Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro I/Capo VII

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Capo VII - Giurisprudenza

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Capo VII.

Giurisprudenza.

I. Se vi fu secolo alcuno in cui la giurisprudenza dovesse essere abbandonata e negletta, esso fu certamente quello di cui ora parliamo. Abbiam veduto in quale stima e, dirò ancora, in quale venerazione fossero ai tempi della repubblica i giureconsulti. Le lor risposte erano oracoli, e dal lor parere dipendevano in gran parte i pubblici e i privati giudicii. Ma poichè quasi tutta l’autorità fu ridotta au’un solo, e la decision delle cause cominciò a dipendere più dal volere, e spesso ancora dal capriccio de’ Cesari, che dalle leggi, non è maraviglia che lo studio di esse venisse a illanguidire. Sotto l’imperio di un Tiberio, di un Caligola, di un Claudio, [p. 330 modifica]n. Ebbe essa wou di mmo alcuni celebri giureconsulti. 33o LIBRO di un Nerone, di un Domiziano, qual forza potevan avere le leggi? Essi non ne conoscevano altre che le lor passioni e il loro interesse. Gli uomini più innocenti erano accusati de’ più gravi delitti; e a provarli rei era argomento bastevole l’odio dell’imperadore. Le leggi potevano levar alto la voce, quanto loro piaceva, contro de’ più malvagi. Essi eran dichiarati innocenti, se godevaano del favor del sovrano. Gl’imperadori per la Legge Regia dal senato e dal popolo portata in lor favore, secondo alcuni fin dal tempo d’Augusto, secondo altri solo al tempo di Vespasiano (V. Terrasson Hist. de la Jurispr. Rom. part. 3, § a), potevan » a lor piacere annullare e pubblicar nuove leggi; e molto più il potevano per la forza che avevano tra le mani. Quindi poco giovava P affaticarsi a ricercare le leggi già pubblicate, a esaminarne lo spirito , a raccoglierne le conseguenze; poichè un cenno dell’imperadore poteva rendere inutili i più profondi studj. Anzi alcuni tra essi giunsero a disprezzare apertamente ogni sorta di leggi, e già abbiam veduto altrove che il pazzo Caligola si vantava di volerle toglier di mezzo, e tutti dare alle fiamme i libri de’ giureconsulti. II. Ciò non ostante o perchè gl? imperadori medesimi più amanti del dispotismo lasciassero il corso libero alle leggi, quando non si opponevano a’ lor disegni, o perchè si sperasse che dovesser finalmente cambiarsi i tempi, e risalire le leggi all’antico onore, vi ebbe anche a questo tempo non picciol numero di famosi giureconsulti. Noi ne parleremo brevemente, [p. 331 modifica]PRIMO 331 come ancora altrove abbiam fatto, poichè non vi è forse scienza alcuna di cui abbiam già tante storie, come la romana giurisprudenza; e ci atterrem ragionandone singolarmente all’antico giureconsulto Pomponio, di cui abbiamo una compendiosa storia di quelli che in questo studio si renderon più illustri (Dig. l. 1, tit. 2), giovandoci però al bisogno di altri e antichi e moderni autori. III. Innanzi a tutti voglionsi nominare due illustri giureconsulti, i quali benchè fiorissero, almeno in gran parte, a’ tempi d’Augusto, ottennero però maggior fama dopo lor morte per molti seguaci eli’ ebbero delle diverse loro opinioni. Furono essi Atteio Capitone e Antistio Libeone; de’ quali il primo fu console, l’altro non volle, come narra Pomponio (l. cit.), benchè un tal onore gli fosse offerto da Augusto. Tutto il tempo voleva ei dare allo studio, e perciò divideva i mesi dell’anno per modo, che sei ne dava a Roma, ove trattenevasi consultando e rendendo risposte, sei ne passava in una rimota solitudine scrivendo libri; e quaranta ei ne compose, molti de’ quali, dice Pomponio, ancor ci rimangono. Or questi due, siegue egli, furono, per