Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/8

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Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per opera di Artaserse.

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Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per opera di Artaserse.
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Qualunque volta Tacito si compiace in quei belli episodj, nei quali rapporta qualche domestico interesse dei Germani o dei Parti, il suo oggetto principale è di sollevare l’attenzione del lettore da una scena uniforme di vizj e di sciagure. Dal regno di Augusto al tempo di Alessandro Severo, i nemici di Roma erano nel suo seno, i tiranni cioè ed i soldati, e la prosperità della medesima aveva un interesse ben debole e remoto in rivoluzioni, che accadessero al di là dell’Eufrate e del Reno. Ma quando le milizie ebbero ridotto in una strana anarchia il potere del Principe, le leggi del Senato, e la disciplina istessa del campo, i Barbari del Settentrione e dell’Oriente, che fin allora avevano fatte scorrerie su i confini, assalirono arditamente le province di un Impero cadente. Le loro inquiete incursioni divennero irruzioni formidabili, e dopo una lunga vicenda di scambievoli calamità, molte tribù di quei vittoriosi invasori si stabilirono nelle province dell’Imperio romano. Per avere una più chiara notizia di questi grandi avvenimenti, procureremo di dar prima una idea del carattere, delle forze, e dei disegni di quelle nazioni, che vendicarono il fato di Annibale e di Mitridate.

Nei più antichi secoli del mondo, quando le selve che copriano l’Europa servivano di ritiro a pochi vagabondi selvaggi, gli abitatori dell’Asia erano già raccolti in città popolate, e ridotti sotto vasti Imperi, sedi delle arti, del lusso, e del dispotismo. Gli Assiri regnarono sull’Oriente1, finchè lo scettro di Nino e di Semiramide cadde dalle mani degl’infiacchiti loro successori. I Medi ed i Babilonesi si divisero il loro Impero, poi furono essi stessi assorbiti nella monarchia dei Persiani, le cui armi non poterono contenersi negli angusti confini dell’Asia. Serse, il discendente di Ciro, seguitato, come si dice, da due milioni d’uomini, invase la Grecia. Trentamila soldati, comandati da Alessandro, figliuolo di Filippo, a cui i Greci avean affidata la loro gloria e vendetta, bastarono per soggiogare la Persia. I Principi della famiglia di Seleuco usurparono e perderono l’Impero macedone dell’Oriente. Quasi nel tempo stesso che con un vergognoso trattato cedevano ai Romani il paese, che giace di qua dal monte Tauro, i Parti, oscura tribù d’origine scitica, li discacciarono da tutte le province dell’Asia superiore. La formidabile potenza dei Parti, che si stendeva dall’India alle frontiere della Siria, fu distrutta a sua volta da Ardshir o Artaserse, fondatore di una nuova dinastia, la quale sotto il nome di Sassanidi governò la Persia fino all’invasione degli Arabi. Questa grande rivoluzione, di cui presto sentirono i Romani la fatale influenza, seguì nel quarto anno di Alessandro Severo, dugento ventisei anni dopo2l’Era Cristiana.

Artaserse avea servito con molta riputazione nelle armate di Artabano, ultimo Re dei Parti, e si vede che l’ingratitudine regia (solita ricompensa del merito sopreminente) lo rendette esule e ribelle. Oscura era la costui nascita, e questa oscurità diede egualmente luogo alle satire dei nemici, ed all’adulazione degli aderenti. Se porgiamo fede alle accuse dei primi, Artaserse nasceva dall’adulterio della moglie di un conciatore di pelli3 con un soldato comune. Gli ultimi poi lo rappresentano come discendente da un ramo degli antichi Re di Persia, benchè il tempo e le disgrazie avessero a poco a poco ridotti i suoi antenati all’umile condizione di cittadini privati4. Come erede per discendenza della monarchia, sostenne i suoi diritti al trono, e prese il nobile impegno di liberare i Persiani dall’oppressione, sotto la quale gemevano per più di cinque secoli dopo la morte di Dario. I Parti furon disfatti in tre grandi battaglie. Nell’ultima di queste perì il loro Re Artabano, e con esso fu abbattuto per sempre lo spirito della nazione5. L’autorità di Artaserse venne riconosciuta solennemente in una grande adunanza tenuta a Balch nel Korasan. Due più giovani rampolli della reale famiglia di Arsace furon confusi tra i Satrapi umiliati. Un terzo, più ricordevole dell’antica grandezza che della presente necessità, tentò di ritirarsi con un seguito numeroso di vassalli verso il Re di Armenia, suo congiunto; ma questa piccola armata di disertori fu sorpresa e distrutta dalla vigilanza del conquistatore6, il quale prese arditamente il doppio diadema, e il titolo di Re dei Re, goduto dal suo predecessore. Ma questi pomposi titoli in vece di gratificare la vanità del Persiano, servirono solamente a rammentargli il suo dovere, e a destargli in seno l’ambizione di render alla religione e all’Impero di Ciro tutto il suo primiero splendore.

I. Durante la lunga servitù della Persia sotto il giogo dei Macedoni e dei Parti, le nazioni dell’Europa e dell’Asia avevano scambievolmente adottate e corrotte le superstizioni l’una dell’altra. Gli Arsacidi osservavano, è vero, il culto dei Magi; ma lo disonoravano macchiandolo con vario mescuglio di straniera idolatria. La memoria di Zoroastro, antico profeta e filosofo dei Persiani7, era sempre venerata nell’Oriente; ma il linguaggio antiquato e misterioso nel quale era composto lo Zendavesta8, apriva un campo di controversie a settanta differenti Sette, che variamente spiegavano le dottrine fondamentali della loro religione, ed erano tutte egualmente derise da una moltitudine di infedeli, i quali rigettavano la divina missione ed i miracoli del Profeta. Il pio Artaserse chiamò i Magi da tutte le parti del suo Impero per sopprimere gl’idolatri, unire gli scismatici, e confutare gl’increduli con l’infallibile decisione di un concilio generale. Questi preti che sì lungamente avean gemuto nel disprezzo e nell’oscurità, obbedirono al grato invito; ed in numero di quasi ottantamila comparvero tutti nel giorno prefisso. Ma siccome le discussioni di una assemblea così tumultuosa non avrebbero potuto essere regolate dalla autorità della ragione o dirette dall’arte della politica, il Sinodo persiano fu con successive operazioni ridotto a quarantamila, a quattromila, a quattrocento, a quaranta, e finalmente a sette magi i più rispettabili per la loro scienza e pietà. Erdavirabo, uno di essi, prelato giovane, e tenuto per santo, ricevè dalle mani dei suoi fratelli tre tazze di vino soporifero, e bevutolo, subito cadde in un sonno lungo e profondo. Svegliato appena, raccontò al Re ed alla credula moltitudine il suo viaggio al Cielo, e le sue intime conferenze con la divinità. Ogni dubbio fu quietato con questa soprannaturale testimonianza, e gli articoli della fede di Zoroastro vennero determinati con eguale autorità e precisione9. Un breve quadro di quel famoso sistema sarà utile non solo per conoscere il carattere dei Persiani, ma ancora per ischiarire molte delle loro azioni le più importanti in pace ed in guerra con l’Impero romano10.

