed i Martiri, ch’erano sorti fra loro, e la purità con cui mantenevasi la tradizione della fede, qual era stata trasmessa per una serie di Vescovi ortodossi dagli Apostoli, o da’ lor Discepoli, a’ quali attribuivasi la fondazione di quella Chiesa562. Per ogni motivo, sì Ecclesiastico che civile, era facile a prevedersi che Roma avrebbe goduto il rispetto, ed in breve pretesa l’obbedienza delle Province. Ivi la società dei Fedeli era in una giusta proporzione colla Capitale dell’Impero; la Chiesa Romana era il più grande, il più numeroso, e nell’Occidente il più antico di tutti gli stabilimenti Cristiani, molti de’ quali avevano ricevuta la religione dalle pie fatiche de’ Missionari della medesima. Supponevasi, che avesse onorato le rive del Tevere non già un solo fondatore Apostolico, al che si riduceva il più alto vanto di Antiochia, d’Efeso, o di Corinto, ma la predicazione, ed il martirio de’ due più eminenti fra gli Apostoli563; e molto prudentemente i Vescovi di Roma pretendevano d’essere eredi di qualsivoglia prerogativa, che attribuita fosse alla persona, o all’uffizio di S. Pietro564. I Vescovi della Italia, e delle Province eran disposti ad accordar loro un primato d’ordine, e d’associazione (come molto accuratamente si esprimevano) nella Cristiana aristocrazia565. Ma la potestà di Monarca rigettavasi con orrore, e l’ambizioso genio di Roma trovò nelle nazioni dell’Asia, e dell’Affrica una resistenza contro lo spirituale di lei dominio, più vigorosa di quella che anticamente aveva sperimentato contro il temporale. Il patriottico Cipriano, che regolava, col più assoluto potere la Chiesa di Cartagine, ed i sinodi Provinciali, si oppose risolutamente, e con successo, all’ambizione del Romano Pontefice; artificiosamente unì la propria causa con quella de’ Vescovi Orientali, e, come Annibale, cercò nuovi alleati nel cuore dell’Asia566. Se questa guerra Punica si fece senz’alcuna effusione di sangue, ciò debbe molto meno attribuirsi alla moderazione, che alla debolezza de’ combattenti Prelati. Le sole armi, che usarono, furono invettive e scomuniche: e queste, nel corso di tutta la disputa, eglino si scagliarono un contro l’altro con ugual furia e devozione. I moderni cattolici si trovano angustiati dalla dura necessità di censurare la condotta, o di un Papa, o di un Santo e d’un Martire, quando son costretti a riferire le particolarità di una disputa, nella quale i Campioni della Religione secondarono quelle passioni, che sembravano meglio adattate al Senato, od al Campo567.

L’avanzamento dell’autorità Ecclesiastica fece nascere la memorabile distinzione fra lo stato laicale e clericale, che non era stato in uso nè fra’ Greci, nè fra’ Romani568. Il primo comprendeva il corpo del popolo Cristiano; l’altro, secondo il significato di quella voce, la parte scelta, ch’era stata destinata pel servizio della Religione; celebre ordine di persone, che ha somministrato i più importanti, quantunque non sempre i più edificanti soggetti all’Istoria moderna. Le lor vicendevoli ostilità qualche volta disturbarono la pace della Chiesa nascente, ma si univan lo zelo e l’attività loro nella causa comune, e l’amor della potenza, che (sotto i più artificiosi colori) s’insinuava nei petti de’ Vescovi e de’ Martiri, gli animava ad accrescere il numero de’ loro sudditi, e ad estendere i limiti dell’Impero Cristiano. Essi eran privi di ogni forza temporale, e per lungo tempo furono scoraggiati ed oppressi, anzichè assistiti, dal Magistrato civile: avevano però in mano, ed esercitavano nell’interno regolamento delle lor società i due più efficaci strumenti del governo, i premj e le pene; traevano i primi dalla pia liberalità, e le seconde dalla devota apprensione de’ Fedeli.

I. La comunione de’ beni, che aveva tanto piacevolmente occupato l’immaginativa di Platone569, e che sussisteva in qualche modo nell’austera setta degli Essenj570, fu per breve tempo adottata nella primitiva Chiesa. Il fervore de’ primi proseliti gl’indusse a vendere quelle mondane possessioni, che disprezzavano, a portarne il prezzo a’ piedi degli Apostoli, ed a contentarsi di riceverne una parte uguale agli altri nella generale distribuzione571. L’accrescimento de’ Cristiani fece che si rilassasse, ed a grado a grado restasse abolito questo generoso instituto, che in mani meno pure di quelle degli Apostoli si sarebbe troppo presto corrotto, e convertito in abuso dal proprio interesse, a cui la natura umana è sempre condotta; e fu permesso a’ convertiti, che abbracciavan la nuova religione, di ritenere il possesso del lor patrimonio, di ricever legati ed eredità, e di accrescere ciascheduno i propri averi per tutti i mezzi legittimi del commercio e dell’industria. Invece di un intero sagrifizio de’ beni di ognuno, da’ ministri dell’Evangelio ne fu accettata una moderata porzione, e nelle loro eddomadali, o mensuali adunanze ogni fedele, secondo che esigeva l’occasione, ed a misura della propria ricchezza e pietà, presentava la sua volontaria offerta per uso della società comune572. Nessuna cosa, quantunque tenue si ricusava; ma premurosamente inculcavasi che rispetto alle decime la legge Mosaica era sempre di obbligazione divina; che essendo stato comandato agli Ebrei, sotto una disciplina meno perfetta, di pagare la decima parte di tutto ciò che possedevano, era ben conveniente che i discepoli di Cristo si distinguessero con una maggior liberalità573, ed acquistassero qualche merito col privarsi di un bene superfluo, che sì presto dovevasi annichilare insieme col mondo574. Egli è quasi superfluo l’osservare, ch’essendo l’entrata d ogni Chiesa particolare così fluttuante ed incerta, debb’essere stata varia secondo la povertà, o l’opulenza de fedeli, e secondo che si trovavano dispersi in oscuri villaggi, od uniti nelle grandi Città dell’Impero. Nel tempo dell’Imperator Decio era opinione de’ Magistrati, che i Cristiani di Roma, possedessero grandi ricchezze, che si usassero nel loro culto religioso vasi d’oro o d’argento, e che molti fra’ proseliti avessero vendute le proprie terre e case per accrescere le pubbliche sostanze della comunità, a spese in vero degl’infelici lor figli, che si trovavan mendichi, perchè i loro padri erano stati santi575. Dovremmo con diffidenza prestare orecchio ai sospetti degli stranieri e nemici: in quest’occasione però acquistano un colore molto specioso o probabile dalle seguenti due circostanze, le sole giunte a nostra notizia, che diffiniscano una somma precisa, o dieno una idea distinta. Quasi nel medesimo tempo il Vescovo di Cartagine da una società men opulenta di quella di Roma raccolse centomila sesterzi (sopra mille settecento zecchini) in una subitanea questua por redimere i fratelli della Numidia, ch’erano stati fatti schiavi dai Barbari del deserto576. Circa cent’anni avanti al regno di Decio, la Chiesa Romana in una sola donazione avea ricevuto la somma di dugentomila sesterzi da uno straniero del Ponto, che avea determinato di stabilirsi nella Capitale577. Si facevan queste oblazioni per la massima parte in moneta; nè la società de’ Cristiani era bramosa, o capace di acquistare l’imbarazzo de’ beni stabili in grande estensione. Era stato provvisto da varie leggi, promulgate col medesimo spirito dei nostri statuti delle mani morte, che non si donassero, nè si lasciassero fondi reali ad alcun corpo collegiato, senza un privilegio speciale, o una particolar dispensa dell’Imperatore, o del Senato578, i quali rare volte eran disposti a concederla in favor d’una setta, che fu a principio l’oggetto del lor disprezzo, e finalmente de’ lor timori, e della lor gelosia. Si riferisce però un atto sotto il regno d’Alessandro Severo, il quale dimostra, che tal proibizione qualche volta restava elusa o sospesa, e che si permetteva a’ Cristiani di reclamare, e di posseder terre dentro i confini dell’istessa Roma579. Il progresso del Cristianesimo, e le civili turbolenze dell’Impero contribuirono a rilassare la severità delle leggi, ed avanti la fine del terzo secolo molti fondi considerabili si acquistarono dalle opulente Chiese di Roma, di Milano, di Cartagine, di Antiochia, di Alessandria, e delle altre grandi Città dell’Italia e delle Province.

Il natural Tesoriere della Chiesa era il Vescovo; il comun fondo affidavasi alla cura di lui senza che fosse soggetto a rendimento di conti o a revisione; i Preti si limitavano alle funzioni loro spirituali, e soltanto impiegavasi l’inferiore nome de’ Diaconi pel maneggio, e per la distribuzione dell’Ecclesiastiche rendite580. Se può darsi fede alle veementi declamazioni di Cipriano, v’erano moltissimi fra’ suoi Affricani fratelli, che nell’esercizio del loro impiego violavano ogni precetto, non solo di evangelica perfezione, ma anche di virtù morale. Alcuni di quest’infedeli dispensatori scialacquavano i beni della Chiesa in sensuali piaceri, altri gl’impiegavano in negozi di privato guadagno, di fraudolenti acquisti, e di rapace usura581. Ma finchè le contribuzioni del Popolo Cristiano furono libere e volontarie, l’abuso della fiducia di lui non poteva essere molto frequente, e gli usi a’ quali tal liberalità in generale applicavasi, facevan onore alla società religiosa. Se ne riservava una conveniente porzione pel mantenimento del Vescovo, e del suo Clero; un’altra sufficiente somma era destinata per le spese del Culto pubblico, di cui formavan la parte più essenziale e piacevole i banchetti di carità, o come allora dicevansi, le agape; e tutto il resto era patrimonio sacro de’ poveri. Secondo la discrezione del Vescovo si impiegava in alimentare le vedove e gli orfani, gli storpiati, gl’infermi, ed i vecchi della società, in aiutar gli stranieri e pellegrini, ed in sollevare le angustie dei carcerati e degli schiavi, specialmente se i lor patimenti erano cagionati da un forte amore alla causa della religione582. Un generoso commercio di carità univa le più distanti Province, e le più povere congregazioni venivano di buona voglia assistite dalle elemosine de’ loro più opulenti fratelli583. Tale instituto, che risguardava meno il merito, che la miseria delle persone, molto materialmente favoriva l’accrescimento del Cristianesimo. I Gentili i quali erano animati da un sentimento d’umanità, nel tempo che deridevano le dottrine, confessavano la beneficenza della nuova setta584. La vista dell’immediato sollievo, e della protezione futura, invitava al seno ospitale di lei molte di quelle infelici persone, che la trascuratezza del mondo avrebbe abbandonate alle miserie dell’indigenza, della malattia e dell’età. Vi è qualche ragione ancora di credere, che un gran numero di fanciulli, secondo la crudel pratica di que’ tempi, esposti da’ loro genitori, fossero frequentemente preservati dalla morte, battezzati, educati e mantenuti dalla pietà de’ Cristiani, ed a spese del pubblico Tesoro585.

II. Ogni società senza dubbio ha diritto di escludere dalla sua comunione e dai suoi benefizi que’ membri, che rigettano o trasgrediscono le regole stabilite di comune condenso. Nell’esercizio di tal potestà le censure della Chiesa Cristiana eran principalmente dirette contro i peccatori scandalosi, ed in ispecie contro i rei d’omicidio, di frode o d’incontinenza, contro gli autori o seguaci di qualunque eretica opinione, che fosse stata condannata dal giudizio de’ Vescovi, e contro quelle infelici persone, che, o liberamente o per forza, si eran macchiate, dopo il battesimo, con qualche atto di culto idolatrico. Le conseguenze della scomunica risguardavano il temporale non meno che lo spirituale. Il Cristiano, contro di cui pronunciavasi, era privato di qualunque parte nelle oblazioni de’ fedeli. Si scioglievano i legami di ogni religiosa e privata amicizia. Diveniva egli un oggetto profano d’abborrimento per le persone, ch’ei più stimava, o dalle quali amavasi prima con la maggior tenerezza; e per quanto l’espulsione da una società rispettabile potea imprimere nel carattere di lui un contrassegno d’ignominia, era generalmente sfuggito, o tenevasi per sospetto da tutti. La situazione di questi esuli disgraziati era molto penosa e trista in se stessa, ma i lor timori, come suole avvenire, sopravanzavano anche molto i loro tormenti. I beni della comunion Cristiana eran quelli dell’eterna vita, nè potevano essi cancellare da’ loro spiriti la terribile opinione, che Dio aveva date le chiavi dell’Inferno e del Paradiso a quegli Ecclesiastici direttori, da’ quali ricevuto avevano la condanna. Gli Eretici, in vero, che potevano sostenersi colla coscienza delle loro intenzioni, e colla lusinghiera speranza di aver essi soli scoperta la vera strada della salute, procuravano di riacquistare nelle separate loro assemblee quelle temporali e spirituali consolazioni, che non potevano più ritrarre dalla gran società de’ Cristiani. Ma quasi tutti coloro, che avevano con ripugnanza ceduto alla forza del vizio o dell’idolatria, sentivano l’umiliazione del loro stato, ed ansiosamente desideravano di essere ristabiliti ne’ diritti della comunione Cristiana.

