Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo IV/Libro II/Capo III

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Capo III – Medicina

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Capo III.

Medicina.

I. Quell1 impegno medesimo e quella sollecitudine con cui alcuni de’ sovrani che ebhe a questi tempi l1 Italia, si accinsero a combattere e a discacciar l’ignoranza chela ingombrava miseramente, fu da essi rivolto non meno a far rifiorire la medicina. Benchè la scuola salernitana fosse in quest’arte salita a gran nome, non eransi però ancora nè conosciuti, nè sradicati gli errori che l’ignoranza e i pregiudizi de’ secoli barbari aveano in questa scienza, come in tutte le altre, introdotti. Era necessario adunque che i principi da una parte con leggi e con provvedimenti opportuni ne togliesser gli abusi, e ne fomentasser lo studio, e dall’altra che alcuni di quelli che nella medicina avean fatti più felici progressi, prendessero ad istruire gli [p. 310 modifica]3 IO LIBRO altri, col tenerne pubblica scuola, e col dare alla luce opere in tale argomento pregevoli e vantaggiose. Dell’una e dell’altra cosa si videro lieti principii in Italia nel tempo di cui parliamo, nel quale la medicina fu condotta a quella qualunque siasi perfezione cui le calamità de’ tempi e la mancanza de’ necessarii mezzi potea permettere. Dobbiam qui ragionare di scrittori e di opere su cui niuno ora si degna di volgere un guardo, e che si giacciono per lo più abbandonate nelle polverose biblioteche. Nè col lodarne gli autori io intendo di persuaderne ad alcuno la molesta e forse inutil lettura. Qualunque però sia il valore di cotai libri, noi dobbiam rimirarli come le prime sorgenti di quegli ampii e copiosi fiumi che si son poi venuti formando, e non poco dobbiamo esser tenuti a coloro che furono i primi a sboscare un terreno nel quale noi passeggiamo al presente sicuri e lieti. II. Gli antichi imperadori romani aveano con leggi utilissime provveduto, come si è da noi mostrato a suo luogo, perchè la medicina non fosse esercitata se non da chi avesse dati in essa bastevoli saggi del suo valore. La barbarie de’ tempi che sopravvennero dopo, avea fatti dimenticare questi utilissimi provvedimenti; ed è verisimile che si tornasse all’antico abuso di cui doleasi Plinio; cioè che a chiunque affermasse di esser medico, si credesse senz’altro. Federigo II, il quale fu avvolto in guerre e turbolenze sì grandi che non parea possibile che potesse pensare agli studi, e che nondimeno pensò agli studi in modo come se non avesse [p. 311 modifica]SECONDO 31I nè turbolenze nè guerre alcune da sostenere; Federigo II, dico, fu il primo a rinnovar cotai leggi nel suo regno di Sicilia. Veggonsi anche al presente nelle Costituzioni da lui pubblicate quelle con cui comanda (Giannone Stor. di Nap. l. 16, c. 3; Lindbebrog. Cod. Legum antiquar. p. 808) che niuno sia ammesso allo studio della medicina, se prima non abbia per tre anni appresa la logica; e che a niuno sia lecito di tenere scuola, o di esercitar l’arte della medicina, o della chirurgia, se prima non sia stato esaminato da’ medici di Salerno, ov ver di Napoli; e che, quando da essi fosse stato approvato, debba prima d1 intraprenderne l’esercizio presentarsi al re stesso, o a’ regii ufficiali, e ottenerne lettere patenti che gliel permettano. La qual legge ci mostra che non ostante l1 università eretta in Napoli da Federigo, ove perciò dovean essere ancora professori di medicina, ei nondimeno volle che la scuola de’ medici di Salerno per la celebrità del suo nome ancor sussistesse; il cl’.e pur fece Manfredi, allor quando l’università di Napoli, che era venuta meno, fu da lui richiamata all’antico splendore, come a suo luogo si è detto. Che il riferito comando di Federigo fosse condotto ad effetto, ne abbiam la pruova in una delle lettere da Pier delle Vigne scrii te in nome del suo sovrano (l. 6, r. 34), che è appunto una patente data ad un medico a cui Federigo concede la facoltà di esercitare la medicina, poichè avea dato buon saggio di se medesimo nell’esame al quale erasi sottoposto. Carlo I come imitò gli esempi di Federigo nell’onorare di sua protezione [p. 312 modifica]3 I 2 LIBRO l’università di Napoli, così pure promosse singolarmente lo studio di medicina, di che il Giannone, citando l’autorità del Summonte, reca in pruova (Stor, di Nap. l. 20, c. 1, parag 2) il chiamarvi ch’ei fece professore di medicina coll’annuo stipendio di 12 once d’oro, Filippo da Castelcielo medico allor famoso, di cui però non ci è rimasta, ch’io sappia, memoria alcuna. III. Ma, come si è accennato, più celebre assai per medici e professori dottissimi era la scuola antichissima di Salerno. Egidio da Corbeil, il cui poema intitolato de Virtutibus et laudibus compositorum medicaminum è stato dato alla luce da Policarpo Leisero (Hist. Poet med. aevi, p. 502, ec.), e che fu da lui scritto o alla fine del secolo XII , o al cominciar del seguente, ne fa magnifici elogi, dicendo: Hunc celebri ritu medicandi provida morem Excolit, et digne veneratur terra Salerni, Urbs Phoebo sacrata, Minervae sedula nutrix, Fons Physicae, pugil eucrasiae, cultrix medicinae L. 3 , v. 467 , ec. Quindi dopo aver descritta la situazione di Salerno, e l’arte e l’industria con cui vi si curavano le malattie, prosiegue: O si tantum annis , quantum virtute vigeret Bellandi, quantum medicandi praeminet arte , Non ea Teutonici posset trepidare furoris Barbariem , non haec gladios nec bella timeret. v. 508, ec. Nel qual passo a intenderne il senso, convien, s’io non erro, leggere il primo verso così: O si tantum armis, tantum virtute vigeret, ec. [p. 313 modifica]SECONDO 3 13 Colle quali parole ci sembra accennare T arrendersi che Salerno fece all1 imperador Arrigo V l’anno 1191 (Murat. Ann. di tal. ad h. an.) nella guerra da lui mossa a Tancredi. Altrove ancora così ragiona di questa illustre città: Cujus forma nitet late diffusa per orbem , Quam medicinalis ratio , quam physicus ordo Incolit atque regit, quam nostrae providus artis Cultus odoriferis specierum imbalsamat ortis. L. 4. v. 696, ec. Nè solo egli generalmente esalta quella scuola di medicina, ma nomina ancora con grandi elogi al principio del suo poema que’ professori i quali o allor vi fiorivano, o vi erano poco innanzi fioriti. La maggior parte di essi sono stati sinora, ch’io sappia, totalmente dimenticati , e parmi perciò conveniente ch’io qui ne rinnovi la ricordanza. IV. Il primo, di cui egli ragiona, è Pietro Musandino: Musandinus apex, quo tamquam Sole nitenti Et nitet et nituit illustris fama Salerni. L. 1, v. 91, ec. Questi era allora già morto, e perciò Egidio soggiunge che lo spirito e il sapere di lui era passato in Mauro, il quale compensava la perdita fatta di Pietro: Cujus si fuerit resolutum funere corpus, Spiritus occultat, et magni pectora Mauri Tota replet. Maurus redimit, damnumque re pendìi Prima quod in Petro passa est et perdidit aetas. Di questi due medici non ha fatta menzione alcuna il Fabricio nè nella Biblioteca latina de’ secoli bassi, nè nel copiosissimo suo Indice de’ IV. Ftofmsori di esa relè* l»ri: Pietri» l’Io-andHit» j e Mauro. [p. 314 modifica]31 4 LIBRO medici antichi (Bibl. gr. t. 13). Essi nondimeno furono non sol professori, ma scrittori ancora di medicina; e alcuni loro trattati tuttor si conservano, ma sol manoscritti. Così di Pier Musandino troviam registrato nel catalogo de’ MSS. della Biblioteca del re di Francia: Summula de preparatione ciborum et potuum infirmorum secundum Musandinum (t. 4. p- 297, cod. 6954); clic è forse lo stesso che con altro titolo si ritrova ne’ manoscritti delle Biblioteche d’Inghilterra e d1 Irlanda: De diaetis infirmorum secundum Magistrum Petrum de Musanda (Cat. Codd. MSS. Angl. et Hib. t. 1, p. 128, cod. 2.462). Più trattati ancora troviam registrati di Mauro nel Catalogo della Biblioteca del re di Francia: Magistri Mauri tractatus de urinis (l. cit p. 298, cod. 6963, 6964)) e in que’ d’Inghilterra e d’Irlanda: Liber Phlebotomiae secundum Magistrum Mau rum (t 2 inter Codd. Colle gii Novi, cod. 1135); e inoltre: Maurus Salernitanus de urina et febribus (ib. inter Codd. Franc. Bernardi, cod. 3054)• Egidio era stato scolaro di Musandino, e prosiegue perciò dolendosi di non potergli inviare i suoi versi, che da lui sarebbono certamente graditi assai: O utinam Musandinus nunc viveret auctor! Ille meos versus digno celebraret honore , Et quod in irriguis illius creverat hortis Ipse meum sentiret olus, gustuque probaret, Ex proprio sale doctrinae traxis e saporein. Ver. 100 , ec. Ma poichè egli era morto, si volge a Mauro di lui successore, e il prega a sostenerne le veci; [p. 315 modifica]SECONDO 3I5 e sembra accennare di aver avuto lui pure a maestro Suppleat, et Petri Maurus mihi damna reformet; Pastor ovem membrunque caput, famulumque patronus, Doctor discipulum, noscat sua mater alumnuni. Vr. Passa quindi a parlare di quel Matteo Plateario, di cui abbiam ragionato nel terzo tomo, e di lui pure si duole che più non viva; poichè goderebbe in veder esposti poeticamente i rimedii ch’egli già in prosa avea descritti: Vellem quod Medicae doctor Platearius artis Munere divino vitales carperet