Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro II/Capo I

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Capo I - Idea generale dello stato civile e letterario d’Itaòlia in quest’epoca

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Capo I - Idea generale dello stato civile e letterario d’Itaòlia in quest’epoca
Tomo III - Libro II Tomo III - Capo II
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Capo I.

Idea generale dello stato civile e letterario d’Italia

in quest’epoca.

I. Avea appena l’Italia cominciato a sperare di non esser più in avvenire preda de’ Barbari, quando ella si vide di bel nuovo sommersa in un abisso ancor più profondo di quello da cui era di fresco uscita. Morto, come dicemmo, l’anno 567 il valoroso Narsete, e succedutogli nel governare l’Italia, a nome dell’imperador greco Giustino II, il patrizio Flavio [p. 123 modifica]SECONDO 123 Longino, questi venne a fissar sua dimora in Ravenna, e prese il primo il nome di Esarco. Quand’ecco l’anno 568 una nuova nazione scendere impetuosamente dalla Pannonia ad occupare la misera e già troppo desolata Italia. Erano questi i Longobardi condotti dal loro re Alboino pronipote del celebre Teodorico, perchè nato da Rodelinda figlia di Amalafreda sorella del detto re. La comune opinione, appoggiata all’autorità di Paolo Diacono e di qualche altro antico scrittore, è che Narsete, sdegnato al vedersi ingiustamente tolto il governo d’Italia, invitasse i Longobardi a impadronirsene. Ma, a dir vero, l’onesto e virtuoso carattere di Narsete, ed altre ragioni che si posson vedere presso il Cardinal Baronio (Ann. eccl- ad an. 568), il Muratori (Ann. d’Ital, ad an. 567) e il Saint-Marc (Abr. de l’Hist. d’Ital. ad an. 568), ci fan dubitare della verità di un tale racconto. Checchessia di ciò, Alboino seco traendo tutta la sua nazione co’ vecchi ancora e i fanciulli e le donne, entrato in Italia per la provincia della Venezia, e conquistatene tutte le piazze a riserva di Padova e di Monselice, quindi espugnata Mantova, e tutta quella che or dal lor nome dicesi Lombardia, dalle Alpi Cozzie fino a Modena, e occupata quasi tutta ancor la Toscana, e gran parte del1 Umbria, e il ducato di Benevento, e finalmente dopo tre anni di ostinato assedio divenuto signor di Pavia, ivi fissò la sede del nuovo suo regno, nel che fu poscia seguito da’ suoi successori. Ma poco tempo egli ebbe a godere del frutto di sue vittorie, ucciso l’anno 5^3 in [p. 124 modifica]B. Regno dì Clefo: divi«ion dell’Ilalia dopo lu (uìi morte. I LIBllO Verona per opera della sua moglie Rosmonda: delle cui tragiche avventure forse più opportuno al teatro che non alla storia a me non appartiene il parlare. Alboino ci vien dipinto come principe, benchè allevato fra’ Barbari, clemente e magnanimo. Ma ancorchè così fosse, egli è manifesto che una tal invasione non potè non essere accompagnata da stragi e da rovine grandissime. II. Clefo, che gli succedette, trattò gl’italiani non altrimenti che schiavi, molti ne uccise, ne esiliò molti; e colla sua crudeltà si rendette così esecrabile a’ suoi medesimi, che dopo un anno e sei mesi di regno fu ucciso da un suo domestico. E allora fu che un nuovo genere di governo, di cui non erasi finallora veduto esempio, s’introdusse in Italia. Trentasei de’ principali fra’ Longobardi diviser fra loro quelle provincie d’Italia che aveano conquistate, e benchè formassero come una sola repubblica, ciaschedun di essi però rimiravasi qual sovrano nel suo distretto. A questi tempi attribuiscono molti la prima origine de’ feudi; quistione che non è punto propria del mio argomento, e intorno a cui si potran consultare, oltre tutti gli autori che trattano del diritto feudale, il ch. Muratori nelle sue Antichità Italiane (t. 2, diss. 11), il sig. Carlo Denina nella bella ed erudita sua Storia delle Rivoluzioni d’Italia (t. 1, p. 306), e il sig. Robertson nella Introduzione alla Storia di Carlo V. Ma ben io debbo osservare, perchè ciò più d’appresso appartiene al mio intento, che questo interregno fu troppo fatale all’Italia per le crudeltà con cui i signori [p. 125 modifica]SECONDO 12.5 longobardi trattarono gli abitanti de’ lor dominj, come confessa lo stesso Paolo Diacono (Hist long. l 2, c. 32), scrittor per altro parziale delle cose della sua nazione. Dieci anni durò questo interregno; dopo i quali la necessità di difendersi contro i Francesi che apparecchiavansi a scendere con formidabile esercito in Italia, costrinse i Longobardi a eleggere un re, cioè Autari figliuol di Clefo, che sali sul trono fanno 584ili. Io non mi tratterrò a narrare le diverse vicende, le guerre interne ed esterne, e le altre circostanze del regno de’ re longobardi. Non vi ha alcuno di essi che abbia il menomo diritto ad aver qualche nome ne’ fasti della letteratura, ed io non farò che indicarne precisamente poco più che i semplici nomi, e la durata del loro regno , nel che io atterrommi alla cronologia del ch. Muratori, benchè egli stesso confessi che molto vi ha di dubbioso ed incerto; ma non debb1 esser mio pensiero l’esaminarla; poscia più attentamente prenderò a ricercare lo stato in cui fu a quei tempi l’Italia, e quanto e per qual ragione ne soffrisser le scienze. Autari morì l’anno 5c)0, e i Longobardi permisero alla celebre Teodelinda figliuola di Garibaldo duca di Baviera, e vedova del defunto re, che si scegliesse un marito degno del trono. Agilolfo duca di Torino fu da lei prescelto, e questi il tenne fino all’anno 615, in cui morendo lasciollo ad Adaloaldo suo figlio giovinetto di tredici anni sotto la tutela della saggia e virtuosa Teodelinda. Poichè ella fini di vivere 1’anno 625, Arioalclo che avea [p. 126 modifica]ìaG LIBRO per moglie Gondeberga sorella