Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro II/Capo III

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Capo III - Eloquenza

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Capo III.

Eloquenza.

I. Nulla meno infelice fu a questi tempi la sorte dell’eloquenza. Il cambiamento della repubblica in monarchia avea già scemato di molto il numero degli oratori, perciocchè più poche eran le cause che si dovesser da essi trattare, come altrove si è detto. E come il poter degli imperadori colf andar de’ tempi si fece sempre maggiore, così minore dovette [p. 447 modifica]SECONDO 447 Lgnor divenire il lor numero. Abbiamo veduto, parlando de’ tempi d1 Augusto, che alcuni gramatici e alcuni retori erano talvolta passati al 1 foro a perorare le cause; il che allor rimiravasi come cosa rara ed insolita. Ma questo costume cominciò ad essere assai più frequente, quando mancando gli oratori, la professione de’ quali non era più onorevole nè vantaggiosa | come in addietro, convenne spesso trovare chi I sottentrasse alle lor veci. E a questo tempo singolarmente di cui ora parliamo, io non so se possa additarsi uno che fosse oratore di professione. Erano appunto o gramatici, o più spesso retori, quelli che all’occasione trattavan le cause; e a fare la storia dell1 eloquenza di quest1 età, egli è necessario il raccoglier le notizie di quelli di cui ci vien detto che o furono per arte di ben ragionare illustri e chiari, o l’arte medesima insegnarono ad altri. E in questo ancora converrà che seguiam ciecamente il parere degli antichi scrittori, e che crediamo che alcuni furono eloquenti, perchè essi ce ne fan fede; perciocchè di questo spazio di tempo che nella presente epoca abbiam racchiuso, non ci è rimasta nè orazione nè altro qualunque componimento di autore italiano appartenente a eloquenza. Dico di autore italiano, perciocchè Claudio Mamertino ed Eumenio, di cui abbiamo alcune orazioni e panegirici, appartengono alla storia letteraria delle Gallie, di cui essi furono nativi, nè a noi si spetta il parlarne, se non vogliamo incorrere nel difetto che abbiam ripreso in altri, di usurparci ciò che non è di nostro diritto. [p. 448 modifica]4 fS unno II. Quegli che maggior fama per avventi«ottenesse in quest’arte, fu Frontone Cornelio di cui parla Gellio con grandissimi elogi. Ed io, dice (l. 19, c. 8), essendo ancor giovinetto, prima, di trasportarmi di Roma in Atene, nelle ore che mi rimanevan libere dalla scuola, me n’andava a visitar Frontone Cornelio , e godeva de’ discorsi elegantissimi e pieni ri erudizione, che da lui si tenevano; nè avvenne mai a me o ad altri di udirlo, senzachè ne tornassimo più istruiti, o più dotti. Un’altra volta ce lo descrive (ib. c. 10) circondato da una turba d’uomini per dottrina, per nascita e per ricchezze ragguardevoli, concorsi per udirne gli eruditi ragionamenti. Dione lo chiama uomo di somma autorità , e che più di tutti era in pregio nel trattare le cause (l. 69). Nella Cronaca Eusebiana ancora egli è detto chiarissimo oratore (ad an. Ch. 163). Sembra nondimeno eli’ egli esercitasse la professione di retore, poichè fu dato a maestro a M. Aurelio e a Lucio Vero (Jul. Capit. in M. Aur. c. 2; in L. Vero c. 2); e Capitolino di ciò parlando una volta gli dà il nome di oratore, l’altra quello di retore. Anzi i discorsi che Gellio gli fa tenere (l. c. et l. 2. c. 26), e alcuni precetti che di lui ci sono rimasti sulla proprietà delle parole, e che si veggono nell’edizioni degli Antichi Gramatici, ci potrebbero di leggeri far credere ch’egli fosse gramatico. Ma qualunque fosse la professione da lui esercitata, egli ottenne colla sua eloquenza applausi e onori non ordinarj. Marco Aurelio, che loda i saggi avvertimenti che avea da lui ricevuti, il f’F [p. 449 modifica]SECONDO 449 ,ollcvare all’onore del consolato (Auson. in Grat. Act.), e