Storia della letteratura italiana (Tiraboschi) II/I-1

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Dissertazione I-2

34 Girolamo Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana

Tomo II, Modena 1787

Libro I - Letteratura de’ Romani dalla morte di Augusto fino a quella di Adriano

Eran già molti anni, che Roma avea perduta l’antica e per più secoli sì gelosamente difesa sua libertà; e nondimeno appena ella dolevasi di tal cambiamento. Augusto crudele ne’ suoi principj, ma nulla più di quel che fossero stati a’ tempi della Repubblica Mario, Silla, Cinna, ed altri privati, poiché si vide assicurato l’impero, si dié a conoscere Principe amabile, liberale, pietoso, e più che ogn’altro opportuno a render dolce a’ Romani la lor suggezione. Il Senato serbava ancora, almeno in apparenza, l’usata sua maestà e grandezza. Le armi Romane eran giunte alle più lontane estremità della terra. Cessate omai le interne sanguinose fazioni godevasi in Roma una dolce e sicura tranquillità. Se l’eloquenza era già assai decaduta, ciò più che al cambiamento de’ tempi doveasi, come si è dimostrato, al capriccio degli Oratori. Tutti gli altri studj erano in Roma saliti a tal perfezione, a cui in tempo della Repubblica non eran giunti giammai. E se Augusto avesse avuti successori a lui somiglianti, si sarebbon forse compiaciuti i Romani di aver cambiata la Repubblica in Monarchia. Ma dopo la morte d’Augusto si aprì una scena troppo diversa. Sette Imperadori saliron l’un dopo l’altro sul solio, de’ quali è malagevole a diffinire, chi fosse il peggiore. Vespasiano e Tito parvero richiamare i lieti tempi d’Augusto. Ma Domiziano rinnovò presto gli orrori de’ Tiberj, de’ Caligoli, e de’ Neroni. Ciò che è più strano si è vedere il Senato Romano, che alcuni anni prima dava la legge a’ più possenti Monarchi, e donava e toglieva imperiosamente le corone e i regni, ora cadere avvilito, e strisciare, per così dire, a’ piedi de’ nuovi Sovrani, e render divini onori a coloro, di cui tacitamente esecrava la brutal crudeltà. Così, dice il celebre Montesquieu1 , il Senato Romano non avea fatti dileguare tanti Sovrani, che per cadere esso medesimo nella più vile schiavitudine di alcuni de’ suoi più indegni concittadini, e per distruggersi co’ suoi propj decreti. Or in uno Stato, in cui la felicità e la sorte degli uomini dipendeva non dalle sagge disposizioni di un regolato Governo, ma dal capriccio, dalle passioni, e talvolta ancora dalla pazzia di tali uomini, egli è facile a immaginare, qual esser dovesse lo stato della Letteratura. Augusto padrone della Repubblica tutta avea nondimeno lasciati liberi gl’ingegni; e se gli Oratori, gli Storici, ed i Poeti usavano di un prudente riserbo nel trattare certi più pericolosi argomenti, la libertà però dello scrivere non fu mai fatale ad alcuno, e talvolta videsi Augusto generosamente dissimulare qualche detto di un imprudente Oratore, che sembrava contro lui rivolto2 . Ovidio fu il solo Poeta, a cui parve, che i suoi versi fosser funesti; ma più che ad essi ei dovette il suo esilio, come abbiam dimostrato, a’ suoi propj occhi. Non così sotto Tiberio e i primi di lui successori. Un breve tratto di penna costò talvolta la vita al suo autore, e l’essere eloquente Oratore o profondo Filosofo fu per alcuni delitto degno di morte. Or come era possibile, che in tali circostanze gli studj fossero coltivati felicemente? Non è dunque a stupire, che sì gran mutazione accadesse, benché lentamente, nella Letteratura, e che i Romani dopo essere giunti a rendersi negli studj al par di ogn’altra nazione esercitati e colti, ricadessero a poco a poco nell’antica rozzezza. Questo è ciò, che abbiamo ora a vedere, e a svolgere partitamente. Ma perché l’indole e la condotta degl’Imperadori influì molto nello stato della Letteratura, prima di trattare in particolare di ciascheduna scienza, ci conviene esporre con brevità lo stato, in cui trovossi l’Impero a’ tempi, di cui parliamo, e vedere singolarmente, qual fosse la disposizione e l’animo verso le Lettere degl’Imperadori.35

Capo I - Idea generale dello stato Civile, e Letterario dal principio di Tiberio fino alla morte di Adriano

I. Tiberio figlio di C. Claudio Tiberio Nerone e di Livia Drusilla, che poscia fu moglie d’Augusto, e marito prima di Agrippina, nipote del celebre Attico, da lui poscia ripudiata suo malgrado per voler di Augusto, che volle dargli in moglie Giulia sua figlia, dopo la morte di Augusto, salì in vigore del testamento da lui fatto all’Impero l’anno di Roma 766, che corrisponde all’anno 14 dell’Era Cristiana, essendo in età di 55 anni. Non vi fu mai per avventura Imperadore alcuno, che nel principio del suo Regno facesse concepire di sé stesso maggiori speranze. L’affettata sua ritrosia nell’accettare il deferitogli Impero, la modestia nel ricusare il nome di Signore, di Padre della Patria, e di Imperadore ancora, che sofferiva sol di ricevere da’ soldati, la libertà conceduta al Senato e a’ giudici di decidere le contese, e di terminare i più rilevanti affari, tutte le sue maniere in somma spiranti amore de’ sudditi, compassione verso gl’infelici, e odio del dispotismo promettevano un Principe, che o pareggiasse, o fors’anche superasse Augusto. Anche gli studj parve che rallegrar si dovessero dell’elevazion di Tiberio. Aveagli egli in sua gioventù coltivati attentamente, e nella Greca ugualmente che nella Latina favella erasi esercitato con molta lode3 . Nell’Eloquenza avea preso a imitare singolarmente Valerio Corvino Messala Orator celebre a’ tempi di Augusto, e già molti saggi aveane egli dato con non ordinario applauso innanzi ad Augusto medesimo e innanzi a’ Giudici4

in varie cause da lui intraprese5

. Affettava grande esattezza nel non usar parola, che non fosse Latina; e celebre è il fatto, che narra Dione6 , cioè che avendo egli usata un giorno in un editto certa parola nuova, ricordatosene di notte tempo, chiamò a sé tutti quelli, che di lingua Latina erano più intendenti, e ne chiese loro parere. Attejo Capitone un di essi, disse, che benché niuno finallora l’avesse usata, doveasi nondimeno in grazia di Tiberio riporre tra le parole Latine; e rispondendo un Marcello, che Tiberio poteva bensì agli uomini ma non alle parole dare la cittadinanza, Tiberio non perciò mostrò di offendersene. Egli però secondando il gusto allora introdotto usava di uno stile affettato e ricercato troppo, e perciò oscuro non poche volte7 , di che anche da Augusto fu talvolta deriso8

se pure non era una delle arti dell’astuto Tiberio

a dissimulare i veri suoi sentimenti. Certo pareva, ch’egli meglio ragionasse, quando non avea tempo a disporvisi, che quando vi premetteva apparecchio. Ma sopra ogni cosa lo studio della Mitologia gli era caro fino a stancare con continue e minute interrogazioni i Gramatici per risaperne le più picciole circostanze9 . Una Lirica Poesia da lui fatta in morte di Lucio Cesare rammentasi da Svetonio10, e alcuni Poemi Greci ancora da lui composti11. In fatti in questa lingua ancora egli esprimevasi elegantemente e facilmente, benché in Senato per decoro del Latino Impero se ne astenesse12. Nel lungo soggiorno ch’ei fece in Rodi, vivendo Augusto, godeva di frequentare le scuole de’ Filosofi, di cui quell’Isola era piena, e di trattenersi disputando con loro13. Tutto ciò poteva destare una ragionevole speranza, che il Regno di Tiberio, come alla Repubblica tutta, così alle Lettere ancora riuscir dovesse felice e glorioso.

