Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/5

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CAPITOLO V
I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano. Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di governo.

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CAPITOLO V
I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano. Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di governo.
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Il potere del brando riesce più sensibile in una estesa monarchia che in una piccola società. Han calcolato i più sperimentati politici, che niuno Stato, senza presto snervarsi, può mantenere più della centesima parte dei suoi sudditi in armi ed in ozio. Ma benchè questa relativa proporzione esser possa uniforme, la sua influenza sul resto della società dee variare secondo il grado della positiva sua forza. Sono inutili i vantaggi della scienza e della disciplina militare, se un numero competente di soldati non è unito in un sol corpo, ed animato da un solo spirito. Questa unione sarebbe inefficace in una piccola truppa, ed impraticabile in un numerosissimo esercito: e l’azione della macchina sarebbe ugualmente distrutta o dall’estrema piccolezza o dall’eccessivo peso delle sue molle. Pur confermare questa osservazione serve senza più il riflettere non esservi superiorità veruna di forza naturale, di armi artificiali, o di acquistata destrezza, che possa mettere un uomo nello stato di tenere in soggezione costante un centinaio di suoi simili: il tiranno di una sola città o di un piccolo distretto ben presto si accorgerebbe che cento guerrieri armati sarebbero una debol difesa contro diecimila agricoltori, o cittadini; ma centomila ben disciplinati soldati comanderanno dispoticamente a dieci milioni di sudditi; ed un corpo di dieci o quindicimila guardie metterà il terrore addosso al più numeroso popolo che mai abbia ingombrato le contrade di una immensa Capitale.

Le truppe Pretoriane, il cui licenzioso furore fu il primo indizio e la prima cagione della decadenza dell’Impero romano, non ascendeano che appena a quel numero1. Dovevano esse l’istituzione loro ad Augusto. Avvistosi quell’accorto tiranno, che il suo usurpato dominio potea colorirsi dalle leggi, ma conservarsi solo con le armi, aveva a poco a poco formato questo corpo formidabile di guardie, pronte sempre a difendere la sua persona, a contenere il Senato, ed a prevenire o dissipare ogni primo moto di ribellione. Distinse queste truppe favorite con doppia paga e privilegi che le metteano sopra dell’altre; ma siccome avrebbe il loro formidabile aspetto atterriti ad un tempo ed irritati i Romani, ne stanziò tre sole coorti nella Capitale, mentre il resto era disperso nelle circonvicine città dell’Italia2. Ma dopo cinquant’anni di pace e di schiavitù, Tiberio avventurò un decisivo passo, che strinse per sempre le catene della sua patria. Sotto gli speciosi pretesti di sollevare l’Italia dal grave peso de’ quartieri militari, e d’introdur tra le guardie una disciplina più rigorosa, le radunò a Roma in un campo permanente3 benissimo fortificato4, e situato in modo che tutta la città dominava5.

Questi servi così formidabili sono sempre necessari, ma spesso fatali al trono del dispotismo. In questa maniera, introducendo i Pretoriani, per così dire, dentro la reggia e il Senato, gl’Imperatori, gli avvezzarono a conoscere la propria lor forza e la debolezza del Governo civile; a riguardare i vizj dei loro sovrani con un famigliare disprezzo; ed a perdere quel riverente timore, che la sola distanza ed il mistero possono conservare verso un immaginario potere. In mezzo agli oziosi piaceri di una città opulenta, il loro orgoglio si nutriva col sentimento della irresistibil lor forza, nè era possibile celare ad essi, che la persona del sovrano, l’autorità del Senato, il pubblico tesoro e la sede dell’Impero erano interamente nelle lor mani. Per distrarli da queste pericolose riflessioni, i Principi più saldi, e meglio stabiliti erano astretti a frammischiar le carezze co’ comandi, le ricompense co’ castighi, a lusingare il loro orgoglio, a condescendere a’ loro capricci, a dissimulare le loro irregolarità, ed a comprare la precaria lor fedeltà con un liberal donativo, che quelli dall’avvenimento di Claudio in poi, esigevano come un legittimo diritto, nell’elezione di ciascun nuovo Imperatore6.

I partigiani delle guardie procurarono di giustificare con gli argomenti una potenza, che queste sostenevan con le armi; e di provare che, secondo i migliori principj della costituzione, il lor consenso era essenzialmente necessario alla creazione di un Imperatore. L’elezione dei Consoli, dei Generali e dei magistrati, benchè recentemente usurpata dal Senato, era un antico incontrastabil diritto del popolo romano7. Ma dove allora trovar questo popolo? Non certamente tra la mista moltitudine degli schiavi e degli stranieri, che ingombrava le strade di Roma; vil plebaglia, non men dispregevole per la bassezza dei sentimenti, che per la miseria. I difensori dello Stato, scelti tra il fiore della gioventù italiana8, ed allevati nell’esercizio dell’armi e della virtù, erano i veri rappresentanti del popolo, ed aveano il miglior diritto ad eleggere il Capo militare della repubblica. Quest’argomento, benchè mancante di ragione, divenne convincentissimo, quando i fieri pretoriani ne accrebbero il peso, gettando, come il barbaro conquistatore di Roma, le loro spade nella bilancia9.

I pretoriani che aveano violata la santità del trono con l’atroce assassinio di Pertinace, ne disonorarono la maestà con la loro susseguente condotta. Il campo era senza capo, essendosi il Prefetto Leto, autor della tempesta, prudentemente involato alla pubblica indignazione, in quel furioso tumulto. Sulpiciano, suocero dell’Imperatore e governatore della città, ch’era stato mandato al campo al primo rumore di ribellione, procurava di calmare la furia della moltitudine, quando gli fu imposto silenzio dal clamoroso ritorno degli assassini portanti in cima ad una lancia la testa di Pertinace. Benchè la storia ci avvezzi a vedere ogni principio ed ogni passione cedere ai dettami imperiosi della ambizione, ciò non ostante pare appena credibile, che in quei momenti di orrore dovesse Sulpiciano aspirare ad un trono macchiato di fresco dal sangue di un parente sì stretto, e di un Principe così eccellente. Aveva già egli principiato ad usare l’unico efficace argomento, a contrattar cioè la dignità imperiale; ma i più accorti tra i pretoriani temendo di non conseguire in questo privato contratto il giusto prezzo di sì valutabil merce, corsero su i terrapieni, e ad alta voce promulgarono, che il Mondo romano si sarebbe pubblicamente venduto al miglior compratore10.

Questa infame offerta, eccesso il più insolente della militare licenza, sparse per tutta la città un dolore universale, un senso di vergogna e di sdegno. Arrivonne finalmente il grido agli orecchi di Didio Giuliano, senatore opulento, che insensibile alle pubbliche calamità se ne stava occupato nei piaceri del banchetto11. La sua moglie e la figlia, i suoi liberti ed i suoi parassiti facilmente lo persuasero, ch’era degno del trono, ed instantemente lo scongiurarono ad abbracciare sì fortunata occasione. L’ambizioso vecchio andò in fretta al campo dei pretoriani, dove Sulpiciano era tuttora in trattato con essi, e dal basso del terrapieno principiò a fare dell’offerte. L’indegno mercato era condotto per mezzo di fedeli emissarj, che passavano alternativamente da un candidato all’altro, informando ciascuno dell’offerte del suo rivale. Avea già Sulpiciano promesso un donativo di cinquemila dramme, cioè più di 320 zecchini per soldato, quando Giuliano, avido del trono, salì in un tratto alla somma di seimila dugento cinquanta, ossia più di 400 zecchini. Furono subito aperte le porte al compratore che, dichiarato Imperatore, ricevè il giuramento di fedeltà dai soldati, ne’ quali fu tanta umanità da stipulare che perdonare ei dovesse a Sulpiciano e dimenticare di averlo avuto a competitore.

