Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VI/Libro II/Capo V

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Capo V – Giurisprudenza ecclesiastica

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Tomo VI - Capo IV Tomo VI - Libro III

[p. 878 modifica]878 LIBRO in più università tT Al le magna Pietro da Ravenna , e in Valenza nel Delfinato Filippo Decio, e quanto si adoperarono per aver questo secondo gli Avignonesi. Abbiam parimente veduto che Paolo Cittadini fu per più anni professor di giurisprudenza in Friburgo negli Svizzeri. Qui dobbiamo aggiungere ancora, che tre Italiani l’an 1497 furono dalTiinperador Massimiliano chiamati a Vienna, perchè ivi facessero rifiorire lo studio del Diritto Cesareo da più anni negletto. Essi furono Girolamo Balbi, di cui diremo più a lungo tra1 professori di belle lettere, Giovanni Silvio e Aurelio siciliano. Questi ultimi due son nomi del tutto sconosciuti, e non ne avremmo memoria alcuna, se non ne avesse fatta menzione Giorgio Eder nel catalogo che ci ha dato dei professori dell’università di Vienna (V. Agostini Scritt. venez. t. 2, p. 246). E noi non dovevam qui passarli sotto silenzio, perchè essi debbono annoverarsi tra quelli che in ogni tempo han conservata all’Italia la gloria di maestra delle straniere nazioni. Capo V. Giurisprudenza ecclesiastica.

I. Ciò che nella storia del secolo xiv si è da noi osservato, cioè che f ecclesiastica giurisprudenza ebbe minor numero di seguaci che la civile, dobbiam qui pure osservarlo. O fossero le più onorevoli distinzioni a’ giureconsulti accordate, o fosse la più fondata speranza di [p. 879 modifica]SECONDO 8jQ giungere per tal mezzo ad adunar gran ricchezze, e ad ottenere cariche luminose, o qualunque altro ne fosse il motivo, la serie de’ canonisti che or ci si offre, è assai più scarsa di quella dei primi, su cui ci siamo finor trattenuti. Egli è vero però, che alcuni de’ professori nel precedente capo da noi nominato interpretarono ancor talvolta il Diritto ecclesiastico; perciocchè assai frequente era il passaggio dall’una cattedra all’altra. Ma tra quelli ancora di cui dobbiamo or ragionare, alcuni spiegarono per qualche tempo il Diritto civile. Se minor però ne fu il numero, non ne fu minore la fama; e noi vedremo alcuni tra’ canonisti di questo secolo salire pel loro sapere ad altissima stima, e ottenere in premio ragguardevoli dignità. In questo capo ancora noi seguiremo 1 ordine del Panciroli, aggiugnendo però e correggendo più cose in cui egli è stato o poco esatto, o troppo superficiale.

II. E i primi ch’egli ci offre, son due nobili veneti, che saggiamente crederono di accrescere anzi che di sminuire la gloria dell’illustre loro famiglia col salir sulla cattedra dell’università di Padova, cioè Pietro Morosini e Fantino Dandolo (l. 3, c. 29). Il Morosini spiegò in essa per più anni il Diritto canonico, non già circa il 1424 come si afferma dal Panciroli, nel qual anno ei finì di vivere, ma sul principio del secolo. L’anno 1404 egli era già canonico della cattedral! di Trevigi, come prova il P. degli Agostini (Scritt venez. t. 2, p. 2), benchè forse ciò non lo impedisse dal proseguire 1 intrapresa lettura. Ma certo ei dovette. [p. 880 modifica]880 LIBRO lasciarla fanno i {08, quando da Gregorio XII fu eletto cardinale. Egli intervenne poi al concilio di Costanza , e morì, come si è detto, l’an 1424 come si afferma da tutti gli scrittori delle Vite de’ Cardinali. Egli avea scritte alcune opere sul Diritto canonico, e se ne lodano singolarmente i Comenti sul sesto delle Decretali. i quali però non han mai veduta la luce. Di Fantino Dandolo ci ha date le più ampie e le più esatte notizie che si potesser bramare, il sopraccitato P. degli Agostini (l. c. t. 1, p. 1), a cui io rimetto il lettore che brami di esserne istruito. Era egli figlio di quel Leonardo Dandolo da noi mentovato nel tomo precedente (p. 175); e dopo aver compiuti i suoi studi nelf università di Bologna e di Padova, ottenuta in questa la laurea l’an 1401, vi fu professor per qualche anno, finchè circa il 1404 tornato a Venezia, fu dalla Repubblica onorato di cospicue ambasciate e d’insigni preture, poscia da Eugenio IV fatto protonotario apostolico, sostenne dal 1431 fino al 1433 il governo di Bologna, quindi nel 144^ ^ll C011’ seerato arcivescovo di Candia, e finalmente due anni dopo trasferito al vescovado di Padova, ove morì nel 1459 Di lui ,non si ha alle stampe che un Compendio della cattolica Fede ma altre opere se ne conservano manoscritte, alcune delle quali appartengono alla scienza di cui egli fu professore. Nomina il Panciroli nel capo medesimo Prosdocimo de’ Conti padovano , lettore di Diritto canonico prima in Padova nel 1403, poscia in Siena, indi di nuovo in Padova , e adoperato ancora in più onorevoli [p. 881 modifica]SECONDO 881 incombenze fino al 1449 *n cu* di vivere (V. Facciol. Fast Gymn. pat. pars 2, p. 26); e Giovanni Garzoni veneziano, che secondo il Facciolati (ib. p. 37) cominciò a leggere nella stessa università l’an 1438, e continuò fino oltre alla metà del secolo; e Paolo Dotti padovano, che ivi parimente fu professore di gran nome dal 1422 fino al i {48 (ib. p. 29, ec.); e Giovanni Verzellesi pur padovano figlio di Francesco, amendue professori (ib. p. 45) di molto grido.

III. Lorenzo Ridolfi fiorentino, di cui il Panciroli passa a parlare (c. 30), dee aver luogo tra’ canonisti più per lo studio che di questa scienza egli fece, e per le opere che in essa compose, che per la cattedra da lui sostenuta, la quale dovette essere di assai breve durata. Egli era professore in Firenze nel 1403, come da un codice ms. prova il ch. abate Mehus (praef. ad ì it Ambr. camald. p. 21 7..Ma e negli anni precedenti e ne’ susseguenti le cariche e le commissioni di cui fu onorato, non gli permisero al certo di salir sulla cattedra. I monumenti dell1 archivio pubblico di Firenze citati negli Elogi degli illustri Toscani (t. 2), e dal suddetto ab. Mehus, ci provano che fin dal 1395 ei fu mandato ambasciadore al pontefice Bonifacio IX e al re dei Romani; nel 1399 al re Ladislao; nel 1402 a’ Veneziani e all’imperadore, e a Roberto re de’ Romani, che trovavasi in Padova; nel 1404 a Innocenzo VII. L’anno 1405 fu eletto da’ Fiorentini tra i dieci di Balia destinati a trattar l’acquisto di Pisa (Cron. di Lucca, Script. Rer. ital. vol. 18, p. 861), [p. 882 modifica]882 LIBRO e ne) seguente ebbe il governo di Piombino. Poscia dal 1407 fino al 1410 fu adoperato da’ Fiorentini in molte ambasciate, e singolarmente nel dare gli opportuni provvedimenti pel sinodo tenuto in Pisa l’anno 1409 Sei anni appresso, cioè nel 141 ^ b* ambasciatore a Jacopo conte de la Marche creato re di Napoli, e nell’anno 1417 fu tra gb uffizi ali cLe soprastavano allo Studio fiorentino. Nel 1425 fu inviato a’ Veneziani per determinarli a collegarsi co’ Fiorentini contro Filippo Maria Visconti; del che, oltre più altri scrittori, ci ha lasciata memoria nelle sue Vite dei Dogi veneti Marino Sanudo. Agli 11 (d’Aprile (del detto anno) giunse in questa Terra un Oratore della Comunità di Firenze chiamato Messer Lorenzo dei Ridolfi, che era uno della Baili a di Firenze, supplicando alla Signoria soccorso, se non che vedrebbe la disfazione di Firenze e di tutto il suo stato , e con molte umili e belle parole (Script. rer. ital. vol. 22, p. 979)) e ottenne in fatti ciò eli’ ci bramava. L’ultima menzione che di lui si ritrova, è al 1439, in cui il veggiamo di nuovo tra i dieci di Balia *, nè sappiam poi s’egli ancor vivesse più oltre. Il sapere ed il senno di cui egli era adorno, il renderon sì illustre, che quel Vespasiano fiorentino da noi nominato altre volte, il quale scrisse le Vite degli uomini all’età sua più famosi, a lui ancora diè luogo tra essi, come afferma l’ab. Mehus, il quale due particolarità ne accenna; cioè ch’ei fu devotissimo di S. Girolamo , di cui raccolse perciò, colla maggior diligenza che gli fu possibile, tutte le Pistole, [p. 883 modifica]SECONDO 883 c unitele in un bel volume le pose nella.libreria del convento di S. Spirito, e che innoltre, benchè fosse dottissimo giureconsulto , non volle mai esercitarsi nel trattare le cause per timore di esser talvolta costretto a far cosa contraria all1 equità e alla onoratezza. Abbiam di lui alle stampe un trattato dell1 alienazione delle cose ecclesiastiche, e un altro delle usure, oltre qualche altra opera manoscritta, e singolarmente un Consulto in favor del concilio di Pisa (V. Negri, Scritt. fior. p. 380; Fabr. Bibl med. et inf. Latin, t. 4, p. 250). Alcuni hanno creduto che il vero autore di questo fosse il Cardinal Luca Manzoli Umiliato, ma io ho recate altrove le ragioni che mi rendono improbabile questa opinione (Veter. Humiliat Monum. t. 1 p. 290).

IV. Nulla io posso per mancanza di monumenti aggiungere a ciò che il Panciroli brevemente ci dice (c. 31) dei due canonisti nati in S. Gimignano castello della Toscana, Domenico e Nello; il primo, vicario del vescovo di Modena nel 1407? poscia professore in Bologna, e finalmente auditor camerale in Roma; l’altro, tenutosi sempre lontan dalle cattedre, e occupatosi solamente nello scrivere e nel consultare; delle opere de’ quali si può vedere il Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin. t. 2, p. 53; t. 5, p. 96). E io passo perciò a dire di uno de’ più celebri oracoli dell’ecclesiastica giurisprudenza di questo secolo, cioè di Niccolò Tedeschi arcivescovo di Palermo, detto talvolta l’Abate, per la dignità ch’egli ebbe nell’Ordine di S. Benedetto, e talvolta, dalla sua chiesa, Palermitano. Il Panciroli ne parla a lungo (c. 3a), e [p. 884 modifica]884. LIBRO più a lungo il Mongitore (Bill, siculo., t. a, p. 98, ec.), il quale però più si trattiene nel ricercarne la patria, che nell’esaminarne la vita. Catania e Palermo contendon tra loro pel vanto di averlo dato alla luce. Il Mongitore si tien per Palermo; ma parmi, a dir vero, ch’ei si faccia a sostenere una causa troppo rovinosa. Basta il dire che in confronto di molti passi, in cui Niccolò dice di esser nato in Catania, e chiama questa la sua città, ei non può produrre che autori recenti, i quali affermano, senza recarne pruova, ch’ei fu palermitano. E per recarne pur qualche antico, nomina Antonio Panormita, come se egli ne facesse indubitabile testimonianza. Ma le parole ch’egli ci mette innanzi, il pruovan bensì arcivescovo, ma non natio di Palermo: Nicolaus Siculus Archiepiscopus Panormitanus. Da alcuni passi delle opere del medesimo Niccolò pruovano i due suddetti scrittori ch’egli in età di 14 anni prese in Catania l’abito monastico di S. Benedetto; che inviato per gli studj a Bologna, ivi ebbe a suoi maestri due de’ più celebri canonisti che allora vivessero, cioè Antonio da Budrio e Francesco Zabarella, che poi fu cardinale; che ivi ottenne tal fama, che fu trascelto insieme con altri dottori a esaminare i privilegi di quella università; e che prese poscia egli stesso a tenere scuola di canoni. Ma nel fissare l’epoca delle cattedre da lui occupate non sono questi scrittori troppo coerenti a’ lor medesimi detti. Lasciamo stare quella che il Mongitore solo gli assegna, nella città di Catania , di cui non veggo qual pruova si arrechi [p. 885 modifica]su coixno 885 clic quella ili un troppo recente scrittor siciliano. Essi affermano che Niccolò cominciò Tanno 1.421 a leggere in Siena, e che ivi continuò, secondo il Panciroli, per 10 anni, secondo il Mongitore per 13; che passò indi a Parma, e che ivi fu professore pel corso di 6 anni; e che finalmente fu chiamato in Bologna collo stipendio di 800 scudi. Questa serie di anni, tenendoci entro i termini più ristretti, ci conduce almeno al 1438. E nondimeno il medesimo Mongitore afferma con tutti gli altri scrittol i , clf ei fu fatto arcivescovo di Palermo l’an 1434. Convien dunque necessariamente o anticipare il cominciamento della letteratura di Niccolò, o sminuire gli anni che ad essa si assegnano. E io penso che veramente assai prima del 1421 ei cominciasse a salir sulla cattedra; perciocchè egli ebbe la laurea, come gli stessi scrittori affermano e pruovano, dal card. Zabarella, dappoichè questi fu sollevato all’onor della porpora, il che accadde l’an 1411!Io credo perciò, che in quest’anno medesimo Niccolò cominciasse a tenere scuola di canoni. E certo l’an 1419 egli era professore in Siena, ove era pure nel 1425, come da alcuni codici a penna pruova T eruditissimo raonsig. Mansi (Fabr. Bibl, med. et inf. Latin, t. 5, p. 135), e da essi raccogliesi ancora che nel i {32 ei leggeva in Bologna (a). L’anno 14a5 gli fu conferita dal (a) La Vita di Cosimo de’ Medici scritta con eleganza non meno che con erudizione singolare da monsignor Fabroni, ma da me troppo tardi veduta, sicché puma d ora non ho potuto farne uso, ci mostra die [p. 886 modifica]886 LIBRO pontefice Martino V la badia di Santa Maria di Maniagonella diocesi ili Messina del suo Ordine, la quale però non sembra che da lui fosse retta personalmente. Dallo stesso pontefice ei fu nominato referendario e auditor camerale, e da Eugenio IV sollevato poi alla sede arcivescovile or or mentovata. Ei fu innoltre carissimo ad Alfonso re d1 Aragona e di Sicilia, da cui fatto suo consigliere fu poscia inviato al concilio di Basilea.

