Storia della letteratura italiana (Tiraboschi) II/Prefazione

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Girolamo Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana Tomo II, Modena 1787



Prefazione

La Storia de’ tempi, di cui dobbiamo ragionare in questo Tomo, ci offre l’infelice decadimento dell’Impero Romano avvilito prima e disonorato per gl’infami vizj di molti Imperadori, poscia indebolito e snervato per la lor codardia, e quindi combattuto, smembrato, e finalmente rovinato da’ Barbari, che da ogni parte l’invasero, e se ne fecer Signori. La Storia Letteraria de’ tempi medesimi ci offre il nulla meno infelice decadimento delle Scienze e dell’Arti, che pel capriccio dapprima de’ loro coltivatori soffersero non leggier danno, poscia per le sventure de’ tempi venner neglette, e passo passo abbandonate per modo, che appena serbavasi la memoria del lieto stato, a cui ne’ secoli precedenti esse eran salite. Questo decadimento della Letteratura debb’essere il principale oggetto delle nostre ricerche; ma perché esso fu troppo strettamente congiunto col decadimento dell’Impero, questo ancora non deesi da noi trascurare; acciocché si conosca, quanto influisca nella felicità delle Lettere la felicità dello Stato. Prima però d’innoltrarci in queste ricerche, convien dir qualche cosa de’ fondamenti, a’ quali noi crediamo di doverle appoggiare; fondamenti, che finora si son creduti solidi e fermi; ma che ora ci si voglion far credere deboli e rovinosi. Chiunque finora ha scritto la Storia degl’Imperadori, che succederono ad Augusto, ha pensato di poter narrare sicuramente ciò, che si vede con certezza affermato da Tacito e da Svetonio, i due più antichi Storici, che di que’ tempi ci sian rimasti, quando non vi s’incontri alcun fatto, che o dalla retta ragione si mostri impossibile, o da autentici documenti si mostri falso. Ma era alla nostra età riservato lo scoprir finalmente, che tutti sono finora stati in errore; che il Baronio, il Sigonio, il Tillemont, i Pagi, il Muratori, il Crevier, ed altri a lor somiglianti Scrittori coll’appoggiarsi all’autorità di tali Autori sono stati uomini creduli troppo e mancanti di buona critica; che Tacito e Svetonio da essi buonamente seguiti sono Autori, a’ quali non conviene così facilmente dar fede; che essi si son lasciati condurre o dal desiderio di adulare gl’Imperadori viventi col mordere i trapassati, o da quel malnato piacere, che provan molti nell’oscurare la fama de’ più grand’uomini, o da troppa facilità nell’adottare i popolari racconti; che Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, e Domiziano non furon poi quegli uomini così malvagi, come ci vengon dipinti; che in somma della Storia degl’Imperadori Romani convien formarsi un’idea troppo diversa da quella, che abbiamo avuta finora. Di questa sì chiara e sì improvvisa luce, che in un baleno ha dissipate le tenebre, fralle quali eravamo miseramente involti, noi siam debitori al Signor Linguet, celebre per molte opere in questi ultimi anni date alla luce, le quali però egli modestamente confessa, che non sono state accolte con quell’applauso, ch’egli credeva loro doversi; talché dopo averne fatte più pruove, ha finalmente riconosciuto, “che è più difficile assai l’ottenere la stima, che il meritarla, e che essa colla pazienza, co’ raggiri, e colla sorte più facilmente si ottiene che coll’ingegno”1

. Ma io spero, che la Repubblica Letteraria riparerà un giorno il torto, ch’essa gli ha fatto; e almeno per gratitudine a’ nuovi lumi, che sulla Storia egli ha sparsi, riporrà l’Opere da lui composte fra quelle degli altri Autori, che a’ nostri tempi nelle antiche e nelle moderne Storie han fatte ammirabili e non più udite scoperte. Ma il comun degli uomini non si sveste così di leggieri di que’ pregiudicj, a’ quali fin dalla fanciullezza si è lasciato condurre; e io ancora confesso sinceramente, che prevenuto in favore degli antichi Scrittori provo un non so quale ribrezzo, a dispregiarne l’autorità. Mi permetta dunque M. Linguet, ch’io venga a chiedergli lo scioglimento di qualche dubbio e di qualche difficoltà, che non mi lascia sì presto arrendermi alle ragioni, per cui egli vorrebbe, che Svetonio e Tacito non più ottenessero presso noi quella fede, che hanno ottenuta finora. Io mi lusingo, che quel medesimo zelo per l’onore della umanità, che nelle sue Rivoluzioni dell’Impero Romano lo ha indotto a fare 2 l’Apologia de’ primi Cesari, lo indurrà nulla meno a darci altri lumi, perché possiam giungere finalmente a scoprire il vero finor nascoso. E primieramente dovrebbesi egli mai sospettare per avventura, che M. Linguet avesse corse con troppa fretta le Storie di Tacito e di Svetonio, sicché non avesse avvertite alcune cose, che atterrano le difficoltà da lui proposte, o non avesse ben rilevato il senso di certi passi, ch’egli in esse combatte? Egli a cagion d’esempio non vuol che si credano2

