Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo V/Libro I/Capo II

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere
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[p. 24 modifica]24 LIBRO Capo II. Favore e munificenza de.’ principi verso le lettere. r 1 I. Chi avrebbe pensato mai che fra r uni veraii^puLbh- sale sconvolgimento di tutte le provincie e le città italiane, che abbiam finora descritto, dorè trovar»»- vesser le scienze e le lettere trovar sì splendidi nos|’Ii!naiot ■. protettori, prò tetto n, en esse potessero sempre più ristorarsi da’ gravissimi danni in addietro sofferti, e sorgere a stato sempre più florido e glorioso? E nondimeno così fu veramente. I principi che in questo secolo ebber dominio in Italia, furono per lo più uomini di animo grande e d’indole generosa, come era necessario a chi volea levarsi da se medesimo ad alto stato, stendere più ampiamente il suo dominio, e difenderlo contro i potenti e invidiosi rivali dai quali vedeasi circondato. Bramosi di acquistarsi gran nome, non meno che vasto impero, pensarono saggiamente, che come avrebbono col valor dell’armi ottenuto il secondo, così a conseguire il primo era opportunissimo mezzo la protezione e il favore ch’essi accordassero a’ dotti. Si videro essi dunque gareggiar nobilmente tra loro nell’invitare alle lor corti e nel sollevare a grandissimi onori coloro che negli studi d’ogni maniera aveano più chiara fama. Quindi, come suole avvenire, molti vennero in isperanza di giungere con tal mezzo a quel grado medesimo di lieta e ridente fortuna a cui miravano sollevati tanti altri; e molti perciò si [p. 25 modifica]P1UM0 25 rivolsero a coltivar quegli studj a’ quali vedeano conceduti onori e premj sì grandi. II. Fra i principi a’ quali le scienze dovettero E,“;falti in questo secolo il loro innalzamento, io non a.*»»» *mttemerò di dare il primo luogo a Roberto re di Napoli. Le continue guerre in cui egli fu avvolto, *’ e l’ampio stato di cui vegliava al governo, come nel precedente capo si è accennato, pareva che a tutt’altro il dovesser tenere rivolto che a coltivare e a fomentare gli studj. E nondimeno non vi ebbe mai forse principe alcuno che al par di lui si rendesse famoso nel coltivarli non meno che nel fomentarli. Se io volessi qui riferire agli elogi con cui ne ragionano gli scrittori a lui contemporanei, avrei luogo a stendermi assai ampiamente. Ma quanto ne è maggiore la copia, tanto più ci conviene usare discernimento nella scelta. Sia il primo Giovanni Villani, il quale, non dissimulando un difetto di questo gran principe, si rende più degno di fede, ove ne celebra le virtù. Questo re Roberto, ditegli, fu il più savio re che fosse tra’ Cristiani già fa 500 anni, sì di senno naturale, come grandissimo maestro di teologia, e sommo filosofo , dolce signore, ed amorevole fu ed amico del nostro Comune di Firenze, e di tutte le virtù dotato. Se non che, poichè cominciò a invecchiare, V avarizia lo guastava in più guise. Iscusavasene per la guerra che avea per acquistare la Cecilia. Ma non bastava a tanto signore , e così savio coni era in altre cose (l. 12, c. 9). Il qual vizio fu in lui pure ripreso da Dante (Parad, c. 8), che essendo morto 22 anni innanzi a Roberto, ci fa vedere con ciò [p. 26 modifica]2 6 LIBRO eli’ egli non aspettò a darne pruova in vecchiezza. Ma questo finalmente e la soverchia ambizion di dominio sono le sole taccie che gli si oppongono, nè esse han vietato agli storici il tesserne grandissimi elogi. Alcuni ne udiremo fra poco nel parlar che faremo degli studj di questo principe, giacchè a questi soli noi dobbiamo ristringerci. Il Petrarca avea qualche pensiero di scriverne stesamente la Vita (Rer. memorand. l. 3, c. 3), e, pieno com’egli era di gratitudine e di stima, avrebbe per certo posti in chiarissimo lume i non ordinarj pregi di un sì famoso sovrano. Tanto però ne abbiamo in altri scrittori e in altre opere dello stesso Petrarca, che basta e farcene concepire una giusta idea. Suolimi Leggiadro è ciò che de’ primi studi di Mudi ^ lod. Roberto ancor giovinetto ci racconta il Boccac» a Pctrar-ciò (Geneal. Deor. I. i^c.g), e dopo lui Domenico Aretino (Ap. Mehus Vita Ambr. camald, p. 224). Quegli afferma di aver più volte udito dire a Jacopo di San Severino conte di Tricarico e di Chiaramonte, che suo padre aveagli narrato che Roberto in età fanciullesca era di sì lento e torpido ingegno, che non giunse ad apprendere gli stessi elementi gramaticali senza grande difficoltà di chi istruì vaio, e che disperando omai ch’ei potesse fare profitto alcun nelle scienze, il suo maestro per mezzo delle favolette d’Esopo gli venne a poco a poco istillando un desiderio sì ardente di studiare e di sapere, che in breve tempo non solo apparò le arti liberali, ma entrando ne’ più profondi misteri della filosofia, giunse a sì alto segno di [p. 27 modifica]PRIMO 27 dottrina, che dopo Salomone non v’ebbe re alcuno al mondo più di lui dotto. Così il Boccaccio. Il qual confronto di Roberto con Salomone vedesi usato da altri scrittori di questo secolo, e fra gli altri da Benvenuto da Imola: Roberti, quem post Salomonem sapientissimum praedicat constans opinio plurimo rum (Comm. in Dante Antiq. Ital. t. 1, p. 1035). E in vero quanto avido egli fosse di coltivare le scienze, quanto fosse in esso istruito, e con qual impegno le fomentasse, si raccoglie da varj passi dell’opere del Petrarca, il quale non parla mai di Roberto senza onorarlo dei più magnifici elogi. Rechiamone uno, fra molti, tradotto nel volgar nostro linguaggio. Il re Roberto, dic’egli (Rer memor. l. 2, c. 2), non era già salito ad altissimo stato dopo aver coltivati faticosamente gli studj; ma nato nella regia, anzi destinato al trono prima ancora di nascere, perciocchè discendente non sol da padre 7 ma da avoli ancora e da bisavoli regi, allevato fra lo splendor della corte, superò nondimeno gravissimi ostacoli. Egli ancora fanciullo, e, a dir tutto in poco, nato nel nostro secolo, soggetto col crescer degli anni a più vicende della fortuna , avvolto in assai gravi pericoli, stretto ancora talvolta in carcere, pure nè da minacce, nè da insulti, nè da lusinghe, nè dalla malvagità de’ tempi si lasciò distogliere mai dagli studj. O fosse occupato negli affari di guerra o di pace, o si ristorasse dalle sofferte fatiche, di dì e di notte, passeggiando e sedendo 7 volle sempre aver seco de’ libri. Prendeva sempre al suo ragionare argomenti sublimi. Ciò che noi [p. 28 modifica]28 LIBRO abbiam detto di Cesare Augusto, egli ancora, benchè sì scarsa e quasi niuna occasione ne avesse, procurò nondimeno con sommo impegno di proteggere con regia beneficenza gl’ingegni del secol suo. Non solo udiva con singolar pazienza coloro che gli recitavano cose da lor composte, ma faceva lor plauso, e gli onorava del suo favore. Così continuò egli a fare fino all’estremo. Anche già vecchio, filosofo e re quale egli era, non vergognossi mai d imparare cosa alcuna; ne mai gV increbbe di farcene parte. Egli dicea sovente che coll apprendere e colf insegnare V uom si fa saggio. Quanto finalmente egli amasse le lettere, il dà a vedere un suo detto ch’io stesso ne udii. Perciocchè avendomi egli chiesto un giorno per qual cagione foss’io venuto a lui così tardi, e dicendogli io, come era di fatti, che i pericoli di mare e di terra e gli ostacoli dell’avversa fortuna me X ave ani finallora impedito, cadde non so come menzione del re di Francia, ed ei mi chiese, s io avessi veduta mai quella corte. Gli risposi che non erami ciò mai caduto in pensiero. E sorridendo egli, e cercandomene la ragione, perchè, gli soggiunsi, io non ho voluto esser inutile e gravoso a un re non letterato; e a me piace assai più il vivermene lieto nella mia povertà, che inoltrarmi nelle soglie regali ove nè intenderei, nè sarei inteso da alcuno. Replicò egli allora di avere udito che il primogenito del re non era alieno dagli studj: ed io gli risposi che così ne aveva inteso io pure; ma che ciò spiaceva al padre, e che anzi diceasi c/i ei mirava come suoi nemici i maestri [p. 29 modifica]PRIMO 29 del figlio. Il che nè io affermo ora, nè allor l’affermai come vero, ma ne correa voce; e ciò aveami vietato il pur pensare ad offerirmi a quella corte. Udita tal cosa quell animo generoso sdegnossi e inorridì , e dopo un breve silenzio, fiso in terra lo sguardo, e altamente commosso, come ben gli si leggea nella fronte (perciocchè ho ogni cosa presente quasi ancor la vedessi) levò il capo, e, Tal è, disse, il costume degli uomini: così varj sono i giudizj loro e i loro sentimenti. Io quanto a me vi giuro che assai più dolci e più care mi sono le lettere, del regno stesso; e che se dovessi perdere o le une o P altro, assai più volentieri io rimarrei privo del diadema che delle lettere. O detto filosofico veramente e degnissimo della venerazione di tutti i dotti, quanto mi piacesti tu! e qual nuovo stimolo mi aggiugnesti allo studio?! O quanto profondamente mi rimanesti scolpito in seno?! Ma dello studio di Roberto basti il detto fin qui. Che dirò io del sapere? Que’ medesimi che o per odio, o per desiderio di maldicenza cercano di diminuirne le lodi, non gli contrastano quella della dottrina. Egli peritissimo nelle sacre Scritture, egli espertissimo ne’ filosofici studj, egli egregio oratore, egli dottissimo nella medicina, solo la poesia coltivò leggermente, di che, come gli ho udito dire, si pentì in vecchiezza. Degna parimente d’esser letta è la lettera che il Petrarca gli scrisse, dappoichè ebbe ricevuta la laurea in Roma (Petr. Op. t. 3 , p. 1 a52, ed. Basil. 