così dire, i primi autori di due diverse sette. Perciocchè Capitone attenevasi a ciò che aveva da altri appreso; Labeone all’incontro, fidandosi al suo ingegno e al suo sapere, molte novità introdusse. Così egli ci narra l’origine di queste due sette di giureconsulti, la prima delle quali da due de’ suoi più illustri seguaci fu detta Sabiniana e Cassiana; la seconda per la stessa [p. 332 modifica]33 2 LIBRO ragione ebbe i nomi di Proculeiana e di Pegasiana. De’ diversi principj di (queste sette molte e diverse cose hanno scritto gli storici della romana giurisprudenza; ma, come osserva il dotto avvocato Terrasson (l. cit.), pare che la loro diversità a questo si riducesse, che Capitone voleva che le leggi spiegate fossero ed eseguite secondo il letteral senso ch’esse ci offrono; Labeone al contrario voleva che anzi se ne considerasse lo spirito e il fine, e che questo servisse a moderarne, ove fosse bisogno, il rigor litterale. Ciò non ostante, benchè Capitone sembrasse un severo giureconsulto, sapeva nondimeno egli ancora adattarsi a’ tempi, e più che ad uom retto non si convenga, come egli diede a vedere nell’a dui a tri ce risposta data a Tiberio, e da noi rammentata nel capo I di questo libro (V.p. 40). Ma più vilmente ancora, e con maggior suo disonore, diede egli a vedere la sua bassezza d’animo, quando essendo accusato Ennio cavalier romano, perchè avesse in usi domestici convertito I’ argento di una statua di Tiberio, e non volendo questi che di ciò si facesse giudizio, Capitone prese ad esclamare in senato che non doveasi passare impunito sì gran delitto; e che se T.berio voleva essere indifferente alle ingiurie a lui fatte, nol fosse almeno a quelle fatte alla repubblica; dal che, dice Tacito (l. 3 Ann. c. rjn)t gliene venne infamia grandissima, perchè egli, uomo nel divino e nel civile diritto sì ben versato , avesse per sì indegna maniera oltraggiato e il pubblico decoro e i suol proprii pr, gì. Con questi vergognosi artificj era egli alcuni [p. 333 modifica]primo 333 anni addietro salito al consolato, a cui ancora prima del tempo dalle leggi prescritto sollevato fu da Augusto, affinchè egli per tal modo andasse innanzi a Labeone; perciocchè, dice lo stesso Tacito ib. c. 75), furono amendue a quel tempo grande ornamento (della repubblica; ma Labeone era uomo di una libertà incorrotta, di cui avea già egli dato più prove (Gell. l. 13, c. 12), e perciò godeva di miglior fama; Capitone al contrario rendevasi coll’adulazione più cara a’ regnanti. Quegli, perchè non giunse più oltre che alla pretura, da questo torto medesimo ebbe maggior onore; questi, perchè ottenne l’onore del consolato, incorse i odio e l’invidia comune. Di Labeone non sappiamo precisamente in qual anno morisse: la morte di Capitone è fissata da Tacito (ib.) al nono anno di Tiberio. Delle molte opere che amendue aveano scritte, niuna ci è rimasta, e solo ne abbiamo alcuni frammenti ne’ Digesti. IV. Le sette da Capitone e di Labeone istituite ebbero maggior fama ancora e maggior numero di seguaci dopo la lor morte, come narra il citato Pomponio, il qual dice che Capitone ebbe per successore Masurio Sabino, Labeone ebbe Nerva Cocceio. Di Masurio Sabino narra Pomponio ch’era dell ordine equestre, e che da Tiberici ebbe il dritto di dare pubblicamente le risposte a chi il consultasse; perciocchè, continua egli, fino a’ tempi di Augusto lecito era ad ognuno che si lusingasse di essere dotto giureconsulto, il rispondere nelle cause; ma Augusto volle che in avvenire da lui se ne ricevesse l’autorità, e obbligò insieme [p. 334 modifica]334 umo i giudici, come mostra l’Eineccio (Antiq. Roman. Jurispr. illustrant. l. 1 , tit. 2, § 38; e ìli