Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/24

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CAPITOLO XXIV

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Residenza di Giuliano in Antiochia. Sua felice spedizione contro i Persiani. Passaggio del Tigri. Ritirata e morte di Giuliano. Elezione di Gioviano. Egli salva l’esercito Romano per mezzo d’un vergognoso trattato.

La favola filosofica, che Giuliano compose col titolo de’ Cesari541, è una delle più piacevoli ed utili produzioni dell’antico sapere-542. Nel tempo della libertà ed uguaglianza, che somministravano i Saturnali, Romolo preparò un convito per le Divinità dell’Olimpo, che l’avevano stimato degno della lor società, e pei Principi Romani, che avean regnato sopra il marziale suo popolo e le soggiogate nazioni della terra. Gli Dei eran distribuiti in buon ordine su’ magnifici loro troni; e sotto la luna era apparecchiata la tavola pei Cesari nella più alta regione dell’aria. I Tiranni che disonorato avrebber la compagnia degli uomini e degli Dei, dall’inesorabile Nemesi venivan precipitati giù nell’abisso tartareo. Gli altri Cesari s’avanzavano, l’un dopo l’altro, verso i lor posti; e, mentre passavano, il vecchio Sileno, giocoso moralista, che sotto la maschera d’un baccanale cuopriva la saviezza di un filosofo, maliziosamente notava i vizi, i difetti e le macchie de’ respettivi loro caratteri543. Quando fu terminato il convito, Mercurio promulgò il decreto di Giove, che una corona celeste fosse il premio del merito più sublime. Furono scelti come i più illustri candidati Giulio Cesare, Augusto, Traiano e Marco Antonino; non fu escluso l’effeminato Costantino544 da tal onorevole concorrenza, e fu invitato Alessandro Magno a disputare il glorioso premio a’ Romani Eroi. Fu permesso a ciaschedun candidato d’esporre il merito delle proprie geste; ma, secondo il giudizio degli Dei, il modesto silenzio di Marco perorò con maggior efficacia, che l’elaborate orazioni de’ superbi rivali di lui; ed apparve sempre più decisiva e cospicua la superiorità dello stoico Imperiale, allorchè i Giudici di quella terribil contesa procederono ad esaminare il cuore ed a scrutinare i motivi delle azioni545. Alessandro, e Cesare, Augusto, Traiano e Costantino confessarono con rossore, che l’importante argomento de’ loro travagli era stato la fama, la potenza o il piacere: ma gli Dei medesimi risguardarono con rispetto ed amore un virtuoso mortale, che sul trono avea posto in pratica gl’insegnamenti della filosofia, e che nello stato dell’imperfezione umana aveva aspirato ad imitare i morali attributi della Divinità. Il grado dell’Autore fa crescer di pregio questa piacevole opera (i Cesari di Giuliano). Un Principe, che dipinge con libertà i vizi e le virtù de’ suoi predecessori, sottoscrive ad ogni verso la censura o l’approvazione della propria condotta. Ne’ freddi momenti della riflessione, Giuliano anteponeva ad ogni cosa le utili e benefiche virtù d’Antonino; ma l’ambizioso suo spirito era infiammato dalla gloria d’Alessandro; ed egli desiderava, con uguale ardore, la stima de’ savi e l’applauso della moltitudine. In quel tratto della vita umana, in cui le facoltà della mente e del corpo godono il vigore più attivo, l’Imperatore, istruito dall’esperienza ed animato dal buon successo della guerra Germanica, risolvè di segnalare il suo regno con qualche più splendida e memorabile impresa. Gli Ambasciatori dell’Oriente, fino dal Continente dell’India e dall’Isola di Ceilan546 avean salutato rispettosamente la porpora Romana547. Le nazioni Occidentali stimavano e temevano le personali virtù di Giuliano, tanto in pace che in guerra. Egli disprezzava i trofei d’una vittoria Gotica548, ed era persuaso che i rapaci Barbari del Danubio si sarebber guardati da ogni futura violazione della fede dei trattati, pel terror del suo nome, e per le fortificazioni che aveva aggiunto alle frontiere della Tracia o dell’Illirico. Il successore di Ciro e d’Artaserse era l’unico rivale, che stimava degno delle sue armi; e risolvè di castigare, mediante l’intera conquista della Persia, quell’altiera Nazione, che avea per tanto tempo resistito e fatto insulto alla Romana Maestà549. Appena seppe il Monarca Persiano, che il trono di Costanzo era occupato da un Principe d’indole assai diversa, condiscese a fare alcune artificiose, o forse anche sincere pratiche per un trattato di pace. Ma restò sorpreso l’orgoglio di Sapore dalla fermezza di Giuliano, che altamente dichiarò di non voler mai acconsentire a tenere alcuna pacifica conferenza fra gl’incendi e le rovine delle città della Mesopotamia; e che soggiunse con un disprezzante sorriso, ch’era inutile di trattare per mezzo di Ambasciatori, mentre aveva determinato di visitar da se stesso in breve la Corte di Persia. L’impazienza dell’Imperatore sollecitò la diligenza de’ militari preparativi. Furono eletti i Generali; fu destinato per quest’importante impresa un esercito formidabile; e Giuliano, da Costantinopoli marciando per le Province dell’Asia Minore, giunse ad Antiochia, circa otto mesi dopo la morte del suo predecessore. L’ardente suo desiderio d’internarsi nel cuor della Persia venne raffrenato dall’indispensabile dovere di regolare lo stato dell’Impero, dallo zelo di far risorgere il culto degli Dei, e dal consiglio de’ più saggi suoi amici, che gli rappresentarono la necessità d’interporre il salutare intervallo de’ quartieri d’inverno per ristorare l’esausta forza delle Legioni della Gallia, e la disciplina e lo spirito delle truppe Orientali. Giuliano s’indusse a stabilire fino alla primavera seguente la sua residenza in Antiochia; in mezzo ad un popolo maliziosamente disposto a deridere la fretta, ed a censurare le dilazioni del suo Sovrano550. Se Giuliano si fosse lusingato, che la personal sua dimora nella capitale dell’Oriente dovesse produrre una vicendevol soddisfazione al Principe ed al Popolo, avrebbe formato una ben falsa idea del proprio carattere e de’ costumi d’Antiochia551. Il calore del clima disponeva gli abitanti ai più sfrenati piaceri che nascano dalla tranquillità e dall’opulenza, ed in essi riunivasi la vivace libertà dei Greci all’ereditaria mollezza de’ Sirj. La moda era l’unica legge, il piacere l’unico scopo, e lo splendor delle vesti e degli arredi l’unica distinzione de’ cittadini d’Antiochia. Si onoravan le arti di lusso; le virtù serie e virili eran poste in ridicolo, ed il disprezzo per la modestia femminile e per la venerabil vecchiezza annunziava la universal corruzione della capitale dell’Oriente. L’amore degli spettacoli formava il gusto, o piuttosto la passione de’ Sirj; si chiamavano dalle vicine città552 i più valenti artefici; si consumava in pubblici divertimenti una considerabil porzione dell’entrate; e la magnificenza de’ giuochi del teatro e del circo risguardavasi come la felicità e la gloria d’Antiochia. I rozzi costumi d’un Principe, che sdegnava tal gloria, e non assaporava una felicità di tal sorta, disgustarono ben presto la delicatezza de’ propri sudditi; e gli effeminati Orientali non poterono nè imitare nè ammirar la severa semplicità, che sempre si usava, ed alle volte affettavasi da Giuliano. I giorni di solennità, consacrati dall’antico rito all’onor degli Dei, somministravan ad esso le sole occasioni di rilassare la filosofica severità; e questi appunto erano i soli giorni, ne’ quali astener si potevano i Sirj d’Antiochia dalle lusinghe del piacere. La maggior parte del popolo sosteneva la gloria del nome Cristiano, che era stato per la prima volta inventato da’ loro Maggiori553: essi non si facevano scrupolo di trasgredire i precetti morali, ma erano scrupolosamente attaccati allo dottrine speculative della lor religione. La Chiesa Antiochena era lacerata dall’eresia e dallo scisma; ma negli Arriani e negli Atanasiani, nei seguaci di Melezio ed in quelli di Paolino554 ardeva il medesimo devoto odio del comune loro avversario. Si nutriva il più forte pregiudizio contro il carattere d’un apostata, nemico e successore d’un Principe, che s’era conciliato l’affetto di una Setta assai numerosa; e la traslazione di S. Babila eccitò un implacabile odio contro la persona di Giuliano. I sudditi di lui si lagnavano con superstiziosa indignazione, che la carestia avea seguitato i passi dell’Imperatore da Costantinopoli ad Antiochia; e fu esacerbata la malcontentezza d’un affamato popolo dall’imprudente sforzo di sollevarne le angustie. L’inclemenza della stagione avea danneggiato le raccolte della Siria, e ne’ mercati d’Antiochia il prezzo del pane555 era naturalmente cresciuto in proporzione della scarsezza del grano. Ma la giusta e ragionevole proporzione fu tosto violata da’ rapaci artifizi del monopolio. In questa disugual contesa, in cui da una parte il prodotto della terra si pretende che sia nel proprio esclusivo dominio, da un altra si riguarda come un oggetto lucrativo di commercio, e si ricerca da una terza parte pel quotidiano e necessario mantenimento della vita, tutti i guadagni degli agenti, intermedj vanno a posarsi sul capo de’ miseri consumatori. La durezza della loro situazione veniva esagerata ed accresciuta dalla loro impazienza ed inquietudine; ed il timore della scarsità produsse appoco appoco l’apparenza d’una carestia. Quando i voluttuosi cittadini d’Antiochia si lamentarono del caro prezzo dei polli e del pesce, Giuliano pubblicamente dichiarò che una città frugale avrebbe dovuto contentarsi di una regolar quantità di vino, d’olio e di pane; riconosceva egli però ch’era dover di un Sovrano il provvedere alla sussistenza del popolo. Con questo salutevole fine, l’Imperatore arrischiossi ad un passo molto pericoloso ed incerto, a determinare cioè con legale autorità il valore del grano. Egli ordinò, che in un tempo di scarsità si vendesse ad un prezzo, che rare volte aveva avuto luogo negli anni di maggiore abbondanza; ed affinchè il proprio esempio desse vigore alla legge, mandò al mercato quattrocento ventiduemila moggi o misure, che si trassero per ordine di lui da granai di Gerapoli, di Calcide ed anche d’Egitto. Se ne potevano prevedere le conseguenze, e ben presto ebbero effetto. Si comprò da ricchi mercanti il grano Imperiale; i proprietari di terre o di frumento non ne mandarono più alla città la solita dose, e le piccole quantità di grano, che comparivano in mercato, erano segretamente vendute ad un anticipato ed illegittimo prezzo. Giuliano continuò sempre a gloriarsi della sua politica, risguardò i lamenti del popolo come vani ed ingrati romori, e convinse Antiochia, ch’esso aveva ereditato se non la crudeltà, almeno l’ostinazione di Gallo, di lui fratello556. Le rimostranze del Senato municipale non servirono che ad inasprire l’inflessibil suo spirito. Egli era persuaso, forse a diritto, che i Senatori stessi d’Antiochia, i quali possedevano dei terreni, ed erano interessati nel commercio, avessero contribuito alle calamità del lor paese; ed attribuiva l’irriverente ardire, che usavano, ad un sentimento non già di pubblico dovere, ma di privato vantaggio. Tutto quel Corpo, composto di dugento de’ più nobili e ricchi cittadini, fu mandato sotto custodia dal palazzo in prigione; e sebbene, avanti che finisse la sera, fosse loro accordato di tornare alle respettive loro case557, l’Imperatore non potè da essi ottenere il perdono, ch’egli aveva loro sì facilmente concesso. I medesimi pesi erano continuamente il soggetto delle medesime querele, che si facevano ad arte circolare dalla astuzia e leggerezza de’ Greci della Siria. Ne’ licenziosi giorni de’ Saturnali, risonavan le strade d’Antiochia di canzoni insolenti, che deridevan le leggi, la religione, la personal condotta e fino la barba dell’Imperatore; e la connivenza de’ Magistrati, non meno che l’applauso della moltitudine, manifestavan lo spirito d’Antiochia558. Il discepolo di Socrate fu troppo profondamente punto da tali popolari indulti; ma il Monarca, dotato di viva sensibilità, e che possedeva un assoluto potere, negò alle sue passioni la soddisfazione della vendetta. Un tiranno avrebbe, senza distinzione, proscritto le vite ed i beni dei cittadini d’Antiochia; i deboli Sirj avrebber dovuto pazientemente sottoporsi alla brutalità ed alla rapace barbarie delle fedeli Legioni della Gallia. Una sentenza più dolce avrebbe potuto privare la capitale dell’Oriente de’ suoi onori e privilegi; ed i cortigiani e forse anche tutti i sudditi di Giuliano avrebbero applaudito ad un atto di giustizia, che sosteneva la dignità del Magistrato supremo della Repubblica559. Ma invece d’abusare o di fare pompa dell’autorità dell’Impero per vendicare le personali sue ingiurie, Giuliano si contentò di una innocente maniera di vendetta, che pochi Principi sarebbero in grado di poter usare. Esso era stato insultato con satire e con libelli; compose dunque ancora egli un’ironica confessione de’ propri difetti ed una severa satira dei licenziosi ed effeminati costumi d’Antiochia col titolo di Nemico della barba. Fu pubblicamente esposta questa replica Imperiale avanti alle porte del palazzo; e tuttavia sussiste il Misopogon560 come un singolar monumento dell’ira, dell’ingegno, della umanità e dell’indiscretezza di Giuliano. Quantunque egli affettasse di ridere, non potè perdonare561. Espresse