1554), in cui più ampiamente ancora rammenta la regia munificenza e la singolar bontà con cui Roberto [p. 30 modifica]3o LIBRO accoglieva, onorava e premiava i dotti; oltre gli onorevolissimi elogi che ad ogni passo delle sue opere ei prende occasione di farne. c ltv- IV. Ciò che il Petrarca accenna sol breverheiapoem mente nel luogo da noi poc’anzi recato, cioè n«r/dir\?u cbe Roberto solo in età avanzata si diè ad diaionc. amare e a coltivare la poesia, più diffusamente raccontasi dal Boccaccio, il quale, dopo averlo chiamato, come il Petrarca, filosofo illustre, valoroso maestro di medicina, e teologo insigne sopra tutti que’ del suo tempo, dice (De Gmcal. De.or. I. 14 sub fin.) che fino all’anno sessantesimosesto di sua età avea avuto in poca stima Virgilio, cui soleva chiamare uom favoloso. Nel qual passo però debb’essere corso errore; perciocchè Roberto morì nel 1343 in età di anni 64, e il cambiar ch’egli fece di sentimento per riguardo alla poesia deesi fissare all’anno i3 ji in cui Roberto vide per la prima volta il Petrarca. Questi, come siegue a narrare il Boccaccio, scoprì a Roberto quanti profondi misteri sotto le poetiche favole stesser nascosti; e l’ottimo re ne fu preso per modo che, sdegnandosi seco stesso, diceva, e il Boccaccio afferma di averlo udito da lui medesimo, che non avrebbe creduto mai che sotto sì spregevol corteccia si giacesse riposto sì gran tesoro, nè vergognossi, benchè l’età avanzata non gli desse speranza di lunga vita, di lasciare per qualche tempo in disparte i più nobili studj, e di rivolgersi interamente a Virgilio; e se la morte non avesse interrotte le sue nuove fatiche, in quest’arte ancora egli avrebbe ottenuto gran nome. I quai sentimenti [p. 31 modifica]PRIMO 3l eli questo incomparabil monarca si veggono ancora accennati dallo stesso Petrarca in seguito del lungo passo che ne abbiam poc’anzi recato. Prima ancora però eli’ egli conoscesse il Petrarca, non era sprezzator dei poeti a tal segno che non credesse ben impiegato il denaro a comprarne i libri. Ne abbiam la pruova in un ordine da lui spedito l’anno 1338 a un suo ministro (V. pref. al Tratt. delle Virtù mor. del re Rob.), con cui gli comanda di pagare cinque once d’oro a F. Giovanni da Napoli dell’Ordine de’ Minori, che per sua commissione avea provvedute tutte l’opere canoniche e poetiche di Francesco da Barberino. Molti hanno creduto che Roberto non sol pregiasse, ma coltivasse ancora la poesia, e eli’ ei sia l’autore del Trattato delle Virtù morali in versi italiani, che a lui comunemente si attribuisce. Ma noi mostreremo altrove l’errore di tale opinione , in cui per altro è caduto anche l’eruditissimo abate Mehus (Vita Ambr. camald, p. 273). Nella Biblioteca del re di Francia trovasi registrata (Cat. Codd. mss. t. 3, p. 540, cod. 4046) un’opera di Roberto re di Sicilia e di Gerusalemme intitolata: Tractatus de Apostolorum ac eos praecipue imitantium Evangelica paupertate. A me pare assai strano che il re Roberto volesse scrivere di un tale argomento, e forse egli è stato confuso con un Roberto domenicano, a cui nel luogo medesimo vedesi attribuito un somigliante trattato. L’unico saggio che del saper di Roberto ci sia rimasto, è una lunga lettera , o anzi un sermone ch’egli scrisse a’ Fiorentini a’ 2 di [p. 32 modifica]3a LIBRO dicembre del i333 per consolarli ne’ gravissimi danni che una spaventosa inondazione avea loro recati. Ella sembra cosa di sacro oratore più che di principe; così è tutta tessuta di sentimenti di religione, e di passi della Scrittura e dei SS. Padri. Roberto la scrisse in lingua latina. Ma Giovanni Villani recolla nella volgare, e la inserì nella sua Storia (l. 11, c. 3) (a), v V. Ma noi dobbiam qui cercare principalProterione , -i p 1 ■ • I* » _!• * * da ini acmr* mente il lavore di cui egli onoro gli uomnn te™.*11*Iel dotti del suo secolo. Ciò che ne abbiam detto finora, basterebbe a mostrarcelo uno de’ più splendidi protettori che avesser le lettere. Noi vedremo oltre ciò nel decorso di questo tomo quasi tutti coloro che pe’ loro studi godeano (a) Pare che il re Roberto si dilettasse assai di comporre e fors’anche di recitare sermoni; perciocchè nella libreria de’ PP. de’ SS. Giovanni e Paolo in Venezia conservasi un codice ms. in cui molti se ne contengono da esso fatti per funzioni ecclesiastiche, per lauree conferite in Salerno, per Capitoli de’ frati, o per la venuta de’ lor superiori nel suo regno, e per altre somiglianti occasioni ^ e uno di questi sermoni da lui composti in lode della città di Bologna è stato dato alla luce dal ch. co. Giovanni Fantuzzi (pref. al t. 2 degli Scrittori bologn.). Un altro codice e una altra opera del re Roberto conservasi in Venezia nella richissima collezione di mss. fatta dal sig. ab. Matteo Luigi Canonici, che ha per titolo: Dicta et opiniones Phi lo sopito rum; e comincia: Incipit liber, qui intitulatur Dicta et opiniones Philosophorum compilatus ex diversis et antiqui s libris extractis per Serenissimum Principem Robertum Dei gratia Regem Italie et Cecilie Comitemque Provincie et Forcalquerii; opera scritta, come a quei tempi poteva aspettarsi, con molta erudizione , ma con poca critica. [p. 33 modifica]PRIMO 33 di qualche nome, o essere da Roberto invitati alla sua corte, o venirvi spontaneamente, certi d’esservi accolti con quella stima che lor si dovea. Il gran Petrarca, da lui amato teneramente in sull1 estremo di sua vita, quando solo il conobbe; il Boccaccio, il monaco Barlaamo, il P. Dionigi da Borgo S. Sepolcro, e più altri che vedremo da lui ricevuti con sommo onore nella sua reggia; la copiosa biblioteca da lui raccolta, e gli uomini eruditi ai quali a Ridonile la cura, ci mostreranno più chiaramente ch’egli può andare del pari co’ più magnifici mecenati della letteratura. Quindi vedremo ancora molti fra gli scrittori di questa età a lui dedicare i lor libri, come Dino dal Garbo , il poeta Convenevole, il Petrarca che , richiestone dal re medesimo (Epist. ad Poster.), gli dedicò il suo poema dell’Africa, ed altri, de’ quali a suo luogo ragioneremo. Non è dunque a stupire che a tutto ciò ponendo mente il Petrarca, rapito quasi da entusiasmo, esclamasse: Un solo giudice idoneo delle opeie cT ingegno ha l’Italia, anzi il mondo tutto, cioè Roberto re di Sicilia. Felice Napoli, a cui per singolar dono della fortuna è toccato di avere l’unico ornamento del secol nos tro! Felice Napoli, io dico , e degna (V invidia, sede augustissima delle lettere; che se già sembrasti dolce a Virgilio, quanto più dolce dei sembrare al presente7 che in te risiede uno stimatore sì saggio degli studi e degl* ingegni! A te ne venga chiunque si fida del suo talento. Nè si lusinghi a differire. U indugio è pericoloso; T età è avanzata, e già da gran tempo merita il mondo di perderlo, ed Tirabosui*, Voi. V. 3 [p. 34 modifica]34 LIBRO egli merita di andarsene a miglior regno (Epist famil. l. 1, ep. 1). Potrebbesi dubitare se il re Roberto anche a Dante Alighieri avesse dati de’ contrassegni di onore e di stima. Giammario Filelfo in una Vita inedita di questo poeta (V. Mem, per la Vita di Dante, p. 67), parlando delle diverse ambasciate ch’egli sostenne, due ne accenna al re di Napoli: ad Regem Parthenopaeum cum muneribus contrahendae ami* citiae gratia, quam contraxit indelebilem... ad Regem Parthenopaeum rursus pro liberatione Vanni Bar ducei, quem erat ultimo affecturus supplicio liberavit autem Dantis oratio egregia illa, quae sic incipit, ec. Le quali ambasciate, benchè da niuno altro scrittor si rammentino, fuorchè dal Filelfo, che visse quasi due secoli dopo Dante, nondimeno il distinto ragguaglio ch’egli ne dà, e l’orazione che allor tuttora esisteva da Dante fatta per la seconda, sembra che ce ne facciano certa fede. Or chi fu egli il re di Napoli, a cui Dante fu due volte inviato dalla sua patria? A mio parere ei non potè esser Roberto; poichè questo non salì al trono che l’anno 1309, e Dante cacciato dalla patria in esilio fin dall’anno 1300, non più vi fece ritorno. Ei fu dunque probabilmente Carlo II, e forse la prima ambasciata di Dante a questo sovrano fu all’anno 1295 in cui ei venne a Firenze, e vi fu ricevuto a gran festa (G. Vill. l. 8, c. 3). Nella qual occasione, come narra Benvenuto da Imola (Ap. Murat Antiq. Ital. t. 1, p. 1240), Dante si strinse in grande amicizia con Carlo Martello figliuolo del re. Questo scrittore afferma che Dante avea allora [p. 35 modifica]PRIMO 35 a5 anni ili età; ma poichè è certo ch’ei nacque, nel 1265, convien qui riconoscere un error de’ copisti, e credere che