st. .Tur. rom. I. 1, § 178 , 280), a conformar le sentenze alle loro risposte; benchè poscia Adriano lasciasse di nuovo libero a chi piacesse un tale esercizio. Uomo di somma integrità dovea esser Masurio, poichè Pomponio aggiunge ch’ei non radunò grandi ricchezze, e che comunemente da’ suoi scolari medesimi era sostentato. Nerva Cocceio, uom consolare e avolo dell’imperadore dello stesso nome, non avea probabilmente uguale virtù, poichè egli era amicissimo di Tiberio; e fu un de’ pochi che furono da lui scelti a compagni, allor (quando uscì da Roma per abbandonarsi nella solitudine a’ più infami delitti (Tac. l. 4 Ann. c. 58). La maniera nondimeno con cui Tacito ne racconta la morte (l. 6 Ann. c. 26), cel rappresenta uomo amante della repubblica , e troppo sensibile all’infelice stato in cui essa trova vasi. Non molto dopo, egli dice, Cocceio Nerva, uomo in tutte le divine e le umane leggi erudito, essendo in felice fortuna e in ottimo stato di sanità, determinossi a morire. Il che come seppe Tiberio, sedutogli al fianco prese a chiedergliene la ragione, a pregarlo di mutar parere, e. a dir finalmente che troppo grave al suo animo sarebbe stato, e troppo alla sua fama contrario, se il suo più intrinseco amico senza alcuna ragione si desse la morte. Ma Nerva, nulla curando un tal discorso, coli astenersi dal cibo si diè la morte. Dicevon coloro che ne conoscevano l’animo, ch’egli, veggendo sempre più da vicino i danni della [p. 335 modifica]primo 335 repubblica, da sdegno insieme e da timor trasportato, volesse, mentre era ancor salvo e felice, finire onoratamente la vita. Accadde tal morte l’ann 34 dell’era cristiana. Di questi due giureconsulti il primo, cioè Masurio Sabino, molte opere appartenenti al diritto avea composte, che dall’avvocato Terrasson (Hist. de la Jurispr. part. 3, § 3) e dall’Eineccio Hist Jur. l. 1, c. 4j § 208, 209) vengono annoverate. Qualche libro ancora avea scritto Nerva; ma nè dell’un nè dell’altro non è rimasta cosa alcuna. V. Passa quindi Pomponio a parlare de’ successori che ebbero nella lor setta amendue i suddetti giureconsulti. E a Sabino succedette, egli dice, C. Cassio Longino nato da una figlia di Tuberone, la quale era nipote del celebre Servio Sulplizio, di cui nel primo tomo si è lungamente parlato. Ei fu console insieme con Quartino a’ tempi di Tiberio, e molta autorità ebbe in Roma, sinchè da Nerone non fu mandato in esilio, donde poi richiamato da Vespasiano finì i suoi giorni. Così Pomponio. Vuolsi qui avvertire che diverso dal nostro giureconsulto fu quel L. Cassio a cui Tiberio diè per moglie la sua nipote Drusilla (V. f.ipsii et Merceri notat, ad Tac. l. 6 Ann. c. 15). Quegli di cui ora parliamo, è rammentato spesso con molta lode da Tacito, il qual dice ch’egli andava innanzi a tutti nella scienza delle leggi; e ch’essendo pretore in Siria in tempo di pace, ciò non ostante teneva in continuo esercizio le truppe a sè affidate, non altrimenti che se avessero a fronte il nemico, persuaso che ciò convenisse alla gloria de’ suoi maggiori, e delia v. L. Cassie» Longino , Procolo od altri. [p. 336 modifica]336 LIBRO famiglia Cassia celebre ancora fra quelle na~ zioni (/. 