V. Questo fu il teatro in cui Niccolò fece luminosa comparsa in ciò che appartiene alla profondità del sapere e alla destrezza nel maneggio degli affari, ma con qualche non leggiera taccia del suo buon nome. Era egli ivi, come si è detto, a nome del re Alfonso. Questi, secondo che l’opportunità richiedeva, mostravasi or favorevole, or contrario al pontefice Eugenio IV. E quindi ancor Niccolò secondo Niccolò fu nel 143a invitalo e fissalo da’ Fiorentini a leggere nel loro Studio, e che avendo i Veneziani fatte loro caldissime istanze, perchè ad essi il cedessero, essi se ne scusarono, ndducendone per motivo il bisogno clic avevano di un tant’uomo, e il concorso da ogni parte che faceva si a Firenze per ascoltarlo (Vii. Costn. Med t. a, p. 66). Se dunque, come una lezione da lui tenuta in Bologna , e citatn da monsig..Mansi, ci mostra, egli eia ivi nel detto anno 14^2, convien credere chp sulla fine dell’anno passasse a Firenze, ove probabilmente traltennesi sino al 14^4 *' cu’ *l» fatto arcivescovo. Lo stesso monsig. Fabroni ha ancor pubblicata *a lettera con cui nello stesso anno 14-3a i Fiorentini si scusarono dal cedere a’ bolognesi il medico Giovanni da Sermoneta da essi condotto per la loro università (ib. p. 67 ]. [p. 887 modifica]SECONDO 8ftìl roler del sovrano cambiava partito , e qualunque esso fosse, ei trovava nella giurisprudenza autorità e ragioni per sostenerlo. Alfonso era dapprima sdegnato contro di Eugenio, perchè questi ricusava di dargli f investitura del regno di Napoli, e perciò Niccolò fu tra’ Padri di Basilea uno de’ più dichiarati promotori di quel decreto, con cui l’an 1437 Eugenio fu dichiarato contumace e sospeso (.Acnc.as Sj‘lv. de Conc. Basil. l. 1, p. 47 » ec^- Basii.). Ma quando quei Padri sempre più innaspriti contro di esso cominciarono a parlare di dichiararlo ricaduto in eresia e di deporlo , f arcivescovo di Palermo, il quale sapeva che il suo sovrano avea intrapreso a riconciliarsi col papa, usò di ogni sforzo per sospendere l’esecuzione del meditato disegno. Enea Silvio descrive a lungo (l. cit. p. 5, , 25.) le dispute perciò sostenute da Niccolò, e riporta alcune delle parlate che in tal occasione ei fece in quel sinodo. Ne parla sempre con sentimenti di molta stima, ma ne taccia insieme f incostanza e la facilità di cambiar partito. Anzi racconta (p.41) che un giorno in cui avea più caldamente perorato in favore di Eugenio, ma senza alcun frutto, egli tornato a casa , ritiratosi nella sua camera , proruppe in un dirotto pianto, dolendosi del re Alfonso che lo costringesse a seguire un ingiusto partito col difendere Eugenio, e che lo ponesse a pericolo di perdere f onor non meno che l’anima. Di ciò dice Enea Silvio, che si sparse allor voce tra ’l volgo. Ma fu questa per avventura una voce sparsa artificiosamente da’ nemici di Eugenio, tra i quali [p. 888 modifica]888 MURO era allora lo stesso Silvio. Tutti gli sforzi però dell’arcivescovo di Palermo non bastarono a impedire il trasporto de’ PP. di Basilea contro il pontefice, il quale a’ di giugno del fu solennemente deposto, e cinque mesi appresso seguì T elezione di Amedeo di Savoia. Il re Alfonso non dichiarossi mai apertamente favorevole all antipapa; ma perchè era di nuovo in discordia col pontefice Eugenio , per intimorire il secondo, trattava col primo, e si mostrava inclinato ad abbracciarne il partito. L’arcivescovo di Palermo secondo le mire del suo sovrano , anzi allettato dall’onor della porpora, clic f antipapa gli conferì l’an 1440 andò ancora più oltre, e si aggiunse palesemente a’ seguaci di Amedeo. Veggiam in fatti che questi l’an 1442 lo mandò suo legato a Federigo re de’ Romani; e monsig. Mansi accenna un’Orazione (l. cit.) da lui in tal occasione tenuta in Francfort. Essendosi poi nel 144^ con' chiusa di nuovo la pace tra il pontefice e il re Alfonso , fu allora probabilmente che Niccolò ritirossi alla sua chiesa in Palermo. Troppo gli era cara la porpora di cui Amedeo avealo rivestito , e perciò, benchè il partito di esso si andasse ognora diminuendo, egli non mai s’indusse a deporla. Il Panciroli citando un opuscolo inedito di Enea Silvio sugli uomini illustri (*) de’ suoi tempi, conservato, com’egli (*) L’Opuscolo di Enea Silvio su gli uomini illustri h quello probabilmente , che è stato stampato da! dottissimo monsignor Mansi nel terrò tomo dclT Omtioni del medesimo autore. [p. 889 modifica]SECONDO SS[) dice, nella Vaticana, racconta clic essendo Amedeo disceso dalla non sua cattedra, Niccolò ancora fu da molti istantemente pregato a seguirne l’esempio, e a spogliarsi dalla porpora non ben ricevuta 5 ma eli’ egli tergiversando ognora, frappose al farlo sì lungo indugio, che morì prima di sottomettersi ad Eugenio, e nel morire si dolse che a persuasione de’ suoi nipoti si fosse impegnato in un ingiusto partito. Ma nelle Memorie per servire alla Storia letteraria di Sicilia (t. 1, par. 5, 40 ec) abbiamo una lettera in cui si esamina, e a ragion si rigetta cotal racconto. Perciocchè, come ivi ben si riflette, Amedeo non si sottomise al pontefice che l’anno 1449 e Niccolò era morto in Palermo quattro anni prima, cioè nel 1445 e perciò non gli si può opporre il delitto di aver perseverato con ostinazione poiché lo stesso Amedeo avea deposte le mal ricevute insegne. Ma se Niccolò non fu così reo, come descrivesi nell’accennato racconto, non può negarsi però, ch’ei nel seguire il partito di Amedeo non ascoltasse più l’ambizione che la ragione; e non è veri si ni ile che un uom sì dotto, com’egli era, non avesse bastevol lume a conoscere quanto rovinosa fosse la causa che da lui sostenevasi. In fatti altre pruove si adducono dal Panciroli, le quali però non so bene a che fondamento si appoggino, a dimostrare che in Niccolò era più a lodarsi il sapere e l’ingegno, che la probità e la rettitudine; e la sola condotta da lui tenuta nel concilio di Basilea basta a persuadercene. nello scisma, dap[p. 890 modifica]8,90 LIBRO VJL Ma checchessia de’ costumi di questo celebre canonista , non gli si può negare la lode di essere stato uno dei più dotti uomini del suo tempo. Enea Silvio afferma (l. cit. p. 5) ch’egli nel consiglio di Basilea era superiore a tutti in sapere, e dotato di sommo ingegno e di vastissima erudizione (ib. p. 26). E similmente Bartolommeo Fazio lo dice l’uomo fuor d’ogni controversia il più dotto di quella età nel Diritto canonico (De Viris ill p. 43). Quindi ebbe il titolo consueto a que’ tempi di monarca dell’ecclesiastica giurisprudenza, e fu in essa rimirato, come Bartolo nella civile, quasi un oracolo. Molte pruove del suo sapere ci ha egli lasciato ne’ molti tomi di Comenti su tutti i libri del Diritto canonico, ne’ molti Consulti, e in più altri trattati che se ne hanno alle stampe, e ne’ quali lodasi singolarmente l’ordine e la chiarezza con cui tratta delle proposte materie. Egli scrisse ancora un trattato in favor del concilio di Basilea, il quale trovasi perciò registrato nell’Indice de’ libri proibiti. La fama di cui godeva l’arcivescovo di Palermo, fece credere necessaria la confutazione di ciò ch’egli avea scritto per difender quel sinodo; e perciò Pietro dal Monte vescovo di Brescia , e canonista egli pure famoso di questi tempi, di cui diremo più sotto, scrisse contro Niccolò un trattato che conservasi manoscritto nella biblioteca Barberini di Roma , e che accennasi dal P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1 , p. 36g).

VII. Molti altri canonisti annovera il Panciroli ne’ due capi seguenti (c. 33, 34), de’ [p. 891 modifica]SECONDO #ijl quali mi basterà di dir brevemente, poichè non v’ ha Ira essi alcuno che possa pretendere di essere annoverato tra’ più famosi. Jacopo Zocchi ferrarese fu professore di Diritto canonico prima nella sua patria, poi in Padova verso il 1440 secondo il Panciroli e il Borsetti (Hist Gymn. ferr. t. 2, p. 24); ma il Facciolati afferma (Fasti Gymn. pat. pars 2 , p. 32) ch’egli vi era liu da! 14^0 5 c^10 ue^ *433 gli fu accresciuto lo stipendio fino a 250 ducati; e che ivi morì nel Domenico da Ponte di patria veneziano professore nella stessa università ne’ primi anni di questo secolo (ib. p. 3). Taddeo o Taddeolo da Vimercate ivi pur professore di Diritto canonico, di cui il Facciolati racconta (ib.) che l’anno 1413 avea il tenue stipendio di 50 ducati, e che sembrando di’ ei fosse di * troppo inferiore a Prosdocimo de’ Conti suo competitore, fu preso il partito di dargli onorevol congedo. Di lui parla ancor l’Argelati (Bibl Script, mediol. t. 2, pars 1, p. 1671), il quale però nulla dice della cattedra ch’egli ebbe in Padova, ma narra invece eli’ ci fu professore nell’università di Pavia e di Piacenza (e ne abbiamo in fatti il nome nel più volte mentovato Catalogo (Script. Rer.ital. vol 20, p. 939) de’ Professori di Piacenza nel 1399, e negli Atti della prima università al 1381 e al 1391): che fu onorato in Milano di cospicue cariche; che dall’imperadore Sigismondo ebbe il titolo di conte Palatino, e che viveva ancora nel 1427 Lodovico de’ Malizi e Prosdocimo da Limena amendue padovani, e Agostino Michele veneziano, mentovati ancora dal [p. 892 modifica]893 LIBRO Facciola ti (l.c.p.3i, 3y), e Giovanni cl’Amgni uomo celebre per sapere ugualmente che per pietà, professore per molti anni in Bologna. poscia arcidiacono di quella chiesa, c morto nel 14^7? di cui più altre notizie si posson vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2 , p. 65G, ec.) (a). Due cose sole da lui ommesse aggiugnerò io qui intorno a Giovanni, tratte dagli Annali bolognesi del Borselli. La prima si è che l’anno 1443 sollevatosi il popolo in Bologna contro Francesco Piccinino che avea fatto prigione Annibale Bentivoglio, Giovanni , deposta la dottoral toga , prese le armi, e fu uno de’ più coraggiosi in quella impresa (Script. Rer. ital vol. 23, p. 879). L’altra si è l’elogio che il detto autore ne fa all’occasione di narrarne la morte, ove dice ch’egli ancor vivo distribuì tutti i suoi beni in sollievo de’ poveri: che fatto prete, fu di grande aiuto a quella città colle sue lezioni, co’ suoi consigli e colle buone sue opere; e che da tutti e singolarmente da’ poveri ne fu pianta la morte (ib. p. 890). Il che pure si accenna nella Cronaca di F. Bartolommeo dalla Pugliola (ib. vol. 18, p. 724), ove si aggiugne ch’ei morì a’ 17 di gennajo. Nomina qui per ultimo ilPauciroli Lanfranco da Oriano bresciano professore in Padova circa il 1457 (Facciol. l.c.p. 48); e Giovanni Zani bolognese professore in patria verso il 1436. La maggior parte de’ quai canonisti (Aliti. Doti. (a) Assai p ii esatte son le notizie che intorno alla vita e alle opere di Giovanni (1 Anngm ci ha poserà «late il eh co. Faoturzi (Scritt. bologn. t. 1. p.). % [p. 893 modifica]SECONDO 8)3 bologn. l. i i«S) hanno alle stampe qualche opera di tale argomento, e singolarmente Giovanni d’Anagni, che fra tutti i qui nominati è il più famoso. Vili. Nel capo precedente abbiamo a lungo parlato di Bartolommeo Soccini sanese, che tra i professori del Diritto civile vissuti in questo secolo non fu inferiore ad alcuno, t. guale alla gloria che in questa scienza egli ottenne, fu quella che nella ecclesiastica giurisprudenza riportò Mariano di lui genitore, detto il vecchio, a distinzione di un altro Mariano, di cui diremo nel tomo seguente. Ma quanta somiglianza passò nella fama di dotti giureconsulti, della quale goderono il padre e il figlio, altrettanto dissimile fu l’indole loro e la loro condotta. Il figlio d umor capriccioso e incostante cambiò spesso soggiorno e cattedre, e fu esposto perciò talvolta a traversie e a disastri, e fu più lodevole in lui il sapere che il senno. Il padre al contrario appena mai lasciò la sua patria, e a una profonda dottrina congiunse un maturo giudizio e una singolar probità. Il continuo soggiorno da lui fatto in Siena fu cagione che appena si trovi oltre gli scrittori sanesi, chi ne faccia menzione, e tra questi Enea Silvio è il solo contemporaneo che ne abbia parlato, facendone un magnifico elogio, che vien riferito anche dal Panciroli (c. 35). Questi appoggiato, com’io credo, all’autorità di altri scrittori sanesi, afferma ch’ei nacque di Margherita Malavolta sanese l’anno 1401. che attese con felice successo gli studj prima in patria, poscia in Padova, indi di nuovo in Tiraboschi, Voi. Vili. ifi [p. 894 modifica]T.IBRO Siena sotto Niccolò Tedeschi, ove ricevuta la laurea tornò a Padova, e vi fu professore di Diritto canonico per alcuni anni, finchè venuto di nuovo a Siena, ivi poscia soggiornò insegnando fino alla morte. Cli’ ci fosse scolaro in Padova, affermasi anche dal Papadopoli (Hist Gymn. pat t. 1, p. 219), il quale per altro non fa che copiare il Panciroli. Al contrario il Borsetti lo annovera (Hist Gymn. ferr. t. 2, p. 309) tra gli alunni dell’università di Ferrara, e a provarlo si vale dell’autorità del Panciroli, il quale afferma (l. 2, c. 88) ch’ei fu scolaro di Giovanni da Imola. Ma io non veggo come da ciò si raccolga eli’ ei lo udisse in Ferrara. Giovanni fu certamente in questa città; ma solo per pochi anni, cominciando dal 1402, come abbiamo osservato a suo luogo, e Mariano nato nel 1401 non poteva perciò recarsi allora a Ferrara ad udirlo. Quindi se Mariano fu veramente discepolo di Giovanni, ciò dovette accadere o in Padova , o in Bologna. Che poi egli in Padova tenesse scuola, si narra ancora dal Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 34), il quale però non reca altra pruova che una semplice traduzione: dicitur; e ci mostra con ciò, che niuna memoria ei ne ha ritrovata ne’ documenti di quella università 5 e che non si può a meno di non rimirarla come cosa molto dubbiosa. Non dubbioso poi solamente, ma del tutto falso si è ciò che il Panciroli sull’autorità di un altro recente scrittore racconta , cioè che Mariano in Siena rintuzzò con un suo detto l’orgoglio di Angiolo Poliziano, il quale troppo vantavasi del suo sapere; [p. 895 modifica]SECONDO 89.5 e basti il riflettere clic* questi nato nel 1454 non avea che tredici anni quando Mariano morì; ma forse qui si parla di un altro Angiolo Poliziano che era della famiglia de’ Bella r in ini, di cui si fa menzion nelle Lettere di Ambrogio camaldolese (l. 2, ep. 13; l. 25, ep. 16).