II. Ma sì liete speranze svanirono presto; e Roma si avvide di avere in Tiberio un Principe formato dalla natura all’impero, e da’ suoi vizj condotto alla tirannia, sospettoso e diffidente all’estremo, fingitore finissimo de’ falsi e dissimulatore accorto de’ veri suoi sentimenti, crudele contro chiunque gli cadesse in sospetto, e contro i più stretti parenti, abbandonato a’ più infami piaceri, al cui libero sfogo ritirossi per gli ultimi dieci anni del suo regno da Roma, e li passò per lo più nella solitaria Isola di Capri, fatta dal suo soggiorno infame. Non si posson leggere senza orrore le vergognose disonestà e le crudeli esecuzioni, di cui furono allora testimonj i Romani. Ciò che è più strano si è, che questi caduti nel più misero avvilimento presero a secondare vilmente quelle passioni medesime, che rivolgeansi a loro danno e sterminio. Quel popolo stesso, che per l’addietro avea mostrato sì grande orrore per un giusto dominio non che per una illegittima oppressione, or pareva, che di ogni arte usasse per rendere sempre più crudele il nuovo Sovrano e più gravi le sue propie catene. Era Tiberio crudele e sanguinoso, e una folla di maligni e perfidi delatori ne attizzava continuamente lo sdegno. Le nimicizie private si coprivano sotto l’apparenza di delitti di stato; e presso il sospettoso Tiberio essere accusato era il medesimo che esser reo. Niuno potea tenersi 36 sicuro sulla sua innocenza o sull’amore degli amici e de’ più stretti parenti. Videsi perfino un Padre, cioè Q. Vibio Sereno, costretto a difendersi contro il propio suo figlio, che a Tiberio accusollo di fellonia14. In tale stato di cose è facile a immaginare, qual fosse il dolore de’ buoni, quale il terrore di tutta la Città, anzi di tutto l’Impero. Le false massime della Stoica Filosofia a questa occasione presero piede sempre maggiore; e l’esempio di Catone ebbe a questo secolo molti seguaci; che dolce cosa poteva certamente riuscire, e credevasi ancor onesta e gloriosa, l’uscire con volontaria morte da tanti guai.

III. La Letteratura e la Scienza non furono un bastevole scudo contro la crudeltà di Tiberio. Molti funesti esempi avremo a vederne, quando prenderemo a parlare degli Scrittori di questo tempo; e qui basterà l’arrecarne qualche piccolo saggio. Un cotal Zenone Filosofo, che innanzi a Tiberio si tratteneva parlando in Greco di filosofiche quistioni con uno stil ricercato e studiato, richiesto da Tiberio, di qual dialetto usasse egli, risposegli, che del Dorico; e questo bastò, perché l’Imperadore il rilegasse in una deserta isoletta, credendo, che rinfacciar gli volesse il suo lungo soggiorno in Rodi, ove un tal dialetto si usava15. Soleva egli cenando proporre a’ Greci eruditi, di cui dilettavasi, alcune quistioni tratte da’ libri, che in quel dì avea letti. Giuntogli all’orecchie, che Seleuco Gramatico soleva, per esser pronto a rispondere, chiedere a’ Cortigiani, qual libro avesse egli avuto tralle mani quel giorno, allontanollo da sé, e poscia ancora sforzollo a darsi la morte16 . Elio Saturnino, perché alcuni versi avea sparsi contro di lui, fu da lui stesso accusato al Senato, e poscia per suo ordine precipitato dal Campidoglio17. Un altro Poeta, perché in una Tragedia avea posti alcuni versi contro di Agamennone, sotto il cui nome pensò Tiberio di essere preso di mira; altri Scrittori ancora, perché di alcune espressioni aveano usato, che Tiberio credette ingiuriose a sé stesso, furon tratti in carcere, tolto loro ogni mezzo a studiare, e vietato perfino il favellare insieme; condotti poscia in giudizio, altri si ferirono per sé medesimi, altri in mezzo al Senato beverono il veleno; e nondimeno così com’erano feriti e spiranti ricondotti furono in carcere, perché ivi finisser la vita, e poscia furono gittati per ignominia dalle scale Gemonie18. Parve perfino talvolta, che l’essere eccellente in qualche arte fosse presso Tiberio delitto degno di morte. Così narra Dione19 , che un Architetto avendo con maraviglioso artifizio raddrizzato e rassodato un ampio portico, che già incurvatosi minacciava rovina, Tiberio ne ebbe maraviglia insieme ed invidia, e perciò pagatolo di sua fatica il cacciò da Roma. Questi ardì di bel nuovo di venirgli innanzi, e sperando di mostrargli un’opera di tale industria, che gli rendesse benevolo l’Imperadore, gittata a terra una tazza di vetro, e infrantala, ne ricompose subito, e ne riunì sodamente i pezzi; ma invece di calmare con ciò lo sdegno dell’invidioso Tiberio, acceselo maggiormente, ed in premio di sua industria ebbe la morte. Su questo fatto ragioneremo più a lungo, ove tratteremo del fiorire dell’arti nel presente secolo; qui basti averlo accennato ad intendere a qual segno di crudeltà arrivasse Tiberio.