le brutali disonestà, che del vecchio 

Tiberio ci narrano que’ due Scrittori. Per qual ragione? Perché, egli dice, essi ci assicurano, che Tiberio fino all’età di sessantotto anni visse, per ciò che appartiene al costume, senza alcuna taccia. “Or non è probabile, che il libertinaggio nasca nel cuor di un uomo allora appunto, che quasi tutte le passioni vi muojono; né si può credere, che il gelo della vecchiezza vi accenda quegli sfrenati trasporti, che appena sarebbono verisimili nel bollore della più fervida gioventù”. Né io gliel nego. Ma Tacito e Svetonio dicon eglino veramente, che Tiberio prima di ritirarsi nell’Isoletta di Capri fosse uomo di sì illibato pudore? Io veggo anzi, ch’essi ci rappresentan Tiberio nella prima età come dissimulatore accorto degli enormi suoi vizj, a’ quali poscia negli ultimi anni abbandonossi sfacciatamente. Intestabilis sævitia, dice Tacito3 , sed obtectis libidinibus, dum Sejanum dilexit, timuitve; postremo in scelera simul ac dedecora prorupit, postquam remoto pudore ac metu suo tantum ingenio utebatur. E Svetonio similmente4

Ceterum secreti licentiam nactus, & quasi

Civitatis oculis remotus, cuncta simul vitia male diu dissimulata tandem profudit. Anzi egli prosiegue narrando alcune pruove, che del suo impudente libertinaggio avea già egli date in addietro non ostante l’usato suo infingimento. Or è ella una cosa stessa il fingere, e il serbar veramente la pudicizia? E se Svetonio e Tacito affermano, che Tiberio prima ancora era uom guasto, ma sol in segreto, perché accusarli, che il facciano abbandonarsi alla disonestà solo nella sua vecchiezza? Convien dunque dire, che M. Linguet troppo frettolosamente abbia letti que’ due Scrittori, e non siasi quindi avveduto di ciò, ch’essi raccontano, totalmente contrario a ciò, ch’egli loro attribuisce. Ma io temo, che più frettolosamente ancora abbia egli letti due altri passi di Svetonio. “Chi crederà, dice egli5 , che un Sovrano abbia giammai fatti chiudere i granaj di un’ampia Città per avere il piacere di fare affiggere agli angoli delle strade queste parole: Vi è fame? E nondimeno Svetonio ne racconta ciò di Caligola”. A dir vero, io non mi stupirei, che un pazzo, qual era Caligola, giugnesse ancora a sì crudele stoltezza. Ma dove è mai un tal racconto presso Svetonio. M. Linguet non asserisce cosa alcuna senza sicure pruove. Ecco le parole di questo Scrittore da lui fedelmente recate: Nonnumquam horreis præclusis populo famem indixit6 . Ma è ella fedele una tal traduzione? Indicere famem è egli lo stesso che “affiggere agli angoli delle strade queste parole: Vi è fame?”. Io temo assai, che egli possa sostener l’esattezza di tali versioni. L’altro passo di Svetonio non troppo felicemente tradotto da M. Linguet si è il seguente: “Ognuno sa, egli dice7 , ciò ch’ei racconta di Tito, cioè che avendo egli passato un giorno senza donar nulla ad alcuno, quod nihil cuiquam tota die præstitisset, disse a’ suoi amici: Io ho perduto la mia giornata. Diem perdidi” 8