Quanto al trattamento di questi penitenti, la primitiva Chiesa era divisa fra due opinioni, l’una di giustizia, l’altra di misericordia. I più rigorosi ed inflessibili casisti negavan per sempre e senz’eccezione il più basso luogo nella santa comunione a coloro, che essi avevano condannati o abbandonati, e lasciandoli in preda a’ rimorsi di una colpevol coscienza, accordavan loro soltanto un debole raggio di speranza, che la compunzione loro, in vita ed in morte, potrebbe forse esser gradita all’Ente supremo586. Ma un sentimento più mite fu abbracciato in pratica ed in teorica dalle più rispettabili, e pure Chiese Cristiane587. Rare volte si chiusero al convertito penitente le porte della riconciliazione e del Cielo; ma fu instituita una severa e solenne forma di disciplina, la quale nell’atto medesimo, che serviva ad espiarne il delitto, con efficacia potesse allontanare gli spettatori dall’imitarne l’esempio. Umiliato da una pubblica confessione, emaciato dal digiuno, e vestito di sacco, stava il penitente prostrato alla porta dell’assemblea, chiedendo con lacrime il perdono delle sue colpe, ed implorando in suo favore le preghiere de’ fedeli588. Se il peccato era molto grave, interi anni di penitenza non si credevano sufficienti a soddisfare adequatamente la divina giustizia; e sempre per mezzo di lenti e penosi gradi il peccatore, l’eretico o l’apostata restituivasi al seno della Chiesa. La sentenza però di scomunica perpetua si riservava per alcuni delitti di straordinaria enormità, e specialmente per le inescusabili ricadute di que’ penitenti, che avevano già fatta prova, ed abusato della clemenza degli Ecclesiastici lor superiori. L’esercizio della disciplina Cristiana era vario secondo le circostanze o il numero delle colpe, a giudizio de’ Vescovi. Furon celebrati verso il medesimo tempo i Concilj d’Ancira e d’Elvira, l’uno nella Galazia, l’altro nella Spagna, ma sembra che i rispettivi lor canoni, che tuttora esistono, abbiano uno spirito assai diverso. Il Galata, che dopo il Battesimo avea più volte sacrificato agl’idoli, poteva ottenere il perdono mediante una penitenza di sette anni, e se aveva sedotto altri ad imitare il suo esempio, tre soli anni di più erano aggiunti al termine del suo esilio. Ma l’infelice Spagnuolo, che avea commosso la medesima colpa, rimaneva privo della speranza di riconciliazione, anche in punto di morte: la sua idolatria stava alla testa di altri diciassette delitti, contro i quali fu pronunziata una non meno terribil sentenza; fra’ quali si può distinguere l’inespiabil reato di calunniare un Vescovo, un Prete, od anche un Diacono589.

La ben temperata unione di liberalità e di rigore, la distribuzion giudiziosa de’ premj e delle pene secondo le massime della politica e della giustizia, formarono la forza umana della Chiesa. I Vescovi, la cui paterna cura estendevasi al governo del mondo spirituale e corporeo, sentivan bene l’importanza di queste prerogative, e coprendo la loro ambizione col bel pretesto dell’amore dell’ordine, eran gelosi di ogni rivale nell’esercizio di una disciplina tanto necessaria per prevenire la diserzione di quelle truppe, che si erano arrolate sotto lo stendardo della Croce, ed il numero delle quali ogni giorno diveniva maggiore. Dalle imperiose declamazioni di Cipriano dovremmo naturalmente concludere, che le dottrine della scomunica, e della penitenza, formavan la parte più essenziale della religione; ed era molto meno pericoloso ai discepoli di Cristo il trascurar l’osservanza de’ morali doveri, che il disprezzar le censure e l’autorità de’ lor Vescovi. Alle volte c’immagineremmo d’udire la voce di Mosè, quando comandò alla terra di aprirsi per inghiottir nelle fiamme consumatrici que’ ribelli, che ricusavano ubbidienza al Sacerdozio d’Aronne; ed alle volte ci parrebbe di ascoltare un Console Romano, che sostenendo la maestà della Repubblica, dichiarasse la sua risoluzione inflessibile di mantenere il rigore delle leggi.

«Se impunemente si soffrono irregolarità di tal sorta» (così riprende il Vescovo di Cartagine la dolcezza del suo collega) «finisce il vigor Episcopale590, finisce la divina sublime potestà di governare la Chiesa; finisce il Cristianesimo stesso.» Cipriano avea rinunziato quegli onori temporali, che probabilmente non avrebbe ottenuti giammai; l’acquisto però di tale assoluto comando sulle coscienze e sull’intelletto di una congregazione, sia quanto si voglia oscura o disprezzabile dal mondo, è veramente più grato all’orgoglio del cuore umano, che il possesso della più dispotica potenza, acquistata, per mezzo delle armi e della conquista, sopra un popolo ricalcitrante.

Nel corso di questa importante, quantunque forse tediosa ricerca, ho tentato di esporre le secondarie cagioni, che tanto efficacemente assisterono la verità della religione Cristiana. Se fra quelle cagioni ho scoperto qualche artificiale ornamento, qualche accidental circostanza, o qualche mistura d’errore e di passione, non deve parer sorprendente che sugli uomini abbiano sensibilmente influito que’ motivi, ch’eran conformi all’imperfetta loro natura. Coll’aiuto di tali cagioni, vale a dire dello zelo esclusivo, dell’aspettazione immediata di un altro mondo, della pretension de’ miracoli, della pratica di rigorosa virtù, e della costituzione della primitiva Chiesa, il Cristianesimo si sparse con tanto successo nell’Impero Romano. Alla prima di queste dovevano i Cristiani quell’invincibil valore, per cui sdegnavano di capitolar col nemico, ch’essi eran risoluti di vincere. Le tre seguenti porgevano al lor valore le armi più formidabili. L’ultima ne riuniva il coraggio, ne dirigeva le armi, ed a’ loro sforzi dava quell’irresistibil peso, che sì frequentemente ha renduto anche una piccola truppa di ben agguerriti ed intrepidi volontarj superiore ad una moltitudine indisciplinata, ignorante del soggetto, e non curante l’esito della guerra. Fra le diverse religioni del Politeismo, alcuni vagabondi fanatici dell’Egitto, e della Siria, che dirigevansi alla credula superstizione del volgo, formavano forse l’unico ordine di Sacerdoti591, che traessero tutto il proprio mantenimento e credito dalla professione sacerdotale, e che fossero molto efficacemente impegnati da un personale interesse per la sicurezza o prosperità de’ tutelari lor Numi. Tanto in Roma, quanto nelle principali Province i ministri del politeismo erano per la maggior parte uomini di nobil estrazione e di abbondante ricchezza, che ricevevan come una distinzione onorevole la cura di un celebre tempio, o di un pubblico sacrifizio; molto spesso rappresentavano a loro spese i giuochi sacri592, e con fredda indifferenza eseguivano gli antichi riti secondo le leggi, e l’usanze del lor paese. Siccome occupavansi negli affari comuni della vita, rare volte, il loro zelo e la lor divozione erano animati da un sentimento d’interesse o dalle abitudini di un carattere sacerdotale. Limitati a’ rispettivi lor tempj ed alle loro rispettive città, restavano senza connessione alcuna di governo o di disciplina; e riconoscendo essi la suprema giurisdizione del Senato, del Collegio de’ Pontefici e dell’Imperatore, que’ magistrati civili si contentavano della facile cura di mantenere in pace, e con dignità, il culto già stabilito fra gli uomini. Abbiam veduto poi quanto varie, quanto libere, ed incerte fossero le religiose opinioni de’ Politeisti. Si abbandonavan quasi senza ritegno alle naturali operazioni di una superstiziosa fantasia. Le accidentali circostanze della vita, e della situazione loro determinavan l’oggetto, ed il grado della lor divozione, e poichè la loro adorazione successivamente prostituivasi a mille Divinità, egli era appena possibile, che i loro cuori potessero essere capaci di una molto sincera, e viva passione per alcuna di quelle.

Quando comparve nel mondo il Cristianesimo, anche queste deboli, ed imperfette impressioni eransi appoco appoco ridotte a nulla. La ragione umana, che mediante la propria forza, non aiutata dalla rivelazione, non è capace d’intendere i misteri della fede, aveva già ottenuto un facil trionfo sopra la follìa del Paganesimo; e quando Tertulliano o Lattanzio si affaticano in esporne la stravaganza e la falsità, son costretti a far uso dell’eloquenza di Cicerone, o dell’ingegno di Luciano. Si era diffuso il contagio di questi scettici scritti molto al di là del numero de’ lor lettori. Era passata la moda dell’incredulità, dal Filosofo all’uomo di piacere o di affari, dal nobile al plebeo, e dal padrone al domestico schiavo, che serviva alla tavola di lui, e che attentamente ne ascoltava la libertà de’ discorsi. Nelle pubbliche occasioni la parte filosofica del genere umano affettava di trattar con decenza e con rispetto le religiose instituzioni della loro patria; ma traspariva il lor segreto disprezzo a traverso la debole mal coperta finzione, ed anche la plebe, scuoprendo che i propri Numi venivan rigettati e derisi da quelli, de’ quali era solita di rispettare il posto o la scienza, si trovava piena di dubbj e di apprensioni circa la verità di quelle dottrine, alle quali accordato aveva la più implicita fede. La rovina degli antichi pregiudizi lasciava moltissimi in una penosa situazione, priva d’ogni conforto. Uno stato di scetticismo, e di sospensione può piacere a ben pochi spiriti investigatori; ma la pratica della superstizione è sì naturale alla moltitudine degli uomini, che qualora vengano per forza illuminati, compiangon sempre la perdita del lor piacevole inganno. Il loro amore del maraviglioso, e del soprannaturale, la lor curiosità intorno al futuro, e la forte inclinazione ad estendere le speranze e i timori oltre i limiti del monito visibile, furon le principali cagioni che favorirono lo stabilimento del Politeismo. È così urgente nel volgo la necessità di credere, che alla caduta d’un sistema di mitologia è probabilissimo abbia da succedere sempre qualche altro genere di superstizione di nuovo introdotta. Alcune deità, di forma più nuova e alla moda, presto avrebbero occupato gli abbandonati tempj di Giove e d’Apollo, se in quel decisivo istante la saggia Providenza non avesse interposta una genuina rivelazione, atta ad inspirare la stima e la persuasione più ragionevole, nel tempo stesso che godeva di tutti gli adornamenti, che attrar potevano la curiosità, lo stupore, e la reverenza del popolo. Nell’attual disposizione, in cui trovavansi gli uomini, siccome quasi erano affatto staccati dagli artificiosi lor pregiudizi, ma suscettibili, e bramosi ugualmente di qualche religioso attaccamento, anche un oggetto di merito molto minore sarebbe stato capace di riempiere il posto vacante ne’ loro cuori, e soddisfar l’incerto fervore delle loro passioni. Quelli che sono disposti ad analizzare tali riflessioni, lungi dall’osservare con meraviglia il rapido avanzamento del Cristianesimo, saranno forse sorpresi che non fosse anche più rapido, e più generale.

È stato con non minor verità che naturalezza osservato, che le conquiste di Roma prepararono, e facilitaron quelle del Cristianesimo. Nel secondo capitolo di quest’opera si è procurato di spiegare in qual modo le più culte province dell’Europa, dell’Asia, e dell’Affrica si riunirono sotto il dominio di un sol Sovrano, ed appoco appoco si collegarono co’ più forti vincoli delle leggi, de’ costumi, e del linguaggio. Gli Ebrei della Palestina, che avevano ansiosamente aspettato un liberator temporale, riceverono sì freddamente i miracoli del divino Profeta, che si stimò superfluo di pubblicare, o almeno di conservare alcun Evangelio Ebraico593. Le storie autentiche delle azioni di Cristo si scrissero in Greco ad una considerabil distanza da Gerusalemme, e dopo che fu sommamente cresciuto il numero de’ Gentili convertiti alla fede594. Appena tali storie furono tradotto in Latino, divennero perfettamente intelligibili a tutti i sudditi di Roma, eccettuati solamente i contadini della Siria e dell’Egitto, per comodità de’ quali si fecero dopo particolari versioni. Le pubbliche strade ch’erano state fatte per uso delle legioni, aprivano un facil passaggio a’ missionari Cristiani da Damaso a Corinto, e dall’Italia fino all’estremità della Spagna o della Britannia; nè incontravano quegli spirituali conquistatori alcuno degli ostacoli, che, ordinariamente ritardano, o impediscon l’introduzione di una religione straniera in lontani paesi. Vi sono le più forti ragioni di credere, che avanti l’Impero di Diocleziano e di Costantino, si fosse predicata la fede di Cristo in ogni Provincia, ed in tutte le principali Città dell’Impero; ma lo stabilimento delle diverse congregazioni, il numero de’ fedeli che le componevano, e la proporzione, in cui erano cogl’infedeli, sono cose presentemente sepolte nell’oscurità, o colorite dalle favole e dalla declamazione. Noi ciò nonostante proseguiremo adesso ad esporre quelle imperfette notizie, che giunte son fino a noi rispetto all’accrescimento del nome Cristiano nell’Asia e nella Grecia, nell’Egitto, nell’Italia, e nell’Occidente, senza trascurare i veri o immaginarj acquisti fatti oltre le frontiere dei Romano Impero.

