Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VII/Libro II/Capo II

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Capo II – Filosofia e Matematica

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Tomo VII - Capo I Tomo VII - Capo III

[p. 609 modifica]storia DELLA LETTERATURA ITALIANA Dall anno *i u fino all anno ji d c+ CONTINUAZIONE DEL LIBRO SECONDO Capo II. Filosofìa e Matematica. I. Ija gran contesa nata nel secolo precedente e con sì gran calore agitata tra Greci non meno che tra gl Italiani, a chi de’ due sommi filosofi dell’antichità si dovesse la preferenza, se ad Aristotele o a Platone, pareva dapprima che dovesse aver fine coll intera sconfitta del primo e colla vittoria del secondo. Benchè anche Aristotele avesse avuti molti illustri seguaci, il nome però del Cardinal Bessarione e la fama dell’Accademia platonica fiorentina avean conciliata autorità si grande a Platone, che sembrava TinAuoscui; Voi. XI. ì [p. 610 modifica]61 O LIBRO clic dovesse egli solo regnar nelle scuole. Ma la morte di quel gran cardinale, e lo scioglimento della mentovata accademia, avvenuto, come si è altrove osservato, al principio di questo secolo, cambiò l’aspetto alla guerra e dimenticato quasi Platone, la turba de’ filosofanti si volse presso che tutta ad Aristotele. Moltissimi di fatto furono gli scrittori che si occuparono in rischiarare le opere di quel filosofo, e in emendarne gli scritti guasti fin dal principio dalle vicende de’ tempi e dall’ignoranza de’ copiatori. Al tempo stesso però sorser più altri, che vergognandosi di esser seguaci di alcuno, scossero il giogo, e si gittarono per nuove strade non più tentate, lusingandosi per tal maniera di giungere allo scoprimento del vero, a cui pareva loro che mal conducessero le antiche guide. Il frutto del loro ardire altro allora non fu che di cadere in errori più gravi di quelli ond’essi cercavano di fuggire. Ma questi errori medesimi diedero poscia origine alle belle scoperte che si fecer nel secolo susseguente. Quindi, se di altro non fossimo debitori a cotali arditi filosofi, che di averci insegnato a non adottar ciecamente le antiche opinioni, ma a richiamare ogni cosa ad esame, perciò solo onorata e cara ci dovrebb essere la lor memoria. Facciamoci dunque a ricercar partitamente le diverse vicende della filosofia nel corso di questo secolo, e veggiamo per quali vie si tentasse d imparare una volta a conoscere la natura. E cominciamo da’ seguaci di Aristotele, de’ quali però fra l’immensa turba che ci si fa innanzi, diremo solo de’ più illustri. [p. 611 modifica]SECONDO 61 I II. E tra essi dee annoverarsi tra primi Niccolò Leonico Tomeo, che odiando il barbaro metodo da tanti secoli introdotto di valersi delle antiche versioni di quel filosofo, e di seguire i delirii e le follie degli arabi comentatori, prese a esaminarne studiosamente le opere nel loro original greco, e a purgarle da’gravissimi errori ond’ erano imbrattate. Era egli nato in Venezia nel i45(5, come raccogliamo dall'epoca della sua morte, ed era oriundo dall’Albania, ove suo padre era nato. Studiò in Firenze la lingua greca alla scuola di Demetrio Calcondila Jov. in Elog.), e tanto in essa si avanzò, che potè poscia intraprendere ciò che non si era ancor fatto, a spiegare Aristotele nell’original testo greco. A tal fine fu egli chiamato a Padova fin dal 1497 come affermasi dal Facciolati (Fasti Gymn. patav. pars 2, p. 110). Egli era ecclesiastico di professione, e l’an 1502 a' 29 di marzo Bernardo de’ Rossi vescovo di Trevigi gli conferì la prepositura di una collegiata in (quella diocesi, detta di Montebelluno, come mi ha avvertito trovarsi espresso negli Atti di quella cancelleria vescovile l’eruditissimo sig can co Rambaldo degli Azzoni Avogaro da me altre volte lodato. Il Facciolati soggiunge che il Leonico passò poscia nel 1504 a Venezia a tenervi scuola di lingua greca e latina, e che ivi finì di vivere nel 1531. E potrebbe forse essere avvenuto che il Leonico passasse per qualche tempo a Venezia. Ma se ciò accadde, è certo ch’ei tornò indi a Padova, e che questo ne fu l’ordinario soggiorno. Egli vi era in fatti, quando vi venne il Polo verso il ìSao; [p. 612 modifica]Già LIBRO perciocché il Becca dell* nella Vita di questo gran cardinale racconta che in Padova egli ebbe a suo maestro il Leonico, uomo dottissimo, e che lo udì spiegare in greco molti libri d’Aristotele e di Platone. In Padova egli era parimente nel 1525 quando il Bembo scrivendo di colà al Giberti faceane questo elogio: M. Leonico... uomo e di vita e di scienza Filosofo illustre, e dotto egualmente nelle Latine e nelle Greche Lettere; ed è sempre visso e di morato in esse, lasciata agli altri l’ ambizione e la cupidigia delle ricchezze, nè mai ha procurato pure con l'animo altro che sapere insino a questo dì, che è per ventura il settantesimo anno della sua vita, nel qual tempo egli è di prospera e sanissima vecchiezza (Op. t. 3, p. 52). Il Facciolati si fonda su una lettera del Cardinal Bembo a Vettor Soranzo scritta da Venezia a'28 di aprile del 1531 in cui scrive: Il nostro buon M. Leonico l’ altro dì finì la sua vita, che m ha dolorato grandemente ivi. p. 156). Ma il Bembo non afferma ch’ei morisse in Venezia; e in men di due giorni poteva ben egli aver avuta da Padova la nuova di quella morte. Aggiungasi che Erasmo, gran lodator del Leonico (in Ciceron.), ci mostra ch’ei morì veramente in Padova. Perciocchè scrivendo da Friburgo al Cardinal Polo a’ 25 d’agosto del 1531, Opinor, gli dice, J.conicum virimi optimum jam reliquisse terras: nam ante menses ferme quator quidam Patavio rediens nunciabat, illum id temporis decubuisse desperantibus Medicis (Epist. t. 2, ep. 1197). Frattanto la lettera del Bembo ci dà l epoca certa della morte del [p. 613 modifica]SECONDO 6l3 Leouico da altri non ben differita al 1533. Il Bembo stesso volle comporre l'iscrizion sepolcrale che tuttor leggesi nel tempio di S. Francesco in Padova, e ch io riporterò qui volentieri, perchè ci dà una giusta idea della molteplice erudizione e dell’amabil carattere di questo filosofo: Leonico Thomaeo Veneto mitioribus in Uteris pungendisque carmini bus ingenio amabili, Pililo sopì ùae vero in studiis, et Académica Peripale ticaquc doctrina praestanti; nam et Aristotelicos libros Graeco sermone Patavii primus omnium docuit, scholamque illam a Latinis interpretibus inculcatam pervolvit, et Platonis majestatem nostris hominibus jam prope abditarn restituii, muí taque practerca scripsit1 multa interpretatus est, multos claros viros erudiit, praeter virtutem bonasque artes tota in vita nullius rei appetens. Vixit autem annos LXXV. M. i. d. XXVii. Il Sadoleto ancora ne pianse la morte (Epist. t. 1, ep. 128); e una lettera piena di elogi a lui tuttora vivente scrisse Lucillo Filalteo (Philath. Epist.). Magnifico ancora è quello che ne ha fatto il Giovio, oltre più altri scrittori di quell'età, che n esaltano egualmente la probità e il sapere. E veramente fu il Leonico uomo che con esempio assai raro congiunse insieme i serii studii della filosofia co' piacevoli dell’erudizione e della eleganza. I dieci Dialoghi su diversi argomenti, altri filosofici, altri morali, altri di diverse materie, sono scritti in uno stile assai colto, e lo stesso dee dirsi de’ libri De varia Historia, opera che ci scuopre ad un tempo e le molte cognizioni da lui acquistate leggendo, e lo studio da lui fatto sulla [p. 614 modifica]614 libro lingua latina. La stessa eleganza si scorge nelle traduzioni clfegli ci ha date di parecchie opere d’Aristotele, di Proclo e di altri antichi filosofi, alcune delle quali illustrò ancora co suoi Comenti, e se ne può vedere il catalogo nella Biblioteca del Gesnero. Qualche poesia italiana se ne legge nel terzo libro delle Rime di diversi Poeti. Nella lode di aver preso a spiegare il testo original d’Aristotele Francesco Patrizi dà per compagno al Leonico, anzi accorda ancora la precedenza di tempo a Francesco Cavalli bresciano (Discuss. Pcripat 11, L 9, p. 112, ed. basil. 1581 l, 13, p. 163), professore di filosofia nella stessa università di Padova alla fine del secolo xv e ne’ primi anni del seguente, intorno al quale si posson vedere i Fasti del Facciolati (pars 2, p. i35). III. Nulla men celebre per acutezza d ingegno, ma di sapere assai più ristretto e di fama ancor più dubbiosa, fu Pietro Pomponazzi da Mantova, per la picciolezza della sua statura da molti soprannomato Peretto, di cui, dopo più altri autori, ha diligentemente trattato il Bruckero (Hist. crit. Philos. t. 4, p 158), in modo però, che molto si può ancora aggiungere a ciò che finor se ne scritto. Ei nacque in Mantova da Gianniccolò Pomponazzi, di famiglia assai nobile, a’ 16 di settembre del 1462. Mandato agli studii nell’università di Padova, vi ebbe molti illustri maestri, e fra gli altri Pietro Trapolino celebre professore di filosofia, da cui anche ebbe la laurea verso il 1487. Intorno al qual soggiorno del Pomponazzi in Padova molti documenti ha prodotto [p. 615 modifica]SECONDO Gl 5 il eh. abate Brunacci (Calogeri, Race. dOpusc. t. 41 p. 111). Nel 1488 fu destinato professore straordinario di filosofia in quella università, e vi ebbe a competitore il celebre Alessandro Achillini (Facciol, Fast Gymn. patav. pars 2, p. 108); e abbiamo altrove veduto (t. 6, par. 2) in qual modo e con quali successi questi due avversarii venissero sovente a contesa (a). Nel 1promosso alla prima cattedra ordinaria di filosofia, e vi ebbe a suo rivale Agostino Nifo, di cui diremo in appresso. Il Facciolati aggiugne che l'anno seguente il Pomponazzi passò a Bologna, e che tre anni dopo tornossene a Padova. Ma gli Atti citati dall’ab Brunacci mostrano che questo filosofo era in Padova c nel e nel 1 (/. cit. p. 23), e che nel i499 I*11 sostituito a Niccolò ossia Niccoletto Vernia (ib. p. 24). Se dunque il Pomponazzi fu assente da Padova, ciò al più potè avvenire per due anni; il che fu probabilmente nel tempo in cui egli stette presso Alberto Pio, come altrove si è detto. La fama a cui egli giunse col suo sapere, fece che in diverse riprese gli fosse accresciuto l’annuale stipendio fino a 370 ducati, e fra gli altri scolari ebbe l’onore di annoverare il celebre Gasparo Contarini, poi cardinale, come narrasi dal Beccadelli, Ma la guerra di Cambray venne a turbare gli studi del Pomponazzi, che nel 1509 dovette insieme cogli altri {n) Solo nel l5o6 ebbe il Pomponazzi n suo rivale 111 Padova l'Adulimi, come si è osservato nel Ionio precedente, ove dell*Àchillini si è ragionalo. [p. 616 modifica]6i6 li uno professori partir da Padova. Ei passò prima a Ferrara, ove, secondo il Borsetti (Hist. Gymn. Ferrar, t. 2, p. 126), gli Atti di quella università cel mostrano nell’an 1510. Parrebbe che a questo tempo riferir si dovesse ciò che narra il Calcagnini, di aver avuto insieme con Alberto Pio a suo maestro il Pomponazzi. Tempore, quo ille (il Pio) juvenis ego admodum puer, Petreto Mantuano, Philosopho primi nomitiis, operarli dabanms, lune dialet tica profittiti (Ep. ad Erasm. inter Erasm. Epist. t. 1, ep. 650). Ma nè il Pio era in Ferrara nel 1510, com è manifesto da ciò che di lui abbiam detto, nè il Calcagnini nato nel » 470? ora certamente fanciullo in quell’anno. Quindi, ove sia certo che il Pomponazzi non fosse in Ferrara che nel 1510, converrà dire che il Calcagnini e il Pio si recassero a Padova per udirlo, ovvero che nel tempo che il Pomponazzi si stette presso di Alberto, colà si trovasse anche il Calcagnini. Breve fu il soggiorno del Pomponazzi in Ferrara, e nel 1512 egli era già, se crediamo all’ Alidosi Dott. forest, p. 63), in Bologna, ove poscia continuò ad insegnar finchè visse; perciocchè, benchè nel 1515 ei fosse chiamato con onorevole stipendio a Pisa, ciò nondimeno non ebbe effetto, come osserva il Fabbrucci (Calog. Racc. iTÒpusc. t. 5i) (*). (*) 11 Pomponazzi nel libro III della sua Apologia racconta che nel 1517 si pensava di andar da Bologna a Venezia, affin di riscuotere lo stipendio dell'ultimo anno della sua lettura di Padova, perciocchè dell’annuo stipendio di 300 ducati non aveane in quell’ anno aiuti che venticinque, ina che non si'.è eseguire il suo [p. 617 modifica]SECONDO Gl ^ Egli ebbe successivamente tre mogli, dalle quali però non ebbe che due figliuoli (V. Speroni, della Cura delle Famiglie, Op. t. 1, p. 76). Di una sola delle tre dette mogli sappiamo il nome, cioè di Cornelia figliuola di Francesco Dondi dall'Orologio da lui sposata in Padova a 14 di dicembre del 1500, intorno al quale matrimonio si veggano i monumenti del citato ab Brunacci. Leggiadra è la novella che di lui ci racconta il Bandello, cioè che tenendosi nel 1520 il capitolo generale de' Predicatori in questa città di Modena, Gianfrancesco dal Forno nobile modenese (rt), volendo dar pruove del molto suo studio, sostenne nella lor chiesa una pubblica disputa di filosofia; e che tanto si adoperò, che fecevi venir da Bologna il Pomponazzi suo maestro; che, poichè fu finita la disputa e accompagnato da molti a casa il Forno clic a tulli diede una magnifica collezione, il! Pomponazzi volle veder le cose più pregevoli di questa città, e fra le altre la chiesa di S. Pietro; presso alla quale, mentre ei si trattiene, alcune donne ebree che il videro, alle fattezze, all'abito, al poi lamento il crederono uno de’loro, cominciarono a fargli festa intorno e a motteggiarlo piacevolmente, di che egli attonito prima, e poscia indispettito, andossene con isdegno e vergogna (t. 3, nov. 38). Ma quanto egli era disegno per le turbolenze contro di lui ivi eccitate, delle quali ora diremo; e apgiugne in questa occasione, che quando egli porti da Ferrara, era ancora in credito di ducento ducati, e che il duca Alfonso tutti glieli rimise fino in Bologna. pi) Di Gianfrancesco dal Forno si sm dntc più distinte notizie nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 343). [p. 618 modifica]Gl3 LIBRO spregevole della persona, altrettanto era di pronto e vivace ingegno, e avuto perciò in altissima stima. Lo Speroni lo dice uomo ne nostri tempi solo per avventura perfetto (l. c.)) e in somiglianti elogi ne parlano tutti gli scrittori di quei’ tempi. Ciò ch è strano, si è che il Pomponazzi, come afferma lo stesso Speroni (ivi, p. 190), niuna lingua sapeva della Mantovana in fuori, il che dallo Speroni medesimo si spiega altrove più chiaramente, dicendo che il Pomponazzi che tanto seppe degli segreti della natura, e di Aristotile, e di Platone, e di Avicenna, e di Averroe, nulla non seppe delle lor lingue Araba e Greca, e tanto seppe della Latina, quanto ne apprese, quando era il tempo dello ’‘mpararla, cioè a dire in sua puerizia, andando a scuola dalli sette anni alli dodici, ec. (Op.t. 2, p. 252). In fatti lo stile del Pomponazzi nelle sue opere, che son tutte in latino, è quanto esser possa barbaro e rozzo. Morì in Bologna in età di 62 anni, I alino i5a4> come si afferma nell' iscrizion sepolcrale che tuttor se ne vede in Mantova nella chiesa di S. Francesco; perciocchè il corpo ne fu colà trasportato, e per ordine del Cardinal Ercole Gonzaga, che gli era stato scolaro, onorevolmente sepolto; e gli fu ancora eretta una statua di bronzo, che tuttor si vede, ov egli è rappresentato sedente in cattedra con un libro aperto in mano, e un altro chiuso a’ piedi, ove sta scritto: Obiit Ann. S. MDXXIIII. M. M. Sotto leggesi questa iscrizione: Mantua clara milii geni tri*. fuil, el breve corpus Quod dederat natura mihi, me turba Perettum Dixit; Naturae scrutatus sum intima cuncta. [p. 619 modifica]SFCOKDO Gl<J Dirimpetto a lui havvi un altra statua di un altro della stessa famiglia in abito di Minor osservante, colla seguente iscrizione: Joanni Pomponatio Philosopho ac Physico insigni pietatis et veri tati s acerrimo cultori, Aurelius frater illi gaudens, sibi dolens. pius, invocans posuit. Obiit IIII. Non. Mar. MDXCVII. act. sitar xlfj. IV. Niuno vi ha al presente che gitti il tempo leggendo l opere del Pomponazzi; ma esse nondimeno sono l’oggetto delle ricerche de dotti, e singolarmente quelle nelle quali ei disputa della immortalità dell anima. Fu allora creduto comunemente ch ei la negasse; e perciò il libro De Immortali tate Animae fu pubblicamente arso in Venezia, come narra il Prierio scrittor di que' tempi (De Strigim. Daemon. mirandis, l. 1, c. 5); e molti si sollevarono contro di lui e ne impugnarono il libro. Tra essi, oltre quelli di cui tra poco diremo, fu Pier Niccolò Castellani faentino, ch era allora professore in Pisa, e che contro del Pomponazzi pubblicò un libro a provare che Aristotele avea sostenuta l immortalità dell'anima, libro da lui dedicato a Clemente \ Il, e lodato molto dal Calcagnini in una sua lettera (Op. p. 185). Oltre il Castellani, Agostino Nifo, Gasparo Contarini e più altri impugnarono il Pomponazzi. Questi pubblicò diverse opere in sua difesa, e in risposta principalmente al Contarini, la cui opera confessa egli stesso ch era la più dotta e la più copiosa che su tale argomento si fosse scritta. Nè di ciò pago, per toglier da sè ogni taccia, inviò il Pomponazzi la sua opera e le difese della medesima a Fra [p. 620 modifica]620 L1KH0 Crisostomo da Casale domenicano reggente in Bologna, pregandolo a rivederla e ad aggiungervi ciò che credesse opportuno a cancellare ogni sospetto. E quel religioso vi aggiunse in fatti molte soluzioni e risposte agli argomenti del Pomponazzi; ili tal modo potè egli stampare con approvazione del vicario del vescovo e dell inquisitor di Bologna i suoi libri. Intorno a che veggasi la Difesa del Pomponazzi del sig. ab Amedei, stampata in Mantova nel 1748. E vuolsi qui avvertire che quel f Grisostomo da Casale, or nominato, è Grisostomo Javelli soprannominato in latino Canapicius perchè natio del Canavese provincia del Piemonte, e detto ancor di Casale, forse pel convento a cui fu ascritto, autore di molte opere teologiche e filosofiche, di cui parlan più a lungo i PP. Quetif ed Echard (Script. Ord. praed. t. 2, p. 104). Ma non ostante l" approvazione di questo teologo, non potè il Pomponazzi distruggere il concetto d' uomo irreligioso ed empio, che quel suo libro gli avea conciliato. A dir vero, ei sostien solamente che Aristotile 11011 riconosce l'immortalità dell' anima, e che con ragion naturale essa non può provarsi; ed aggiugne ch ella dee credersi fermamente, poichè cosi insegna la Chiesa, di cui si protesta sovente fedel figliuolo e discepolo. Ma in quel tempo, in cui Aristotele era considerato come un infallibile oracolo, sicchè lo scostarsene fosse lo stesso che gittarsi in braccio all’ errore, l affermar che Aristotele avesse sostenuta quell'opinione, pareva lo stesso che l'affermare clfessa era certissima; c [p. 621 modifica]SECONDO Cal non ò perciò maraviglia che il Pomponazzi fosse veramente creduto sostenitore di quella rea dottrina (*). Forse però, più che questo (*) Alcune particolari e curiose notizie intorno alle contese avute dal Pomponazzi per la sua opinione sull'immortalità dell’anima, ci somministra l'Apologia della sua opera su questo argomento da lui scritta in Bologna nel 1517, e ivi stampata l’anno seguente, Nel terzo libro di essa ei narra dapprima che quel f Ambrogio Fiandino agostiniano, da noi nominato in questo tomo medesimo, predicando nel detto anno 1517 nella cattedrale di Mantova, erasi scagliato con amare invettive e con gravi ingiurie contra di lui, accusandolo di negare l immortalità dell'anima; che perciò egli e con sue lettere, e per mezzo di amici, e poscia anche personalmente, quando Ambrogio, andato frattanto a Roma per farsi consecrar vescovo, nel ritornarne passò per Bologna, avealo caldamente pregato a mostrargli quali fossero i suoi errori, avvertendolo, che non negava già egli l'immortalità dell’anima, ma sol che Aristotele l’avesse ammessa: ma che Ambrogio non avea avuto coraggio di porre in iscritto le sue obbiezioni. Più funesta potea riuscir la guerra che gli fu mossa in Venezia, della quale ei passa a parlare. I religiosi e i predicatori singolarmente recarono al Patriarca il libro del Pomponazzi, dicendolo pieno di eresie. Il patriarca riferì l’accusa a’ magistrati, e di comune consenso il Pomponazzi fu dichiarato « íctico, c il libro ne fu pubblicamente dato alle fiamme. Nè paghi di ciò, inviarono il libro al Bembo, segretario allora di Leon X, pregandolo a ottenerne dalla Sede apostolica la condanna. Il Bembo, letto il libro, nol trovò sì reo, coir.c altri dicevanlo; mostrollo ancora al maestro del sacro palazzo, a cui pure non sembrò degno di condanna; e in tal modo il Pomponazzi non fu più molestato. Quindi egli grato al suo benefattore, alla detta sua Apologia aggiunse una lettera al Bembo medesimo, in cui dopo aver ricordati i benefieii che «la Bernardo di lui padre avea ricevuti, gli rende grazie dell!’ impegno con cui pi esso il pontefice c [p. 622 modifica](533 LIBRO libro, posson metterci in sospetto la fede di questo filosofo due altre opere da lui pubblicate, cioè il libro De naturalium effectum admirandorum causis, seu de incantationibus, e cinque libri De Fato. libero arbitrio, Praedestinatione, et Prov'ufentia Dei, stampati in Basilea nel 1567. Non può negarsi che cotai libri non siano pieni di assurde ed empie proposizioni, quali sono, a cagion d’esempio, che i miracoli tutti non sono ch effetti d’immaginasi ione j che la provvidenza divina non si stende alle cose caduche di questo mondo, che Dio non vuole la eterna felicità di tutti gli uomini, ma quella sola ch è propria dello stato di natura, e che colle forze naturali si può acquistare, ed altre di tal maniera, Egli è vero che assai sovente il Pomponazzi dichiara ch’ei parla solo come filosofo e che, ove la Religion cristiana decide in contrario, convien soggettare il giudizio e credere fermamente ciò ch’ ella propone, il che diede occasione al lepido giudizio di Apollo, che presso il Boccalini comanda che il Pomponazzi sia arso solo come filosofo (cent, 1, ragg. 90). Ma dopo aver sostenuto che una tal cosa è contraria a lumi della innanzi a molti cardinali avea difesa la sua causa, e rammenta insieme la liberalità con cui avengli offerto qualunque aiuto, di cui potesse abbisognare: Cuni pfirn um a S. Leone decimo Crucigerorum ILquitum pracfecturam sane opulentissimam eonsecutus et, nonne quarnprimuni redditut, vectigalia, pensiona annuas, prò nutrì nostro servire ¡assisti? idque saepissime oeconotnos dispensatoresqun tuos, ut commodis nostri»- praesto csscni, adnionuisii 9 [p. 623 modifica]SECONDO 