Benvenuto scrisse 30 anni. Dell’altra ambasciata non abbiam notizia nè congettura alcuna; ma se il Filelfo ci ha detto il vero, è verisimile ch’ella seguisse in uno degli anni seguenti che precederono l’esilio di Dante. Il Boccaccio aggiugne (De Geneal. Deor. l. 14, c. 11) che Dante fu ancora in grande amicizia congiunto con Federigo d’Aragona re di Sicilia, III di questo nome: il che io non saprei indovinare a qual occasione avvenisse; e solo ho voluto qui accennare tai cose per unire insieme tutte quelle notizie che ho potute raccogliere, della protezione da’ re di Napoli e di Sicilia accordata alle lettere. VI. Or venendo a parlare degli altri signori p vi. italiani che in questo secolo onorarono del lor so pmc drfavore le lettere, ci si offrono primieramente chi^’Co ne’ primi anni di esso gli Scaligeri signori di il 1 _ O O O ino urcn^ii. Verona. Dante fu il primo per avventura a prò- t«i«d. uJ0vare gli effetti della generosa loro munificenza, ed egli perciò fu il primo a lasciarne durevole e gloriosa memoria nei suoi versi. Egli introduce Cacciaguida a predirgli l’esilio che aver dovea da Firenze, e il fa parlare in tal modo: Lo primo tuo rifugio e ’l primo ostello Sarà la cortesia del gran Lombardo Che in su la Scala porta il santo uccello, CIC avrà in te sì benigno riguardo, Che del fare e del chieder tra voi due Fia prima quel che tra gli altri è più tardo. Con lui vedrai colui che impresso fue Nascendo sì da questa stella forte t Che notabili fien i opere sue. [p. 36 modifica]36 LIBRO Aon s< ne sono ancor le genti accorte Per la novella età; che pur nov9 anni Son queste ruote intorno di lui torte. Ma pria ch ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, Parran faville de la sue virtute In non curar d? argento ne <V affanni. Le sue. magnificentie conosciute Saranno ancora sì , eh* i suoi nimici Non ne potran tener le lingue mute. A lui t’aspetta et a’ suoi benefici: Per lui fia tramutata molta gente , Cambiando condition ricchi et rnendici y Et porterai ne scritto nella mente Di lui, e nel dirai: et disse cose Incredibili a quei che fian presente. Parad. c. 17, v. 70, ec. Che Dante ragioni a questo luogo degli Scaligeri , è abbastanza evidente dallo stemma lor gentilizio ch’egli descrive, cioè la Scala, e sopra essa il santo uccello, ossia l’aquila. Ma non è ugualmente certo qual sia tra gli Scaligeri quegli di cui egli ragiona. Abbiam già osservato che ad Alberto della Scala, morto l’anno 1301 , succedette Bartolommeo di lui figliuolo; che a questi tre anni appresso sottentrò il fratello Alboino. il quale poscia divise il governo coll’altro suo fratello Can Grande giovinetto di età, e che essendo Alboino morto nel x 311, Cane rimase solo signor di Verona. Or tra questi chi fu egli il benefico ricettatore di Dante? Il Boccaccio e Giannozzo Manetti nelle lor Vite di questo poeta affermano che fu Alberto. Ma par certo eli1 essi abbiano errato, poichè Alberto morì l’anno 1301, e Dante non fu esiliato che nel gennaio del 1302. Benvenuto da Imola dice ch’ei fu Bartolommeo (Comm. in Dante, Antiq. [p. 37 modifica]PRIMO 37 Ital t. 1, p. 1289); Iste » de quo Auctor loquitur, fuit quidam Dominus Bartholomaeus, qui obtinuit Capitaneatum Veronae ab Imperatore, ad quem Auctor primo habuit recursum; et recepit provisionem ab eo. Ma l’eruditissimo sig. Giuseppe Pelli non crede abbastanza fondata questa opinione (Mem, della Vita di Dante, p. 86, ec.); e a combatterla si vale singolarmente dell1 unire insieme che qui fa Dante due di questa famiglia. Or, dic’egli, Bartolommeo non ebbe nel dominio collega alcuno. Ben l’ebbe Alboino, il qual prese a suo compagno il giovine suo fratello Cane. Dunque di Alboino deesi intendere il passo di Dante, e deesi credere parimente che solo l’an 1308 ei si recasse alla corte degli Scaligeri, nel qual anno è probabile che Cane fosse preso da Alboino a collega. Questo argomento non soffrirebbe risposta, se fosse certo che Dante parlasse di due Scaligeri signori amendue di Verona a quel tempo ch’egli vi si ritirò. Ma egli altro non dice, se non che insieme colf uno avrebbe veduto ancor l’altro: Con lui vedrai colui, ec. Che anche il secondo fosse allora signor di Verona, Dante nol dice. Per altra parte, del primo di essi Cacciaguida predice a Dante che sarà Lo primo tuo rifugio e’ l primo ostello; e sembra perciò certissimo che Dante prima che da altri fosse onorevolmente accolto dallo Scaligero. Ora il medesimo sig. Pelli ci narra, e pruova chiaramente (l cit.. p. 85), che Dante fu onorevolmente accolto l’an 1307 dal march. Moroello Malaspina. Se dunque solo l’an 1308 Dante andò a Verona, come potea affermare che lo [p. 38 modifica]38 LIBRO Scaligero esser dovesse il primo suo albergatore? Io penso perciò che l’anno 1304, cioè due anni dopo l’intima fattagli dell’esilio, Dante se n’andasse a Verona, come in fatti si narra da Leonardo Bruni nella Vita di questo poeta; e che da Verona passasse poscia talvolta or presso il march. Malaspina, or presso altri. Ma E eliso insieme con il. Pelli che Alboino probabilmente e non Bartolommeo fosse il primo ricettatore di Dante; perciocchè il rifugiarsi che Dante fece a Verona seguì, secondo il Bruni, dopo l’assalto che inutilmente dierono i Bianchi a Firenze, il che accadde nel luglio del 1304 e Bartolommeo era già morto nel marzo di quest’anno medesimo (Murat. Ann. d’Ital, ad h. an.) (a). (a) 11 eh. monsig. Giovanni Jacopo Dionisi canonico di Verona ha eruditamente esaminata la quistione qual fosse tra gli Scaligeri il ricettatore di Dante (Serie di Aneddoti, n. 2); e dopo aver mostrato ch’ei non potè essere Alberto, il che è certissimo, nè Bartolommeo, (poichè questi morì a’ 7 di marzo del 1304, e Dante verisimi Intente non lasciò la Toscana che dopo i 20 di luglio dall’anno stesso in cui la parte degli esuli fiorentini fece T ultimo inutile sforzo per rientrare in Firenze) si fa a provare che del solo Cangrande ragiona Dante; e che perciò dee credersi che solo dopo la morte di Alboino, accaduta nel 1311, Dante si recasse a Verona. Si possono veder gli argomenti coi quali egli ingegnosamente si sforza di comprovare la sua opinione. Noi possiamo sperare che sempre meglio egli la stabilirà nella Vita di Dante, che si apparecchia a pubblicare , e che in essa scioglierà con più chiarezza alcune gravi difficoltà che ad essa si oppongono. In primo luogo Dante fa predire a a se stesso che il primo suo rifugio e il primo ostello sarà lo Scaligero. Ove dunque rifugiossi egli dal 1304 fino al 13r 1? E se altrove [p. 39 modifica]PRIMO VII. Alboino della Scala adunque, come a me 5embra probabile, fu il primo tra’ Signori italiani che, coll’accogliere favorevolmente Dante, mostrasse in qual pregio avea gli studi. Ma contrassegni assai maggiori di stima ei ricevette da Can Grande. Fu questi, come il Boccaccio afferma (giorn. 1, nov. 7), uno de’ più nobili e magnifici Sigjiori cF Italia; e degna d’esser letta è la descrizione che dello splendore e della magnificenza di Cane nell1 ammettere e nel trattenere alla sua corte ogni ordine di persone ci ha lasciata nelle sue Storie manoscritte di Reggio il Panciroli, allegando un rifugiossi, come poteva dirsi che la casa della Scala dovesse esser la prima a riceverlo? Monsig. Dionisi vuole che qui s’intenda primato di dignità, non di tempo; ma forse parrà ad alcuni che questa spiegazione sia più ingegnosa che vera. In secondo luogo è troppo evidente che qui si parla di due: del gran Lombardo Che in su la Scala porta il santo uccello, ec. Ecco Alboino a cui, pochi mesi prima ch’ei morisse, nel 1311 permise Arrigo di aggiugner l’aquila alla sua divisa che era la Scala; del che potè far menzione Dante scrivendo più anni dopo il suo poema, benchè, quando ei ritirossi a Verona, non avessero ancor gli Scaligeri questa divisa. Siegue poscia Dante: Con lui vedrai colui che impresso fue; ed ecco Cangrande fratello di Alboino , che dovea avere nove anni, quando si suppone avuta la visione di Dante, cioè nel 1300, e di cui , essendo ei solo vivo , quando Dante scriveva, parla con più luminoso elogio. Monsig. Dionisi crede che debba leggersi non Con lui, ec.; ma Colui vedrai Colui; sicchè questa altro non sia che una ripetizione la quale si riferisca a Cangrande, secondo lui, nominato di sopra. E so che alcuni codici ha già egli trovati che confermano questa lezione. E se avverrà ch’essa si debba creder la vera , allora nuovo fondamento aggiugnerassi all’opinion ’ di questo dotto scrittore. VII. Munificenti di C.m Grande v«r*0 de* lctlerati. [p. 40 modifica]40 LIBRO passo della Cronaca della stessa città scritta nel secolo xiv da Sagacio Gazzata. Questa, ma solo in parte, poichè il rimanente è perito, è stata data alla luce dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 18), il quale nella prefazione ad essa premessa ha ancor pubblicato il suddetto passo, che sarebbe esso pure perduto, se dal Panciroli non fosse stato inserito nelle sue Storie. Ei dunque afferma che il Gazzata, il qual pure era stato amorevolmente ricevuto da Cane, avea lasciato scritto nelle sue Storie