il suo disprezzo, e potè soddisfare la sua vendetta col nominare un Governatore562 degno solo di tali soggetti; e rinunziando l’Imperatore per sempre all’ingrata città, pubblicò la sua risoluzione di passare il prossimo inverno a Tarso nella Cilicia563. Contuttocciò in Antiochia trovavasi un cittadino, il genio e le virtù del quale nell’opinione di Giuliano potevan purgare i vizi e la follia della patria di lui. Il Sofista Libanio era nato nella capital dell’Oriente; professò pubblicamente le arti di retore e di declamatore in Nicea, in Nicomedia, in Costantinopoli, in Atene, e passò il resto della sua vita in Antiochia. La scuola di lui era continuamente frequentata dalla gioventù della Grecia; i suoi discepoli, che alle volte passarono il numero di ottanta, celebravano l’incomparabil loro maestro; e la gelosia de’ suoi rivali, che lo perseguitava da una città in un’altra, confermò la opinion favorevole, che Libanio ostentava, del sublime suo merito. I precettori di Giuliano avevano estorto da esso una imprudente ma solenne promessa, ch’ei non avrebbe mai letto gli scritti del loro avversario; la curiosità del giovine reale repressa vie più si accese; cercò segretamente le opere di quel pericoloso Sofista, ed appoco appoco sorpassò nella perfetta imitazione del suo stile i più laboriosi fra’ domestici uditori di lui564. Allorchè Giuliano salì sul trono, dichiarò l’impazienza, che aveva, d’abbracciare e di premiare il Sofista della Siria, che in un secolo corrotto avea conservato la purità del gusto, de’ costumi e della religione della Grecia. La prevenzione dell’Imperatore fu accresciuta e giustificata dal prudente orgoglio del suo favorito. Libanio, in luogo d’affrettarsi co’ primi del popolo al palazzo di Costantinopoli, tranquillamente attese l’arrivo di lui in Antiochia; si ritirò dalla Corte a’ primi sintomi di freddezza e d’indifferenza; per ogni visita esigeva un invito formale, e diede al suo Sovrano l’importante lezione, che ei poteva comandar l’ubbidienza ad un suddito, ma che bisognava meritar l’affezione d’un amico. I Sofisti d’ogni tempo, sprezzando, o affettando di sprezzare le accidentali distinzioni della nascita e della fortuna565, riservano la propria stima per le superiori qualità dello ingegno, delle quali sono essi così abbondantemente dotati. Giuliano potea non curare le acclamazioni di una Corte venale, che adorava l’Imperial porpora; ma era sommamente allettato dalla lode, dagli avvertimenti, dalla libertà e dall’invidia d’uno indipendente filosofo, che ricusava i suoi favori, amava la sua persona, ne celebrava la fama, e proteggevane la memoria. Tuttavia sussistono le voluminose opere di Libanio, che per la maggior parte son vani ed oziosi componimenti d’un oratore, che coltivava la scienza delle parole, e produzioni d’uno studioso ritirato, la mente del quale, disprezzando i suoi contemporanei, era sempre fissa nella guerra Troiana e nella Repubblica Ateniese. Pure il Sofista d’Antiochia discese alle volte da tale immaginaria elevazione; tenne una moltiplice ed esatta corrispondenza566; lodò le virtù dei suoi tempi; arditamente attaccò gli abusi della vita pubblica e privata; ed eloquentemente difese la causa d’Antiochia contro la giusta collera di Giuliano e di Teodosio. La vecchiezza comunemente ha la disgrazia567 di perdere tutto ciò, che avrebbe potuto renderla desiderabile; ma Libanio provò il particolar dispiacere di sopravvivere alla religione ed alle scienze, alle quali consacrato aveva il suo genio. L’amico di Giuliano dovè con isdegno essere spettatore del trionfo del Cristianesimo; ed il superstizioso suo spirito, che oscurava il prospetto del Mondo visibile, non inspirò a Libanio alcuna viva speranza della felicità e della gloria celeste568. [A. D. 363] La marziale impazienza di Giuliano l’indusse a mettersi in campagna al principio della primavera; e licenziò con disprezzo e con rimproveri il Senato di Antiochia, che accompagnò l’Imperatore al di là dei confini del suo territorio, nel quale aveva egli risoluto di non tornare mai più. Dopo una faticosa marcia di due giorni569 si fermò il terzo a Berea, ovvero Aleppo, dov’ebbe la mortificazione di trovare un Senato quasi tutto Cristiano, che ricevè con fredde e formali dimostrazioni di rispetto l’eloquente discorso dell’Apostolo del Paganesimo. Il figlio d’uno de’ più illustri cittadini di Berea, che per interesse o per coscienza aveva abbracciato la religione dell’Imperatore, fu diseredato dall’irato suo genitore. Sì il padre che il figlio furono invitati alla mensa Imperiale. Giuliano, postosi in mezzo fra loro, procurò, ma inutilmente, d’inculcare insegnamenti ed esempi di tolleranza; soffrì con affettata tranquillità l’indiscreto zelo del vecchio Cristiano, che parve dimenticare i sentimenti della natura ed il dovere di suddito; e finalmente rivolto all’afflitto giovine: «giacchè avete perduto un padre (gli disse) per mia cagione, a me tocca il supplire in sua vece»570. L’Imperatore fu accolto in un modo assai più conforme ai suoi desiderj a Batne, piccola città deliziosamente situata in un bosco di cipressi, distante circa venti miglia dalla città di Gerapoli. Gli abitanti di Batne, che sembravano attaccati al culto di Apollo e di Giove, loro tutelari Divinità, decentemente prepararono i riti solenni del sacrifizio; ma rimase offesa la seria devozione di Giuliano, dal tumulto del loro applauso, e troppo chiaramente si accorse che il fumo, che alzavasi dai loro altari, era piuttosto un incenso d’adulazione che di pietà. Non esisteva più l’antico e magnifico tempio, che aveva per tanti secoli santificato la città di Gerapoli571; e forse i beni sacri, che somministravano un abbondante mantenimento a più di trecento Sacerdoti, ne accelerarono la rovina. Giuliano però ebbe la soddisfazione di abbracciare un filosofo ed un amico, la religiosa fermezza del quale avea resistito alle pressanti e replicate sollecitazioni di Costanzo e di Gallo, tutte le volte che que’ Principi nel passar da Gerapoli aveano preso alloggio nella sua casa. Tanto nella confusione de’ militari apparecchi, quanto nella tranquilla confidenza d’una famigliare amicizia, sembra che lo zelo di Giuliano fosse vivo ed uniforme. Aveva egli allora intrapreso un’importante e difficile guerra; e l’incertezza dell’evento lo rendea sempre più attento nell’osservare e notare i più minuti presagi, da’ quali secondo le regole della divinazione potesse trarsi qualche cognizion del futuro572; nè lasciò d’informar Libanio del suo avanzarsi fino a Gerapoli, con una elegante lettera573 che spiega la felicità del suo ingegno e la tenera amicizia che aveva pel Sofista Antiocheno. Si era destinata Gerapoli, posta quasi sulle rive dell’Eufrate574, per la generale riunione delle truppe Romane, che immediatamente passarono quel gran fiume sopra un ponte di barche, ch’era stato precedentemente preparato575. Se le inclinazioni di Giuliano fossero state simili a quelle del suo predecessore, avrebbe consumato l’attiva ed importante stagione dell’anno nel circo di Samosata, o nelle Chiese d’Edessa. Ma siccome il guerriero Imperatore avea preso per suo modello Alessandro piuttosto che Costanzo, s’avanzò immediatamente verso Carre576, città molto antica della Mesopotamia, distante ottanta miglia da Gerapoli. Il tempio della Luna richiamò la devozione di Giuliano, ma la fermata di pochi giorni s’impiegò principalmente in compire gl’immensi preparativi della guerra Persiana. Fin qui aveva egli tenuto celato il segreto della disposizione; ma essendo Carre il punto di separazione delle due grandi strade, non potè più nascondere se meditava d’attaccare i dominj di Sapore dalla parte del Tigri, o da quella dell’Eufrate. L’Imperatore distaccò un’armata di trentamila uomini sotto il comando di Procopio suo congiunto, e di Sebastiano ch’era stato Duce dell’Egitto; ed ordinò loro, che dirigesser la marcia verso Nisibi per assicurar le frontiere dalle improvvise scorrerie del nemico, avanti di tentare il passaggio del Tigri. Le seguenti loro operazioni rimesse furono alla discrezione de’ Generali medesimi; ma Giuliano sperava, che dopo d’aver posto a ferro e fuoco i fertili distretti della Media e dell’Adiabene, avrebber potuto giungere sotto le mura di Ctesifonte verso il medesimo tempo, in cui egli, avanzandosi con ugual passo lungo le sponde dell’Eufrate, avrebbe assediato la capitale della Monarchia Persiana. Il buon successo di questo ben concertato disegno dipendeva in gran parte dall’efficace e pronto aiuto del Re d’Armenia, che poteva, senza esporre ad alcun rischio la sicurezza de’ suoi Stati, distaccare quattromila cavalli e ventimila fanti in aiuto de’ Romani577. Ma il debole Arsace Tirano578, Re d’Armenia, aveva degenerato viepiù vergognosamente che suo padre Cosroe dalle virili virtù del gran Tiridate; e siccome l’imbecille Monarca era contrario ad ogni impresa di pericolo e di gloria, egli potè mascherare la timida sua indolenza con le più decenti scuse di religione e di gratitudine. Dichiarò un devoto attaccamento alla memoria di Costanzo dalle mani del quale, avea ricevuto per moglie Olimpiade, figlia del Prefetto Ablavio, e la congiunzione d’una donna, educata per esser moglie dell’Imperator Costante, esaltava la dignità d’un Re Barbaro579. Tirano professava la Religione Cristiana; regnava sopra un popolo di Cristiani, ed ogni principio di coscienza e d’interesse lo riteneva dal contribuire alla vittoria, che avrebbe portato seco la rovina della Chiesa. Lo spirito già alienato di Tirano fu inasprito dall’indiscretezza di Giuliano, che trattò il Re d’Armenia come suo schiavo e come il nemico degli Dei. Il superbo e minaccioso stile degl’Imperiali comandi580 eccitò il segreto sdegno d’un Principe, che nell’umiliante stato di dipendenza tuttavia ricordavasi della sua real discendenza dagli Arsacidi, padroni una volta dell’Oriente e rivali della potenza Romana. Le militari disposizioni di Giuliano furono artificiosamente prese in maniera da ingannare le spie, e divertir l’attenzione di Sapore. Pareva che le Legioni dirizzassero la loro marcia verso Nisibi ed il Tigri. Ad un tratto si voltarono a destra; attraversarono la uguale e nuda pianura di Carre, e giunsero il terzo giorno alle rive dell’Eufrate, dove i Re Macedoni avean fabbricato la forte città di Niceforio o Callinico. Quindi l’Imperatore proseguì la sua marcia per più di novanta miglia lungo il tortuoso corso dell’Eufrate, sinchè circa un mese dopo la sua partenza da Antiochia, scuoprì finalmente le torri di Circesio, ultimo limite del dominio Romano. L’esercito di Giuliano, più numeroso di qualunque altro che alcun Imperatore avesse condotto contro i Persiani, consisteva in sessantacinquemila effettivi e ben disciplinati soldati. Erano state scelte da varie Province le truppe veterane di cavalleria e d’infanteria, di Romani e di Barbari; ed i valorosi Galli, che guardavano il trono e la persona dell’amato lor Principe, arrogavansi una giusta preeminenza di fedeltà e di valore. Si era trasportato da un altro clima e quasi da un altro Mondo un formidabile corpo di Sciti ausiliari per invadere un lontano paese, di cui non sapevano essi la situazione, nè il nome. L’amore della rapina o della guerra tirò agl’Imperiali stendardi più tribù di Saracini o di Arabi vagabondi, che Giuliano facea militare, nel tempo che fortemente ricusava di pagar loro i consueti sussidi. Era occupato il largo canale dell’Eufrate581 da una flotta di mille e cento navi, destinate a seguitar i movimenti ed a supplire a’ bisogni dell’armata Romana. La forza militare della flotta era composta di cinquanta galere armate; e a queste s’univa un ugual numero di barche piatte, che alle occorrenze si potevan connettere insieme in forma di mobili ponti. Le altre navi, parte costrutte di tavole, e parte coperte di pelli crude, eran cariche d’una quasi infinita quantità di armi e di macchine, di utensili e di provvisioni. La vigilante umanità di Giuliano aveva fatto imbarcare una grandissima dose di aceto e di biscotto per uso de’ soldati, ma proibì la mollezza del vino; e rigorosamente arrestò una lunga serie di cammelli superflui, che incominciavano a seguitare la retroguardia dell’esercito. Il fiume Cabora si getta nell’Eufrate a Circesio582; ed appena la tromba diede il segno, i Romani passarono quel piccol torrente, che separava i due potenti ed ostili Imperi. L’uso della antica disciplina esigeva un’orazion militare; e Giuliano prendeva ogni occasione di far pompa della sua eloquenza. Egli animò le impazienti ed attente Legioni coll’esempio dell’inflessibil coraggio e dei gloriosi trionfi dei loro maggiori; eccitonne lo sdegno con una vivace pittura dell’insolenza dei Persiani; e le esortò ad imitare la sua ferma risoluzione o di estirpare quella perfida razza; o di sacrificare la propria vita in vantaggio della Repubblica. Fu invigorita l’eloquenza di Giuliano da un donativo di centotrenta monete d’argento per soldato; ed immediatamente fu rotto il ponte di Cabora per convincer le truppe, che non dovevan collocar le speranze di salvezza, che nel successo delle loro armi. Tuttavia la prudenza dell’Imperatore l’indusse ad assicurare una distante frontiera, esposta di continuo alle scorrerie degli Arabi nemici. Lasciò a Circesio un distaccamento