auras: Gauderet metricis pedibus sua scripta ligari , Et numeris parere meis. v. 110, ec. Di mezzo a questi medici ei nomina un eloquente causidico, cioè Ursone o Orso salernitano esso pure, di cui dice che goderebbe non poco, se riveder potesse il suo concittadin Plateario: Urso suum te concivem gaudebis (leg. gauderet) adesse Strenuus ambiguos causarum solverc uodos. AVr. i a i, ec. Dopo aver dette altre cose in lode di Orso, passa a un certo Giovanni eli’ egli avea conosciuto in Salerno fanciullo e scolaro di Musandino, e di cui ora standosi in Parigi udiva farsi grandissimi elogi: Mente bona mea Castalius decreta Joannes Suscipiat, qnim , do ai puerile* volveret annos, Myrtum humilem Musandino sub praeside vidi. Audio nunc ipsum summis contendere lauris, Et sua nobilibus aequasse cacumina cedris Ver. i?.C>, ec. V. Aliri prr»friMiri ivi rinomali. (’Iti fosse questo Giovanni, se il nome aggiuntogli di Castalius sia cognome, o soprannome, [p. 316 modifica]316 LIBRO ovver 6e spieghi Apollineo, e in tal caso, se debba intendersi di seguace d’Apolline per riguardo alla poesia, di cui è il Dio, o per riguardo alla medicina, a cui pure per voler de’ poeti presiede, nol possiamo in alcun modo determinare per mancanza di documenti. Finalmente tra’ medici salernitani nomina Romoaldo, a cui dà il nome di presidente della medicina, e dopo avere scherzato sul coprirsi che egli facea anche di mezza state il capo con un cappello a tre doppii, dice eh’egli prima era stato un famoso giureconsulto, ma allora esercitava in Roma la medicina, ed era, per quanto sembra, medico del papa. Hos Physicae Antistes, quos Aegidiana libellos Sanctio produxit, digno Romoaldus ho noi e Corisecret, et celebret!, qui ne penetrabilis aurae Solvatur radiis, populo mirante, per aestum Obnubit caput, et triplici domat astra galero i In Physica celebrem , quem Justiniana favore Divitis eloquii prudentia tempore longo Detinuit; sed eum Romanae Curia sedis Nunc colit auctorem physicae vitaeque parentem. v. 131 , ec. Anche di questo Romoaldo, che certamente non può esser veruno de’ due arcivescovi di Salerno di questo nome, siamo totalmente all’oscuro chi egli fosse (a). Io però ho creduto che convenisse serbar memoria di questi medici italiani che a quel tempo godeano di tanta fama, anche (a) Di questo Romoaldo veggasi la bell’opera degli Archiatri pontificii del ch. ab. Gaetano Marini, il quale ancor fa menzione di un opuscolo a lui attribuito (t. 1 , p. 9, io). [p. 317 modifica]SECONDO 3I7 per non tacere una nuova gloria della scuola salernitana, cioè che lo stesso Egidio di Corbeil medico di Filippo Augusto.re di Francia avea ivi appresa la medicina. Ei per ultimo si rivolge a due medici di Montpellier, che non appartengono a questa Storia, e de’ quali perciò io lascio di ragionare. Aggiungo soltanto che ne’ codici mss. della Biblioteca dei re di Francia troviamo anche un’opera di un Calabrese, detto Giordano Ruffo, sulle Malattie de’ Cavalli., scritta a’ tempi di Federigo II. Liber de cura equorum, compositus a Jordano Ruffo milite Calabrensi, et familiari Friderici II. Imperatoris (t. 4, p 309, cod. 7o58) (*). VI. Nè fu solo il regno di Napoli in cui si vedesse risorgere in qualche modo la medicina. Cominciamo in questo secol medesimo a trovar menzione de’ collegi de’ medici in alcune città stabiliti, de’ quali doveva esser pensiero l’avvivare e il regolare, come meglio fosse possibile-, gli studi propri della lor arte. Nella (*) Dell’opera di Giordano Ruffo trovansi copie in altre librerie , e tra esse nella Nani in ’ Venezia, ove ancora si conserva un trattato sulla Natura e su’ rimedii degli Uccelli tradotto dal persiano in latino; e il signor D. Jacopo Morelli afferma di aver veduta nella pubblica libreria di Padova una traduzione francese di questo libro, e di un’altra opera di somigliante argomento fatta da un certo Daniello cremonese ad istanza di Enzo figlio dell’imperador Federico II (Codd. MSS. Bibl. Nan. p. 71; Codici ital, p. 66-). « L’opera di Giordano Ruffo vedesi anche tradotta in italiano da Gabriel Bruno de’ Frati Minori ad istanza di Lazzaro ili Bartolominco Mazarcllo da Modena, e stampata in Venezia nel 1492 per Mai tiro Piero Bergamasco ». V!. Collegi de* medici istituiti in alcuno città. [p. 318 modifica]3l8 LIBRO descrizion dello stato in.cui eia la città di Milano l’anno 1188, di cui abbiamo parlato altrove, dicesi che i medici giugneano al numero di 200 (Script. rer. ital. vol. 11, p. 712). E benchè non vi si faccia espressa menzion di collegio, appena sembra possibile che non si fosse pensato a unire insieme un corpo sì numeroso. Più certi monumenti abbiamo del collegio de’ medici che era in Ferrara; perciocchè negli antichi Statuti di quella città, altre volte da noi rammentati, esso è nominato (V. Borset. de Gj mn. Fcrr. p. 11), e vi si accenna ancora l’approvazione ch’esso dava a coloro che esercitar voleano la medicina. Ivi inoltre si spiegano i privilegi e l’esenzioni di cui godeano i medici; e lor si comanda che abbian ciascuno un cavallo di cui valersi nel visitare gl’infermi, e che dovendo un tal numero di truppe o del comun di Ferrara, o del marchese d’Este andare in campagna, due di essi le debbano accompagnare. In Brescia ancora è verisimile che fosse un tal collegio; perciocchè veggiamo che il vescovo e signore di quella città Bernardo de’ Maggi confermò ampiamente a’ medici que’ privilegi d’immunità che dagl’imperadori e dal popolo erano stati lor conceduti (Jac. Malvcc. CI ir on. Brijcicns. c. 125, Script. Ber. iud. voL ¡4, p- 1)62). I11 Firenze per ultimo, come racconta Giacchetto Malespini continuator della Storia di Ricordano suo zio, l’anno 1282 alle arti maggiori si aggiunse l’Arte de’ Medici e Speziali (Stor. fiorent, c. 2 > \). Nella università di Padova non pare che questa scienza fosse ancora in gran pregio; aluieu 11011 [p. 319 modifica]troviamo memoria d’alcun celebre professore distinto da’ professori filosofi, che ivi ne tenesse scuola, fino verso il principio del secol seguente, nel qual tempo vi fu chiamato il celebre Pietro d’Abano, di cui a suo luogo ragioneremo. Anzi dalla maniera con cui ne parlano il Papadopoli e il Facciolati, sembra che non vi fosse ancora collegio di medici (Papadop. Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 33, ec.; Facciol. Fasti Gymn. patav. pars, 1, p. i \), ma che solo alcuni, quasi di autorità loro privata, vi tenessero scuola. VII. Non così in Bologna. Ivi veggiamo che sin da’ tempi di Onorio III dovea essere in fiore la scuola di medicina; perciocchè questo pontefice avendo udito che non ostante il divieto fattone da Alessandro III nel Concilio di Tours alcuni religiosi proseguivano ad uscire da’ chiostri per recarsi nelle pubbliche scuole allo studio della medicina, non meno che delle leggi, rinnovò lo stesso divieto con una sua decretale (l. 3 Decret. tit. 50 ne Clerici c. 10 super Specula), e ordinò che chi in avvenire lo trasgredisse , si dichiarasse incorso nella scomunica (a). La qual decretale afferma il P. Sarti (De • (a) Prima ancora di Onorio III, avea Innocenzo III vietato agli ecclesiastici l’esercizio della chirurgia, che portasse seco abbruciamento, o incisione di membra. • Quindi Bonifacio VIII, di cui l’Haller si duole che vietasse agli ecclesiastici tutti la chirurgia, tanto fu lungi dal farlo ,che anzi dichiarò che la legge di Onorio III non doveasi stendere che a’ soli monaci. Veggasi su ciò la bella opera del sig. ab. Gaetano Marini (Degli Archiatri pontificii, t. 1 , p. 5, ec.). [p. 320 modifica]3ao i.inHO Prof. Bonon. t \,p. 433), e io penso che non lo affermi senza probabile fondamento, che fu da lui indirizzata al vescovo di Bologna, perchè in questa città singolarmente dovea ciò avvenire. E certo molti medici veggiam nominati ne’ monumenti di quella città presso il medesimo autore, non solo nel secolo XIII, ma anche nel precedente; e veggiamo ancora acuni tra’ medici cominciare a prendere l’onorevol titolo di maestri , tra’ quali il primo fu Jacopo da Bertinoro, il quale poscia l’anno 1199 entrò tra’ Canonici regolari di S. Giovanni in Monte (ib. p. 441)■ Ma perchè non vi era quasi medico alcuno cbe non si arrogasse il titolo di maestro, dopo la metà del XIII secolo si prese a conferire la laurea, e ad onorar col titolo di dottori quei che in quest’arte erano meglio istruiti (ib. p. 434). Quindi una certa lodevole emulazione si accese tra’ medici e tra i legisti, e i primi presero ad imitare i secondi nel far le chiose alle opere de’ medici antichi, e nell’illustrarle con dichiarazioni e comenti; anzi preteser questi in certa maniera di fare un corpo separato dal rimanente della università, e non dipendente da alcuno (ib.). Ma come per lungo tempo i professori di legge non avean avuto determinato stipendio, così avvenne ancora, e per tempo assai più lungo, de’ professori di medicina, poichè il primo che fosse scelto a leggere medicina collo stipendio assegnato dal* pubblico, fu Giovanni • da Parma l’anno 1308 (ib. p. 435). Assai prima però veggiamo assegnato stipendio a quelli che non insegnavano nelle scuole, ma esercitavano a pio degli infermi la medicina; poiché Ugo [p. 321 modifica]secondo 3ai ila Lucca, di