IV. A Tiberio morto l’anno di Cristo 37 dopo 23 anni d’Impero successe Cajo, soprannomato Caligola, creduto da molti reo di avere affrettata al moribondo Imperadore la morte. Avea egli avuto per padre il celebre Germanico nipote di Tiberio, e per madre Agrippina figliuola di Agrippa e di Giulia figlia d’Augusto. Giovine di 25 anni educato fin dalla fanciullezza tra l’armi, e salito a stima di valoroso guerriero, addestratosi ad esempio di Tiberio a nascondere accortamente i suoi vizj, e a dissimulare i suoi sentimenti, salì al trono fra gli applausi di tutto l’Impero, e parve dal Ciel mandato a ristorare i danni del Regno di Tiberio colui, che dovea, superandolo in crudeltà e in laidezze, renderlo desiderabile. E il primo anno fu tale, che confermò le speranze, che se n’erano concepite. Onorata la memoria di quegli, che da Tiberio erano stati crudelmente uccisi, liberati coloro, che da Tiberio era già stati dannati a morte, ricusati gli onori soliti rendersi a’ Cesari, cacciati in esilio gli uomini infami per le loro disonestà, Caligola era rimirato come ristorator della Patria e dell’Impero, talché caduto egli malato nell’ottavo mese del suo regno, tale fu il commovimento del popolo e per dolore nel suo pericolo, e per l’allegrezza nella sua guarigione, che pochi esempj se ne han nelle storie. Ma ben presto mutò costume, o a dir meglio scoprì finalmente quell’animo atroce, sanguinoso, e crudele, che avea finallora dissimulato. Non si può legger senza orrore la prima brutal sentenza da lui fatta eseguire contro il giovinetto Tiberio Nerone nipote dell’Imperadore Tiberio per mezzo di Druso di lui figliuolo, cui condannò a uccidersi da sé 37 medesimo; poiché il giovane infelice dopo aver dolentemente pregato alcun degli astanti ad ucciderlo, ricusandolo essi, si vide costretto a chieder loro in grazia, che almeno per pietà gli additassero, ove potesse ferirsi per avere più presta morte; di che istruito si dié il fatal colpo20 . D’allora in poi non tenne misura alcuna. Rei e innocenti, patrizj e plebei senza sorta alcuna di processo barbaramente uccisi; e adoperati perciò i più crudeli e più lunghi tormenti per compiacersi più lungamente delle lor sofferenze; giacché pareva, che il più dolce spettacolo per Caligola fosse l’udire le lamentevoli grida, e veder gli smaniosi contorcimenti di coloro, ch’erano tormentati. Abbandonato alle più brutali disonestà voleva nondimeno essere adorato qual Dio, e in tutti i tempj, e perfino in quello di Gerosolima, voleva che gli fossero innalzate statue ed altari, degno al certo di tali onori al pari del suo cavallo, cui pazzamente meditava di far suo collega nel Consolato. E frattanto la maestà del Senato Romano ordinava annui sagrifizj alla clemenza di questo Dio, e co’ nomi di veracissimo e di piissimo onorava questo orrido mostro21

. V. Sotto un tale impero qual doveva esser lo stato della Romana Letteratura? Aveva egli veramente, lasciato ogn’altro studio da parte, coltivata assai l’eloquenza, per cui sortito avea dalla natura e copiosa facondia e memoria felice e voce alta e canora22. Nemico di una ricercata eleganza, e solito perciò a deridere l’eloquenza di Seneca, che allora era in gran pregio, amava un dir rapido e veemente; e talvolta all’improvviso ancora rispondeva alle altrui Orazioni, che ad accusare o a difendere qualche reo recitavansi da altri in Senato23. Anzi un trattato di eloquenza scritto latinamente da Caligola rammenta Suida. Al principio del suo Impero per conciliarsi l’amor de’ sudditi coll’annullare gli ordini di Tiberio, avea permesso, che si leggessero e si pubblicassero di nuovo i libri di Tito Labieno, di Cremuzio Cordo, e di Cassio Severo, che quegli avea dannati alle fiamme. Ma ciò non ostante il Regno di Caligola non fu men funesto alle Lettere che quel di Tiberio, e l’eloquenza, di cui egli vantavasi, per poco non fu fatale a Domizio Afro Orator celebre a quel tempo, di cui vedremo a suo luogo, che perciò solo, che pareva più di lui eloquente, sarebbe stato ucciso, se non avesse egli avuto ricorso al mezzo, che era il solo efficace, di una vilissima adulazione. Un altro Oratore detto per nome Carinna Secondo fu da lui mandato in esilio, solo perché una declamazione avea per suo esercizio recitata contro la Tirannia. Contro i Professori delle altre scienze, in cui non era egli istruito, molto più mostrossi crudele. Poco mancò, che dalle Biblioteche, in cui a onorevol memoria erano state locate, non togliesse le statue di Virgilio e di Livio, dicendo scioccamente, che quegli era stato uomo di niuno ingegno e di assai leggiera dottrina, e che questi era uno Storico verboso e negligente. Pensò ancora di sopprimere interamente le Poesie d’Omero, per folle vanto d’imitare Platone, che nell’imaginaria sua Repubblica aveane proibita la lettura24. Vantavasi ancora di voler toglier totalmente di mezzo la scienza de’ Giureconsulti e tutti i loro libri, dicendo, che avrebbe fatto in modo, che altro parere non si potesse seguire fuorché il suo25. Queste nondimeno non furono che pazzie meditate. Un certo Apelle, che da Dione dicesi il più valente tra gli Attori di Tragedia che allora fosse26, e carissimo a Caligola, interrogato da lui, mentre stava innanzi a una statua di Giove, chi di lor due gli paresse migliore, perché si rimaneva dubbioso, qual risposta avesse a fargli, fu crudelmente fatto flagellare; e mentre l’infelice dolentemente implorava pietà e perdono, il barbaro compiacendosene lodava la dolcezza e soavità di quella flebile voce27. Più infelice fu un Poeta scrittore di quelle favole, che dicevansi Atellane; perciocché per un sol verso, che poteva aver senso ambiguo, e credersi forse indirizzato contro di lui, per ordine di Caligola fu in mezzo all’anfiteatro arso vivo28. Io non parlo qui delle Letterarie sfide di eloquenza da lui instituite in Lione, perciocché esse non appartengono al mio argomento, ma sì alla Storia Letteraria delle Gallie, che da’ dotti Maurini è stata diligentemente illustrata.