di quattromila uomini che con quelli, che già v’erano, compiva il numero di diecimila soldati, regolar guarnigione di quella importante Fortezza583. Subito che i Romani entrarono nel paese584 d’un attivo ed artificioso nemico, fu disposto in tre colonne585 l’ordine della marcia. Fu posta nel centro la forza dell’infanteria, e per conseguenza di tutto l’esercito, sotto il particolar comando di Vittore, Generale di essa. A destra il valoroso Nevitta conduceva una colonna di varie legioni lungo le sponde dell’Eufrate, e quasi sempre in vista della flotta, e la colonna della cavalleria proteggeva il fianco sinistro dell’esercito. Ormisda ed Arinteo furono eletti Generali della cavalleria; e le singolari avventure del primo di essi meritano la nostra attenzione586. Egli era un Principe Persiano della stirpe reale de’ Sassanidi, che nelle turbolenze della minorità di Sapore, dalla prigione erasi rifuggito all’ospital Corte di Costantino Magno. A principio eccitò egli la compassione, ed in seguito acquistò la stima dei suoi nuovi Signori. Il valore e la fedeltà l’innalzarono agli onori militari del Romano Impero; e quantunque Cristiano, esso nutriva il segreto piacere di convincer l’ingrata sua patria, che un suddito oppresso può divenire il più pericoloso nemico. Tal era la disposizione delle tre principali colonne. La fronte ed i fianchi dell’esercito venivano coperti da Luciliano con un corpo volante di mille cinquecento soldati di leggiera armatura, l’attiva vigilanza dei quali osservava i segni più remoti, e portava le più opportune notizie d’ogni avvicinamento nemico. Dagalaifo e Secondino, Duce d’Osroena, comandavan le truppe della retroguardia, il bagaglio marciava con sicurezza negli intervalli delle colonne; e le file, o sia per uso, o per ostentazione, eran disposte in tal ordine, che tutta la linea della marcia estendeva a quasi dieci miglia. L’ordinario posto di Giuliano era alla testa della colonna centrale; ma siccome esso preferiva i doveri di Generale allo stato di Monarca, rapidamente correva, con una piccola scorta di cavalleggieri, alla fronte, alla retroguardia, a’ fianchi, e dovunque la sua presenza poteva animare o proteggere le mosse dell’armata Romana. Il paese, che traversarono dal Cabora fino alle terre coltivate dell’Assiria, può considerarsi come una parte del deserto dell’Arabia, vale a dire un arido e nudo terreno, che non potè mai coltivarsi dalle arti più efficaci dell’umana industria. Giuliano marciò sulla medesima strada, che era stata fatta intorno a settecento anni prima da Ciro il Giovane, e che vien descritta dal saggio ed eroico Senofonte, uno dei compagni della sua spedizione587. «Il terreno era tutto piano fino al mare, e pieno di piante d’assenzio; e se vi nasceva qualche altra specie di arboscelli o di canne, avevano tutti un odore aromatico, ma non vi si vedevano alberi. Pareva che i soli abitatori di quel deserto fossero struzzi ed ottarde (specie di oche dette granajole) gazzelle ed asini selvaggi588, e le fatiche della marcia eran mitigate dai divertimenti della caccia». Frequentemente dal vento era sollevata la minuta sabbia del deserto in nuvole di polvere; ed una gran parte dei soldati di Giuliano, insieme con le lor tende, venivano ad un tratto gettati a terra dalla violenza d’improvvisi Oragani. Le arenose pianure della Mesopotamia erano abbandonate alle gazzelle ed agli asini selvaggi del deserto; ma sulle rive dell’Eufrate e nelle isole accidentalmente formate da quel fiume, trovavasi una quantità di popolate città e di villaggi assai piacevolmente situati. La città di Annah o Anato589, attual residenza d’un Emir Arabo, è composta di due lunghe strade, che chiudono in una Fortezza naturale una piccola isola nel mezzo, e due fertili pezzi da ciaschedun lato dell’Eufrate. I guerrieri abitanti di Anato mostrarono qualche disposizione ad arrestare il progresso di un Romano Imperatore, finattanto che non furono distolti da quella fatal presunzione, per le dolci esortazioni del Principe Ormisda ed i prossimi terrori della flotta e dell’esercito. Implorarono essi ed esperimentarono la clemenza di Giuliano, che trasferì il popolo in un luogo vantaggioso vicino a Calcide nella Siria, e diede a Puseo, loro Governatore, un posto onorevole nella sua milizia e confidenza. Ma l’inespugnabil Fortezza di Tiluta potè disprezzar la minaccia d’un assedio, e l’Imperatore si dovè contentare dell’insultante promessa, che quando egli avrebbe soggiogato le interne Province della Persia, Tiluta non avrebbe più ricusato di onorare il trionfo del conquistatore. Gli abitatori dei luoghi aperti essendo incapaci di resistere, e non volendo cedere, precipitosamente fuggivano; e le loro case, piene di spoglie e di provvisioni, erano occupate dai soldati di Giuliano, che senza rimorso ed impunemente trucidarono alcune donne senza difesa. Durante la marcia, il Surenas o Generale Persiano, e Malek Rodosace, famoso Emir della tribù di Gassan590, continuamente andavan girando intorno all’armata; s’intercettava chiunque scostavasi dall’esercito; ogni distaccamento era attaccato; ed il valente Ormisda con qualche difficoltà potè liberarsi dalle lor mani. Ma i Barbari furono finalmente respinti; il paese diveniva sempre meno favorevole alle operazioni della cavalleria; e quando i Romani giunsero a Macepratta osservarono le rovine della muraglia, che era stata costrutta dagli antichi Re dell’Assiria per assicurare i loro Stati dalle scorrerie dei Medi. Questi preliminari della spedizion di Giuliano par che occupassero circa quindici giorni; e possiamo computare quasi trecento miglia dalla Fortezza di Circesio alle mura di Macepratta591. La fertile Provincia dell’Assiria592 che s’estendeva al di là del Tigri fino alle montagne della Media593, conteneva circa quattrocento miglia, dall’antica muraglia di Macepratta fino al territorio di Basra, dove le acque dell’Eufrate e del Tigri vanno insieme a scaricarsi nel golfo Persico594. A tutto quel tratto potrebbe darsi il particolar nome di Mesopotamia, mentre i due fiumi, che non son mai più distanti di cinquanta miglia fra loro, fra Bagdad e Babilonia si avvicinano alla distanza di venticinque. Una quantità di canali, scavati senza molta fatica in un suolo molle e cedente, congiungevano i fiumi, ed intersecavano il piano dell’Assiria. Gli usi di questi artificiali canali eran varj ed importanti: servivano a scaricare le acque superflue da un fiume nell’altro al tempo delle respettive loro innondazioni: suddividendosi in sempre più piccoli rami, rinfrescavano le aride terre, e supplivano alla mancanza della pioggia; facilitavano la comunicazione ed il commercio in tempo di pace; e siccome potevano prestamente rompersi le cateratte, somministravano alla disperazione degli Assirj i mezzi di opporre un subitaneo diluvio al progresso d’un esercito che gl’invadesse. La natura negato aveva al suolo ed al clima dell’Assiria alcuni dei suoi più scelti doni, come la vite, l’ulivo, il fico ec.; ma vi nasceva con inesauribil fertilità il cibo che sostiene la vita umana e specialmente il grano e l’orzo; e l’Agricoltore che gettava in terra il suo seme, veniva spesso premiato con una raccolta di due e fino di trecento volte maggiore. La superficie del paese era ornata di boschi d’innumerabili palme595; ed i diligenti abitatori celebravano sì in versi che in prosa i trecento sessanta usi, che potevano artificiosamente farsi del tronco, de’ rami, delle foglie, del sugo e del frutto di esse. Varie manifatture, in specie di cuojo e di lino, impiegavan l’industria d’un numeroso popolo, e somministravano pregevoli materiali pel commercio straniero, il quale per altro sembra, che fosse fatto dai forestieri. Babilonia era stata ridotta ad un parco reale; ma presso le rovine dell’antica capitale erano in diversi tempi sorte novelle città, e la popolazione del paese s’era diffusa in una moltitudine di terre e di villaggi, che erano fabbricati di mattoni seccati al sole e fortemente collegati insieme con bitume, che è un naturale e special prodotto del suolo di Babilonia. Quando i successori di Ciro dominavan sull’Asia, la sola Provincia dell’Assiria manteneva per la terza parte dell’anno la lussuriosa abbondanza della tavola e della casa dei gran Re. Erano assegnati quattro considerabili villaggi per la sussistenza dei cani Indiani, ottocento stalloni e sedicimila cavalle continuamente si mantenevano a spese del paese per le stalle reali; e siccome il tributo quotidiano, che pagasi al Satrapo, ascendeva ad uno stajo Inglese d’argento, possiamo valutare l’annua rendita dell’Assiria più di un milione e dugentomila lire sterline596. [A. D. 363] Le campagne dell’Assiria furono condannate da Giuliano alle calamità della guerra, ed il filosofo vendicò sopra un innocente popolo gli atti di rapina e di crudeltà, che il loro superbo Signore avea commessi nelle Province Romane. I tremanti Assiri chiamarono in loro aiuto i fiumi, e con le proprie mani finiron di rovinare il loro paese. Le strade si rendettero impraticabili; si portò nel campo un diluvio di acque e per più giorni le truppe di Giuliano furon costrette a combattere coi travagli più intollerabili. Ma sormontossi ogni ostacolo dalla perseveranza dei legionarj, che erano indurati alla fatica ed al pericolo, e che si sentivano animati dallo spirito del loro Capo. Il danno era di mano in mano riparato; le acque ridotte a’ loro canali; furono tagliati degl’interi boschi di palme, e posti lungo le rotture delle strade; e l’armata passava i larghi e molto profondi canali su ponti formati di fluttuanti zattere, ch’erano sostenute per mezzo di vesciche. Due città dell’Assiria pretesero di resistere alle armi dell’Imperatore Romano; ed ambedue pagarono severamente la pena della loro temerità. Alla distanza di cinquanta miglia dalla residenza reale di Ctesifonte teneva il secondo grado nella Provincia Perisabor o Anbar, città grande, popolata e ben fortificata con un doppio recinto di mura, quasi circondata da un ramo dell’Eufrate, e difesa dal valore di una numerosa guarnigione. Si rigettarono con disprezzo l’esortazioni d’Ormisda; e il Principe Persiano dovè udire coi proprj orecchi il giusto rimprovero, che dimenticatosi della reale sua nascita, conduceva un esercito di stranieri contro il proprio Sovrano e la patria. Gli Assiri mantennero la lor fedeltà mediante una ben intesa e vigorosa difesa, finattanto che avendo un forte colpo d’ariete aperto una larga breccia con aver danneggiato uno degli angoli della muraglia, essi precipitosamente si ritirarono nelle fortificazioni della cittadella interiore. I soldati di Giuliano si gettarono impetuosamente nella città, e dopo d’aver appieno soddisfatto ogni militare appetito, Perisabor fu ridotta in cenere; e furono piantate sulle rovine delle case fumanti, le macchine dirette contro la cittadella. Si continuò il combattimento per mezzo di perpetue vicendevoli scariche di dardi; e la superiorità, che i Romani potevano trarre dalla meccanica forza delle loro balestre e catapulte, veniva contrabbilanciata dal vantaggio del suolo dalla parte degli assediati. Ma tosto che fu eretta un’elepoli, che poteva attaccare ad ugual livello i più alti baloardi, il tremendo aspetto di una mobile torre, che non lasciava speranza veruna di resistenza o di pietà, ridusse gli spaventati difensori della rocca ad un umile sommissione; e la piazza si rendè dopo due soli giorni che Giuliano s’era presentato innanzi alle mura di Perisabor. Fu permesso a duemila cinquecento persone d’ambedue i sessi, deboli residui d’un florido popolo, di ritirarsi; le abbondanti provvisioni di grano, di armi e di splendide spoglie furono in parte distribuite fra le truppe, e in parte riservate per uso pubblico; gli arnesi inutili, distrutti furono dal fuoco, o gettati nell’Eufrate; e restò vendicata la caduta di Amida dalla total rovina di Perisabor. Sembra che la città o piuttosto la fortezza di Maogamalca, che era difesa da sedici grosse torri, da un profondo fossato, e da due forti e solidi recinti di mura, fosse fabbricata alla distanza di undici miglia, come una salvaguardia della capitale della Persia. L’Imperatore, non arrischiandosi a lasciarsi dietro alle spalle tale importante fortezza, pose immediatamente l’assedio e Maogamalca; ed a tale oggetto l’esercito Romano fu distribuito in tre divisioni. Vittore alla testa della cavalleria e di un distaccamento di fanti di grave armatura, fu destinato a purgare la strada fino alle rive del Tigri ed ai sobborghi di Ctesifonte. Assunse la condotta dell’attacco Giuliano in persona, il quale pareva che lo facesse tutto consistere nelle macchine militari, che esso construiva contro le mura, nel tempo che segretamente immaginava un mezzo più efficace d’introdur le sue truppe nel cuore della città. Furono aperte le trincee sotto la direzione di Nevitta e di Dagalaifo ad una considerabil distanza, ed appoco appoco furon prolungate fino all’orlo del fosso. Questo fu speditamente ripieno di terra; e mediante il lavoro continuo delle truppe, si fece una mina sotto i fondamenti delle mura sostenute a sufficienti distanze da puntelli di legno. Avanzandosi in una sola fila tre coorti scelte, tacitamente esploravano l’oscuro e pericoloso passaggio, finattanto che l’intrepido lor