Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/27

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
CAPITOLO XXVII

../26 ../28 IncludiIntestazione 7 dicembre 2010 25% Da definire

26 28

Morte di Graziano. Rovina dell’Arrianesimo. S. Ambrogio. Prima guerra civile contro Massimo. Carattere, amministrazione e penitenza di Teodosio. Morte di Valentiniano II. Seconda guerra civile contro Eugenio. Morte di Teodosio.

Non aveva Graziano ancor finita l’età di venti anni, che la sua fama uguagliava già quella dei più celebri Principi. La gentile ed amabile indole sua rendevalo caro agli amici privati, e la graziosa affabilità delle sue maniere impegnava l’affezione del popolo. I Letterati, che godevano della generosità del loro Sovrano, ne riconoscevano il gusto e l’eloquenza; i militari applaudivano ugualmente il valore e la destrezza di esso nelle armi; e si risguardava dal Clero l’umile pietà di Graziano, come la prima e la più vantaggiosa delle sue virtù. La vittoria di Colmar aveva liberato l’Occidente da una formidabile invasione; e le grate Province dell’Oriente attribuivano i meriti di Teodosio all’autore della grandezza di lui e della pubblica salute. Graziano non sopravvisse a tali memorabili fatti che quattro o cinque anni; sopravvisse però alla propria riputazione, ed avanti che cadesse vittima della ribellione, aveva perduto in gran parte il rispetto e la fiducia del Mondo Romano. L’errore è inescusabile, poichè travisa la principale ed immediata cagione della caduta dell’Impero Occidentale di Roma. La notabile alterazione del carattere o della condotta di esso non può imputarsi nè agli artifizi della adulazione, che fino dall’infanzia circondato avevano il figlio di Valentiniano, nè alle forti passioni, dalle quali sembra, che quel moderato giovane fosse libero. Un più accurato esame della vita di Graziano può suggerire per avventura la vera causa, per cui restaron deluse le pubbliche speranze. Le apparenti virtù di lui, invece d’essere un difficil prodotto dell’esperienza e dell’avversità, erano i prematuri ed artificiali frutti d’un’educazione reale. L’ansiosa tenerezza di suo padre era continuamente occupata in procurargli quei vantaggi, de’ quali aveva forse tanto maggiore stima, quanto meno egli stesso ne avea goduto; ed i più abili maestri d’ogni scienza e d’ogni arte s’erano affaticati a formar lo spirito e il corpo del giovane Principe462. Con ostentazione faceva uso delle notizie, che essi con gran fatica gli comunicavano, e queste gli procuravano da tutti prodighe lodi. La molle e docile sua disposizione riceveva facilmente la impronta dei giudiziosi loro precetti, ed era facile il prendere una mancanza di passione per forza di raziocinio. I suoi precettori furono appoco appoco innalzati al grado ed all’autorità di Ministri di Stato463; e siccome saviamente dissimulavano la segreta loro influenza, parve, ch’egli agisse con fermezza, a proposito, e con giudizio nelle più importanti occasioni della sua vita e del suo regno. Ma la forza di questa elaborata istruzione non penetrò al di là della superficie; ed i periti maestri, che con tanta cura guidavano i passi del loro allievo reale, non poterono inspirar nel debole ed indolente carattere di lui quel vigoroso ed indipendente principio d’azione, che rende la ricerca laboriosa della gloria essenzialmente necessaria alla felicità, e quasi all’esistenza dell’Eroe. Appena il tempo ed il caso ebbero allontanati quei fedeli consiglieri dal trono, l’Imperator d’Occidente insensibilmente discese al livello del naturale suo genio, abbandonò le redini del governo a quelle ambiziose mani, che erano già stese per prenderle, e passò il suo tempo nelle più frivole occupazioni. Gl’indegni delegati del suo potere, del merito dei quali era un sacrilegio il dubitare464, instituirono un pubblico mercimonio di favore e d’ingiustizia sì nella Corte che nelle Province. Si dirigeva la coscienza del credulo Principe da’ Santi e dai Vescovi465, i quali procurarono un editto Imperiale per punire come capitale delitto la violazione, la negligenza, o anche l’ignoranza della divina legge466. Fra i diversi esercizi, nei quali s’era occupata la gioventù di Graziano, erasi egli applicato con particolar genio e successo a maneggiare i cavalli, a tender l’arco ed a scagliare il giavellotto; e queste abilità, che potevano essere utili per un soldato, restarono prostituite nel più vile oggetto della caccia. Si formarono vasti parchi pei divertimenti Imperiali, furono abbondantemente forniti d’ogni specie di bestie selvagge; e Graziano trascurava i doveri ed eziandio la dignità del suo grado per consumar le intere giornate nella vana ostentazione di destrezza e d’ardire nel cacciare. La vanità, e il desiderio, che aveva il Romano Imperatore, di esser eccellente in un’arte, in cui avrebbe potuto esser superato dall’infimo de’ suoi schiavi, rammentava ai numerosi spettatori gli esempi di Nerone e di Commodo; ma il casto e moderato Graziano era alieno dai mostruosi lor vizi; e le sue mani non furon macchiate che dal sangue degli animali467. La condotta di Graziano, che avviliva il suo carattere agli occhi del Mondo, non avrebbe potuto disturbare la sicurezza del suo regno, se non si fosse provocato l’esercito a risentirsi delle particolari sue ingiurie. Finattantochè il giovane Imperatore fu guidato dalle istruzioni dei suoi maestri, si professò amico e quasi sotto la tutela dei soldati; consumava molte ore nella famigliar conversazione del campo; e la salute, il sollievo, i premi, gli onori delle fedeli sue truppe sembrava che fossero l’oggetto delle premurose cure di lui. Ma dopo che Graziano secondò più liberamente il dominante suo gusto per la caccia e per lo scagliare de’ dardi, fece naturalmente lega coi ministri più destri del suo favorito divertimento. Fu ammesso al servizio militare e domestico del palazzo un corpo di Alani; e l’ammirabile abilità che essi erano assuefatti ad usare nelle immense pianure della Scizia, veniva esercitata in un più angusto teatro, quali erano i parchi ed i chiusi recinti della Gallia. Graziano ammirava i talenti ed i costumi di tali favorite guardie, alle quali sole affidava la difesa della sua persona: e come se avesse voluto insultare la pubblica opinione, spesse volte si facea vedere ai soldati ed al popolo con l’abito e le armi, con il lungo arco, la risuonante faretra e l’abbigliamento di pelli a foggia di Scita guerriero. L’indegno spettacolo di un Principe Romano, che avea rinunziato alle vesti ed ai costumi del proprio paese, riempì gli animi delle legioni di dispiacere e di sdegno468. Fino i Germani, sì forti e formidabili negli eserciti dell’Impero, affettavano di sdegnare lo strano ed orrido aspetto dei selvaggi del Norte, che nello spazio di pochi anni eran giunti dalle rive del Volga a quelle della Senna. Si sollevò per le armate e per le guarnigioni dell’Occidente un alto e licenzioso mormorio, e siccome la molle indolenza di Graziano trascurò d’estinguere i primi sintomi di dissapore, non si supplì alla mancanza d’amore e di rispetto dal poter del timore. Ma la sovversione d’uno stabilito governo è sempre una opera di qualche reale e di molta apparente difficoltà; ed il trono di Graziano era difeso dalle sanzioni del costume, della legge, della religione e di quella delicata bilancia fra le forze civili e militari, ch’erasi stabilita dalla politica di Costantino. Non è di grande importanza il cercar per quali cause fosse prodotta la rivoluzione della Britannia. Dal caso comunemente nasce il disordine: avvenne che i semi della ribellione caddero in un terreno, che si supponeva più fecondo in tiranni ed usurpatori di qualunque altro469; le legioni di quell’isola, separata dal resto dell’Impero, erano state lungo tempo famose per uno spirito di presunzione e d’arroganza470; e fu proclamato il nome di Massimo dalla tumultuaria ma unanime voce tanto dei soldati che de’ Provinciali. L’Imperatore o il ribelle, mentre il suo titolo non era per anche assicurato dalla fortuna, era nativo di Spagna, del medesimo paese, compagno nella milizia e rivale di Teodosio, di cui non avea veduto l’innalzamento senza qualche movimento d’invidia e di sdegno: le avventure della sua vita l’avevano da gran tempo stabilito nella Britannia; ed io non sarei alieno dal trovarne qualche fondamento nel matrimonio, che si dice avere egli contratto con la figlia d’un ricco Signore della Contea di Caernarvon471. Ma potrebbe giustamente riguardarsi questo posto provinciale come uno stato d’esilio e d’oscurità; e se pure Massimo aveva ottenuto qualche uffizio civile o militare, non era investito dell’autorità nè di Governatore nè di Generale472. Gli scrittori parziali di quel tempo confessano l’abilità ed anche l’integrità di esso, e realmente fa d’uopo che fosse un merito assai cospicuo quello, che potè estorcere tal confessione in favore del vinto nemico di Teodosio. La malcontentezza di Massimo potè forse disporlo a censurar la condotta del suo Sovrano, e ad incoraggiare senza forse alcuna mira d’ambizione il mormorio delle truppe. Ma in mezzo al tumulto egli artificiosamente o modestamente ricusò di salire sul trono; e sembra che si prestasse qualche fede alla positiva sua dichiarazione, che fu costretto ad accettare il pericoloso dono della porpora Imperiale473. Era però ugualmente pericoloso il ricusare l’Impero; e dal momento, in cui Massimo avea mancato alla fedeltà verso il legittimo suo Sovrano, ei non poteva sperar di regnare, e neppur di vivere, se limitava la sua moderata ambizione dentro gli angusti confini della Britannia. Con ardire e con prudenza risolvè di prevenire i disegni di Graziano; la gioventù dell’isola corse in folla a’ suoi stendardi, ed invase la Gallia con una flotta ed un esercito che lungo tempo dopo si rammentava come l’emigrazione d’una considerabil parte della nazione Britannica474. L’ostile avvicinamento loro pose in agitazione l’Imperatore nella pacifica sua residenza di Parigi; ed i dardi, che egli oziosamente impiegava contro gli orsi ed i leoni, avrebber potuto con più onore adoprarsi contro i ribelli. Ma i deboli suoi sforzi annunziavano il degenerato animo e la disperata situazione di esso; e lo privarono de’ ripieghi, che pure avrebbe potuto trovare nel soccorso de’ propri sudditi e degli alleati. Le truppe della Gallia, invece d’opporsi alla marcia di Massimo, lo riceverono con liete e leali acclamazioni; e la vergogna della diserzione passò dal Popolo al Principe. I soldati, che per la lor situazione erano più immediatamente addetti al servizio del palazzo, abbandonarono lo stendardo di Graziano, la prima volta che fu spiegato nelle vicinanze di Parigi. L’Imperator d’Occidente fuggì verso Lione con un treno di soli trecento cavalli, e nelle città lungo la strada, nelle quali sperava di trovare un rifugio o almeno un libero passo, apprese con crudele esperienza, che ogni porta è chiusa per gli sfortunati. Contuttociò egli avrebbe potuto giunger sicuro negli stati del suo fratello, e tosto ritornar con le forze dell’Italia e dell’Oriente, se non si fosse lasciato fatalmente ingannare dal perfido Governatore della Provincia Lionese. Graziano fu trattenuto dalle proteste di una dubbiosa fedeltà e dalle speranze di un soccorso, che non poteva esser efficace, finattantochè l’arrivo di Andragazio, Generale della cavalleria di Massimo, pose fine al suo inganno. Questo risoluto uffiziale eseguì senza rimorso gli ordini o le intenzioni dell’usurpatore. Nell’alzarsi da cena, Graziano fu dato nelle mani dell’assassino: e fu negato fino il suo corpo alle pressanti e pietose istanze del fratello Valentiniano475. La morte dell’Imperatore fu seguita da quella del potente suo generale, Mellobaude Re dei Franchi, il quale fino all’ultimo istante della sua vita mantenne quell’ambigua riputazione, che è la giusta ricompensa dell’oscura e sottile politica476. Tali esecuzioni poterono forse esser necessarie per la pubblica sicurezza; ma il fortunato usurpatore, il cui potere fu riconosciuto da tutte le Province dell’Occidente, ebbe il merito e la soddisfazione di vantare, che ad eccezione di quelli che eran periti nella battaglia, il suo trionfo non fu macchiato dal sangue Romano477. Le avventure di questa rivoluzione si succederono con tanta rapidità, che sarebbe stato impossibile per Teodosio di marciare in aiuto del suo benefattore, prima di ricever notizia della disfatta e della morte di esso. Nel tempo che un sincero dispiacere o un ostentato lutto occupava l’Imperatore Orientale, arrivò alla sua Corte il principal Ciamberlano di Massimo; e la scelta d’un venerabile vecchio per un uffizio, che ordinariamente si esercitava da Eunuchi, annunziò alla Corte di Costantinopoli la gravità e la temperanza dell’usurpatore Britannico. L’ambasciatore condiscese a giustificare o scusar la condotta del suo Signore, ed a protestare in uno specioso linguaggio, che l’uccision di Graziano si era fatta senza saputa o consenso di lui dal precipitoso zelo dei soldati. Ma procedè ad offerire a Teodosio, in un fermo ed ugual tuono, l’alternativa della pace o della guerra. Il discorso dell’ambasciatore terminò con un’animosa dichiarazione, che quantunque Massimo, e come Romano e come padre del proprio popolo, avrebbe voluto piuttosto impiegar le proprie forze nella comun difesa della Repubblica, pure trovavasi armato e pronto, qualora si fosse rigettata la sua amicizia, a disputare in un campo di battaglia l’Impero del Mondo. Si richiedeva una perentoria ed immediata risposta; ma era sommamente difficile per Teodosio il soddisfare, in quest’importante occasione o ai sentimenti dell’animo suo o all’espettazione del pubblico. L’imperiosa voce dell’onore e della gratitudine altamente gridava per la vendetta. Egli ricevuto aveva il diadema Imperiale dalla liberalità