di Adoloaldo, ribellatosi contro il re lo costrinse a fuggire e a ritirarsi a Ravenna, ove fra non molto morì. Circa undici anni resse Arioaldo il regno de’ Longobardi; ed essendo egli morto senza figliuoli l’anno 636, Gondeberga a imitazione di Teodelinda ebbe la libertà di scegliere a sè un marito, e un re alla nazione. Scelse ella Rotari duca di Brescia, degno di memoria singolarmente, perchè egli fu il primo che pei suoi Longobardi formasse un Codice di leggi, delle quali a suo luogo ragioneremo. L’anno 652 fu l’ultimo della vita di Rotari; a cui dopo sei soli mesi di regno tenne dietro il suo figliuolo e successor Rodoaldo, ucciso da un Longobardo, alla cui moglie avea egli recato oltraggio. Ariperto, figliuolo di un fratello della regina Teodelinda detto Gondoaldo, fu da’ Longobardi levato al trono, e il tenne fino all’anno 661. Un nuovo esempio videsi allora tra’ Longobardi dopo la morte di Ariperto; due suoi figliuoli Bertarido e Gondeberto assidervisi insieme, divise però tra loro le parti, e facendo lor residenza uno in Milano, l’altro in Pavia. Ma presto si mise tra essi discordia e guerra; di cui valendosi Grimoaldo duca di Benevento, che da Gondeberto era stato chiamato in aiuto, venuto a Pavia, lo uccise di sua propria mano; di che spaventato Bertarido, fuggissene fino nella Pannonia, abbandonando nelle mani del vincitore Rodelinda sua moglie e Cuniberto suo figliuolo ancor fanciullo. Grimoaldo godè del trono usurpato fino all’anno 671, in cui morendo lasciollo a Garibaldo suo figlio. Ma [p. 127 modifica]SECONDO I27 Boriando avvisatone, e tornato in Italia, vi fu ricevuto con plauso, e deposto il giovinetto Garibaldo, fu rimesso sul soglio; in cui poscia egli si associò l’anno 678 il suo figliuol Cuniberto, da lui insieme colla moglie richiamato già da Ravenna: principi ottimi amendue, e per la loro pietà, per l’incorrotta giustizia, per la liberalità verso de’ poveri, degni di eterna memoria. Bertarido morì verso l’anno 688, e poco appresso Cuniberto si vide a grande pericolo di perdere il trono per la ribellione di Alachi duca di Trento; ma venuto con lui a battaglia in un’aperta pianura presso a un villaggio del milanese vicino all’Adda detto allor Coronata, e ora volgarmente Cornate, Alachi vi perdette la vita, e fu dissipata la minacciosa procella. Cuniberto fece in memoria del fatto fabbricare nel luogo della battaglia un monastero in onor di S. Giorgio, di cui ho io stesso vedute più volte alcune antiche vestigia che ancor rimangono. Finì egli di vivere l’an 700, e lasciò il trono al suo figliuolo Liutberto ancor giovinetto sotto la tutela di Ansprando uom nobile e saggio fra’ Longobardi. Ma Ragimberto figliuolo del re Gondeberto, che salvato, quando ne fu ucciso il padre, era poi stato fatto duca di Torino,.venutogli contro con poderoso esercito, il vinse e gli rapì la corona, cui però non potè egli portare che pochi mesi, e ne lasciò morendo erede il suo figliuolo Ariberto. Questi dopo un’arrabbiata guerra, ucciso finalmente Liutberto. e costretto a fuggire Ansprando, tenne il regno fino all’anno 712, in cui Ansprando tornato con numeroso esercito in Italia, e [p. 128 modifica]128 LIBRO venuto di nuovo a guerra con Ariberto, essendosi questi annegato nel Tesino, fu riconosciuto a re da’ suoi Longobardi. Ma egli ancora dopo tre soli mesi lasciò morendo il regno al suo figliuol Liutprando. Niuno il tenne più lungamente di lui, perciocchè visse fino all’anno 744- Ildebrando di lui figliuolo, e da lui alcuni anni prima associato al trono, ne fu dopo pochi mesi deposto pe’ suoi vizj, e vi fu sollevato liachis duca del Friuli. Questi dopo cinque anni di regno, abbandonato spontaneamente il trono, si consacrò a Dio tra i monaci di Monte Casino. Astolfo di lui fratello e successore stese più ampiamente di tutti l’impero de’ Longobardi, perciocchè egli giunse ad avere in sua mano Ravenna e la Pentapoli tutta, che finallora era stata sotto il dominio dei Greci. Ma queste sue conquiste, e il minacciare che egli faceva ancor Roma, trassero in Italia le armi prima di Pipino, e poscia di Carlo Magno di lui figliuolo. Astolfo, e Desiderio, che verso 1 anno 756 gli era succeduto nel trono, non ebber forza di resistere a tali truppe. Quest’ultimo infelice re, dopo aver perduta tutta l’Italia, costretto finalmente l’anno 774 a render Pavia, e a darsi nelle mani di Carlo Magno, fu da lui mandato in Francia; e per. tal modo ebbe fine la serie de’ re longobardi, che era durata lo spazio di 106 anni. IV. Io son venuto finora accennando i nomi e l’età dei re longobardi, senza parlare minutamente delle imprese loro e delle loro vicende, perchè esse non appartengono punto al mio argomento. Ma ora mi convien fare una / [p. 129 modifica]SECONDO 12(J riflessione diligente sullo stato in cui trovossi l’Italia a questi tempi; non già pe’ diversi dominj che si venner formando, essendo essa allora divisa in più Stati, e soggetta a diversi signori che appellavansi duchi, ma pur dipendevano in qualche modo dal re di tutta la nazione, che risedeva in Pavia; nè pel diritto feudale che probabilmente cominciò allora ad usarsi, come già abbiamo osservato; le quali cose non poterono avere alcuna influenza sulla letteratura; ma bensì per le funeste vicende di guerre, d’incendj, di stragi, a cui f Italia soggiacque, pe’ costumi e per l’inclinazioni de’ re longobardi a cui essa in gran parte ubbidiva. Sembra che il dottissimo Muratori avesse una singolare predilezione per questi Barbari. Egli abbraccia ne’ suoi Annali ogni occasione che gli si offra a mostrare ch’essi non eran poi nè così barbari nè così crudeli, come comunemente si crede; e che quella parte d’Italia che loro ubbidiva, viveva in una dolce tranquillità