che quella corte era il comune rifugio di tutti gli uomini o per nascita, o per imprese, o per sapere famosi, i quali per sinistre vicende costretti erano ad abbandonare la patria; che diversi appartamenti secondo la diversa lor condizione erano ad essi assegnati, e a ciascheduno i lor servidori, e a tutti imbandite laute vivande; che sulle loro stanze facea dipinger simboli o motti diversi allo stato lor convenevoli, come il trionfo a’ vincitori, la speranza agli esuli, i boschi delle Muse a’ poeti, Mercurio agli artefici, il Paradiso a’ Predicatori; che alle lor cene aggiugneasi il piacere di armoniche sinfonie, di buffoni, di giocolieri; che le loro stanze erano magnificamente addobbate e messe a vaghe pitture, e adattate singolarmente a spiegare la varietà e T incostanza della fortuna. Fra quelli poi che erano stati a parte di tali magnificenze, nomina il Gazzata quel Guido da Castello Reggiano, di cui abbiam favellato nel quarto tomo, e il nostro Dante, del cui ingegno dice che Cane assai compiacevasi. In fatti l’elogio che abbiam veduto a lui farsi dal nostro poeta, sembra [p. 41 modifica]PRIMO 41 dettato da’ sentimenti di gratitudine e beneficj ch’ei sapeva d’averne avuti. Sembra, ciò non ostante, che l’indole aspra e il troppo libero parlar di Dante il facesse a poco a poco cader dalla grazia di sì possente signore. Così ci assicura il Petrarca (l. 2 Rer. memor. c. 4) che dà a Cane l’onorevol nome di sollievo e ricovero comune degli afflitti, e che racconta che Dante, dopo essergli stato per qualche tempo assai caro e gradito, cominciò a spiacergli, perciocchè un giorno, fra le altre cose, essendo ivi un buffone che co’ suoi gesti e discorsi liberi e osceni moveva a riso la brigata, e parendo che Dante ne avesse sdegno, Cane, dopo averne dette gran lodi, chiese ai poeti onde avvenisse che colui fosse amato da tutti, il che non potea ei dire di se medesimo; a cui Dante, Tu non ne stupiresti, rispose, se ti ricordassi che la somiglianza de’ costumi suole stringer gli animi in amicizia. La qual mordacità di parlare fu cagione per avventura che Dante non potesse avere in alcun luogo stabil dimora, come a suo luogo vedremo. Degli altri Scaligeri che in questo secolo furono signori di Verona, io non trovo alcun altro a cui si attribuisca la lode di aver protetti gli studj; anzi la ferocia dell’animo e la crudeltà che in più di essi si vide, ci fa congetturare che a tutt’altro oggetto rivolgessero i lor pensieri, che alla letteratura. VIII. Maggior numero di mecenati de’ buoni studj ebbe la famiglia de’ Carraresi signori di Padova. Nel capo seguente vedremo ciò che a vantaggio di quella università operò Ubertino , viri. Ubertino e Jacopo 11 da Carrara proiettori dotti. [p. 42 modifica]42 LIBRO che dal 1338 fino il 1345 ebbe il dominio di quella città, benchè per altro pe’ molti e gravi suoi vizj lasciasse di se medesimo odiosa memoria; e altrove rammenteremo il mandar ch’ei fece a Parigi dodici giovani padovani perchè vi apprendessero la medicina. Jacopo II benchè giunto al dominio coll’uccisione di Marsilietto Pappafava, ne’ cinque anni però che il tenne, cioè dal 1345 al 1350, come si rendette amabile a tutti per le sue virtù, così dai dotti singolarmente ebbe encomj e lodi per gli onori di cui ad essi fu liberale. Il Petrarca da lui invitato a Padova, vi si recò due anni innanzi ch’ei fosse tolto di vita, e n’ebbe un canonicato in quella chiesa (Petr. Epist. ad Poster.). Quindi egli ne parla sempre con sentimenti di altissima stima. Uri altra stanza, scrive egli al suo Olimpo ossia a Mainardo Accorso (Epist. famil. l. 7, ep. 5), non men tranquilla e opportuna io ho in Padova, ove non sarà l’ultimo bene il meritar di convivere con quell nomo, sotto il cui governo quella città oppressa dalle sciagure comincia omai a respirare; dico Jacopo da Carrara, di io vorrei che tu prendessi a stimare e ad amare; perciocchè, se sempre è stata amabile la virtù, assai più ora che ella è sì rara. Ma poichè ne intese la crudel morte che l’anno 1350 gli fu data da Guglielmo suo parente, ei proruppe in lamenti che ben ci scuoprono quanto lo amasse. Dappoichè il mondo, dic’egli in una lettera pubblicata dall’abate de Sade (Mém. de Petr. t. 3, p. 97), ha perduto il re Roberto, io non conosceva alcuno oltre lui, che amasse le lettere, che le favorisse, [p. 43 modifica]PRIMO 43 e che fosse in istato di giudicare delle opere d ingegno. Pieno di virtù e di gloria si distingueva singolarmente per una sua dolcezza particolar di costume. Egli era padre del popolo, anzichè signore e padrone, Io gli era debitore di ogni cosa, a lui avea interamente abbandonato me stesso, in lui fondate tutte le mie speranze. Leggasi inoltre quella che fu da lui scritta su questo argomento a Giovanni d’Arezzo (Variar. ep. 12), e si vedrà quanto altamente ei fosse penetrato da cotal perdita. Egli il chiamava uomo ottimo e suo grande benefattore, signore, o piuttosto padre di Padova sua patria, uomo a cui niuna cosa mancò fra quelle che son degne di lode, e cui gli stessi malvagi non avean coraggio di biasimare; e tale in somma, di cui non avrebbe mai potuto formare un giusto e proporzionato elogio. IX. Francesco detto il vecchio, fieliuol di „ IX_. t • • cosi puro Jacopo, che prima con Jacopino suo zio, po- Franose.* ii scia da sè solo ebbe la signoria di Padova finoc ‘ al 1388, superò ancora la fama del padre nella protezione accordata alle lettere e a’ loro coltivatori. Aveale coltivate egli stesso, quando a lui debbansi attribuire quindici capitoli in terza rima sulle vicende della sua vita, che dall’abate Lami sono stati dati alla luce (Delic. erudit, t. 16). Ma, come ha avvertito l’ab. Zaccaria (Stor. letter. d’ital. t. 10, p. 346), ciò non è certo abbastanza, e lo stesso codice della Riccardiana, onde essi son tratti, ci tien dubbiosi se veramente ne fosse egli l’autore (*), (*) È assai verisimile che le poesie qui mentovale [p. 44 modifica]44 LIBRO o non anzi Francesco Novello di lui figliuolo. Ben è certo però, che a lui più che ad ogni altro dee l’università di Padova il florido stato a cui giunse di questi tempi, come a più opportuno luogo vedremo. Il Petrarca che in Jacopo avea trovato uno splendido protettore, trovò in Francesco un amantissimo padre, anzi un tenero amico, e n’ebbe frequenti pruove. Una volta, fra l’altre, ch’ei tornava da Pavia a Padova, Francesco gli andò incontro fino alla porta della città; e non avendo per una impetuosa pioggia potuto aspettare finchè ei giugnesse, diede ordine a’ suoi che gliela tenessero aperta; quindi, poichè ne riseppe l’arrivo, mandò prima alcuni domestici a recargli laute vivande, e sopravvenendo egli poscia con pochi amici, volle sedergli a fianco, mentre cenava , e passò in dolci ragionamenti con lui gran parte di quella notte (Petr. Senil. l. 11, ep. 2). Nel soggiorno che il Petrarca per lungo tempo fece in Arquà, Francesco onora vaio spesso di sue visite famigli ari e di sue lettere, e ne abbiamo ancora qualche vestigio tra quelle del Petrarca (Senil. l. 14, ep. 1). Questi a lui dedicò il suo libro del Reggimento della Repubblica; e l’introduzione ad esso altro non è che un magnifico elogio delle virtù d’ogni maniera, di cui Francesco era adorno. Le Vite degli Uomini illustri dal Petrarca furono incominciate siano di Francesco da Carraia detto il vecchio, e non del giovane, perchè altronde Scippiamo ch’ei fu amante della poesia e de’ poeti , c perchè egli nelle sue prigioni di Monza ebbe quanto agio potè bramare por far ile’ versi. [p. 45 modifica]PRIMO 45 per comando di questo principe, che diè pui commissione a Lombardo da Serico di continuarne il lavoro. Finalmente, poichè il Petrarca fu morto, egli accompagnato dalla più ragguardevole nobiltà volle colla sua presenza onorarne F esequie. Vedremo altrove che Domenico Aretino fu da lui esortato a proseguir con coraggio l’opera, a cui avea dato principio, intitolata Fonte delle cose memorabili, e che altri uomini dotti furon da lui con singolari contrassegni d’onore e di stima distinti. Ei fu in somma principe al par d’ogni altro splendido e liberale, e degno perciò di quegli elogi di cui fu onorato in una orazion funebre da Gian Lodovico Lambertacci (*), della quale qualche frammento è stato pubblicato dal ch. Mehus (Vit Ambr. camald. p. 225). Nè minore munificenza verso le lettere avrebbe mostrato Francesco Novello da Carrara figliuolo e successor di Francesco, se le vicende a cui fu soggetto, e l’infelice fine che poi sostenne, gliel’avesser permesso. Dovrem però rammentare fra poco ciò ch’egli ancora, seguendo gli esempj de’ suoi maggiori, fece a vantaggio dell’università di Padova, quasi per saggio del molto più che avrebbe operato, se la condizion de’ tempi fosse stata men rea. O L’intera orazion funebre del Latnberlacci conservasi nella Riccardiana, e ne ha copia il sopiallodato sig. Giovanni Roberto Pappafava. Due altre orazioni funebri in lode dello stesso Francesco il vecchio , una di Pier Paolo Yeigerio, l’altra di Frnucesco Zabnrella, sono state pubblicate dal Muratori (Script. Rer. ital.