. E quindi prende occasione l’eloquentissimo Autore d’inveire contro coloro, che pensano doversi lodar que’ Principi, che donan troppo liberalmente il denaro; e si volge amaramente contro Svetonio, perché abbia affibbiato a Tito un tal detto. “E che? dice egli, credeva forse Tito perduto il giorno, perché non avea donato nulla ad alcuno? Qual idea avea mai de’ doveri del suo stato? Gli ristringeva fors’egli a distribuzioni manuali fatte a coloro, che gli si potevano accostare? Ma questo è impiego di un Cassier subalterno, non del Capo di un ampio Stato”. Che direm noi di una tal riflessione? Noi veramente avevam creduto finora, che nihil præstare cuiquam volesse dire: “non far nulla a vantaggio d’alcuno”; e ci era perciò sembrato, che fosse questo uno de’ più bei detti, che dalla bocca di un Principe potesse uscire. Ma grazie a M. Linguet, siamo ora disingannati; e dobbiam credere fermamente, che præstare è il medesimo che donare; e che questo è ufficio propio del Cassiere, e non del Sovrano. E uno Scrittore, che intende sì bene gli antichi Autori, non ha egli diritto di levarsi arditamente contro di essi, e di dir loro sul volto, che hanno mentito? Io non finirei così presto, se tutti volessi annoverare que’ passi, ne’ quali M. Linguet ci ha date somiglianti pruove della sua felicità ed esattezza nell’intendere e nel traslatare gli antichi Autori. 3 Ma passiamo avanti, e veggiamo quai ragioni egli ne arrechi per renderci dubbiosa l’autorità di Svetonio e di Tacito. Esse si riducono singolarmente a due accuse, che egli dà ad amendue questi Scrittori; di troppa facilità nell’adottare i popolari racconti, e di vile adulazione nell’esaltare i Principi, sotto il cui Regno scrivevano, col deprimer la memoria de’ trapassati. Cominciam dalla prima. Che Svetonio e Tacito possano in ciò aver errato talvolta, né io né alcun altro vorrà negarlo. Vi è egli Storico alcuno, in cui non si trovi falsità o errore? Ma come farem noi a conoscere, ove essi abbian detto il vero, ove il falso? Per affermare, che uno Storico ha errato, conviene che noi possiamo convincerlo di falsità col mostrare, o che altri più degni di fede narrano altrimenti, o che ciò, che egli racconta, non è possibile. Se le cose, ch’ei narra, non sono impossibili, ma solo improbabili, noi possiam solamente inferirne, che il suo racconto non è probabile. Ma se egli racconta cose, che non siano contraddette da altri, che sian possibili, e ancor verisimili, noi non abbiam ragione di muover dubbj, ancorché forse ei possa essersi ingannato. Ciò presupposto, ci dica di grazie M. Linguet, per qual ragione non vuol egli dar fede a Tacito e a Svetonio nelle cose, che ci narrano o amendue o un solo di essi? Forse perché altri Scrittori loro si oppongano? Ma non ve ne è alcuno, che non sia di tempo troppo ad essi posteriore, e perciò men degno di fede; oltre che assai poco è certamente quello, in che anche i posteriori Scrittori da lor discordino. Forse perché ci narrino cose impossibili? Alcune ve ne ha certamente di tal natura, come tutto ciò, che appartiene a’ prodigj di Vespasiano, alle Profezie degli Astrologi, e ad altre somiglianti cose, che, credendosi allora comunemente, non è maraviglia, che anche da’ migliori Storici fossero adottate. Queste son finalmente in assai piccolo numero, e noi pure ci uniamo con lui in rigettarle. Ma le cose, che M. Linguet non vuol credere, son tali comunemente, ch’egli non può chiamarle al più che improbabili. Or sono elleno veramente tali? Tacito e Svetonio non furono i primi, che scrivesser la Storia de’ primi Cesari. Essi avean sotto l’occhio gli Storici, che prima di loro avean trattato un tale argomento. “Io trovo, dice Tacito9 , presso gli Scrittori e i Senator di que’ tempi”. E altrove10: “Questa cosa non rammentata dagli Scrittor degli Annali io l’ho trovata ne’ Commentarj di Agrippina Madre di Nerone, la quale tramandò a’ posteri le memorie della sua vita e le vicende de’ suoi”. E altrove11: “Noi narrando ciò, che gli Autori scrivono concordemente, recheremo sotto i lor nomi ciò in che essi discordano”. “Un uom Consolare, dice12, lasciò scritto ne’ suoi Annali”. E altrove13: “Aggiungonsi da non ignobili Autori cose più atroci”; e così pure più altre volte. Né si può dire, ch’essi siano semplici compilatori di tutto ciò, che veggono scritto, o che odon narrarsi da altri. Essi distinguono ciò, che da tutti si narra, ciò che da pochi; ciò che si crede costantemente, e ciò di che corre sol qualche voce. “Nel riferire la morte di Druso, dice Tacito14, ho narrato ciò che si scrive da molti e fedeli Scrittori; ma non lascerò di dire, che corse non leggier rumore a que’ tempi per modo, che non è ancora svanito ec.”. Egli stesso confessa15, che alcuni degli Storici precedenti aveano scritto o con adulazione degl’Imperadori viventi, o con troppa amarezza de’ trapassati. “Quindi, aggiugne, io toccherò in breve le estreme cose di Augusto, poscia narrerò l’Impero di Tiberio e degli altri, ma senza odio ed impegno, che in me non è risvegliato da cagione alcuna”. Così pure Svetonio esamina varie volte, e or segue or rigetta le altrui opinioni16. Essi non son dunque Scrittori, che ciecamente si affidino agli altrui detti; ma separano attentamente ciò, che merita fede, da ciò, che non dee ottenerla. E sono perciò Scrittori, alla cui autorità non possiamo opporci se non con assai forti argomenti. Ma il Signor Linguet pensa di averne tanti e sì validi, che bastino a rovesciarla interamente. Egli pretende di mostrare inverisimili e improbabili troppo moltissime delle cose, che essi ci narrano. Ma ci risponda egli di grazia. Svetonio e Tacito e gli Scrittori, ch’essi han consultato, e i Romani, a’ quali essi scrivevano, tutti poco lontani di tempo dagli Imperadori, la cui vita