Le ricche Province, che si estendono dall’Eufrate al mare Jonio, furono il principal teatro, in cui l’Apostolo delle Genti spiegò la sua pietà ed il suo zelo. I semi dell’Evangelio, che aveva egli sparso in un fertil terreno, furon coltivati con diligenza da’ suoi discepoli; e parrebbe che pei primi due secoli si contenesse il più considerabil corpo di Cristiani dentro que’ limiti. Fra le società che si eressero nella Siria non ve ne fu alcuna più antica, o più illustre di quelle di Damasco, di Berea o d’Aleppo, e d’Antiochia. La profetica introduzione dell’Apocalisse ha descritte ed immortalale le sette Chiese dell’Asia, Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira595, Sardi, Laodicea, e Filadelfia; e tosto si sparsero le lor colonie per quel popolato paese. Le isole di Cipro e di Creta, e le Province della Tracia e della Macedonia, fecer molto per tempo una grata accoglienza alla nuova religione; e presto si formaron Cristiane Repubbliche nelle città di Corinto, di Sparta, e d’Atene596. L’antichità delle chiese Greca, ed Asiatica somministra un sufficiente spazio di tempo per l’accrescimento, o per la moltiplicazione loro, e gli sciami stessi dei Gnostici, e di altri eretici, servono a dimostrare il florido stato della Chiesa ortodossa, mentre si è sempre applicato il nome di eretici al partito men numeroso. A queste domestiche testimonianze possiamo aggiunger la confessione, i lamenti, e le apprensioni de’ Gentili medesimi. Dagli scritti di Luciano, filosofo che aveva studiato gli uomini, e che descrive i loro costumi co’ più vivaci colori, possiam rilevare, che sotto il regno di Commodo, il suo paese nativo del Ponto era pieno d’Epicurei, e di Cristiani597. Dentro il corso di ottant’anni dopo la morte di Cristo598 l’umano Plinio si lamenta della grandezza del male, ch’egli procurava invano di sradicare. Nella sua molto curiosa epistola all’Imperatore Traiano asserisce, che i tempj erano quasi deserti, che le sacre vittime appena trovavano compratori, e che la superstizione aveva non solo infettate le città, ma erasi anche sparsa per i villaggi, e nell’aperta campagna del Ponto, e della Bitinia599.

Senza discendere ad un minuto esame dell’espressioni, o de’ motivi di quegli scrittori, che o celebrano o deplorano il progresso del Cristianesimo nell’Oriente, può in generale osservarsi, che nessun di loro ci ha lasciato alcun fondamento, su cui formar si possa una giusta stima del vero numero de’ fedeli in quelle Province. Si è conservata però fortunatamente una circostanza, che sembra spargere una luce più chiara su quest’oscuro, ma interessante soggetto. Nel regno di Teodosio, dopo che il Cristianesimo avea goduto per più di sessant’anni l’influsso del favore Imperiale, l’antica ed illustre Chiesa d’Antiochia consisteva in centomila persone, tremila delle quali erano alimentate con le pubbliche oblazioni600. Lo splendore, e la dignità della Regina dell’Oriente, la nota popolazione di Cesarea, di Seleucia, e d’Alessandria, e la distruzione di dugento cinquantamila anime nel terremoto, che afflisse Antiochia sotto Giustino il Vecchio601, sono altrettante convincenti prove, che tutto il numero degli abitanti non era meno di mezzo milione, e che i Cristiani, per quanto moltiplicati fossero dallo zelo, e dalla potenza, non eccedevano la quinta parte di quella grande Città. Quanto diversa dovrà essere la proporzione, se paragoniamo la Chiesa perseguitata colla medesima trionfante, l’Occidente coll’Oriente, remoti villaggi con popolate città, e paesi di fresco convertiti alla fede con luoghi dove i credenti riceverono la prima volta la denominazione di Cristiani? Non bisogna per altro dissimulare, che in un altro luogo Grisostomo, al quale noi dobbiamo quest’util notizia, conta la moltitudine de’ fedeli, come anche superiore a quella de’ Giudei o de’ Pagani602. Ma facile e naturale è la soluzione di quest’apparente difficoltà. L’eloquente predicatore fa un paralello fra la civile, ed ecclesiastica costituzione d’Antiochia, fra il catalogo de’ Cristiani che avevano acquistato il Paradiso mediante il Battesimo e quello de’ Cittadini, che avevano un diritto di partecipare della pubblica libertà. Nel primo si comprendevano schiavi, forestieri, e fanciulli, ch’erano esclusi dal secondo.

L’esteso commercio d’Alessandria, e la sua vicinanza alla Palestina diede un facile ingresso alla nuova Religione. Fu primieramente abbracciata da un gran numero di Terapeuti, o di Essenj della palude Mareotide, setta Ebraica, la quale avea perduto una gran parte della sua venerazione per le cerimonie di Mosè. L’austera vita degli Essenj, i loro digiuni, e le scomuniche, la comunione de’ beni, l’amor del celibato, il loro zelo pel martirio, ed il fervore, benchè non la purità della loro fede, presentava già una vivissima immagine della primitiva disciplina603. Sembra che nella scuola di Alessandria la teologia Cristiana prendesse una forma regolare, e scientifica: e quando Adriano visitò l’Egitto, vi trovò una Chiesa composta di Greci e di Ebrei, abbastanza riguardevole per meritar la notizia di quel Principe investigatore604. Ma il progresso del Cristianesimo fu per lungo tempo ristretto dentro i limiti di una sola Città, ch’era ella stessa una colonia straniera, e fino al termine del secondo secolo i predecessori di Demetrio furono i soli Prelati della Chiesa d’Egitto. Si consacrarono tre Vescovi per le mani di Demetrio medesimo, e ne fu accresciuto il numero fino a venti da Eracla successore di lui605. Il corpo de’ nazionali, popolo distinto per un’ostinata inflessibilità di carattere606 riceveva la nuova dottrina con ripugnanza e freddezza; ed anche al tempo d’Origene, gli era ben raro d’incontrare un Egiziano, che avesse vinto gli antichi suoi pregiudizi a favore degli animali sacri del suo Paese607. Ma tosto che la religione Cristiana occupò il trono, lo zelo di que’ Barbari obbedì alla forza che prevalse; le città dell’Egitto si riempirono di Vescovi e i deserti della Tebaide si popolarono d’Eremiti.

Un fiume perpetuo di stranieri e di provinciali scorreva nell’ampio seno di Roma. Tutto ciò ch’era odioso o stravagante, chiunque fosse colpevole o sospetto, nell’oscurità di quell’immensa Capitale sperar poteva d’eludere la vigilanza delle leggi. In un miscuglio di sì diverse nazioni ogni predicatore o di verità, o di falsità, ogni fondatore di qualunque o virtuosa o viziosa assemblea, poteva facilmente moltiplicare i propri discepoli o complici. I Cristiani di Roma, nel tempo dell’accidentale persecuzion di Nerone, si rappresentano da Tacito come ascendenti già ad una moltitudine assai numerosa608, ed il linguaggio di quel grande Istorico è quasi simile allo stile che adopera Livio, quando riferisce l’introduzione e la soppressione de’ riti di Bacco. Dopo che i Baccanali ebbero eccitata la severità del Senato, temevasi ancora che una grandissima moltitudine, quasi fosse un altro Popolo, si fosse iniziata in quegli abborriti misteri. Mediante una più diligente ricerca, tosto si venne in chiaro che i colpevoli non passavano il numero di settemila; numero in vero che dà sufficiente apprensione, quando riguardasi come l’oggetto della pubblica giustizia609. Dovremmo candidamente far l’istessa diminuzione interpretando le incerte espressioni di Tacito, ed in un caso più antico, di Plinio, nell’esagerar ch’essi fanno la moltitudine de’ fanatici delusi, che abbandonato avevano il culto stabilito de’ Numi. La Chiesa di Roma era senza dubbio la prima e la più numerosa dell’Impero; ed abbiamo ancora un autentico monumento, che dimostra lo stato della Religione in quella città verso la metà del terzo secolo, e dopo una pace di trent’otto anni. Il Clero, in quel tempo, era composto di un Vescovo, di quarantasei Preti, di sette Diaconi, di altrettanti Suddiaconi, di quarantadue Accoliti, e di cinquanta Lettori, Esorcisti, ed Ostiarj. Il numero delle vedove, degl’infermi, e de’ poveri, che si mantenevano con le oblazioni de’ Fedeli, ascendeva a mille cinquecento610. Fondati sulla ragione, ugualmente che sull’analogia d’Antiochia, possiam valutare per avventura il numero de’ Cristiani di Roma a circa cinquantamila. Non si può forse determinare con esattezza la popolazione di questa gran Capitale; ma il più moderato calcolo non la ridurrà certo a meno di un milione d’abitanti, de’ quali i Cristiani potevan formare al più la ventesima parte611.

Sembra che i Provinciali d’Occidente ricevesser la cognizione del Cristianesimo per la medesima via, per cui si erano sparsi fra loro la lingua, i sentimenti, ed i costumi di Roma. In questa più importante occasione, l’Affrica e la Gallia si conformarono a grado a grado al gusto della Capitale. Pure nonostanti le molte favorevoli congiunture, che invitar potevano i Missionari di Roma a visitare le lor Province Latine, essi non passaron che tardi le alpi ed il mare612; nè possiam ravvisare in que’ vasti paesi alcun certo vestigio di fede o di persecuzione che sia anteriore al Regno degli Antonini613. Il lento progresso dell’Evangelio nel freddo clima della Gallia fu sommamente diverso dal fervore, con cui par che fosse ricevuto nelle ardenti arene dell’Affrica. I fedeli Affricani presto formarono una delle principali parti della primitiva Chiesa. Il costume, introdotto in quella Provincia, di assegnar Vescovi alle più piccole città, e bene spesso a’ più oscuri villaggi, contribuì ad estendere lo splendore, o l’importanza delle lor società religiose, che nel corso del terzo secolo animate furono dallo zelo di Tertulliano, dirette dai talenti di Cipriano, e adornate dall’eloquenza di Lattanzio. Laddove, se noi volgiamo gli occhi verso la Gallia, non si potranno scuoprire, al tempo di Marco Antonino, che le deboli ed unite congregazioni di Lione e di Vienna; e fino anche al Regno di Decio, sappiam di certo che solo in poche città, come Arles, Narbona, Tolosa, Limoges, Clermont, Tours, e Parigi, si sostenevano alcune sparse Chiese dalla devozione di un piccol numero di Cristiani614. Il silenzio in vero è molto coerente alla devozione, ma siccome rare volte è compatibile collo zelo, noi possiam rilevare e compiangere il languido stato del Cristianesimo in quelle Province, che avevan mutato la lingua Celtica nella Latina; mentre ne’ primi tre secoli non han prodotto neppure un solo scrittore ecclesiastico, Dalla Gallia, che giustamente pretendeva d’avere una preeminenza di autorità e di dottrina sopra tutti gli altri paesi da questa parte delle alpi, la luce dell’Evangelio fu più debolmente riflessa nelle rimote Province della Spagna e della Britannia; e se può darsi fede alle veementi asserzioni di Tertulliano615, esse avevan già ricevuti i primi raggi della Fede, quando egli mandò la sua apologia a’ magistrati dell’Imperator Severo616. Ma si è fatta sì negligentemente menzione dell’oscura ed imperfetta origine delle Chiese occidentali dell’Europa, che volendo riferire il tempo ed il modo della lor fondazione, bisognerebbe supplire al silenzio dell’Antichità con quelle leggende, che lungo tempo dopo, l’avarizia o la superstizione dettò a’ Monaci fra le neghittose tenebre de’ lor Conventi617. Fra questi santi romanzi, quello solo dell’Apostolo S. Giacomo per la singolar di lui stravaganza può meritare che se ne prenda notizia. Di un pacifico pescatore del lago di Gennesaret egli fu trasformato in un valoroso guerriero, che combatteva alla testa della cavalleria Spagnuola nelle battaglie contro de’ Mori. I più gravi Storici ne han celebrate le imprese; il miracoloso reliquiario di Compostella ne dimostrava il potere; e la spada d’un ordine militare, assistita da’ terrori dell’Inquisizione, fu sufficiente a toglier di mezzo qualunque obbiezione della profana critica618.

Il progresso del Cristianesimo non si limitò all’Impero di Roma, e secondo gli antichi Padri, che interpretano i fatti con le profezie, la nuova religione aveva già visitato qualunque parte del globo dentro un secolo dalla morte del suo divino Autore. «Non v’è popolo (dice Giustino martire) o Greco, o Barbaro, o di qualunque altra nazione, distinto con nomi o costumi di qualunque sorta, ignorante quanto si vuole dell’agricoltura e delle arti, o abiti sotto le tende, o vada vagando in carri coperti, appresso di cui non s’offrano in nome di Gesù Cristo Crocifisso delle preghiere al Padre e Creatore di tutte le cose»619. Ma questa splendida esagerazione, che anche presentemente sarebbe assai difficile di conciliare con lo stato reale dell’uman genere, può solo considerarsi come lo smoderato trasporto di un devoto, ma negligente scrittore, la misura della cui Fede si regolava da quella de’ suoi desiderj. Ma nè la Fede, nè le brame de’ Padri possono alterar la verità dell’istoria. Sarà sempre un fatto indubitato, che i Barbari della Scizia e della Germania, i quali rovesciaron la Romana Monarchia, erano involti nelle tenebre del Paganesimo; e che anche la conversione dell’Iberia, dell’Armenia, o dell’Etiopia non fu tentata con qualche successo, finchè lo scettro non fu nelle mani d’un Imperatore Ortodosso620. Avanti quel tempo i varj accidenti della guerra e del commercio non poterono spargere che un’imperfetta cognizione del Vangelo fra le tribù della Caledonia621 e fra gli abitanti delle rive del Reno, del Danubio, e dell’Eufrate622. Al di là di quest’ultimo fiume, Edessa si distingueva mediante un fermo ed antico attaccamento alla Fede623. Da Edessa furono facilmente introdotti i principj del Cristianesimo nelle città Greche e Siriache, le quali obbedivano a’ successori di Artaserse; ma non par che facessero alcuna profonda impressione sulle menti de’ Persiani; il cui religioso sistema, per opera di un ordine ben disciplinato di sacerdoti, era stato costruito con arte e solidità molto maggiore, che l’incerta mitologia della Grecia e di Roma624.