innoltre chiese al senato che gli fosse innalzata una statua (Capit, in M. Aurel, c. 2). la gloria di Frontone Cornelio ebbe fine colla sua vita. La sua eloquenza rimase illustre tra’ posteri più secoli dopo la sua morte; anzi ei fu considerato come capo di una nuova setta, per così dir, di eloquenza. In fatti Macrobio, che viveva a’ tempi di Teodosio il grande , volendo parlare di diversi generi d’elo queiiza, così li divide e li diffinisce: Quatuor | ¡uni genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sullustius regnat; siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum, in quo Plinius Secundus quondam, nunc nullo veterum minor noster Symmacus luxuriatur (Saturn. l. 5, c. 1). E Sidonio Apollinare ancora, che fiorì nel v secolo, fa menzione de’ Frontoniani (l. 1, ep. 1), cioè di quelli che anche allora seguir volevano l’eloquenza di Frontone, e della gravità Frontoniana (l. 3, ep. 3); e scrivendo a un certo Leone che contava Frontone tra’ suoi maggiori , gli dice che non è maraviglia ch’ei sia eloquente, essendosi in lui trasfusa l’eloquenza di sì grande oratore (l. 8, ep. 3). Egli ricorda singolarmente un’orazion di Frontone contro di Pelope, dicendo che nelle altre egli aveva superato gli altri oratori, in questa se stesso (l. 8, ep. 10). Ma nel lodare Frontone più di tutti si è inoltrato, benchè con poche parole, Eumenio oratore del iv secolo, il quale rammentando un panegirico da lui fatto all’imperador Antonino, lo chiama Romanae eloquentiae non secondina Tiraboschi, Voi. II. 29 [p. 450 modifica]45o LIBRO sed alte rum decus (Paneg. Constantio n. i.f). colle quali parole sembra eh’egli il metta del paro con Cicerone. Questi sì grandi elogi che veggiam fatti di Frontone, ci fan bramare di avere alcuno de’ suoi componimenti, da cui conoscerne lo stile e l’eloquenza. Ma trattine i precetti mentovati di sopra, e qualche parola che se ne vede citata da Sosipatro Carisio nulla cc n’ è rimasto. III. Ma noi parliam di Frontone come se a fosse nostro; e i Francesi se ne dorranno per avventura, poichè affermano che Frontone deesi porre nel numero de’ loro uomini illustri. Alcuni, dicono i dotti autori della Storia Letteraria di Francia (t. 1, part. 2, p. 282), il fan nativo iV Alvernia, alcuni altri di Perigord, altri inde ter minatamente dell’Aquitania. Quando essi ne recheranno le pruove, ci rallegreremo con loro di questo onore. Checchè ne sia, continuano gli stessi autori, pare che non si possa dubitare ch’ei fosse Gallo di nascita. È certo che alla fine del IV secolo e al principio del quinto vi avea in Clermont nell’Alvernia una famiglia del nome del nostro autore, e che S. Sidonio (Apollinare) lo annovera tra gli antenati del dotto Leone che era di Narbona e ministro del re Enrico. Ecco tutte le prove che da’ Francesi si possono arrecare in conferma della loro opinione. Ma la famiglia de’ Frontoni che era in Alvernia al fine del iv secolo, era ella la stessa che la famiglia del nostro Frontone Cornelio? E Leon di Narbona non potea egli discendere da Frontone per canto di madre, ed esser perciò di famiglia e [p. 451 modifica]SECONDO 45l di patria diversa dal nostro oratore? Ma diasi ancora che il Frontone mentovato da Sidonio discendesse dal nostro, e dal nostro pur discendesse per canto di padre Leon di Narbona; che argomento è questo mai? La famiglia de’ frontoni era in Alvernia al fine del iv secolo; dunque l’orator Frontone, che visse circa la metà del secondo secolo, era nativo d’Alvernia. Non poteva ella esser passata dall1 Italia in Francia? E queste trasmigrazioni non erano esse frequenti in questi secoli? Par dunque che si possa ancor dubitare se Frontone fosse nativo delle Gallie. Ciò non ostante l1 ab. Longchamps non vuol dubitarne. Confessa che gli argomenti addotti da’ Maurini non sono che congetture (Tabl. hist. t. 1, p. 142), e poi soggiunge: Ciò che vi ha di certo , si è che Frontone fu nativo delle Gallie. Ne ha egli qualche altro argomento? Ei non si degna di farcene parte. E noi perciò ci atterremo al nostro costume di non credere se non ciò che veggiamo con buone ragioni provarsi. Ma abbiam noi ragione di dirlo italiano? Se volessimo seguir f esempio de1 mentovati scrittori, troveremmo noi pure de’ Frontoni italiani, e potremmo trarne per conseguenza che italiano fu ancora questo oratore. Anzi l1 iscrizione in onore di M. Aufidio Frontone pronipote del nostro autore, che ancor conservasi in Pesaro (V. Oliverii Marm. Pisaur. p. 30), non ci darebbe ella probabile argomento per affermare eh’ ci fu italiano? Noi però non abbiam bisogno di queste congetture. Frontone visse lungamente, e forse la più parte della sua vita, in Roma, [p. 452 modifica]452 LIBRO come dalle cose dette è manifesto. E questo ci basta perchè in quest’opera gli dobbiamo dar luogo. IV. Antonio Giuliano fu egli pure a questi tempi famoso per l’eloquenza, e per la professione di retore da lui esercitata. Ne dobbiam la notizia a Gellio che eragli confidente amico e che racconta parecchi eruditi discorsi con lui tenuti, e rammenta un viaggio con lui fatto a Napoli (l. 9, c. 15), e alcuni giorni di lieta ed erudita villeggiatura con lui e con più altri giovani passati in Pozzuolo (l. 18, c. 5). Or questi era spagnuolo di nascita, come chiaramente afferma lo stesso autore (l. 19, c. 9 che lo dice uomo di leggiadra eloquenza, e nell’antica letteratura assai erudito; e altrove ne loda singolarmente la diligenza con cui esaminava i libri degli antichi autori, e i pregi e i difetti tutti ne rilevava con giusto e saggio discernimento (l. 1, c. 4)• Usava egli spesso di declamare pubblicamente, e leggevansi poscia in Roma le declamazioni da lui composte, nelle quali sempre scorgevasi il valoroso uomo eli’ egli era , e di singolare eloquenza, benchè non tutte fossero egualmente felici (l. 15,c. 1). Leggiadro è il fatto che di lui narra lo stesso Gellio (l. 19, c. 9). In un convito, a cui con molti giovani greci erano intervenuti anche Gellio e Antonio Giuliano, recitaronsi alcuni eleganti versi di Ali acre onte; uditi i quali, si rivolsero i Greci ad Antonio Giuliano, e scherzando presero a motteggiarlo, come uomo barbaro e rozzo, poichè era natio di Spagna, aggiugnendo ch’egli era mero declamatore, e di una rabbiosa [p. 453 modifica]SECONDO 453 e contenziosa eloquenza; e inoltre che esercitava i suoi discepoli in una lingua che non avea vezzi nè grazie di sorta alcuna, e sfidavanlo a produr cosa alcuna de’ latini poeti che a’ versi d’Anacreonte si potesse paragonare. Un tal motteggio punse alquanto il valoroso retore; e, sì certo, riprese in tono sdegnoso, era ben conveniente che voi i quali nel lusso e nella mollezza ci avete vinti, in queste tenere cantilene ancora ci superaste. Ma perchè non pensiate che noi Latini siamo in tutto privi di venustà e di eleganza, mi permettete di grazia eli io avvolgami il pallio al capo, come già fece Socrate costretto a tenere un non troppo onesto ragionamento; e apprendete che i nostri più antichi poeti ancora seppero amoreggiando verseggiar dolcemente. E così detto, abbassandosi e coprendosi il capo, con soavissima voce recitò alcuni epigrammi amatorj de’ più antichi poeti latini, mostrando loro per tal maniera che e la lingua latina era aneli essa dolce e vezzosa, e ch’egli, benchè spagnuolo, sapeva nondimeno conoscere ed esprimere recitando la dolcezza de’ sentimenti e delle espressioni. Minuzio Felice fa menzione di una Storia scritta da Antonio Giuliano (in Octav.), in cui trattavasi ancora delle sventure de’ Giudei, ed è probabile che fosse lo stesso di cui parliamo. V. Con lode nulla minore parla lo stesso Gellio di Tito Castrizio retore egli pure, di cui dice (l. 13, c. 20) che fu un uomo di gravità e di