descrivono, le han credute e probabili e vere; poiché altrimenti quegli Scrittori non l’avrebbon narrate, né si sarebbon esposti ad incontrare la taccia di Scrittor favolosi in un tempo, in cui troppo facilmente potean esser convinti di falsità. M. Linguet lontan diciassette secoli da que’ tempi le crede improbabili. A qual parere ci atterrem noi? Io vo ancora più oltre, e dico, che M. Linguet secondo i suoi principj medesimi non può creder improbabili quelle cose, che egli pur dice tali. Per non allungarci oltre il dovere, scegliamo un solo degli Imperadori, di cui egli ha voluto fare l’Apologia, e sia questi 4 Tiberio. E veggiamo primieramente, qual sia il carattere, che ne fa egli stesso, quali i delitti, di cui confessa, che questo Imperadore bruttossi indegnamente. “Tiberio, dice egli17, era di una famiglia, in cui l’orgoglio e la crudeltà sembravano ereditarj. Ne dava spesso delle prove, benché si sforzasse a nasconderle”. Confessa, ch’“egli avea un umor nero, e che era inclinato alla dissimulazione, il che di raro si unisce colla virtù, e cuopre quasi sempre grandissimi vizj”18; che l’ingrato e sospettoso cuor di Tiberio “fu altamente trafitto da’ contrassegni d’amore e di stima, di cui vedeva onorato Germanico” e che egli lo allontanò “dal Teatro della sua gloria, e ancor dall’Italia, e che gli procurò tutti i disgusti possibili in Oriente, ove il mandò a ricevere affronti19; che il suo umore era implacabile; che fece perire colle formalità di giustizia molti ragguardevoli Cittadini; che la sua naturale severità innasprita dalle Satire, e fatta più ardita dalla bassezza de’ Romani, diede occasione in Roma alle più funeste scene e a’ più terribili abusi del potere arbitrario20; che Tiberio fu un malvagio Sovrano, che si fece odiare dalla Nobiltà, che alla sua tranquillità sagrificò i primarj Capi dell’Impero21”. Questo è il carattere, che ci fa di Tiberio il suo valoroso Apologista M. Linguet. Ma se Tiberio “era inclinato alla dissimulazione” perché trova egli strano e improbabile22 ciò, che Tacito narra dell’infingersi, che esso fece di non voler accettare l’Impero, e del mostrar d’arrendersi finalmente alle preghiere e alle istanze de’ Senatori “non tanto ad accettare l’Impero, quanto a cessar di negarlo, e di farsi pregar più oltre”23? Non è egli questo il carattere di un accorto dissimulatore? fingere di ricusare ciò, che più ardentemente si brama. Il più leggiadro si è, che sembra a M. Linguet, che la maniera, con cui Tiberio accettò la Corona, secondo il racconto di Tacito, non sia probabile, perché, dice egli, dava in tal modo occasione di dubitare, s’ei fosse davvero Imperadore; e quindi piacendosi di questa ingegnosa sua riflessione, impiega quattro intere pagine a mostrare, che le circostanze, in cui era Tiberio, non gli permettevano, che lasciasse in alcun modo dubbiosa la sua elezione, come se l’adozione di Augusto, le istanze del Senato, e il possesso, che tosto prese Tiberio dell’Imperiale autorità non gli avessero assicurato il trono, e non avesser fatto vedere abbastanza, ch’egli avea veramente accettato l’Impero. Se poi Tiberio era così crudele e implacabile, come M. Linguet cel descrive, perché non crede egli probabile, che tutti in un colpo dannasse a morte coloro, che erano stati congiunti in amistà con Sejano? Al qual passo due cose singolarmente son degne d’osservazione. La prima si è, che per rendere odioso e improbabile il racconto di Tacito M. Linguet gli fa dire24, che Tiberio annojato dalla lunghezza de’ processi e dal numero degli accusati comandò di ucciderli tutti in prigione; e quindi ei lungamente si stende a dimostrarci questa gran verità, che “la malvagità umana non giunge mai a versare il sangue degli uomini solo per liberarsi da qualche noja”. Ma dove è mai, che Tacito un tal motivo ci arrechi della crudeltà di Tiberio? Ecco le parole di questo Storico25: Inritatus suppliciis cunctos, qui carcere attinebantur accusati societatis cum Sejano, necari jubet. Dunque inritatus suppliciis vuol dire “annojato dalla lunghezza de’ processi e dal numero degli accusati”? E questa è dunque la fedeltà e l’esattezza, con cui si riportano i detti degli antichi Scrittori? E su questa sì fedel traduzione si appoggia l’accusa, che si dà a Tacito di averci fatto un improbabil racconto? Leggiadra maniera per vero dire di censurare gli Autori! Riprenderli, perché abbian detto ciò, ch’essi non disser mai. Chi potrà mai in tal modo andar esente dalla critica di sì valorosi censori? L’altra riflessione, che qui ci offre M. Linguet, si è, ch’egli oppone a sé stesso altri fatti di crudeltà somigliante, che posson render probabile ciò, che narrasi di Tiberio, e singolarmente la celebre notte di S. Bartolomeo. Or che risponde egli? Procura ei forse di scemare alquanto l’orrore di questo fatto, o col recare i motivi, pe’ quali poté allora credersi lecito, o col mostrare, come ha fatto felicemente qualche moderno Scrittore, che non fu sì grande la strage, come da alcuni fu scritto? Se Tacito o Svetonio ci avesser narrata tal cosa di Tiberio ovver di Nerone, Tiberio e Nerone avrebber trovato in M. Linguet un eloquente Apologista. Ma Catterina de’ Medici non ha avuta tal sorte. Egli non sol concede il fatto, ma a renderlo ancor probabile fa di questa Reina il più nero carattere, che immaginare si possa. Rechiamone le sue stesse parole, perché non si creda, ch’io le travolga o le esageri. “Cette Reine devouée à une barbarie voluptueuse, à une superstition cruelle, & de plus dévorée par l’envie de régner”26. A’ tempi torbidi della Lega si è mai parlato di essa con più orribili espressioni? Così 5 chi riprende gli antichi Scrittori di aver parlato troppo mal di Tiberio, parla di una sua Reina in maniera, che ce la rappresenta peggiore ancor di Tiberio.