Da questa imparziale, quantunque imperfetta veduta del progresso del Cristianesimo può rendersi per avventura probabile, che il numero de’ suoi proseliti sia stato magnificato all’eccesso, da una parte per timore, e per devozione dall’altra. Secondo l’irrefragabil testimonianza d’Origene625, era molto piccolo il numero de’ credenti, paragonati alla moltitudine del mondo infedele. Ma siccome non abbiamo su questo alcuna distinta notizia, è impossibile lo stabilire, ed anche difficile il congetturare il vero numero de’ primitivi Cristiani. Il calcolo, per altro, più favorevole che dedurre si possa dagli esempi d’Antiochia e di Roma, non ci permette di supporre che più della ventesima parte de’ sudditi dell’Impero si fosse arrolata sotto l’insegna della Croce, prima dell’importante conversione di Costantino. Ma i loro abiti di fede, di unione e di zelo, parevano moltiplicare il lor numero, e le medesime cagioni, che contribuirono al futuro loro accrescimento, servirono anche a render più apparente e più formidabile la lor forza attuale.

La costituzione della civil società è tale, che mentre pochi son distinti per ricchezze, onori, e cognizioni, il grosso del popolo è condannato all’oscurità, alla povertà e all’ignoranza. La Religion cristiana, che dirigevasi a tutta la specie umana, dovè per conseguenza raccogliere un molto maggior numero di proseliti da’ ceti più bassi degli uomini che da’ superiori. Si è convertita questa innocente e natural circostanza in una imputazione ben odiosa, che sembra esser meno vigorosamente negata dagli apologisti, di quel che sia sostenuta da’ nemici della Fede, cioè che la nuova setta de’ Cristiani era quasi del tutto composta della feccia del popolo, di contadini ed artisti, di fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, gli ultimi de’ quali potevan qualche volta introdurre i Missionari nelle nobili e ricche famiglie, alle quali appartenevano. Questi oscuri maestri (tal era l’accusa della malizia e dell’infedeltà) sono altrettanto muti in pubblico, quanto loquaci e dommatici in privato. Mentr’essi cautamente sfuggono il pericoloso incontro de’ filosofi, si mescolano con la rozza ed ignorante turba, e vanno insinuandosi in quegli spiriti, che l’età, il sesso e l’educazione ha meglio disposti a ricevere la impressione de’ superstiziosi terrori626.

Questa svantaggiosa pittura, quantunque non affatto priva di una debole somiglianza, fa conoscere coll’oscuro suo colorito e con le contraffatte figure un pennello nemico. A misura che l’umile fede di Cristo diffondevasi pel mondo, fu abbracciata da varie persone, che si conciliavano qualche riguardo pei vantaggi della natura e della fortuna. Aristide, che presentò un’eloquente apologia all’Imperatore Adriano, era un filosofo d’Atene627. Giustino martire avea cercato la cognizione di Dio nelle scuole di Zenone, di Aristotile, di Pitagora e di Platone, avanti che fortunatamente gli si accostasse un vecchio, o piuttosto un Angelo, che rivolse l’attenzione di lui allo studio de’ Profeti Giudei628. Clemente Alessandrino aveva fatto acquisto di una molto estesa letteratura nella Greca lingua, e Tertulliano nella Latina. Giulio Affricano ed Origene, possedevano una parte assai considerabile del sapere de’ loro tempi, e quantunque lo stile di Cipriano sia molto diverso da quello di Lattanzio, se ne può quasi dedurre che ambidue quegli scrittori fossero maestri pubblici di rettorica. Finalmente anche lo studio della filosofia s’introdusse fra’ Cristiani, ma non produceva sempre i più salutevoli effetti; la scienza dava spesse volte origine all’eresia, come alla devozione, e può con ugual proprietà applicarsi alle varie Sette, che resisterono a’ successori degli Apostoli, la descrizione, con cui si rappresentarono i seguaci d Artemone. «Presumono d’alterar le sante Scritture, di abbandonare l’antica regola di fede, e di formare le loro opinioni secondo i sottili precetti della logica. Trascurano la scienza della Chiesa per lo studio della geometria e perdono di vista il cielo, mentre s’impiegano a misurare la terra. Hanno continuamente in mano Euclide. Aristotele e Teofrasto sono gli oggetti della lor ammirazione; e dimostrano una straordinaria venerazione per le opere di Galeno. I loro errori son derivati dall’abuso delle arti e delle scienze degl’Infedeli, ed essi corrompono la semplicità del Vangelo co’ raffinamenti della umana ragione629.»

Neppure si può asserire con verità, che sempre i vantaggi della nascita e della fortuna separati fossero dalla professione del Cristianesimo. Molti cittadini Romani furon condotti avanti al tribunale di Plinio, ed egli presto scuoprì che un gran numero di persone di ogni ordine avevano abbandonato nella Bitinia la religione de’ lor maggiori630. Alla non sospetta testimonianza di lui può in questo caso prestarsi più fede, che all’audace disfida di Tertulliano, allorchè si rivolge al timore non meno che all’umanità del Proconsole dell’Affrica, assicurandolo, che se persiste nelle sue crudeli intenzioni, dovrà decimar Cartagine, e che troverà fra’ colpevoli molti del suo proprio grado, Senatori e Matrone dell’estrazione più nobile, e gli amici o i parenti de’ suoi più intimi amici631. Sembra però che circa quarant’anni dopo, l’Imperator Valeriano fosse persuaso della verità di quest’asserzione, mentre in uno de’ suoi rescritti evidentemente suppone, che Senatori, Cavalieri Romani e Dame di qualità fossero impegnate nella setta Cristiana632. La Chiesa continuava sempre ad accrescere il proprio esterno splendore, a misura che andava perdendo l’interna sua purità, e nel Regno di Diocleziano, il Palazzo, le Corti di Giustizia, ed anche l’esercito ricettavano una moltitudine di Cristiani, che procuravan di conciliar gl’interessi della vita presente con quelli della futura.

Contuttocciò tali eccezioni o son troppo poche in numero o troppo recenti in tempo per togliere intieramente di mezzo l’imputazione d’ignoranza e d’oscurità, che tanto arrogantemente fa attribuita a’ primi proseliti del Cristianesimo. Invece di servirci per nostra difesa delle finzioni de’ passati secoli, sarà più prudente partito quello di convenire in soggetto d’edificazione ciò che diede motivo di scandolo. Le serie nostre considerazioni ci suggeriranno, che dalla Previdenza si scelsero gli stessi Apostoli fra’ pescatori della Galilea, e che quanto più abbassiamo la temporal condizione de’ primi Cristiani, tanto più avrem ragione di ammirarne il merito ed il buon successo. A noi tocca di rammentarci accuratamente, che il Regno de’ Cieli fu promesso al povero di spirito, e che gli animi afflitti dalla calamità e dal disprezzo degli uomini, lietamente ascoltano la divina promessa della futura felicità, mentre i fortunati vivono soddisfatti col possesso de’ beni di questo mondo, ed i sapienti malamente impiegano in dubbi e dispute la vana superiorità della loro ragione e della loro dottrina.

Abbiam bisogno di tali riflessioni per consolarci della perdita di vari illustri soggetti, che a’ nostri occhi parrebbe, che fossero stati degnissimi del dono celeste. I nomi di Seneca, de’ due Plinj, il Vecchio ed il Giovane, di Tacito, di Plutarco, di Galeno, dello schiavo Epiteto, e dell’Imperatore Marc’Antonino adornano il secolo, in cui fiorirono, ed esaltano la dignità della natura umana. Ciascheduno di loro riempì di gloria la respettiva sua condizione, sì nella vita contemplativa che nell’operativa; migliorarono essi collo studio il lor sublime intelletto, purgarono colla filosofia le loro menti da’ pregiudizi della superstizion popolare; e passarono i loro giorni nella ricerca della verità e nella pratica della virtù. Eppure tutti questi saggi (è questo un oggetto di sorpresa non meno che di dolore) perderono di vista, o rigettarono la perfezione del sistema Cristiano. Il loro linguaggio od il loro silenzio discuopre ugualmente il disprezzo che avevano per la crescente setta, che ne’ loro tempi erasi diffusa per l’Impero Romano. Quelli fra loro, che hanno la condiscendenza di rammentare i Cristiani, li consideran solo come ostinati e perversi entusiasti, ch’esigevano una tacita sommissione alle lor misteriose dottrine, senza esser capaci di produrre un solo argomento, che potesse trarre a se l’attenzione degli uomini dotti e sensati633.

Può dubitarsi almeno, se alcuno di questi filosofi leggesse le apologie, che i primitivi Cristiani pubblicaron più volte in difesa di se medesimi, e della lor religione; ma v’è molto da dolersi che simil causa non fosse difesa da più abili avvocati. Espongono essi con superfluo spirito ed eloquenza la stravaganza del Politeismo; muovono la nostra compassione con esporre l’innocenza ed i patimenti de’ loro ingiuriati fratelli; ma quando voglion dimostrare l’origine divina del Cristianesimo, insistono molto più fortemente sulle predizioni che l’annunciarono, che su’ miracoli che accompagnarono la venuta del Messia. Il favorito loro argomento potea servire a edificare un Cristiano, o a convertire un Giudeo, mentre ambidue riconoscono l’autorità di quelle profezie, e son obbligati ad investigarne con devota riverenza il senso ed il compimento. Ma questa maniera di persuadere perde molto del suo peso e della sua forza, quando si dirige a quelli, che nè intendono nè rispettano la legge Mosaica ed il profetico stile634. Nelle imperite mani di Giustino e de’ successivi Apologisti, la sublime intelligenza degli oracoli Ebrei svanisce in lontane figure, in affettati concetti, ed in fredde allegorie; e la loro autenticità rendevasi anche sospetta ad un Gentile non illuminato per la mescolanza di pie falsità, che sotto i nomi di Orfeo, di Ermete e delle Sibille635 gli si volevan far credere di ugual valore, che le genuine inspirazioni del Cielo. I sofismi, e le frodi, che si usano in difesa della Rivelazione, ci rammentano bene spesso la poco giudiziosa condotta di que’ poeti, che caricano i loro invulnerabili Eroi con un peso inutile d’incomode o fragili armi.

Ma come potrem noi scusare la supina disattenzione de’ Pagani e Filosofi a quelle prove, che si presentavano dalla mano dell’Onnipotenza, non alla loro ragione, ma a’ loro sensi? Durante la vita di Cristo, degli Apostoli e de’ primi loro Discepoli, la dottrina, che predicavano, veniva confermata da innumerabili prodigi. Camminavano gli storpiati, vedevano i ciechi, eran sanati gl’infermi, risorgevan i morti, eran cacciati i demonj, e continuamente si sospendevan le leggi della natura in favor della Chiesa. Ma i Savj della Grecia e di Roma volgevano altrove gli occhi dal tremendo spettacolo, e pare che attenti alle occupazioni ordinarie della vita e dello studio, ignorassero qualunque alterazione accadesse nel governo del mondo sì morale che fisico. Sotto il regno di Tiberio tutta la Terra636, o almeno una celebre Provincia del Romano Impero637, si trovò involta in una naturale oscurità di tre ore. Anche questo fatto miracoloso, che avrebbe dovuto eccitar la maraviglia, la curiosità e la devozione dell’uman genere, passò senza che se ne facesse menzione in un secolo della scienza e della Istoria638. Esso accadde nel tempo che vivevan Seneca e Plinio il Vecchio, i quali debbono aver sentiti gl’immediati effetti, o ricevuta prestissimo notizia di quel prodigio. Ciascheduno di questi filosofi ha rammentato in una laboriosa opera tutti i grandi fenomeni della natura, terremoti, meteore, comete ed ecclissi, che l’instancabile curiosità loro potè raccogliere639. Ma tanto l’uno che l’altro han trascurato di far parola del più gran fenomeno, di cui l’occhio mortale sia stato mai testimonio dalla creazione del mondo. Plinio destinò un capitolo apposta per gli ecclissi di straordinaria natura e d’insolita durata640; ma si contenta solo di descrivere la singolar mancanza di luce, che seguì dopo la morte di Cesare, allorchè per la massima parte di un anno il disco solare comparve pallido e senza splendore. Questo tempo d’oscurità, che non può sicuramente paragonarsi con la non naturale oscurità della Passione, fu celebrato dalla maggior parte dei poeti641 o degli Istorici di quel secolo memorabile642.

