Storia della letteratura italiana (Tiraboschi) II/I-2

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Capo II – Poesia

I. Il secolo d’Augusto era stato il secolo de’ Poeti, come a suo luogo abbiam veduto. Quindi mantenendosi ancora nel secolo susseguente, di cui scriviamo, quell’ardor per gli studj, che allora erasi acceso, in esso ancora la Poesia sopra ogni altro genere di Letteratura fu coltivata. Ma come l’Eloquenza giunta a’ tempi di Tullio alla sua perfezione, decadde poi a’ tempi di Augusto, perché gli Oratori in vece di seguire le traccie segnate da que’, che gli aveano preceduti, vollero per amore di novità mettersi su un diverso sentiero, e condur l’Eloquenza a una perfezion maggiore di quella, che le conveniva; così avvenne alla Poesia ancora dopo il Regno di Augusto. Il carattere de’ Poeti di quest’età, che dovremo svolgere ed esaminare, ci farà conoscere chiaramente, che essi furon viziosi, perché vollero essere più perfetti di Virgilio, di Orazio, e degli altri Poeti dell’età precedente. Ma prima di favellare di questi, ci convien parlare di uno, che non sol per età, ma per nascita, per virtù, e forse ancor per sapere deesi a tutti antiporre, benché poche delle sue Poesie siano a noi pervenute.

II. Questi è il celebre Germanico figliuol di quel Druso, che da Augusto era stato adottato per suo figliolo. Era egli perciò nipote di Tiberio, fratel di Claudio, padre di Caligola, Avolo di Nerone, tutti Imperadori, ma tutti tanto indegni di salire a quel trono, a cui pure pervennero, quanto degno ne era egli, che non vi giunse. Gli Autori della Storia Letteraria di Francia gli han dato luogo tra’ loro Scrittori, perché, dicono essi1 , non si trova presso gli antichi Autori, ove egli nascesse; ma il seguito della Storia fa credere, che ei nascesse a Lione, come l’Imperador Claudio suo minor fratello, verso l’anno 740 di Roma, mentre Antonia lor madre vi avea stanza, e il padre Druso era occupato nel soggettare i Grigioni e i Germani. Che Claudio nascesse in Lione, chiaramente lo affermano Svetonio2 , e Seneca3 . Ma che Antonia vi soggiornasse sì lungamente, che amendue i fratelli vi partorisse, o che le accadesse di trovarsi passaggiera nella Città medesima, quando l’uno e poi l’altro mise alla luce, non vi ha ragione alcuna a conghietturarlo, non che a provarlo. Checché sia di ciò, io spero, che i suddetti chiarissimi Autori ci permetteranno di porre tra gl’illustri Letterati Italiani anche Germanico, il quale, ancorché a caso fosse venuto alla luce in Lione, non vorranno perciò negare, ch’ei fosse Italiano. Il carattere, che di Germanico ci hanno lasciato gli antichi Scrittori, è tale, che non si può senza un dolce sentimento di tenerezza ricordarne il nome. Dopo la morte d’Augusto ei non fu Imperadore, perché nol volle; e a grave rischio della vita si espose, perché fosse riconosciuto Tiberio4 . Le guerre da lui guerreggiate in Germania e nell’Oriente gli acquistaron nome di valoroso Capitano; e dalle prime ebbe l’onore del solenne trionfo. Ad ognuno è noto, dice Svetonio5 , ch’egli ebbe tutte le doti d’animo e di corpo, quante niuno per avventura ne ebbe giammai; bellezza insieme e coraggio non ordinario; ingegno eccellente nel coltivamento della Greca non meno che della Latina Eloquenza; affabilità singolare e somma premura di acquistarsi l’amore e la benevolenza di tutti... Perorò più volte nel Foro... e fra gli altri monumenti del suo sapere lasciò ancora alcune Commedie Greche... Ovunque trovasse sepolcri d’uomini illustri, offeriva lor sagrificj. Volendo dare comun sepoltura alle disperse ossa di quelli, che molto tempo prima nella sconfitta di Varo erano stati uccisi, prese egli il primo a raccoglierle e a trasportarle di sua mano. Verso i suoi detrattori e nimici, chiunque essi si fossero, era piacevole e mansueto per modo, che a Pisone, il quale ardì perfino di lacerarne i decreti, e di maltrattarne i clienti, non mai mostrossi sdegnato, finché non riseppe, che con incantesimi ancora esso gli tendeva insidie, ed anche allora altro non fece, che rinunciarne colle usate formole l’amicizia, e raccomandare a’ suoi domestici, che, ove alcun sinistro gl’incorresse, ne facesser vendetta. Per le quali virtù ei fu sì caro ad Augusto, che stette lungamente dubbioso, se avesse a nominarlo suo successore; e finalmente comandò a Tiberio di adottarlo. Alla moltitudine ei fu sì accetto, che molti raccontano, che al giugnere o al partir da alcun luogo tal era la folla di que’, che venivangli 47 incontro, o l’accompagnavano, che talvolta ei ne fu in pericol di vita. Né punto minori sono le lodi, di cui lo onora Tacito6. Vellejo Patercolo è il solo, che sembri parlarne con biasimo e con disprezzo7; ma il Boeclero pretende, che diversamente si abbia a legger quel passo8; e ancorché Patercolo poco favorevolmente sentisse di Germanico, non sarebbe a stupire, che uno Storico adulator vilissimo di Tiberio, a’ cui tempi scriveva, cercasse di oscurar la fama di un Eroe, il cui nome e le cui virtù erano un troppo spiacevol rimprovero a quel Tiranno. Di fatto fu comune opinione, che la morte, da cui nella fresca età di soli trentaquattro anni ei fu rapito in Antiochia l’anno dell’Era volgare XX, fosse effetto di gelosia nell’invidioso Tiberio, che dell’opera di Gneo Pisone si valesse ad avvelenarlo9. Ma se di tal delitto fu egli reo, ebbe certo a vergognarsene nel vedere il dolore e la costernazion generale de’ Romani al risaperne la morte; poiché essa fu tale, che forse non ve ne ha esempio in tutte le antiche Storie. Era questo un oggetto, che spiaceva troppo a Tiberio; ed egli ebbe o la crudeltà o l’impudenza di pubblicare un editto, con cui vietava il dar più oltre dimostrazion di dolore per la morte di Germanico; ma ebbe anche la confusione di vedere i Romani ridersi alteramente del suo editto, e continuare il lutto sulla morte dell’ottimo Principe.

III. Delle Orazioni e delle Commedie Greche da Germanico scritte nulla ci è rimasto; ma ch’ei fosse creduto eccellente oratore, raccogliesi da ciò, che racconta Tacito10, cioè che erasi determinato, poiché se ne riseppe la morte, di collocarne un’immagine più grande dell’ordinario e fregiata d’oro tra quelle degli Oratori più illustri; ma che l’invidioso Tiberio a ciò si oppose dicendo, che avrebbegliela fatta collocare egli stesso, ma uguale alle altre, poiché non doveasi il merito estimar dalla nascita, e bastar poteva a Germanico l’esser posto nel numero degli antichi Oratori. Qualche Greco Epigramma a lui vedesi attribuito nell’Anthologia, e alcuni altri Latini ne veggiamo col nome di Germanico pubblicati nelle Raccolte de’ Poeti Latini antichi, e in quella singolarmente del Piteo. E ch’egli fosse protettore non meno che coltivatore della Poesia, ne abbiamo un chiarissimo testimonio nell’elogio, che gli fa Ovidio a lui dedicando i suoi libri de’ Fasti:

Excipe pacato, Cæsar Germanice, vultu
Hoc opus, & timidæ dirige navis iter.
...
Da mihi te placidum: dederis in carmina vires.
Ingenium vulto statque, caditque tuo.
Pagina judicium docti subitura movetur
Principis, ut Clario missa legenda Deo.
Quæ sit enim culti facundia sensimus oris,
Civica pro trepidis cum tulit arma reis.
Scimus & ad nostras cum se tulit impetus artes,
Ingenii currant flumina quanta tui.
Si licet, & fas est, vates rege vatis habenas;
Auspice te felix totus ut annus eat.
E altronde scrivendo dal suo esilio a Suilio, perché la protezion gli procuri di Germanico, e a lui
stesso volgendo poi il parlare, così gli dice:
Quod nisi te nomen tantum ad majora vocasset,
Gloria Pieridum summa futurus eras.
Sed dare materiam nobis, quam carmina mavis;
Nec tamen ex toto deserere illa potes.
Nam modo bella geris, numeris modo verba coerces,
Quodque aliis opus est, hoc tibi ludus erit11
.

La migliore e più ampia fatica di Germanico, che a noi sia rimasta, benché guasta non poco e tronca, si è la traduzione da lui fatta in versi latini de’ Fenomeni di Arato, e de’ Pronostici tratti dallo stesso Autore e da altri Poeti Greci; della qual ultima traduzione però appena qualche frammento ci è pervenuto12. Io so, che queste traduzioni da alcuni si attribuiscono a Domiziano 13 . Fondano essi la loro opinione su tre argomenti singolarmente: sul nome di Germanico, che a 48 Domiziano ancora fu dato, e col qual solo il veggiamo nominato talvolta dagli Autori, che scrissero, mentre ei regnava14; sul nome di padre, che Germanico dà a quell’Augusto, a cui offre la sua traduzione, nome, che potea ben dare Domiziano a Vespasiano suo padre, non già Germanico ad Augusto, di cui non era pur figlio adottivo non che naturale; finalmente su ciò, che narrano Svetonio15 e Tacito16, cioè che Domiziano coltivò la Poesia: nel che Quintiliano singolarmente lo esalta con somme lodi17. Ma a dir vero le lor ragioni non mi sembran forti abbastanza. Il nome di Padre si dà frequentemente a’ Sovrani, e a quelli singolarmente, che colla benevolenza si acquistano il figliale amore de’ sudditi loro; e molto più potea darlo Germanico ad Augusto, di cui era pronipote. Domiziano ebbe il soprannome di Germanico, e con esso fu talvolta appellato da quelli, che a lui scrivendo, o di lui ancora vivente, volevano adularlo; ma non veggiamo, che gli sia poi rimasto così proprio un tal nome, che con esso ei si distingua dagli altri, il che non conviene che al nostro Germanico. Ciò che dicesi finalmente de’ poetici studj di Domiziano, è a mio parere il più forte argomento a combattere questa opinione. Perciocché, se se ne tragga Quintiliano adulator troppo sfrontato di questo Imperadore, Svetonio e Tacito ci assicurano, che questo studio altro non fu che una finzione da lui usata per acquistarsi fama uguale a quella dell’ottimo suo fratello Tito, e ugual grazia presso il Padre; ma che egli fu e prima e poscia nemico sempre de’ poetici studj. Or io intenderò facilmente, come a tal fine potesse Domiziano scrivere all’occasione alcuni brevi componimenti per aver nome di valoroso poeta, ma che egli a due penose e difficili traduzioni di due non brevi Poemi Greci si accingesse solo per sostenere il personaggio, cui volea fingere, di Poeta, non potrò certo pensarlo. Aggiungasi, che lo stile ne è più colto assai di quello, ch’esser potesse a’ tempi di Domiziano, e in un poeta, che non curandosi punto di poesia, volea nondimeno esserne creduto studioso coltivatore. Alla traduzion de’ Fenomeni aggiungesi comunemente una dichiarazione latina in prosa, che da alcuni è attribuita allo stesso Germanico; ma l’incontrarvi cose tratte da Autori a Germanico posteriori rende troppo evidente l’opinione, ch’essa sia di autor più recente18

IV. Nelle Poesie di Germanico non vedesi ancora quella vota gonfiezza e quel sottile raffinamento, che comincia poscia a scoprirsi ne’ seguenti Poeti; e perciò da molti egli è posto tra gli Scrittori dell’età d’oro, benché toccasse ancora il regno di Tiberio. Lucano è il primo, che noi veggiamo distogliersi dal buon sentiero, e lusingarsi di andare innanzi ancora a Virgilio19. Fu egli veramente Spagnuolo di patria, e nato in Cordova da M. Anneo Mela fratello di Seneca il Filosofo; ma, come abbiamo da un incerto Scrittore della vita di lui20, in età di soli otto mesi fu trasportato a Roma, e vi condusse tutti i suoi giorni; né dee però vietarcisi, che ad un Scrittore vissuto sempre in Italia tra gli Italiani Scrittori noi diamo luogo. Io non tratterrommi a esaminare le più minute circostanze de’ fatti a lui appartenenti, di che puossi vedere ciò, che assai lungamente e diligentemente ne ha scritto il celebre Niccolò Antonio21. Lucano cominciò a rendersi celebre in Roma pel suo poetico valore, mentre regnava Nerone. E una onorevole via a rendersi immortale aveva questi aperta a lui e agli altri Poeti coll’istituire che fatto avea solenni letterarj combattimenti da celebrarsi ogni cinque anni, ne’ quali gli Oratori e i Poeti recitando a gara nel pubblico Teatro le Orazioni e i Poemi loro, da’ Giudici a ciò prescelti si decideva, a chi di essi si dovesse l’onore della corona. Il suddetto Scrittore della vita di Lucano racconta, che in tale occasione fu data a Lucano sopra Nerone la preferenza, e che quindi ne venne lo sdegno di Nerone contro il nostro Poeta. Ma io temo, che un tal fatto non possa reggere contro il testimonio di tre celebri Storici, Svetonio, Tacito, e Dione, che e più antichi sembrano e più degni di fede che il mentovato Scrittore, il cui stile troppo sa de’ secoli bassi. Questi concordemente raccontano, che i Giudici corrotti anch’essi da quel vile spirito di adulazione, che allora era universale in Roma, concederono l’onor della corona a Nerone22. Ed è ad avvertire, che queste Letterarie contese istituite furono da Nerone l’anno sesto del suo Impero23, che ogni quinto anno doveansi celebrare, e dette furono perciò Quinquennale Certamen24, e che la seconda volta si celebrarono un anno più tardi, cioè nel dodicesimo anno di Nerone25, essendo Lucano morto fin dall’anno precedente26, e perciò una volta sola poté Lucano aver parte a tali contese. Sembra dunque più verisimile, che Lucano a questa occasione avesse il dispiacere di vedersi posposto a Nerone, e che quindi si cominciasse in lui ad accendere quello 49 sdegno, che poscia il trasse a rovina. In fatti nella Vita più antica dello stesso Poeta attribuita non senza qualche fondamento a Svetonio nulla si dice di questo onore a lui conceduto; anzi al contrario si narra, che recitando egli pubblicamente i suoi versi, Nerone acceso d’invidia interruppe sotto leggier pretesto quell’assemblea, e andossene: di che tanto sdegnossi Lucano, che d’indi in poi non cessò mai con mordaci detti di pungere l’Imperadore. Ma questi, benché avesse ottenuto a preferenza di Lucano l’onore della corona, conosceva nondimeno, che esso era di troppo a lui superiore. La fama di valoroso poeta era a Nerone più cara assai di qualunque Provincia del suo Impero, e perciò sdegnato, che vi fosse in Roma, chi volesse in valore poetico gareggiar seco, fe divieto a Lucano di render pubbliche in avvenire le sue poesie27. Il fervido e impetuoso Poeta non si poté contenere, e si unì a Pisone, che una congiura stava allora formando contro l’Imperadore. Questi n’ebbe contezza, e i congiurati furono arresati, convinti, e dannati a morte. Lucano affettò per alcun tempo una virile fermezza nel tacere i nomi de’ complici, ma tradito da una finta promessa d’impunità giunse a sì crudele bassezza, che la sua stessa Madre nominò tra gli autori della congiura28. Ma in vano cercò egli con sì detestabile mezzo di ottenere il perdono. Ebbe solo in sua mano di scegliere, qual morte più gli piacesse; e scelse quella, che allora era più in uso, singolarmente presso coloro, che alla fama aspiravano di saggi Filosofi, cioè di aprirsi le vene. Nel qual atto volle pure mostrarsi ancora intrepido e coraggioso, poiché sentendosi venir meno prese a recitare alcuni suoi versi, con cui descritto avea un soldato nell’atto di morire in somigliante maniera29. Così finì di vivere Lucano nell’età di soli ventisette anni nell’anno LXV dell’Era volgare.

