Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/25

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CAPITOLO XXV

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Governo e morte di Gioviano. Elezione di Valentiniano che associa il fratello Valente all’Impero, e fa la final divisione degl’Imperi dell’Oriente e dell’Occidente. Ribellione di Procopio. Amministrazione civile ed ecclesiastica. La Germania. La Gran-Brettagna. L’Affrica. L’Oriente. Il Danubio. Morte di Valentiniano. I due suoi figli Graziano e Valentiniano II succedono all’Impero Occidentale.

La morte di Giuliano aveva lasciato in una situazione molto dubbia e pericolosa gli affari dell’Impero. S’era salvato il Romano esercito per mezzo di un ignominioso e forse necessario trattato1; ed i primi momenti di pace del pietoso Gioviano, destinati furono a restaurare la domestica tranquillità della Chiesa e dello Stato. L’indiscretezza del suo predecessore, invece di conciliare, aveva fomentato ad arte la guerra di religione, e la bilancia, che affettò di mantenere fra le ostili fazioni, non servì che a perpetuar la contesa, con le vicende di speranza e di timore, e con le reciproche pretensioni di antico possesso e di favore presente. I Cristiani avean dimenticato lo spirito del Vangelo; ed i Pagani s’erano imbevuti di quel della Chiesa. Nelle famiglie private si arano estinti i sentimenti della natura dal cieco furore dello zelo e della vendetta; era violata la maestà delle leggi, o se ne abusava; le città dell’Oriente venivan macchiate di sangue; ed i più implacabili nemici de’ Romani si trovavano in seno al loro paese; Gioviano era stato educato nella professione del Cristianesimo; e nella marcia, che fece da Nisibi ad Antiochia, lo stendardo della croce, il Labaro di Costantino, che fu di nuovo spiegato alla testa delle Legioni, annunziò al popolo la fede del nuovo Imperatore. Appena salito sul trono mandò una circolare a tutti i Governatori delle Province, in cui confessava la divina verità, ed assicurava il legittimo stabilimento della religione Cristiana. Furono aboliti gl’insidiosi editti di Giuliano, le immunità Ecclesiastiche furono restituite ed ampliate; e Gioviano condiscese sino a dolersi, che le angustie de’ tempi l’obbligassero a diminuir la dose delle caritatevoli distribuzioni2. I Cristiani eran tutti concordi nell’alto e sincero applauso, che davano al pio successor di Giuliano. Ma tuttavia ignoravano qual formula di fede o qual sinodo avrebbe scelto per norma dell’ortodossia; e la pace della Chiesa fece immediatamente risorgere le ardenti dispute, che si eran sospese nel tempo della persecuzione. I Vescovi, capi delle Sette contrarie fra loro, convinti dall’esperienza, che la lor sorte moltissimo dipendeva dalle prime impressioni, che si sarebbero fatte nella mente d’un ignorante soldato, si affrettarono di giungere alla Corte d’Edessa o d’Antiochia. Eran piene le pubbliche vie dell’Oriente di Vescovi Omousj, Arriani, Semiarriani ed Eunomiani, che procuravano di sorpassarsi l’uno l’altro nella santa carriera; gli appartamenti del palazzo risonavano dei loro clamori; e le orecchie del Principe venivano assalite, e forse rendute attonite pel singolar mescuglio di argomenti metafisici e di appassionate invettive3. La moderazione di Gioviano, che raccomandava la concordia e la carità, e rimetteva i contendenti alla decisione d’un futuro Concilio, era interpretata come un sintomo d’indifferenza; ma finalmente si scoprì e si dichiarò il suo attaccamento alla fede Nicena dalla riverenza ch’ei dimostrò per le virtù celestiali del grande Atanasio4. L’intrepido veterano della fede, al primo avviso della morte del tiranno, era uscito all’età di settanta anni dal suo ritiro. Le acclamazioni del popolo un’altra volta lo collocarono sulla sede Archiepiscopale; ed egli saviamente accettò o prevenne l’invito di Gioviano. Il venerabile aspetto, il tranquillo coraggio, e l’insinuante eloquenza d’Atanasio sostennero la riputazione ch’erasi già acquistato nelle Corti di quattro successivi Principi5. Tosto ch’egli ebbe guadagnato la confidenza, ed assicurata la fede del Cristiano Imperatore, tornò in trionfo alla propria Diocesi, e continuò per altri dieci anni6 a regolar con prudenti consigli e con instancabil vigore l’Ecclesiastico governo di Alessandria, dell’Egitto e della Chiesa Cattolica. Avanti di partire d’Antiochia, egli accertò Gioviano, che l’ortodossa sua devozione sarebbe stata premiata con un lungo e pacifico regno. Atanasio avea motivo di sperare, ch’egli avrebbe ottenuto o il merito d’una predizione adempita, o la scusa d’una grata, quantunque inefficace preghiera7. La forza più tenue, quando è applicata ad aiutare e dirigere la naturale inclinazione del suo oggetto, opera con irresistibile peso; e Gioviano ebbe la buona fortuna d’abbracciar le opinioni religiose, che erano sostenute dallo spirito di quel tempo e dallo zelo e dal numero del più potente partito8. Sotto il regno di lui il Cristianesimo ottenne una facile e durevol vittoria; ed appena cessò il favore della reale protezione, il genio del Paganesimo, che ardentemente si era innalzato e favorito dagli artifizi di Giuliano, cadde irreparabilmente a terra. In molte città i tempj furono chiusi o abbandonati; i filosofi, che aveano abusato della passeggiera loro potenza, stimaron prudente consiglio quello di radersi la barba, e di mascherare la lor professione; ed i Cristiani godevano d’essere in grado allora di perdonare o di vendicare le ingiurie, che avean sofferte nel regno antecedente9. Fu dissipata però la costernazione del Mondo Pagano mediante un savio e grazioso editto di tolleranza, in cui Gioviano espressamente dichiarò, che sebbene avrebbe severamente punito i sacrileghi riti della magia, pure i suoi sudditi potevan liberamente e con sicurezza esercitare le cerimonie dell’antico culto. Ci si è conservata la memoria di questa legge dall’oratore Temistio, che dal Senato di Costantinopoli fu deputato ad esporre il suo fedele omaggio al nuovo Imperatore. Temistio si diffonde sulla clemenza della Natura Divina, sulla facilità degli errori umani, su’ diritti della coscienza, e sull’indipendenza dello spirito; ed inculca eloquentemente i principj d’una filosofica tolleranza, di cui la superstizione medesima non ha rossore d’implorar l’aiuto nel tempo della sua calamità. Egli osserva giustamente, che nelle recenti mutazioni ambe le religioni erano state alternativamente disonorate dagli apparenti acquisti d’indegni proseliti, di que’ divoti della regnante porpora, che passavano senza ragione e senza vergogna dalla chiesa al tempio, e dagli altari di Giove alla sacra mensa de’ Cristiani10. Nello spazio di sette mesi le truppe Romane, che allora eran tornate ad Antiochia, aveano fatto una marcia di mille cinquecento miglia, nella quale avevan sofferto tutti i travagli della guerra, della fame e del clima. Nonostanti i loro servigi, le loro fatiche e l’approssimarsi dell’inverno, il timido ed impaziente Gioviano non concedette agli uomini ed ai cavalli che un riposo di sei settimane. L’Imperatore non potè soffrire le indiscrete e maliziose satire del popolo d’Antiochia11. Era egli ansioso di occupare il palazzo di Costantinopoli, e di prevenir l’ambizione di qualche competitore, che avrebbe potuto aspirare al vacante omaggio dell’Europa. Ma ricevè ben presto la grata notizia, che si riconosceva la sua sovranità dal Bosforo Tracio fino all’oceano Atlantico. Con le prime lettere, che spedì dal campo della Mesopotamia, egli avea delegato il comando militare della Gallia e dell’Illirico a Malarico, prode e fedele uffiziale della nazione dei Franchi; ed al Conte Luciliano, suo suocero, che si era già segnalato per coraggio e buona condotta nella difesa di Nisibi. Malarico avea ricusato un impiego, di cui non si credeva capace, e Luciliano era stato trucidato a Reims in un accidentale ammutinamento delle coorti Batave12. [A. D. 364] Ma la moderazione di Giovino, maestro generale della cavalleria, che seppe dimenticare il disegno della sua disgrazia, presto quietò il tumulto, e confermò i dubbiosi animi dei soldati. Fu dato e preso con leali acclamazioni il giuramento di fedeltà; e i deputati degli eserciti Occidentali13 salutarono il nuovo loro Sovrano, come scendeva dal monte Tauro verso la città di Tiana nella Cappadocia. Da Tiana continuò la sua frettolosa marcia verso Ancira, capitale della provincia di Galazia, dove Gioviano assunse, insieme col piccol suo figliuolino, il nome e le insegne del Consolato14. Dadastana15, oscura città quasi ad uguale distanza tra Ancira e Nicea, era destinata per fatale termine del viaggio e della vita di esso. Dopo una copiosa e forse intemperante cena andò a riposare, e la mattina seguente l’Imperator Gioviano fu trovato morto nel letto. In diverse maniere fu esposta la causa di quest’improvvisa morte. Alcuni la riguardarono come l’effetto d’una indigestione cagionata o dalla quantità del vino, o dalla qualità dei funghi ch’egli aveva golosamente mangiati la sera. Secondo altri, fu soffocato nel sonno dal vapore del carbone, cui trasse dalle muraglie della camera la dannosa umidità d’un intonaco fresco16. Ma la mancanza di una regolare inquisizione intorno alla morte di un Principe, il regno e la persona del quale andaron presto in obblio, sembra che fosse la sola circostanza che sostenesse i maliziosi susurri di veleno e di domestico tradimento17. Il corpo di Gioviano fu mandato a Costantinopoli per esser sepolto coi suoi predecessori; ed incontrossi per via la mesta processione da Carito sua moglie, figlia del Conte Luciliano, che tuttavia piangeva la recente morte del padre, e s’affrettava ad asciugare le lacrime fra gli abbracciamenti di un Imperiale marito. Amareggiavasi lo sconcerto ed il dolore di essa dall’ansietà della tenerezza materna. Sei settimane avanti la morte di Gioviano, il piccolo suo figlio era stato posto nella sedia curule, adornato del titolo di Nobilissimo, e delle vane insegne del Consolato. Non essendo il real fanciullo, che avea preso dall’avo il nome di Varroniano, consapevole di sua fortuna, la sola gelosia del Governo si rammentava ch’egli era figlio d’un Imperatore. Sedici anni dopo viveva ancora, ma era già stato privato d’un occhio; e l’afflitta sua madre ad ogni momento aspettava, che le fosse strappata quell’innocente vittima dalle braccia, per tranquillare col proprio sangue i sospetti del regnante Sovrano18. Dopo la morte di Gioviano rimase il trono Romano per dieci giorni19 senza Signore. I Ministri ed i Generali continuarono ad unirsi in consiglio, ad esercitare le respettive loro funzioni, a mantener l’ordine pubblico, ed a condurre pacificamente l’esercito verso la città di Nicea nella Bitinia, che si era scelta per luogo della nuova elezione20. In una solenne adunanza delle civili e militari potestà dell’Impero, fu di nuovo concordemente offerto il diadema al Prefetto Sallustio. Egli ebbe la gloria di farne un secondo rifiuto; e quando allegate furono le virtù del padre in favore del figlio, il Prefetto con la fermezza d’un generoso patriota dichiarò agli Elettori, che la debole vecchiezza dell’uno, e l’inesperta gioventù dell’altro erano ugualmente incapaci dei laboriosi doveri del governo. Si proposero diversi candidati: e dopo ponderate le obbiezioni al carattere od alla situazione di essi, furono l’un dopo l’altro rigettati; ma tosto che venne pronunziato il nome di Valentiniano, il merito di quest’uffiziale riunì i suffragi di tutta l’assemblea, ed ottenne la sincera approvazione di Sallustio medesimo. Valentiniano21 era figliuolo del Conte Graziano, nativo di Cibali nella Pannonia, il quale da un’oscura condizione si era innalzato22, mediante un’incomparabil destrezza e vigore, al comando militare dell’Affrica e della Gran Brettagna, da cui erasi ritirato con ampie ricchezze e con sospetta integrità. Il grado però ed i servigi di Graziano contribuirono a favorire i primi passi della promozione di suo figlio; e gli porsero un’opportuna occasione di spiegar quelle sode ed utili qualità, che ne sollevarono il carattere sopra l’ordinario livello dei suoi compagni soldati. Valentiniano era alto di statura, grazioso e maestoso. Il virile suo aspetto, che portava impressi alti segni di sentimento e di spirito, inspirava fiducia agli amici, ed ai nemici timore; e per secondare gli sforzi dell’indomito suo valore, il figlio di Graziano aveva ereditato i vantaggi di una forte e sana costituzione. Coll’abitudine della castità e temperanza, che raffrena gli appetiti ed invigorisce le forze, Valentiniano si mantenne la propria e la pubblica stima. Le occupazioni di una vita militare avean distratto la sua gioventù dall’eleganti ricerche della letteratura; egli ignorava la lingua Greca e le arti della Rettorica: ma siccome l’animo dell’oratore non era mai sconcertato da timida perplessità, egli era capace, ogni volta che l’occasione lo richiedeva, d’esporre i risoluti suoi sentimenti con facile ed ardita eloquenza. Le uniche leggi, che esso aveva studiato, eran quelle della marzial disciplina; e presto si distinse per la laboriosa diligenza e l’inflessibil severità, con cui adempiva e sosteneva i doveri del campo. Al tempo di Giuliano egli si espose al pericolo della disgrazia, pel disprezzo che dimostrò in pubblico verso la religion dominante23; ma dalla successiva condotta di lui parrebbe, che l’indiscreta ed inopportuna libertà di Valentiniano fosse stata l’effetto di militar baldanza, piuttosto che di uno zelo Cristiano. N’ebbe per altro il perdono, e fu sempre impiegato da un Principe che stimava il suo merito24; e nei vari successi della guerra Persiana egli accrebbe quella riputazione, che erasi già acquistato sulle rive del Reno. La prestezza e felicità, con cui eseguì un’importante commissione, gli aprì l’adito al favor di Gioviano ed all’onorevol comando della seconda scuola, o compagnia dei Targettieri, o sia delle guardie domestiche. Nel marciar che faceva da Antiochia, era giunto ai suoi quartieri d’Ancira, quando gli fu inaspettatamente significato, senz’arte o intrigo veruno, d’assumere nel quarantesimo terzo anno della sua età, l’assoluto governo del Romano Impero. [A. D. 364] L’invito dei Ministri e dei Generali a Nicea sarebbe stato di poco rilievo, se non si fosse confermato dalla voce dell’esercito. Il vecchio Sallustio, che aveva frequentemente osservate le irregolari fluttuazioni delle adunanze popolari, propose che nissuna di quelle persone, la cui militar dignità poteva eccitare un partito in loro favore, comparisse in pubblico, sotto pena di morte, nel giorno dell’inaugurazione. Pure tanto prevalse l’antica superstizione, che a questo pericoloso intervallo volontariamente s’aggiunse tutto un giorno, perchè in esso appunto cadeva l’intercalazione dell’anno bisestile25. Finalmente, quando si suppose che l’ora fosse propizia, Valentiniano comparve sopra un alto Tribunale; fu applaudita la giudiziosa elezione; ed il nuovo Principe venne solennemente adornato del diadema e della porpora in mezzo alle acclamazioni delle truppe, che eran disposte in ordine di guerra intorno al Tribunale. Ma stendendo egli la mano per parlare all’armata moltitudine, ad un tratto eccitossi un ansioso mormorio nelle file, che appoco appoco scoppiò in un alto ed imperioso grido, ch’ei nominasse immediatamente un collega nell’Impero. La intrepida tranquillità di Valentiniano ottenne silenzio ed impose rispetto. Egli così parlò all’assemblea: «Pochi momenti fa, o miei compagni soldati, era in vostro potere di lasciarmi nell’oscurità di una condizione privata. Giudicando dalla testimonianza della passata mia vita, che io meritassi di regnare, mi avete posto sul trono. Adesso è mio dovere di provvedere alla salute ed al vantaggio della Repubblica. Il peso dell’Universo è troppo grande, senza dubbio, per le mani d’un debol mortale. Io so quali sono i limiti delle mie forze e l’incertezza della mia vita; e lungi dallo sfuggire, io sono ansioso di sollecitare l’aiuto di un degno collega. Ma dove la discordia può esser fatale, la scelta di un fedele amico richiede una matura e seria deliberazione. Di questo io avrò cura. La vostra condotta sia fedele e costante. Ritiratevi ai vostri quartieri; rinfrescate gli spiriti ed i corpi; ed attendete il solito donativo in occasione dell’innalzamento al trono d’un nuovo Imperatore26». Le attonite truppe con una mescolanza d’orgoglio, di soddisfazione e di terrore ubbidirono alla voce del loro Signore. Le ardenti lor grida si convertirono in una tacita riverenza; e Valentiniano, circondato dalle aquile delle legioni e dalle diverse bandiere della cavalleria e della infanteria, fu condotto con pompa militare al palazzo di Nicea. Siccome però conosceva l’importanza di prevenire qualche imprudente dichiarazion de’ soldati, consultò l’assemblea de’ suoi capitani, e furono brevemente espressi i veri lor sentimenti dalla generosa libertà di Dagalaifo: «Ottimo Principe» (disse questo uffiziale) «se avete riguardo solo alla vostra famiglia, voi avete un fratello; ma se amate la Repubblica, cercate il