e sicurezza. Apologista non men valoroso de’ Longobardi è il ch. sig. Denina, il quale dopo aver ingegnosamente esaminato la lor giurisprudenza, per poco non chiama felice l’ignoranza in cui essi vissero, poichè da essa ne venne un sì saggio ed ordinato governo (Rivoluz. d’Ital. t.1,p.Zi \). Io non entrerò in contesa con sì valorosi scrittori, e per me pensi ognuno de’ Longobardi come meglio gli pare. Io esamino lo stato della letteratura di questi tempi, e veggo che in essi appunto ella decadde per modo, che fu quasi interamente abbandonata e negletta, il che da niuno si nega, e noi il vedrem chiaramente Tiiubosciii, Voi. HI. 9 [p. 130 modifica]j3o libro nel decorso di questo libro. Io esamino inoltre le ragioni di questo decadimento, e altra non ne ritrovo fuorchè la funestissima situazione in cui trovossi l’Italia, prima per le guerre continue sanguinosissime che sotto il regno de’ Longobardi la travagliarono; e innoltre per l’indole stessa e pe’ costumi de’ suoi nuovi ospiti e signori. Prendiamo a svolgere l’una e l’altra ragione, e a mostrare quanto esse dovessero influire a spargere una generale ignoranza in tutta l’Italia. I fatti ch’io ne recherò in pruova, non saran se non quelli che oltre l’esser narrati da autori antichi, sono anche riconosciuti per veri, e adottati da’ dottissimi sopraccitati scrittori. V. La lunga guerra tra i Goti e i Greci avea già desolata miseramente l’infelice Italia. L’invasione de’ Longobardi finì di gittarla nell’estrerna rovina. Alboino ci si rappresenta come pacifico e clemente conquistatore; ma ciò non ostante egli è facile a immaginare che una nazione feroce e barbara scesa in Italia, dirò così, per satollare la fame , dovette seco recare, ovunque andasse, rovine e stragi. Di fatti tal fu il terrore che di essi si ebbe in Milano, che l’arcivescovo Onorato rifugiossi a Genova, ove egli e molti de’ suoi successori insieme con numerosa schiera di nobili e di ecclesiastici milanesi si fermarono per lungo tempo (Murat, ad an. 769): il che non sarebbe avvenuto , se essi avessero avuta de’ Longobardi quella favorevole opinione che altri mostran di averne. È certo ancora che i Longobardi corsero allor saccheggiando non piccola parte [p. 131 modifica]SECONDO I31 J’Italia (ib.); mentre frattanto la carestia e la pestilenza insieme menavano strage grandissima di coloro a cui il furor della guerra avea perdonato. Il breve regno di Clefo, e molto più f interregno di dieci anni che venne dopo, fu pur fatale all1 Italia. Continue furon le guerre or de’ Greci co’ Longobardi, or de’ duchi medesimi longobardi fra loro; il che pure avvenne per quasi tutto il tempo in cui i Longobardi regnarono in Italia. Nè queste erano guerre di cui i combattenti soltanto sentissero il disagio e il danno. L’avanzarsi de’ Longobardi ne’ conquistati paesi, e il recarvi incendj e rovine, era non rare volte una medesima cosa. Le descrizioni e i racconti che ce ne han lasciati gli scrittori di questi tempi, ne sono una troppo evidente ripruova. La feroce nazione de’ Longobardi , dice S. Gregorio il Grande che allor vivea (Dial. l. 3, c. 8), tratta come spada dal fodero da’ lor paesi, contro il nostro capo si volse, e recò sterminio all’uman genere, che a guisa di folta messe era popoloso e frequente: saccheggiate furono le città, spianati i castelli, arse le chiese, distrutti i monasteri d uomini e di donne, desolate le campagne: giacesi abbandonato il terreno senza coltivatore e senza padrone; e le fiere passeggiano or per que’ luoghi che prima erano stanza degli uomini. E di vero se allora quando alcune schiere de’ Longobardi furon chiamate da Narsete in suo aiuto contro de’ Goti, si mostraron esse sì barbare coll’incendiare qualunque fabbrica incoi s’avvenissero, e con mille altre orribili violenze d’ogni maniera, che convenne, come narra [p. 132 modifica]i32 libro Procopio (ile Bello got/u l. 3), rimandarle con gran denaro alle lor cose; che crederem noi che avvenisse, quando sceser di nuovo per occupare l’Italia tutta? Lo stesso Paolo Diacono, eli era pure della lor nazione, non potè dissimular nè tacere le pruove eli’ essi in ogni parte diedero della loro crudeltà. E singolarmente parlando de’ tempi del mentovato interregno (De Gestis Lang. l. 2, c. 32) egli usa quasi le espressioni medesime che abbiam veduto usarsi da S. Gregorio. È vero ch’egli da questa devastazione eccettua i paesi che da Alboino erano stati conquistati: exceptis his regionibus, quas Albuin ceperat. E in fatti a questi soli restringe il ch. Muratori l’invidiabile felicità del regno de’ Longobardi. Per ciò che appartiene alle provincie vicine a Roma, a Ravenna e ad altre città che si tenevano ancor fedeli a’ greci imperadori, confessa egli stesso che le guerre continue tra’ Longobardi e i Greci le condussero a infelicissimo stato. Ma anche il centro, per così dire, del loro regno non andò esente da sconvolgimenti, da rovine, da stragi. Comunque bella e piacevole sia la pittura che del regno de’ Longobardi ci fa Paolo Diacono, dicendo (l. 3, c. 16) che non vi si commettea nè violenza nè insidia di sorte alcuna , che niuno era da altri angustiato e spogliato , che non vi eran nè rapine nè furti, e che ognuno andava liberamente ove parevagli meglio; comunque concedasi che in quest’elogio non avesse alcuna parte l’adulazione, egli è però troppo evidente che se non per la malvagità de’ nuovi padroni, almeno per le vicende [p. 133 modifica]SECONDO I33 de’ tempi furon questi paesi ancora malmenati ed oppressi. I Francesi venner più volte ad assaltare i Longobardi nelle loro provincie (V. Murat Ann. d’It. ad an. 577, 583, 585, 588, 590); e singolarmente l’anno 590 giunsero non solo a Trento, ma a Piacenza ancora e a Verona. Innoltre