Era dovere dei pretoriani di eseguire le condizioni della vendita. Posero il lor nuovo sovrano, che servivano e disprezzavano, nel centro delle lor file, lo circondarono da ogni parte con i loro scudi, e in ordine di battaglia lo condussero per le strade deserte della città. Fu ordinato al Senato di radunarsi, e gli amici più ragguardevoli di Pertinace, non meno che i nemici personali di Giuliano, crederono necessario di mostrarsi più degli altri lieti e contenti di questa rivoluzione felice12. Poscia ch’ebbe ingombrato il Senato di armati, Giuliano ragionò lungamente sulla libertà della sua elezione, sulle proprio eminenti virtù, e sulla sua piena confidenza nell’amor del Senato. L’ossequiosa assemblea si congratulò della propria e pubblica felicità, gli giurò fedeltà, e gli conferì tutte le diverse prerogative della potestà imperiale13. Dal Senato fu Giuliano con la stessa militar processione condotto a prender possesso del palazzo. I primi oggetti, che colpirono la sua vista, furono il tronco cadavere di Pertinace, ed i i frugali preparativi per la sua cena. Riguardò quello con indifferenza, questi con disprezzo. Ordinò che si preparasse un sontuoso banchetto, e consumò gran parte della notte giocando ai dadi, e vedendo i balli di Pilade, celebre saltatore. Fu per altro osservato che, dileguata la folla dei cortigiani, e rimasto solo nell’oscurità, nella solitudine ed in balìa della terribile riflessione, passò tutta la notte senza dormire, forse rammentando a se stesso la sua temeraria follìa, il fato del suo virtuoso predecessore, e l’incerto e pericoloso possesso di un Impero, che non aveva acquistato col merito, ma comprato con il denaro14.

Ragione di tremare egli aveva. Sopra il trono del Mondo, si trovò senza amici e senza aderenti. Le guardie stesse si vergognavano di servire ad un Principe che avevano accettato per avarizia; nè v’era cittadino, il quale non considerasse con orrore l’innalzamento di lui, come l’ultimo insulto fatto al nome romano. I nobili, il cui grado cospicuo e le ampie ricchezze esigevano le più attente precauzioni, dissimulavano i loro sentimenti, e ricevevano le affettate civiltà dell’Imperatore con un sorriso di compiacenza e con proteste di fedeltà. Ma il popolo, che il numero e l’oscurità rendevan sicuro, lasciava libero il corso a’ suoi trasporti. Per le strade e per le pubbliche piazze di Roma non si udivano che clamori ed imprecazioni. La moltitudine arrabbiata insultava la persona di Giuliano, ne rigettava le liberalità, e consapevole dell’impotenza del proprio risentimento, chiamava ad alta voce le legioni delle frontiere a vendicare la violata maestà dell’Impero romano.

La pubblica scontentezza si sparse tosto dal centro alle frontiere dell’Impero. Gli eserciti della Britannia, della Siria e dell’Illirico deplorarono la morte di Pertinace, in compagnia, e sotto il comando del quale avean fatte tante guerre e tante conquiste. Riceverono con sorpresa, con indignazione e forse con invidia, la strana nuova della pubblica vendita, che i Pretoriani fatto avean dell’Impero e fieramente ricusarono di ratificare il vergognoso accordo. La subita loro ed unanime sollevazione riuscì fatale a Giuliano, ed alla pubblica pace nel tempo stesso; giacchè i Generali delle rispettive armate, Clodio Albino, Pescennio Negro, e Settimio Severo, eran più ansiosi di succedere a Pertinace che di vendicarne la morte. Lo loro forze erano precisamente eguali. Ciascun di loro capitanava tre legioni15 con un seguito numeroso di ausiliarj; e benchè diversi di carattere, eran tutti soldati forniti d’esperienza e di capacità.

Clodio Albino, governatore della Britannia, era superiore ai suoi rivali per la nobiltà della famiglia, contando tra i suoi antenati alcuni dei personaggi più illustri dell’antica repubblica16. Ma il ramo, da cui discendeva, era caduto in povertà e trapiantato in una provincia remota. È difficile di formare una giusta idea del suo vero carattere. Viene accusato di aver sotto il filosofico manto dell’austerità nascosti tutti i vizj che disonorano l’umana natura17. Ma i suoi accusatori sono quegli scrittori venali, che adoravano la fortuna di Severo, calpestando le ceneri del suo infelice rivale. La virtù o l’apparenza di quella procurò ad Albino la confidenza e la stima di Marco Aurelio, e l’aver egli conservato sul figlio la medesima influenza ch’ebbe sul padre, è una prova almeno, ch’egli era d’un’indole assai pieghevole. Il favore di un tiranno non sempre suppone una mancanza di merito in colui che ne è l’oggetto; può egli a caso ricompensare un uomo di merito e di abilità, o considerarlo utile al suo servizio. Non pare che Albino servisse il figliuolo di Marco Aurelio o come ministro delle sue crudeltà, o come compagno de’ suoi piaceri. Era egli lontano, impiegato in un onorevol comando, quando ricevè dall’Imperatore una lettera confidenziale, in cui l’informava delle trame di alcuni Generali malcontenti, e lo autorizzava a dichiararsi difensore e successore del trono, prendendo il nome e le insegne di Cesare18. Il governator della Britannia saggiamente scansò quell’onore pericoloso, che lo avrebbe esposto alla gelosia, o involto nella prossima rovina di Commodo. Usò egli, per innalzarsi, degli artificj più nobili o almeno più speciosi. Ad un prematuro avviso della morte dell’Imperatore adunò le sue truppe, e deplorò con un eloquente discorso le inevitabili calamità del dispotismo; descrisse la felicità e la gloria goduta dai loro antenati sotto il governo consolare, e dichiarò la sua ferma risoluzione di rendere al Senato ad al popolo la loro legittima autorità. Le legioni britanniche risposero con alte acclamazioni a questo discorso popolare, che fu ricevuto a Roma con applausi secreti. Tranquillo possessore di quel piccolo Mondo, e comandante di un esercito, meno distinto invero per la sua disciplina che pel numero e pel valore19, Albino disprezzò le minacce di Commodo, conservò verso Pertinace un ambiguo ed altiero contegno, e subito si dichiarò contro l’usurpazione di Giuliano. Le convulsioni della Capitale davano un nuovo peso a’ suoi sentimenti, o piuttosto alle sue proteste di amore di patria. Un decente riguardo gl’impedì di prendere i pomposi titoli di Augusto e d’Imperatore; forse imitando l’esempio di Galba, che in una simile occasione si era dato il nome di luogotenente del Senato e del popolo20.