più meritevole fra i Romani27». L’Imperatore, che soppresse il dispiacere senza alterare la sua intenzione, s’avanzò lentamente da Nicea verso Nicomedia o Costantinopoli. In uno dei sobborghi di quella capitale28, trenta giorni dopo la sua promozione, diede il titolo di Augusto a Valente suo fratello; e poichè i più arditi patriotti erano persuasi, che la loro opposizione, senza esser giovevole alla patria, sarebbe riuscita fatale a loro medesimi, fu ricevuta la dichiarazione dell’assoluta sua volontà con una tacita sommissione. Valente allora trovavasi nell’anno trentesimo sesto dell’età sua; ma non aveva mai esercitata la sua abilità in alcun impiego militare o civile; ed il suo carattere non aveva eccitato nel Mondo alcuna viva espettazione. Aveva però una qualità, che molto si valutava da Valentiniano, e che mantenne la pace domestica dell’Impero; vale a dire un grato e rispettoso attaccamento al suo benefattore, di cui Valente umilmente e di buona voglia riconobbe la superiorità, sì nel genio che nel potere, in ogni azione della sua vita29. [A. D. 364] Prima di dividere le Province dell’Impero, Valentiniano volle riformarne l’amministrazione. Furono invitati ad intentar pubblicamente le loro accuse i sudditi di ogni classe, ch’erano stati oppressi o tribolati nel regno di Giuliano. Il silenzio universale attestò l’irreprensibile integrità del Prefetto Sallustio30; e Valentiniano con le più onorevoli espressioni d’amicizia e di stima rigettò le pressanti sollecitazioni di lui, che gli fosse conceduto di ritirarsi dall’amministrazion dello Stato. Ma tra i favoriti dell’ultimo Imperatore se ne trovarono molti, che avevano abusato della sua credulità o superstizione; e che non potevano più sperare di esser protetti dal favore o dalla giustizia31. Per la maggior parte i Ministri del Palazzo e i Governatori delle Province furon rimossi dai rispettivi lor posti; ma il merito sublime di alcuni Uffiziali fu distinto dalla folla dei colpevoli; e non ostanti le grida in contrario dello zelo e dello sdegno, sembra che tutte le parti di questo delicato processo fossero eseguite con una ragionevol dose di saviezza e moderazione32. La gioia del nuovo regno ebbe un breve e sospetto interrompimento dalla improvvisa malattia dei due Principi; ma tosto che si furono essi ristabiliti in salute, lasciaron Costantinopoli al principio di primavera, e nel castello, o nel palazzo di Mediana, distante da Naisso tre miglia, eseguirono la solenne e final divisione dell’Impero Romano33. Valentiniano cedè al fratello la ricca Prefettura dell’Oriente, dal basso Danubio sino ai confini della Persia; riservandosi pel proprio immediato governo le guerriere Prefetture dell’Illirico, dell’Italia e della Gallia, dall’estremità della Grecia fino al muro Caledonio, e da questo fino al piè del monte Atlante. L’amministrazione delle Province restò sull’antica base; ma vi fu bisogno d’un doppio numero di Generali e di Magistrati per due consigli e due Corti: se ne fece la distribuzione, avuto un giusto riguardo al merito particolare ed alla situazione di ciascheduno, e furono tosto creati sette generali sì di cavalleria che d’infanteria. Terminato amichevolmente quest’importante affare, Valentiniano e Valente s’abbracciaron per l’ultima volta. L’Imperator d’Occidente fissò la sua residenza per un tempo a Milano; e l’Imperatore di Oriente tornò a Costantinopoli per assumere il dominio di cinquanta Province, il linguaggio delle quali eragli del tutto ignoto34. [A. D. 365] Presto fu disturbata la tranquillità dell’Oriente dalla ribellione; e fu minacciato il trono di Valente dagli audaci attentati di un rivale, che non aveva altro merito che una parentela coll’Imperator Giuliano35, e questa era stata l’unico suo delitto. Procopio era stato ad un tratto promosso dall’oscuro posto di Tribuno o di Notaro, al comando di tutto l’esercito della Mesopotamia; la pubblica opinione lo dichiarava già successore di un Principe privo di eredi naturali; ed i suoi amici o avversari propagavano un vano romore, che Giuliano avanti l’altar della Luna a Carre avea privatamente investito Procopio della porpora Imperiale36. Egli procurò, mediante la sua leale e sommessa condotta, di disarmare la gelosia di Gioviano: senza ostacolo dimesse il comando militare; e con la sua moglie e famiglia si ritirò a coltivare l’ampio patrimonio, che possedeva nella provincia della Cappadocia. Furono interrotte queste utili ed innocenti occupazioni dall’arrivo di un uffiziale, che a nome dei nuovi Sovrani Valentiniano e Valente fu spedito con una truppa di soldati per condurre l’infelice Procopio o ad una prigione perpetua o ad una ignominiosa morte. La sua presenza di spirito gli procurò una maggior dilazione, ed un fato più splendido. Senza mostrare di porre in dubbio il mandato reale, chiese la grazia di pochi momenti per abbracciare la sua dolente famiglia; e mentre una lauta mensa tratteneva la vigilanza delle sue guardie, esso destramente si rifuggì nelle coste marittime dell’Eussino, dalle quali passò nella regione del Bosforo. In quel remoto paese dimorò molti mesi esposto ai travagli dell’esilio, della solitudine e del bisogno; mentre il malinconico temperamento di lui fomentava le sue disgrazie, ed agitata era la sua mente dal giusto timore, che se qualche accidente scoperto avesse il suo nome, i Barbari senza grande scrupolo avrebbero infedelmente violate le leggi dell’ospitalità. In un punto d’impazienza e di disperazione, Procopio s’imbarcò sopra un vascello mercantile che facea vela per Costantinopoli; ed aspirò arditamente al grado di Sovrano, giacchè non gli era permesso di godere con sicurezza quello di suddito. Da principio si nascose nei villaggi della Bitinia, continuamente cangiando d’abitazione e di vesti37. Appoco appoco si arrischiò ad entrare nella Capitale affidò la propria vita e fortuna alla fedeltà di due amici, uno Senatore e l’altro eunuco, e concepì qualche speranza di buon successo dalla notizia ch’ebbe dello stato attuale de’ pubblici affari. Il Corpo del popolo era infetto da uno spirito di malcontentezza, che gli faceva desiderar la giustizia e l’abilità di Sallustio, che era stato imprudentemente dimesso dalla Prefettura dell’Oriente. Si disprezzava il carattere di Valente, rozzo senza vigore, e debole senza dolcezza. Temevasi l’influenza del patrizio Petronio suo suocero, crudele e rapace ministro, che rigorosamente esigeva i tributi rimasti arretrati fin dal regno dell’Imperatore Aureliano. Le circostanze eran propizie ai disegni di un usurpatore. La condotta ostile dei Persiani richiedeva la presenza di Valente nella Siria; dal Danubio all’Eufrate le truppe erano in moto; e la Capitale in tale occasione era piena di soldati che passavano e ripassavano il Bosforo Tracio. Furono indotte due coorti di Galli a dare orecchio alle segrete proposizioni dei cospiratori, sostenute dalla promessa d’un liberal donativo; e siccome veneravano ancora la memoria di Giuliano, facilmente acconsentirono a difender l’ereditaria pretensione del proscritto parente di lui. Allo spuntar del giorno vennero esse schierate vicino ai Bagni d’Anastasia; e Procopio, vestito di un abito di porpora più conveniente ad un commediante che a un Principe, comparve come se fosse risuscitato da morte in mezzo a Costantinopoli. I soldati, ch’erano preparati a riceverlo, salutarono il tremante lor Principe con acclamazioni di gioia e con voti di fedeltà. Fu tosto accresciuto il lor numero da un’insolente truppa di villani raccolti nella adiacente campagna; e Procopio, difeso dalle armi dei suoi aderenti, venne successivamente condotto al Tribunale, al Senato ed al Palazzo. Nei primi momenti del tumultuario suo regno egli rimase attonito e spaventato dal cupo silenzio del popolo, che o non sapeva la causa di tal novità o temea dell’evento. Ma la sua forza militare era superiore ad ogni attuale resistenza; i malcontenti correvano in folla allo stendardo della ribellione; i poveri erano eccitati dalle speranze, ed i ricchi intimoriti dal pericolo di un saccheggio universale; e l’ostinata credulità della moltitudine fu ingannata un’altra volta dai promessi vantaggi della ribellione. S’arrestarono i Magistrati; si aprirono con diligenza le porte della città e l’ingresso del porto; ed in poche ore Procopio divenne assoluto, quantunque precario, padrone della Imperiale città. L’usurpatore sostenne quest’inaspettato successo con qualche specie di coraggio e di destrezza. Egli propagò ad arte i rumori e le opinioni più favorevoli al suo interesse, nel tempo che deludeva la plebe col dare udienza ai frequenti, ma immaginari ambasciatori delle remote nazioni. Restarono appoco appoco involti nella colpa della ribellione i grossi Corpi di truppe, che si trovavano nelle città della Tracia e nelle fortezze del basso Danubio; ed i Principi Goti acconsentirono d’aiutare il Sovrano di Costantinopoli con la formidabile forza di più migliaia di ausiliari. I Generali di esso passarono il Bosforo e sottomisero senza fatica le disarmate, ma ricche Province della Bitinia e dell’Asia. La città e l’isola di Cizico, dopo una onorevol difesa, cedè al suo potere; le famose legioni dei Gioviani e degli Erculei abbracciaron la causa dell’usurpatore, ch’essi avevano avuto ordine d’opprimere; e perchè i veterani venivano continuamente aumentati da nuove leve, in poco tempo ei si vide alla testa d’un esercito, il valore ed il numero del quale corrispondeva all’importanza della contesa. Il figlio d’Ormisda38, giovane intelligente ed animoso, si condusse a trarre la spada contro il legittimo Imperatore dell’Oriente, ed il Principe Persiano fu immediatamente investito dell’antico e straordinario potere di Romano Proconsole. La parentela di Faustina, vedova dell’Imperator Costanzo, che pose nelle mani dell’usurpatore se stessa e la propria figlia, aggiunse alla causa di lui dignità e reputazione. La Principessa Costanza, che allora aveva circa cinque anni, accompagnava in una lettiga la marcia dell’esercito. Essa veniva mostrata al popolo nelle braccia dell’adottivo suo padre; ed ogni volta che passava per le file, accendevasi la tenerezza dei soldati in furore marziale39; si rammentavano essi le glorie della casa di Costantino, e dichiaravano con sincere acclamazioni, che avrebbero sparso l’ultima goccia del loro sangue in difesa della fanciulla reale40. Frattanto Valentiniano trovavasi agitato e perplesso per la dubbiosa notizia della ribellione dell’Oriente. Le difficoltà d’una guerra nella Germania lo costringevano ad impiegar le immediate sue cure nella salvezza dei proprj Stati; e siccome veniva impedito o corrotto ogni canale di comunicazione, egli dava orecchio con dubbiosa ansietà ai romori che si andavano artificiosamente spargendo, che la disfatta e la morte di Valente avesse lasciato Procopio solo Signore delle Province Orientali. Valente non era morto; ma alla nuova della ribellione, ch’ei ricevè in Cesarea, disperò vilmente della sua vita e dello Stato; propose d’entrare in trattato coll’usurpatore, e scuoprì una segreta inclinazione a deporre la porpora Imperiale. La fermezza de’ suoi Ministri salvò il timido Monarca dal disonore e dalla rovina, e l’abilità loro tosto decise in suo favore l’evento della guerra civile. In un tempo di tranquillità, Sallustio si era dimesso dal suo posto senza parlare; ma appena fu attaccata la sicurezza pubblica, egli ambiziosamente sollecitò la preminenza nella fatica e nel pericolo; e la restituzione della Prefettura dell’Oriente a quel virtuoso ministro fu il primo passo, che indicò il pentimento di Valente, e soddisfece gli animi del popolo. Il regno di Procopio in apparenza era sostenuto da poderose armate e da ubbidienti Province; ma molti dei primi uffiziali, sì militari che civili, si erano indotti o per motivi di dovere, o d’interesse a sottrarsi da quella rea scena, o a spiare l’occasione di tradire o di abbandonare la causa dell’usurpatore. Lupicino con marcie affrettate s’avanzò a condurre le legioni della Siria in aiuto di Valente. Arinteo, che in forza, in beltà, ed in valore superava tutti gli Eroi di quel tempo, con una piccola truppa attaccò un corpo superiore di ribelli. Quando egli si vide a fronte di quei soldati, che avevano militato sotto le sue bandiere, ad alta voce comandò loro d’arrestare e consegnargli nelle mani il preteso lor condottiere; e tale fu l’ascendente del suo genio, che un ordine sì straordinario fu immediatamente obbedito41. Arbezione, rispettabile veterano di Costantino Magno, che era stato distinto con gli onori del Consolato, fu persuaso a lasciare il suo ritiro, ed a condurre un’altra volta l’esercito in campo. Nel calor dell’azione, trattosi l’elmo tranquillamente di capo, mostrò la canizie ed il suo venerabile aspetto; salutò i soldati di Procopio coi teneri nomi di figli e di compagni; e gli esortò a non più sostenere la causa disperata di un disprezzabil tiranno, ma seguir piuttosto il vecchio loro capitano, che gli avea tante volte condotti alla vittoria e all’onore. Nelle due battaglie di Tiatira42 e di Nicosia, l’infelice Procopio fu abbandonato dalle sue truppe, che restaron sedotte dalle istruzioni e dall’esempio dei perfidi loro uffiziali. Dopo d’aver vagato per qualche tempo nei boschi e nelle montagne della Frigia, fu tradito dai timidi suoi seguaci, condotto al campo Imperiale, ed immediatamente decapitato. Egli ebbe la sorte ordinaria degli usurpatori, a cui mal succedono lo loro imprese; ma gli atti di crudeltà, esercitati dal vincitore sotto l’orma di legittima giustizia, eccitarono la compassione e lo sdegno dell’universo43. In vero tali sono i frutti comuni e naturali del dispotismo e della ribellione. Ma l’inquisizione contro il delitto di magia, che nel regno dei due fratelli fu sì rigorosamente perseguitato sì in Roma che in Antiochia, s’interpetrò come un fatal sintomo44 o dell’ira del cielo o della depravazione degli uomini45. Non dubitiamo di generosamente applaudirci, che nel secolo presente la parte più illuminata dell’Europa ha tolto di mezzo46 un odioso e crudele pregiudizio, che regnava in ogni clima del globo, ed era inerente ad ogni sistema di religiose opinioni47. Le nazioni e le Sette del Mondo Romano ammettevano con ugual credulità e abborrimento l’esistenza di quell’arte infernale48, che si credeva capace di sovvertire l’ordine eterno dei pianeti e le volontarie operazioni dello spirito umano. Temevano il misterioso potere dei caratteri magici e delle incantazioni, di potenti erbe e di esecrabili riti, che potevan togliere o richiamare la vita, infiammar, le passioni dell’animo, guastar le opere della creazione, ed estorcere dai ripugnanti demoni i segreti del futuro. Credevano, con la più strana incoerenza, che questo soprannatural dominio dell’aria, della terra e dell’inferno si esercitasse pei bassi motivi di malizia o di lucro da grinzose vecchie, o da vagabondi stregoni, che passavano le oscure lor vite nella miseria e nel disprezzo49. Le arti della magia eran condannate ugualmente dalla pubblica opinione e dalle leggi di Roma; ma siccome tendevano a soddisfare le più imperiose passioni del cuore umano, così erano continuamente proscritte e continuamente praticate50. Una causa immaginaria è capace di produrre i più serj e dannosi effetti. Le oscure predizioni della morte d’un Imperatore o del buon successo d’una cospirazione non erano dirette che a stimolar le speranze dell’ambizione o a sciogliere i vincoli della fedeltà; ed il delitto, che in se stessa conteneva la magia, veniva aggravato dagli attuali reati del tradimento e del sacrilegio51. Questi vani terrori disturbavano la pace della società e la felicità degli individui; e l’innocente fiamma, che appoco appoco struggeva un’immagin di cera, dalla spaventata fantasia della persona, che si voleva maliziosamente rappresentare, potea trarre una potente e perniciosa energia52. Dall’infusione di quell’erbe, che si supponeva avessero una forza soprannaturale, si potea facilmente passare all’uso di veleni più sostanziali; e la follìa degli uomini divenne alle volte l’istrumento e la maschera dei più atroci delitti. Poichè dai Ministri di Valentiniano e di Valente fu incoraggiato lo zelo degli accusatori, non poterono essi ricusare di prestare orecchio ad un’altra accusa, che troppo spesso avea parte nelle scene di domestiche colpe; accusa d’una più mite e meno cattiva natura, per la quale il pio, ma eccessivo rigore di Costantino avea recentemente stabilita la pena di morte53. Questa fatale ed incoerente mescolanza di tradimento e di magia, di veleno e di adulterio somministrava infiniti gradi di delitto e d’innocenza, di scusa e di aggravio, che in queste processure pare che fossero confusi dalle ardenti o corrotte passioni dei giudici. Essi facilmente s’accorsero, che tanto più si stimava dalla Corte Imperiale l’industria ed il discernimento loro, quanto maggiore era il numero delle esecuzioni che si facevano pe’ decreti dei respettivi loro Tribunali. Non senza un’estrema ripugnanza pronunziavano qualche sentenza d’assoluzione, ma con ardore ammettevano testimonianze