6li 3 ragione, non rimane più luogo a ricorrere all'autorità della Fede, la qual ci propone a creder misteri alla ragion superiori, ma non mai ad essa contrarii. E innoltre il Pomponazzi parla non rare volte della Religion cristiana in tal modo, che sembra farsene beffe. Intorno a che si vegga il Bruckero che assai ampiamente, e forse più ancora che non bisognava, di ciò ha parlato (Hist. crit. Philos. t. 4; p 158). Una breve apologia del Pomponazzi, quanto alla taccia da alcuni appostagli di ateismo, abbiamo ancora nella bell' opera del sig. ab Luigi Brenna De generis humani consensu in agno scenda Dnnnitatc (t. 2, p. 347). Qualunque però si fosse l’animo del Pomponazzi, le sue frequenti proteste di soggettare tutte le sue opinioni al giudizio della cattolica Chiesa fecero che contro lui personalmente non si procedesse che continuasse a tenere scuola in Bologna e che dopo morte gli fosse accordata, come ad uomo cattolico, l’ecclesiastica sepoltura. Ciò che potrebbe parere strano, si è che Giulio Castellani faentino, nipote di quel Pier Niccolò mentovato poc’anzi, ne’ suoi libri De humano intellectu stampati in Bologna nel 1561, sostenne egli pure che da Aristotele si era negata l’immortalità dell’ anima e nondimeno niuno si sollevò a rumore contro di lui. Ma il Castellani, dopo aver provata la sua opinione, recò assai forti argomenti a combattere Aristotele e a mostrar che l’anima era immortale e tolse in tal modo qualunque sospetto che di lui si potesse formare. Del Castellani, scrittore assai elegante e autore di più altre opere, si può vedere il [p. 624 modifica]6a 4 Limo Catalogo degli Scrittori faentini del eh. P. abate Mittarelli, e notizie ancor più copiose speriamo di averne nella Storia letteraria di quella città, che si apparecchia a darci il sig. dott Andrea Zannoni, Io avvertirò solo che oltre Faltre opere che se ne hanno alle stampe, io ne ho molte lettere italiane da lui scritte a Cesare Gonzaga signor di Guastalla, a’ cui servigi fu per non pochi anni, cortesemente trasmessemi dal p Ireneo Affò Minor osservante da me più volte lodato. V. I più forti avversarii del Pomponazzi furono il Cardinal Contarini e Agostino Nifo; ma avendo già altrove parlato del primo, qui direm solo del secondo. Jopoli nella Calabria, Tropea nell’Abbruzzo e Sessa in Terra di Lavoro si contendono a vicenda la gloria di avergli data la nascita. Ma se è vero ciò che il Tal’uri afferma (Scritt. del Regno di Nap. t. 3, par. 1, p. 299), che il medesimo Nifo in una sua opera da me non veduta dica: Suessa ubi sum natus non vi ha luogo a contesa (*). (*) La patria del Nifo non può esser punto dubbiosa; poichè nelle sue opere ei medesimo comunemente s'intitola Sucssfitms, e co>ì egli vien detto ancor dagli scrittori contemporanei. Di fatto nella edizione del Dizionario storico «li M. PAdvocat, fatta in Napoli nel 1760, si son prodotti autentici documenti che mostrano che Agostino Nifo era certamente natio di Sessa; ch era figlio di Jacopo Nifo e di Francesca Galeone. Ivi ancora si dice che Galeazzo Florimonte ne recitò l orazion funebre; e che il corpo di esso conservasi imbalsamato nella sagrestia de’ Domenicani di Sessa in una cassa di legno con vetri innanzi, e sopra esso un quadro col ritratto del Nifo, e con un' onorevole iscrizione [p. 625 modifica]SECONDO (Ja5 Giibriello Barri scrittor calabrese, e quasi contemporaneo al Nifo, racconta (De Antiq. Calabr. l. 2, c. 13) che Agostino maltrattato dal padre e dalla madrigna fuggissene a Napoli, e che ivi, datosi a pedagogo ad alcuni fanciulli, studiò con essi e con essi passò poscia a Padova: che tornato indi a Napoli, e avendo trovato che suo padre era morto fallito, si ammogliò in Sessa, e prese e continuò per più anni a legger filosofia in Napoli. Io penso però, che il ritorno a Napoli di Agostino non si debba fissar sì tosto, e che la prima università a cui egli fu chiamato, fosse quella di Padova. Ad essa ei fu trascelto per professore straordinario di filosofia in secondo luogo fanno i4q2- Tre anni appresso passò alla cattedra ordinaria, ed ebbe poi anche il primo luogo Così si narra dal Facciolati (Fasti Gymn. patav. pars 2, p 109), il quale però non ben distingue Agostino da Sesse e Agostino Nifo (ib. p. 111), facendone due professori distinti, mentre veramente non furon che un solo. Egli aggiunge che il Nifo partito da Padova nel 1496, vi fece ritorno nel 1198 (a), e che l’anno seguente partì di nuovo. In tempo di questo soggiorno in Padova, egli, imbevuto delle opinioni di che si riporta. Finalmente parlasi della villa detti Milano, eli' ella avea fuor delle mura della città, e si riportano alcuni versi scolpiti ili marmo, cli’ei vi fece porre e che tultor vi si veggono. (11) Parte però dell'anno 14q8 fu da lui passata in patria, perché ivi egli dice di aver compito il suo Unitalo De Subitami a. TlRABOSCHl, Voi XI. 2 [p. 626 modifica]626 LIURO Niccolò Vernia filosofo in quella università assai rinomato, sostenne, secondo il sentimento d’Averroe, non esservi che un’ anima e un intelletto solo, e non darsi altre sostanze spi- j rituali, fuorché quelle che muovono i cieli. Queste opinioni eccitaron contro il Nifo tutti i teologi, ed egli correa gran pericolo, se il dotto e pio vescovo di Padova Pietro Barozzi non si fosse frapposto di mezzo, facendo che il Nifo correggesse alcuni passi del suo trattato, De Intellectu et Daemonibus. E per dare ancor più sicure pruove della sua fede, pubblicò j poscia Agostino il libro già accennato contro | l’opinione del Pomponazzi sull’ immortalità dell' anima. Partendo da Padova è probabile ch’ei ritornasse a Sessa. Perciocchè nella prefazione alle sue Dilucidazioni metafisiche, da lui cominciate in Salerno circa il 1507, egli narra che avendolo costretto le pubbliche calamità a ritirarsi a Sessa, Roberto Sanseverino principe di Salerno avealo a questa città condotto per tenervi scuola di filosofia. Da Salerno sembra ch’ ei facesse passaggio a Napoli, ov ei dice di aver compita nel 1510 l opera or mentovata, e il veggiamo in fatti annoverato dall Origlia tra’ professori di quella università (Slor. I dello Stud. di Nap. l. 2, p. 21). Ei fu ancora professore in Roma a tempi di Leone X (V. Caraffa de Archigym. rom. t. 2, p. 33o) (a), e (a) Agostino Nifo ebbe bensì da Leon X nel i.e>2o il grado di conte Palatino, ma non fu mai professore nella Sapienza di Roma, come ha osservato il sig. ab Marini (Degli Archiatri pontif. t. 1, p. 289), il qual nc [p. 627 modifica]SECONDO 627 in Bologna, ma non sappiamo in qual anno. E io non so come il Bayle affermi (Dict hist. art. Niphus) che l’Ali dosi non fa menzione del Nifo tra’ professori di quella università, mentre pure ei ne parla, e non brevemente (Dott forest. p. 8, ec.). L’an 1519 passò a Pisa, condottovi per tre anni coll ampio stipendio di 700 fiorini d’oro (Fabbrucci ap. Calogerà, Racc. (d Opusc. t. 51, p. 109). In fatti cel mostra in Pisa il suo trattato De Rhetorica ludiera t al fin di cui egli scrive: Completum est hoc opus Pisis 1521 die 28 Januarii. Ei dovette poscia esservi confermato per altri tre anni benchè il Tafuri di ciò non faccia menzione. Perciocchè il Bembo scrivendo a’ 17 d’agosto del 1525 da Padova al Ranusio, da Fiorenza, gli dice (Lett. vol. 2, l. 3, Op. t. 3, p. 118), è venuto avviso da M. Pietro Ardinghelli... Come quella Signoria aveva offerto al Sessa, che parea si volesse partire da Pisa, ducati ottocento di salario, e ducento di Beneficii Ecclesiastici nel dominio loro, e dice, che si crede certo, ch egli accetterà il partito. Il Nifo però erasi frattanto, godendo delle consuete vacanze, recato alla patria; perciocchè veggiam che al fine dell’ opuscolo De armorum ac literarum comparatione ei dice: In Niphano (questa era probabilmente una sua villa) finis 1525 die 3 Augusti, la qual sottoscrizioue lia pubblicata una lettera a Paolo 111 (f. a. p. iH-i). Forse ciò dee dirsi di Girolamo ISilb di lui pareoi«, che Cu medico di Leon X, e.l enti alo poscia nel i5?i nell' Ordine camaldolese, vi mori santamente nel i5i6. [p. 628 modifica](>28 LIBKO leggcsi parimenti al fine dell’Apologia di Socrate e d’Aristotele. Al tempo medesimo ampie proferte gli fecero i Bolognesi. E pare che essi credessero certamente di averlo dopo la morte del Pomponazzi; perciocchè il Casio, che allora appunto scrivea, dice: Jfonnni di sos; in/ire r pianger cessa, Studio orbato del Mantoan decoro, Dipoi che:l dotto tuo Monsignor Goro Per te condotto ha nuovamente il Sessa. Epitafi, p. 61. Ma la cosa non riuscì, perchè il principe di Salerno il volle seco. Così raccogliamo da un'altra lettera del Bembo a Marco Minio, scritta a’ 2 di ottobre del 1525 (l. c. p. 138), ove dopo aver accennato che si diceva che i Bolognesi avessero offerti al Sessa 800 fiorini d'oro, soggiugne: Qui sono lettere da Napoli a scolari, che dicono che l Principe di Salerno ha ritenuto il Sessa a leggere in Salerno quest’ anno, e ch egli per questa cagione non potrà venire a Bologna. In fatti il Toppi ha pubblicato il decreto di quel principe, che allora era Ferdinando Sanseverino, con cui a 28 di settembre dell’ anno stesso gli assegna un’ annua pensione di 200 ducati. E ivi egli continuò a vivere e ad insegnare fino alla morte, come afferma Leandro Alberti (Ital. p. ¡44)? il quale, scrivendo verso il 1550. dice solo generalmente ch’egli era morto questi anni passati. Il Giovio (in Elog.) racconta che ei morì per infiammazione di gola da lui presa una notte, mentre da Sinuessa (confusa dal Bay le colla [p. 629 modifica]0 SECONDO Gjl) patria di Agostino) tornava a Sessa. Molti il dicon morto dopo il 1545, perciocchè affermano che in quell’ anno ei dedicò a Paolo III il suo libro De Animalibus. Altri ne fissan la morte al 1537; e questa opinione pare che prenda gran forza da una lettera di Vincenzo Martelli, scritta da Napoli a’ 28 di gennaio dell anno stesso: Il nostro M. Agostino da Sessa final niente morì (Lett. di XIII Uom. ìli. fan. i5(ì4, Agg.p. 15). Ma ciò non ostante il Tu furi afferma (l. c. t. 3, par. 6,p. 170) che dagli Atti pubblici di Sessa si trae che Agostino fece il suo testamento a 12 di gennaio del 1538, e ai 18 dello stesso mese finì di vivere. Alle molte testimonianze onorevoli al Nifo, che si riferiscono dagli autori da me citati, si possono aggiugnere due lettere delMinturno, una al medesimo Ni fo, in cui ne loda altamente l'ingegno, remdizione nel greco e l ornatissima libreria che avea in sua casa, della quale pregalo ancora a prestargli alcuni libri; l’altra ad Ottaviano Caraffa, in cui parimenti fa grandi encomii del sapere di Agostino (Minturno, Lett. l. 6, lett. 7, 24). E abbiamo ivi pure la risposta del Nifo al Minturno, in cui gli dice che, benchè egli non soglia prestar libri ad alcuno, a lui però volentieri li concede ivi. lett. 5). Frutto della stima in cui era l ingegno del Nifo, furon gli onori a lui conceduti da molti principi, fra’ quali Leon X gli concedette il titolo di conte Palatino e l uso dell' armi e del cognome de' Medici, e con tal cognome ei di fatto si nomina nel titolo di diverse sue opere, e innoltre usa spesso dei' soprannomi or di Eutico. or [p. 630 modifica]63o libro di Filoteo, ch’ei di sua propria autorità godeva d’ imporsi. Moltissime sono le opere che ne abbiamo, ma or quasi tutte abbandonate alla polvere, di cui veramente son degne. Quasi tutte le opere d'Aristotele furon da lui illustrate, se anzi non vogliam dire oscurate il che pure si può affermare di quasi tutti i commentatori di questo secolo. Parecchi altri libri ei compose e diè alle stampe, spettanti alla filosofia peripatetica, alla astronomia, alla medicina, di cui pur facea professione, alla rettorica, alla filosofia morale, alla politica e ad ogni altra materia, delle quali ci ha dato un lungo catalogo il P. Niceron (Mém. des Homm. ill t. 18, p. 63, ec.). Fra esse ve ne ha due, una intitolata De pulchro et amore, l’altra De re aulica, che non sono le più oneste cose del mondo; perciocchè in esso il Nifo si scuopre pazzamente perduto nell" amor delle donne *, per cui vuolsi ch ei giungesse a tali stranezze, che lo rendessero ridicolo a quei medesimi che ne ammiravan l ingegno. Di ciò assai lungamente ha parlato il Bayle (l. c.) solito a trattenersi sempre non poco in tali argomenti. VL Ma se il Pomponazzi ebbe più avversarii, non gli mancarono ancora fautori e seguaci. E un tra essi, superiore ancora al maestro per l erudizione della lingua greca e dell amena letteratura, di cui era fornito, fu Simone Porzio napoletano. Di lui parlano a lungo, e annoverano le molte opere di diversi argomenti da lui composte, il Toppi e il Nicodemi (Bibl, napol. e Addiz.) e il Tafuri (Scritt. napol. t. 3, par. 2, p. 32). Ei fu professore in Pisa dal 1546 fino [p. 631 modifica]SECONDO G 3 I ai i55a; c con qual plauso e a quanto numero di discepoli valorosi tenesse scuola, si può vedere presso il Fabbrucci (Calog. Nuova Racc. t 6, p. 79). Nell’aprimeli lo però della sua cattedra pare ch ei non avesse un successo molto felice) perciocchè Francesco Spino in una sua lettera a Pier' Vettori, scritta allora da Pisa, Portius vero ille Philosophus, dice (Cl. Viror. Epist. ad Vict t. 1, p. 43), initium suarum lectionum fecit VI Id. Nov. maximo omnium concursu. Ejus vero Oratio tendebat ad meteora Aristotelis. Quum autem finem fecisset, a plurimis reclamatum est: anima, anima. Coactus itaque aegre tertium de anima aggressus est: ejus modi vero illius fuit Oratio, ut minime hominum expectationi responderit. Ma poscia ei salì alla fama di un de più dotti filosofi, che più ancora gli fu confermata da’ suoi libri medesimi dati alla luce, ne’ quali ei tratta di materie morali, fisiche, mediche, di storia naturale e di più altri argomenti. Egli, come narra il de Thou (Ili si. I. i3, ad an. i554)> avea preso a scriver la Storia naturale de’ pesci, ma poichè vide uscire alla luce il libro del Rondeletto, ne depose il pensiero. Tra le opere da lui pubblicate, quella in cui egli si scuopre seguace del Pomponazzi stato già suo maestro, è quella De Mente humana, che fu stampata in Firenze nel 1551, in cui pure fu stampato l'altro di lui opuscolo intitolato De dolore. Delle quali due opere scrivendo Paolo Giovio al Porzio stesso, Essendovi capitato, dice (Giovio lett. p. 178), un poeta nuovo stato maestro di scuola in Firenze gran tempo, e vedendo il [p. 632 modifica]G3a libro libro vostro de dolore Simonis Portii, dimandò semplicemente al Sig. Varchi, se forse gli era morto qualche figliuolo, che causasse questo dolore Preti riformati si sono scandalizzati, per non dire ammutinati, del titolo del vostro libro, de Mente humana, dicendo, che non vuol dir altro in effetto, che de libero animo arbitrio; per il che è stato arenato, et poco mancò, che non abbi dato a traverso. Ma più che il titolo spiacque l’ opinione del Porzio che si mostra troppo contrario all’ immortalità dell'anima ^ e perciò questo libro fu detto da alcuni empio e degno di bestia più che d’uomo. Ciò non ostante non veggiamo che alcuno gli recasse perciò molestia j ed egli l'an 1552 tornato in patria, ivi morì due anni appresso (Thuan. I. ciL) ('). VTI. Dietro a questi Peripatetici, che al principio del secolo ottener gran nome, una innumerabile schiera di altri loro imitatori e seguaci ci si fa innanzi. Ma qual frutto potrebbon raccogliere i lettori di questa Storia, se di tutti volessi qui parlare distesamente? Essi persuasi che Aristotele fosse un oracolo a cui non si potesse senza empietà contraddire, invece di studiar la natura e cercar poscia se Aristotele ne avesse ben conosciute le leggi 7 credevano di dover solo usare ogni studio nell" intendere (*) Una lettera di Simonc Porzio al viceré di Napoli D. Pietro di Toledo, in cui descrive un vulcano apertosi con prandi rovine presso Pozzuoli nel tradotta dal latino nell: italiano, c stata inserita da Jacopo Antonio Ikioni nel suo Dialogo del Terremoto, stampato in Modena nel 1571. [p. 633 modifica]SECONDO 633 e nello spiegare le opere di quell antico filosofo, e nell assoggettar la natura alle leggi ch’ ei prescritte le avea. Che giova dunque il trattenersi in riconoscere le loro opinioni, o, a dir meglio, i loro errori? E a qual fine occuparsi in ricercare le più minute notizie della vita di tali autori, le cui opere or si giacciono dimenticate, mentre tanti e tanti altri che assai più utilmente esercitarono il loro ingegno, sembrano invitarci a favellare di loro? Scorriam dunque di volo la lunga serie de famosi Peripatetici di questo secolo, della maggior parte de quali, chi pur le brami, potrà trovare ampie notizie presso il Bruckero e presso gli altri scrittori da lui citati. Jacobo Zabarella erede dell’indefesso ardore nel coltivare gli studii, che Padova avea già ammirato in altri di questa nobil famiglia, altrove da noi rammentati, dal 1564 fino al 1589) in cui finì di vivere, fu professore di filosofia nella stessa città. avuto in conto di uno de’ più illustri, e onorato perciò dal Senato veneto, che fra le altre cose gli fece contare mille zecchini per dote di una sua figlia y e richiesto ancora, come altrove si è detto, ma invano, con offerta di ampio stipendio da Stefano re di Polonia, pubblicò molte opere a illustrazion d’Aristotele, e si occupò principalmente in commentarne la Logica e la Dialettica (V. Facciol. Fasti, pars 3, p.:>.So, 284, 289, 296; Brucker. t 4, p. 100, ec.). Due Piccolomini Alessandro e Francesco, celebri amendue in questa sorta di studii, produsse nel corso di questo secolo Siena. Ma di amendue ci riserbiamo a dire, ove tratteremo degli scrittori [p. 634 modifica]634 LIBRO <Ji filosofia morale. Jacopo Mazzoni natio di Cesena, celebre per la difesa di Dante, di cui diremo altrove, fu tra coloro che vollero conciliare Aristotele insiem con Platone, e su questo argomento diè alle stampe in Venezia nel i5i)7 l’opera intitolata: In universam Platonis et Aristo teli s Philosophiam pracludia, si ve de comparatione Platonis et. Aristotelis. Nella dedica ad essa premessa ei dice che aveva allora 49 anni. Era dunque nato nel 1548, e non nel 1553, come altri scrivono (a). In età ancor giovanile, cioè nel 1577, egli avea pubblicate in Bologna cinquemila centonovantasette quistioni, nelle quali abbracciava quanto era allor noto in qualunque genere di seria e piacevole letteratura, e ancor di belle arti, e per quattro giorni seguiti disputò sopra esse, rispondendo a qualunque quistione gli venisse proposta; cimento che pruova più la temerità che il sapere del Mazzoni, e di chiunque altro ardisca imitarlo. E il libro stesso da lui allor pubblicato ci mostra bensì un’immensa lettura, ma insieme poco discernimento, e un troppo disperato disegno di conciliare insieme le contrarie opinioni degli antichi filosofi. Ei fu nondimeno avuto in concerto di uno de’ più dotti (a) Il Bruckero dopo aver detto che il Mazzoni era nato nel i553, e che pubblicò le Tesi per la solenne sua disputa l’anno 1577, aggiugne, con poca coerenza, eh’’ egli contava allora quasi veut* anni d' età (Htst. crit. Philns. t. 4» p> 212): il che pure si afferma da Agatopisto Croinaziano (Della Restauraz. di ogni Filosofìa, (. i, p. 128). Ciò che abbiani detto, mostra che aveanc quasi trenta. [p. 635 modifica], SECONDO 635 uomini clic mai vivessero, e Cammillo Paleotti ne parla spesso con sentimenti di ammirazione e di trasporto nelle sue lettere ai Latini (Latini Epist. p. 354, 361, 362, ec.) e in una singolarmente: Illis, quas proxime acccpì, lite ris, gli dice (ib. p. 363), modeste quidem, ut soles, me reprehendere videris, quod communem illum nostrum amicum, Mazonium, inquam, nimis extulerim, cum eumdem eruditione atque memoria ceteris anteposuerim. Quod sane scias velim, a me illud non hyperbolice dictum fuisse sed quod ita vere j'enfio, et cum duo illa simul conjunxerim, a vero declinasse me, aut plus illi dedisse y quam res ipsa patiatur, prorsus non agnoscere. Ut autem nunc eruditionem omittam cujus sane saepius in magno doctissimorum virorum consessu singulari cum sua laude periculum fecit, quis est, qui eum memoria superet? sive illa in eo sit natura, sive arte comparata, quis est. inquam, qui vel Ethrusci poetae Dantis, vel furentis, quem vocant, Orlandi non pagellas modo, sed libros integros me mori ter repctentem audiat, non summopere admiretur, illique primas ea in re non tribuat? Idem is quoque facit in T irgilio, idem in Lucretio, idem aliis in gravissimis Latinis scriptoribus, atque poetis. quorum nomen fere nunquam audivit Ubinam igitur quaeso sunt, qui haec audeant, aut ab aliis audiant? Fu professore di filosofia in Cesena, in Macerata, in Pisa e in Roma, e finì di vivere in patria nel 1598 in età di soli 49 anni. Oltre ciò che ne ha il Bruckero (p. ai 1, ec.), se ne può vedere la Vita scritta dall Eritreo [p. 636 modifica]G36 LiBiio < PiìiacoOi. pars i, p. G5, cc.) (a). Ciriaco o Chirico Strozzi nobile fiorentino, dopo aver ne primi anni scorsa viaggiando gran parte del mondo, fu professore di lingua greca per 8 anni in Bologna • poscia partitone nel 1543 (V. Scarsell Vit. Rom. A mas. p. 116), spiegò per 22 anni in Pisa la Filosofia peripatetica, congiungendovi ancora la lettura or dell’Iliade cTOmero, or di altro greco scrittore (Epist. cl. J iror. ad P. Victor, t. 1, p. 4 3)) ed ivi anche finì di vivere nel 1565, in età di 61 anni. Oltre altre opere da lui composte, delle quali ragionano gli scrittori fiorentini, ei si rendette singolarmente famoso pel supplemento che fece in greco e in latino al 9 e al 10 libro perduto della Politica di Aristotele, opera che fu allor ricevuta con sommo applauso, e che si suol sempre congiungere all edizioni della stessa Politica. Di lui oltre il Bruckero (l. c. p. 209)) si può vedere l’elogio tra quelli degli Illustri Toscani t 2). Federigo Pendasio mantovano, di cui il Facciolati non fa che un cenno agli anni 1564 e 1565 (Fasti, pars 3, p. 275, 280), e di cui poco ancora dice il Bruckero (t. 6, p. 718), fu uno (n) Assai meglio ci c stata fatta conoscere la vita e T erudizione del Mazzoni dal celebre sig. abate Secassi, che per persuasione del regnante pontefice Pio VI ne ha pubblicala la Vita in Komu l’anno 1790. In essa tutto ciò che appartiene agli studi, alle cattedre, alle vicende e alle opere del Mazzoni, vedesi spiegato e illustralo con quella esattezza e cou quella eleganza che hanno conciliata all* ah. Secassi la fama di uno de’ più colti c de’ più eruditi scrittoti di questo secolo. [p. 637 modifica]RECONTIO (33~ <lc’ più illustri filosofi, ed