cui parleremo tra poco, 1* anno i a 14 fu dalla comunità di Bologna chiamato a suo medico e chirurgo, e furongli perciò donate 600 lire bolognesi (ib. p. 444)- E in somigliante maniera in una carta di Reggio dell’anno 1271, data alle luce dal co. Achille Taccoli (Mem, stor. di Reggio t. 2, p. 269), veggiamo che un medico bergamasco, detto Magister Pergamus Medicus de Pergamo fu da quel comune condotto col donativo di 100 lire reggiane, le quali da lui doveansi impiegare nel comperare una casa in Reggio per fare ivi stabil dimora. Quanto fosse grande in Bologna il numero di coloro che esercitavano la medicina, raccogliesi dal vedere i diversi titoli con cui essi si appellavano, secondo le diverse parti di questa scienza a cui si applicavano. Altri ne’ monumenti di questo secolo si chiaman medici fisici , altri medici chirurghi, altri medici delle ferite, altri medici barbieri, altri medici degli occhi, ed altri altrimenti (Sarti ib. p. 434, 436). Allo studio della medicina eran congiunti quegli altri che ad essa troppo son ncessarii, cioè dell’anatomia, della chimica e della botanica. Dell’anatomia e della chimica ne vedremo le pruove nel decorso di questo capo. Per ciò che appartiene alla botanica, il P. Sarti arreca più documenti (ib. p. 437,438), dai quali sembra raccogliersi che alcuni fin da que’ tempi in essa si esercitassero, e ne facessero professione. Così non vi avessero molti congiunta ancora l1 astrologia. Ma questo era il pregiudizio di quella età, in cui credevasi comunemente che non potesse esser medico valoroso, chi non fosse eccellente Tiiuboschi, Voi IV. 21 [p. 322 modifica]322 LIBRO astrologo. Ciò però avvenne singolarmente, dacchè Cecco d1 Ascoli e Pietro d’Abano ebbero a questa frivola scienza conciliato gran nome, cioè al principio del secolo susseguente. Così descritto in breve lo stato in cui era la medicina di questi tempi, passiamo a ragionare di quelli che in essa si renderon più illustri; e cominciam da coloro che fiorirono in Bologna, seguendo le traccie del diligentissimo P. Sarti. VIIJ. Molti egli ne annovera , che vissero o al fine del XII secolo, o nel XIII (ib. p. 439, ec.); ma io lasciando in disparte quelli de’ quali null’altro quasi sappiamo se non che furono medici, mi restringerò a parlare d’alcuni pochi che ottennero maggior nome. Il primo a cui dal comun di Bologna fosse assegnato stipendio, fu, come abbiam detto, Ugo da Lucca, che era, come pruova il P. Sarti (ib. p. 444)? della famiglia de’ Borgognoni. Lo stesso autore ha pubblicato lo stromento perciò rogato l’anno 1214 (pars 2, p. 146), in cui contengonsi i patti co’ quali Ugo si obbliga a servire la detta comunità, da cui dovea in ricompensa ricevere un capitale di 600 lire bolognesi. Fra essi è degno d’osservazione quello che riguarda le malattie di que’ del contado; perciocchè nelle altre malattie ordinarie ei dovea servirli senza esigere ricompensi; ma in occasione di grave ferita, o di osso rotto, o slogato, trattine i poveri, a’ quali dovea prestare gratuitamente l’opera sua, da que’ di condizione mediocre poteva esigere un carro di legna; da’ ricchi poteva esigere venti soldi, o un carro di fieno. Egli era tenuto ancora ad accompagnare, ove [p. 323 modifica]SECONDO 3a3 fosse d’uopo, le truppe di quel comune; e perciò l’anno 1218 egli andossene coi Bolognesi alla spedizione di Terra Santa, e vi si trattenne fin verso l’anno 1221, dopo il qual tempo, tornato in Italia, continuò il suo soggiorno in Bologna, dove, come congetturasi dal P. Sarti, ei morì verso l’anno 1258. Fu egli uno de’ primi a curare col solo vino quasi tutte le ferite, come prova il detto P. Sarti col testimonio di Teodorico di lui figliuolo, di cui or or parleremo, dal quale inoltre raccogliesi che Ugo ebbe nella chimica ancora qualche perizia. Oltre Teodorico, tre altri figliuoli egli ebbe; due dei quali, cioè Veltro e Francesco, furon da lui istruiti nella medicina, e lungamente l’esercitarono in Bologna (ib. pars 1, p. IX. Tra quelli che tennero in Bologna scuola pubblica di medicina , annovera il P. Sarti, come i più antichi, quel Rolando di Cremona (ib. p. 4 t7); che entrò poscia nell’Ordine de’ Predicatori, e di cui abbiam ragionato nel primo capo di questo libro; e Niccolò di Fernham o di Foly inglese, che dopo essere stato professore di filosofia nell’università di Parigi, venne ad insegnare in Bologna la medicina, e rivoltosi poscia agli studi sacri, fu l’anno 1241 eletto vescovo di Durham in Inghilterra (ib. p. 448)• Verso la metà di questo medesimo secolo era in Bologna professore di medicina Sinigardo natìo d’Arezzo, canonico di Faenza, e poscia arciprete della metropolitana di Bologna, di cui più altre notizie, ma poco appartenenti alla storia della medicina, veggansi presso il più volte citato e sempre esattissimo P. Sarti (ib. p. 46o). [p. 324 modifica]324 LIBRO Ma non giova il trattenersi più lungamente a ricercare di quelli che o esercitarono, o insegnarono la medicina, se essi non han lasciato a’ posteri qualche monumento del lor sapere. Assai maggior vantaggio hanno a questi studi recato coloro che la medicina, o la chirurgia illustrarono co’ loro scritti, e di loro perciò dobbiam ragionare con qualche maggiore esattezza. X. Il più celebre fra tutti i medici di questa età fu Taddeo figliuolo d’Alderotto fiorentino, di cui ha scritta la Vita Filippo Villani. I ssa è stata pubblicata insieme colle Vite di altri illustri Fiorentini , scritte dallo stesso Villani, dal conte Giammaria Mazzucchelli, non secondo l’originale latino in cui il Villani le scrisse, ma secondo una traduzione italiana non troppo esatta che gli venne alle mani. Alcune di queste Vite sono state di nuovo nel loro original pubblicate dal P. Sarti (ib. pars 2, p 203), e fra esse quella .di Taddeo, nella quale però alcune cose sembrano a ragione non troppo degne di fede. Fra esse vuolsi riporre ciò ch’ei narra al principio, cioè che Taddeo fu di vilissima nascita, e che fino a 30 anni fu d’ingegno grosso ed ottuso per modo, che vegliando ancora sembrava dormire, e che vivea miseramente col vendere le candele nell’oratorio di S. Michele in Orto. Il dottor Antonio Maria Biscioni nell’erudite sue note al Convivio di Dante (p. 68) ha confutata questa popolar tradizione, mostrando ch’egli era di famiglia cittadinesca e ben agiata. La melensaggine poi di Taddeo cambiata improvvisamente in acutezza d’ingegno, benché forse [p. 325 modifica]SECONDO 3a5 non si possa dire impossibile, ha nondimeno un cotal sapore di favola, che difficilmente ottien fede. Siegue poscia a raccontare il Villani, che Taddeo, rivoltosi agli studi, in breve tempo apparò la gramatica, e che passato a Bologna si applicò con istancabile diligenza allo studio dell1 arti liberali, della filosofia, e finalmente della medicina, a cui interamente si consacrò, e dopo essersi in questa ben istruito, prese ad esercitarla insieme e a tenerne scuola, avendo perciò dal pubblico un determinato stipendio. Quest’ultima circostanza rigettasi a buon diritto dal P. Sarti (De Prof. Bon. t. 1, pars 1, p. 467), perciocchè egli osserva che avendo Taddeo cominciato a tenere scuola di medicina verso l’anno 1260, non era ancor di que’ tempi introdotto il costume di assegnare a’ professori certo stipendio. Alla pubblica sua scuola congiunse Taddeo non solo l’esercizio della sua arte, ma la fatica ancora di scriver più opere, delle quali fra poco ragioneremo, e fu egli uno de’ primi che prendessero ad illustrare con ampii comenti i libri d’Ippocrate e di Galeno, usando a ciò le opere ancor de’ filosofi, e congiungendo in tal modo, ciò che niuno avea ancor fatto, la medicina colla filosofia. Egli è vero che dagli scritti degli Arabi trasse in gran parte Taddeo ciò che ci lasciò ne’ suoi libri; e che molte cose da lui insegnate si rigettano e si deridono ora da’ medici valorosi. E io son ben lungi dal fare l’apologia di Taddeo e degli altri medici di que’ tempi, o dal consigliare alcuno ad apprender da essi la medicina. Ma in quella universale e profonda ignoranza che allor regnava [p. 326 modifica]3u6 LIBRO per ogni parte, qual maraviglia che molti error s’insegnassero, e che qualunque cosa si trovasse scritta da altri, si adottasse come infallibile dogma? Questi errori finalmente sono quelli appunto che hanno coll’andar del tempo condotti i medici delle età susseguenti a scoprire il vero; e forse la medicina non meno che le altre scienze si giacerebbono ancora nell’antico squallore, se i nostri buoni maggiori inciampando e cadendo non ci avessero insegnato a camminare dirittamente. XI. Ciò che è certo, si è che Taddeo a’ suoi tempi, e in quelli a lui più vicini, fu avuto in conto di oracolo. Filippo Villani così ne ragiona, secondo la traduzion pubblicatane dal conte Mazzucchelli (Vite(Vili. Fiorentpfi3,44)? che in questa parte è conforme all’original latino. Fu costui dei primi infra’ moderni, che dimostrò le segretissime cose dell’arti nascoste sotto i detti degli autori, e la spinosa terra e incolta solcando, all’ottimo futuro seme apparecchiò..., Nella qual cosa fu di tanta autorità, che quello cn egli scrisse, è tenuto per ordinarie chiose, le qualifurono poste ne’ principali libri di medicina. E fu in quell