Il grande e fondamentale articolo del sistema era la celebre dottrina dei due principj; ardito e irragionevole sforzo della filosofia Orientale per conciliare l’esistenza del male fisico e morale, con gli attributi di un benefico Creatore e Rettore dell’Universo. L’Ente primo e originale, nel quale, o per il quale l’Universo esiste, è nominato negli scritti di Zoroastro Tempo senza limiti; ma conviene confessare, che questa sostanza infinita sembra piuttosto un’astrazione metafisica della mente, che un oggetto reale dotato della cognizione di se stesso, o ricolmo di perfezioni morali. Dalla cieca dunque o intelligente operazione di questo Tempo Infinito, che ha una grande affinità con il Caos dei Greci, furon ab eterno prodotti i due secondarj ed attivi principj dell’universo, Ormusd, e Ahriman, avente ciascuno la potenza creatrice, ma ciascuno disposto, per la sua invariabile natura, ad esercitarla con mire diverse. Il principio del bene è eternamente assorto nella luce; quello del male è eternamente sepolto nelle tenebre. La saggia beneficenza di Ormusd formò l’uomo capace di virtù, e provvide abbondantemente la sua bella abitazione di materiali per la felicità. Dalla sua vigilante provvidenza si mantengono e il moto dei pianeti, e l’ordine delle stagioni, e la mescolata temperanza degli elementi. Ma la malizia di Ahriman ha da gran tempo rotto l’uovo di Ormusd; o in altri termini, ha violata l’armonia delle sue opere. Da quella fatale rottura in poi, le più minute particelle del bene e del male sono intimamente frammischiate e agitate fra loro; tra le piante più salutifere germogliano l’erbe più velenose; i diluvj, i terremoti, gl’incendj indicano il conflitto della natura, e il piccol mondo dell’uomo è perpetuamente perturbato dal vizio e dalle sciagure. Mentre il resto del genere umano è tratto prigione nelle catene dal suo infernale nemico, il fedel Persiano soltanto riserva la sua religiosa adorazione per il suo amico e protettore Ormusd, e combatte sotto la sua bandiera di luce, con la piena confidenza che nel giorno finale sarà a parte del suo glorioso trionfo. In quel giorno decisivo, l’illuminata sapienza della bontà renderà la potenza di Ormusd superiore alla furiosa malizia del suo rivale. Ahriman ed i suoi seguaci, disarmati ed oppressi, piomberanno nella nativa loro oscurità; e la virtù conserverà eternamente la pace e l’armonia dell’Universo11.

Gli stranieri e la maggior parte ancora de’ suoi discepoli intendevano confusamente la teologia di Zoroastro; ma gli osservatori anche meno attenti ammiravano la filosofica semplicità del culto persiano. «Questa nazione», dice Erodoto12, rigetta l’uso de’ templi, delle are, dei simulacri, e deride la follia di quei popoli, i quali s’immaginano che gli Dei derivino dalla natura umana o abbiano con essa qualche affinità. Le cime delle più alte montagne sono i luoghi destinati a sacrifizj. Gl’inni e le preci sono il culto principale. Il supremo Nume, che riempie il vasto cerchio del cielo, è l’oggetto a cui s’indirizzano». Nel tempo stesso però, da vero politeista li accusa di adorare la Terra, l’Acqua, il Fuoco, i Venti, il Sole e la Luna. Ma i Persiani hanno in ogni secolo smentita una tale accusa, spiegando la condotta equivoca, che sembrava accreditarla. Gli elementi, e più specialmente il Fuoco, la Luce ed il Sole, da essi chiamato Mithra, erano gli oggetti della loro religiosa venerazione, perchè li consideravano come i simboli più puri, le produzioni più nobili, e gli agenti più grandi della Potenza e Natura Divina13.

Ogni religione, per fare una impressione profonda e durevole nello spirito umano, deve esercitare la nostra obbedienza, imponendo pratiche di devozione, delle quali non possiamo assegnare ragione veruna; e deve acquistare la nostra stima inculcando massime morali analoghe ai dettami del nostro cuore. La religione di Zoroastro abbondava moltissimo delle prime, e sufficientemente dell’altre. Il fedel Persiano, giunto alla pubertà, era adornato di una misteriosa cintura, pegno della protezione divina; e da quel momento in poi tutte le azioni della sua vita, anche le più indifferenti o le più necessarie, erano santificate da particolari preghiere, da giaculatorie o genuflessioni, l’omissione delle quali in qualunque circostanza era un grave peccato, non inferiore alla violazione dei doveri morali. I morali doveri però di giustizia, di misericordia, di liberalità ec., erano ancor essi necessarj ai discepoli di Zoroastro, i quali desideravano di fuggire dalla persecuzione di Ahriman e vivere con Ormusd in una beata eternità, dove il grado di felicità sarà esattamente proporzionato al grado di virtù e di pietà14.