Il solo merito personale avea innalzato Pescennio Negro da una nascita oscura e da un oscuro stato al governo della Siria; impiego importante e lucroso, che in tempo di civil confusione gli dava un vicino prospetto dal trono. Sembra per altro che i suoi talenti fosser più adattati al secondo grado che al primo. Rivale troppo debole, sarebbe riuscito un eccellente generale di Severo, il quale ebbe bastante grandezza d’animo per adottare diverse utili istituzioni di un vinto nemico21. Nel suo governo, Negro si acquistò la stima dei soldati e l’amore dei provinciali. La sua rigida disciplina accrebbe il valore, e conservò l’obbedienza dei primi; mentre a’ voluttuosi Sirj rendevasi grato con la moderata fermezza del suo governo, e più ancora con l’affabilità delle sue maniere, e colla soddisfazione, che apparentemente dimostrava, assistendo alle loro frequenti e pompose feste22. Appena fu sparsa in Antiochia la nuova dell’atroce assassinio di Pertinace, i voti di tutta l’Asia invitarono Negro a prendere la porpora imperiale, ed a vendicarne la morte. Le legioni della frontiera orientale si dichiararono per lui; le ricche, ma inermi province dalle frontiere dell’Etiopia23 fino all’Adriatico, con piacere si sottomisero a lui; ed i Re, che erano di là dal Tigri e dall’Eufrate, congratulandosi della sua elezione, gli offerirono omaggio e soccorso. Negro non avea l’animo abbastanza grande per sostenere questa subita rivoluzione della fortuna; si lusingò che il suo avvenimento non sarebbe disturbato da alcun rivale, nè macchiato di sangue civile; ed occupato nella vana pompa del trionfo, trascurò i mezzi di assicurarsi della vittoria. Invece di entrar in trattato coi potenti eserciti dell’Occidente, che soli potevano o decidere o bilanciare almeno la gran contesa; invece di marciare immediatamente verso Roma e l’Italia, dove ansiosamonte si aspettava la sua presenza24, Negro perdè nei piaceri di Antiochia quei preziosi momenti, dei quali seppe diligentemente profittare la decisiva attività di Severo25.

La provincia della Pannonia e Dalmazia, che si stendeva dal Danubio all’Adriatico, fu una delle ultime e più faticose conquiste dei Romani. Dugentomila di quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le forze riunite dell’Imperatore26. I Pannonj finalmente cederono alle armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato) produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto27, tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell’Impero.

L’esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo, nativo dell’Affrica, il quale nell’ascendere di grado in grado per gli onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane passioni avean fatta deviare dal costante suo corso28. Alla prima nuova dell’assassinamento di Pertinace, egli radunò le sue truppe, dipinse con i colori più vivi il delitto, l’insolenza e la debolezza dei Pretoriani, ed animò le legioni alle armi ed alla vendetta. Finì con un’eloquentissima perorazione, promettendo quasi ottocento zecchini ad ogni soldato, donativo magnifico, e doppio di quello, con cui l’infame Giuliano avea comprato l’Impero29. Immediatamente l’esercito, alzando grandi acclamazioni, salutò Severo con i nomi di Augusto, di Pertinace e d’Imperatore; od egli così pervenne a quel grado sublime, al quale si credeva chiamato dal proprio merito, e da una lunga serie di sogni e di presagi, utili parti della sua superstizione o politica30.

Il nuovo pretendente all’Impero conobbe il vantaggio particolare della sua situazione, e ne profittò. La sua provincia si estendeva fino alle alpi Giulie, che gli davano un facile accesso nell’Italia; ed egli si ricordò il detto di Augusto, che un’armata della Pannonia poteva in dieci giorni venire alla vista di Roma31. Usando di una celerità proporzionata alla grandezza della impresa, egli poteva con ragione sperare di vendicar Pertinace, punir Giuliano, e ricever gli omaggi del Senato e del popolo, come lor legittimo Imperatore, prima che i suoi competitori, separati dall’Italia, per un immenso tratto di mare e di terra, avessero alcuno avviso dei suoi successi, e tampoco della sua elezione. In tutta questa spedizione concesse appena pochi momenti al riposo ed al cibo; marciando a piedi, e coll’intera armatura, ed alla testa delle sue colonne, s’insinuava nella confidenza e nell’amore delle truppe, ne accresceva l’attività, animando il loro coraggio e le loro speranze; ed avea piacere per fino di esser a parte delle fatiche di ogni comune soldato, rappresentandogli sempre per altro la grandezza della ricompensa.

Lo sventurato Giuliano, che si aspettava e si credea preparato a disputare l’Impero con il governator della Siria, vide inevitabile la sua rovina all’avvicinarsi delle rapide ed invincibili legioni della Pannonia. L’arrivo precipitoso di ogni corriere accresceva i suoi giusti timori. Gli fu successivamente annunziato che Severo avea passate le Alpi; che le città dell’Italia non volendo, o non potendo opporsi ai suoi progressi, lo avean ricevuto con le più vive proteste di gioia e sommissione; che la piazza importante di Ravenna si era renduta senza resistenza, e che la flotta adriatica era in potere del conquistatore. Il nemico ora allora a dugentocinquanta miglia da Roma, ed ogni momento accorciava il breve tempo accordato alla vita ed all’Impero di Giuliano.

Procurò egli, per altro, di prevenire o di prolungare almeno la sua rovina. Implorò la fede venale dei Pretoriani, empiè la Capitale di vani preparativi di guerra, tirò delle linee intorno ai sobborghi; e si fortificò perfino nel palazzo, come se fosse stato possibile, senz’alcuna speranza di soccorso, di difendere queste ultime trincere contro il vittorioso invasore. La vergogna e il timore ritennero in dovere i Pretoriani, ma tremavano essi al solo nome delle legioni della Pannonia, comandate da un Generale sperimentato ed avvezzo a vincere i Barbari sul gelato Danubio32. Lasciavano essi sospirando i bagni ed i teatri per prender quelle armi che non sapean quasi più maneggiare, e sotto il cui peso parevano oppressi. Gl’indocili elefanti, il cui terribile aspetto si sperava che dovesse intimorire le armate del Settentrione, gettavano in terra i condottieri mal pratici. Le evoluzioni degl’inesperti soldati di marina, tratti dalla flotta di Miseno, erano oggetto di riso per la plebaglia, mentre il Senato vedeva con secreto piacere le angustie e la debolezza dell’usurpatore33.

Ogni moto di Giuliano manifestava la sua timorosa incertezza. Ora insisteva presso il Senato, che dichiarasse Severo nemico della patria; ora desiderava che il Generale della Pannonia fosse associato all’Impero; ora mandava pubblici ambasciatori di grado consolare per trattare con il rivale; ed ora spediva dei secreti assassini per ucciderlo. Ordinò alle Vestali, ed a tutti i collegi dei Sacerdoti che co’ loro abiti di cerimonia, e portando innanzi i sacri pegni della religione romana andassero in processione solenne ad incontrare le legioni della Pannonia, e nel tempo stesso vanamente si sforzava d’interrogare o di placare i destini con magiche cerimonie e sacrifizj illegittimi34.

Severo, che non temeva nè le armi nè gl’incantesimi di Giuliano, si assicurò dal solo pericolo di una secreta congiura, facendosi accompagnare da seicento soldati scelti e fidati, i quali sempre armati gli furono a fianchi la notte ed il giorno, durante tutta la marcia. Nulla arrestò il suo rapido corso; ed avendo passato, senza ostacolo, le foci degli Appennini, trasse nel suo partito lo truppe e gli ambasciatori spediti per ritardare i suoi progressi, e fece una breve fermata a Interamna, quasi settanta miglia lungi da Roma. Era già sicura la sua vittoria; ma la disperazione dei Pretoriani avrebbe potuta renderla sanguinosa; e Severo aveva la lodevolissima ambizione di voler salire sul trono senza sguainare la spada35. I suoi emissarj, dispersi nella Capitale, assicurarono le guardie, che se abbandonassero il loro indegno Principe, e gli autori della morte di Pertinace alla giustizia del conquistatore, egli non più riguarderebbe l’intero corpo come reo di quel funesto accidente. Gl’infidi Pretoriani, la resistenza dei quali era solamente sostenuta da una fiera ostinazione, accettarono con piacere sì vantaggiose condizioni, arrestarono la maggior parte degli assassini, e dichiararono al Senato ch’essi più non volevan difendere la causa di Giuliano. Quest’assemblea, convocata dal Console, riconobbe unanimamente Severo per legittimo Imperatore, decretò gli onori divini a Pertinace, e pronunziò la sentenza di degradazione e di morte contro lo sventurato successore del medesimo. Fu Giuliano condotto in un appartamento privato dei bagni del palazzo, e decapitato come un vil delinquente, dopo di essersi comprato con immensi tesori un regno angustioso e precario di soli sessantasei giorni36.