i Greci non sol possedevano Ravenna e le altre città dell’esarcato e Roma, ed altre provincie di que’ contorni, ma alcune città avevano ancora nel centro medesimo della Lombardia, e quindi in esso ancora eran frequenti le guerre. Così Brescello città allor vescovile l’an 585 fu espugnata da Drottulfo capitano svevo al soldo de’ Greci, e poscia ripresa da Autari che spianar ne fece interamente le mura (Murat, ad h. an.). Così un’isola posta nel lago di Como, e percìò detta Comacina, mantennesi fedele a’ Greci fino all’anno 588, nel quale dopo sei mesi d’assedio fu presa da’ Longobardi (ib.). Anzi l’an 590 espugnate furon da’ Greci Modena, Altino e Mantova, e poscia loro spontaneamente si arrenderono Reggio, Parma e Piacenza (ib.). Padova solo l’anno 601, e solo l’anno 603 cadde nelle lor mani Cremona (ib.). Abbiam dunque presso a quarant’anni di continue guerre tra i Longobardi e i Greci. VI Nè queste eran già guerre somiglianti a quelle dei nostri giorni, di cui il maggior danno ricade su’ combattenti, mentre i cittadini non rare volte ne divengon più ricchi. Le città e le castella davansi spesso alle fiamme, e spianavansi da’ fondamenti, come avvenne a molte castella del Trentino e del Veronese , e alle vi. Quanto sanguinose e rr tuieli fossero allora 1« guerre» [p. 134 modifica]«34 LIBRO mentovate città di Cremona e di Padova; e abitanti erano non rare volte condotti schiaviil che accadde singolarmente nella invasion de’ Francesi l’anno 590. Quindi in una lettera scritta dall’esarco romano al loro re Childeberto egli il prega a comandare a’ suoi, che non saccheggino nè diano alle fiamme le case degl’italiani, che non li conducano schiavi, e che anzi lascino liberi que’ che già avean seco condotti (ib. ad an. 590). E tal costume era ancora de’ Longobardi, perchè troviamo che Fortunato vescovo di Fano riscattò molti schiavi che a quella città erano stati condotti da’ Longobardi, e che perciò il pontefice S. Gregorio gli permise di vendere i vasi sacri (id. ad an. 592). Ma quali fosser gli effetti di queste guerre, e con qual crudeltà in esse operassero i Longobardi , raccogliesi singolarmente dalle Opere di S. Gregorio il Grande che vivea ne’ principj del loro regno, e che tenne il pontificato dall’an 590 fino al 604 Egli parlava e scriveva di cose ch’eran sotto gli occhi d’ognuno; e quindi, lasciando ancora da parte la santità di questo grand’uomo, che non ci permette di sospettare in lui esagerazion maliziosa, egli è tal testimonio a cui secondo le leggi della critica più rigorosa si dee ogni fede. Spiegava egli al popolo le profezie di Ezechiele, quando Agilolfo circa l’anno 593 mosse col suo esercito contro di Roma. Egli stesso lo accenna nella prefazione al secondo libro delle sue Omelie su questo profeta: Sappiamo che il re Agilolfo, passato il Po, velocemente sen viene all’assedio di questa città. Quai tracce egli lasciasse [p. 135 modifica]SECO.XDO 135 per ogni parie di crudeltà e di furore, udiamolo dallo stesso santo pontefice. In ogni luogo , egli dice (Hom. 18 in Ezech.) , veggiam dolore, in ogni luogo udiam pianti. Distrutte le città, spianati i castelli, devastate le campagne , la terra è divenuta un solitario deserto. Non vi ha coltivatori ne’ campi, non vi ha quasi abitanti nelle città; e nondimeno ancor su questi p iccioli avanzi dell’uman genere continuamente e senza riposo alcuno si scagliano nuovi colpi: e i flagelli del celeste sdegno non cessano, perchè ancor tra’ flagelli non cessan le colpe, Altri ne veggiamo condursi schiavi, ad altri esser troncate le membra, altri essere uccisi. Qual cosa vi ha mai, miei fratelli, che in questa vita ancor ci possa piacere? Quindi ei passa a descrivere il funesto stato a cui era condotta Roma. Roma stessa, egli dice, quella Roma medesima che già sembrava, signora del mondo tutto, noi veggiamo qual sia rimasta. Abbattuta da diverse e immense calamità, dalla desolazione de’ cittadini, dall impeto de’ nemici, dalle frequenti rovine.... Ove è ora il senato? ove è il popolo?... l’ordine delle dignità secolari tutto è perito.... E noi che in sì poco numero siam rimasti, pur nondimeno dalle spade nemiche e da innumerabili tribolazioni ogni giorno veniamo oppressi.... Ma a che parlar degli uomini, se moltiplicandosi le rovine veggiam distruggersi gli edificj medesimi?... I fanciulli, i giovani, i figli del secolo da ogni parte ad essa accorrevano per i addietro per avanzarsi nel mondo. Ma ora oimè! ch’ella è desolata e deserta, e oppressa [p. 136 modifica]136 LIBRO da’ gemiti. Non vi ha alcuno che ad essa ne venga per ingrandirsi, ec. Così ragionava il Santo, mentre l’esercito di Agilolfo accostavasi a Roma. Ma quando il turbine fu più vicino, tal fu lo spavento e la costernazione comune, che il santo pontefice dovette sospendere il corso delle sue omelie: Niun mi riprenda, egli dice I (ffom. ult. in Ezech.), se dopo questo sermone io farò fine, perciocchè, come tutti vedete, troppo sono cresciute le nostre tribolazioni. Da ogni parte siam circondati da spade, da ogni parte ci soprasta pericol di morte. Altri a noi sen ritornano colle mani troncate, di altri udiamo che sono stati o condotti schiavi, o uccisi. Io son costretto a sospendere la sposizione della Divina Scrittura, perchè omai la vita stessa mi è a noia. Di queste funeste calamità duolsi ancora sovente nelle sue Lettere, e in una singolarmente da lui scritta all’imperador Maurizio l’an 595 (l. 4- cp. 3 2) in cui con una eroica umiltà congiunta a una magnanima sacerdotale fermezza si discolpa dalle accuse dategli di soverchia semplicità nel trattar della pace co’ Longobardi; lettera ch’io volentieri recherei a questo luogo, se la lunghezza e la niuna attenenza di essa al mio argomento non