Favore a<- ^ principi Estensi signori di Ferrara aveano »ord..to ^aiie fin dal secolo precedente cominciato a mostrarsi bES.*8’’ splendidi e magnifici mecenati dell’italiana letteratura, e la lor corte, come già abbiamo osservato, era luminoso teatro a cui accorrevano da ogni parte gli uomini di talento, e singolarmente i poeti. E benchè le domestiche turbolenze e le esterne guerre continue, da cui furono essi in questo secolo travagliati, gli costrignessero a rivolgere altrove i loro pensieri, non lasciaron però ancora di seguire in ciò P esempio de’ loro predecessori. Alla lor corte fiorì quel Niccolò Casola poeta provenzale e autore del poema della Guerra di Attila, di cui altrove diremo. Il march. Alberto nel 1391 fondò P università di Ferrara, come si vedrà nel capo seguente. Ma di niuno de’ principi Estensi di questo secolo è rimasta sì gloriosa memoria, come di Niccolò II e di Ugo di lui fratello; perciocchè il Petrarca, che aveane sperimentata in se stesso la bontà e la cortesia, volle lasciarne a’ posteri durevole monumento. L’anno 1360 era egli partito da Padova per recarsi a Roma, ove il pontefice Urbano V desiderava vederlo; ma giunto a Ferrara, fu preso da sfinimento tale di forze, che per più ore fu tenuto per morto, e se ne sparse in ogni parte la fama (Senil. l. 11, ep. 16). Il march. Niccolò volle in tal occasione ch’ei se ne stesse nella sua corte; e non vi ebbe contrassegno di amore e (di stima, che così egli, come Ugo di lui fratello non gli dessero a gara. Udiamola dalla lettera che il Petrarca scrisse al march. Niccolò, quando udì la morte del marchese Ugo, che [p. 47 modifica]avvenne 11011 molto dopo il ritorno del Petrarca a Padova. Dopo i primi sfoghi del suo dolore, Noi abbiam perduto, egli dice (Senil. l. 13, ep. 1), o piuttosto abbiamo mandato innanzi a noi, tu un amantissimo ed ottimo fratello, io uno che per dignità mi era signore umanissimoy per amore ossequiosissimo figlio, il quale non per alcun mio merito, ma solo per generosità di animo, avea da lungo tempo, come ben sai, cominciato non solo ad amarmi, ma ad onorarmi per modo, ch’io solea compiacermene sommamente, e maravigliarmi onde mai nascesse amore e ossequio sì grande in sì grande disuguaglianza di età e di stato Io ben mi ricordo, ricini dimenticherò giammai, nè debbo in alcun modo dimenticarmi, allor quando neU V andarmene a Roma sorpreso costì da gravissima infermità, che fu da molti creduta F ultima, volle la mia buona sorte cha fossi presso di te ricevuto, e che tu ti prendessi cura di me, non come ri uomo straniero e spregevole, ma come di uno della tua famiglia medesima; io ben mi ricordo, dissi, con quai parole, con qual affetto, con qual volto tre o quattro volte ogni giorno quella felice e benedetta anima venisse a visitarmi, con quai conforti e con quali esibizioni ed offerte cercasse di alleggerire il mio dolore con sì dolce e amorevol parlare, che io per allegrezza e per maraviglia di sì gran virtù appena sentiva il mio incomodo. Taccio i saluti amorevolissimi, taccio i messi da lui mandatimi con presenti, e con quelle, l ti io pregiava assai più dei presenti, cortesissime e amorevolissime lettere. Ciò che è piìi da ammirarsi, si [p. 48 modifica]iJ8 LI li 110 è che un giovinetto nella sua florida età con tal amore assistesse a un vecchiarel moribondo, ec. Abbiamo inoltre una lettera del Petrarca alla stesso march. Ugo (ib. l. 11, ep. 12), in cui, dopo averlo esortato a coltivare co’ buoni studi e coll’esercizio delle più belle virtù l’indole nobile e generosa di cui era dotato, lo avverte a moderare alquanto il soverchio affetto che avea ai tornei e alle giostre. In tal maniera il favore di cui i principi onoravano il Petrarca, nol faceva, come spesso avviene, vile e timido adulatore; ma se egli rendeva lor quegli elogi che la gratitudine e il dover richiedeva, sapeva ancor destramente condurli su quel sentiero che li rendesse degni di quelle lodi medesime di cui onoravali. jXr ^ XI. Ottone Visconti avea fin dallo scorso se« Giovati- colo dato ai futuri suoi posteri il primo esempio T-roi^on1 ^ sovrana munificenza verso gli studj col fonie scienze. ^e’ suoj pioprii beni la cattedra di teologia nella metropolitana di Milano. Ciò non ostante, nè di Matteo , nè di Galeazzo I, nè di Azzo, che ne’ primi anni di questo secolo ebber la signoria di quella e di più altre città della Lombardia, non leggiamo che operassero cosa alcuna a pro delle lettere. Il primo di questa famiglia, da cui si trovi che in questo secolo esse fossero amate e protette, è Luchino che dall’anno 1339) fino al 1349) ebbe ampio dominio in Italia, principe che con molti vizi unì in se stesso molte virtù. Egli coltivò la poesia italiana, e il Crescimbeni ne ha pubblicato un sonetto (Comment. della Stor. della Poes. t. 5 , p. 215); e frutto di questo suo [p. 49 modifica]PRIMO 49 studio fu la stima eli1 egli ancora ebbe pel gran Petrarca. Una lettera da lui scritta a Luchino (l. 7 Famil., ep. 15) ci mostra che questi aveagli amichevolmente chieste alcune erbe e alcune frutta del suo orticello, e insieme alcuni suoi versi, dal che egli prende occasione di lodar altamente quei principi che aveano conceduta la lor protezione alla poesia e a’ poeti. Abbiamo ancora i versi che allora egli scrisse a Luchino (Carm. l. 3 , ep. 6), inviandogli I1 erbe e le frutta richiestegli; e altri versi abbiam parimente da lui scritti al medesimo principe, che contengono un panegirico dell1 Italia (ib. l. 2 , ep. 12). Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, fratello e successor di Luchino nel dominio de’ vasti stati, di cui questi morendo lasciollo erede, diede anche più chiare pruove del suo amore pe’ buoni studj. Vedremo altrove eh1 egli trascelse sei de’ più dotti uomini che allor vivessero; e comandò loro di stendere sulla Commedia di Dante un ampio comento, di cui si conserva una copia nella biblioteca gaddiana in Firenze. Al Petrarca poi non vi ebbe segno di stima e d1 amore , che Giovanni non desse. Quando egli venendo di Francia l’an 1355 passò per Milano, volle render ossequio a questo gran principe, in cui era congiunta la civile e i1 ecclesiastica autorità. Giovanni lo accolse con singolari dimostrazioni di affetto, lo abbracciò, gli fece onori grandissimi , e pregollo sì caldamente e con sì cortesi maniere a fermarsi in Milano, che, per quanto il Petrarca ne fosse per più ragioni alieno, non potè nondimeno resistere a si Tieaboschi j Voi V. 4 [p. 50 modifica]XII. E più ancora Galeazzo c Giau^aIcazzo. 5o LIHKO amorevoli istanze. Fra le altre scuse che il Petrarca addusse dapprima, fu quella dell’esser egli uomo di Chiesa. Ma anch’io il sono, replicò l’arcivescovo, e sono ancora divoto, quanto la mia condizion mel permette, talchè un uomo ben costumato non può ricusare di viver meco senza destar sospetto d’ipocrisia e d’orgoglio. Così al Petrarca fu forza d’arrendersi, e solo potè ottenere di avere alloggio lontan dalla corte) e gli fu perciò assegnata la stanza presso la basilica di S. Ambrogio. Tutto ciò abbiamo da alcune lettere inedite dello stesso Petrarca, delle quali ci ha dato l’estratto l’ab. de Sade (Mém, de Petr. t. 3 , p. 304, ec.). Giovanni di lui si valse per conchiuder la pace co’ Veneziani, e inviollo perciò al celebre Andrea Dandolo che allora era doge , ma l’eloquenza del Petrarca non fu questa occasione bastante a ottenere ciò di’ ei bramava (Var. ep. 3). XII. Poichè fu morto Giovanni l’anno 1354, il Petrarca fu scelto ad arringare il popolo milanese nel giorno in cui i tre nipoti del defunto arcivescovo, Matteo, Bernabò e Galeazzo, preser possesso de’ loro Stati, nella qual occasione ei narra (Senil. l. 3, ep. 1) il leggiadro avvenimento di un astrologo che lo costrinse a interromper nel mezzo il suo ragionamento, perchè credette giunta l’ora opportuna di conferire le insegne del dominio a’ tre fratelli, di che altrove diremo. Fra questi noi dobbiam solo parlare di Galeazzo, il quale non fu meno sollecito di Giovanni nel ritenere presso di sè il Petrarca e nell’onorarlo. Avea già egli mostrato il tenero suo affetto per questo grand’uomo , [p. 51 modifica]PRIMO 5l quando 1 anno i35J nel solenne ingresso in Milano del cardinale Albornoz legato di Clemente VI, trovandosi il Petrarca in pericolo di esser dal suo cavallo rovesciato in un fosso, Galeazzo sceso a terra prontamente gli diè aiuto colle sue proprie mani a camparne (Var. cp. 2(j). Quindi, poichè fu assunto al dominio, mostrò in più occasioni, in quale stima egli lo avesse. L’anno 1356 fu da lui inviato come suo ambasciadore alFimperador Carlo IV (Mém. de Petr. t. 3, p. 427? ec.), poscia l’anno 1360 a Parigi a congratularsi col re Giovanni della sua liberazione dalla prigionia degli Inglesi (ib. p. 540). E ben si scorge dalle Lettere del Petrarca medesimo, quanto ei fosse caro a questo gran principe; perciocchè spesso ne parla, e sempre con sentimenti di gratitudine e di stima non ordinaria; e anche allor quando egli ebbe cambiato il soggiorno di Milano con quel di Padova, quasi ogni anno però veniva a passare la state o l’autunno or In Pavia, ove comunemente Galeazzo facea soggiorno, or in Milano; e fra le altre volte trovossi l’anno 1368 alle solenni nozze di Violante figliuola di Galeazzo con Leonello figliuolo di Edoardo re d’Inghilterra, ed ebbe F onore di assidersi alla prima tavola insiem co’ principi e co’ più potenti signori (Ann. mediol. c. 130, Script Rer. ital. vol. 16, p. 739). Di questo principe, che fu uno dei più grandi della sua età, noi dovrem favellare di nuovo nel capo seguente , ove parleremo dell’università di Pavia da lui eretta. Gian Galeazzo di lui figliuolo, e primo duca di Milano, come superò in potenza tutti que’ che [p. 52 modifica]5n libro raveano proceduto, così parve ancora lasciarsegli addietro nel favorire con regia munificenza le lettere. Io non mi arresterò qui a riferire i magnifici elogi che ne hanno fatto molti meno antichi scrittori, come il Calchi, il Giovio ed altri, i quali potrebbonsi per avventura credere