di Graziano; la sua pazienza avrebbe confermato l’odioso sospetto, ch’ei fosse più profondamente mosso dalle antiche ingiurie che dalle recenti obbligazioni; e se accettava l’amicizia dell’assassino, pareva che fosse a parte ancor del delitto. Anche i principj della giustizia e del social interesse ricevuto avrebbero un fatal colpo dall’impunità di Massimo: e l’esempio d’una fortunata usurpazione poteva tendere a sciogliere l’artificial fabbrica del governo, e ad immergere un’altra volta l’Impero nei delitti e nelle miserie de’ tempi trascorsi. Ma siccome i sentimenti di gratitudine e d’onore dovrebbero costantemente regolar la condotta d’un privato, così nella mente d’un Sovrano possono cedere al sentimento di più importanti doveri; e le massime tanto di giustizia che d’umanità debbon permettere che impunito resti un atroce delinquente, se un innocente popolo involgasi nelle conseguenze della sua pena. L’assassino di Graziano aveva usurpato, è vero, l’Imperio, ma attualmente ne possedeva le più bellicose Province; ma esaurito era l’Oriente dalle disgrazie, ed eziandio dal buon successo della guerra Gotica; e seriamente ci avea da temere, che, dopo che la vital forza della Repubblica si fosse consumata in una dubbiosa e distruttiva contesa, il debole vincitore fosse per restare una facile preda ai Barbari Settentrionali. Queste importanti riflessioni impegnaron Teodosio a dissimulare il suo sdegno, e ad accettar l’alleanza del tiranno. Ma stipulò, che Massimo si dovesse contentare di posseder le Province oltre le alpi. Il fratello di Graziano fu confermato ed assicurato nella sovranità dell’Italia, dell’Affrica e dell’Illirico occidentale; ed inserite furono nel trattato alcune onorevoli condizioni per conservar la memoria e le leggi del defunto Imperatore478. Secondo il costume di quel tempo, furono esposte alla venerazione del popolo le immagini dei tre Imperiali colleghi, nè dovrebbe leggermente supporsi, che nell’istante d’una solenne riconciliazione, Teodosio nutrisse un segreto disegno di tradimento e di vendetta479. [A. 380] Il disprezzo di Graziano pei soldati Romani l’aveva esposto a’ fatali effetti del loro sdegno. La sua profonda venerazione pel clero Cristiano riportò in premio l’applauso e la gratitudine d’un ceto potente, che in ogni tempo si è arrogato il privilegio di dispensare onori sì in terra che in Cielo480. I Vescovi Ortodossi piansero la sua morte e l’irreparabile loro perdita; ma furono ben presto consolati dal conoscere, che Graziano avea posto lo scettro dell’Oriente nelle mani d’un Principe, l’umile fede e fervente zelo del quale venivan sostenuti dallo spirito e dall’abilità d’un carattere più vigoroso. Fra’ benefattori della Chiesa, la gloria di Teodosio è rivale della fama di Costantino. Se questo ebbe il vantaggio d’innalzar lo stendardo della croce, l’emulazione del suo successore s’acquistò il merito di soggiogar l’eresia d’Arrio, e d’abolire il culto degl’idoli nel Mondo Romano. Teodosio fu il primo Imperatore che fosse battezzato nella vera fede della Trinità. Quantunque fosse nato da una famiglia Cristiana, le massime o almeno la pratica di quel secolo il trassero a differire la ceremonia della sua iniziazione, finattantochè una seria malattia, che ne minacciò la vita verso il fine del primo anno del suo regno, l’avvertì del pericolo della dilazione. Avanti di riaprir la campagna contro i Goti, ricevè il sacramento del Battesimo481 da Acolio, Vescovo ortodosso di Tessalonica482: ed appena l’Imperatore uscì dal sacro fonte, tutto acceso degli ardenti sentimenti di rigenerazione, dettò un solenne editto, che pubblicava la propria fede, e prescriveva la religione ai suoi sudditi: «È nostra volontà (tal è lo stilo Imperiale) che tutte le nazioni, governate dalla moderazione e clemenza nostra, costantemente aderiscano alla religione, che da S. Pietro fu insegnata ai Romani, che si è conservata dalla fedel tradizione, e che ora si professa dal Pontefice Damaso e da Pietro Vescovo d’Alessandria, uomo d’Apostolica Santità. Secondo la disciplina degli Apostoli e la dottrina del Vangelo, crediamo la sola Divinità del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, sotto una Maestà uguale ed una pia Trinità. Autorizziamo i seguaci di questa dottrina ad assumere il titolo di Cristiani Cattolici; e siccome stimiamo, che tutti gli altri sieno stravaganti pazzi, li notiamo coll’infame nome di eretici, e dichiariamo che le lor conventicole non abbiamo più ad usurpare la rispettabil denominazione di Chiese. Oltre la condanna della divina giustizia, debbono aspettarsi di soffrir le severe pene, che la nostra autorità, guidata da celeste sapienza, crederà proprio d’infligger loro»483. La fede d’un soldato è comunemente il frutto dell’istruzione, piuttosto che della ricerca; ma siccome l’Imperatore teneva sempre fissi gli occhi su’ termini visibili dell’ortodossia, ch’egli aveva sì prudentemente stabiliti, le religiose opinioni di lui non furono mai alterate dagli speciosi testi, dai sottili argomenti e dalle ambigue formule dei dottori Arriani. Una volta, in vero, dimostrò qualche debole inclinazione a conversare coll’eloquente e dotto Eunomio, che viveva in ritiro ad una piccola distanza da Costantinopoli; ma fu impedito il pericoloso congresso dalle preghiere dell’Imperatrice Flaccilla, che tremava per la salute del marito; e restò confermato l’animo di Teodosio, mediante un argomento teologico, adattato alla più rozza capacità. Egli aveva dato di fresco ad Arcadio, suo maggior figlio, il nome e gli onori d’Augusto; ed i due Principi stavano assisi sopra un magnifico trono a ricever l’omaggio de’ loro sudditi. Un Vescovo, Anfilochio d’Icone, s’accostò al trono, e dopo d’aver salutato con la dovuta riverenza la persona del suo Sovrano, trattò il real giovanetto coll’istessa famigliar maniera, che avrebbe potuto usare verso un fanciullo plebeo. Il Monarca, irritato da tale insolente contegno, diede ordine, che tosto fosse cacciato dalla sua presenza quel rozzo Ministro. Ma nel tempo che le guardie lo spingevano verso la porta, il destro Polemico ebbe luogo d’eseguire il suo disegno, ad alta voce esclamando: «Tal è il trattamento, o Imperatore, che il Re del Cielo ha preparato a quegli empi, che affettano di venerare il Padre, ma negano di riconoscere l’uguale Maestà del divino suo Figlio». Teodosio immediatamente abbracciò il Vescovo d’Icone; e non dimenticò più l’importante lezione, che avea ricevuto da questa drammatica parabola484. Costantinopoli era la sede e la fortezza principale dell’Arrianesimo; e per il lungo spazio di quarant’anni485 la fede de’ Principi e dei Prelati, che dominavano nella Capitale dell’Oriente, fu rigettata nelle scuole più pure di Roma e d’Alessandria. La sede Archiepiscopale di Macedonia, che era stata macchiata di tanto sangue Cristiano, s’occupò successivamente da Eudosso e da Demofilo. Nella loro diocesi il vizio e l’errore godevano una libera introduzione da ogni provincia dell’Impero; le ardenti ricerche intorno alle controversie di religione somministravano un’occupazione di più all’affaccendata oziosità della Metropoli; e possiam prestar fede all’asserzione d’un intelligente osservatore che descrive, con qualche piacevolezza, gli effetti del loquace loro zelo: «Questa città (egli dice) è piena di artisti e di schiavi, che son tutti profondi Teologi, e predicano nelle botteghe e nelle strade. Se bramate che uno vi cambi una moneta, egli vuole informarvi della differenza tra il Padre ed il Figlio; se dimandate il prezzo d’un pane, vi si dà per risposta, che il Figlio è inferiore al Padre; e cercando voi se il bagno è all’ordine, la risposta è, che il Figlio fu fatto dal niente»486. Gli eretici di varie denominazioni vivevano in pace sotto la protezione degli Arriani di Costantinopoli, i quali procuravano d’assicurarsi l’attaccamento di quegli oscuri Settari, mentre abusavano con instancabil severità della vittoria che avevano ottenuto sopra i seguaci del Concilio Niceno. Nei parziali regni di Costanzo e di Valente, ai deboli residui degli Omousiani fu impedito il pubblico e privato esercizio di lor religione; ed è stato in patetico stile osservato, che il disperso gregge lasciavasi andar vagando senza pastore per le montagne o divorar dai lupi rapaci487. Ma poichè il loro zelo, invece d’esser vinto, traeva forza e vigore dall’oppressione, essi presero il primo momento d’imperfetta libertà, che si ripresentò loro per la morte di Valente, e formarono una regolar congregazione, sotto la condotta di Pastore Episcopale. Basilio e Gregorio Nazianzeno488, ambidue nativi di Cappadocia, eran distinti sopra tutti i loro contemporanei489 per la rara unione di profana eloquenza e d’ortodossa pietà. Questi Oratori, che arrivarono alle volte a paragonarsi da se stessi e dal Pubblico ai più celebri degli antichi Greci, erano uniti fra loro coi vincoli della più stretta amicizia. Essi avevan coltivato con uguale ardore i medesimi studi liberali nelle scuole d’Atene; s’erano ritirati con ugual divozione alla solitudine stessa nei deserti del Ponto; e pareva totalmente spenta ogni scintilla d’emulazione o d’invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e di Basilio. Ma l’esaltazione di Basilio da una vita privata alla sede Archiepiscopale di Cesarea, scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo l’orgoglio del suo carattere; ed il primo favore, che egli condiscese a fare al suo amico, fu preso per un crudele insulto; e s’ebbe forse l’intenzione di farlo490. In vece d’impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l’altiero Prelato scelse fra i491 cinquanta Vescovati della sua estesa provincia il miserabil villaggio di Sasima492 senz’acqua, senza verzura, senza società, situato all’unione di tre pubbliche strade, e frequentato solo dal continuo passaggio di rozzi e clamorosi condottieri di carri. Gregorio si sottomise con ripugnanza a tal umiliante esilio; fu ordinato Vescovo di Sasima; solennemente però si protesta di non aver mai consumato il suo spiritual matrimonio con questa disgustante sposa. In seguito consentì a prendere il governo della nativa sua Chiesa di Nazianzo493, di cui suo padre era stato Vescovo più di quarantacinque anni. Ma siccome conosceva bene di meritare un’altra udienza ed un altro teatro, accettò con lodevole ambizione l’onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli. Arrivato che fu Gregorio nella Capitale, fu alloggiato in casa d’un pio e caritatevole congiunto; si consacrò agli usi del Culto religioso la stanza più grande, e le si diede il nome d’Anastasia per esprimere la risurrezione della Fede Nicena. Questo privato oratorio fu dipoi convertito in una magnifica Chiesa; e la credulità dei posteriori tempi era già disposta a dar fede ai miracoli ed alle visioni, che attestavano la presenza o almeno la protezione della Madre di Dio494. Il pulpito dell’Anastasia fu il teatro delle fatiche e dei trionfi di Gregorio Nazianzeno; e nello spazio di due anni egli provò tutte le spirituali avventure, che formano la prospera o contraria fortuna d’un Missionario495. Gli Arriani, provocati dall’ardire di tale impresa, rappresentavan la sua dottrina, come se avesse predicato tre distinte ed uguali Divinità; e la devota plebaglia veniva eccitata a sopprimere, con la violenza e col tumulto, le irregolari assemblee degli eretici Atanasiani. Uscì dalla cattedrale di S. Sofia un confuso mescuglio «di vili mendici che non meritavan pietà, di monaci che parevan satiri o capre, e di donne più terribili che altrettante Gezzabelle». Si aprirono a forza le porte dell’Anastasia; si fece o si tentò di fare gran danno con bastoni, con pietre e con tizzoni; e siccome nel tumulto restò ucciso un uomo, Gregorio, che la mattina seguente fu chiamato avanti al Magistrato, ebbe la soddisfazione di supporre che colui pubblicamente confessava il nome di Cristo. Dopo di essersi liberato dal timore e dal pericolo d’un nemico di fuori, la nascente sua Chiesa fu deturpata e lacerata da un’interna fazione. Uno straniero che aveva il nome di Massimo496 e l’abito di filosofo Cinico, s’insinuò nella confidenza di Gregorio, l’ingannò, e fece abuso della favorevole opinione che questi aveva di lui; e formando un segreto accordo con alcuni Vescovi dell’Egitto, mediante una clandestina ordinazione tentò di soppiantare il suo protettore dall’Episcopal sede di Costantinopoli. Tali mortificazioni qualche volta poteron tentare il missionario di Cappadocia a desiderar l’oscura sua solitudine. Ma premiate ne furono le fatiche dall’accrescimento continuo della sua fama e della sua congregazione; ed ebbe il piacere d’osservare, che la maggior parte della numerosa sua udienza partiva dai suoi discorsi soddisfatta dell’eloquenza del predicatore497, o mortificata per le molte imperfezioni della propria fede o morale498. [A. 380] I Cattolici di Costantinopoli furono animati di lieta fiducia dal battesimo e dall’editto di Teodosio; ed aspettavano impazientemente gli effetti della sua graziosa promessa. Restaron ben presto soddisfatte le loro speranze; e l’Imperatore, appena ebbe finite le operazioni della campagna, fece il suo pubblico ingresso nella capitale alla testa di un vittorioso esercito. Il giorno dopo il suo arrivo, chiamò Damofilo alla sua presenza, e propose a quell’Arriano Prelato la dura alternativa o di sottoscrivere alla fede Nicena, o di rilasciar subito agli ortodossi credenti l’uso ed il possesso del palazzo Episcopale, della Cattedrale di S. Sofia, e di tutte le Chiese di Costantinopoli. Lo zelo di Damofilo, che in un santo cattolico si sarebbe giustamente applaudito, abbracciò senza esitare una vita di povertà e di esilio499; ed alla sua remozione immediatamente successe la purificazione della città Imperiale. Gli Arriani poterono con qualche