Ma vi sono alcuni passi notevoli, nei quali Zoroastro, non più profeta, ma legislatore, mostra per la pubblica e privata felicità un generoso interesse, che raramente si trova nei meschini o visionarj sistemi della superstizione. Il digiuno ed il celibato, ordinarj mezzi per acquistarsi il favore divino, sono da lui con orror condannati, come un colpevol rifiuto dei migliori doni della provvidenza. Il santo, nella religione dei Magi, è obbligato a procreare figliuoli, a piantare alberi utili, a distruggere gli animali nocivi, a condur l’acqua nei terreni aridi della Persia, ed a lavorare per la propria salvezza, non omettendo alcuna delle fatiche dell’agricoltura. Si può ricavare dallo Zendavesta una massima saggia e benefica che compensa molte assurdità. «Quegli che semina il terreno con attenzione e diligenza, acquista un capitale più grande di merito religioso, che se ripetesse diecimila orazioni15». Ogni anno di primavera si celebrava una festa destinata a rappresentare la primitiva uguaglianza, e l’attuale connessione degli uomini. I superbi Re di Persia, cambiando la vana lor pompa con una più sincera grandezza, si frammischiavano liberamente con i più umili ed i più utili insieme dei loro sudditi. In quel giorno gli agricoltori erano ammessi senza distinzione alla tavola del Re e dei Satrapi. Il monarca riceveva le loro suppliche, esaminava le loro querele, e conversava con essi con la maggiore famigliarità. «Dalle vostre fatiche» soleva egli dire (e dirlo con verità se non con sincerità), «noi riceviamo la nostra sussistenza; voi dovete la vostra quiete alla vigilanza nostra; giacchè adunque noi siamo scambievolmente necessarj l’uno all’altro, viviamo insieme come fratelli in concordia ed amore16». Una tal festa in un opulento e dispotico Impero dovea, per vero dire, degenerare in una rappresentanza teatrale; ma era almeno una commedia ben degna della presenza sovrana, e che potea talvolta imprimere nella mente di un Principe giovane una lezione salutevole.

Se avesse Zoroastro in tutte le sue istituzioni sostenuto invariabilmente questo sublime carattere, il suo nome ben si starebbe accanto a quelli di Numa e di Confucio, ed il suo sistema meriterebbe giustamente tutti gli applausi, che alcuni tra i nostri teologi, e tra i filosofi ancora si sono compiaciuti di dargli. Ma in quella mista composizione, dettata dalla ragione e dalla passione, dall’entusiasmo e dai motivi personali, alcune verità utili e sublimi sono degradate da un mescuglio della più vile e pericolosa superstizione. I Magi, o sia l’ordine sacerdotale, erano numerosissimi, giacchè (come abbiam di sopra osservato) ottantamila se ne adunarono in un concilio generale. Le loro forze si accrebbero con la disciplina. Fu stabilita in tutte le province della Persia una regolare gerarchia; e l’Arcimago dio risedeva a Balch, era rispettato come il capo visibile della chiesa, ed il legittimo successore di Zoroastro17. Era considerabile il patrimonio dei Magi. Oltre al meno invidiabil possesso di un largo tratto delle terre più fertili della Media18, levavano una tassa generale su i beni e sull’industria dei Persiani19. «Sebbene le vostre buone opere,» dice l’interessato profeta, «superassero in numero le foglie degli alberi, le gocciole della pioggia, le stelle del cielo, le arene del lido, saranno tutte inutili per voi, se accettate non sono dal Destoro sacerdote. Per ottenere l’accettazione di questa guida alla salvezza, dovete fedelmente pagargli le decime di tutto ciò che possedete, dei vostri beni, dei vostri terreni e del vostro denaro. Se il Destor sarà soddisfatto, l’anima vostra scamperà dai tormenti infernali; e vi assicurerete gloria in questo mondo, e felicità nell’altro. Perchè i Destori sono maestri della religione; essi sanno tutto, e liberano tutti gli uomini20».

Queste comode massime di venerazione e di fede implicita erano con gran cura impresse come certissime nelle tenere menti della gioventù; giacchè i Magi erano i direttori dell’educazione in Persia, e i figli medesimi della famiglia reale erano affidati alle loro mani21. I Sacerdoti persiani che aveano un talento speculativo, conservavano ed investigavano i segreti dell’orientale filosofia; ed acquistavano o per superiore dottrina o per superior arte la riputazione di essere molto versati in alcune scienze occulte, che devono ai Magi il lor nome22. Quelli di più attiva disposizione si mescolavano col mondo nelle Corti e nelle città; e si osserva che l’amministrazione di Artaserse era in gran parte regolata dai consigli dell’ordine sacerdotale, alla cui dignità avea quel Principe o per politica, o per divozione restituito l’antico splendore23.

Il primo consiglio dei Magi fu conveniente all’indole insociabile della lor religione24, all’uso degli antichi Re25, ed anche all’esempio del loro legislatore, che era caduto vittima di una guerra di religione, suscitata dall’intollerante suo zelo26. Artaserse con un editto proibì severamente l’esercizio di ogni altro culto, fuor quello di Zoroastro. I tempj dei Parti, ed i simulacri dei loro divinizzati monarchi, furono ignominiosamente abbattuti27. La spada di Aristotile (tale era il nome dato dagli Orientali al politeismo ed alla filosofia dei Greci) fu facilmente spezzata28; le fiamme della persecuzione distrussero ben presto i più ostinati Ebrei e Cristiani29, nè fu perdonato agli eretici della propria nazione e religione. La maestà di Ormusd, ch’era gelosa di un rivale, fu secondata dal dispotismo di Artaserse, che non potea soffrire un ribelle; e gli scismatici di tutto quel vasto impero furono in breve ridotti allo spregevole numero di ottantamila30. Questo spirito di persecuzione copre di disonore la religione di Zoroastro; ma siccome non produsse veruna turbolenza civile, servì a fortificare la nuova monarchia, unendo tutti i diversi abitatori della Persia col il legame dello zelo di religione.