esagerati, e su’ quali nondimeno l’Argelati ha formato (Bibl. Script, mediol. t. 2 , pars 1 , p. 1621) l’encomio di questo principe. A me piace di recarne più certe pruove; e noi avremo a vederle in ciò che nel capo seguente diremo delle università di Pavia e di Piacenza, e in ciò che al fine di questo tomo dovremo osservare intorno alla magnificenza delle fabbriche da Gian Galeazzo innalzate, e in più altre occasioni in cui dovremo farne menzione. Ma un bel monumento inoltre della premura di lui nel raccogliere alla sua corte i più dotti uomini de’ suoi tempi abbiamo in una lettera pubblicata dal ch. ab. Lazzeri (Miscellan. Coll. Rom. t. 1 , p. 208), scritta da Giovanni Manzini a Rizzardo Villani che da Gian Galeazzo era stato posto nel numero de’ suoi consiglieri. Giovanni con lui si rallegra dell’onore ottenuto, ed esalta il sapere di cui Rizzardo era adorno; quindi passa a lodare altri uomini dotti che quel principe teneasi in corte, e singolarmente un vescovo natio di Creta, cioè Pietro soprannomato Filargo, che fu poi papa Alessandro V, Bartolomeo di Jacopo genovese, e più altri così nell’armi come nelle scienze e nelle leggi famosi) e dopo aver rammentati altri sovrani che avean fatto il medesimo , Tales ergo, soggiugne, Virtutum comes (Gian Galeazzo) [p. 53 modifica]PRIMO 53 iUustrissimus Principum Viros tenet y Jnrisconsultos, Theologos, et peritissimos alios scientiarum, Religiosos et divinos, ec. E non è a dubitare che molto frutto non fosse per raccogliere T italiana letteratura dalla munificenza di questo principe, se nel più lieto corso di sua fortuna non fosse stato da immatura morte rapito l’anno 1402. XIII. Nè minor lode si dee a’ Gonzaghi signori di Mantova. Luigi, che fu il primo ad averne il dominio, non cedette punto agli altri principi della sua età nell* onorare il Petrarca; e da una lettera che questi gli scrisse, e che è stata data alla luce dallo storico Possevino (Hist Mant. l. 4) > raccogliesi che Luigi avea a bella posta mandato un suo gentiluomo, chiamato Pietro da Crema, fino ad Avignone, ad invitarlo alla sua corte e ad offerirgli il denaro perciò necessario (*). Ma il Petrarca (*) Ho qui accennata sulla fede dello storico Possevino, che l’ha data alla luce, una lettera dal Petrarca scritta a Luigi Gonzaga. Ma avendola però più attentamente esaminata , io la credo certamente supposta. Ella è scritta da Avignone nel 1369. Or è certissima che nel 1353 il Petrarca lasciò per sempre Avignone, nè più vi fece ritorno. Il Petrarca accenna ivi la sua piaga amorosa, ed è certo che dopo la morte di Laura, accaduta nel 1348. ei trovossi libero da quella passione. Nomina in essa il Colonnese suo protettore; e o egli intenda Jacopo vescovo di Lombes , o il Cardinal Giovanni, erano amendue già morti, il primo nel 1342, il secondo nel 1348. Si dirà forse <*he è corso error nella data, e che la lettera fu scritta prima del 1348. Ma in quest’anno il Petrarca non avea che 44 anni di età. Come dunque potea dirsi senescens aetate fatigatus? Lo stile ancor della lettera a me non pare quel del Petrarca, xin. Lo ilei» sn fanno i Gonzaghi in Mantova. [p. 54 modifica]54 LIBRO che da troppo stretti legami era ivi trattenuto , ricusò per allora cotali offerte. Un’altra lettera abbiamo dal Petrarca scritta a Guido Gonzaga primogenito di Luigi, a cui singolarmente avea il padre affidato il governo; e in essa il ringrazia (Famil 3 , ep. 11) perchè scrivendo a Giovanni d’Arezzo suo cancelliere in Avignone, erasi con lui doluto perchè nulla gli avesse scritto di ciò che sopra ogni cosa premevagli, cioè dello stato del Petrarca medesimo. La qual lettera però nell’edizione di Basilea del 1554? di cui mi valgo, per errore vedesi indirizzata a Tommaso di Messina. Queste favorevoli disposizioni , in cui la corte di Mantova era verso il Petrarca, fecero che, quando egli vi si recò l’anno 1349 , vi fosse ricevuto con sommo onore. Guido che amava le lettere, e la poesia specialmente, chiese al Petrarca un libro in versi francesi, e una gliene mandò egli, cui l1 ab. de Sade (Mém. de Pe Ir. t. 3, p. 45, ec.) pensa che fosse il romanzo della Rosa, accompagnando il dono con alcuni suoi versi (Carm. L. 3 , ep. 30), ne’ quali dice ch’egli gli manda la miglior cosa che fino allora venuta fosse di Francia, e che potea quindi raccogliere quanto l’Italia superasse tutte l’altre nazioni. Così i principi tutti che verso la metà del secolo xiv ebbero signoria in Italia, sembravano gareggiare tra loro nell’onorare il Petrarca, nell’invitarlo alle lor corti, e nel fargli le più gloriose proferte. I principi cTItalia, die’ egli in una lettera inedita citata dall’ab. de Sade (/. cit l. a, p. 381), colla forza e colle preghiere cercarono di ritenermi, si dolsero della mia partenza, [p. 55 modifica]pRino 55 c con somma impazienza aspettano il mio ritorno. Egli fe’ copia di se medesimo or agli uni, or agli altri, e colla sua famigliare conversazione accese in essi stima sempre maggiore de’ buoni studj, e sempre maggior desiderio di onorarne gl’ingegnosi coltivatori. Quindi è che appena troviamo in questo secolo alcun principe italiano; di cui non leggasi qualche pruova di favor prestato alle lettere. Nè solo quelli che aveano ampio dominio, come furon coloro dei quali abbiam finora parlato, ma quelli ancora che l’ebbero o più ristretto, o men fermo, in quello però che appartiene ad aver in pregio le scienze, sembravano non voler esser da meno de’ più potenti signori. XIV. E uno tra essi ne ebbe, a cui forse nella stima e nell1 amor pel Petrarca niun altro si potè uguagliare, cioè Azzo da Correggio. Questi inviato dagli Scaligeri ad Avignone l’an 1335 per ottener dal pontefice la conferma della signoria di Parma da essi occupata, e di cui avean confidato il governo allo stesso Azzo, conobbe ivi il Petrarca, e tra amendue si strinse una tenera e sincera amicizia; la quale fili d1 allora fu sì efficace, che il Petrarca che avea sempre sfuggito e avuto in orrore l’impiego di avvocato, per Azzo nondimeno non isdegnò di perorare innanzi al pontefice, e ottenne quant’ei bramava (ib. t. 1 , p. 273). Io non mi tratterrò a riferire le diverse vicende della vita di Azzo (a), la signoria di Parma da lui XIV. T« nera ani/* n*Ì4 p stima «l«*l Prtruri * |i«*r A zzo i1.< Coi r< ggio. (a) Le vicende di A77.0 da Correggo, e tutto ciò che appartiene alla tenera amicizia che passò tra Ini e [p. 56 modifica]56 LIBRO usurpata l’anno 1341, nel qual tempo essendo di colà passato il Petrarca, egli usò di ogni arte per ritenerlo (Petr. Senil. l. 5, ep. 2), il cederla ch’egli poi fece a Obizzo d’Este l’an 1345, ritirandosi a Verona, la fuga che da questa città ancora ei dovette prendere l’anno 1355, e il perder che in questa occasione ei fece i suoi beni che gli furono confiscati , e la moglie e i figliuoli che furon chiusi in carcere, ed altre somiglianti e per lo più sinistre avventure da cui fu travagliato sino all’anno 1362 in cui finì di vivere, tutte le quali cose non appartengono allo scopo di questa Storia. L’amicizia sua col Petrarca e il frutto ch’egli ne colse, riguardo agli studj, è ciò solo ch’io debbo qui osservare. Se avessimo ancora le molte lettere che probabilmente si scrissero l’uno all’altro, potremmo recarne copiose pruove. Ma trattane una del Petrarca ad Azzo, che conservasi nella Laurenziana in Firenze, e che è stata data alla luce tradotta in francese dall’ab. de Sade (Mém. (de Petr. t. 3, p. 488), niun’altra cen’è rimasta. Due monumenti però ne abbiamo che equivalgono a molti, cioè in primo luogo la prefazione a’ due libri de’ Rimedii deir una e dell’altra Fortuna, che dal Petrarca a lui furono dedicati; perciocchè in essa, oltre le lodi con cui esalta la costanza di Azzo nel sostenere i colpi della contraria sorte, e le altre virtù di cui egli era fornito , il Petrarca, sono state più accuratamente esaminate nella Biblioteca modenese (La, p. 88, ec.; t. 6, p. 93, ec.). [p. 57 modifica]PRIMO $7 così dice: Tu eri per naturale inclinazione portato a una varia lettura e a moltiplice studio. La Fortuna che, come siam soliti a dire, ha grande impero nel mondo, ti ha gittato in un mar procelloso di sollecitudini e di travagli. Ma ella ti ha ben potuto rapire il tempo di leggere, non già la brama d’apprendere , sicchè sempre non prendessi piacere dalla conversazione e dall’amicizia d! uomini dotti, e ne’! giorni medesimi di occupazioni maggiori, non procurassi di occupare, quando fosse possibile, qualche ora a renderti sempre più istruito; nel che ti ho veduto io stesso in vece di libri usar della memoria, in cui non cedi ad alcuno. L’altro monumento è una lettera dello stesso Petrarca a Moggio parmigiano maestro di Giberto e di Luigi da Correggio figliuoli di Azzo, che da un codice della Laurenziana è stata da!a alla luce tradotta in francese dall’ab. de Sade (ib. p. 623), e ch’io recherò qui in italiano, perchè sembrami il più bell’elogio che possa farsi di un uomo. Non vi era, dic’egli, chi fosse da lui amato al par di me: diceva ch’io era il solo che non gli avessi mai data occasione di noia o di dispiacere con alcun mio detto, o con alcuna mia azione; che avea bensì avuta qualche leggiera contesa domestica colla sua moglie, donna per altro divina, e coi suoi figli, benchè sì dolci e ubbidienti; ma meco non aveva avuta giammai la menoma ombra di scontentezza. Qualunque volta io andavagli innanzi, ben conosceva io che la sua amicizia per me andava sempre crescendo. Prendeva parte in tutto ciò che accadevami o di bene, o di [p. 58 modifica]58 LIBRO male, come se fosse accaduto a lui stesso. Chiunque volo a da lui ottener qualche cosa, cominciava dalle mie lodi, sicuro che il mezzo più efficace a conseguire il suo intento era il far elogi di me medesimo. Non solamente odiava coloro che sparlavan di me, ma non amava pur quelli che mi lodavano scarsamente, o che cadeangli in sospetto di volersi uguagliare a me, cui egli considerava come un uomo incomparabile. Io trovava in lui ogni cosa, i soccorsi di un padrone, i consigli d’un padre, la sommissione d un ’figlio, la tenerezza di un fratello. Gran parte della mia vita ho passata con lui; ogni cosa era tra noi comune; la sua fortuna buona e cattiva, i suoi piaceri di città, o di campagna; le sue gloriose fatiche, il suo riposo, i suoi affari} niuna cosa erane eccettuata. Io il seguiva in tutti i viaggi. Quante volte non ha egli esposta per me la sua vita, mentre insiem correvamo le terre e i mari! Oimè! perchè non mi ha egli condotto seco in quest’ultimo viaggio? Perchè la morte ha ora voluto fare una sì odiosa eccezione? Perchè ci ha ella separati? Tutto ho perduto perdendolo; e la sola consolazione che mi rimane, si è che la morte non ha più ora che togliermi (’). (*) La lettera in cui il Petrarca piange la morte del suo caro protettore ed amico Azzo da Correggio , trovasi nel codice Morelliano , ed è la xx.vm , ed essa nel suo originale ancora, benchè lo stil del Petrarca non sia troppo felice, spira nondimeno tal tenerezza, che necessariamente la eccita anche nell’animo di qualunque non insensibil lettore , ed io l’ho pubblicata nella Biblioteca modenese Ma io ho osservato che la [p. 59 modifica]PRIMO 59 I due soprannomati figliuoli di Azzo , Giberto e Luigi, imitaron gli esempj paterni nell’amare e nello stimare il Petrarca, e ne son pruova più lettere scritte lor dal Petrarca , le quali afferma l’ab. Mehus (Vita Ambr. camald. p. 153) trovarsi manoscritte nella Laurenziana. XV. Io non uscirei sì presto da questo ar- *v-. . 