autorità non ordinaria, e che a’ suoi tempi nell’insegnare e nel declamare superò tutti. Fu egli maestro dello stesso Gellio; e da Adriano v. Altri aratori e retari in Roma, [p. 454 modifica]454 LIBRO imperadore, a’ cui tempi cominciò a rendersi celebre, venne pe’ suoi costumi non meno che pel suo sapere onorato assai. Ma quai fossero questi onori, e fin a quando ei vivesse, nol possiamo sapere, poichè di lui da niun altro scrittor si parla fuorchè da Gellio. Più scarse ancora son le notizie che abbiamo di Atteio Santo che istruì nell’eloquenza Comodo (Lampr in Comm. c. 1), di Silvino retore maestro di Alessandro Severo, crudelmente ucciso da Eliogabalo (Lampr. in Heliog. c. 16), e di Giulio Frontino, forse figliuolo dell’altro Frontino da noi mentovato nel libro precedente, di Belio Macrino e di Giulio Graniano retori essi pure e maestri dello stesso Alessandro (id. in Alex, c. 3)j poiché non ne troviamo che il mero nome mentovato nella Storia Augusta. Solo di Graniano aggiunge Lampridio che leggevansi ancora a’ suoi tempi le declamazioni da lui composte. Lo stesso autore nomina un Claudio Venato oratore chiarissimo a’ tempi dello stesso Alessandro (ib. c. 68). Un Messala fu parimenti a que’ tempi orator potentissimo e dottissimo uomo, a cui ebbe qualche pensiero Alessandro di dar in moglie la sua sorella Teoclia (Jul. Capit in Maximino Jun. c. 3). Ma poco giova il sapere i semplici nomi de’ retori e degli oratori , se più certe notizie non possiamo trovare intorno al genere di eloquenza da essi seguito. VI. Più frequente menzione troviamo presso gli antichi scrittori di Giulio Tiziano. Giulio Capitolino parlando del giovane Massimino figliuolo dell’imperadore dello stesso nome , tra [p. 455 modifica]SECONDO 455 gestri ch’egli ebbe, annovera ancor Tiziano che così si legge nell’edizioni di questo autore, invece di Tiziano, come è evidente doversi leggere): Usus est... oratore Titiano filio Titiani senioris, qui Provinciarum libros pulcherrimos scripsit, et qui dictus est simia temporis sui, quod cuncta imitatus esset (ib.). Vi ebber dunque a questa epoca due Tiziani, padre e figlio, e questi fu il maestro di Massi mino. Ma ciò che poi si soggiunge: qui Provinciarum libros, ec. a chi de’ due appartiene, al padre, o al figlio? Le parole non sono abbastanza chiare, perchè esse bastino a determinarne il senso. I Maurini, autori della Storia Letteraria di Francia, osservano (t. 1, part. 2, p. 401) che secondo la costruzione ordinaria esse dovrebbono intendersi del padre, ma che lo scopo di Capitolino essendo di parlare del figlio, a lui si deve attribuire ciò ch’ei ne dice; e quindi di Tiziano il figlio essi voglion che siano tutte le opere che ad un Tiziano si veggono attribuite dagli antichi autori, e aggiungono che tale è il sentimento di Elia Vineto e del P. Sirmondo. Io non ho potuto vedere i comenti di Vineto sulle opere di Ausonio, in cui egli parla di Tiziano; ma il P. Sirmondo è certamente di contrario parere, perciocchè ove Sidonio nomina le Lettere di Tiziano, egli comenta (ad Sidon. ep. 1, l. 1) Titianus senior pater Titiani alterius, quo magistro usus est filius Maximini Aug.; e siegue annoverando le altre opere da lui composte, e singolarmente i libri delle Provincie. Tale è ancora il sentimento d’Isacco Casaubono (in noi. cui [p. 456 modifica]456 LIBRO Capit. l.c.). I Maurini aggiungono che il loro sentimento sembra ancor confermarsi da ciò che Ausonio dice di Tiziano. Or che ne dice egli? Dice (Gratiar. Act. ad Gratian.) che Tiziano fu dal suo discepolo sollevato all’onore del consolato, e che egli poscia reggendo la scuola ora in Besanzone ora in Lione, invecchiò in questo non molto onorevole impiego. Questo dee intendersi certamente del figlio, ma qui <Jj opere non si fa motto. Due altre volte ei fa menzion di Tiziano e di alcune favole da lui composte, e lo