II. Artaserse, con il suo valore e la sua condotta, avea tolto lo scettro dell’Oriente all’antica reale famiglia dei Parti. Restava ancora la più difficile impresa di stabilire per tutta la vasta estensione della Persia un’amministrazione vigorosa ed uniforme. Gli Arsacidi, per una debole compiacenza, avean accordate ai loro figli e ai fratelli le principali province e le cariche le più importanti del Regno come beni ereditarj. I Vitassi, ovvero i diciotto Satrapi più potenti, aveano il privilegio di portare il titolo di Re; ed il vano orgoglio del Monarca era ben lusingato dal dominio di puro nome sopra tanti Re suoi vassalli. I Barbari stessi nelle loro montagne, e le greche città dell’Asia superiore31, dentro le loro mura, riconoscevano appena un superiore, o gli ubbidivano raramente; e l’Impero dei Parti presentava sotto altro nome una viva immagine del sistema feudale32, che poi si stabilì nella Europa. Ma l’attivo vincitore visitò in persona, alla testa di un esercito numeroso e disciplinato, tutte le province della Persia. La disfatta de’ più audaci ribelli, e la riduzione delle piazze più forti33 diffusero il terrore delle sue armi, e aprirono la strada al pacifico riconoscimento della sua autorità. Una resistenza ostinata era fatale ai capi, ma i loro seguaci erano clementemente trattati34. Una volontaria sommissione era ricompensata con ricchezze ed onori; ma il prudente Artaserse non soffrendo che altri fuori di lui prendesse il titolo di Re, abolì ogni intermedia potenza fra il trono ed il popolo. Il suo regno, quasi uguale in estensione alla Persia moderna, era per ogni parte circondato dal mare o da fiumi considerabili; dall’Eufrate, dal Tigri, dall’Arasse, dall’Oxo e dall’Indo; dal mar Caspio e dal golfo Persico. Nell’ultimo secolo quel paese si pretendeva che contenesse cinquecento cinquantaquattro città, sessantamila villaggi, e quasi quaranta milioni di sudditi35. Se paragoniamo il governo dei Sassanidi con quello della famiglia di Sefi, e la politica influenza della religione dei Magi con quella della maomettana, ne dedurremo con molta probabilità, che il regno di Artaserse conteneva almeno un numero eguale di città, di villaggi e di abitatori. Ma conviene confessare altresì, che in ogni secolo la mancanza di porti di mare, e la scarsezza di acqua dolce nelle province interne, hanno molto impedito il commercio e l’agricoltura dei Persiani; e sembra che nel calcolo del loro numero, essi abbiano usato uno de’ più meschini, benchè comuni artifizi della vanità nazionale.

Appena che l’ambizioso Artaserse ebbe trionfato della resistenza de’ suoi vassalli, cominciò a minacciare gli Stati vicini, che durante il lungo letargo de’ suoi predecessori avevano impunemente insultata la Persia. Ottenne diverse facili vittorie contro i barbari Sciti e gli effeminati Indiani; ma i Romani erano nemici, che per le offese passate e per la potenza presente esigevano tutto lo sforzo delle sue armi. Alle vittorie di Traiano erano succeduti quarant’anni di tranquillità, frutto del valore e della moderazione di esso. Nell’intervallo che passò dal principio del regno di Marco Aurelio al regno di Alessandro, vi fu due volte la guerra tra i Parti ed i Romani; e benchè gli Arsacidi impiegassero tutte le loro forze contro una parte delle milizie di Roma, questa fu per lo più vittoriosa. Macrino, mosso dalla sua precaria situazione e dalla sua pusillanimità, comprò la pace pel prezzo di quasi quattro milioni di zecchini36; ma i Generali di Marco Aurelio, l’imperatore Severo ed il suo figlio eressero molti trofei nella Armenia, nella Mesopotamia, e nella Siria. Di tutte le loro imprese (l’imperfetta relazione delle quali avrebbe intempestivamente interrotta la serie più importante delle domestiche risoluzioni) noi riferiremo soltanto le replicate calamità delle due grandi città Seleucia e Ctesifonte.

Seleucia, situata sulla riva occidentale del Tigri, quasi quarantacinque miglia a settentrione dell’antica Babilonia, era la Capitale delle conquiste fatte dai Macedoni nell’Asia superiore37. Molti secoli dopo la rovina del loro Impero, Seleucia conservava i genuini caratteri di una greca colonia, le belle arti, il valor militare, e l’amore della libertà. Questa indipendente Repubblica era governata da un Senato di trecento nobili; i cittadini erano in numero di seicentomila. Forti erano le sue mura, e finchè tra i diversi ordini dello Stato regnò la concordia, essi riguardarono con disprezzo la potenza dei Parti. Ma il furore di una fazione fu diverse volte incitato ad implorare il pericoloso aiuto del comune inimico, che stava quasi alle porte della colonia38. I Monarchi parti, come i Sovrani mogol dell’Indostan, facevano la vita pastorale degli Sciti loro antenati; ed il campo imperiale era spesso attendato nella pianura di Ctesifonte, sulla riva orientale del Tigri, a tre sole miglia di lontananza da Seleucia39. Gli innumerabili seguaci del lusso e del dispotismo concorrevano alla Corte, ed il piccolo villaggio di Ctesifonte diventò insensibilmente una gran città40.

[A. D. 165]

Sotto il regno di Marco Aurelio, i Generali romani penetrarono sino a Ctesifonte e Seleucia. Furono essi ricevuti come amici da quella greca colonia, ma attaccarono come nemici la sede dei Parti; l’una e l’altra città ricevè il medesimo trattamento. Il saccheggio e l’incendio di Seleucia, con la strage di trecentomila abitanti, oscurarono la gloria del trionfo romano41.

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Seleucia, già indebolita per la vicinanza di un rivale troppo potente dovè succumbere senza riparo al colpo fatale; ma Ctesifonte, quasi dopo trentatre anni, avea ricuperate forze bastanti per sostenere un ostinato assedio contro l’Imperatore Severo. La città per altro fu presa d’assalto; il Re che la difendeva in persona si diede precipitosamente alla fuga; e centomila prigioni con un ricco bottino ricompensarono le fatiche dei soldati romani42. Nonostante questi disastri Ctesifonte succede a Babilonia ed a Seleucia, come una delle grandi Capitali dell’Oriente. Nell’estate il Monarca persiano godeva a Ecbatana il fresco vento dei monti della Media; e passava l’inverno nel più dolce clima di Ctesifonte.