ebbe la sorte di a vere tra’ suoi scolari due grandi uomini, amendue poi celebri cardinali, Federigo Borromeo e Scipione Gonzaga, i quali, grati al loro maestro, ne lasciarono a posteri onorevol memoria: Nos Pendasio, dice il primo (De fugienda ostentat. l. 1, c. 1), quem inter Academicos (cioè tra Convivali di Bologna) nominavimus, Philosopho et magistro usi sumus. Multae literae viro, et modestia magna fuit, quumque parvum librum in Aristol de Caelo libros edidisset, suspicatns poste a rem non esse perfectissimam, magno pere contenditi ut supprimeret librum illum suum, et exempla omnia sedulo conquisivit Più bello ancora è l elogio che ne fa il Gonzaga ne suoi Comentarii inediti da me citati altre volte; perciocchè da essi raccogliesi che il Pendasio fu non solo filosofo, ma ancora teologo, e che col Cardinal Ercole Gonzaga intervenne al concilio di Trento: In utrisque autem, dice egli parlando de suoi studii filosofici e teologici, praecipue deinceps usus est praeceptore Friderico Pendasio Mantuano, cujus etsi potissima laus in Peripatetica disciplina a pud omnes magnopere inclaruerat, ad summam tamen in Philosophiae studiis praestantiam eximiam quamdam Theologiae quoque sibi adjunxerat cognitionem. Id cum alias. tum praesertim in sacra Tri denti ime Sjrnodi celebri tate perspectum est, quo in loco et peracutas ipsius et pias de rebus altissimis disputationes, quas Herculis Card. Mantuani jussu publice babuerat, mi ri/ice conimcndari, atqnc adeo in coelum ferri ab plurimis audiverat Scipio, ex [p. 638 modifica]638 LIBRO eoque iilius ingerì irmi ita admiratus erat, ut non multo post Marino Caballo V. C. ac Patavini Gymnasii moderatori auctor fieret hominis ar~ ccsscndi, atque amplissimo interpretandi munere cohonestandi. Molto ancora vien egli lodato dal Castellani in una sua lettera, ove afferma di non aver mai udito alcun altro che disputasse con maggior sottigliezza ed ingegno (Epist. l. 3, p. 87"). L’anno 1567 prese a sua moglie in Mantova una della famiglia degli Aldegati, come scrive Silvio Pontevico a D. Cesare Gonzaga signor di Guastalla a’ 10 di novembre del detto anno (Lett mss. dell Arch. di Guast). Ei passò poscia a Bologna, e fu ivi ancor professore, benché Y Ali dosi non ne faccia menzione, ed ivi ei pubblicò l’ opera intitolata: Federici Pendasii Mantuani Philosophi acutissitni, in antiquissimo Bononiensium Gymnasio e supremo loco unice profitentis, Physicae auditionis texturae libri VIII, stampata in Venezia nel 1603 e da lui dedicata al duca Vincenzo Gonzaga, ch è l’unica opera del Pendasio da me veduta. Vili. Ad essi aggiugne il Bruckero (t. 4 » p. 229) Francesco Vimercati milanese, il quale dopo aver coltivati gli studii in Bologna, in Pavia, in Padova, passato a Parigi, fu ivi nel 1540 ricevuto in quella università (Bulaeus Hist. Gymn. paris. t. 6, p. 934), e fu il primo che in essa dal re Francesco I fosse nominato pubblico professore di filosofia greca e latina (V. Gaillard, Hist. de Francois I t. 7, p. 348). Egli fu medico della reina moglie di Francesco I. Nel 1561 era tuttora professore in [p. 639 modifica]SECONDO 03(J quella università (VLazeri, Misceli. Coll. rom. t. 2, p. 278), e passò poscia all’ università di Torino, ov ebbe l’onorevole titolo di consigliere del duca Carlo Emanuele, Morì l’an 1570, come si afferma dall Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 1, p. 1651, ec.) che ci dà un lungo catalogo di tutte le opere del Vi mercati, l'argomento delle quali son per lo più le opinioni e i diversi libri d’Aristotele. Antonio Montecatino nobile ferrarese e professore di filosofia per molti anni nella sua patria (a), fu ancor onorato del favore del duca Alfonso II, di cui fu consigliero), e da lui adoperato in ambasciate e in impieghi cospicui (*). 11 Muratori però lo taccia d’ingratitudine verso i suoi benefattori, e crede ch’ei fosse il principale strumento della devoluzione di quel ducato alla Sede apostolica (Antich. Est par. 2 y c. 14)• 11 che se fu vero, ei non ebbe gran (a) Il Montecatino succeduto ni Pigna nella carica di segretario di Stato, ne ereditò ancora la malevolenza e la gelosia conU-o il Tasso, che era allora a quella corte, e fu uno di quelli che congiurarono insieme a largì» perder la grazia del duca. Ma il Tasso seppe con generosità perdonargli, e rendergli ancora ben per male (S'orassi, Vita di T. Tasso, p. ai5, ì3o, ec., 5o6). (*) Il Montecatino, come provano i monumenti di questo ducale archivio camerale, fu nominalo suo filosofo dal duca Alfonso 11 a’ 17 di aprile del i568 collo stipendio di lire 24 al mese, che gli fu poscia accresciuto. Nel 1179 vedesi distinto col filalo ai segretario, e. in quell’anno medesimo fu dal duca spedito a Roma. Ma nel novembre del i5q7 vedesi segnato come tolto dui molo degli stipendiali, forse perchè il diua Cesare seppe 1 sinistri uftici che quegli rendeagh in Roma. [p. 640 modifica]6.{o LIBRO tempo di godere tifi frutto de’ suoi maneggi, poichè morì nel 1599. Di lui pure si hanno molte opere a illustrazione non sol di Aristotele, ma ancor di Platone, intorno alle quali veggansi il Bruckero (l. c. p. 231) e il Borsetti che riferisce ancor l’iscrizione che ne fu posta al sepolcro (Hist. Gymn. Ferrar, t. 2, p. 188). Francesco Patrizi a lui dedicò il 2 tomo delle sue Discussioni peripatetiche, e la lettera con cui glielo indirizza, è un magnifico elogio della dottrina, della prudenza e delle altre virtù di questo ministro filosofo. Di Gianfrancesco Burana filosofo veronese, e autore di alcuni libri di filosofia aristotelica, veggansi il detto Bruckero (ib.) e il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4, p• 24^4)• Giampaolo Pernumia e Giovanni Cottunio nato nella Macedonia, ma allevato in Padova, benchè essi pure qualche opera ci abbian lasciata nello stesso argomento (Brucker. l. c. p. 232), son però nomi assai meno famosi de’ precedenti. Di Giason de Nores, che qui dal Bruckero si annovera, ci riserbiamo a dire tra gli scrittori di belle lettere. Molte opere di Antonio Scaino da Salò annovera lo stesso Bruckero (p. a34) j colle quali egli in lingua italiana comentò parecchi libri d'Aristotele. Ad esse però deesi aggiugnere, oltre altre cose, la traduzione dell’Etica a Nicomaco con annotazioni del traduttore, stampata in Roma nel 1574 e abbiamo innoltre di questo filosofo un curioso Trattato della Palla, da lui composto all occasione di una quistione in quel giuoco insorta, mentre in esso esercitavasi Alfonso allor principe di Ferrara’, e allo stesso principe [p. 641 modifica]6EC0ND0 6/[ I dedicato e stampato dal Giolito in Venezia nel 1555. Dello Scaino e delle opere da lui pubblicate parla il ch. sig. ab Sambuca nelle sue annotazioni alle Lettere del Bonfadio (p. 114). Finalmente lo stesso Bruckero accenna (l.c., ec.) le opere di questo genere pubblicate da Antonio Rocchi romano e da Felice Accoramboni nobile di Gubbio, intorno al quale più esatte notizie ci vengono somministrate dal co. Mazzucchelli (l. c. t. 1, par. 1, p. 80). IX. Tra filosofi peripatetici annoverati dal Bruckero, dopo i primi più illustri, di due tratta egli più stesamente per l occasione che diedero a gravi accuse contro la lor dottrina, cioè di Andrea Cesalpini e di Cesare Cremonini (p. 220, ec.). Del primo ci riserbiamo a dire tra medici. Del secondo direm qui quanto basti a conoscere quai ne fossero i sentimenti. Ei fu natio di Cento j e in Ferrara fece i suoi studii, ed ivi presa la laurea, cominciò ad essere professore di filosofia nel 1579), e continuò fino al i5c)o (Borset. Hist. Gymn. Ferrar, t. 2, p. 204) (*), nel qual anno chiamalo a (*) Alla partenza che il Cremonini fece dall'università di Ferrara, pare che desser motivo i disgusti che egli sostenne per l’invidia d’alcuni, e che da lui si accennano in una lettera al duca Alfonso II, scritta a' 20 di maggio del 1589), la qual conservasi in questo ducale archivio, e che non isp’acerà, io credo, a! lettori il veder qui pubblicata: Fintanto che le persecuzioni ingiuste et acerbe non hanno ferito altri che me, ancorché cPingiurie sordide; et informi, io riputando indegnità l’offendere l’orecchie di V. A. Serenissima con sì vili racconti, mi son armato di buona sofferenza, 3 [p. 642 modifica]643 LIBRO Padova, vi ebbe la seconda cattedra di filosofìa ordinaria collo stipendio di cento fiorini, clic gli fu poi raddoppiato nel 1598. Tre anni appresso fu promosso alla prima cattedra collo stipendio di seicento fiorini, accresciutogli poscia per modo, che fanno 1629 giunse ad'averne duemila (Farcivi. Fasti, pars 3, p. 275, 280), pruova ben certa del notne di’ egli avea col suo sapere ottenuto. Morì di peste nel iG3i, contandone egli ottanta di età. L’elogio che et ho sostenute tacendo gravissime punture pubbliche e segrete. Ma ora che l veneno cominciato a vomitarsi contro di me si va spargendo a danno d’ altri, et a poca riputazione di persone di molta qualità, e dello studio e del Collegio de Medici, non ho potuto fare di ricorrere a V. A. Serenissima, supplicandola a voler commettere a qual suo magistrato più le piacerà, che debba udirmi, acciò si giustifichino molte cose, le quali hanno bisogno di provvisione, perciocchè non è dubbio, benchè siano tumulti puerili, che non siano per partorire ogni più grave eccesso, ove non se gli ponga presto severa mano: et aspettando il suo comandamento, inchinandola con ogni riverenza, humilissimamente le bacio le mani. Di Casa lì 20 Maggio LXXXIX. Di V. A. Serenissima Devotiss. Servitore Cesare Cremo niiti. Forse la decision della lite non fu quale ei s’aspettava, e perciò si determinò ad andarsene. Ei nondimeno mantenne sempre riconoscenza ed ossequio verso il duca Alfonso, e ne son pruova altre lettere ad esso scritte da Padova all’occasione d’inviargli qualche sua opera, e le risposte a lui fatte dal duca, le quali si conservano nel medesimo archivio, ove pure ne ha una del Cremonini al duca Cesare all occasione ch ei succe • dette al suddetto Alfonso li. [p. 643 modifica]SECONDO 643 ne fa Y Imperiali, scrittor di que tempi, nel suo Museo (p. 173), è tale che del più profondo filosofo non potrebbe farsi il più grande. E convien dire che il Cremonini fosse veramente avuto in conto di oracolo, se è certo ciò che il detto scrittor racconta, che i principi e i re volessero averne il ritratto, e che a lui ricorressero per consiglio nelle cose di più grave importanza. Confessa però l Imperiali medesimo che quelle lezioni stesse che dettate dal Cremonini venivano dagli scolari ricevute con ammirazione e con plauso, quando divenner pubbliche colle stampe, caddero di pregio, e che fin da que’ tempi erano dimenticate. Egli era sommo venerator d’Aristotele, e fra gli antichi comentatori di questo filosofo ei pregiava singolarmente Alessandro d" Afrodisia. Questo sì ossequioso rispetto del Cremonini verso i due detti filosofi fece ch ei, seguendo l’esempio del Pomponazzi, parlasse in modo che si mostrasse persuaso non potersi colla ragione provare ’ immortalità dell anima; e che fosse perciò da molti creduto oppugnatore di questo dogma, e da altri ancora annoverato fra gli atei. Io non ho vedute le opere del Cremonini, nelle quali parla dell anima umana, e non ho parimente veduta la dissertazione di Paganino Gaudenzi intorno a questo filosofo. Ma il riflettere che il Cremonini non fu formalmente accusato di empietà e d errore; che sostenne pacificamente la cattedra fino all ultimo de suoi giorni; che in più luoghi delle sue opere, e nel suo testamento medesimo, protesta di credere pienamente ciò che la Chiesa propone a credere, [p. 644 modifica]644 LIBRO mi persuade ch’egli, non altrimenti che il Pomponazzi, pensasse bensì quella essere slata fopinion di Aristotile e d’Alessandro, ma non i’osse apertamente seguace del lor sentimento. Intorno a che è degna d*esser letta l’Apologia che ne ha fatta il ch. dott Giannandrea Barotti (Difesa degli Scritt ferrar. par. 2, cens. 7). Certo deesi rigettar tra le favole ciò che di lui si racconta, cioè che sul suo sepolcro facesse incidere: Caesar Cremoninus hic totus jacet; del qual fatto non vi ha nè indizio nè pruova di sorte alcuna. Lo stesso Imperiali nondimeno confessa ch’ ei sostenne nelle sue opere parecchie poco sane proposizioni intorno al fatto, al mondo e ad altre questioni. Ma la barbarie dello stile e l’oscurità in cui egli cogli altri filosofi a lui somiglianti involgono ogni cosa, fa che appena si possa discernere quai sieno i veri loro sentimenti. Delle opere del Cremonini ci han dato il catalogo il Borsetti e il l’apadopoli (Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 359), e da esso raccogliesi ch’ egli, con raro eseinÌ)io, alla scolastica ruvidezza seppe congiunger le grazie della poesia e dell’eloquenza perciocchè tra esse abbiam quattro drammi pastorali in lingua italiana, de’ quali veggasi il Zeno Note al Fontan. t. 1, p. 425), e un’orazione italiana al sereniss principe Luigi Priuli nella sua Creazione a nome dell’università degli artisti dello Studio di Padova, che stampata senza data d’anno e di luogo conservasi in questa ^biblioteca Estense. / X. Benchè il Bruckero abbia diligentemente i raccolte quante egli ha potute trovare memorie [p. 645 modifica]SECONDO 645 intorno a’ filosofi di questi tempi, molti però tra gl’italiani sono stati da lui ommessi, i quali in fama di sapere e d’ingegno non furono punto inferiori a’ nominati finora. Gran nome ebbe in Padova Marcantonio Passero, o, come altri scrivon, Pasc'ro, soprannomato il Genova, perchè oriundo da questa città, ma nato in Padova, ove Niccolò di lui padre fu parimente professor per più anni. Cominciò Marcantonio dalla seconda cattedra straordinaria di filosofia, che gli fu affidata nel 1517 collo stipendio di soli 40 fiorini, e collo stipendio medesimo passò fanno seguente alla prima. Nel 1523 fu promosso alla seconda ordinaria collo stipendio di 80 fiorini, accresciuti poi fino a’ 100 nel 1529. Finalmente due anni appresso passò alla prima collo stipendio di 300 fiorini, che accresciutogli poscia più volte giunse nel 1559 ad 800 (Facciol. pars 3, p. 287, 283, 279, 274). In fatti egli era avuto in conto di uno dei’ più dotti filosofi che allor vivessero. Ei giunse perciò ad avere fino a 300 scolari, e il Senato a mostrargli la stima che aveane, gli fece pagare, nel 1545, 600 fiorini, perchè potesse maritare una figlia (ib. p. 27.4). Quindi Paolo Manuzio, scrivendo a Gianvincenzo Pinelli, con lui si rallegra che abbia a suo maestro il Genova, di cui dice non v’essere il più dotto tra gl'interpreti d’Aristotele, nè il miglior uomo in tutta Padova (/. 4> €P- 3). Più bello ancora è l’elogio che ne fa Pierio Valeriano. che dedicando al Genova il trentesi 1110110110 libro de' suoi Geroglifici, così gli dice: Non enim te solis Medicinae Philosophiacque ter minis cohibuisti; sed [p. 646 modifica]646 LIBRO longe ulterius progressus variarum insuper rerum minime protritarum doctrinam ita tibi comparasti, ut de quacumque re proposita et erudite loquaris, et eruditionem ipsam mira sermonis jucunditate noveris convestire. Quin Poetas, Historicos Polyhstorasque omnes ita familiares effecisti, ut nihil tota in Encyclopedia sit, quod te lateat, quod non in promptu habeas, prope loco et tempore tuearis quam felicissime. L’anno 1562 avendo ormai il Genova per vecchiezza perduti i denti, difficilmente potea farsi intendere a suoi scolari (ib. l. 6, ep. 12). E forse fu allora ch’egli ebbe il titolo di lettore sopraordinario, senza però sminuirgli, anzi con accrescergli lo stipendio. Secondo il Facciolati morì nel 1563 in Padova, e fu sepolto in s Giovanni in Verdara, e fu l'ultimo di sua famiglia, i cui beni passarono ai conti di Panico, che ancor ne abitan la casa. Ma che’ ei fosse Tultimo di sua famiglia, parmi almeno dubbioso 5 perciocché al principio del secolo XVII era in Padova Niccolò Passero soprannomato Genova, di cui abbiamo alcune opere legali. Innoltre, benchè se ne vegga il sepolcro nella detta chiesa, par nondimeno che il Genova sul fin della vita si ritirasse a Napoli. Perciocchè Gabriello Zerbo, in una sua lettera scritta da questa città a’ 4 d’aprile del 1563 a Paolo Manuzio, parlando di Napoli, dice: Poeti Volgari ci sono quanto l arena, che mettono tutto il Parnaso a rumore, et il nostro M. Marcantonio Passero n'e VArchivario secreto (Lett. volg. di divers. l. 3, p. 90, ed. ven. 1564). Di un uomo sì celebre non è rimasta, ch’io sappia, opera ■Tk [p. 647 modifica]SECONDO 647 alcuna. Non così di più altri Peripatetici ommessi dal Bruckero, o nominati sol di passaggio. Girolamo Benintendi ferrarese è lodato in una sua lettera del 1580 da Paolo Sacrati, come uomo in cui non si poteva agevolmente decidere se più fosse ad ammirare lo studio della filosofia, o quello dell eloquenza e delle belle arti (Epist. l. 6, p. 338) 5 c a lui gli scrittori ferraresi citati dal co Mazzucchelli attribuiscono parecchie opere filosofiche, le quali però non sappiamo se mai abbian veduta la luce (Scritt. Ital. t. 2, par. 2, p. 856) (a). Lodovico Boccadiferro nobile bolognese professore di filosofia nella sua patria e in Boma, e morto nel 15.|5, fu avuto in conto del primo filosofo (a) Il sig. d. Baldassar Papadia leccese, che con somma gentilezza di più altre notizie mi è stato cortese, hammi anche avvertito che nel convento de’ Cappuccini di Galatona ha trovata un’opera del Passero, che ha per titolo: Marci Antonii Passeri cognomento Genuae Patavini Philosophi sua tempestate facile Principis in Academiae Patavina Philosophiae publici Professoris in tres libro.s A ristatelis de Anima exactissimi Commentarii. Venetiis, 1576, in fol.; e che l opera quanto al metodo e allo stile è meno barbara di molte altre di quell' età. Nella prefazione l’editore vuol accrescer gloria all’autore col farlo discendere da illustre famiglia, dicendolo ex illustri Passerinorum familia, qui Mantuae Mutin aeque oliai imperarunt; postea ejecti Genuam se receperunt, demum Patavium commigrarunt. Ma con ciò ei mostrossi poco intendente della storia genealogica. La famiglia de Passeri o de’ Passerini non fu mai signora di Mantova e di Modena; ma Pesserino fu il nome proprio di uno della famiglia de’ Bonacossi, che per alcuni anni ebbe il dominio di amendue queste città. [p. 648 modifica]648 LIBRO de’ tempi suoi, e alle testimonianze onorevoli in pruova di ciò, che si adducono dal co Mazzucchelli (l. c. t. 2, par. 3, p. 1372), il quale di lui e delle molte opere da lui composte a illustrazion d'Aristotele esattamente ragiona, si può aggiugnere quella del Beccadelli, che nella Vita del Cardinal Contarini dice p. 125) che egli era il primo philosopho di quello studio, (di Bologna) et forse dItalia (a). Due Franceschi Verini, detti l’uno il vecchio, l’altro il giovane, furono amendue professori di filosofia in Pisa e in Firenze, e pubblicaron più opere di questo argomento dei’ quali, oltre agli scrittori, ragiona distintamente il ch Dott Fabbrucci (De Pis. Univ. opusc. 11, § 16 opusc. 13, § 30). Giambattista Bernardi patrizio veneziano compilò un general repertorio di quanto dagli antichi filosofi era stato scritto, e il pubblicò nel 1582 in tre tomi col titolo: Seminarium totius Philosophiae (Mazzucch. l. c. t. 2, par. 2, p. 966). Molte opere filosofiche abbiam parimente del Cardinal Ferdinando Pon* zetti stampate verso il i5ao (b). Di Girolamo Borro aretino e delle opere da lui date alia luce tratta il suddetto conte Mazzucclielii (1. cit. p. 1789), a cui deesi aggiugnere ch’ei fu pro(a) Più distinte notizie della vita e delle opere di Lodovico Iìoccadiferro si possono ora vedere presso il co. Fantnzzi (Scria, bologn. t. 2, p. 210, ee.). (b) Delle opere del Cardinal Ponzetti veggasi il Chioccarelli (De Script, Neapol. t. 1, p. 167, ec.), e dell epoche intorno alla vita di esso e alle dignità da lui sostenute si consultino gli Archiatri pontificii dell’esattissimo ab. Marini (t. 1, p. 227, ec. j t. 2, 3j5). [p. 649 modifica]SECONDO * 6/)9 fessorc assai rinomato in Pisa, come raccogliam da una lettera a lui scritta da Bonifacio Vannozzi (Vannozzi, Lett. t. 1, p. 227), ch esalta con somme lodi il sapere e i libri di questo filosofo. Bernardino Tomitano oriundo da Feltre, ma nato in Padova, fu filosofo, medico, poeta, gramatico, e in tutte queste classi di letteratura ottenne gran nome. Credesi comunemente ch’ei nascesse nel 1506. Ma se non è corso errore in una lettera di Sperone Speroni, scritta nel 1571 (Op. t. 5, p. 196), egli in quell'anno non ne contava che 55 di età. Grandi lodi ne dice ivi lo Speroni, che lo propone per medico alla corte cVUrbino, ma la proposta non ebbe effetto. Fu professore di logica nell università di Padova dal 1539 fino al 1563, e vuolsi ch’egli avesse alla sua scuola oltre a dugento patrizii veneti (Facciol. Fasti, pars 3, p. 296, 302, 306). Stanco fmaln&nte di avvolgersi sempre tra le scolastiche sottigliezze, e non avendo potuto ottenere di esser promosso ad altra scuola, chiese ed ebbe il congedo, e continuò poscia esercitando la medicina fino al 1576 in cui finì di vivere. Oltre diverse opere logiche, ne abbiam due libri sul Morbo gallico, poesie italiane e latine, e queste singolarmente assai eleganti, alcune orazioni, e per ultimo i quattro libri (it ila Lingua Tose aita, ove si pruova, la Filosofia esser necessaria al perfetto Oratore e Poeta, con due libri de precetti richiesti allo scrivere e parlare con eloquenza (V. Zeno, Note al Fontan. t. 1, p. 103). Egli avea ancora scritta, o almen cominciata un'ampia opera de' ciliari Oratori della [p. 650 modifica]G5o LIBRO Lingua italiana, ma di questa non si ha alle stampe che un sol frammento, cioè il discorso intorno alle prediche di Cornelio Musso (ivi e p. i45) (a). Intorno ad Antonio Bernardi dalla Mirandola, professore di filosofia in Bologna, e poi vescovo di* Caserta (b), e a Francesco Buonamici fiorentino professore in Pisa, e autori amen due di molle opere, io non ho clic aggiugnorc a ciò che ne ba detto il conte Mazzucchelli (/. cit. t. 3, par. 2, p. 9G1; par. 4» p. 2.317), se non che del Buonamici si hanno ancora alle stampe due lettere a Pier Vettori, nelle quali il consulta intorno ad alcuni passi di Aristotile (Epist. al. f rir. ad P. Trictor. t. 3, p. 196, ec\). Più scarse son le notizie ch’egli ci dà di Claudio Betti (t. 2, par. 2, p. 1091) modenese di nascita (c), ma ascritto alla bolognese cittadinanza, e annoverato perciò dalf A tre osi tra’ professori di patria bolognesi (Dott. bologn. di Arti liber. p. 43), perciocché in quella università ei tenne scuola dal i54-5 fino al 15S9. lo aggiugnerò perciò le testimonianze di due (o) Pipsso I* erudito sig. co Giulio Tomitano conservansi in Oderzo le Lezioni di Logica mss di mano di Bernardino Tomitano da lui dettate, quando era professore in Padova. (/>) Assai più copiose notizie della vita e delle opere del Bernardi ho poscia prodotte nella Biblioteca modenese (t. 1, p. 236, ec.), colle quali si possono supplire e correggere quelle del co. Mazzucchelli. (e) Di Claudio Betti, e così pure di Antonio di lui padre, più distinte notizie si posson vedere negli Scrittori bolognesi del sig. co Fantuzzi (t. 2,p. 158, ec.) e nella mia Biblioteca modenese ((. 