arte di tanta riputazione, quanto nelle civili leggi fu Accorso, al quale egli fu contemporaneo: certamente due stelle della nostra città: le quali due arti più che eccelse e utili infra le altre a conservazione della umana natura, che allora in grandissima autorità poste erano, e faticose, fecero facili ed aperte. Questi essendo presso agli Italiani tenuti come un altro Ippocrate, ec. E prima di lui Giovanni Villani avea scritto: [p. 327 modifica]SECONDO O37 Maestro Taddeo... il quale fu sommo fisico sopra tutti quelli de’ Cristiani (Cron. l. 8, c. (65). Benvenuto da Imola nei suoi Comenti sulla Commedia di Dante il chiama medico famoso, e dice eli’ egli era a’ suoi tempi appellato più che comentatore (Antiq. Ital. t. 1, p. 1262). Ricobaldo ferrarese lo dice peritissimo maestro de’ medici (Script. Rer. ital. vol. 9, p. 143, 253), Quindi non è a stupire che i Bolognesi accordassero a quest1 uom si famoso amplissimi privilegi, quai si veggono negli Statuti pubblicati dal P. Sarti (pars 2, p. 227), ove, fra le altre cose, si ordina ch’egli e i suoi eredi non sien costretti a pagare i comuni aggravii; che gli sia lecito l’acquistare poderi, ovunque egli voglia; e che gli scolari che ne frequenteranno la scuola, abbiano i privilegi e i diritti medesimi di cui godevano gli studenti dell’una e dell’altra legge; sollevandosi per tal modo la medicina per riguardo a Taddeo al grado stesso di onore in cui erano le scienze allor più pregiate. XII. E ben seppe Taddeo rendersi vantaggiosa la stima di cui godea, col porre ad altissimo prezzo l’opera sua nella guarigion degl’infermi. Piacevoli a leggersi son due monumenti pubblicati dal P. Sarti (pars 2,p. 153). Nel primo, che è de’ 21 di luglio 1285, Taddeo dovendo recarsi a Modena per curare il nobil uomo Gherardo Rangone, si protesta innanzi a tre procuratori dal detto cavaliere speditigli in suo nome, ch’essi gli debbon promettere ed esser garanti che nel suo viaggio non soffrirà alcun danno; che il ricondurranno a Bologna sano e [p. 328 modifica]3’jtì LIBRO salvo nella persona non men che ne’ beni; che non sarà molestato nè da’ ladri ne da’ nimici, e che non sarà costretto a fermarsi suo malgrado in Modena; e che in caso di contravvenzione gli si dovranno pagare mille lire imperiali per ciascheduno de’ suddetti articoli a cui in qualunque modo si contravvenga; e inoltre che i tre medesimi procuratori gli dovran rendere tre mila lire bolognesi, che essi confessano di aver da lui ricevute in deposito. Somigliante a questo è l’altro documento de’ 13 di maggio 1288, in cui quasi gli stessi articoli si rinnovano tra lui e i procuratori di Guido de’ Guidoni nobile modenese, cui egli dovea andare a curare in una sua malattia. Il P. Sarti sospetta (pars 1, p. 469) che il mentovato deposito di tre mila lire, di cui non si vede ragione alcuna, fosse una finzione usata a que’ tempi anche dagli avvocati, i quali volendo esigere da’ lor clienti una somma eccessiva, e temendo di venire un giorno perciò tratti in giudizio, convenivan con essi che la detta somma non si esprimesse nelle carte giuridiche come dovuta per pagamento, ma come dovuta per restituzion di deposito. E veramente ciò che racconta Filippo Villani, quando sia vero, ci fa vedere che Taddeo vendeva a troppo alto prezzo il suo sapere. Udiamo come ei narri la cosa (l. cit. p. 44)- Essendo al suo tempo il Sommo Pontefice in infermità mortale caduto, e comandando che alla sua cura fosse chiamato Taddeo, non si accordando co’ suoi mandatarii del diurno salario, imperciocchè egli pertinacissimamente cento ducati d’oro il dì [p. 329 modifica]SECONDO 3*9 addimandava, e di ciò maravigliandosi il Pontefice, finalmente consentì a’ piaceri di Taddeo per desiderio della sua sanità, ed essendo a lui pervenuto Taddeo, cominciò il Papa onestissimamente a riprender la sua durezza e avarizia: al quale Taddeo fingendo gran maraviglia d animo disse: Io mi maraviglio; conciossiacosachè dagli altri Signori e Tiranni provocato comunemente da ciascuno spontaneamente mi sieno stati donati il dì cinquanta ducati d’oro, che tu, il quale se’ il principale. Signore tra’ Cristiani, me ne abbi negato cento; facendone mercato destramente, e con modestia riprendendo V avarizia de’ ChericL Avvenne di poi, che guarito il Sommo Pontefice, ovvero per merito della cura, o per purgare il sospetto dell’avarizia, donò ad esso Taddeo 10000 ducali, i quali tutti l’uomo di santa vita, essendo ritornato a Bologna, spese a edificar Chiese e Spedali; e a Bologna già d’ottanta anni fu seppellito. Questo fatto medesimo si racconta da Giovanni Tortelli scrittore del secolo xv (V. Zeno Diss. Voss. t. 1, p. 151), il quale esprime il nome del papa dal Villani taciuto, e dice che fu Onorio IV, e che Taddeo avendo ad ogni modo voluto dal Papa cento scudi d’oro al giorno, fece acquisto per tal maniera di duecentomila scudi. Io confesso che parmi per que’ tempi sì eccessiva tal somma, ch’io non so arrendermi a seguire l’autorità di questi scrittori, e di altri addotti dal ch. Mazzucchelli e da monsig Mansi (Fabr. Bibl. med. et inf. Latin. t 6, p. 221). E molto più che questo fatto medesimo da altri si narra di [p. 330 modifica]XIII. Suo testamento , sua morte e sue opere. 330 LIBRO Pietro il1 Abano medico illustre che fiorì singolarmente al principio del secolo seguente, di cui perciò ci riserberemo a parlare in altro tomo. Xlii. Non può negarsi però, che grandi non fossero le ricchezze da Taddeo raccolte coll’esercizio della sua arte. E ne abbiamo una prova troppo più certa che non l’autorità di qualunque scrittore nell’ultimo testamento da lui fatto in Bologna l’anno i2»)3, e pubblicato dalP. Sarti (pars 2, 155), in cui, fra le altre disposizioni, egli ordina che diecimila lire bolognesi s’impieghino in diverse opere pie ch’egli poi spiega partitamente; tra le quali due son degne di special ricordanza; cioè duemila cinquecento lire da impiegarsi nel comperar beni a vantaggio de’ poveri vergognosi; e gli alimenti da pagarsi ad un religioso dell’Ordine dei Minori, che andasse allo studio della teologia in Parigi, e vi stesse fino ad averlo compito, e a cui poscia ne succedesse un altro di mano in mano. Morì Taddeo, come provasi dal P. Sarti (pars i, 4/2)j e come ancor si asserisce da Ricobaldo ferrarese (l. cit.) e dall’autore degli antichi Annali di Cesena (Script. rer. ital. vol. 14. p. 1112) l’anno 1295; e Benvenuto da Imola aggiugne (l. cit.) che morì all’improvviso, e che fu sepolto in Bologna innanzi alla porta de’ Minori in un bel sepolcro di marmo, di cui però non rimane ora vestigio alcuno. Più altre notizie intorno a Taddeo si posson leggere presso il P. Sarti, il quale ancora esattamente ragiona delle opere mediche da lui composte, altre stampate, e sono singolarmente comenti sugli [p. 331 modifica]SECONDO 33I Aforismi e su’ Pronostici e su altre opere d’Ippocrate e di Galeno, oltre un piccol libro sul(’arte di conservare la sanità, altre ancor manoscritte che conservansi nella Vaticana e in altre biblioteche. Egli ancora tradusse in italiano l’Etica d’Aristotele, ossia*ìl compendio che nel suo Tesoro aveane fatto Brunetto Latini; la qual traduzione però fu biasimata da Dante, come sconcia e deforme (Conviviop. G8, ed. Fir. 1723; V. Mehus Vit Ambros. camald. p. 156, 157). XIV. Due Guglielmi vissero al tempo medesimo con Taddeo, famosi amendue e pel loro, sapere, e pe’ libri da lor pubblicati. Il primo è Guglielmo da Saliceto piacentino di patria, di cui oltre una Somma di Medicina abbiamo ancora un trattato di Chirurgia: e perciò noi ne parleremo ove cadrà il discorso degli scrittori di questo argomento. Dell’altro ignoriam la famiglia, ma sappiam solo la patria. Egli è Guglielmo da Brescia, cioè quel medesimo che parlando dell’università di Padova abbiam veduto che vi fu per più anni professore di filosofia. L’ab. Engelberto, che ivi ne avea frequentata la scuola, racconta (Pez Thes. Anecdot. t. 1, p. 430) che Guglielmo, dopo essere stato più anni professore in Padova , andò a Bologna, e vi si fece scolaro del suddetto Taddeo, e che sotto un sì illustre maestro prese la laurea, che poscia da Bonifacio VIII fu fatto canonico in Parigi, e ancor suo medico; e il P. Sarti aggiugne (pars 1, p. 435) che fu ancora arcidiacono di Bologna. Di lui abbiamo una Pratica di Medicina per tutte le malattie, [p. 332 modifica]XV. Barlolomm<*o da Var iguana. 