Ne’ racconti di Svetonio e di Tacito vi ha forse, il ripeto, qualche esagerazione; ma assai poche cose si troveranno, delle quali si possa dire, che non sono probabili. Un Sovrano d’indole fiera e malvagia, sospettoso, crudele, senza Religion, che lo freni, rotto ne’ costumi, in mezzo a un popolo avvilito e depresso, di quali eccessi non è capace? Ma che giova il trattenerci più a lungo nel confutare uno Scrittore, che, dirollo pure liberamente, non si può leggere senza sdegno? In questo secolo, in cui tanto si esaltano i bei nomi di società e di umanità, dovevam noi aspettarci che uno Scrittore prendesse non solo a negare (di che sarebbe a lodarsi, quando l’avesse fatto felicemente) ma a giustificare la crudeltà di Tiberio? E nondimeno udiamo, come ei ne ragiona27. “Tiberio dovea governare un popolo nato per esser libero, e soggettato non molto prima. Nel principio del suo Impero eran seguite orribili sollevazioni (non in Roma ma nella Grecia). I Romani benché avviliti, non avean dimenticato ciò, che significava il lor nome. La Città era piena di famiglie superiori per ogni riguardo alla Regnante prima delle funeste rivoluzioni, che l’avean condotta al trono. I discendenti degli antichi vendicatori di Roma, gli Scipioni, i Metelli, potean sospirare talvolta nel vedersi sommessi a’ Cesari, il cui nome nemmeno era noto a’ loro antenati. Nel principio di un nuovo Regno era facile ad avvenire, che certe alquanto vive espressioni di dispiacere fosser prese per cominciamento di progetti ambiziosi. Il Principe obbligato per suo personale interesse a mantenere la pubblica tranquillità non dovea punto esitare a sagrificarle le vittime, ch’ella sembrava esigere”. Lasciamo stare il contraddire, ch’ei fa a sé stesso, poiché qui ci rappresenta Tiberio come attorniato per ogni parte da uomini, in cui potea temere altrettanti congiurati; e poscia non molto dopo riflette28, che “Tiberio regnava solo e senza contraddizione, e che l’unico oggetto, che potea recargli qualche timore, (cioè Sejano), era stato abbattuto”. Lasciamo stare ancora la frivolezza di tai ragioni; poiché Augusto trovossi in circostanze più pericolose di assai, e nondimeno, se se ne traggano i primi anni, fu Sovrano di mansuetudine e di clemenza ammirabile. Queste contraddizioni e questi mal congegnati ragionamenti non fanno finalmente torto che al loro Autore. Ma si può egli leggere senza sdegno uno Scrittore, che benché sembri disapprovare questa crudele e sanguinosa politica, per iscusar nondimeno Tiberio ardisce d’involger nel delitto medesimo, e di paragonar con quel mostro di tirannica crudeltà una delle più saggie Repubbliche, anzi tutti generalmente i Sovrani? “Non vedesi forse, dice egli29, a Venezia un’Inquisizione di Stato in seno di una Repubblica? I sospetti non son eglino puniti come delitti in coloro, che gli posson commettere? E nelle Monarchie, che non son credute tiranniche, e sotto Re conosciuti per la loro clemenza, non veggonsi Cittadini arrestati sulla parola di un delatore anonimo, e spesso ancora per motivo minor di un sospetto? Non muojono essi di miseria e di disperazione nelle prigioni, prima che si sia solamente pensato a esaminare, se siano innocenti o colpevoli?”. Come mai ha potuto M. Linguet, uomo per altro di sapere e d’ingegno non ordinario, pensare e scriver così? Per difender Tiberio, il cui nome è sempre stato e sarà sempre a tutte le età e alle nazioni tutte esecrabile, rappresentarci in sì odioso e sì ingiusto aspetto i più saggi governi? ne’ Magistrati e ne’ Sovrani riconoscere tanti Tiranni? e ciò, che sarà qualche rara volta avvenuto per quella, dirò così, fatale necessità, che anche ne’ più felici Stati talor s’introduce, dipingerlo come indole e costituzion essenziale della sovranità? Ma lasciamo omai un oggetto così spiacevole, e passiam sotto silenzio altri simili paradossi, che questo Autore ha sparsi in questa sua opera, di cui è a bramare, che non si imbevano mai né i sudditi né i Sovrani; e parliam brevemente dell’altra accusa, che M. Linguet dà a Tacito e a Svetonio, cioè di avere dipinti con sì neri colori Tiberio, Caligola, Nerone, ed altri Imperadori Romani, per adulare in tal modo gli Imperadori, sotto cui essi scrivevano. Che l’adulazione fosse vizio comune agli Scrittori di questi tempi, non può negarsi, e ne recheremo noi pure non poche pruove. Che Tacito inoltre abbia voluto talvolta penetrar troppo avanti nell’animo umano, e trovarvi intenzioni e motivi, che forse mai non vi furono, si conosce facilmente al leggerne con attenzione la Storia. Ma che per motivo di adulare gli Imperadori viventi abbiano egli e Svetonio fatto un sì odioso carattere de’ trapassati, a chi mai potrà persuaderlo M. Linguet? Se tale fosse stata la loro intenzione, avrebbon essi dovuto dissimulare ciò, che que’ Principi 6 operaron degno di lode. E nondimeno ci dica M. Linguet, donde abbia egli tratte tutte le belle azioni, ch’ei ci rammenta di essi, se non da questi Scrittori medesimi, cui egli taccia come impudenti calunniatori? Ma più ancora. Con quanti elogi parla Svetonio di Augusto, di Vespasiano, di Tito? Perché esaltarli tanto, s’ei temeva di oscurar le lodi di Trajano e di Adriano? Perché descriverci in sì diversa maniera il carattere di questi Imperadori? Perché non dipinger ancor essi in un aspetto somigliante a quel di Tiberio e di Nerone? Ma la pubblica fama, si dirà forse, gli avrebbe smentiti. E non poteva ugualmente smentirli in ciò, che narran degli altri? Non v’eran molti, che avean conosciuti o gl’Imperadori medesimi trapassati, o quegli almeno, che con loro eran vissuti? Finalmente è egli possibile, che tutti gli Scrittori antichi (se se ne traggon quelli, che scrissero a’ tempi di quegli Imperadori medesimi, de’ quali parlano Svetonio e Tacito, e che, come accade, vilmente gli adularono) si siano