La celerità quasi incredibile di Severo, che in sì breve tempo condusse una numerosa armata dalle rive del Danubio su quelle del Tevere, prova l’abbondanza delle provvisioni, prodotta dall’agricoltura e dal commercio, la bontà delle strade, la disciplina delle legioni, e l’indolente carattere delle conquistate province37.

Le prime cure di Severo furon rivolte a due oggetti, uno dettato dalla politica, e l’altro dal decoro; cioè la vendetta, e gli onori dovuti alla memoria di Pertinace. Avanti di cui entrare re in Roma, il nuovo Imperatore comandò, che i pretoriani disarmati, o con gli abiti di cerimonia, con i quali eran soliti di accompagnare il loro sovrano, aspettassero il suo arrivo in una vasta pianura vicino alla città. Fu obbedito da quello orgoglioso truppe, il cui pentimento era l’effetto dei lor giusti timori. Uno scelto distaccamento dell’armata illirica li circondò colle lancie distese. Non potendo nè fuggir, nè resistere, aspettavano il loro fato con una tacita costernazione. Montò Severo sul tribunale, rimproverò aspramente la loro perfidia e la lor codardia, li licenziò con ignominia come traditori, gli spogliò degli splendidi loro ornamenti, e li bandì sotto pena di morte alla distanza di cento miglia da Roma. Durante questa esecuzione era stato mandato un altro distaccamento ad impadronirsi delle armi e del campo loro, per prevenire le subite conseguenze della loro disperazione38.

Il funerale e la consacrazione di Pertinace fu dipoi celebrata con ogni apparato di lugubre magnificenza39. Il Senato rendè con un piacere malinconico gli ultimi doveri a quel principe eccellente ch’egli avea amato, e che piangeva tuttavia. La mestizia del suo successore era probabilmente meno sincera. Costui pregiava, è vero, le virtù di Pertinace, ma queste virtù avrebber sempre ritenuta la sua ambizione in uno stato privato. Severo recitò la funebre orazione di lui con una eloquenza studiata, e non ostante la sua interna contentezza, affettò un vero dolore; e con questi religiosi officj verso la memoria di Pertinace, persuase alla credula moltitudine, ch’egli era il solo degno di succedergli. Conoscendo per altro che le armi e non le cerimonie poteano sostenere le sue pretensioni all’impero, lasciò Roma dopo trenta giorni, e senza gonfiarsi di una vittoria così facile, si preparò a combattere i suoi rivali più formidabili.

I rari talenti e la fortuna di Severo hanno indotto un elegante Storico a paragonarlo al primo e al più grande dei Cesari40. Il parallelo è imperfetto almeno. Come trovare nel carattere di Severo quella imponente superiorità d’animo, quella generosa clemenza, e quel vasto genio, che sapeva unire e conciliare l’amor del piacere, la sete delle cognizioni, ed il fuoco dell’ambizione41? Possono al più questi due Principi paragonarsi con qualche ragione nella celerità de’ loro moti e delle loro civili vittorie. In men di quattr’anni42 Severo soggiogò i ricchi Orientali ed i valorosi abitatori dell’Occidente. Vinse due competitori abili e rinomati, e disfece numerosi eserciti, per armi e disciplina uguali al suo. In quel secolo l’arte della fortificazione, ed i principj della tattica erano famigliari ai Generali romani; e la costante superiorità di Severo era quella di un artefice, che si serve dei medesimi strumenti con più abilità ed industria dei suoi rivali. Non entrerò per altro in minuto racconto delle sue militari operazioni; ma siccome le due guerre civili contro Negro ed Albino furon quasi simili per la condotta, per l’esito, e per le conseguenze, così raccoglierò in un sol punto di vista le circostanze più forti, e più atte a mostrare il carattere del vincitore e lo stato dell’Impero.

La dissimulazione e la perfidia, benchè sembrino incompatibili con la dignità del Governo, pure ci paiono meno vili negli affari di Stato che nell’ordinario commercio della privata società. Qua mostrano una mancanza di coraggio, là solamente una mancanza di forza; e siccome è impossibile agli Statisti più abili di soggiogare con la forza lor personale milioni d’uomini e di nemici, il Mondo perciò, sotto il nome di politica, pare che lor permetta una dose abbondante di astuzia e di dissimulazione. Ciò non ostante i più gran privilegi della ragione di Stato non possono giustificare gli artifizj di Severo. Egli prometteva solamente per tradire, lusingava per rovinare, e sebbene, secondo le circostanze, si vincolasse con giuramenti e trattati, la sua coscienza serva del suo interesse, sempre lo scioglieva da un’incomoda obbligazione43.

Se i suoi due rivali, riconciliati dal loro comune pericolo, si fossero avanzati contro di lui senza indugio, forse Severo sarebbe stato oppresso dalle lor forze riunite. Se almeno lo avessero attaccato nel tempo medesimo con fini diversi, e con armate diverse, la contesa forse sarebbe stata lunga e dubbiosa. Ma essi caddero, un dopo l’altro, facili vittime degli artifizj e delle armi del loro accorto nemico, addormentati nella sicurezza della moderazione delle sue proteste, e sconcertati dalla rapidità delle sue azioni. Egli prima marciò contro Negro, la cui reputazione e potenza egli più temeva: ma evitò ogni dichiarazione di guerra, e sopprimendo il nome del suo antagonista, espose solamente al Senato ed al popolo la sua intenzione di ordinare le province orientali. In privato parlava di Negro col più affettuoso riguardo, chiamandolo suo vecchio amico e suo successore44 ed altamente applaudiva il suo generoso disegno di vendicare la morte di Pertinace. Era dovere di ogni Generale romano di punire il vile usurpatore del trono; ma il perseverare nelle armi, e resistere ad un legittimo Imperatore, riconosciuto dal Senato, bastava per farlo reo45. I figli di Negro erano caduti nelle sue mani insieme con quelli degli altri governatori provinciali, ritenuti a Roma come ostaggi per la fedeltà dei loro genitori46. Finchè la potenza di Negro fu da temersi, o almeno da rispettarsi, Severo li fece educare colla più tenera cura in compagnia dei proprj figli; ma presto furono avvolti nella rovina del padre, e sottratti prima coll’esilio, poi colla morte allo sguardo della pubblica compassione47.

Mentre Severo era occupato alla guerra in Oriente, avea ragiono di temere che il governatore della Britannia non passasse il mare e le alpi, occupasse la sede vacante dell’Impero, e si opponesse al suo ritorno coll’autorità del Senato, e colle forze dell’Occidente. La dubbia condotta di Albino, non nell’assumere il titolo imperiale, lasciò campo ai trattati. Obbliando e le sue proteste di patriottismo, e la gelosia del potere sovrano, egli accettò la precaria dignità di Cesare, come ricompensa della sua fatale neutralità. Finchè la prima contesa non fu decisa, Severo trattò un uomo, di cui avea giurata la morte, con ogni segno di stima e riguardo. Nella lettera medesima, in cui gli annunzia la disfatta di Negro, chiama Albino suo fratello e collega, gl’invia gli affettuosi saluti della sua moglie Giulia e de’ suoi figli; e lo prega a mantenere gli eserciti, e la Repubblica fedeli al lor comune interesse. I latori di questa lettera aveano ordine di presentarsi a quel Cesare con rispetto, chiedere un’udienza privata, ed immergergli i loro pugnali nel cuore48. Fu la congiura scoperta, e il troppo credulo Albino passò alla fine nel Continente, e si preparò ad una disuguale contesa contro il suo rivale, che mosse ad affrontarlo, conducendo un vittorioso esercito di veterani.