12 Ann. c. 12). Egli narra ancora. (l. 16, c. 7, ec.) ciò che Pomponio accenna sol brevemente, come fosse da Nerone mandato in esilio. Un uomo di sì grande virtù dovea essere oggetto troppo spiacevole a un tal mostro. Cominciò egli dunque a vietargli l’intervenire all’esequie di Poppea; il che, dice Tacito, fu il principio di sue sventure che non indugiarono molto ad opprimerlo. Il gran delitto che vennegli apposto, fu che tra le immagini de’ suoi antenati serbava ancora quella di Cassio uccisor di Cesare; e questo bastò, perchè ei fosse rilegato nell’isola di Sardegna. Svetonio dice ch’ei fu ucciso (in Ner. c.37), e alcuni pensano che ciò accennisi ancora da Giovenale (sat. 10, v. 16). Ma questi veramente altro non dice se non che Nerone ne occupò la casa e i beni; e pare che a Tacito debbasi maggior fede che non a Svetonio; molto più che Pomponio, come si e’ detto, racconta che fu poscia richiamato da Vespasiano. Sì grande fama di lui rimase, che la setta da lui seguita fu dal nome di esso detta ancora Cassiana, e Plinio il Giovane perciò il dice principe e padre della scuola Cassiana (l. 7, ep. 24). Molte opere avea anche egli composte, che tutte sono perite. Mentre Cassio sosteneva in tal maniera l’onore della setta da Capitone istituita, quella ancora di Labeone aveva i suoi illustri seguaci. A Nerva, dice Pomponio, sottentrò Procolo; a questo tempo ancora fu un altro Nerva figlio del primo; ebbevi ancora un altro Longino di ordine equestre, che giunse fino alla pretura; [p. 337 modifica]HUMO ’i’i-J ma Procolo superò tutti in autorità e in fama. Di fatto, come abbiam poc’anzi veduto, la setta di Labeone fu da lui detta Proculeiana. Di lui per altro non abbiamo altre notizie, se non egli avea scritti alcuni libri di Lettere che rammentansi ne’ Digesti. Nulla pure sappiamo dell’altro Longino. Nerva il figlio, che fu padre dell’imperadore Cocceio Nerva, fu di così pronto ingegno, che in età di circa diciassette anni cominciò a render pubblicamente risposte in materia di leggi (l. 3 Dig. tit. 1 de postul.). L’Eineccio pensa (Hist Jur. l. 1, c. 4? § 231) che di lui debba intendersi ciò che racconta Tacito (l. 13 Ann. c. 52), cioè che Nerone, mentre Nerva era solo pretore eletto, ne fece collocare l’immagine tra quelle de’ trionfanti. Ma se riflettiamo che ciò accadde nel consolato di Silio Nerva e di Giulio Attico Vestino l’anno 65 dell’era cristiana, e che Nerva l’imperadore era nato l’anno 32, rendesi assai probabile che a questo secondo fosse un tal onor conceduto, come pensa anche il Tillemont. VI. De’ successori che ebbero ciascheduno nelle lor sette Cassio e Procolo, appena altro ci ha lasciato Pomponio che i puri nomi. A Cassio dunque egli dice che succedette Celio Sabino che molta autorità ebbe ai tempi di Vespasiano; poscia Prisco Jaboleno; a lui Aburno Valente, Tusciano e Silvio Giuliano; Procolo ebbe per successori prima Pegaso che diede anche il suo nome alla setta medesima; poscia due Celsi padre e figlio; e finalmente Prisco Nerazio. Tutti questi giureconsulti vissero a’ tempi di cui parliamo. Di due soli che. tra essi Tiraroschi, Voi. fi. 22 [p. 338 modifica]338 LIBRO buon più celebri, direni qui brevemente, cioè di Salvio Giuliano e di Pegaso. Tutto ciò che appartiene a Salvio Giuliano, è, stato con somma diligenza e vastissima erudizione raccolto dal celebre Eineccio (Hist. Edictorum et Edicti Perpetui l. 2, c. 3; e Diss. de Salvio Jul. t. 2 ejus Op ed. Genev 1746), il qual pure ha diligentemente trattato di Celso (Diss. deP.Juventio Celso, t. 3 ejus Op.). Ma una quistione non è ancor rischiarata abbastanza, cioè di qual patria fosse Giuliano , se africano o milanese. L’oscurità e l’incertezza nasce da un testo di Sparziano, che così dice (in Didio Jul): Didio Juliano, qui post Pertinacem imperium adeptus est, proavus fuit Salvius Julianus, bis consul, praefectus urbi, et jurisconsultos, quod magis eum nobilem fecit. Mater Clara Aemilia: pater Petronius Didius Sevetus: frater Didius Proculus et Nummius Albinus: avunculus Julianus: avus paternus Insuber mediolanensis, maternus ex Adrumetina colonia. Queste parole alla più parte degl’interpreti sembrarono indicare che il giureconsulto Salvio Giuliano fosse milanese