Note

444 Dum Assyrios penes, Medosque, et Persas oriens fuit, despectissima pars servientium, Tacit. Hist. V. 8. Erodoto, che visitò l’Asia, quand’era soggetta all’ultimo di questi Imperj, fa superficial menzione de’ Sirj della Palestina, che, secondo la propria lor confessione, avevan ricevuto il rito della circoncisione dall’Egitto. Vedi l. II. c. 104.
445 Diodoro Siculo, l. XI. Dion. Cassio l. XXXVII. p. 121. Tacit., Hist. V. 1-9 Giustin. XXXVI. 2, 3.
446 Tradidit arcano quaecumque volumine Moses,
Non mostrare vias eadem nisi sacra colenti,
Quaesitos ad fontes solos deducere verpos.

Le parole di questa legge non si trovano presentemente ne’ libri di Mosè. Ma il saggio, l’umano Maimonide apertamente insegna, che se un idolatra cade nell’acqua, non deve il Giudeo soccorrerlo per salvarlo dalla morte imminente. Vedi Basnag. Hist. des Juifs l. VI. c. 28.
447 Alcuni Giudei, chiamati Erodiani da Erode, per l’esempio ed autorità del quale erano stati sedotti, formarono una setta, la quale adattavasi ad una specie di conformità accidentale; ma il loro numero fu così piccolo, e così breve la loro durata, che Gioseffo non gli ha neppure creduti degni di farne menzione. Vedi Prideaux Vol. II. p. 285.
448 Cicer. pro Fiacco c. 23.
449 Philo de legatione. Augusto lasciò un fondo per un sacrifizio perpetuo. Ciò nonostante approvò il disprezzo che verso il Tempio di Gerusalemme dimostrava Caio di lui nipote. Vedi Svetonio (in Aug. c. 93) e le note del Casaubono a quel luogo.
450 Vedi specialmente Gioseffo (Antiq. XVII. 6. XVIII. 3 de bell. Judaic. I 33. II. 9. Ediz. Havercamp. )
451 Jussi a Cajo Caesare effigiem ejus in Templo locare, arma potius sumpsere. Tacit. Hist. V. 9. Filone, e Gioseffo danno una ben circostanziata, ma molto retorica narrazione di questo fatto, che pone in un’estrema perplessità il Governatore della Siria. Alla prima proposta di tal atto idolatrico il Re Agrippa restò privo di sensi, nè potè ricuperarne l’uso che dopo tre giorni.
452 Quanto al numero delle Deità Siriache ed Arabiche è da osservarsi, che Milton in centotrenta bellissimi versi ha compreso le due vaste ed erudite raccolte, che ha fatte il Seldeno su tal astruso argomento.
453 Tutto ciò che appartiene ai proseliti degli Ebrei, è stato molto eruditamente trattato dal Basnagio (Hist. des Juifs l. VI, c. 6, 7).
454 Vedi Exod. XXIV. 23. Deuter XVI. 16. i Commentatori ed una nota molto considerabile nell’Istoria universale. Vol. I. p. 603 ediz. in fol.
455 Quando Pompeo, servendosi, o abusando piuttosto del diritto di conquistatore, entrò nel Sancta Sanctorum, fu osservato con istupore nulla intus Deum effigie vacuam sedem et inania arcana. Tacit. Histor. V. 9. Relativamente a’ Giudei questo era un detto popolare, che
Nil praeter nubes, et coeli numen adorant.
456 I proseliti Samaritani, o Egizj erano sottoposti ad una seconda specie di circoncisione. Può vedersi un’ostinata indifferenza de’ Talmudisti rispetto alla conversione degli stranieri appresso Basnagio (Hist. des Juifs l. VI c. 6.)
457 Questi argomenti furono con grand’ingenuità sostenuti dall’Ebreo Orobio, e confutati con ugual candore dal Cristiano Limborchio. Vedi l’Amica Collatio (merita essa ben questo nome) ovvero il ragguaglio della disputa, che si fece tra loro.
458 Jesus ... circumcisus erat; cibis utebatur Judaicis, vestitu simili; purgatos scabie mittebat ad sacerdotes: Paschata et alios dies festos religiose observabat: si quos sanavit sabatho, ostentit non tatntum ex lege, sed et exceptis sententiis talia opera sabatho non interdicta. Grotius da verit. Relig. Christ. l. V. c. 7. Poco dopo (c. 12.) egli si diffonde sulla condiscendenza degli Apostoli.
459 Pene omnes Christum Deum sub legis observatione credebant Sulpic. Sever. II. 31. Vedi Euseb. Hist. Eccl. l. IV. c. 5.
460 Mosheim. de rebus Christ. ante Constantinum M. p. 153. In quest’opera magistrale, ch’io avrò occasione di citare frequentemente, egli parla con molta maggior estensione dello stato della primitiva Chiesa, di quel che abbia luogo di farlo nella sua Storia generale.
461 Euseb. (l. III. c. 5.) Le Clerc. (Hist. Eccl. p. 605.) Nel tempo di quest’accidentale assenza la Chiesa di Pella col proprio Vescovo ritenne sempre il nome di Gerusalemme. Nella istessa guisa i Pontefici Romani risederono per settant’anni in Avignone, ed i Patriarchi d’Alessandria da gran tempo han trasferito al Cairo la sede loro Episcopale.
462 Dion. Cassio (l. LXIX). Attesta l’esilio della nazione Giudaica da Gerusalemme Aristone di Pella (ap. Euseb. l. IV. c. 6) e ne fanno menzione molti scrittori ecclesiastici: sebbene alcuni di loro estendano troppo incautamente questa proibizione a tutta la Palestina.
463 Euseb. (l. IV. c. 6). Sulpic. Severo. II. 31. Mosemio confrontando insieme i loro imperfetti racconti (p. 327) ha formata una ben distinta istoria delle circostanze, e de’ motivi di questa rivoluzione.
464 Sembra che le Clerc (Hist. Eccl. p. 477, 535.) abbia raccolto da Eusebio, Girolamo, Epifanio, ed altri scrittori, tutte le principali circostanze relative a’ Nazareni o Ebioniti. Per la natura stessa delle lor opinioni si divisero ben presto in due Sette, una più rigorosa, l’altra più dolce; e v’è qualche motivo di congetturare, che la famiglia di Gesù Cristo si trovasse fra’ membri almeno del secondo più moderato partito.
465 Alcuni scrittori han voluto creare un Ebione, immaginario autore della Setta, e del nome di essi: ma con maggior sicurezza può credersi all’erudito Eusebio che al veemente Tertulliano, o al credulo Epifanio. Secondo le Clerc, la parola Ebraica Ebionim corrisponde alla Latina Paupares. Vedi (Hist. Eccl. p. 477.)
466 Vedi il Dialogo molto curioso di Giustino martire con Trifone giudeo. Seguì conferenza fra loro in Efeso al tempo di Antonino Pio, a circa venti anni dopo il ritorno della Chiesa di Pella in Gerusalemme. Per questa data si consulti ciò che nota diligentemente il Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. II. p. 54).
467 Fra tutte le Sette Cristiane quella dell’Abissinia è la sola, che sempre osserva i riti Mosaici (Ist. Ecclesiast. di Etiopia di Geddes, e dissertazione di le Grand sulla relazione del P. Lobo). L’eunuco della Regina Candace potrebbe somministrare qualche sospetto; ma siccome siam certi (Socrat. I. 19; Sozomen. II. 24. Ludolph. p. 281) che gli Etiopi non furon convertiti prima del quarto secolo, è più ragionevol di credere ch’essi venerassero il sabbato, e distinguessero i cibi vietati ad imitazione de’ Giudei, che molto per tempo si erano stabiliti sopra ambe le rive del Mar Rosso. Era stata praticata la circoncisione da’ più antichi Etiopi per motivi di pulizia e di salute, come sembra esser dimostrato nelle Ricerche filosofiche su gli Americani. (Tom. II. p. 117).
468 Beausobre (Hist. du Manicheisme l. I. c. 3) ha determinato le lor’ obbiezioni, specialmente quelle di Fausto, avversario di Agostino, colla più dotta imparzialità.
469 Apud ipsos fides obstinata, misericordia in promptu: adversus omnes alios hostile odium. Tacit. (Hist. V. 5). Sicuramente avea Tacito riguardato gli Ebrei con occhio troppo favorevole. La lettura di Gioseffo avrebbe potuto distrugger l’antitesi.
470 Il Dottore Burnet (Archaeolog. l. II. c. 7) ha discusso i primi capitoli della Genesi con troppa libertà ed acutezza.
471 I Gnostici più moderati risguardavano Jeova, il Creatore, come un ente di una natura di mezzo fra quella di Dio, e del Demonio. Altri lo confondevano col principio cattivo. Si consulti il secondo secolo dell’Istoria generale di Mosemio, che fa una breve ma assai distinta narrazione degli strani lor pensamenti su tal soggetto.
472 Vedi Beausobre Histoire du Manicheisme (liv. I. c. 4.) Origene e S. Agostino si contano fra gli allegoristi.
473 Hegesipp. presso Eusebio (l. III. 32. IV. 22.) Clement. Aless. Strom. VII. 17.
474 Relativamente ai Gnostici del secondo e del terzo secolo, Mosemio è ingegnoso ed ingenuo; Le Clerc pesante, ma esatto; Beausobre quasi sempre apologista; e v’è gran motivo di temere, che i primitivi Padri siano bene spesso calunniatori.
475 Vedi i cataloghi d’Ireneo e d’Epifanio. Bisogna confessare però, che questi Scrittori erano inclinati a moltiplicare il numero delle Sette, che opponevansi all’unità della Chiesa.
476 Eusebio (l. IV. c. 15, ) Sozomano (lib. II. c. 32). Vedasi appresso Bayle, nell’articolo Marcione, un curioso ragguaglio di una disputa su tal articolo. Parrebbe, che alcuni fra i Gnostici (vale a dire i Basilidiani) evitassero, ed anche ricusassero l’onor del martirio. Le lor ragioni erano singolari ed astruse. Vedi Mosem. p. 359.
477 Vedasi un passo molto considerabile di Origene (Proem. ad Lucam.). Quest’istancabile scrittore, che avea consumata la propria vita nello studio delle Scritture, per la loro autenticità si riferisce all’inspirata autorità della Chiesa. Egli era impossibile, che i Gnostici potessero ammettere i presenti nostri Evangeli, una gran parte dei quali (specialmente rispetto alla Risurrezione di Cristo) è direttamente, e come può sembrare, a bella posta formata contro le opinioni lor favorite. Ond’è alquanto singolare che Ignazio (Epist. ad Smirn. Patr. Apost. Tom. II. p. 34) volesse far uso di una dubbiosa ed incerta tradizione, piuttosto che citare la sicura testimonianza degli Evangelisti.
478 Faciunt favos et vespae; faciunt ecclesias et Marcionitae. Questa è la forte espressione di Tertulliano, che io son costretto di citare a memoria. Al tempo di Epifanio (adv. Haeres. p. 302) i Marcioniti eran molto numerosi nell’Italia, nella Siria, nell’Egitto, nell’Arabia, e nella Persia.
479 Agostino somministra un memorabil esempio di questo successivo progresso dalla ragione alla fede. Esso fu per molti anni impugnato nella setta de’ Manichei.
480 L’unanime sentimento della primitiva Chiesa è molto chiaramente spiegato da Giustino martire (Apolog. Major.), da Atenagora (Legat. c. 22. ec.), da Lattanzio (Inst. Divin. II. 14-19).
481 Tertulliano (Apol. c. 23) allega la confessione degli stessi Demonj, ogni volta che venivano tormentati dagli Esorcisti Cristiani.
482 Tertulliano ha composto un rigidissimo trattato contro l’idolatria per cautelare i suoi fratelli dal continuo pencolo di cadervi. Recogita sylvam, et quantae latitant spinae. De Corona Militis c. 10.
483 Il Senato Romano si adunava sempre in un Tempio o in altro luogo consacrato (Aul. Gellio XIV). Avanti di entrare in materia, ogni Senatore versava una porzione di vino e d’incenso sopra l’altare. Sueton. in August. c. 35.
484 Vedi Tertulliano De spectaculis. Questo rigoroso riformatore non si dimostra più indulgente per una tragedia d’Euripide, che per un combattimento di gladiatori. L’offende specialmente la maniera di vestir degli attori; questi coll’uso di alti coturni tentavano empiamente di accrescere un cubito alla loro statura (c. 23).
485 Si può trovare appresso tutti i Classici l’antica usanza di chiudere i conviti con libazioni. Socrate e Seneca diedero negli ultimi loro momenti un nobil esempio di tal costume. Postquam stagnum calidae aquae introiit, respergens proximos servorum, addicta voce, libare se liquorem illum Jovi liberatori. Tacit. Annal. XV. 64.
486 Vedi l’elegante ma idolatrico inno di Catullo sopra le nozze di Manlio, o di Giulia. O Hymen, Hymenaee Io! quis huic Deo comparariet ausit?
487 Virgilio descrive ne’ funerali di Miseno e di Pallante le antiche usanze con esattezza non minore di quella, con cui sono illustrati dal di lui commentatore Servio. Il rogo medesimo era un altare; si nutrivano le fiamme col sangue delle vittime; e tutti gli assistenti erano aspersi d’acqua lustrale.
488 Tertullian. de Idol. c. 11.
489 Vedi le Antichità di Montfaucon in ogni parte. Fino i rovesci delle monete Greche e Romane spesso erano idolatrici, ma in quest’occasione gli scrupoli de’ Cristiani eran sospesi da una passione più forte.
490 (Tertullian. de Idol. c. 20, 21, 22.) Se un amico Pagano (nello starnutar per esempio d’alcuno) usava la famigliar espressione, Giove ti salvi, era obbligato il Cristiano a protestar contro la divinità di Giove.
491 Si consulti l’opera la più elaborata ma la più imperfetta di Ovidio, vale a dire i Fausti. Egli non oltrepassò i primi sei mesi dell’anno. La compilazione di Macrobio, che porta il nome di Saturnali, non è che una piccola parte del primo libro, che ha qualche rapporto a quel titolo.
492 Tertulliano ha composto una difesa, o piuttosto un panegirico della troppo ardita azione di un soldato cristiano, che gettando via la sua corona di lauro, aveva esposto se medesimo ed i suoi fratelli al più imminente pericolo. Dalla menzione, ch’ei fa degl’Imperatori Severo e Caracalla, egli è chiaro, non ostante la brama del Tillemont, che Tertulliano compose il suo trattato de Corona molto tempo avanti che si impegnasse negli errori de’ Montanisti. Vedi Memor. Eccl. (Tom. III. p. 384).
493 Il primo libro delle Quistioni Tusculane in ispecie, il trattato De Senectute ed il Sogno di Scipione contengono nel più bello stile tutto ciò, che la Greca Filosofia, o il buon senso Romano potea suggerire in quest’oscuro, ed importante soggetto.
494 La preesistenza delle anime umane, in quanto almeno tal dottrina è conciliabile con la religione, fu adottata da molti de’ Padri Greci e Latini. Vedi Beausobre Hist. du Manicheisme (l. VI. c. 4).
495 Vedi Cicerone pro Cluentio c. 61. Cesare ap. Sallust. De bello Catil. c. 50. Giovenale Sat. II. 149, ove così si esprime.