Le fatiche militari di Severo non sembrano adeguate alla grandezza delle sue conquiste. Due azioni, l’una vicina all’Elesponto, l’altra negli angusti passi della Cilicia, decisero della sorte di Negro; e le truppe europee conservarono il solito loro ascendente sugli Asiatici effeminati49. La battaglia di Lione, dove combatterono 150,000 Romani50, fu ugualmente fatale ad Albino. Il valore dell’esercito britannnico resistè lungamente alla prode disciplina elle legioni illiriche, e tenne la vittoria dubbiosa. La riputazione, e la persona di Severo per pochi momenti sembrarono irreparabilmente perdute, finchè questo Principe guerriero, raccolte le sue truppe impaurite, le ricondusse a una decisiva vittoria51. Quel memorabil giorno vide terminata la guerra.

Le discordie civili dell’Europa moderna sono state contraddistinte non solamente dalla fiera animosità, ma ancora dalla ostinata perseveranza delle fazioni nemiche. Esse sono state generalmente giustificate per qualche principio, o almeno colorite con qualche pretesto di religione, di libertà, o di dovere. I capi erano nobili, potenti per independente proprietà e per ereditaria influenza. I soldati combattevano come uomini interessati nella decisione della lite, e siccome lo spirito militare, e lo zelo di partito erano vivamente diffusi in tutta l’intera società, un vinto Generale veniva immediatamente soccorso da nuovi aderenti, ansiosi di spargere il loro sangue nella causa medesima. Ma i Romani, dopo la caduta della Repubblica, non combattevano che per la scelta di un padrone; l’insegna di un pretendente popolare al trono era seguita da pochi per affetto, da alcuni per timore, da molti per interesse, da niuno per principio. Le legioni, non accese da amore di parte, erano tratte alla guerra civile da liberali donativi, e da ancor più liberali promesse. Una disfatta, togliendo al Generale i mezzi di soddisfare al suo impegno, scioglieva i suoi mercenarj soldati dal giuramento, e loro permetteva di provvedere alla propria salvezza con abbandonare a tempo un partito infelice. Poco premea alle province sotto nome di chi fossero oppresse o governate. Tratto dall’impulso del potere presente, appena questo cedeva ad una forza superiore, si affrettavano ad implorare la clemenza del vincitore, il quale per soddisfare al suo immenso debito, sacrificava le province più colpevoli all’avarizia de’ suoi soldati. Nella vasta estensione dell’Impero romano v’erano poche città fortificate, che dar potessero asilo ad un’armata sconfitta; nè v’era persona, famiglia, o ordine d’uomini, che col solo suo credito, non sostenuto dal potere del Governo, fosse capace di ristabilire la causa di un moribondo partito52.

Nella guerra, per altro, tra Negro e Severo, una sola città merita distinzione onorevole. Bisanzio, uno dei passaggi più importanti dall’Europa nell’Asia, era stato munito con forte guarnigione; e una flotta di cinquecento vascelli vi si ricettava nel porto53. L’impetuosità di Severo rendè vano questo prudente apparato di difesa; lasciati i suoi Generali all’assedio di Bisanzio, egli forzò il men difeso passo dell’Ellesponto, ed impaziente di combattere un nemico men forte, si affrettò ad incontrare il rivale. Bisanzio, assalito da una numerosa e crescente armata, e poscia da tutte le forze navali dell’Impero, sostenne un assedio di tre anni, e si mantenne fedele al nome ed alla memoria di Negro. I cittadini ed i soldati (non si sa per qual cagione) erano animati da egual furore; parecchi dei principali uffiziali di Negro, che sdegnavano il perdono, o ne disperavano, si erano gettati in quell’ultimo asilo; le fortificazioni venivano riputate inespugnabili, ed un celebre ingegnere adoperò, nella difesa di quella piazza, tutte le forze della meccanica conosciuta agli antichi54. Bisanzio alla fine si rendè alla fame. I magistrati ed i soldati furono passati a fil di spada, le mura abbattute, i privilegi soppressi, e quella città, che dovea poi esser capitale dell’Oriente, divenne un piccolo villaggio aperto, e soggetto alla insultante giurisdizione di Perinto. Dione lo Storico, che aveva ammirato il florido stato di Bisanzio, ne deplorò la calamità, accusando la vendetta di Severo di aver tolto al popolo romano il baluardo più forte contro i Barbari del Ponto e dell’Asia55. La verità di questa osservazione non fu che troppo giustificata nel secolo susseguente, quando le flotte dei Goti coprirono l’Eusino, e penetrarono per l’indifeso Bosforo nel centro del Mediterraneo.

Negro ed Albino furono scoperti ed uccisi ambedue, mentre fuggivano dal campo di battaglia. Il fato loro non eccitò sorpresa nè compassione. Avean giocato la vita per un Impero, e soggiacquero alla sorte stessa, che vincitori avrebbero fatta sopportare al vinto, nè Severo avea quell’arrogante superiorità, che permette a un rivale di vivere in condizione privata. Ma l’inesorabile suo carattere, stimolato dall’avarizia, lo portò alla vendetta, quando nulla gli rimaneva più da temere. I più considerabili tra i provinciali, che senza avversione alcuna al fortunato pretendente, avevano ubbidito al governatore, sotto l’autorità del quale si erano casualmente trovati, furono puniti con la morte, con l’esilio, e specialmente con la confiscazione de’ loro beni. Molte città dell’Oriente furono private dei loro antichi onori, ed obbligate a pagare al tesoro di Severo il quadruplo delle somme che avevano somministrato in servizio di Negro56.

Fino all’ultima decisione della guerra, la crudeltà di Severo fu in qualche modo raffrenata dall’incertezza dell’evento, e dal suo simulato rispetto verso il Senato. Ma la testa di Albino, accompagnata da una lettera minacciante, annunziò ai Romani, ch’egli era risoluto di esterminare tutti gli aderenti dei suoi sventurati competitori. Era irritato dal giusto sospetto, che in se portava, di non esser mai stato caro al Senato, e mascherò la sua antica animosità con il pretesto di nuovi tradimenti scoperti. Perdonò per altro francamente a trentacinque Senatori, accusati di aver favorito il partito di Albino, e si sforzò poi con la sua condotta di convincerli, ch’egli avea perdonate ed obbliate le loro supposte offese. Ma nel tempo stesso condannò altri quarantuno57 Senatori, dei quali la Storia ci ha trasmesso i nomi: le vedove, i figli ed anche i clienti loro soggiacquero allo stesso supplizio, ed i più nobili provinciali della Spagna e della Gallia caddero involti nella stessa rovina. Una così rigida giustizia, (giacchè così la chiamava) era nell’opinione di Severo la sola condotta valevole ad assicurare la pace al popolo, o al Principe la stabilità; e leggermente si piegava a lamentarsi che per poter essere clemente, gli convenisse prima esser crudele58.