33a libro stampata in Venezia l’anno t5o8, insieme con un trattato delle Febbri, e un altro della Peste , al fin del quale ei si dà il nome di Aggregatore bresciano, perchè egli avea da molti autori raccolti i diversi rimedii che in detta Somma prescrive. Questo soprannome medesimo fu poi preso nel secol seguente da Jacopo Dondi, di cui parleremo a suo luogo. Di questo medico, e dell’opera da lui composta, di cui pure fa menzione il Lipanio (Bibl. Med. p. 369) non han detto parola nè il Freind nella sua Storia della Medicina, nè il Fabricio nella sua biblioteca latina de’ secoli bassi (a). XV. Essi ancora non hanno fatta menzione alcuna di Dartolommeo da Varignana, castello bolognese, scolare dello stesso Taddeo; nè è (a) Hi Guglielmo da Brescia alcune belle notizie ci ha date di fresco il valoroso sig. ab. Gaetano Marini I Degli Archiatri pontif t. 1, p. 34 » cc. Append. Doc. VIII, xxi, XIV). Egli ha osservato che in una carta del 1286 , citata dal P. Sarti, egli è detto figliuolo di Giacomo de Corvis , che sembra il nome della famiglia; che ne’ documenti dell’archivio Vaticano egli è detto Guilelmus de Co urto de Brixia , ove s: indica probabilmente il luogo in cui egli nacque; ch’ebbe alcuni beneficj ecclesiastici, e oltre essi una regalia col titolo di feudo sulle rive del Po nel Ferrarese; che fu medico non solo di Bonifacio VIII , ma anche di Clemente V e di Giovanni XXII; ch’ei morì poco dopo il maggio del 1326, e ch’egli prima di morire in una sua disposizione testamentaria ordinò la fondazion di un collegio in Bologna a vantaggio di alcuni poveri studenti presso S. Barbanzino, il qual fu di fatto aperto, e dal nome del suo fondatore detto il Collegio Bresciano, e fu poi soppresso da Eugenio IV, e unito al Collegio Gregoriano. [p. 333 modifica]SECONDO 333 a stupirne, perciocchè le varie opere da lui composte, che sono esse pure comenti su alcuni libri d’Ippocrate e di Galeno, delle quali ragiona diligentemente il P. Sarti (pars 1 p. 448), si conservano sol manoscritte in alcune biblioteche. Fu egli non solo scolaro, ma, per quanto sembra, rivale ancor di Taddeo; perciocchè alcuni scolari di questo essendo passati a udire Battolommeo, ne fu tra’ due professori qualche dissapore, come raccogliesi da un monumento pubblicato dal medesimo P. Sarti (pars 2. p. 155). Egli ancora fu adoperato nelle lor malattie da gran personaggi, e fra gli altri dal marchese Aldobrandino d’Este, a cui perciò ebbe in ricompensa 390 lire bolognesi, che, secondo il computo del P. Sarti (pars 1, p. 481) > corrispondono a circa 260 fiorini d’oro. Veggansi presso questo esatto scrittore le più certe notizie appartenenti a Bartolommeo, il quale volle ancora aver parte ne’ pubblici affari; e insinuatosi nella grazia di Arrigo VII, e perciò esiliato da’ Bolognesi nimici di questo imperadore, fu da lui dichiarato suo primo medico. E se Arrigo ne avesse seguito i consigli, avrebbe forse avuta più lunga vita; perciocchè essendo egli in Pisa, e volendo marciar coll’esercito in tempo di somma state, Bartolommeo avvertillo che non si esponesse con ciò a un grave pericol di vita, che gli soprastava. Ma Arrigo, avendo pur voluto mettersi in viaggio, frappoco se ne morì. Della qual sua predizione fece poscia Bartolommeo rogare un atto autentico per ismentire la calunniosa voce che allora si sparse, e che anche al presente si va francamente ripetendo da [p. 334 modifica]334 LIBRO alcuni scrittori, piesso i quali è certa ogni cosa che giova ad incolpare la Religione, cioè che Arrigo morisse per veleno datogli da un religioso nel Sacramento della Eucaristia. Questo medico illustre morì verso l’anno i3i8. XVI. L’ultimo tra’ medici valorosi di questa età celebri pe’ loro libri è Simone da Genova, a cui da alcuni si dà il cognome di Cordo, e che da altri si dice monaco, senza recarne alcun fondamento. Ove esercitasse egli la sua arte, non vi ha monumento che cel dichiari, e nulla di lui sapremmo, se di lui non ci parlassero le sue opere stesse. Quella che più delle altre merita d’essere rammentata, è quella che è iutitolata Clavis Sanationis, di cui v’ha un’antica edizione fatta in Milano l’anno 1473, oltre più altre posteriori. L’eruditissimo dottor Sassi ha date alla luce (Hist. Typogr. mediol. p. 451) due lettere ad essa premesse, una dell autore a maestro Campano, a cui manda questo suo libro, l’altra del Campano all’autore. Il Sassi dice di non saper chi fosse questo Campano, e pare che egli il creda un dotto filosofo francese. Ma noi abbiam già mostrato ch’egli è il novarese Campano , filosofo e matematico celebre di questi tempi, e che, come da questa lettera raccogliamo , era cappellano del papa e canonico di Parigi. Simone prende il titolo di suddiacono del papa; e scrivendo al Campano, gli dice ch’ei gli manda questa sua opera, poichè per comando di lui l’aveva intrapresa; e il prega a correggerla. Il Campano a lui rispondendo gli scrive di aver ricevuto il suo libro dal priore di Paverano; il che mi fa credere che Simone [p. 335 modifica]SECONDO 335 allora abitasse in Genova, ove era anticamente un monastero di questo nome. Aggiugne poscia di aver dato a quel libro il seguente titolo: Clavis Sanationis elaborata per magistrum Simonem Genuensem Domini Papae Subdiaconum et Capellanum, Medic ina quondam felicis recordationis Nicolai Papae quarti, qui fuit primus Papa de Ordine Minorum. Avea dunque Simone avuto l’impiego di medico del papa Niccolò IV morto l’anno 1292, ed era allora suddiacono e cappellano del papa, cioè di Bonifacio VIII; anzi, come raccogliesi dal titolo della lettera stessa del Campano a Simone, godeva ancora di un canonicato di Rouen: Venerabili viro Magistro Simoni Genuensi Domini Papae Subdiacono et Capellano, Canonico Rothomagensii, amico suo carissimo tamquam fratri , Campanus ejusdem Domini Papae Capellanus, Canonicus Parisiensis, salutem, ec. Nella prefazione a quest’Opera confessa Simone di aver impiegati in comporla quasi 30 anni, e che non picciola fatica avea ei sostenuta nel raccogliere, ordinare e spiegare tanti e sì varii medicamenti, i cui nomi eran tratti altri dal greco, altri dall’arabo, altri dal latino; aggiugne che avea ancora viaggiato in lontani paesi per prender le opportune notizie, e che una volta fra altre erasi accompagnato con una vecchia di Creta, che era perita nell’erbe e ne’ lor nomi greci; e che con essa erasi aggirato per monti e per valli affin di osservare e conoscer le cose di cui allora scriveva. Quindi si può quest’opera considerare come il primo dizionario di Medicina e di Botanica che dopo [p. 336 modifica]336 UDRÒ i tempi più antichi sia stato dato alla luce. In qualche edizione ella è intitolata Synonima Medicinae; il che ha dato occasione ad alcuni di crederla opera diversa, mentre veramente non ne è diverso che il titolo (Sax. l. cit.p. 130); il quale anche dal Fabricio è stato poco esattamente cambiato in Synonima Alchimiae (Bibl. med. et inf Latin. t.6,p. 189). Due opere ancora ei tradusse dalla lingua arabica nella latina, cioè il Libro de’ semplici Medicamenti di Giovanni figliuolo di Strapione stampato in Milano l’anno 1473 (Sax. l. cit.); e un libro di Bulcasi intitolato Liber Servitoris stampato in Venezia l’anno 1471 - Di lui inoltre si hanno alle stampe alcune note sull’antico medico Alessandro (Fabr. l. cit.). Finalmente nella biblioteca Riccardiana (Cat. Bibl. Riccard. p. 354) rammentasi un’opera di Simone, che sembra in parte la stessa colla chiave nominata poc’anzi, ma in parte ancora diversa: Simon de Janua de Synonimis et ponderibus; et collationes super Avicenna, et expositio nominum Arabicorum quoad medicinam. Le quali opere composte dal nostro Simone pareva che gli potessero meritar qualche luogo nella Storia della medicina del Freind, che non ne ha pur fatto motto. Ben ne ha parlato, e più lungamente ancora che non facesse bisogno, il Marchand (Dict. art. Simon.), di cui io non posso non dir qui alcuna cosa per rispondere alla ingiuriosa maniera con cui parla degl’italiani scrittori di Storia letteraria: Gl’Italiani, dic’egli (ib. not. D), son sempre prodighi all’estremo di lodi eccessive ed esagerate per quelli dei lor nazionali che hanno la sorte di piacer [p. 337 modifica]SECONDO QO’ J loro, mentre ne’ magnifici e pomposi elogi che ne fanno, trascuran le cose più necessarie e più essenziali , come le date, gl’impieghi, il carattere proprio e particolare, le parentele, la funi glia, il tempo preciso della morte, gli scritti, le loro edizioni, ec. Così questo scrittor francese rifugiato in Olanda è prodigo all’estremo di biasimo e di disprezzo verso gl’italiani, perchè essi son prodighi alF estremo di lodi. Ma chi sono eglino mai gl’italiani contro i quali così si scaglia il Marchand? Sono il Bracelli, il Soprani , il Giustiniani, L’Oldoini, il Mandosio , scrittori tutti vissuti in quel tempo in cui la critica e l’esattezza non era ancor conosciuta. I suoi biografi e bibliotecarii francesi vissuti a quei tempi, il Nostradamus, il Jacob, il Thevet, il la Croix du Maine, il Verdier, il Bullart, ed altri somiglianti scrittori son forse più esatti? Perchè dunque rimproverare agl’italiani un difetto che era allora comune a tutti? Il più leggiadro si è che il Marchand si trattiene lunghissimamente a ponderare ciò che di Simone hanno scritto i suddetti autori; e non tocca punto ciò che ne hanno scritto altri moderni e più esatti. Egli, morto solo l’anno 1756, potè pure vedere la Storia tipografica milanese del ch. dottor Sassi italiano stampata l’an 1745, e da noi poc’anzi citata; e se l’avesse letta, avrebbe veduto fatta ivi menzione dell’edizione dell’opera di Simone fatta l’an 1475, cui egli sembra vantarsi di aver prima di ogni altro scoperta; avrebbe veduto che questo valentuomo ci ha date intorno a Simone assai prima di lui tutte quelle notizie che gli è Tuuboschi, Voi IV. 22 [p. 338 modifica]338 LIBRO stato possibile di raccogliere; avrebbe veduto che il titolo dell’opera di Serapione, ossia di Giovanni di lui figliuolo, tradotta dall’arabico in latino non è