di patria; perciocchè, dicevan essi, egli, secondo Sparziano , fu bisavolo , proavus, dell’imperadore: l’avolo paterno dell’imperadore fu, secondo lo stesso Sparziano, milanese: dunque milanese ancora fu Silvio Giuliano di lui padre , e bisavolo dell’imperadore. Il Casaubono fu, ch’io sappia, il primo a riflettere (in not. ad Spart.) che Salvio Giuliano fu antenato dell’imperadore per parte di madre e non di padre; e che la paterna di lui famiglia era la Didia , e non la [p. 339 modifica]PRIMO 33c) Salvia’ e di ainendue queste famiglie formò l’albero per modo, che l’imperadore nascesse da una nipote del giureconsulto maritata in Petronio Didio Severo. Così, secondo il Casaubono , l’avolo paterno dell’imperador Didio Salvio Giuliano fu un Didio Severo di patria milanese3 l’avolo materno fu un figliuolo del giureconsulto Salvio Giuliano. Quest’albero stesso fu poi ritoccato, per così dire, e perfezionato dal Reinesio (Lect var. l. 3, c. 2), e adottato ancor dall’Heineccio e da altri, che perciò affermano Salvio Giuliano essere stato di patria affricano. Il ch. Muratori nel pubblicar l’iscrizione che or ora riferiremo riprende con qualche asprezza l’opinione del Casaubono, e lo accusa di avere a suo capriccio travolto e cambiato il testo di Sparziano 3 ma io veramente non trovo diversità alcuna tra il testo, quale si produce dal Casaubono, e qual si recita dal Muratori. Solo il Casaubono nelle note riflette che essendo difficile a spiegare come Sparziano chiami affricano il figlio di uno che avea avuta stabil dimora in Roma, qual era il nostro giureconsulto, crede che ove Sparziano dice avus paternus, ec., si possa leggere proavus patera un, ee., sicché dello stesso giureconsulto si debbano intendere quelle parole: maternus ex Adrumetina colonia. Ma questo, come ognun vede, non appartiene al punto principale della quistione, poichè è lo stesso, o il giureconsulto fosse avolo, o fosse bisavolo dell’imperadore. Ora il Muratori dopo recate le parole di Sparziano soggiugne: Ecco Come chiaramente Sparziano chiama milanese■ [p. 340 modifica]VII. ‘Esame Hi on.i isrritione dir ifBH l»rt provarlo. 340 , LIBRO l’avolo paterno di Giuliano Augusto, e l’avolo materno nativo della colonia d’Adrumeto. Si certo: nè il Casaubono a ciò si oppone; ma rimane a cercare se l’imperadore discendesse dal giureconsulto per parte di madre , o per parte di padre. Se ne discendeva per parte di madre, il giureconsulto , secondo Sparziano , era affricano di patria: avus, o, come vorrebbe il Casaubono, proavus maternus ex colonia Adrumetina. Il Muratori ha bensì fatto egli pure un albero della famiglia di Didio Giuliano Augusto, in cui gli dà a bisavolo paterno il nostro giureconsulto; ma che così fosse veramente , egli non ne adduce prova, o monumento alcuno. E a dir vero, il vedere che il fratel della madre (avunculus) dell’imperadore chiamasi Giuliano, parmi che renda troppo probabile l’opinione del Cusaubono, che egli discendesse dal nostro giureconsulto sol per canto di madre , e che perciò le parole di Sparziano avus, o proavus maternus ex Adrumetina colonia, debbansi riferire al figlio dello stesso giureconsulto, o al giureconsulto medesimo di lui padre. VII. Ciò non ostante l’iscrizione pubblicata dal soprallodato Muratori (N. Thes. Inscr. t. 1, p. 338), quando si ammetta per vera, prova chiaramente che il nostro giureconsulto fu milanese. Io la recherò a questo luogo, anche perchè ella ci spiega le cariche principali che Giuliano sostenne. [p. 341 modifica]PRIMO 34l M. SALVIO IVLIANO M. F. SEVERO HVMANI DIVINIQ. IVRIS PERITISSIMO EDICTI PERP. ORDINAT. IVDICI INTER SELECTOS II. VIR. IIII. VIR. A. P. XVI. VIR. STLIT. IVDIC. FLAMINI PP. DIVI