Il vero interesse di un Monarca assoluto in generale coincide con quel de’ suoi sudditi. Il loro numero, l’opulenza, l’ordine e la sicurezza loro sono i soli, e i più saldi fondamenti della sua vera grandezza; e quando ei fosse totalmente privo di virtù, potrebbe, anzi dovrebbe la prudenza, invece di lei, dettargli le stesse regole di condotta. Severo considerava l’Impero romano come suo patrimonio, e quando se n’ebbe assicurato il possesso, rivolse ogni sua cura a coltivare e migliorare un acquisto così prezioso. Leggi salutevoli, inviolabilmente eseguite, corressero ben presto la maggior parte degli abusi, che dalla morte di Marco Aurelio in poi si erano introdotti in ogni parte del Governo. Nell’amministrazione della giustizia l’attenzione, il discernimento e l’imparzialità dettavano all’Imperatore le sentenze; e qualora deviò dal rigoroso sentiero della giustizia, fu generalmente per favorire i miseri e gli oppressi; non tanto, a dir vero, per sentimento di umanità, quanto per la naturale inclinazione di un despota ad umiliare la superbia dei grandi, ed a ridurre tutti i sudditi allo stesso comun livello di dipendenza assoluta. Il suo dispendioso gusto per le fabbriche, pei pomposi spettacoli, e soprattutto una distribuzione liberale e costante di grano e di provvisioni, furono i mezzi più sicuri di cattivarsi l’amore del popolo romano59. Si dimenticarono le sventure della guerra civile. Le province goderono un’altra Volta una tranquilla e prospera calma, e molte città, ristabilite dalla munificenza di Severo, presero il titolo di sue colonie, ed attestarono con pubblici monumenti la loro gratitudine e felicità60. Questo guerriero e fortunato Imperatore61 rendè alle armi romane la loro riputazione, e con giusto orgoglio si vantò di avere ricevuto l’Impero oppresso da guerre straniere e domestiche, e di lasciarlo tranquillo in una pace profonda, universale, gloriosa62.

Benchè le ferite della guerra civile sembrassero perfettamente saldate, il suo mortal veleno corrompeva però sempre gli umori vitali della costituzione. Severo aveva vigore, e talento in buon dato; ma l’anima ardita del primo dei Cesari, o la profonda politica di Augusto appena avrebbero potuto abbassare l’insolenza delle vittoriose legioni. Severo per gratitudine, per una falsa politica, e per un’apparente necessità fu costretto ad allentare il freno della militar disciplina63. Lusingò la vanità dei soldati coll’onore di portare l’anello d’oro, e permise loro di vivere nell’ozio de’ quartieri colle proprie mogli. Aumentò la loro paga oltre ogni esempio passato, e gli avvezzò ad aspettarsi, e ben presto ad esigere donativi straordinari in ogni occasione di pubblico pericolo, o di pubbliche feste. Gonfiati dalle prosperità, snervati dal lusso, e posti al di sopra degli altri sudditi con i loro pericolosi privilegi64, divenner ben presto incapaci di sostenere le fatiche militari, gravosi alla patria, ed impazienti di una giusta subordinazione. I loro uffiziali sostentavano la superiorità del loro grado con un lusso più ricercato e profuso. Esiste ancora una lettera di Severo, nella quale si lamenta della licenza dell’esercito, ed esorta uno dei suoi Generali a cominciare dai Tribuni medesimi la necessaria riforma; giacchè (come giustamente riflette) l’uffiziale che ha perduta la stima de’ suoi soldati, non può mai farsi ubbidire65. Se avesse l’Imperatore seguitato il corso di queste riflessioni, avrebbe veduto, che la primaria cagione di questa generale corruttela doveva ascriversi non certamente all’esempio, ma alla perniciosa indulgenza del comandante supremo.

I Pretoriani, che uccisero il loro Imperatore, e venderono l’Impero, aveano ricevuto il giusto castigo del lor tradimento; ma quel necessario, benchè pericoloso corpo di soldati fu ben presto ristabilito da Severo sopra un nuovo sistema, e quattro volte accresciuto sopra l’antico numero66. Da principio queste truppe si reclutavano nell’Italia; ma quando le province adiacenti ebbero a poco a poco adottati gli ammolliti costumi di Roma, la Macedonia, il Norico e la Spagna furono ancor esse comprese in tali leve. Invece di quelle truppe magnifiche, più acconce alla pompa della Corte che agli usi della guerra, Severo stabilì che si scegliessero da tutte le legioni delle frontiere i soldati più forti, più valorosi e fedeli, e fossero, come per ricompensa onorevole, promossi al più segnalato servizio delle guardie67. Con questa nuova istituzione la gioventù italiana fu allontanata dall’esercizio delle armi, e la capitale fu atterrita dall’aspetto, e dai costumi feroci di una moltitudine di Barbari. Ma Severo si lusingò che le legioni avrebbero considerati quei Pretoriani scelti tra loro, come rappresentanti tutto l’ordine militare; e che il pronto ajuto di 50,000 uomini, superiori per l’armi e per le istituzioni a qualunque esercito che potesse condursi in campo contro di loro, farebbe svanire per sempre le speranze di ribellione, ed assicurerebbe l’Impero a lui, ed alla sua posterità.

Il comando di queste favorite e formidabili truppe divenne subito la prima carica dell’Impero. Siccome il Governo era degenerato in un militar dispotismo, il Prefetto del Pretorio, che in origine era stato un semplice capitano delle guardie, fu posto non solamente alla testa dell’esercito, ma ancora delle finanze e delle leggi medesime. In ogni dipartimento del Governo egli rappresentava la persona dell’Imperatore, e ne esercitava l’autorità. Il primo Prefetto, che godesse e abusasse di questo immenso potere, fu Plauziano, ministro favorito di Severo. Egli regnò, per così dire, dieci anni, finchè il matrimonio della sua figlia con il primogenito dell’Imperatore, che parea dovesse assicurare la sua fortuna, diventò l’occasione della sua perdita68. I maneggi della Corte irritando l’ambizione, ed eccitando il timore di Plauziano, minacciarono di produrre una rivoluzione, ed obbligarono l’Imperatore, che ancor l’amava, ad acconsentire, suo malgrado, alla di lui morte69. Dopo la caduta di Plauziano, il celebre Papiniano, illustre giureconsulto, fu destinato ad occupare la mista carica di Prefetto del Pretorio.

Fino al regno di Severo, gl’Imperatori virtuosi, o almeno prudenti, si erano segnalati col loro zelo, o affettato rispetto verso il Senato, e con un tenero riguardo al delicato sistema della civil politica istituito da Augusto; ma Severo aveva passata la gioventù nella cieca obbedienza del campo, e l’età più matura nel dispotismo del comando militare. Il suo carattere altiero e inflessibile, non seppe, o non volle vedere il vantaggio, che v’era nel mantenere una potenza intermedia (benchè immaginaria) tra l’Imperatore e l’esercito. Sdegnava egli di professarsi servo di un’assemblea, che detestava la sua persona, e tremava al suo aspetto. Comandava, quando il pregare sarebbe stato egualmente efficace; prese la condotta e lo stile di un sovrano e di un conquistatore, ed esercitò senza riserva insieme tutta la potestà legislatrice e l’esecutrice.