accordati a darci la stessa idea de’ detti Principi? Che non ci sia rimasto alcun libro, in cui se ne faccia un carattere diverso da quello, che ce ne han lasciato i detti Scrittori? Che non ci sia pur rimasta memoria di alcuno, che avesse preso a farne l’Apologia? E’ egli possibile, che tutti i secoli, che tutte le nazioni si siano accordate e a riporre tra gli ottimi Principi un Tito, un Vespasiano, un Trajano, un Antonino, un Marco Aurelio, e a riporre tra’ pessimi un Tiberio, un Caligola, un Claudio, un Nerone, un Domiziano; e che ciò non ostante dobbiam ora cambiar parere, e credere a M. Linguet, che questi non furon poi così malvagi, come si è pensato finora? Quando egli ci produrrà qualche antico Scrittore, che o uguagli o superi l’autorità di Svetonio e di Tacito, noi gliene saremo tenuti, e crederem facilmente, che possiamo essere stati fino a questo tempo in errore. Ma finché egli non ci produce altri argomenti, che le traduzioni, ch’ei fa de’ passi di questi due Scrittori, e i ragionamenti, ch’egli ci mette innanzi, ei ci permetta, che noi seguiamo a valerci di tali Autori, e che crediamo a ciò, che essi ne narrano, secondo le leggi, che abbiam poc’anzi stabilite. Il saggio, che abbiam recato, di questa Storia delle Rivoluzioni dell’Impero Romano, basta, s’io non m’inganno, a darne una sufficiente idea, perché non mi sia qui necessario il continuarne l’esame e la confutazione, e perché nel decorso di questo Volume io non debba trattenermi a ribattere le altre cose, ch’egli oppone agli Storici antichi. Prima però di abbandonare questo Autore, mi par conveniente il non lasciare senza qualche difesa un altro illustre Scrittore Italiano della medesima età, cioè Plinio il giovane, a cui pure M. Linguet non teme di opporsi, e, ciò che è più, in una cosa, in cui Plinio non fu per poco testimonio di veduta, dico dell’eruzion del Vesuvio, in cui morì Plinio il vecchio. Lasciamo stare la poca stima, con cui egli a questo proposito parla de’ ricercatori delle Antichità d’Ercolano, che non fa al nostro argomento, e veggiam solo ciò, ch’egli dice del racconto, che il giovane Plinio ha fatto della morte di suo zio. “In quest’occasione, dice egli parlando del giovane30, ei non è stato né più giudizioso né più veridico di Dione. Per provarlo mi restringerò a due osservazioni (e su queste osservazioni noi avremo a farne più assai di due). Plinio il vecchio di lui zio perì allora per aver voluto osservare il Fenomeno di questo fuoco troppo da vicino alla sorgente. Ei su soffocato quasi appiedi della montagna, e morì certamente pel diluvio di cenere, ch’essa lanciava, e che divenne fatale alle vicine Città...”. Ecco in poche linee tre errori. E’ falso, che Plinio volesse esaminar troppo da vicino il fuoco del Vesuvio. E’ falso, che Plinio morisse quasi a piedi della montagna. E’ falso, che Plinio morisse sotto il diluvio di ceneri, che dal Vesuvio piovea. Egli morì a Castellamare di Stabie, come vedremo a suo luogo narrarsi dal giovane suo Nipote, luogo, che è più di quattro miglia distante dalle falde del Vesuvio, come vedesi nella diligentissima Carta delle Spiaggie marittime intorno a Napoli premessa al primo Tomo delle Antichità d’Ercolano. Egli erasi colà recato non per semplice curiosità, ma per recare soccorso all’amico suo Pomponiano. Egli finalmente morì per soffocamento, mancandogli il respiro per le sulfuree esalazioni, che sin a quel luogo stendevansi. Quindi prosiegue a riflettere il nostro Autore, che le ceneri dovean essere assai alte, ove Plinio morì: il che è verissimo. Ma vediamo, che ne inferisca egli: “Esse dovean coprire il corpo di Plinio in modo a non potersi più ritrovare. I suoi schiavi, che si erano allontanati, dacché il videro in istato di non poter essere soccorso, non potevano dare notizia alcuna del luogo, in cui l’avean lasciato. E nondimeno il Nipote pretende, che il dì seguente alla morte di suo Zio il corpo ne fu ricercato e trovato senza fatica. Egli è difficile il 7 crederglielo sulla sua parola”. Ma di grazia, ha egli letto M. Linguet, e se l’ha letto, ha egli inteso il racconto di Plinio il giovane? Non dice egli colle più chiare parole, che usar si possano, che suo Zio morì fralle braccia di due schiavi? Innitens servulis duobus assurrexit, & statim concidit, ut ego colligo, crassiore caligine spiritu obstructo31. Non potevan dunque gli schiavi medesimi mostrare il luogo, in cui era morto? e per quanto fosse alta la cenere, non potevan essi scoprirne il corpo? Che direm poi della fedelissima traduzione, che fa il nostro Autore, di altre parole di Plinio? Questi dice: Ubi dies redditus is, ab eo quem novissime, viderat, tertius, corpus inventum. A me pare, che anche un fanciullo intenderebbe, che queste parole voglion dire, che il terzo giorno, dacché Plinio era morto, ne fu trovato il cadavero. Ma il nostro Autore traduce leggiadramente: “Il dì seguente alla morte: dès le lendemain de sa mort”. E questi son dunque i censori, i disprezzatori, i derisori degli Storici antichi? Ma passiamo alla seconda osservazione critica del formidabile Aristarco. “Inoltre, dice egli, Plinio il giovane avrebbe dovuto insegnarci, in qual maniera respirava egli e gli altri, che erano in Miseno, in mezzo di una pioggia di cenere così densa, che cambiava il giorno in una notte, simile a quella di una camera ben chiusa e senza luce, singolarmente essendo questa pioggia composta di cenere ardente, e lanciata con tale rapidità, che si stendeva fino a due o trecento leghe”. Grandi difficoltà a dir vero, e tratta da una nuova fisica osservazione sinora ignota a’ più valenti Filosofi. La pioggia dunque di cenere toglie il respiro? In primo luogo converrebbe vedere se fosse tale, che il togliesse del tutto, o solo il rendesse più difficile e più grave. A Stabie gli altri rimaser vivi: Plinio solo morì, e