V. Molti sono i componimenti Poetici, che a Lucano si attribuiscono, tutti periti, trattane la Farsalia. Lasciando dunque di parlare degli altri, intorno a’ quali si può vedere singolarmente il già mentovato Niccolò Antonio30, ci tratterremo soltanto su questo Poema. Se intorno al pregio di un’opera si avesse a prestar fede all’Autore di essa, niun Poema dovrebbe anteporsi a quel di Lucano. Egli certo si vanta, che finché Omero sarà in onore, egli ancor sarà letto, che la sua Farsalia vivrà, e che non sarà in alcun tempo dimenticata31. Ma a’ Poeti è permesso il sentir altamente di lor medesimi, purché lascino agli altri la libertà di sentire anch’essi, come lor piace. Or intorno a Lucano non è mancato chi ne abbia dette le più gran lodi del mondo. Stazio, che visse al tempo medesimo, ne ha celebrata la memoria con un componimento32, in cui parla di Lucano come di un Poeta non inferiore ad alcuno, e superiore a pressoché tutti i Poeti; e non teme di dire, che dall’Eneide ancora sarà la Farsalia venerata. E veramente essendo Stazio nel suo poetare somigliante molto a Lucano, non è maraviglia, che ne facesse sì grande elogio. Marziale ancora ne parla con molta lode, benché accenni insieme, che fin da quel tempo alcuni non volean concedergli il nome di Poeta33. Né tra i moderni sono mancati a Lucano lodatori e protettori per sapere e per autorità ragguardevoli. Del celebre Ugone Grozio si dice34, che lo avesse in pregio e in amore sì grande, che sempre il volesse seco, e talvolta ancora per trasporto di tenerezza il baciasse. Jacopo Palmerio da Grentemesnil una lunga Apologia di Lucano scrisse fin dall’anno 1629, in cui rispondendo a tutte le accuse date alla Farsalia, e esaminandone i pregi, lusingossi di parlarne modestamente dicendo, che essa era quasi uguale all’Eneide. Questa Apologia però non fu stampata che l’anno 1704 a Leyden35, ed ivi pur ristampata l’anno 1728 nella bella edizione di Lucano fatta dall’Oudendorp. Molti altri ancora hanno annoverato Lucano tra’ valorosi Poeti. Ma troppo lungi mi condurrebbe il far parola di tutti. Veggansi i lor pareri raccolti dal Baillet36. Non vuolsi però tacere di due tra essi, cui troppo è onorevole a Lucano l’aver avuti a lodatori e apologisti. Il primo è il gran Pietro Cornelio, di cui racconta M. Huet37, che confessò a lui medesimo non senza qualche rossore, ch’egli antiponeva Lucano a Virgilio. Di questa opinione del Cornelio si vale M. Huet a provare, che gli ottimi Giudici di Poesia più rari sono a trovarsi che gli ottimi Poeti. Ma non potrebbe aggiungersi ancora, che il troppo favorevole sentimento, che il Cornelio avea di Lucano, fu per avventura l’origine del difetto, che in lui singolarmente dispiace, cioè di uno stile tronfio talvolta più che sublime, e di pensieri raffinati troppo e più ingegnosi, che a personaggi ancor di tragedia non si convenga? L’altro è il celebre Marmontel, che non ha sdegnato d’impiegare il colto ed elegante suo stile in una traduzion di Lucano. Omero e Virgilio, se potessero tornar tra’ vivi, 50 farebbono, io credo, un amorevol lamento con questo illustre Scrittore, che, anziché ad essi, abbia un tal onore conceduto ad un Poeta, di cui eglino forse ignoravano ancora il nome. Ma ha egli forse creduto, che sopra tutti i Poeti si dovesse la preferenza a Lucano? No certamente; poiché confessa egli medesimo, che questo Poeta ha de’ grandi difetti; che la Farsalia non è che un primo abbozzo di Poema; che non vi si vede né l’eleganza né il colorito né l’armonia di Virgilio; che vi si scorge la fretta, con cui fu scritta; che Lucano felice talvolta nella scelta dell’espressione, altre volte accenna solo il suo pensiero con termini così confusi, che difficilmente se ne rileva il senso; che i versi sono tratto tratto armoniosi, ma per lo più duri e tronchi; che il colorito è tetro e unisono, e che l’arte maravigliosa del chiaroscuro a Lucano è affatto ignota; ch’egli entra in minutezze tali, che snervando il racconto ne indeboliscon la forza; che dopo esser giunto ad esprimere il grande e il vero, trasportato dall’impeto ei passa oltre, e cade spesso in quella gonfiezza, di cui viene ripreso: che il Poema manca di unione e di tessitura; che l’azione ne è dispersa, sconnessi gli avvenimenti, isolate tutte le scene; e ch’egli finalmente ha seguito il filo della Storia, ed ha rinunciato quasi interamente alla gloria dell’invenzione. Tutti questi difetti riconosce sinceramente M. Marmontel in Lucano; e io non so, se alcuno de’ più dichiarati nimici di questo Poeta ne abbia fatta una critica più severa e più giusta.

VI. E nondimeno M. Marmontel trova sì gran pregi in Lucano, che egli reputa ben impiegata la sua fatica in tradurlo. Sembra difficile che a tanti difetti possano essere ancor congiunti pregi sì grandi. E quai son eglino questi pregi? Versi di una bellezza sublime. Ma se essi sono per lo più duri e tronchi, come egli ha confessato, questa sublime bellezza si vedrà ben di raro. Pitture, la cui forza non è indebolita che da minutezze, che si cancellano con un tratto di penna; cioè Pitture, che saran belle, quando sian fatte diversamente; perciocché, se, oltre le puerili minutezze, il colorito ancora è tetro e unisono, come M. Marmontel ne conviene, e non ha punto della grazia del chiaroscuro, egli è evidente, che a render belle e lodevoli cotai Pitture converrà ritoccarle di tal maniera, che appena sembrin più desse. Passi drammatici di rara eloquenza, quando se ne tolgano alcuni luoghi di declamazione; che è quanto dire, quando a un’eloquenza importuna e puerile una se ne sostituisca virile e soda. Caratteri disegnati con ardire uguale a quello d’Omero e di Cornelio, pensieri di una profondità e di una elevatezza maravigliosa, un fondo di Filosofia, a cui non si trova l’uguale in alcun altro degli antichi Poemi; ma caratteri e pensieri e sentimenti, ne’ quali, come sopra ha detto M. Marmontel, Lucano dopo esser giunto ad esprimere il vero e il grande, cade in quella vota gonfiezza, che tanto in lui ne dispiace; ed espressi più volte con termini così confusi, che appena se ne rileva il senso, come egli stesso concede. Il merito d’aver fatto parlar degnamente Pompeo, Cesare, Bruto, Catone, i Consoli di Roma, e la figlia degli Scipioni. Ma se queste parlate hanno i difetti, che nel Poema di Lucano riconosce M. Marmontel, non sembra che egli abbia fatto parlare i detti personaggi con quella dignità, che loro si conveniva. In una parola, conchiude, il più grande de’ politici avvenimenti rappresentato da un giovane con una maestà che impone, e con un coraggio che confonde. Altri forse direbbe: con una gonfiezza, che annoja, e con una presunzion, che ributta. E certo all’esaminare i gran cambiamenti, che questo Traduttor valoroso ha pensato di dover fare e nelle narrazioni e nelle Orazioni e in quasi tutti i passi di Lucano, raccogliesi chiaramente, ch’egli stesso ha conosciuto (ed uomo come egli è di ottimo gusto e di finissimo discernimento in Poesia non poteva a meno di non conoscerlo), che questo Poema, perché potesse piacere, dovea esser corretto e mutato in gran parte. Ed io penso, che ciò non ostante non vorrebbe M. Marmontel esser creduto autore anziché traduttore di un tal Poema.

VII. Anche M. de Voltaire parla di Lucano in maniera, che gli Apologisti di questo Poeta potranno per avventura esserne a primo aspetto contenti. Egli confessa38, che Lucano non ha alcuna delle belle descrizioni, che trovansi in Omero, che non ha l’arte di raccontare, e di non andare tropp’oltre, la quale è propria di Virgilio; che non ne ha né l’eleganza né l’armonia; ma aggiugne, che vi ha ancor nella Farsalia bellezze tali, che non veggonsi né nell’Iliade né nell’Eneide. E quali sono esse? Nel mezzo delle sue ampollose declamazioni vi sono di que’ pensieri sublimi e arditi, e di quelle massime politiche, di cui è pieno il Cornelio. Alcune delle sue parlate hanno la maestà di quelle di Livio e la forza di Tacito: ei dipinge come Sallustio. Io credo, che lo stesso M. de Voltaire 51 siasi avveduto, che tal confronto era troppo onorevole a Lucano, e troppo ingiurioso a’ tre nominati Autori; perché egli soggiugne cosa, che interamente distrugge le lodi finora date a questo Poeta. In una parola egli è grande, ovunque non vuole esser Poeta. Or egli è certo, che Lucano sempre ha voluto esser Poeta; e perciò, secondo il sentimento di M. de Voltaire dovrassi dire, ch’egli non è mai grande. E veramente io pregherei volentieri M. de Voltaire ad additarci, quali siano le parlate presso Lucano, e quali le descrizioni, che a quelle de’ tre Scrittori mentovati si possan paragonare. E in ciò singolarmente che è descrizione, come mai la precisione e la forza di Sallustio può venire a confronto colla vota e slombata prolissità di Lucano?

VIII. Né voglio io già negare, che Lucano fosse Poeta di grande ingegno; che noi veggiamo in lui, non cade, se non chi abbia ingegno vivace e fervida fantasia. Ma oltreché egli era in età giovanile troppo e immatura per ordire e condurre felicemente un Poema, avvenne a lui prima che ad ogni altro (in ciò che è Poema Epico) quello, che avvenir suole a’ Poeti, che hanno, non so se dica la sorte o la sventura, di venir dietro a quelli, che han condotta a perfezione la Poesia; e ciò appunto, che era avvenuto ancora agli Oratori dopo la morte di Cicerone, come nel precedente Volume si è dimostrato. Virgilio avea composto un Poema Epico il più perfetto, che fra’ Latini si fosse ancora veduto. Lucano dalla vivacità dell’ingegno e dal brio della gioventù si sente spronato a intraprendere egli pure un Poema, e si lusinga di lasciarsi addietro l’Eneide. Ma come farlo? A me par di vedere un giovane ed inesperto Scultore, che ha innanzi gli occhi una statua Greca di bellezza maravigliosa; e stoltamente si confida di farne un’altra, che possa vincerla al paragone. Ma il modello, che gli sta innanzi, ha una proporzione di membra, una forza di espressione, una grazia di atteggiamento, che non si può andare più oltre. Che fa egli dunque? Ricorre allo sforzato ed al gigantesco. Eccovi un colosso, che ha tutte le membra stragrandi, ma senza quella esatta proporzione tra loro, senza cui non può esser bellezza; atteggiamento energico, ma contro natura; espression viva, ma violenta e sforzata. L’uom rozzo, che tanto più ammira le cose, quanto più esse gli empiono gli occhj, lo contempla con maraviglia; ma l’uom colto appena lo degna di un guardo, e passa. Tale appunto mi sembra la Farsalia in paragon coll’Eneide. Presso Virgilio i caratteri, le descrizioni, le parlate, i racconti, tutto è secondo natura: in Lucano tutto è gigantesco; ma in Virgilio la natura è espressa con tutta la grazia, la forza, la leggiadria, di cui essa è adorna; in Lucano quasi ogni cosa è mostruosa e sformata; non sa parlare, se non declama; non sa descrivere, se non esagera; detto perciò ottimamente da Quintiliano Poeta ardente e impetuoso39

ma che non sa contenersi, e va ovunque l’impeto il porta. Quintiliano aggiunge, ch’egli è da annoverarsi tra gli Oratori anziché tra’ Poeti; ma forse meglio avrebbe detto tra’ Declamatori. La lode, che lo stesso Autor gli concede, di grande ne’ sentimenti, non gli si può certo negare; ma questi sentimenti medesimi sono per lo più guasti da uno stile ampolloso. Di Lucano in somma si può dire con più ragione ancora ciò che di Ovidio si disse, che sarebbe stato miglior Poeta di assai, se avesse voluto frenare il suo ingegno anziché secondarlo; e aggiugneremo ancora, se avesse cercato d’imitare anziché di superare l’Eneide.