anche macchiate da spergiuri ed estorte per via di tormenti a provare le più improbabili accuse contra le persone più rispettabili. Il progresso dell’inquisizione apriva sempre nuova materia di processi criminali; l’audace delatore, di cui si fosse scoperta la falsità, si ritirava impunemente; ma alla misera vittima, che palesava dei reali o supposti complici, rade volte accordavasi premio della sua infamia. Dall’estremità dell’Italia e dell’Asia erano tratti giovani e vecchi in catene ai tribunali di Roma e d’Antiochia. Senatori, Matrone e Filosofi spirarono in mezzo ad ignominiosi e crudeli tormenti. I soldati, destinati alla guardia delle prigioni, dichiararono con voci di compassione e di sdegno, che il loro numero non era sufficiente ad impedire la fuga o la resistenza della moltitudine dei prigionieri. Le famiglie più ricche erano rovinate dalle confiscazioni ed ammende; i più innocenti cittadini tremavano per la loro salute; e possiam formare qualche idea dell’estensione del male dalla stravagante asserzione d’un antico Scrittore, che nelle soggette Province i prigionieri, gli esuli ed i fuggitivi formavano la maggior parte degli abitanti54. [A. D. 364-375] Quando Tacito descrive le morti degli innocenti ed illustri Romani, che furon sacrificati alla crudeltà dei primi Cesari, l’arte dell’Istorico o il merito dei pazienti eccita nei nostri petti i più vivi sentimenti di terrore, d’ammirazione e di pietà. Il volgare ed indistinto pennello d’Ammiano ha dipinto queste sanguinose scene con tediosa e non piacevole esattezza. Ma siccome non è più impegnata la nostra attenzione dal contrasto di libertà e di servitù, di recente grandezza e di attual miseria, dovremmo con orrore torcer lo sguardo dalle frequenti esecuzioni, che disonorarono in Roma ed Antiochia il regno dei due fratelli55. Valente era timido56 di naturale, e Valentiniano collerico57. Il principio dominante dell’amministrazione del primo era un ansioso riguardo per la sua personal sicurezza. Da privato egli avea con tremante rispetto baciato la mano dell’oppressore; e quando salì sul trono, con ragione aspettava che gli stessi timori, di cui egli avea portato il giogo, dovessero assicurargli la paziente sommissione del popolo. I favoriti di Valente ottennero, mediante il privilegio della rapacità e della confiscazione, quella ricchezza che non avrebber potuto ottenere dalla sua economia58. Gli insinuavano essi con persuadente eloquenza, che in ogni caso di ribellione il sospetto equivale alla prova; che il potere suppone l’intenzione del delitto; che l’intenzione non è meno colpevole dell’atto; e che un suddito non dee più vivere, qualora la sua vita può minacciare la salute, o turbare il riposo del suo Sovrano. Fu alle volte ingannato il giudizio di Valentiniano, e si abusò della sua confidenza; ma egli avrebbe con uno sprezzante sorriso imposto silenzio ai delatori, se avessero preteso di porre in agitazione la sua fortezza con rappresentargli il pericolo. Essi lodavano l’inflessibile amore che aveva per la giustizia; e nell’esercizio di essa era l’Imperatore facilmente indotto a risguardar la clemenza come una debolezza, e la passione come una virtù. Finattanto che non ebbe a contendere che con gli uguali nei fieri incontri di una vita attiva ed ambiziosa, Valentiniano fu rare volte ingiuriato, e non insultato mai impunemente: se attaccavasi la sua prudenza, s’applaudiva il suo spirito; ed i più altieri e potenti Generali temevano di provocar lo sdegno di un soldato imperterrito. Dopo esser divenuto Signore del Mondo, gli uscì per disgrazia di mente, che dove non ha luogo la resistenza, non può esercitarsi il coraggio; ed invece di consultare i dettami della ragione, secondava i furiosi moti del suo temperamento, in un tempo in cui erano essi vergognosi per lui, e fatali pe’ miseri oggetti dell’ira sua. Tanto nel governo della propria casa che dell’Impero, piccole o anche immaginarie mancanze, una parola inconsiderata, un’accidentale ommissione, un indugio involontario si punivano con immediate sentenze di morte. L’espressioni che più comunemente uscivano di bocca all’Imperator dell’Occidente, eran queste: «Gli si tagli la testa: sia bruciato vivo: sia battuto con verghe fino alla morte59»: ed i più favoriti Ministri presto impararono, che col temerariamente procurar di sospendere o d’esaminare l’esecuzione dei sanguinarj comandi di lui, potevano essi medesimi restare involti nella colpa o nel gastigo della disubbidienza. Le replicate soddisfazioni di questa rozza giustizia indurirono il cuore di Valentiniano contro la compassione ed il rimorso; ed i trasporti della passione vennero confermati dall’abitudine della crudeltà60. Poteva egli mirare con fredda soddisfazione le convulsive agonie della tortura e della morte; donava la sua amicizia a quei servi fedeli, l’indole dei quali era più coerente alla propria. Il merito di Massimino, che avea fatto strage delle più nobili famiglie di Roma fu premiato con la real approvazione e con la Prefettura della Gallia. Non poterono aver la sorte di partecipare del favore di Massimino, che due feroci ed enormi orsi distinti coi nomi d’Innocenza, e di Mica aurea. Eran sempre vicine alla camera di Valentiniano le gabbie di tali favorite guardie; e spesso egli si dilettava del grato spettacolo di vedere sbranare e divorar da loro le palpitanti membra dei malfattori abbandonati alla furia di esse. Il Romano Imperatore prendevasi gran cura del loro cibo e dei loro esercizi; e quando Innocenza ebbe adempito con una lunga serie di meritevoli servigi il suo uffizio, al fedele animale fu restituita la libertà dei nativi suoi boschi61. Ma nei tranquilli momenti della riflessione, allorchè lo spirito di Valente non era agitato dal timore, o quello di Valentiniano dall’ira, i tiranni riassumevano i sentimenti o almeno la condotta di padri della patria. Lo spassionato giudizio dell’Imperator d’Occidente era in grado di conoscer chiaramente e di procurar con ardore il bene proprio e del pubblico; ed il Sovrano d’Oriente, che imitava con ugual docilità i varj esempi, che riceveva dal suo fratello maggiore, veniva alle volte guidato dalla saviezza e virtù del Prefetto Sallustio. Ambidue i Principi invariabilmente ritennero nella porpora la modesta e regolata semplicità, che adornato avevano la privata lor vita; e sotto il regno di essi i piaceri della Corte non costarono mai al popolo rossore o sospiri. Essi appoco appoco riformarono molti abusi dei tempi di Costanzo; adottarono giudiziosamente e migliorarono i disegni di Giuliano e del suo Successore; e spiegarono uno stile ed uno spirito di legislazione, che può risvegliare nella posterità l’opinione più favorevole del carattere e del governo loro. Non si sarebbe aspettato mai dal padrone d’Innocenza quella tenera cura pel bene dei sudditi, che mosse Valentiniano a condannare l’esposizione dei bambini nati di fresco62, ed a stabilire con stipendi e privilegi quattordici abili Medici nei quattordici quartieri di Roma. Il buon senso di un ignorante soldato immaginò un utile e liberale Instituto per l’educazione della gioventù e pel sostegno delle scienze allor decadenti63. Era sua intenzione che s’insegnassero le arti della rettorica e della grammatica in lingua Greca e Latina nelle Metropoli di ogni Provincia; e poichè ordinariamente la grandezza e la dignità della scuola era proporzionata a quella della città in cui si trovava, le Accademie di Roma e di Costantinopoli vantavano una giusta e singolar preeminenza. I frammenti degli editti letterari di Valentiniano rappresentano imperfettamente la scuola di Costantinopoli, che fu a grado a grado perfezionata dai successivi regolamenti. Era essa composta di trent’uno Professori, distribuiti in diversi rami di scienze; vale a dire un filosofo e due legali, cinque sofisti e dieci grammatici per la lingua Greca, tre oratori ed altri dieci grammatici per la Latina, oltre sette scrivani, o come in quel tempo si chiamavano antiquari, le laboriose penne dei quali provvedevano le pubbliche Biblioteche di buone e corrette copie dei classici Autori. La regola di condotta, che fu allora prescritta agli studenti, è tanto più curiosa che somministra i primi sbozzi della forma e della disciplina di una moderna Università. Si richiedeva, che essi portassero gli opportuni attestati dei Magistrati delle native loro Province. Regolarmente si notavano in pubblici registri i nomi, le professioni e le abitazioni loro. Era severamente proibito alla studiosa gioventù di perdere il tempo in conviti o nei teatri, ed era limitato il termine della loro educazione all’età di vent’anni. Il Prefetto della città poteva gastigar gli oziosi ed i refrattari con le verghe e coll’espulsione; ed aveva ordine di riferire ogni anno al Maestro degli Uffizi, quali scolari per le cognizioni ed abilità loro si potessero utilmente impiegare in servizio pubblico. Gli instituti di Valentiniano contribuirono ad assicurare i vantaggi della pace e dell’abbondanza; e servì a guardar le città lo stabilimento dei Difensori64 eletti liberamente come Tribuni ed Avvocati del popolo per sostenere i diritti, ed esporre gli aggravj di esso avanti ai Tribunali dei Magistrati civili, o anche al piè del Trono Imperiale. Si amministravano diligentemente le finanze da due Principi, che per tanto tempo erano stati assuefatti alla rigorosa economia di una condizione privata; ma nell’incassamento e nell’impiego della pubblica entrata un occhio discernitore potrebbe osservare qualche differenza fra il governo d’Oriente e quel d’Occidente. Valente era persuaso che non si potesse sostenere la liberalità reale per mezzo della pubblica oppressione; e non ebbe mai l’ambizione di aspirare ad assicurare, mediante le presenti angustie, la futura forza e prosperità del suo popolo. Invece di accrescere il peso delle tasse, che nello spazio di quaranta anni a grado a grado si erano raddoppiate, nei primi quattro anni del suo regno diminuì la quarta parte del tributo dell’Oriente65. Sembra che Valentiniano fosse meno attento ed ansioso di sollevare i pesi del suo popolo. Potè in vero riformare gli abusi dell’amministrazione fiscale, ma esigeva senza scrupolo una gran parte dei beni dei privati, essendo convinto, che le rendite, le quali sostenevano il lusso degl’individui, si sarebbero con molto maggior vantaggio impiegate nel difendere e migliorare lo Stato. I sudditi Orientali, che abitualmente godevano il benefizio della condotta del loro Principe, applaudivano alla beneficenza di esso, e la seguente generazione sentì e riconobbe il solido, quantunque meno splendido, merito di Valentiniano66. [A. D. 364-375] Ma la più onorevol particolarità del carattere di Valentiniano è quella costante e moderata imparzialità, che egli sempre mantenne in un tempo di religiose contese. Il suo buon senso, non illuminato in vero, ma neppure corrotto dallo studio, evitava con rispettosa indifferenza le sottili questioni Teologiche. Il governo della Terra esigeva la sua vigilanza, e soddisfaceane l’ambizione; e nel tempo che si rammentava d’esser discepolo della Chiesa, non si dimenticò mai che era Sovrano del Clero. Nel regno d’un Apostata, egli avea segnalato il suo zelo per l’onore del Cristianesimo; concesse dunque ai suoi sudditi il privilegio che aveva assunto per se medesimo; ed essi accettar potevano con gratitudine e con fiducia la general tolleranza, permessa da un Principe dominato dalle passioni, ma incapace di timore o di simulazione67. I Pagani, gli Ebrei e tutte le varie Sette, che ammettevano l’autorità divina di Cristo, eran protetti, dalle leggi contro il potere arbitrario o il popolare insulto; nè ci aveva specie alcuna di culto che fosse proibita da Valentiniano, eccettuate quelle segrete e ree pratiche, le quali abusavano del nome di religione per cuoprir gli oscuri disegni del vizio e del disordine. L’arte magica, siccome si puniva più crudelmente, così veniva proscritta con più rigore; ma l’Imperatore adottò una formal distinzione per protegger gli antichi metodi di divinazione approvati dal Senato, ed esercitati dagli Aruspici Toscani. Col consenso dei Pagani più ragionevoli avea condannato la licenza dei sacrifizi notturni; ma immediatamente ammesso l’istanza di Pretestato Proconsole dell’Acaia, il quale rappresentò che la vita dei Greci sarebbe divenuta misera e disgustosa, qualora fossero essi restati privi dell’inestimabil vantaggio dei misteri Eleusini. La sola filosofia può vantarsi (e forse non è più che un semplice vanto della filosofia) che la gentile sua mano è capace di sradicare dalla mente umana i segreti e fatali principj del fanatismo. Ma questa tregua di dodici anni, che acquistò maggior forza dal saggio e vigoroso governo di Valentiniano, sospendendo la ripetizione delle vicendevoli ingiurie, contribuì ad addolcire i costumi, e ad abbattere i pregiudizi delle religiose fazioni. [A. D. 363-378] L’amico della tolleranza trovavasi per disgrazia distante dal teatro delle più fiere controversie. Appena i Cristiani dell’Occidente si furon distrigati dai lacci della formola di Rimini, felicemente ricaddero nel letargo dell’ortodossia; ed i piccoli residui del partito Arriano, che tuttavia sussistevano in Milano e in Sirmio, potevano risguardarsi come oggetti piuttosto di disprezzo che di sdegno. Ma nelle province Orientali, dall’Eussino fino all’estremità della Tebaide, la forza ed il numero delle ostili fazioni si bilanciava con maggiore uguaglianza; e questa, invece di secondare i consigli di pace, non serviva che a perpetuar gli orrori della guerra di religione. I Monaci ed i Vescovi sostenevano i loro argomenti con invettive; e le loro invettive alle volte venivano accompagnate dalle percosse. Atanasio dominava sempre in Alessandria; le Sedi di Costantinopoli e d’Antiochia erano occupate dai Prelati Arriani, ed ogni vacanza di Vescovato era l’occasione di un tumulto popolare. Gli Homousiani furon fortificati dalla riconciliazione di cinquantanove Vescovi Macedoniani o Semiarriani; la segreta ripugnanza, che avevano d’abbracciare la divinità dello Spirito Santo, oscurava lo splendore di tal trionfo; e la dichiarazion di Valente, che nei primi anni del suo regno aveva imitato l’imparzial condotta del fratello, fu un importante vittoria dalla parte dell’Arrianismo. [A. D. 370] I due fratelli avean passata la privata lor vita nello stato di catecumeni; ma la pietà di Valente lo mosse a chiedere il Sacramento del Battesimo avanti d’esporsi ai pericoli della guerra Gotica. Egli si rivolse naturalmente ad Eudosso68 Vescovo della città Imperiale; e se l’ignorante Monarca fu istruito da quell’Arriano Pastore nei principj della Teologia eterodossa, l’inevitabile conseguenza dell’erronea sua scelta dee in lui risguardarsi piuttosto come una disgrazia che come un delitto. Qualunque fosse stata la determinazione dell’Imperatore, dovea sempre disgustare una gran parte dei Cristiani suoi sudditi; giacchè i Capi tanto degli Homousiani che degli Arriani credevano, che se non si lasciavano dominare, si facesse loro una crudele ingiuria ed oppressione. Dopo aver fatto questo decisivo passo, era molto difficile per esso il conservare la virtù o la riputazione d’imparziale. Veramente non aspirò mai, come Costanzo, alla fama di profondo Teologo; ma siccome avea ricevuto con semplicità e rispetto le opinioni di Eudosso, Valente rimise la sua coscienza alla direzione dell’Ecclesiastiche sue guide, e coll’influenza della propria autorità promosse la riunione degli eretici Atanasiani al corpo della Chiesa Cattolica. Da principio ebbe compassione di lor cecità; in seguito appoco appoco fu provocato dalla loro ostinazione; ed insensibilmente incominciò ad odiar quei Settari, pei quali era egli stesso un argomento di odio69. Era sempre dominato il debole spirito di Valente dalle persone, colle quali famigliarmente conversava; e l’esilio o la prigionia d’un privato son favori che facilissimamente si accordano in una Corte dispotica. Si davano tali pene frequentemente ai Capi del partito Homousiano; e la disgrazia di ottanta Ecclesiastici di Costantinopoli, che forse per accidente bruciarono sopra una nave, imputossi alla crudele e premeditata malizia dell’Imperatore e de’ suoi Arriani ministri. In ogni contesa i Cattolici (se ci è permesso di anticipar questo nome) eran costretti a pagar la pena delle mancanze loro e di quelle degli avversari. In ogni elezione il Candidato Arriano aveva la preferenza; e se gli si opponeva il maggior partito del popolo, era comunemente sostenuto dall’autorità del Magistrato civile, o anche dai terrori di una forza militare. I nemici d’Atanasio tentarono di turbar gli ultimi anni della venerabil vecchiezza di lui; ed il suo breve ritirarsi al sepolcro del proprio padre si celebrò come un quinto esilio. Ma lo zelo di un gran popolo, che immediatamente corse alle armi, pose in timore il Prefetto, ed all’Arcivescovo si lasciò finir la vita in pace ed in gloria dopo quarantasette anni di Vescovato. La morte d’Atanasio fu il segnale della persecuzione dell’Egitto; ed il ministro Pagano di Valente, che a