ciò perché egli avea naturalmente affannoso il respiro, onde più facilmente poté essere soffocato: spiritu obstructo, dice il nipote, clausoque stomacho, qui illi natura invalidus, angustus, & frequenter interæstuans erat. Ma senza ciò, io so bene, che una veemente esalazion della terra, o un improvviso e impetuoso diradamento dell’aria cagionato o da un fulmine, che scoppj vicino, o da una veemente fiamma,. che cinga alcuno, il può condurre a pericolo di rimaner soffocato. Ma qui non vi era né fulmin né fiamma; poiché lo stesso Plinio dice: Et ignis quidem longius substitit32. Non vi era dunque che cenere lanciata da non breve distanza, qual è quella, che separa il Vesuvio dal Promontorio di Miseno, ove era il giovane Plinio, e cenere perciò, che dovea ancora nel lungo viaggio essersi raffreddata alquanto. Or dove ha mai trovato M. Linguet, che una pioggia, fosse ella pure di sassi, non che di cenere, posa per soffocamento uccidere alcuno? Rimarrebbe ora a parlare del Sig. di Voltaire, il quale, benché soglia comunemente farsi guida agli altri, e aprir loro innanzi nuovi e non più usati sentieri, qui nondimeno non si sdegna di farsi seguace del Signor Linguet, e, benché mai nol nomini, ripete però le medesime riflessioni33, che abbiamo udito farsi poc’anzi. Ma M. di Voltaire non è semplice copiatore. Ei va più oltre; e parlando degl’Imperadori seguenti, molti altri racconti improbabili ei ritrova in Tacito e in Svetonio, de’ quali M. Linguet non erasi avveduto. E qual maraviglia? Uno Scrittore, che di Costantino e di Carlo Magno ha fatto i più crudeli Tiranni, di cui si faccia menzione nelle Storie, dovea necessariamente essere l’Apologista di Caligola e di Nerone. Dovrem noi entrare in lizza ancor con questo Scrittore, e prenderci la nojevole briga di confutarne ciaschedun passo? Io temerei di annojar troppo i lettori, che forse son sazj abbastanza di cotai discussioni. Mi basti dunque il fare una sola riflessione. M. di Voltaire dice, che non son probabili gli eccessi di crudeltà e di laidezza, che i due mentovati Scrittori ci narrano degl’Imperadori; perché non è probabile, che un uomo giunga a sì mostruosa nequizia. Or io dico, che a tutt’altri ciò può sembrar improbabile, che a M. di Voltaire. Se io raccogliessi tutte in un fascio, e ponessi sott’occhio tutte insieme raccolte le immagini, le dipinture, le espressioni, di cui egli ha sparsi, singolarmente in questi ultimi anni, certi suoi libri, de’ quali egli stesso arrossisce, ma non può negare, di essere Autore, e che non si leggono senza raccapriccio da chi non ha perduto ogni sentimento di onestà, di pudore, e di Religione, e se parlando ad alcuno, che non conoscesse abbastanza M. di Voltaire, gli dicessi: un uomo, che pur non vuol esser creduto né Ateo né Libertino, un uomo dotato di leggiadrissimo e vivacissimo ingegno, un uomo, che vantasi di avere in pregio il buon nome, M. di Voltaire in somma ha scritto tai cose; io credo certo, che egli non mi crederebbe, se col fatto stesso non lo convincessi: tanto sembra improbabile, che un uomo possa esser giunto a tali eccessi scrivendo. Egli dunque, benché nostro malgrado, ci obbliga a crederlo; e ci fa conoscere con troppo funesta sperienza, fin dove 8 possa giugnere un uomo, che scuota ogni freno. Ed egli vorrà poi persuaderci, che siano improbabili i racconti, che delle sozzure di Tiberio, di Caligola, di Nerone ne fanno Tacito e Svetonio, e che l’uomo non possa arrivare ad impudenza sì grande? A tal causa ei non è opportuno Oratore. Io debbo per ultimo pregar chi legge di un cortese perdono, se alquanto a lungo mi son su ciò trattenuto; e se ho oltrepassato per avventura i termini di quella moderazione, che mi son prefisso di usare nel confutare gli altrui sentimenti. Io venero gli uomini dotti, e ancorché li veda cadere in qualche fallo, mi tengo lungi dall’insultarli, ricordando a me stesso, ch’io forse inciamperò ancor più sovente. Ma mi sembra, che cotai riguardi non debbansi ad alcuni, che affidati a una certa loro maniera di scrivere autorevole e decisiva si fanno giudici degli antichi Scrittori, de’ quali forse non intendono nemmen la lingua, e pretendono, che in ciò, che è fatto storico, si debba più fede ad essi, che non a quelli che vissero a’ tempi, de’ quali scrivevano, o non molto dopo; e che quand’essi decidono, non si debba fare alcun conto dell’universale consentimento delle nazioni e de’ secoli. Per ciò che appartiene all’argomento di questo Tomo, e al metodo, che in trattarlo ho tenuto, non mi fa bisogno di gran parole. Io conduco la Storia fino alla caduta dell’Impero Occidentale, e vengo esaminando le diverse vicende, che nello spazio di cinque non interi secoli soffrirono in Italia le Arti e le Scienze. Il primo secolo ci tratterrà lungamente; perciocché, comunque in esso la Letteratura Italiana incominciasse a volgere verso la sua rovina, vi ebbe nondimeno gran numero d’uomini di singolare ingegno, e coltivatori indefessi de’ buoni studj, i quali avrebbon potuto gareggiare co’ lor maggiori, se non si fosser distolti dal diritto cammino, che quelli avean loro segnato. Più in breve ci spediremo de’ secoli susseguenti, ne’ quali vedesi sparso nella Letteratura Italiana un certo languore, che per poco non si comunica ancora a chi ne scrive la Storia. Del rimanente l’ordine e il metodo è lo stesso che nel primo Tomo, se non che le diverse circostanze de’ tempi, di cui scriviamo, ci hanno consigliato qualche leggier cambiamento, come ognuno potrà vedere per sé medesimo. Ma innanzi di venire alla Storia, ci è sembrato opportuno il premettere una Dissertazione sulle cagioni, a cui deesi attribuire la decadenza della Letteratura, per rischiarare una assai oscura e difficil quistione, e per aprirci la via a meglio intendere ciò, che dovrem venire narrando nel seguito della Storia. 9