IX. Io non vo’ qui trattenermi a esaminare partitamente le cose inverisimili, di cui per voglia di grandeggiare ha riempito Lucano il suo Poema; né rilevare alcuni errori, che secondo Giuseppe Scaligero egli ha commessi nella Geografia e nell’Astronomia. Veggasi di ciò la Prefazione, che alla magnifica sua edizion di Lucano fatta in Leyden l’anno 1740 ha premessa il Burmanno, il qual pare, che nella Prefazione medesima e nelle Note abbia usato ogni sforzo per farci intendere, che un tal Poema non era degno di quella magnificenza, con cui egli l’ha pubblicato. Nemmeno parlerò io qui delle edizioni e delle versioni diverse, che ne abbiamo, seguendo il piano abbracciato nel precedente volume. Aggiugnerò solamente, che con Lucano vuole essere rammentata Polla Argentaria di lui moglie; perciocché, se vogliam credere a Sidonio Apollinare40, ella fu donna valorosa in poetare, e al suo marito nel comporre il Poema recò ajuto. Di lei certo parlano con molta lode Marziale41 e Stazio42. Alcuni hanno scritto, ch’ella, morto Lucano, fosse presa a moglie da Stazio; ma Gian Cristiano Wolfio ha mostrato non esservi argomento valevole a provarlo43 . X. A Lucano succedano ora tre altri Poeti Epici di questa età, Valerio Flacco, Stazio, e Silio Italico. Intorno a C. Valerio Flacco vi è contesa tra que’ di Sezze, che il voglion lor Cittadino 52 appoggiati al cognome di Setino, che a lui vedesi attribuito, e i Padovani, che il voglion loro fondati sull’autorità di Marziale, che speranza e alunno della Città di Antenore lo appella44. Noi lasceremo, secondo il nostro costume, ch’essi contendan tra loro, rimettendo chi sia vago di saperne più oltre alla Prefazione premessa da Pietro Burmanno alla magnifica edizione, ch’egli ci ha data di questo Poeta l’anno 1724 in Leyden, ove riferisce ed esamina le ragioni, che da amendue le parti si arrecano. Assai poche son le notizie, che di lui ci son pervenute. Sembra, ch’ei fosse povero, poiché Marziale nell’accennato Epigramma lo esorta a lasciar da parte l’inutile Poesia, e a volgersi al Foro troppo più vantaggioso. Quintiliano ne parla in modo, che pare che molta stima ne avesse, o a meglio dire molta espettazione, dicendo: molto abbiam di fresco perduto in Valerio Flacco45; colle quali parole sembra accennare, che, se fosse più lungamente vissuto, sarebbe ei pur divenuto valoroso Poeta; e insieme ce ne addita a un dipresso il tempo della morte, cioè l’Impero di Domiziano, in cui Quintiliano scriveva. Di lui abbiamo un Poema intorno alla celebre spedizione degli Argonauti, ma non intero, o perché il Poeta non potesse condurlo a fine, o perché ne sia perita l’estrema parte; al qual difetto cercò di supplire Giambatista Pio Bolognese compiendo il libro ottavo, e aggiugnendone due altri. In questo Poema prese Valerio Flacco a imitare in parte, e in parte a trasportare dal Greco in Latino il Poema, che sull’argomento medesimo avea già scritto Apollonio da Rodi. Se volessimo seguire il parere di Gasparo Barthio, dovremmo avere Valerio Flacco in conto di uno de’ migliori Poeti di tutta l’antichità; sì grandi sono le lodi, ch’egli ne dice46 . Ma questo Autore, quanto si mostra diligente ricercatore de’ tempi e de’ costumi antichi, altrettanto poco felice giudice si dà a vedere comunemente del merito degli antichi Scrittori. E certo a chiunque dalla lettura di Virgilio passa a quella di Valerio Flacco, sembra di passare da un colto e ameno giardino a uno sterile ed arenoso deserto. Né io penso, che questo Poeta debba aver luogo tra quelli, che per volersi spinger troppo oltre abusarono del loro ingegno, come Lucano; ma sì tra quelli, che a dispetto della natura vollero esser Poeti; e a me par di vedere in Valerio Flacco un uccello, che avendo tarpate le ali è costretto ad andarsene terra terra; e, se talvolta osa levarsi in alto, non può reggersi sulle penne, e cade. E forse nel sopraccitato Epigramma, che Marziale gli scrisse, non solo volle distoglierlo dal poetare come da mestiere di poco frutto, ma ancora come da arte, a cui dalla natura non era fatto. Il che pare, ch’egli intendesse singolarmente con quelle parole: Quid tibi cum Cyrrha? quid cum Permessidos unda?

XI. Più felice disposizione alla Poesia avea dalla natura sortito Publio Papinio Stazio Napoletano di patria. Egli ebbe a Padre un valoroso Poeta, di cui niuna cosa ci è rimasta; ma che era tale, se dobbiam crederne al figlio, il qual ne pianse co’ suoi versi la morte47, che poteva per avventura andar del pari con Omero e con Virgilio: Fors & magniloquo non posthabuisset Homero, Tenderet & torvo pietas æquare Maroni. Egli è però verisimile, che il figliale affetto esagerasse alquanto le paterne lodi. Egli certo cel rappresenta, come uomo in tutte le scienze versato, ed elegante Scrittore in prosa non men che in verso: Omnia namque animo complexus, & omnibus auctor, Qua fandi vis lata patet, sive orsa libebat Aoniis vincire modis, seu voce soluta Spargere, & effræno nimbos æquare profatu. E quindi aggiugne, che più volte ei riportò la Corona ne’ poetici componimenti, che ogni quinto anno celebravansi in Napoli; perciocché di lui parlando alla sua patria, così dice: Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis, Cum stata laudato caneret quinquennia versu. Di questi Combattimenti dovrem trattare più a lungo, quando ragioneremo della Letteratura delle altre Provincie d’Italia. Per ora basti il riflettere, che non poteva il Padre di Stazio non essere elegante Poeta, se in sì solenne cimento più volte agli altri tutti fu preferito. Anzi non in Napoli solamente, ma in Grecia ancora in somiglianti contese ottenne l’onore della corona: Sit pronum vicisse domi. Quid Achæa mereri 53 Prœmia, nunc ramis Phœbi, nunc germine Lernæ, Nunc Athamantæa protectum tempora pinu? Da questo medesimo Epicedio noi ricaviamo, che il Padre di Stazio tenne in Napoli pubblica scuola, e fu tra quelli, che si dicean Gramatici, de’ quali nel precedente Volume si è ragionato; e che per la fama, a cui era salito, da ogni luogo si accorreva ad udirlo. Aggiugne, che i Romani ancora da lui furono ammaestrati; ma non dice, se essi da Roma venissero ad ascoltarlo, o se egli trasportatosi a Roma vi aprisse scuola. Accenna per ultimo alcuni poetici componimenti da lui scritti, ed uno tra gli altri sull’incendio del Vesuvio, a cui accingevasi, quando morì.

XII. Il figlio di un tal Padre dovea naturalmente aver egli pure inclinazione a’ Poetici studj. Ed ebbela in fatti Stazio, e dotato di vivace ingegno fece in età ancor giovanile concepire di sé non ordinarie speranze. Mentre era ancor vivo il Padre, fu egli pur coronato ne’ poetici combattimenti in Napoli; e questa fu la sola corona, che lui presente ei riportasse. Hei mihi quod tantum patrias ego vertice frondes, Solaque Chalcidicæ Cerealia dona coronæ, Te sub teste tuli48 . Poscia tre volte un somigliante onore egli ebbe ne’ giuochi, che presso Alba facevansi, e perciò detti erano Albani, de’ quali abbiam parlato più sopra. Di questo suo vanto ei fa menzione in una delle sue Selve indirizzata a Claudia sua moglie49

Ter me vidisti Albana ferentem Dona comes, sanctoque indutum Cæsaris auro, Visceribus complexa tuis, sertisque dedisti Oscula anhela meis. Ne’ giuochi ancora, che per istituzion di Nerone, rinnovata poscia da Domiziano, celebravansi in Roma ogni quinto anno, giunse egli co’ suoi versi ad ottener la corona, e l’onore insieme di assidersi alla mensa del medesimo Domiziano, di che egli rendendo grazie all’Imperadore, così dice50:

Sæpe coronatis iteres quinquennia lustris,
Qua mihi felices epulas, mensæque dedisti
Sacra tuæ. Talis longo post tempore venit
Lux mihi, Trojanis qualis sub collibus Albæ,
Cum modo Germanas acies, modo Daca sonantem
Prælia Palladio tua me manus induit auro.

Ma il piacere, che da questi onori ei traeva, vennegli amareggiato assai dal rossore, che una volta ebbe a soffrire di vedersi vinto ne’ Giuochi Romani. Arrigo Dodwello, che colla consueta sua erudizione ed esattezza ha esaminate le epoche principali della Vita di Stazio51, conghiettura, che ciò avvenisse l’anno dell’Era Cristiana XC che era il decimo dell’Impero di Domiziano. Egli accenna questa sua sventura ne’ versi sopraccitati a Claudia sua Moglie, ove a que’, che abbiam già recati, soggiugne questi:

 
Tu cum Capitolia nostræ
Inficiata lyræ, sævum ingratumque dolebas
Mecum victa Jovem.

E nel già mentovato Epicedio di suo Padre dichiara, che parte della sua Tebaide era quella, che in tal occasione aveva ei recitata:

Nam quod me mixta quercus non pressit oliva,
Et fugit speratus honos, cum dulce, Parentis
Invida Tarpeji, caneret te nostra magistro
Thebais &c.

Il P. Petavio52 in tutt’altro senso vuole che spiegare si debbano questi ultimi versi di Stazio, e impugna lo Scaligero, che avea recata la spiegazione da noi pure adottata; ma parmi, che solo sforzatamente si possano essi rivolgere ad altro senso. Questa Tebaide nondimeno udivasi 54 comunemente in Roma con sì grande piacere, che allor quando Stazio invitava i Romani ad udirne parte, vi si accorreva in gran folla. Così ci assicura Giovenale, che allor viveva53 . Curritur ad vocem jucundam, & carmen amicæ Thebaidos, lætam fecit cum Statius Urbem, Promisitque diem: tantaque libidine vulgi Auditur. Ma soggiugne insieme, che, poiché colla bellezza de’ suoi versi avea riempiuto di clamori e di applausi il luogo, in cui recitava, il povero Stazio si trovava affamato, e, se volea pur vivere, gli conveniva comporre qualche nuova Azion Teatrale, e venderla a un celebre Attore chiamato Paride: tanto era allor mancato ne’ Grandi di Roma il nobile impegno di fomentare colla loro munificenza le Scienze e le Arti: Sed cum fregit subsellia versu, Esurit, intactam Paridi nisi vendat Agaven. Alla stima, di cui godeva in Roma Stazio, anche per la singolare sua facilità in verseggiare all’improvviso, come raccogliesi dalle lettere da lui premesse a’ cinque libri delle sue Selve, si attribuisce non senza probabile fondamento l’invidia, onde pare che a riguardo di lui ardesse Marziale; poiché questi nominando ne’ suoi versi alcuni amici di Stazio, di lui non ha mai fatto motto. Morì egli secondo il Dodwello l’anno di Cristo XCVI in età di soli trentacinque anni, essendo nato, come conghiettura il medesimo Autore, l’anno LXI. XIII. Di lui abbiamo cinque libri di Selve, ossia di varii componimenti in varie occasioni, e alcuni di essi improvvisamente da lui composti; la Tebaide Poema Epico; e i primi tre libri di un altro Poema intitolato Achilleide, ch’ei non poté condurre a fine. Intorno a questo Poeta ancora varj e discordi sono i giudizj de’ dotti. Veggansi le due Opere altre volte citate del Pope-Blount54 e del Baillet55, e vedrassi con quanta stima di lui favellino Giulio Cesare Scaligero, Giusto Lipsio, Ugone Grozio, ed altri. Il P. Rapin al contrario lo dice56 stravagante nelle sue idee non meno che nelle sue espressioni; e aggiugne, ch’egli cerca la grandezza più nelle parole che nelle cose; e che ne’ due Poemi da lui composti tutto è fuori di proporzione, e senza regola alcuna; al qual sentimento è conforme ancora quello del P. le Bossu57. E io certo a questo secondo parere mi appiglio più volentieri che al primo. Stazio era Poeta di grande ingegno e di uguale felicità; ma ebbe egli ancora il vizio, direi quasi, del secolo di voler grandeggiare. Di lui disse il sopraccitato Scaligero58, che sarebbe stato più vicino a Virgilio, se non avesse voluto essergli vicino di troppo: etiam propinquior futurus, si tam prope esse noluisset (parole che ridicolosamente sono state così tradotte dal Baillet59