Da queste felici incursioni per altro non ricavarono i Romani alcun reale o durevole vantaggio; nè tentarono di conservare quelle remote conquiste, che un immenso deserto separava dalle province dell’Impero. La riduzione del regno di Osroene fu una conquista meno gloriosa, è vero, ma di più solido vantaggio. Quel piccolo Stato comprendeva la parte settentrionale e più fertile della Mesopotamia, tra l’Eufrate ed il Tigri, Edessa, sua capitale, era in distanza di quasi venti miglia di là dall’Eufrate; ed il suo popolo, fino dal tempo di Alessandro, era un mescuglio di Greci, di Arabi, di Siri, e di Armeni43. I deboli Sovrani di Osroene posti fra i pericolosi confini dei due Imperi rivali, erano per inclinazione parziali dei Parti; ma la potenza superiore di Roma esigeva da loro un forzato omaggio, che viene tuttora attestato dalle loro medaglie. Finita sotto Marco Aurelio la guerra dei Parti, fu giudicato prudente cosa cosa l’assicurarsi della lor dubbia fede con mezzi più certi. Furono perciò costruiti in varie parti del loro paese diversi Forti, ed una guarnigione romana fu posta nella fortissima piazza di Nisibe. Nella confusione che accompagnò la morte di Commodo, i Principi di Osroene procurarono di scuotere il giogo; ma l’austera politica di Severo assicurò la loro dipendenza44, e la perfidia di Caracalla compì la facil conquista. Abgaro, ultimo Re di Edessa, fu mandato a Roma in catene, il suo regno fu ridotto in provincia, e la Capitale onorata col titolo di colonia. Così i Romani, quasi dieci anni avanti la rovina dell’Impero dei Parti, acquistarono di là dall’Eufrate un fermo e permanente stabilimento45.

[A. D. 230]

La prudenza insieme e la sete di gloria avrebbero potuto giustificare la guerra per parte di Artaserse, se le sue mire si fossero limitate alla difesa, o all’acquisto di una vantaggiosa frontiera. Ma l’ambizioso Persiano apertamente manifestò un disegno molto più vasto di conquistare, e si credè di poter sostenere l’alte sue pretensioni con le armi della ragione insieme e della forza. Ciro, egli diceva, avea il primo soggiogata ed i successori avean posseduta per lungo tempo tutta l’estensione dell’Asia fino alla Propontide ed al mare Egeo. Sotto il loro Impero, le province della Caria e della Jonia erano state governate dai Satrapi persiani, e tutto l’Egitto fino ai confini dell’Etiopia avea riconosciuta la loro sovranità46. Una lunga usurpazione aveva sospesi, ma non distrutti questi diritti; e non appena egli ebbe ricevuto il diadema persiano, che la nascita ed il fortunato valore messo gli aveano sopra la fronte, il principal dovere del suo posto lo richiamò a ristabilire gli antichi limiti e l’antico splendore della monarchia. Il gran Re pertanto (tale era il superbo stile delle sue imbasciate all’Imperatore Alessandro) comandò ai Romani di ritirarsi immediatamente dalle province dei loro antenati, e cedendo ai Persiani l’Impero dell’Asia, contentarsi della tranquilla possessione dell’Europa. Questo altiero comando fu fatto da quattrocento dei più alti e più belli Persiani, i quali con i loro superbi cavalli, colle armi lucenti, e col magnifico treno ostentavano l’orgoglio e la grandezza del loro Signore47. Una tale imbasciata era piuttosto una dichiarazione di guerra, che un principio di trattato. Alessandro Severo ed Artaserse, radunando ambidue le forze militari dei loro Imperi, risolverono di comandare in persona le loro armate in quella importante contesa.

Se diamo fede a quella che sembrerebbe la più autentica di tutte le memorie, che è a dire, un’orazione ancora esistente, inviata dall’Imperatore medesimo al Senato, dobbiamo confessare che la vittoria di Alessandro Severo non fu inferiore ad alcuna di quelle riportate una volta sopra i Persiani dal figliuol di Filippo. L’armata del gran Re era di centoventimila uomini a cavallo vestiti con l’intera armatura di acciaio: di settecento elefanti, che portavano sul dorso torri piene di arcieri, e di mille ottocento carri armati di falci. Un cotanto formidabile esercito, simile al quale mai non si trova nella storia degli Orientali, ed è appena stato immaginato nei loro romanzi48, fu sconfitto in una gran battaglia, nella quale il romano Alessandro si mostrò intrepido soldato ed abilissimo generale. Il gran Re fu messo in fuga dal di lui valore; e un immenso bottino e la conquista della Mesopotamia furono gl’immediati frutti di una segnalata vittoria. Tali sono le circostanze di così fastosa ed improbabile relazione, dettata, come troppo chiaramente apparisce, dalla vanità del Monarca, adornata dalla sfacciata adulazione dei cortigiani, e ricevuta senza contraddizione dal lontano, ed ossequioso Senato49. Lungi dal credere che le armi di Alessandro riportassero alcun memorabile vantaggio sopra i Persiani, siamo indotti a dubitare che tutta questa luce di gloria immaginaria fosse diretta a nascondere qualche vero disastro.