1, p. 265; t. 6, p. 33). [p. 651 modifica]iKCOJiDO * 651 scrittori di quell’età sommamente onorevoli al Betti. Il primo è Ugolino Pacino da Montescutolo, che in una sua orazione in lode della Giurisprudenza, stampata in Bologna nel 1574, afferma di avere studiata logica a pud Claudium Bettum, qui unus, a!io rum pace dixerim, A risto teli s doctrinam post tot annos in tenebris jacentem sua doctrina singulari admirabilique ingenio erexit, atque erectam illustravit. L’altro è Francesco Panini, che nella sua Cronaca ms. di Modena, altre volte da me citata, ce ne ha lasciato questo magnifico elogio: Negli studii poi dell umana Filosofia, oltre li molti altri più che mediocramente in quelle chiari, ha questa Città due illustri uomini. Il primo è Claudio Betti già figliuolo di Antonio Maria, il quale oltrechè sia dottissimo nell arte del padre (nella medicina), nella filosofia principalmente et nell istromento di quella, che è la Logica, col suo sottilissimo ingegno et con la sua mirabil arte (d intendere, et d’interpretar veramente li reconditi sensi de Filosofi antichi, ha penetrato tant' oltre che forse pochi sono o non c’è alcuno che meglio di lui intenda, et più fermamente posseda le cose dette da quelli, siccome et dalla viva voce di questo acutissimo et dottissimo filosofo, che ora (cioè nel 1567) pubblicamente nello studio di Bologna insegna, et con grandissima accuratezza interpreta la filosofia morale d'Aristotile, et dalli dottissimi scritti suoi, che già vanno attorno, et che già apparccch'atì. da lui tosto si vedranno in stampe, si può et potrà chiaramente conoscere; et di ciò posso io render [p. 652 modifica]65 2 1 LIBRO testimonianza, il quale, se nellarte della Logica avessi fatto profitto veruno, mi potrei gloriare di haver havuto tanto maestro in quella professione, mentre in compagnia del nobile et honorato mio sig. A luigi Boschetto pubblicamente et privatamente l udivo. L’ altro filosofo modenese che dal Panini a questo congiungesi, è Benedetto Manzuoli, il quale, dice, per la sua rara dottrina non solo nelle cose di Filosofia, ma et nelle lettere humane ha meritato di esser chiamato dall’ Illustriss Cardinale d Este, il quale non men caro l ha di quello che siano i meriti di sì dotto giovane, del quale ancora non men nato alle attioni, che alle speculationi, si serve in trattar cose d importanza, et gli confida i suoi più profondi segreti. E in Ferrara di fatto conobbelo Torquato Tasso, il quale con breve ma magnifico elogio ne lasciò scritto: Il sig. Benedetto Manzuolo, il quale possiede tutte le lingue e tutte le scienze (Il Segret. par. 1). Egli fu poi vescovo di Reggio, e a lui dedicò Francesco Patrizii il IV tomo delle sue Discussioni peripatetiche, lodandone molto l’ingegno e lo studio, e rammentando il tempo in cui aveano insieme studiato in Padova; e a lui abbiam parimente una lettera di Giulio Castellani, in cui gli chiede il suo sentimento su alcune quistioni filosofiche (Epist. l.3, p. 83). E questo scrittor medesimo rammenta altrove (De Hum. intellectu, l. 2, c. 12) il tempo in cui insiem col Manzuoli studiava in Ferrara sotto Vincenzo Mag gi, c solevano insieme accogliersi nella casa di Orazio Maleguzzi a disputar di cose erudite. [p. 653 modifica]SF.CONDO 653 Ma non so di alcun’ opera che’ ei ci abbia lasciata (a). XI. Mentre questi e più altri filosofi, ch’ io tralascio per brevità, tutto lo studio e l’ingegno loro impiegavano in difendere e in illustrare Aristotele, altri con non minore impegno volgevansi a combatterne le opinioni, o direttamente impugnando quelle da lui sostenute, o a lui anteponendo Platone, e rischiarando co’ lor comenti le opere di questo altro padre dell’antica filosofia. Egli è vero che l'Accademia platonica, come già si è detto, erasi dissipata, e a Platone era con essa mancato il più fermo sostegno. Ma ciò non ostante, non pochi furon coloro che o per essere già stati membri di quell’accademia, o per aver avuti tra essi precettori ed amici, o finalmente per opporsi all empie dottrine che sotto il pretesto della dottrina aristotelica da alcuni si sostenevano, dichiararonsi contro Aristotele e a favor di Platone. Alcuni di questi si annoverano in una delle sue lettere da Bonifazio Vannozzi. Di molti, dic egli (Lett t. 1, p. 105), bastava il Sig Gianfrancesco!Pico della Mirandola veramente admirando, et Mons. Adoardo Gualandi Vescovo Cesenate nel libro della sua Civil Facoltà, con altri due non men dotti che nobili, il Sig. Stefano Tiepoli nelle sue Accademiche {a) Pel Manzoli, clic fu poscia vescovo ili Reggio e finì di vivere nel i585, si è parlalo lungamente nella sopraccitata Biblioteca modenese (i. 3. p. i56, ec ove anche si è dato il catalogo delle moite opere. singolarmente filosofiche, ch’egli ave.» composte, ma elio sono quasi tutte perite. [p. 654 modifica]654 ‘LIBRO Contemplazioni; et il Sig. Niccolò Contarini de perfectione rerum, ambidue Patrizj Vme ti, i quali se abbian saputo impugnare Aristotile, dicalo Aristotile stesso, che morto, com è, credo se ne senta trafitto. Ma che direm noi del Sig. Giambattista Raimondo uomo di tanta letteratura e di tanta dottrina, di così esquisita notizia di scienze et di lingue r et così caro all Illustriss. Sig. Cardinal di S. Giorgio, di cui egli è continuo commensale, con una plejade di cappati et di finis sirni virtuosi? Questi, dico, impugna Aristotile in cento luoghi, et convince le sue falsità con evidentissime dimostrationi, per non dire ora del Telesi a, giùgulatore della dottrina peripatetica in più dozzine di luoghi. Tra’ nimici d Aristotele deesi annoverare ancora Mario Nizzoli, di cui altrove diremo più a lungo, che ne impugnò il sistema ed il metodo nella sua opera De veris principiis et vera ratione philosophandi contra pseudo-philosophos, stampata nel 1553. In esse quanto saggiamente ei combatte le opinioni peripatetiche, altrettanto poco felice si mostra nel proporne altre nuove. E nondimeno tal conto ne ha fatto il Leibnizio, che ce ne ha data una nuova edizione, illustrandola con una sua prefazione (a). Fra questi Platonici, a1 quali si dee (a) IJn moderno scrittore (Agatop. Cromaz. Della Restauraz. d ogni Filosofia, t. 1, p. 155) deride il Nizzoli, e sente meraviglia che il Leibnizio pensasse a pubhlic irne nuovamente quell’opera. Ecco dunque uno scrittore che in cose filosofiche giudica diversamente dal Leibnizio. Ognuno può decidere per se medesimo se debba farsi più conto delle lodi del Leibnizio, o de biasimi di Agatopisto. [p. 655 modifica]SECONDO 655 aggiugnere Francesco Cattani da Diacceto il vecchio, di cui si può legger la Vita scritta dal Varchi, che va aggiunta a’ tre libri d’amore dello stesso Cattani, di un solo io scelgo a parlare, che fu forse il più illustre tra essi, cioè di Gianfrancesco Pico dalla Mirandola, nipote del celebre Giovanni, di cui nel tomo precedente si è detto a lungo. XII. Quanto tranquilla e lontana dal rumore dell armi e dalle vicende della guerra era stata la Vita di Giovanni Pico, altrettanto sconvolta e soggetta a mille disastri fu quella di Gianfràncesco (a). Era egli figlio di Galeotto fratel di Giovanni, ed era nato nel 1470 come raccogliesi dall affermar ch’egli fa che nell’anno i520 uvea cinquantanni di età (Op. p. 880, edit. Basil. 1601). Egli attese agli studii in Ferrara, e di molto aiuto dovette ivi essergli l’assistenza e l’esempio del suo zio Giovanni che ivi pure fece lungo soggiorno, e a quel tempo forse appartiene un epigramma di Lodovico Bigo Pittori a Gianfrancesco, in cui ne loda i versi che con somma facilità componeva (Epigram. Lib. ad Hugucc. contrar.). Dopo la morte del suddetto Galeotto fratel di Giovanni, Gianfrancesco gli succedette nel dominio della Mirandola. Ma Lodovico di lui fratello pretendeva di aver diritto a quel principato, ed egli avea un forte sostegno in Francesca sua moglie figlia del famoso Gianjacopo Trivulzi generale allora (a) Veggansi più copiose notizie della vita e drlle opere di Giaulraucesco l’ico nella Biblioteca modenese (t. 4, p. 108). [p. 656 modifica]656 LIBRO dell1 armi di Francia. Unitosi dunque con Federigo suo fratello. e aiutato da Ercole I duca di Ferrara e dal suddetto Trivulzi, nel 1502 costrinse colle armi Gianfrancesco ad uscire dalla Mirandola (•GuicciardSlor. cTItal. I. 5). Il co. Lodovico fu ucciso in guerra nel 1509 (ivi. l. 8); ma Francesca insiem co’ suoi figli si tenne ferma in quel luogo fino al i5i i, quando il bellicoso Giulio II, stretta personalmente d’assedio la Mirandola, ed entratovi per la breccia, ne restituì il dominio al co. Gianfrancesco (iVi, l. 9). Ma poco tempo ei lo tenne j che l'anno stesso vi rientrò co’ suoi Francesi il Trivulzi, e Gianfrancesco di nuovo fu costretto ad uscirne (ivi 7 l. 10). La decadenza dell’armi francesi in Italia gli fece riavere due anni appresso il due volte perduto dominio, e per mezzo del vescovo di Curck ministro di Cesare si stabilì un amichevole accomodamento tra’ due contrarii partiti. La pace tra essi però non fu di lunga durata, e alcune lettere di Leon X del 1516, che si han tra quelle del Bembo, ci mostrano che ed egli e la vedova contessa Francesca eran ricorsi al pontefice lamentandosi amendue che la parte contraria non istesse ai patti già stabiliti, e che Leone si adoperò per riunirli in concordia (Bembi Epist Leonis X nom. l. 11, cp. 3o, 3i, 3a, 33). Ma troppo erano innaspriti gli animi per poterne sperare una durevole tranquillità, e gli uomini saggi temevano ad ogni momento un esito troppo funesto di tai dissensioni j e vedremo tra poco che Gi glio Gregorio Giraldi parve che prevedesse la morte di Gianfrancesco; se pur egli non [p. 657 modifica]SECONDO 6 O'J aggiunse quel passo più anni dopo, e fece il profeta di ciò ch’ era già avvenuto. In fatti nella notte dei’ 15 di ottobre del 1533 Galeotto nipote di Lodovico, seguito da quaranta uomini, sorpresa la Mirandola, ed entrato a mano armata nelle stanze di Gianfrancesco, che, udito lo strepito, e sapendo ciò che avea a temere, erasi gittato ginocchioni innanzi a un Crocefisso, a lui e ad Alberto uno de' figliuoli di esso fece barbaramente troncar il capo, e chiuderne in prigione la moglie e Paolo l’ ultimo de’ figliuoli. Di questo tragico fatto, oltre più altri scrittori, ci ha lasciata la descrizione in una sua lettera Romolo Amaseo (Vit Rom. Amas. p. 60, ec.). Un uomo costretto sempre a menare la vita fra tanti tumulti e fra sì varie vicende, obbligato a cambiar sovente soggiorno, e che oltre più altri viaggi, tre volte dovette far quello dell’Alle magna (J. F. Pici Op.p. 834), come potè mai aver tempo a scriver tante opere, quante pure sappiam ch’egli scrisse Ma dopo la cristiana pietà, di cui fece egli sempre profession sincera e costante, gli studii erano per Gianfrancesco il più dolce conforto nelle sue sventure. Non v’ ebbe uom dotto a que’ tempi, che non avesse per lui un’altissima stima. Ne’ quattro libri di Lettere di Gianfrancesco ne abbiam non poche a lui scritte da Zenobio Acciaiuoli, da Celio Calcagnini, da Battista mantovano, da Matteo Bosso, da Pier Crinito, da Antonio faentino, da Niccolò Leoniceno, da Filippo Beroaldo, da Ercole Strozzi, da Giglio Gregorio Girai di; e tutte son piene di elogii del sapere, della probità e delle altre virtù tutte di Tihaboschi, Voi* XI. 4 [p. 658 modifica]658 unno questo grand1 uomo. Il Sadoleto confessa (Epist. t. 1,p. 360) di non aver conosciuto a suoi tempi principe alcuno che sapesse sì ben congiungere la forza colla ragione, il potere colla modestia, la religione coll armi, un vasto sapere nelle scienze tutte e nell arti colla sollecitudine e coll applicazion del governo. Sopra tutti però il Giraldi e il Calcagnini si stesero ampiamente in esaltare l ingegno, il sapere, gli studii di Gianfrancesco. Il primo, dopo averne accennate le diverse vicende e le guerre, quibus praeter divina et humana jura paterna et avita ditione bis jam ejectus est (evertat Deus ne et tertio, et una ne vita privetur) e dopo aver indicate le opere teologiche e filosofiche da lui composte, si fa a lodarne principalmente le poesie latine, nelle quali però confessa egli stesso ch era più ad ammirare la dottrina e l erudizione che l armonia e l eleganza (De Poetis suor. temp. Op. t. 2, p. 527), Al medesimo Pico dedicò il Giraldi il suo Trattato su Sepolcri degli Antichi, e nella dedica, segnata dalla Mirandola nell aprile del 1533, ricorda l accoglienza amorevole con cui Gianfrancesco ivi avealo ricevuto, quando, dopo il funesto sacco di Roma, corse a ricoverarsi presso di lui. Ma pochi mesi appresso, mentre ivi ancora era il Giraldi, fu testimonio delle tragica morte del suo benefattore, e perciò a piè della lettera stessa soggiunse: Cujus anni mense Octobri infelix Princeps et vita et oppido a fratris filio per nocturnas insidias privatus est, et ego miser omni fortuna exutus vix vivus evasi. Il Calcagnini, oltre le lodi che [p. 659 modifica]SECONDO ÒO9 gli dà in alcune sue lettere Op. p. 105, 111), ne fa un magnifico elogio eh110 11011 posso a meno di non riportare a questo luogo distesamente. Dopo aver parlato di Giovanni Pico, Sed ad hanc, dice (ib. p. 324), quasi haereditariam studiorum famam Joannes Franciscus meliore temperamento success it, utpotc quo nemo acrius in hoc optimarum disciplinarum fastigi um incumbat Nihil est enim in omni Philosophia, nihil in bonis litteris, nihil in poetica, nihil in sacris speculationibus, quod ille non teneat. Religionis arcana quam casto pectore amplexatur et colit Quantum ille in utraque lingua profecit! Tantum vero ad hanc diem posteritati commentationum non minori celeritate quam ingenii felicitate mandavit, quantum non temere alius est ociosa lectione assequutus; ut quisquis ejus monumenta ad cal• aduni vocaverit, nihil eum praeterea in vita molitum esse arbitretur. Rursus si ejus egregia facta plena animi, plena prudentiae, plena fortitudine remetiatur, quantum eum fortuna exercuerit, quos ludos fecerit, nunc avito regno excutiens, nunc revocans; quantum ille nationum peragraverit, quanto ingenio magnoru/n Principuni benevolenti ani et auxilia paraveri t.... quoti si omnia etiam in compendium colli gam, fustam /ustoriani nasci oporteat. Tanta scilicet rerum silva vel fe stillanti se se oggerit quae singula, ne di cani universa, si quis animo concipiat fateatur necesse est, nihil ocii ad scribendum superfuisse. Sed incredibilis illa ingenii vis omnes difficultates superavit, et quae vix fieri posse videbantur, effecit E veramente [p. 660 modifica]660 LIBRO il catalogo delle molte opere, clic lo stesso Pico, ci ha dato in una lettera al suddetto Giraldi, scritta tredici anni innanzi alla sua morte (Op. p. 877), è tale che cagiona stupore il riflettere com’ei potesse scriverne sì gran numero. E ve ne ha d’ogni argomento: poesie latine, Traduzioni dal greco, lettere, orazioni, trattati di amena letteratura, opere teologiche, scritturali, filosofiche, morali, ascetiche. Le più celebri sono i due libri De studio divinae et humanae Philosophiae, i nove De Rerum praenotione, ne’ quali ad imitazion di suo zio combatte le imposture astrologiche, i sei intitolati Examen vanitatis doctrinae Gentium et veritatis Christianae disciplinae, ne quali egli impugna a lungo le opinioni d’Aristotele; e benchè in più cose si discosti ancor da Platone, nondimeno si mostra grande ammiratore di questo filosofo. La maggior parte delle opere di Gianfrancesco, oltre ad altre particolari edizioni. sono state date alla luce più volte in Basilea dopo quelle del zio. Ma molte altre opere di esso si hanno alle stampe, che non si veggono nelle edizioni di Basilea, e il cui catalogo ci è stato dato dal P. Niceron (Mém, des Homm. ill. t. 34, p. i47)* 1° accennerò solo tra esse la Vita e l’apologia di F. Girolamo Savonarola di nuovo data alla luce dal P. Quetif nel 1674. Ma anche il P. Niceron ha ommessi i quattro libri De Amore divino, dal Pico dedicati al pontef Leon X, e stampati in Roma nel i5i6. 11 Brucherò, seguendo il sentimento del Giovio, mostra di avere in assai minore stima il nipote che il zio (Iiist. [p. 661 modifica]SFXOJTDO (561 crit Phil. t 4 j P■ 60). Ma se Gianfrancesco non fu sì erudito e sì profondo come Giovanni, usò in vece più saggiamente del suo ingegno, nè andò perduto dietro alla cabala e alle sciocchezze rabbiniche, come per qualche tempo avea fatto Giovanni (a). XIII. Più follemente perduto dietro alla cabala andò Francesco Giorgio dell’Ordine de’ Minori osservanti, nato di nobil famiglia in Venezia nel 1460, e detto al battesimo Dardi, il qual nome, rendendosi religioso circa il 1480, cambiò in quel di Francesco. Della vita da lui condotta, delle cariche nella sua religion sostenute, della stima a cui giunse pel suo sapere, tratta a lungo il P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 2, p. 332, ec.), il quale ancora dimostra che’ ei non dee incolparsi di error volontario, per aver sostenuta prima della decision pontificia la ragionevolezza del divorzio di Arrigo VIII, e colla testimonianza dell’iscrizion sepolcrale pruova ch’ei morì in Asolo nei 1540. Egli ne annovera ancora le varie opere, e mostra che il Giorgio era assai intendente d’architettura. Tra le dette opere due principalmente destarono gran rumore, e come fecer conoscere (a) Nella librerìa Capilupi, che conservasi in Mantova, trovasi un coJice che contiene alcune poesie di Gianfrancesco. e tra esse alcune inedite, come parecchi inni non mai stampati, ma un poemetto elegiaco di 200 versi, che ha per titolo Miramlulanar Insulae suae detcriptio. Il eh. sig. abate Andres ha preso a darci il catalogo di quella biblioteca, eh’ io desidero di veder pubblicalo, in cui di questo codice ancora ci darà pi il distinte uolizie. [p. 662 modifica]662 LIBRO l’acuto ingegno e la vasta erudizion dell’autore, così dieder motivo a bramare ch’ ei n’ avesse fatto uso migliore. La prima è quella intitolata De Harmonia mundi totius Cantica tria, stampata la prima volta in Venezia nell’an 1525, e poscia più altre volte e anche in diverse lingue tradotta. In essa egli usa ogni sforzo per conciliare insieme la sacra Scrittura, Platone e i Cabalisti) dal qual miscuglio quale strano composto si venisse a formare, ognun può immaginarlo. Chi nondimeno bramasse di leggere le capricciose opinioni del Giorgio, e non avesse coraggio a divorarne l opera tutta, può vederne l estratto che ce ne ha dato il Bruckero (l. c. p. 374)• L’Opera fu poi registrata nelfIndice de’ libri proibiti, e molti autori citati dal P. degli Agostini han preso a confutare gli errori in essa contenuti. Fin da quando ella uscì alla luce, molti la disapprovarono palesemente. Del Padre Frate Francesco Giorgio, scrive il Bembo in una sua lettera a Federigo Fregoso arcivescovo di Salerno de’ 3o deccmbre i535 (Op. t. 3, p. 42)? di crii ragionate col Sig. Abate nelle vostre lettere, buoni dì sono, ch' io quel giudizio ho fatto, che veggo ora farsi da voi; e stimo quella sua Cabala, della quale ha meco tenzonato lungamente esser cosa molto sospetta e pericolosa. Se verrete qui, ve ne potrete chiarire agevolmente, et io allora mi rimetterò in tutto al vostro giudizio. Pare che il Giorgio scrivesse una’ apologia della sua opera; perciocchè d Gregorio Cortese, poi cardinale scrivendo a’ 5 d’aprile del 1537 da Gubbio al Contarini, fra gli altri ragionamenti [p. 663 modifica]SECONDO (>63 nostri, ilice, (Op. t. 1, p. 116), avendo (il Fregoso) la Apologia del Rev. Fra Francesco Giorgio, quella ne ha dato un lungo parlare, ec. E in altra scritta da Mantova al Contarini medesimo a 20 di giugno dello stesso anno (ivi, p. 121): Io fui a' giorni passati in lunghi ragionamenti col Padre Frate Francesco Giorgio, ed in conclusione vista ancora la risposta li ha fatta Vostra Signoria, resta con escusarsi, quod nihil dixit asserendo, sed problematice inquirendo. E in vero a sentir di bocca sua quelle medesime cose, ma dette in altro modo, non hanno tanto di absurdo, a tal che non sapendole, o non volendole scriver meglio di quello, che ha scritto, al giudizio mio sarebbe stato manco male a tacerle. L' altra opera del Giorgio, che diede occasione a molti ragionamenti, fu quella intitolata In Scripturam Sacram Problemata, stampata la prima volta in Venezia nel 1536, e poscia più altre volte ivi ed altrove. Essa ancora è piena di cabala e di Platonismo, e perciò fu essa pur registrata nell Indice, e combattuta da molti. L'autor nondimeno non fu per queste sue opere molestato, poichè egli diè pruove della sua sommissione a’ giudizii della Chiesa \ e fece conoscere che i suoi errori nescevano non già da animo indocile e rivoltoso, ma da una fanatica p re ve 11zion per gli autori da lui seguiti (*). (*) Alcune altre notizie intorno alla vita di Francesco Giorgio si posson \ edere nel Saggio di Memorie degli Uomini illustri di Asolo, pubblicato dal eli. signor conte Pierantonio Trieste de Pellegrini. [p. 664 modifica]664 LIBRO XIV. Tra1 Platonici di questo secolo si annovera ancor dal Bruckero Francesco Patrizii. Ed egli fu certamente adoratore e seguace di quell’ antico filosofo. Ma ei non era uomo a seguir ciecamente le altrui opinioni. Fornito di vivissimo ingegno, e avido di tentar vie non più battute, tutto quasi sconvolse il sistema della filosofia, propose nuove opinioni, e troppo angusto riuscendogli il campo di una scienza sola, fu a un tempo medesimo filosofo, geometra, storico, militare, oratore, poeta; e appena vi sarà capo di questa Storia, in cui non si debba di lui ragionare con lode. Un uomo di tal carattere meritava di avere un diligente scrittore della,sua Vita. Ma egli 11011 Elia avuto finora, e io perciò sforzerommi di raccoglierne, come meglio mi venga fatto, le più sicure notizie. Francesco Patrizi ei a nato nell’ isola di Cherso, che con un ponte congiunta a quella di Osero forma un’ isola sola posta fra le coste dell’Istria e della Dalmazia. Il Fontanini (fi ibi. Colle note d Ap. Zeno, t. 1, p. 100), e più chiaramente il ch. sig ab Alberto Fortis (Saggio d Osservaz. sopra Cherso ed Osero, p. 157) dimostrano ch’egli medesimo in qualche passo delle sue opere ha indicata la sua patria, e il secondo innoltre ha scoperto ch’ei fu veramente della famiglia de Petris detta poi Petrizia e Patrizia. Francesco nondimeno vantavasi di discendere dalla famiglia de’ Patrizii sanesi, perciocchè chiama Siena l'antica sua patria (Paralleli, milit. t. 1, l. 3, c. 3). Ei nacque nel 1529. E perciò al principio della sua Nuova Filosofia egli scrive Salutis an. i5S8. actatis [p. 665 modifica]SECOLO 665 STiae 58. In età di nove anni partito dalla patria Epist. nuncupat. t. 1, Discuss. peripat.) venne a Padova per coltivare le lettere e le scienze. Egli nomina in più luoghi delle sue opere alcuni professori che ivi erano allora, e alcuni illustri condiscepoli che vi ebbe, e tra’ primi veggiamo Lazzaro Buonamici (Epist. nuncup. pars 6, Pancosmiae), tra’ secondi Niccolò Sfondrati che fu poi Gregorio XIV, Paolo di lui fratello, i cardinali Girolamo della Rovere, Scipione Gonzaga, Agostino Valerio (Epist nuncup. Nov. Philos. et Pompsychiae pars 5, Pancosmiae pars 6, ec.). Ei però non dà il titolo di suo maestro che a Francesco Robortello: IL Robortello mi fu maestro, ed io gli son compare (Dialoghi di Stor. p. 6); e a Marcantonio Genova: Marcus Antonius Janua, quem nos aliquot annis audivimus (Discuss. peripat. I. i, /. 