apparenza di giustizia dolersi, che una piccola congregazione di settari dovesse usurpare le cento Chiese, ch’essi non eran sufficienti a riempire, mentre la maggior parte del popolo veniva crudelmente esclusa da ogni luogo di culto religioso. Teodosio fu sempre inesorabile: ma siccome gli Angeli, che difendevan la causa de’ Cattolici, non eran visibili che agli occhi della fede, esso prudentemente invigorì quelle celesti legioni col più efficace aiuto delle armi temporali e corporee; e fu occupata la Chiesa di S. Sofia da un grosso corpo di guardie Imperiali. Se l’animo di Gregorio era suscettivo d’orgoglio, ei dovè sentire una ben viva soddisfazione, allorchè l’Imperatore lo condusse per le contrade in solenne trionfo, e con le proprie mani lo pose rispettosamente sulla sede Archiepiscopale di Costantinopoli. Ma il Santo, che non avea superato le imperfezioni dell’umana virtù, era profondamente mosso dal mortificante pensiero, che l’entrar, che ei faceva nell’ovile, era piuttosto da lupo che da pastore; che le armi lucenti, che circondavan la sua persona, eran necessarie alla sua salvezza; e ch’egli solo era l’argomento delle imprecazioni d’un gran partito, i cui individui come uomini e cittadini, era impossibile per esso di non curare. Vide l’innumerabil moltitudine di persone di ambedue i sessi e d’ogni età, che affollavasi per le strade, alle finestre e su’ tetti delle case; udì la tumultuosa voce della rabbia, del cordoglio, dello stupore e della disperazione; e Gregorio confessa ingenuamente, che nel memorabil giorno della sua installazione, la Capital dell’Oriente avea l’apparenza d’una città presa d’assalto, e caduta nelle mani d’un Barbaro conquistatore500. Circa sei settimane dopo, Teodosio dichiarò la sua risoluzione di scacciare da tutte le Chiese dei propri Stati i Vescovi ed i Cherici, che avesser ostinatamente ricusato di credere o almeno di professar la dottrina del Concilio di Nicea. Sapore, suo Luogotenente, fu armato degli ampli poteri d’una legge generale, d’una special commissione e d’una forza militare501; e tal ecclesiastica rivoluzione fu condotta con tanto discernimento e vigore, che stabilissi la religione dell’Imperatore senza tumulto o spargimento di sangue in tutte le Province Orientali. Se si fosser lasciati sussistere gli scritti degli Arriani502, conterrebbero essi forse la dolente storia della persecuzione, che afflisse la Chiesa sotto il regno dell’empio Teodosio; ed i patimenti dei santi lor confessori potrebbero eccitar la pietà del disappassionato lettore. Pure v’è motivo di supporre, che la violenza dello zelo e della vendetta in qualche modo restasse delusa dalla mancanza di resistenza; e che gli Arriani dimostrassero, nella loro avversità, fermezza molto minore di quella onde avea fatto prova il partito Cattolico sotto i regni di Costanzo e di Valente. Sembra che la condotta ed il moral carattere delle opposte Sette fosse regolato dai medesimi comuni principj di natura e di religione; ma si può por mente ad una circostanza assai materiale, che tendeva a distinguere i gradi della teologica loro fede. Ambe le parti, sì nelle scuole che nelle chiese, riconoscevano e veneravano la divina maestà di Cristo; e siccome noi siam sempre inclinati ad attribuire alla divinità i sentimenti e le passioni di noi medesimi, si poteva credere più prudente o rispettoso contegno quello di esagerare che di ristringere le adorabili perfezioni del Figlio di Dio. Il discepolo d’Atanasio esultava nella orgogliosa opinione d’essersi fatto un merito per ottenere il favor divino; laddove il seguace d’Arrio doveva esser tormentato dal segreto timore d’essere forse reo d’un’imperdonabile colpa, attesa la scarsa lode ed i parchi onori, ch’ei dava al Giudice dell’universo. Le opinioni dell’Arrianesimo potean soddisfare uno spirito freddo e speculativo; ma la dottrina del simbolo Niceno, raccomandata con la massima forza dai meriti della fede e della devozione, era molto più atta a divenir popolare, e ad aver buon successo in una credula età. La speranza di trovare nelle assemblee del Clero ortodosso la verità e la sapienza, indusse l’Imperatore a convocare in Costantinopoli un sinodo di cento cinquanta Vescovi, che procederono senza molta difficoltà o dilazione a perfezionare il sistema teologico, che s’era stabilito nel Concilio di Nicea. Le veementi dispute del quarto secolo s’erano principalmente aggirate sulla natura del Figlio di Dio; e le varie opinioni, che s’erano abbracciate intorno alla seconda Persona della Trinità, per una ben naturale analogia furono estese e trasferite alla terza503. Pure si trovò o si credè necessario questo Concilio da’ vittoriosi avversari dell’Arrianesimo, per ispiegare l’ambiguo linguaggio di alcuni rispettabili Dottori; per confermare la fede dei Cattolici; e per condannare una scarsa ed incoerente Setta di Macedoniani, i quali liberamente ammettevano, che il Figlio era consostanziale al Padre, mentre temevano sembrasse, che confessassero la esistenza di tre Dei. Fu pronunziata una decisiva e concorde sentenza per ratificare l’ugual divinità dello Spirito Santo; questa misteriosa dottrina si è ricevuta da tutte le Chiese del Mondo Cristiano; e la grata loro venerazione assegnò all’adunanza de’ Vescovi di Teodosio il secondo posto fra’ Concili generali504. Può essersi conservata per tradizione, o per inspirazione comunicata, la lor perizia intorno alla verità della religione; ma la sobria testimonianza dell’istoria non accorderà gran peso alla personale autorità dei Padri di Costantinopoli. In un tempo, in cui gli Ecclesiastici avevano scandalosamente degenerato dall’esempio dell’Apostolica purità, i più indegni e corrotti erano sempre i più ardenti a frequentare ed a turbare le Episcopali adunanze. Il contrasto e la fermentazione di tanti fra loro contrari interessi e temperamenti infiammavano le passioni dei Vescovi: e quelle che in essi dominavano erano l’amor dell’oro e l’amor della disputa. Molti di que’ Prelati, che allora facevano plauso all’ortodossa pietà di Teodosio, avevan più volte cangiato con prudente flessibilità i loro simboli e le loro opinioni; e nelle diverse rivoluzioni della Chiesa e dello Stato, la religione del Sovrano era la regola dell’ossequiosa lor fede. Allorchè l’Imperatore sospendeva la sua preponderante influenza, il turbolento Sinodo veniva ciecamente spinto dagli assurdi e superbi motivi di orgoglio, d’odio e di sdegno. La morte di Melezio, che accadde nel tempo del Concilio di Costantinopoli, presentava la più favorevole occasione di terminare lo scisma d’Antiochia, lasciando finire pacificamente all’avanzato rivale di lui, Paolino, i suoi giorni nella cattedra Episcopale. La fede e le virtù di Paolino erano irreprensibili: ma la sua causa era sostenuta dalle Chiese occidentali: ed i Vescovi del Sinodo risolvettero di perpetuare il male della discordia, mediante la precipitosa ordinazione d’un candidato spergiuro505, piuttosto che tradire l’immaginata dignità dell’Oriente, che era stato illustrato dalla nascita e dalla morte del Figlio di Dio. Sì disordinato ed ingiusto procedere forzò i più gravi membri dell’assemblea a dissentire ed a separarsi dagli altri; e la clamorosa turba, che restò padrona del campo di battaglia, non potè paragonarsi che a vespe od a gazze, ad una moltitudine di grue o ad una truppa di oche506. [A. 381] Potrebbe forse nascere il sospetto, che sia stata fatta una pittura sì svantaggiosa de’ Concili Ecclesiastici dalla parzial mano di qualche ostinato eretico o d’un malizioso infedele. Ma il nome del sincero Istorico, che ha preservato quest’istruttiva lezione alla cognizione dei posteri, deve impor silenzio all’impotente bisbiglio della superstizione e della ipocrisia. Egli era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo; un santo ed un dottor della Chiesa; la sferza dell’Arrianesimo, e la colonna della fede ortodossa; un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui, dopo la morte di Melezio, esercitò l’uffizio di presidente, in una parola, Gregorio Nazianzeno medesimo. L’aspro ed indecente trattamento, ch’ei ne ebbe507, lungi dal derogare alla verità della sua testimonianza, somministra una prova di più dello spirito che animava le deliberazioni del Sinodo. I concordi voti di questo avevan confermato i diritti che il Vescovo di Costantinopoli traeva dall’elezione del popolo e dal consenso dell’Imperatore. Ma Gregorio divenne tosto la vittima della malizia e dell’invidia. I Vescovi Orientali, suoi valorosi aderenti, provocati dalla moderazione di lui nell’affare di Antiochia, lo abbandonarono senza difesa alla contraria fazione degli Egiziani, che posero in dubbio la validità della sua elezione, e rigorosamente sostennero l’antiquato canone che proibiva la licenziosa pratica delle traslazioni Episcopali. L’orgoglio o l’umiltà di Gregorio gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia; ed egli pubblicamente propose, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo d’una Chiesa, che era risorta e quasi creata per le sue fatiche. Fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall’Imperatore, più facilmente di quello che sembra ch’ei si aspettasse. Nel tempo in cui aveva egli forse sperato di godere i frutti della vittoria, fu occupata la sua sede Episcopale dal Senatore Nettario; ed il nuovo Arcivescovo che aveva per accidente il vantaggio d’un buon naturale e d’un venerabile aspetto, fu obbligato a differir la ceremonia della consacrazione per aver comodo di eseguir prima quella del suo Battesimo508. Dopo questa notabile esperienza dell’ingratitudine dei Principi e dei Prelati, Gregorio si ritirò un’altra volta all’oscura sua solitudine della Cappadocia, dove impiegò il rimanente della sua vita, circa otto anni, in esercizi di poesia e di divozione. Si è aggiunto al suo nome il titolo di Santo; ma la tenerezza del cuore509 e l’eleganza dell’ingegno riflettono un più vago splendore sulla memoria di Gregorio Nazianzeno. [A. 380-394] Teodosio non era contento d’aver soppresso l’insolente regno dell’Arrianesimo, nè d’avere sovrabbondantemente vendicato le ingiurie che avevan sofferto i Cattolici dallo zelo di Costanzo e di Valente. L’ortodosso Imperatore considerava ogni eretico come un ribelle alle supreme potestà del cielo e della terra; e credeva che ciascheduna di queste potesse esercitare la propria particolar giurisdizione sull’anima e sul corpo del reo. I decreti del Concilio di Costantinopoli avevan determinato la vera norma della fede; e gli Ecclesiastici, che governavano la coscienza di Teodosio, gli suggerirono i più efficaci mezzi di persecuzione. Nello spazio di quindici anni ei promulgò almeno quindici severi editti contro gli eretici510, specialmente contro quelli che rigettavano la dottrina della Trinità; e per privarli d’ogni speranza di rifugio duramente ordinò, che se fosse allegata in loro favore qualche legge o rescritto, non dovessero dai giudici risguardarsi, che come illegittime produzioni della frode e della falsità. Gli statuti penali erano diretti contro i ministri, le adunanze, e le persone degli eretici; e le passioni del legislatore erano espresse nello stile della declamazione e dell’invettiva. In primo luogo gli eretici dottori, che usurpavano i sacri nomi di Vescovi o di Preti, non solo erano spogliati dei privilegi ed emolumenti sì liberalmente accordati al clero ortodosso; ma si esponevano anche alle gravi pene dell’esilio e della confiscazione, se pretendevano di predicar la dottrina o di praticare i riti delle maledette lor Sette. Fu imposta una pena di dieci libbre d’oro (sopra ottocento zecchini) ad ogni persona, che avesse ardito di conferire, di ricevere, o di favorire un’ordinazione di eretici; e con ragione speravasi, che se si fosse potuta estinguere la razza dei pastori, gli abbandonati lor greggi sarebbero stati costretti, dall’ignoranza e dalla fame, a tornare in seno alla Chiesa Cattolica. Secondariamente la rigorosa proibizione delle conventicole fu minutamente estesa ad ogni possibile circostanza, in cui gli eretici avesser potuto adunarsi coll’intenzione di adorare Dio e Cristo, secondo i dettami della loro coscienza. Tutte le religiose loro adunanze, o pubbliche o segrete che fossero, di giorno o di notte, nelle città o nella campagna, erano ugualmente vietate dagli editti di Teodosio, e la fabbrica o il suolo che si adoprava per tale illegittimo uso, era confiscato a profitto del demanio imperiale. In terzo luogo, si supponeva che l’error degli eretici non provenisse che dall’ostinazione degli animi loro, e che tal ostinazione giustamente meritasse censura e gastigo. Gli anatemi della Chiesa venivano invigoriti da una specie di scomunica civile, che separava gli eretici da’ loro concittadini mediante una particolar nota d’infamia; e questa dichiarazione del sommo Magistrato tendeva a giustificare o almeno a scusare gl’insulti d’una plebe fanatica. I Settari furono appoco appoco renduti incapaci di possedere impieghi onorevoli o lucrosi, e Teodosio applaudivasi della sua giustizia quando comandò, che siccome gli Eunomiani distinguevano la natura del Figlio da quella del Padre, fossero incapaci di far testamento o di ricevere alcun vantaggio dalle donazioni testamentarie. Il delitto dell’eresia Manichea si stimava tanto enorme che non si potesse espiare se non con la morte del reo; e l’istessa pena capitale fu inflitta agli Audiani o Quartodecimani511, che avessero ardito di commetter l’atroce misfatto di celebrare in giorno improprio la festa di Pasqua. Ogni Romano poteva fare da pubblico accusatore; ma sotto il regno di Teodosio fu per la prima volta instituito l’uffizio degl’Inquisitori della fede, nome sì meritamente abborrito. Ciò nonostante si assicura che rade volte si dava esecuzione a’ suoi editti penali, e che il pio