IX. Non così possiam dubitare di ciò che di lui narra Enea Silvio nell’elogio poc’anzi accennato (De dict, et fact Alph. reg. l. 3, c. 27; l. 1, ep. 112, 113). Ei ci descrive Mariano, come uomo di sì pregevole tratto e di sì vasto sapere, che non si potea sì facilmente sperare di vedere l’uguale. Uomo di picciola statura, e che perciò, dice scherzando Enea Silvio, dovea nascere della mia famiglia de’ Piccolomini. ma uomo eloquente, dotto nell’una e nell’altra giurisprudenza, versatissimo nelle storie. valoroso poeta così nella lingua latina come nella toscana, in filosofia quasi un altro Platone, un nuovo Boezio nella geometria, nella scienza de’ numeri un nuovo Macrobio. Non v’era musicale stromento di’ ci non sonasse. Era ancor peritissimo nell’agricoltura e nell’esercizio di tutte le arti liberali. Quando era giovine, non avea chi lo vincesse nel corso, nel ballo, nella lotta. Che più? «’.gli era finissimo dipintore, e il Panciroli dice che ancor se ne conservano in Siena gli stemmi della sua e di all re sette famiglie alla sua attinenti, da lui disegnati e vagamente dipinti. Era egli innoltre il più elegante scrittore; era scultore insigne; era ottimo medico. A questi pregi aggiugnevansi quelli delle morali virtù. Splendido e liberale avea sempre la casa piena di ospiti e [p. 896 modifica]8yf5 i.ibiio di amici. Lungi dall’esser nemico di alcuno, tutto era intento.a custodire i pupilli, a consolare gli infermi, a soccorrere a’ poveri, a sovvenire alle vedove, ad ajutar tutti ne’ loro bisogni. Costante nell’avversa fortuna, modesto fra le prosperità, pieno di avvedimento non per nuocere ad alcuno, ma per difendersi da-’ gli altrui inganni, rendevasi caro ed amabile a’ cittadini non meno che agli stranieri, nè vi era chi potesse di lui dolersi. Tutto ciò Enea Silvio, il quale così scrivea, mentre era ancor vivo Mariano. Egli innoltre dedicò a Mariano la Storia de’ due amanti, che abbiamo ancor tra le opere da lui composte in età giovanile. E quando i Sanesi, poichè ei fu fatto pontefice col nome di Pio li, gli inviarono a complimentarlo lo stesso Mariano, egli il ricevette con sommo onore, e dichiarollo avvocato concistoriale. Il cardinale degli Ammanati avea pur molta stima e amor per Mariano, come raccogliesi da una lettera che gli scrisse (Jacob. Pap. ep. 7). Ei morì in Siena l’ultimo di settembre del 1467, e ne fu pianta del pari che onorata la morte, come a un tant’uomo si conveniva. Le opere ch’ei ci ha lasciate, e di cui si hanno diverse edizio:*, sono Consulti, comenti su’ libri del Diritto canonico, e alcuni particolari trattati di somigliante argomento. Intorno alle quali opere scrivendo Enea Silvio allo stesso Mariano, si duole di lui che troppo abbia scritto, empiendo de’ suoi comenti sulle Decretali fino a 2.4 volumi, e lo avverte che, poichè egli è insieme oratore, poeta e giureconsulto, sfugga la soverchia prolissità, che dei legali suol esser propria. [p. 897 modifica]seco.nOo 8!T

X. L’anno precedente alla morte di Mariano Soccini era stato l’ultimo della vita di un altro celebre canonista, il quale però fece uso assai meno lodevole del suo sapere, cioè di Antonio Rosselli natio d’Arezzo. 11 Panciroli ci ha dato (c. 36) l’albero genealogico di questa illustre ed antica famiglia. Ma ciò ch’ei dice del primo di essa, non è che un tessuto di favole e di errori, i quali però in parte son tratti dall’Orazion funebre, di cui fra poco diremo. Ei nomina un certo Roisello, e dice ch’ei fu scolaro di Accorso; ch’ebbe la laurea in Padova; che tenne scuola prima in Firenze, poi in Bologna, donde insieme con tutta l’università fu trasportato a Padova dall’iinperador Federigo Barbarossa. Si può egli immaginare gruppo più capriccioso di anacronismi? Come unire insieme Federigo Barbarossa morto nell’anno 1190 con Accorso morto incirca l’anno 1260? Il Panciroli avrà voluto parlare probabilmente di Federigo II, il quale in fatti, come si è altrove veduto, ordinò il trasporto dell’università di Bologna a Padova; ma insieme abbiamo provato che questo trasporto non ebbe effetto. Come potè inoltre Roisello nel secolo XIII tenere scuola di leggi in Firenze, ove solo alla metà del secol seguente si aprì pubblico Studio? Aggiungasi che di questo Roisello professore in Bologna e in Padova niuna notizia hanno avuta gli storici di quelle università, da’ quali non è pur nominato, E altre simili incongruenze potrei additare nell’accennato racconto, se credessi ben impiegato il tempo nel confurtarle. Lasciamo dunque in disparte i maggiori di Antonio, e veniamo a dir [p. 898 modifica]898 LIBRO ili lui stesso. Pietro Barozzi, che fu poi vescovo di Padova, ne scrisse e ne recitò l’Orazion funebre, che nella stessa città è stata data alla luce l’an 1719 (post Ai 1%. Pile rii l. de Cautione adì ribalda, cc.), c noi ne trarremo da essa le principali notizie, benchè a dir vero l’oratore non parli talvolta sinceramente, e dissimuli, o a dir meglio travolga in tutt' altro sembiante ciò che nel Roselli fu degno di biasimo. Ei parla dapprima a lungo delle lodi della Toscana, della città d’Arezzo e degli antenati d’Antonio. Passando poscia a ragionare del medesimo Antonio, ne loda dapprima generalmente il sapere e lo studio. Uscito appena dall’età fanciullesca, compose e pubblicò il trattato della Legittimazione, il quale fu applaudito talmente, che, vivendo ancora l’autore, leggevasi nelle pubbliche scuole. Nello spiegare le leggi, nel disputare, nello scrivere, nel consultare univa alla profonda dottrina una sì rara eloquenza, ch’egli era detto (come già abbiam veduto di altri) il più eloquente tra’ giureconsulti e il più giureconsulto tra gli oratori. Uomo di vastissima memoria, a qualunque quistione gli fosse proposta rispondeva sul punto, allegando ogni testo, ogni chiosa, e qualunque altra autorità a quel luogo opportuna, non altrimenti che se l’avesse sotto gli occhi. Prima ancora di ciò aveva detto il Barozzi, ch’egli non aveva mai difeso alcuno che non fosse stato assoluto; e che mai non erasi potuto indurre a sostenere una causa, la qual paressegli ingiusta; e che ugualmente assisteva col suo patrocinio a’ poveri ed a’ ricchi senza [p. 899 modifica]SECONDO Sqy riguardo alcuno al suo privato interesse. In queste lodi io non dubito punto che molto non v’abbia d’esagerazione, perciocchè parmi che in tutto il decorso di questa Orazione si cerchi dall’oratore più il meraviglioso che il vero. Nondimeno gli onorevoli impieghi che furono affidati al Ilo a e Hi, ci provuan senz’altro ch’ei fu certamente avuto in conto di uno de’ migliori giureconsulti che allor vivessero.

XI. Negli Elogi degli illustri Toscani, tra’ quali si ha ancora quel del Roselli (Li), si afferma che l’anno 1384 vicario del duca di Milano in Gubbio, e che l’anno 1416 fu podestà in Assisi. Ma quanto alla prima carica, oltrechè allora Milano non avea duca, come è possibile che un uomo morto nel 1466, e di cui non si dice che avesse vita straordinariamente lunga, fosse ottantadiie anni prima vicario nella detta città? Nulla in fatti si ha di ciò nella citata Orazion funebre; e nulla pur vi si dice della carica di podestà avuta in Assisi, la quale però non è ugualmente improbabile. Ciò che abbiam detto parlando dello Studio sanese (l. 1, c. 3, n. 8), ci prova che il Roselli fu ivi professore per qualche tempo tra’i 14^5 e 1 143o, benché di ciò parimente non parlisi nella detta Orazione. Il Barozzi dice soltanto che Martino V, conosciuto per fama il saper del Roselli, chiamollo a Roma, ove egli presto ottenne il vanto del primo giureconsulto che a que’ tempi vivesse. Avea allor Ladislao re di Polonia una contesa coll’imperador Sigismondo, cioè, com’io congetturo, pel ducato di Lituania, di cui questi volea [p. 900 modifica]9«0 LIBRO dispone, ergendolo in regno malgrado di Ladislao. Essa fu devoluta al pontefice, e il Roselli fu destinato a difender la causa non già di Sigismondo, come si dice dal Panciroli e da altri, ma di Ladislao, come afferma il Barozzi; ed egli ottenne in fatti quanto bramava, con che tanto crebbe in istima presso il pontefice, che questi per onorarlo scelse Rosello di lui nipote per andare ambasciatore in suo nome al medesimo re Ladislao, e a Carlo* VII re di Francia. Morto poscia Martino V e succedutogli Eugenio IV, questi fece parimente gran conto della prudenza e del sapere del Roselli , e ne1 dispareri che ne’ primi anni del suo pontificato egli ebbe coll’imperador Sigismondo, benchè il Roselli potesse esser sospetto a Cesare per le parti di Ladislao contro di lui sostenute, a lui nondimeno inviollo tre volte per trattare di accordo. Ed egli sì felicemente vi riuscì, che ottenne al medesimo tempo il favore di Sigismondo, da cui (e non già dal pontefice, come afferma il Panciroli) ebbe il titolo di conte Palatino con più privilegi a quel titolo annessi, e insieme si rendè sempre più caro ad Eugenio, il quale non mollo appresso inviollo al re di Francia per gravissimi affari , come dice il Barozzi, cioè, come parmi probabile, all’occasion del concilio di Basilea. Ivi ancora fu sì grande l’applauso al saper del Roselli, che avendolo il re onorato del titolo di suo consigliere e di cavaliere, Renato duca allor di Lorena, e poscia re di Napoli, gli pose di sua mano gli sproni a’ piedi, e la spada al fianco. Tornato poscia a Roma, difese presso [p. 901 modifica]SECONDO QQI il pontefice una causa non già del re. come si narra dal Panciroli, ma della provincia della Puglia, come affermasi dal Barozzi, e fu eletto avvocato del concistoro de’ cardinali, e poscia ancora dei poveri.

XII. Fin qui ogni cosa era riuscita prosperamente al Roselli. Ma il vedersi deluso nelle speranze che sul favor del pontefice avea fondate, lo irritò per modo, che non temette d’incontrarne lo sdegno. Giovanni Bertacchini, che fu scolaro in Padova dello stesso Roselli, racconta (De Episcopo, l. 3, qu. 25) che Eugenio IV gli avea data parola di onorarlo della sacra porpora in ricompensa di ciò che per lui avea fatto nel sinodo di Basilea, a cui par che il Roselli fosse intervenuto; che questi perciò facendogli istanza perchè gli mantenesse la data parola, il pontefice se ne scusò, allegando i Canoni, i quali vietano che tal dignità si conferisca a chi abbia avute due mogli, come era accaduto al Roselli; che questi perciò sdegnato, compose il trattato de Monarchia, in cui si fece a provare che il romano pontefice non avea alcun dritto sul temporale stato dei principi, e che perciò fuggendo da Roma, ricoverossi a Padova, ove ebbe la cattedra di Diritto canonico colf annuo stipendio di 500 ducati. Di tutto ciò nulla ci dice il Barozzi; anzi egli narra che il Roselli avendo composto in Roma il suo trattato de Monarchia , questo piacque sommamente al pontefice e a’ cardinali; e che fu premio di esso F ambasciata commessagli al re di Francia, da noi mentovata poc’anzi; e quanto al passaggio da Roma a Padova, [p. 902 modifica]902 LIBRO afferma che fu questo opera dello stesso pontefice, il quale volle con ciò assicurare al Roselli un onorato riposo negli ultimi anni di vita. Ma comunque l’autorità del Barozzi sia molto pregevole. è troppo evidente ch’ei cerca qui di coprire ciò che al suo eroe non era di molto onore; e assai più fede merita il Bertacchini, il quale narra semplicemente un fatto che a tutti dovea esser notissimo. E a dir vero, chi mai può persuaderci che Eugenio IV potesse approvare il suddetto trattato, di cui basti il dire che dal Goldasto è stato creduto degno d’essere inserito nella sua Raccolta di Trattati contra l’autorità pontificia (Monarchia, t. 1 , p. 252)? Veggiamo in fatti che, quando esso fu pubblicato, dopo la morte dell’autore, Niccolò Francesco vescovo di Trevigi e legato apostolico e Tommaso Donato patriarca di Venezia ne fecero una solenne condanna, e Arrigo Istitore domenicano l’anno ì499 alle stampe un suo libro per mostrare quanto ragionevole e giusta fosse cotal sentenza (Echard Script. Ord. Praed. t. 1, p. 897). Sembra adunque certissimo che per tal motivo incorresse il Roselli lo sdegno di Eugenio, e che se ne sottraesse col ritirarsi a Padova. Ivi ei tenne scuola per lo spazio di ventotto anni, e perciò essendo egli morto nel 1466, convien dire ch’egli vi si recasse nel 1438. Negli Elogi degli illustri Toscani si afferma ch’egli intervenne al concilio di Firenze, ma non si reca di ciò pruova alcuna. Il Barozzi ci dice gran cose della stima di cui egli godeva in Padova, dell’indefessa applicazione con cui coltivava il suo studio, c [p. 903 modifica]SF.cosnn cjn.’ì degli onori che gli liiron rei ululi, «pianilo lini di vivere nel detto anno 1466. Il Facciolati aggiugne che gli fu poscia accresciuto lo stipendio; e che ebbe ancora il privilegio di sceglier la cattedra che più gli piacesse, e d’insegnar quanto e quando gli fosse in grado (Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 38). Ma il Bertacchini racconta cosa poco al Roselli onorevole, cioè ch’ei morì da empio e da incredulo: Tandem obiit non crcdcns ali quid esse supra tecta domorum. Molti trattati legali e canonici ne abbiamo alle stampe, e altri che rimasti son manoscritti, i quali si annoverano dall’Oudin (De Script, ecl. t. 3, p. 2338, ec.), e dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 1, p. x 31). Ad essi dee aggiungersi un’opera sopra i Concilj scritta dal Roselli in Padova l’anno 1444? e dedicata al doge Francesco Foscari, di cui dice il P. degli Agostini di aver veduto un codice a penna presso l’ab. Giovanni Brunacci (Scritt venez. t. 2, p. ii)3, ec.).