forza collocò l’indegno Lucio nella sede Archiepiscopale, si procacciò il favore del partito dominante per mezzo del sangue e dei patimenti dei Cristiani loro fratelli. Amaramente dolevansi questi della libera tolleranza in favore del Culto Pagano e Giudaico, come d’una circostanza aggravante la miseria dei Cattolici e la reità dell’empio Tiranno dell’Oriente70. Il trionfo del partito ortodosso ha lasciato sopra la memoria di Valente una profonda macchia di persecuzione; ed il carattere di un Principe, che traeva le sue virtù ed i suoi vizi da un debole intelletto e da un’indole pusillanime, appena merita che ci prendiamo la pena di farne l’apologia. Ciò nonostante, il candore può scoprire motivi di sospettare, che i Ministri Ecclesiastici di Valente spesso eccedessero gli ordini o anche le intenzioni del loro Signore; e che la verità dei fatti siasi molto magnificata dalla veemente declamazione e dalla facile credulità dei suoi antagonisti71. In primo luogo, il silenzio di Valentiniano può suggerire un probabile argomento, che i parziali rigori, esercitati nelle Province ed in nome del suo collega, soltanto si riducessero ad alcune oscure ed inconsiderabili deviazioni dallo stabilito sistema di tolleranza religiosa; e quel giudizioso Istorico, che ha lodato la temperata natura del fratello maggiore, non si è creduto in dovere di porre a contrasto la tranquillità dell’Occidente con la crudele persecuzione dell’Oriente72. Secondariamente, per quanto vogliam prestar fede alle incerte e lontane relazioni, si può distintamente conoscere il carattere o almeno la condotta di Valente negli affari che trattò personalmente coll’eloquente Basilio Arcivescovo di Cesarea, che era succeduto ad Atanasio nel maneggio della causa spettante alla Trinità73. Se ne fece la circostanziata narrazione dagli amici ed ammiratori di Basilio; e spogliata che sia da un grossolano abbigliamento di rettorica e di miracoli, resteremo sorpresi dall’inaspettata dolcezza del tiranno Arriano, che ammirò la fermezza del suo animo, o temè, facendogli violenza, una rivoluzione generale nella provincia della Cappadocia. L’Arcivescovo, che sosteneva con inflessibile alterigia74 la verità delle sue opinioni e la dignità del suo posto, fu lasciato nel libero possesso della sua coscienza e della sua sede. L’Imperatore devotamente assistè nella Cattedrale alla messa solenne: ed in luogo di una Sentenza di esilio, sottoscrisse la donazione di considerabili beni per uso di uno spedale, che Basilio aveva ultimamente fondato nelle vicinanze di Cesarea75. In terzo luogo, non ho potuto trovare, che da Valente fosse fatta contro gli Atanasiani alcuna legge, come quella che in seguito fece Teodosio contro gli Arriani; e l’editto, che suscitò i più violenti clamori, non sembra poi tanto degno di riprensione. L’Imperatore aveva osservato, che molti dei suoi sudditi, seguitando la pigra loro inclinazione, si erano associati, sotto pretesto di religione, ai Monaci dell’Egitto; e diede ordine al Conte dell’Oriente di trarli fuori della lor solitudine, e costringere quei disertori della società ad accettare la giusta alternativa, o di rinunziare ai temporali lor beni, o di adempire i pubblici doveri degli uomini e dei cittadini76. Sembra che i Ministri di Valente estendessero il senso di questo penale statuto, giacchè si arrogarono il diritto di arrolare nelle armate Imperiali i Monaci giovani e di forte corporatura. Fu spedito da Alessandria nel vicino deserto di Nitria77, popolato da cinquemila Monaci, un distaccamento di cavalleria e d’infanteria consistente in tremila soldati. Erano essi guidati da Preti Arriani, e si racconta, che fu fatta una considerabile strage nei Monasteri, nei quali non si ubbidiva ai comandi del Principe78. [A. D. 370] Gli stretti regolamenti, che la saviezza dei moderni Legislatori ha fatti per frenare la ricchezza e l’avarizia del Clero, in origine si posson dedurre dall’esempio dell’Imperatore Valentiniano. Il suo editto79, indirizzato a Damaso Vescovo di Roma, fu pubblicamente letto nelle Chiese della città. Egli ammoniva gli Ecclesiastici ed i Monaci a non frequentare le case delle vedove e delle vergini, e ne minacciava la disubbidienza con pene civili. Al Direttore non fu più permesso di ricevere alcun donativo, legato, o eredità dalle figlie spirituali; ogni testamento contrario a quest’editto fu dichiarato nullo, e ciò che si fosse illegittimamente donato, dovea confiscarsi in benefizio del tesoro pubblico. Sembra che con una successiva costituzione fossero estesi gli stessi provvedimenti alle Monache e ai Vescovi, e che tutte le persone dell’ordine Ecclesiastico si rendessero incapaci di ricevere alcuna donazione testamentaria, e rigorosamente fossero limitate ai naturali e legittimi diritti della successione. Valentiniano, come custode della domestica felicità e virtù, applicò al male nascente questo rigoroso rimedio. Nella Capitale dell’Impero le donne di case nobili e ricche possedevano vastissimi e indipendenti patrimonj: e molte di quelle devote femmine avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo, non solamente col freddo assenso dell’intelletto, ma eziandio col calore dell’affezione, e forse coll’ardor della moda. Sacrificavano esse80 i piaceri della pompa e del lusso; e rinunziavano per amor della castità alle dolci lusinghe della società conjugale. Si deputava qualche Ecclesiastico, di reale o di apparente santità, per diriger la timorosa loro coscienza, e per occupare la tenerezza vacante del loro cuore; e spesso qualche furbo o entusiasta, che dall’estremità dell’Oriente correva a godere in uno splendido teatro i privilegj della professione Monastica, si abusava dell’illimitata confidenza che esse precipitosamente accordavangli. Mediante il disprezzo, che questi avevan del Mondo, insensibilmente acquistavano i più desiderabili vantaggi di esso, come il vivo attaccamento di una forse giovane e bella donna, la delicata abbondanza d’una casa opulenta, ed il rispettoso omaggio degli schiavi, dei liberti e dei clienti d’una Senatoria famiglia. Le immense ricchezze delle Dame Romane appoco appoco si consumavano in prodighe elemosine e in dispendiosi pellegrinaggi; e l’artificioso Monaco, che aveva assegnato a se stesso il primo e, se era possibile, il solo posto nel testamento della spirituale sua figlia, pretendeva sempre di dichiarare, con la dolce apparenza dell’ipocrisia, che egli era il solo strumento della carità, e l’amministratore dei beni dei poveri. Quel lucroso ma disonorevol commercio81, che si esercitava dal Clero per defraudare l’espettazione degli eredi naturali, avea provocato fino lo sdegno d’un secolo superstizioso; e due dei più rispettabili Padri Latini molto ingenuamente confessano, che l’ignominioso editto di Valentiniano fu giusto e necessario; e che i Sacerdoti Cristiani avean meritato di perdere un privilegio, che tuttavia si godeva dai commedianti, dai cocchieri e dai ministri degli idoli. Ma la saviezza e l’autorità del legislatore di rado son vittoriose, quando combattono la vigilante destrezza dell’interesse privato; e Girolamo o Ambrogio potevano con pazienza acquietarsi nella giustizia di una legge salutare, ma inefficace. Se raffrenavansi gli Ecclesiastici negli acquisti di personali emolumenti, essi non lasciavano d’esercitare una più lodevole industria in accrescere la ricchezza comune della Chiesa, ed in decorare la loro avidità coi nomi speciosi di pietà e di patriottismo82. [A. D. 366-384] Damaso, Vescovo di Roma, che dovè svergognare l’avarizia del suo Clero pubblicando la legge di Valentiniano, ebbe il buon senso o la buona fortuna di impegnare in suo servizio lo zelo e l’abilità del dotto Girolamo; e questo grato Santo ha celebrato il merito e la purità d’un carattere molto ambiguo83. Ma curiosamente ha osservato gli splendidi vizj della Chiesa Romana sotto il regno di Valentiniano e di Damaso l’istorico Ammiano, che indica l’imparziale suo sentimento in queste espressive parole. "La Prefettura di Juvenzio godeva il vantaggio della pace e dell’abbondanza; ma presto fu disturbata la tranquillità del suo governo da una sanguinosa sedizione del diviso popolo. L’ardore di Damaso e di Orsino, per occupare la sede Episcopale, sorpassò l’ordinaria misura dell’ambizione umana. Essi contendevano col furor di parte; era sostenuta la disputa con le ferite o con la morte dei loro seguaci; ed il Prefetto, incapace d’impedire o d’acquietare il tumulto, fu costretto dalla forza maggiore a ritirarsi nei sobborghi. Damaso prevalse: la vittoria, molto contrastata, finalmente rimase dalla parte della fazione di lui; furon trovati nella Basilica di Sicinino84, dove i Cristiani tenevano le religiose loro adunanze, centotrentasette corpi morti85; e passò molto tempo avanti che gli animi riscaldati del popolo riprendessero la solita loro tranquillità. Considerando lo splendore della Capitale, non mi fa maraviglia, che un premio sì valutabile accendesse le brame di uomini ambiziosi, e producesse le più fiere ed ostinate contese. Il candidato, che ottiene l’intento, è sicuro d’esser arricchito dalle offerte delle matrone86; e vestito con decente cura ed eleganza può passeggiar nel suo cocchio per le strade di Roma87; e la sontuosità della mensa Imperiale non uguaglierà i copiosi e delicati conviti apparecchiati dal gusto ed a spese dei Romani Pontefici. Con quanto più di ragione (continua il buon Pagano) provvederebbero questi Pontefici alla vera loro felicità, se invece d’allegare la grandezza della città come una scusa dei loro costumi, imitasser la vita esemplare di alcuni Vescovi delle province, nei quali la sobrietà e temperanza, il moderato equipaggio, e gli umili sguardi rendono la modesta e pura loro virtù commendabile alla Divinità ed ai veri adoratori di essa88". Fu estinto lo scisma di Damaso e di Orsino mediante l’esilio di questo ultimo; e la saviezza del Prefetto Pretestato89 restituì la calma alla città. Pretestato era un Pagano filosofo, un uomo erudito, di buon gusto e culto, che cuoprì sotto l’aria di scherzo un rimprovero, allorchè assicurò Damaso, che avrebbe subito abbracciato egli stesso la religione Cristiana, se avesse ottenuto il Vescovato di Roma90. Questa viva pittura della ricchezza e del lusso dei Papi nel quarto secolo, tanto più riesce curiosa, in quanto che ci rappresenta il grado medio fra l’umile povertà del pescatore Apostolico, e la regia condizione d’un Principe temporale, i dominj del quale s’estendono dai confini di Napoli fino alle rive del Po. [A. D. 364-375] Quando il voto dei Generali e dell’esercito pose nelle mani di Valentiniano lo scettro del Romano Impero, la sua riputazione nelle armi, la militar perizia ed esperienza che aveva, ed il rigido suo attaccamento ai costumi, ugualmente che allo spirito dell’antica disciplina, furono i principali motivi della giudiziosa loro elezione. L’ardor delle truppe, che lo costrinsero a nominare un collega, fu giustificato dalla pericolosa situazione dei pubblici affari; e Valentiniano medesimo sapeva, che le forze di uno spirito anche il più attivo non servivano per difendere le remote frontiere di una Monarchia sottoposta alle invasioni. Appena la morte di Giuliano ebbe liberato i Barbari dal terrore del suo nome, che le più vive speranze di rapine e di conquiste eccitarono le nazioni dell’Oriente, del Settentrione e del Mezzogiorno. [A. D. 364-375] Le loro scorrerie furono spesso moleste ed alle volte formidabili; ma nei dodici anni del regno di Valentiniano, la sua fermezza e vigilanza difese i proprj Stati, e parve che il vigoroso genio di lui inspirasse e dirigesse i deboli consigli del fratello. Il metodo in forma di annali esprimerebbe con più forza le urgenti e divise cure dei due Imperatori; ma l’attenzione del lettore sarebbe ugualmente distratta da una tediosa ed incostante narrazione. Un separato prospetto dei cinque gran teatri di guerra, cioè della Germania, della Britannia, dell’Affrica, dell’Oriente e del Danubio, darà un’idea più distinta dello stato militare dell’Impero nei regni di Valentiniano e di Valente. [A. D. 365] I. Gli Ambasciatori degli Alemanni erano stati offesi dalla dura ed altiera condotta di Ursacio, Maestro degli Uffizi91, che per un atto d’inopportuna parsimonia avea diminuito il valore e la quantità dei presenti, ai quali essi avevan diritto, o per uso o per trattato, nell’innalzamento al trono dei nuovi Imperatori. Espressero e comunicarono essi a’ loro nazionali un forte sentimento dell’affronto che facevasi alla nazione. Gli animi dei loro Capi, facilmente irritabili, furono inaspriti dal sospetto di esser disprezzati; e la marzial gioventù corse in folla a’ loro stendardi. Avanti che Valentiniano fosse in istato di passare le alpi, i villaggi della Gallia erano in fiamme; e prima che il suo general Dagalaifo potesse andare incontro agli Alemanni, questi avevano già posto in sicuro gli schiavi e le spoglie nelle foreste della Germania. Al principio dell’anno seguente la militar forza di tutta la nazione ruppe in profonde e sode colonne il riparo del Reno nel mezzo al rigore d’un inverno settentrionale. Furon disfatti e feriti mortalmente due Conti Romani; e le bandiere degli Eruli e dei Batavi caddero nelle mani dei vincitori, che spiegarono con insultanti clamori e minacce il trofeo della loro vittoria. Le bandiere furono ricuperate: ma i Batavi non si eran purgati dalla macchia del disonore e della fuga loro agli occhi del severo lor giudice. Valentiniano era d’opinione, che i suoi soldati dovessero apprendere a temere il lor comandante, prima che potessero cessare di temere il nemico. Furono solennemente adunate le truppe, ed i tremanti Batavi circondati dall’esercito Imperiale. Valentiniano allora, salito sul Tribunale, quasi che sdegnasse di punir la codardia con la morte, impresse una nota d’indelebile ignominia negli uffiziali, la cattiva condotta e pusillanimità de’ quali si trovò essere stata la prima occasione della disfatta. I Batavi furon deposti dal loro grado, spogliati delle armi, e condannati ad esser venduti per ischiavi al maggiore offerente. A questa tremenda sentenza le truppe caddero prostrate a terra; supplicarono che si calmasse lo sdegno del loro Sovrano; e si protestarono, che se gli avesse accordato loro di fare un’altra prova, si sarebbero dimostrati non indegni del nome di Romani e di suoi soldati. Valentiniano, che affettava ripugnanza, finalmente cedè alle loro istanze: i Batavi ripresero le armi, e con esse l’invincibil risoluzione di lavare il lor disonore nel sangue degli Alemanni92. Dagalaifo aveva scansato il principal comando, e quest’esperto Generale da cui erano rappresentate forse con troppa prudenza l’estreme difficoltà dell’impresa, ebbe la mortificazione di vedere avanti il termine della campagna, che il suo rivale Giovino cangiò quegli ostacoli in decisivi vantaggi sopra le forze disperse dei Barbari. Alla testa d’un ben disciplinato esercito di cavalleria, di infanteria e di truppe leggiere, Giovino s’avanzò con cauti e rapidi passi fino a Scarponna93, nel territorio di Metz, dove sorprese una grossa divisione di Alemanni, prima che avessero tempo di prender le armi; ed animò i suoi soldati con la fiducia di una facile e non sanguinosa vittoria. Un’altra divisione o piuttosto armata nemica, dopo una crudele e licenziosa devastazione dell’adiacente paese, si riposava sulle ombrose rive della Mosella. Giovino, che aveva osservato il terreno coll’occhio di Generale, tacitamente si approssimò per mezzo d’una profonda e selvosa valle, fino a poter distintamente conoscere l’indolente sicurezza dei Germani. Alcuni stavan bagnando le robuste lor membra nel fiume: altri pettinavano i lunghi e biondi loro capelli94; ed altri bevevano gran quantità di prezioso e delicato vino. Ad un tratto essi udirono il suono della tromba Romana; e videro nel loro campo il nemico. Lo stupore produsse il disordine; a questo successe la fuga e l’abbattimento; e la confusa moltitudine dei più bravi guerrieri fu trafitta dalle spade e dai giavelotti dei legionari e degli ausiliari. I fuggitivi corsero al terzo e più considerabile corpo, che si trovava nelle pianure Catalaunie vicino a Scialons nella Sciampagna; furono in fretta richiamati i distaccamenti sparsi ai loro stendardi, ed i Capi dei Barbari, ammoniti ed irritati dal fato dei loro compagni, si prepararono ad incontrare in una decisiva battaglia le vittoriose forze del Luogotenente di Valentiniano. Il sanguinoso ed ostinato combattimento durò tutta una giornata di state con egual valore e con dubbio successo. Ma prevalsero finalmente i Romani con la perdita di mille dugento soldati. Vi restarono morti seimila degli Alemanni, e quattromila feriti; ed il valente Giovino, dopo avere inseguito i fuggitivi residui del loro esercito fino alle sponde del Reno, tornò a Parigi a ricever l’applauso del suo Sovrano e le insegne del Consolato pel seguente anno95. Il trionfo dei Romani fu macchiato in vero dal trattamento che fecero al Re prigioniero, il quale fu da essi appiccato ad un patibolo, senza che lo sapesse lo sdegnato loro