sarebbe stato più vicino a Virgilio, se non avesse temuto d’incomodarlo troppo); ma meglio forse avrebbe detto lo Scaligero, che Stazio sarebbe stato più vicino a Virgilio, se non avesse voluto vincerlo e superarlo. In fatti, benché ei si protesti umile adorator dell’Eneide, e indegno di starle a paro, vedesi nondimeno, ch’ei si lusinga di andarle innanzi, e perciò giganteggia egli pure, e di ogni piccola arena forma, per così dire, un altissimo monte. Affetto, soavità, dolcezza, son pregi a lui ignoti; tutto è stragrande presso di lui, e mostruoso, oltre il difetto di aver seguito il metodo di narratore anziché di Poeta. L’incomparabil traduzione, che della Tebaide ci ha data il Cardinal Bentivoglio sotto il nome di Selvaggio Porpora, ci ha renduto questo Poema più dilettevole a leggersi, perché coll’eleganza e colla chiarezza dell’espressione Italiana ha corretto il tronfio e l’oscuro della Latina; ma ciò non ostante leggendola a me par di vedere un disegno cattivo colorito da mano maestra. Le Selve da lui composte più presto, e perciò più secondo natura, sono a parer di tutti le migliori Poesie di Stazio; e alcune singolarmente, se fossero state da lui composte al tempo d’Augusto, quando la lingua Latina non ancora avea cominciato a perdere la sua chiara e semplice eleganza, come nella Dissertazion preliminare si è veduto, meriterebbon a Stazio il luogo tra’ più eccellenti Poeti. Riflettasi per ultimo, che il grande applauso, che riscuoteva in Roma colla sua Tebaide, ci fa conoscere chiaramente, che il gusto era allora universalmente corrotto nella maniera, che nella citata Dissertazione si è dimostrato. Certamente a’ tempi di Virgilio e di Orazio egli non sarebbe stato sì universalmente applaudito. 55 XIV. L’ultimo de’ Poeti Epici di questa età è Silio Italico, a cui da io, da altri, e più comunemente, quello di Cajo. Gli Spagnuoli ugualmente e gli Italiani il voglion loro, amendue fondati sul soprannome di Italico, perché e in Ispagna e in Italia vi avea una Città detta Italica. Niccolò Antonio nondimeno60, benché naturalmente inclinato ad accrescer la gloria de’ suoi, confessa esser probabile, che Silio fosse Spagnuolo, ma non potersi ciò affermar con certezza. Ma, come osserva l’erudito Cellario61, se da alcuna delle due Città dette Italica avesse Silio preso il cognome, pare che Italicensis e non Italicus avrebbe dovuto appellarsi. Innoltre a provare, ch’ei non fosse Spagnuolo, non è leggiero argomento il silenzio di Marziale, che frequentemente parlando o di Silio o con Silio non mai il chiama suo Nazionale. Checché ne sia, egli è certo, che Silio visse per lo più in Italia, che vi avea poderi e ville, che fu Console in Roma, e questo perciò ne dee bastare, perché nella Storia della Letteratura Italiana egli abbia luogo. Delle notizie, che di lui abbiamo, noi siam debitori a Plinio il giovane, il quale avendone udita la morte ne scrisse una lettera a Caninio Rufo62. Da essa noi raccogliamo singolarmente, ch’egli era stato Console l’anno stesso, in cui Nerone morì; che era stato con molta sua gloria Proconsole in Asia; che amicissimo era degli studj d’ogni maniera, e che in eruditi discorsi godeva di passare le intere giornate insieme cogli amici, che da ogni parte venivano a visitarlo; che molte ville ei possedeva, e tutte fornite di libri, di statue, di pitture; che grande venerazione egli avea per Virgilio, il cui dì natalizio con più pompa soleva ancor celebrare che il suo proprio; e che a guisa di un tempio ne visitava in Napoli il sepolcro; e che finalmente giunto all’età di settantacinque anni compiti, travagliato da insanabile malattia, lasciossi spontaneamente morir di fame in una sua villa presso Napoli ne’ primi anni dell’Impero di Trajano, ossia, come Giovanni Masson dimostra63, non prima dell’anno XCIX. Di lui, come già si è detto, parla sovente anche Marziale64, da’ cui versi ricavasi, che di Cicerone ancora era Silio grande veneratore; e che a tal fine avea comprato un podere stato già di quel famoso Oratore; e che avea egli pure trattate le cause nel Foro. Ma intorno alla vita di Silio veggasi singolarmente l’accennata Dissertazione di Cristoforo Cellario. XV. Di lui abbiamo il Poema sulla seconda Guerra Cartaginese; Poema, che, benché non sia a mio parere peggiore di quei di Lucano e di Stazio, pur non ha avuta la sorte di trovar alcuno di que’ magnifici lodatori, che agli altri non son mancati. Né è difficile l’arrecarne la ragion vera. Gli altri due hanno difetti tali, che son coperti sotto un’ingannevole apparenza di maestà, di grandezza, e di entusiasmo, difetti perciò, che ad uomini di non troppo fino discernimento sembran virtù; Silio al contrario uomo di grande studio, ma di mediocre ingegno, ci ha lasciato un Poema, in cui non vedesi alcuno di tai difetti; ma solo una languidezza spossata, e un continuo ma impotente sforzo a levarsi in alto. Quindi io penso, che niuno meglio di Plinio ci abbia espresso il carattere vero di Silio, dicendo, ch’egli scribebat carmina majore cura quam ingenio65. Noi abbiam dunque in Silio l’idea di uno, che, non essendo fatto dalla natura per esser Poeta, a dispetto nondimeno della natura vuol poetare, e si lusinga di poter giungere collo studio e coll’arte, ove non può coll’ingegno. Quindi, oltreché lo stile in lui ancora si vede, come negli altri Scrittori di questa età, aver già alquanto d’incolto, e privo della facile eleganza di Virgilio, e degli altri più eccellenti Poeti, nulla in lui si scorge di grande, d’immaginoso, di patetico; ma ogni cosa è mediocre; e ove si vede arte e studio, vedesi al medesimo tempo difficoltà e stento; difetto che sempre è stato, e sarà sempre propio di tutti quelli, che pensano, che ad esser poeta basti il volerlo. XVI. Da’ poeti Epici passiamo omai agli altri; e per uscir presto da un intralciato spinajo diamo il primo luogo a Petronio Arbitro, di cui abbiamo una cotal satira Menippea, cioè scritta in prosa mista a quando a quando con versi di varj metri. Non vi è forse Autore, su cui tanto siasi scritto, singolarmente da’ Francesi e da’ Tedeschi. Ma benché tanto siasi scritto, sappiam noi ancora di certo, chi fosse questo Scrittore? a qual età ei vivesse? chi prendesse di mira co’ nomi finti ed allegorici nella sua Satira usati? Fu egli Romano, ovvero di Marsiglia? E’ egli quel desso, di cui parla Tacito, o è un altro? I frammenti nello scorso secolo ritrovati son eglino veramente dell’Autor medesimo della Satira, o son supposti? Ecco quante quistioni ci si fanno innanzi intorno a Petronio, esaminate da molti dotti Scrittori, eppure non ancora decise per tal maniera, che molti non si rimangano tuttor dubbiosi, a qual partito appigliarsi. Ma prima di entrare in alcuna di tai quistioni, 56 mi sia lecito il proporne un’altra. E’ egli oggetto di sì grande importanza il sapere ciò, che appartiene all’Autor di quest’Opera? Un componimento, di cui, per quanto sembra, appena una piccola parte ci è pervenuta, e questa ancor così tronca e malconcia, che spesso si trova rotto a mezzo il racconto, e in vano si cerca in molti luoghi di coglierne il sentimento; un componimento scritto (io non temerò di dirlo, sicuro di aver seguace della mia opinione chiunque ha gusto di buona latinità) scritto, dico, in uno stile, che, benché da alcuni si dica terso e grazioso, e il sia veramente talvolta, certo è nondimeno, che, ossia per difetto dell’Autore, o per trascuraggine de’ Copisti, è spesso oscuro, barbaro, ed intralciato, e pieno di parole e di espressioni, che né sono conformi allo stile de’ buoni Autori, né, per quanto vi abbian sudato intorno i laboriosi comentatori, si possono acconciamente spiegare; un componimento, in cui comunque abbiano alcuni preteso di scoprire i personaggi sotto nomi finti da Petronio adombrati, ci è forza nondimeno di confessare, che non si sa, né si intende per alcun modo, che cosa abbia egli mai preteso in particolare di rappresentarci; un componimento per ultimo, che non è quasi altro che un immondo quadro di bassezze, di sozzure, d’oscenità, meritava egli, che tanti uomini dotti vi si adoperasser attorno cotanto studiosamente? Io credo certo, che se l’Opera di Petronio, quale ci è giunta, avesse trattato di un argomento modesto e serio, ella sarebbe stata affatto dimenticata. Ma certe dipinture piacciono ad alcuni per ciò solo che sono laide ed oscene. Ciò che in questo vi ha di più leggiadro si è, che il celebre Pietro Burmanno, il quale ha giudicato di impiegar bene le sue fatiche in darci la più splendida edizion di Petronio, che ancor si fosse veduta, si scaglia con maligne, e, dirò ancora, immodeste invettive contro gli antichi Monaci, i quali, egli dice, per soddisfare alla furiosa loro libidine si occuparono in estrarre i più sozzi passi del libro di Petronio, che sono appunto, soggiugne egli, i frammenti di questo Scrittore a noi pervenuti. Ma poscia non molto dopo egli chiama Petronio uomo santissimo, zelantissimo dell’onestà degli antichi Romani, e che a spiegare il libertinaggio de’ suoi tempi usa di espressioni allegoriche ed onestissime. Or se Petronio è uno Scrittor sì pudico, perché rimproverare a’ Monaci l’averne moltiplicati gli esemplari? E se il Burmanno forma un sì reo giudizio di questi, perché si occuparono in copiare Petronio, che dovrà dirsi di lui, che con una splendida edizione e con ampj comenti lo ha messo in sì gran luce? XVII. Io penso dunque, che non sia pregio dell’opera il disputar tanto su questo argomento. Nondimeno perché il passar oltre, senza trattenermi punto su di esso, potrebbe parere ingiurioso disprezzo delle fatiche di tanti valentuomini, che ne hanno scritto, accennerò in breve ciò, che appartiene alle quistioni di sopra accennate. Esse dipendono in gran parte da un passo di Tacito. Questi parla di un C. Petronio66, di cui forma il carattere, come d’uomo dato interamente a’ piaceri, ma di una maniera più fina e più dilicata che la più parte de’ Romani a quel tempo: Illi dies per somnum, nox officiis & oblectamentis vitæ transigebatur. Utque alios industria, ita hunc ignavia ad famam protulerat; habebaturque non ganeo & profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. Di lui prosiegue a dire, che fatto Proconsole della Bitinia, e poscia console, mostrò vigore e abilità nell’amministrazion degli affari; che gittatosi poscia di nuovo a’ vizj e all’imitazione de’ costumi della Corte fu da Nerone ricevuto tra’ pochi suoi famigliari, e fatto soprintendente a’ piaceri, poiché Nerone niuna cosa riputava dilettevole e dolce, se non l’avesse approvata Petronio. Questo è il carattere, che di Petronio ci ha lasciato Tacito, a cui veggasi quanto sia conforme quello, che a suo talento ne ha formato l’altre volte mentovato Abate Longchamps67, il quale fondato su questo stesso passo di Tacito ci rappresenta Petronio come uomo, che sapesse unire lo studio a’ piaceri, e che in questi non oltrepassasse mai i confini della grazia e della delicatezza. Il favore, di cui godeva Petronio presso Nerone, risvegliò l’invidia di Tigellino, come siegue a narrare Tacito, da cui fu accusato come complice di congiura. Petronio avutane contezza prese la risoluzione frequente allor tra’ Romani di uccidersi; e segossi le vene, ma per modo, che fermando di tanto in tanto il sangue, ed affettando fermezza d’animo inalterabile, dava ordini a’ suoi servi, passeggiava, dormiva, prolungandosi a suo piacere la vita, cui poteva ad ogni momento dar fine. Anzi in quell’estremo, conchiude Tacito, ei descrisse i delitti dell’Imperatore co’ nomi de’ giovani e delle donne infami, e colle nuove maniere d’oscenità introdotte, e sigillato lo scritto mandollo a Nerone. Questo passo di Tacito ha fatto credere ad alcuni, che il Petronio, di cui qui si ragiona, sia l’Autor 57 della Satira, di cui noi favelliamo; che questo fosse lo scritto, ch’ei morendo compose e mando all’Imperadore; che sotto il nome di Trimalcione si intenda Nerone, Seneca sotto quello del pedante Agamennone, e così altri Cortigiani sotto altri nomi. Egli è però falso ciò, che francamente asserisce M. de Voltaire68, che tale sia stata sempre e tal sia ancora l’opinione di tutti. Lo stesso Burmanno, e assai prima di lui il celebre Ottavio Ferrari69, ed altri pensarono diversamente, e vollero, che il Petronio Autor della Satira vivesse a’ tempi di Claudio, e che questi venisse da lui adombrato e deriso sotto il nome di Trimalcione. E certo le cose, che a questo si attribuiscono, assai meglio convengono a Claudio vecchio, imbecille, affettatore di erudizione, attorniato da Schiavi, che non a Nerone giovane e di un carattere totalmente diverso. Innoltre come mai può credersi, che un uomo vicino a morte, e già indebolito dalla perdita di qualche parte di sangue, potesse scrivere un sì lungo componimento, qual è questa Satira, e qual sarebbe assai più, se l’avessimo intera? Aggiungasi, che il libro che, secondo Tacito, Petronio inviò a Nerone, spiegava i nomi dei complici de’ suoi delitti; e nella Satira, di cui parliamo, i nomi son tutti finti. Per queste ragioni, che ampiamente si svolgono dal Burmanno, credesi da molti, che il Petronio di Tacito sia diverso dall’Autore di questa Satira, e che questi vivesse a’ tempi di Claudio70 . XVIII. Né queste sono le sole sentenze intorno all’età di Petronio. Adriano Valesio pensa, ch’ei vivesse a’ tempi degli Antonini71, e accenna insieme, che Arrigo Valesio suo fratello stimava, che questo Autore fosse fiorito al tempo medesimo di Gallieno. Non molto diverso è il parere del Bourdelot72, che fissa l’età di Petronio non molto innanzi a Costantino, certo assai dopo Severo: del qual sentimento è ancor Marino Statilio73, di cui fra poco ragioneremo, e Giovanni le Clerc, che con molte ragioni il comprova74, e con uno stile pungente assai e satirico rigetta la contraria opinione del Burmanno, poiché tra questi due Letterati fu per lungo tempo implacabile guerra, come dalle loro opere si raccoglie, nelle quali comunemente l’un contro l’altro si scaglia con ingiurie e motteggi troppo più che ad onesti e saggi scrittori non si convenga. Or tutti questi sostenitori di sì contrarj pareri hanno le lor ragioni, a cui appoggiarsi, e a ciascheduno sembran chiare e convincenti le sue, improbabili le altrui. A me non pare possibile l’accertar cosa alcuna, e solo osservo, che il silenzio degli antichi Autori, niun de’ quali prima del terzo secolo ha fatta menzion di quest’opera, e lo stile stesso di Petronio, rendono a mio parere più probabile l’opinion di coloro, che ritardan di molto l’età di questo Scrittore. Ciò non ostante io l’ho posto tra gli Scrittori di questa età, perché tra essi comunemente egli suole aver luogo.

XIX. Questionasi ancora, di qual patria egli fosse, se Romano, o Francese. I Maurini75 e il fedel lor seguace l’Abate Longchamps76 con alcuni altri il vogliono Francese fondati sull’autorità di Sidonio Apollinare, il quale di lui parlando così dice, secondoché questo passo si legge da Enrico Valesio: Et te Massiliensium per hortos Graii cespitis, Arbiter, colonum Hellespontiaco parem Priapo77 Francese parimenti il vuole lo Spon78; ma sull’autorità di una lapida scoperta l’anno 1560 crede, che ei fosse nativo di un villaggio della Diocesi di Sisteron detto Petruis, latinamente Vicus Petronis. Io penso, che l’una e l’altra sentenza non sia così facile a provarsi, come sembra a’ sostenitori di essa; e, non ostante l’autorità di Sidonio e la Lapida dello Spon, molti vogliono, che Petronio fosse Romano. Romana certamente era la famiglia de’ Petronj, e se il nostro Scrittore nacque nelle Gallie, ciò dovett’essere o a caso, o per alcuno de’ suoi maggiori colà trasportato79 . XX. Rimane a dir qualche cosa de’ frammenti di Petronio. L’opera di questo Scrittore era tronca, imperfetta, e ad ogni passo mancante. Marino Statilio trovò a Traw in Dalmazia sua patria un assai lungo frammento, in cui tutta descrivesi la cena di Trimalcione, e alle preghiere di molti pubblicollo in Padova l’anno 1664; e nell’anno stesso fu ristampato in Parigi. Ed ecco levarsi subito un furioso contrasto sull’autenticità di tale frammento. Adriano Valesio, Gian Cristoforo Wagenseil, ed altri di minor nome gridarono all’impostura o all’errore. Lo Statilio valorosamente sostenne la sua causa. Il manoscritto fu esaminato da molti eruditi e in Roma e in Francia, e fu riconosciuto per antico e sincero, e il Montfaucon, che, com’egli stesso racconta80, ne fece acquisto per la Biblioteca 58 del Re di Francia, afferma non potersi di ciò dubitare. In fatti l’opinion comune al presente è favorevole al parere dello Statilio. Io non so, ove abbian trovato i Maurini81 (i quali per altro diligentemente assai hanno trattato di tutto ciò, che a Petronio appartiene), che il ritrovatore di questo frammento fu M. Petit, il quale sotto il nome si ascose di Marino Statilio. Io trovo bensì nel Fabricio82, che l’Apologia pubblicata da Marino Statilio da alcuni si crede opera di Stefano Gradi, da altri di Pietro Petit; il che pure si accenna dal Placcio83. Ma che il Petit e non lo Statilio ritrovasse il detto frammento, né i due or mentovati Autori, né il Montfaucon84, né M. Clement85, né il Burmanno86, né alcun altro Scrittore, ch’io sappia, non lo ha asserito. Le operette scritte contro e a favore di questo frammento sono state unite insieme e pubblicate nella sua Edizione dal sopraccitato Burmanno.

XXI. Non ugualmente felice fu la scoperta di Francesco Nodot. Questi credette, o mostrò di credere, che un certo Dupin nella espugnazion di Belgrado l’anno 1688 avesse trovato un Codice Manoscritto intero e perfetto dell’Opera di Petronio, ed avutolo nelle mani col consiglio di alcuni amici affrettossi a pubblicarlo; né di ciò contento il tradusse in Francese, e col testo latino a canto il dié alle stampe l’anno 1694 colla data di Colonia, che fu poi seguita da altre Edizioni. Ma questo nuovo Codice fu poco favorevolmente accolto; e appena vi ebbe chi nol credesse supposto. M. Breugiere de Barante pubblicò, senza palesare il suo nome, alcune osservazioni contro di esso; e il Nodot con molto calore scrisse in sua difesa. Ma egli non poté persuadere alcuno; e non vi ha al presente chi non pensi, il ritrovamento del Codice di Belgrado essere stato una pura finzione. Chi bramasse intorno a tutto ciò più esatte notizie, potrà vedere gli Autori pocanzi da noi citati, e inoltre la Biblioteca Francese dell’Ab. Goujet87, e le Memorie dell’Abate d’Artigny, che di ciò, che accadde intorno a’ frammenti di M. Nodot, parla assai diligentemente88. A me pare di essermi su questo Autor trattenuto più ancora che non facea di mestieri.