VI. La crudeltà di Caligola giunse a tal segno, che stanchi finalmente alcuni di più oltre soffrirla nel quarto anno del suo Impero congiurarono contro di lui, e per mano di Cherea Tribuno delle Guardie Pretoriane lo uccisero all’uscir del Teatro l’anno di Cristo 41. Claudio zio di Caligola, perché fratel di Germanico di lui Padre, uomo per la sua viltà e stupidezza avuto in niun conto fino a quel tempo, mentre dopo la morte di Caligola il Senato stava deliberando, se ritornar si dovesse all’antica libertà, veduto a caso da’ Soldati, che scorrevano saccheggiando il palazzo, nascosto e 38 tremante in un angolo, fu da essi in quel tumulto gridato Imperadore, e il Senato si vide suo malgrado costretto a riconoscerlo ed approvarlo. Gli Autori della Storia Letteraria di Francia gli hanno dato luogo tra’ loro Scrittori29, perché nacque in Lione, ove era allora suo Padre Druso. Ma se il nascere a caso in una più che in altra Città bastasse a determinare la patria di alcuno, quanti Francesi dovrebbero aver luogo tra gli Scrittori Italiani, e così dicasi d’altre nazioni! Incapace di regolare l’Impero per sé medesimo, era necessario, che ne lasciasse ad altri la cura; e la disgrazia di Roma si fu, che ciò toccasse a’ peggiori uomini, che allor ci vivessero; Messalina prima, e poscia Agrippina sue mogli, e una truppa di Liberti tanto più crudeli nell’abusarsi del loro potere, quanto erano più vili di condizione. Debole e vile fino a soffrire indolentemente l’atroce insulto di veder Messalina sua moglie stringersi solennemente in nozze con un altro Cavaliere, fu nondimeno per altrui suggestione così crudele, che trentacinque Senatori e oltre a trecento Cavalieri Romani furono a suo tempo uccisi30. Le belle Lettere furono l’unico oggetto, a cui egli mostrasse qualche favorevole disposizione; applicato perciò ad esse da’ suoi parenti, poiché di ogni altro esercizio sembrava incapace. Egli attentamente le coltivò, e dié varj saggi del suo profitto31. Una Commedia Greca essendo già Imperadore compose egli, e rappresentar fece in Napoli, e in competenza di altre, che si recitarono, per sentenza di giudici a ciò deputati riportò l’onore della corona; nel che però è facile, che l’adulazione più che il retto giudizio conducesse que’ giudici. Amantissimo del giuoco, di esso pure scrisse e divulgò un libro32. Prese ancora a scrivere la Storia Romana, e due libri compose delle cose avvenute dopo la morte di Cesare; ma poi veggendo, che cosa troppo pericolosa era lo scrivere di tal materia, lasciati que’ tempi, la cominciò dalla pace seguita dopo la battaglia d’Azzio, e ne scrisse XLI libri. Otto libri ancora egli scrisse della propria vita con più eleganza che senno, dice Svetonio. Inoltre un’Apologia, che lo stesso Svetonio dice assai erudita, di Cicerone contro i libri di Asinio Gallo, il quale avendo fatto un confronto tra lui e Asinio Pollione suo Padre, aveva a questo data la preferenza. VII. Era egli ancora nella lingua Greca versato assai, e ne usava non rade volte anche in Senato33; anzi due altre Storie in tal lingua egli scrisse, una degli Etruschi (e non di Tiro, come hanno scritto gli Autori della Storia Letteraria di Francia34, troppo male interpretando la parola Tyrrenicon da Svetonio35 adoperata) divisa in venti libri, l’altra, divisa in otto, de’ Cartaginesi. In grazia de’ quali libri, come siegue a narrare Svetonio, all’antico Museo, che era già in Alessandria, ove radunar si solevano ad erudite assemblee gli uomini dotti, un altro ne fu aggiunto, che dal nome stesso di Claudio prese l’appellazione, e si comandò, che ogni anno in un di essi si leggesse nelle pubbliche adunanze di certi giorni determinati la storia de’ Tirreni, nell’altro quella de’ Cartaginesi; e che tutte si recitassero a vicenda da ciascheduno degli astanti. Questo passo ancor di Svetonio non è stato fedelmente spiegato da’ suddetti Autori della Storia Letteraria di Francia; perciocché essi dicono, che Claudio stesso ordinò e la fabbrica del secondo Museo e la solenne lettura de’ suoi libri; il che da Svetonio non si dice. Aggiungono i medesimi Autori, che Tacito ci ha conservato il discorso fatto da Claudio in Senato per ottenere, che i popoli della Gallia Comata, i quali già avevano il diritto della Romana Cittadinanza, potessero ancora esser posti nel ruolo de’ Senatori, e che questo è l’unico saggio, che ci sia rimasto dello stile di Claudio. Ma dice egli forse Tacito, che quelle fossero appunto le parole o almeno i sentimenti di Claudio? O non è anzi noto ad ognuno, che così egli, come tutti gli altri Storici introducono a ragionare i lor personaggi con que’ pensieri e con quelle espressioni, che loro piacciono? Ma più leggiadro si è ciò, che essi soggiungono, cioè che nel secolo XVI furono trovate (come veramente accadde l’anno 1528) sul Colle di San Sebastiano presso Lione due lastre di bronzo, che or si conservano nel palazzo della Città, in cui, dicono, è scolpita parte di questo discorso, ma in uno stile men bello di quel che è presso Tacito. Come mai sì dotti Autori hanno potuto scriver così? Si confronti di grazia il discorso di Claudio, che è presso Tacito36, con quello, che è stato trovato scolpito in bronzo, e che è stato pubblicato da Giusto Lipsio37, e dal P. Decolonia38, e veggasi se vi ha trall’uno e l’altro la menoma somiglianza, sicché si possa dire, che solo ne è men colto lo stile. Egli è anzi probabile, che quello, che fu scolpito in bronzo, fosse il vero discorso di Claudio, qual fu da esso tenuto in Senato; e che quel che 39 è presso Tacito, fosse interamente dallo stesso Storico immaginato e disteso, come è costume degli scrittori di storie.