Generale. Questo vergognoso atto di crudeltà, che potrebbe imputarsi al furor delle truppe, fu seguito dalla deliberata uccisione di Witicab figlio di Vadomairo, Principe Germano, di costituzione di corpo debole ed infermiccia, ma d’ardimentoso e formidabile spirito. Il domestico assassino di lui fu instigato e protetto da’ Romani96; e la violazione delle leggi d’umanità e di giustizia dimostra la segreta loro apprensione della debolezza del cadente Impero. Rade volte nei pubblici consigli si adotta l’uso del pugnal traditore, sin tanto che si conserva qualche fiducia nella forza aperta del brando. [A. D. 368] Mentre gli Alemanni sembravano umiliati dalle recenti loro calamità, restò mortificato l’orgoglio di Valentiniano dall’inaspettata sorpresa di Mogunziaco o Magonza, città principale dell’alta Germania. Nel tempo meno sospetto d’una solennità Cristiana, Rando ardito ed abile Capitano, che aveva lungamente premeditato l’attacco, passò improvvisamente il Reno; entrò nella non difesa città, e ritirossi con una gran quantità di schiavi d’ambedue i sessi. Valentiniano risolvè di prendere una severa vendetta sopra tutto il corpo della nazione. Fu ordinato al Conte Sebastiano d’invadere il loro paese con le truppe dell’Italia e dell’Illirico probabilmente dalla parte della Rezia. L’Imperatore in persona, accompagnato da Graziano suo figlio, passò il Reno alla testa d’un formidabile esercito, che era sostenuto d’ambe le parti da Gioviano e da Severo, Generali della cavalleria e dell’infanteria dell’Occidente. Gli Alemanni, essendo incapaci di impedire la devastazione dei loro villaggi, piantarono il campo sopra un’alta e quasi inaccessibil montagna nel moderno ducato di Virtemberga, e con fermezza aspettarono l’avvicinarsi dei Romani. Valentiniano espose la propria vita ad un imminente pericolo per l’intrepida curiosità, con cui volle persistere ad esplorare un passo segreto e non guardato. Una truppa di Barbari uscì ad un tratto da un’imboscata; e l’Imperatore, che spronò fortemente il cavallo verso una ripida e sdrucciolevole scesa, dovè lasciarsi dietro il proprio scudiere, e l’elmetto magnificamente ornato d’oro e di pietre preziose. Al segno di un assalto generale, le truppe Romane circondarono e salirono da tre diverse parti la montagna di Solicinio. Ogni passo che facevano, accresceva loro l’ardore, ed abbatteva la resistenza del nemico; e poscia che le riunite lor forze ebbero occupata la sommità del monte, impetuosamente spinsero i Barbari verso il declive settentrionale, dove era situato il Conte Sebastiano per impedir loro la ritirata. Dopo tal segnalata vittoria Valentiniano tornò ai suoi quartieri d’inverno a Treveri; dove promosse la pubblica gioia colla rappresentazione di trionfali e splendidi giuochi97. Ma il saggio Monarca, invece d’aspirare alla conquista della Germania, limitò la sua attenzione all’importante e laboriosa difesa della frontiera Gallica contro un nemico, la forza di cui era rinnovata da uno sciame di coraggiosi volontari, che di continuo venivano dalle più lontane tribù del Settentrione98. Sulle rive del Reno, dalla sua sorgente fino allo stretto dell’Oceano, s’eressero frequenti e considerabili fortezze ed opportune torri; l’ingegno d’un Principe, abile nelle arti meccaniche, inventò nuove operazioni e novelle armi; e le sue numerose reclute di gioventù, sì Romana che Barbara, venivano esercitate rigorosamente in tutti gli esercizi di guerra. Il progresso dell’opera, alla quale si opposero ora le modeste rappresentanze, ed ora gli attacchi dei nemici, assicurò la tranquillità della Gallia pei nove seguenti anni dell’amministrazione di Valentiniano99. [A. D. 371] Questo prudente Imperatore, che diligentemente praticava le savie massime di Diocleziano, procurava di fomentare e d’eccitar le interne divisioni delle tribù della Germania. Verso la metà del quarto secolo il paese (probabilmente della Lusazia e della Turingia) da ambe le parti dell’Elba era occupato dall’incostante dominio dei Borgognoni, guerriero e numeroso popolo della razza dei Vandali100, l’oscuro nome del quale appoco appoco s’estese ad un potente regno, e finalmente è restato ad una florida Provincia. Sembra, che la circostanza più considerabile negli antichi costumi dei Borgognoni fosse la diversità della civile ed ecclesiastica loro costituzione. Si dava il nome di Hendino al Re o Generale, e quello di Sinisto al sommo Sacerdote della nazione. La persona di quest’ultimo era sacra, e perpetua la sua dignità; ma il governo temporale tenevasi con un titolo molto precario. Se i successi della guerra intaccavano il coraggio o la condotta del Re, egli veniva immediatamente deposto; e l’ingiustizia dei propri sudditi lo faceva responsabile della fertilità della terra e della regolarità delle stagioni, che pareva dovere più propriamente spettare al dipartimento Sacerdotale101. Il dibattuto possesso di alcune saline102 impegnava gli Alemanni ed i Borgognoni a frequenti contese; questi secondi facilmente furon tentati dalle sollecitazioni segrete e dalle generose offerte dell’Imperatore; e con vicendevol credulità s’ammise la favolosa lor discendenza dai soldati Romani, che erano stati anticamente lasciati di guarnigione nelle fortezze di Druso, come quella ch’era coerente al mutuo loro interesse103. Tosto comparve un’armata di ottantamila Borgognoni sulle rive del Reno; e con impazienza chiedevan l’aiuto ed i sussidi che Valentiniano avea loro promesso; ma lusingati furono a forza di scuse o dilazioni, finchè dopo avere inutilmente aspettato, furon costretti al fine di ritirarsi. Le armi e le fortificazioni della frontiera Gallica frenarono il furore del lor giusto sdegno; e la strage, che fecero dei prigionieri, servì ad inasprire l’odio ereditario dei Borgognoni e degli Alemanni. Si può spiegar forse l’incostanza del savio Principe, per qualche alterazione delle circostanze; e può anche darsi che il primo disegno di Valentiniano fosse quello di spaventare piuttosto che di distruggere; giacchè si sarebbe tolto ugualmente l’equilibrio del potere coll’estirpazione sì dell’una che dell’altra nazione Germanica. Fra i Principi Alemanni, Macriano, che col nome Romano apprese avea le arti di soldato e di politico, meritò l’odio e la stima di Valentiniano. L’Imperatore s’indusse a passare in persona con una leggiera e spedita truppa il Reno, si avanzò per cinquanta miglia nell’interno del paese, ed avrebbe infallibilmente ottenuto l’oggetto delle sue ricerche, se le giudiziose misure di lui non si fossero sconcertate dall’impazienza delle sue truppe. Macriano in seguito fu ammesso all’onore di una personale conferenza coll’Imperatore: ed i favori che ne ricevè, lo assodarono fino alla morte nella sincera e costante amicizia della Repubblica104. Era il paese coperto dalle fortificazioni di Valentiniano; ma le coste marittime della Gallia e della Britannia rimanevano esposte alle depredazioni dei Sassoni. Questo celebre nome, pel quale noi abbiamo un dolce e domestico interesse, sfuggì di vista a Tacito; e nelle carte di Tolomeo appena s’indica l’angusto collo della penisola Cimbrica, e le tre piccole isole verso la bocca dell’Elba105. Questo piccolo territorio, corrispondente al moderno Ducato di Slevvig o forse d’Holstein, non era capace di produrre quegli immensi sciami di Sassoni, che dominarono sull’Oceano, che empirono le isole Britanniche del proprio linguaggio, delle loro leggi e colonie, e che per tanto tempo difesero la libertà del Settentrione dalle armi di Carlo Magno106. Facilmente trarremo la soluzione di questa difficoltà dalla somiglianza dei costumi e dalla libera costituzione delle tribù della Germania, che si univano l’una coll’altra nelle più minute occorrenze di amicizia o di guerra. La situazione dei primitivi Sassoni li disponeva ad abbracciar le pericolose professioni di soldati o di pirati; ed il buon successo delle loro avventure doveva eccitare naturalmente la emulazione dei loro più bravi paesani, che erano disgustati della trista solitudine delle loro boscaglie e montagne. In ogni stagione scorrevano giù per l’Elba intere flotte di barche, piene di valorose ed intrepide compagnie, che aspiravano a vedere l’immenso aspetto dell’Oceano, ed a gustare la ricchezza ed il lusso di incogniti Mondi. Sembrerebbe però verosimile, che i più copiosi ausiliari dei Sassoni fossero somministrati dalle nazioni, che abitavan lungo i lidi del Baltico. Avevano esse armi e navi, l’arte della navigazione e l’abitudine della guerra marittima; ma la difficoltà di passar le colonne d’Ercole settentrionali107, le quali per più mesi dell’anno eran chiuse dal ghiaccio, limitava la loro perizia e il loro coraggio dentro i confini d’uno spazioso lago. La fama dei fortunati successi di quelli, che navigavano dalla bocca dell’Elba, dovea ben presto incitarli ad attraversare lo stretto istmo di Slesvvig, ed a lanciare le loro navi nell’ampio mare. Le varie truppe di pirati e di avventurieri che combattevano sotto l’istesso stendardo, appoco appoco s’unirono in una società permanente, di ruberie a principio, e di governo in appresso. D’una confederazion militare a grado a grado formossi un corpo di nazione, mediante le dolci operazioni del matrimonio e della consanguineità; e le circonvicine tribù, che ne sollecitavano l’alleanza, presero il nome e le leggi dei Sassoni. Se il fatto non fosse renduto certo dalle più indubitabili prove, parrebbe che noi ci abusassimo della credulità dei nostri lettori, descrivendo i vascelli, nei quali i Sassoni pirati arrischiaronsi a scherzare coi flutti dell’Oceano Germanico, del canale Britannico, e della baia di Biscaglia. La chiglia delle lor larghe e piatte barche era formata di leggiero legname; ma i lati e le opere morte non eran che di vimini con una coperta di forti pelli108. Nel corso delle tarde loro e distanti navigazioni dovettero sempre trovarsi esposti a’ pericoli, e molto spesso alla disgrazia del naufragio, e gli annali marittimi dei Sassoni furon senza dubbio ripieni di ragguagli delle perdite che essi fecero sulle coste della Britannia e della Gallia. Ma l’audace spirito dei pirati affrontò i pericoli tanto del mare che del lido; la lor perizia fu confermata dall’abitudine delle imprese; l’infimo dei loro marinari era ugualmente capace di maneggiare un remo e d’alzare una vela, che di regolare un vascello; ed i Sassoni si rallegravano all’aspetto d’una tempesta, che occultava i loro disegni, e dispergeva le flotte nemiche109. Dopo d’aver acquistato un’esatta cognizione delle Province marittime d’Occidente, estesero più oltre le loro depredazioni, ed i luoghi più remoti avean ragion di temere per la lor sicurezza. I navigli Sassoni pescavan sì poco, che potevan facilmente rimontar quaranta o cento miglia su pei gran fiumi; tanto piccolo era il loro peso, che trasportavansi sopra dei carri da un fiume all’altro; ed i pirati, che erano entrati nell’imboccatura della Senna o del Reno, potevan discendere pel rapido corso del Rodano giù nel Mediterraneo. Le Province marittime della Gallia furon molestate dai Sassoni sotto il regno di Valentiniano; fu posto un Conte militare a difesa della costa o del confine Armorico; e quest’uffiziale che non trovò la sua forza o abilità sufficiente all’impresa, implorò l’aiuto di Severo, Generale dell’infanteria. I Sassoni, circondati ed oppressi dal numero, furon costretti ad abbandonare le loro spoglie, ed a cedere una scelta truppa dell’alta loro e robusta gioventù per militare negli eserciti Imperiali. Essi non stipularono che una sicura ed onorevole ritirata; e facilmente accordossi tal condizione dal Generale Romano, che meditava un atto di perfidia110 non meno inumano che imprudente, finchè restava in vita ed in armi un solo Sassone, che vendicar potesse la sorte dei suoi nazionali. Il prematuro ardore de’ fanti, che erano stati posti segretamente in una profonda valle, manifestò l’imboscata: e sarebbero forse restati vittime del lor tradimento, se un grosso corpo di corazze, eccitato dallo strepito della pugna, non si fosse velocemente avanzato a trar d’angustia i compagni, e ad opprimere l’indomito valore dei Sassoni. Si salvarono alcuni prigionieri dal furor della spada per spargere il sangue nell’anfiteatro; e l’oratore Simmaco si duole, che ventinove di quei disperati selvaggi, strangolandosi con le proprie mani, avessero impedito il divertimento del Pubblico. Ciò nondimeno i filosofi ed i culti cittadini di Roma concepirono un profondo orrore, quando furono informati che i Sassoni consacravano agli Dei la decima delle loro prede umane, e che determinavano a sorte gli oggetti del barbaro sacrifizio111. II. Le favolose colonie degli Egizj e dei Troiani, degli Scandinavi e degli Spagnuoli, che lusingavano l’ambizione, e divertivano la credulità dei nostri rozzi antenati, sono insensibilmente svanite alla luce della scienza e della filosofia112. Il presente secolo è persuaso della semplice e ragionevole opinione, che le isole della Gran Brettagna e dell’Irlanda fossero appoco appoco popolate dal vicino continente della Gallia. Si è conservata la distinta memoria d’un’origine Celtica dalla costa di Kent fino all’estremità di Catness e d’Ulster nella costante somiglianza della lingua, della religione e dei costumi; ed i caratteri particolari delle tribù Britanniche possono attribuirsi naturalmente all’influenza di circostanze accidentali e locali113. La provincia Romana era ridotta allo stato di civile e pacifica servitù; i diritti della selvaggia libertà s’eran ristretti agli angusti confini della Caledonia. Gli abitanti di quella Settentrionale regione fino dal regno di Costantino eran divisi nelle due grandi tribù degli Scoti e dei Pitti114, che dopo hanno avuto una sorte molto diversa. È restata estinta la potenza e quasi anche la memoria dei Pitti dai fortunati loro rivali; e gli Scoti, dopo d’aver conservato per più secoli la dignità d’un regno indipendente, hanno, mercè di un’uguale e volontaria unione, accresciuto l’onore del nome Inglese. La mano della natura aveva contribuito a fissare l’antica distinzione degli Scoti e dei Pitti. I primi abitavan nei monti, ed i secondi nel piano. La costa orientale della Caledonia può risguardarsi come un uguale e fertile paese, che anche in un rozzo stato d’agricoltura poteva produrre una quantità considerabile di grano; e l’epiteto di cruitnich, o mangiatori di frumento, esprimeva il disprezzo o l’invidia dei carnivori montanini. Può la cultura della terra introdurre una separazione più esatta di beni, e l’abitudine di una vita sedentaria; ma la passion dominante dei Pitti era sempre l’amore delle armi e della rapina; ed i loro guerrieri, che nel tempo della battaglia solevan nudarsi, eran distinti agli occhi dei Romani per uno strano costume che avevano, di colorire i lor corpi con vivi colori e con capricciose figure. La parte occidentale della Caledonia s’innalza irregolarmente in selvagge e nude montagne, che scarsamente compensano il travaglio dell’agricoltore, e sono con maggiore vantaggio impiegate nella pastura dei greggi. I montanari si diedero dunque alle occupazioni di pastori e di cacciatori; e siccome rade volte si fissavano in alcuna stabile abitazione, acquistarono l’espressivo nome di Scoti, che nella lingua Celtica dicesi equivalere a quello di ambulatori vagabondi. Gli abitanti di uno steril terreno furon costretti a cercare un altro sussidio di cibo nell’acqua. I profondi laghi, e le baie, che intersecano il loro paese, sono abbondantemente provvedute di pesce; ed appoco appoco s’arrischiarono a gettar le reti nell’Oceano. La vicinanza dell’Ebridi, sparse in tanta copia lungo la costa occidentale della Scozia, tentò la curiosità e migliorò la perizia loro; ed a grado a grado appresero l’arte o piuttosto l’abitudine di maneggiare le loro barche in un mar tempestoso, e di regolare il notturno loro corso col lume delle stelle ben note. I due acuti promontori della Caledonia quasi toccano i lidi di una spaziosa isola, a cui per la sua lussureggiante vegetazione fu dato il nome di verde, ed ha conservato con una piccola differenza lo denominazione d’Erin o Jerne, o Irlanda. Egli è probabile, che in qualche distante periodo d’antichità le fertili pianure d’Ulster ricevessero una colonia di affamati Scoti, e che gli stranieri del Norte, che avevano ardito d’affrontare le armi delle legioni, dilatassero le loro conquiste sopra i selvaggi e non guerrieri abitanti d’un’isola solitaria. Egli è certo, che nella decadenza del Romano Impero, la Caledonia, l’Irlanda e l’isola di Man erano abitate dagli Scoti, e che quelle congiunte Tribù, spesso associate fra loro nelle imprese militari, erano altamente impegnate nei vari accidenti della respettiva loro fortuna. Essi tennero lungamente cara la viva tradizione del comune lor nome ed origine; ed i Missionari dell’isola de’ Santi, che sparser la luce del Cristianesimo nella Britannia Settentrionale, stabilirono la vana opinione, che gli Irlandesi lor nazionali fossero i padri naturali non meno che spirituali della stirpe Scozzese. Ci è stata conservata questa incerta ed