Imperatore sembrava meno bramoso di punire, che di correggere o di spaventare i disubbidienti suoi sudditi512. [A. 385] La teoria della persecuzione fu stabilita da Teodosio, alla giustizia e pietà del quale si è fatto applauso da’ Santi; ma la pratica di essa nella sua maggior estensione riserbavasi a Massimo, di lui rivale e collega, il primo fra’ Principi Cristiani, che spargesse il sangue de’ Cristiani suoi sudditi, per motivo delle religiose lor opinioni. La causa dei Priscillianisti513, recente Setta di eretici, che disturbava le Province della Spagna, fu per appello trasportata dal Sinodo di Bordò all’Imperial Concistoro di Treveri; e per sentenza del Prefetto del Pretorio, sette persone furono torturate, condannate e poste a morte. Il primo fra loro fu Priscilliano medesimo514, Vescovo d’Avila515 in Ispagna, che aggiungeva a’ vantaggi della nascita e della fortuna gli ornamenti dell’eloquenza e dell’erudizione. Due Preti e due Diaconi furon compagni nella morte, ch’essi reputavano un glorioso martirio, dell’amato loro maestro; ed il numero delle religiose vittime si compì coll’esecuzione di Latroniano, poeta rivale in fama agli antichi, e di Eucrocia, nobile matrona di Bordò, vedova dell’oratore Delfidio516. Due Vescovi che avevano abbracciato i sentimenti di Priscilliano, furono condannati ad un lontano ed orrido esilio517, e si usò qualche indulgenza verso i meno colpevoli, che ebbero il merito d’un pronto pentimento. Se prestar si dee qualche fede alle confessioni estorte dal timore o dalla pena, ed alle vaghe narrazioni, figlie della malizia e della credulità, l’eresia dei Priscillianisti conterrebbe le diverse abominazioni di magia, d’empietà e di dissolutezza518. Priscilliano, che andava girando pel Mondo in compagnia delle sue spirituali sorelle, veniva accusato di pregar tutto nudo in mezzo alla congregazione, ed arditamente asserivasi, che era stato soppresso il prodotto del suo reo commercio con la figlia d’Eucrocia per mezzi anche più odiosi e malvagi. Ma un’esatta o piuttosto ingenua ricerca farà conoscere, che se i Priscillianisti violavano le leggi di natura, ciò avveniva non già per la dissolutezza, ma per l’austerità del vivere. Essi condannavano assolutamente l’uso del letto maritale, e spesso disturbavasi la pace delle famiglie da indiscrete separazioni. Prescrivevano o commendavano una totale astinenza da ogni cibo animale, e le continue loro preghiere, digiuni e vigilie inculcavano una regola di stretta e perfetta devozione. Le opinioni speculative di questa Setta intorno alla persona di Cristo ed alla natura dell’anima umana erano tratte dal sistema Gnostico o Manicheo; e questa vana filosofia, che dall’Egitto erasi trasferita nella Spagna, era male adattata agli spiriti più grossolani dell’Occidente. Gli oscuri discepoli di Priscilliano soffrirono, languirono, ed appoco appoco disparvero; le sue opinioni rigettate furono dal Clero e dal popolo: ma la sua morte diede motivo ad una lunga ed ardente controversia, mentre alcuni attaccavano, altri applaudivano la giustizia di tale sentenza. Noi possiamo osservar con piacere l’umana incoerenza dei Santi e dei Vescovi più illustri, d’Ambrogio di Milano519, e di Martino di Tours520, i quali sostennero in quest’occasione la causa della tolleranza. Essi compassionarono quegl’infelici che avevan sofferto il supplizio a Treveri; ricusarono di comunicare coi loro Episcopali uccisori; e se Martino deviò da tal generosa risoluzione, lodevoli ne furon le cause, ed il pentimento esemplare. I Vescovi di Tours e di Milano pronunciarono, senza esitare, l’eterna dannazione degli eretici; ma restarono sorpresi e scossi dalla sanguinosa immagine della morte lor temporale, e gli onesti sentimenti della natura resisterono agli artificiali pregiudizi della teologia. L’umanità di Ambrogio e di Martino fu confermata dalla scandalosa irregolarità dei processi fatti contro Priscilliano ed i suoi aderenti. I ministri civili ed ecclesiastici avevano oltrepassato i limiti delle respettive loro Province. Il giudice secolare aveva ricevuto un appello, e pronunziata una sentenza definitiva in materia di fede e di giurisdizione Episcopale. I Vescovi s’erano disonorati esercitando l’uffizio di accusatori in una causa criminale. La crudeltà d’Itacio521, che vide le torture, e sollecitò la morte degli Eretici, provocò il giusto sdegno del Mondo: ed i vizi di quel malvagio Vescovo si risguardarono come una prova, che il suo zelo fosse inspirato da sordidi motivi d’interesse. Dopo la morte di Priscilliano si son raffinati e ridotti a metodo i barbari attentati della persecuzione nel Santo Uffizio, che assegna la distinta sua parte alla potestà ecclesiastica ed alla secolare. La vittima, condannata regolarmente, si consegna dal sacerdote al magistrato, e dal magistrato all’esecutore; e l’inesorabil sentenza della Chiesa, che dichiara la spiritual colpa del reo, vien espressa nel dolce linguaggio della pietà e dell’intercessione. [A. 374-397] Fra gli Ecclesiastici, che illustrarono il regno di Teodosio, Gregorio Nazianzeno era distinto per l’abilità d’eloquente predicatore; la fama di doni miracolosi accresceva peso e dignità alle virtù monastiche di Martino di Tours522; ma giustamente si pretendeva la palma dell’Episcopal vigore e capacità dall’intrepido Ambrogio523. Discendeva egli da una nobil famiglia Romana; suo padre aveva esercitato l’importante uffizio di Prefetto del Pretorio della Gallia; e ben presto, dopo aver atteso agli studi d’una liberal educazione, giunse nella regolar carriera degli onori civili al posto di Consolare della Liguria, Provincia, che includeva l’Imperial residenza di Milano. All’età di trentaquattro anni, ed avanti che avesse ricevuto il Sacramento del Battesimo, Ambrogio con sorpresa di se stesso e del Mondo fu ad un tratto di Governatore trasformato in Arcivescovo. Senza che vi avesse parte veruna, per quanto si dice, l’arte o l’intrigo, tutto il corpo del popolo concordemente lo salutò col titolo Episcopale, la concordia e la perseveranza delle loro acclamazioni fu attribuita ad un impulso soprannaturale; ed il ripugnante Magistrato fu costretto ad intraprendere un uffizio spirituale, per cui non era preparato dalle abitudine ed occupazioni della precedente sua vita. Ma l’attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell’Ecclesiastica potestà; e mentre di buona voglia rinunziò a’ vani e splendidi ornamenti della grandezza temporale, condiscese, pel ben della Chiesa, a dirigere la coscienza degl’Imperatori, ed a criticare l’amministrazione dell’Impero. Graziano lo amava e lo rispettava come un padre; e l’elaborato trattato della fede della Trinità era destinato per istruzione di quel giovane Principe. Dopo la tragica morte di lui, allorchè l’Imperatrice Giustina tremava per la salvezza propria e di Valentiniano suo figlio, fu spedito l’Arcivescovo di Milano in due diverse ambascerie alla Corte di Treveri. Egli esercitò con ugual fermezza e sagacità le forze del proprio carattere sì spirituale che politico; e forse contribuì con la sua autorità ed eloquenza a frenare l’ambizione di Massimo, ed a protegger la pace dell’Italia524. Ambrogio consacrato aveva la propria vita e tutti i suoi talenti al servizio della Chiesa. Le ricchezze per lui erano un oggetto di disprezzo; aveva rinunziato al privato suo patrimonio; e vendè senza esitare i vasi sacri per riscattare degli schiavi. Il Clero ed il popolo di Milano erano attaccati al loro Arcivescovo, ed ei meritava la stima senza sollecitare il favore o temere il disgusto de’ suoi deboli Sovrani. [A. 385] Era naturalmente appoggiato il governo d’Italia e del giovane Imperatore a Giustina sua madre, donna dotata di beltà e d’ingegno; ma che in mezzo ad un popolo ortodosso avea la disgrazia di professare l’eresia Arriana, che essa procurava d’instillare nell’animo del figlio. Giustina era persuasa che un Imperator Romano potesse, nei propri dominj, pretendere l’esercizio pubblico della sua religione; e propose all’Arcivescovo, come una moderata e ragionevol domanda, ch’ei le rilasciasse l’uso d’una sola Chiesa o nella città o nei sobborghi di Milano. Ma la condotta d’Ambrogio era diretta secondo principj molto diversi525. Potevano invero nel suo sistema appartenere a Cesare i palazzi della terra; ma le Chiese erano case di Dio; e dentro i limiti della sua diocesi, egli solo, come legittimo successor degli Apostoli, era il Ministro divino. I privilegi sì temporali che spirituali del Cristianesimo erano ristretti ai veri credenti; ed Ambrogio godeva, che le teologiche sue opinioni fossero il modello della verità e dell’ortodossia. L’Arcivescovo che ricusava d’entrare in alcuna conferenza o negoziazione con gl’istrumenti di Satana, dichiarò con moderata fermezza la sua risoluzione di ricevere il martirio, piuttosto che cedere all’empio sacrilegio; e Giustina, che risguardava tal rifiuto come un atto d’insolenza e di ribellione, precipitosamente determinossi a far uso dell’Imperial prerogativa del proprio figlio. Bramando essa di fare pubblicamente nella prossima festa di Pasqua i suoi atti di devozione, fu ordinato ad Ambrogio di comparire avanti al Consiglio. Obbedì egli alla citazione col rispetto d’un suddito fedele; ma fu seguitato, senza il suo consenso, da un popolo innumerabile, che affollavasi con impetuoso zelo alle porte del palazzo: e gli spaventati ministri di Valentiniano, in vece di pronunziare una sentenza di esilio contro l’Arcivescovo Milanese, umilmente lo supplicarono, che volesse interporre la sua autorità per difender la persona dell’Imperatore e restituir la pace alla Capitale. Ma le promesse, che Ambrogio ebbe e comunicò al popolo, furon tosto violate da una perfida Corte; e ne’ sei più solenni giorni, che la cristiana pietà ha destinato all’esercizio della religione, la città fu agitata da irregolari convulsioni di tumulto e di fanatismo. Si mandarono gli Uffiziali del palazzo a preparare prima la Basilica Porziana, poi la nuova, per immediatamente ricevervi l’Imperatore colla sua madre. Si disposero al solito le splendide suppellettili ed il baldacchino per la sede Reale; ma vi fu bisogno di porvi una forte guardia per difenderla dagl’insulti della plebaglia. Gli Ecclesiastici Arriani, che s’arrischiavano a farsi veder nelle strade, furono esposti ai più imminenti pericoli di vita: ed Ambrogio godè il merito e la riputazione di liberare i suoi personali nemici dalle mani della moltitudine irata. Ma nel tempo che si affaticava a raffrenare gli effetti del loro zelo, la patetica veemenza de’ suoi discorsi continuamente infiammava l’ardente e sediziosa indole del popolo di Milano. Venivano indecentemente applicati alla madre dell’Imperatore i caratteri d’Eva, della moglie di Giob, di Gezabel, di Erodiade; e la brama che aveva essa d’ottenere una Chiesa per gli Arriani, era paragonata alle più crudeli persecuzioni, che avessero sofferto i Cristiani sotto il regno del Paganesimo. I provvedimenti che prendea la Corte non servivano che a far conoscere la grandezza del male. Fu imposta una tassa di dugento libbre d’oro sul corpo dei mercanti e degli artefici: fu intimato a nome dell’Imperatore un ordine a tutti gli Uffiziali ed inferiori ministri de’ tribunali di giustizia, che finattantocchè duravano i pubblici disordini, dovessero star chiusi nelle loro case: ed i ministri di Valentiniano imprudentemente confessarono, che la più rispettabile parte de’ cittadini Milanesi favoriva la causa del proprio Arcivescovo. Egli fu di nuovo sollecitato a restituire la quiete del paese, mediante un’opportuna compiacenza alla volontà del Sovrano. La risposta d’Ambrogio fu concepita nei termini più umili e rispettosi, che potevano però interpretarsi come una seria dichiarazione di guerra civile. Espose «che la propria vita ed i suoi beni erano in mano dell’Imperatore, ma ch’esso non avrebbe mai tradito la Chiesa di Cristo, o avvilito la dignità del carattere Episcopale. In una causa di tal sorta era preparato a soffrire qualunque danno la malizia del demonio avesse potuto apportargli; e solo desiderava di morire in presenza del fedele suo gregge ed appiè dell’Altare; ei non aveva contribuito ad eccitar la furia del popolo, ma era solo in potere di Dio l’acquietarla; abborriva le scene di sangue e di confusione che probabilmente sarebber seguite; e la sua più calda preghiera era quella di non sopravvivere a veder la rovina d’una florida città, e forse la desolazione di tutta l’Italia526». L’ostinata bacchettoneria di Giustina avrebbe posto a rischio l’Impero del suo figlio, se in questa disputa con la Chiesa e col popolo di Milano avesse potuto contare sull’attiva ubbidienza delle truppe del palazzo. Era marciato un grosso corpo di Goti ad occupar la Basilica, che era l’oggetto della contesa; ed avrebbe potuto aspettarsi dagli Arriani principj, e dai barbari costumi di questi mercenari stranieri, che non avrebbero essi avuto alcuno scrupolo ad eseguire i più sanguinari comandi. Si fece loro incontro l’Arcivescovo sulla sacra soglia, e fulminando contro di essi una sentenza di scomunica, domandò loro in tuono di padre e di signore, se era per invader la casa di Dio, ch’essi aveano implorato l’ospital protezione della Repubblica? La sospensione de’ Barbari concesse qualche ora per un più efficace trattato; e l’Imperatrice fu persuasa dal parere dei più savi suoi consiglieri a lasciare ai Cattolici il possesso di tutte le Chiese di Milano, e a dissimulare fino ad un’occasione più opportuna i suoi pensieri di vendetta. La madre di Valentiniano non potè mai perdonare ad Ambrogio simil trionfo; ed il giovane Reale esclamò nell’impeto della passione, che i suoi propri servi erano pronti a darlo nelle mani d’un insolente Prete. [A. 386] Le leggi dell’Impero, alcune delle quali portavano in fronte il nome di