9, p. 113). È probabile però, che altri professori ancora egli udisse, e fra gli altri il suddetto Buonamici antecessore del Robortello. Fin dal 1553 diede alla luce in Venezia alcuni opuscoli col titolo: La Città Felice: Dialogo dell onore: Discorso della diversità de furori poetici: Lettura sopra un Sonetto del Petrarca. Circa il 1554 r compiuti gli studii, tornossene alla patria, e di questo suo viaggio e del poco lieto frutto che ne raccolse, ci parla egli stesso: L'anno 50 passato, dice egli (Dial, di Stor p. 54), entrato già inverno, ritornando io da Roma giunsi a Bologna, et fui ad albergo con M. Camillo Strozzi da Mantova, che quivi era a studio. Quindi dopo aver raccontato ciò che lo Strozzi detto [p. 666 modifica]f<5() unno ¿ili avea delle sue Vicende, et io dall altro canto, continua, gli narrai, che partito da Padova, et ito a casa, assalito da malinconia, era stato preso da febbre quartana, et che dopo undici mesi guaritone per consumare le rintanai zie di quel maligno humore havea cercato (non m intendo di Medicina) non conveniente rimedio a lui, che fu il ritirarmi in solitudine, nella quale m' era vivuto romito più di un anno, et che quivi in consolazion di quegli umori mordenti avea studiato alquanto; et che poi venutami a noia quella vita, varcate ottanta miglia di mare, era passato in Ancona, et quindi stesomi fino a Berna, dorulc spedila una bisogna me ne ritornava allora. Pare ch’egli tornato in Italia e ristabilitosi in Padova, pensasse ad ottenere la protezione de’ duchi di Ferrara, pubblicando nell an 1557 in Ferrara L Eridano in nuovo verso eroico, ch è in somma un panegirico della casa d’Este. Il verso che qui dal Patrizii si dice nuovo, ma veramente era già stato usato da altri fin dal secolo xiv (V. Fontari. i. ciL t 1, p. 235), e di tredici sillabe, e tronco nel mezzo, come il seguente: O sacro Apollo tu, che prima in me spirasti. Allora però il desiderio del Patrizii non ebbe effetto. L’an 1560 egli era in Venezia, come raccogliam dal principio de’ suoi Dialoghi sulla Storia ivi in quell’ anno stampati. Andossene poscia in Cipro nel 1561, e da una lettera di Luca Contile abbiamo ch’ei vi era giunto alcuni mesi innanzi al finir di quell’ anno (Contile, Lett. t p. 331); da un altra, che già nera [p. 667 modifica]setOTcno GG7 loniato nell’ agosto dell' anno seguente (ivi, p. 389)). Ma nell’ anno stesso ei fece colà ritorno: Anno MDLX1I t dice egli stesso (Pancosm. l. 24), nos in Cyprum navigaturi, ec. Questo secondo soggiorno fu assai più lungo, ed egli non ne tornò che l’an 1568 insieme con Filippo Mocenigo arcivescovo e primate di quell isola (ib.). Questi due diversi suoi viaggi in Cipri sono altrove ancora da lui accennati (ib. I. 3o)j ed egli innoltre si duole di aver passati senza alcun frutto in quell'isola oltre a sette anni, abbandonando ogni pensiero degli amati suoi studii, solo per attendere agli altrui vantaggi (Praef. ad vol. 4 Discuss. peripat.). Il ritorno in Italia non potè ottenere al Patrizii quella pace ch egli bramava. Qualunque ragion se ne fosse, ei dovette viaggiar per la Francia e per la Spagna, e questo viaggio fu certamente prima del 1571, perciocchè ei ne fa menzione nella prefazione al primo tomo delle sue Discussioni peripatetiche in quell anno stampate, e dice aver in esso impiegati sei mesi. A disagi del viaggio si aggiunser quelli della guerra di Cipri, dalla quale egli si duole di aver ricevuti danni grandissimi, e pare che fra le altre cose perdesse in quella occasione parecchi libri, poichè ei nominando un libro di Giovanni Filopono, Quem nos, dice, ex Cyprica calamitate eripuimus (Discuss. peripat vol. 1, l. 10). Il che ancora c indica ch ei fosse presente alla caduta di quell isola in man de Turchi, il che accadde nel 1570 e 1571. Poichè fu di ritorno in Italia, sen venne a Modena, ov’ei confessa d’aver trovata una sicura [p. 668 modifica]GG8 Mino quiete e un dolce compenso alle sue passate sventure nella compagnia di Alessandro Baranzone nobile modenese e della celebre Tarquinia Molza e di altri suoi antichi amici (praef ad vol 4 Discuss. peripat.). Ma questo riposo ancora non fu di lunga durata; e nell’an 1574 il troviam di nuovo, senza saperne il motivo, in viaggio da Genova in Ispagna (Pancosm. l. 24). Di questo secondo viaggio a quel regno parla egli stesso, e accenna i danni che vi sostenne: Rapito da fiero vento delle mie disavventure fui portato un altra fata in 1 Spagna, donde dopo tre anni di continui travagli, privo di un tesoro di antichi libri Greci scritti, ritornato in Italia sono stato chiamato, scriv egli al duca di Ferrara Alfonso II, sotto la sua magnanima protezione, sotto la quale ella ha raccolto tanti huomini egregi in ogni nobile disciplina, che non è Principe alcuno, che possa dire di andarle al pari (Dedica della Milizia Rom.). In fatti il Borsetti (ili st. Gymn. Ferr. t. 2, p. 202) lo dice chiamato a Ferrara a spiegare la filosofia in quella università l’an 1578: e aggiugne ch’egli vi si trattenne fino al 1592. Dal che però non so come egli tragga che il soggiorno del Patrizii in quella città fu di 12 anni. Certo lo stesso Patrizii dedicando la sua Nuova Filosofia a Gregorio XIV nel 1591, ed esortandolo ad ordinare che in tutte le scuole cattoliche si spiegasse Platone, dice: quod nos per annos XIV fecimus Ferrariae. Clemente VIII! chiamollo a Roma, appena fu eletto pontefice, e benchè alcuni dotti Peripatetici, a’ quali pareva che la sola filosofia aristotelica fosse [p. 669 modifica]secondo G6g conforme alla Religion cristiana, e fra essi il cardinal Bellarmino, si dichiarasser contrarii alle opinioni di Platone, volle però, ch’ egli fosse pubblico professore di filosofia platonica j nel qual impiego con sommo applauso durò fino alla morte, da cui fu preso nel febbraio del 1597 (*)• XV. Tal fu la vita di Francesco Patrizii, di cui si può dire che fosse uom dotto a dispetto della fortuna che solo negli ultimi anni gli permise di menar vita tranquilla. Molte, come abbiamo accennato, e di genere tra lor diverse sono le opere di questo ingegnoso scrittore j e della maggior parte di esse ragioneremo in altri capi di questa Storia. Qui direm solo di quelle due che propriamente appartengono alla filosofia, la prima delle quali è intitolata Discussiones Pc~ ripatsticae, la seconda Nova de universis Philosophia. In quattro tomi è divisa la prima, e il primo tomo ne fu stampato in Venezia nel i5jjf (*) In questo ducale archivio parecchi monumenti si trovano appartenenti al Patrizi. E primieramente una carta autentica di citazione segnata in Venezia a' a5 di maggio del t5y3, per una lite insorta tra lui e una certa Madama Dianora Pugliese, colla quale pare cho egli avesse stretta società, per fare a comuni lino speso Stampare le Imprese, e /’ Indice degli Uomini Illustri del Ruscelli. E inoltre una lettera alla celebre Tarquinia Molza scritta in Ferrara a’a5 settembre del i5y8, in cui f istruisce de’movimenti della luna; un’altra al sig. Cornelio Bentivoglio sii una sua invenzione per separare Jxeno in Pò a foiza di barconi carichi di terra e incatenati l’un l’altro, che vadano a fondo del fiume; e finalmente parecchie lettere a lui scritte dal duca Alfonso li, dappoiché il Patrizi passò a Roma, le quali fanno conoscere quanto da quel principe ci fosse amato c stimato. [p. 670 modifica]670 LIBRO c tulli poi insieme riuniti in Basilea dieci anni appresso. In essa sembra che al principio ei voglia illustrare Aristotele, di cui nel primo tomo con erudizion singolare, e forse fin a que tempi non mai veduta, ricerca la vita, i costumi e le opere e le diverse vicende della dottrina; ma poscia contro di lui si scaglia furiosamente, e mostra ch’ei si è dipartito dalla dottrina de più antichi e dei migliori filosofi; che ha travolte e guaste le loro opinioni; che le stesse opere di Aristotele sono state adulterate da' discepoli e da’ seguaci di esso. Non pago il Patrizii di avere così atterrata la filosofia peripatetica, volle egli fondarne una nuova, o a dir meglio rinnovar la platonica, ma con que cambiamenti che a lui parvero opportuni. Ciò egli eseguì coll’ altra sua opera poc’ anzi citata, a cui perciò diede egli il titolo di Nuova Filosofia. Ella è divisa in quattro parti; la prima intitolata Panaugia ossia della luce, la seconda Panarchia cioè dei principii! delle cose, la terza Pampsychia o dell’ anima; la quarta Pancosmia cioè del mondo, con altri opuscoli attribuiti a Zoroastre, a Trismegisto, ad Asclepio da lui tradotti, ed altri trattatelli dello stesso argomento. La Filosofia del Patrizii è in somma la stessa che la platonica, ma più cose egli vi aggiugne del suo, e adotta spesso i principii del Telesio, di cui diremo tra poco. Il sistema da lui proposto, che non è altro, a dir vero, che un composto (d inutili sottigliezze e di sogni, si può vedere esposto in breve dal Bruckero e dagli altri autori da lui citati (Hist PhiL t p. 425, ec.j Supplem. p. 754, ec.); [p. 671 modifica]SECONDO Q'J 1 nè può essere di alcun vantaggio il qui ripeterlo. Ma se egli non è sluto l’elice ne’ suoi pensamenti, gli si dee almeno la lode di avere assai ben confutati parecchi errori d’ Aristotele e di altri antichi filosofi. Innoltre non gli si può negare la gloria di essere stato un de’ primi ad osservare attentamente i fenomeni della natura. In varii passi delle sue opere egli ci narra le osservazioni che fatte avea ne' suoi viaggi in Cipro, in Corfù, in Ispagna, nella sua patria e sulle montagne del modenese (Panaug. l. 3: Pancosm. l. 15, 27), intorno alla luce, al flusso e al riflusso e alla salsedine del mare, e intorno a più altri punti dell’ astronomia, della meteorologia e della storia naturale. Egli ci addita innoltre negli antichi filosofi molte opinioni che poi da' moderni sono state di nuovo proposte e con più felicità sostenute, e fra le altre veggiamo da lui accennato il sistema del diverso sesso delle piante (Discuss. peripat. t. 2, l.5 sub fin.)* Egli si sollevò ancora sopra i volgari pregiudizii, rigettando l astrologia giudiciaria che avea tuttora molti seguaci (Pancosm. l. 21). Vastissima è l’erudizione che nell’opere del Patrizii si scorge, non sol riguardo ai filosofi antichi, ma ancor riguardo a’ moderni. Ei ragiona dei’ sistemi astronomici di Copernico 7 di Ticon Brahe, del Fracastoro, di Giambattista Torre (ib. l. 12); ei nomina tuttii i moderni autori che scritto aveano del flusso e del riflusso del mare, alcuni de quali appena or son conosciuti, cioè Federigo Grisogono, che due anni avanti alla nascita del Patrizii, primo fra tutti, avea su ciò pubblicato un [p. 672 modifica]672 LIBRO libro, Federico Delfino, Giulio Cesare Scaligero, Agostino Cesareo, Giammaria Benedetti, Girolamo Borro, Annibale Raimondi, Niccolò Sagro (ib. l. 28)3 ei si mostra in somma versatissimo nelle materie delle quali ragiona, e negli autori che ne hanno innanzi a lui ragionato. Nè solo nelle dette due opere, ma in altre ancora diede il Patrizii a conoscere il vivo^ed ardito suo ingegno. Ne’ Dialoghi della Storia vi ha quello intitolato il Contarino, in cui introduce un vecchio Romito egiziano che parla della creazione e della futura rinnovazione del mondo con oscure espressioni platoniche, ma in modo che fra le tenebre stesse si scorgon certi raggi di luce, che guidano allo scoprimento della natura. Più degno ancora d’osservazione si è il primo dei’ suoi Dialoghi sulla Rettorica, intitolato il Lamberto. È noto il capriccioso sistema dell inglese Burnet che l’an 1681 pubblicò in Londra l’opera intitolata Telluris Theoria Sacra, in cui sostiene che la terra fu dapprima creata eguale nella sua superficie, senza valli, senza montagne, senz acque di sorta alcuna; che queste eran racchiuse entro la terra stessa; che Dio per innondarla coll’universale diluvio, aprì que’ fonti e quegli abissi, e che da essi sgorgando le acque, la coprirono tutta, e quindi poscia ne vennero e i mari e i fiumi e i monti, e tutte quelle disuguaglianze che sulla terra si veggono. Or questo sistema, che fu rimirato come un sogno ingegnoso dell inglese scrittore, tutto è preso dal mentovato dialogo, ove finge il Patrizii che un tal racconto si legga negli antichi Annali Etiopici, e che un Etiope lo riferisse in [p. 673 modifica]SECOLO 67 3 Ispagna al co. Baldassar Castiglione. Egli è vero che presso il Patrizii la narrazione è mista colle favole mitologiche, e il diluvio si attribuisce a Saturno e a Giove. Ma così dovea egli fare, volendo porre il racconto in bocca a un idolatra. Del rimanente il sistema è lo stesso, e per non allungarmi di troppo, eccone in pruova un breve tratto: Col quale horrendo crollamento, e fulminamento aprendo in molti luoghi la terra e rompendola, ella cadde tutta nelle proprie caverne di sotto, et se medesima assorse et riempì. Da che avvenne, che ella et minor divenne, et s'allontanò per infinito spatio dal Cielo, et seppellì se in se stessa, et tutte le cose, che erano dentro a lei. Et gli Elementi, che più si trovaron alti, furono dal peso di lei, e dal ri stringimento delle parti spremuti fuora; et secondo che più ciascuno era leggiero et puro, volò più alto, et più al Cielo s avvicinò. Ma quelle parti di loro, alle quali fu chiusa l uscita dalle ruine, che occuparono le caverne, si rimasero sotto, tale nelle medesime caverne prime, et tale anche mutò luogo. Et è avvenuto, che dove maggior mole di terreno cadde, et non poteo essere dalle caverne inghiottito, rimase eminente, et poi calcato del suo proprio peso, et dal freddo per la lontananza del cielo condensato, è monte et sasso divenuto. Et dove nel cadere svallarono le gran moli della spezzata terra, rimasero da lei scoperte le acque, onde furono i mari, i laghi, i fiumi, e le grandi, et piccole Isole, et gli scogli sparsi per lo alto mare. Et i metalli, l'oro, l'argento, et gli altri, che erano Tiuàboschi, Voi. XI. 5 [p. 674 modifica]G:\ Limo nel primo tempo (alberi bellissimi et preciosissimi, rimasero dalla ruina ricoperti, ec. (Della Rettor. p. 6, ed. Ven. 1562). Di cotai pensamenti ingegnosi, o utili ritrovati, nati in Italia, ma poi trasportati altrove, e creduti frutti di altro terreno, vedremo in avvenire più altri esempii. Un uom così libero nel pensare, e sì dichiarato nemico del Peripato, come era il Patrizii, non è da stupire che avesse molti nimici. Teodoro Angelucci natio di Belforte nella Marca di Ancona, medico e filosofo illustre de’ tempi suoi, della cui vita si potran vedere esatte notizie presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 770) e presso Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 87), fu un de’ più ardenti nell’ oppugnarlo. Il Patrizii si difese da se.medesimo indirizzando una sua apologia a Cesare Cremonino, che fu stampata nel i584Ma più fortemente ancora fu difeso il Patrizii da Francesco Muti cosentino, che 1’anno i583 diede alla stampe in Ferrara cinque libri di Dispute, o a dir meglio d’invettive contro dell Angelucci. Il de Thou aggiunge che innanzi alla morte ei fu costretto a ritrattare più cose da lui insegnate nella sua Nuova Filosofia (Hist l. 1 19). Ma ciò mi sembra poco probabile poichè quell’ opera fu pubblicata insieme colle postille di un certo F. Jacopo da Lugo, affin di correggere, o di spiegare ciò che in essa non paresse conforme alla cattolica Religione. Oltre le due opere e le versioni poc’anzi citate, il Patrizii ci diede ancora tradotte dal greco in latino le Opere di Proclo e il Comento di Filopono sulla Metafisica d’Aristotile. [p. 675 modifica]. SECONDO 6^5 XVI. Mentre il Patrizii sosteneva a un tempo la filosofia di Platone, e insieme ardiva di proporre nuovi sistemi, Bernardino Telesio, mal soddisfatto di Platone non meno che di Aristotele, ma pur credendo che convenisse aver tra gli antichi chi ci guidasse allo scoprimento del vero, pensò di rinnovare il sistema di Parmenide, che al caldo e al freddo, come a due generali principii della natura, riduceva ogni cosa, da lui stesso però allontanandosi non rare volte, e seguendo più il suo ingegno che l altrui scorta. Io non ho potuto veder la Vita, che di questo filosofo ha scritta e stampala Giangiorgio Lottero, ma un diligente compendio ce ne ha dato il Bruckero (t 4? P- 449* ec)> di cui, e insieme di ciò che dopo altri autori napoletani ne ha scritto il march Salvatore Spiriti (Scritt. cosent, p. 83, ec.), mi varrò io a questo luogo. Era Bernardino natio di Cosenza e uscito d'illustre famiglia, e nipote di quell’Antonio professore di belle lettere, di cui altrove diremo. Nato nel 1508, secondo il Lottero, o nell'anno seguente, secondo il march Spiriti, sotto la direzione del zio, che allora teneva scuola in Milano, fece in questa città i suoi studii, e nell’amena letteratura, nelle lingue greca e latina, e nella filosofia si avanzò felicemente. Passato col medesimo zio a Roma nel i5:ì5, fu involto due anni appresso nelle sciagure del sacco a cui quella città fu soggetta e spogliato di ogni suo avere, fu ancora racchiuso in carcere, da cui poscia fu tratto per opera di Bernardino Martirano, che avea servito da segretario al Borbone. Ritiratosi allora a Padova, tutto si diede [p. 676 modifica]CyO t.Bno 0 alla filosofia e alla matematica, ed ebbe a maestri Girolamo Amalteo nella prima, Federigo Delfino nella seconda. Tornò poscia a Roma, ove si strinse in amicizia co’ più dotti uomini che allor vi fiorivano, e principalmente con Ubaldino Bandinelli e con Giovanni della Casa, e fu così caro al pontef Pio IV, che questi volle a lui conferire la Chiesa arcivescovil! di Cosenza: ma egli scusatosene, ottenne in vece che fosse a quella dignità sollevato Tommaso suo fratello. Egli ritiratosi in patria in età avanzata, vi prese moglie, e n’ebbe più figli. Per attendere con più quiete a suoi studii, si stette per qualche tempo in un monastero di s Benedetto, cioè, com'io credo, in quello di Seminara, ove vedremo ch’ei fu trovato dal P. abate D. Angelo Grillo. Vuoisi chei fosse ancora chiamato a professare pubblicamente la filosofia nell università di Napoli. Ma ciò dovett’essere per breve tempo; perciocchè ei visse per lo più in Cosenza, ove ancora fondò l accademia che dalla stessa città ebbe il nome di Cosentina. Finalmente afflitto e dalla morte d’uno de suoi figli, crudelmente uccisogli da un sicario, e da’ contrasti che vide levarsi contro la sua filosofia, finì di vivere in Cosenza nel 1588. Queste ed altre più minute notizie intorno alla vita del Telesio si potran vedere più a lungo distese presso i suddetti scrittori. Io passo a dir brevemente delle opere e delle opinioni di esso; intorno a che nondimeno ha già parlato sì a lungo il Bruckero, che a me può bastare il darne un semplice saggio. Egli spiegò e propose le sue idee nell opera intitolata De rerum natura juufa [p. 677 modifica]srxoxuo C77 propria principia, di cui pubblicò dapprima in Roma due libri nel 1565, che poi crebbero fino a nove nell’ edizion di Napoli del 1586. Egli non cede al Patrizii nell' impugnare vigorosamente Aristotele, e si attiene, come ho accennato, al sistema di Parmenide, affermando che il caldo e il freddo sono i principi! 9 da cui ogni cosa si genera, e ad essi aggiugnendo, ciò che Parmenide non avea fatto espressamente, quasi un terzo principio, la materia in cui essi operano. Quindi dal freddo ei deriva e fa nascer la terra e tutti i corpi terreni, dal caldo il sole, le stelle e tutti gli altri corpi celesti, e dall'attività e fecondità di amendue, e dal contrasto continuo che fan tra loro, egli ripete tutti i diversi fenomeni della natura. Questo sistema da lui proposto nella detta sua opera, fu da lui svolto ancora in più altri trattati particolari che venne poi pubblicando, come ne’ libri De his quae in aere fiunt et de terrae motibus, De Mari, De Colorum generatione, e in altri opuscoli pubblicati dopo la morte di Bernardino da Antonio Persio, de’ quali, oltre i mentovati scrittori, ci ha dato il catalogo il P. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 30, p. 108, ec.). Finchè egli altro non fa che impugnare Aristotele, ei si mostra ingegnoso e dotto filosofo ma non è egualmente felice nello spiegare e sostenere il sistema da lui abbracciato e perciò a ragione Bacone da Verulamio lo dice miglior nel distruggere che nell1 edificare (Praef'adIlist. Venlor.). Questo dottissimo Inglese però, benchè in più passi delle sue opere combatta il Telesio e ne rigetti le opinioni, non isdegnossi'però di esaminarne [p. 678 modifica]678 Liimo il sistema nel suo libro De principiis atque originibus, ec., ove dopo averne confutate le opinioni, conchiude dicendo che ciò non ostante il Telesio dee aversi in concetto di gran filosofo, di ricercatore del vero, e del primo fra tutti coloro che tentarono nuove vie: De Te- • le sìa autem bene sentimus, atque eum ut a/natorem veri taf is, et scientis utilem, et nonnullorum placitorum emendatorem, et novorum hominum primum agnoscimus. Elogio, per vero dire, assai luminoso e per le lodi che contien del Telesio, e pel merito del lodatore. L’ardir ch’ebbe il Telesio di contraddire ad Aristotele, gli eccitò contro molti nimici in quel secolo in cui credevasi che la verità avesse parlato per bocca di quel filosofo. Il march Spiriti accenna i libri contro di lui pubblicati da Antonio Solino mantovano, che si conservan tra’ Codici mss. del Magliabecchi, da Jacopo Antonio Marta napoletano, da Andrea Chiocco medico veronese e da altri. A’ nemici di esso si può aggiugnere il P. ab Grillo mentovato poc’anzi, il quale in una sua lettera, parlando di non so qual matematico, dice: Nè mi son maravigliato dell ingegno, quando ho veduto, ch egli è della Scuola Telesiana; il cui maestro vidi io in Seminara, mentre assai giovinetto passava a Messina, e ragionai seco. Parlò d Aristotile, non dirò colla lingua, ma coi piedi: tanto basti: spiegò poscia un gran fascio di manoscritti, li quali mettendo in ordinanza, quasi macchine militari, contro la dottrina Peripatetica, mi fe sentir di molti schioppi e di molte bombarde, tutti però senza palla per quel [p. 679 modifica]REC OS DO C"i) poco, che potei giudicare in quell' età e in quella occasione, che il tutto appunto si risolse in gran tuoni et in gran fumi et in gran fiamme (Lett. t. 2 ì p. 284 j cd. f en. 1612). Ma numero non minore di ammiratori e di apologisti ebbe il Telesio, e fra essi il Patrizii che ne abbracciò molte opinioni, e ne parla spesso con molta lode. Niuno però con più calore prese e difenderlo che il celebre Campanella, il quale usò di ogni sforzo per propagarne e confermarne il sistema. Ma di lui diremo nel secol seguente. Deesi finalmente al Telesio la lode di scrittore non solo dotto, ma ancor elegante perciocchè le opere filosofiche di esso sono in uno stile assai più colto di quelle degli altri filosofi, e se ne hanno alcuni versi latini assai belli, riferiti dal suddetto march Spiriti. XVII. Il Patrizii e il Telesio ebbero il non usato coraggio di muover guerra ad Aristotele. Ma non osarono di sollevare la fronte contro tutta l antichità, e parve loro di non poter esser filosofi, o almeno di non potere ottener plauso tra’ dotti, se non prendessero alcun degli antichi a lor guida; e si fecer perciò seguaci il primo di Platone, di Parmenide il secondo, benchè pure da essi ancora realmente in più cose si discostassero. La gloria di scuoter del tutto ogni giogo, e di non riconoscere altra scorta che il loro ingegno, era riservata a due uomini straordinarii ch ebbe in questo secol l Italia, e a’ quali, o si riguardino i loro pregi, o i loro difetti, sarà difficile il trovare gli uguali. Io parlo di Girolamo Cardano e di Giordano Bruno, che parvero amendue destinali [p. 680 modifica]68o LIBRO a mostrare col loro esempio fin dove possan giunger le forze non men che l’abuso dello spirito umano. Il Cardano scrisse egli medesimo la sua Vita insieme col catalogo delle sue opere e convien confessare che non vi è forse mai stato scrittore che abbia dissimulati meno i suoi proprii difetti. E veramente non si vide mai uomo più strano di lui, e in cui si vedessero con capricciosa unione intrecciati ingegno acutissimo e fantasia sconcertata e travolta, animo coraggioso ed ardito e puerile superstizione, disprezzo delle ricchezze e insofferenza della povertà, pietà e irreligione, vizii in somma e virtù in gran numero, e che sembrano non potere insieme accordarsi. Il Bruckero si duole a ragione (l. c. t 5, p. 63) che niuno ne abbia scritta esattamente la Vita; giacchè (quella dello stesso Cardano non è distesa secondo l’ordine cronologico, ma va scorrendo per varii capi le sue vicende, le sue virtù, i suoi onori, ec. A me non è lecito nell’ ampiezza di questo argomento lo stendermi a far minute ricerche, e ne dirò sol quanto basta a fare in qualche modo conoscere questo rarissimo uomo, raccogliendo dalla Vita medesima e da altre opere di esso le più importanti notizie. Fu egli milanese di patria, ma nacque in Pavia non nel 1508, come dopo altri afferma ancor l’Argelati (Bibl. Script. medioL t. 1, pars 2, p. 308), non avvertendo all’errore corso nella Vita del Cardano, ma nel 1501 a’ 24 di settembre, come in due altri passi delle sue opere dice egli stesso (l. De Exemplis Geniturar. n. '19; l. 12 Geniturar. n. 8). Ebbe a padre [p. 681 modifica]SECONDO GSI Fazio Cardano giureconsulto, medico e matematico, e uomo di molto ingegno, morto nel 1524 in età di 79 anni (V. Argel. l. c.). La madre fu Chiara Micheria, e non è ancor ben certo s’ei nascesse di legittimo matrimonio. Ne muove sospetto ciò ch’egli narra (De'felicit capienda ex advers. l. 3,c. 2); cioè che sua madre per altrui ordine fu costretta a tentare con varii rimedii l aborto; e molto più ciò che aggiugne il Bruckero, citando un passo del Cardano, ch’io non ho potuto trovare, cioè che Fazio essendo vecchio e vedovo, la prese in moglie. Perciocchè nel 1501 non poteva il Fazio dirsi vecchio, contando egli allor solamente 56 anni di età. Il suo nascere fu il! principio delle sue sventure, perciocchè convenne estrarlo a forza dal sen della madre. Egli fa una lunga enumerazione delle sue disgrazie, delle malattie a cui fu ne’ primi anni soggetto, delle cadute in cui corse pericolo della vita, del rigore con cui fu trattato dal padre (ib. et de Vita sua), e di altre somiglianti vicende, delle quali non giova il cercare minutamente, anche perchè possiam dubitare che il Cardano confonda spesso le cose sognate colle accadute. Il padre gli diè la prima idea degli studii di aritmetica, di astrologia, di geometria, nelle quali scienze era versato assai. Quindi in età di circa 20’anni andossene all università di Pavia, e ivi applicossi alla filosofia e alla medicina; e diede tai pruove d’ingegno, che più volte fu destinato a supplire all’assenza or di uno, or di altro lettore. Nell’anno 1524 recossi a quella di Padova, e [p. 682 modifica](38a libro al fine dell’ anno stesso ne fu eletto rettore. Due anni appresso si ritirò a continuare tranquillamente i suoi studii nella Pieve del Sacco sul Padovano, attendendo che più lieti giorni sorgessero a Milano sua patria, già da più anni turbata e sconvolta dalle pestilenze e dalle guerre. Venne a Milano nel 1529, e cercò di essere ammesso nel collegio de’ medici; ma rigettatone e disgustato per più altre ragioni, tornossene alla Pieve del Sacco, ed ivi nel 1531 prese in moglie Lucia Bandarina. Ma questo matrimonio gli fu origine di grandi amarezze; perciocchè il primo de suoi figli, accusato di aver tentato di avvelenar la moglie, fu decapitato in prigione; un altro visse da libertino, e il padre fu costretto a farlo incarcerare più volte e a diseredarlo. L’anno seguente fece ritorno in Lombardia, e fermossi per 19 mesi in Gallarate nella diocesi di Milano, ove fu ridotto a tali strettezze, che cessò di esser povero, dic egli stesso, perchè nulla più gli rimase. Nel 1533 trovò qualche sollievo nella lettura di matematica, che in Milano gli fu assegnata. Fu ancor richiesto dall’ università di Pavia, affinchè fosse ivi professore di medicina; ma veggendo che non v’era speranza di toccare stipendio di sorta alcuna, se ne scusò. Ricusò ancora più altre offerte che gli furono fatte; e solo accettò la cattedra di medicina in Milano nel 1543, dopo aver finalmente ottenuto qual Irò anni prima di essere ascritto al collegio dei medici. Cadutagli a terra la casa nel 1544, gli convenne accettar l’invito di tenere scuola in Pavia; ma due anni appresso, [p. 683 modifica]SECONDO G83 poiché non traeva alcun frutto dalle sue fatiche, tornossene a Milano. Il celebre anatomico Andrea Vesalio invitollo nel 1 *>.47 a nome del re di Danimarca in quel regno, offrendogli 800 scudi di annuo stipendio, oltre il vitto. Ma egli per non esporsi alla diversità del clima e della Religione, se ne scusò. Non cosi ricusò egli l’invito dell’arcivescovo di S. Andrea primate del regno di Scozia, che infermo da lungo tempo, e non trovando tra medici di quel regno che gli rendesse la sanità, volle avere il Cardano. Andovvi egli nel 1.552, e ottenuta felicemente la guarigion del prelato, n ebbe una splendida ricompensa; e più ampie offerte gli furon fatte, se avesse voluto fermarsi. Ma ei volle tornare a Milano, e rigettò più altri onorevoli inviti del re di Francia, del duca di Mantova e della regina di Scozia. Nel i5:u) passò di nuovo a Pavia, e indi nel 1562 a Bologna, ove continuò insegnando fino al 1570, nel qual anno a’ 14 di ottobre fu chiuso in carcere. Qual fosse il motivo di tal prigionia, non abbiamo indizio a conoscerlo. Solo ei ci dice che vi fu trattato assai civilmente, e che, trattane la perdita della libertà, non ebbe altro disagio. Dopo 77 giorni fu rimandato a casa, ma a patti che non potesse uscirne; e per ultimo, dopo altri 86 giorni liberatone, da Bologna passò a Roma nel settembre del 1571, ov egli fu ricevuto nel collegio de’ medici, ed ebbe annua pension dal pontefice. Questo è il compendio della sua Vita che il Cardano stesso ci ha dato, ed ei lo scrisse nel 15*^5 ^ un anno solo innanzi alla [p. 684 modifica]084 LIBRO sua morte accaduta ai 21 di settembre del 1576, se crediamo al de Thou (Hist. l. 62), il quale aggiugne che per morire nel giorno stesso in cui egli avea predetto, il Cardano colla fame procacciossi la morte. Ma nè questo storico ha ben fissato il giorno della morte di esso poichè lo stesso Cardano accenna l ultimo testamento ch ei fatto avea nel 1 d ottobre del 1576 (De Vita sua, c. 36) (fl), lino al qual giorno perciò certamente egli visse j e il Cardano si può vantar di tutt altro, che di aver pronosticato il dì di sua morte, perciocchè egli chiaramente ci dice di dover morire o ai’ 5 di dicembre del 1573, o a’ 23 di luglio del 1571 (l. 12 Geni tur. n. 8). XVIII. Ma come potrem noi formare il carattere di quest uomo straordinario? Se ne chiediamo a lui stesso, sembra ch egli ancora o non sappia, o non voglia spiegarcelo. Così egli si contraddice, e or ci si dipinge in una, or in altra maniera. Ei confessa d esser poco divoto De Vita sua, c. 13), e altrove dice di esser osservantissimo del divin culto e della Religione (ib. c. 22), e ci dà anche pruove non solo della sua pietà, ma ancora della sua superstizione, narrando che per istruzione avuta dal padre ei soleva il primo di aprile alle ore otto della mattina dire un Pater e un Ave Maria, {a) Il Cardano dovette morire poeo dopo aver fatto P ultimo suo testamento, perciocché ei morì certamente nello stesso anno 1^76, come, colla testimonianza <fi Giamhatista Selvatico scrittor di que’ tempi, ha provalo il P, ab. Casali (Cicereii Dpist. t. 1, p. 34)• [p. 685 modifica]SECONDO 085 perchè in quel punto era sicuro di ottenere qualunque grazia chiedesse ib. c. Ò'j). Dice di aver rigettate non poche vantaggiose proferte fattegli da molti principi, come sopra si è detto, e insieme confessa di aver avuta una furiosa passion nel giuoco fino a perdervi la riputazione, il tempo e la roba (ib. c. 19). In un luogo modestamente protesta di conoscere la sua ignoranza (ib. c. 13), e altrove si vanta di poter con ragion rammentare le sue proprie lodi (l. 12 Genitur. n. 8). Che più? Nel descrivere che fa egli stesso la sua propria indole, le attribuisce tali inclinazioni, che non sembrano potersi unire nello stesso soggetto, e insieme parla sì male di se medesimo, che da questo medesimo si raccoglie lo strano uomo ch’egli era. Ecco il bel carattere ch’ ei forma delle disposizioni sue naturali, ricevute secondo lui dalle stelle: Facit ¡"¡tur ad manuum opificia aptum, animo philosophico, et„icicntiis accommodato, ingcniosum, elegantoni, benemoratum, voltip Ut ari uni, lactum, pium, fidum, sapientiae amatorem, meditabundum, varia machinantem, mente praestanti, ad discendum pronum, ad officia proniptuni pracstanda, acrnu lato rem optiinorimi, invenlorcm rerutn novarum, et absque magi stri opera profìcientem, ìnoribus moderati sy curiosimi re rum medicarum, studi ostini mirartilorum, architectuni} captiosum, dolosum, amari don (uni, arcanorum gnarum, sobrium, industriosi mi ì laboriosum, diligentem, solerlem, in dicm vi ventimi, nugacem, religionis contemptorem, injuriae 1 Hat ac memore ni, invidimi, tris fera, [p. 686 modifica]f)8(5 Liuno insidiatoreni, prodi toro m, rnagum, incantatorem, frequentibus calamitatibus obnoxium, suor uni osorcm, turpi libidini deditum, solitarium inamaenum austerum, sponte, etiam divinantem, zelotypum, lascivum, obscaenum, maledici!m, obscquiosum, senuin convcrsationc se delectantem, vari uni, ancipite ni, ini punirti, et dolis mulieruni obnoxiuni ì calunmiatorem, ci ornnino incognitum propter naturae et morum repugnatiam etiam his, cum quibus assidue versor (ib.). In somma quell’incostanza medesima ch’ei mostrava in se stesso, or volendo, or non volendo la cosa medesima, e cambiando spesso soggiorno, e or mostrandosi in abito magnifico e ricco, or quasi pezzente e lacero, vedesi ancor nelle opere da lui composte. Quindi non è maraviglia che in essa trovino il fondamento delle loro accuse coloro che ci dipingono il Cardano come uomo empio, libertino ed ateo, e dalle stesse ritraggano gli argomenti con cui difenderlo, quelli che cel rappresentano come uomo virtuoso e pio: poichè è certissimo che se dovessimo credere a tutto ciò che il Cardano ci narra, converrebbe ammettere che in un uom solo si potesse trovare una sì strana contraddizione. E certo chi mai potrebbe pensare che un uomo pazzamente perduto dietro l astrologia giudiciaria, la quale non ebbe mai forse il più impegnato sostenitore, un uomo più di qualunque leggier donnicciuola credulo ai sogni, da lui scrupolosamente osservati e in sè e negli altri, un uomo che immaginavasi di avere ai fianchi un genio, che con segni [p. 687 modifica]secondo 687 maravigliosi lo avvertisse de pericoli che gli soprastavano, un uomo che vedeva e udiva egli solo ciò che non era veduto, o udito da altri, un uomo in somma, di cui leggendo sol certe opere si direbbe che il più pazzo del mondo non fu giammai, chi potrebbe pensare, iodico, che fosse insieme un de’ più profondi e dei’ più fertili ingegni che avesse l’Italia, e che nella matematica e nella medicina facesse scoperte rare e pregevoli? E tal fu nondimeno il Cardano per confessione di que medesimi che ne parlano con più disprezzo. Le opere da lui composte formano dieci tomi in foglio nell’ edizione di Lion del 1663, oltre moltissime altre che o son perite, o rimangono inedite, intorno alle quali veggasi l’Argelati. E appena vi ha scienza su cui egli non abbia scritto. La filosofia morale, la dialettica, la fisica, la geometria, l’aritmetica, l’astronomia, l’astrologia, la medicina, la storia naturale, la musica, l’anatomia, la storia, la gramatica, l’eloquenza furon l’ oggetto degli studii di questo grand’ uomo; di tutte ei lasciò de’ saggi nelle sue opere, e in molte ei servì di guida a que che gli vennero appresso. Noi riserbandoci a dire altrove del molto che la matematica e la medicina gli debbono, diremo ora soltanto qual fosse il sistema da lui seguito nella filosofia. XIX. Le due opere de Subtilitate et de Varietate rerum son quelle nelle quali il Cardano più ampiamente svolge le sue opinioni, e fa maggior pompa dell erudizion sua filosofica. Il Bruckero ci ha dato un breve compendio delle cose più memorabili che in esse egli l [p. 688 modifica]688 • Linno insegna (l. c. p. 82, ec.). Ma, a dir vero, non si vede in esso un sistema seguito e uniforme ma sol vi si scorge un ingegno avido di cose nuove, che si allontana dalle vie ordinarie, e non vuol altra guida che la sua immaginazione. I tre principii universali, secondo lui, sono la materia, la forma e l’anima; tre soli elementi ei vuole riconoscere, l’acqua, la terra e l’aria: al fuoco ei non vuol accordar quest’ onore. I fiumi nascon dall’aria che cambiasi in acqua; al che molto giovano le pioggie e le nevi; la luna, e molto più le altre stelle, oltre la luce che ricevon dal sole, hanno ancora la loro propria 3 le comete son globi illuminati dal sole; le piante hanno non solo i sensi, ma gli affetti ancora, e si amano e odiano a vicenda una sola è l’anima di tutti gli uomini, ed essa è comune anche alle bestie, ma in quegli penetra addentro, e riempiendogli di se stessa produce gli atti umani j di queste cinge solo e circonda il corpo, talchè rimangono di tanto inferiori ai’ primi. Questi e più altri sentimenti nuovi, ed alcuni ancor troppo arditi, si posson leggere più ampiamente distesi nelle due opere sopraccenate: ed essi ci fan vedere che del Cardano ancor si può dire ciò che dal Telesio si è detto, che deesi bensì a lui molta lode per avere spezzate quelle catene che tenean gli uomini stretti sotto il giogo dell’antichità, ma che ei non fu ugualmente felice nel formare un nuovo sistema. Lo stile di questo autore è conforme all’indole di esso, cioè incostante e vario; or colto e leggiadro, or barbaro e rozzo; spesso egli esce fuor di sentiero [p. 689 modifica]w ; A SECONDO 689 con digressioni non sempre opportune; spesso si perde in sottigliezze e in inutili speculazioni. Ma ei si scuopre ovunque uomo di profondissimo ingegno, talchè lo stesso Giulio Cesare Scaligero, che gli fu dichiarato nimico, non potè contenersi dall’inserirne un magnifico elogio in quell’ opera stessa che contro lui avea scritta, cioè nelle Esercitazioni Essoteriche, nelle quali impugna l opera de Subtilitate, benchè poi nel decorso di essa pugna assai acremente il suo avversario. Allo Scaligero rispose il Cardano con una breve ma forte apologia, intitolata Actio prima in calumniatorem librorum de Subii li tate, e rispose con quel disprezzo con cui un gigante combatte contro un fanciullo. In fatti nelle materie filosofiche e matematiche lo Scaligero non era degno di venir col Cardano a contesa; e tutti i dotti, benchè confessino che il Cardano in molte cose ha errato, riconoscon però, ch’egli ha riportata una compiuta vittoria sul suo rivale. Intorno a ciò è a vedersi singolarmente il giudizio sull’ opere del Cardano di Gabriello Naudè, il quale osserva fra le altre cose, che la sola ambizione di farsi nome col dichiarar guerra a un grand uomo mosse lo Scaligero a levarsi contro il Cardano, e che assai più furon gli errori da lui commessi scrivendo contro il suo avversario, che quelli ch’ei pretese di rilevar nel medesimo. XX. Più ancor che il Cardano fu ardito nelle sue opinioni Giordano Bruno nato in Nola nel regno di Napoli; perciocchè quegli, benchè sostenesse alcune sentenze che furon, creduto Tirabcsciii, Voi. XI. 6 [p. 690 modifica]69O LIBRO contrarie a1 dogmi della cattolica Religione, professolla nondimeno in pubblico fino alla morte j questi al contrario ne scosse ogni freno, e altra regola non prefisse al suo credere che il proprio capriccio. Il Bayle (Pi et. hist. art. Bru~ nus), il P. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 17), il Bruckero (Hist. crit. Philos. t. 5, p- 1 2, ec.) e il co. Mazzucchelli (Scritt, ital. t. 4? Par• 4* y?. 2187) son quelli che con più esattezza han di lui ragionato. Ma essi ancora confessano che in molte cose della vita di Bruno siam tuttora al buio. Nè io posso sperare di dissipar tali tenebre, perciocchè a tal fine sarebbe d'uopo l averne l opere tutte j e queste sono sì rare, che anche le più copiose biblioteche ne sono comunemente prive. Mi sforzerò nondimeno di raccoglierne alcune notizie, valendomi del catalogo delle opere del medesimo datoci da M. Clement (Bibl. curieuse, t. 5, p. 290, ec.), il quale diversi passi ne ha pubblicati, onde abbiam qualche lume. Gasparo Scioppio, che fu presente al supplicio del Bruno, e che in una sua lettera citata e riferita in parte da’ suddetti scrittori ne scrisse ancora compendiosamente la Vita, dice ch’ egli era stato dapprima domenicano. La testimonianza di un tale scrittore contemporaneo ha certo gran forza; ed è perciò seguita da quasi tutti coloro che trattan del Bruno. Ciò non ostante i PP. Quetif ed Echard non l’adottano (Script. Ord. Praed. t. 2, p. 342), fondati principalmente sul non trovarsi ne’ lor registri memoria alcuna di esso. Questo argomento non ha, a dir vero, gran peso j perciocché 11011 sarebbe a stupire di tal [p. 691 modifica]SECONDO Gyi silenzio, se poco tempo ei fosse stato tra loro. Ma se le lor ragioni non son bastanti a negarlo, a me sembra ancora che l’asserzion dello Scioppio non basti a provarlo; perciocchè vedremo che in più altre cose toccanti il Bruno egli ha errato. Perciò io credo che, finchè non si scuoprano altri monumenti, debbasi rimirar questo punto come ancora indeciso. Se crediamo allo Scioppio, il Bruno 18 anni prima della sua morte, cioè nel 1582, avendo cominciato a negare la Transustanzazione, e la Verginità della Madre di Dio fuggissene in Ginevra, ove trattenutosi due anni, e non piacendogli in tutto la setta di Calvino, ne fu perciò discacciato; ed egli passato a Lione, indi a Tolosa, si stabili finalmente in Parigi. Ma qui certamente lo Scioppio non è esatto; perciocchè, secondo lui, il Bruno non dovrebb esser venuto a Parigi che nel 1584 Or egli certamente vi era fin dal 1582, come afferma il Clement, recandone in pruova il libro De umbris idearum implicantibus artem quaerendi, ec., stampato in Parigi in quell’anno, e da lui dedicato al re Arrigo III. Convien dunque dire che fin dal 1580 egli abbandonasse l’Italia. In Parigi, secondo lo Scioppio, egli ebbe l’onorevole titolo di professore straordinario di filosofia. Di una tal distinzione conceduta al Bruno nulla ci dicono nè il du Boulay (Hist. Univ. Paris, t. 6), p. 786), nè il Crevier (Hist. de VUniv. de Par. t. 6, p. 584). Ma essi confessano che fanno i58G Giovanni Hennequin nelle tre feste di Pentecoste sostenne pubblicamente e difese nella università molti articoli proposti a disputare dal [p. 692 modifica]692 LIBRO Bruno; il die pare che non si sarebbe permesso, se il Bruno non fosse stato adorno di quel carattere. In fatti lo stesso du Boulay riferisce una lettera dal Bruno scritta in questa occasione a Giovanni Filesaco rettore di quella università; il cui principio sembra indicarci che qualche onorevole grado vi avesse ei ricevuto: Qui egregiae humanitatis actus, dic egli, quod officii in extraneum Philosophum impendi possibile est, id pluribus ab hinc annis uti (f. vestrae) hujus universitatis tum Rectores, tum universum Professorum Colligiani, mi hi jiiit effusissime elargitum, dum non modo communi quadam, qua erga omnes affecti estis fiumani tute, veruni etìam certa haud vulgari ratione me vobis devinxistis, ubi tum in publicis tum in privatis lectionibus contraria