TRAIANI PATRONO COLLEG. GAIL. (forte GALL.) OMN. DIVI HADRIANI CON LEGA E A. D. D. P. P. ANTONINO M. AVRELIO ET L. A ELIO VERO AD PRAET. URB. ET COS. SEMEL ET ITER. EVECTO MEDIOLANIENSES CIVI OPTIMO ET PATRONO INCOMPARABILI OB MERITA L. D. D. D. Questa iscrizione sarebbe un monumento sommamente onorevole non solo a Salvio Giuliano, ma anche a Milano sua patria , quando si potesse accertare ch’ella non fosse supposta. Il Muratori altra difficoltà non vi trova, fuorchè l’ordine delle prime parole: M. SahioJulia.Juliano M. F. poichè, com’egli eruditamente riflette, avrebbesi dovuto scrivere: M. Salvio M. F. Juliano. Ma come di questa trasposizione egli ha trovato qualche altro esempio, sembra che ei non ne faccia gran caso. A me però si offre qualche altra riflessione che non mi permette l’appoggiarmi troppo sicuramente a un tal monumento. E in primo luogo il soprannome di Severo, ch’io non veggo mai darsi nè a questo giureconsulto, nè ad alcun altro de’ suoi discendenti. Innoltre quella espressione D. Hadriani Conlegae, in che senso debbe [p. 342 modifica]Vili. Qual fosse l’Editto perpetuo da lui compilato. 34^ LIBRO ella intendersi? Non certo di collega nel consolato, come or ora vedremo. Potrebbe intendersi solo di ciò che narra Sparziano (in Hadr. c. 18), cioè che Giuliano fu uno de’ consiglieri di cui Adriano valevasi nel giudicare. Ma doveasi egli perciò chiamare collega di Adriano? Finalmente nell’iscrizion si asserisce che da Antonino e da M. Aurelio e da Lucio Elio Vero fu sollevato alla pretura urbana, e due volte al consolato; dal che raccogliesi che di niuno di questi onori godette egli al tempo di Adriano. Or è egli probabile che un uomo che era in sì grande fama, che a lui a preferenza di tutti fu da Adriano commesso il difficile incarico di ordinare, come vedremo, l’Editto perpetuo , non fosse da lui sollevato ad alcuna di queste due dignità? Queste ragioni son tali che muovono certamente qualche difficoltà contro la recata iscrizione. Ciò non ostante come esse non mi sembran bastevoli a rigettarla assolutamente come supposta, e il testo di Sparziano intorno alla famiglia di Salvio Giuliano non è chiaro abbastanza, parmi che a buona ragione possano i Milanesi, a questa iscrizione appoggiati, affermare che Giuliano fu loro concittadino , finchè essa non sia chiaramente convinta di supposizione. VIII Di qualunque patria egli fosse, è certo ch’ei fu tra’ più celebri giureconsulti di Roma. Già abbiamo accennato col testimonio di Sparziano, che era egli un di coloro il cui consiglio voleva udire Adriano nel giudicare; e che per la fama di cui godeva, salì alle primarie dignità nella repubblica, e due volte a quella [p. 343 modifica]PiUMO 343 del consolato. Celebri ancora furono varj libri da lui composti che si annoverano dall’Eineccio (l c.) e Hi si. Jur. l. 1, c. 4, § 290), e singolarmente xc libri di Digesti , che da molti antichi giureconsulti furono commentati. Ma ciò che ne rendette il nome immortale, fu singolarmente l1 Editto perpetuo da lui compilato , di cui ci convien dare qualche contezza, perchè esso forma un’epoca memorabile nella romana giurisprudenza. L’autorità che aveano i pretori di pubblicar nuove leggi, recava una grandissima confusione nell’amministrar la giustizia. Ognuno di essi all’antiche leggi ne aggiugneva altre nuove; e spesso ancora dopo aver pubblicata una legge al principio della pretura, un’altra ad essa contraria intimavane dopo alcun tempo. Quindi quella confusa moltitudine di leggi le une all’altre contrarie, e quindi ancora l’incertezza e la varietà de’ giudizi, sicchè appena sapevano i Romani secondo qual legge dovessero essere giudicati. Erasi più volte cercato di togliere un