1 _ _ _ l ,. Unori rlii* gomento, se tutti volessi qui riferire gli onori ricevuta il 1 i. • •’ J.. ■ • • * 11 Pelrarea «la che da altri più potenti signori italiani ricevette pa„d..ir«Mail Petrarca. Ma non si può ommettere in alcun , modo di parlare ancora di due tra essi, di cui lo stesso Petrarca ci ha voluta lasciar nelle sue opere distinta menzione. Il primo fu Pandolfo Malatesta signor di Pesaro, di Fossombrone e di altre città della Marca, ed uno de’ più famosi guerrieri. Or egli, come narra Senil. l. 1, ep. 5) il Petrarca medesimo, mentre non lo conosceva ancora se non per fama, mandò a suo gran costo, e con un viaggio di molti giorni, un pittore colà ove allora era il Petrarca, affine di averne il ritratto. Quindi essendogli avvenuto di andare a Milano, mentre vi si trovava il Petrarca, di niuna cosa fu più sollecito che di vederlo, e spesso solea andarne alla casa e trattenersi con lui con famigliarità e amor singolare. Essendo poscia Pandolfo caduto ivi infermo, ed essendo il Petrarca andato ogni giorno a visitarlo, non sì tosto cominciò a prendere miglioramento , che sulle braccia de’ suoi domestici si fe’ portare alla casa dello traduzione, che di questa e di alcuue altre lettere iuedite ha fatta Pah. de Sade, non è sempre fedele ed esatta, come converrebbe che fosse. [p. 60 modifica]XVI. E dal siilimito Niccolo Acciainoli. 60 LIBRO stesso Petrarca, per avere il piacere (di trattenersi con lui e co’ suoi libri; e finalmente essendo sul partir da Milano, e non essendo pago del primo ritratto che avea del caro suo amico , anche perchè 1 età cambiate aveane le fattezze, mandò un altro pittore, un de’ migliori che allor vivessero, e il fe’ di nuovo ritrarre in tela. Tutto ciò e assai più lungamente il Petrarca nella lettera sopraccennata. Nè qui ristette l’amore e le sollecitudine di Pandolfo pel suo Petrarca; perciocchè l’anno 1371 facendo stragi in più parti la peste, egli mandò invitandolo a ricoverarsi presso di sè in luogo sicuro; e l’anno seguente, essendosi accesa guerra tra i Veneziani e i Carraresi signori di Padova, e trovandosi perciò agitato e in qualche pericolo il Petrarca, Pandolfo gli mandò e cavalli e uomini che lo scortassero a Pesaro; di che il Petrarca, rendendogli le dovute grazie, scusossi insieme sulla sua cagionevol salute dall1 accettare sì cortesi proferte (Senil. l. 13, ep. 10). XVI. L’altro fu Niccolò Acciajuoli fiorentino di patria, gran siniscalco del regno di Napoli, onorato delle più riguardevoli cariche, e uno de’ più famosi uomini di questa età, di cui altre volte ci avverrà di dover ragionare. L’anno 1360 egli era andato a Milano, ove allora era il Petrarca, per trattar della pace tra ’l papa e Barnabò Visconti. Or udiamo dal Petrarca medesimo, quai contrassegni di onore quest1 uom sì celebre gli rendesse. Il vostro mecenate. , scrive egli a Zanobi da Strada in una lettera pubblicata prima d’ogni altro in francese dall’ab. de Sade (Mém. de Petr. t. 3,p. 533), « [p. 61 modifica]PRIMO Gl è venuto a trattare amichevolmente col nostro Augusto, e mi ha veduto. Due volte egli è venuto nella mia biblioteca. La frequenza delle visite, la moltitudine degli affari, la lunghezza della strada non han potuto trattenerlo, Io stava già in un angolo estremo della città; ora me ne sto fuori di essa in luogo solitario e assai ritirato. Questo grand’uomo è entrato nella mia picciola casa, come già Pompeo in quella di l filosofo Possidonio, co’ fasci abbassati, col capo scoperto e chinandosi per rispetto. Che farebbe di più un ab italo r del Pari lasso, che entrasse nel santuario (FApolline e delle Muse? Questa umiltà generosa fece raccapricciare per maraviglia e me e alcuni ragguardevoli personaggi che V avean seguito, e quasi ci trasse le lagrime dagli occhi; tale era le maestà del suo aspetto, la dolcezza delle sue maniere? la gravità de’ suoi discorsi preceduta da un silenzio che diceva assai. La conversazione si volse su varj argomenti: molto si parlò di te: esaminò l’un dopo r altro i miei libri con compiacenza; si trattenne gran tempo? e partì con dispiacere e quasi suo malgrado. Egli ha onorata la mia cosa per tal maniera, che non solamente i Romani e i Fiorentini, ma chiunque amerà la vertà, passando di qua verrà ad adorarla. Che debbo io dire? La sua presenza e lo splendore della sua fronte hanno sparsa in questa regia città la pace e la gioia; caro a’ signori, al popolo , e a me sopra tutti, ha posto il colmo a quell antica benevolenza che mi ha sempre mostrata, ciò che è più raro e straordinario, la sua presenza ha accresciuta anzi che [p. 62 modifica]6a MURO sminuita C idra che innanzi di vederlo io avea di lui formata, ec. Sfiv XVII. Sembra che a questo luogo dovrebbe onora •! Pc- anche farsi menzione di Teodoro I, marchese "uomini di Monferrato, di cui se non troviamo alcun «ìoui. memorabile monumento di favor prestato alle lettere, leggiam però, che queste non furono da lui trascurate. Perciocchè Benvenuto da S. Giorgio racconta (Stor. del Monf Script. Rer. ital. vol. 23, p. 450) ch’egli essendo un altra volta ritornato in Grecia, compose un’opera della disciplina militare in lingua greca nella città di Costantinopoli, la quale dopo la ritornata sua in Lombardia tradusse dal greco in latino nella città di Vercelli V anno mcccxxxx indizione XIII nel kalend. di marzo. Della qual opera ancora ei reca questo medesimo autore un lungo tratto, in cui Teodoro parla di sè e della maniera con cui era giunto alla signoria del Monferrato. Ma, a dir vero, noi non possiamo, senza qualche taccia di usurpatori delle altrui glorie, annoverar tra i nostri un principe che nato in Grecia di padre greco, benchè di madre italiana, ebbe in Costantinopoli l’educazione, ed ivi fu nelle scienze istruito. Dobbiam bensì almeno per sentimento di gratitudine ricordare gli onori di cui l’imperador Carlo IV fu liberale verso gli uomini dotti, e verso il Petrarca singolarmente. Il zelo di cui questi ardea per la salvezza d’Italia, avealo già indotto a scrivere più volte a Carlo, rappresentandogliene l’infelicissimo stato, e pregandolo a valersi del suo potere in sollevarla; nè Carlo avea sdegnato di fargli cortese risposta. Ma [p. 63 modifica]PRIMO G3 quando egli venne in Italia i1 vaino i354? giunto a Mantova inviò un suo scudiere a Milano ad invitare a sè il Petrarca; il quale recatovisi prontamente, ne fu accolto con dimostrazioni di stima e d’affetto singolarissime , come egli stesso ci narra in una lunga sua lettera clic dall7 ab. de Sade è stata inserita nelle sue Memorie (t. 3, p. 380). Venuto poscia Carlo a Milano , ed ivi coronato solennemente , nel partirne ch’ei fé’per Roma, il Petrarca accompagnollo fino a Piacenza, e fu da lui istantemente pregato a venir seco a Roma; ma egli rispettosamente scusatosi tornò a Milano. Nè minori furono le accoglienze eh’ei ne ebbe in Praga , quando fu colà inviato in lor nome da’ Visconti l’an 1356 (ib. p. 429)j e poco appresso egli ebbe un1 altra testimonianza della stima in cui avealo Carlo, quando questi con un diploma sommamente onorevole dichiarollo conte Palatino (ib. p. 441)• Quindi l’an 1361 l’imperadore con sue lettere caldamente invitollo a venire alla sua corte, come raccogliesi dalla risposta che il Petrarca gli fece (ib. p. 555); ed essendosene egli scusato, l’imperadore poco appresso, all’occasione di un figlio natogli finalmente dopo l’aspettazion di più anni, inviò in dono al Petrarca una tazza d’oro di maraviglioso lavoro (ib. p. 559)). Un’altra volta ancora tentò l’imperadore di far venire alla sua corte il Petrarca l’anno i3()2, scrivendogli perciò e facendogli scriver da altri efficacissime lettere, e già il Petrarca erasi posto in cammino per secondare i desiderj di sì possente monarca; [p. 64 modifica]64 LIBRO ma le guerre che in ogni parte ardevano, l’obbligarono a tornarsene addietro (ib. p. 591, ec.). Noi avremo inoltre a vedere gli onori che Carlo rendette a Zanobi da Strada, e ad altri uomini dotti di questa età, i quali non poco contribuirono a far salire in pregio sempre maggiore presso gl’italiani le lettere e gli studi. xviii. XVIII. Il vedere i sovrani e i principi presso vpniurrdi un che tutti d’Italia così solleciti nel fomentare S^dt! le scienze e nell’onorar gli studiosi, pare che Pcinrca. nelle persone ancora di privata ed umile condizione accendesse un cotale entusiasmo, che forse niun altro secolo troveremo, in cui sì grandi onori si rendessero a’ coltivatori delle arti e degli studj. Se aveasi ad inviare solenne ambasciata a qualche sovrano, a ciò