chiama fandi Titianus artifex (ep. 16 adProbum et Carm, ad eund.). E queste ancora è probabile che fossero opera del figlio, come si rende verisimile dall’aggiunto con cui Ausonio lo chiama: fandi artifex; e dal vedere eli’ egli non distingue il Tiziano di cui qui ragiona, dal Tiziano maestro di Massimino, di cui parla altrove. Ma che a Tiziano il padre si debba attribuir tutto ciò che di un Tiziano si legge negli antichi scrittori, come mai raccogliesi da Ausonio? Non vi ha dunque, a mio credere, motivo bastevole a dipartirci dal letteral senso di Giulio Capitolino che sembra parlar del padre; e di lui pare che intender si debba ciò ch’ei racconta; che scrisse egregii libri sulle Provincie dell’impero romano, i quali credesi che sieno que’ medesimi che da altri col titol di Corografia vengono citati (V. Fabr. Bibl. lat. t. 1, p. 410, ed. Ven.). Che a lui fosse dato il sopranome di Scimia, perchè affettava d’imitar lo stile degli antichi scrittori, confermasi ancor da Sidonio (l. 1, ep. 1), il qual rammenta le lettere da Tiziano scritte sotto il [p. 457 modifica]SECONDO 4-^7 nome ili alcune celebri donne a imitazion dello stile di Tullio, nel che però, egli dice, non era troppo felicemente riuscito. S. Isidoro di Siviglia annovera Tiziano tra quelli che cercarono di far fiorire tra’ Romani la vera eloquenza (Origin. l. 2 , c. 2), il che pare che del padre si debba intender più facilmente che del figlio. Qualche trattato d’agricoltura si attribuisce ancora a Tiziano, come osserva il P. Sirmondo (l. c.); ma di questo non vi è ragione per cui crederne autore uno a preferenza dell’altro. Intorno alle opere di Tiziano, chiunque egli sia, veggansi ancora i suddetti autori della Storia Letteraria di Francia. Ma perchè gli hanno essi dato luogo tra gli scrittori francesi? Essi confessano che dagli autori antichi non si trae argomento a provare ch’ei fosse natio delle Gallie; ma tutti i moderni, dicono essi, credono che egli, come pure altri Tiziani, de’ quali si vede fatta menzione, fossero Galli. Essi però non citano che il Vineto; e io non so chi siano tutti questi moderni autori che seguono la loro opinione. Oltre che, chiunque essi siano, se non ci additano qualche fondamento del lor parere negli autori antichi, noi li pregheremo a permetterci di dubitarne ancora. Essi potrebbono addurre un più sicuro argomento del lor diritto di porre Tiziano maestro di Massimino non tra’ loro concittadini, ma tra’ loro professori, per la scuola da lui avuta in Besanzone e in Lione; come noi abbiam diritto a annoverarlo tra’ nostri, se non per la patria, di che anche noi non abbiam [p. 458 modifica]VII. Di Aspa sin da Ravenna. VIII. Sofisti greci in Roma, e primieramente Attico Erode. 458 LIBRO pruova bastante, almeno pel lungo soggiorno in Roma. VII. Finalmente di Aspasio nativo di Ravenna ci ha lasciato distinta memoria Filostrato (Vit Soph. l. 2, c. 31) che rammenta singolarmente come egli fu nell’arte rettorica istruito da De metriano suo padre, uomo egli pure versatissimo in quest’arte; che fu uomo dottissimo; che viaggiò per molte provincie or coll’imperatore Alessandro, or con altri; e che fu a lui confidata la romana cattedra, cioè, come pare che intender si debba, l’impiego d’insegnar la rettorica nel romano Ateneo. Altre notizie a lui attinenti si posson vedere presso il mentovato scrittore e presso l’eruditissimo P. ab. Ginanni (Mem, degli Scritt. Ravenn. t. 1, p. (60). VIII. Ed ecco tutto ciò che della romana eloquenza di questi tempi ho potuto a grande stento raccogliere; giacchè più oltre non ci somministrano le storie e i monumenti antichi. Solo ci conviene qui aggiugnere alcuna cosa de’ greci sofisti che per l’eloquenza si renderono illustri in Roma, dei quali era proprio singolarmente il parlare senza apparecchio di qualunque argomento venisse loro proposto. Tra essi più famoso