Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/71

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CAPITOLO LXXI

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Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto. Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera.

A. D. 1430 Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi 388 e un suo amico, servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi appariva 389. Il luogo della scena e questo spettacolo Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2. Antiquitates Italiae medii aevi, 6 volumi in fol.; Milano, 1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3. Dissertazioni sopra le Antichità italiane, 3 vol. in 4; Milano, 1751, traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo latino Antiquitates. 4. Annali d'Italia, 18 volumi in 8; Milano, 1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia, dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5. Delle Antichità Estensi ed Italiane, 2. vol. in fol.; Modena, 1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. Vita del Proposto Ludovico Antonio Muratori, scritta da Gian Francesco Soli Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4. 388 Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età, dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo De Varietate fortunae, da cui questo tratto è stato tolto. 389 Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae cujusdam, 228offerivano ad essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna, che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma, offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti. «L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro accolse il fuggitivo Troiano 390 . La Rocca Tarpea che tu vedi da quella parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re. Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori, le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano dettava le sue leggi e creava i suoi ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet (p. 5). 390 Aeneid., VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con esso d'un tal sentimento. 229Magistrati, non contiene oggidì che recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa l'impressione del molto più che è distrutto 391 ». Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della classica sollevato 392 . 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a sette, le antiche terme, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire, nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e importanza 391 Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies (Poggi, De Variet. fortunae, p. 21). 392 V. Poggi (p. 8-22). 230delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti, non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure, delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra; quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più recente costruzione. Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi abbellimenti, nè tampoco restaurare gli 231antichi; e poichè è legge di tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de' secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo avea pubblicata una descrizione di Roma 393 . Forse per sua ignoranza, l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni, dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo tempo 394 , e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e noi cercheremmo indarno il Settizonio di Severo 395 , celebrato dal Petrarca e dagli 393 Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori, Armadio IV, n. 69. Il Montfaucon (Diarium italicum, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. Scriptor, così si esprime, XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus: sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus indagandis operam navabit (p. 283). 394 Il P. Mabillon (Analecta, t. IV, p.502) ha pubblicata la relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più. 395 V. intorno il Settizonio le Mém. sur Pétr., (tom. I, p. 325, Donato, p. 338, e 232Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto. Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3. L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di Roma. I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi, maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti tanti secoli prima di noi 396 . Cento generazioni sono sparite come le foglie d'autunno 397

pur dopo la caduta

de' Faraoni e de' Tolomei, de' Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente l'atmosfera e il suolo di Nardini, p. 117-414). 396 L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta. Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di Gesù Cristo. Canon. Chronicus (p. 47). 397 V. l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di frequente questa immagine naturale e malinconica. 233Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que' grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò, con più, o men di furore per sei, o nove giorni 398 . Le fiamme divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma, sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli edifizj incendiati 399 . L'Impero trovandosi allora all'apice di sua gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de' capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di anarchia, ciascuna ferita è mortale, 398 Il dotto critico sig. De Vignolles (Hist. crit. de la rep. des lettres, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno. 399 Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta. Fra gli antichi edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro praesenti Herculi, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, cum penatibus populi romani. Deplora parimente le opes tot victoriis quaesitae et Graecarum artium decora .... multa quae seniores meminerant, quae reparari nequibant (Annal. XV, 40, 41). 234ciascuna perdita irremediabile, nè avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto, mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de' poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè corrono ulteriore pericolo. - La situazione di Roma la espone in oltre ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera, o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto, rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni. Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo stagnamento dell'acque 400 . Eguale calamità essendosi, ne' giorni d'Augusto, rin- 400 A. U. C. 507, repentina subversio ipsius Romae praevenit triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans, omnia Romae aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta dissolvit, ei quae cursus torrentis inve- 235novellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi situati sulle sue rive 401

nè le sollecitudini di cotesto Imperatore, a fine di

mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine, risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e pericoli 402 . La superstizione e privati interessi si opposero per lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque 403 , impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura 404 . Ora se nit, impulsa dejecit (Oros., Hist., l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo pagano. 401 Vidimus flavum Tiberim, retortis Littore Etrusco violenter undis, Ire dejectum monumenta regis

Templaque Vestae.