VIII. Svetonio aggiugne delle tre Lettere39, che Claudio volle introdurre nel latino alfabeto. Quali esse fossero, nol dice. Ma dal testimonio di Quintiliano40, e da qualche Iscrizione di questi tempi41 è chiaro, che una di esse era così scritta , a spiegare la forza della V consonante; l’altra per testimonio di Prisciano42 era destinata a far le veci della Ψ Greca, e scriveasi per C. Qual fosse la terza, nol sappiamo precisamente, né penso, che sia ben impiegata la fatica a disputarne. Esse però, finché Claudio visse, furono o per rispetto o per adulazion ricevute; ma lui morto, caddero in dimenticanza. Pare finalmente, che qualche cosa ei toccasse de’ Filosofici studj, perciocché narra Dione43, che avendo egli preveduto, che nel giorno suo natalizio sarebbesi ecclissato il Sole, e temendo, che qualche tumulto non ne seguisse, non solo ne dié avviso al popolo con un libro intorno a ciò pubblicato, segnandone precisamente l’ora e la durata, ma ne spiegò ancora la vera ragione. Questa letteratura di Claudio fu derisa dal Filosofo Seneca nella Satira, che sulla morte di lui egli scrisse, di cui ragioneremo a suo luogo, e non è maraviglia, perché, essendo egli poco meno che scimunito, dovea naturalmente comparire ridicoloso quel qualunque suo sapere. Ma se egli all’erudizione congiunto avesse il senno, sarebbe stato certamente uno de’ Principi più benemeriti delle Lettere e delle Scienze. IX. Ma se il Regno di Claudio non fu per la sua dappocaggine favorevole agli studj, non fu almeno loro fatale; poiché avendo in pregio le Lettere, qualche rispetto usava a’ loro coltivatori. Non così Nerone figliuolo di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina, che fu poi moglie di Claudio, a cui ella il fece adottare per suo figliuolo. Nerone salì al trono l’anno 54; poiché Claudio morì per veleno, come si crede, datogli dalla stessa Agrippina. L’idea, che il comun consenso degli uomini ha unita al nome di Nerone, basta a farci conoscere, chi egli fosse. Trattene alcune lodevoli azioni, ch’ei fece al principio del suo regno, non vi fu esempio di crudeltà e di barbarie, che allora non si vedesse. Seneca suo Maestro, Britannico e Antonia figliuoli di Claudio, e quindi suoi fratelli adottivi, Domizia sua Zia, Ottavia e Poppea sue mogli, finalmente la stessa Agrippina sua madre perdettero per comando di questo mostro la vita. Gli altri vizj non furono in lui punto minori della sua crudeltà; e a dir tutto in breve, pare, come riflette un moderno Autore44, che Nerone non arrivasse all’Impero, che per mostrare, quanti delitti può commettere un uomo, che si abbandoni alla pessima sua natura. A renderne sempre più esecrabile il nome mancava solo, ch’ei fosse, come fu veramente, il primo persecutore de’ Cristiani. Qual protezione sperar potevano da tal Sovrano gli studj? Egli, come dice Svetonio45, aveva da fanciullo appresi gli elementi di quasi tutte le scienze, ma della Filosofia aveagli ispirata avversione Agrippina sua madre, dicendo, che nocevole essa era a chi dovea regnare; e Seneca, per essere più lungamente da Nerone ammirato, distolto lo avea dal leggere gli antichi Oratori. Alcune Orazioni in età giovanile da lui fatte, altre in Greco, altre in Latino, rammentano Svetonio e Tacito46, e Svetonio dice, che anche Imperadore declamò spesso pubblicamente47. Ma se egli si applicò per alcun tempo agli studj, ben presto se ne distolse occupato unicamente ne’ suoi piaceri; e quando al principio del suo Impero egli volle fare l’Orazion funebre di Claudio, si valse dell’opera di Seneca suo Maestro. Vuolsi qui riferire un passo di Tacito, che il carattere ci forma degli studj di Nerone, e ci muove ancora qualche sospetto, che le Orazioni da Nerone talvolta dette fossero esse ancora di Seneca, o di altri, che per lui le scrivesse. Ne’ funerali di Claudio, dic’egli48 , Nerone ne fece l’encomio: finché lodonne l’antichità della famiglia, i consolati e i trionfi de’ suoi maggiori, fu udito con attenzione; volentieri ancora si ascoltò la menzione degli studj da lui fatti, e della felicità, che per parte de’ popoli stranieri avea goduto l’Impero nel suo regno: ma poiché venne alla prudenza e al senno di Claudio, niuno poté frenare le risa, benché l’Orazione composta da Seneca fosse colta assai, essendo quegli uomo di leggiadro ingegno, e al gusto di que’ tempi adattato. Osservarono i più vecchj, che possono le cose recenti confrontar colle antiche, che tra gl’Imperadori Nerone fu il primo, che abbisognasse dell’eloquenza altrui; perciocché il Dittator Giulio Cesare avea cogli Oratori più celebre gareggiato; Augusto avea una facile ed ubertosa facondia, quale a Principe si conveniva; Tiberio ancora sapeva l’arte di ben pesar le parole, e di usare ora un parlare eloquente e focoso, ora a 40 bella posta oscuro ed ambiguo. Anche Caligola tralle sue pazzie mantenne la forza nel favellare; né Claudio finalmente era privo di eleganza, quando egli diceva cose premeditate. Ma Nerone fin da’ più teneri anni volse ad altre cose il pensiero. Scolpire, e dipingere, e cantare, e regolare i cavalli, erano le sue più care occupazioni; talvolta però recitando suoi versi mostrava di aver appresi gli elementi delle scienze. Fin qui Tacito. La sola Poesia adunque fu quella, a cui Nerone mostrò qualche inclinazione. Nel che però, s’egli stesso veramente componesse i versi, o se si usurpasse gli altrui, non è facile a diffinire, e discordano su questo punto Tacito e Svetonio. Perciocché quegli racconta49, che Nerone radunar soleva quelli tra’ giovani, che sapessero alquanto di Poesia; e che essi insieme con lui sedendo acconciavano i versi, ch’ei lor mostrava; e alle parole qualunque fossero da lui usate davano il suono e la cadenza poetica; il che, aggiugne Tacito, chiaro si vede dagli stessi suoi versi, che non hanno estro né brio alcuno, né sono di uno stile uguale e seguito. Svetonio al contrario50 rigetta apertamente questa opinione, e dice essere falso ciò, che altri asseriscono, che Nerone spacciasse gli altrui versi per suoi; e che egli avea veramente facilità e prontezza in poetare, e ne reca in pruova alcuni libri di versi, ch’egli stesso avea veduti, scritti per man di Nerone medesimo, e pieni di correzioni e di cancellature; talché era chiaro, ch’erano da lui stesso stati composti e ritoccati. Ma checchesia di ciò, questo qualunque studio di Poesia ad altro non giovò, che a render Nerone sempre più vile e abominevole al mondo. Spettacolo veramente degno della grandezza e della maestà Romana! Vedere un Imperadore vantarsi più che di un solenne trionfo della sua creduta eccellenza in verseggiare, in sonare la cetera, in recitar dal Teatro; comandare, che i suoi versi letti fossero e dettati a modello di perfetta poesia nelle pubbliche scuole51; mandare qua e là per Roma uomini prezzolati a recitarli, e riputare rei di lesa Maestà coloro, che non gli approvavano52; salire egli stesso sul Teatro a sonarvi la cetra, e a rappresentar Commedie e Tragedie; e non contento di far ciò in Roma, andarsene anche a mostrare a’ Greci sì disonorevole oggetto53. Ma io non so, se fosse spettacolo più mostruoso vedere un Imperador Romano divenuto Attore di scena, o vedere la Città tutta con vergognosa adulazione applaudirgli. Potrebbe parer vantaggiosa alle Lettere l’istituzion da lui fatta de’ combattimenti di Eloquenza e di Poesia, che ogni quinto anno si celebravano nel Campidoglio, e detti erano Capitolini. Ma qual pro, se l’unico frutto, che se ne vide, fu l’impiegarsi gli Oratori tutti e i Poeti in adulare Nerone, e in dare a lui sopra tutti la preferenza?54 Quindi questo impegno di Nerone per la Poesia, non che essere ad essa giovevole, fu anzi a molti dotti fatale, come vedremo a suo luogo55. Qui basti accennare per saggio ciò, che narra Dione56, cioè, che Nerone avendo in idea di scrivere un lungo Poema sulla Storia Romana, richiese a molti, e fra gli altri ad Anneo Cornuto, uomo a quel tempo per dottrina e per erudizione chiarissimo, quanti libri avesse a scriverne; e avendo alcuni adulatori asserito, che un Nerone nulla meno di quattrocento libri dovea scrivere, Anneo disse, che era troppo grande tal numero; al che replicando un altro, che il Filosofo Crisippo assai più aveane composti; ma questi, rispose Anneo, al genere umano son vantaggiosi. Del qual detto sdegnato Nerone, poco mancò che nol togliesse di vita, e parvegli di mostrarsi clemente col rilegarlo in un’Isola. Finalmente dopo 13 anni di Regno questo crudel mostro, udendo, che Galba erasi sollevato contro di lui, e che era stato riconosciuto Imperador nelle Gallie, e che egli al contrario dal Senato stesso di Roma era stato dichiarato nimico pubblico e dannato a morte, fuggito vilmente da Roma, si dié da sé stesso la morte, in età di 32 anni l’anno di Cristo 68; e con lui finì la famiglia de’ Cesari.

