Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo XI/Considerazioni preliminari

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Considerazioni preliminari

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Capitolo XI Capitolo XI - Giovanni Gonçalves Zarco e Tristano Vaz Teixeyra

[p. 187 modifica]60. Considerazioni preliminari. — Se è vero che quando una nazione trovasi impegnata in imprese che richieggono in sommo grado la sofferenza, la perseveranza ed il valore, sor[p. 188 modifica]gono dal suo seno uomini capaci delle più grandi opere e di ogni mezzo adatto a dirigere le energie volenterose, ma sparse, della moltitudine, ciò si è avverato specialmente nel Portogallo, piccolo paese alla estremità occidentale del mondo civilizzato, dianzi pressochè ignoto, ma che, per la sua stessa posizione sui confini di un immenso Oceano quasi inesplorato, era destinato, non solo a promuovere, ma eziandio ad effettuare quella impresa geografica che nella storia della scienza merita di essere posta a pari livello coi viaggi di Marco Polo e colla scoperta dell’America per Cristoforo Colombo «offrendoci lo spettacolo dei più grandi e generosi sforzi che sieno stati compiti per ampliare il teatro dell’umana intraprendenza e della civiltà»1.

L’infante D. Enrico, principe di Viseu, soprannominato il Navigatore, quinto figlio del re Giovanni I, nato nel 1394, morto nel 1460, è giustamente considerato come il vero fondatore della potenza marittima del Portogallo. Ardentemente desideroso di estendere fuori della cerchia limitata della penisola Iberica la fama del suo paese; di ingegno pronto e sagace; amantissimo degli studi astronomici, nautici e geografici; premuroso ricercatore di tutte quelle notizie sulle condizioni del continente africano che potevano rendergli più facile l’attuazione del suo grandioso progetto; creatore di una vera scuola idrografica; di carattere dolce ed affabile; generoso senza ostentazione; infine, come Principe e Gran Mastro dell’Ordine del Cristo, nella posizione di poter affrontare le gravi spese necessarie alla lunga e difficile impresa, D. Enrico era, più di ogni altro, capace di affrontare le difficoltà, che allora parevano insormontabili, della completa ricognizione delle coste africane e della scoperta di una via navigabile e diretta verso le Indie.

A proposito del quale problema acutamente osserva il Peschel2, che nei primi tempi del secolo XV sotto il nome di India si intendevano paesi assai diversi. Si distinguevano cioè l’India maggiore e l’India minore; l’India superiore, media [p. 189 modifica]ed inferiore; l’India prima, seconda e terza. E non solamente nell’Asia, ma eziandio nell’Africa, era una regione designata collo stesso nome di India, ed anzi è certo che il principe Enrico intendeva appunto dell’India africana, poichè anche Vasco da Gama, negli ultimi anni del secolo XV, si proponeva non già di giungere, navigando, alla regione asiatica che noi chiamiamo India anteriore, ma sibbene all’India africana, o, altrimenti, all’Abissinia. Gli abitanti di questo paese, conosciuto comunemente col nome di Impero del Prete Gianni, professavano la religione cristiana, ed erano soggetti, a quanto si diceva, a principi potentissimi, nemici acerrimi dei Sultani Mamelucchi. Nulla adunque di più naturale che le nazioni cattoliche d’Europa cercassero di contrarre alleanza col Prete Gianni, con che esse speravano eziandio di migliorare, per suo mezzo, le loro relazioni di commercio coi paesi Orientali. Del resto, non pareva, in quei tempi, molto difficile giungere al paese del Prete Gianni, poichè, come già abbiamo avvertito più sopra, si credeva che il Nilo si dividesse, nella Nubia, in due rami, l’uno diretto al nord e sboccante nel Mediterraneo, mentre l’altro dirigevasi ad occidente, attraverso tutta l’Africa, per gettarsi in fine nell’Atlantico. Se ora al di là del capo Bojador un esploratore avesse potuto penetrare in questo ramo occidentale del Nilo, esso sarebbe giunto, navigandolo contro corrente, alla Nubia, e quindi al paese del Prete Gianni. Tale era il vero progetto di D. Enrico, fondato, come si vede facilmente, sopra un falso sistema idrografico che, solo molto tempo dopo, doveva essere distrutto, da cima a fondo, dalle ulteriori esplorazioni del continente africano.

Ma è appunto il capo Bojador che per ben 19 anni doveva opporsi così validamente a tutti i tentativi dei navigatori portoghesi. È vero che, visto dal nord, esso si presenta come una lingua di sabbia che si abbassa dolcemente verso il mare; ma ciò che lo rendeva temibile è uno scoglio che, circondandolo per tre lati, si avanza nell’Oceano per una lunghezza di circa 8 chilometri. I navigatori italiani che avevano scoperto le lontane Azore, come pure i gruppi di Madeira e delle Canarie, non [p. 190 modifica]erano stati trattenuti da ostacoli di sì poco conto; ma lo stesso non si può dire dei Portoghesi, i quali si limitavano, in quei tempi, e continuarono ancora per molti anni, a seguitare rigorosamente l’andamento della linea costiera, e, come si vedrà dai paragrafi che seguono, se in alcuna delle loro navigazioni si imbatterono in qualche isola lontana, ciò fu solo, ad eccezione delle Azore, perchè condottivi o dai venti contrari o da furiose tempeste.

Note

  1. Boccardo, Storia del commercio, pag. 171.
  2. Peschel, Abhandlungen zur Erd- und Völkerkunde, I, pag. 201.