mel vietasse. Mi basterà dunque accennare ciò ch’egli dice dell’accostarsi che fè a Roma Agilolfo. Piaga assai grave, egli dice, fu 1 accostarsi del re Agilolfo a Roma, perciocchè io vedeva co’ miei proprj occhi i Romani con funi legate al collo a guisa di cani condursi in Francia per esservi venduti schiavi | Tal dunque era la maniera di guerreggiare de’ [p. 137 modifica]SF.CONDO 13" Longobardi; e come la guerra loro co’ Greci, secondo che si è già dimostrato, si stese ancor fino al centro del loro regno, così tutta l’Italia fu involta nelle orribili calamità che ne furon l’effetto effetto. VII. Questo crudel furore era in gran parte frutto della feroce loro indole, della incolta e barbara educazione, e delle lor maniere selvagge ed aspre. Ma in gran parte era ancora effetto della diversità di religione ch’era tra essi e gl’italiani. Molti de’ Longobardi erano idolatri, e di una sì grossolana idolatria, che adoravano una testa di capra, come abbiamo da S. Gregorio, il quale racconta (l. 3 Dial. c. 17, 18) che 40 agricoltori una volta, e una volta 40 schiavi furon da essi per motivo di religione uccisi. Io so che i Dialoghi di S. Gregorio, ne’ quali egli narra un tal fatto , si hanno da alcuni in conto di favolosi. Ma io spero ch’essi almeno gli daran fede, quando ei narra cose avvenute a’ suoi giorni e in paesi poco lontani. Que’ medesimi Longobardi che seguivan la legge di Cristo, erano per lo più ariani; e benchè lo stesso S. Gregorio confessi che per ammirabile provvidenza del cielo i lor sacerdoti ariani non molestavano i Cattolici (ib. ec. c. 29), egli è però verisimile che questa diversità di religione li rendesse ancor più crudeli contro de’ lor nemici. Io concederò, s’ei così vuole, al ch. Muratori, che i Francesi e i Greci non fosser punto migliori de’ Longobardi (Ann. d’Ital ad an. 584, 595); e certo de’ Greci lagnasi S. Gregorio, che la lor nequizia superasse le spade de’ Longobardi; sicchè sembravano più [p. 138 modifica]VUI. Guerra civili tra i Longobardi medesimi. 138 i.nmo pietosi i nemici che uccidevano i Romani, che i giudici della repubblica, i quali colla loro malvagità, colle frodi, colle rapine gli opprimevano (l. 5, ep. 42). Ma da ciò appunto sempre più si comprende quanto infelice allor fosse la condizion dell’Italia , contro di cui furiosamente avventandosi due diverse e nimiche nazioni, sembravano gareggiare tra loro a chi ne facesse più orribile strazio. Quindi a me pare che il sopraccitato dottissimo autore si lasciasse portar tropp’oltre dal suo amore pc’ L uigobar- f di, quando parlando delle calamità a cui allor soggiacque l’Italia, ma queste, scrisse (ad un. 58 {), son misere pensioni della guerra, che in tutti i secoli, anche fra i Cattolici, si son provate e si provano. Io penso che i sovrani e i generali d’armata che or vivono, e che son vissuti in questi ultimi tempi, si possano a ragione vantare di non avere nè incendiate le intere città, nè rimandati i miseri e pacifici cittadini tronchi nelle lor membra, nè ridottili a barbara schiavitudine, e colle catene al collo inviatili come cani al mercato. VIII. Alle guerre quasi continue fra i Longobardi e i Greci si aggiunsero assai spesso an- > cor le civili fra i Longobardi medesimi, che assai più delle altre sogliono essere comunemente crudeli e funeste. Gaidolfo o Gandolfa duca di Bergamo, Ulfari duca di Trivigi, e Zangrulfo duca di Verona si ribellarono contro Agilolfo, e venner con lui alle mani (Murat ad an. 591 , 600). Ma assai più frequenti furono tali guerre civili dopo la morte di Ariperto avvenuta l’anno 651. I due fratelli [p. 139 modifica]SECONDO 13l) .fjertarido e Godeberto vennero, come abbiam detto, a guerra tra loro, e Grimoaldo duca di Benevento se ne prevalse per usurparsi il trono tolto ad amendue. Alachi duca di Trento e poscia di Brescia ribellossi prima l’an 680 contro di Bertarido, poscia contro di Cuniberto l’anno 690. Più altre finalmente ne abbiamo accennate nel compendioso racconto che fatto abbiamo della storia de’ re longobardi. Quindi, se attentamente riflettasi alla storia medesima, egli è manifesto che l’Italia fu quasi sempre agitata ne’ tempi del loro impero da guerre interne che la dovetter condurre all’estrema desolazione. IX. L’indole ancora e i costumi de’ Longobardi concorser non poco a sbandire quasi interamente dall’Italia ogni letteratura. Uomini feroci, e nati, per così dire, e vissuti sempre fra l’armi, appena sapevano che vi avesse al mondo lettere e scienze. Il ch. Muratori afferma che a poco a poco s’andavan dis ruggìncndo i barbari Longobardi con prendere i costumi e i riti degl’Italiani (Ann. d Ilal. ad an. 618). Il che certamente è verisimile. Ma noi veggiamo ciò non ostante ai tempi ancora più tardi del loro regno pruove frequenti che molto essi ancor ritenevano dell1 antica ferocia. Da essi furono introdotte in Italia quelle barbare e superstiziose pruove dell’innocenza di alcuno, che diceansi giudizj di Dio, e un esempio singolarmente ne troviamo eh’ è forse il primo che s’incontri nelle nostre storie, cioè di un duello fatto a provare la fedeltà conjugale di Gundeberga moglie del re Arioaldo (id an. rida). IV. Feroci;« de7 Longobardi e loro totale ignorati»*. [p. 140 modifica]• 4° LIBRO Leggasi ciò che lo stesso Muratori racconta del barbaro trattamento che il re Grimoaldo fece agli infelici abitanti di Forlimpopoli (ad an. 667), delle crudeltà commesse dal re Ariberto per assicurarsi il trono (ad an. 704), della condotta tenuta dal re Liutprando co’ nobili Longobardi del Friuli, e col loro duca Pemmone (ad an. 737), e molti altri fatti particolari da lui narrati, i quali ci mostrano chiaramente che benchè essi deponessero in parte l’usata loro rozzezza, e benchè