XIII. Ebbe il Roselli un cugino, di nome Giambattista, e professore esso pure or di ecclesiastica , or di civile giurisprudenza nella stessa università di Padova dal 1452 fino al 1510 in cui finì di vivere, come si afferma dal Facciolati (l. cit. p. 46), il quale accenna ancora diversi decreti della Repubblica, con cui gli venne più volte accresciuto l’annuale stipendio finchè giunse alla somma di 450 ducati. Un bell’elogio ne fa il Barozzi nella sopraccitata Orazione, el11 io recherò qui tradotto nel volgar nostro italiano, per supplire alla mancanza in cui siamo di altre notizie intorno a questo [p. 904 modifica]904 LIBRO valoroso giureconsulto. Dopo aver egli nominati parecchi uomini illustri usciti dalla famiglia dei Roselli, così si volge a Giambattista ch’era ivi presente: Io non posso tacer di Battista, da cui sappiamo che tu sei nato, o Giambattista , uomo (I ingegno, di probità, di saper singolare nell uno e nell’altro Diritto; tu , io dico, che così agli Aretini, presso i quali sei nato, come a’ Padovani, tra’ quali spieghi le leggi, sei caro per modo, che quelli han più volte cercato, come lor cittadino, di riaverti, e questi con onorevolissimi decreti e con ampj stipendj han sempre procurato di ritenerti. Noi siamo stati finor vincitori 7 e poiché ciò ne è di sì grande vantaggio, ci sforzeremo di esserlo sempre. Egli è certo difficile il beneficare uno per modo eli ci possa dimenticare la patria, che a tutti è carissima, e la tua singolarmente che è così illustre, e insieme ti ha in altissima stima. Ma, se non ni inganna Vamor di questa città, in cui ora insegni, Padova è assai più insigne d Arezzo, benché pur questa ancora sia città nobilissima. L’impegno così di questa città, come singolarmente di questa università a tuo riguardo è tale, che maggior non può averlo la stessa tua patria. Spesso tu l’hai sperimentato in addietro, e ciaschedun di noi, e V università e la città tutta è risoluta di dartene sempre più chiare prove. Abbian i tuoi cittadini altri giureconsulti, altri magistrati, altri professori delle belle arti; ma a te permettano t. esser nostro; e paghi di quella lode che non è piccola. la qual lor viene dallo sceglier che fa tra essi i più celebri professori la [p. 905 modifica]SECONDO jjOO nostra città nutrice di tutte le scienze, lascino che noi godiamo il vantaggio che dal tuo sapere in noi si deriva.

XIV. Alla stessa università di Padova appartengono tre altri giureconsulti, de’ quali ragiona in seguito il Panciroli (c. 38, 39)). Ma ciò eli’ egli ne dice, ha bisogno di essere in più luoghi emendato. Il primo è Jacopo Leonessa padovano, di cui narra che, ottenuta la laurea nel 1444? cominciò a tenere scuola; che fatto poi canonico della cattedrale, passò a Roma, ove dal pontefice Martino V lu l’atto l’anno i |6o presidente della Romagna, poi nunzio al re de’ Romani, e, dopo altre cariche, auditor della Ruota; che morto poscia Martino, tornò a Padova, ed ivi morì nel 1474 Il Papadopoli, dopo aver riferite queste cose medesime, osserva (Hist Gymn. pat. t.1.p. il grave anacronismo del Panciroli nel far vivo Martino V nel 1460, e va ricercando da quale de’ successori di Martino potesse il Leonessa ricevere cotali impieghi. Ma io dubito ancora se ei gli ricevesse da alcuno. Certo il Facciolati non ne fa motto, e solo si dice (Fasti Gymn. pat pars 2, p. 50) che egli era professore di Diritto civile nel 1464 collo stipendio di 100 ducati; che poco appresso passò alla cattedra (del canonico; che nel 1467 recossi a nome dell’università a Venezia con Bartolommeo Cipolla , e ottenne che le vacanze del carnevale si restringessero a soli dieci giorni; e ch’ei morì nel 1472 del che reca in pruova la matricola del collegio de’ dottori. Quindi, s1 ei non ebbe le dignità dal Panciroli indicate prima [p. 906 modifica]yo6 MB HO di essere professore, il clìe sembra troppo difficile , io non veggo in qual tempo ei potesse esserne onorato, il secondo è Giovanni. o Gianjacopo de’ Cani, di cui il Panciroli , dopo aver detto che tenne scuola per quarantasei anni, dice che morì l’anno 1490 in età di quarantanni. Questo errore ancora è stato rilevato dal Papadopoli (l. cit. p. 228), il quale sull’autorità del Porcellini gli dà solo quindici anni di cattedra , e il fa morto pur nel detto anno, e nella stessa età che il Panciroli gli assegna. Il Facciolati al contrario ripete (l. cit. p.41 ch’egli insegnò per quarantasei anni, e gli fa cominciar la lettura nel 1443 e il fa morire assai vecchio l’anno 1493, e aggiunge che nel 1478 trovandosi egli padre di dodici figliuoli, ottenne dal senato alcune esenzioni, e che tre anni appresso gli fu accresciuto lo stipendio fino a’ 150 ducati. Or tra due storici della stessa università, che appoggiati a’ monumenti de essa ci narran cose tanto diverse e contrarie, a chi crederem noi? Io penso che il Facciolati sia stato più esatto del Papadopoli, ma non posso a men di non bramare , come ho fatto più altre volte, che si pubblichi finalmente una storia degna del gran nome, di cui quella università ha sempre goduto, e di cui gode tuttora. Il Panciroli ed il Papadopoli annoverano alcune opere da lui composte, e alcune altre da essi omesse si aggiungono dal Facciolati. Il terzo è Alessandro Nevo vicentino. Il Panciroli di lui ci dice soltanto che nel 1457 spiegò in Padova il Diritto canonico; che per vcntisci anni ebbe questa cattedra in Vicenza [p. 907 modifica]SECONDO posila patria; c che fu canonico di rVcvigi. Questa maniera di favellare non poco oscura spiegasi dal Papadopoli con affermare (l. cit p. 227) che Alessandro tenne dapprima in Vicenza privatamente scuola di canoni, e che ne fu poscia per ventisett1 anni professore in Padova. Secondo il Facciolati (l. cit./). 4?)* e’ cominciò ad insegnare in questa università l’anno c continuò fino al 1485, cioè per ventinove anni, e tornato poi in patria, ivi morì l’anno seguente (*), nella qual epoca concorda ancora il Papadopoli, il quale aggiugne ch’egli allora contava ciuquantasetl’anni di età. E, se ciò è vero, converrebbe affermare che prima di giungere al ventesimo anno ei cominciasse a salir ulla cattedra. Lo stesso Papadopoli altrove afferma (l. cit p. 11) ch’egli ebbe prima lo stipendio di 1000 fiorini, e che poi esso gli fu accresciuto fino a i(»oo. Il Facciolati al contrario assicura che lo stipendio gli fu bensì due volte accresciuto, ma che giunse solo a 150 ducati. E qui ancora a chi dovremo noi prestar fede? Il P. Angiolgabriello da Santa Maria non ci dà lumi molto migliori intorno a questo giureconsulto (lì ibi degli Scritt. vicent t. 2, p 179, ec.). Solo da alcuni monumenti ei ne rischiara la genealogia , e pruova ch’ei fu canonico in Trevigi insieme e in Vicenza, e ci (*) La morte di Alessandro del Nevo non decsi fissare al eome narra il Facciolati, ma al perciocché ne‘registri della catledral di Trevigi, ove egli era canonico, trovasi documento del possesso che tu preso a’ at di marzo del l4&4 del canonicato per la morte di esso vacante. [p. 908 modifica]908 LI URO dà un esalto catalogo delle onere da lui composte, die sono por lo più d’argomento legale.

XV. Quella gloria che aggiunse a Modena sua patria colle leggi Giovanni Sadoleto nel capo precedente da noi nominato, fu alla stessa città confermata da Bartolommeo Bellincini modenese colla sua dottrina ne’ sacri Canoni. Recatosi in età giovanile a Ferrara, vi ebbe a maestro il celebre Francesco Accolti, e fu poscia ei medesimo destinato a tenere scuola di giurisprudenza canonica in quella università. Nel catalogo de’ professori giuristi del 1465, che si conserva negli Atti di questa Computisteria di Ferrara , vedesi tra essi nominato il Bellincini. Ma in un altro del i {67 ei più non si vede; ed è perciò probabile ch’egli fosse passato a Bologna, ove il Panciroli, colla testimonianza di Catelliano Cotta, prova (c. \o) che ci fu professore e antagonista del famoso Andrea Barbazza. Fu poscia chiamato a Roma, e sollevato alla carica di auditor della Ruota. Ma nel più lieto corso di sua fortuna ei fu da immatura morte rapito in età di soli cinquant’anni nel 147^? cor,,c raccogliesi dall’iscrizion sepolcrale che gli fu posta in Santa Maria del Popolo, e che vien riferita al Panciroli. In essa il Bellicini vien detto vere bonus et justus. Nè minore è la lode con cui ne parlano gli scrittori di que’ tempi per ciò che appartiene al sapere e all’ingegno. Felino Sandeo fra gli altri, di cui ora dovrem ragionare, e che per tre anni avealo avuto a suo maestro in Ferrara, in alcuni passi delle sue opere citati dal Panciroli e da Marco Mantova (Epit. Vir. ill n. 51), [p. 909 modifica]SECONDO 909 afferma che se la curia romana non f avesse tolto alla cattedra, la scienza de’ Canoni avrebbe in lui avuto uno de’ più dotti interpreti, e che grande vantaggio avrebbe colle sue opere recato a’ posteri. Ne abbiamo però alcuni pochi trattati sparsi nelle raccolte degli scrittori del Diritto canonico, un trattato Del sussidio caritativo, che fu pubblicato l’an 1544 da Aurelio Bellincini (a)) e alcune altre opere, delle quali, dopo il Vedriani (Dott. modou. p. ~$)y ci ha dato un esatto catalogo il co. Mazzucelicili (Scritt. it t. 2, p. 679, ec).

XVI. Intorno a Filippo Franchi perugino io non ho clie aggiugnere a ciò che ne dice, o, a dir meglio, a ciò che ne accenna il Panciroli (r. 4*), ch’ei fu lungamente professor di Canoni nella sua patria, e poi in Pavia, e che pubblicò eruditi Conienti sulle Decretali e sul sesto libro. Solo è certo eli’ ei iti professore ancora in Ferrara circa il 14^7 » con,e ci mostra una lettera di Francesco Ariosto pubblicala da monsignor Mansi (Misceli Baluz. ed: Lue. t. 3 f p. 172). Più copiose notizie abbiamo di Felino Sandeo, di cui passa a parlare il suddetto scrittore (c. 42)j perciocché, oltre ciò ch’ei ne ri ice, di lui parimenti ragionano a lungo il Fabbrucci (Calog. Racc. t. 40) (a) Il trattato ili Bartrdommeo Bellinetni T)e charitat.vo wbddh era stato stamp ilo in Modena fin dal 1489&), e Aurelio ne fece solo una nuova edizione Di ciò veggasi la Biblioteca modenese , ove e di Bartolommeo e di Aurelio si è parlato lungamente (t. 1, p. 199, ec., 202 , ec.). Tiraboscbi, Voi Vili. [p. 910 modifica]910 LIBRO monsig. Mausi (Fabr. Jìibl. mcd et inf. Latin.