XXII. Più brevemente avremo a favellare di Aulo Persio Flacco, perché più certe son le notizie, che di lui abbiamo. Una Vita di questo Poeta leggesi trall’Opere di Svetonio: da altri nondimeno ad altri si attribuisce; e Gian Giorgio Schelhornio ha pubblicata89 un’erudita Dissertazione di Gian Jacopo Breitingero, il quale sostiene, e con assai buone ragioni dimostra, l’Autore di questa Vita essere un antico Interprete di Persio, che da altri si dice Cornuto, da altri Probo. Il Presidente Bouhier nelle note aggiunte alla citata Dissertazione sospetta, ch’ella possa essere di Acrone, a cui l’antico Comento di Persio si attribuisce da alcuni. Checché sia di ciò, da essa noi ricaviamo, ch’ei nacque in Volterra di illustre famiglia; che visse congiunto in amicizia co’ più celebri uomini de’ suoi giorni; che Lucano singolarmente tanto lo ammirava, che udendone i versi appena potea contenersi dall’esclamar per applauso; che Seneca solamente negli ultimi anni da Persio fu conosciuto, ma che questi non ne era, come la più parte degli altri, troppo passionato ammiratore; che fu giovane di soavi costumi, di leggiadro aspetto, di verginale modestia, e fornito di tutte le più amabili doti; e che finalmente morì in età di soli trent’anni. Ma in quest’Epoca, come hanno osservato i mentovati Scrittori, e più lungamente il Bayle90, lo Scrittor della Vita si contraddice; perché egli narra, che Persio nacque a’ 4 di Dicembre nel Consolato di Fulvio Persico e di Lucio Vitellio, che fu l’anno dell’Era nostra Volgare 34 e morì a’ 24 di Novembre nel Consolato di Rubrio ossia Publio Mario e di Asinio Gallo, che fu l’anno 62, e perciò alcuni giorni ancora mancavangli a compire il ventottesimo anno. Oltre alcuni altri componimenti, che dallo Scrittor della Vita son rammentati, esercitossi singolarmente nello scrivere Satire, le quali sole ci son pervenute. Tutto ciò abbiamo dallo Scrittore antico della Vita di Persio. Io so, che altri danno altra patria a Persio; e il voglion nativo della Liguria; su che è a vedersi singolarmente una Dissertazione del P. Angelico Aprosio stampata in Genova nel 1664, oltre le Opere di Rafaello Soprani e del P. Oldoini intorno agli Scrittori della Liguria. Ma una opinione, che non sia sostenuta se non da coloro, a’ quali è onorevole e vantaggioso il sostenerla, raro è che abbia in suo favore valevoli argomenti. Intorno ad altre particolarità della Vita di Persio veggasi il citato Articolo del Bayle, che ne ragiona, secondo suo costume, ingegnosamente non meno che lungamente.

XXIII. L’amicizia de’ più dotti uomini, di cui Persio godeva, e la stima, in che l’avea Lucano, ci fa conoscere agevolmente, che Persio aveasi in conto di valoroso Poeta. Quintiliano 59 ancora ne parla con molta lode. Molto di vera gloria, dic’egli91 , si acquistò Persio, benché con un libro solo. Marziale ancora ne parla come di Poeta assai rinnomato92; e l’antico Gramatico Valerio Probo racconta, che appena le Satire di Persio si fecer pubbliche, furono ammirate e cercate a gara. Ma tra’ moderni pochi son quelli, che lodin Persio, e i due Scaligeri singolarmente ne han detto il più gran male del mondo93. Par veramente, che agli antichi dovrebbesi in ciò maggior fede che non a’ moderni. E cogli antichi di fatto si son congiunti, e gli han forse ancor superati nel lodar Persio, Isacco Casaubono, il quale afferma, ch’ei può contendere il primo onor nella Satira non solo a Giovenale, ma anche a Orazio, e tanto più, ch’ei morì in età assai giovanile94; e il P. Tarteron, che nella Prefazione premessa alla sua bella Traduzione di Persio in prosa Francese, benché non lasci di riprenderne l’oscurità, lo dice nondimeno Poeta colto, vivace, energico, e che in pochi motti dice assai. Più oltre ancora è andato M. le Noble, che traducendo Persio in versi Francesi si è sforzato di mostrarlo superiore di molto a Orazio non che a Giovenale95. Or in sì diversi giudicj a qual partito ci appiglierem noi? Persio è certamente oscuro, come confessano que’ medesimi, che l’esaltano sopra Orazio. Vuolsi da alcuni, che il facesse con arte per mordere occultamente Nerone senza incorrerne lo sdegno. Ma quanto poco è ciò, che nelle satire di Persio si può creder detto in biasimo di Nerone? In tutto il rimanente perché è Persio ugualmente oscuro? Noi forse non intendiamo ora la forza delle parole e delle espressioni Latine, come allor s’intendeva. Ma la lingua di Orazio e degli altri Poeti, che tanto più facilmente s’intendono, non era ella Latina? Convien dunque confessarlo, che Persio è viziosamente oscuro. E per qual ragione? Io non vorrei cader nel difetto di coloro, che avendo sposato un sistema ad esso voglion ridurre ogni cosa. Ma penso di non andar lungi dal vero affermando, che Persio fu inferiore ad Orazio, perché volle esser migliore. E’ vero, che, come il Casaubono ha mostrato96, Persio ha studiato di imitarlo, ma nell’imitarlo si vede, ch’egli si sforza di essere più preciso e più vibrato; e per ciò appunto divien troppo oscuro; difetto, in cui Orazio si avvedeva di cader egli stesso talvolta: Brevis esse laboro, obscurus fio97; ma difetto, in cui cadde assai più gravemente Persio. Egli è certo nondimeno, che le satire di Persio son ripiene di ottimi sentimenti, ed espressi sovente con molta forza; e a questo attribuir si dee la stima, di cui egli godeva; stima a tanto maggior ragione dovutagli, quanto più nel riprendere i vizj de’ suoi tempi era Persio, se se ne traggano pochi versi, ritenuto e modesto nell’espressione; nel che egli è certo superiore e ad Orazio e a Giovenale. Forse ancora la sua oscurità giovò a Persio per esser più avidamente ricercato e letto; poiché veggiamo, che il piacer, che si trova nell’indovinare fantasticando ciò, che uno Scrittor voglia dire, quando singolarmente si crede, ch’ei tocchi persone a noi conosciute, ci rende tanto più dilettevole la lettura di un libro, quanto più sono oscuri gli enigmi, tra cui si avvolge, e quanto più ci lusinghiamo di aver talento a scoprirli. Pare, che i Francesi abbiano in molta stima questo Poeta, poiché oltre le due versioni sopraccitate due ne sono uscite alla luce in prosa Francese in quest’anno medesimo 1771 in cui io scrivo, una di M. Carron de Gibert, l’altra dell’Abate le Monnier.

XXIV. A Persio vuolsi congiungere Decimo Giunio Giovenale più pel genere di Poesia, in cui esercitossi, che per l’età a cui visse. Alcuni l’han detto Spagnuolo di nascita, ma senza alcun fondamento, come confessa il medesimo Niccolò Antonio98. E’ certo, ch’ei fu d’Aquino da lui stesso riconosciuto per sua patria99. Un’antica Vita di Giovenale, che da alcuni si attribuisce a Svetonio, da altri a Probo, non bene intesa, e non ben confrontata co’ versi dello stesso Poeta, ha data occasione a parecchi errori. Ecco in breve ciò, ch’ella contiene. Giovenale o figlio o allievo (che non è ben sicuro) di un ricco liberto fino alla metà di sua vita esercitossi in declamare per suo trattenimento piuttosto, che per desiderio di volgersi al foro. Quindi scritto avendo una breve e non infelice Satira contro di Paride Pantomimo e Poeta di Claudio Nerone, coltivò in avvenire questo genere di Poesia. E nondimeno per lungo tempo non si ardì a recitar cosa alcuna neppure a scelto numero di amici. Finalmente due o tre volte recitò le sue Satire a numerosa assemblea con grande applauso, e ne’ componimenti allor fatti inserì ancora que’ primi versi. Era a quel tempo un Comico assai accetto alla Corte; e Giovenale cadde in sospetto di aver voluto sotto figura adombrare i tempi presenti, e quindi col pretesto onorevole di militar dignità, benché già ottogenario, fu dalla Città allontanato, e inviato a comandare una Coorte nell’estremità dell’Egitto; dove in pochissimo tempo 60 di disagio e di tedio finì i suoi giorni. Fin qui l’antica Vita di Giovenale. Sulla quale non ben fondati alcuni pensarono, che il Paride da lui oltraggiato fosse quegli, che visse sotto Nerone, e che da lui fu ucciso100; altri, che fosse colui, che visse a’ tempi di Domiziano101; e che perciò da uno di questi due Imperadori fosse Giovenale rilegato in Egitto. E strana singolarmente è l’opinione del Quadrio, il quale dopo aver narrato, che Giovenale sino alla metà de’ suoi anni si tenne sul declamare, aggiugne102, che da Nerone fu rilegato per la Satira da lui scritta contro di Paride (il che perciò dovette accadere al più tardi l’anno 68 in cui Nerone fu ucciso) essendo il Poeta in età di circa 40 anni; che poscia fu richiamato a Roma, e vi visse fino al duodecimo anno di Adriano, il quale cadde nell’anno 128; secondo il qual computo converrebbe dire, che Giovenale vivesse oltre a cent’anni. Claudio Salmasio103, Giusto Lipsio104, e più diligentemente di tutti Enrico Dodwello105 hanno con più esattezza esaminate le diverse Epoche della Vita di Giovenale, benché in qualche cosa non siano interamente tra lor concordi. Io non farommi a ritessere tutti i loro ragionamenti; e mi basterà l’accennare alcune delle principali pruove della loro opinione tratte dalla Vita medesima di Giovenale di sopra allegata.

XXV. Giovenale non prese a scrivere Satire che verso la metà di sua vita, cioè a 40 anni in circa di età; e nella prima di pochi versi, ch’egli compose, prese di mira il Pantomimo Paride, che vivea al principio dell’Impero di Domiziano, cioè l’anno 81, poiché di questo Paride, e non dell’altro stato a’ tempi di Nerone, debbonsi intendere i versi di Giovenale, come dimostra il Dodwello, benché lo Scrittor della Vita il dica Poeta di Nerone. Ma per lungo tempo, cioè per circa altri 40 anni ei non fece pubblica alcuna delle sue Satire, poiché il medesimo Scrittor della Vita racconta, che, quand’egli recitolle pubblicamente, fu mandato in esilio, e che avea allora ottant’anni. Ciò dunque dovette accadere verso l’anno 120, che era il quarto di Adriano. Paride non era certo allor vivo; e in fatti lo Scrittor della Vita, non dice, che Giovenale per aver motteggiato Paride fosse rilegato, come da’ posteriori Scrittori si è comunemente pensato; ma perché si credé, che sotto la figura e il nome di Paride avesse adombrati i tempi allora correnti: quasi tempora figurate notasset. Molti passi delle Satire di Giovenale ci rendono evidente questa opinione. Egli parla di Domiziano, come di Imperadore stato ne’ tempi addietro: Cum jam semianimum laceraret Flavius orbem Ultimus, & calvo serviret Roma Neroni106 . E al fine della Satira stessa parlando del medesimo Domiziano: Sed periit, postquam cerdonibus esse timendus Cœpit107 . Aggiungansi i tremuoti, de’ quali egli fa menzione108, che sembrano que’ medesimi, che nelle Storie si leggono seguiti a’ tempi di Trajano. Ma soprattutto a dimostrare la verità di questa opinione è chiarissimo il passo, ove Giovenale dice, che sessant’anni eran già corsi dopo il Consolato di Fontejo:

 Stupet hæc, qui jam post terga reliquit
Sexaginta annos Fontejo Consule natus?109

Or Fontejo Capitone fu Console l’anno 59 ed è perciò evidente che Giovenale scriveva l’anno 119 terzo dell’Impero di Adriano. Che se nelle Satire medesime s’incontran cose assai prima avvenute, e che nondimeno si narran da Giovenale come presenti, quali sono la menzione, ch’ei fa di Stazio, e dell’applauso, con cui udivasi in Roma la Tebaide da lui composta, le amare invettive contro di Paride, ed altre somiglianti, vuolsi avvertire ciò, che dallo stesso Scrittor della Vita fu pure avvertito, che Giovenale quando rendette pubbliche le Satire da lui scritte, v’inserì que’ versi ancora, che molti anni addietro egli avea composti a’ tempi di Domiziano. Così ogni cosa si spiega probabilmente, e all’anno 119 o 120 si fissa l’onorato esilio di Giovenale. In fatti nella Satira XV da lui composta in Egitto nel tempo della sua rilegazione egli narra un fatto ivi accaduto di fresco, ei dice, essendo Console Giunio; nuper Consule Junio gesta. Or Q. Giunio Rustico fu appunto console l’anno 119. La Satira XVI, che è l’ultima, credesi comunemente, che sia di altro Autore. Checché sia di ciò, poco tempo visse Giovenale in Egitto, poiché alla vecchiezza aggiugnendosi i disagi, come il più volte citato Scrittor della Vita racconta, vi morì presto.