X. I tre seguenti Imperadori poco o nulla poteron recare o di vantaggio o di danno alle Lettere, che troppo breve fu il loro Impero, e vidersi allora per la prima volta sorgere, per così dire, da ogni parte uomini avidi di regnare, e combattersi gli uni gli altri. Galba, Ottone, Vitellio giunsero ad ottener il trono, ma nol poterono conservare; Galba ucciso in Roma per ordine di Ottone; Ottone uccisosi da sé stesso in Brescello, poiché seppe il suo esercito essere stato sconfitto da quel di Vitellio; questi finalmente da’ partigiani di Vespasiano, dopo essere stato trascinato ignudo per Roma, ucciso a colpi di bastone. Così due anni di sanguinosissime guerre civili finirono di gittar Roma in una totale desolazione. Ma finalmente parve giunto il tempo di respirare e rimettersi da’ sofferti strazj. Vespasiano uomo di bassa stirpe, e, finché fu in condizione privata, malvagio e vizioso, e solo valoroso Generale d’armata, non parve degno di essere Imperadore, se non poiché fu 41 salito sul trono. Intento a riparare i disordini, che dopo la morte d’Augusto eransi in Roma e in tutto l’Impero introdotti, non tralasciò mezzo alcuno per ottenerlo; e si può dire a ragione, che Vespasiano, postisi innanzi gli occhi gli enormi vizj de’ suoi antecessori, diede in sé stesso l’esempio di tutte le opposte virtù. Due cose sole gli si rinfacciano, la disonestà, benché ben lungi dall’imitare la sfrontata impudenza di Tiberio, di Caligola, e di Nerone, e l’avarizia nell’imporre e nel riscuotere troppo gran numero di tributi, della quale però molti lo discolpavano affermando, ch’egli era costretto a così fare dalla necessità di rimettere l’esausto erario57. In fatti egli è certo, che a tutti e a’ poveri singolarmente ei mostrossi assai liberale58. Le arti e gli studj furono da lui con sommo impegno fomentati59, ed egli fu il primo, come vedremo, che a’ Retori assegnò sull’erario onorevole annuo stipendio. Niente meno favorevole alle Lettere fu il breve impero di Tito suo figliuolo, che l’anno 79 gli succedette nel trono. Questi, uno de’ più amabili Principi che mai regnassero, e detto perciò amore e delicie dell’uman genere60, avea dalla natura sortito eccellente ingegno da lui coltivato con un diligente studio della Greca e della Latina favella. Scriveva elegantemente assai in prosa non meno che in versi; e in questi ancora con tanta facilità, che talvolta ancora componevali all’improvviso61. Nel Foro ancora si esercitò egli talvolta, ma sol nelle cause più nobili e grandi62. Da un tal uomo, che salito all’Impero nulla si lasciò abbagliare dalla luce del trono, ma parve di esservi collocato sol per rendere felici gli altri, doveano le Lettere ancora aspettare protezione e favore. Ma Roma per sua sventura troppo poco tempo poté goderne, e Tito dopo due anni d’Impero perdé fra il comun pianto la vita, non senza colpa, come da molti fu creduto, di Domiziano suo fratello, ma troppo da lui diverso, che gli succedé nell’Impero.

XI. Domiziano, dice il celebre Presidente Montesquieu63 , fece in sé stesso vedere un nuovo mostro più crudele, o almen più implacabil di quelli, che aveanlo preceduto, perché di essi più timido. In fatti i delatori, quella malnata genia, che sotto Tiberio avea cominciato a far tanta strage in Roma, ritornarono a mostrarsi sotto Domiziano, e furono volentieri ascoltati; gli esilj, le confische de’ beni, i più crudeli supplicj contro ogni genere di persone per qualunque pretesto furono rinnovati; e rinnovata fu ancora la persecuzione contro de’ Cristiani. Questo bastava a fare, che gli studj ancora giacessero negletti. Ma a ciò si aggiunse l’aversione, che Domiziano ne avea. Al tempo di Vespasiano per uguagliarsi nell’amore del popolo al suo fratello Tito finse di essere amante degli studj, e della Poesia singolarmente, e facevasi talvolta udire a recitare pubblicamente suoi versi64. Ma passato il tempo di fingere, egli non impiegò più alcun momento allo studio della Poesia o della Storia o di altra scienza; e al bisogno di scrivere lettere, orazioni, ed editti, valevasi dell’opera altrui; e il solo libro, ch’egli leggesse, erano gli atti e la vita di Tiberio, quasi modello, su cui formarsi all’Impero65. Due sole cose troviamo da lui fatte a vantaggio delle scienze, l’una il rinnovare i letterarj combattimenti in Roma ogni cinque anni istituiti già da Nerone66, e insieme stabilire somiglianti giuochi da celebrarsi in Alba ogni anno, i quali latinamente diceansi Quinquatria67; l’altra il rifabbricare le incendiate Biblioteche, e raccoglier per ciò gran quantità di libri, come a suo luogo vedremo. Ma poco potevan giovare tali ajuti, se la crudeltà e la tirannia del suo governo teneva, per così dire, schiavi gl’ingegni. In tale stato duraron le cose fino all’anno di Cristo 96, in cui Domiziano fu ucciso per man di un Liberto di Domitilla sua madre. E dopo un secolo quasi continuo di orrori, di brutalità, di stragi, un nuovo ordin di cose si vide finalmente in Roma, che per qualche tempo le fece dimenticare i sofferti danni.