condottiero fece sapere a quelli che lo seguivano, che era vicino a sbucare da quelle angustie nelle contrade della nemica città. Giuliano frenò il loro ardore per assicurarne l’evento; ed immediatamente divertì l’attenzione del presidio col tumulto ed il clamor d’un generale assalto. I Persiani, che dalle loro mura guardavano con disprezzo il progresso d’un impotente attacco, celebravano con cantici di trionfo la gloria di Sapore; ed ardivano assicurare l’Imperatore, che egli avrebbe potuto salire nella stellata magione d’Ormusd, prima di potere sperar di prendere l’inespugnabil città di Maogamalca. Ma essa era già presa. L’istoria ci ha conservato il nome di un semplice soldato, che fu il primo ad uscir dalla mina in una torre abbandonata; fu slargato il passo dai suoi compagni, che progredivano con impaziente valore; ed erano già nel mezzo della città mille cinquecento nemici. La guarnigione stupefatta abbandonò le mura, unica loro speranza di salvezza; furono subito spalancate le porte; e si saziò con una tumultuaria strage la furia militare, dovunque non era sospesa dall’incontinenza e dall’avarizia. Il Governatore, che aveva ceduto sulla promessa di pietà, fu pochi giorni dopo abbruciato vivo per essere stato accusato di aver dette alcune poco rispettose parole contro l’onore del Principe Ormisda. Furono gettate a terra le fortificazioni; e non restò alcun vestigio che vi fosse mai stata la città di Maogamalca. Le adjacenze della capitale della Persia eran ornate di tre sontuosi palazzi magnificamente arricchiti d’ogni produzione, che soddisfar potesse il lusso e la vanità d’un Monarca Orientale. La piacevol situazione de’ giardini lungo le sponde del Tigri, era migliorata, secondo il gusto Persiano, dalla simmetria de’ fiori, delle fontane e degli ombrosi viali; ed eran chiusi di mura de’ vasti parchi per contenere degli orsi, de’ leoni e de’ cignali, mantenuti con notabile spesa pel piacere della caccia reale. Questi recinti furono aperti, fu abbandonata la cacciagione ai dardi de’ soldati, e per ordine del Romano Imperatore si ridussero in cenere i palazzi di Sapore. Giuliano dimostrò in quest’occasione di non sapere, o di disprezzare le leggi della civiltà, che la prudenza e coltura de’ secoli inciviliti hanno stabiliti fra’ Principi nemici. Pure queste capricciose devastazioni eccitar non debbono alcun forte movimento di compassione o di sdegno ne’ nostri petti. Una sola statua nuda, perfezionata dalla mano d’un Greco artefice, è di maggior valore che tutti que’ rozzi e dispendiosi monumenti di barbaro lavoro; e se ci sentiamo più mossi dalla rovina d’un palazzo che dall’incendio d’una capanna, la nostra umanità dee aver formato un ben falso giudizio delle miserie della vita umana597. Giuliano fu pei Persiani un oggetto di terrore e di odio; ed i pittori di quella Nazione rappresentavano l’invasore del lor paese sotto la figura di furioso leone, che vomitava dalla bocca un fuoco divoratore598. Ai propri amici e soldati però compariva il filosofo Eroe in un aspetto più amabile; nè furon mai con maggior pompa spiegate le sue virtù, che nell’ultimo e più attivo periodo della sua vita. Egli praticava senza sforzo, e quasi senza merito, le abituali qualità della temperanza e della sobrietà. Secondo i dettami di quell’artificiale sapienza, che s’attribuisce un assoluto dominio sulla mente e sul corpo, fortemente negava a se stesso la soddisfazione dei più naturali appetiti599. Nel caldo clima dell’Assiria, che sollecitava un popolo lussurioso a soddisfare ogni sensual desiderio600, un giovane conquistatore mantenne pura ed inviolata la sua castità; nè Giuliano fu mai tentato neppure da un motivo di curiosità a visitar le sue schiave di squisita bellezza601, che invece di resistergli avrebber disputato fra loro l’onore de’ suoi abbracciamenti. Con quella stessa fermezza, con cui resisteva agli allettamenti dell’amore, sosteneva le fatiche della guerra. Allorchè i Romani marciavano per quella bassa e innondata pianura, il loro Sovrano, a piedi, alla testa delle legioni, era partecipe de’ loro travagli, e ne animava la diligenza. Ad ogni util lavoro la mano di Giuliano era pronta e vigorosa; e la porpora Imperiale era immollata o coperta di fango ugualmente che la veste ordinaria dell’infimo soldato. I due assedj gli presentarono riguardevoli occasioni di segnalare il suo personal valore, che nel più perfetto stato dell’arte militare rare volte può dimostrarsi da un prudente Capitano. Stava l’Imperatore avanti la cittadella di Perisabor non curando l’estremo suo rischio, ed incoraggiava le truppe a gettar giù le porte di ferro, fino al segno di esser quasi oppresso da un nuvolo di dardi e di grosse pietre, ch’eran dirette contro la sua persona. Nel tempo che esaminava le fortificazioni esterne di Maogamalca, due Persiani, sacrificandosi alla loro patria ad un tratto gli corsero addosso con le scimitarre nude: l’Imperatore, alzato lo scudo, riparò destramente i lor colpi, e con un costante e ben inteso coraggio stese morto ai suoi piedi uno degli avversari. La stima di un Principe, che possiede le virtù che approva negli altri, è la più nobile ricompensa di un meritevole suddito; e l’autorità, che Giuliano traeva dal personale suo merito, lo rendea capace di restaurare ed invigorire il rigore dell’antica disciplina. Ei punì colla morte o coll’ignominia la cattiva condotta di tre truppe di cavalleria, che in una scaramuccia col Surenas avevan perduto l’onore ed uno dei loro stendardi; e con corone obsidionali602 distinse il valore dei primi soldati che salirono sulla città di Maogamalca. Dopo l’assedio di Perisabor fu esercitata la fermezza dell’Imperatore dall’insolente avarizia dell’esercito, il quale altamente lagnavasi che fosser premiati i suoi servigi con un piccol donativo di cento monete d’argento. S’espresse il giusto suo sdegno nel grave e virile linguaggio d’un Romano. «L’oggetto di vostre brame son le ricchezze? Si trovan queste nelle mani dei Persiani, e le spoglie di questo fertil paese sono il premio del vostro valore e disciplina. Crediatemi (continuò Giuliano) che la Repubblica Romana, la quale prima possedeva tanti immensi tesori, è presentemente ridotta al bisogno ed alla miseria, da che i nostri Principi si son lasciati persuadere da deboli ed interessati Ministri a comprare coll’oro la pace dei Barbari. Esausto è l’erario, le città rovinate, spopolate le Province. Quanto a me, l’unica eredità, che ho ricevuto dai miei reali antenati, è un animo incapace di timore; e finattanto che io sarò convinto, che ogni real vantaggio consiste nello spirito, non mi vergognerò di confessare un’onorevole povertà, che nei tempi dell’antica virtù era considerata come la gloria di Fabricio. Vostra può esser tal gloria e tal virtù, se presterete orecchio alla voce del Cielo e del vostro Generale. Ma se temerariamente volete persistere, se siete risoluti di rinnovare i vergognosi e colpevoli esempi delle antiche sedizioni, proseguite pure.... Come conviene ad un Imperatore, che ha tenuto il primo grado fra gli uomini, io son pronto a morire da forte, ed a sprezzare una vita precaria, che può ad ogni momento dipendere da un’accidental malattia. Se mi trovate indegno del comando, vi sono adesso fra voi (io lo dico con ambizione e con piacere) vi sono molti Capi, il merito e l’esperienza dei quali è capace di regolare una guerra della maggiore importanza. La natura del mio regno è stata di tal sorta, che io posso ritirarmi senza dispiacere e senza timore nell’oscurità di uno stato privato603». Alla modesta risoluzione di Giuliano corrispose l’unanime applauso e la volonterosa ubbidienza dei Romani, che espressero la fiducia, che avevano, della vittoria, mentre combattevano sotto le bandiere dell’eroico lor Principe. Si accendeva il loro coraggio dai frequenti e famigliari detti di lui, giacchè in tali voti consistevano i giuramenti di Giuliano: «Così possa io ridurre i Persiani sotto il giogo; così possa io restaurare la forza e lo splendore della Repubblica». L’amor della fama era l’ardente passione dell’animo suo: ma non prima d’aver posto il piede sulle rovine di Maogamalca si credè permesso di dire: «che allora egli avea preparato qualche materiale pel Sofista d’Antiochia604». Il fortunato valor di Giuliano aveva trionfato di tutti gli ostacoli, che si opponevano alla sua marcia fino alle porte di Ctesifonte. Ma era tuttavia lontana la presa o anche l’assedio della capital della Persia: nè può chiaramente vedersi la militar condotta dell’Imperatore senza una cognizione del paese, che fu il teatro delle ardite e ben dirette sue operazioni605. Venti miglia al mezzodì di Bagdad e sulla sponda Orientale del Tigri la curiosità dei viaggiatori ha notato le rovine dei palazzi di Ctesifonte, che al tempo di Giuliano era una grande e popolata città. Era totalmente estinto il nome e la gloria della vicina Seleucia; e l’unico quartiere che rimaneva di quella Greca colonia, aveva ripreso, insieme col linguaggio e co’ costumi dell’Assiria, il primitivo nome di Coche. Questa era situata sulla parte occidentale del Tigri; ma naturalmente consideravasi come un sobborgo di Ctesifonte, con cui possiam supporre che fosse unita per mezzo d’un ponte permanente di barche. Le connesse parti contribuirono a formare il comun epiteto di al Modain, le città, che gli Orientali hanno dato alla residenza invernale dei Sassanidi; e tutta la circonferenza della capitale Persiana era fortemente difesa dalle acque del fiume, da alte mura e da lagune impraticabili. Il campo di Giuliano fu piantato vicino alle rovine di Seleucia, ed assicurato da un fosso e da un muro contro le sortite della numerosa ed intraprendente guarnigione di Coche. In questo fertile e piacevole paese, i Romani furono abbondantemente forniti di acqua e di provvisioni; ed alcuni Forti, che avrebber potuto imbarazzare i movimenti dell’esercito, si sottomisero dopo qualche resistenza agli sforzi del loro valore. La flotta passò dall’Eufrate in una artificiale diramazione di quel fiume, che versa una copiosa e navigabil quantità d’acqua nel Tigri ad una piccola distanza sotto la gran città. Se avessero seguitato quel real canale che si chiamava Nahar-Malcha606, l’intermedia situazione di Coche avrebbe separato la flotta e l’esercito di Giuliano; e la temeraria impresa di dirigersi contro la corrente del Tigri, e di forzare il passo in mezzo alla capitale nemica avrebbe dovuto produrre la total distruzione della flotta Romana. La prudenza dell’Imperatore previde il pericolo, e vi pose rimedio. Siccome aveva egli minutamente studiato le operazioni fatte da Traiano nell’istesso luogo, tosto si rammentò che il guerriero suo predecessore aveva scavato un nuovo e navigabil canale, che, lasciando Coche a diritta, portava le acque del Nahar-Malcha nel fiume Tigri a qualche distanza sopra la città. Presa informazione dai contadini, Giuliano ritrovò i vestigi di quell’opera antica, ch’erano quasi cancellati o a bella posta o per accidente. L’instancabil lavoro dei soldati prestamente scavò un largo e profondo canale per ricever l’Eufrate. Fu costrutto un forte argine per interromper l’ordinario corso del Nahar-Malcha; corse impetuosamente nel nuovo letto un diluvio di acque; e la flotta Romana dirigendo il trionfante suo corso nel Tigri deluse le vane ed inefficaci barricate, che avevano eretto i Persiani di Ctesifonte per opporsi al loro passaggio. Siccome bisognava trasportar l’esercito Romano di là dal Tigri, si rendea necessario un altro lavoro di minor fatica, ma di maggior pericolo del precedente. Il fiume era largo e rapido; la salita scoscesa e difficile; e le trincere, fatte sull’opposta riva, eran occupate da una copiosa armata di gravi corazze, di destri arcieri e di grossi elefanti, che (secondo la stravagante iperbole di Libanio) coll’istessa facilità calpestar potevano un campo di grano ed una legion di Romani607. A fronte di tal nemico era impossibile la costruzione d’un ponte; e l’intrepido Principe, che immediatamente vide l’unico espediente che potea prendersi, celò fino al momento dell’esecuzione il suo disegno alla cognizione de’ Barbari, delle sue proprie truppe e fino de’ suoi Generali medesimi. Sotto lo specioso pretesto d’esaminar lo stato de’ magazzini, furono appoco appoco scaricati ottanta vascelli; e fu dato ordine ad uno scelto distaccamento, in apparenza destinato per una segreta spedizione, a star pronto sull’armi ad ogni cenno. Giuliano copriva l’occulta agitazion del suo spirito con sorrisi di fiducia e di gioja; e divertiva le nemiche nazioni con lo spettacolo di giuochi militari, ch’ei celebrava insultando sotto le mura di Coche. Il giorno fu destinato al piacere; ma tosto che fu passata l’ora di cena, l’Imperatore convocò i Generali nella sua tenda, e fece loro sapere che avea deliberato di passare il Tigri quella notte medesima. Furono essi sorpresi da un tacito e rispettoso stupore; ma quando il venerabil Sallustio fece uso del privilegio, che gli dava la sua età ed esperienza, gli altri capitani sostennero liberamente il peso delle prudenti sue rimostranze608. Giuliano si contentò d’osservare che dal tentativo dipendea la conquista e la salute; che il numero dei nemici, in vece di scemare, sarebbe cresciuto per causa dei successivi rinforzi; e