fu Tiberio Claudio Attico Erode ateniese di patria, e maestro nell’eloquenza greca di M. Aurelio e di Lucio Vero (Jul. Capit in M. Aur. c. 2, et in Vero c. 2). Egli dall’imperadore Antonino fu in ricompensa sollevato all’onore del consolato l’an 143. Filostrato ne parla lungamente e con molte lodi (Vit. Soph. l. 2, c. 1), e narra, fra le altre cose, [p. 459 modifica]SECONDO ,j.H) cl7e amava meglio la gloria di fare all’itnprovv;so un ragionamento eloquente, che qualunque altro ancor grandissimo onore; e che avendone fatto uno in età giovanile innanzi ad Adriano, conoscendo di non esservi ben riuscito, se ne afflisse per modo che fu vicino a gittarsi disperatamente entro il Danubio. Nè solo tenne egli scuola d1 eloquenza a1 due mentovati imperadori, ma insegnolla ancora pubblicamente in Roma. Essendo in Atene, ove poscia si trasferì, ebbe l’onore di alloggiar in sua casa l’imperador Lucio Vero. Convien dire che il suo sapere medesimo lo rendesse orgoglioso ed.altero; poichè ebbe ardire di declamare pubblicamente contro di M. Aurelio in presenza di lui medesimo, per tal maniera che pareva che avesse ad aspettarne la morte. Ma il mansueto imperadore dissimulò l’audacia del temerario sofista; ed anzi avendo poi questi avuto coraggio di scrivergli, dolendosi che più non l’onorasse, come era solito, di sue lettere, l’imperadore gli fece una sì amichevol risposta che sembrava non aver mai ricevuta da lui offesa di sorte alcuna. Di Erode Attico parla ancora più volte Aulo Gellio (l. 1, c. 2; 9, c. 2; l. 18, c. 10; l. 19, c. 12) che il conobbe, e con lui conversò spesso in Atene, e ne loda l’ingegno e il sapere, e rammenta la bella e amenissima casa di campagna ch’egli avea presso Atene, detta Cefisia. IX. Molti altri sofisti greci vissuti a questo tempo medesimo, quai più quai meno in Roma, trovansi nominati presso Filostrato, come Alessandro di Seleucia (Vit Sopii. I. 2, c. 6), [p. 460 modifica]4Co LIBRO Adriano di Tiro (ib. c. 10), Pausania di Cesarea (ib. c. 13> Erodiano di Smirne (ib. c. 16 (8) Antipatro di.Jerapoli (ib. c. 24), Eliodoro (ib. c.30), ed altri..Ma io non penso di dovermi trattenere a parlarne più lungamente, si nei chè essi non furono italiani, e molti ancora di loro non molto tempo si fermarono in Roma- si perchè, a parlare sinceramente, io non credo di dovermi troppo affidare alla narrazion di Filostrato, scrittore che parmi assai impegnato ad esaltare i suoi sofisti, e che di essi ci narra talvolta cose che difficilmente possono ottener fede; come a cagion d’esempio, ciò ch’ei racconta del sopradetto Adriano, che quando ne’ giorni de’ più solenni giuochi ei mandava al teatro l’avviso che egli avrebbe’ declamato nel pubblico Ateneo, vedevansi tosto e senatori e cavalieri ed uomini di qualunque condizione , e quelli ancora che non sapevan di greco, levarsi frettolosamente, e dal teatro correr con impeto, e urtandosi l’un l’altro, ove gli attendea l’eloquente sofista; cosa che non parmi credibile al tempo di cui trattiamo, in cui non eran certo i Romani trasportati tanto dall’amor degli studj, che con sì grande furore volessero dal teatro volarsene all’Ateneo. Così pure io non farò che accennare Annio Marco, Caninio Celere, Apollonio, che si annoverano da Giulio Capitolino tra’ greci maestri di Marco Aurelio e di Lucio Vero nell’eloquenza (a) Sembra diverso da Erodiano di Smirne quell’altro Erodiano Alessandrino, parimenti gramatico, vissuto a’ tempi di M. Antonino, di cui fa menzione Suida. [p. 461 modifica]SECONDO 46• L yl. Aur. c. 3; in Vero c. 2), e Serapione maestro pur di eloquenza ad Alessandro Severo Lampr. in Alex. c. 3), ed Euganio maestro del giovine Massimino (Jul. Capit. in Maximóto /////■ c- 1); 0(1 altri che si potrebbono nominare, ma de’ quali poco più sappiamo comunemente che il mero nome. Il vedere però sì gran numero di retori e sofisti greci