XII. Nerva successore di Domiziano, e Principe ornato delle più belle doti, che a riparare i danni dell’Impero Romano fossero necessarie, e a cui il solo difetto, che si opponesse, fu quello di aver portata tropp’oltre la più amabile tralle virtù, cioè la clemenza, ebbe troppo breve Impero, perché potesse operar grandi cose, morto sedici mesi soli, dacché era salito al Trono. Trajano da lui adottato gli succedette l’anno 9868. A me non appartiene il fare a questo luogo l’encomio di questo gran Principe, in cui si videro uniti tutti que’ pregj, che formano un gran Sovrano e una gran Generale d’armata. Non vi ha Storico, che non ne ragioni; e alcuni tra’ moderni singolarmente, che piaccionsi di porre a confronto gli Eroi Idolatri co’ Cristiani, formano di Trajano poco meno che un Dio, per abbassar quindi al paragone Costantino e Teodosio. Sarebbe però a bramare, ch’essi usassero di quella sincerità, che tanto pregiano in altri, e che dopo avere esaltate le virtù guerriere e 42 politiche di Trajano, che certo furon grandissime, non ne tacessero i vizj privati, che non furon punto minori69. Ma lasciando in disparte ciò, che non è proprio del mio argomento, io debbo solo riflettere, che Trajano della Romana Letteratura fu benemerito assai. Quegli, che fissano l’età di Giovenale ai tempi di Trajano e di Adriano, come dimostreremo farsi da alcuni probabilmente, vogliono, e non senza ragione, che di Trajano egli intendesse, quando scrisse: Et spes & ratio studiorum in Cæsare tantum: Solus enim tristes hac tempestate Camœnas Respexit &c.70 E poco appresso: Nemo tamen studiis indignum ferre laborem Cogetur posthac, nectit quicumque canoris Eloquium vocale modis, laurumque momordit. Né era già Trajano uomo colto nelle belle arti e negli studj, poiché più che ad essi avea egli rivolti i suoi pensieri alla guerra, e non ha alcun fondamento l’opinione d’alcuni, ch’egli avesse a suo maestro Plutarco 71. Ma ciò non ostante ei riputava dovere di saggio Monarca il favorire in ogni maniera le lettere e i loro coltivatori72. Di ciò lodalo altamente Plinio nel suo Panegirico73, e commenda la degnazione e la bontà, di cui egli onorava i dotti, la protezione, che accordava alle scienze, che sotto di lui finalmente sembravano aver ripigliato spirito e vita, e la facilità, con cui egli riceveva coloro, che celebri erano per sapere. E una illustre pruova ei ne diede, secondo Filostrato74, quando trionfando de’ Daci prese sul suo medesimo cocchio il Sofista Dione Grisostomo, e più altri segni continuò poscia a dargli di benevolenza e d’amore. Nondimeno le continue guerre, in cui fu avvolto Trajano, non gli permiser di fare a pro delle Lettere quanto in più pacifici tempi avrebbe probabilmente fatto. XIII. Adriano, che succedette a Trajano l’anno 117, maggior giovamento ancora avrebbe potuto recare alle Lettere, se i suoi vizj non glielo avessero impedito. Dotato di prodigiosa memoria appena avea letto un libro, recitavalo fedelmente, e a somiglianza di Cesare scriveva, dettava, ascoltava, e conversava al tempo medesimo cogli amici75. La Greca Letteratura eragli singolarmente cara, e ne ebbe quindi da alcuni il soprannome di Grecolo76. E forse questa sua inclinazione diede origine a quel grecheggiare affettato, che s’introdusse in Roma, e che leggiadramente deridesi da Giovenale77. Ma anche nella lingua latina aveva egli fatto diligente studio, dacché singolarmente, essendo Questore sotto Trajano, e recitando un’orazione in Senato a nome dell’Imperadore, per la rozza pronunzia, di che egli usava, fu pubblicamente beffato; il che talmente lo punse, che voltosi con grand’ardore allo studio di questa lingua, non si ristette, finché in essa ancora ei non divenne facondo ed eloquente oratore78. Non vi ebbe quasi genere alcuno di scienza, cui egli non coltivasse, e nello scrivere in prosa ugualmente che in versi, e nell’Aritmetica e nella Geometria,. e anche in dipingere, in danzare, in sonare egli acquistossi gran lode79. Nel tempo ancor de’ conviti faceva rappresentare Azioni teatrali, e leggere poesie, o altri eruditi componimenti80. Alcuni libri in prosa aveva egli scritti, e tra essi la sua vita medesima, benché da lui pubblicata sotto i nomi de’ suoi Liberti, come narra Sparziano81; ma assai più in versi82, tra’ quali son noti quelli, che diconsi da lui fatti vicino a morte, e che si recano dallo stesso Sparziano83 . Questo suo ardore nel coltivar gli studj facea concepire speranze, che il suo Impero sarebbe stato lor favorevole. E nondimeno fu ad essi sommamente fatale. Adriano gonfio del suo sapere mal volentieri soffriva chi potesse esser creduto a lui superiore. Quindi solea superbamente deridere i professori tutti delle belle Arti, e godeva di venir con essi a contesa; ma era cosa troppo pericolosa in non confessarsi vinto; e celebre è il detto di Favorino, che essendo stato da Adriano ripreso di una cotal parola da lui usata, né difendendosi egli, come agevolmente poteva, ripresone dagli amici: Oh voi, disse, mi consigliate pur male a non creder più dotto di me un uomo, che ha a’ suoi cenni trenta legioni84. Questa sua alterigia medesima era cagione, ch’egli, opponendosi al comun sentimento, antiponesse Catone il vecchio a Cicerone, ed Ennio a Virgilio85, e che dichiarandosi nemico ad Omero cercasse quasi di distruggerne la memoria, e di esaltare in vece un cotale Antimaco poeta quasi interamente sconosciuto86. Anzi questa vil gelosia lo condusse tant’oltre, che dannò a morte un celebre Architetto detto 43 Apollodoro87; perché da lui richiesto del suo parere su un Tempio di Venere, ch’egli aveva disegnato, vi trovò alcuni non leggieri difetti; e poco mancò, che per somigliante ragione non facesse uccidere ancora il suddetto Favorino, e Dionigi esso pure Sofista; e molti in fatti per tal motivo perseguitò, ed uccise88. Nondimeno egli affettava di onorare della sua protezione i Filosofi, e tra essi singolarmente Epitteto89, ed Eliodoro, i Gramatici, i Retori, i Geometri, i Musici, i Pittori, e gli Astrologi ancora90; e perciò Filostrato vorrebbe persuaderci91, ch’egli più che alcun altro de’ suoi predecessori sapesse fomentare la virtù e le scienze. Ma da ciò, che si è detto, raccogliesi chiaramente, che il favor d’Adriano non era opportuno che ad allettare i vili ed ignobili adulatori. E in oltre i continui viaggi, ch’ei fece, pe’ quali pochissimo tempo soggiornò in Roma e in Italia, non gli avrebber permesso, quando pur l’avesse voluto sinceramente, di recar molto giovamento alle Lettere. Morì egli l’anno 138 esecrabile a tutti per la sua crudeltà non meno che per le sue dissolutezze; e degno solo di lode, perché coll’adottare Tito Antonino dié all’Impero uno de’ migliori Principi, che mai salisser sul trono. Ma di lui avremo a parlare nel libro seguente. XIV. Tali furono gl’Imperadori, che a questi tempi signoreggiarono in Roma; uomini per la più parte, che niun pensiero si diedero di fomentare gli studj, e la cui crudeltà fu a molti dotti fatale. E certo il fervore nel coltivare le scienze, che a’ tempi di Augusto erasi acceso in Roma, sotto i seguenti Imperadori rallentossi alquanto. Il danno nondimeno non fu sì grande, quanto pareva doversene aspettare; e ne abbiamo accennata già la ragione nella Dissertazione preliminare. Que’, che vivevano a questa età, erano per lo più nati a’ lieti tempi d’Augusto; avean ricevute le prime istruzioni da’ grandi uomini che allor fiorivano; erasi ad essi ancora comunicato quel nobile ardor per gli studj, di cui Roma era compresa. Era in somma a guisa di un vasto incendio, che non poteva estinguersi così facilmente. Vi ebbe dunque a questo tempo ancora gran numero d’uomini coltivatori degli ameni non meno che de’ serj studj. Ma ciò non ostante questi decaddero dall’antico loro splendore per le ragioni, che già si sono toccate, e che di mano in mano andremo svolgendo. Qui solo piacemi di riflettere in generale, che quel vile spirito di adulazione, che il tirannico Impero de’ primi Cesari sparse in tutti gli ordini di Roma, comunicossi ancora a quasi tutti anche i migliori Scrittori di questa età. Non si posson leggere senza sdegno le bugiarde lodi, con cui Valerio Massimo92 e Vellejo Patercolo93 esaltan Tiberio; gli elogj, che Lucano fa di Nerone94, a cui il grave Seneca ancora, che già adulato avea bassamente Claudio95, non ebbe rossore di tessere un Panegirico96; e quelli finalmente, che Stazio97 e Marziale98 e perfino il saggio Quintiliano99 rendono a Domiziano. Così il timore reggeva vilmente le penne degli Scrittori, e li conduceva ad esser prodighi di encomj verso coloro, cui internamente aveano in abbominio e in orrore. Ma entriamo omai a ragionare di ciaschedun genere partitamente secondo l’ordine, che nelle precedenti Epoche abbiam tenuto.44


Note


1

Grandeur & Decad. des Rom. c. XV.