che una maggior dilazione non avrebbe diminuita la larghezza del fiume, nè spianata l’altezza della sponda. Fu immediatamente dato il segno, ed eseguito; i più impazienti fra i legionarj saltaron su cinque vascelli, ch’erano i più vicini alla riva; e siccome con intrepida velocità maneggiavano i loro remi, si perderono dopo pochi momenti nell’oscurità della notte. Si vide sull’opposto lato una fiamma, e Giuliano, il qual chiaramente conobbe, che i suoi primi vascelli nel tentare di prender terra erano incendiati dal nemico, destramente cangiò l’estremo loro pericolo in un presagio di vittoria. «I nostri compagni (esclamò con ardore) sono già padroni dell’altra sponda; vedete... danno il segno fra noi convenuto: affrettiamoci ad emulare, e ad assistere il loro coraggio». L’unito e rapido moto d’una gran flotta ruppe la violenza della corrente, ed arrivarono in tempo all’Oriental parte del Tigri da poter estinguere le fiamme e liberare gli avventurosi loro compagni. Le difficoltà d’una ripida ed alta salita erano accresciute dal peso delle armi e dall’oscurità della notte. Continuamente si scaricava sulla testa degli assalitori una pioggia di pietre, e di dardi e di fuoco; essi però dopo un aspro combattimento si rampicarono sulla riva, e vittoriosi posero il piede sul muro. Tosto che si trovarono in un campo più uguale, Giuliano, che con la sua infanteria leggiera avea condotto l’attacco609, gettò un occhio perito e sperimentato lungo le file: secondo i precetti d’Omero610 furon distribuiti nella fronte e nella retroguardia i soldati più valorosi, e tutte le trombe dell’esercito Imperiale intuonarono la battaglia. I Romani, gettato un grido militare, avanzarono con passi misurati sulle animose note della marziale lor musica; lanciarono i lor formidabili giavellotti, e corsero avanti con le spade nude per privare i Barbari, mediante uno stretto combattimento, del vantaggio delle armi da scagliare. Tutto l’attacco durò più di dodici ore, finattanto che la gradual ritirata de’ Persiani si mutò in disordinata fuga, di cui diedero vergognoso esempio i primi Duci ed il Surenas medesimo. Furono essi perseguitati fino alle porte di Ctesifonte, ed i vincitori avrebber potuto entrare nella sbigottita città611, se il lor generale Vittore, ch’era mortalmente ferito da un dardo, non gli avesse scongiurati a desistere da una temeraria impresa, che avrebbe dovuto riuscir fatale, se non andava felicemente. Dalla lor parte i Romani non trovaron che la perdita di settantacinque soldati; mentre asserivan che i Barbari avean lasciato sul campo due mila cinquecento o anche seimila dei loro più valenti guerrieri. La preda fu quale poteva aspettarsi dalla ricchezza e dal lusso di un campo Orientale; una gran quantità d’oro e d’argento, splendide armi e fornimenti di cavalli, letti e tavole d’argento massiccio. Il vittorioso Imperatore distribuì come premj di valore diversi doni e molte corone civiche, murali e navali, ch’egli (e forse era il solo) stimava più preziose delle ricchezze dell’Asia. Fu offerto un solenne sacrifizio al Dio della guerra, ma dalle osservazioni delle vittime si minacciarono i più infelici successi; e Giuliano tosto rilevò dai meno equivoci segni, ch’esso allora era giunto al termine della sua prosperità612. Il giorno dopo la battaglia le guardie domestiche, i Gioviani e gli Erculei, ed il resto delle truppe, che componevan quelli due terzi di tutto l’esercito, furon trasferiti sicuramente di là dal Tigri613. Mentre i Persiani dalle mura di Ctesifonte miravano la desolazione dell’addiacente campagna, Giuliano spesso gettava un ansioso sguardo verso il Nord, aspettando che siccome aveva egli vittoriosamente penetrato fino alla capitale di Sapore, così la marcia e l’unione di Sebastiano e di Procopio, suoi luogotenenti, sarebbesi eseguita con ugual diligenza e coraggio. Restò delusa la sua aspettativa dal tradimento del Re di Armenia, che permise, e più probabilmente ordinò la diserzione delle ausiliarie sue truppe dal campo Romano614 e dalle dissensioni dei due Generali, che erano incapaci di formare o d’eseguire alcun disegno pel pubblico vantaggio. Quando ebbe l’Imperatore perduta la speranza di quest’importante rinforzo, condiscese a tenere un consiglio di guerra, ed approvò, dopo un lungo dibattimento, il parere di quei Generali, che dissuadevano l’assedio di Ctesifonte come un’impresa inutile e perniciosa. Non è facile per noi il concepire, per mezzo di quali arti di fortificazione una città, ch’era stata tre volte assediata e presa dai predecessori di Giuliano, si fosse potuta rendere inespugnabile a fronte di un esercito di sessantamila Romani sotto il comando d’un prode ed esperto Generale, ed abbondantemente forniti di navi, di provvisioni, di macchine per assedio e di arnesi militari. Ma possiamo assicurarci, atteso l’amor della gloria ed il disprezzo del pericolo che formavano il carattere di Giuliano, ch’ei non fu certamente scoraggiato da ostacoli di piccola importanza o immaginari615. Nel tempo stesso, in cui rinunziò all’assedio di Ctesifonte, rigettò con ostinazione e con isdegno le più lusinghiere offerte d’un trattato di pace. Sapore ch’era stato sì lungamente assuefatto alla tarda ostentazione di Costanzo, restò sorpreso dall’intrepida diligenza del suo successore. Fu ordinato ai Satrapi delle distanti Province, sino ai confini dell’India e della Scizia, d’unire le loro truppe, e di marciare senza dilazione in aiuto del proprio Monarca. Ma se ne prolungarono i preparativi, e lenti furono i lor movimenti; e prima che Sapore potesse condurre in campo un’armata, ebbe la trista novella della devastazione dell’Assiria, della rovina dei suoi palazzi e della strage delle più valenti sue truppe, che difendevano il passo del Tigri. Fu umiliato l’orgoglio della real dignità fino alla polvere; egli si cibò sulla nuda terra; e la scarmigliata sua chioma esprimeva il dolore e l’agitazione dello spirito. Forse non avrebbe ricusato di comprare con la metà del suo regno la sicurezza del resto; e volentieri si sarebbe dichiarato, in un trattato di pace, fedele e dipendente alleato del Romano conquistatore. Sotto pretesto di affari privati fu segretamente spedito un ministro di qualità e di confidenza ad abbracciare le ginocchia d’Ormisda per pregarlo, coll’espressione di un supplichevole, di poter essere introdotto alla presenza dell’Imperatore. O sia che il principe Sassanide prestasse orecchio alla voce dell’orgoglio o dell’umanità, o sia che consultasse i sentimenti della sua nascita o i doveri della situazione, egli era per ogni parte inclinato a promuovere un salutevole metodo per terminare le calamità della Persia, ed assicurare il trionfo di Roma. Restò sorpreso dall’inflessibil fermezza d’un Eroe, che, per disgrazia di se medesimo e dei suoi, rammentavasi che Alessandro avea ugualmente rigettato le proposizioni di Dario. Ma siccome Giuliano conosceva che la speranza d’una sicura ed onorevol pace avrebbe potuto raffreddar l’ardore delle sue truppe, istantemente richiese che Ormisda licenziasse privatamente il ministro di Sapore per toglier questa pericolosa tentazione alla cognizion dell’esercito616. L’onore non meno che l’interesse di Giuliano lo distoglievano dal consumare il tempo sotto le inespugnabili mura di Ctesifonte; ed ogni volta ch’egli sfidava i Barbari, che difendevano la città, a venirgli contro in campo aperto, essi prudentemente rispondevano, che se desiderava d’esercitare il proprio valore, potrebbe andare in cerca dell’esercito del Gran Re. Ei fu mosso dall’insulto, ed accettò il consiglio. Invece di limitare servilmente la sua marcia alle rive dell’Eufrate e del Tigri, risolvè d’imitare il rischioso coraggio d’Alessandro, e d’arditamente avanzarsi nelle Province interiori, finattanto che potesse forzare il nemico a combattere seco, forse nelle pianure d’Arbella, per l’Impero dell’Asia. La magnanimità di Giuliano fu approvata ed applaudita dagli artifizj d’un nobil Persiano, che per amor della patria erasi generosamente indotto a fare una parte piena di pericolo, di falsità e di vergogna617. Con una truppa di fedeli seguaci portossi al campo Imperiale; espose in un artificioso discorso le ingiurie che avea sofferte; esagerò la crudeltà di Sapore, la malcontentezza del popolo e la debolezza del regno: e confidentemente offrì sè stesso per ostaggio e per guida della marcia Romana. Dall’accortezza e dall’esperienza d’Ormisda si rappresentarono inutilmente i motivi più ragionevoli di sospetto; ed il credulo Giuliano, ammettendo il traditore alla sua confidenza, si lasciò persuadere a dare precipitosamente un ordine, che nell’opinione del Mondo parve che fosse contrario alla prudenza, e ponesse in rischio la sua salute. Distrusse in un’ora tutta la flotta, ch’erasi trasportata per più di cinquecento miglia a spese di tanti travagli, di tanto danaro e di tanto sangue. Si serbarono dodici o al più ventidue piccole barche per seguitare su’ carri la marcia dell’esercito, e formare alle occorrenze de’ ponti pel passaggio de’ fiumi. Fu conservata la provvisione di venti giorni pe’ soldati; e per assoluto comando dell’imperatore il resto de’ magazzini con una flotta di mille cento vascelli che stavano all’ancora sul Tigri, abbandonossi alle fiamme. I Vescovi Cristiani Gregorio ed Agostino insultano la pazzia dell’apostata, ch’eseguiva con le proprie mani la sentenza della divina giustizia. La loro autorità, che in una questione militare potrebbe reputarsi per avventura di piccolo peso, vien confermata dal freddo giudizio d’un esperto soldato, che fu spettatore di quell’incendio; e che non potè disapprovare il repugnante mormorio delle truppe618. Ciò nonostante non mancano speciose, e forse anche sode ragioni, che potrebbero giustificare la risoluzione di Giuliano. L’Eufrate non era navigabile al di là di Babilonia, nè il Tigri oltre Opis619. La distanza di quest’ultima città dal campo Romano non era molto grande; e Giuliano avrebbe dovuto ben presto rinunziare alla vana ed ineseguibile impresa di condurre a forza una gran flotta contro la corrente d’un rapido fiume620, che in molti luoghi era impedito da cateratte o naturali o fatte ad arte621. Non potea servire la forza delle vele e dei remi; bisognava rimorchiar le navi contro il corso del fiume; si sarebbe impiegata l’opera di ventimila soldati in quel tedioso e servil travaglio; e se i Romani continuavano a marciar lungo le sponde del Tigri, potevan solo aspettarsi di tornare alla lor case senza aver fatto alcuna impresa degna del genio o della fortuna del lor capitano. Se per l’opposto era buon progetto quello di avanzarsi nell’interno del paese, la distruzione della flotta o dei magazzini era l’unico mezzo di togliere quella preziosa preda dalle mani delle copiose ed attive truppe, che potevano improvvisamente sortir dalle porte di Ctesifonte. Se le armi di Giuliano fossero state vittoriose, adesso noi ammireremmo la condotta non men che il coraggio d’un Eroe, che privando i soldati della speranza di ritirarsi, non lasciò loro che l’alternativa fra la morte e la conquista622. Il grave bagaglio dell’artiglieria e dei carri, che ritarda le operazioni delle armate moderne, era in gran parte incognito in un campo di Romani623. Pure in ogni tempo il mantenimento di sessantamila uomini deve essere stato uno dei più importanti pensieri d’un prudente Generale; e tal sussistenza non potea trarsi che o dal proprio paese o da quel del nemico. Quand’anche Giuliano avesse potuto mantenere un ponte di comunicazione sul Tigri, e conservar le piazze già conquistate dell’Assiria, non poteva una desolata Provincia somministrare alcun abbondante e regolato soccorso in una stagione, in cui la terra era coperta dall’innondazion dell’Eufrate624, e l’aria malsana oscurata da sciami d’innumerabili insetti625. L’apparenza d’un paese nemico era più atta ad invitare. L’estesa regione, che giace tra il fiume Tigri ed i monti della Media, era piena di città e di villaggi; ed il fertile suolo era per la massima parte in uno stato di coltivazione assai buono. Giuliano potea sperare che un conquistatore, il quale possedeva i due potenti strumenti di persuadere, il ferro e l’oro, sarebbesi facilmente procacciata una copiosa sussistenza dal terrore o dall’avarizia degli abitanti. Ma all’avvicinarsi dei Romani svanì ad un tratto questo ricco e ridente prospetto. Dovunque egli andava, gli abitatori abbandonavano i villaggi aperti, e rifuggivansi dentro alle fortificate città; era cacciato via il bestiame; e l’erbaggio ed il grano maturo consumato dal fuoco; e quando eran cessate le fiamme, che interrompevano la marcia di Giuliano, non gli si presentava che il tristo aspetto d’un nudo e fumante deserto. Questo disperato, ma efficace, sistema di difesa non può eseguirsi che o dall’entusiasmo d’un popolo che preferisce l’indipendenza a’ suoi beni, o dal rigore d’un governo arbitrario, che provvede alla salvezza pubblica senza sottoporre all’inclinazion de’ privati la libertà della scelta. Nell’occasione presente, lo zelo e l’ubbidienza de’ Persiani secondò gli ordini di Sapore; e l’Imperatore fu in breve ridotto ad una tenue quantità di provvisioni, che gli andava continuamente mancando fra mano. Prima che fossero interamente consumate, avrebbe potuto condursi