Esse aliquos manes et subterranea regna,
. . . . . . . . . . . . .
Nec pueri credunt, nisi qui nondum aere lavantur.
496 L’undecimo libro dell’Odissea dà la più terribile ed incoerente idea delle ombre infernali. Tal pittura è stata molto abbellita da Pindaro e da Virgilio; ma anche questi Poeti, quantunque siano più corretti del grande loro maestro, sono ciò nonostante caduti in molte stravaganti incoerenze. Vedi Bayle Reponse aux questions d’un Provincial P. III. c. 22.
497 Vedi l’Epistola 16 del primo libro d’Orazio, la Satira 13 di Giovenale, e la seconda Satira di Persio. Questi discorsi popolari esprimono il sentimento e il linguaggio della moltitudine.
498 Se vogliam limitarci ai popoli Galli, si può osservare ch’essi non solo affidavano le loro vite, ma anche la lor moneta alla sicurezza dell’altro mondo. Vetus ille mos Gallorum occurrit (dice Valerio Massimo lib. II. c. 6. p. 10) quod memoria proditum est, pecunias mutuas, quae his apud inferos redderentur, dare solitos. La medesima usanza è più oscuramente indicata da Mela (l. III. c. 2). Egli è quasi inutile d’aggiungere, che i profitti di tal commercio eran sempre in una proporzione corrispondente al credito del mercante, e che i Druidi eran quelli, che dalla santa lor professione traevano un carattere di credibilità, che difficilmente si potrebbe assumere da qualunque altra classe di uomini.
499 L’Autore della Divina Legazione di Mosè adduce un motivo assai curioso di tal omissione, o molto ingegnosamente la ritorce contro i miscredenti.
500 Vedi Le Clerc. Prolegom. ad hist. Ecle. c. I. Sect. 8. Sembra, che l’autorità di lui sia di grandissimo peso, avendo egli scritto un dotto e giudizioso Comentario su’ libri del vecchio Testamento.
501 Josephus Antiq. l. XIII. c. 18. Secondo l’interpretazione più naturale delle sue parole, i Sadducei non ammettevano che il Pentateuco; ma è piaciuto ad alcuni moderni critici di aggiungere al loro Credo anche i Profeti, o di supporre che si contentassero solo di rigettar le tradizioni de’ Farisei. Il Dottore Jortin ha discusso tal articolo nelle sue Osservazioni sopra l’Istoria Ecclesiastica, vol. II. p. 103.
502 Tale aspettativa era sostenuta dal capo 24. di S. Matteo, e dalla prima lettera di S. Paolo a’ Tessalonicensi. Erasmo toglie la difficoltà coll’aiuto dell’allegoria e della metafora, e l’erudito Grozio cerca di persuadere che per providi fini fu permesso, che si stabilisse quella pia illusione.
503 Vedi la Teoria sacra di Burnet P. III. c. 5. Questa tradizione si trova già stabilita fino al tempo dell’Autore dell’Epistola di Barnaba, che scrisse nel primo secolo, e che sembra essere stato mezzo Giudeo. La chiesa primitiva d’Antiochia contava quasi 6000 anni dalla creazion del mondo alla nascita di Cristo. Africano, Lattanzio, e la Chiesa Greca avean ridotto quel numero a 5500, ed Eusebio si è contentato di 5200 anni. Questi calcoli eran fondati sulla version de’ Settanta, ch’era universalmente ricevuta ne’ primi sei secoli. L’autorità della Volgata, e del testo Ebraico ha determinato i moderni, sì Cattolici che Protestanti a preferire un periodo di circa 4000 anni; quantunque nello studio dell’antichità profana, spesse volte si trovino essi angustiati da così stretti confini.
504 Furon prese moltissime di queste pitture dalla falsa interpretazione d’Isaia, di Daniele, e dell’Apocalisse. Può trovarsene una delle più grossolane immagini appresso Ireneo (l. V. p. 455) discepolo di Papia, che aveva veduto l’Apostolo S. Giovanni.
505 La testimonianza di Giustino, e la fede con cui egli ed i suoi fratelli ortodossi credevano alla dottrina del Millenio si chiariscono nel modo più lucido o solenne (Dial. cum Tryph. Jud. p. 177, 178 ed. Benedit.). Se nel principio di quest’importante passaggio si scopre qualche cosa che sembra incoerente, noi possiamo accusarne, come più ci piacerà, o l’autore, o il suo traduttore.
506 Vedi il secondo Dialogo di Giustino con Trifone, ed il libro settimo di Lattanzio. Poichè il fatto è fuor di dubbio, non è necessario enumerare tutti i Padri di mezzo. Il lettore curioso può consultare Daille de Usu Patrum, (l. II, c. 4)
507 Dupin (Biblioth. Eccles. Tom. I. p. 223. Tom. II. p. 366) e Mosemio (p. 720) quantunque l’ultimo di questi dotti Teologi non sia totalmente ingenuo in quest’occasione.
508 Nel Concilio di Laodicea, tenuto circa l’anno 360, l’Apocalisse fu tacitamente esclusa dal Canone de’ libri sacri per decreto di quelle medesime Chiese Asiatiche, alle quali essa era indirizzata, e possiam rilevare da’ lamenti di Sulpizio Severo, che la lor sentenza era stata confermata dalla maggior parte de’ Cristiani del suo tempo. Per quali cagioni dunque l’Apocalisse al presente vien così generalmente ammessa dalle Chiese, Greca, Romana e Protestante? Possono assegnarsene le seguenti: I. I Greci restaron vinti dall’autorità di un impostore che nel sesto secolo usurpò il carattere di Dionisio Areopagita; II. Un giusto timore, che i Grammatici non divenissero più importanti de’ Teologi, impegnò il Concilio di Trento ad apporre il sigillo della propria infallibilità a tutti i libri della Scrittura contenuti nella Volgata Latina, nel numero de’ quali entrava per buona ventura l’Apocalisse (Fra Paolo Istor. del Concil. Triden. l. II.) III. Il vantaggio di rivolger quelle misteriose profezie contro la sede Romana, inspirò ai Protestanti una singolar venerazione per un alleato sì comodo. Vedi gl’ingegnosi ed eleganti discorsi del presente Vescovo di Litchfield su questo spinoso soggetto.
509 Lattanzio (Instit. Div. VII. 15. ec.) riferisce l’orribile istoria di quel che dovea seguire con grand’eloquenza e vivezza.
510 Ogni lettore di buon gusto potrà consultare su questo articolo la terza parte della Teoria sacra di Burnet. Egli unisce insieme con un magnifico sistema la filosofia, la Scrittura e la tradizione; e nel descriverlo mostra una forza di fantasia non inferiore a quella di Milton medesimo.
511 Eppure, qualunque siasi l’espressione de’ particolari, questa è sempre la pubblica dottrina di tutte le Chiese Cristiane; nè la stessa Chiesa Anglicana può rifiutare di ammettere le conchiusioni che si debbono trarre da’ suoi articoli 8.° e 18.° I Giansenisti, che hanno sì diligentemente studiate le opere de’ Padri, sostengono con distinto zelo questa sentenza, e l’erudito Tillemont non lascia mai di parlare di un virtuoso Imperatore senza pronunziarne la condanna. Zuinglio è forse il solo Capo di un partito, che ha sempre adottato l’opinione più dolce, e questi ha dato non minore scandalo ai Laterani che ai Cattolici. Vedi Bossuet. Hist. des variat. des Eglises Protest. (l. II. c. 19, 22.)
512 Giustino e Clemente d’Alessandria confessano, che alcuni filosofi furono istruiti dal Logos, confondendo il doppio significato, che ha questa parola, della ragione umana, e del Divin Verbo.
513 Tertullian. De Spectac. c. 30. Per mettere in mostra il grado di autorità che lo zelante Affricano aveva acquistato, basterà citare la testimonianza di Cipriano, dottore e guida di tutte le chiese occidentali. (Vedi Prud. Inno XIII. 100.) Ogni volta ch’egli applicavasi al giornaliero suo studio delle Opere di Tertulliano, soleva dire, «Da mihi magistrum» Datemi il mio maestro. (Hyeronym. de Viris Illustribus, tomo I. p. 284).
514 I sotterfugi del Dottor Middleton non possono servire a far perdere di vista i chiari vestigi delle visioni, e dell’inspirazione che si vedono appresso i Padri Apostolici.
515 Il Dottor Middleton (Ricerca libera p. 96. ec.) osserva, ch’essendo tal pretensione più difficile di tutte le altre a sostenersi per mezzo dell’arte, fu la più pronta a cedere. L’osservazione s’accorda colla sua ipotesi.
516 Atenagora in Legation. Giustino Mart. Cohort. ad gentes, Tertull. adversus Marcion. l. IV. Queste descrizioni non son molto dissimili da quel furore profetico, pel quale Cicerone (De Divinat. II. 54.) mostra così poco rispetto.
517 Tertulliano (apolog. c. 23 ) arditamente sfida i Magistrati Pagani su questo punto. Fra’ primitivi miracoli il potere di esorcizzare è l’unico che sia stato ammesso da’ Protestanti.
518 Ireneo adv. Haeres. (l. II. 56, 57, l. V. c. 6.) Dodwell (Dissert. ad Iraeneum II. 42.) stabilisce, che il secondo secolo fu anche più abbondante del primo in miracoli.
519 Theophil. ad Antolycum l. II. p. 77.
520 Il Dottore Middleton diede alla luce la sua Introduzione l’anno 1747; pubblicò la sua Libera Ricerca nel 1749 ed avanti la sua morte, che avvenne nel 1750, aveva preparato una difesa della medesima contro i suoi numerosi avversari.
521 L’università d’Oxford conferì i gradi agli oppositori di lui. Dall’amarezza di Mosemio (p. 221.) possiamo dedurre i sentimenti de’ teologi Luterani.
522 Può sembrare alquanto notabile, che Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta tanti miracoli del suo amico S. Malachia, non faccia mai veruna menzione de’ propri, che però vengono diligentemente riferiti da’ compagni e discepoli di lui. Nel lungo corso dell’Istoria Ecclesiastica si trova egli mai un solo esempio di un Santo, che affermi di aver egli posseduto il dono de’ miracoli?
523 La conversione di Costantino è l’Era più comunemente fissata da’ Protestanti. I Teologi più ragionevoli non son disposti ad ammettere i miracoli del quarto secolo, mentre i più creduli non vogliono rigettar quelli del quinto.
524 Si rappresentano molto chiaramente le imputazioni di Celso e di Giuliano insieme colla difesa de’ Padri da Spaurmio (Commentaire sur les Césars de Julien p. 468.)
525 Plinio Epist. X. 97.
526 Tertullian. Apolog. c. 44. Egli soggiunge però con qualche dubbiezza, «aut si aliud, jam non Christianus».