Questa vittoria sopra il Senato era facile, e senza gloria. Tutti gli occhi e tutte le passioni erano rivolte verso il supremo Magistrato, padrone dell’armi, e delle ricchezze dello Stato; mentre il Senato, non eletto dal popolo, non difeso dalle milizie, nè animato dallo spirito patriottico, appoggiava la sua cadente autorità sulla debole e vacillante base dell’antica opinione. Il bel sistema d’una Repubblica svanì insensibilmente, e dette luogo ai più naturali e sostanziali sentimenti della monarchia. Siccome la libertà e gli onori di Roma furono successivamente comunicati alle province, alle quali il vecchio Governo era stato o sconosciuto, o in odio, a poco a poco si dileguò la tradizione delle massime repubblicane. Gl’Istorici greci del secolo degli Antonini70 osservarono con un maligno piacere, che sebbene il Sovrano di Roma, per rispetto ad un antico pregiudizio, si fosse astenuto dal prendere il nome di Re, ne possedeva per altro il potere in tutta quanta l’ampiezza. Sotto il regno di Severo, il Senato fu ripieno di culti ed eloquenti schiavi, venuti dalle province orientali, che giustificavano l’adulazione personale, riducendo la servitù a principj speculativi. Questi nuovi avvocati del dispotismo erano con piacere ascoltati dalla Corte, e con pazienza dal popolo quando inculcavano i doveri dell’obbedienza passiva, e deploravano le calamità inevitabili, che accompagnano la libertà. I giureconsulti, e gl’istorici si accordavano ad insegnare, che l’autorità imperiale non si appoggiava ad una commissione delegata, ma alla irrevocabil renunzia del Senato, e che l’Imperatore, libero dal vincolo delle leggi civili, avea un pieno arbitrio sulla vita, e su i beni dei sudditi, e potea disporre dell’Impero come del suo privato patrimonio71. I più illustri giureconsulti, e specialmente Papiniano, Paulo ed Ulpiano fiorirono sotto i Principi della famiglia di Severo, e la romana giurisprudenza, strettamente unita col sistema della monarchia, parve essere giunta all’ultimo grado di maturità e di perfezione.

I contemporanei di Severo alla tranquillità ed alla gloria del suo Regno perdonarono le crudeltà, che lo condussero al trono. Ma i posteri, che provarono gli effetti funesti delle massime, e dell’esempio di lui, giustamente lo considerano come il principale autore della decadenza dell’Impero romano.