già stato sfigurato dal P. Orlandi, ma che tale è veramente in una copia - stampata in Milano lo stesso anno 1473 della quale edizione il Marchand, uomo per altro che tanto avidamente ricerca cotai notizie, non ha avuta contezza; ava ebbe finalmente veduto che gli errori de’ precedenti scrittori intorno a.Simone erano già stati scoperti e confutati in Italia prima ch’egli dall’Olanda ce ne desse avviso. Se gli Oltramontani invece di procacciarsi le opere de’ nostri buoni scrittori, non si curan che di quelle de’ più screditati, di chi hanno essi a dolersi? XVII. Mentre la medicina era per tal modo coltivata in Italia, e vi facea que’ progressi che soli in quelle circostanze potevano aspettarsi, la chirurgia ancora venivasi forse anche più felicemente illustrando. Guido da Cauliac, scrittor francese di Chirurgia del secolo xiv, ci ha tramandata la memoria de’ primi che dopo gli antichi e dopo gli Arabi presero ad illustrare la chirurgia. E il primo ch’ei nomina, è Ruggeri: Quorum primus fuit Rogerius (Chirurg. Proem.). Io non so su qual fondamento il Freind (Hist. med. p. 169, ed. ven. 1735), e dopo lui M. Portal (Hist. de l’Anatom. t. 1, p. abbiali lasciato in dubbio s’ei fosse parmigiano, ovvero salernitano. Non vi ha, ch’io sappia, alcun codice in cui egli sia detto natio di Salerno; ma in alcuni gli si da per patria Parma (Cat. MSS. Bibliot. reg. paris. A 4» P- 297> [p. 339 modifica]SECONDO 33q coil. 6954), e da alcuni altri noi raccogliamo ch’egli per qualche tempo fu in Montpellier, e vi ebbe la carica di cancelliere di quella famosa università: Alidore Rogo rio Studii Montispessulani Cancellario (ib. p. 306, cod. 7035; p. 308, cod. 6056). Molto meno è incerto, come afferma M. Portal, il tempo a cui egli visse; poichè e l’età de’ codici mentovati, e il citarlo che fanno gli altri scrittori che gli vennero dopo, ci mostra ad evidenza ch’ei visse verso la metà del secolo XIII. Di lui abbiamo un’opera intitolata Pratica di Medicina maggiore e minore, e con altro nome Rogerina. Così in un codice della biblioteca del re di Francia: Rogerii Parmensis practica medicinae major et minor (l. cit. p. 297, cod. 6954): e in un altro: Rogerina major et minor, sive Rogerii practica Medicinae (ib. p. 308, cod. 7056); anzi in un altro ella si divide in tre parti: Rogerii Summa Medicinae major et minor et media (ib.). Alcune però di queste sembran esser compendii o parti dell’opera intera, e tale è certamente un codice che conservasi in questa biblioteca Estense. Dell’opera di Ruggiero si hanno ancora più edizioni rammentate dal Fa» bricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 6, p. 119), il quale inoltre accenna un trattato delle Emissioni di sangue da lui composto, e dato poscia alla luce, e due altri opuscoli medici che si han manoscritti nella Riccardiana di Firenze (Cat. Bibl. Riccard. p. 343). La Chirurgia di Ruggiero, che trovasi in alcuni codici rammentata (Cat. Bibl. reg. paris. l. cit. p. 306, cod. 1035; Cat. MSS. Angl. et Hibern. t. 1, p, 169, [p. 340 modifica]3/|<J LIBRO codi. 35oo), non è a mio parere diversa dalla Pratica di Medicina; perciocchè questa appunto più alla chirurgia appartiene che alla medicina. M. Portal ce ne ha dato un compendioso estratto, ov’ei riflette che quasi ogni cosa egli ha tolta dall’arabo Albucasi, e che benchè in più luoghi le sue osservazioni non siano troppo conformi alla sperienza, più volte egli ha parlato esattamente, e in alcune cose ha preceduti i moderni. XVIU. Parmigiano ancora fu Rolando, che dopo Ruggiero vien nominato dal suddetto Guido di Cauliac. Egli visse al tempo medesimo con Ruggiero, e ancora gli sopravvisse; perciocchè ei confessa modestamente che nella sua Chirurgia avealo poco men che copiato: Ego Rolandus Parmensis in opere praesenti juxta meum posse in omnibus sensum et literaturam Rogerii sum sectus; nec mirum si imperi ti a mea hoc egerit, cum paene omnes sapientes hoc egisse noscantur (adfin Chirurg.). Ei soggiornò almeno per qualche tempo in Bologna , come prova da un passo della Chirurgia da lui pubblicata il P. Sarti (pars 1, p. 449)» il quale rammenta un’accusa datagli da Teodorico, che allor pur vivea, cioè ch’ei si vantasse di aver sanato uno col tagliarli parte del polmone: il che Teodorico afferma essersi fatto da Ugo da Lucca da noi mentovato poc’anzi. Il P. Sarti procura di riunire insieme i due discordanti chirurghi, dicendo che forse l’uno e l’altro intrapresero in diverso tempo l’operazione medesima. Ma io penso che la miglior maniera a troncar questa contesa sia quella di [p. 341 modifica]SECONDO 34l Guido di Cauliac, che attornia (traci. 3, doctr. 2, c. 1) ciò non essere possibile, e che l’uno e l’altro o si sono ingannati, o ci han venduta una fola. Abbiamo alle stampe in più edizioni la Chirurgia da lui composta, la quale si ebbe allora in pregio sì grande, che quattro insigni dottori in chirurgia presero a comentarla, come vedesi da un codice ms. che ha per titolo t Glossala scu Apparatus quatuor Magistrorum super Chirurgiam Rolandi (Cat. MSS. Angl, et Hibern. t. 1, p. 169, cod. 3501). Di questi quattro maestri fa menzione ancora il suddetto Guido di Cauliac (l. cit.). Anzi egli di Ruggieri, di Rolando, e de’ quattro maestri forma in certo modo la prima setta di chirurgia; perciocchè, dopo aver detto che a’ suoi tempi erano state cinque sette di chirurgia l1 una dall’altra diverse nel curar le ferite, soggiugne: et prima fiùt Roger ii , Rolandi, et quatuor Magistrorum. qui indifferenter omnibus vulneribus et apostematibus saniem cum suis pulsibus procurabant. Chi fossero questi quattro maestri, niuno ce ne ha lasciata memoria. Solo da un codice ms. sembra che possiamo raccogliere ch’essi erano della scuola salernitana: Expositio quatuor Magistrorum Salerni super Chirurgia Rogeri (Cat. Codd. MSS. Angl, et Hibern. t. 2 in Codd. Coll. Cajo Gonvil. cod. 971); ed essi furono probabilmente gli stessi che chiosarono quella ancor di Rolando. Oltre la Chirurgia abbiamo ancora alle stampe un trattato di Rolando sulla Cura delle posteme pestilenziali (Fabr. l. cit. p. 122), e un’opera che conservasi manoscritta e divisa in sei libri , sopra la Fisionomia: Rolandi [p. 342 modifica]34^ LIBRO Physionomia in sex libros divisa (Cat. MSS. Bibl. reg. paris, t. 4, p. 3447 co<¿- 7^4°)■ ^ Fabrieio, 11011 so su qual fondamento, gli dà il cognome di Capelluti, il dice Crisopolitano, nome che non s’intenderebbe a qual città appartenesse, se non sapessimo, come altre volte abbiamo osservato, che Parma ne’ bassi secoli fu talvolta appellata Crisopoli; e finalmente con assai più grave errore il dice vissuto verso l’anno 1468. (*) {*) Ilo ripreso di errore il Fabricio perchè al chirurgo Rolando da Parma attribuisce il cognome di Capelluto, e perchè lo dice vissuto nel 1468. A. qualche scusa però del Fabricio deesi avvertire che fu veramente al secolo xv un Rolando Capelluti parmigiano. Perciocchè nella real biblioteca di Parma , come mi ha avvertito l’eruditissimo P. Affò, si ha una Raccolta di Trattati Medici e Chirurgici, la quale ha in fronte il nome: Rolandus Capellulus Chrysopoli tan u s. E al fine di essa si legge un trattato de Curatione pestiferorum^ in cui dice di se medesimo: Currente MCCCCLXVIII anno me in urbe nostra reperi, in qua non parva et horrida viguit pestis , quam similem numquam vidisse nec vi" dere credo. Nullus amor, nulla charitas in Parmigenis erat. Un altro codice della stessa real biblioteca dà il cognome di Capelluto all’antico Rolando: Incipit Cyrugia Rolandi Capelluti de Parma; e in fine della Chirurgia si legge: Mille CCC. (Quindi è cancellato l’altro numero che sembra esser LX quarto , e vi è aggiunto d’altra mano 74) hoc opus cyrugicum, quod Rolandina nuncupatur, compositum fuit Bononie a Magistro Rolando parmensi ibi legente. Ma il codice è scritto certamente nel secolo xv, e perciò non può essere abbastanza autorevole per assicurare il cognome di Rolando , e la pubblica cattedra da lui sostenuta in Bologna. Nel medesimo codice si legge una questione medica di Jacopo Capelluto , utrum in antrace vel carbunculo competat somnus: e ad essa aggiugnesi una [p. 343 modifica]SF.CONDO 3/p XIX. Guido di Cauliac rammenta poscia un certo Jamerio, di cui non ci è rimasta notizia alcuna, nè era a bramare che ci rimanesse, perciocchè dice di lui che Chirurgiam quamdam brutalem edidit. Fu al tempo medesimo, cioè circa la metà del secolo XIII, un chirurgo di nome Bruno, la cui Chirurgia suole andare unita con quelle de’ due soprannomati Ruggiero e Rolando. Di lui parlando Guido loda il raccogliere e il compendiar ch’egli fece le cose migliori di Galeno, di Avicenna, di Albucasi; ma insieme si duole eli’ ci non avesse tutti i libri di Galeno tradotti in latino, e che trascurasse in tutto l’anatomia. Chi egli fosse, è sembrato ad alcuni difficile a diffinire. Dino del Garbo illustre medico fiorentino al principio del secol seguente ebbe per padre, come afferma Domenico Aretino (Mehus Vita Ambr. camald. p. i35, i63), un valoroso chirurgo detto per nota storica intorno a questo Jacopo , che non dee qui oinmettersi: Anno ucccxlin die xm Octobris obit famosus artium et medicinae doctor dominili maeìster Jacohus de Capellutis de Parma