Valentiniano, condannavano tuttavia l’eresia d’Arrio, e sembrava che scusassero la resistenza de’ Cattolici. Giustina fece sì che fosse promulgato in tutte le Province, sottoposte alla Corte di Milano, un editto di tolleranza; fu concesso a tutti quelli che professavano la fede di Rimini, l’esercizio libero di lor religione; e l’Imperatore dichiarò, che tutti coloro, che avessero trasgredito questa sacra e salutare costituzione, sarebbero stati puniti di morte, come nemici della pubblica pace527. Il linguaggio ed il carattere dell’Arcivescovo di Milano possono giustificare il sospetto, che la sua condotta presto somministrasse un ragionevole fondamento, o almeno uno specioso pretesto ai ministri Arriani, che spiavano l’occasion di sorprenderlo in qualche atto di disubbidienza ad una legge, ch’ei stranamente rappresenta come una legge di sangue e di tirannide. Si emanò una sentenza di mite ed onorevol esilio, che ordinava ad Ambrogio di partir subito da Milano, mentre gli permetteva di scegliere il luogo di sua dimora ed il numero de’ propri compagni. Ma l’autorità dei Santi, che hanno predicato ed eseguito le massime di una piena sommissione, parve ad Ambrogio di minor peso che l’estremo ed urgente pericolo della Chiesa. Egli arditamente ricusò d’obbedire, e tal passo fu sostenuto dall’unanime consenso del suo popolo528. Faceva esso a vicenda la guardia alla persona del proprio Arcivescovo; furono bene assicurate le porte della Cattedrale e del palazzo Vescovile; e le truppe dell’Imperatore, che ne avevan formato il blocco, non ardirono d’arrischiar l’attacco di quella inespugnabil fortezza. I numerosi poveri, che la liberalità d’Ambrogio avea sollevati, abbracciaron questa bella occasione di segnalare lo zelo la gratitudin loro; e siccome avrebbe potuto stancarsi la pazienza della moltitudine per la lunghezza ed uniformità delle notturne vigilie, egli prudentemente introdusse nella Chiesa di Milano l’utile instituzione di un’alta e regolar salmodia. Nel tempo che Ambrogio sosteneva quest’ardua contesa, fu avvertito in sogno a scavar la terra in un luogo, dove più di trecent’anni prima erano state depositate le spoglie dei due martiri, Gervasio e Protasio529. Si trovarono subito sotto il pavimento della Chiesa due perfetti scheletri530 con le teste separate dai loro corpi ed un’abbondante copia di sangue. Con solenne pompa si esposero le sante reliquie alla venerazione del popolo; ed ogni circostanza di questa fortunata scoperta fu mirabilmente atta a promuovere i disegni d’Ambrogio. Si suppose che le ossa dei Martiri, il sangue e le vesti loro avessero le virtù di risanare dai mali, e tal soprannatural potenza si comunicasse ai più distanti oggetti senza perdere in minima cosa la primiera sua attività. Parve che la straordinaria cura di un cieco531 e le forzate confessioni di varj ossessi giustificassero la fede e la santità dell’Arcivescovo; e la verità di questi miracoli viene attestata da Ambrogio medesimo, da Paolino suo segretario e dal celebre Agostino, di lui proselito, che in quel tempo professava rettorica in Milano. La ragionevolezza del nostro secolo può approvare per avventura l’incredulità di Giustina e dell’Arriana sua Corte, la quale derise le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l’artifizio ed a spese dell’Arcivescovo532. L’effetto, per altro, ch’ebbero sull’animo del popolo, fu rapido ed invincibile; ed il debole Sovrano dell’Italia si trovò incapace di contendere col favorito del Cielo. Anche le potestà della terra s’interposero in difesa d’Ambrogio; il disinteressato avviso di Teodosio fu il genuino risultato della pietà e dell’amicizia, e la maschera dello zelo religioso coprì gli ostili ed ambiziosi disegni del tiranno della Gallia533. [A. 387] Avrebbe Massimo potuto finire il suo regno in pace e prosperamente, se avesse saputo contentarsi del possesso di quelle tre vaste regioni, che adesso formano i tre più floridi regni dell’Europa. Ma l’intraprendente usurpatore, la sordida ambizione del quale non era nobilitata dall’amor della gloria e delle armi, risguardò le attuali sue forze, come istrumenti soltanto di sua futura grandezza, ed il successo da lui ottenuto, divenne la causa immediata della sua distruzione. Furono impiegate le somme ch’egli estorse534 dalle oppresse Province della Gallia, della Spagna e della Britannia, in arrolare e mantenere una formidabile armata di Barbari, presi per la maggior parte dalle più fiere nazioni della Germania. L’oggetto dei preparativi e delle speranze di esso era la conquista d’Italia; e segretamente meditava la rovina d’un innocente giovane, il governo del quale abborrivasi e disprezzavasi da’ suoi Cattolici sudditi. Ma poichè Massimo desiderava d’occupare senza resistenza il passaggio delle alpi, accolse con perfide carezze Donnino della Siria, ambasciator di Valentiniano, e lo sollecitò ad accettare il soccorso d’un corpo considerabil di truppe per servire nella guerra Pannonica. La penetrazione d’Ambrogio aveva scoperto, sotto le proteste d’amicizia, le insidie d’un nemico535; ma Donnino della Siria fu corrotto o ingannato da’ liberali favori della Corte di Treveri; ed il Consiglio di Milano rigettò pertinacemente il sospetto di pericolo, con una cieca fiducia ch’era un effetto non già di coraggio, ma di timore. L’ambasciatore medesimo servì di scorta alla marcia degli ausiliari; e senza diffidenza veruna questi furono ammessi nelle fortezze delle alpi. Ma l’astuto tiranno seguitonne con celeri e taciti passi la retroguardia; e siccome diligentemente impedì ogni cognizione dei suoi movimenti, lo splendore delle armi, e la polvere che s’innalzava dalla cavalleria, diedero il primo annunzio dell’ostile avvicinamento d’uno straniero alle porte di Milano. In tal estremità, Giustina ed il suo figlio potevano accusare la propria imprudenza, ed i perfidi artifizi di Massimo; ma loro mancavano il tempo, la risolutezza e la forza per opporsi a’ Germani ed a’ Galli, sì nella campagna che dentro le mura d’una vasta e disaffezionata città. La fuga fu l’unica loro speranza, ed Aquileia l’unico refugio loro; ed avendo Massimo allora spiegato il proprio genuino carattere, il fratello di Graziano aspettare poteva la medesima sorte dalle mani dell’assassino medesimo. Massimo entrò in Milano trionfante; e se il saggio Arcivescovo ricusò una pericolosa e rea connessione coll’usurpatore, potè almeno indirettamente contribuire al buon successo delle sue armi con inculcare dal pulpito il dovere della rassegnazione, piuttosto che quella della resistenza536. L’infelice Giustina giunse salva in Aquileia; ma non si fidò delle fortificazioni di quella città, temè l’evento d’un assedio, e risolvè d’implorare la protezione del Gran Teodosio, di cui la virtù e la forza eran celebri in ogni parte dell’Occidente. Fu segretamente preparato un vascello per trasportare l’Imperial famiglia, che precipitosamente imbarcossi in uno degli oscuri porti di Venezia o dell’Istria, traversò tutta l’estensione de’ mari Adriatico e Jonico, girò attorno all’estremo promontorio del Peloponeso, e, dopo una lunga ma fortunata navigazione, si riposò nel porto di Tessalonica. Tutti i sudditi di Valentiniano abbandonarono la causa di un Principe che colla sua ritirata gli aveva assoluti dal dovere di fedeltà; e se la piccola città d’Emona in Italia non avesse preteso d’arrestare la non gloriosa vittoria di Massimo, egli avrebbe ottenuto senza verun contrasto l’intero possesso dell’Impero d’Occidente. [A. 387] In luogo d’invitare i reali suoi ospiti nel palazzo di Costantinopoli, Teodosio ebbe delle ignote ragioni di farli restare a Tessalonica; queste ragioni però non provenivano da disprezzo nè da indifferenza, poichè andò immediatamente a visitarli in quella città accompagnato dalla maggior parte della sua corte e del Senato. Dopo le prime tenere espressioni di amicizia e di condoglianza, il pio Imperatore dell’Oriente ammonì gentilmente Giustina, che alle volte il delitto d’eresia veniva punito in questo Mondo e nell’altro; e che il passo più efficace a promuovere lo ristabilimento del Figlio sarebbe stata la pubblica professione della Fede Nicena, per la soddisfazione che avrebbe dato quest’atto sì alla terra che al Cielo. Fu da Teodosio rimessa l’importante questione della guerra o della pace alla deliberazione del suo Consiglio; e gli argomenti che potevano addursi per la parte dell’onore e della giustizia, dopo la morte di Graziano avevano acquistato un grado considerabile di maggior peso. La persecuzione della famiglia Imperiale, a cui Teodosio stesso era debitore della sua fortuna, veniva in tal occasione aggravata da fresche e replicate ingiurie. Nè giuramenti, nè trattati frenar potevano l’insaziabile ambizione di Massimo; e la dilazione di vigorosi e decisivi partiti, invece di prolungare il ben della pace, avrebbe esposto l’Impero orientale al pericolo d’una ostile invasione. I Barbari, che aveano passato il Danubio, avevano finalmente assunto il carattere di soldati e di sudditi, ma era tuttavia indomita la nativa loro fierezza; e le operazioni d’una guerra, ch’esercitato ne avrebbe il valore, e diminuitone il numero, poteva ottenere il fine di sollevar le Province da un’intollerabile oppressione. Nonostanti queste sode e speziose ragioni, ch’erano approvate dalla maggior parte del Consiglio, Teodosio pendeva sempre dubbioso, se trar doveva la spada in una contesa, che dopo tal atto non avrebbe più ammesso termine alcuno di riconciliazione; nè s’avviliva il magnanimo di lui carattere dai timori, che aveva per la salute dei piccoli suoi figli e pel bene dell’esausto suo popolo. In tal momento d’ansiosa dubbiezza, mentre il destino del Mondo Romano dipendeva dalla risoluzione d’un solo uomo, le grazie della Principessa Galla patrocinaron con la massima efficacia la causa di Valentiniano fratello di lei537. Restò ammollito il cuor di Teodosio dalle lacrime della beltà; furono insensibilmente legati i suoi affetti dalle grazie della gioventù e dell’innocenza; l’arte di Giustina maneggiò e diresse l’impulso della passione, e la celebrazione delle nozze reali fu la sicurezza ed il segno della guerra civile. Gl’insensibili critici, che risguardano qualunque amorosa debolezza come una macchia indelebile alla memoria del grande ed ortodosso Imperatore, in quest’occasione sono inclinati a porre in dubbio la sospetta autorità dell’istorico Zosimo. Quanto a me, confesserò francamente, che mi dà piacere il trovare ed anche l’andar ricercando nelle rivoluzioni del Mondo qualche traccia dei dolci e teneri sentimenti della vita domestica; ed in mezzo ad una folla di fieri ed ambiziosi conquistatori io provo una particolar compiacenza a distinguere un gentile eroe, che vi sia motivo di supporre, che ricevuto abbia le armi dalle mani d’amore. La fede de’ trattati assicurava la pace col Re della Persia; i bellicosi Barbari si lasciavan persuadere a seguir lo stendardo o a rispettar le frontiere d’un attivo e generoso Monarca; e gli stati di Teodosio, dall’Eufrate sino all’Adriatico, risuonavano sì per terra che per mare de’ preparativi di guerra. Parve che la buona disposizione delle forze orientali ne moltiplicasse il numero, e distraesse l’attenzione di Massimo. Aveva egli ragion di temere, che uno scelto corpo di truppe sotto il comando dell’intrepido Arbogaste dirigesse la marcia lungo le rive del Danubio, ed arditamente penetrasse per le Province della Rezia nel centro della Gallia. Fu equipaggiata nei porti della Grecia e dell’Epiro una potente flotta coll’apparente disegno che, dopo di avere aperto il passo con una vittoria navale, Valentiniano e sua madre sbarcassero nell’Italia, senza dilazione passassero a Roma, ed occupassero la sede maestosa della Religione e dell’Impero. Intanto Teodosio medesimo alla testa d’un valoroso e disciplinato esercito s’avanzava incontro al suo indegno rivale, che dopo l’assedio d’Emona aveva piantato il suo campo nelle vicinanze di Scizia, città della Pannonia ben fortificata dal largo e rapido corso del Savo. [A. 388] I veterani che tuttavia si ricordavano della lunga resistenza e del successivo risorgere del tiranno Magnenzio, si preparavano forse a’ travagli di tre sanguinose campagne. Ma la contesa col successore di esso, che come egli aveva usurpato il trono dell’Occidente, restò facilmente decisa nel termine di due mesi538, e dentro lo spazio di dugento miglia. Il superior genio dell’Imperatore orientale potè prevalere sul debole Massimo, che in questa importante crisi539 dimostrossi privo di abilità militare o di personale coraggio; ma la perizia di Teodosio fu secondata dal vantaggio che aveva d’un’attiva e numerosa cavalleria. Si erano formati degli Unni, degli Alani, e, dietro il loro esempio, degli stessi Goti, tanti squadroni di arcieri che combattevano a cavallo e confondeano il costante valore de’ Galli e de’ Germani, mediante i rapidi movimenti d’una tartara maniera di guerreggiare. Dopo la fatica d’una lunga marcia nel colmo della state, spronarono i focosi loro cavalli nelle acque del Savo, passarono il fiume a nuoto in presenza del nemico, ed immediatamente attaccarono, e posero in rotta le truppe che dominavano il lido dall’altra parte. Marcellino, fratello del Tiranno, avanzossi per sostenerle con le più scelte coorti, che si consideravano come la speranza e la forza dell’esercito. L’azione, che s’era interrotta per l’avvicinarsi della notte, si rinnovò la mattina seguente; e dopo una sanguinosa battaglia i residui dei più bravi soldati di Massimo, che sopravvissero, deposero le armi a’ piedi del vincitore. Senza sospendere la sua marcia a ricevere le leali acclamazioni dei cittadini d’Emona, Teodosio inoltrossi avanti per finir la guerra, mediante la morte o la presa del suo rivale, che fuggiva d’avanti a lui con la diligenza che inspira