I. 2y p. 15o) c. il Manni (Sigilli, t. 9, p. 69, ec.); e il primo singolarmente dalle opere di lui medesimo ha tratte le prove di ciò che afferma, e noi possiam perciò seguirlo sicuramente. Ei nacque l’anno 1444 Felina luogo della diocesi di Reggio, di padre e di madre ferraresi, ed ebbe a zio materno Francesco Ariosto. L’avolo paterno però era di patria veneziano, e gli antenati eran venuti a Lucca. Il Papadopoli (Hist Gymn. pat. t. 2, p. 31) afferma ch’ei fece dapprima i suoi studj nell’università di Padova: e ne cita in pruova l’autorità di un certo Mastai, il quale, coni’ egli dice, il conferma colle parole dello stesso Felino. Io non so qual fede si debba a questo da me non conosciuto scrittore. In Ferrara certamente studiò Felino almen per tre anni, e vi ebbe a suo maestro il poc’anzi nominato Bartolommeo Bellincini. Da un passo di un codice a penna dello stesso Felino pubblicato da monsignor Mansi (l. c. p. 193) noi raccogliamo che alla fine del 1465 essendo egli in età di soli 21 anni cominciò a spiegare pubblicamente il Decreto in quella università. E ciò confermasi ancora da una lettera del suddetto suo zio, in cui aggiunge (Miscell. Baluz. ed. luc. t. 3, p. 173) che tanta era la stima in cui aveasi il saper di Felino, che quando avveniva che Teodosio Spezia , Bartolommeo Bellincini, Filippo Franchi e Ugo Trotti, celebri professori allora in quella università, non potesser tenere la loro scuola, egli era destinato a supplire le veci; ed ivi egli era ancora nel 1472 come da’ monumenti di [p. 911 modifica]SECONDO gì i essa pruova il Borsetti (Ilisl Gjrnn.ferr. t. a, p 47). L’anno 14y4 chiamato da Lorenzo de’ Medici a Pisa, vi ebbe lo stipendio di 5oo boriili y e per tre anni vi fu professore di Diritto canonico. Ma egli avea data parola a’ suoi Ferraresi di fare ad essi ritorno dopo tre anni, e fedelmente lor la mantenne. Poco tempo appresso pcrò’di nuovo passò a Pisa collo stipendio di 650 fiorini. Quando ciò avvenisse f il Fabbrucci non dicej ma afferma solo che ivi egli era nel 14^4 j e cbe due anni appresso gli era stato accresciuto lo stipendio fino a 700 fiorini. Al fine di quest’anno medesimo 1486 lasciata Pisa, recossi a Roma, onorato da Innocenzo VIII della carica di auditore di ruota. Nel capo precedente di questo libro parlando di Filippo Decio abbiam vedute le contese e le gare che si accesero fra questi due professori, e come il Sandeo per sottrarsi a una pubblica disputa, a cui il Decio l’avea sfidato, fuggissene a Roma, donde poi ritornato a Pisa (a), e ottenuto qualche tempo dopo onorevol congedo , partì di nuovo per Roma, e vi ebbe il sopraddetto impiego. Mousignor Mansi crede di poter annoverare tra le favole la fuga del Sandeo) ma la testimonianza del Boeza, scrittor (a) Sembra che all’anno 147® debba assegnarsi la seconda chiamala del Samleo a Pisa. Certo in quell anno ne fu messo trattato, come ci mostra una lettera dello stesso Sandeo pubblicala da monsig. Fabbruni (Vita Laur. Med. t. 2 , p. 167, ec.). Questi ne assegna. non so su qual fondamento, la morte a: iti di agosto del i 5o5, e non all’ottobre del l5o5 come ha latto monsignor 1*. 1 un si. [p. 912 modifica]LIBRO di que’ tempi da noi allora citato, sembra troppo autorevole per dubitarne. Il Sandeo ebbe in Roma frequenti occasioni di dar prove del suo sapere all’occasioni delle cause di gran momento, che nella curia romana furon trattate a’ tempi di Innocenzo VIII e di Alessandro VI, a’ quali due pontefici perciò fu carissimo. Dal secondo di essi ei fu eletto l’anno 14i)5 vescovo di Penna e di Adria; e nello stesso anno coadiutore di Niccolò da Sandonnino vescovo di Lucca col diritto di succedergli, quando morisse. Ma dappoichè ciò avvenne nel 1499 ei si vide contrastato il possesso di quella chiesa dal Cardinal Giuliano della Rovere, il quale avea da Alessandro VI ottenuto di esserne amministratore. Giunse finalmente l’anno 1501 a quella sede, ma non la tenne che per due anni, essendo morto nell’ottobre del 15o3 (*).

XVII. Il Panciroli facendo il carattere del Sandeo, e citando il sentimento di altri giureconsulti , dice eh’ei fu uomo in cui la fatica c 10 studio fu maggior dell’ingegno; che occupossi singolarmente in raccogliere e in esaminare le altrui opinioni; e che tenendo di con(*) Della stima in cui Ercole I duca di Ferrara avea il Sandeo, e dell’affetto con cui rimiravalo. son prova due lettere che si conservano in questo ducale archivio , da quel principe scritte, una allo stesso Felino a’ 5 di febbraio del (494 * ’n cn* si congratula con esso lui, che il papa gli abbia data stanza nel palazzo apostolico, e dice che vuol ringraziarne il Cardinal di Valenza, a cui ciò doveasi singolarmente; l’altra del 15 di marzo dell’anno stesso al detto cardinale, in cui, come avea promesso, g.i rende grazia dei vantaggi procurati al Sandeo. [p. 913 modifica]SJXONDO tinuo la penna n uiaiio, andava notando quanto gli avveniva di leggere, che giovar potesse a’ suoi studj. Ei nondimeno ebbe a’ suoi tempi la fama di un de’ più dotti canonisti, e fu posto al pari del Cardinal di Sangiorgio, che fra tutti fu per avventura il più insigne. Infatti Bernardino Landriani, scrittore di questo secolo, in una sua lettera citata dall’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 1, p. 2280), gli unisce insieme , dicendo che essi erano nella scienza de’ Canoni ciò che nell’arte della guerra erano stati i due Scipioni. E Giannantonio de’ Gradi (in Add.it. ad Jo. A ut. de S. Georg, in 1 Decr. pari, init.) racconta di aver udito da chi ne era stato testimonio di veduta, che quando il Sandeo venne innanzi al Sangiorgio per essere esaminato per la carica di auditor di Ruota, questi gli propose sessanta difficoltà, tratte dal testo e della chiosa ordinaria dell’uno e dell1 altro Diritto, chiedendogli similmente che le venisse sciogliendo con altri passi del testo e della chiosa, e che il Sandeo cominciò con somma facilità a sciogliere le prime trenta, rimanendone attoniti i circostanti e lo stesso Sangiorgio, il quale non volle el11 ci più oltre continuasse) perciocchè, disse, chi ha sciolte sì bene le prime, non può dubitarsi che non sia pronto a sciogliere ugualmente le ultime ancora. A questa sua instancabil fatica dee il Capitolo de’ canonici della metropolitana di Lucca la copiosa e pregevol raccolta de’ libri ch’egli avea per suo uso raccolti, e di cui morendo ad esso fè dono. Ed essa ci mostra in fatti quanto sollecito e diligente egli fosse*, perciocché [p. 914 modifica]9*4 LIBRO oltre non poche opere , le quali dobbiamo a lui solo, che sieno fino a noi pervenute, in molti de’ suoi libri così manoscritti, come stampati si veggon note e osservazioni da lui medesimo aggiunte, le quali danno non poco lume, e molto perciò se l11 è giovato l1 eruditissimo monsignor Mansi, che spesso le cita nelle sue giunte al Fabricio, e altrove. Molte ancora sono le opere di’ egli ci ha lasciate, da lui composte a illustrazione de’ Canoni e delle Decretali, e, oltre le stampate, ve ne ha molte ancor manoscritte, e delP une e dell1 altre si può vedere il catalogo presso il suddetto monsignor Mansi. Fra esse ne veggi amo una ancora di argomento storico, cioè un Compendio della Storia de’ Re di Sicilia, in cui per altro ei non ha fatto che raccogliere in breve ciò che più altri scrittori ne aveano detto. Egli fu l1 ultimo della sua famiglia, come raccogliesi da un’elegia latina de Antonio Tebaldeo (ap. Manni l. c. p. 77) indirizzata a Felino all1 occasion che la peste aveagli già condotti a morte tutti i parenti, lasciando vivo lui solo. In essa, a lui volgendosi, così gli dice il poeta: Ast tu de claro solus , Feline, superstes Sanguine, divini maxime juris honos, ec. E lo esorta poi a continuar egli almeno la sua stirpe. Ma Felino entrato poscia nel clero , e fatto vescovo, non fu in istato di seguire il consiglio del Tebaldeo.

XVIII. Sieguono presso il Panciroli (c. 44? 45) più altri canonisti che illustrarono per Io più università di Padova. Giunfrancesco Pavini [p. 915 modifica]SECONDO y|j canonico nella stessa città, e non solo giureconsulto, ma teologo ancora verso il 144^ secondo il Facciola ti (Fasti Gjmn. pat pars 2, ) p). «piegava ivi il Decreto col tenue stipendio di 3o ducati. Chiamato poscia da Paolo II a Roma, vi fu auditore di ruota, nel qual impiego visse più anni, e scrisse più opere, il cui catalogo si ha presso il medesimo Panciroli, e assai più esattamente presso l’Oudin (De Script eccl. t. 3, p. 16c)5). Ivi parimenti furono professori Ottonello Pasini pronipote del Pavini per parte d’una sorella, e Cosimo Contarini che l’anno 1460 fu ancor vicario generale di Jacopo Zeno vescovo di Padova (Agost Scritt. venez. t. 1, p. 298), e Antonio Capodilista morto nel 1489 (Facciol. l. c. p. 44) c Francesco da Brevio veneziano, che fu poi vescovo di Ceneda, e di cui più ampie notizie si posson vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt ital. l. 2, par. 4? p- 2080), e Dionigi Franceschi pur veneziano, e Francesco Facio padovano, di cui il Panciroli non loda solo il sapere, ma la grazia ancora e l’eleganza nel ragionare, la vasta memoria, la singolare eccellenza nel sonare della cetera , e nell’imitare perfettamente gli antichi caratteri, le quali cose però non so a quai monumenti si appoggino. Ei morì assai giovane P anno 15o5. Più altri ancora ei nomina a questo luogo, di cui non giova qui ripetere i nomi; e molto più che alcuni di essi appartengono al secol seguente, come Jacopo Alvarotti il giovane, dal Panciroli qui rammentato fuor d’ordine (c. 46). L’ultimo, che da questo scrittore si annovera tra [p. 916 modifica]9*6 LIBRO i celebri canonisti di questo secolo. e che a ragione dee tra essi aver luogo, è il Cardinal Giannantonio da Sangiorgio, di cui perciò passiamo ora a parlare.

XIX. Clf ei fosse di patria milanese , e non piacentino, come da alcuni si afferma, è stato provato dall’Argelati con sì chiari argomenti (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 1 , p. 1279, ec.), che sembra non potersene più dubitare. Egli è ben vero che questa famiglia erasi da Piacenza trasportata già da qualche tempo a Milano, ed ivi era stata annoverata tra le patrizie. Quindi egli nelle sue opere s’intitola da Piacenza, e insieme patrizio milanese: D. Johannis Antonii de S. Georgio de Placentia Patritii mediolanenis. Ei nacque l’anno 1439, e dopo aver compiuti i suoi studi probabilmente nell1 università di Pavia , in questa cominciò a tenere pubblica scuola di Canoni nell’an ventisettesimo di sua età, e continuò per 6 anni, com’egli stesso afferma (ad calc. op. De usibus Feudor.), impiegando tre ore ogni giorno nell’istruzione de’ suoi scolari; e innoltre occupandosi nello scriver più opere, che furon poi pubblicate. Nel tempo stesso delle autunnali vacanze, in cui egli soleasi talvolta recare a Trino nel Monferrato presso i conti di Biandrate suoi parenti , non cessava da’ consueti suoi studi, e in Trino appunto ei diede l’ultima mano alla sua opera sopra gli usi de’ Feudi, come dimostra il ch. proposto Irico (Hist. Trid. l. 2 , p. 208). L’anno 1473 dopo aver compiuta la sua lettura di 6 anni nell’università di Pavia, fu arrolato nel collegio de’ giureconsulti [p. 917 modifica]SECONDO C)l“ milanesi, e fu ancora dichiarato proposto, ma non sappiamo in qual anno , dell’imperial Basilica di S. Ambrogio nella stessa città , onde talvolta egli è detto semplicemente il Proposto. L’anno »4;9 fu eletto vescovo d’Alessandria, e poscia non molto appresso chiamato a Roma da Sisto IV e fatto referendario apostolico, e auditore di ruota, nel qual impiego continuò sotto Innocenzo VIII e sotto Alessandro VI. Quest1 ultimo pontefice l’anno 1493 lo nominò cardinale col titolo de’ SS. Nereo ed Achilleo, ma dal vescovado, che allora avea, ei fu detto comunemente il cardinale Alessandrino. L’anno 1499 fu dalla chiesa d* Alessandria trasferito a quella di Parma , quindi fatto patriarca di Gerusalemme, e per ultimo trasferito successivamente alle chiese di Frascati, di Albano , di Palestrina e di Sabina. L’Ughelli (Ital. sacra, t. 2, in episc. Parm.; t. 4, in cpisc. Alcxandr.), il Giacomo (in AU’ jc. VI), e dopo lor f Argelali ed altri scrittori rammentano e i vantaggi da lui recati alle due chiese di Alessandria e di Parma, e alcune onorevoli ambasciate , in cui fu adoperato dal duca di Milano, e da’ pontefici Alessandro VI e Giulio II, intorno alle quali cose io non ho che aggiugnere a ciò eli* essi ne dicono. Morì in Roma in età di settanta anni l’anno 1509). Già abbiam veduto nel parlar del Sandeo, ch’egli e il Sangiorgio furon creduti i più dotti canonisti de’ tempi loro. Rafaello Volterrano lo dice uomo nella scienza legale non inferiore ad alcuno (Comm. Urbana, l.21). Somiglianti e più onorevoli ancora son l’espressioni con cui di [p. 918 modifica]unno esso ragiona Paolo Cortese, il quale lo dice (De Cardinal. l. 1 , p. 13) il primo tra’ giureconsulti della sua età, e racconta che essendo già cardinale continuava col medesimo ardor di prima gli usati suoi studj, e parlando altrove de’ consulti da lui distesi afferma (ib. p 40) che non ve li’ ha altri che sieno scritti con più copiosa eloquenza e con più saggio discernimento. Le dignità medesime , a cui fu sollevato, sono una chiarissima prova dell’alta stima in cui egli era. Delle opere da lui pubblicate, e delle loro edizioni, e di alcune che si conservano manoscritte, ci ha dato un esatto catalogo f Argelati. Esse sono singolarmente Comenti sul Decreto di Graziano, e su’ libri delle Decretali, oltre alcuni altri particolari trattati, e due Orazioni da lui recitate una nell’esequie del Cardinal di Tournay, l’altra sulla Passione del Redentore. Alle quali opere si debbon aggiugnere due Consulti, uno in materia di feudo per la contea di Foix , l’altro per la successione nel ducato di Livonia, che si accennano da monsig. Mansi come esistenti nella biblioteca di Felino Sandeo (Bibl. med. et inf. Latin. t. 2 , p. 33).