alcuni tra’ loro debbano a ragione aversi in conto di ottimi principi, non se ne svestiron per modo, che tratto tratto non ne dessero qualche segno. Ma checchessia di ciò, egli è certo che non abbiamo alcun monumento, non solo che da veruno tra’ re longobardi si coltivasser le lettere, ma che si accordasse loro da essi protezione ed onore. In tutte le loro leggi noi non troviamo la menoma menzione di studj di sorta alcuna. In tutta la storia, se se ne tragga qualche onore renduto da Cuniberto a un cotal gramarico Felice, di cui poscia ragioneremo, non veggiamo che alcun di essi pensasse a fomentare col regal favore gli studj. Forse, se i re longobardi avessero avuto a’ fianchi un Cassiodoro, o un Boezio, avrebbon anch’essi premute le belle tracce di Teodorico. Ma in mezzo a tante sventure troppo era difficile ad avvenire che sorgessero valorosi ristoratori della letteratura italiana. Lo stesso eruditiss. Muratori, difenditore per altro e discolpatore ingegnoso de’ Longobardi, confessa (ad an. 587) che fra gli altri malanni recati all Italia dalla [p. 141 modifica]SECONDO I^I petiuta de Longobardi non fu già il più picciolo quello d’essersi introdotta ima fiera ignoranza fra i popoli, e i essere andato in disuso lo studio delle lettere; perchè oltre all’aver que’ Barbari prezzate solamente Vanni, le genti italiane tra i rumori e guai delle continuate guerre altra voglia aveano, che di applicarsi agli studj, oltre alV essere loro ancora mancati buoni maestri. X. Le cose che dette abbiamo finora, e la condizione infelice in cui abbiam dimostrato che trovossi allora l’Italia, bastano a farci intendere facilmente a quale stato venissero a questo tempo le scienze e gli studj. Ma ci conviene esaminarlo più esattamente, e vedere a qual segno giugnesse allor l’ignoranza. Di scuole pubbliche e di pubblici professori di eloquenza, di filosofia, di legge e di altre scienze in Roma io non trovo in quest’epoca menzione alcuna. Anzi abbiamo poc’anzi udito il pontefice S. Gregorio fra le altre sciagure di quella infelice città annoverar questa ancora, che più non vi era chi da paesi stranieri venisse a Roma , come usavasi ne’ tempi addietro, singolarmente affine di coltivare le scienze. Uno o due esempj di stranieri venuti dalla Brettagna a Roma, che reca il P. Caraffa (de Gymn. Rom. vol. 1, p. 109), non bastano perchè ne formiamo un diverso giudizio; molto più che non parmi abbastanza provato che da desiderio di letteratura movessero cotali viaggi. E certo la descrizione che il medesimo S. Gregorio ci fa dello stato in cui Roma allora trovavasi, di leggeri ci persuade che gli studj vi fossero quasi interamente [p. 142 modifica]J 4 3 LIBRO abbandonati. Che se tale era lo stato di Roma, che direm noi delle altre città d’Italia, nelle quali gli studj non erano mai saliti in quella fama di cui godevano in Roma? Qualche scuola di gramatica solamente e qualche scuola ecclesiastica sembra che sussistesse in Roma e in alcune altre città, come in Pavia, ove vedremo che celebri si rendettero sotto i re longobardi Felice gramatico, Pietro da Pisa, e alcuni altri. E le scuole di Roma vengono rammentate da Anastasio Bibliotecario, ove parlando della venuta di Carlo Magno a Roma l’anno 774» dice che fra gli altri gli vennero incontro un miglio lungi dalla città i fanciulli che studiavan le lettere: et pueris, qui ad discendas litteras pergebant in Hadr. I, vol. 3 Script. rer. ital. p. 185). Anzi come racoglie il ch. Muratori da una carta di questo insigne e copioso archivio capitolare di Modena (Antich. ital. t 1, p. 487), sembra che fosse dovere f de1 parrochi ancor rurali d’istruire e tenere J scuola a’ fanciulli, poichè Gisone vescovo di questa città concedendo a Vittore arciprete verso il fine dell’ vm secolo la pieve di S. Pietro in Siculo, gli ingiugne di essere diligente in clericis congregandis, in schola habenda, et pueris educandis. Ma tutte queste scuole altro non erano probabilmente che de’ primi elementi, e sallo il cielo, se questi ancor s’insegnavano a dovere. Certo le opere e le carte scritte di questi tempi sono comunemente in uno stile sì barbaro, che basta a farci conoscere la non curanza in che aveansi i buoni studi. [p. 143 modifica]SECONDO l43 XF. Per ciò che appartiene alle scuole ecclesiastiche, dalle soprallegate parole di Gisone vescovo di Modena raccogliesi chiaramente ch’erano esse frequenti, e non solo nella città, ma nella campagna ancora. In fatti il pontefice S. Gregorio tra le cose che ricerca in un chierico, annovera ancora le lettere (l. 1, ep. 25). Vero è nondimeno, come già abbiamo osservato , che sotto un tal nome intendevasi il saper leggere, che a questi tempi dovea forse sembrar cosa di non piccola lode. Ma ne’ sacerdoti e ne’ vescovi richiedevasi ancor qualche scienza della Sacra Scrittura e dei Sacri Canoni, come eruditamente dimostra l’erudito P. Thomassin (Eccl. Discipl. pars 2, l. 1, c. 89). In fatti noi vedremo nel capo seguente che molti vi ebbe in Italia monaci, sacerdoti e vescovi di questi tempi nelle sacre scienze versati; e parlando singolarmente di S. Gregorio, vedremo che molti uomini dotti soleva egli aver di continuo al fianco, e trattenersi con loro. E quindi egli è probabile che scuole ancora vi fossero, in cui le scienze sacre s’insegnassero da coloro che aveano in esse fatto studio più diligente ed assiduo. Ma queste ancora doveano essere scuole tali in cui altro pensiero 110:1 si avesse comunemente che di tramandare incorrotto il deposito della fede, di difenderla contro gli assalti che sostenea dagli Eretici, di animare con pie esortazioni i Fedeli a una vita degna della lor religione; ma tuttociò che apparteneva a ornamento di stile, a forza di eloquenza, a esattezza