(Hor. Carm. l. I, od. II). Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di vetustissima o d'incorrupta? 402 Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit, completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum (Svetonio, in Augusto, c. 30). 403 Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: La natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio ec. 404 V. le Epoques de la Nature dell'eloquente filosofo Buffon. La sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini (p. 212-561, edizione in 4). 236il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte, chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente? Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico livello 405 , ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti delle acque 406 . II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo, quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio di vendicare la fuga di Odino 407 , d'infrangere i ceppi delle nazioni, di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della letteratura classica, e 405 Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo fatto singolare quanto incontrastabile, V. le sue Opere (t. II, p. 98, edizione di Baskerville). 406 Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni 1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.). 407 Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho prestata seria fede giammai (V. quanto ne ho detto al capit. X). I Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non presentano che favole e oscurità. 237di collocare la loro nazionale architettura sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari. Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma il sesto giorno 408 , i Vandali il decimoquinto 409

e benchè sia più facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il precipitoso loro furore non sarebbe stato

gran chè efficace sulle salde fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto la prosperosa amministrazione di Teodorico 410

e che il passeggiero sdegno di Totila

411

trovò un freno nelle stesse considerazioni di Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero. Se la precitata

accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del tutto lo stes- 408 V. il capitolo XXXI di quest'Opera. 409 Cap. XXXI, ivi. 410 Cap. XXXIX, ivi. 411 Cap. XLIII, ivi. 238so, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione dei templi dell'Oriente 412

lor ne offeriva un esempio, e serve

in un d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il Pantheon 413

per impiegare al servigio della religione questo maestoso edifizio.

III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture passeggiere di questo Mondo. I Barbari che 412 Cap. XXVIII, ivi. 413 Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit (Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV, Muratori, Script. rer. ital., t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò alla Vergine, quae est mater omnium Sanctorum (p. 297, 298). 239s'impadronirono di Roma, usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio de' Goti, o sul navilio de' Vandali 414 . L'oro e l'argento furono i primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo che coprivano il Pantheon 415 . Gli edifizj di Roma poteano per vero venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i 414 Flaminio Vacca (V. Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in fine della Roma antica del Nardini) e parecchi Romani, doctrina graves, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi, filiis nepotibusque. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de' conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità. 415 Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta discooperuit (Anastas. in Vitalian., pag. 141). Questo Greco, vile al pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una Chiesa cattolica. 240resti della città, se si fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i marmi di Ravenna 416

e di Roma

417 , nuovo ornamento al palagio che edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire l'insolente lusso di Napoli 418 . Però i saccheggi, 416 V. intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di Papa Adriano I a Carlomagno (Cod. Carolin., epist. 67, nel Muratori, Script. ital., tom. III, part. II, pag. 223). 417 Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D. 887-899), De reb. gestis Car. M., l. V, 437-440, negli Historiens de France, t. V, p. 180). Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas, Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit. De tam longinqua poterit regione vetustas Illius ornatum Francia ferre tibi. E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (Histor. de France, t. V, p. 378), extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et marmora devehi fecit. 418 Un passo del Petrarca (Op., p. 556, 557, in epistola hortatoria ad Nicolaum Laurentium) è sì energico, ed all'uopo, che non posso starmi dal trascriverlo: Nec pudor aut pietas continuit quominus impii spoliata Dei tem- 241o le vendite de' marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti, che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici 419