527 Il filosofo Pellegrino (della vita, e morte del quale ci ha lasciato Luciano un piacevol racconto) imposturò per lungo tempo la credula semplicità de’ Cristiani dell’Asia.
528 Vedi un molto giudizioso trattato di Barboyrac sur la Morale dei Pères.
529 Lactant. Divin. Institut. l. VI. c. 20, 21, 22.
530 Vedasi l’opera di Clemente Alessandrino intitolata Il Pedagogo, che contiene gli elementi d’Etica, quali insegnavansi nelle più celebri scuole Cristiane.
531 Tertulliano de Spectacul. c. 23. Clemente Alessandrino Pedagog. (lib. III. c. 8.)
532 Beausobre (Hist. Critiq. du Manicheisme l. VII. c. 3.) Giustino, Gregorio, Nisseno, Agostino ec. erano fortemente inclinati a quest’opinione.
533 Alcuni fra gli eretici Gnostici erano più coerenti: essi rigettavano l’uso del matrimonio.
534 Vedasi una serie continuata di tradizioni, da Giustino Martire sino a Girolamo nella Morale de’ Padri (c. IV. 6-26.)
535 Vedi una molto curiosa dissertazione sulle Vestali nelle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni (Tom. II. p. 161-227.) Nonostanti gli onori, ed i privilegi concessi a quelle vergini, era difficile di trovarne un numero sufficiente; nè il timore della morte più orribile potè sempre tenere in freno la loro incontinenza.
536 Cupiditatem procreandi aut unam scimus aut nullam. Minucius Felix c. 21, Justin. Apolog. Major. Athenagor. in Legat. c. 28, Tertull. de cult. foeminar. l. 2.
537 Euseb. l. VI 8. Avanti che la fama d’Origene avesse risvegliato l’invidia, e la persecuzione, quest’azione straordinaria era piuttosto ammirata, che censurata. Siccome aveva egli generalmente l’uso d’interpretare allegoricamente la Scrittura, sembra una disgrazia, che in questo sol caso dovesse adottare il senso letterale.
538 Cipriano, Ep. 4, e Dodwell, Dissert. Cyprian. III. Qualche cosa di simile a questo temerario tentativo, fu lungo tempo dopo, attribuite al fondatore dell’ordine di Fontevrault. Bayle ha divertito se, ed i suoi lettori intorno a questo assai delicato soggetto.
539 Dupin (Bibl. Eccles. Tom. I. p. 195.) fa un particolar racconto del dialogo delle dieci vergini, quale fu composto da Metodio Vescovo di Tiro. Le lodi della verginità sono eccessive.
540 Gli Ascetici fin dal secondo secolo incominciarono a far pubblica professione di mortificare i lor corpi, e di astenersi dall’uso della carne e del vino. Mosemio p. 310.
541 Vedi la Morale de’ Padri. Furono dopo la Riforma rinnovati gli stessi pazienti principj da’ Sociniani, da’ moderni Anabattisti, e da’ Quaccheri. Barclai, ch’è l’apologista di questi ultimi, ha patrocinato i propri fratelli coll’autorità de’ primitivi Cristiani p. 542-549.
542 Tertull. Apolog. c. 21. De Idol. c. 17. 18. Origene contra Celsum (l. V. p. 253. l. VII. p. 348. lib. VIII. p. 423-428.)
543 Tertulliano (De corona Milit. c. 11.) suggerisce loro l’espediente di disertare: consiglio, che se fosse stato generalmente noto, non era molto a proposito per conciliare alla Religione Cristiana il favore degl’Imperatori.
544 Per quanto noi possiam giudicare dalla mutilata rappresentazione d’Origene (l. VIII. p. 423), Gelso, di lui avversario, avea sostenuto la sua obbiezione con gran forza, e candore.
545 Il partito aristocratico in Francia, ed in Inghilterra ha fortemente sostenuto l’origine divina de’ Vescovi; ma i Preti calvinisti non han voluto soffrire un superiore, ed il Romano Pontefice ha ricusato di riconoscere un uguale. Vedi Fra Paolo.
546 Nell’istoria della Gerarchia Cristiana ho per lo più seguitato il dotto ed ingenuo Mosemio.
547 Quanto a’ Profeti della primitiva Chiesa vedi Mosem. Dissert. ad Hist. Ecles. pertinentes Tom. II. p. 132-208
548 Vedi le Epistole di S. Paolo, e di Clemente a’ Corintj.
549 Hooker Ecclesiast. Polizia. l. VII.
550 Vedi Girolamo ad Titum c. 1. ed Epist. 85. (nell’Ediz. Benedettin. 101.) e l’elaborata apologia di Blondello pro sententia Hieronymi. L’antico stato del Vescovo, e de’ Preti d’Alessandria, qual è descritto da Girolamo riceve una considerabil conferma dal Patriarca Eutichio (Annal. Tom. I. p. 330. vers. Pocock), di cui non so come possa rigettarsi la testimonianza malgrado tutte le obbiezioni del dotto Pearson nelle sue Vindiciae Ignatianae Part. I. c. II.
551 Vedasi l’introduzione all’Apocalisse. I Vescovi sotto il nome di Angeli erano già instituiti in sette Città dell’Asia. Eppure l’Epistola di Clemente (ch’è probabilmente di uguale antichità) non ci conduce a scoprire alcuna traccia d’Episcopato nè a Corinto, nè a Roma.
552 Nulla Ecclesia sine Episcopo, è stato un fatto non meno che una massima, fin dal tempo di Tertulliano e d’Ireneo.
553 Superate le difficoltà del primo Secolo, troviamo il governo Episcopale universalmente stabilito, finchè restò interrotto dal genio repubblicano de’ riformatori Svizzeri e della Germania.
554 Vedi Mosemio nel primo e secondo secolo. Ignazio (ad Smyrnaeos c. 3. ec.) esalta con trasporto la dignità Episcopale. Le Clerc (Hist. Eccles. p. 569) censura molto arditamente la di lui condotta. Mosemio con un giudizio più critico (p. 161) sospetta della genuinità eziandio delle più brevi Epistole.
555 Nonne et Laici sacerdotes sumus? Tertull. Exhor. ad castitat. c. 7. Siccome il cuore umano è sempre il medesimo, così molte osservazioni, che Hume ha fatto sull’entusiasmo (Saggi vol. l. p. 76 dell’Edizione in 4) possono applicarsi anche alla reale inspirazione.
556 Acta Concil. Carthag. apud Cyprian. Edit. Fell. p. 158. Questo Concilio era composto di ottantasette Vescovi delle Province di Mauritania, Numidia ed Affrica; ed alcuni Preti, e Diaconi assisterono all’assemblea, praesente plebis maxima parte.
557 Aguntur praeterea per Graecias illas certis in locis concilia ec. Tertullian. de Jejun c. 13. L’Affricano scrittore ne fa menzione come di un’istituzione recente e straniera. L’alleanza dello Chiese Cristiane spiegasi molto giudiziosamente da Mosemio p. 164-170.
558 Cipriano nel suo ammirato libro de unitate Ecclesiae p. 75-86.
559 Noi possiam in tutto e per tutto riferirci al contegno, alla dottrina ed alle lettere di Cipriano. Le Clerc in una breve vita, che ne ha fatto (Biblioth. Univers. tom. XII. p 307-378.) l’ha rappresentato con gran libertà, ed esattezza.
560 Se Novato, Felicissimo, ec. che il Vescovo di Cartagine scacciò dalla sua Chiesa e dall’Affrica, non erano veramente i mostri più detestabili d’empietà, lo zelo di Cipriano in tali occasioni dovrà prevalere alla sua veracità. Bramando un giusto ragguaglio di tali oscure querele vedi Mosemio p. 497-512.
561 Mosemio pag. 269-274. Dupin Antiq. Eccles. Discipl. p. 19-20.
562 Tertulliano in un Trattato a parte ha difeso contro gli Eretici il diritto della prescrizione come proprio delle Chiese Apostoliche.
563 Si fa menzione del viaggio di S. Pietro a Roma dalla maggior parte degli antichi scrittori (Vedi Euseb. II. 25.). Il medesimo è sostenuto da tutti i Cattolici, ed accordato da alcuni Protestanti (Vedi Pearson e Dodwell de succ. Episc. Rom.) ma è stato vigorosamente attaccato dallo Spanemio (Miscell. Sacra III. 3.). Secondo il P. Arduino i Monaci del Secolo XII che composero l’Eneide, rappresentarono S. Pietro sotto l’allegorico carattere dell’Eroe Troiano.
564 Non è che in Francese che sia esatta quella famosa allusione al nome di S. Pietro: Tu es Pierre, et sur cette pierre ec. Essa è imperfetta in Greco, in Latino, in Italiano ec. e totalmente inintelligibile ne’ nostri linguaggi Teutonici.
565 Irenaeus adv. Haeres. III. 3. Tertullian. de praescript. c. 36 e Ciprian. ep. 27, 55, 71, 75. Le Clerc (Hist. Eccl. p. 764) e Mosemio (p. 258, 578) difficilmente interpretano questi passi. Ma il libero ed oratorio stile de’ Padri spesso par favorevole alle pretensioni di Roma.
566 Vedasi la pungente lettera scritta da Firmiliano, Vescovo di Cesarea, a Stefano, Vescovo di Roma, appresso Cipriano Epist. 75.
567 Intorno a questa disputa di ribattezzare gli Eretici, vedi le lettere di Cipriano, ed il libro settimo di Eusebio.
568 Quanto all’origine di quelle parole vedi Mosemio p. 141, e Spanemio Hist. Eccl. p. 633. La distinzione fra i Cherici, ed i Laici era già stabilita prima del tempo di Tertulliano.
569 La comunione instituita da Platone è più perfetta di quella, che aveva immaginato per la sua Utopia il cav. Tommaso Moro. La comunione delle donne, e quella de’ beni temporali, possono considerarsi come parti inseparabili dell’istesso sistema.
570 Joseph Antiquit. XVIII. 2. Philo de vit. contemplativ.
571 Vedi gli Atti degli Apostoli c. 2. 4. 5. co’ comentari di Grozio. Mosemio, in una Dissertazione particolare, attacca la comune opinione con molto inconcludenti argomenti.
572 Giustino Mart. Apolog. Magg. c. 89. Tertull. Apol. c. 39.
573 Iren. adv. haereses l. IV. c. 27, 34, Origen. in Num. hom. II. Ciprian. de unitat. Ecles. Constitut. Apostol. (l. II. c. 34, 35) colle note del Cotelerio. Dalle Costituzioni s’introduce questo precetto divino, dichiarando, che i Preti son tanto superiori ai Re, quanto l’anima è più eccellente del corpo. Fra i generi sottoposti alla decima, esse contano il grano, il vino, l’olio, e la lana. Si consulti su questo interessante soggetto l’Istoria delle Decime di Prideaux, e Fra Paolo delle materie Beneficiarie, scrittori di carattere molto diverso fra loro.
574 La medesima opinione, la quale prevalse anche verso l’anno mille, produsse i medesimi effetti. Molte donazioni portano espresso questo loro motivo »appropinquante mundi fine». Vedi Mosem. Istor. Generale della Chiesa vol. I. p. 457.
575 Tam summa cura est fratribus
(Ut sermo testatur loquax)
Offerre, fundis venditis
Sestertiorum millia.
Addicta avorum praedia
Foedis sub auctionibus,
Successor exhaeres gemit
Sunctis egens parentibus.
Haec occulantur abditis
Ecclesiarum in angulis,
Et summa pietas creditur
Nudare dulces liberos.