A vi n ioni, et fuit sepultus ad domimi fratrum lieremitanor. rum maximo /¡onore et fuerunt ad faciendum sibi honorem Undecim Cardinales, sedecim Episcopos (,ic) cum muitis procuratoribus sanctissimi Pupae, et dominus Papa fecil ei gratiam , quod posset testare , et fecil, ac dedii gratiam , quod esset absolutus a poena et culpa. Finalmente in un altro codice, che fu di Rolando il giovane , ed ora è nella stessa reai biblioteca, si contiene un’altra opera medica attribuita a un Rinaldo de’ Capelluti da l’arma, a Si è anelie stampata in Roma sulln fine del secolo xv un’opera di Rolando Capelluti, Dt Curatione pestiferorum aposiematum (Audifredi Cai rom. Edit. saec. xv, p. 38o) ». [p. 344 modifica]344 LIBRO nome Bruno. E potrebbe perciò parere eli1 ei fosse l’autore di cui cerchiamo. Ma da Filippo Villani (ib. et Vite d’ill. Fiorent. p. 46) il padre di Dino si appella Buono; e degli altri autori posteriori altri gli dà il primo, altri il secondo nome. Il P. Negri (Scritt. fiorent. p. 113) lo chiama Bruno, gli dà il cognome di Lasca ignorato da’ più antichi scrittori, dice che conservò una strettissima e virtuosissima corrispondenza con Francesco Petrarca, di che io non trovo nell’opere del Petrarca vestigio alcuno: e aggiugne per ultimo che lasciò molte belle e dotte fatiche nell’arte di Chirurgia. Egli però non reca altra pruova delle sue asserzioni, che l’autorità del Poccianti. Ma checchessia del padre di Dino del Garbo, il Bruno, di cui ci è rimasto il trattato di Chirurgia, certamente non fu fiorentino, ma calabrese e natio di Longoburgo, o, come traduce il co. Mazzucchelli, di Longobucco (Scritt. ital. t. 2, par. 4, p- 2227); la qual voce ha forse data occasione all’errore di M. Portal che il dice nato nella bassa Lombardia (Hist. de l’Anat. ec. t. 1, p. 178). Alcuni codici gli assegnano chiaramente la suddetta patria: Bruni Longoburgensis Chirurgia (Cat. MSS. Bibl. reg. paris, t. p. 315, cod 7128; Cat. MSS. Ingl. et Hibern. t. 1, p. 169, cod. 3500); ed egli stesso, come ora vedremo, si chiama Longoburgensis. Più certe notizie e intorno alla patria e intorno all’età di Bruno ci somministran due altri codici, uno citato dall’eruditissimo Apostolo Zeno (Ap. Fabr. Bibl. med. et inf. Latin, t. 1.p. 290), in cui la Chirurgia da lui scritta è intitolata Chirurgia Magistri Bruni [p. 345 modifica]SFXONno 345 Lohgoburgensis ex dictis Sapicntum b revi le r elucidata et compilata; e termina con queste parole: Anno ab Incarnatione Domini 1252 mense Januarii Ind. X. Paduae in loco S. Pauli. Ego Bri triti s Longoburgcnsis Calabcr huic operi finem imposui; l’altro citato dal ch. Angelo Zavarroni (Bibl. calabra. p. 50), in cui oltre le stesse parole si aggiugne una protesta di Bruno di aver tratto ciò ch’egli insegna, da’ libri di molti antichi, ch’egli avea letti’ , ma che insieme ei vi avea aggiunto ciò che la ragione e la sperienza gli avean dettato. La qual protesta e le quali parole medesime veggonsi pure nell’edizione della Chirurgia grande di Bruno fatta in Venezia l’anno 1546, che è l’unica da me veduta, in cui si aggiugne un compendio di Chirurgia dello stesso autore, detto Chirurgia parva; e come la grande da lui vedesi dedicata a un certo Andrea da Vicenza, così egli indirizza la piccola a un cotal Lazzaro da Padova. A ivea dunque Bruno in Padova l’anno 1252, ove però non abbiamo argomento a conchiudere eli’ ei fosse pubblico professore. L’opera chirurgica da lui composta è quasi un tessuto, com’egli stesso confessa, di ciò che detto aveano i Greci e gli Arabi; ma questo ancora non era a que’ tempi un leggier beneficio che al pubblico si rendesse, e per aprir la via a nuove scoperte conveniva prima vedere ciò che da altri fosse stato già detto. Di questo scrittore non han fatta menzione alcuna nè il Toppi, nè il Nicodemo nelle loro Biblioteche degli Scrittori napoletani. Il Tafuri ne ha ragionato, ma con poca esattezza (Scritt. napol. t. 3, par. 4, p. 284). [p. 346 modifica]346 LIBRO XX. Dopo aver parlato di Bruno, passa Guido di Cauliac a ragionare di Teodorico, e dice ch’egli tolse quasi ogni cosa da Bruno, e che solo vi aggiunse alcune cose favolose che da Ugo da Lucca suo maestro avea imparate: Post ipsum immediate venit Theodoricus, qui rapiendo omnia, quae dixit Brunus, cum quibusdam fabulis Hugonis de Luca Magistri sui, librum edidit Poco appresso però parla di Teodorico e di Bruno come di due inventori di una nuova setta di chirurgia: Secundo fuit Bruni ac Theodorici, qui indifferenter omnia vulnera cum solo vino exsiccabant. Il P. Sarti ha ragionato a lungo e coll’esattezza sua consueta De Prof. Bon. t. 1, pars 1, p. 450, ec.) di questo chirurgo, e io perciò sarò pago di accennare in breve ciò ch’egli ha già svolto abbastanza e provato con autentici documenti. Teodorico figliuolo dello stesso Ugo da Lucca, di cui fu scolaro, venuto ancor fanciullo a Bologna insiem con suo padre l’anno 1214, e sotto la direzione paterna esercitatosi per qualche tempo nella medicina, entrò poscia nell’Ordine de’ Predicatori, ove continuò e a coltivare il suo studio, e a farne uso ad altrui giovamento. I divieti di questo studio fatti a’ religiosi dai romani pontefici o non erano allora in vigore, o Teodorico ne fu dispensato. Ei certo non lasciò per questo di esser caro agli stessi pontefici, da uno de’ quali, cioè, come sembra più verisimile, da Innocenzo IV fu fatto suo penitenziere (a). Fu poscia innalzato alla sede vcscovil (a) L’ab. Marini crede non improbabile che Teodorico fosse anche medico d’Innocenzo IV (Degli Archiatri pontif. t. 1, p. 19). [p. 347 modifica]SECONDO 347 di Bitonto prima dell1 anno 126:1, 0 circa l’an 1266 trasferito a quella di Cervia, cui tenne fino alla sua morte avvenuta l’an 1298. Ciò non ostante ei fece quasi continua residenza in Bologna, e proseguì ancor vescovo ad esercitare l’arte della medicina, con cui ei venne a raccogliere non ordinarie ricchezze. Tutto ciò sembra difficile a credersi di un religioso e di un vescovo, e più strano riesce ancora a riflettere eh1 egli nella sua opera di Chirurgia facendo spesso menzione di Ugo da Lucca, non mai accenni ch’egli era suo padre. Queste riflessioni mi avean mosso sospetto che il Teodorico scrittore di Chirurgia fosse diverso dal Teodorico figliuol di Ugo, e vescovo di Bitonto e poi di Cervia. Ma per quanto inverisimile sembri tal cosa, nondimeno non possiam dubitarne. Che Teodorico lo scrittore di Chirurgia fosse domenicano già penitenziere del papa e allora vescovo di Bitonto, ce ne assicura egli stesso nella introduzione al suo libro riferita dal P. Sarti: Vener. Patri et amico carissimo D). A. (Andreae) Dei gratia Episcopo Valentino Fr. Theodoricus ejusdem patientia Botontinensis Ecclesiae mini ster in dignu s, opus diutius affectatum. Dudum, pater charissime, Romae pariter existentes me vestrum tunc temporis Capellanum, ei Poenitentiarium Domini Papae affectuose rogastis. Che il Teodorico vescovo di Bitonto fosse poi trasferito alla sede di Cervia, provasi da un monumento dell’archivio pubblico di Bologna presso il medesimo P. Sarti dell’anno 1291. ipsum ven. pat. Dn. Fr. Theodorigum olim Botcntinum nane [p. 348 modifica]348 Linno Cen’iensern Episcnpum. Finalmente che il Teodorico vescovo di Bitonto e poscia di Cervia fosse figliuol di Ugo da Lucca, si afferma in un altro monumento dell’anno 1288 del medesimo archivio: Cum ven. pat. Fr. Theodoric. Dei gratia Episcopus Cerviensis... suum testamentum condidisset, voluit, quod Dn. Fr. Ubertus et Francisciscus, filii quondam Dn. Hugonis de Luca, germani sui illud ratificarent. Veggansi presso il P. Sarti altri monumenti che sempre più chiaramente confermano ciò che abbiam finora accennato, Io non saprei certo indovinare per qual ragione sfuggisse Teodorico nelle sue opere di dirsi figliuol di Ugo; ma è indubitabile e che egli gli era veramente figliuolo, e che nol nominò mai col nome di padre: e dobbiamo perciò ripor questo fatto tra quelli che, benchè sembrin difficili a credersi, debbonsi nondimeno credere sicuramente. Abbiam già accennato il rimprovero che gli fa Guido di Cauliac, di aver in gran parte nella sua Chirurgia copiata quella di Bruno. Questo stesso rimprovero gli fa il Freind (Hist Medic, p. 169), e dopo lui M. Portal (Hist. de l’Anat. t. 1,p. 181) che fedelmente il traduce, adottando fra le altre cose, come un leggiadro scherzo, il detto del Freind, che Teodorico essendo monaco credeva di aver diritto a’ beni di un laico qual era Bruno; il qual grazioso concetto tanto è piaciuto a M. Portal, che non gli ha permesso di riflettere al grave errore in cui poco appresso è caduto, scrivendo che Teodorico dedicò a suo padre la sua Chirurgia, mentre chiunque la legge, conosce ch’ella è dedicata al vescovo [p. 349 modifica]SECONDO 349 ili Valenza, cui, secondo lo stile usato parlando a’ vescovi, dà il nome di padre. Benchè però Teodorico siasi giovato non poco delle fatiche di Bruno, lo stesso Freind confessa che in alcune cose egli è stato inventore, e che fra le altre ha scritto prima di ogni altro della salivazione procurata colle unzioni mercuriali. Alcune altre opere scrisse Teodorico, che ci rimangono manoscritte, e che si annoverano dal P. Sarti, fra le quali è