alle doviziose e deboli città d’Ecbatana o di Susa, mediante lo sforzo d’una marcia rapida e ben diretta626; ma restò privo anche di quest’ultimo ripiego per l’ignoranza delle strade e per la perfidia delle sue guide. I Romani andaron vagando più giorni all’oriente di Bagdad; il disertore persiano, che artificiosamente condotti gli avea nella rete, si sottrasse al loro sdegno; ed i seguaci di esso, posti alla tortura, confessarono il segreto della cospirazione. Le immaginarie conquiste dell’Ircania e dell’India, che per tanto tempo avean lusingato l’animo di Giuliano, adesso lo tormentavano. Consapevole che la propria imprudenza era la causa del pubblico male, stava con perplessità bilanciando le speranze di salute o di successo, senza potere ottenere alcuna soddisfacente risposta nè dagli uomini nè dagli Dei. Finalmente non essendovi altro compenso da prendere, si risolvè di voltare i suoi passi verso le rive del Tigri ad oggetto di salvare l’esercito per mezzo d’una precipitosa marcia verso i confini di Corduena, fertile ed amica Provincia, che riconosceva il dominio di Roma. Le scoraggiate truppe obbedirono al segnale della ritirata non più che settanta giorni dopo d’aver passato il Cabora con un’ardente fiducia di rovesciare il trono della Persia627. Per tutto il tempo in cui parve che i Romani si avanzassero nel paese, era osservata ed insidiata di lontano la loro marcia da vari corpi di cavalleria Persiana, che facendosi vedere alle volte in ordine più stretto, faceva delle piccole scaramuccie con le guardie avanzate. Questi distaccamenti però venivano sostenuti da una forza molto maggiore; ed appena i capi delle colonne si diressero verso il Tigri, che sollevossi un nuvol di polvere sul piano. I Romani, che allora non aspiravano che alla permissione di una sicura e pronta ritirata, volevano persuadersi che tale formidabile apparenza nasceva da una truppa di asini selvaggi, o dall’avvicinarsi di Arabi amici. Si arrestarono, piantarono le tende, fortificarono il campo, passaron tutta la notte in continue agitazioni, ed allo spuntar del giorno s’avvidero ch’eran circondati da un esercito di Persiani. Quest’armata, che potea solo riguardarsi come la vanguardia de’ Barbari, fu tosto seguita da un grosso corpo di corazze, di arcieri e di elefanti comandati da Merane, Generale di riputazione e di qualità. Era egli accompagnato da due figli del Re e da molti de’ primi Satrapi: e la fama e l’aspettazione esageravan la grandezza delle altre forze, che, lentamente s’avanzavano sotto la direzione di Sapore stesso. Continuando i Romani la marcia, la lunga loro ordinanza, che si doveva piegare, o dividere secondo le varietà del terreno, somministrava delle frequenti e favorevoli occasioni ai vigilanti nemici. I Persiani più volte li628 attaccarono impetuosamente; più volte furono rispinti con fermezza, e l’azione di Maronga, che meritò quasi il nome di battaglia, fu notabile per una gran perdita di Satrapi e di elefanti, che agli occhi del loro Monarca erano forse d’uguale valore. Non si ottennero tali splendidi vantaggi senza una corrispondente strage dalla parte dei Romani; restarono uccisi o feriti molti uffiziali di distinzione, e l’Imperatore medesimo, che in ogni occasione di pericolo inspirava e regolava il valore delle sue truppe, era costretto ad esporre la propria persona, ed a far uso della sua abilità. Il peso delle armi offensive e difensive, che formavano sempre la forza e sicurezza dei Romani, li rendeva incapaci a perseguitar lungamente e con vigore il nemico; laddove i cavalieri Orientali, essendo assuefatti a lanciare i giavellotti, ed a scagliare i dardi con somma velocità e per qualunque possibile direzione629, la cavalleria Persiana non riusciva mai più formidabile che nel momento di una disordinata e rapida fuga. Ma la più certa ed irreparabil perdita dei Romani era quella del tempo. I robusti veterani, avvezzati al freddo clima della Gallia e Germania, languivano nel soffocante caldo d’una state d’Assiria, s’esauriva il loro vigore pei continui ordini di marciare e di combattere, e l’avanzamento dell’esercito era sospeso dalle precauzioni di una lenta e rischiosa ritirata in presenza d’un attivo nemico. Ogni giorno ed ogni ora a misura che diminuiva la quantità dei viveri nel campo Romano, crescevano la stima ed il prezzo630. Giuliano, che solea contentarsi di una dose di cibo, che non avrebbe soddisfatto un affamato soldato, distribuì per uso dello truppe le provvisioni della casa Imperiale, e tuttociò che potea risparmiarsi dei cavalli da soma dei Tribuni e dei Generali. Ma questo debol sollievo non servì che ad aggravare il sentimento della comune calamità, ed i Romani cominciarono ad aver le più tetre apprensioni, che avanti di poter giungere alle frontiere dell’Impero dovessero tutti perire o di fame, o per lo mani de’ Barbari631. Mentre Giuliano combatteva con le difficoltà quasi insuperabili della sua situazione, impiegava sempre le quiete ore della notte nello studio o nella contemplazione. Ogni volta che chiudeva gli occhi in brevi ed interrotti sonni, il suo spirito era agitato da penose inquietudini; nè dee recar maraviglia che una volta gli comparisse davanti il Genio dell’Impero, in atto di coprirsi il capo od il corno dell’Abbondanza con un funereo velo, e di lentamente ritirarsi dalla tenda Imperiale. Il Monarca balzò fuori del letto, ed uscito dalla tenda per sollevare gli stanchi suoi spiriti con la freschezza dell’aria notturna, osservò un’ignea meteora, che balenò attraverso il cielo, ed immediatamente sparì. Giuliano restò convinto d’aver veduto il minaccevole aspetto del Dio della guerra632: il consiglio degli Aruspici Toscani633, ch’ei convocò, disse tutto d’accordo, che si doveva astener dal combattere; ma in tal congiuntura la necessità e la ragione prevalsero alla superstizione, e le trombe allo spuntar del giorno diedero il segno. L’esercito marciava per un paese montuoso; e se n’erano segretamente occupate le alture dai Persiani. Giuliano, che conduceva la fronte dell’esercito con l’abilità e la diligenza d’un consumato Generale, fu sorpreso dalla notizia, ch’era stata improvvisamente attaccata la sua retroguardia. Il caldo della stagione l’aveva tentato a spogliarsi della corazza; ma strappato di mano lo scudo ad uno de’ suoi famigliari, s’affrettò con un sufficiente rinforzo a soccorrer la retroguardia. Un pericolo simile richiamò l’intrepido Principe a difender la fronte; e nel tempo che galoppava fra le colonne, fu attaccato e quasi rotto il centro della sinistra da una impetuosa irruzione di cavalleria Persiana e di elefanti. Questo grosso corpo fu presto disfatto dalla ben intesa evoluzione della fanteria leggiera, che diresse le proprie armi con destrezza ed effetto contro le spalle dei cavalli e le gambe degli elefanti. I Barbari si diedero alla fuga; e Giuliano, che in ogni pericolo era sempre il primo, animava i suoi ad inseguirli con la voce e co’ gesti. Le tremanti sue guardie, disperse ed angustiate dalla disordinata folla degli amici e de’ nemici, rammentarono all’intrepido lor Sovrano, ch’egli era senza armatura, e lo scongiurarono ad evitare il colpo dell’imminente rovina. Nel tempo che così gridavano634, fu scaricato da’ fuggitivi squadroni un nuvol di dardi e di frecce; ed un giavellotto, avendogli raso la pelle del braccio gli trafisse le coste, e si piantò nella inferior parte del fegato. Giuliano tentò di trarsi la mortale arme dal fianco, ma gli si tagliaron le dita dall’acutezza del ferro, e cadde privo di sensi da cavallo. Le guardie corsero in aiuto di esso, ed il ferito Imperatore fu gentilmente alzato da terra, e trasportato fuor del tumulto della battaglia in una tenda vicina. Passò di fila in fila la nuova del tristo caso; ma il dolor dei Romani inspirò loro un invincibil valore e il desiderio della vendetta. Continuò il sanguinoso ed ostinato combattimento fra le due armate, finattanto che non furon separate dalla totale oscurità della notte. I Persiani riportarono qualche onore dal vantaggio che ottennero contro l’ala sinistra, dove Anatolio maestro degli Uffizi fu ucciso, ed al Prefetto Sallustio appena riuscì di scappare. Ma l’evento della giornata fu contrario ai Barbari. Essi abbandonarono il campo; perderono i due lor Generali, Merane e Noordate635, cinquanta nobili o Satrapi, ed una gran quantità dei lor più bravi soldati; ed il buon successo dei Romani, se Giuliano fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riuscire in una decisiva ed util vittoria. Le prime parole, che pronunziò Giuliano dopo che fu rinvenuto dal deliquio, nel quale era caduto per la perdita del sangue, servono ad esprimere il marziale suo spirito. Egli chiese il cavallo e le armi, ed era impaziente di correre alla battaglia. Si esaurì la forza che gli restava pel penoso sforzo che fece, ed i chirurghi, ch’esaminavan la sua ferita, vi scuoprirono i sintomi d’una vicina morte. Passò egli quei terribili momenti col fermo contegno d’un savio e d’un eroe; i filosofi, che l’avevano accompagnato in quella fatale spedizione, paragonavan la tenda di Giuliano alla prigione di Socrate; e gli spettatori, che per dovere, per amicizia o per curiosità si erano adunati attorno al suo letto, udivano con rispettoso cordoglio l’orazion funerea del morente loro Imperatore636. «Amici e miei militari compagni (diss’egli), è giunto adesso il tempo opportuno alla mia partenza, ed io pago ciò che domanda la natura con quella gioia che ha un buon debitore. Ho appreso dalla filosofia, quanto l’anima è più eccellente del corpo; e che la separazione della sostanza più nobile dovrebbe piuttosto esser motivo d’allegrezza che d’afflizione. Ho appreso dalla religione che una presta morte spesso è stata il premio della pietà637; ed accetto, come un favore degli Dei, il mortal colpo, che mi libera dal pericolo di disonorare un carattere, che fino qui è stato sostenuto dalla virtù e dalla fortezza. Siccome son vissuto senza colpa, così muoio senza rimorso. Io mi compiaccio nel pensare all’innocenza della mia vita privata; e posso affermare con sicurezza, che l’autorità suprema, quell’emanazione cioè del potere Divino, si è conservata pura ed immacolata nelle mie mani. Detestando le corrotte e rovinose massime del dispotismo, ho risguardato la felicità del popolo come lo scopo del governo. Sottoponendo le mie azioni alle leggi della prudenza, della giustizia e della moderazione, ne ho lasciato l’evento alla cura della Providenza. Finattanto che la pace fu coerente al pubblico bene, fu essa l’oggetto de’ miei consigli; ma quando l’imperiosa voce della patria m’invitò alle armi, esposi la mia persona ai pericoli della guerra, chiaramente prevedendo (come aveva conosciuto mediante la divinazione) che era destinato che io morissi per mezzo della spada. Offro adesso i miei rendimenti di grazie all’Ente supremo, che non ha permesso che io perissi nè per la crudeltà d’un tiranno, nè per le segrete insidie d’una cospirazione, nè pei lenti tormenti d’una languida malattia. Ei mi ha concesso una splendida e gloriosa partenza da questo Mondo, in mezzo ad una onorevol carriera, ed io stimo ugualmente assurdo che vile il sollecitare o fuggire il colpo del fato... Non posso favellar più oltre; mi mancan le forze, e sento l’approssimarsi della morte... mi guarderò cautamente da ogni parola, che possa tendere ad influire sui vostri voti nella elezione d’un Imperatore. La mia scelta potrebbe essere imprudente o non giudiziosa, e se non venisse confermata dal consenso dell’esercito, potrebbe tornar funesta a quello che avessi raccomandato. Io non farò ch’esprimere da buon cittadino i miei voti, che possano i Romani esser felici sotto il governo d’un virtuoso Sovrano». Dopo questo discorso, che Giuliano pronunziò con un costante e fermo tuono di voce, egli distribuì, un testamento militare638, i residui delle sue facoltà private; e dimandando perchè non si trovasse presente Anatolio, quando seppe da Sallustio che Anatolio era morto, pianse con un’amabile incoerenza la perdita dell’amico. Nel tempo stesso egli biasimava lo smoderato dolore degli astanti, e gli scongiurava a non disonorare con deboli lagrime il destino d’un Principe, che in breve si sarebbe unito col cielo e con le stelle639. Gli spettatori stavano in silenzio; e Giuliano entrò in una metafisica discussione coi filosofi Prisco e Massimo sopra la natura dell’anima. Gli sforzi, ch’ei fece di spirito, non men che di corpo, probabilmente ne affrettaron la morte. Incominciò la sua ferita a versare sangue con maggior forza; dal gonfiamento delle vene gli s’impediva il respiro, chiese un sorso di acqua fresca, e tosto che l’ebbe presa, spirò senza pena verso la mezza notte. Tale fu il termine di questo uomo straordinario nel trentesimo secondo anno della sua età, dopo un regno di un anno, e circa otto mesi dalla morte di Costanzo. Negli ultimi suoi momenti dimostrò, forse con qualche ostentazione, l’amore della virtù e della fama, ch’erano state le passioni dominanti della sua vita640. [A. D. 363] Possono in qualche modo attribuirsi a Giuliano stesso il trionfo del Cristianesimo e le calamità dell’Impero pur aver egli trascurato di assicurare in futuro l’esecuzione dei suoi disegni, mediante l’opportuna e giudiziosa scelta d’un collega e