Prudent ????? ???????? Hymn. 2.

La susseguente condotta del Diacono Lorenzo prova solo qual uso propriamente si facesse della ricchezza nella Chiesa Romana: questa era senza dubbio molto considerabile; ma Fra Paolo (c. 3.) pare, ch’esageri quando suppone, che i successori di Commodo furono mossi a perseguitare i Cristiani per l’avarizia di loro medesimi, e de’ lor Prefetti del Pretorio.
576 Ciprian. Epist., 62.
577 Tertullian. de praescript. c. 30.
578 Diocleziano fece un rescritto, che non è che una dichiarazione dell’antica legge. »Collegium, si nullo speciali privilegio subnixum sit, haereditatem capere non posse dubium non est.» Fra Paolo (c. 4.) crede che questi regolamenti dopo il regno di Valeriano fossero molto trascurati.
579 Hist. August. p. 131. Il fondo era stato pubblico, ed allora si disputava fra la società de’ Cristiani e quella de’ macellai.
580 Constit. Apostol. II 35.
581 Ciprian. de Laps. p. 89. Epist. 65. L’accusa vien confermata da’ canoni 19 e 20 del Concilio Eliberino.
582 Vedi le Apologie di Giustino e di Tertulliano.
583 La dovizia e la liberalità dei Romani verso i lor più distanti fratelli si celebra con gratitudine da Dionisio di Corinto presso Eusebio (l. IV. c. 23.)
584 Vedi Luciano in Peregrin. Giuliano (Epi. 49) sembra mortificato, perchè la carità de’ Cristiani sostentava non solo i lor propri poveri, ma anche i Pagani.
585 Tale almeno fu la lodevole condotta di molti missionari moderni, posti nelle medesime circostanze. Si espongono annualmente più di tremila bambini di fresco nati nelle strade di Pechino. Vedi Le Comte Memoir. sur la Chine, e le Recherches sur les Chinois et les Egyptiens (Tom. I. p. 61.)
586 I Montanisti ed i Novaziani, che ostinatamente, e col massimo rigore sostenevano quest’opinione, si trovarono alfine essi medesimi posti nel numero degli Eretici scomunicati. Vedi il dotto, ed abbondante Mosemio sect. II e III.
587 Dionisio appresso Eusebio IV. 23. Ciprian. de Lapsis.
588 Cristianesimo primitivo di Cavo Part. III. c. 5. Gli ammiratori dell’Antichità compiangono il disuso delle pubbliche penitenze.
589 Vedasi, appresso Dupin (Biblioth. Ecclesiast., Tom. II. p. 304-313), una breve ma ragionata esposizione de’ canoni di que’ Concilj, che furon convocati ne’ primi momenti di tranquillità dopo la persecuzione di Diocleziano. Questa si era sentita con severità molto minore in Ispagna, che in Galazia: differenza, per cui si può in qualche modo render ragione del contrasto fra i regolamenti di quelle Province.
590 Ciprian. Epist. 69.
591 Le arti, i costumi, ed i vizi de’ Sacerdoti della Dea Siria sono molto capricciosamente descritti da Apuleio nell’ottavo libro delle sue Metamorfosi.
592 L’uffizio di Asiarca era di questa specie, e se ne trova frequente menzione in Aristide, nelle inscrizioni ec. Era esso annuale ed elettivo. Non potevan desiderar tale onore, che i più vani fra’ Cittadini, nè sopportarne la spesa, che i più doviziosi. Vedi ap. Patres Apostol. Tom. II. p. 200, con quanta indifferenza l’Asiarca Filippo si condusse nel martirio di Policarpo. V’erano in simil guisa i Bitiniarchi, i Liciarchi ec.
593 I moderni critici non sono disposti a credere quel che i Padri quasi concordemente asseriscono, che S. Matteo componesse un Evangelio Ebraico, di cui ci sia restata solamente la traduzione Greca. Ma sembra pericoloso rigettare la loro testimonianza.
594 Sotto il regno di Nerone, e di Domiziano, e nelle Città d’Alessandria, d’Antiochia, di Roma e d’Efeso. Vedi Mill. Prolegom. ad nov. Testam. e la bella, ed estesa collezione del Dottor Lardner vol. XV.
595 Gli Alogi (Epifan. de Haeres. 51.) contrastavano l’autenticità dell’Apocalisse, perchè la Chiesa di Tiatira non era per anche fondata. Epifanio, che accorda il fatto, si libera dalla difficoltà col supporre ingegnosamente, che S. Giovanni scrivesse con spirito di profezia. Vedi Abauzit Discours sur l’Apocalypse.
596 L’epistole d’Ignazio e di Dionisio (ap. Euseb. IV. 23), indicano molte Chiese in Asia ed in Grecia. Quella d’Atene par che fosse una delle meno floride.
597 Luciano in Alexan. c. 25. Bisogna però, che il Cristianesimo fosse molto inegualmente sparso pel Ponto; mentre alla metà del terzo secolo non si trovavan più che 17 credenti nell’estesa diocesi di Neocesarea. Vedi Tillemont (Memoir. Ecclesiast. (Tom. IV. p. 675) che cita Basilio, e Gregorio Nisseno, i quali erano pure nativi di Cappadocia.
598 Secondo gli Antichi, Gesù Cristo patì sotto il Consolato de’ due Gemini l’anno 29 dell’Era nostra presente. Plinio fu mandato in Bitinia (secondo il Pagi) nell’anno 110.
599 Plin. Epist. X. 97.
600 Chrysostom. Oper. Tom. VII. p. 658-810. Edit. Savil
601 Gio. Malela, Tom. II. p. 144. Egli tira la medesima conseguenza rispetto alla popolazione d’Antiochia.
602 Chrysostom. (Tom. I. p. 144.) Io son debitore di questi passi, ma non della mia illazione, all’erudito Dott. Lardner. Credibilità dell’istoria Evangelica vol. XII. p. 370.
603 Basnage (Hist. des Juifs l. II. c. 20, 21, 22, 23) ha esaminato con la più critica esattezza il curioso trattato di Filone, che descrive i Terapeuti. Provando ch’esso fu composto fin dal tempo d’Augusto, Basnage ha dimostrato a dispetto d’Eusebio (1. II. c. 17) e di una folla di moderni Cattolici, che i Terapeuti non erano, nè Cristiani nè monaci. Riman sempre verisimile, che essi cangiassero il nome, conservassero le loro usanze adottando alcuni nuovi articoli di fede, ed appoco appoco divenissero i padri degli Ascetici Egizj.
604 Vedi una lettera d’Adriano nell’Istoria Augusta p. 245.
605 Quanto alla successione de’ Vescovi d’Alessandria si consulti l’Istoria di Renaudot, p. 24 ec. Questo curioso fatto ci è stato conservato dal Patriarca Eutichio (Annal. Tom. I. p. 334 vers. Pocock) e la sua sola testimonianza risguardante la propria Chiesa sarebbe una risposta sufficiente a tutte le obbiezioni, che il Vescovo Pearson ha fatte nelle Vindicie Ignaziane.
606 Ammian. Marcellin. XXII. 16.
607 Origen. contr. Celsum l. I. p. 40.
608 Ingens multitudo è l’espressione di Tacito XV. 44.
609 T. Liv. XXXIX. 13, 15, 16, 17. Fu eccessivo l’orrore e la costernazion del Senato alla scoperta de Baccanalisti, la depravazione de’ quali è descritta, e forse anche esagerata da Livio.
610 Euseb. l. VI. c. 43. Il Traduttore Latino (di Valois) ha stimato proprio di ridurre il numero de’ Preti a quarantaquattro.
611 Questa proporzione de’ Preti e de’ poveri col resto del popolo, fu per la prima volta fissata dal Burnet (Viaggi in Ital. p. 168) e confermata da Moyle (vol. II. p. 151). Nessuno de’ due avea cognizione del passo di Grisostomo, che riduce la lor congettura quasi ad un fatto.
612 Serius trans alpes, religione Dei suscepta. Sulpic. Sever. l. II. Questi furono i celebri martiri di Lione. Vedi Euseb. V. I. Tillemont Mem. Eccles. Tom. II. p. 316. Secondo i Donatisti, l’asserzione de’ quali vien confermata dalla tacita confessione d’Agostino, l’Affrica fu l’ultima fra le Province, che ricevè l’Evangelio (Tillemont Mem. Eccles. Tom. I. p. 754.)
613 Tum primum intra Gallias Martyria visa. Sulp. Sever. l. II. Rispetto all’Affrica vedi Tertulliano. ad Scapulam. c. 3. Si suppone, che i primi fossero i martiri Scillitani (Acta sincera Ruinart. p. 34.) Pare che uno degli avversari d’Apuleio fosse Cristiano. Apolog. p. 496, 497, Edit. Delphin.
614 Rarae in aliquibus civitatibus Ecclesiae paucorum Christianorum devotione resurgerent. Acta sincera p. 130. Gregor. di Tours l. I. c. 28. Mosem. p. 207. 449. V’è qualche ragione di credere, che al principio del quarto secolo le vaste Diocesi di Liegi, di Treveri, e di Colonia formassero un sol Vescovato, ch’era stato eretto molto recentemente. Vedi le Memorie di Tillemont Tom. VI. part. I. p. 43, 411.
615 Nell’originale "Turtelliano"
616 In una dissertazione di Mosemio si fissa la data dell’apologia di Tertulliano all’anno 198.
617 Nel decimoquinto secolo si trovavan poche persone che avessero la disposizione o il coraggio di porre in dubbio, se Giuseppe d’Arimatea fondato avesse il monastero di Glastonbury, e se Dionisio Areopagita preferito avesse la residenza di Parigi a quella d’Atene.
618 Tale stupenda metamorfosi fu fatta nel nono secolo. Vedi Mariana (Hist. Hispan. V. 10. 13) che in ogni senso imita Livio, e l’ingenuo scuoprimento fatto della leggenda di S. Giacomo dal Dott. Geddes (Miscell. Vol. 4. p. 221.)
619 Giustin. mart. Dial. cum Tryphone p. 341. Iren. adv. haeres. l. I. c. 10. Tertullian. adv. Jud. c. 7. Vedi Mosemio p. 203.
620 Vedi il quarto secolo dell’Istoria Eccles. di Mosemio. Posson trovarsi molte, quantunque assai confuse circostanze relative alla conversion dell’Iberia e dell’Armenia appresso Mosè di Corene l. II. c. 78, 79.
621 Secondo Tertulliano, Cristo e la Fede avevano penetrato nelle parti della Gran-Brettagna, inaccessibili alle armi Romane. Circa un secolo dopo si dice, che Ossian figlio di Fingal, nella sua estrema vecchiezza disputasse con un Missionario straniero, e la disputa sussiste ancora in versi, ed in lingua Ersa. Vedasi la Dissertazione sull’antichità de’ Poemi d’Ossian di Macpherson p. 10.
622 I Goti, che devastarono l’Asia nel regno di Gallieno, portaron via gran numero di schiavi, alcuni de’ quali eran Cristiani, e divennero Missionari. Vedi Tillemont Memoir. Eccles. Tom. IV. p. 44.
623 La leggenda d’Abgaro, favolosa com’è, somministra una decisiva prova, che molti anni prima ch’Eusebio scrivesse la sua storia, la massima parte degli abitanti d’Edessa aveva abbracciato il Cristianesimo. I cittadini di Carre, al contrario, loro rivali, restarono attaccati alla causa del Paganesimo fino al sesto secolo.
624 Secondo Bardesane appresso Eusebio (Praepar. Evang.) nella Persia trovavansi alcuni Cristiani avanti la fine del secondo secolo. Al tempo di Costantino (Vedi la di lui Epistola a Sapore Vit. l. IV c. 13) formavano essi una florida Chiesa. Si consulti Beausobre Hist. critique du Manicheisme. Tom. I. p. 180. e la Biblioteca Orientale dell’Assemani.
625 Origen. centra Cels. l. VIII. p. 424.
626 Minuc. Felix c. 8 con le note di Wovvero. Cels. ap. Origen. l. III. p. 138, 142. Julian. ap. Cyril., l. VI. p. 206. Edit. Spanheim.
627 Euseb. Hist. Eccl. IV. 3. Hieron. Epist. 83.
628 Così prettamente si racconta l’istoria ne’ Dialoghi di Giustino. Tillemont (Mem. Eccles. Tom. II. p. 334) che la riferisce, assicura, che il vecchio era un Angelo sotto quella figura.
629 Euseb. V. 28. Si può sperare, che nessuno, eccettuati gli Eretici, desse giusto motivo alla querela di Celso (ap. Origen. l. II. p. 77) che i Cristiani continuamente correggevano ed alteravano i loro Evangeli.
630 Plin. Epist. X. 97. Fuerunt alii similis amentiae cives Romani.... Multi enim omnis aetatis, omnis ordinis, utriusque sexus etiam vocantur in periculum et vocabuntur.
631 Tertullian. ad Scapulam. Eppure tutta la sua rettorica non s’estende a pretendere più che la decima parte di Cartagine.
632 Ciprian. Epist. 79.
633 Il Dottor Lardner, nel suo primo e secondo volume delle testimonianze Giudaiche e Cristiane, raccoglie ed illustra quelle di Plinio il Giovane, di Tacito, di Galeno, di Marco Antonio e forse d’Epiteto (essendo dubbioso se quel filosofo intende parlar de’ Cristiani). Della nuova setta non si fa menzione veruna da Seneca, da Plinio il Vecchio, nè da Plutarco.
634 Se allegata si fosse la famosa Profezia delle settanta settimane ad un filosofo di Roma, non avrebb’egli risposto con le parole di Cicerone «Quae tandem ista auguratio est, annorum potius quam aut mensium aut dierum?» de Divinit. II 30. Si osservi con qual irreverenza Luciano (in Alexandro c. 13,) ed il suo amico Gelso (ap. Origen. l. VII. p. 327.) si esprimono rispetto a’ Profeti Ebrei.
635 I filosofi, che deridevano le più antiche predizioni delle Sibille, avrebbero facilmente scoperto le falsità degli Ebrei e de’ Cristiani, che i Padri hanno citato con tanta pompa, da Giustino Martire fino a Lattanzio. Quando i versi Sibillini ebbero eseguilo l’uffizio loro assegnato, essi, come il sistema dei millenarj, furono quietamente posti in obblio. La Sibilla Cristiana disgraziatamente aveva fissata la rovina di Roma nell’anno 195. II. C. 948.
636 I Padri, che son disposti come in linea di battaglia dal Calmet (Dissertazione sulla Bibbia Tom. III. p. 295-308.) par che voglian cuoprire tutta la terra di oscurità, nel che vengon seguitati dai più fra’ moderni.
637 Origen. ad Matth. c. 27. e pochi moderni critici, Beza, Le Clerc, Lardner ecc. desiderano di restringerla alla sola Terra della Giudea.
638 Il celebre passo di Flegone ora si è saviamente abbandonato. Quando Tertulliano assicura i Pagani, che si trova fatta menzione di tal prodigio, in Arcanis, non già in archivio vestris (vedi la sua apolog. c. 21), egli probabilmente intende di parlare de’ versi Sibillini, che lo riferiscono esattamente con le stesse parole dell’Evangelo.
639 Seneca Quaest. nat. l. I. 15. VI. I. VII. 17. Plinio Hist. nat. l. II.
640 Plin. Hist. nat. II. 30.
641 Virgil. Georg. l. 1. 466. Tibull. l. II. Eleg. V. v. 75. Ovid. Metam. XV. 782. Lucan. I. 540. L’ultimo pone questo prodigio avanti la guerra civile.
642 Vedi una pubblica epistola di Marc’Anton. ap. Josepho Antiq. XII. 12. Plutarc. in. Caesar. p. 471. Appian. Bell. civ. l. IV. Dion. Cass. l. XLV. p. 431. Jul. Obseq. c. 128. Questo piccol trattato è un estratto de’ prodigi di Livio.