2

Senec. Controv. XII sub fin.

3

Sveton. in Tiber. c. LXXX.

4

Id. c. VII.

5

Avea Tiberio avuto per suo Maestro, come narra Suida, un Sofista per nome Teodoro da Gadara, il quale ebbe poscia 

nella sua arte a rivali Polemone ed Antipatro, e un figlio di cui sotto Adriano fu fatto Senatore. Ei fu Autore di molte Opere, che si annoverano dallo stesso Scrittore. 6

Lib. LVII.

7

Sveton. in Tib. c. LXX.

8

Idem in Aug. c. LXXXVI.

9

Id. in Tib. c. LXX.

10 Loc. cit. 11 L’Imperadrice Eudossia altrove da noi citata ricorda alcuni Epigrammi di Tiberio, e un’Arte Rettorica da lui scritta, come sembra, in Greco (Villoison Anecd. Græc. T. I p. 270). Di quest’opera di Tiberio niun altro antico Scrittore ci ha lasciata menzione. 12 Svet. c. LXXI. 13 Id. c. XI. 14 Tac. Ann. l. IV c. XXVIII. 15 Svet. c. LVI. 16 Ibid. 17 Dio. l. LVII. 18 Svet. c. LXI. 19 L. LVII. 20 Philo. de Legat. ad Cajum. 21 Dio. l. LIX. 22 Svet. in Caligul. c. LIII. 23 Svet. ibid. Joseph. Antiquit. Jud. l. XIX c. II. 24 Svet. c. XXXIV. 25 Ibid. 26 L. XIX. 27 Svet. c. XXXIII. 28 Svet. c. XXVII. 29 T. I p. 166 &c. 30 Svet. in Cl. c. XXIX. 31 Id. c. III. 32 Id. c. XXXIII. 33 Svet. c. XLII. 34 T. I p. 174. 35 Ibid. 36 L. XI Annal. c. IV. 37 Excurs. ad l. X Annal. 38 Histoir. Litter. de Lyon t. I p. 136. 39 C. XLI. 40 L. I c. VII. 41 V. Pitisci Comm. in Svet. CL c. XLI. 42 L. I p. 558 edit Putsch. 43 L. LX. 44 Richer Abregé de l’Hist. des Emper. p. 137. 45 In Ner. c. LII. 46 Svet. ibid. cap. VII. Tacit. Annal. lib. XII cap. LVIII. 47 Ib. c. X. 48 L. XIII c. III. 49 L. XIV c. XVI. 50 C. LII. 51 Persius Sat. I v. 29. V. Interpretes. 52 Philostr. in Vit. Apollonii lib. IV Cap. XIII. 53 Dio. l. LXI, l. LXIII. 54 Tacit. lib. XIV cap. XXI, lib. XVI cap. II.45

55 A qualche uomo erudito mostrossi Nerone splendido e liberale, perciocché, se crediamo a Suida, fu presso lui un Didimo figliuol di Eraclide, Poeta insieme e Gramatico, e Musico valoroso, e vi raccolse molte ricchezze. 56 L. LXII. 57 Svet. in Vespas. c. XVI. 58 Id. c. XVII. 59 Id. c. XVII. 60 Svet. in Tit. c. I. 61 Id. c. III. 62 Id. c. IV. 63 Grandeur & Decad. des Rom. c. XV. 64 Svet. in Domit. c. II. Tacit. lib. IV histor. c. LXXXVI. 65 Svet. c. XX. 66 Svet. c. IV & XIII. Quint. lib. III c. VII. 67 Svet. c. IV. Dio. l. LXVII. 68 Io debbo qui chieder perdono all’Ab. Lampillas, perché ho dimenticato di dire, che Trajano e Adriano furono Spagnuoli. Ei me ne fa un grave rimprovero (T. II p. 77 ec.), e si duole, ch’io dissimulando, che detti Principi fossero Spagnuoli, privo la lor nazione di quella stima, che ispirarebbe ne’ miei leggitori il sapere, che fu la Spagna madre di così illustri Sovrani. Io potrei veramente dire con verità e giurare, ch’io ho taciuta la patria loro per la stessa ragione, per cui ho taciuta quella de’ due ottimi Imperadori Italiani Vespasiano e Tito, cioè perché non vi ho pensato, e se pur vi avessi pensato, l’avrei forse creduta cosa inutile a dirsi, perché a tutti notissima. Ma io potrei protestare, quanto volessi, che le mie proteste a nulla mi gioverebbono. Quanto poi alla difesa, che fa qui di Adriano l’Ab. Lampillas, io lascio, che ognun ne giudichi a causa conosciuta, come gli sembra meglio. 69 V. Tillemont Mem. des Emp. Hist de Trajan. 70 Sat. VII v. I &c. 71 V. Tillemont Hist. d’Adrien Art. XXI. 72 Dio. l. LXVIII. 73 Cap. XLVII. 74 Vit. Sophist. l. I c. VII. 75 Spartian. Vit. Hadrian. c. XX. 76 Ib. c. L. 77 Sat. VI v. 184 &c. 78 Spar. c. III. 79 Ib. c. XIV. Dio. lib. LXIX. 80 Spart. c. XXVI. 81 C. I & XVI. 82 Dio loc. cit. 83 Spart. c. XXV. 84 Id. c. XV. 85 Id. c. XVI. 86 Dio. loc. cit. 87 Di Apollodoro, e delle magnifiche fabbriche da lui innalzate in Roma, e singolarmente del maraviglioso ponte, che fabbricò sopra il Danubio nella Bassa Ungheria, veggansi più distinte notizie nelle Memorie degli Architetti del Sig. Francesco Milizia (T. I p. 63 Ediz. Bassan.). 88 Ibid. 89 Ibid. 90 Spart. c. XVI. 91 Vit. Sophist. l. I c. XXIV. 92 In Proœm. 93 Lib. II sub fin. 94 Pharsal. l. I v. 44 &c. 95 De Consol. ad Polyb. c. XXI. 96 De Clem. l. I & II. 97 Silv. l. IV &c, 98 Epigramm. l. I &c. 99 L. X c. I.