XX. A questa non lunga serie di canonisti esposta dal Panciroli dobbiam qui aggiugnere alcuni altri da lui ommessi, o brevemente solo accennati, e che son degni di più distinta menzione; perchè abbiamo indubitabili monumenti del molto loro sapere in questo genere di scienza. E sia il primo tra essi il Cardinal Branda da Castiglione, da noi nominato in più altri luoghi di questo tomo, e di cui ragioneremo ora [p. 919 modifica]SECONDO ()1() più stesamente, anche perchè non v’ha forse finora chi ne abbia trattato con esattezza. Quel Vespasiano fiorentino, di cui spesso abbiam fatta menzione, e che avea scritte le Vite degli Uomini più illustri del suo tempo , le quali ancor si conservano manoscritte, tra essi avea dato luogo al Cardinal Branda, come afferma r abate Melius (pretef. ad f it. Antbr. camald. p. 19), il quale ne ha dato in luce qualche frammento. Molto parimente scrisse in lode di questo celebre cardinale Francesco Filelfo nella Orazion funebre da lui recitata nell’esequie di Baldassare da Castiglione di lui nipote, come afferma il ch. dottor Sassi (Hist typogr. mediol. p. 180); ma questa ancora è rimasta inedita nella Biblioteca Ambrosiana. Noi ne trarremo adunque da’ migliori scrittori, e, ove sia possibile, dai' monumenti di quel tempo, le più accertate notizie. Ei nacque in Castiglione nella diocesi di Milano l’an 1350, come raccogliesi dall’anno in cui egli mori, e dall* età che allora contava. Antonio Beffa Negrini, che ha pubblicati gli Elogi di alcuni personaggi di quella illustre famiglia , e che quanto alla genealogia si può credere che ne abbia avuti alla mano gli autentici documenti, lo dice figlio di Maffeo da Castiglione, e di Lucrezia Porra, nel che egli è seguito dall’Argelati (Bibl. Script, mediol t. 1 , pars 2, p. 349, ec.). È probabil ch’ei facesse i suoi studj nell’università di Pavia, ove poi egli fu professore di Canoni, come non solo da’ due suddetti scrittori si afferma, ma ancor dal Corio, che lo annovera fra coloro i quali da Giangaleazzo Visconti furon trascelli [p. 920 modifica]930 MURO a illustrar quello Studio (Stor. di MiL par. 4, p. 290, ed. ven. 1554)Ma quanto tempo ei vi si trattenesse, non vi ha chi ’l dica. Anzi l’Argelati e il Beffa Negri ni discordali tra loro intorno al motivo per cui egli partendone si recasse a Roma; perciocchè il primo racconta ch’egli spontaneamente, dopo essersi arrolato nel clero, andò al servigio della curia romana: il secondo afferma ch’ei fu colà inviato da Giangaleazzo per ottener dal pontefice Bonifacio IX alcuni onorevoli privilegi all’università di Pavia, e per altri affari. E questa opinione deesi certamente seguire; perciocchè negli Atti di quella università troviamo al 1389 Mandatum floren. 60 Egregio J. U. Doct P. Brande de Castiliono ituro ad Romanam Curiam cum literis Illuslrìs et Magnif. Domini causa accipendi Bullas et Privilegia Summi Ponti/ìris prò confirmationc gr.neralis studii. E abbiamo in fatti veduto altrove (t. 5, p. 72) che il detto pontefice lo stesso anno 1389 pubblicò una bolla in favore di quella università, la quale fu effetto del viaggio a Roma del Castiglione. Questi fattosi ivi conoscere ed ammirare da Bonifacio, fu da lui dichiarato suo cappellano e auditore di Ruota, e adoprato ancora, secondo la concorde testimonianza di tutti gli autori, in alcune legazioni nell’Allemagna, delle quali però non abbiamo più distinta contezza. In esse ei corrispose sì bene all1 aspettazion del pontefice, che questi lo elesse vescovo di Piacenza l’an 1404 benchè prevenuto dalla morte, che lo rapì nel 1 d’ottobre del detto anno, non potesse consecrarlo. Così afferma provandolo [p. 921 modifica]SECONDO qai con autentici documenti l’eruditissimo proposto Poggiali (Stor. di Piac. t. 7, p. 90, ec.), e confutando con essi l’opinione di altri che a Gregorio XII e all’anno 1407 attribuiscono l’elezione di Branda a quel vescovado. XXI Questa dignità , a cui Branda fu sollevato, gli fu origine di non pochi disturbi. Era egli stato dapprima favorevole al partito di Gregorio XII; ma poscia veggendo che questo pontefice non volea mantener la promessa solennemente giurata di rinunciare al papato, ove il ben della Chiesa così richiedesse, egli ancora colla maggior parte de’ cardinali e de’ prelati italiani gli negò l’ubbidienza. Gregorio perciò sdegnato, privollo l’anno 1408 del vescovato; egli sostituì Bartolommeo Caccia, da altri detto delle Case, domenicano. Ciò non ostante ritenne Branda il nome e le divise di vescovo , di cui non credevasi legittimamente spogliato, e con tale titolo trovossi presente l’anno 1409 al concilio di Pisa , in cui , deposti Gregorio XII e Benedetto XIII, fu eletto pontefice Alessandro V. Il nuovo pontefice diede tosto a vedere a Branda, in quanta stima lo avesse; perciocchè al principio dell’anno seguente lo inviò col carattere di legato apostolico in Lombardia. Egli giunto a’ j 7 di marzo a Borgo San Donnino, fu con tutto il suo seguito arrestato per ordine del marchese Orlando Pallavicino, e legato non altrimente che pubblico malfattore, fu condotto nelle carceri di Busseto, ove per circa tre mesi e mezzo sostenne una durissima prigionia. L’avidità del denaro sembra che fosse il solo motivo per cui il Pallavicino [p. 922 modifica]932 L18RO s’indusse a trattare sì crudelmente quel vescovo; perciocchè essendosi Sigismondo re de’' Romani interposto per ottenergli la libertà, e avendo scritto ad Ol iando in lode e commendazione di Branda, di cui diceva fra le altre cose, che nella nunziatura sua d Allemagiia erasi conciliata la stima e l’ammirazione di tutti que’ popoli , egli sotto falsi pretesti rigettò le premurose istanze di Cesare, e solo s’indusse a trarlo dalla prigione, quando i parenti di Branda gli ebber pagati 1000 ducati d’oro in Venezia, e 200 in Firenze. Le quali cose veggansi più ampiamente distese e comprovate con autentici documenti dal sopraccitato moderno scrittore della Storia di Piacenza (ib. p. 112, ec.). Giovanni XXIII succeduto frattanto ad Alessandro V, diede l’an 1411 un onorevol compenso a Branda de’ sofferti travagli nominandolo cardinale a’ 5 di giugno; nella qual occasione ei rinunciò la sua chiesa a frate Alessio da Seregno dell’Ordine de’ Minori altrove da noi mentovato (l. 2, c. 1). E nondimeno ei fu poi detto comunemente il Cardinal di Piacenza. L’anno 1413 Giovanni XXIII lo inviò suo legato con amplissima autorità a Sigismondo re de’ Romani; singolarmente perchè lo accompagnasse nel viaggio d’Italia (Raynald. Ann. eccl. ad. h. an., n. 18), nella qual occasione ancora Giovanni da Vignate signor di Piacenza e di Lodi lo incaricò di ottenergli da quel sovrano l’investitura della seconda delle dette città; e il cardinale ne riportò il bramato favorevol rescritto (Poggiali l. cit. p. 125). Intervenne al concilio di Costanza, e in esso ottenne tal grazia presso [p. 923 modifica]SECONDO £23 il suddetto re Sigismondo, che questi oltre altre testimonianze di amore e di stima, con cui lo distinse, gli concedette ancor due diplomi alla famiglia di esso molto onorevoli, i quali veggonsi tra’ monumenti dati alla luce da Matteo Castiglione (De Orig. ec. gentis Castill). Nè meno fu egli caro a Martino V eletto pontefice in quel concilio. Egli lo inviò l’anno 1421 suo legato in Ungheria , in Boemia e in altre vicine provincie singolarmente per combattere gli errori degli Ussiti (Rayn. Ann. eccl. ad h. an., n. 7, ec.). Veggiamo in fatti che l’an 1423 fu ad istanza del Cardinal Branda pubblicato in Vienna un trattato contro di quelli eretici (Quetif et Echard Script. Ord, praed. t. 1, p. 773), e che l’an seguente 1424 egli intervenne come legato apostolico alla coronazion di Sofia moglie di Jagellone re di Polonia (Cromer. Hist. Polon. l. 19). Un concilio ancora radunò in Allemagna l’anno 1423 il Cardinal Branda, come pruova monsignor Mansi (In not ad An. eccl. Rayn. ad h. an., n.9), indirizzato particolarmente alla riforma del clero , per cui stabilì opportuni provvedimenti, ma che non furon poscia osservati, come doveasi, fedelmente. I moderni scrittori aggiungono che da Sigismondo fu inviato suo luogotenente in Italia; il che , se è vero, accadde probabilmente al ritorno ch’ei fece dalla legazione or mentovata. In pruova di ciò essi adducono l’Orazione che Paolo Biumi milanese gli recitò a nome del collegio de’ giureconsulti, quando egli con tal carattere entrò in Milano, la quale conservasi manoscritta nella biblioteca Ambrosiana. Io [p. 924 modifica]924 LIBRO rifletto però, che nel titolo di essa, il quale più esattamente che dall’Argelati ci è stato dato dal conte Mazzucchelli (Scritt, ital. t. 2, par. 2, p. 1498)1 di tal dignità non si fa alcuna menzione, ma si dice solo: Collatio brevissima ad Reverendissimum D. B. de Castiliono Piaceritinu ni Curdi naie ni per D. Paulum de Bimio pro parte Collegii Mediolani exposita pro ejus visita tione juxta morem et stilum ipsius Colle gii. E io perciò non posso accertare se questo nuovo onore del Cardinal Branda sia bastevolmente provato.

XXII. Egli intervenne poscia al concilio di Basilea, e fu tra quelli che apertamente si dichiararono in favore di Eugenio IV. E tale era il concetto che aveasi della destrezza e del sapere di questo dottissimo cardinale, che Ambrogio camaldolese, di cui ancora abbiamo due lettere da esso scritte (l. 2,ep. 16, 17), pensava che il pontefice avrebbe saggiamente operato , se a lui avesse interamente rimesso il dificil maneggio di quell’affare (l. 3, ep. 44)* Ma quando egli vide que’ Padri troppo ostinati nel lor procedere contro il pontefice, abbandonò quel concilio, e venne a Firenze, ove era allora Eugenio, e ove veggiamo che il Cardinal Branda trovavasi fin dall’agosto del 1435 (Istor. di Fir. vol. 19 Scritt. rer. ital. p. 979). Il Beffa Negrini aggi tigne che nello stesso anno 1435 ei fu inviato da Eugenio a Ferrara, perchè insiem col marchese Niccolò III trattasse della pace da stabilirsi tra ’l duca Filippo Maria Visconti e i nemici di esso. Ma questa pace fu stabilita nel 1 433 (V.Murat. Antich. Estensi, par. 3, [p. 925 modifica]SECONDO q?5 c. e io non trovo tra gli scrittori di que’ tempi chi affermi avervi avuta parte il cardinale da Castiglione. Intervenne egli poscia al concilio penerà le tenuto in Ferrara e poi in Firenze, e continuò ad adoprarsi, benchè in età già decrepita , in favor del pontefice , a ne abbiam pruova in un frammento della Vita che scritta ne avea Vespasiano da noi poc’anzi citalo, e pubblicato dall’ab. Mehus (Vita Ambr. camald. p. 19): Sendo il Concilio di Basilea, e cercandosi per Papa Eugenio romperlo, (quanto fussi possibile, avendosi a rispondere a certe Bolle havevano mandate a Firenze contro a Papa Eugenio, bisognò fare la risposta. La commise Papa Eugenio a certi Cardinali, che, l examinassino bene, e di poi facta che la fiusi, si mostrassi al Cardinal di Piacenza. Fatta la risposta, perchè il Cardinale era di mala voglia, gliela portarono a casa, e fecela leggere, et volle la lasciassimo. Non gli soddisfacendo, la fece lui, che da tutti quelli la viddono in poi, non si poteva nè levare nè porre, che fu mandata la risposta a Basilea, che ravviluppò il cervello a quegli del Concilio, che era Jondata tutta in su testi di ragione Canonica , della quale era dottissimo. Era in questo tempo d’età d’anni novanta e più. Nè con minore zelo si adoperò il Cardinal Branda nell’altro gravissimo affare che ivi trattavasi, della riunione dei Greci e degli Armeni colla Chiesa latina. Ciriaco d’Ancona, nella lettera di cui diremo tra poco, a lui attribuisce singolarmente il felice successo di sì arduo negozio. E noi il veggiamo sottoscritto a’ due decreti dell’unione TnvABoscni, Voi VI IL 18 [p. 926 modifica]926 Libilo ile’ Greci e degli Armeni, il primo de1 quali è segnalo a’ 7 di luglio del 14^9, il secondo a’ 3 di febbraio dell’anno 1442 (Harduin. Collect. Concil. t. 1, p. 987, 1029), nel qual anno pure .a’ 23 di aprile per commissione di Eugenio ei fece in Firenze la traslazione di un monastero di monache (Manni, Sigilli, t. 9, p. 86). In Firenze trattenevasi il cardinale fino all’ottobre di quest’anno medesimo, quando ei ne partì in età di novantatrè anni per Milano. Di questo viaggio, di cui non ben sappiamo il motivo, abbiamo una indubitabile testimonianza ne’ frammenti di Ciriaco d’Ancona, che in esso gli fu compagno, pubblicati da monsig. Compagnioni. In essi veggiam che Ciriaco nel detto mese partì da Firenze col cardinale (Comm. Cyr. Nov. Fragm. p. 20), e che a’ 30 del mese stesso giunse con lui a Milano (ib. p. 27). Poco tempo trattennesi il cardinale in Milano, e una lettera di Angiolo Grassi vescovo d’Ariano a Ciriaco, che si legge ne’ citati frammenti (p. 54)» ci mostra ch’egli era in Castiglione sua patria agli 11 di dicembre dello stesso anno 1442Ivi ei cadde infermo, e Ciriaco n’ebbe la nova in Milano ai 20 di gennaio dell’anno seguente (ib. p. 56), e recossi perciò a visitarlo in Castiglione, ove fra pochi giorni, cioè a’ 5 di febbraio, il cardinale finì di vivere. Io ho notate con esattezza le epoche in questi ultimi anni della vita del Cardinal Branda, perchè esse mi son necessarie a esaminare un fatto che dal Corio (Stor. di MiL par. 5, p. 341 e poscia da tutti gli altri scrittori milanesi, e ancor dal ch. Sassi (Series Archep. mediol. t. 3, [p. 927 modifica]SECONDO Qaj P a-70. 953), ci vien dato per certo. Narra adunque il suddetto scrittore, che l’anno 1440 il cardinale venuto a Milano, usò di ogni sforzo per togliere da quella chiesa il rito Ambrosiano; che a tale fine essendo commendatario del monastero di S. Ambrogio, ne cacciò i monaci di S Benedetto che usavano di quel rito, e v’introdusse i Certosini; ma che il duca Filippo Maria Visconti gli costrinse ad uscirne , e vi rimise gli antichi monaci; che il cardinale ciò non ostante, tratto nelle sue parti il proposto della chiesa metropolitana di Santa Tecla , si fè da lui consegnare il libro della liturgia Ambrosiana, e nel solenne dì di Natale fece celebrar la Messa all’altare maggiore del tempio medesimo secondo il rito Romano; che i Milanesi di ciò sdegnati corsero al palazzo del cardinale, e minacciandogli il fuoco, il costrinsero a render loro quel libro; che questo tumulto ebbe fine nel dì dell’Epifania, e che il dì appresso partito segretamente il Cardinal da Milano, più non vi fece ritorno. Or in un tal fatto, di cui non veggo che alcuno abbia finora rivocata in dubbio la verità, a me sembra di scorgere tali difficoltà, che non mi permettono di rimirarlo qual certo. Io non veggio in qual tempo potesse il cardinale tentar tal cosa. Gli scrittori milanesi affermano che ciò avvenne alla fine del 1440 Ma noi abbiamo veduto ch’egli si trovò al! concilio generale in Firenze, e che indi non fece partenza che nell’ottobre del 1442. Direm noi che in questa sua venuta facesse egli questo attentato? Ma abbiam veduto che a’ 13 di dicembre egli era [p. 928 modifica]0 a8 -, LIBRO già in Castiglione, donde non sembra che più partisse, e ove circa due mesi appresso morì, e non potè quindi nelle feste di Natale e dell’Epifania far ciò che abbiamo udito narrarsi. Converrà dunque supporre che più anni prima ciò avvenisse. Ma il Corio dice che il cardinale d’allora in poi non mise più piede in Milano; e noi abbiamo provato ch’ei certamente vi fu nel novembre del 1442 e anzi il mentovato Ciriaco descrive l’onore con cui fu ricevuto. Aggiungasi, che non sembra in alcun modo probabile che un Milanese prendesse con tanto ardore a distruggere uno de’ principali ornamenti della sua Chiesa , e che, quando pure ei l’avesse voluto, troppo poco opportuno era il mezzo tentato per ottenerlo; che della liturgia Ambrosiana dovean aversi allora moltissimi esemplari, perchè involatone uno, ella non potesse più usarsi; e che una Messa secondo il rito Romano celebrata per forza nella chiesa metropolitana ad altro giovar non poteva, che ad irritare la plebe. Io dubito perciò, che tutto questo racconto non sia appoggiato che a una semplice tradizione popolare, e non posso a meno di non dubitarne, finchè nol veggo confermato da più autorevoli documenti (a). (a) Le ragioni da me arrecate per rivocare in dubbio il fa ito del Cardinal Branda da Castiglione contro il rito Ambrosiano hanno ora acquistata assai maggiore forza, dappoichè il ch. P. abate Casati ha osservato che dal 1440 al 1443, in cui vuolsi ch’esso accadesse, non era già commendatario del monastero di s. Ambrogio quel cardinale, che nol fu mai, ma bensì Biagio C.lnliiii (Cicereii Epist. t, 2, p. 70). [p. 929 modifica]SECONDO 939