in confronto di sì scarso numero de’ latini, ci fa conoscere quanto fossero allora tra’ Romani illanguiditi gli studj. Essi se ne stavano spettatori tranquilli e oziosi ammiratori de’ Greci; ma non avendo motivo alcuno che gli spingesse ad imitarne l’esempio, appena si curavano di volgersi a quegli studj che lodavano in altrui. X. Io passerò ancor leggermente su’ diversi Filostrati che fiorirono di questi tempi. È incerto quanti essi fossero, e quali sian le opere di ciascheduno. Veggansi i diversi pareri di Suida, del Vossio, del Meursio, del Jonsio, del Tillemont, del Fabricio raccolti insieme da Goffredo Oleario nella magnifica edizione delle )Opere dei Filostrati da lui pubblicata in Lipsia l’an 1709. A me sembra più di tutte probabile l’opinion dello stesso Oleario , che tre Filostrati riconosce: il primo figliuol di Vero, sofista in Atene, e autor di più opere che rammentansi da Suida, ma tutte ora smarrite. Il secondo figliuol del primo, che visse lungo tempo in Roma regnando Settimio Severo, ed entrato nella grazia di Giulia Donna moglie eli’ imperadore, la quale volea mostrarsi fomentatrice e coltivatrice de’ filosofici studj, per comando da essa avutone scrisse in otto libri [p. 462 modifica]462 LIBRO la Vita (li Apollonio da Tiana, della quale già abbiamo veduto qual conto sì debba fare. Egli scrisse innoltre le Vite de’ Sofisti, delle quali abbiamo fatto uso in questo Capo medesimo alcuni Dialoghi da lui intitolati Eroici, nei quali all’occasion di parlare degli eroi da Omero mentovati fa una severa critica di questo il. lustre poeta; due libri intitolati le Immagini in cui descrive le pitture che a suo tempo vedevansi in un portico di Napoli; e molte letterele quali opere tutte ancor ci rimangono. Il terzo Filostrato finalmente figliuolo di una sorella del secondo, che ad imitazione del suo zio materno scrisse egli pure un libro di immagini. Questi sembra che almeno per qualche tempo si stesse in Roma; poichè il materno suo zio racconta (Vit. Soph. l. 2, c. 30) che essendo egli in età di ventiquatro anni, e avendo declamato innanzi a Caracalla, questi per ricompensa il dichiarò immune da’ pubblici impieghi. Ma tutti questi Filostrati non appartengono se non assai di lontano al nostro argomento; poichè non furono nostri, e solo per qualche tempo si trattener fra noi; e quindi, contento di averne accennata alcuna cosa, lascerò che chi è bramoso di saperne più oltre, consulti gli autori or or mentovati. XI. Ma una riflessione non vuolsi omettere intorno a tutti questi sofisti greci de’ quali abbiamo parlato. Io penso che ad essi debbasi attribuire in gran parte il totale decadimento della latina eloquenza. Erano essi uomini comunemente , il cui pregio maggiore era una singolar facilità di parlare, e una prosontuosa [p. 463 modifica].„dacia ili rispondere improvvisamente a qualunque questione lor si facesse. Erano perciò uditi con maraviglia; e l1 orgoglio di cui erano gonfi, faceva che qualunque cosa dicessero, si pronunciasse da essi in un tuono autorevole d’impostura, che sorprendeva ea’abbagliava non solo il volgo ignorante, ma quelli ancora ch’erano mediocremente colti. Quindi al vedere uomini che senza grande studio dicevano nondimeno cose maravigliose tanto e sublimi, spargevasi una cotao’opinione che non era poi necessario l’affaticarsi tanto su’ libri per divenire uomo eloquente; e i buoni studi venivan perciò dimenticati e negletti. Aggiungasi che costoro di ogni altra scienza che non fosse quella di ben parlare, ragionavano con disprezzo, di che li riprende aspramente Galeno (De pulsuum differen.); e quindi a chi gli udiva e gli ammirava persuadevano facilmente di non curarsi punto di qualunque altra letteratura. E che aggiunto alle altre circostanze in cui trovavansi i Romani, affrettò maggiormente tra essi il decadimento totale di tutte le scienze.