degno d’esser rammentato un trattato sulla Cura e sulle Malattie de’ cavalli. Alcune di queste opere veggonsi scritte a mano nell’antica lingua di Catalogna; e queste han data occasione a’ PP. Quetif ed Echard di credere (Script. Ord. Praed. t. 1, p. 354) che Teodorico fosse di patria catalano. Ma le cose che finora abbiam dette, ci convincono del contrario; ed è probabile che Teodorico scrivesse la sua Chirurgia in latino, qual l’abbiamo alle stampe insieme colle opere degli altri antichi chirurghi de’ quali si è da noi ragionato; e che il vescovo di Valenza, a cui aveala dedicata, la facesse poi traslatare nel volgar dialetto di Catalogna. XXI. Gli ultimi due chirurghi di questo secolo, che da Guido di Cauliac si nominano, sono Guglielmo da Saliceto piacentino di patria, e Lanfranco. Di Guglielmo ei fa un bell’elogio, dicendo che fu un valent’uomo, e che scrisse due somme, una di Medicina, l’altra di Chirurgia, e che di quelle cose di cui prese a trattare, trattò assai bene (l. cit.). Due sono dunque le opere che di lui abbiamo, amendue più volte stampate. La prima è un Compendio [p. 350 modifica]35o libro eli Medicina da lui intitolato: Summa conservationis et curationis, ch’egli nel proemio dichiara d’aver composta ad istanza di Rufino priore di S. Ambrogio in Piacenza, e di un suo proprio figliuolo detto Leonardino. L’altra è la Chirurgia (*), al fine della quale così egli scrive: Sigillavimus et complcvimus librum Chirurgiae nostrae die Sabbati octavo die Jnnii in civitate Veronae, in qua faciebamus tane mora/n, eo qnod solarium recipiebamus a Communi anno currente siccLXxr. Veruni est, quod ipsum ordinaoimus cursorie ante hoc tempus in Borio* nia per annos quatuor. 11 qual passo ci mostra ch’ei fu chiamato e stipendiato a loro medico da’ Veronesi, e che prima egli era stato alcuni anni in Bologna (a). In fatti il P. Sarti produce (*) La più antica edizione delle due opere qui nominate di Guglielmo da Saliceto è quella fatta in Piacenza l’anno 1476 Essa ha per titolo: Liber in Scientia Medicinali, et specialiter perfectis, qui summa Conservationis et curationis appellatur; e al fine si legge: Placentiae ad exemplar Originalis ipsius M. Guilelmi anno ab Incarnatione Domini mrccn.xxyi. Siegue poscia l’alte’opera intitolata Cyrugia ejusdem; e al fine di essa si leggono quelle parole da me riferite sigillavimus, ec. Copia di questa edizione , che ù bellissima ed in folio imperiale , coriservavasi in Crema nella libreria di S. Agostino, come mi ha avvertito il già lodato P. lettor Tommaso Verani, ed ora è in Bergamo presso il ch. sig. conte Giuseppe Beltramelli. (a) H eh. sig. Vincenzo Malacarne avendo trovata un’opera ms. di Chirurgia intitolata de Operatione Manuali , al fin della quale si legge il nome di maestro Giovanni da Carbondala professore di chirurgia in Santià nel Vercellese, ebbe qualche sospetto che fosse questa l’opera stessa che fu stampata sotto il nome di [p. 351 modifica]SECONDO 351 un monumento di quel pubblico archivio dell’anno 1269, in cui maestro Guglielmo medico di Piacenza promette a Guido di Rossiglione scolaro tedesco ili medicarlo u sue spese da certa infermità che ei chiama Fleume sane , quando ne fosse compreso ne’ due primi anni seguenti, e ciò pel prezzo di 36 lire bolognesi. Guglielmo piacentino; ma non potè farne il confronto , non avendo trovata l’opera al Piacentino attribuita (Delle Op. de’ Med. e de’ Cerus., ec. t. 1. p. 5.4, ec.). E che quelle due non sieno che un’opera sola , è certo dall’esaminar ch’io ho fatto la descrizione che ci dà della prima il medesimo autore , coll’edizione della seconda fatta in Venezia nel 1502. Ma non parmi’ che se ne possa inferire ch’essa sia opera del Carbondala, non del Piacentino. Questi dagli scrittori di Chirurgia, che gli vennero appresso. è citato come autore delP opera stessa; niuno la cita come opera del Carbondala. L’opera fu composta in \ erona; e altri monumenti da me recati ci mostrano che Guglielmo fu in Verona , niun documento ci mostra che vi fosse Giovanni. Tutti i codici dell’opera portano in fronte il nome di Guglielmo , niuno ha quel di Giovanni, trattone quello descritto dal sig. Malacarne. Ma questo codice ancora non ne fa autore Giovanni: solo al fin di esso si legge: Iste liber est mei marcii de Vergasco , qui pergo ad scolas Magistri Johannis de Carbondala habitatorque Sancte Agathe ad honorem Dei et omnium Sanctorum: cum praticha sua ipse operavit et victum. Or queste parole pruovan bensì che il possessore del codice andava alla scuola di Giovanni, non pruovano che Giovanni sia l’autore del libro. Finalmente l’opera di Giovanni fu scritta nel 1257, cioè ventun anni prima di quel che suppongasi scritto questo codice. Il valoroso autore soprallodato , il qual non cerca che il vero , e a cui ho comunicate queste mie riflessioni , con quella docilità che è propria de’ dotti, se n’ è mostrato convinto. [p. 352 modifica]352 LIBRO Della Medicina e della Chinirgia di Guglielmo han fatto atnpii estratti il Freind (1 lisi. Meilic. p. 170) e M. Portai (flist. de l’Anat. t 1, p. i85), i quali osservano che benchè egli pure secondo l’usanza dei suoi tempi, e forse ancora de’ nostri, abbia da’ suoi predecessori preso non poco, molte cose però ha nuovamente scoperte, e in molte ha parlato con esattezza maggiore assai di quella che sinallora si fosse usata. Egli insiem con Lanfranco da Guido Cauliac vien detto autore di una terza setta di chirurgia: Ter/in serta fidi. Guile lini de Saliceto, et Lanfranci, (qui volentes medicare inter istos, procurabant omnia vulnera cum unguentis et emplastris dulcibus. XXII. Lanfranco , di cui ci rimane a parlare, non si contenne, come gli altri finor nominati, entro l’Italia, ma passò in Francia, e vi salì a gran fama. Egli era milanese di patria, come si raccoglie da un codice mss. della sua Chirurgia grande: Lanfranci Mediolanensis Magne chyrurgiae libri v. (Cat. MSS. Bibl. reg. paris. t.!4, p. 301, cod. 6992), il che pur vedesi nell’edizioni della stessa opera. Nel proemio di essa egli accenna di essere stato costretto a partir dalla sua patria, e a recarsi a Parigi, della qual città fa grandissimi elogii; e aggiugne di avere composta quest’opera a onore del re Filippo, alle preghiere de’ professori di medicina, e a vantaggio degli scolari che lo accompagnavano; propter fraternum amorem valentium Medicinae Scholarium, mihi tam honorabilem facientium comitivam. Le quali parole sembrano indicarci ch’ei tenesse scuola di medicina in [p. 353 modifica]SECONDO 353 Parigi. Ma più chiaramente ei parla di se medesimo al fin dell’opera, e narra di essere stato cacciato da Milano e trasportato in Francia per comando di Matteo Visconti signor di Milano; che venuto a Lione vi si trattenne alcun tempo, e vi scrisse il Compendio di Chirurgia, che pure abbiamo alle stampe; che ivi attese all’educazion de’ suoi figli (il che ci mostra l’errore di M. Portal che ha scritto (l. cit. p. 189) che Lanfranco era ecclesiastico), e che insieme recossi per esercizio della sua arte in diversi paesi; che finalmente l’anno 1295 venne a Parigi, ove dice ch’ebbe tal comitiva, cioè, come sembra doversi intendere, tal numero di scolari, che ben conosceva di non meritarne la centesima parte; e che accintosi ivi a scrivere questa sua opera a richiesta de’ maestri di medicina, e singolarmente di Giovanni Passavanti, aveala condotta a fine l’anno 1296. Da un altro passo della sua opera raccogliamo eli’ egli anche in Milano avea esercitata la chirurgia, poichè narra (Chirurg: magna tract. 2, c. 1) di aver risanato ivi un Canonico regolare di S. Agostino, che per una pericolosa caduta da cavallo già era creduto morto. Ed altre cure ancora da sè fatte nella stessa città ei rammenta in più luoghi (ib. tract. 3, c. 2, 5). M. Portal ha fatto di quest’opera ancora un non breve estratto; e molte osservazioni ne accenna, che ci scuoprono che Lanfranco si avanzò ancora più oltre che i precedenti scrittori. Ma io mi compiaccio singolarmente di poter qui usare l’autorità di questo scrittor francese, dicendo che a Lanfranco deesi in gran parte che la chirurgia Tiraiiosciii , Voi IV. 23 [p. 354 modifica]uscisse finalmente dall’ignoranza in cui finallora era giaciuta in Francia. E in vero in tutto il secolo XIII appena troviamo altri scrittori di Medicina e di Chirurgia fuorchè gl’italiani, de’ quali abbiam ragionato; e parmi perciò che ci possiamo non senza ragione vantare che noi siamo stati i primi a ravvivar questi studi che si giaceano dimenticati; e che benchè questi primi scrittori altro non abbian fatto comunemente che tradurre e copiare gli autori greci e gli arabi, molto però hanno giovato a risvegliare fra noi e fra le altre nazioni quell’ardore con cui gli studi medesimi si sono poscia ne’ secoli susseguenti coltivati cotanto felicemente. XXIII. Quel Giovanni Passavanti che abbiam veduto poc’anzi nominato dal chirurgo Lanfranco , sembra che fosse professore di medicina nella università di Parigi. Ma di lui non ci son pervenute più distinte notizie, seppur egli non è quel Giovanni di Gherardo Passavanti che l’anno 1299 fu scelto professore di diritto canonico nell’università di Bologna. (De Prof. Bon. t. 1. pars 1. p. 41G).