il timore. Dalla sommità delle Alpi Giulie discese con tale incredibil prestezza nelle pianure dell’Italia, che egli giunse ad Aquileia la sera medesima del primo giorno; e Massimo, che si trovò circondato da tutte le parti, appena ebbe tempo di chiuder le porte della città. Queste però non poteron lungamente resistere agli sforzi d’un vittorioso nemico, e la disperazione, il disamore e l’indifferenza de’ soldati e del popolo accelerarono la caduta del misero Massimo. Fu egli tratto giù dal trono, violentemente spogliato degli ornamenti Imperiali, del manto, del diadema e dei calcetti purpurei; e come un malfattore condotto al campo ed alla presenza di Teodosio in un luogo distante circa tre miglia da Aquileia. La condotta dell’Imperatore non fu insultante, e dimostrò qualche disposizione a compatire ed a perdonare al Tiranno dell’Occidente, che non era mai stato suo personale nemico, ed era divenuto allora l’oggetto del suo disprezzo. Si eccita in noi con gran forza la compassione per le disgrazie, alle quali siam sottoposti noi stessi; e lo spettacolo d’un altiero competitore, prostrato ai suoi piedi, non poteva mancar di produrre pensieri molto gravi ed importanti nell’animo del vittorioso Imperatore. Ma fu frenata la debole commozione d’una involontaria pietà dal riguardo che ebbe alla pubblica giustizia ed alla memoria di Graziano; ed abbandonò quella vittima al pietoso zelo dei soldati che la trassero dalla presenza Imperiale, ed immediatamente le spiccarono il capo dal busto. La notizia della disfatta e della morte di Massimo fu ricevuta con sincero, o ben simulato piacere. Vittore, suo figlio, al quale avea conferito il titolo d’Augusto, morì per ordine e forse per mano del feroce Arbogaste; e tutti i disegni militari di Teodosio furono felicemente eseguiti. Dopo d’aver terminato in tal modo la guerra civile, con minor difficoltà e strage di quello che naturalmente avrebbe aspettato, impiegò i mesi dell’invernal sua residenza in Milano a ristabilire lo stato delle afflitte Province; e sul principio della primavera, ad esempio di Costantino e di Costanzo, fece il suo trionfale ingresso nell’antica Capitale del Romano Impero540. L’oratore che può tacere senza pericolo, può anche lodare senza difficoltà e ripugnanza541; ed i posteri confessarono che il carattere di Teodosio potè somministrare il soggetto d’un ampio e sincero panegirico542. La saviezza delle leggi ed il buon successo delle armi di lui, ne rendettero il governo rispettabile agli occhi tanto de’ sudditi che de’ nemici. Egli amò e rispettò le virtù della vita domestica, che di rado soggiornano nei palazzi de’ Principi. Teodosio fu casto e temperato; godè senza eccesso i delicati e sociali piaceri della mensa, ed il calore delle sue passioni amorose non fu mai diretto che ad oggetti legittimi. Venivano adornati i sublimi titoli della grandezza Imperiale da’ teneri nomi di marito fedele e di padre indulgente; e dall’affettuosa sua stima fu innalzato lo zio al grado di secondo padre. Teodosio abbracciò come suoi i figli del fratello e della sorella; ed estese l’espressioni del suo riguardo fino ai più oscuri e distanti rami della numerosa sua parentela. Sceglieva i suoi famigliari amici giudiziosamente fra quelle persone, che nell’ugual commercio della vita privata gli eran comparse d’avanti senza maschera; la propria coscienza di un personale superior merito lo pose in grado di sprezzare l’accidental distinzione della porpora; e provò con la sua condotta, che aveva dimenticato tutte le ingiurie, nel tempo che con la maggior gratitudine si rammentava di tutti i favori e servigi, che avea ricevuto prima di salire sul trono dell’Impero Romano. Il tuono serio o vivace della sua conversazione era adattato all’età, al grado, o al carattere dei sudditi, che vi ammetteva; e l’affabilità delle maniere spiegava l’immagine della sua mente. Teodosio rispettava la semplicità dei buoni e dei virtuosi; ogni arte, ogni talento d’un utile o anche indifferente natura veniva premiato dalla sua giudiziosa liberalità; ed eccettuati gli eretici, ch’ei perseguitò con implacabile odio, il vasto cerchio della sua benevolenza non fu circoscritto che da’ limiti della specie umana. Il governo d’un potente Impero può sicuramente servire ad occupare il tempo e l’abilità d’un uomo; pure il diligente Principe, senz’aspirare alla fama, ad esso non conveniente, di profondo erudito, riserbava sempre qualche momento d’ozio per l’istruttivo divertimento della lettura. Il suo studio favorito era l’Istoria, che ne dilatò l’esperienza. Gli annali di Roma, nel lungo periodo di undici secoli, presentavano ad esso una varia e splendida pittura della vita umana; ed è stato particolarmente osservato, che quando leggeva i crudeli fatti di Cinna, di Mario, o di Silla, esprimeva con gran forza l’odio generoso che aveva per quei nemici dell’umanità e della libertà. Egli si serviva utilmente della propria spassionata opinione intorno agli avvenimenti passati, come di regola per le sue azioni; ed ha meritato questa singolar lode, che pare che le sue virtù siansi allargate con la sua fortuna: il tempo della prosperità era per lui quello della moderazione, ed apparve più cospicua la sua clemenza dopo il pericolo ed il buon successo della guerra civile. Nel primo calore della vittoria, si trucidarono le guardie Mauritane del Tiranno, ed un piccol numero dei più colpevoli soggiacque alla pena della legge. Ma l’Imperatore si dimostrò molto più attento a sollevar l’innocente, che a gastigare il reo. I sudditi oppressi dell’Occidente, che si sarebbero stimati felici al solo ricuperare le proprie terre, furon sorpresi al ricever che fecero una somma di denaro equivalente alle loro perdite; e la generosità del vincitore protesse la vecchia madre, ed educò le orfane figlie di Massimo543. Un carattere così virtuoso potrebbe quasi scusare la stravagante supposizione dell’Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di tornare sulla terra avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a’ piè di Teodosio l’odio che nutriva pei Re; ed avrebbe ingenuamente confessato, che tal Monarca era il custode più fedele della felicità e della dignità del popolo Romano544. Pure l’occhio penetrante del fondatore della Repubblica avrebbe dovuto discernere due imperfezioni essenziali, che avrebber forse diminuito il recente suo amore pel dispotismo. Il virtuoso animo di Teodosio spesse volte si rilassava per indolenza545, e qualche volta infiammavasi dalla passione546. L’attivo coraggio di lui era capace degli sforzi più vigorosi, quando si trattava d’ottenere un oggetto importante; ma tosto che avea eseguito il suo disegno, o superato il pericolo, l’eroe s’abbandonava ad un non glorioso riposo, e dimenticatosi che il tempo d’un Principe è dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento degl’innocenti, ma vani piaceri d’una lussuriosa Corte. La natural disposizione di Teodosio era precipitosa e collerica; ed in uno stato, in cui nessuno poteva resistere alle fatali conseguenze dell’ira sua, e pochi sapevano avvertirlo, l’umano Monarca era con ragione agitato dalla coscienza della propria debolezza e della sua forza. Si studiò sempre di sopprimere o di moderare gl’impeti sregolati della passione; ed il buon successo dei suoi sforzi accrebbe il merito della sua clemenza. Ma una difficil virtù, che pretende al merito della vittoria, giace esposta al pericolo di essere vinta; ed il regno d’un savio e misericordioso Principe fu macchiato da un atto di crudeltà, che avrebbe infamato gli Annali di Nerone o di Domiziano. Dentro lo spazio di tre anni l’incostante Istorico di Teodosio è costretto a riferire il generoso perdono dei cittadini d’Antiochia, e la barbara strage del popolo di Tessalonica. [A. 387] La vivace impazienza degli abitanti d’Antiochia non mostravasi mai contenta della situazione, in cui erano, o del carattere e della condotta, dei propri Sovrani. I sudditi Arriani di Teodosio deploravan la perdita delle lor Chiese; e siccome la sede d’Antiochia era disputata da tre Vescovi, rivali fra loro, la sentenza, che decise le pretensioni loro, eccitò le doglianze delle due congregazioni che l’ebbero in disfavore. I bisogni della guerra Gotica e l’inevitabile spesa, che accompagnò la conclusione della pace, avea costretto l’Imperatore ad aggravare il peso delle pubbliche imposizioni; e siccome le Province dell’Asia non avevan provato le calamità dell’Europa, così eran meno disposte a contribuire al sollievo di essa. S’avvicinava già l’avventuroso periodo del decimo anno del suo regno: festa più grata ai soldati, che ricevevano un liberal donativo, che ai sudditi, le volontarie offerte dei quali si eran da lungo tempo convertite in uno straordinario ed opprimente peso. Gli editti della tassazione interruppero il riposo ed i piaceri di Antiochia; ed il Tribunale del Magistrato fu assediato da una supplichevole folla, che in un patetico, ma da principio rispettoso linguaggio chiedeva la riforma de’ propri aggravj. Essi furono appoco appoco infiammati dall’orgoglio degli altieri governatori, che trattavano i loro lamenti di colpevole resistenza; il satirico loro sale degenerò in aspre e rabbiose invettive; e le invettive del popolo insensibilmente dalle potestà subordinate del governo giunsero ad attaccare il sacro carattere dell’Imperatore medesimo. Il furore, provocato da una debole opposizione, si scaricò sulle immagini della Famiglia Imperiale, che si erano innalzate come oggetti di pubblica venerazione nei luoghi più cospicui della città. Furono insolentemente gettate a terra dai loro piedestalli le statue di Teodosio, di suo padre, di Flaccilla sua moglie, dei due suoi figli Arcadio ed Onorio; queste furono spezzate o strascinate con disprezzo per le strade: e le indegnità commesse contro le rappresentazioni della Maestà Imperiale, sufficientemente spiegavano gli empj e ribelli desiderj della plebe. Il tumulto fu quasi subito soppresso dall’arrivo d’un corpo d’arcieri; ed Antiochia ebbe agio di riflettere alla natura ed alle conseguenze del suo delitto547. Il Governatore della provincia, com’esigeva il suo uffizio, mandò all’Imperatore un fedele ragguaglio di tutto il fatto; mentre i cittadini tremanti affidaron la confessione del delitto e le proteste del pentimento allo zelo di Flaviano loro Vescovo, ed all’eloquenza del Senatore Ilario, amico e probabilissimamente discepolo di Libanio; i talenti del quale non furono in quella trista occasione inutili alla sua patria548. Ma le due capitali Antiochia e Costantinopoli eran fra loro distanti ottocento miglia; e nonostante la diligenza delle poste Imperiali, la colpevol città restò severamente punita da una lunga e terribile sospensione. Ogni romore agitava le speranze ed i timori degli Antiocheni; ed udirono con terrore, che il loro Sovrano, esacerbato dall’insulto fatto alle proprie statue, e più specialmente a quelle della diletta sua moglie, avea risoluto di far livellare al suolo quella delinquente città e trucidarne senza distinzione di età o di sesso i colpevoli abitatori549, molti dei quali erano già tratti dalle loro apprensioni a cercare un rifugio nelle montagne della Siria, e nel vicino deserto. Finalmente, ventiquattro giorni dopo la sedizione, il Generale Ellebico, e Cesario Maestro degli Uffizi dichiararono la volontà dell’Imperatore, e la sentenza d’Antiochia. Quella superba Capitale restò degradata dallo stato di città; e la metropoli dell’Oriente, spogliata delle sue terre, dei suoi privilegi e delle sue rendite, fu sottoposta, coll’umiliante denominazion di villaggio, alla giurisdizione di Laodicea550. Chiusi furono i bagni, i teatri ed il circo; ed affinchè rimanesse nell’istesso tempo sospesa ogni sorgente di abbondanza e di piacere, fu abolita dalle rigide istruzioni di Teodosio la distribuzione del grano. Si procedè in seguito da’ commissari di esso ad investigare la colpa di ciascheduno, sì di quelli che distrutto avevano le sacre statue, che di quelli che non l’aveano impedito. S’alzò in mezzo del Foro il tribunale di Ellebico e di Cesario, circondato da soldati armati. Comparivano in catene avanti di loro i più nobili e più ricchi cittadini d’Antiochia, s’accompagnava l’esame dall’uso della tortura, e secondo il giudizio di quegli straordinari Magistrati veniva pronunziata o sospesa la lor sentenza. Le case dei rei furono esposte alla vendita, le loro mogli e figliuoli furono ad un tratto ridotti dall’abbondanza e dal lusso alla più abbietta miseria; e si aspettava, che una sanguinosa esecuzione finisse gli orrori d’un giorno551, che il predicatore d’Antiochia, l’eloquente Grisostomo, ha rappresentato come una viva immagine dell’ultimo ed universal giudizio del Mondo. Ma i Ministri di Teodosio eseguivano con ripugnanza il crudele uffizio che era stato loro commesso: spargevano lacrime compassionevoli sulle calamità del popolo; e riverentemente dieder orecchio alle pressanti sollecitazioni dei monaci e degli eremiti, che scesero a sciami dalle montagne552. Ellebico e Cesario si lasciarono persuadere a sospendere l’esecuzione di lor sentenza; e fu convenuto, che il primo restasse in Antiochia, mentre l’altro tornava con tutta la possibil celerità a Costantinopoli, ed arrischiavasi di consultare un’altra volta la volontà del Sovrano. L’ira di Teodosio erasi già calmata; tanto il Vescovo che l’oratore, deputati del popolo, avevano avuto una favorevole udienza; ed i rimproveri dell’Imperatore eran piuttosto le querele d’una ingiuriata amicizia, che le fiere minacce dell’orgoglio e del potere. Fu accordato un libero e general perdono alla città ed a’ cittadini d’Antiochia; s’apriron le porte della prigione; i Senatori, che disperavano delle proprie vite, ricuperarono il possesso delle case e dei beni loro; ed alla capitale dell’Oriente