successore. Ma la reale stirpe di Costanzo Cloro s’era ridotta alla sua sola persona; e se gli passò per la mente qualche serio pensiero d’investir della porpora il più degno fra’ Romani, fu distolto da tale risoluzione per la difficoltà della scelta, per la gelosia della potenza, pel timore dell’ingratitudine e per la natural presunzione di salute, di gioventù e di prosperità. L’inaspettata sua morte lasciò l’Impero senza Signore e senza erede in uno stato di perplessità e di pericolo, che non s’era provato per lo spazio d’ottant’anni dopo l’elezione di Diocleziano. In un Governo, che aveva quasi dimenticato la distinzione del sangue puro e nobile, era di poca importanza la superiorità della nascita; i diritti del grado militare erano accidentali e precari; ed i candidati, che aspirar potevano a salir sul trono vacante, non potevano esser sostenuti che dalla coscienza del loro merito personale, o dalle speranze del favore del popolo. Ma la situazione di un esercito affamato, circondata per ogni parte dai Barbari, abbreviò i momenti del lutto e della deliberazione. In quello spettacolo di terrore e d’angustia, il corpo del morto Principe fu, secondo i suoi propri ordini, decentemente imbalsamato; ed allo spuntar del giorno i Generali adunaronsi in un Senato militare, a cui furono invitati i Comandanti delle Legioni e gli Uffiziali sì di cavalleria che d’infanteria. Non erano anche passate tre o quattr’ore della notte, che s’era già formata qualche segreta cabala, e quando si propose la scelta d’un Imperatore, lo spirito di partito incominciò ad agitar l’Assemblea. Vittore ed Arinteo riunirono i residui della Corte di Costanzo; gli amici di Giuliano s’attaccarono a Dagalaifo e Nevitta, capitani Galli; e potean temersi le più fatali conseguenze dalla discordia di due fazioni così opposte fra loro nel carattere ed interesse, nelle massime di governo, e forse anche ne’ princìpi di religione. Le sole sublimi virtù di Sallustio avrebber potuto conciliarne le divisioni, ed unire i lor voti, ed il venerabil Prefetto immediatamente sarebbe stato dichiarato successor di Giuliano, se da se medesimo con sincera e modesta fermezza non avesse addotto la sua età e mancanza di salute, che lo rendeano incapace di sostenere il peso del diadema. I Generali, che restarono sorpresi e perplessi dal suo rifiuto, mostraron qualche disposizione ad ammettere il salutar consiglio d’un uffiziale inferiore641, che operassero come avrebbero fatto nell’assenza dell’Imperatore; che dimostrassero la loro abilità nello strigar l’esercito dalle presenti strettezze: e se eran tanto felici da giungere a’ confini della Mesopotamia, avrebbero allora potuto devenire con unanimi e maturi consigli all’elezione d’un legittimo Sovrano. Mentre deliberavano, alcune poche voci salutaron Gioviano, il quale non era più che il Primo de’ domestici642, ne’ nomi d’Imperatore e d’Augusto. Fu immediatamente ripetuta quella tumultuaria acclamazione dalle guardia, che circondavan la tenda, e passò in pochi minuti fino all’estremità della fila. Il nuovo Principe, attonito della sua fortuna, fu precipitosamente vestito degli ornamenti Imperiali, e ricevè il giuramento di fedeltà da que’ Duci, de’ quali tanto poco tempo avanti sollecitava il favore e la protezione. La più forte raccomandazione di Gioviano fu il merito del Conte Varroniano suo padre, che in onorato ritiro godeva il frutto de’ suoi lunghi servigi. Nell’oscura libertà d’una condizione privata, il figlio secondò il proprio genio per le donne e pel vino; ma sostenne con riputazione il carattere di Cristiano643 e di soldato. Senza esser cospicuo per alcuna di quelle ambiziose qualità, che risvegliavan l’ammirazione e l’invidia degli uomini, la persona ben fatta di Gioviano, il piacevol temperamento ed il famigliare suo spirito avean guadagnato l’affetto dei suoi compagni, ed i Generali d’ambedue le parti acconsentirono ad un’elezion popolare, che non era stata diretta dalle arti dei respettivi nemici. La vanità, che potea nascere da questa inaspettata elevazione, veniva moderata dal giusto timore, che quell’istesso giorno potea finir la vita ed il regno del nuovo Imperatore. Si obbedì senza dilazione alla voce imperiosa, della necessità, ed i primi ordini dati da Gioviano, poche ore dopo ch’era spirato il suo predecessore, furono di continuare una marcia, che sola distrigar potea i Romani dalle attuali loro strettezze644. I timori d’un nemico esprimono con la maggiore sincerità la sua stima; e si può esattamente misurare il grado del suo timore dalla gioia, con cui celebra la propria liberazione. La gradita nuova della morte di Giuliano, che un disertore portò al campo di Sapore, inspirò nel disanimato Monarca una subitanea fiducia di vincere. Immediatamente distaccò la regia cavalleria, formata forse da diecimila Immortali645, per secondare e sostenere la caccia de’ nemici, e scaricò tutto il peso delle riunite sue forze sulla retroguardia Romana. Fu essa posta in disordine; le famose legioni, che portavano il nome di Diocleziano e del guerriero collega di lui, furono rotte e calpestate dagli elefanti; e perderono la vita tre Tribuni, che tentavano di fermar la fuga de’ loro soldati. La battaglia però in seguito fu rimessa dal costante valor de’ Romani; i Persiani vennero rispinti con un gran macello di uomini e di elefanti; e l’esercito dopo aver marciato e combattuto per tutta una giornata di state, arrivò la sera a Samara sulle rive del Tigri circa cento miglia sopra Ctesifonte646. Il giorno seguente i Barbari, invece di sturbare la marcia, attaccarono il campo di Gioviano, che s’era situato in una profonda e remota valle. Gli arcieri Persiani insultavano e molestavano dalle altezze gli stanchi legionari; ed un corpo di cavalleria, che con disperato coraggio era penetrato nella porta Pretoria, fu dopo un dubbioso combattimento tagliato a pezzi vicino alla tenda Imperiale. Nella notte di poi, il campo di Carche fu difeso dalle alte dighe del fiume; e l’esercito Romano, sebbene continuamente esposto al molesto inseguimento de’ Saracini, piantò le sue tende presso la città di Dura647 quattro giorni dopo la morte di Giuliano. Esso aveva sempre il Tigri a sinistra; erano quasi tutte consumate le sue provvisioni e speranze; e gl’impazienti soldati, che s’erano fortemente persuasi, che le frontiere dell’Impero non fosser molto distanti, chiedevano al nuovo lor Principe la permissione di tentare il passo del fiume. Gioviano, coll’aiuto de’ suoi più savi Uffiziali, procurò di frenarne la temerità, rappresentando loro, che quando avessero avuto sufficiente abilità e vigore da vincere l’impetuosità di una rapida e profonda corrente, non avrebber fatto altro che andare a porsi nudi e senza difesa nelle mani de’ Barbari, che avevano occupato le opposte rive. Cedendo però finalmente alla clamorosa loro importunità, acconsentì con ripugnanza, che cinquecento Galli e Germani, assuefatti fin da fanciulli alle acque del Reno e del Danubio, tentassero l’ardita impresa, che sarebbe servita o d’incoraggiamento o d’avviso pel resto dell’esercito. Nel silenzio della notte passarono a nuoto il Tigri, sorpresero un posto non guardato dal nemico, e spiegarono allo spuntar del giorno il segno di lor risolutezza e fortuna. L’evento di tale sperimento dispose l’Imperatore a prestare orecchio alle promesse de’ suoi architetti, che proposero di costruire un mobile ponte di gonfiate pelli di pecore, di bovi e di capre coperte con uno strato di terra e di fascine648. Si consumarono due importanti giornate in quell’inutil lavoro; ed i Romani, che già provavano le miserie della fame, gettavano sguardi di disperazione sul Tigri o su’ Barbari, il numero e l’ostinazione dei quali andava crescendo coll’angustie dell’armata Imperiale649. In questa disperata situazione il nome di pace ravvivò gl’indeboliti spiriti de’ Romani. Era già svanita la transitoria presunzione di Sapore; osservò egli con seria ponderazione, che replicando le dubbiose battaglie, aveva perduti i suoi più fedeli ed intrepidi nobili, le truppe più brave e la maggior parte degli elefanti; e l’esperto Monarca temè di provocare la resistenza della disperazione, le vicende della fortuna e l’inesausta potenza del Romano Impero, che poteva in breve soccorrere o vendicare il successor di Giuliano. Comparve nel campo di Gioviano il Surenas medesimo accompagnato da un altro Satrapo650; ed espose che la clemenza del suo Sovrano non era aliena dell’indicare le condizioni, colle quali avrebbe acconsentito a risparmiare e lasciare in libertà Cesare, co’ residui del disastrato suo esercito. Le speranze di salute vinsero la fermezza dei Romani; l’Imperatore fu costretto dal parere del suo consiglio e dai clamori dei soldati ad ammetter l’offerta di pace; e fu immediatamente spedito il Prefetto Sallustio col Generale Arinteo per intendere qual fosse la volontà del gran Re. L’astuto Persiano differì sotto vari pretesti la conclusion del trattato; oppose difficoltà, chiese schiarimenti, suggerì impedienti, ristrinse quel che aveva concesso, accrebbe le sue domande, e consumò quattro giorni negli artifizi della negoziazione, finattanto che fossero terminate le provvisioni, che restavano ancora nel campo Romano. Se Gioviano fosse stato capace d’eseguire un ardito e prudente divisamento, avrebbe dovuto continuar la sua marcia con assidua diligenza; il progresso del trattato avrebbe sospeso gli attacchi dei Barbari; e prima che spirasse il quarto giorno, sarebbe giunto salvo alla fertil Provincia di Corduena, che non era distante più di cento miglia651. L’irresoluto Imperatore, invece di rompere le reti del nemico, aspettò con paziente rassegnazione il suo fato, ed accettò le umilianti condizioni di pace, le quali non era in suo poterò di ricusare. Furono restituite alla Monarchia Persiana le cinque Province di là dal Tigri, che dall’avo di Sapore erano state cedute. Per un articolo separato acquistò egli anche l’inespugnabile città di Nisibi, che in tre successivi assedi aveva sostenuto lo sforzo delle sue armi. Singara ed il castello de’ Mori, una delle più forti piazze della Mesopotamia, si smembrarono parimente dall’Impero. Fu considerata come una largità, che fosse permesso agli abitanti di quelle fortezze di ritirarsi coi loro effetti; ma il vincitore fortemente insistè, che i Romani dovesser per sempre abbandonare il Re ed il regno dell’Armenia. Stipulossi fra le nemiche Nazioni una pace o piuttosto una lunga tregua di trent’anni; con solenni giuramenti e con cerimonie religiose si ratificò la fede de’ trattati; e reciprocamente si diedero ostaggi di ragguardevol grado per assicurare l’esecuzione de’ patti652. Il Sofista d’Antiochia, che vide con isdegno lo scettro del suo eroe nelle deboli mani d’un successore Cristiano, protesta d’ammirar la moderazione di Sapore in contentarsi d’una sì piccola parte dell’Impero Romano. S’egli avesse esteso fino all’Eufrate le ambiziose sue pretensioni, sarebbe stato sicuro, dice Libanio, di non incontrare opposizione alcuna. S’egli avesse fissato per confini della Persia l’Oronte, il Cidno, il Sangario, o anche il Bosforo Tracio, non sarebber mancati nella Corte di Gioviano gli adulatori per convincere quel timido Principe, che le sue rimanenti Province gli avrebbero tuttavia somministrato il modo d’ampiamente soddisfare la potenza ed il lusso653. Senza interamente ammettere questa maliziosa osservazione, dobbiam confessare però che la privata ambizion di Gioviano facilitò la conclusione d’un trattato così vergognoso. Un oscuro domestico, innalzato al trono dalla fortuna piuttosto che dal merito, era impaziente di sottrarsi dalle mani dei Persiani per poter prevenire i disegni di Procopio, che comandava l’esercito della Mesopotamia, e stabilire il dubbioso suo regno sulle Legioni e Province, che tuttavia ignoravano la precipitosa e tumultuaria elezione, fatta nel campo di là dal Tigri654. In vicinanza del medesimo fiume, ad una distanza non molto grande dalla fatale stazione di Dura655, i diecimila Greci restarono abbandonati senza Generali, senza guide e senza provvisioni, più di dugento miglia lontani dal loro paese, allo sdegno d’un vittorioso Monarca. La differenza della condotta ed il successo di essi è più da imputarsi al loro carattere, che alla situazione in cui si trovarono. In vece di ciecamente abbandonarsi alle deliberazioni segrete ed alle private mire d’una sola persona, i consigli riuniti dei Greci venivano inspirati dal generoso entusiasmo di una popolare assemblea, dove lo spirito d’ogni cittadino è pieno d’amore della gloria, d’orgoglio della libertà e di disprezzo della morte. Consapevoli della loro superiorità nella disciplina e nelle armi sopra de’ Barbari, sdegnarono di cedere, e ricusarono di capitolare; fu sormontato qualunque ostacolo dalla loro pazienza, dal coraggio e dalla militare perizia; e la memorabile ritirata dei diecimila schiarì e svergognò la debolezza della Monarchia Persiana656. Per prezzo delle vergognose sue concessioni l’Imperatore avrà forse stipulato, che fosse abbondantemente fornito di viveri il campo degli affamati Romani657; e che fosse loro permesso di passare il Tigri sul ponte ch’era stato costrutto dai Persiani. Ma se Gioviano ardiva di sollecitare l’osservanza di tali eque convenzioni, altieramente