XXVI. Fissate in tal maniera l’Epoche principali della Vita di Giovenale, cessar dee la maraviglia, che fanno alcuni Scrittori, di non vedere da Quintiliano fatto alcun cenno di questo Poeta; né ci è più di mestieri d’immaginare o invidia o altro qualunque motivo, per cui ei ne tacesse. Quintiliano scriveva sotto il Regno di Domiziano; né poteva perciò favellare di Giovenale, che solo regnando Adriano fece pubbliche le sue Satire. Tra’ moderni non è mancato chi antiponesse Giovenale non a Persio solamente, ma anche ad Orazio; e grandi ammiratori ne furono singolarmente Giulio Cesare Scaligero110 e Giusto Lipsio111, il sentimento de’ quali se debba aversi in gran pregio, in ciò che a valor poetico appartiene, lascio che ognuno giudichi per sé stesso. Assai diversamente ne pensa il P. Rapin, che preferisce di molto112 la grazia e la delicatezza d’Orazio alla impetuosa e rabbiosa declamazione di Giovenale. E molto prima di lui il Giraldi avea asserito113 , che non dovevasi leggere Giovenale, se non dopo aver formato lo stile su’ migliori Autori. Par bensì verisimile, che Giovenale si lusingasse di andar innanzi ad Orazio; e poté ancor persuaderlo a chi nelle Satire non ricerca che versi armonici, parole sonanti, amare invettive. Ma chiunque pensa, come han pensato i più saggi Scrittori, che la Satira debba naturalmente e graziosamente deridere i vizj, e che ella richieda perciò un tal verseggiare, che a una apparente semplicità congiunga una tanto più pregevole quanto men ricercata eleganza, non temerà mai di antiporre Orazio a tutti gli altri antichi Scrittori di Satire. Una Matrona ancora vuolsi per ultimo qui rammentare tra gli Scrittori di Satire, cioè Sulpizia Moglie di Caleno, che più altre Poesie ancora aveva composte; ma sola ci è rimasta la Satira da lei scritta contro Domiziano, allor quando egli cacciò di Roma i Filosofi. Di lei e de’ suoi versi parla con molta lode Marziale114

XXVII. A’ Poeti Epici e a’ Satirici, de’ quali abbiam finora parlato, succeda ora l’unico, che di questa età ci sia rimasto, Scrittor d’Epigrammi, M. Valerio Marziale. Questi a ragione si novera dagli Spagnuoli tra’ loro Autori, perciocché egli fu nativo di Bilbili Città ora distrutta della Spagna Tarragonese. Ma il soggiorno da lui fatto per trentacinque anni in Italia basta, perché a noi ancora sia lecito il riporlo tra’ nostri. Del soprannome di Cuoco, che da Lampridio gli viene dato115 , veggansi le diverse opinioni degli Interpreti presso Niccolò Antonio116, poiché non sembrami né necessario né utile il disputarne. Il P. Matteo Radero della Compagnia di Gesù, che dagli Epigrammi medesimi di Marziale ne ha diligentemente raccolte le principali Epoche della Vita, osserva, che in età di ventun’anni ei venne a Roma, che per trentacinque anni vi soggiornò, e che, essendo nel cinquantesimo anno di sua vita, fece alla Patria ritorno sul principio dell’Impero di Trajano, e vi morì nel quarto o quinto anno del medesimo Imperadore. Di queste Epoche, quelle che appartengono agli anni di Marziale, sono certissime, perché appoggiate a’ suoi versi medesimi. Ma ch’ei partisse di Roma, come il P. Radero afferma, sul cominciare del Regno di Trajano, da altri si nega. Il Dodwello117 vuole, che ciò avvenisse nel terzo Consolato di questo Imperadore, che corrisponde al terzo anno del suo impero. Giovanni Masson al contrario sostiene118, che Marziale, vivendo ancor Nerva, cioè l’anno 97, partisse di Roma. La diversità di queste opinioni non è sì grande, che sia pregio dell’opera l’esaminare, qual sia meglio fondata. E ancorché volessimo entrarne all’esame, io penso, che non sarebbe sì agevole a diffinire. Perciocché, come è certo, che il libro XII degli Epigrammi fu da Marziale pubblicato tre anni dopo il suo ritorno alla patria, il che egli attesta nella Prefazione ad esso premessa, così non è ugualmente certo, che tutti gli Epigrammi nel medesimo libro contenuti fossero da lui scritti dopo il suo ritorno, e non è pure ugualmente certo, che ne’ libri precedenti da lui pubblicati in Roma non sia stato poscia intruso qualche altro da lui composto, poiché ne era partito. In Roma egli ebbe applausi ed onori; ma non per modo, che, quando ei ne partì, non si trovasse in povero stato; talché Plinio il giovane per amicizia e per gratitudine ad alcuni versi in sua lode composti il soccorse di denaro pel viaggio, come egli stesso racconta nella lettera, che udita la morte di Marziale egli scrisse a Prisco119

XXVIII. In questa lettera Plinio parla con grandi encomj di questo Poeta: Egli era, dice, uomo ingegnoso e sottile; e che nello scrivere molto avea di sale insieme e di fiele, e nulla men di candore. E certo, che Marziale avesse dalla natura sortito talento non ordinario alla Poesia, e che egli avesse un ingegno di quelle doti fornito, che Plinio in lui riconosce, niuno, io credo, vorrà negarlo. Ma è a cercare, se bene o male egli usasse del suo ingegno. Qui ancora ognun giudica 62 secondo il suo gusto; e non vi ha cosa più inutile, quanto il voler persuadere, che non merita stima un Autore, a chi ne ha già formato favorevol giudicio. Io rifletterò solamente, che nel secolo XVI, quando a comun parere regnava in Italia il buon gusto, poco conto facevasi di Marziale, e appena giudicavasi degno di venire a paragon con Catullo120. E’ celebre l’annual sagrifizio, che di alcuni esemplari di questo Poeta soleva fare a Vulcano in un giorno determinato il celebre Andrea Navagero121. E più generalmente il Giraldi afferma122, che né tutti né molti degli Epigrammi di Marziale piacevano agli uomini dotti di quell’età; e che egli avrebbene scelti alcuni poco degni, a suo parere, d’essere letti, e che degli altri ne avrebbe fatto carta pe’ pizzicagnoli. Nel secolo scorso, quando l’amor de’ concetti e delle sottigliezze era, per così dire, il carattere de’ begli ingegni, Marziale aveasi in altissimo pregio, e guai a chi avesse fatto un Epigramma o un Sonetto, che non terminasse in una acutezza; egli era pure un freddo e trivial Poeta. Al risorgere del buon gusto cadde di nuovo Marziale; e io penso, che un Poeta de’ nostri giorni si vergognerebbe per avventura, se fosse sorpreso con questo Autor fralle mani. Non vuolsi però negare, che Marziale non abbia alcuni Epigrammi di singolare bellezza, e senza alcuno di que’ raffinati concetti, e di que’ giuochi freddissimi di parole, che troppo spesso in lui s’incontrano, oltre le oscenità, di cui egli spesso troppo impudentemente ha riempiuti i suoi versi. Quindi intorno agli Epigrammi di Marziale niuno forse ha deciso meglio di Marziale medesimo con quel celebre verso: Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura123

XXIX. Questi (lasciando stare per ora Seneca il Tragico, di cui fra poco insieme agli altri Poeti Drammatici ragioneremo, e il Poemetto de Cultu Hortorum di Columella, che forma il X de’ suoi libri d’Agricoltura, di cui parleremo nel Capo V) questi furono i Poeti dell’Epoca, di cui parliamo, le cui opere sono a noi pervenute. Altri assai più ve n’ebbe al medesimo tempo, delle Poesie de’ quali o nulla o solo una menoma parte ancor ci rimane. Sarebbe cosa di troppo lunga, e, ciò che è peggio, troppo inutil fatica, il voler ragionare di tutti. Il Giraldi, il Vossio, il Quadrio, ed altri ne han già tessuti ampj Catalogi; e io comunemente altro non potrei fare, che ripetere ciò, ch’essi han detto; maniera assai usata al presente, ma non perciò lodevole, d’ingrossare i libri. Mi basterà dunque l’accennare alcuna cosa di quelli, che sembrano essere stati in pregio maggiore. Poeta di gran nome dicesi da Dione124 C. Lutorio Prisco Cavalier Romano a’ tempi di Tiberio; e celebre chiamasi da lui e da Tacito125 un componimento da lui fatto nella morte di Germanico; il qual però fu al suo Autore troppo fatale; perciocché, come narrano i medesimi Storici, accusato, secondo il costume di que’ pessimi tempi, al Senato di aver composto que’ versi in occasione della malattia di Druso, quasi sperandone la morte, per ordine del Senato fu tratto in carcere, ed ucciso. Celebre ancora fu a’ tempi di Tiberio e di Claudio non meno per gl’infami suoi vizj, che per la sua facilità in verseggiare, il Gramatico Remmio Palemone Vicentino. Di lui narra Svetonio126, che anche all’improvviso scriveva Poemi; e che altre Poesie ancora avea egli composto in diversi e difficili metri. Sembra però, che questa facilità di poetare fosse l’unico pregio di Palemone, perciocché Marziale il chiama Poeta di piazza e di circolo: Scribat carmina circulis Palæmon: Me raris juvat auribus placere127 Di Cesio Basso Poeta Lirico parla con lode Quintiliano128, il quale dopo aver detto, che Orazio è pressoché il solo tra’ Latini Lirici degno d’esser letto, soggiugne: che se alcun altro tu vuoi aggiugnerli, e’ sarà Cesio Basso, cui di fresco abbiamo veduto. A’ tempi di Quintiliano altri Lirici dovean esservi di merito assai maggiore: perciocché egli segue dicendo: ma di molto gli vanno innanzi que’ che ora vivono. Ma chi essi fossero, egli nol dice, né noi possiamo conghietturarlo. Uomo di forte e poetico ingegno dallo stesso Quintiliano si dice Salejo Basso129, benché aggiunga, che neppure in vecchiezza non fu abbastanza maturo. Dall’Autor del Dialogo sul decadimento dell’Eloquenza egli è appellato perfettissimo Poeta130, ma insieme poco felice, poiché ei narra, che Basso dopo avere per un anno intero sudato a comporre un libro di Poesie, era costretto a pregare chi volesse compiacersi di udirle; e che anzi gli conveniva chiedere a pigione la casa, e farvi costruire il luogo, onde recitarle, e prendere a prestanza le scranne, e dopo tanti disagj e tante spese esser pago di uno sterile applauso. Solo una volta l’Imperadore Vespasiano gli fe un dono di 63 cinquecentomila sesterzi, ossia di circa dodici mila cinquecento scudi Romani; il che, aggiugne lo stesso Scrittore, fu a ragion celebrato come atto di maravigliosa e singolare liberalità. Se volessimo dar fede a Marziale, noi dovremmo dolerci assai della perdita, che fatta abbiamo delle Poesie di Arunzio Stella, che oltre altri Componimenti lodata avea co’ suoi versi la Colomba della sua Violantilla; perciocché Marziale dice131, che i versi di Arunzio tanto eran migliori di que’ di Catullo, quanto più grande di un passero è un colombo. Ma di questi elogi noi faremo il conto medesimo, che di quelli, ch’egli e Stazio danno a Lucano antiponendolo per poco a Virgilio. A’ tempi di Plinio il giovane ebbevi un Passieno Paolo Cavalier Romano, uomo assai erudito, di cui egli dice, che quasi per diritto di nascita si era dato a scrivere Elegie132, perciocché egli era della patria stessa e della stessa famiglia, di cui Properzio. Molti altri Poeti dallo stesso Autor si rammentano con grandi encomj, come Pompeo Saturnino, di cui dice, che facea versi al par di Catullo e di Calvo133; Ottavio, cui egli caldamente esorta134 a pubblicare una volta i suoi versi; M. Arrio Antonino Avolo materno dell’Imperadore Antonino, di cui sommamente loda le Greche non meno che le Latine Poesie135; C. Fannio136, ed altri molti, ch’io tralascio per non annojare chi legge con una inutil serie di nomi. E basti l’aver favellato di questi per saggio di tanti altri Poeti di questa età, le cui Poesie son perite, e intorno a’ quali si posson vedere i sopraccitati Autori.

XXX. Prima però d’innoltrarmi, mi sia lecito l’aggiugnere qualche cosa intorno a due altri Poeti, che dagli eruditi Maurini Autori della Storia Letteraria di Francia137, e quindi dall’altre volte citato Abate Longchamps138, si pongono tra’ loro Scrittori. Il primo è Giulio Montano. I Maurini saggiamente riflettono, che non vi è pruova certa, ch’ei fosse fratello di Vozieno Montano Narbonese Oratore; e che la somiglianza del nome non è bastevole argomento ad asserirlo; ma che nondimeno essendo amendue vissuti al tempo medesimo e alla medesima Corte di Tiberio, e che avendo amendue incorsa la disgrazia del medesimo Imperadore, convien confessare, che potevano essere fratelli. La pruova non ha gran forza; nondimeno egli è certo, che potevano esser fratelli, benché non vi sia indicio bastevole a conghietturare, che così fosse, e si possa perciò da noi sostenere, che Giulio Montano non fu fratello di Vozieno, né fu Gallo di nascita, finché non se ne adduca un probabile argomento. Ma l’Abate Longchamps, che non vuol conghietture o dubbj, che lo ritardino, francamente asserisce, che furon fratelli, e persuaso, che niuno ardirà di contrastarglielo, passa oltre, e ci assicura, ch’egli disputava la palma poetica a’ Virgilii della sua età. Converrà crederlo, poiché egli il dice; ma io non trovo tra gli antichi, chi gli dia tal lode. I due versi di Ovidio in lode di Montano da lui addotti provano solo, ch’egli avea fama di buon Poeta e ne’ versi Elegiaci e negli Eroici: Quique vel imparibus numeris, Montane, vel æquis Sufficis, & gemino carmine nomen habes139 . Seneca il Padre, ossia il Retore, continua lo stesso Scrittore, non teme di pareggiarlo a’ più grandi Poeti, che l’aveano preceduto. Sì certo: Seneca dice in fatti140

Montanus Julius, qui comis fuit,

quique egregius Poeta. Ognun vede, che la traduzione non può essere più fedele. Ma Seneca il Filosofo nol chiama che col nome di Poeta tollerabile141. E veramente i versi, che lo stesso Seneca a questo luogo ne adduce, e che anche l’Abate Longchamps ci mette innanzi, come degni di sì gran Poeta, sono poi finalmente una descrizione del Sol nascente in quattro versi, a’ quali egli ne aggiugne di seguito, come se fossero dello stesso Poeta, due altri, che Seneca pone in bocca di Varo, sul Sol che tramonta. Finalmente aggiugne l’Abate Longchamps, che Giulio Montano morì anch’egli, come suo fratello Vozieno, vittima degl’ingiusti sospetti di Tiberio. Su qual fondamento lo afferma egli? Su quel medesimo, di cui troppo spesso egli usa: la sua autorità. I Maurini confessano, che nulla sappiamo della sua morte; e realmente altro di lui non troviamo, se non che l’amicizia, di cui godea presso Tiberio, coll’andar del tempo si raffreddò142; ma quando, e come egli morisse, non si ritrova. L’altro Poeta è Senzio Augurino; del cui poetico valore grandi cose ci narra in una sua lettera Plinio il giovane143, e ne dà in saggio alcuni versi, che quegli in lode di lui avea composti. I Maurini dicono, che egli era figlio di Gneo Senzio, Gallo di nazione, che avea il soprannome d’Illustre144; e l’Abate Longchamps secondo suo costume ne segue fedelmente il parere. Ma io temo, che i detti Autori siansi qui lasciati abbagliare alquanto dall’amor della patria. 64 Essi e conferma del loro detto non recano che una Nota al detto passo di Plinio, cioè quella, io credo, del Cattaneo, che così ha appunto: Filium Cn. Sentii Galli viri illustriss. Ma il Cattaneo, che visse al principio del XVI secolo, è egli autore, alla cui semplice asserzione si debba fede? Pur gli si creda. Il dire Gneo Senzio Gallo, e gli lo stesso veramente che dire, ch’ei fu Gallo di nascita? Già abbiam mostrato altrove, che un tal nome non pruova punto. Finalmente il dire, che Gneo Senzio fu uomo illustre, è egli lo stesso che dire, ch’egli ebbe il soprannome d’Illustre? Ma usciam da queste contese, in cui io entro sempre malvolentieri, e sol quando il dovere di sincero Storico mi costringe a rendere all’Italia un vanto ingiustamente rapitole.