comunemente sceglievansi uomini dotti. Qualunque città, per cui avvenisse lor di passare, accoglievali non altrimenti che principi, e onora vali in ogni possibil maniera. Alle loro esequie non isdegnavan di assistere i signori della città in cui essi avean lasciato di vivere. Nel decorso di questo tomo medesimo dovrem vederne frequenti e numerose pruove. Qui ne recherem per saggio due sole appartenenti al Petrarca, che fu, se così è lecito il dire, l’idolo di questo secolo, a cui più che ad ogni altro si arsero incensi e si eressero altari. Era egli andato a Napoli alla corte del re Roberto, e quindi passato a Roma, e ricevuta solennemente la laurea, erasi trasferito a Parma. Quando un maestro di gramatica in Pontremoli vecchio e cieco , udito avendo che il Petrarca era a [p. 65 modifica]PRIMO 65 Napoli , e impaziente di conoscere come meglio poteva un uomo di cui avea conceputa grandissima stima, non temè d’intraprendere si lungo viaggio, e, appoggiato alle spalle di un suo unico figlio, andossene fino a Napoli. Il re avutone avviso, e a sè chiamatolo, stupì al vedere quel vecchio che logoro dagli anni pareva una statua di bronzo*, e dissegli che se volea parlar col Petrarca, gli conveniva affrettarsi, perchè egli partito già da più giorni pensava di tornarsene in Francia. A cui il vecchio cieco, Io certo, disse, son pronto a viaggiare per fin nell’Indie, finchè mi venga fatto di ritrovarlo. Sorpreso a tali parole il re, il provvide di viatico, e onorevolmente accomiatollo. Il cieco sen viene a Roma, ne trova già partito il Petrarca, torna afflitto a Pontremoli: ivi ode che il Petrarca è in Parma; si rimette di nuovo in viaggio, e traversando l’Apennino ancor coperto di nevi, vi giugne finalmente, e si fa condurre alla casa ove il Petrarca alloggiava. Chi può spiegare i trasporti del buon cieco al trovarsi innanzi a sì grande uomo? Facendosi levare in alto or dal suo figlio, or da un suo scolaro che seco avea , abbracciava quel capo che avea concepute, come ei diceva, sì nobili idee; e baciava quella mano che avea scritte cose così leggiadre. Tre giorni stette il buon cieco in Parma, nè sapeasi staccar dal fianco del suo Petrarca. Accorreva a tale spettacolo gran folla di gente; e un giorno fra gli altri, che trovavasi in mezzo a molti, voltosi al Petrarca: Io temo, gli disse, di venirvi a noia; ma non posso saziarmi di rimirarvi, ed è ben Tiraboschi, Voi. V. 5 [p. 66 modifica]66 LIBRO giusto che ini lasciate goder (f un piacere che io mi son procacciato con sì lungo viaggio. A questa voce rimirare detta da un cieco proruppero in uno scoppio di riso i circostanti) e il cieco, io chiamo a testimonio voi stesso, disse al Petrarca; non è egli vero che io , cieco qual sono, vi veggo meglio che tutti cotesti beffatori i quali vi mirano con due occhi? Al quale scherzo ammutolirono tutti. Finalmente Azzo da Correggio, pieno d’ammirazione per questo buon cieco, il congedò con onori e con premj degni della sua magnificenza. Questo fatto ci vien narrato in una sua lettera dal Petrarca medesimo (Senil. l. 15, ep. 7). nn XIX. Più leggiadro ancora è ciò che gli av•reficebci^ venne in Bergamo, e che da lui pur si racporTato ’per conta in un’altra sua lettera, la qual però non ordinario1’»- trova che nell’edizion di Ginevra del 1601. ®or«. Era in Bergamo un orefice detto per nome Arrigo Capra, uomo d’acuto ingegno, ma che avea passata la gioventù tra’ metalli più che tra’ libri. Quando all’improvviso ei volle divenire uomo di lettere, e, trascurando i suoi usati lavori, tutto vi si consacrò e vi s’immerse profondamente. Avendo udito favellar del Petrarca , volle conoscerlo, e recatosi perciò a Milano , e accolto da lui amorevolmente , ne fu lieto per modo, che sembrava tratto fuor di se stesso. Tornato alla patria, spese gran parte di suo avere in adornare quasi ogni angolo della sua casa d’immagini e di statue del Petrarca; e con non picciola spesa ne fè copiar tutte l1 opere; e f entusiasmo di Arrigo andò tant’oltre che, benchè dissuasone dal Petrarca, [p. 67 modifica]PRIMO 67 chiusa omai la bottega, in altro più non si occupava che nel conversare co’ dotti, de’ quali era gran numero in quella città. Ma ei non era ancor pago se non riuscivagli d’avere un giorno in sua casa il suo caro Petrarca; e tanto pregò, che finalmente l’ottenne. Il giorno 13 di ottobre del 1358 fu il giorno più felice della vita di Arrigo. Andò incontro al Petrarca con una scelta compagnia di uomini eruditi, con cui potesse trattenersi piacevolmente. Poichè egli giunse a Bergamo, il podestà 3 il capitano dell’armi e tutti i primarj cittadini gli renderono ogni sorta di onore, e volevano ch’egli prendesse alloggio o nel palagio del pubblico, o in alcun altro de’ più ragguardevoli; e tutti a gara ambivano una tal sorte. Il povero Arrigo temeva assai che il Petrarca non preferisse un ornato palagio alla picciola casa di un semplice orefice; ma questi gli fu fedele, e andò a smontare alla casa del Capra. Essa era stata addobbata con regia magnificenza; la camera ove il Petrarca dovea dormire , era messa a porpora, e il letto ad oro; e Arrigo giurò che ni uno vi avea ancora dormito, nè vi dormirebbe in avvenire; la tavola fu ugualmente magnifica. Il Petrarca vide ancora la biblioteca del buon orefice più ricca assai che non sembrasse convenire alla sua professione. Ei passò ivi tutta la notte; e Arrigo n’era lieto così fuor di misura, che i suoi domestici temeano che egli impazzisse, o si ammalasse. All1 indomani il Petrarca prese congedo. Il podestà e un nu** meroso corteggio di cittadini volle accompagnarlo più oltre ch’ei non avrebbe voluto. Ma [p. 68 modifica]68 LIBRO l’orefice sopra tutti non sapea staccarsene 3 e convenne per ultimo fargli forza per separamelo. « xx-n XX. Anche tra le particolari città d’Italia Soccorsi del-.. * la cìtrà di i;- ne vediamo taluna rivolta a promuover con molti studio- sommo impegno gli studj. Ne’ monumenti della

    • • città di Udine troviam sovente menzione di

denaro sborsato dal pubblico a sovvenimento singolarmente de’ religiosi che volevano coltivarli. Così sotto i 20 di marzo del 1338 vedesi pagata una somma a un F. Franceschino dell’Ordine de’ Predicatori ex provisione sibifacta per Consilium in auxilium studii; che a’ 12 di giugno del 1346 furono sborsati dieci fiorini in favor di F. Martino ad ejus studium; che a’ 31 di ottobre del 1372 fu similmente contato denaro per ordin del pubblico Fratri Odorico in sacra pagina studenti (era egli ancor de’ Predicatori) pro provisione sibi facta caritative in subsidium obtinendi Magistratum sacre pagine , ut valeat predicto studio vacare; e altra somma gli fu pagata due anni appresso acciocchè potesse ricever la laurea, e che lo stesso fu fatto nel 1376 Magistro Jacobo Parvo Phisico de Utino, qui ad studiam ivit, e nel 1380 Religioso Viro D. Fratri Nicolussio de Muymacho Ord. Pred. in auxilium conventuandi se in sacra pagina; il qual religioso divenne poscia tra’ suoi celebre per molto saper teologico (De Rubeis de Congr. B. Jacobi Salomon, p. 135). Questi documenti insieme con tutti quelli che riguardo alla storia letteraria del Friuli io verrò di mano in mano citando, si debbono alla vasta erudizione e alla infatigabile diligenza del sig. abate Domenico Ongaro [p. 69 modifica]PRIMO piovano di Colloredo, che per far cosa grata al dottissimo monsig. Giovanni Girolamo Gradenigo arcivescovo di Udine, di gloriosa memoria , gli ha studiosamente raccolti, e cortesemente me gli ha trasmessi. E io mi lusingo che in molte altre città d’Italia si rinverrebbono documenti a questi somiglianti, se ne fossero diligentemente cercati gli archivi; e che ciò farebbe conoscere che que’ tempi che noi diciam barbari, e che tali erano veramente secondo alcuni riguardi, in altre cose nondimeno si conducevano in modo, che il nostro secolo cotanto colto sarebbe forse più felice di assai, se ne imitasse l’esempio». XXI. Tutti questi pubblici e privati onori. renduti agli uomini dotti nel secolo di cui seri- «,1” "il viamo, ce ne fanno concepire una sì favorevole idea , che per poco non ci auguriamo di i,rrTOD*wiesser vissuti a’ quei tempi. E io non so certamente se altra età vi fosse mai stata in addietro che vantar potesse tanti e sì splendidi mecenati. Ma il frutto che la letteratura ne colse, fu egli corrispondente al favore di cui essa godeva? Non può negarsi che in questo secolo ella non facesse assai più lieti progressi che fatto non avea in molti secoli addietro. La poesia italiana condotta ai ‘ 1 più perfetto modello; alcuni antichi scrittori tratti dalle tenebre fra cui giacevano, e richiamati a luce *, molte copiose biblioteche in diverse città d’Italia raccolte e ordinate; la lingua latina non dirò già ricondotta alla sua natia eleganza , ma tersa e ripurgata non poco zione, che anche al presente [p. 70 modifica]dalla ruggine ond’era guasta; i monumenti antichi cominciati a disotterrarsi, a esaminarsi, a conoscersi; le pubbliche scuole divenute assai più frequenti, e gli egregi professori da ogni parte ae’esse chiamati; tutto ciò, dico, ci mostra che la munificenza de’ principi nel fomentare gli studi non fu inutile. Che se ciò non ostante le scienze e le arti furono ancor lungi da quella luce a cui ora le veggiamo condotte, ciò vuolsi attribuire parte alle pubbliche e alle private calamità che non permisero ai principi il fare quanto a pro delle lettere essi avrebbon voluto, ei’impediron quel frutto tanto maggiore che in più tranquilli tempi se ne sarebbe raccolto; parte alla difficoltà che sempre s’incontra grandissima nel dissipare le tenebre, i pregiudizii e gli errori che per più secoli hanno ingombrato il mondo; e parte per ultimo alla scarsezza de’ mezzi che a ciò eran richiesti; perciocchè e pochi erano ancora i libri de’ buoni autori, e rare ne eran le copie, e di gran denaro faceva d’uopo a procacciarsele, e pochi perciò eran coloro che potessero seriamente applicarsi agli studi, e coltivarli con quel felice successo che ora tanto più agevolmente si ottiene.