di critica, a corredo di erudizione, o interamente si trascurasse, 0 si toccasse assai di leggieri. Si. Era alquanto migliore lo stato delle scuole ecclesiastiche. [p. 144 modifica]I44 LIBRO XII. A questa ignoranza molto ancor dovette t concorrere la scarsezza che allor si aveva de’ . libri. Le guerre e le diverse calamità da cui le guerre sogliono essere accompagnate, dovettero esser fatali alle private e alle pubbliche biblioteche. Molte di esse rimasero probabilmente preda del fuoco; molte perirono fra le ruine delle città e delle case; e gli uomini oppressi da ogni parte da infinite sciagure a tutt’altro dovean pensare che a copiar libri. Quindi perdendosi gli antichi, e non aggiugnendosene di nuovi, il loro numero dovea farsi sempre minore. I monaci stessi che, come abbiamo altrove osservato, assai frequentemente si esercitavano nel far copie de’ libri, furono spesso involti nel turbine delle guerre, e alcuni monasteri furon da’ Barbari rovinati interamente; fra’ quali è celebre quello di Monte Casino pel guasto orribile che ne fecero i Longobardi. Aggiungasi finalmente che molti ancor di que’ libri ch’erano stati sottratti al furor della guerra , furono dagli stranieri portati a’ lor paesi, e in,tal maniera cominciò allora ad accadere ciò che poscia vedremo nel corso di questa Storia rinnovarsi più volte, cioè che gli stranieri si arricchissero delle spoglie tolte all’Italia, e che poscia superbi delle usurpate ricchezze ardissero ancor d’insultarla nella povertà a cui essi l’avean condotta. Così troviamo presso il Mabillon (Ann. Bened. t. 1, l. 17, n. 72), che Benedetto abate del monastero di W u milili in Inghilterra morendo l’anno 689 raccomandò a’ suoi monaci che avessero grande cura della copiosissima e sceltissima biblioteca che seco [p. 145 modifica]SECONDO V I /J5 avea portata da Roma, talchè i libri nè s’imbrattassero per negligenza, nè si dissipassero. Alcuni tra le cagioni dello smarrimento de’ libri annoverano ancora il soverchio e incauto -zelo, coni’ essi dicono, del pontefice S. Gregorio, da cui pretendono che un gran numero di essi fosse dato alle fiamme; ma noi ci riserbiamo a parlarne nel capo seguente, ove esamineremo tutto ciò che appartiene a questo santo pontefice. XIII- Non è dunque a stupire se grande scarsezza di libri si avesse in Roma e in tutta l’Italia. Egli è vero che i papi aveano cominciato a raccoglier libri ad uso della lor chiesa, imitando, e forse ancor dando l’esempio ad altre chiese, delle quali pure abbiamo altrove veduto che avean la loro biblioteca; e già abbiamo altrove osservato che Ilaro papa negli ultimi anni dell’impero occidentale due biblioteche avea poste nella basilica lateranense. A’ tempi di S. Gregorio ancora eravi la biblioteca della chiesa romana, benchè, come sembra, assai sfornita di libri. Eterio vescovo nelle Gallie aveagli richiesta una copia delle Opere e della Vita di S. Ireneo. Ma il santo pontefice gli risponde (l. 9, ep. 1) che comunque egli avesse usata gran diligenza, non eragli venuto fatto di ritrovarle. Parimenti Eulogio d’Alessandria aveagli scritto, perchè gl’inviasse una copia degli Atti de’ Martiri raccolti da Eusebio di Cesarea. A cui il santo risponde (l. 8, ep. 29) di’ ei non sapeva che da Eusebio si fosse fatta tale raccolta; e che, trattone ciò che delle geste de’ Martiri avea quegli scritto in altre sue Tira boschi, Voi. III. io [p. 146 modifica]l4() LIBRO Opere , nuli* altro vi avea nell’archivio della chiesa romana e nelle biblioteche di Roma, se non qualche piccola cosa raccolta in un sol volume. Dal qual passo noi raccogliamo che col nome di archivio chiamavasi allora la biblioteca della chiesa} e che oltre essa altre biblioteche ancora erano in Roma, benchè non possiamo accertare quali esse fossero. Della biblioteca della chiesa romana trovasi pur menzione due volte all’anno 649 Presso il cardinale Baronio, ma in tal maniera che ciò che in un luogo si dice, difficilmente si può conciliare con ciò che si dice nell’altro. Reca egli primieramente una lettera del pontefice S. Martino I, scritta a S. Amando vescovo di Tungres, nella quale si fa menzione di essa, ma insiem ci si mostra ch’ella era allora assai mal provveduta (Ann. eccl. ad h. an.). Alcuni libri gli avea chiesti quel santo vescovo; ma il papa gli scrive che la biblioteca erane allora quasi sfornita , nè gli era stato possibile il trovarne copia per inviarglieli. Poscia sotto l’anno medesimo ei produce un’antica e, quanto allo stile, del tutto barbara relazione del modo con cui eransi scoperti alcuni libri de’ Morali di S. Gregorio, che da Chindasvindo re delle Spagne allo stesso papa S. Martino erano stati richiesti. Si narra in essa che il papa scusavasi dall’inviarglieli, dicendo che per la gran copia de’ libri non era possibile il ritrovarli; ma che Iddio con meravigliosa maniera gli scoprì ove essi fosser riposti. Abbiamo dunque nel medesimo anno una lettera di S. Martino , in cui afferma che assai pochi erano i libri della [p. 147 modifica]SECONDO i/j, biblioteca romana, e una relazione in cui si dice che il papa medesimo assicurava eli’essi cran mollissimi. Se questi due testimonj non possono conciliarsi insieme, io penso che ognuno crederà anzi alla lettera dello stesso santo pontefice, della cui sincerità niuno ha mai dubitato, che ad una relazione di cui non si sa nè l’autore nè il tempo. Assai più scarso ancora dovea essere in Roma il numero de’ libri nel secolo susseguente. Abbiamo una lettera di Paolo I al re Pipino scritta l’anno 757 (Cenni Cod. Carolin, vol. 1, p. 148), in cui gli dà avviso che gli manda quanti libri ha potuto raccogliere: Direximus etiam Excellentiae vestrae. etc. libros, quantos reperire potuimus. Chi non crederebbe di