Doctorum assistentia studii mei concelebravistis, ec. Ove riflettasi che il Bruno dice di essere ivi stato più anni; ed erano appunto quattro, se ei vi si era recato nell"an 1582. Due anni appresso, cioè nel 1588, il Bruno diè alle stampe in Vittemberga gli articoli da lui fatti sostenere in Parigi contro la dottrina peripatetica, col titolo: Jordani Bruni Nolani Camaracensis Acrutismus, seu Rationes articulorum Physicorum adversus Peripateticos Parisiis propositorum. È assai verisimile che la guerra dal Bruno mossa ad Aristotele, lo costringesse, o almeno lo consigliasse a partire da Parigi. Egli però nella lettera sopraccitata dice di aver risoluto di partire per andarsene successivamente a diverse altre università: Jam ubi per alias Universitates mihi peragrare animo sedet, ec. Da Parigi in fatti passò il Bruno poco [p. 693 modifica]SECONDO C93 appresso a Vittemberga, come si è detto, ove fece apertamente professione del Luteranismo, e quasi due anni vi si trattenne. Così raccogliesi e dalla dedica da lui fatta del suo opuscolo de Progressu et Lampade Venatoria Logicorum nell'an 1587 al Senato accademico di quella città, ove dice che, fuggito da’ tumulti della Francia, già da un anno ivi trovavasi, e dall’Orazion da lui detta agli 8 di marzo del 1588 nel congedarsi da quella città, di cui il Clement ci recita alcuni tratti, e questo fra gli altri: Cum ad vos pro laribus vestris perlustrandis pervenissem, natione exterus, exul, transfuga, ludicrum fortunae, corpore pusillus, rerum possessione tenuis, favore destititus, multitudinis odio pressus.... Vos.... Senatores non sprevistis... sed me vestrae Minervae.... amore caecum desipientemque suscepistis, intraque vestros lares fere biennii spatio fovistis. Vuolsi da alcuni che in Vittemberga costui recitasse un’orazion panegirica del Demonio. Ma assai forti mi sembrano le ragioni per cui il Bruckero rivoca in dubbio un tal fatto. Pare che da Vittemberga ei passasse a Praga, ove lo stesso an 1588 diede alle stampe non già alcuni altri libri, che da alcuni falsamente si dicono ivi stampati, ma un opuscolo intitolato: Jordani Bruni Nolanj articuli centum et sexaginta adversas fiujus tempestatìs Mathemat.icos atque Philosophos; centum item et octoginta praxes ad totidem problemata. Il Bruckero però ottimamente riflette che non è punto probabile che il Bruno, dopo essersi dichiarato Luterano, passasse a Praga città cattolica e soggetta a principe cattolico, [p. 694 modifica]694 libro e che quel libro potè ivi essere stampato, benchè ei non fosse presente. Più certo è il soggiorno del bruno in Helmstadt nel 1589), perciocchè ivi nel primo di luglio recitò l’orazion funebre del duca Giulio di Brunswich allora defunto, che ivi pur fu stampata. Nel principio di essa ei dice che appunto in que giorni colà era giunto: Non casu seti provi denti a quaderni factum esse censeo, ut nescio quo vento seu tempestate ad regionem hanc hisce compulsus fuerim diebus. Quindi volgendo a se stesso il discorso, sfoga il suo mal talento contro la cattolica Religione e contro il romano pontefice: In mente ni ergo, in mentem, Itale, revocato, te a tua patria honestis tuis rationibus atque studiis prò ventate ex idem, hic civem, ibi gulae et voraci tati lupi Romani expositum, hic liberum, ibi superstitioso insanissimoque cultui adscriptum, hic ad reformatiores rirus adhortatum. Ei trattennesi in quegli Stati fino al principio del i5$i, nel qual tempo, mentre era già all ultimo foglio la stampa della sua opera De triplici minimo, per qualche improvviso accidente, di cui non abbiamo più distinta contezza, dovette partirne. Così accenna il Weckelio stampator di quel libro, che per ordin del Bruno lo dedica a Arrigo Giulio di Brunswich vescovo d’Halberstadt: Cum ultimum dumtaxat superesset operis folium, casu repentino a nobis avulsus, extremam ei, ut ceteris, manum imponere non pòtiiit XXI. Fin qui abbiamo seguito il Bruno, e per lo più colla scorta di autentici documenti. Ma il Bruno fu ancora nell' Inghilterra; e alcuni [p. 695 modifica]SECONDO 6y5 libri da lui dedicati a Michele di Castelnau signore de la Mauvissiere ambasciatore di Francia alla reina d’Inghilterra, dal quale dice di essere stato benignamente accolto in sua casa, e due altri dedicati al cav Filippo Sidney, non ce ne lasciano dubitare. I detti libri, benchè portin la data di Venezia e di Parigi, credesi però con ragione che sieno stampati in Londra. Ciò ch è difficile a spiegare, si è l’epoca della stampa perciocchè tutti sono stampati tra I i584 1 ^85. Or noi abbiam veduto che il Bruno nel 1586 vantavasi di essere già da più anni in Parigi, assai onorato da quella università e perciò convien dire ch’ei vi fosse già almen da quattro anni. Il Bruckero vorrebbe differire il viaggio del Bruno all’Inghilterra fino al i5()i, quando ei lasciò fAlleniagna. Ma il Clement avverte che l’ambasciador Castelnau tornò, finita la sua ambasciata, a Parigi nel 1585 e perciò dopo quel tempo non potè il Bruno soggiornare presso lui in Londra. Altri da Ginevra conducono il Bruno a Londra. Ma se egli nel 1580 partì dall’Italia, se fu due anni in Ginevra, se nel 1582 era già in Parigi, come si è provato, non può quel viaggio fissarsi a quel tempo. A me sembra che l’unico mezzo a conciliare ogni cosa, sia il credere che, mentre il Bruno stava in Parigi, facesse qualche corsa a Londra, e che ivi si trattenesse presso l'ambasciatore, e vi stampasse qualche suo libro, e forse altri ancora gliene mandasse a stampar da Parigi. Così non s'interrompe di molto lo stabil soggiorno del Bruno in questa città, e s intende come potesse ottenere la proiezione [p. 696 modifica](x)0) LIBRO del Castelnau nel tempo, che questi era ambasciatore in Inghilterra. Non meno incerto ed oscuro è ciò che avvenisse del Bruno, poichè ebbe lasciata l’Allemagna. Una lettera da Valente Acidalio scritta nel 1592, e citata dal Bruckero e da altri, ci mostra che correa voce ch’ei fosse allor professore nell’università di Padova. Ma gli storici di essa non fanno menzione alcuna del Bruno, " non è in alcun modo probabile che un uomo, sì apertamente dichiaratosi luterano, fosse invitato a insegnare in quella cattolica università. Lo Scioppio, nella lettera più volte citata, dice soltanto che il Bruno, avendo avuto il coraggio di venire in Italia, fu arrestato in Venezia e tenuto ivi lungamente prigione; che fu poscia mandato a Roma, ove dal tribunale dell'Inquisizione e da diversi teologi esaminato e convinto, or promise di ritrattarsi, or cercò di difendersi, or chiese tempo a risolvere; che passati due anni, e veggendosi chiaramente ch’ei non cercava che di deludere i giudici, a 9 di febbraio del 1600 fu condannato, degradato e consegnato al braccio secolare: quindi chiuso di nuovo in carcere, e lasciati correre altri otto giorni, mostrandosi egli sempre più ostinato, a 17 del medesimo mese fu arso vivo; e innanzi alla morte medesima diede a vedere quell empietà con cui sempre era vissuto, perciocchè postagli innanzi un’immagine di Gesù crocifisso, ei rimiratala con occhio torvo, volse altrove lo sguardo. Così lo Scioppio, che allor trovavasi in Roma. Il Bruckero disputa lungamente per qual ragione fosse il Bruno dannato a morte, se come I [p. 697 modifica]SECONDO 697 luterano, o come apostata dell’Ordine de Predicatori, o come empio ed ateo. Io credo che tutte queste ragioni si riunissero insieme; poichè il Bruno ed era luterano, e, se non era stato nel detto Ordine, certo avea ricevuti gli ordini sacri, come dalla degradazione fattane si raccoglie, e le sentenze da lui sostenute e che, secondo lo Scioppio, gli furon da’ giudici rimproverate, son tali che se nol provano ateo deciso ed ardito, lo scoprono almeno uomo insofferente di giogo, e che altra legge non riconosce nel credere che i sogni della sua fantasia. XXII. Grande è il numero delle opere che si hanno alle stampe del Bruno, e se ne può vedere il catalogo presso i già mentovati scrittori; e di alcune di esse abbiam già fatto menzione. Molte appartengono alla cabala e all’arte della memoria e della scienza di Raimondo Lullo. Altre sono contro i Peripatetici e gli altri filosofi de’ suoi tempi. Ei pubblicò ancora una commedia in prosa intitolata il Candelaio, che dal march Maffei è detta Osserv. letter. t. 2, p. 171) infame e scellerata; e dilettossi innoltre di poesia latina, in cui scrisse in gran parte l’opera che accenneremo fra poco. De triplici minimo. Ma le più famose son quelle nelle quali egli ha stabilite le nuove sue opinioni. Tali sono lo Spaccio della Bestia Trionfante, sotto il qual nome non intende già egli il papa, come altri han detto, ma tratta di filosofia morale, in modo però, che contiene molte proposizioni empie ed ardite: La Cena delle Ceneri: i Dialoghi della Causa, principio, et uno: il libro dell Infinito [p. 698 modifica]Gj)8 LiBno Universo e Mondi: i trattati De triplici minimo, et mensura, e que’ De Monade, numero, et figura. Chi è amante dell’ordine, della precisione, della chiarezza, nelfopere del Bruno la cerca invano. Verboso, confuso, oscuro, appena in molti luoghi s'intende ciò ch’ei voglia dirci j e perciò dice il Bayle che non* v’è Tomista o Scotista più oscuro di lui. Ei nondimeno sentivate parlava di se medesimo assai altamente. Ecco com’egli s’intitola nella dedica all’università di Oxford del libro intitolato: Explicatio triginta Sigillorum. Philoteus Jordanus Brunus Nolanus magis laboratae Theologiae Doctor, purioris et innocuae sapientiae professor, in praecipuis Europae Academiis notus, probatus, et honorifice exceptus, Philosophus nullibi praeterquam apud barbaros et ignobiles peregrinus; dormitantium animorum excubitor, praesumptuosae et recalcitrantis ignorantiae domitor, ec. j e così siegue ancor lungamente encomiando se medesimo e il suo sapere. Il Bruckero ci ha dato un compendio della Filosofia del Bruno, ma io sfido il più acuto ingegno a penetrarne il sistema, e il piò paziente tra gli uomini a sostenere la lettura. Così vedesi ogni cosa avvolta in tenebre e in espressioni misteriose, delle quali egli stesso probabilmente non intendeva il senso. Fra tanta oscurità nondimeno si veggono lampi di’ingegno, e si conosce di leggeri che se il Bruno avesse voluto por qualche freno alla sregolata sua fantasia, e alla pazza ambizione di opporsi a tutto ciò che da altri diceasi, avrebbe potuto aver luogo tra' più illustri filosofi. Anzi chi ha avuta la sofferenza di [p. 699 modifica]sfxondo (m>9 esaminarne le opere, ha in esse trovati i semi di quelle opinioni che adottate poi dal Cartesio, dal Leibnizio e da più altri moderni, sono state accolte con plauso, e almeno per qualche tempo da molti seguite. Di ciò ancora tratta il Bruckero, e citando gli autori che ne hanno ragionato più a lungo, dimostra che i vortici del Cartesio e i globi che si raggirano intorno al loro centro, e il principio dell’universale dubitazione, trovansi espressi nell’opere del Bruno, e che in esse ancor veggonsi e gli atomi del Gassendo, e l ottimismo del Leibnizio. Ma sopra tutto ei ci addita nel Bruno il sistema copernicano chiaramente insegnato, e le conseguenze dedottene, cioè la terra essere come un pianeta; la luna e la terra riflettersi a vicenda parte della luce solare; il sole e i pianeti tutti avere il proprio lor centro; le comete esser pianeti; la terra non essere perfettamente sferica; ed all re sì fatte opinioni che tra’ filosofi son poi divenute comuni. Io non ho sotto gli occhi, come ho già avvertito, se non piccolissima parte delle opere del Bruno, e non posso perciò esaminare per me medesimo se a lui si debbano attribuir veramente tali sentenze. Ma que’ che le hanno esaminate, sono uomini troppo dotti, perchè io possa dubitare della loro esattezza, e parmi perciò di poter sicuramente affermare che, se uguale all’ingegno fosse stato nel Bruno il senno nel farne buon uso, ei dovrebbe essere annoverato tra’ benemeriti ristoratori della filosofia; e che, ancor qual egli è, molto a lui debbono, benché vergognimi di [p. 700 modifica]7«0 LIBRO confessarlo, coloro che son reputati autori e padri de nuovi sistemi (a). , XXIII. Mentre in tal maniera con tante macchine si oppugnava l’antica filosofia, senza però giungere a formarne una nuova che soddisfacesse alla sperienza e alla ragione, altri veggendo che prima di ogni cosa conveniva cercar la strada per giugnere allo scoprimento del vero, pensarono a riformare la dialettica e a prescrivere un miglior metodo nell" esaminar la natura. Lasciamo stare la Loica di Antonio Tridapale dal Borgo mantovano, stampata nel i54y, che 11011 ha altro pregio che quello di esser la prima che fosse pubblicata in lingua italiana. Jacopo Aconzio trentino e apostata della cattolica Religione, fu il primo per avventura ad aprire un nuovo sentiero. Di lui si posson vedere le opportune notizie presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 110), il Gerdesio (Specimen Ital. re forni, p. 165), e il Bayle (Dict hist.). A me basterà l accennare l’opuscolo da lui pubblicato in Basilea nel 1558, e dedicato a Francesco Betti apostata esso ancora, che ha per titolo De Methodo, hoc est de recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione. Esso non ha ombra della barbarie scolastica, ma è scritto con precisione e (/») Delle opinioni e de’ sistemi di Giordano Bruno han parlato poscia non brevemente anche il sig. Matteo Barbieri (Notizie de Matem. e Filos, napol. p. 99, ec.), e in cii> che appartiene all’astronomia, M. Baillv {Hisl. de l’/tstron. niod. t. 2, p. 3i, ec.). [p. 701 modifica]SECONDO 7OI con eleganza, e spiega assai bene in qual maniera e con qual ordine in noi si formino le cognizioni, come debbasi definire esattamente ogni cosa, e con quai gradi da una verità si passi allo scoprimento di un’ altra. Dello stesso argomento ci ragiona in una sua lettera a Giovanni Wolfio intitolata De ratione edendorum librorum, nella quale sembra veder da lontano la luce che sopra tutta la filosofia doveasi spargere, dicendo che, benchè ei vivesse in un secolo assai colto, non tanto però temeva il giudizio de’ filosofi di quei tempi, quanto quello del nuovo secolo che già pareagli sorgere assai più luminoso (V. Bayle l. c.). In fatti il Baillet (Vie de Descartes t. 2, p. 138) cita una lettera di un certo Huelnero filosofo Cartesiano, scritta nel 1641 al P. Mersenne, in cui, lodando molto le Meditazioni Filosofiche del Cartesio. dice di non avere ancora ritrovata cosa che lor si possa paragonare, trattone il rammentato opuscolo delfAconzio. Di questo scrittore abbiam già fatta menzione nel capo precedente trattando di quelli che scrissero contro la cattolica Religione, e dovrem dirne di nuovo in questo capo medesimo nel ragionar di coloro da quali fu illustrata l architettura militare. XXIV. Più felici furono i successi, co quali altri si volsero a rischiarare alcune parti particolari della filosofia, e ad illustrare alcuni fenomeni della natura. L'astronomia principalmente ebbe non pochi coltivatori, e frutto gloriosissimo de’ loro studii fu la riforma del Calendario, che ai tempi (di Gregorio XIII fu finalmente intrapresa, e all' esito sospirato [p. 702 modifica]-J02 " LIBRO condotta. Ma prima di ciò convien accennare i nomi di alcuni che in questi studii ottennero allor molta lode. E deesi annoverare tra primi l’immortal Fracastoro astronomo, filosofo, medico e poeta, e in tutte queste scienze versato per modo, ch ebbe a’ suoi dì pochi uguali. Noi ci riserbiamo a dire più stesamente di lui, quando tratteremo de poetici studii; perciocchè per essi singolarmente ne è anche al presente celebre il nome. Qui toccherem di passaggio ciò ch’ egli fece ad illustrare l astronomia (a). Ei vide che il sistema da molti antichi adottato, con cui i movimenti tutti celesti spiegavansi per circoli eccentrici e per epicicli, era del tutto rovinoso; e ad essi sostituì altri circoli omocentrici o concentrici, sforzandosi con essi di dichiarare ogni cosa. Egli è vero, come presso a que’ tempi osservò Bernardino Baldi (Cronaca de Ma te ma t.), che in ciò non conseguì il fine a cui tendeva. Ma almeno ei non seguì alla cieca i pregiudizii dell' antichità, e fece conoscere il vivo e penetrante suo ingegno. Deesi però confessare che non fu egli il primo a que" tempi a produrre questo sistema. Giambattista della Torre concittadino del Fracastoro ne diede la prima idea, e, morendo, al Fracastoro stesso commise di penetrare più addentro in questa materia, come questi sinceramente confessa, facendo un grande (n) Il sistcm;i astronomico del Fracastoro si può vedere più ampi micnte svolto e spiegato nell* opera più volle citata di M. liaillv» il quale di lui ragiona con molta lode (Flìst. de PAslron. rnod. t. i, p. 323). [p. 703 modifica]•SECONDO jo3 elogio del suo maestro (De li omocentrici0r, c. 1, init.)) e lo stesso affermasi da Marcantonio Flaminio. (Paraph. in 12 Libr. Arist. de prima Philos. p. 45). Il Fracastoro dunque svolse il sistema dal Torre adombrato, e non solo speculò coll ingegno intorno alle stelle, ma le osservò ancora attentamente coll occhio j anzi veggiamo ch’ei fece uso di certe lenti che facevan le veci del telescopio non ancor ritrovato perciocchè egli dice che la luna e le stelle rimirate con certi vetri si facean vicine assai, e alte da terra sol quanto le torri (De Homocentr. sect. 3, c. 23); e ancora più chiaramente spiega come quel suo cannocchiale fosse formato: Si quis per duo specilla ocularia prospiciat, altero alteri superposito, majora multo et propinquiora videbit omnia (ib. sect 2, c. 8 Questi suoi studii lo strinsero in amicizia con un altro valente astronomo, cioè con Giambattista Bardulone intendentissimo delle lingue greca e latina, e tanto studioso dell’ astronomia, che trovandosi una notte seco e co due fratelli Giambattista e Raimondo delle Torre sulle alture di Monte Baldo, il Bardulone la passò quasi tutta contemplando le stelle (Dial. de Poet. init). Nè questo fu il solo studio di tal genere, in cui il Fracastoro si esercitasse, In molte lettere italiane, che ce ne sono rimaste, ei tratta assai dottamente di molti punti di geografia, di cosmografia, e di storia naturale (Lett.di 13 Uom. Ill. Ven. 1564 » P- 7°6j ec. j Fracast. Op. ed. Patav. 1739, t 1), e un lungo discorso ancora ne abbiamo sul crescimento del Nilo in risposta a un altro di Giambatista liamusio. F [p. 704 modifica]7of libro rautor contemporaneo della Vita del Fracastoro, premessa alle sue Opere, narra ch’ei dilettavasi di lavorar alcuni mappamondi di legno, e di segnarvi, secondo i lor gradi, i paesi nuovamente scoperti da’ Portoghesi e dagli Spagnuoli. Ei finalmente conobbe quanto fosse ridicolo l’antico sistema che ogni cosa spiegava per qualità occulte, e ad essa sostituì gli effluvii e le insensibili particelle dei’ corpi; intorno a che veggansi il libro da lui composto De sympathia et antipathia, e quelli De morbis contagiosis. E se dietro forme del Fracastoro fosser venuti più altri, forse assai presto si sarebbon dissipate le tenebre, in cui la filosofia era avvolta. Ma troppo radicati erano i volgar pregiudizii, e la luce da questo grand’ uomo sparsa sulla natura, fu a guisa di un momentaneo baleno che tosto si dissipò e disparve. XXV. Il genio però di coltivare l’astronomia durò costante in Italia {a). Prima che Copernico f/) Tra* primi a coltivare in Italia gli studi astronomici, e ad avere in sua casa una specola, deesi annoverare Paolo Buonfigliuoli patrizio bolognese; e ne dobbiam l.i notizia a Giannantonio Magini, il qual dedicando, con sua lettera scritta da Bologna il 1 di febbraio del i *392 al celebre Ticone Brahe, un suo opuscolo stampato quell’ anno stesso in Venezia, e intitolato; Tabula Tetragonica, dopo essersi con lui scusato di non avere ancor fatte alcune osservazioni da Ticone desiderate, soggi ugne: Sextantem illumm Astronomicum, (quem ex tuo invento in fui grati am Patadi faltre fieri curavi, exactissime coelo respondere ad singula minuta recte percepì, quo niani easdem distantias ad unguem nonnullarum fixarum, quas in tuo catalogo ex tuis observationibus notasti, deprehendi. Atque hunc jam Bottoni ac tnecum exportad, ubi observationcs plurirnas [p. 705 modifica]SECONDO 705 pubblicasse il suo sistema, che non uscì alle stampe che nel i543, Celio Caleagnini scrisse in tui commodum perficere tentabo. Quin etiam et hoc te latere nolo, nobilissimum ac doctissimum virum Va illuni Bunfilitini Patricium Bononiensem tuique studiosissimum fab re fieri curasse propriis cxpen'i* quadranlem ex ligno et metallo decempedalem, qui non tam minuta quam minutorum partes in observaionibus exhibebit. Idem nobilissimus vir sextantem quoque e/usdem magnitudi ni s habere studet, qui bus instrumentis in summa turri, quam in ipsius domo habet 1 obsers'ationes caelestcs in tui gratiam perficere commodius valeamus; de quibus omnibus suis loco et tempore certior fies. Di queste notizie si compiacque Ticone, e ne fece menzione agl'italiani molto onorevole verso la fine della sua Astronomiae Instauratae Mechanica, stampata nel 1598, dicendo: Est id mihi auditu quam jucundissimum. Nec dubito, quin eximia utilitas ad Artem Astronomicam ampliandam hic promanare queat; si quidem in ree tior e quatti nos habitent sphaera, et soler tra praedili sint insigni, opibusque insuper valeant, quibus hosce sumptus stustineant. E par veramente che un nobile entusiasmo si fosse allora acceso in Italia nel promuovere questi studii, e ne è pruova fra gli altri il decreto del Senato veneto, accennato dal ch. sig. ab Toaldo (Saggi di Studii veneti, p. a j), e provalo con incontrastabili documenti, con cui nel avendo avuta notizia di ciò che ad illustrare l' astronomia faceva colla protezione del re di Danimarca il suddetto Ticone, ordinò che un valente professore colla provvisione di 300 coronati fosse spedito in Egitto per farvi osservazioni astronomiche. Non sappiamo se ciò si eseguisse. Ma Ticone grato alle premure della Repubblica inviolle sei anni appresso in dono la mentovata sua opera colle figure miniate, aggiuntavi un’ altra sua opera ms intitolata Stellar uni octavi orbis inerrantium accurata restitutio. E innanzi al libro che si conserva nella libreria di S. Marco, leggonsi di mano di Ticone Tiuaboschj, Voi XI. 7 [p. 706 modifica]700 Limo e di volgi» un libro, in cui si fa a provare quod Coelum stet, terra ai ¿te ni moveatur. Nè io però ardisco decidere ch ei fosse il primo a immaginarlo; perciocchè il Cardinal de Cusa avea già scritto di tale argomento; e