Sono confermati i nostri sospetti dall’autorità di uno storico contemporaneo, il quale parla con rispetto delle virtù di Alessandro, e con sincerità de’ suoi difetti. Egli descrive il giudizioso disegno, ch’era stato formato per la condotta di quella guerra. Tre eserciti romani doveano invadere nel tempo stesso, e da tre diverse parti, la Persia: ma le operazioni della campagna, benchè saggiamente concertate, non vennero eseguite con abilità, o con buon successo. La prima di queste armate appena si fu innoltrata nelle paludose pianure di Babilonia, verso l’artificiale confluente dell’Eufrate e del Tigri50, fu circondata dal numero superiore dei nemici, e distrutta dalle loro saette. L’alleanza di Cosroe re dell’Armenia51, e il lungo tratto di montuoso paese, nel quale poco agiva la cavalleria persiana, aprì un libero ingresso nel cuore della Media alla seconda armata romana. Queste valorose truppe devastarono le province adiacenti, e con diversi felici combattimenti contro Artaserse diedero un debole colore alla vanità del Monarca romano. Ma la ritirata di questo esercito vittorioso fu imprudente, o almeno infelice. Ripassando i monti, un gran numero di soldati perì per la difficoltà delle strade, e pel rigore del verno. Era stato risoluto, che mentre questi due numerosi distaccamenti penetravano negli opposti confini dell’Impero persiano, il grosso dell’esercito, sotto il comando di Alessandro medesimo, sostenesse i loro assalti facendo un’invasione nel centro del Regno. Ma l’inesperto giovane, sedotto dai consigli della madre, e forse dai suoi timori, abbandonò quei coraggiosi soldati, e il bel prospetto della vittoria; e dopo aver consumato nella Mesopotamia un’estate in un ozio inglorioso, ricondusse ad Antiochia un’armata diminuita dalle malattie, ed irritata dal cattivo successo. La condotta di Artaserse era stata ben differente. Correndo rapidamente dai monti della Media alle paludi dell’Eufrate, si era da per tutto opposto in persona agl’invasori; e nell’una e nell’altra fortuna aveva unito alla più saggia condotta a la più intrepida risolutezza. Ma in diversi ostinati conflitti contro le legioni veterane di Roma, il Monarca persiano avea perduto il fiore delle sue truppe. Le sue vittorie medesime ne avevano indebolite le le forze. In vano si presentarono alla sua ambizione le favorevoli occasioni dell’assenza di Alessandro, e della confusione, che succedè alla morte di quell’Imperatore. In vece di scacciare i Romani (com’ei pretendeva) dal continente dell’Asia, non gli fu possibile di togliere dalle loro mani la piccola provincia della Mesopotamia52.

[A. D. 240]

Il Regno di Artaserse, che durò solamente 14 anni dopo l’ultima disfatta dei Parti, è un’epoca memorabile nella Storia orientale, e ancora nella romana. Sembra che il carattere di lui abbia avuto quell’espressione ardita ed imperiosa, che distingue generalmente i conquistatori degli eredi di un Impero. Fino all’ultimo periodo della Monarchia persiana, il codice delle sue leggi fu rispettato come la base del loro reggimento civile e religioso53. Molte delle sue sentenze si sono conservate. Una di queste particolarmente mostra una profonda cognizione della costituzione del Governo. «L’autorità del Principe» (diceva Artaserse) «deve essere difesa dalla forza militare; questa forza non può mantenersi che colle tasse; tutte le tasse devono, in ultimo, cadere sull’agricoltura; e l’agricoltura non può mai fiorire se non è protetta dalla giustizia e dalla moderazione54.» Artaserse lasciò a Sapore, figlio degno di un sì gran padre, il suo nuovo Impero ed i suoi ambiziosi disegni contro i Romani; ma questi disegni erano troppo vasti per le forze della Persia, e servirono soltanto ad involgere ambedue le nazioni in una lunga serie di sanguinose guerre, e di scambievoli calamità.

I Persiani già da gran tempo dirozzati e corrotti, erano già lungi dal possedere quella marziale indipendenza, e quell’intrepido ardire di animo e di corpo, che hanno renduto i Barbari del settentrione padroni del Mondo. La scienza della guerra ch’era la più ragionata forza della Grecia e di Roma, come presentemente è dell’Europa, non fece mai progressi considerabili nell’Oriente. Quelle disciplinate evoluzioni che fanno agir di concerto ed animano una confusa moltitudine, erano sconosciute ai Persiani. Ignoravano parimente l’arte di costruire, assediare, e difendere le regolari fortificazioni. Si fidavano più nel numero che nel coraggio, e più nel coraggio che nella disciplina. L’infanteria era una truppa di contadini, codardi ed armati a metà, reclutati in fretta, ed adescati dalla speranza delle prede, e che egualmente si disperdevano per una vittoria o per una disfatta. Il Monarca ed i nobili portavano al campo la vanità ed il lusso del serraglio. Le militari operazioni erano impedite da un treno inutile di donne, di eunuchi, di cavalli e di cammelli; ed in mezzo ai successi di una fortunata campagna l’esercito persiano era spesso disperso, o distrutto da una fame improvvisa55.

Ma i nobili Persiani, nel seno del lusso e del dispotismo, conservavano un forte sentimento di personale bravura, e d’onor nazionale. Dall’età di sette anni erano avvezzati a dir sempre la verità, a maneggiare l’arco, ed a cavalcare; e per confessione universale aveano in queste due ultime arti fatto progressi incredibili56. La gioventù più illustre veniva educata sotto l’occhio del Monarca. Faceva gli esercizj dinanzi alla porta del palazzo di lui, ed era severamente avvezzata alla temperanza, ed all’obbedienza nelle lunghe e faticose cacce. In ogni provincia, il Satrapo manteneva una simile scuola di virtù militare. I nobili persiani (tanto naturale è l’idea dei beni feudali) ricevevano dalla generosità del Re case e terreni, coll’obbligo di prestargli servizio in guerra. Alla prima chiamata montavano prontamente a cavallo, e con un guerriero e magnifico treno si univano ai numerosi corpi di guardie, ch’erano diligentemente scelte tra gli schiavi più robusti, e tra i più coraggiosi venturieri dell’Asia. Questi eserciti di cavalleria, e grave e leggiera, formidabile per l’impeto del primo assalto non meno che per la rapidità delle sue evoluzioni, minacciavano una vicina tempesta alle province orientali del decadente Impero romano57