oscura tradizione dal venerabile Beda, che sparse qualche raggio di luce fra le tenebre dell’ottavo secolo. Su questo debole fondamento a grado a grado s’eresse una grossa fabbrica di favole dai Bardi e dai Monaci; due specie di persone, che ugualmente abusarono del privilegio di fingere. La nazione Scozzese, con orgoglio male inteso, adottò la sua Irlandese genealogia; e si sono adornati gli annali di una lunga serie di Re immaginari dalla fantasia di Boezio, e dalla classica eleganza di Bucanano115. [A. D. 343-366] Sei anni dopo la morte di Costantino, le rovinose irruzioni degli Scoti e dei Pitti richiesero la presenza del suo figlio minore, che regnava nell’Impero occidentale. Costante visitò i suoi stati Britannici; ma possiam formare qualche giudizio dell’importanza delle sue operazioni dal linguaggio del panegirico, che celebra soltanto il suo trionfo sugli elementi, o in altri termini la buona fortuna d’un salvo e felice passaggio dal porto di Bologna a quello di Sandwich116. Le calamità, che i miseri Provinciali continuavano a soffrire per la guerra di fuori, e per la domestica tirannia, furono aggravate dalla debole e corrotta amministrazione degli eunuchi di Costanzo; ed il passeggiero sollievo, che aver poterono dalle virtù di Giuliano, tosto svanì per l’assenza e la morte del loro benefattore. Le somme d’argento e d’oro, che erano state a gran fatica raccolte o generosamente trasmesse pel pagamento delle truppe, furono intercettate dall’avarizia de’ Comandanti; pubblicamente vendevansi le dimissioni, o almen l’esenzioni dal servizio militare; la miseria dei soldati, che erano ingiustamente spogliati della legittima e scarsa lor sussistenza, gl’induceva a spesse diserzioni; erano rilassati i nervi della disciplina; e le pubbliche strade infestate dai ladroni117. L’oppressione dei buoni e l’impunità dei malvagi contribuivano ugualmente a sparger nell’isola uno spirito di malcontentezza e di ribellione; ed ogni suddito ambizioso, ogni esule disperato poteva concepire una ragionevole speranza di sovvertire il debole e distratto governo della Britannia. Le nemiche tribù Settentrionali, che destavan l’orgoglio e il potere del Re del Mondo, sospesero i domestici loro odj; ed i Barbari della terra e del mare, gli Scoti cioè i Pitti ed i Sassoni, si diffuser con rapido ed irresistibil furore dalla muraglia d’Antonino fino ai lidi di Kent. Nella ricca e fertil provincia della Britannia erasi accumulata ogni produzione della natura e dell’arte, ogni oggetto di comodità o di lusso, che quelli erano incapaci di formar col lavoro, o di procurarsi per via del commercio118. Un filosofo può deplorare in vero l’eterna discordia del genere umano; ma dovrà confessare, che la brama della preda è un eccitamento più ragionevole che la vanità della conquista. Dal tempo di Costantino fino a quello dei Plantageneti, questo rapace spirito continuò a dominare i poveri e robusti Caledoni; ma quell’istesso popolo, la generosa umanità del quale pare che inspirasse i canti d’Ossian, fu disonorato da una selvaggia ignoranza delle virtù della pace e delle leggi della guerra. I loro meridionali vicini han provato e forse esagerato le crudeli depredazioni degli Scoti e de’ Pitti119; e gli Attacotti120, valorosa tribù della Caledonia, prima nemici e poi soldati di Valentiniano, da un testimone di veduta sono accusati di essersi deliziati nel gustare la carne umana. Si dice, che quando andavano a caccia nei boschi, attaccavano più i pastori che il bestiame, e che avidamente sceglievano le più delicate e carnose parti, sì degli uomini che delle donne, cui essi preparavano per gli orridi loro conviti121. Se realmente si è trovata nelle vicinanze della commerciante e letterata città di Glascovia una razza di cannibali, si possono ravvisare nel corso dell’istoria Scozzese gli opposti estremi d’una vita selvaggia ed incivilita. Queste riflessioni tendono ad ampliare il giro delle nostre idee, ed a secondare la piacevole speranza, che la nuova Zelanda in qualche secolo futuro possa produrre l’Hume dell’emisfero Meridionale. Ogni messaggio, che attraversar poteva il canale Britannico, portava alle orecchie di Valentiniano le più triste e terribili nuove; e l’Imperatore fu tosto informato, che i due militari Comandanti della Provincia erano stati sorpresi e tagliati a pezzi dai Barbari. Fu spedito in fretta Severo, Conte dei domestici, e con ugual celerità richiamato, dalla Corte di Treveri. Le rappresentanze di Giovino non servirono che ad indicar la grandezza del male; e dopo una lunga e seria deliberazione, fu affidata la difesa o piuttosto la ricuperazione della Britannia all’abilità del valoroso Teodosio. Le imprese di tal Generale, che fu padre d’una serie d’Imperatori, si son celebrate con particolar compiacenza dagli scrittori di quel tempo: era però degno del loro applauso il reale suo merito; e fu ricevuta dall’esercito e dalla provincia la scelta di lui, come un sicuro presagio di vicina vittoria. Ei prese il momento favorevole alla navigazione; e pose in terra sicure le numerose e veterane truppe degli Eruli e dei Batavi, de’ Gioviani e dei Vittori. Nella sua marcia da Sandwich a Londra, Teodosio disfece vari corpi di Barbari, liberò una moltitudine di schiavi, e dopo aver distribuito ai soldati una piccola parte della preda, acquistossi la fama d’una disinteressata giustizia con restituire il rimanente ai legittimi proprietari. I cittadini di Londra, che avevan quasi disperato della loro salute, spalancaron le porte; ed appena Teodosio ebbe ottenuto dalla Corte di Treveri l’importante aiuto di un Luogotenente militare, e d’un Governatore civile, eseguì con saviezza e vigore il laborioso disegno di liberare la Britannia. Si richiamarono ai loro stendardi i soldati vaganti; un editto di general perdono dissipò i pubblici timori; ed il gradito suo esempio alleggerì il rigore della marzial disciplina. Il variabile metodo di guerreggiare dei Barbari, che divisi in più corpi infestavan la terra ed il mare, lo privò della gloria d’una segnalata vittoria; ma si conobbe il prudente spirito e la consumata perizia d’un Generale Romano nelle operazioni di due campagne, che liberarono l’una dopo l’altra ogni parte della provincia dalle mani d’un crudele e rapace nemico. Fu diligentemente restituito lo splendore alle città e la sicurezza alle fortificazioni dalla paterna cura di Teodosio, il quale con la forte sua destra confinò i Caledoni tremanti nell’angolo settentrionale dell’isola, e perpetuò col nome e con lo stabilimento della nuova provincia di Valenza le glorie del regno di Valentiniano122. La voce della poesia e del panegirico può aggiungere forse con qualche grado di verità, che le incognite regioni di Tule imbrattate furon dal sangue dei Pitti; che i remi di Teodosio percossero i flutti dell’Oceano iperboreo; e che le remote Orcadi furon la scena della sua vittoria navale sopra i pirati Sassoni123. Ei lasciò la provincia con una buona e splendida reputazione, e fu immediatamente promosso al posto di Generale della cavalleria da un Principe, che applaudir poteva senza invidia al merito dei propri sudditi. Nell’importante posto dell’alto Danubio il conquistatore della Britannia represse e disfece le armate degli Alemanni, avanti d’esser destinato a sopprimere la ribellione dell’Affrica. [A. D. 366] III. Il Principe, che ricusa d’esser il giudice, insegna al popolo di risguardarlo come il complice dei suoi ministri. Si era per lungo tempo esercitato il comando militare dell’Affrica dal Conte Romano, ed a quel posto non era inferiore la sua abilità; ma siccome il sordido interesse era l’unico motivo di sua condotta, egli diportavasi in molte occasioni come se fosse stato nemico della provincia, ed amico dei Barbari del deserto. Le tre floride città di Oea, di Leptis, e di Sabrata, che sotto il nome di Tripoli avevano già da gran tempo stabilita una unione federativa124, furon costrette per la prima volta a chiudere le porte contro un’ostile invasione; molti dei loro più onorevoli cittadini furon sorpresi e trucidati, saccheggiati i villaggi ed anche i sobborghi; ed estirpate le viti e gli alberi fruttiferi di quel ricco territorio dai maliziosi selvaggi della Getulia. I miseri Provinciali implorarono la protezione di Romano; ma presto si accorsero che il loro Governatore militare non era meno crudele e rapace dei Barbari. Poichè non erano essi capaci di somministrare i quattromila cammelli, e l’esorbitante donativo, che egli esigeva prima di marciare in soccorso di Tripoli, la sua domanda equivaleva a un rifiuto, e poteva esser giustamente accusato come l’autore della pubblica calamità. Nella annuale assemblea delle tre città, furono eletti due Deputati per portare a’ piedi di Valentiniano la solita offerta di una vittoria d’oro, ed accompagnar questo tributo di dovere, piuttosto che di gratitudine, coll’umile loro querela di essere rovinati dal nemico e traditi dal loro Governatore. Se la severità di Valentiniano fosse stata ben regolata, avrebbe dovuto cadere sulla rea testa di Romano. Ma il Conte, molto esperto nelle arti della corruzione, avea mandato un veloce e fedel messaggiero per assicurarsi della venale amicizia di Remigio, Maestro degli Uffizi. La saviezza del consiglio Imperiale fu ingannata dall’artifizio, e raffreddatone il giusto sdegno dalla dilazione. Finalmente, quando la replica delle doglianze fu giustificata dalla reiterazione delle pubbliche angustie, fu spedito dalla Corte di Treveri il notaro Palladio ad esaminare lo Stato dell’Affrica e la condotta di Romano. Facilmente si disarmò la rigida imparzialità di Palladio; fu egli tentato a riservare per sè125 una parte del tesoro pubblico, che portava seco pel pagamento delle truppe; e dal momento, in cui fu testimone a se stesso del proprio delitto, non potè più ricusar d’attestare l’innocenza ed il merito del Conte. Si dichiarò frivola e falsa l’accusa dei Tripolitani; e da Treveri fu rimandato nell’Affrica Palladio stesso con una speciale commissione per iscuoprire e perseguitare gli autori di quell’empia cospirazione contro i rappresentanti del Sovrano. Le sue ricerche maneggiate furono con tanta destrezza e felicità, che obbligò i cittadini di Leptis, i quali di fresco avean sostenuto un assedio di otto giorni, a contraddire la verità dei propri loro decreti, ed a censurar la condotta dei lor deputati. Dalla temeraria e caparbia crudeltà di Valentiniano si pronunziò senza esitare una sanguinosa sentenza. Per espresso comando dell’Imperatore fu pubblicamente decapitato in Utica il presidente di Tripoli, che aveva preteso di aver compassione delle angustie della provincia; furon posti a morte quattro distinti cittadini come complici dell’immaginaria frode; e a due altri fu tagliata la lingua. Romano, superbo per l’impunità, ed irritato dalla resistenza continuò a godere il comando militare, finattanto che gli Affricani provocati furono dall’avarizia di lui ad unirsi allo stendardo ribelle di Firmo il Mauritano126. [A. D. 372] Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de’ suoi figli, in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L’implacabile zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di odio personale: ma in quest’occasione le sue pretensioni eran giuste; la sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo127. [A. D. 373] Esso fu ricevuto come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell’Affrica divenne un oggetto d’universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e pareva che egli non fosse più dubbioso che nell’assumere o il diadema di Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl’imprudenti ed infelici Affricani presto s’accorsero, che in questa inconsiderata rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o l’abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna certa notizia, che l’Imperator d’Occidente avesse determinata la scelta di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri sulla costa dell’Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente all’uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili circostanze si erano praticati dall’astuto Giugurta. Ei tentò d’ingannare con un’apparente sommissione la vigilanza del Generale Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata della guerra coll’impegnar l’una dopo l’altra le tribù indipendenti dell’Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso. Teodosio imitò l’esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed umilmente sollecitò la clemenza dell’Imperatore, il Luogotenente128 di Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d’un pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai persuadere a sospendere per un momento le operazioni d’un’attiva guerra. Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un’oscura cospirazione; ed egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che segretamente aveva eccitato. Molti de’ rei complici di Firmo furono abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d’una esecuzion militare; molti altri più, mediante l’amputazione di ambe le mani, continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d’orrore; l’odio dei ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante era impossibile d’impedir la fuga di Firmo; e se avesse l’usurpatore potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla perseveranza di Teodosio, che avea fatto un’inflessibile risoluzione di non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d’involger nella rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di sostenerne la causa. Alla testa d’un piccolo corpo di truppe, che rare volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza timore, nel cuore d’un paese, in cui veniva attaccato alle volte da eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina disordinava l’irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli ignoti ripieghi dell’arte militare, e sentirono e confessarono la giusta superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d’una incivilita nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d’Igmazen Re degli Isaflensi, l’altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo nome, e l’oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo, che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone. Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli ordini dell’invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni, sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo nemico avea forza e risolutezza capace d’eseguire quella fatal minaccia, consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d’un reo fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno, dopo d’aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse l’insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte. Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire all’Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più vive acclamazioni di gioia e di fedeltà129. [A. D. 376] S’era perduta l’Affrica pe’ vizi di Romano e ricuperata per le virtù di Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l’autorità del Conte Romano dal Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e potente favore di Mellobaude l’animò a ricusare i legittimi suoi giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta coll’altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo tempo, il restauratore della Britannia e dell’Affrica, sopra un incerto sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l’impunità di Romano si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono della confidenza, ed ingannarono l’inesperta gioventù dei suoi figli130. Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell’Affrica, si può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera stirpe dei Mori, che abitavano gl’interni stabilimenti delle province della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato dagli Arabi) dei datteri e dello locuste131; e che come andava nell’Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si ristringevano i limiti della civiltà e dell’agricoltura. Oltre gli ultimi confini de’ Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud s’estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran Penisola dell’Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori132; ed alle volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di uomini o piuttosto di mostri133, di satiri con le corna e col piede forcuto134, di favolosi centauri135, e di umani pimmei, che facevano un’audace e dubbiosa guerra contro le grue136. Cartagine avrebbe tremato alla strana notizia che le terre di là dall’equatore eran piene d’innumerabili popoli, i quali non differivano dall’ordinaria figura della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari, che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione del carattere degli Affricani loro nemici. L’inazione per altro dei Neri non sembra che sia l’effetto nè della virtù, nè della pusillanimità loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti d’ostilità137. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della zona temperata facilmente hanno scoperta l’inferiorità delle loro potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s’imbarcano dalla costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo loro paese; ma sono imbarcati in catene138; e tal continua emigrazione che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell’Europa e la debolezza dell’Affrica. [A. D. 365-378] IV. Era stato fedelmente eseguito dalla parte dei Romani l’ignominioso trattato, che salvò l’esercito di Gioviano; e siccome avevano essi rinunziato solennemente alla sovranità ed alleanza dell’Armenia e dell’Iberia, quei tributari due regni si trovarono esposti senza protezione alle armi del Monarca Persiano139. Entrò Sapore nel territorio dell’Armenia, conducendo un formidabile esercito di corazze, di arcieri e d’infanteria mercenaria; ma era un invariabile suo costume il mescolare la guerra con la negoziazione, e risguardar la falsità e lo spergiuro, come gli istrumenti più efficaci della reale politica. Egli affettò di lodare la prudente e moderata condotta del Re d’Armenia; ed il non diffidente Tiranno si lasciò persuadere dalle replicate assicurazioni d’un’insidiosa amicizia a dar la propria persona in mano ad un infido e crudele nemico. In mezzo ad uno splendido convito fu posto in catene d’argento, quasi fosse un onore dovuto al sangue degli Arsacidi; e dopo una breve dimora nella Torre dell’Oblivione ad Ecbatana, fu liberato dalle miserie della vita per mezzo o del suo proprio pugnale, o di quello d’un assassino. Il regno dell’Armenia fu ridotto alla condizione d’una provincia Persiana; ne fu divisa l’amministrazione fra un nobile Satrapo, ed un favorito Eunuco; e Sapore senza indugio marciò a soggiogare il marziale spirito degli Iberi. Sauromace, che per concessione degl’Imperatori vi regnava, fu espulso dalla forza superiore; ed il Re dei Re, insultando alla maestà di Roma, pose il diadema sul capo all’abbietto suo vassallo Aspacura. La città d’Artogerassa140 fu l’unico luogo dell’Armenia, che ardisse resistere allo sforzo delle sue armi. Il tesoro depositato in quella forte rocca tentava l’avarizia di Sapore; ma il pericolo d’Olimpiade, moglie o vedova del Re d’Armenia, eccitò la pubblica compassione, ed animò il disperato valore dei sudditi e soldati di essa. I Persiani furon sorpresi e rispinti sotto le mura d’Artogerassa da una coraggiosa e ben concertata sortita che fecero gli assediati. Ma di continuo si rinnovavano ed accrescevan le forze di Sapore; s’esaurì finalmente il disperato coraggio della guarnigione; cederono all’assalto le mura; e l’altiero vincitore, dopo d’aver messo a ferro e fuoco la ribelle città, condusse via schiava una sfortunata Regina, che in un più prospero tempo era stata destinata per isposa del figlio di Costantino141. Se però Sapore trionfava già della facil conquista di due dipendenti regni, presto s’accorse che non può dirsi soggiogato un paese, fin tanto che infierisce negli animi del popolo uno spirito d’ostilità e di contumacia. I Satrapi, ai quali fu egli costretto d’affidarsi, abbracciaron la prima occasione che ebbero di riguadagnar l’affezione dei loro compatriotti, e di segnalare l’odio immortale che portavano al nome Persiano. Gli Armeni e gl’Iberi, dopo la lor conversione, risguardavano i Cristiani come i favoriti, ed i Magi come i nemici dell’Ente Supremo; l’influenza parimente del Clero sopra un popolo superstizioso si esercitava in favore di Roma, e finchè i successori di Costantino disputarono con quelli d’Artaserse la sovranità delle intermedie Province, la connessione religiosa portò sempre un vantaggio decisivo dalla parte dell’Impero. Un numeroso ed attivo partito riconobbe Para, figlio di Tirano, per legittimo Sovrano d’Armenia; ed il diritto di esso al trono avea le sue profonde radici nell’ereditaria successione di cinquecento anni. Per unanime consenso degl’Iberi fu diviso ugualmente il paese fra’ rivali due Principi; ed Aspacura che era debitor del diadema all’elezione di Sapore, fu costretto a dichiarare, che il riguardo pe’ suoi figliuoli ch’eran ritenuti in ostaggio dal Tiranno, era l’unico riflesso che l’impediva di rinunziare apertamente all’alleanza della Persia. L’Imperator Valente che rispettava le convenzioni del trattato, e temeva d’impegnar l’Oriente in una pericolosa guerra, tentò con lenti e cauti passi di sostenere il partito Romano nei Regni d’Iberia e d’Armenia. Dodici Legioni stabilirono l’autorità di Sauromace sulle rive del Ciro. L’Eufrate era difeso dal valore d’Arinteo. Un potente esercito sotto il comando del Conte Trajano, e di Vadomairo, Re degli Alemanni, pose il campo nei confini dell’Armenia. Ma fu strettamente ordinato loro di non essere i primi a commettere ostilità, che potessero interpretarsi come un’infrazione del trattato: e tale fu l’implicita obbedienza del Generale Romano, che i soldati si ritirarono con esemplare pazienza sotto una pioggia di dardi Persiani, insino a che avessero chiaramente acquistato un giusto diritto ad una legittima ed onorevol vittoria. Queste apparenze di guerra però insensibilmente si ridussero ad una vana e tediosa negoziazione. Ambe le parti sostenevan le lor pretensioni con mutui rimproveri di ambizione e di perfidia; e sembra che il trattato originale fosse espresso in termini molto oscuri, giacchè furono esse ridotte alla necessità d’inconcludentemente appellarsi alla parzial testimonianza de’ Generali di ambedue le nazioni, che si erano trovati presenti al trattato medesimo142. L’invasione dei Goti e degli Unni, che poco dopo scosse i fondamenti del Romano Impero, espose le Province dell’Asia alle armi di Sapore. Ma l’età cadente e forse le infermità del Monarca gli suggeriron nuove massime di moderazione e di pace. La sua morte, che accadde nella piena maturità d’un regno di settanta anni, cangiò in un istante la Corte ed i consigli della Persia; e probabilmente ne fu impiegata l’attenzione nelle domestiche turbolenze, e nei distanti sforzi di una guerra Carmania143. Nel godimento della pace si perdè la rimembranza delle antiche ingiurie; fu permesso ai Regni dell’Armenia e dell’Iberia pel reciproco, sebbene tacito, consenso di ambi gl’Imperi di riprendere la dubbiosa loro neutralità; e nei primi anni del regno di Teodosio, giunse a Costantinopoli un’ambasceria Persiana per iscusare i mal giustificabili passi del precedente regno; e per offerire, come un tributo d’amicizia o anche di rispetto, uno splendido donativo di gemme, di seta e di elefanti dell’India144. [A. D. 384] Nella general pittura degli affari Orientali sotto il regno di Valente, le avventure di Para formano uno degli oggetti più singolari e di maggior effetto. Il nobile Giovane, cedendo alle persuasioni d’Olimpia sua madre, era fuggito attraverso l’oste Persiana, che assediava Artogerassa, ed aveva implorato la protezione dell’Imperator dell’Oriente. Pei timidi suoi consigli, Para fu alternativamente sostenuto e richiamato, restituito ai suoi Stati, e tradito. Furono per qualche tempo eccitate le speranze degli Armeni dalla presenza del lor naturale Sovrano; ed i Ministri di Valente si persuadevano di mantenere l’integrità della fede pubblica, se non concedeva egli al suo vassallo di prendere il diadema ed il titolo di Re. Ma presto si pentirono della loro imprudenza. Restaron confusi dai rimproveri e dalle minacce del Monarca Persiano. Ebbero anche ragione di diffidare dell’indole crudele ed incostante di Para medesimo, che sacrificava le vite dei suoi sudditi più fedeli ai più tenui sospetti, e teneva una segreta e vergognosa corrispondenza coll’assassino del proprio padre e col nemico della sua patria. Para, collo specioso pretesto di deliberare coll’Imperatore intorno ai comuni loro interessi, fu indotto a discendere dalle montagne dell’Armenia, dove il suo partito era in armi, e ad affidare la propria indipendenza e salute alla discrezione d’una perfida Corte. Il Re dell’Armenia (giacchè tale appariva egli ai propri occhi, ed a quelli della sua nazione) fu ricevuto coi dovuti onori da’ Governatori delle Province per le quali passava; ma quando arrivò a Tarso nella Cilicia, sotto vari pretesti fu arrestato il progresso del suo viaggio; si guardavano con rispettosa vigilanza i suoi movimenti; ed appoco appoco s’accorse d’esser prigioniero in balìa dei Romani. Egli soppresse allora lo sdegno, coprì i suoi timori, e dopo d’essersi preparata segretamente la fuga, montò a cavallo con trecento de’ suoi fedeli seguaci. L’uffiziale, che stava alla porta del suo appartamento, immediatamente partecipò tal fuga al Consolare della Cilicia, che lo sopraggiunse nei sobborghi, e tentò senza effetto di dissuaderlo dal proseguire quel temerario e pericoloso disegno. Fu ordinato ad una legione d’inseguire il fuggitivo Reale; ma l’inseguimento dell’infanteria non poteva dare gran fastidio ad un corpo di cavalleria leggiera, e dopo il primo nuvolo di dardi che furono scagliati nell’aria, precipitosamente si ritirarono alle porte di Tarso. Dopo una continua marcia di due giorni e due notti, Para giunse co’ suoi Armeni alle sponde dell’Eufrate; ma il passaggio del fiume, che doverono traversare a nuoto, portò seco qualche dilazione e qualche perdita. Il paese era in armi; e le due strade, non separate che da uno spazio di tre miglia, erano state prese da mille arcieri a cavallo sotto gli ordini di un Conte e d’un Tribuno. Para avrebbe dovuto cedere alla maggior forza, se l’accidentale arrivo d’un viaggiatore suo amico non gli avesse manifestato il pericolo ed i mezzi per evitarlo. Un oscuro e quasi impraticabil sentiero per un folto bosco condusse in sicuro la truppa Armena, e Para si era lasciati dietro il Conte ed il Tribuno, mentre stavano essi pazientemente aspettando l’arrivo di lui per le pubbliche strade. Tornarono dunque alla Corte Imperiale, scusando la loro mancanza di diligenza o di successo; e seriamente addussero in lor difesa, che il Re d’Armenia, il quale era un abile Mago, aveva trasformato se stesso ed i compagni, ed era passato avanti ai lor occhi sotto un’altra figura. Tornato Para al nativo suo regno, tuttavia continuò a professarsi amico ed alleato dei Romani; ma questi troppo aspramente l’avevano ingiuriato per lasciarlo in pace, e fu pronunziata nel consiglio di Valente la segreta sentenza della sua morte. Fu commessa la fatale esecuzione di essa alla sottil prudenza del Conte Trajano; ed egli ebbe il merito d’insinuarsi nella confidenza del credulo Principe in modo, che potè trovar la comodità di trafiggergli il cuore. Para fu invitato ad un banchetto Romano che era stato preparato con tutta la pompa e tutto il lusso Orientale; la sala risuonava di grata musica, e la compagnia era già riscaldata dal vino, allorchè il Conte ritirossi per un momento, sfoderò la spada, e diede il segno dell’uccisione. Immediatamente corse addosso al Re d’Armenia un robusto e disperato Barbaro; e quantunque egli bravamente difendesse la propria vita con la prima arma che a caso gli capitò nelle mani, la mensa dell’Imperial comandante restò macchiata dal sangue reale d’un ospite e d’un alleato. Tanto eran deboli e malvagie le massime del governo Romano, che per giungere ad un fine dubbioso di politico interesse, crudelmente si violavano in faccia al Mondo le leggi delle nazioni ed i sacri diritti dell’ospitalità145. [A. D. 374] V. Nel pacifico intervallo di trent’anni i Romani assicuraron le loro frontiere, ed i Goti estesero i loro dominj. Le vittorie del grand’Ermanrico146, Re degli Ostrogoti, ed il più nobile nella stirpe degli Amali, si son paragonate dall’entusiasmo dei suoi nazionali alle imprese d’Alessandro, con questa singolare e quasi incredibile differenza, che lo spirito marziale dell’Eroe Gotico, invece di esser sostenuto dal vigore della gioventù, si manifestò con gloria e successo nell’ultimo periodo della vita umana, fra l’età di ottanta e di centodieci anni. Le indipendenti tribù furon persuase o costrette a riconoscere il Re degli Ostrogoti per Sovrano della nazione Gotica: i Capi dei Visigoti o dei Tervingi rinunziarono al titolo Reale, ed assunsero il più basso nome di Giudici; e fra questi Atanarico, Fritigerno, ed Alvavivo erano i più illustri pel personale lor merito, non meno che per la vicinanza alle province Romane. Quelle domestiche conquiste, le quali accrebbero la forza militare d’Ermanrico, ingrandirono anche gli ambiziosi disegni di lui. Esso invase gli addiacenti paesi del Nord, e dodici considerabili nazioni, delle quali non si possono esattamente definire i nomi ed i limiti, l’una dopo l’altra cederono alla superiorità delle armi Gotiche147. Gli Eruli, che abitavano le pantanose terre vicine alla palude Meotide, eran celebri per la loro forza ed agilità; ed in tutte le guerre dei Barbari veniva con ardore sollecitato, ed altamente stimato l’aiuto della loro infanteria leggiera. Ma lo spirito attivo degli Eruli fu soggiogato dalla lenta e costante perseveranza dei Goti; e dopo una sanguinosa azione in cui restò morto il Re, i residui di quella guerriera tribù divennero un utile aumento all’esercito di Ermanrico. Marciò egli allora contro dei Venedi, non abili nell’uso delle armi, e solo formidabili pel loro numero, i quali occupavano la vasta estensione delle pianure della moderna Polonia. I vittoriosi Goti, che non eran di numero inferiori ad essi, prevalsero nella pugna mercè dei vantaggi decisivi della disciplina e dell’esercizio. Dopo d’aver sottomesso i Venedi, s’avanzò il conquistatore senza alcuna resistenza fino ai confini degli Estj148, antico popolo, di cui tuttavia conservasi il nome nella Provincia d’Estonia. Quei remoti abitanti della costa Baltica si sostenevano mediante i lavori dell’agricoltura, s’arricchivano col commercio dell’ambra, ed erano addetti al culto speciale della madre degli Dei. Ma la scarsità del ferro costringeva i guerrieri Estj a contentarsi di clave di legno; e si attribuisce la riduzione di quel ricco paese alla prudenza piuttosto che all’armi d’Ermanrico. I suoi stati che s’estendevano dal Danubio al Baltico, includevano le native regioni, ed i moderni acquisti dei Goti; ed esso regnava sopra la maggior parte della Germania e della Scizia coll’autorità di un conquistatore e qualche volta con la crudeltà di un tiranno; ma regnava sopra una parte del globo incapace di perpetuare e di adornare la gloria de’ suoi Eroi. Il nome d’Ermanrico è quasi sepolto nell’obblivione; appena si ha notizia delle sue imprese; e pare che i Romani stessi ignorassero i progressi d’un’intraprendente potenza, che minacciava la libertà del Settentrione e la pace dell’Impero149. [A. D. 366] I Goti avevano contratto un ereditario attaccamento all’Imperial casa di Costantino, che tante segnalate prove avea lor date di liberalità e di potenza. Essi rispettavano la pubblica pace; e se alle volte qualche truppa ostile ardiva di passare il confine Romano, tale irregolare condotta candidamente si attribuiva all’indomito spirito della Barbara gioventù. Il disprezzo, che avevano per due Principi nuovi ed oscuri, innalzati al trono per una popolare elezione, inspirò ai Goti più ardite speranze; e mentre formavano disegni di riunire le confederate loro forze sotto il medesimo stendardo della nazione150, furono facilmente tentati ad abbracciare il partito di Procopio, ed a fomentare col pericoloso loro soccorso la discordia civile dei Romani. Il pubblico trattato non avrebbe richiesto più di diecimila ausiliari; ma con tanto zelo adottossi questo disegno dai Capi de’ Visigoti, che l’armata, la quale passò il Danubio, ascese al numero di trentamila uomini151. Essi marciarono con la superba persuasione, che l’invincibile loro valore avrebbe decisa la sorte del Romano Impero; e le Province della Tracia gemerono sotto il peso dei Barbari, che spiegavano l’insolenza di padroni e la licenziosa condotta di nemici. Ma l’intemperanza che sollecitava i loro appetiti, ne ritardò il progresso; e prima che i Goti potessero avere alcuna certa notizia della disfatta e della morte di Procopio, conobbero dallo stato di difesa, in cui si trovava il paese, che il fortunato rivale di lui aveva ripresa la civile e la militar potestà. Una catena di torri e di fortificazioni, abilmente disposte da Valente o dai suoi Generali, arrestò la loro marcia, ne impedì la ritirata, e ne intercettò la sussistenza. La fierezza dei Barbari fu domata e sospesa dalla fame; posero essi dispettosamente le loro armi ai piedi del vincitore, che offrì loro cibo e catene; i numerosi schiavi furon distribuiti in tutte le città dell’Oriente; ed i provinciali, che ben presto si famigliarizzarono col loro aspetto selvaggio, appoco appoco arrischiaronsi a misurare le forze con quei formidabili avversari, il nome de’ quali era stato sì lungamente l’oggetto del loro terrore. Il Re della Scizia (ed il solo Ermanrico potea meritare tal sublime titolo) sentì dispiacere ed ira per tal disgrazia della nazione. I suoi Ambasciatori fecero alte doglianze alla Corte di Valente della violazione dell’antica e solenne alleanza, che per tanto tempo era