Note


1

Preface à l’Histoire des Revolut. de l’Empir. Rom. pag. VII. 

2

T. I p. 150 ec. 

3

L. VI Annal. c. LI. 

4

In Tiber. c. XLII. 

5

T. I pag. 183 ec. 

6

In Calig. c. XXVI. 

7

T. II pag. 55. 

8

In Tito c. VIII. 

9

L. II Annal. c. LXXXVIII. 

10 L IV Annal. c. LIII. 11 L. XIV c. IX. 12 In Tiber. c. LXI. 13 In Neron. c. XXXIV. 14 L. IV Annal. c. X. 15 L. I Annal. c. I. 16 Tib. c. XXI, Claud. c. XLIV, Neron. c. LII. 17 T. I p. 44. 18

Ib. p. 46. 

19 Ib. p. 111. 20 Ib. p. 157. 21 Ib. p. 169. 22 Ib. p. 49. 23 Tacit. l. I, Ann. c. XIII. 24 T. I p. 162. 25 L. VI Annal. c. XIX. 26 Ib. pag. 163. 27 T. I p. 158 ec. 28 Pag. 164. 29 Pag. 159. 30 T. II pag. 68 ec. 31 L. VI Epist. XVI. 32 L. VI Ep. XX. 33 Questions sur l’Encyclop. T. VII.