Note

  1. Un antico cronologista citato da Velleio Patercolo (1. I. c. 6) osserva che gli Assiri, i Medi, i Persiani, ed i Macedoni regnarono nell’Asia per il corso di 1995 anni, dall’avvenimento di Nino alla disfatta di Antioco ad opera dei Romani. Siccome quest’ultimo memorabile successo seguì 289 anni avanti Gesù Cristo, il primo può riferirsi all’anno 2184 innanzi l’epoca suddetta. Le osservazioni astronomiche, trovate da Alessandro in Babilonia, cominciavano 50 anni prima.
  2. L’anno 538 dell’Era di Seleuco. Vedi Agatia, l. II. p. 63. Questo grande avvenimento è riferito da Eutichio (tanta è la negligenza degli Orientali) all’anno decimo del regno di Commodo, e da Mosè di Corene al regno di Filippo. Ammiano Marcellino ha preso da buone sorgenti le cose appartenenti alla Storia dell’Asia; ma ha seguito sì servilmente gli antichi monumenti da lui veduti, che non ha dubitato di asserire, che la famiglia degli Arsacidi regnava ancora in Persia verso la metà del quarto secolo.
  3. Il nome di questo conciatore di pelli era Babec; quello del soldato, Sassan; dal primo è stato preso il nome di Babegano dato ad Artaserse, e dal secondo, quello di Sassanidi dato a tutti i discendenti di quel Principe.
  4. D’Erbelot. Biblioteca Orient. Ardshir.
  5. Dione Cassio l. XXX; Erodiano l. VI p. 207; Abulfaragio Dinast. p. 80.
  6. Ved. Mosè Corenen. l. II. c. 65, 71.
  7. Hide e Prideaux fabbricando una Storia molto curiosa sopra le leggende persiane e le loro proprie congetture, rappresentano Zoroastro come contemporaneo di Dario Istaspe. Ma basta osservare che gli Scrittori greci, i quali vivevano quasi nel secolo di Dario, si uniscono nel riferire l’Era di Zoroastro a più centinaia ed ancor migliaia di anni avanti. Il Sig. Moile, critico giudizioso, conobbe e sostenne contro Prideaux suo zio l’antichità del Profeta persiano. Vedi le sue opere, Vol. II.
  8. Quell’antico idioma fu chiamato Zend. Il linguaggio dei commentarj, Pehlvi, benchè molto più moderno, non è però da molti secoli in poi una lingua viva. Questo fatto solo (se fosse autentico) basterebbe a provare l’antichità di quegli scritti, che il sig. d’Anquetil ha portati in Europa, e tradotti in francese.
  9. Hyde. De Relig. vet. Persar. c. 21.
  10. Io ho tratto questo ragguaglio principalmente dal Zendavesta del Sig. d’Anquetil, e dal Sadder annesso al trattato di Hyde. Conviene confessare per altro, che la studiata oscurità di un Profeta, lo stile figurato degli Orientali, e l’alterazione di una traduzione francese o latina, possono avermi indotto in qualche errore od in qualche eresia nel fare il compendio della teologia persiana.
  11. I Persiani moderni (ed il Sadder in qualche parte) riconoscono Ormusd per prima ed onnipotente cagione, mentre degradano Ahriman come spirito inferiore e ribelle. Il desiderio di adulare i Maomettani può aver contribuito a raffinare il loro sistema teologico.
  12. Erodoto l. I. 131. Ma il D. Prideaux crede, e con ragione, che l’uso dei tempj fosse poi permesso nella religione dei Magi.
  13. Hide de relig. Pers. Nonostante tutte le loro distinzioni e proteste, che sembrano abbastanza sincere, i Maomettani loro tiranni gli hanno costantemente accusati quali idolatri adoratori del fuoco.
  14. Vedi il Sadder, la più piccola parte del quale consiste in precetti morali. Le cerimonie inseritevi sono frivole ed infinite. Quindici genuflessioni, quindici preghiere, ec., erano necessarie ogni volta che il divoto Persiano si tagliava le unghie o che orinava; ed ogni volta che si metteva il sacro cinto. Sadder art. 14 50 60.
  15. Zendavesta tom. I. p. 224, ed il compendio del sistema di Zoroastro tom. III.
  16. Hide De Relig. Pers. c. 19.
  17. Detto cap. 28. Hide e Prideaux affettano di applicare alla gerarchia dei Magi i termini consacrati alla cristiana.
  18. Ammiano Marcellino, XXIII 6 ci informa (per quanto se gli può prestar fede) di due curiose particolarità: I. che i Magi dovevano alcune delle più segrete loro dottrine a’ Bracmani dell’India; II. ch’essi erano una tribù o sia famiglia, ugualmente che un ordine.
  19. La divina istituzione delle decime presenta un singolare esempio di conformità tra la legge di Zoroastro e quella di Mosè. Quelli che non sanno diversamente spiegarla, possono, se così lor piace, supporre che i Magi degli ultimi tempi abbiano inserito una falsificazione così utile negli scritti del loro profeta.
  20. Sadder art. 8.
  21. Platon. in Alcibiad.
  22. Plinio, Stor. Nat. l. XXX c. 1, osserva che la magia legava gli uomini con la triplice catena della religione, della medicina e dell’astronomia.
  23. Agatia l. IV p. 134.
  24. Il Sig. Hume, nella Stor. Nat. della religione, sagacemente osserva, che le più raffinate e più filosofiche Sette sono costantemente le più intolleranti.
  25. Cicero de Legib. II 10. Serse, per consiglio dei Magi, distrusse i tempj della Grecia.
  26. Hyde de Rel. Persar. c. 23 24. D’Herbelot Bibliot. Orient. Zerdusht. Vita di Zoroastro nel tom II. del Zendavesta.
  27. Confrontisi Mosè di Corene l. II. c. 74 con Ammian. Marcell. XXIII 6. Da qui avanti io farò uso di questi passi.
  28. Rabbi Abraham nel Tarick Schickard p. 108 109.
  29. Basnage, Histoire des Juifs l. VIII c. 3. Sozomen l. II. c. 1. Manes, che soffrì una morte ignominiosa, si può riguardare come un eretico dei Magi non meno che dei Cristiani.
  30. Hyde de Relig. Persar. c. 21.
  31. Queste colonie erano numerosissime. Seleuco Nicatore fondò trentanove città, alle quali tutte egli o dette il suo proprio nome, o quello di alcuni parenti (Vedi Appian. in Syriac. p. 124). L’Era di Seleuco (tutt’ora usata dai Cristiani orientali) comparisce sino all’anno 508, di Cristo 196, sulle medaglie delle città greche racchiuse nell’Impero dei Parti. Vedi le opere di Moile vol. I p. 275 ec. e Freret Mém. de l’Académie tom. XIX.