Note

  1. Il loro numero era originariamente di 9, o 10 mila uomini (giacchè Tacito, e Dione qui non concordano) divisi in altrettante coorti. Vitellio lo portò fino a 16 mila, e, per quanto si può ricavare dalle iscrizioni, questo numero in appresso non fu giammai molto minore. Ved. Giusto Lipsio De magnitudine romana. I. 4.
  2. Sveton. in August. cap. 49.
  3. Tacito Ann. IV 2. Sveton. in Tib. cap. 37. Dione Cassio lib. LVII p. 867.
  4. Nella guerra civile tra Vitellio e Vespasiano il campo dei Pretoriani fu assalito, e difeso con tutte le macchine solite a usarsi nell’assedio delle città meglio fortificate. Tacito Stor. III 4.
  5. Vicino alle mura della città su i monti Quirinale e Viminale. Vedi Nardini, Roma antica p. 174. Donato De Roma antiqua p. 46.
  6. Claudio, che i soldati aveano innalzato all’Impero, fu il primo, che lor facesse un donativo. Dette a ciascuno quina dena H. S. 240 zecchini, Svet. vita di Claudio cap. 10. Quando Marco Aurelio montò pacificamente sul trono col suo collega Lucio Vero dette ad ogni Pretoriano vicena H. S. 320 zecchini Stor. Aug. p. 25. Dione l. XXIII p. 1231. Possiamo formarci qualche idea del totale di queste somme dal lamento di Adriano, a cui la promozione di un Cesare era costata ter millies H. S. quasi cinque milioni di zecchini.
  7. Cicerone De legibus 3. Il primo libro di Livio, ed il secondo di Dionigi d’Alicarnasso mostrano l’autorità del popolo anche nell’elezione dei Re.
  8. Le leve si facevano originariamente nel Lazio, nell’Etruria, e nelle antiche Colonie. Tacito Annal. IV 5. L’Imperatore loro Ottone lusinga la vanità delle guardie chiamandole Italiae alumni, Romana vere juventus. Tacito Stor. I 84.
  9. Nell’assedio di Roma fatto dai Galli. Vedi Tito Livio V 48. Plutarco vita di Cammillo p. 143.
  10. Dione lib. LXXIII p. 1234. Erodiano lib. II p. 63. Stor. Aug. p. 60. Benchè tutti questi Storici Si accordino a dire che fu una vendita pubblica, Erodiano solo afferma che fu proclamata come tale dai soldati.
  11. Sparziano addolcisce quel che v’era di più odioso nel carattere, e nell’elevazione di Giuliano.
  12. Dione Cassio, allora Pretore, era stato nemico personale di Giuliano. Lib. I LXXIII p. 1235.
  13. Stor. Aug. p. 61. Si raccoglie da questo luogo una circostanza curiosa: un Imperatore di qualsiasi nascita era immediatamente dopo la sua elezione ascritto al numero dei Patrizj.
  14. Dione lib. LXXIII p. 1235. Stor. Aug, p. 61. Ho procurato di conciliare le apparenti contraddizioni di questi Storici.
  15. Dione lib. LXXIII p. 1235
  16. Postumiano, e Caioniano, il primo dei quali fu innalzato al Consolato cinque anni dopo la sua istituzione.
  17. Sparziano, nelle sue confuse compilazioni, fa un mescuglio di tutte le virtù, e di tutti i vizj, che compongono la natura umana, e li attribuisce a un solo soggetto. In tal guisa sono disegnati la maggior parte dei caratteri della Storia Augusta.
  18. Stor. Aug. p. 80, 84.
  19. Pertinace, che governava la Britannia alcuni anni avanti, era stato lasciato per morto in un sollevamento dai soldati. Stor. Aug. p. 54. Essi per altro lo amarono, e lo piansero «Admirantibus eam virtutem cui irascebantur.»
  20. Svet. vita di Galba c. 10.
  21. Stor. Aug. p. 76.
  22. Erodiano 1. II p. 68. La cronaca di Giovanni Malala di Antiochia mostra il grande zelo dei suoi concittadini per queste feste, che contentavano nel tempo stesso la lor superstizione ed il loro amore per i piaceri.
  23. Viene nominato nella Stor. Aug. un Re di Tebe in Egitto come alleato, anzi come personale amico di Negro. Se Sparziano non si è ingannato, (come fortemente ne dubito) egli ha prodotto una dinastia di principi tributarj affatto sconosciuta alla Storia.
  24. Dione 1. LXXIII p. 1238. Erodiano 1. II p. 67. Un verso, che allora era comune, pare che esprima la generale opinione che si aveva di quei tre rivali: Optimus est Niger, bonus Afer, pessimus Albus Stor. Aug. p. 75.
  25. Erodiano lib. II p. 71.
  26. Vedasi la relazione di questa memorabil guerra in Velleio Paterc. II 110 ec. il quale servì nell’armata di Tiberio.
  27. Tale è la riflessione di Erodiano l. II p. 74.
  28. Commodo, nella già menzionata lettera di Albino, accusa Severo, come uno di quegli ambiziosi Generali, che criticavano la sua condotta, e desideravano di usurpare il suo posto. Stor. Aug. p. 80.
  29. La Pannonia era troppo povera per somministrare una tal somma. Fu questa probabilmente promessa nel campo, e pagata a Roma dopo la vittoria. Nel fissar questa somma ho adottata la congettura di Casaubono. Vedi Stor. August. p. 66.
  30. Erodiano 1. II p. 78. Severo fu dichiarato Imperatore sulle rive del Danubio, a Carnunto, secondo Sparziano, Stor. Aug. p. 65 ovvero a Sabaria, secondo Vittore. Il Sig. Hume supponendo che la nascita e la dignità di Severo fossero troppo inferiori alla corona imperiale, e ch’egli marciasse in Italia solamente come Generale, non ha considerato questo avvenimento con la sua solita accuratezza (Saggio sul patto originale).
  31. Velleio Pater. 1. II c. III. Partendo dalle più prossime frontiere della Pannonia, conveniva fare una marcia di 200 miglia per giungere a Roma.
  32. Non è questa una puerile figura di rettorica, ma una allusione ad un fatto reale rammentato da Dione, 1. LXXI p. 1181. È probabile che più di una volta accadesse.
  33. Dione 1. LXXIII p. 1203. Erodiano 1. II p. 81. Non v’ha prova più sicura dell’abilità militare dei Romani, che l’aver essi prima superato il vano terrore, e dipoi sprezzato l’uso degli elefanti nella guerra.
  34. Stor. Aug. p. 62, 63.
  35. Vittore ed Eutropio VIII 17 fanno menzione di un combattimento vicino al ponte Milvio (il ponte Molle), combattimento sconosciuto ai migliori e più antichi scrittori.
  36. Dione l. LXXIII p. 1240. Erodiano l. II p. 83. Stor. Aug. p. 63.
  37. Da questi sessantasei giorni convien prima sottrarne sedici, poichè Pertinace fu ucciso il 28 Marzo, e Severo probabilmente fu eletto il di 13 Aprile (Vedi Stor. Aug. p. 65 Tillemont Stor. degl’Imperatori tom. III p. 393 nota 7). Non si può accordare meno di dieci giorni, dopo la sua elezione, per mettere un numeroso esercito in moto. Rimangono quaranta giorni per questa rapida mossa; e siccome possiam computare quasi 800 miglia da Roma alle vicinanza di Vienna, l’armata di Severo fece venti miglia il giorno senza mai fermarsi.
  38. Dione l. LXXIV p. 1241; Erodiano l. II p. 84.
  39. Dione l. LXXIV p. 1244 che assistè alla cerimonia come Senatore, ne fa una pomposa descrizione.
  40. Erodiano 1. III p. 112.
  41. Benchè Lucano non abbia certamente intenzione di esaltare il carattere di Cesare, pure l’idea ch’egli dà di quell’eroe, nel decimo libro della Farsaglia, equivale ad un magnifico panegirico. Tal lo dipinge, ch’ei faccia nel tempo stesso all’amore con Cleopatra, che sostenga un assedio contro le forze tutte dell’Egitto, e che conversi con i filosofi di quel paese.
  42. Contando dalla sua elezione 13 Aprile 193 alla morte di Albino 19 Febbrajo 197. Vedi la Cronol. di Tillem.
  43. Erodiano 1, II p. 85.
  44. Mentre Severo era pericolosamente infermo, fece correre il rumore, ch’era risoluto di designare Albino e Negro per suoi successori. Siccome egli non potea esser sincero verso alcuno di essi, così forse ebbe idea d’ingannarli ambidue; ma pure spinse tanto oltre la sua ipocrisia fino ad attestar questa sua intenzione nelle memorie della sua vita.
  45. Ved. Stor. Aug. p. 65.
  46. Quest’usanza, inventata da Commodo, divenne utilissima a Severo. Trovò a Roma i figli di quasi tutti gli aderenti dei suoi rivali, e se ne servì più d’una volta per intimorire e per sedurre i loro genitori.
  47. Erodian. l. III p. 96. Stor. Aug. p. 67, 68.
  48. Stor. Aug. pag. 84. Sparziano ha riferita tutta intera questa lettera.
  49. Si consulti il III libro di Erodiano, ed il LXIV di Dione Cassio.
  50. Dione, 1. LXXV p. 1261.
  51. Dione 1. LXXV p. 1261. Erodiano 1. III p. 110. Stor.Aug. p. 68. La battaglia seguì nella pianura di Trevoux a tre o quattro leghe da Lione. Vedi Tillemont tom. III p. 406. Nota 18.
  52. Montesquieu. Consider. sulla grandezza e decadenza dei Romani cap. XII.
  53. Molti di questi, come si può supporre, erano piccoli vascelli scoperti; alcuni per altro erano galere a due, e poche altre a tre ordini di remi.
  54. L’ingegnere si chiamava Prisco. La sua abilità gli salvò la vita, e fu preso al servizio del vincitore. Per li fatti particolari dell’assedio V. Dione Cassio 1. LXXV p. 1251 ed Erodiano 1. III p. 95. Per la teoria poi vedi l’immaginante Cav. Folard e Polibio, tom. I p. 76.
  55. Non ostante l’autorità di Sparziano e di alcuni Greci moderni, possiamo essere certi, per l’asserzione di Dione e di Erodiano, che Bisanzio giaceva in uno stato di rovina molti anni dopo la morte di Severo.
  56. Dione l. LXXIV. p.1250.
  57. Dione l. LXXV p.1265. Egli nomina 29 Senatori soltanto; ma nella Storia Augusta p. 64 ne sono ricordati 41, tra i quali sei portano il nome di Pescennio. Erodiano l. III. p. 115 parla in generale delle crudeltà di Severo.
  58. Aurelio Vittore.
  59. Dione l. LXXVI p. 1272. Stor. Aug. p. 67. Severo celebrò i giuochi secolari con magnificenza straordinaria, e lasciò nei pubblici granai una provvisione di grano per sette anni, a ragione di 75,000 moggi. Credo ancor io che i granai di Severo fosser provvisti per un gran tempo, ma credo altresì che la politica insieme e l’ammirazione abbiano molto accresciuto il vero.
  60. Vedi il trattato di Spanemio sulle medaglie antiche, le iscrizioni, ed i dotti viaggiatori Spon, Wheleer, Shaw, Pocock ec. che hanno trovati più monumenti di Severo che di ogni altro Imperatore romano nell’Africa, nella Grecia e nell’Asia.
  61. Portò le vittoriose sue armi fino a Seleucia, ed a Ctesifone, capitali della monarchia dei Parti. Avrò occasione di parlare di questa guerra nel proprio suo luogo.
  62. Etiam in Britannis. Era questa la sua giusta ed enfatica espressione. Stor. Aug. 73.
  63. Erodiano l. III. p. 115. Stor. Aug. p. 68.
  64. Si può consultare sull’insolenza e sui privilegi de’ soldati la Satira XVI falsamente attribuita a Giovenale. Lo stile, e le circostanze di essa m’inducono a credere, che fosse composta sotto il regno di Severo, o di suo figlio.
  65. Stor. Aug. p. 73.
  66. Erodiano 1. III p. 131.
  67. Dione 1. LXXIV p. 1243.
  68. Uno degli atti più crudeli ed arditi del suo dispotismo fu la castrazione di cento liberi Romani, alcuni di essi maritati, ed anche padri di famiglia; e questo solamente acciocchè la figlia, nel suo matrimonio con il giovane Imperatore, potesse essere corteggiata da un treno di eunuchi degno di una Regina orientale. Dione 1. LXXVI p. 1271.
  69. Dione 1. LXXVI p. 1274 Erodiano 1. III p. 188-190. Il Gramatico di Alessandria pare, secondo il solito, molto più istruito di questo misterioso affare, e più certo della colpa di Plauziano, di quel che se ne mostri il Senatore.
  70. Appiano in Proem.
  71. Dione Cassio par che abbia scritto con la sola mira di unire queste opinioni in un sistema storico. Le Pandette mostrano con quanta assiduità i giureconsulti lavoravano per sostenere la prerogativa imperiale.