i giuochi del teatro,

del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante; ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La citpla, occupatas arces, opes publicas regiones urbis, atque honores magistratuum inter se divisos (mancherà un habeant), quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupendâ societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum venerabilis civis (dee dire cinis) erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt. Ciò non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca. 419 Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora a Spoleto (Annali, t. VI, pag. 416). 242tà conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta Capitoli e collegi di canonici e di preti 420 , che aumentavano, anzichè ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del Settizzonio 421 . Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della Concordia 422 , e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri 420 V. gli Annali d'Italia. Lo stesso Muratori avea trovato questo e il precedente fatto nella Storia dell'Ordine di S. Benedetto pubblicata dal Mabillon. 421 Vita di Sisto V, di Gregorio Leti, t. III, p. 50. 422 Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi, vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti (p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del Governo civile di Roma, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di Cecilia Metella (p. 19, 20). 243monumenti della veneranda Antichità 423 . I bisogni e i guasti operati dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea 424 , e però duro fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X, si aumentarono ad ottantacinquemila 425 , non dubito che tale accrescimento non sia stato alla città antica funesto. IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de' successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo, trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente. Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de' Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' 423 Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II, è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto della regina di Svezia (Musaeum italicum., t. I, p. 97). Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas; Ex cujus lapsu gloria prisca patet. Sed tuus hic populus muris defossa vetustis Calcis in obsequium, marmora dura coquit; Impia tercentum si sic gens egerit annos Nullum hinc indicium nobilitatis erit. 424 Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium, vacua videretur, populum habet immensum (Opp., p. 605, Epist. familiares, 11, 14). 425 Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico Lancisi. De Romani Coeli qualitatibus, p. 122. 244Colonna; ho descritto ne' due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne' quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano, e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde torri 426

e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una convenevole

proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere, accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio Cesare, de' Titi e degli Antonini 427 . Vi 426 Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita compilazione pubblicata dal Muratori col titolo Antiquitates Italiae medii aevi, Dissert. 26, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I, p. 446 della stessa Opera volgarizzata. 427 Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt (Montfaucon, Diarium italicum, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285) accenna arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et senatorum, turres de Bratis, arcus 245voleano pochi cambiamenti per trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece sorgere il castel Sant'Angelo 428 . Il Settizonio di Severo fu in istato di resistere all'esercito di un Sovrano 429 . Il sepolcro di Metella è sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato 430

i Savelli e gli Orsini occuparono i

teatri di Pompeo e di Marcello 431

le informi Fortezze costrutte su

questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa; chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV, Roma, priva di Sovrano e di SeAntonini, turres de Cosectis, etc. 428 Hadriani molem .... magna ex parte Romanorum injuria .... disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia, absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset (Poggi, De varietate fortunae, p. 12). 429 Di Enrico IV, (Muratori, Annali d'Italia, tom. IX, p. 147). 430 Mi giova in questo luogo citare un passo importante del Montfaucon: Turris ingens rotunda .... Caeciliae Metellae .... sepulchrum erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum supersit; et TORRE DI BOVE dicitur, a boum capitibus muro inscriptis. Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati, in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat (p. 142). 431 V. Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello. 246nato, si trovò per sei mesi abbandonata al furore delle guerre civili. "Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e poeta 432 , rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati con incredibile rapidità 433

i colpi dell'ariete infransero le mura, le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti". La tirannide delle

leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette, spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro avversarj 434 . Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. "Vedete, egli dice, questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese 432 Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, ad velum aureum, nella Vita di Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, Script. ital., t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.). Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum (probabilmente vocatos) In scelus in socios fraternaque vulnera patres, Tormentis jecisse viros immania saxa; Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo Lumina vicino, quo sit spoliata supellex. 433 Il Muratori (Dissertazioni sopra le Antichità Italiane, t. I, p. 427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto cantari di Genova (ogni cantaro pesa cinquanta libbre). 434 La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza, prescrivendo severamente di conservare pro comuni utilitate le case de' cittadini messi in bando (Galvaneus, nel Muratori, Script. rer. ital., t. XII, p. 1041). 247non potè colla spada de' suoi guerrieri 435 ". La preponderanza di quest'ultima cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i materiali per novelli edifizj di distruzione. Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro di Tito che ha preso il nome di Colosseo 436 , sia a motivo della sua estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi, le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento, furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo, dell'avarizia de' Barbari, o 435 Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e piangendo additavagli, maenia, lacerae specimen miserabile Romae, e annunziava l'intenzione di restaurarle (Carmina latina, lib. II, epist. Paulo Annibalensi, XII, p. 97, 98). Nec te parva manet servatis fama ruinis Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu! Quod ille nequivit (Hannibal) Perficit hic aries. 436 Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua Verona illustrata, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il nome di Colosseo, o Culiseo, perchè eguale denominazione fu data all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (in atrio) del suo palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19). 248de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli 437 . 2. Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge 438 . Maestoso, ad onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo, Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa» 439 . Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto un 437 Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi nel Tesoro di Sallengro. Il Montfaucon nel Diarium (p. 233) decide che l'avidità de' Barbari est una germanaque causa foraminum. 438 Donato, Roma vetus et nova, p. 285. 439 Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus, cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus (Beda, in Excerptis, seu collectaneis presso il Ducange, Gloss. med. et infimae latinitatis, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra. 249numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al Colosseo 440 . Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma. Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole; perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge 441

o la consuetudine della città regolava i giuochi che,

prima della Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo agonale 442 . A questi presedea in solenne abito il Senatore, che aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di seta 443 . Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi 444

e per le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi

440 Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal Muratori (Script. rer. ital., t. III, p. 1), il passo che attesta questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo. 441 V. Statuta urbis Romae, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186. Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, Script. rer. Ital., t. XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di Nagona e del monte Testaceo. 442 Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo, questo cumulo singolare di maiolica rotta, sembra solamente serbato ad una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di maiali per dare divertimento alla plebaglia (Statuta urbis Romae, p. 186). 443 Il pallio, giusta il Menagio, viene da palmarium, ma questa è una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome premio della vittoria (Muratori, Diss. 33). 444 Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli Ebrei. (Statuta urbis, ivi). 250più nobili, che si stavano in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani. Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive 445 . Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna, s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre; le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i Corsi. Ciascun d'essi 445 Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli Annali romani (Muratori, Script. rer. ital., t. XII, pag. 535, 536). Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo in cui vengono raccontate, il carattere della verità. 251avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. Son solo come il più giovane degli Orazj, era l'impresa dell'intrepido; Vivo nella desolazione, quella d'un vedovo; Ardo sotto la cenere, di un amante timido; Adoro Lavinia, o Lucrezia, parole equivoche fatte per indicare una passion più moderna. Così è pura la mia fedeltà, molti che ad una insegna bianca si accompagnavano. Annego nel sangue; avvi morte più dilettevole? Così un feroce coraggio esprimeasi. Non v'è alcuno più forte di me? alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: - Son forte a malgrado del mio dolore - La forza pareggia in me la grandezza - Se cado, voi cadrete insieme con me. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de' Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva alla ma- 252celleria dell'Anfiteatro 446 . Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del Colosseo 447

onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani

448 . Per reprimere cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura, concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e l'edifizio ai monaci di un vicino convento 449 . Dopo la morte del ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovi- 446 Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo. 447 Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo delle fazioni, de Tiburtino faciendo, nel Colosseo, fondandosi sopra un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma. 448 Coliseum .... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem deletum (Poggi, p. 17). 449 Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27); questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione favorevole per far rivivere un tal diritto. 253noso cui presentemente è ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato 450 . Vien fatto eguale rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo delle corone di un numero sì sterminato di martiri 451 . Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase attonito sulla stupida indifferenza 452

de' Romani

453

e s'avvide che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei

cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta 450 Dopo aver misurato il priscus amphitheatri gyrus, il Montfaucon (p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era tuttavia intatto; tacendo clamat. Il Muratori (Ann. d'Ital., t. XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini; ma può essere che la sola somiglianza delle parole lo abbia suggerito. 451 Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo smantellamento del Colosseo: Quod si non suopte merito atque pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse. 452 Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad una menda di cinquecento aurei chiunque demolirà un antico edifizio, ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis perpetuo repraesentent. 453 Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, Mémoires sur Pé- trarque, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto miraculo rerum tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu, nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror (Opp., pag. 605, Familiares 11, 14. Joanni Columnae). 254lungi d'essere vano, avvilito mostrossi 454 . Un'antica descrizione della città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il Capitolio 455 , dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il capo del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo. Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province, ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un incantesimo 456

ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma, la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte ov'erano accampati i ribelli, la

454 Egli eccettua, lodandone le rare cognizioni, Giovanni Colonna. Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae. 455 L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio, aggiunge: Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant custodes senatui, etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si ribellarono; ma tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in hebdomada senatoribus nuntiavit. Agrippa tornò addietro e ridusse ad obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298). 456 Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio captus a Romanis exiit, ivitque Neapolim. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (De gestis regn. anglor., l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti. 255campanella sonava, il Profeta del Capitolio annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante, cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci. Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui, filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo monumento di sè medesimi 457 . Lo spirito de' Romani in preda alle idee di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati si siano scoperte 458 . La statua rappresentante il Nilo, che orna oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma il proprietario, impazien- 457 V. l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele, vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a dire prima del vincitore di Dario (Plinio, Hist. nat. XXXIV, 19). 458 Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro, ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e portava nel petto una larga ferita (Pectus perforat ingens, ec.). Se questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de' contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in quel secolo barbaro apparvero. 256tito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza valore 459 . La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi, diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle mani de' suoi barbari concittadini 460 . A. D. 1420 Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della libertà e dell'industria. - Una città di ordinario venne a grandezza per l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai calcoli del monipolio. - Il soggiorno di un Monarca, le spese di una Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi, benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I tributi e 459 Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus, horti patronus congesta humo texit (Poggi, De varietate fortunae, p. 12). 460 V. le Memorie di Flamminio Vacca (n. 57, p. 11, 12) sul finire della Roma antica del Nardini (1704, in 4). 257le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de' Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila anime 461 , e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de' Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S. Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e palagi, 461 Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto (Labat, Voyage en Espagne et en Italie, t. III, p. 217, 218 ). Nel 1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel 1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della popolazione abbia continuato. 258non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma, restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari. Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi, in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i monumenti dell'antica Roma 462

e i viaggiatori vengono in folla dalle più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi rispettosamente le vestigia degli Eroi e

visitare gli avanzi dell'Impero del Mondo. La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mon- 462 Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha fatte sulle diverse parti di questa città (Diarium. italic., c. 8-20, p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi. Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti, se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli scritti di Onofrio Panvinio, qui omnes observavit, poi le Opere recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda ed esatta per la topografia dell'antica Roma. 259do, ecciterà l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente; le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del Pubblico. Losanna, 27 Giugno 1787.