sì grave disordine; ma gli sforzi per ciò usati non aveano avuto un successo pienamente felice. Adriano pensò finalmente a formare un fisso e regolar sistema di giurisprudenza, e a Salvio Giuliano commise che raccogliendo , esaminando e confrontando tra loro le antiche leggi di tutti i pretori, togliendone ciò che vi fosse di inutile, o di contrario al buon diritto, e aggiugnendovi tutto ciò ch’egli stimasse opportuno, formasse per tal maniera un’ordinata e ben divisa raccolta di leggi, che avesse in avvenire autorità ne’ giudizj, e a cui i magistrati tutti dovessero [p. 344 modifica]344 LIBRO conformarsi. Questa raccolta formata da Salvio Giuliano ebbe il nome di Editto perpetuo , e servì di norma e di’ regola nel giudicare fino a’ tempi di Costantino, da cui per cagione della religion cristiana altre mutazioni si introdussero nella giurisprudenza, come a suo luogo vedremo: benchè nel foro anche allora l’Editto perpetuo conservasse il suo antico vigore. Veggansi tutto ciò che appartiene a questo Editto perpetuo, presso i molti autori della storia della romana giurisprudenza, e singolarmente presso l’Eineccio, che non solo un’assai erudita Storia di questo Editto ci ha lasciata, ma dagli antichi giureconsulti ne ha diligentemente raccolta una non piccola parte (in Opusc. posthum. ed. Genev. 1748)IX. Più scarse notizie abbiam di Pegaso, eli’ è l’altro giureconsulto di cui ci siam prefissi di ragionare. Egli è uno de’ senatori, cui descrive il satirico Giovenale (sat. 4)? chiamati con gran premura da Domiziano a consultare su qual piatto avesse a porsi uno straordinario rombo che gli era stato portato: Primus.... rapta properabat abolla Pegasus, attonitae positus modo villicus urbi. Anne aliud tunc praefecti? quorum optimus, atque Interpres legum sanctissimus, omnia quamquam Temporibus diris tractanda putabat inermi Justitia. ib. v. 76, ec. Ne’ quali versi noi veggiamo accennata la prefettura urbana di cui fu Pegaso ornato, che perciò da Giovenale si chiama scherzevolmente col nome di castaldo; perciocchè, dice, tali appunto erano a’ tempi di Domiziano i pretori [p. 345 modifica]PRIMO 345 urbani. quali i castaldi, cioè costretti a servire la cupidigia de’ lor padroni. L’elogio che di lui poscia soggiugne, chiamandolo ottimo e santissimo interprete delle leggi, viene alquanto oscurato dal carattere d’uom vile e codardo che gli attribuisce, dicendo che esso credeva che la giustizia a que’ tempi infelici dovesse solo languidamente amministrarsi. Di lui parla ancora l’antico interprete di Giovenale a questo passo, e dice ch’ei fu detto Pegaso dal nome di una trireme a cui soprastava suo padre; che nello studio delle leggi giunse a tal fama, che veniva chiamato libro, non uomo; e che dopo aver governate molte provincie, ebbe la prefettura della città; e da lui, conchiude, ha preso il nome il diritto Pegasiano; colle quali parole ci mostra che la setta che da Procolo avea avuto il nome di Proculeiana, da Pegaso fu detta ancora’ Pegasiana. X. E questo basti de’ giureconsulti di questa età. Assai più copiose notizie se ne potranno trovare presso gli storici della romana giurisprudenza, e singolarmente presso il Terrasson e l’Eineccio da noi più volte mentovati; ove si vedranno nominati altri giureconsulti di questi tempi medesimi, come Urseio Feroce, Fufidio, Plauzio , Valerio Severo, Tito Aristone, di cui un grande elogio in una sua lettera ci ha lasciato Plinio il Giovane (l. 1, ep. 22), Minucio Natale, Lelio Felice ed altri. Non vi è forse scienza la cui storia sia stata illustrata da più scrittori , che quella della romana giurisprudenza; e perciò non vi è scienza intorno a cui sia men necessario il trattenerci lungamente.