  32. I Persiani moderni chiamano quel periodo la Dinastia dei Re delle Nazioni. Ved. Plin. Stor. Nat. VI 25.
  33. Eutichio (tom I. p. 367 371 375) riferisce l’assedio dell’isola di Mesene nel Tigri, con alcune circostanze non diverse dalla Storia di Niso e di Scilla.
  34. Agatia II. 164. I Principi del Segestan difesero per molti anni la loro indipendenza. Siccome i romanzi generalmente trasportano ad un epoca antica gli avvenimenti dei loro tempi, non è impossibile che le favolose imprese di Ruslan Principe del Segestan sieno state, per così dire, innestate a questa vera Storia.
  35. Chardin. tom. III c. 1, 2, 3.
  36. Dione l. XXVIII p. 1355.
  37. Per la precisa situazione di Babilonia, Seleucia, Ctesifonte, Modain e Bagdad, città spesso confuse l’una con l’altra. Vedi un eccellente Trattato geografico del Sig. d’Anville, nelle Memor. dell’Accadem tom. XXX.
  38. Tacit. Annal. XI. 42 Plinio Stor. Nat. VI. 26.
  39. Questo si può dedurre da Strabone l. XVI p. 743.
  40. Bernier, quel curiosissimo viaggiatore (Vedi Stor. dei viaggi tom. X) che seguitò il campo di Aurengzebe da Dehli a Cashmir, descrive con grande esattezza l’immensa ambulante città. La guardia della cavalleria era di trentacinquemila uomini; quella dell’infanteria di centomila. Fu calcolato che il campo conteneva centocinquantamila tra cavalli, muli ed elefanti; cinquantamila buoi e da trecento a quattrocentomila persone. Quasi tutto Dehli seguitava la Corte, la cui magnificenza ne manteneva l’industria.
  41. Dione l. LXXI p. 1178. Stor. Aug. p. 38. Eutrop. VIII 10 Euseb. in Chronic. Quadrato (citato nella Stor. Aug.) tentò di vendicare i Romani, allegando, che i cittadini di Seleucia avevano i primi violata la fede loro.
  42. Dione l. LXXV. p. 1263. Erodian. l. III p. 120. Stor. Aug. P. 70.
  43. I culti cittadini di Antiochia nominavano quelli di Edessa un mescuglio di Barbari. Era però un qualche pregio che il dialetto Arameo, il più puro ed il più elegante dei tre dialetti del Siriaco, si parlasse in Edessa. Il Sig. Bayer (Stor. Edess. p. 5.) ha ricavata questa osservazione da Giorgio di Malatia, scrittore siriaco.
  44. Dione l. LXXV p. 1248, 1249, 1250. Il Sig. Bayer ha trascurato di far uso di un passo così importante.
  45. Questo regno, da Osroe, che dette un nuovo nome al paese, fino all’ultimo Abgaro avea durato 353 anni. Vedi l’erudita opera del Sig. Bayer, Historia Osrhoena et Edessena.
  46. Senofonte, nella prefazione alla Ciropedia, dà una chiara e magnifica idea dell’estensione dell’Impero di Ciro. Erodoto (l. III c. 79 ec.) entra in una curiosa e particolar descrizione delle venti grandi Satrapie, nelle quali l’Impero persiano fu diviso da Dario Istaspe.
  47. Erodian. VI 209, 212.
  48. Vi erano dugento carri armati di falci alla battaglia di Arbella nell’esercito di Dario. Nel numeroso esercito di Tigrane, che fu vinto da Lucullo, diciassettemila cavalli soltanto erano interamente armati. Antioco mise in campo contro i Romani cinquantaquattro elefanti: con le sue frequenti guerre e negoziazioni con i Sovrani dell’India, egli aveva una volta raccolti centocinquanta di quei grandi animali; ma si può mettere in dubbio se il più potente Monarca dell’Indostan formasse mai in battaglia una linea di settecento elefanti. In luogo dei tre o quattromila elefanti che il Gran Mogol si dicea possedere, Tavernier (Viaggi, parte II lib. I p. 198) scoprì con più diligenti ricerche, che quel Principe non ne aveva che cinquecento pe’ suoi equipaggi, ed ottanta o novanta pel un servizio della guerra. I Greci hanno variato sul numero degli elefanti, tratti in campo da Poro. Ma Quinto Curzio (VIII. 13) che in questo passo mostrasi giudizioso e moderato, non parla che di ottantacinque elefanti riguardevoli per la loro mole e fortezza. Nel paese di Siam, dove questi animali sono più numerosi e stimati, diciotto elefanti si riguardano come una proporzione sufficiente per ciascuna delle nuove brigate in cui un compiuto esercito viene diviso. L’intero numero di cento e settantadue elefanti da guerra, può alcune volte essere raddoppiato. Vedi Storia de’ viaggi tom. I. X pag. 260.
  49. Stor. Aug. p. 135.
  50. Il Sig. de Tillemont ha già osservato che la geografia di Erodiano è alquanto confusa.
  51. Mosè di Corene (Stor. Armen. l. II c. 71) illustra questa invasione della Media sostenendo, che Cosroe Re dell’Armenia disfece Artaserse e lo inseguì fino ai confini dell’India. Le imprese di Cosroe sono state esagerale; ed agì come dipendente alleato dei Romani.
  52. Per il ragguaglio di questa guerra, vedi Erodiano (l. VI p. 209, 212.) Gli antichi abbreviatori, ed i compilatori moderni hanno ciecamente seguitata la Storia Augusta.
  53. Eutichio tom. II p. 180 vers. Pocock. Il gran Cosroe Noushirwan mandò il Codice di Artaserse a tutti i suoi Satrapi, per invariabile regola della loro condotta.
  54. D’Herbelot Bibliot. Orient. alla parola Ardshir. Possiamo osservare, che dopo un antico periodo di favole, ed un lungo intervallo di oscurità, le storie moderne della Persia cominciano con la Dinastia dei Sassanidi a prendere un’aria di verità.
  55. Erodian. lib. VI p. 214. Ammiano Marcell. lib. XXIII c. 6. Sono da osservarsi alcune differenze tra questi due storici, conseguenze naturali dei cambiamenti prodotti da un secolo e mezzo.
  56. I Persiani sono tuttavia i più abili cavalcatori, ed i loro cavalli, i più belli d’Oriente.
  57. Da Erodoto, Senofonte, Erodiano, Ammiano, Chardin, ec., ho estratto alcune probabili notizie sulla nobiltà persiana, le quali sembrano o comuni ad ogni secolo, o particolari a quelle dei Sassanidi.