fu restituita l’antica sua dignità e lo splendore. Teodosio degnossi perfino di lodare il Senato di Costantinopoli, che avea generosamente intercesso pei propri angustiati fratelli; premiò l’eloquenza di Ilario col governo della Palestina; e licenziò il Vescovo d’Antiochia coll’espressioni più tenere di rispetto e di gratitudine. S’eressero mille nuove statue alla clemenza di Teodosio; l’applauso dei sudditi veniva confermato dall’approvazione del proprio suo cuore; e l’Imperatore confessò, che se l’esercizio della giustizia è il più importante dovere d’un Sovrano la indulgenza però della misericordia n’è il piacer più squisito553. [A. 390] La sedizione di Tessalonica si attribuisce ad una causa più vergognosa, e produsse molto più terribili conseguenze. Quella gran città, metropoli di tutte le Province Illiriche, era stata difesa dai pericoli della guerra Gotica con forti ripari e con numerosa guarnigione. Boterico, Generale di quelle truppe, e per quanto apparisce dal nome stesso, Barbaro di nazione, aveva fra i suoi schiavi un bel fanciullo, ch’eccitò gl’impuri desideri d’uno dei cocchieri del circo. Per ordine di Boterico fu posto in carcere l’insolente e brutale amante; e pertinacemente si rigettarono gl’importuni clamori della moltitudine, che in occasione dei pubblici giuochi dolevasi dell’assenza del suo favorito, e risguardava l’abilità d’un cocchiere come un oggetto di maggiore importanza che la sua virtù. Lo sdegno del popolo era già irritato da alcune precedenti contese; e siccome s’era tratto di là il più forte della guarnigione pel servizio della guerra Italica, i deboli residui, ch’erano ancora diminuiti di numero per la diserzione, non poteron salvar l’infelice Generale dalla licenziosa lor furia. Boterico, insieme con alcuni dei suoi primi uffiziali, restarono crudelmente uccisi; i lacerati lor corpi strascinati furono per le strade; e l’Imperatore, che in quel tempo risedeva in Milano, fu sorpreso dalla notizia dell’audace e sfrenata barbarie del popolo di Tessalonica. La sentenza di qualunque Giudice spassionato avrebbe dovuto infliggere una severa pena agli autori del delitto; ed anche il merito di Boterico potè contribuire ad esacerbare il dispiacere e lo sdegno del suo Signore. Il focoso e collerico temperamento di Teodosio fu impaziente delle dilatorie formalità d’un processo criminale; e precipitosamente risolvè, che s’espiasse il sangue del suo Luogotenente con quello del popolo reo. Pure il suo spirito pendea tuttora dubbioso fra i consigli di clemenza e di vendetta; lo zelo dei Vescovi avea quasi strappato dal ripugnante Imperatore la promessa di un generale perdono. Ma fu di nuovo infiammata la sua passione dalle adulanti suggestioni di Ruffino ministro di lui; e dopo che Teodosio ebbe spedito i messaggi di morte, tentò, ma troppo tardi, d’impedire l’esecuzione dei suoi ordini. Fu ciecamente commesso il gastigo di una città Romana alla spada, che senza distinzione alcuna operasse, de’ Barbari; e si concertarono gli ostili preparativi coll’oscuro e perfido artifizio di un’illegittima cospirazione. A tradimento si invitò il popolo di Tessalonica in nome del suo Sovrano ai giuochi del Circo; e tal era l’insaziabile avidità loro per questi divertimenti, che da un gran numero di spettatori fu trascurata qualunque considerazione di timore o di sospetto. Appena fu ripieno quel luogo, i soldati, che erano stati posti segretamente intorno al Circo, riceverono il segnale non già della corsa, ma di un generale macello. Continuò quella promiscua carnificina per tre ore senza differenza di stranieri o di nazionali, di sesso o di età, d’innocenza o di colpa; i ragguagli più moderati fanno ascendere a settemila il numero degli uccisi; ed alcuni scrittori asseriscono, che furono sacrificate più di quindicimila vittime all’ombra di Boterico. Un mercante forastiero, che probabilmente non aveva avuto parte nell’uccisione di esso, offerì la propria vita e tutte le sue ricchezze per salvare uno dei suoi due figli; ma mentre il padre stava esitando con uguale tenerezza, mentr’era dubbioso nella scelta, e ripugnante alla condanna, i soldati posero fine alla sua sospensione coll’immergere nel momento stesso i lor ferri nei petti dei miseri giovani. L’apologia degli assassini, che erano cioè obbligati a produrre un determinato numero di teste, non serve che ad accrescere, coll’apparenza dell’ordine e della premeditazione, gli orrori della strage, che fu eseguita per comandamento di Teodosio. S’aggrava la colpa dell’Imperatore dalla lunga e frequente residenza di lui in Tessalonica. Eran famigliari, e tuttora presenti all’immaginazione di esso la situazione di quella sfortunata città, l’aspetto delle contrade e delle fabbriche, le vesti ed i volti degli abitatori e Teodosio aveva un forte e vivo sentimento dell’esistenza di quel popolo ch’egli distrusse554. [A. 338] Il rispettoso attaccamento dell’Imperatore pel Clero Cattolico l’aveva disposto ad amare ed ammirare il carattere d’Ambrogio, che nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali. Gli amici ed i ministri di Teodosio imitavan l’esempio del loro Sovrano; ed egli vedeva con maggior sorpresa che dispiacere, che tutti i suoi consigli segreti venivano immediatamente comunicati all’Arcivescovo, il quale agiva nella lodevole persuasione, che qualunque passo del governo civile può aver qualche connessione con la gloria di Dio o coll’interesse della vera religione. I Monaci e la plebe di Callinico, oscura città sulle frontiere della Persia, eccitati dal proprio fanatismo, e da quello del loro Vescovo, avevan tumultuariamente abbruciato un luogo d’adunanza dei Valentiniani, ed una sinagoga di Ebrei. Il sedizioso Prelato fu condannato dal magistrato della provincia o a rifabbricare la sinagoga, o a risarcirne il danno; e questa moderata sentenza fu confermata dall’Imperatore, ma non dall’Arcivescovo di Milano555. Ei dettò una lettera di censura e di rimprovero, che più sarebbe stata forse a proposito, se l’Imperatore avesse ricevuto la circoncisione, e rinunciato alla fede del suo Battesimo. Ambrogio considera la tolleranza della religione Giudaica come una persecuzione della Cristiana; arditamente dichiara, ch’egli stesso ed ogni vero fedele avrebbe ardentemente disputato al Vescovo di Callinico il merito del fatto e la corona del martirio, e si duole ne’ termini più patetici, che la esecuzione della sentenza sarebbe stata fatale alla fama ed alla salvazione di Teodosio. Poichè questo privato avvertimento non produsse immediatamente l’effetto, l’Arcivescovo pubblicamente dal pulpito556 diresse il discorso all’Imperatore sul Trono557, nè volle offrir l’oblazione dell’altare, finattantochè non ebbe ottenuto da Teodosio una solenne e positiva dichiarazione, che assicurasse l’impunità del Vescovo e dei Monaci di Callinico. Fu sincera la ritrattazione di Teodosio558; e nel tempo della sua residenza in Milano continuamente andò crescendo l’affetto, che avea verso d’Ambrogio per l’abitudine di una pia e famigliare conversazione. Quando Ambrogio seppe la strage di Tessalonica, il suo spirito fu ripieno d’orrore e di angustia. Ritirossi alla campagna per soddisfare il proprio dolore, e per evitar la presenza di Teodosio. Ma siccome l’Arcivescovo era persuaso, che un timido silenzio lo avrebbe renduto complice del misfatto, rappresentò in una privata lettera l’enormità del delitto, che non potea cancellarsi che mediante le lacrime della penitenza. L’Episcopal vigore d’Ambrogio fu temperato dalla prudenza, e si contentò d’indicargli559 una specie di scomunica indiretta, assicurandolo, che era stato avvertito in visione di non offerire il sacrifizio in nome o in presenza di Teodosio; ed avvisandolo, che si limitasse all’uso delle preghiere, senz’ardire d’accostarsi all’altare di Cristo, o di ricevere la santa Eucarestia con quelle mani che erano tuttavia contaminate dal sangue di un innocente popolo. Era l’Imperatore profondamente agitato dai propri rimproveri e da quelli del suo padre spirituale; e dopo d’avere pianto le dannose ed irreparabili conseguenze del suo precipitoso furore, si dispose a fare, giusta l’usata forma, le sue devozioni nella Chiesa maggiore di Milano. Fu egli arrestato nel vestibolo dall’Arcivescovo, che col tuono e col linguaggio di un Ambasciatore del Cielo, dichiarò al suo Sovrano, che la contrizione privata non era sufficiente a purgare un delitto pubblico, o a soddisfar la giustizia dell’offesa Divinità. Teodosio umilmente rappresentò, che se egli aveva commesso il delitto dell’omicidio, David, che era l’uomo secondo il cuore di Dio, era stato non solo reo d’omicidio, ma ancor d’adulterio. «Tu hai imitato Davide nel delitto, imitalo dunque nella penitenza»: tale fu la risposta dell’inflessibile Ambrogio. Si accettarono le rigorose condizioni del perdono e della pace; ed è riportata la pubblica penitenza dell’Imperator Teodosio come uno dei più onorevoli avvenimenti negli annali della Chiesa. Secondo le regole più moderate della disciplina ecclesiastica, ch’era in vigore nel quarto secolo, s’espiava il delitto d’omicidio con la penitenza di vent’anni560; e siccome nel corso della vita umana era impossibile di purgare il moltiplice reato della strage di Tessalonica, il delinquente avrebbe dovuto escludersi dalla santa comunione fino all’ora della sua morte. Ma l’Arcivescovo, consultando le massime di una religiosa politica, accordò qualche indulgenza al grado dell’illustre penitente, che umiliò fino alla polvere la sublimità del diadema, e potè ammettersi la pubblica edificazione come un forte motivo per abbreviar la durata della sua pena. Era abbastanza, che l’Imperator dei Romani, spogliato delle insegne Reali, comparisse nella positura di dolente e di supplichevole, e che in mezzo alla Chiesa di Milano umilmente chiedesse, con singhiozzi e con lacrime, il perdono delle sue colpe561. In questa cura spirituale, Ambrogio impiegò i diversi metodi della dolcezza e della severità. Dopo una dilazione di circa otto mesi, fu restituita a Teodosio la comunion dei fedeli; e l’editto, che frappone un salutevole spazio di trenta giorni fra la sentenza e l’esecuzione di essa, può riguardarsi come il degno frutto della sua penitenza562. I posteri hanno applaudito alla virtuosa fermezza dell’Arcivescovo, e l’esempio di Teodosio può servire a provare la vantaggiosa influenza di quei principj, che possono sforzare un Monarca, superiore ai timori delle pene umane, a rispettare le leggi e i ministri d’un Giudice invisibile. «Un Principe (dice Montesquieu) sul quale hanno forza le speranze ed i timori della religione, si può paragonare ad un leone, docile soltanto alla voce ed alla mano del suo custode»563. I moti dunque di una reale fiera dipenderanno e dall’inclinazione e dall’interesse dell’uomo, che ha acquistato una sì pericolosa autorità sopra di essa, ed il sacerdote, che ha nelle mani la coscienza di un Re, può accenderne o moderarne le ardenti passioni. Il medesimo Ambrogio ha sostenuto la causa dell’umanità e quella della persecuzione con ugual energia e con uguale successo. [A. 388-391] Dopo la disfatta e la morte del Tiranno della Gallia, il Mondo Romano restò in possesso di Teodosio. Dalla scelta di Graziano ei traeva l’onorevol suo diritto alle province dell’Oriente: egli aveva acquistato l’Occidente, per mezzo della vittoria, ed i tre anni, che passò nell’Italia, furono utilmente impiegati a ristabilire l’autorità delle leggi, ed a corregger gli abusi, che erano impunemente prevalsi durante l’usurpazione di Massimo e la minorità di Valentiniano. Il nome di questo era inserito regolarmente nei pubblici atti; ma sembrava, che la tenera età e la dubbiosa fede del figliuolo di Giustina esigessero la prudente cura di un custode Ortodosso; e l’ingegnosa ambizione di Teodosio avrebbe potuto escludere l’infelice giovane senza contesa e quasi senza una parola, dall’amministrazione, ed anche dall’eredità dell’Impero. Se Teodosio avesse consultato le rigide massime dell’interesse e della politica, la sua condotta sarebbe stata giustificata dai suoi amici; ma la generosità del suo contegno in questa memoranda occasione ha vinto anche l’applauso dei suoi più inveterati nemici. Ei collocò Valentiniano sul trono di Milano, e senza stipulare alcun presente o futuro vantaggio, gli restituì l’assoluto dominio di tutte le Province, delle quali era stato spogliato dalle armi di Massimo. Alla restituzione dell’ampio suo patrimonio, Teodosio aggiunse il libero e generoso dono dei paesi oltre le Alpi, che il suo fortunato valore avea ricuperati dall’assassino di Graziano564. Contento della gloria che aveva acquistato nel vendicare la morte del suo benefattore e nel liberar l’Occidente dal giogo della tirannide, l’Imperatore tornò da Milano a Costantinopoli; e pacifico possessor dell’Oriente insensibilmente ricadde negli antichi suoi abiti di lusso e d’indolenza. Teodosio adempì la sua obbligazione verso il fratello di Valentiniano, compartì la coniugal sua tenerezza alla sorella di esso; e la posterità, che ammira la pura e singolar gloria dell’elevazione di lui, dee fare applauso all’incomparabil sua generosità nell’uso della vittoria. [A. 391] L’Imperatrice Giustina non sopravvisse lungamente al suo ritorno nell’Italia, e quantunque vedesse il trionfo di Teodosio, non le fu permesso d’influire sul governo del proprio figlio565. Il pernicioso attacco alla setta Arriana, che Valentiniano aveva imbevuto dall’esempio e dalle istruzioni di lei, fu presto tolto via dalle lezioni di una educazione più ortodossa. Il crescente suo zelo per la fede Nicena, e la sua filiale riverenza pel carattere e l’autorità d’Ambrogio, dispose i Cattolici a formare la più favorevol opinione delle virtù del giovane Imperatore d’Occidente566. Applaudivano essi alla sua castità e temperanza, al