si ricusavano esse dal superbo Tiranno dell’Oriente, la clemenza del quale avea perdonato agl’invasori delle sue terre. I Saracini alle volte intercettavano quelli che si staccavano dall’esercito; ma i Generali ed i soldati di Sapore rispettavan la sospensione delle armi; e si tollerò, che Gioviano esplorasse il luogo più comodo pel passaggio del fiume. Le piccole barche, che si eran salvate dall’incendio della flotta, furono in quest’occasione di grandissimo aiuto. Con esse fu trasportato prima lo Imperatore ed i suoi cortigiani; ed in seguito, facendo molti viaggi successivamente, una gran parte dell’esercito. Ma siccome ognuno avea premura della propria personale salvezza, o temeva di essere abbandonato sul lido nemico, i soldati, troppo impazienti d’aspettare il tardo ritorno delle barelle, s’arrischiavano audacemente di passare sopra leggieri graticci o sopra pelli gonfiate di aria; e traendosi dietro i cavalli tentavano con vario successo di attraversare quel fiume. Molti di questi arditi avventurieri furono ingoiati dalle onde; molti altri, trasportati via dalla violenza della corrente, divennero una facile preda dell’avarizia o della crudeltà degli Arabi selvaggi; e la perdita, che soffrì l’esercito nel paesaggio del Tigri, non fu inferiore al macello d’una giornata campale. Quando i Romani ebber posto il piede sulla riva Occidentale, restaron liberi dall’ostile inseguimento dei Barbari; ma in una laboriosa marcia di dugento miglia per le pianure della Mesopotamia provarono le ultime estremità della sete e della fame. Furono essi costretti a traversare un arenoso deserto, che per lo spazio di settanta miglia non somministrava neppure un filo di erba da mangiare, nè alcuna sorgente d’acqua; e nel rimanente di quell’inospita solitudine non vedevasi alcun vestigio nè di amici nè di nemici. Se potea trovarsi nel campo una piccola dose di farina, volentieri se ne compravan venti libbre per dieci monete di oro658; furon uccise e divorate le bestie da soma; ed il deserto era sparso di armi e del bagaglio dei soldati Romani, i laceri vestimenti ed i magri aspetti dei quali dimostravano quel che avevano sofferto, e la miseria in cui si trovavano. Un piccol convoglio di provvisioni s’avanzò incontro all’armata fino al castello di Ur, e tal soccorso riuscì tanto più gradito, che dichiarava la fedeltà di Sebastiano e di Procopio. A Tilsafata659 l’Imperatore accolse molto graziosamente i Generali della Mesopotamia; e finalmente i residui d’un esercito una volta sì florido, si riposarono sotto le mura di Nisibi. I messaggi di Gioviano avevano già pubblicato con le frasi dell’adulazione l’innalzamento, il trattato ed il ritorno di esso; ed il nuovo Principe aveva preso le più efficaci misure per assicurarsi la fedeltà degli eserciti e delle Province dell’Europa, dando il comando militare a quegli Uffiziali, che per motivo d’interesse o d’inclinazione avrebbero costantemente sostenuto la causa del loro benefattore660. Gli amici di Giuliano avevano altamente annunziato il felice successo della sua spedizione. Erano essi fortemente persuasi, che si sarebbero arricchiti i tempj degli Dei con le spoglie dell’Oriente; che la Persia si sarebbe ridotta all’umile stato di una Provincia tributaria, governata dalle leggi e dai Magistrati di Roma; che i Barbari adottato avrebbero l’abito, i costumi e la lingua dei loro conquistatori; e che la gioventù di Ecbatana e di Susa venuta sarebbe a studiar la rettorica nelle scuole de’ Greci661. I progressi delle armi di Giuliano interruppero la comunicazione di lui coll’Impero; e dal momento che passò il Tigri, gli affezionati suoi sudditi non seppero più la sorte e gli accidenti del loro Principe. La contemplazione degl’immaginati trionfi venne sturbata dalla trista fama della sua morte; e persisterono a dubitare della verità di quel fatale avvenimento, anche dopo che non potevano più negarlo662. I messaggieri di Gioviano promulgarono la speciosa novella di una prudente e necessaria pace: ma la voce della fama, più alta e più sincera, manifestò il disonor dell’Imperatore e le condizioni dell’ignominioso trattato. Gli animi del popolo si riempirono di stupore e di affanno, di sdegno e di terrore, quando seppero che l’indegno successor di Giuliano abbandonava le cinque Province, che acquistate aveva la vittoria di Galerio; e che vergognosamente rendeva ai Barbari l’importante città di Nisibi, ch’era il più stabile baloardo delle Province Orientali663. Nelle popolari conversazioni agitavasi liberamente la profonda e pericolosa questione, se la fede pubblica si dovesse osservare, quando essa è incompatibile con la pubblica sicurezza; ed avevasi qualche speranza, che l’Imperatore avrebbe rimediato alla pusillanime sua condotta con uno splendido atto di patriottica perfidia. Lo spirito inflessibile del Senato Romano aveva in altri tempi disapprovato le ingiuste condizioni estorte dalle angustie delle oppresse sue armate; e se vi fosse stato bisogno di soddisfare all’onore della nazione con dare il Generale colpevole nelle mani de’ Barbari, la maggior parte de’ sudditi di Gioviano avrebbe volentieri acconsentito a seguire l’esempio de’ tempi antichi664. Ma l’Imperatore, per quanto stretti fossero i limiti della sua costitutiva autorità, era padrone assoluto delle leggi e delle armi dello Stato; e gli stessi motivi, che l’avevan forzato a sottoscrivere il trattato di pace, lo affrettavano ad eseguirlo. Egli era impaziente d’assicurarsi un Impero a costo di poche Province; ed i nomi rispettabili di religione d’onore coprivano i timori personali e l’ambizion di Gioviano. Non ostanti le umili sollecitazioni degli abitanti, il decoro ugualmente che la prudenza impediron l’Imperatore dal prendere alloggio nel palazzo di Nisibi; ma la mattina dopo il suo arrivo, Binese, Ambasciatore di Persia, entrò nella piazza, spiegò dalla fortezza la bandiera del gran Re, e pubblicò in nome di esso la crudele alternativa della servitù o dell’esilio. I principali cittadini di Nisibi, che fino a quel fatal momento avevan confidato nella protezione del loro Sovrano, gli si gettarono a’ piedi. Lo scongiurarono a non abbandonare o almeno a non consegnare una fedele colonia al furore d’un Barbaro tiranno, esacerbato da tre successive sconfitte ricevute sotto le mura di Nisibi. Essi avevano ancora armi e coraggio per rispingere gl’invasori della patria; chiedevano soltanto la permissione di servirsene in loro difesa; e tosto che avessero assicurata la propria indipendenza, avrebbero implorato il favore di essere nuovamente ammessi nel numero de’ suoi sudditi. Gli argomenti, la eloquenza e le lacrime loro furono inefficaci. Gioviano con qualche rossore allegò la santità de’ giuramenti; e quando la ripugnanza, con cui accettò il dono d’una corona d’oro, convinse i cittadini del disperato lor caso, l’avvocato Silvano proruppe in tal esclamazione: "O Imperatore, così possiate voi essere incoronato da tutte le città do’ vostri Stati!" A Gioviano, che in poche settimane aveva preso le abitudini di Principe665, dispiacque la libertà, e si offese del vero; e poichè a ragione suppose che la malcontentezza del popolo potesse farlo inclinare a sottomettersi al governo Persiano, pubblicò un editto, che nel termine di tre giorni dovessero tutti, sotto pena di morte, lasciar la città. Ammiano ha descritto con vivaci colori la scena della disperazione universale, di cui sembra essere stato spettatore con occhio di compassione666. La vigorosa gioventù abbandonava con isdegnoso cordoglio le mura, che aveva sì gloriosamente difese; le sconsolate donne spargevano le ultime lagrime sulla tomba del figlio o del marito, che in breve doveva essere profanata dalle rozze mani di un Barbaro possessore; ed i vecchi cittadini baciavano le spoglie, e stavano attaccati alle porte delle case, dove passato avevano le care e liete ore della puerizia. Eran piene le pubbliche strade d’una tremante moltitudine; e nell’universale calamità non si faceva distinzione alcuna di grado, di sesso o di età. Ognuno procurava di portar via qualche frammento dal naufragio de’ propri beni; e siccome non era possibile d’aver subito un sufficiente numero di cavalli o di carri, furono costretti a lasciarsi dietro la massima parte de’ loro effetti preziosi. La dura insensibilità di Gioviano sembra che aggravasse i travagli di quegli esuli sfortunati. Furon posti però in un quartiere nuovamente fabbricato d’Amida; e quella rinascente città, col rinforzo d’una considerabil colonia, presto ricuperò il suo antico splendore, e divenne la capitale della Mesopotamia667. Si mandarono simili ordini dall’Imperatore per l’evacuazione di Singara e del castello de’ Mori e per la restituzione delle cinque Province al di là del Tigri. Sapore godè la gloria ed i frutti della sua vittoria; e questa ignominiosa pace si è giustamente risguardata come una memorabile epoca nella decadenza e rovina del Romano Impero. I predecessori di Gioviano avevano alle volte abbandonato il dominio di lontane inutili Province; ma dalla fondazione della città, il Genio di Roma, il Dio Termine, che guardava i confini della Repubblica, non si era mai ritirato in faccia alla spada di un vittorioso nemico668. Dopo che Gioviano ebbe adempito quelle obbligazioni, che la voce del suo popolo avrebbe potuto tentarlo a violare, s’affrettò di sottrarsi alla scena della sua vergogna, e passò con tutta la Corte a godere le delizie d’Antiochia669. Senza consultare i dettami di un religioso zelo, egli fu indotto dall’umanità e dalla gratitudine a prestar gli ultimi onori al corpo del suo defunto Sovrano670; e Procopio, che sinceramente piangeva la perdita del suo congiunto, fu rimosso dal comando dell’esercito sotto il decente pretesto di aver cura de’ funerali. Fu trasportato il cadavere di Giuliano da Nisibi a Tarso, in una lenta marcia di quindici giorni; e nel passare che fece per le città dell’Oriente, veniva salutato dalle fazioni fra loro contrarie o con luttuosi lamenti o con grida d’insulto. I Pagani già collocavano il loro diletto Eroe nel grado di quegli Dei, de’ quali aveva restaurato il culto; mentre le invettive de’ Cristiani perseguitavan l’anima dell’Apostata fino all’inferno ed il corpo di esso fino al sepolcro671. Gli uni compiangevano l’imminente rovina dei loro altari; gli altri celebravano la maravigliosa liberazion della Chiesa. I Cristiani applaudivano, con alti ed ambigui cantici, al colpo della divina vendetta ch’era stata sì lungo tempo sospesa sopra il reo capo di Giuliano. Assicuravano che nell’istante in cui Giuliano spirò di là dal Tigri, era stata rivelata la morte del tiranno a’ Santi dell’Egitto, della Siria e della Cappadocia672; ed invece di accordare che fosse perito per mezzo de’ dardi Persiani, la loro indiscretezza attribuiva l’eroico fatto all’oscura mano di qualche mortale o immortale campion della fede673. Tali imprudenti dichiarazioni furono ardentemente adottate dalla malizia o dalla credulità de’ loro avversarj674, che oscuramente insinuavano, o con sicurezza asserivano, che i Moderatori della Chiesa avevano instigato e diretto il fanatismo di un assassino domestico675. Più di sedici anni dopo la morte di Giuliano, tale accusa fu solennemente e con ardore sostenuta in una pubblica orazione, diretta da Libanio all’Imperatore Teodosio. I suoi sospetti non sono appoggiati su fatto o argomento veruno; e non possiamo far altro che stimare il generoso zelo del Sofista d’Antiochia per le fredde e neglette ceneri del suo amico676. V’era un costume antico ne’ funerali, non meno che ne’ trionfi de’ Romani, che la voce degli encomj venisse corretta da quella della satira e del ridicolo; e che in mezzo alle splendide pompe, che spiegavan la gloria del vivente o del defunto, non fosser nascoste agli occhi del Mondo le sue imperfezioni677. Tale uso fu praticato anche nell’esequie di Giuliano. I Comici, ch’erano irritati dal disprezzo ed avversione di lui pel teatro, rappresentarono con applauso dell’udienza Cristiana la viva ed esagerata pittura delle follie e de’ difetti del morto Imperatore. Il vario carattere ed i singolari costumi di lui fornirono ampia materia di motteggi e di ridicolo678. Nell’esercizio de’ propri non ordinari talenti, spesse volte, abbassava la maestà del suo posto. Alessandro trasformavasi in Diogene, il Filosofo diveniva Sacerdote. La purità della sua virtù era macchiata da un’eccessiva vanità; la sua superstizione disturbò la pace, e pose in rischio la salute d’un vasto Impero; e gl’irregolari trasporti di lui tanto meno eran degni d’indulgenza, che sembravano laboriosi sforzi dell’arte o dell’affettazione. Il cadavere di Giuliano fu sepolto a Tarso nella Cilicia; ma il magnifico sepolcro, che gli fu innalzato in quella città sulle rive del fresco e limpido Cidno679, dispiacque agli amici fedeli, che amavano e rispettavano la memoria di quell’uomo straordinario. Il filosofo dimostrò un desiderio assai ragionevole, che il discepolo di Platone riposasse in mezzo a’ giardini dell’Accademia680; mentre il soldato esclamò in più forti accenti, che le ceneri di Giuliano dovevano unirsi a quelle di Cesare nel campo di Marte, e fra gli antichi monumenti del Romano valore681. L’istoria dei Principi non somministra frequentemente esempi di tale contrasto.