sussistita fra i Romani ed i Goti. Dicevano essi d’avere adempito il dovere di alleati assistendo il parente e successore dell’Imperator Giuliano; richiedevano l’immediata restituzione dei nobili schiavi; ed insistevano sopra una ben singolar pretensione, che i Generali Goti, che marciavano in armi ed in ostile ordinanza, avesser diritto al sacro carattere ed ai privilegi di ambasciatori. Un decente ma perentorio rifiuto di tali stravaganti domande venne significato ai Barbari da Vittore, Generale della cavalleria, che rappresentò con forza e dignità le giuste querele dell’Imperatore d’Oriente152. Fu interrotto il trattato: e le virili esortazioni di Valentiniano incoraggiarono il timido suo fratello a vendicare l’insultata maestà dell’Impero153. [A. D. 367-368-369] Un istorico di quel tempo celebra lo splendore e la grandezza di questa guerra Gotica154; ma l’evento di essa appena merita l’attenzione della posterità, qualora non voglia risguardarsi come un passo preliminare dell’imminente decadenza e rovina dell’Impero. In cambio di condurre le nazioni della Germania e della Scizia alle rive del Danubio, o anche alle porte di Costantinopoli, il vecchio Monarca dei Goti rassegnò al bravo Atanarico il pericolo e la gloria d’una guerra difensiva contro un nemico che maneggiava con debole destra le forze d’un grande stato. Fu eretto un ponte di barche sopra il Danubio; la presenza di Valente animava le sue truppe; e la sua ignoranza nell’arte della guerra veniva compensata in esso dalla personal bravura, e da una savia deferenza ai consigli di Vittore e d’Arinteo, suoi Generali di cavalleria e d’infanteria. Le operazioni della campagna regolate furono dalla loro abilità ed esperienza; ma fu loro impossibile di trarre i Visigoti dai forti posti delle montagne; e la devastazione delle pianure obbligò i Romani medesimi a ripassare il Danubio all’approssimarsi dell’inverno. Le continue piogge che fecer gonfiare le acque del fiume, produssero una tacita sospension di armi, e confinarono l’Imperator Valente in tutta la seguente state nel suo campo di Marcianopoli. Il terzo anno della guerra fu più favorevole pe’ Romani, e dannoso pe’ Goti. L’interrompimento del commercio privò i Barbari degli oggetti di lusso, che essi già confondevano con le necessità della vita, e la desolazione d’un molto esteso tratto di paese gli minacciava degli orrori della carestia. Atanarico fu provocato o costretto ad arrischiare una battaglia, che ei perdè, nella pianura; e la crudel precauzione dei vittoriosi Generali, che avevano promesso un grosso premio per la testa di ogni Goto, che portata fosse nel campo Imperiale, rendè più sanguinosa la caccia dei vinti. La sommissione dei Barbari quietò lo sdegno di Valente e del suo consiglio; l’Imperatore diede orecchio con piacere all’adulatrice ed eloquente rimostranza del Senato di Costantinopoli, che per la prima volta ebbe parte nelle pubbliche deliberazioni; ed i medesimi Generali Vittore ed Arinteo, che avean felicemente diretta la condotta della guerra, ebbero la facoltà di regolare le condizioni della pace. La libertà del commercio, che i Goti avevano fin allora goduta, fu ristretta a due sole città sul Danubio; fu severamente punita la temerità dei lor Capi con la soppressione delle pensioni e dei sussidi che ricevevano; e l’eccezione che fu stipulata in favore del solo Atanarico, fu più vantaggiosa che onorevole al Giudice dei Visigoti. Atanarico, il quale sembra che in quest’occasione consultasse il suo privato interesse senza aspettar gli ordini del Sovrano, sostenne la propria dignità e quella della sua tribù nel personal congresso, che fu proposto dai Ministri di Valente. Ei persistè nella dichiarazione, che era impossibile per lui senza incorrere nella colpa di spergiuro, il porre mai piede sul territorio dell’Impero; ed è più che probabile che il riguardo, che aveva per la santità del giuramento, fosse confermato dai recenti e fatali esempi della Romana perfidia. Fu scelto il Danubio che separava i dominj delle due indipendenti nazioni, per luogo della conferenza. L’Imperator d’Oriente ed il Giudice dei Visigoti, accompagnati da un ugual numero di loro seguaci armati, s’avanzarono nei respettivi loro battelli fino alla metà del fiume. Dopo la ratifica del trattato e la consegna degli ostaggi, Valente tornò in trionfo a Costantinopoli, ed i Goti rimaser tranquilli circa sei anni, finchè a forza non furono spinti contro l’Impero Romano da un’innumerabile armata di Sciti, che sboccarono dalle gelate regioni del Norte155. [A. D. 374] L’Imperator d’Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia estendevansi lungo il maggior fiume dell’Europa. L’attiva politica di Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l’abuso di tal politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro querele, che Equizio, Generale dell’Illirico, acconsentì a sospendere il proseguimento dell’opera, finattanto che fosse più chiaramente informato del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di Valeria e la direzione dell’opera, l’Imperatore non sarebbe stato più importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i nativi della Germania furono insultati dall’arroganza d’un giovane e indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro, d’ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de’ Quadi, con attenzione e riguardo: ma quest’artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario disegno, ed il credulo Principe s’indusse ad accettare il premuroso invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti fra loro simili, o come riferire che nel corso d’un medesimo anno, ma in diverse lontane parti dell’Impero, l’inospita mensa di due Comandanti Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati, crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L’istesso fu il destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la crudel morte del Sovrano si risentì dalla servil indole degli Armeni e dal libero ed audace spirito dei Germani. I Quadi erano essi, in vero, assai scaduti da quel formidabil potere, che al tempo di Marco Antonino aveva sparso il terrore fino alle porte di Roma. Essi però avevano sempre armi e coraggio; questo fu animato dalla disperazione, ed ottennero il solito rinforzo di cavalleria dai Sarmati, loro alleati. Il perfido Marcellino fu tanto imprudente che scelse il momento, nel quale i veterani più bravi erano stati mandati a sopprimere la ribellione di Firmo; e tutta la Provincia era esposta con una debol difesa al furore dei Barbari esacerbati. Essi invasero la Pannonia nel tempo della raccolta; senza compassione distrussero tutto ciò che facilmente non potevano trasportare; e disprezzarono o demolirono le vuote fortificazioni. Alla Principessa Costanza, figlia dell’Imperator Costanzo, e nipote del gran Costantino, assai difficilmente riuscì di fuggire. La regia fanciulla che innocentemente avea sostenuta la ribellione di Procopio, era in quel tempo destinata per moglie all’Erede dell’Impero Occidentale. Traversava essa con uno splendido e non armato corteggio quella Provincia creduta pacifica. E la persona di lei fu salvata dal pericolo, ugualmente che la Repubblica dal disonore, mediante l’attivo zelo di Messala, Governatore di quelle Province. Appena egli seppe che il villaggio, dove ella s’era fermata per desinare, era quasi circondato dai Barbari, la pose in fretta sul proprio cocchio, e corse velocemente finchè giunse alle porte di Sirmio, che era distante ventisei miglia. Neppur questa città sarebbe stata sicura, se i Quadi ed i Sarmati si fossero speditamente avanzati, mentre i Magistrati del popolo erano in una generale costernazione. Il loro indugio concesse a Probo, Prefetto del Pretorio, tempo abbastanza di riprendere animo egli stesso, e di ravvivare il coraggio dei cittadini. Egli abilmente diresse i loro valorosi sforzi per riparare e fortificare le cadenti muraglie; e procurò l’opportuna ed efficace assistenza d’una compagnia di arcieri, per proteggere la capitale delle Province Illiriche. Sconcertati nei tentativi, che fecero contro le mura di Sirmio, gli irritati Barbari voltaron le armi contro il Generale della frontiera, al quale ingiustamente attribuivano la morte del loro Re. Non poteva Equizio mettere in campo che due legioni; ma contenevano esse il veterano vigore delle truppe Mesie e Pannonie. La ostinazione con cui disputaron fra loro i vani onori della precedenza e del grado, fu causa della lor distruzione; e mentre agivano con forze separate e con differenti disegni, sorprese furono e trucidate dall’operoso vigore della Sarmata cavalleria. Il buon successo di quest’invasione provocò l’emulazione delle confinanti tribù; e si sarebbe infallibilmente perduta la Provincia della Mesia, se il giovane Teodosio, Duce o militar Comandante della frontiera, non avesse, nella disfatta del pubblico nemico, segnalato un intrepido genio, degno dell’illustre suo padre e della sua futura grandezza156. [A. D. 375] Lo spirito di Valentiniano, che allora risedeva in Treveri, fu profondamente commosso dalle calamità dell’Illirico; ma la stagione avanzata sospese l’esecuzione de’ suoi disegni fino alla primavera seguente. Mosse egli in persona, con una parte considerabile delle truppe della Gallia, dalle rive della Mosella; ed ai supplichevoli Ambasciatori dei Sarmati, che l’incontraron per viaggio, rispose dubbiosamente, che quando fosse giunto al luogo dell’azione, avrebbe esaminato e deciso. Arrivato a Sirmio, diede udienza ai Deputati delle Province Illiriche, i quali altamente gloriaronsi della loro felicità sotto il prospero governo di Probo, Prefetto del Pretorio157. Valentiniano, ch’era lusingato da tali dimostrazioni di fedeltà e di gratitudine, dimandò imprudentemente al Deputato dell’Epiro, che era un filosofo Cinico d’intrepida sincerità158, s’era egli stato inviato liberamente dai voti della Provincia? «Io son mandato (replicò Ificle) con lacrime e con lamenti da un popolo contro sua voglia». L’Imperatore s’arrestò: ma l’impunità de’ suoi ministri fece stabilire la perniciosa massima che essi potevano opprimere i sudditi, senza offendere il servizio di lui. Una rigorosa ricerca sopra la loro condotta avrebbe medicato il pubblico disgusto. La severa condanna dell’uccisor di Gabinio era il solo mezzo che restituir potesse la confidenza dei Germani, e vendicar l’onore del nome Romano. Ma il superbo Monarca era incapace della magnanimità, che osa riconoscere una mancanza. Dimenticò egli la causa, solo si rammentò dell’ingiuria, e s’avanzò nel paese dei Quadi con un’insaziabile sete di vendetta e di sangue. Si giustificò agli occhi dell’Imperatore, e forse a quelli del Mondo l’estrema devastazione ed il promiscuo macello d’una barbara guerra dalla crudele equità delle rappresaglie159, e tale fu la disciplina dei Romani e la costernazione del nemico, che Valentiniano ripassò il Danubio senza la perdita d’un solo uomo. Siccome aveva egli risoluto di totalmente distruggere i Quadi in una seconda campagna, stabilì i suoi quartieri d’inverno a Bregezio sul Danubio, vicino alla città di Presburgo nell’Ungheria. Mentre il rigore della stagione teneva sospese le operazioni di guerra, i Quadi fecero un umile tentativo di mitigare il furor del vincitore; ed i loro Ambasciatori, alla premurosa persuasione d’Equizio, furono introdotti nel consiglio Imperiale. Accostaronsi al trono inchinati ed in aria dimessa; e senza neppure osar di dolersi della morte del loro Re, affermarono con solenni giuramenti, che l’ultima invasione era solo imputabile ad alcuni sregolati ladroni, dal consiglio pubblico della nazione condannati ed abborriti. La risposta dell’Imperatore lasciò ad essi ben poca speranza di clemenza o di pietà. Egli rinfacciò loro, col più intemperante linguaggio, la lor viltà, ingratitudine ed insolenza. Gli occhi, la voce, il colore, i gesti esprimevano la violenza dello sfrenato furore di lui. Mentre tutto il suo aspetto era agitato da una passion convulsiva, un grosso vaso sanguigno ad un tratto gli si ruppe nel petto; e Valentiniano cadde senza parola nelle braccia dei suoi famigliari. Essi ebbero immediatamente la cura di nasconder la sua situazione alla moltitudine: ma in pochi minuti l’Imperator d’Occidente spirò in un’agonia dolorosa, ritenendo fino all’ultimo i suoi sentimenti, e cercando inutilmente di esprimere le sue intenzioni ai Generali e Ministri che circondavano il reale suo letto. Valentiniano aveva circa cinquantaquattro anni; e non mancavano che cento giorni a compire i dodici anni del suo regno160. [A. D. 375] Un istorico Ecclesiastico attesta seriamente la poligamia di Valentiniano161. «L’Imperatrice Severa (io riferisco la favola ) ammise alla sua famigliar conversazione la bella Giustina, figlia d’un Governatore Italiano; ed espresse con sì grandi ed inconsiderate lodi la sua ammirazione di quelle nude bellezze, che aveva spesso vedute nel bagno, che l’Imperatore fu tentato d’introdurre una seconda moglie nel proprio letto; e con pubblico editto estese a tutti i sudditi dell’Impero l’istesso domestico privilegio, che aveva preso per se medesimo». Ma noi siamo assicurati dalla testimonianza della ragione e dell’Istoria, che i due matrimoni di Valentiniano con Severa e con Giustina furon contratti l’un dopo l’altro; e che ei si servì dell’antica permission del divorzio, che era sempre accordata dalle leggi, quantunque condannata dalla Chiesa. Severa fu madre di Graziano, il quale sembrò che riunisse in sè162 ogni diritto all’indubitata successione dell’Impero Occidentale. Egli era il figlio maggiore d’un Monarca, il glorioso regno del quale avea confermato la libera ed onorevol scelta dei suoi compagni soldati. Prima di giungere all’età di nove anni il regio fanciullo avea ricevuto dalle mani dell’indulgente suo padre la porpora ed il diadema col titolo d’Augusto; n’era stata solennemente confermata la scelta dal consenso ed applauso degli eserciti della Gallia163; ed erasi aggiunto il nome di Graziano a quelli di Valentiniano e di Valente in tutti gli atti legali del Governo Romano. Mercè del suo maritaggio con la nipote di Costantino, il figlio di Valentiniano acquistò tutti gli ereditari diritti della Famiglia Flavia, che in una serie di tre Imperiali generazioni s’erano confermati dal tempo, dalla religione, e dalla riverenza del popolo. Alla morte del padre il giovane reale aveva l’età di diciassette anni; e già le sue virtù giustificavano la favorevole opinione del popolo e dell’esercito. Ma Graziano si trovava senza timore nella reggia di Treveri, allorchè alla distanza di molte centinaia di miglia Valentiniano subitamente morì nel campo di Bregezio. Le passioni che sì lungo tempo erano state soppresse dalla presenza d’un dominante, immediatamente si ravvivarono nel consiglio Imperiale; e l’ambizioso disegno di regnare in nome di un fanciullo fu posto artificiosamente in effetto da Mellobaude e da Equizio, che avevano per sè164 l’amore delle truppe Illiriche ed Italiane. Immaginarono essi i più onorevoli pretesti per rimuovere i Capi del popolo e le truppe della Gallia, che avrebber potuto sostenere i diritti del legittimo successore; e suggerirono con un ardito e decisivo passo la necessità di estinguere le speranze dei nemici sì domestici che stranieri. L’Imperatrice Giustina, che era restata in un palazzo circa cento miglia lontano da Bregezio, fu rispettosamente invitata a venire nel campo col figlio del morto Imperatore. Il sesto giorno dopo la morte di Valentiniano, il Principe fanciullo dell’istesso nome, che non aveva più di quattr’anni, fu mostrato nelle braccia della propria madre alle legioni, e coll’acclamazion militare solennemente investito dei titoli e delle insegne del potere supremo. La savia e moderata condotta dell’Imperator Graziano impedì a tempo gli imminenti pericoli d’una guerra civile. Accettò volentieri la scelta dell’esercito; dichiarò che avrebbe sempre risguardato il figlio di Giustina come fratello, non come rivale; e consigliò l’Imperatrice a stabilire col figlio di Valentiniano la sua residenza a Milano nella bella e pacifica provincia dell’Italia, mentre egli assumeva il più difficil comando delle regioni oltre le alpi. Graziano dissimulò il suo sdegno finattanto che potesse con sicurezza punire, o svergognare gli autori della cospirazione: e sebbene si diportasse con uniforme tenerezza e riguardo verso il suo infante collega, tuttavia nell’amministrazione dell’Impero occidentale confuse appoco appoco l’uffizio di tutore coll’autorità di Sovrano. Si esercitava il governo del Mondo Romano unitamente in nome di Valente e dei suoi due nipoti: ma il debole Imperator Orientale, che in questa dignità successe al suo fratello maggiore, non ebbe mai peso od ascendente veruno nei consigli dell’Occidente165.

RIFLESSIONI D'IGNOTO AUTORE SOPRA I CAPITOLI XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV E XXV DELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO DI EDOARDO GIBBON DIVISE IN TRE LETTERE DIRETTE AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK INGLESI CATTOLICI