XXIII. Il frammento di Vespasiano fiorentino, poc’anzi recato, ci fa conoscere quanto versato fosse nel Diritto canonico questo celebre cardinale. Nè è perciò a stupire di ciò eh1 egli soggiunge, cioè ch’egli era di tanta autorità in Corte di Roma et per tutta la Chiesa di Dio, et appresso lo Pontefice et tutti i Cardinali y ette a suo giudizio o determinazioni che facessi non era ignuno non gli approvasse, come homo di grandissima autorità e. reverenda y come era di lui. Gli affari in cui egli fu continuamente involto, non gli permisero di lasciarci que’ monumenti del suo sapere che in più tranquillo stato di vita avrebbe potuto trasmetterci. L’Argelati nondimeno, dopo altri scrittori, ne rammenta alcune opere che diconsi esistere manoscritte nel collegio da lui fondato in Pavia. Ma, assai più che con esse, ei giovò alla Repubblica delle lettere colla munificenza da lui usata in favore de’ loro coltivatori. Il Beffa Negrini e gli altri scrittori moderni parlano del sopraddetto collegio da lui fondato, e della copiosa biblioteca ch’egli vi aggiunse, delle scuole da lui parimente aperte in Castiglione sua patria, delle altre magnifiche fabbriche da lui ivi innalzate, e del favore di cui soleva essere liberale verso de’ dotti. Pruova ancora più certa ne abbiamo nella lettera poc’anzi accennata , che gli scrisse Ciriaco: Tu, o ottimo padre, die’ egli (Nov. Fragm, p. 38), a guisa de’ più gran Principi, non solo hai cinto di mura in gran parte Castiglione tua patria, e I hai ornata di magnifici tempii, e di superbi palagi, ma Milano ancora e Pavia e Piacenza Imi [p. 930 modifica]9^0 LIBRO abbellite di chiese, di monasteri. di scuole, di collegi, e di più altri edifici. E benché grandi sieno queste opere tue, e de’ tuoi maggiori, altre nondimeno assai più ragguardevoli ne hai intraprese. Perciocchè abbiamo udito di fresco

che per tua opera singolarmente, del pontefice

Eugenio e del Cardinal Giuliano Cesarini, si son riuniti alla Chiesa nel sinodo di Firenze i Greci, gli Armeni e i Giacobiti, ec. Tra quelli che pruovan gli effetti della munificenza del Cardinal Branda , uno fu il poc’anzi nominato Cardinal Cesarini, il quale, come affermasi da Vespasiano, fu da lui allevato e scorto su quel sentiero per cui giunse ad ottener sì gran nome. A ragione perciò il medesimo Vespasiano dice che fu molto volto a presentare favore agli uomini dotti. Fece fare molti libri, et tutti gli dette a’ più Beneficj haveva tenuti. Fece fare in Lombardia una Libreria comune a tutti quelli desideravano avere notizia delle Lettere.

XXIV. Un altro canonista non debb’essere qui ommesso , il quale al suo sapere dovette f innalzamento a cui giunse, cioè Fabiano Benzi di Montepulciano. Agostino Patrizj vescovo di Pienza, statoli già discepolo, ne scrisse la Vita, data alla luce dal dottissimo Mabillon (Museum italic. t. 1, p. 251, ec.), e noi ne faremo qui un breve compendio, essendo questo l’unico monumento da cui se ne possa trarre qualche notizia. Fabiano nato l’anno 14a3 in Monte Pulciano da onesti ma poveri genitori, dopo il corso consueto di studj fatto sacerdote, passò a Siena per istruirsi ne’ sacri Canoni, ed egli il fece con esito così felice , [p. 931 modifica]SECONDO di’ * tii po destinalo a tenerne pubblica scuola in quella università. Tornato in patria, passò a Roma, e fatto auditore di Marino Orsini arcivescovo di Taranto, e destinato legato apostolico in Inghilterra, passò con lui a quell1 isola. Finita la legazione, e venuto di nuovo a Roma, Jacopo vescovo di Perugia lo scelse a suo vicario , il qual impiego sostenne circa cinque anni con somma lode; ed essendo stato a quel tempo onorato della porpora Alessandro Oliva da Sassoferrato generale degli Agostiniani, e professore in quella università, Fabiano fu da lui posto tra’ suoi domestici. Ma poco tempo stette con lui, venendogli da immatura morte rapito quel cardinale. Pio II che avealo in grande stima, inviollo a Genova per indurre quella Repubblica a entrare nella general lega contro de’ Turchi; ma morto frattanto quel pontefice, Paolo II lo addoprò più volte nell1 acchetar le discordie , per cui le città dello Stato ecclesiastico si laceravano a vicenda. Da questo stesso pontefice fu arrolato tra’ cherici della Camera apostolica, ed egli avealo destinato legato in Germania , per riunire in pace Mattia Corvino re d’Ungheria e Casimiro re di Polonia. Ma la morte di Paolo in quel frattempo avvenuta impedì l’esecuzione di questo disegno. Sisto IV non fece minor conto dell’integrità e della destrezza di Fabiano , che fu da lui nominato tesoriere della Romagna, poi governatore di Fano, e per ultimo tesoriere della Marca d’Ancona , oltre più altre ragguardevoli commissioni di cui fu onorato. Avrebbe egli probabilmente ottenuto più ampio guiderdone [p. 932 modifica]93a LIURO delle sostenute fatiche, ma la morte , da cui fu sorpreso in età di anni cinquantotto, troncò il filo degli onori che gli erano destinati, il Patrizj, dopo avere così descritta la Vita di Fabiano, passa a far grandi elogi della pietà, del senno, della dottrina, ond’era fornito; e rammenta singolarmente la biblioteca da lui aggiunta alla chiesa di Montepulciano sua patria, di cui era arciprete. Ch’egli scrivesse opera alcuna, il Patrizj nol dice, nè trovò chi ne faccia menzione; e probabilmente fu egli ancora troppo distratto nell’amministrazion degli affari a lui confidati, perchè potesse occuparsi nel distender trattati, o libri.

XXV. Per somigliante maniera fu dal suo sapere nel Diritto canonico sollevato alle più ragguardevoli dignità Pietro dal Monte veneziano. Di lui ha scritto esattamente non meno che ampiamente il P. degli Agostini (Scritt venez. t. 1 p. 346, ec.), e dopo lui l’eruditissimo monsignor Giangirolamo Gradenigo arcivescovo di Udine (Brix. Sacra, p. 33^, ec.), e io posso perciò spedirmene brevemente, rimettendo chi legge ai due sudditi scrittori. Il primo di essi singolarmente ha confutata con forti argomenti l’opinione di chi ha affermato ch’ei fosse di nascita del tutto oscura, e ch’ei servisse qual pedagogo ad Antonio Corario e a Gabriello Condolmieri, che fu poi Eugenio IV, di amendue i quali era Pietro assai più giovine. Questi ebbe la sorte di avere a suo maestro il celebre Guarino da Verona, da cui fu istruito non solo nella lingua latina, ma ancor nella greca. Bramoso poscia d’istruirsi nella filosofia, [p. 933 modifica]SECONDO q33 passò a tal fine a Parigi, ove dopo due anni di studio ebbe l’onorevol titolo di Maestro. Da Parigi venne a Padova, e dopo aver per alcuni anni studiata la giurisprudenza, ne riportò il solenne onor della laurea l’anno 1433, nel qual anno ancora ei cominciò a tenere ivi scuola di Canoni. Ma poco tempo durò in quell impiago; perciocché verso la fine dello stesso anno fatto protonotario apostolico da Eugenio IV, fu da questo pontefice inviato in suo nome al concilio di Basilea. L’anno seguente , essendo stato fatto prigione in Roma il Cardinal Francesco Condolmieri nipote di Eugenio, Pietro fu dal concilio mandato insieme col vescovo di Brescia al popol romano, per ottenerne la liberazione. Ma mentre ei viaggia per liberar di carcere; quel cardinale, vi si trovò chiuso egli stesso, caduto nelle mani di Niccolò Fortebraccio. Uscitone non molto appresso per opera singolarmente di Francesco Barbaro, fu nello stesso anno inviato da Eugenio col carico di Collettore in Inghilterra, ove si trattenne per cinque anni, e si rendette accettissimo a’ personaggi più ragguardevoli di quel regno. Tornatone l’an 1439, fu tre anni appresso promosso da Eugenio al vescovado di Brescia. Ma la legazione in Francia di cui lo stesso pontefice lo incaricò, non gli permise di fare il solenne ingresso nella sua chiesa che nel 1445 Delle cose da lui operate a pro della sua chiesa, si posson vedere i due sopraccitati scrittori, che esattamente le narrano, e presso i medesimi abbiamo ancora diligente catalogo delle opere da lui composte, [p. 934 modifica]9^4 L1BU0 sì stampate che inedite, fra le quali più conosciute sono un Repertorio dell’uno e dell’altro Diritto, e un trattato dell’autorità de’ Consilj, di cui si hanno più edizioni (a). Ei morì in Roma a’ 12 di gennajo del 1457, lodato, come uno de’ più dotti uomini della sua età , da tutti gli scrittori di que’ tempi, le testimonianze de’ quali sommamente onorevoli a Pietro sono state da’ sopraddetti scrittori o riferite, o accennate, nè io credo convenevole il dilungarmi più oltre in ragionare di cose da essi già poste in ottima luce.