disprezzo che aveva del piacere, all’applicazione per gli affari, ed alla tenera affezione di lui per le due sue sorelle, le quali però non poterono indurre l’imparzial giustizia di lui a pronunziare un’ingiusta sentenza contro l’infimo dei suoi sudditi. Ma quest’amabile giovane, prima di finire il ventesim’anno della sua età, fu oppresso da un tradimento domestico, e l’impero fu involto di nuovo negli orrori di una guerra civile. Arbogaste567, valente soldato della nazione dei Franchi, teneva il secondo posto nella milizia di Graziano. Dopo la morte del suo Signore s’unì allo stendardo di Teodosio; contribuì col suo valore e colla sua condotta militare alla distruzion del tiranno, e fu dichiarato, dopo la vittoria, Generale dell’esercito della Gallia. Il real suo merito e l’apparente sua fedeltà avean guadagnato la confidenza del Principe e del popolo; l’illimitata sua liberalità corruppe i soldati; e mentre generalmente stimavasi come la colonna dello Stato, l’ardito ed astuto Barbaro s’era segretamente determinato o a regolare o a rovinar l’Impero d’Occidente. Si distribuirono i più importanti posti dell’esercito tra i Franchi; furon promosse le creature d’Arbogaste a tutti gli onori ed uffizi del governo civile; il progresso della cospirazione allontanò dalla presenza di Valentiniano qualunque servo fedele; e l’Imperatore, senza forza e senza cognizione, cadde appoco appoco nella precaria dipendente condizione di schiavo568. Lo sdegno, che egli manifestò, quantunque potesse nascere solo dall’impaziente e precipitosa indole giovanile, può però ingenuamente anche attribuirsi allo spirito generoso di un Principe, che sentiva di non essere indegno di regnare. Secretamente invitò l’Arcivescovo di Milano ad intraprendere l’uffizio di mediatore, come garante569 della sua sincerità, e custode della sua salute. Pensò d’informare l’Imperatore d’Oriente dell’infelice situazione, in cui si trovava; e dichiarò, che, se Teodosio non avesse potuto marciar prontamente in suo soccorso, egli avrebbe dovuto tentare di fuggir dal palazzo, o piuttosto dalla prigione di Vienna in Gallia, dove imprudentemente avea stabilito la sua residenza in mezzo alla nemica fazione. Ma le speranze d’aiuto eran lontane e dubbiose; e siccome ogni giorno somministrava qualche nuova provocazione, l’Imperatore, senza forza o consiglio, con troppa fretta risolvè di arrischiare un’immediata contesa col potente suo Generale. Ricevè Arbogaste sul trono, e mentre il Conte s’accostava con qualche apparenza di rispetto, gli diede un foglio, che indicava la dimissione da tutti i suoi impieghi. «La mia autorità» (rispose Arbogaste con insultante freddezza) «non dipende dal sorriso o dal sopracciglio di un Monarca»; e con disprezzo gettò il foglio sul suolo. L’irato Monarca s’attaccò alla spada di una delle guardie, che si sforzò di trarre dal fodero; e non fu senza qualche sorta di violenza, che gli fu impedito di usar quell’arme fatale contro il suo nemico o se stesso. [A. 392] Pochi giorni dopo tale straordinario contrasto, in cui si era manifestato il risentimento e la debolezza dell’infelice Valentiniano, si trovò strangolato nel suo quartiere; e s’impiegò qualche cura per cuoprire il manifesto delitto di Arbogaste, e persuadere il Mondo, che la morte del giovane Imperatore era stato il volontario effetto della propria disperazione570. Il corpo di lui fu con decente pompa condotto a sepellirsi in Milano, e l’Arcivescovo recitò un’orazione funebre, per rammentarne le virtù e le sventure571. In quest’occasione la umanità d’Ambrogio l’indusse a sconvolgere in singolar modo il suo sistema teologico, ed a confortare le piangenti sorelle di Valentiniano, con assicurarle che il pio lor fratello, quantunque non avesse ricevuto il sacramento del Battesimo, era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna572. La prudenza d’Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione aspettavano l’ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio tuttavia s’opponeva all’elevazione d’Arbogaste medesimo; ed il giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore Eugenio573, ch’esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l’attaccamento e l’abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore, per fargli sapere con affettata mestizia l’infelice accidente della morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome d’Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l’unanime suffragio degli eserciti e delle Province occidentali574. Teodosio fu giustamente irritato, che la perfidia d’un Barbaro avesse in un momento distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu eccitato dalle lacrime dell’amata sua moglie575 a vendicare la morte dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un’altra volta con le armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista dell’Occidente era un’impresa pericolosa e difficile, rimandò con splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile. Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona, consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l’opinione d’allora, godeva del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s’imbarcò per Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide576. Nelle vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo Giovanni577, aveva fabbricato con le sue proprie mani un’umil cella, nella quale era dimorato più di cinquant’anni senz’aprire la porta, senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte le parti del Mondo. S’accostò alla finestra in rispettoso portamento l’Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all’evento della guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il coraggio dell’Imperatore con la sicurezza d’una sanguinosa ma infallibil vittoria578. Fu preceduto l’adempimento della predizione da tutti quei mezzi, che somministrar poteva l’umana prudenza. Si scelse l’industria dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano arrolati al servizio del medesimo Principe l’Ibero, l’Arabo, e il Goto, che si miravan l’un l’altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell’arte della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di Roma579. L’Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di quanto poteva riuscir pericoloso l’estender la linea di difesa contro un abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d’attacco580. Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell’Italia; lasciò senza resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all’audace invasore. Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende l’aperta campagna, che si estende fino alle mura d’Aquileia, ed alle rive del Frigido581 o del fiume freddo582. Questo angusto teatro della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall’Adriatico, non dava molto luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d’Arbogaste avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare gli ostacoli, che la natura e l’arte opponevano ai suoi sforzi, l’Imperatore d’Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali, assegnò ai Goti il posto d’un onorevol pericolo, e nutriva un segreto desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l’orgoglio ed il numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale degl’Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o ritirata delle truppe di Teodosio. L’Imperatore si riparò sui monti vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e senza speranze583; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d’Eugenio dall’insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l’attivo e vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di truppe ad oggetto d’occupare i passi dei monti, e circondare la retroguardia dell’esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio vide la grandezza e l’estremità del pericolo: ma ne furon tosto dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di quelle truppe, che gli espose l’inclinazione che avevano d’abbandonare lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l’Imperatore sottoscrisse sul suo medesimo libretto de’ ricordi la ratifica del trattato. Si ravvivò da quest’opportuno rinforzo lo spirito dei suoi soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò dall’Oriente una furiosa tempesta. L’esercito di Teodosio era difeso per la sua situazione dall’impetuosità del vento, che gettò un nuvol di polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest’accidental vantaggio: la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei Galli, i quali cederono senza vergogna all’invisibil potere del Cielo, che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore584. La sua vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste, dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la fuga, l’intrepido Barbaro imitò l’esempio degli antichi Romani, e rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino dell’Impero in un angusto canto dell’Italia; ed il legittimo successore della casa di Valentiniano abbracciò l’Arcivescovo di Milano, e ricevè graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste restate involte nella colpa della ribellione; mentre l’inflessibil coraggio dell’unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d’una felice usurpazione. L’Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d’Eugenio, evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l’odiosa presenza d’un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio la perdita. Fu applaudito il merito d’Ambrogio dal vincitore, che si assicurò l’affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e s’attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione dell’Arcivescovo di Milano585. Dopo la disfatta d’Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona voglia riconobbero il merito non meno che l’autorità di Teodosio. L’esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere speranze del futuro suo regno; e l’età dell’Imperatore, che non passava cinquant’anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l’esposta vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente generazione. Ma l’amore del comodo e del lusso aveva segretamente nutrito i principj della malattia586. La forza di Teodosio non fu capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo, annunziarono la pronta fine dell’Imperatore. L’opinione e forse l’interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi d’Oriente e d’Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti, furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della gloria della guerra civile587, ma tosto che Teodosio ebbe trionfato degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell’Occidente dalle mani dello spirante suo padre. Si celebrò l’arrivo d’Onorio a Milano con una splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l’Imperatore, quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d’una guerra civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch’egli avea vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso, celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore, che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono all’imminente pericolo d’una debole e divisa amministrazione, ed ogni disgraziato accidente degli infelici regni d’Arcadio e d’Onorio ravvivò la memoria della loro irreparabil perdita. Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le sue imperfezioni, l’atto di crudeltà e l’abitudine dell’indolenza, che oscurarono la gloria d’uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano, che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica che privata; e che i deboli freni dell’ordine e della decenza non eran sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell’utile alla vile soddisfazione dell’ozio e dell’appetito588. Le querele degli Scrittori contemporanei, che deplorano l’accrescimento del lusso, e la depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di scuoprire i tenui e segreti motivi d’agire, che spingono ad un’istessa uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d’una moltitudine d’individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d’Augusto, non può attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir l’opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l’effetto di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i pensieri del futuro. L’incerta condizione del loro stato disanimava i sudditi di Teodosio dall’impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese, che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale nella confusione d’un naufragio o d’un assedio, può servire a spiegare il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d’una cadente nazione. Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città, aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d’uno scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno dell’Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza d’esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le fatiche militari: si dolevano essi del peso dell’armatura, che di rado portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l’uso dello scudo con quello dell’arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a soffrire o il dolore delle ferite o l’ignominia della fuga, erano sempre disposti a preferire l’alternativa più vergognosa. La cavalleria dei Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato l’uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari. La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a ristabilir l’uso degli elmi e delle corazze nell’infanteria. Gli snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l’immediata cagione della caduta dell’Impero589.