XXVI. Fissate in tal maniera l’Epoche principali della Vita di Giovenale, cessar dee la maraviglia, che fanno alcuni Scrittori, di non vedere da Quintiliano fatto alcun cenno di questo Poeta; né ci è più di mestieri d’immaginare o invidia o altro qualunque motivo, per cui ei ne tacesse. Quintiliano scriveva sotto il Regno di Domiziano; né poteva perciò favellare di Giovenale, che solo regnando Adriano fece pubbliche le sue Satire. Tra’ moderni non è mancato chi antiponesse Giovenale non a Persio solamente, ma anche ad Orazio; e grandi ammiratori ne furono singolarmente Giulio Cesare Scaligero110 e Giusto Lipsio111, il sentimento de’ quali se debba aversi in gran pregio, in ciò che a valor poetico appartiene, lascio che ognuno giudichi per sé stesso. Assai diversamente ne pensa il P. Rapin, che preferisce di molto112 la grazia e la delicatezza d’Orazio alla impetuosa e rabbiosa declamazione di Giovenale. E molto prima di lui il Giraldi avea asserito113 , che non dovevasi leggere Giovenale, se non dopo aver formato lo stile su’ migliori Autori. Par bensì verisimile, che Giovenale si lusingasse di andar innanzi ad Orazio; e poté ancor persuaderlo a chi nelle Satire non ricerca che versi armonici, parole sonanti, amare invettive. Ma chiunque pensa, come han pensato i più saggi Scrittori, che la Satira debba naturalmente e graziosamente deridere i vizj, e che ella richieda perciò un tal verseggiare, che a una apparente semplicità congiunga una tanto più pregevole quanto men ricercata eleganza, non temerà mai di antiporre Orazio a tutti gli altri antichi Scrittori di Satire. Una Matrona ancora vuolsi per ultimo qui rammentare tra gli Scrittori di Satire, cioè Sulpizia Moglie di Caleno, che più altre Poesie ancora aveva composte; ma sola ci è rimasta la Satira da lei scritta contro Domiziano, allor quando egli cacciò di Roma i Filosofi. Di lei e de’ suoi versi parla con molta lode Marziale114 . XXVII. A’ Poeti Epici e a’ Satirici, de’ quali abbiam finora parlato, succeda ora l’unico, che di questa età ci sia rimasto, Scrittor d’Epigrammi, M. Valerio Marziale. Questi a ragione si novera dagli Spagnuoli tra’ loro Autori, perciocché egli fu nativo di Bilbili Città ora distrutta della Spagna Tarragonese. Ma il soggiorno da lui fatto per trentacinque anni in Italia basta, perché a noi ancora sia lecito il riporlo tra’ nostri. Del soprannome di Cuoco, che da Lampridio gli viene dato115 , veggansi le diverse opinioni degli Interpreti presso Niccolò Antonio116, poiché non sembrami né necessario né utile il disputarne. Il P. Matteo Radero della Compagnia di Gesù, che dagli Epigrammi medesimi di Marziale ne ha diligentemente raccolte le principali Epoche della Vita, osserva, che in età di ventun’anni ei venne a Roma, che per trentacinque anni vi soggiornò, e che, essendo nel cinquantesimo anno di sua vita, fece alla Patria ritorno sul principio dell’Impero di Trajano, e vi morì nel quarto o quinto anno del medesimo Imperadore. Di queste Epoche, quelle che appartengono agli anni di Marziale, sono certissime, perché appoggiate a’ suoi versi medesimi. Ma ch’ei partisse di Roma, come il P. Radero afferma, sul cominciare del Regno di Trajano, da altri si nega. Il Dodwello117 vuole, che ciò avvenisse nel terzo Consolato di questo Imperadore, che corrisponde al terzo anno del suo impero. Giovanni Masson al contrario sostiene118, che Marziale, vivendo ancor Nerva, cioè l’anno 97, partisse di Roma. La diversità di queste opinioni non è sì grande, che sia pregio dell’opera l’esaminare, qual sia meglio fondata. E ancorché volessimo entrarne all’esame, io penso, che non sarebbe sì agevole a diffinire. Perciocché, come è certo, che il libro XII degli Epigrammi fu da Marziale pubblicato tre anni dopo il suo ritorno alla patria, il che egli attesta nella Prefazione ad esso premessa, così non è ugualmente certo, che tutti gli Epigrammi nel medesimo libro contenuti fossero da lui scritti dopo il suo ritorno, e non è pure ugualmente certo, che ne’ libri precedenti da lui pubblicati in Roma non sia stato poscia intruso qualche altro da lui composto, poiché ne era partito. In Roma egli ebbe applausi ed onori; ma non per modo, che, quando ei ne partì, non si trovasse in povero stato; talché Plinio il giovane per amicizia e per gratitudine ad alcuni versi in sua lode composti il soccorse di denaro pel viaggio, come egli stesso racconta nella lettera, che udita la morte di Marziale egli scrisse a Prisco119 . XXVIII. In questa lettera Plinio parla con grandi encomj di questo Poeta: Egli era, dice, uomo ingegnoso e sottile; e che nello scrivere molto avea di sale insieme e di fiele, e nulla men di candore. E certo, che Marziale avesse dalla natura sortito talento non ordinario alla Poesia, e che egli avesse un ingegno di quelle doti fornito, che Plinio in lui riconosce, niuno, io credo, vorrà negarlo. Ma è a cercare, se bene o male egli usasse del suo ingegno. Qui ancora ognun giudica 62 secondo il suo gusto; e non vi ha cosa più inutile, quanto il voler persuadere, che non merita stima un Autore, a chi ne ha già formato favorevol giudicio. Io rifletterò solamente, che nel secolo XVI, quando a comun parere regnava in Italia il buon gusto, poco conto facevasi di Marziale, e appena giudicavasi degno di venire a paragon con Catullo120. E’ celebre l’annual sagrifizio, che di alcuni esemplari di questo Poeta soleva fare a Vulcano in un giorno determinato il celebre Andrea Navagero121. E più generalmente il Giraldi afferma122, che né tutti né molti degli Epigrammi di Marziale piacevano agli uomini dotti di quell’età; e che egli avrebbene scelti alcuni poco degni, a suo parere, d’essere letti, e che degli altri ne avrebbe fatto carta pe’ pizzicagnoli. Nel secolo scorso, quando l’amor de’ concetti e delle sottigliezze era, per così dire, il carattere de’ begli ingegni, Marziale aveasi in altissimo pregio, e guai a chi avesse fatto un Epigramma o un Sonetto, che non terminasse in una acutezza; egli era pure un freddo e trivial Poeta. Al risorgere del buon gusto cadde di nuovo Marziale; e io penso, che un Poeta de’ nostri giorni si vergognerebbe per avventura, se fosse sorpreso con questo Autor fralle mani. Non vuolsi però negare, che Marziale non abbia alcuni Epigrammi di singolare bellezza, e senza alcuno di que’ raffinati concetti, e di que’ giuochi freddissimi di parole, che troppo spesso in lui s’incontrano, oltre le oscenità, di cui egli spesso troppo impudentemente ha riempiuti i suoi versi. Quindi intorno agli Epigrammi di Marziale niuno forse ha deciso meglio di Marziale medesimo con quel celebre verso: Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura123 . XXIX. Questi (lasciando stare per ora Seneca il Tragico, di cui fra poco insieme agli altri Poeti Drammatici ragioneremo, e il Poemetto de Cultu Hortorum di Columella, che forma il X de’ suoi libri d’Agricoltura, di cui parleremo nel Capo V) questi furono i Poeti dell’Epoca, di cui parliamo, le cui opere sono a noi pervenute. Altri assai più ve n’ebbe al medesimo tempo, delle Poesie de’ quali o nulla o solo una menoma parte ancor ci rimane. Sarebbe cosa di troppo lunga, e, ciò che è peggio, troppo inutil fatica, il voler ragionare di tutti. Il Giraldi, il Vossio, il Quadrio, ed altri ne han già tessuti ampj Catalogi; e io comunemente altro non potrei fare, che ripetere ciò, ch’essi han detto; maniera assai usata al presente, ma non perciò lodevole, d’ingrossare i libri. Mi basterà dunque l’accennare alcuna cosa di quelli, che sembrano essere stati in pregio maggiore. Poeta di gran nome dicesi da Dione124 C. Lutorio Prisco Cavalier Romano a’ tempi di Tiberio; e celebre chiamasi da lui e da Tacito125 un componimento da lui fatto nella morte di Germanico; il qual però fu al suo Autore troppo fatale; perciocché, come narrano i medesimi Storici, accusato, secondo il costume di que’ pessimi tempi, al Senato di aver composto que’ versi in occasione della malattia di Druso, quasi sperandone la morte, per ordine del Senato fu tratto in carcere, ed ucciso. Celebre ancora fu a’ tempi di Tiberio e di Claudio non meno per gl’infami suoi vizj, che per la sua facilità in verseggiare, il Gramatico Remmio Palemone Vicentino. Di lui narra Svetonio126, che anche all’improvviso scriveva Poemi; e che altre Poesie ancora avea egli composto in diversi e difficili metri. Sembra però, che questa facilità di poetare fosse l’unico pregio di Palemone, perciocché Marziale il chiama Poeta di piazza e di circolo: Scribat carmina circulis Palæmon: Me raris juvat auribus placere127 Di Cesio Basso Poeta Lirico parla con lode Quintiliano128, il quale dopo aver detto, che Orazio è pressoché il solo tra’ Latini Lirici degno d’esser letto, soggiugne: che se alcun altro tu vuoi aggiugnerli, e’ sarà Cesio Basso, cui di fresco abbiamo veduto. A’ tempi di Quintiliano altri Lirici dovean esservi di merito assai maggiore: perciocché egli segue dicendo: ma di molto gli vanno innanzi que’ che ora vivono. Ma chi essi fossero, egli nol dice, né noi possiamo conghietturarlo. Uomo di forte e poetico ingegno dallo stesso Quintiliano si dice Salejo Basso129, benché aggiunga, che neppure in vecchiezza non fu abbastanza maturo. Dall’Autor del Dialogo sul decadimento dell’Eloquenza egli è appellato perfettissimo Poeta130, ma insieme poco felice, poiché ei narra, che Basso dopo avere per un anno intero sudato a comporre un libro di Poesie, era costretto a pregare chi volesse compiacersi di udirle; e che anzi gli conveniva chiedere a pigione la casa, e farvi costruire il luogo, onde recitarle, e prendere a prestanza le scranne, e dopo tanti disagj e tante spese esser pago di uno sterile applauso. Solo una volta l’Imperadore Vespasiano gli fe un dono di 63 cinquecentomila sesterzi, ossia di circa dodici mila cinquecento scudi Romani; il che, aggiugne lo stesso Scrittore, fu a ragion celebrato come atto di maravigliosa e singolare liberalità. Se volessimo dar fede a Marziale, noi dovremmo dolerci assai della perdita, che fatta abbiamo delle Poesie di Arunzio Stella, che oltre altri Componimenti lodata avea co’ suoi versi la Colomba della sua Violantilla; perciocché Marziale dice131, che i versi di Arunzio tanto eran migliori di que’ di Catullo, quanto più grande di un passero è un colombo. Ma di questi elogi noi faremo il conto medesimo, che di quelli, ch’egli e Stazio danno a Lucano antiponendolo per poco a Virgilio. A’ tempi di Plinio il giovane ebbevi un Passieno Paolo Cavalier Romano, uomo assai erudito, di cui egli dice, che quasi per diritto di nascita si era dato a scrivere Elegie132, perciocché egli era della patria stessa e della stessa famiglia, di cui Properzio. Molti altri Poeti dallo stesso Autor si rammentano con grandi encomj, come Pompeo Saturnino, di cui dice, che facea versi al par di Catullo e di Calvo133; Ottavio, cui egli caldamente esorta134 a pubblicare una volta i suoi versi; M. Arrio Antonino Avolo materno dell’Imperadore Antonino, di cui sommamente loda le Greche non meno che le Latine Poesie135; C. Fannio136, ed altri molti, ch’io tralascio per non annojare chi legge con una inutil serie di nomi. E basti l’aver favellato di questi per saggio di tanti altri Poeti di questa età, le cui Poesie son perite, e intorno a’ quali si posson vedere i sopraccitati Autori.

XXX. Prima però d’innoltrarmi, mi sia lecito l’aggiugnere qualche cosa intorno a due altri Poeti, che dagli eruditi Maurini Autori della Storia Letteraria di Francia137, e quindi dall’altre volte citato Abate Longchamps138, si pongono tra’ loro Scrittori. Il primo è Giulio Montano. I Maurini saggiamente riflettono, che non vi è pruova certa, ch’ei fosse fratello di Vozieno Montano Narbonese Oratore; e che la somiglianza del nome non è bastevole argomento ad asserirlo; ma che nondimeno essendo amendue vissuti al tempo medesimo e alla medesima Corte di Tiberio, e che avendo amendue incorsa la disgrazia del medesimo Imperadore, convien confessare, che potevano essere fratelli. La pruova non ha gran forza; nondimeno egli è certo, che potevano esser fratelli, benché non vi sia indicio bastevole a conghietturare, che così fosse, e si possa perciò da noi sostenere, che Giulio Montano non fu fratello di Vozieno, né fu Gallo di nascita, finché non se ne adduca un probabile argomento. Ma l’Abate Longchamps, che non vuol conghietture o dubbj, che lo ritardino, francamente asserisce, che furon fratelli, e persuaso, che niuno ardirà di contrastarglielo, passa oltre, e ci assicura, ch’egli disputava la palma poetica a’ Virgilii della sua età. Converrà crederlo, poiché egli il dice; ma io non trovo tra gli antichi, chi gli dia tal lode. I due versi di Ovidio in lode di Montano da lui addotti provano solo, ch’egli avea fama di buon Poeta e ne’ versi Elegiaci e negli Eroici: Quique vel imparibus numeris, Montane, vel æquis Sufficis, & gemino carmine nomen habes139 . Seneca il Padre, ossia il Retore, continua lo stesso Scrittore, non teme di pareggiarlo a’ più grandi Poeti, che l’aveano preceduto. Sì certo: Seneca dice in fatti140

Montanus Julius, qui comis fuit,

quique egregius Poeta. Ognun vede, che la traduzione non può essere più fedele. Ma Seneca il Filosofo nol chiama che col nome di Poeta tollerabile141. E veramente i versi, che lo stesso Seneca a questo luogo ne adduce, e che anche l’Abate Longchamps ci mette innanzi, come degni di sì gran Poeta, sono poi finalmente una descrizione del Sol nascente in quattro versi, a’ quali egli ne aggiugne di seguito, come se fossero dello stesso Poeta, due altri, che Seneca pone in bocca di Varo, sul Sol che tramonta. Finalmente aggiugne l’Abate Longchamps, che Giulio Montano morì anch’egli, come suo fratello Vozieno, vittima degl’ingiusti sospetti di Tiberio. Su qual fondamento lo afferma egli? Su quel medesimo, di cui troppo spesso egli usa: la sua autorità. I Maurini confessano, che nulla sappiamo della sua morte; e realmente altro di lui non troviamo, se non che l’amicizia, di cui godea presso Tiberio, coll’andar del tempo si raffreddò142; ma quando, e come egli morisse, non si ritrova. L’altro Poeta è Senzio Augurino; del cui poetico valore grandi cose ci narra in una sua lettera Plinio il giovane143, e ne dà in saggio alcuni versi, che quegli in lode di lui avea composti. I Maurini dicono, che egli era figlio di Gneo Senzio, Gallo di nazione, che avea il soprannome d’Illustre144; e l’Abate Longchamps secondo suo costume ne segue fedelmente il parere. Ma io temo, che i detti Autori siansi qui lasciati abbagliare alquanto dall’amor della patria. 64 Essi e conferma del loro detto non recano che una Nota al detto passo di Plinio, cioè quella, io credo, del Cattaneo, che così ha appunto: Filium Cn. Sentii Galli viri illustriss. Ma il Cattaneo, che visse al principio del XVI secolo, è egli autore, alla cui semplice asserzione si debba fede? Pur gli si creda. Il dire Gneo Senzio Gallo, e gli lo stesso veramente che dire, ch’ei fu Gallo di nascita? Già abbiam mostrato altrove, che un tal nome non pruova punto. Finalmente il dire, che Gneo Senzio fu uomo illustre, è egli lo stesso che dire, ch’egli ebbe il soprannome d’Illustre? Ma usciam da queste contese, in cui io entro sempre malvolentieri, e sol quando il dovere di sincero Storico mi costringe a rendere all’Italia un vanto ingiustamente rapitole.