XXVI. Un altro vescovo ebbe circa lo stesso tempo l’Italia, a cui il saper legale congiunto coll’eloquenza conciliaron la stima de’ romani pontefici, e ottennero singolari onori. Ei fu Bartolommeo Zabarella nipote del cardinale della stessa famiglia, di cui nel precedente tomo abbiam fatto l’elogio. Il Panciroli ne ha brevemente parlato nel ragionare del zio (l. 3, c. 28). Ma assai più belle notizie abbiamo nell’Orazion funebre che ne recitò nell’esequie Girolamo Agliotti abate Benedettino (Hier. Allotti, E pi st. et Opusc. t. 2, p. 311 , ec.). Di essa pertanto mi varrò io a questo luogo , e insieme di ciò che con molta erudizione di lui ha scritto il P. Daniello Farlati della Compagnia di Gesù, il quale ha consultati molti autentici monumenti (a) Nella biblioteca Guarneriana in S. Dnniello nel Friuli conserva’ » un opuscolo ms. di Pietro del Monte, cioè una dissertazione sulla controversia che era tra Poggio e Guari» veronese, chi dovesse esser tenuto in maggiore stima, Cesare , o Pompeo. [p. 935 modifica]SF.COJiDO così nell1 archivio della famiglia Zuharella, come in quello della chiesa di Spalatro (1 II) r. sacra, L 3 p. 3~(, ec.). Al suddetto cardinale dovette Bartolommeo la saggia educazione con cui, mortigli i genitori, fu allevato; ed egli vi corrispose tanto felicemente, che in età di tredici anni, come afferma l’Agliotti di aver udito dal medico Giovanni da Sermoneta che gli era stato maestro, non solo era già ottimamente istruito nella grammatica e nella poesia, ma nella dialettica ancora. Coltivò poscia innoltre gli studj filosofici; e finalmente con più impegno si volse a’ legali, ne’ quali si avanzò per modo, che in età di diciannov’anni fu onorato in Padova della laurea. Per dodici anni fu in quella università interprete de’ sacri Canoni, nel che giunse a tal fama, che abbandonate le scuole degli altri professori, tutti accorrevano a lui. Fin dal principio di questa sua cattedra il pontefice Martino V lo sollevò alla dignità di protonotario apostolico, il che, secondo il Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 2 , p. 30), avvenne l’an 1418. Nove anni appresso Martino V chiamollo alla sua corte per valersene nell’esaminare e nel decider le cause, e poscia nell’agosto del 1428 sollevollo all’arcivescovado di Spalatro; alla qual chiesa però non potè egli assistere di presenza che per tre anni, cioè dal 1430 fino al! 1433. Fu allora da Eugenio IV, successor di Martino, inviato col carattere di suo legato al concilio di Basilea , perchè cercasse di allontanare que’ Padri dal pensier dello scisma, a cui si mostravan disposti , e in cui caddero poi veramente. E Bartolommeo [p. 936 modifica])36 LIBRO diede ivi a vedere la sua eloquenza e ’l suo sapere, rispondendo sul campo a una lunga e forte invettiva del Cardinal Cesarmi, che era allora il più dichiarato sostenitore di quella assemblea, e confutandone le ragioni per modo, che destò ammirazione e stupore in chiunque T udiva. Ma ciò non ostante ei non potè ottenere ciò che bramava. Da Basilea fu l’arcivescovo di Spalatro l’anno 1434 mandato a Bologna per sedare le turbolenze di quella città, di che abbiamo memoria ancora nella Cronaca italiana di Bologna (Script rer. ital. vol. 18, p. 660, 651), e di là poscia fu chiamato a Firenze, ove era il pontefice. Intervenne al concilio generale in Ferrara e in Firenze, e dopo l’unione de’ Greci fu l’an 1439 mandato legato in Francia, non solo per trattare di pace tra quel re e quel d’Inghilterra, ma più ancora per distogliere quel sovrano dall’impegno preso a favore dei Padri di Basilea. L’Agliotti, che in quel viaggio gli fu compagno, descrive i pericoli e i disagi che vi incontrarono, e il felice successo che l’arcivescovo ebbe nell’esecuzion dei comandi di Eugenio. Mentre egli era ancora in Francia, come afferma f Agliotti, e non dappoichè fu tornato in Italia, come pensa il P. Farlati, fu dal pontefice nominato arcivescovo di Firenze *, della qual chiesa ei prese possesso per mezzo di procuratore a’ 30 di gennaio del 1440. Cinque anni resse personalmente quella sua chiesa, finchè nel 1444 dallo stesso Eugenio fatto referendario, e inviato suo legato in Ispagna; dalla quale legazione mentre ritorna, a Roma sorpreso da malattia mori [p. 937 modifica]SECONDO 1)37 in Sutri, o, secondo altri, in Radicofani a’ 13 d’agosto del 1445 Benchè egli fosse, come dalle cose finora dette è abbastanza palese, uomo dottissimo, nulla però ne abbiamo alle stampe , e solo alcuni consulti se ne conservano manoscritti in un codice della biblioteca di Felino Sandeo (Fabr. Bibl. med. et inf. Latin, t. 6, p. 331). XXY’IL Di Giorgio Natta parimente non fa il Panciroli che un breve cenno (l.2, c. 122). Con maggior esattezza ne ha parlato il Fabbrucci (Calog. Racc. d Opusc. t. 40, p. 129). Egli era figlio, come già abbiamo osservato, di Enrichetto consigliero del marchese di Monferrato. Applicatosi singolarmente allo studio de’ Canoni, ne fu professore dapprima nell’università di Pavia; il che, secondo il Panciroli, dee fissarsi all’an 1475. Il Fabbrucci crede al contrario che qui sia corso errore, e che debba leggersi 1435; perciocchè in un passo delle sue opere Giorgio nomina appunto questo anno. Ma io sospetto che nel testo di Giorgio anzi che nell’opera del Panciroli non sia ben segnato quell’anno; benchè anche l’epoca del Panciroli non sia esatta. Certo negli Atti dell’università di Pavia ei trovasi nominato la prima volta nel 1468. Da due monumenti allegati dal chiarissimo proposto Irico (Hist Trid. p. -li-j 259) raccogliesi che Giorgio era ancor vivo nel 14^)35 il che, benché non sia impossibile in chi era professore fin dal 1435, non lascia nondimeno di muovere qualche difficoltà, e molto più che non troviamo memoria alcuna di Giorgio tra ’l 1435 e ’l 1468. Nel 1477 [p. 938 modifica]9*^8 LIBRO teneva scuola di Canoni in Pisa colP annuo stipendio di 4^o fiorini. Poscia due anni appresso , per timor del contagio , andossene senza prender congedo, e gli fu sospesa perciò la paga. Il Fabbrucci sostiene che nel 1482 ei tornò a Pisa3 ma, a dir vero, le parole di Giorgio, di’ ei recane in pruova, non mi sembra che provin ciò abbastanza, ma solo ch’ei compiè un suo trattato cominciato già in Pisa, e poscia due volte interrotto; anzi ivi afferma che in quell1 anno 1482 egli era ambasciadore del marchese di Monferrato presso il duca di Milano Giangaleazzo Maria. E a me sembra probabile eh1 ei lasciasse del tutto quella università per entrare al servigio del suo sovrano. In fatti ne’ due monumenti poc1 anzi allegati del 1491 e del 1495 lo veggiamo onorato de’ titoli di consigliere e di ambasciadore di quel marchese Guglielmo. Non sappiamo se oltre quest’ultimo anno ei continuasse a vivere (a). il citato Fabbrucci ne accenna alcuni consulti e alcuni trattati legali, che si hanno alle stampe, fra’ quali il più celebre presso i giureconsulti è quello intorno alle figlie dotate.

XXVIII. Sia l’ultimo tra’ canonisti di questo secolo il Cardinal Francesco Soderini, che dal Panciroli è stato nominato solo per incidenza (l. 2, c. 135). Più a lungo ne han parlato il (a) Veggasi la Biografìa Piemontese del sig. Carlo Xeni velli, ove altre notizie produconsi di Giorgio Natta, e si osserva ch*ei chiuse i suoi giorni a’ 4 di giugno del 1495, e si riferisce l’iscrizion sepolcrale che gli fu posta uelta chiesa di S. Francesco in Casale (t. 2, p. 65, ec.). [p. 939 modifica]SECONDO i)3) Fabbrucci (l. cit. p. 135) e il Manni (Sigilli ani. t. 3, p. 151) e altri scrittori, da’ quali ne trarremo le più accertate notizie. Egli era d’una famiglia che come ne’ secoli precedenti, così in questo ancora di cui scriviamo , avea dati a Firenze parecchi uomini illustri per sapere e per senno. Tommaso di lui padre, oltre più altri onori, ebbe quello singolarmente di essere scelto da Pietro de’ Medici a tutore de’ due giovanetti suoi figli Lorenzo e Giuliano. Pietro di lui fratello fu gonfaloniere perpetuo della Repubblica, ed uno dell’Accademia platonica più volte nominato con lode da Marsiglio Ficino (OpL t. 1 , p. 674? 756, 884, ed. Basil. 1561), di cui pure abbiamo una lettera a Paolo Antonio altro loro fratello giureconsulto di professione (ib. p. 917). Gianvittorio Soderini dallo stesso Marsiglio viene annoverato tra’ giureconsulti suoi amici (ib. p. 947)• Ma il più celebre fra essi fu il nostro Francesco. Nato a’ 10 di giugno del 1453 dal suddetto Tommaso e da Dianora Torna buoni, fu inviato agli studj nell’università di Pisa , ed ebbe ivi a suo maestro nella scienza legale Pierfilippo Corneo, di cui abbiamo altrove parlato; e una lettera che il Ficino scrive a quel celebre professore (ib. p.654), ci fa vedere quanto grande fosse l’aspettazione che di Francesco ancor giovinetto erasi concepita. In età di ventitré anni era già professore in quella università insieme con Filippo Decio, e tal saggio ei vi diede di se medesimo, che l’anno 1478, benchè non contasse che venticinque anni , fu sollevato da Sisto IV al vescovado di Volterra. 1 Fiorentini [p. 940 modifica]f)40 LIBRO di lui si valsero in più affari di somma imporsi anza , e il destinarono fra le altre cose ambasciadore al pontefice Sisto IV per placarne lo sdegno di cui ardeva contro essi all1 occasione della congiura de’ Pazzi (Rapii. P7'olter. Cornm. nrb.l.5); e Jacopo Volterrano all' eloquenza di lui singolarmente, e alla singolar probità di cui in età sì giovanile mostravasi adorno, attribuisce il! felice successo di quella ambasciata (Script. rer ital. vol. 23, p. 113). Da essi ancora fu destinato a prestare in lor nome ubbidienza al nuovo pontefice Innocenzo VIII l’an 1484, e inviato due volte nel 1494 e nel 1495 ambasciadore a Carlo VIII, e nel 1499 a Luigi XII re di Francia (Ammir. Stor. fior, t. 2 , p. 206, 222, 264). Nel 1503 Alessandro VI lo dichiarò cardinale , mentre egli era ancora ambasciadore de’ Fiorentini alla corte di Francia; e questi per dimostrare la loro gioia, e la stima che avevano pel Soderini, con due decreti pubblicati dal Fabbrucci ordinarono che a nome dello Studio fiorentino gli fosse fatto un presente di un bacile d’argento, in cui si spendessero circa 60 fiorini d’oro, e che tre giorni innanzi e dopo il solenne ingresso ch’ei dovea fare in Firenze, dovessero i professori e gli scolari vacare dalle lor cattedre. Il Manni annovera più vescovadi, a’ quali il Soderini successivamente fu trasportato da Alessandro VI e da Leone X, benchè egli continuasse ad essere detto comunemente il Cardinal di Volterra. Una congiura contro il secondo di questi pontefici da alcuni cardinali ordita segretamente, e in cui ebbe il Soderini ancor qualche parte, gli [p. 941 modifica]SECONDO ( sarebbe stata funesta, se col chiederne spontaneamente perdono al papa non avesse ottenuto di averne sol per gastigo lo sborso di venticinque mila scudi. Ciò non ostante sotto il pontificato di Adriano VI il Soderini tornò a tramar cose nuove, e cercò d’indurre Francesco I re di Francia a occupar la Sicilia. Il che saputosi dal pontefice, questi il fece chiuder prigione in Castel S. Angelo, ove si stette sino alla morte di Adriano. Trattone poscia, intervenne all’elezion di Clemente VII, ma poco appresso finì di vivere in Roma in età di settanta anni a’ 17 di maggio del 1524 Le quali cose si posson vedere più ampiamente distese presso gli scrittori della storia ecclesiastica di que’ tempi. L’amicizia eli' egli ebbe con Marsiglio Ficino, e i sentimenti di amore insieme e di stima con cui questi ne parla in molte lettere che a lui scrisse (t. 1 , p. G7ì)j 7P8? 83o, 833, 914, 919, ec.), sono un chiaro argomento della fama in cui egli era d’uomo dottissimo. Anche dappoichè fu cardinale, non cessò egli mai dal coltivare gli studj, come racconta Paolo Cortese (De Cardin. l. 2, p. 83), il quale afferma ch’egli era solito dare udienza nella sua biblioteca, acchiocchè al partirsene che alcun facesse da lui, ei potesse tosto tornare alla lettura de’ libri in cui allor si occupava. Il P. Negri (Scritt. Jìorcnt. p. 222) e gli altri scrittori fiorentini fan menzione di alcuni trattati legali e di alcune orazioni da lui composte; ma non se ne ha cosa alcuna alle stampe , Tirabosciii, Voi. Vili. [p. 942 modifica]LIBRO trattane qualche lettera da essi parimenti accennata (*). (*) Tra1 giureconsulti ommessi dal Panciroli si può anche annoverare Ugo Trotti ferrarese, di cui il Borsetti non fa alcuna menzione, benchè pur sia certo eli’ ei fu professore di Canoni nell’università della sua patria. Il ch. P. Ireneo Affò, tante volte da me lodato, nella libreria del convento del suo Ordine in Busseto ha scoperto un bel codice membranaceo, in cui a un trattato de Usuris di f Alessandro Ariosto min Osservante siegue un altro intitolato Egregii, ac eximii utriusque Juris Doctoris Domini Ugonis de Trottis de ludo et joco Tractatus felicites incipit. E che ei fosse ivi professore di Canoni, il dice egli stesso al fin di quel libro: Datus est per me editus libellus iste anno Domini nostri 1456 in vacationibus nati itatis dominicae , tempore quo legebam ordinariam juris canonici, imperante Illustrissimo Duce Bortio Estensi domino nostro singularissimo. Alcune curiose notizie ci somministra questo codice su certe costumanze di quell1 età. Vi veggiamo fra le altre cose indicato il corso al pallio , che faceasi talor dalle donne: De Mulieribus ad bravium currentibus. Questo giuoco era in uso in Ferrara nel dì di S. Giorgio, come narra P autore, il quale non lo scusa da peccato per l’immodestia. Nel capo de Venatione esamina se il principe possa vietarla, e porta l’esempio dal duca Borso che così avea fatto: Sic diebus nostris fecit Dux noster illustris , et verissimus patriae parens Divus Borsius Estensis, ut efJraena tam et lascivam adolescentium moltitudinem a prodigalitate averteret, et ad virtutes veras et frugem melioris vitae revocaret. E nel capo delle Maschere, o, com’egli dice, de ludo larvarum, accenna un somigliante divieto di Borso: Audivi fuisse revelatum a Sanctis Viris, quod donec Illustrissimus Dux et Dominus noster Christianissimus ac religiosissimus Princeps in hac sua florenti Civitate Ferrariae larvas prohibebit, nullo umquam pestiferi morbi languore infitiabitur. Et sunt plurimi religiosi Viri, qui affirmant, [p. 943 modifica]SECONDO , ftjja XXIX- C03Ì P ecclesiastica giurisprudenza ebbe in questo secolo minor numero di coltivatori che la civile, ma pur ne ebbe parecchi i quali le recarono non poco lustro, e tali, che di questa scienza ancora possiamo affermare che in niun luogo più che in Italia fu coltivata. Io potrei recarne più altre pruove collo schierare a chi legge moltissimi altri, de’ quali nelle storie delle università, e nelle Biblioteche degli scrittori italiani si trova che o tennero scuola, o scrisser trattati, o interpretazioni de’ Canoni. Ma le stesse ragioni che mi hanno consigliato ad usare di brevità nel trattar degli interpreti del Diritto civile, mi persuadon qui ancora a non allungarmi più oltre. Ci basti 1 aver mostrato che lo studio de’ Canoni fiorì più che altrove in Italia; e lasciamo a’ compilatori delle Biblioteche il darci una stucchevole serie di nomi e di edizioni. Io so che non ostante questo gran numero di canonisti, molti de’ quali ebber fama d’insigni, questo studio però fu allora ben lungi dal giungere a quella perfezione a cui ne’ secoli susseguenti è poi stato condotto. Ma, come abbiam più volte osservato, non deesi attribuire a colpa degli uomini ciò che fu colpa de’ tempi. Fra la scarsezza de’ libri, fra l’incertezza della cronologia, fra la mancanza di critica in cui allora si viveva, come hanc es*e poli trimam causarti, q uarc fot lapsìs retro temporibus a tali morbo haec nostra Civitas fuit divina /avente grafia praeservata. Vos igitur, Domini Scolara , Latte Principit legem acquo animo Coltrale. [p. 944 modifica]f)44 LIBRO SECONDO era possibile il non inciampare più volte? Lodiamo il buon volere de’ nostri maggiori, e gli sforzi con cui si adoperarono per istruirci, e rallegriamoci di vivere ora fra quella luce di cui ad essi non fu conceduto il godere.