veder qui un ampio catalogo di libri che fossero un dono degno di un papa che inviavalo, e di un re di Francia a cui si mandava? E nondimeno ecco qual era sì gran tesoro: Antiphonale et Responsale, insimul gramaticam Aristotelis (libro non più veduto, ma forse invece di Gramaticam dee leggersi Logicam, o Dialecticam) Dionysii Areopagitae libros, Geometriam, Orthographiam, gramaticam, omnes graeco eloquio Scriptores. A tanto solo potè estendersi la pontificia munificenza. Comunque sia , ne’ passi soprallegati abbiamo un monumento sicuro di pontificia biblioteca in questi tempi. Anzi troviamo ancora verso il fine del vi secolo nominata la carica di bibliotecario della chiesa romana; perciocché nella diligentissima serie di que’ che f ottennero, formata dagli eruditi prelati Stefano Evodio e Giuseppe Assemani, veggiam nominati [p. 148 modifica]l,\S ur.no con questo titolo, secondo il testimonio (di antiche autentiche carte, Lorenzo prete cardinale l’anno 581, Giovanni Levita l’anno 595 (ch’è forse lo stesso che Giovanni vescovo d’Albano, il quale si nomina all’anno 596), Pietro romano diacono cardinale, e Amando vescovo! (praef. ad Cat Bibl. vatic. c. 4). Inoltre Anastasio Bibliotecario nella Vita di Gregorio II il quale salì al pontifcato l’anno 715 e il tenne fino al 731, dice che a’ tempi di papa Sergio, cioè dall’anno 687 fino al 701 fu a lui affidata la cura della biblioteca: Sub Sergio papa... bibliothecae illi est cura commissa (Script. rer. ital. t. 3, pars 1, p. 154)- Finalmente nella sopraccitata serie veggiam onorati col medesimo titolo Giovanni l’anno 698, e Benedetto vescovo di Salva Candida l’anno 742. A me sembra probabile che questa biblioteca fosse allora contigua alla basilica vaticana, ove forse se n’era fatto il trasporto dalla lateranense, in cui il pontefice Ilaro l’avea riposta; perciocchè lo stesso Anastasio racconta che il pontefice Zaccheria, che tenne il soglio pontificale dall’an 741 fino al 752 3 fece nella suddetta basilica trasportare e disporre tutti i codici appartenenti a’ Divini Ufficj ch’egli avea nella paterna sua casa. Hic in Ecclesia praedicti principis /ipo* stolorum omnes codices domus suae proprios, qui in circulo anni leguntur ad matutinos, in armarii opere ordinavit (ib. p. 136). E parmi perciò verisimile che questa basilica fosse da lui prescelta, perchè ivi già fosser raccolti anche gli altri libri che formavano la biblioteca della chiesa romana. Di questa biblioteca fa puy [p. 149 modifica]SECONDO l4q menzione Anastasio nella Vita di Adriano I, dicendo ch’egli comandò che gli Atti del secondo Concilio Niceno fossero dall’original greco traslatati in latino, e riposti nella sacra biblioteca (ib. p■ 194)- Altre donazioni di libri sacri veggiam fatte ancora ad altre chiese, come da Gregorio cardinale del titolo di S. Clemente, che a’ tempi dello stesso pontefice Zaccheria donò alla sua chiesa alcuni libri della Sacra Scrittura, di che si fa menzione in una lapida antica pubblicata dal Muratori (Antiq. Ital. t. 3, diss 43; p 839), ed altre a tempi più tardi, di cui nelle seguenti epoche avremo a parlare. XIV. Tutte queste biblioteche però dovean essere proporzionate alle circostanze de’ tempi, cioè assai mal fornite di libri; e il sol vedere una lapida innalzata, come a splendido benefattore, ad uno che altro finalmente non avea donato che qualche codice della Sacra Scrittura, ci dà a vedere qual fosse allor la penuria de’ buoni libri. La quale scarsezza congiunta alla mancanza delle pubbliche scuole, ed alle altre calamità delle quali abbiam ragionato , condusse l’Italia a quella funesta ignoranza in cui ella si giacque per lunghissimo tempo. Qual ella fosse, si vedrà troppo chiaramente da ciò che dovrem dire ne’ capi seguenti. Io chiuderò questo capo colf accennare «lue lettere scritte l’anno 680 all’imperadori greci Costantino, Eraclio e Tiberio, una dal pontefice Agatone, l’altra dal Concilio romano in occasione del sesto generale Concilio che in quell’anno medesimo fu celebrato. Nella prima il pontefice scrive agli imperadori , eh egli [p. 150 modifica]l5o LlBltO mandava al Concilio i suoi Legati, uomini di probità e di zelo, e che alla mediocrità della loro scienza supplivano col conservare intatta e pura la tradizion de’ maggiori: perciocchè, dice"egli, come mai è possibile che. presso uomini circondati da ogni parte da’ Barbari, e che sono costretti a procacciarsi ogni giorno stentatamente il vitto, si trovi una perfetta cognizione della Sacra Scrittura , se non serbatisi f edelmente le tradizioni de’ Padri, e le dottrine tramandateci dai nostri apostolici predecessori e da’ generali Concilj? Più patetica ancora è la descrizione che dell’infelice stato dell’Italia fanno nella lor lettera i Padri del Concilio romano: Se vogliamo, dicono essi, aver riguardo alla profana eloquenza, noi crediamo che niuno a’ nostri tempi si possa vantare di essere in essa eccellente. Perciocché il furore di più barbare nazioni agita e sconvolge di continuo queste provincie, or combattendole, or correndole e saccheggiandole. Quindi noi circondati da’ Barbari meniamo una vita piena di sollecitudine e di stento, e colla fatica delle nostre mani dobbiamo procacciarci il vitto, perciocchè i beni, co’ quali si sosteneva la Chiesa, per le molte calamità sono a poco a poco periti: la nostra fede è al presente tutta la nostra sostanza, con cui ci è somma gloria il vivere, e per cui ci è eterno guadagno il morire. Amendue queste lettere si posson vedere presso il cardinale Baronio (Ann. eccl. ad an. 680); e esse ci confermano sempre più ciò che sopra abbiamo affermato della misera condizione in cui trovavasi di questi giorni l’Italia, e del gravissimo danno che ne soffriron le lettere.