NOTE

  • (Nota alla pagina 141) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora

come dottore, ora come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj personali di alcuni Papi non appar- 260tennero, nè devonsi attribuire che all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente, malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia Credo etc. del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (Credo etc., da noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12) dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della consustanzialità di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser Supremo, vale a dire della divinità di Gesù Cristo, ed i Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani, negando i primi la consustanzialità e la divinità di Gesù Cristo, ed accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè all'Esser Supremo, ma non consustanziale allo stesso, ossia della stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero, i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine, sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani, da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in cui non 261v'era la parola consubstantialem, determinata dal Concilio di Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353 contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della consustanzialità. Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio; ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S. Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali, che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur troppo l'atto di fede, ossia il Credo etc. semi-ariano, di quel Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de' Concilj di Labbe, edizion di Venezia: Post quam biennio exulasset (Liberio) ad 262subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac morum turpissimam maculam incurit. Labbe t. 3, p. 195, edizione di Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de' Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera ed universale. Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius, decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus, idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio, a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt, dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem, et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, 263hanc sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram, quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini, comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii ad orientales episcopos. Bini stesso presso Labbe dice: haec est vera illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit. Ecco un'altra lettera di Liberio. Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium (Vescovi ariani d'Occidente): eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae restitui cupit. Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei. Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem, secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae romanae etc. In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: Liberius medio victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor intravit. S. Jeron. in Chron. S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo sostenitore della consustanzialità e divinità di Gesù Cristo, deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj ariani, così disse pure del Papa Liberio: Haec est perfidia ariana.... anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi anathema, et tertio praevaricator Liberii. Lib. 6, fragm., edizione Parigi 1693. Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora que- 264stione fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana, siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà, una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota (*) T. 9, p. 94) contro i Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra, dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo una sola volontà. Hist. sextae Synodi. Labbe, T. 7, p. 610. Ecco la lettera. Dilectissimo fratri Sergio, Honorius. Dopo alcune parole dice: Nec non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato, claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae naturae Christi Dei vocabu- 265lum, ita et operationem unam, vel geminam suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc. Actio 13, Conc. VI. Labbe, sacrorum Conc. etc., edizione Veneta. T. II, p. 582. Il Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche e di religione. Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio: Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis, opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit; necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema, Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc. Labbe, T. II, p. 622. Sanctum Concilium exclamavit (avendo già i Vescovi, ed i procuratori d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli 266atti) omnes ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18. Labbe, T. II, pag. 655. Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas naturales operationes communiter, atque indivise procedentes praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum, Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in his, seculus est. Actio 18. Labbe, Tom. II, pag. 658. Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de' quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin, giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti, mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello 267stato, e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino a' nostri giorni. (Nota di N.N.)

  • (Nota alla pag. 142) Il diritto de' rei ecclesiastici, e particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il potere

di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione, non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, Sacrorum Conciliorum Nova et amplissima Collectio etc., edizione Venezia) furono proposti nel Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota (*) T. 12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S. Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso la fine del secolo quarto. I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi secoli. II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il falsificatore ha voluto far credere. 268III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420. IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da Isidoro, come scritte da essi. V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del nono. VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite. VII. Perchè Dionisio detto il Picciolo, diligente collettore delle Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo, cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli stesso ci assicura; praeteritorum apostolicae sedis praesulum constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad Julianum praesbyterum. VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi, contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati, di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette. Queste Lettere principalmente sostengono come dovero- 269se, e già consuete le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi, e determinano molte regole per renderle assai difficili. Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a' cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse, erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento, tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica, i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate dall'autorità di cinquanta de' primi Papi. L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni, sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni, scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: Etsi sedem apostolicam nullatenus appellasset (cioè il Vescovo reo condannato e deposto dal Concilio) contra tot tamen et tanta vos Decretalia (cioè le false d'Isidoro) efferre statuta, et episcopum, 270inconsultis nobis, deponere nulla modo debuistis. Epist. 42. Nic. I. Le cause de' Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali (benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano: quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere, libellum de patrum antiquorum (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a Siricio) ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones, editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra evangelicam, et apostolicam et canonicam etc. Flodoardo, Hist. di Reims.

Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro de Marca: Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata fuisse verba epistolarum 271illarum decretalium et earum auctoritatem, probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari, ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch. Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii, l. 3, c. 6. Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce lo prova il prelodato Arcivescovo: Tandem eo deventom est ut tantis nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo, Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent, Ibidem, l. 3, c. 7. La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il Piccolo) onde antiquo juri novum successit, ci dice dottamente anche il De Marca, formossi delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III, d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni dette Clementine, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo Corpus juris canonici. Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come 272Capi in particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co' Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande. Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali (vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S. Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino: vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307. Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile. Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere: l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta avrebbe raddoppiato quasi 273i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente. Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a' sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero.

FINE DEL DECIMOTERZO ED ULTIMO VOLUME.