XXXI. Finalmente non vuolsi omettere il nome di un altro Poeta, di cui né troviamo memoria alcuna negli antichi Scrittori, né sappiamo, che lasciasse dopo di sé alcun saggio del poetico suo valore; ma che nondimeno esser doveva eccellente, anzi tale ei si dié a vedere nell’età ancor fresca di tredici anni. Ne dobbiam la notizia a un’antica Iscrizione, che dopo il Grutero ed altri più correttamente è stata pubblicata dal Muratori, anzi per inavvertenza ripetuta due volte nel medesimo tono145. Eccola quale ancor si conserva in Guasto Città dell’Abruzzo, detta anticamente Histonium.


Dalla qual Iscrizione noi raccogliamo, che questo valoroso fanciullo ne’ Letterarj combattimenti, che narrammo di sopra essere stati istituiti da Nerone, e poscia rinnovati da Domiziano, essendo egli in età di soli tredici anni, fu a tutti gli altri Poeti antiposto. Il lustro sesto cadde nell’anno 106 sotto il regno di Trajano; poiché essi furono la prima volta fatti celebrare da Domiziano l’anno 86, nel qual anno si numerò il primo lustro; e quindi rinnovandosi essi dopo quattro anni, nell’anno 106 appunto viene a cadere il sesto lustro. La statua però non gli fu innalzata che a’ tempi di Antonino, quand’egli era Protettore della Città di Isernia. XXXII. Da tutto ciò, che intorno a’ Poeti abbiam

XXXII. Da tutto ciò, che intorno a’ Poeti abbiam detto finora, egli è evidente, che il secolo, di cui parliamo, fu certo inferiore di molto in ciò, che è valore poetico, al secolo d’Augusto; ma non molto gli fu inferiore in ciò, che è numero di Poeti. Anzi alcuni degli Scrittori di questa età ci parlano in tal maniera, che sembra non mai esservi stati tanti Poeti, quanti a questa medesima. Giovenale scherza più volte sull’insoffribile noja che era quella di dovere continuamente udir de’ versi; e, ciò che era peggio, pressoché tutti su’ medesimi triviali argomenti. Niuno, dic’egli146 , conosce meglio la sua propria casa, di quel ch’io conosca il bosco di Marte, e la spelonca de’ Ciclopi, e la forza de’ venti, e le ombre da Eaco tormentante. Così spesso udivasi egli ricantar queste fole da’ molesti Poeti. E altrove147 tra gli incomodi e i pericoli della Città rammenta l’importunità de’ Poeti, che anche frallo smanioso caldo d’Agosto volevan pure costringere gli amici ad ascoltare i lor versi. Plinio il giovane ancora ci descrive in una sua lettera il gran numero de’ Poeti, ch’era a’ suoi tempi in Roma; ma insieme si duole, che il popolo cominciava ad annojarsi di tanti versi. Gran copia di Poeti, dic’egli148 , ci ha dato quest’anno. In tutto il mese d’Aprile appena vi è stato giorno, in cui non siasi recitato da alcuno. Io ne godo, perché si coltivan gli studj, si esercitano e si producono gli ingegni; benché, a dir vero, difficilmente raccolgansi ad udirli. I più si stanno sedendo a’ ridotti pubblici, e passano il tempo udendo novelle; e chieggono poscia, se il recitante già sia entrato, se detta abbia l’introduzione, se abbia già recitata gran parte del libro, e allor finalmente, benché a lenti e stentati passi, ci vengono; né però ci si fermano; ma innanzi al fine altri di nascosto e segretamente, altri apertamente e francamente sen vanno. Così Plinio si duole del poco conto, in che aveansi allora i Poeti; del che però io non so, se i Romani se n’abbiano ad incolpare, o i Poeti medesimi; perciocché, come dagli addotti passi di Giovenale si raccoglie, 65 questi per la più parte eran tali, che chi ricusava di udirli, di lode poteva parer degno anziché di biasimo. Ma o buoni o cattivi fossero i Poeti, la stagion loro era passata. Anche quelli tra essi, che godevano di miglior fama, da’ loro versi invano avrebbono atteso di che campare. Già abbiam veduto, che Stazio, benché riscotesse gran plausi, era nondimeno costretto a comporre Azioni Teatrali, e a venderle agli Attori, se volea trovar di che vivere. Dove è ora, esclama Giovenale149 , un Mecenate, o un altro uom liberale inverso i Poeti? A que’ tempi gli uomini avean premio uguale all’ingegno loro; ma ora essi si rimangon digiuni, e anche nelle più liete feste de’ Saturnali costretti sono a starsene senza vino. Ma come tanti Poeti, se la Poesia giacevasi così sprezzata? Già ne abbiam recata poc’anzi la vera ragione. La liberalità di Augusto e di Mecenate verso i Poeti avea persuaso i Romani, che un de’ mezzi più sicuri a viver felice era il poetare. Quindi da ogni palmo di terra, per così dire, spicciavan Poeti. Il non vedersi sulle prime ben ricevuti non bastava a scoraggiarli: si lusingavano, che il loro merito sarebbe un giorno riconosciuto e premiato. Continuarono perciò a verseggiare e a sperare. Qualche ricompensa data talvolta ad alcuno mantenne viva per alcun tempo una sì dolce fiducia. Ma finalmente la sperienza di molti anni convinse i Romani, che la Poesia non era più, come una volta, sicura strada agli onori e alle ricchezze; e la Poesia perciò fu quasi del tutto abbandonata, come a suo luogo vedremo. XXXIII. Rimane or solo, che veggiamo, in quale stato si fosse in Roma a quest’epoca la Poesia Teatrale. Anche allor quando la Romana Letteratura era giunta nel secolo precedente alla sua perfezione, il Teatro Romano ciò non ostante era restato sempre assai inferiore al Greco; e ne abbiamo a suo luogo esaminate le cagioni. Quindi molto meno era a sperarsi, che esso si perfezionasse a questi tempi, in cui ogni altro genere di Poesia andava decadendo miseramente. Se i compagni di Virgilio e di Orazio non eran giunti a comporre Tragedie e Commedie eccellenti, come poteva ciò aspettarsi da’ compagni di Lucano e di Stazio? Le circostanze stesse de’ tempi non poco dovettero contribuire all’infelice stato del Teatro Romano. Tiberio, Caligola, Nerone, Domiziano, Imperadori sospettosi al par che crudeli, aveano in conto di capitale delitto qualunque parola si fosse dagli Attor profferita, che sembrasse occultamente ferirli; e il Poeta poteva a ragion temerne la morte, come dalle cose nel primo Capo riferite si può raccogliere. Qual maraviglia dunque, se i Poeti fatti schiavi, per così dir, dal timore, e scrivendo con animo sollecito e pauroso, rimanessero sempre in quella mediocrità, da cui non esce, se non chi può liberamente secondare il suo talento? XXXIV. Come nondimeno frequenti erano in Roma i Teatrali Spettacoli, furonvi ancora molti Scrittori di Commedie e di Tragedie. Tra questi il solo, che da Quintiliano si nomina con elogio150, e che da lui si dice superiore d’assai a tutti gli altri da lui conosciuti, è Pomponio Secondo, di cui narra, che i vecchi accusavanlo come non troppo tragico, ma confessavano nondimeno, che in erudizione e in eleganza superava tutti. Plinio il vecchio, di cui era stato amicissimo, aveane in due libri scritta la vita151; e più volte si fa menzione di lui presso Tacito152 . L’Autor del Dialogo sul decadimento dell’Eloquenza il dice uomo in gloria non inferiore ad alcuno153. E questa gloria dalle sue Tragedie singolarmente gli fu acquistata. Plinio il giovane di lui racconta154, che allor quando alcuno de’ suoi amici esortavalo a far qualche cambiamento nelle sue Tragedie, e che egli nol giudicava opportuno, soleva provocare al giudizio del popolo, e ritenere ciò, che esso col suo applauso approvasse. Il M. Maffei vuole, che ei fosse Veronese di patria155. A me non pare, ch’egli ne rechi pruova valevole ad affermarlo; ma non vi ha neppur ragion bastevole a negarlo. Veggansi le notizie, che intorno a questo Poeta egli ha diligentemente raccolte, e con lui si avverta, che da questo Pomponio Secondo vuolsi distinguere un altro Pomponio Bolognese scrittore di quelle Favole, che diceansi Atellane156. Materno uno degl’Interlocutori del poc’anzi mentovato Dialogo viene in esso detto valoroso Scrittor di Tragedie, e tre singolarmente ivi se ne rammentano intitolate Catone, Medea, e Tieste157. Di un Virginio Romano scrittor di Commedie parla con grandissimi encomj Plinio il giovane158, dicendo, ch’esse potevan esser proposte per esemplare, ed aver luogo fra quelle di Plauto e di Terenzio, e che a lui non mancava né forza, né maestà, né sottigliezza, né sale, né dolcezza, né grazia. Elogio grande per vero dire; ma parmi, che Plinio ne fosse liberale assai, singolarmente verso coloro, a’ quali con sincera amicizia egli era congiunto. Lascio di parlare di altri men celebri, i cui nomi e i titoli delle Azioni da essi composte si 66 potranno vedere nelle spesso accennate Opere del Giraldi, del Vossio, e del Quadrio; e passo a quello, che solo ci è rimasto tra gli Scrittori tragici di questo tempo, cioè a Seneca. XXXV. Ed eccoci ad una delle più intralciate quistioni, che in tutta la Storia Letterar

, che solo ci è rimasto tra gli Scrittori tragici di questo tempo, cioè a Seneca. XXXV. Ed eccoci ad una delle più intralciate quistioni, che in tutta la Storia Letteraria s’incontrino, anzi a più quistioni su un argomento solo. Chi è il Seneca autor di queste Tragedie? Chiunque egli sia, è egli l’autor di tutte le Tragedie, che gli vengono attribuite? Chiunque finalmente ne sia l’autore, in qual pregio debbon esse aversi? Io mi spedirò brevemente, recando ciò, che vi ha di più probabile su ciascheduna parte. E primieramente non è nemmeno a far parola di quelli, che ammettono un solo Seneca autore di tutte l’opere, che sotto tal nome ci sono rimaste. Non v’ha or chi non sappia, che due di tal nome vi sono stati, padre e figlio, Retore il primo, Filosofo il secondo. Ma se ad alcuno di questi due o ad un terzo Seneca appartengano queste Tragedie, non è sì agevole a diffinire. Gli antichi, che tal volta ne han citata alcuna, pare che abbian voluto lasciarci nell’incertezza, poiché non mai ne nominan l’autore altrimenti che col semplice nome di Seneca. Del Filosofo noi sappiamo, che di versi ancor si compiacque, e Quintiliano fra gli altri nomina i Poemi da lui composti159. Ma che egli scrivesse Tragedie, espressamente nol dice. Sidonio Apollinare distingue160 Seneca il Filosofo da Seneca il Tragico; con che sembra accennare, che l’autor delle Tragedie fosse o il Retore o un altro Seneca da amendue distinto. Quest’ultima opinione è stata da alcuni adottata, da’ quali si vuole, che il Seneca autor delle Tragedie sia diverso e dal Retore e dal Filosofo; benché poi non convenga tra loro, chi esso sia, ed altri il dicano figliuol del Filosofo, altri Nipote, altri un altro qualunque Seneca vissuto sotto Trajano. Ma niuno può addurre alcun probabile fondamento della sua opinione; e questo terzo Seneca, come fra gli altri lungamente dimostra il dotto Niccolò Antonio161, sembra finto a capriccio. Convien dunque ricorrere ad uno de’ due Seneca altronde noti. Ma a qual de’ due? Alcuni per non mostrarsi favorevoli più all’uno che all’altro dividono amichevolmente le Tragedie tra amendue. Ma il sapersi, che Seneca il Filosofo fu amante di Poesia, ha indotta la più parte de’ moderni scrittori ad attribuirgli con più certezza almeno alcune di queste Tragedie. Il prenome di Lucio propio del Filosofo, con cui comunemente ne’ Codici antichi si appella l’autor di esse, conferma alquanto questa opinione. Ma ci conviene confessar nondimeno, che il silenzio e la precisione degli antichi Scrittori non ci permette di abbracciarla se non con timore. XXXIV. Nulla meno difficile a diffinire è l’altra quistione, se quel qualunque Seneca, che si voglia scrittor di Tragedie, sia veramente autore di tutte quelle, che vanno sotto tal nome. Il Quadrio162 e il Conte di S. Rafaele163 han troppo facilmente adottata l’opinion di coloro, i quali pretendono, che l’Ottavia non possa essere opera del Filosofo Seneca, perché questi prima di essa fu ucciso. Egli è certo, che Ottavia fu uccisa l’anno 62, e Seneca l’anno 65164, e che questi perciò ebbe agio, se il volle, a comporre una Tragedia su tale argomento. La diversità dello stile, che da alcuni in esse si osserva, è la principale anzi l’unica ragione a credere, che non tutte sian opera dello stesso autore; e per ciò che appartiene all’Ottavia, convengono tutti comunemente, ch’ella sia d’altra mano. Ma questo argomento tratto dalla diversità dello stile ha esso quella forza, che da alcuni gli si attribuisce? Non potrebbesi dire per avventura, che alcune da Seneca furon composte, mentre se ne stava esule nella Corsica, e che esse perciò si risentono della tristezza e dell’abbattimento, in cui era il loro autore? Oltre di che leggansi di grazia i pareri de’ diversi Autori sulle diverse Tragedie di Seneca raccolti dal Baillet165 e dal Fabricio166, e vedrassi, come essi sieno di gusto tra lor concordi. La Tebaide da Giusto Lipsio si antipone a tutte l’altre per tal maniera, che ei pensa, che ella appartenga al secol d’Augusto. Giuseppe Scaligero e Daniele Heinsio non la reputan degna neppur di Seneca. Al contrario l’Heinsio loda altamente le Troadi, e non teme di antiporre questa Tragedia a quella da Euripide scritta sull’argomento medesimo, e lo Scaligero ancora le dà il primo luogo tralle Tragedie Latine. Ma Giusto Lipsio con altri la voglion opera di un poeta da nulla. L’Ottavia ancora sembra allo Scaligero degna di Seneca; a Giusto Lipsio pare la più vil cosa del mondo. Così tutti lusingansi di aver palato a ben decider del gusto; ma appena è mai, che il lor gusto sia conforme all’altrui. Quindi su questo punto ancor io penso, che nulla si possa decidere francamente, e che ognun possa sentirne come meglio gli piace. Ciò che di certo si può solo affermare, si è, che l’Ercole Furioso, il Tieste, l’Ippolito, le Troadi, la Medea, l’Agamennone 67 da alcuni antichi Scrittori, singolarmente Gramatici, sono citate sotto il nome di Seneca, come dimostra il mentovato Fabricio. XXXVII. Più francamente ragionerò io sulla terza quistion