innoltre il Calcagnini, avendo viaggiato per l’Allemagna, per la Polonia e per l Ungheria, potè essere facilmente istruito di ciò che il Copernico andava allora insegnando (ti). Il soggiorno che il Copernico stesso fece per alcuni anni in Italia, come nel precedente tomo si è detto, dovette contribuir molto a fomentar questi studi, quelle parole: Indilae atque Illustrissitnae Veneto rum Reipublicae suòni isse dono inittit Tjcho Brahe munu propria. (a) Forse il Calcagnoli apprese il sistema copernicano da Giannalberto Widmanstadio, il quale l’anno i533, trovandosi in Roma alla presenza di CI em tu Le VII, di due cardinali e di altri uomini illustri, espose il sistema copernicano, e invece delle molestie clic poi nel secol seguente solili il Galileo, ne ebbe in dono dal papa un bel codice greco che conteneva l’opera De senni et sensibili di Alessandro Afrodiseo, e lascionne memoria egli stesso in quel codice, che or si conserva nella elettoral biblioteca di Monaco, con queste parole riferito nel Saggio storico e letterale sopra la detta biblioteca, stampato pochi unni sono in Monaco, e riportale anche dall’ali. Marini (Degli Archiatri pontif, t. p. 351): Clemens VII P. HI. lume codiccm inilu dono dedit A. i533. Romae, postquam praesentibus Fr. Ilesino Jo. Saliiato Cardinal ¡bus, Jo. Pctro Episcopo Viterbiense, et Matthaeo Curtio Medico Physico in Uortis Vaticanis Copernicidnam de motu tenue sententiam explicavi. Joh. Albertus IViàmanstadius cognomento Lucrelius, SS. D. N. Secretantis Domesticus et Familiarìs. E lo stesso Copernico dedicò l’opera in cui svolge il suo sistema, al pontefice Paolo HI. [p. 707 modifica]SECONDO 7O7 e mollo pure dovettero questi esser promossi da Jacopo Zieglero, erudito astronomo tedesco, che conosciuto in Ungheria dal Calcagnini e dal Cardinal Ippolito d’Este il vecchio circa il 1518, fu poi per opera loro chiamato in Italia, e soggiornò alcuni anni in Ferrara, in Venezia e in Roma intorno al quale, oltre i molti passi dell’opere del Calcagnini, che ne ragiona spesso con molta lode (Calcagn. Op. p. 54, 55, 65, 67, ec. p. 139, 142, 149 175 Pier. Valerian. HierogL. l. 6), si può vedere la Vita che lo Schelhornio ne ha scritta (Amocnit. Hi st. eccl. t. 2, p. 210, ec.). Frutto dell’ardore che avevano gl Italiani per questi studii furon le molte Effemeridi de moti celesti che in questo secolo si pubblicarono. Oltre quelle di Luca Gaurico, di cui diremo tra poco, Pietro Pitati veronese e professore di matematica nell’ Accademia filarmonica di quella città, pubblicò nel 1552 in Venezia le Effemeridi dal detto anno fino al 1562, oltre più altre opere dello stesso argomento, che si accennano dal march. Maffei (Ver. illustr. par. 2, p. 388); e altre somiglianti dal 1554 fino all’an 1568 ne diede ivi alla luce l’an 1554 Niccolò Simi bolognese professore di astronomia nell’università della sua patria, alle quali si aggiugne qualche altro opuscolo astronomico del medesimo Simi, e di Giambattista Carelli piacentino. Giuseppe Moletti messinese, professore di astronomia in Padova, chiamato poscia a Mantova dal duca Guglielmo per istruire in quella scenza il principe Vincenzo suo figlio, e poscia tornato alla sua cattedra in Padova, e ivi morto [p. 708 modifica]708 LlbUO nel 1588, elicile egli pure alle stampe le Effemeridi dal 1564 fino al 1584 Ei fu adoperato a distender le Tavole del Calendario riformato da Gregorio XIII, e il Catalogo delle diverse opere da lui pubblicate; e l’onorevole iscrizione che gli fu posta al sepolcro, si può vedere presso il can Mongitore (Bibl, sicula, t. 1, p. 3i)2, ec.), il quale rammenta ancor le Effemeridi di dodici anni, cominciando dal 1589), di Giuseppe Scala natio di Noto in Sicilia. XXVI. Ma fra tutti gli scrittori di effemeridi astronomiche, due furono principalmente famosi. Luca Gaurico al principio, e Giannantonio Magini al fine di questo secolo. Amendue però oscuraron la fama che al lor sapere doveasi col dichiararsi stoltamente seguaci dell astrologia giudiciaria, la quale non men che le altre ridicole osservazioni fisionomiche, geomantiche, ec., anche in questo secolo ebbe molti seguaci. E basti qui indicarne uno che può valere per molti, cioè Paride Ceresara mantovano. Il Gaurico, che il dice nato a 10 di febbraio dell'an 1466, così cel descrive: Eratfacic et barbitio rufus, venustus, procerae staturae, sed proportionatus... ditissimus. et locuples: habebat aedes regi a s ingeniosus, legum professor, in literis Latinis, et Graecis eruditus (Op. t. 2, p. i634)• Quindi soggiugne che fatto vecchio cominciò a studiare l’astrologia giudiciaria. In fatti i primi studii di Paride furon rivolti all’amena letteratura. Due lettere a lui scritte da Lodovico Gonzaga vescovo di Mantova, a’ 22 di giugno e a’ 7 di settembre del 1505, si conservano nel segreto [p. 709 modifica]SECONDO n oq archivio di Guastalla, dalle quali raccogliesi che il Ceresara, detto ivi Cesarea, avea tradotta l1 A ulularia di Plauto, e inviatala in dono al Gonzaga; che questi promesso gli avea di farla rappresentare in Gazzolo, e che innoltre aveagli ordinata la traduzione di non so quale tragedia greca. Ma niuna di tali versioni ha veduta la luce. Rivoltosi poi all’ astrologia, giunse in essa a tal nome, ch essendo egli morto nel 1532 in età di 66 anni, il co. Niccolò d Arco ne fece un magnifico elogio, lodandone principalmente il raro valore nel leggere nelle stelle gli avvenimenti futuri (/. i, carni. 18). Abbiamo alle stampe alcune operette superstiziose tradotte dall arabo, o dal latino, che appartengono all’interpretazione de’ sogni, alla geomanzia, alla chiromanzia, ec., e che van sotto il nome or di Tricasso Mantovano, or di Tricasso Cesariense, or di Tricasso de Ceresari, e io dubito ch’ ei sia lo stesso che Paride. Del palazzo da lui fabbricato in Mantova, e delle opinioni del basso popolo intorno ad esso, ragiona l ab. Bettinelli (Delle Lett, ed A rii manlov. p. 118). Ma vegniamo ai’ due scrittori d’effemeridi. Del Gaurico, oltre più altri scrittori, parlano il Toppi (Bibl. napol.p. 192). il Nicodemi Addiz. al Toppi, p. 154) e il Tafuri (Scritt del Regno di Nap. t. 3, par. 2, p. 113, ec.). Egli era nato in Gifuni nella provincia del Principato citeriore nel regno di Napoli nel 1475 e dopo avere per qualche tempo professata in Napoli l’astronomia, passò a sostenere la stessa cattedra in Ferrara, e ciò fu probabilmente nel 1507; nel qual anno incitò ivi f orazione [p. 710 modifica]7 » O L1DR0 in lode dell’Astronomia, che si legge nel primo tomo delle sue opere. L’ingegno e l’erudizione di cui era fornito, gli conciliarono molta stima; ma la brama di mostrarsi perito astrologo il condusse a mal partito, e gli fece a suo costo provare che mentre predicava le altrui sventure, non provedeva le sue. Perciocchè avendo egli pronosticato a Giovanni Bentivoglio, che perduto avrebbe il dominio di Bologna, questi sdegnatone, gli fe’ dare pubblicamente cinque violenti tratti di corda (Boccalini, Ragg. di Parn. cent 1, ragg. 35). Il qual racconto è stato dal Borsetti troppo alterato, dicendo che Luca fra quel tormento perdette la vita (Hist. Gym. Ferr. t. 2, p. 111). E forse a ciò volle alludere lo stesso Gaurico, quando dedicando al Cardinal Cristoforo Madrucci il suo Trattato sulla Sfera, così gli dice: Quippc durn tu adoIcsccns in Chi tate Felsinea literarum studiis invigilares, me insontem in carceri bus detrusum in praetorio a lictoribus et impiis latronum manibus atque lividorumerum insidiis eripuisti cum honore maximo (Op. t. 1, p. 12). Passò indi a Venezia, e di là a Roma nel 1535 (ib. t. 2, p. ove Paolo III, ch è accusato comunemente di non essere stato troppo alieno dal credere agli astrologi, nel 1545 il nominò vescovo di Civitate nel regno di Napoli con 300 ducati d’ oro di rendita, e innoltre 10 scudi d’ oro al mese, e le spese necessarie a lui, a due servidori, a due mule e a un cavallo (ib.). Cinque anni appresso rinunciò al suo vescovato, e tornossene a Roma a coltivare tranquillamente i diletti suoi studi astronomici, [p. 711 modifica]SECONDO 7 I 1 finché 1’ anno i558 in età di presso a ottantatrè anni finì di vivere. Tutte le opere del Gaurico, oltre diverse particolari edizioni, sono state insieme raccolte e pubblicate in Basilea nel 1575, in tre tomi in foglio. Il primo contiene le opere astronomiche, e in esse il Gaurico si mostra versato assai i:i quella scenza. Nel secondo comprendonsi per lo più cose spettanti all’astrologia giudiciaria; ed egli non pago di darne leggi, volle ancora ridurla alla pratica, formando l’oroscopo a più personaggi, e ciò colla solita veracità degli astrologi, predicendo fra le altre cose al duca Cosimo de’ Medici, che sarebbe vissuto fin circa a’ sellantadue anni di età, mentre non giunse che al 55. Il terzo tomo abbraccia alcuni opuscoli appartenenti a grammatica, e poesia e a filosofia morale’. A queste opere debbonsi ancora aggiugnere l’Effemeridi dull'anno i£>34 fino al 1551, da lui pubblicate in Venezia nel 1534 (*)• (*) In questo ducale archivio tre lettere trovansi dal Gaurico scritte al duca Ercole II. La prima da Bologna a"26 di ottobre del 1534, cioè cinque giorni innanzi che il duca Alfonso I morisse, e quando già da un mese egli era gravemente infermo, c sentiva*! egli stesso vicino a morire (Amich. Est. t. 2. p. 362.). Il Gaurico dunque poteva allor con coraggio fare il profeta, e predire vicino ad Ercole l’avvenimento al trono. E nondimeno nol fece senza timore, scrivendo: Dubito della morte del vostro Genitore: sin minus non passerà de Julio t /)3i), alioquin erit Dei miraculo adscribendum. Nella stessa lettera ei si vanta di aver predetto il pontificato a Paolo III, che poco innanzi vi era salito; e chiede qualche soccorso di denari per andarsene a [p. 712 modifica]7*3 LIBRO XXVII. Nome ancor maggiore ottenne Gian- nantonio Magini padovano di nascila, e professore di matematica e di astronomia in Bologna, secondo l’Alidosi (Doti forasi, p. 4<3, ec.), dal i588 fino al 16^7, in cui venne a morte. Io dubito nondimeno che per qualche tempo ei dovesse partir da Bologna, e trattenersi in Mantova; perciocché veggo eh’ei, dedicando a Francesco Gonzaga principe di Mantova e del Monferrato i suoi libri De astrologica rationct afferma «li essere stato chiamato dal duca Vincenzo di lui padre per istruir nelle matematiche esso e Ferdinando di lui fratello. L'ordinario soggiorno però del Magini fu l’università di Bologna, ed ivi egli ebbe fama di un de* migliori astronomi che allor vivessero. Le molte opere per lo più astronomiche da lui date alla luce, che si annoverano dall'Alidosi, ne fanno fede. Da esse raccogliesi ch’egli ebbe in quella 6tima che lor si dovea le osservazioni del Copernico; e benché egli non ne seguisse il sistema, come forse in altre circostanze avrebbe fatto, molto però si valse delle osservazioni Roma a baciargli il piede. Nella seconda, ch è scritta pur da Bologna a’ 12 di novembre, lo ringrazia dei’ 100 scudi che il duca gli avea l’alto donare, si compiace di avergli predetta la vicinanza al trono, gli promette di mandargli le predizioni di ciò che alla moglie e a figli di lui sarebbe avvenuto, e pronostica frattanto cosa che da ognuno poteasi preveder facilmente, che Ippolito di lui fratello sarebbe stato cardinale. La terza è scritta dal Gaurico già vescovo, ed è datata da Bologna ai’ 28 di settembre del 1554, e scrive in essa della edizione che un Tedesco pensava di fare delle 1 avole astronomiche di Giovanni Bianchini. [p. 713 modifica]SECONDO 7I3 suddette per correggere e migliorare le sue Effemeridi, e per mostrare la poca esattezza delle Tavole del re Alfonso, tanto in addietro pregiate. Intorno a che si può leggere la prefazione da lui premessa al suo libro intitolato: Novae coelestium orbium theoricae. Il Weidlero afferma (Hist Astron. c. i^rt. 118) che da Ticone e dal Keplero ei fu invitato a trasferirsi in Allemagna per formar ivi nuove tavole astronomiche secondo le recenti loro scoperte. Io non so qual pruova si abbia di ciò. Ma ancorchè ci mancasse questa e ogni altra testimonianza della stima in cui era il Magini, posson bastare per qualunque più grande elogio due lettere che abbiam tra quelle del Keplero. Una è di Giannantonio Roffeno scolaro del Magini al Keplero medesimo, scritta da Bologna nel 1 di marzo del 1617, in cui descrive il dolore che quell'università provava per la recente morte di un tal professore, e la determinazione ch’ essa avea presa di’invitare a succedergli il Keplero medesimo, come se niun altro potesse riparare degnamente tal perdita: Sapientissimus D. Joannes Antonius Maginus clarissimorum Mathematicorum lumen, parens ejus, quae in me est, scientiarum scintillae, elapsis diebus ad aeternam astrorum agnitionem ut putamus, e vivis abductus est. Moeret Academia Bononiensis; ademptum sibi lumen luget; novum Apollinem investigat; quem invenerit, opinor, si hoc onus subire non recusaveris (Kepler. epit. p. 642, cp. 4*3). 1/altra è dello stesso Keplero in risposta al Roffeno, a cui spiega il dolor che sentiva per la morte del [p. 714 modifica]

t4 LIBRO

Magali, cui loda assai, e dice suo amicissimo, e dimostra quanto sia sensibile all’ onore che gli comparte con tal invito quell’università, benchè poi rechi molte ragioni a scusarsene: Quas ad me Kalendis Martii dedisti li te ras, Nobilis et Cd. J ir, eodem exemplo geminas accepi argumento quidem luctuoso propter amissum summum in professione Mathematica virum D. Joannem Antonium Maginum, mihique amicissimum... mi hi vero pcrhonorificas oh dela tam successionem in illa Accademiarum Europae omnium Metropoli Bono ti ia, vere matre studiorum, quam unice suspicio et colo, ec. (ib. ep. Così non avess’ egli a’serii studii astronomici unite le scempiaggini dell’ astrologia giudiciaria. Ma egli non ebbe forza a superare il comun pregiudizio, che anche in questo secolo si sostenne j c il diè a vedere singolarmente nel libro poc’anzi citato, e in qualche altro opuscolo di tale argomento, benchè talvolta sembri convinto dell’impostura di quell’arte. Nella geometria fu molto versato, come fece conoscere principalmente nei’ suoi dodici libri intitolati Primum Mobile. Ei fu ancora eccellente geografo, e ne fan fede i suoi Comenti su Tolomeo, in cui paragona l'antica colla moderna geografia, e le lx tavole di descrizion dell’Italia, le più esatte che fin allora si fosser vedute, le quali furon poi pubblicate per opera di Fabio di lui figliuolo. Ei fu benemerito finalmente dell’ottica con grandi specchi concavi sferici da lui lavorati, e dei’ quali scrisse un Trattato italiano, stampato in Bologna nel idi i, dal quale raccogliesi che cotali specchi erano allora [p. 715 modifica]SECONDO 7l5 pregiatissimi, e che, oltre molti principi italiani, uno ei n'avea mandato all’impcradore ltidolfo 11, di ottanta libbre di peso, e il cui semidiametro era di due piedi e mezzo, e che l imperadore aveagli perciò assegnata una sufficiente ricognizione, benchè per le circostanze dei’ tempi ei non l’avesse ancora potuta riscuotere. XXVIII. A questi valenti astronomi più altri possiamo aggiugnerne, i quali, benchè non ottenessero ugual nome, non debbon però essere dimenticati. Agostino Ricci di Casal Monferrato pubblicò un Trattato sul moto dell’ottava Sfera, da cui raccogliesi ch’egli avea fatti cotali studii in Cartagena e in Salamanca, e una Lettera sui’ primi ritrovatori dell’ Astronomia (PVeìdler. Hi st. Aslron. c. 1 f\, nota (6). Un cotal M. Mauro fiorentino, prima Umiliato, poscia dell’ Ordine de’ Servi di Maria, e uomo dottissimo, oltre alcune altre opere (Ximenes, Introduz. al Gnom. fiorent p. 108, ec.), diè alla luce nel 1537 in Venezia un Trattato volgar della Sfera (Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 38 {; Negri, Scritt. fior. p. 4°8), e ri i pure nello stesso anno Giambattista Amico cosentino, ucciso infelicemente in Padova l’anno seguente, pubblicò un Trattato latino su movimenti de’ corpi celesti (Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 627). Diverse opere astronomiche abbiamo di Alessandro Piccolomini sanese, di cui altre volte dovremo fare menzione (Zerio. I. cit.). Molto pure intorno all’ astronomia affaticossi Francesco Maurolico, ma di lui ci riserbiamo a dir tra non molto. Sulla sfera parimente, oltre più altri che per brevità io tralascio, scrisse [p. 716 modifica]716 mno in lingua latina Trifone Gabrielli, una cui operetta De sphaerica ratione è stampata dopo la spiegazione della Poetica di Orazio di Giason de Nores, il quale di essa fa grandi elogi; e ch è probabilmente la stessa che il medesimo Nores tradusse poi in italiano col titolo di Sferetta, e pubblicò insieme colla sua Sfera. Di Trifone uomo per modestia non meno che per dottrina illustre, e detto il Socrate de’ suoi tempi, e morto in Venezia sua patria nel 1549), ci dà ottime notizie Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 327). Dello stesso argomento trattò in lingua italiana Jacopo Gabrielli nipote di Trifone, il cui libro fu pubblicato in Venezia l’an 1545. E io il rammento qui volentieri, perchè il Bembo, a cui esso fu dedicato, ne fece in una sua lettera all’ autore il seguente elogio: Ho ricevuto, molto Magnifico M. Jacopo compare mio, il vostro dono non piccolo, come dite, anzi grande, ed in sè molte belle parti contenente del vostro vago e gentile Dialogo sopra il discorso del Cielo, partito in due libri, il quale a nome mio impreso, e fuori mandato avete. Hollo con singolar piacer mio letto e riletto, e veggovi non solamente eccellente Astrologo divenuto, ma insieme ancora maestro della Toscana lingua, la quale a noi Veneziani uomini non è molto agevole ad apprendere, sì che si possa con essa bene e regolatamente scrivere (Lett. t. 2, l. 12, Op. t. 3, p. 183). Un Trattato de’ globi celesti e de’ lor movimenti diè a luce in Bologna nel 1559 Giannantonio Delfino. Di un Federigo Delfino padovano, professore di [p. 717 modifica]secondo 717 astronomia nella sua patria, accenna più opere astronomiche il Papadopoli, ma senza indicare se sieno state stampate (Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 305). Egli è lodato moltissimo dal Bembo in una sua lettera (l. 6 Famil ep. 83). Molte opere astronomiche abbiamo di Giovanni Padovani matematico veronese (Maffei, Ver. illustr. par. 2, p. 390), e molte pure di Francesco Giunti fiorentino, che passato poi in Francia, vi ebbe l’impiego di limosiniere di Francesco duca d’Angiò fratello del re Arrigo III (Negri, Scritt. fiorent. p. 197 J Ximcn. I. cit. p. 111). Una cometa, che apparve nell an 1577, eccitò molti scrittori a illustrare quell argomento, quali furono Girolamo Sorboli, Giammaria Fornovelli, Giovanni Ferrerio, Giacomo Marzari (*). Essi ne scrissero, è vero, co’ pregiudizii proprii di quell età, ma pur si vede in essi quasi da lungi il primo raggio di quella luce che su esso si è poi sparsa. Anzi Pietro Sordi, che pubblicò parimente in Parma nell’anno iS'jS, in cui pure uscirono i sopraccennati libri, un Discorso sopra le Comete, ci mostra che fin d’allora credevasi che si (*) Tra gli scrittori sulla cometa del \ deesi annoverare ancora Agostino Bucci, di cui in questo ducale archivio conservasi una lettera, scritta da Torino a’ 5 di ninrzo del 1578, ad Antonio Montecatino primo lettor di filosofìa in Ferrara, in cui gli manda un suo discorso su questo argomento, il qual però io non uovo che abbia veduta la luce. Del Bucci, e cosi pure del Bel ga rammentato sulla fine di questo capo, parlasi con molta lode ne’ due opuscoli intomo alla torinese Accademia Papinianea, di cui si è detto nel ragionai« della stessa adunanza. [p. 718 modifica]718 libuo potesse predire il tempo determinato in cui esse doveano mostrarsi: Oltre che, dic’egli (p. 8, ec.), vi si posson dare regole, per le quali si potrà conoscere, in qual quarto o stagione qualche Cometa habbia ad apparir, come più basso si dirà al suo luogo. Et chi sa, che non vi siano stati huomini, ch abbiano anco dato regola ferma fin del giorno proprio?... Anzi il Sig Felice Pace biotto Filosofo eccellentissimo, et huomo in molte scienze raro, mi afferma di aver egli veduto un autore, il quale per ragione di Astrologia et di Aritmetica mostra fin il proprio tempo, che le Comete apparir possino. Abbiamo innoltre accennato il trattato su questa materia scritto dal Cardinal Valerio, in cui dimostra che le comete non sono presaghe di alcun funesto avvenimento. Giampaolo Gallucci da Salò fu parimente autore di più opere astronomiche, e scrisse intorno agli orologi solari 5 sul qual argomento abbiamo ancora un trattato di Giambattista Vimercati nobile milanese e monaco certosino, nel corso di questo secolo più volte stampato (V. Argo la ti, Bihl. Script, mediol t. 2, pars 1, p. 1 (ititi), ed un altro di Valentino Pini canonico reg di S. Salvadore. Paolo Interiano gentiluom genovese si adoperò, ma con successo al par degli altri poco felice, a insegnare il modo di fissare i gradi di longitudine in un suo trattato stampato in Lucca nel 1551, a cui aggiunse ancora un ristretto della Sfera. ])i Antonio Lupicini abbiamo un discorso sopra la fabbrica e l’uso delle nuove verghe astronomiche, stampato in Firenze nell’an 1582. E ci basti l'aver nominati questi [p. 719 modifica]SECONDO per saggio de.’ moltissimi altri che si potrebbono nominar similmente, se il farlo potesse recar vantaggio. Lasciando dunque in disparte molti altri scrittori, passiamo a dire del frutto che dagli studii astronomici in questo secolo si raccolse, cioè della riforma del Calendario romano. Intorno al qual punto non fa bisogno di stendersi lungamente, poichè non pochi sono gli scrittori che ne trattano. XXIX. Già da molti secoli si dolevano i più esatti astronomi che il Calendario di cui si serviva la Chiesa, e che era stato adottato dal primo concilio niceno, non fosse esatto; perciocchè supponendosi in esso che il corso del sole corrispondesse precisamente a 365 giorni e 6 ore, e che 19 anni solari equivalessero a 235 lunazioni, questi due errori nel corso di molti secoli avean fatto che l'equinozio di marzo, ch a’ tempi di quel concilio era a’ 21, nel secolo xvi era già ritroceduto agli 11 del detto mese, e le nuove lune anticipavano di quattro giorni. Il celebre Beda fra gli altri avea già rilevati cotali errori, e di quando in quando eran sorti alcuni astronomi a chiederne la riforma. Il pontef Sisto IV, come altrove si è detto (t. 6, par. 1, p. 378), avea a ciò volto il pensiero, e il celebre Giovanni Regiomontano era stato a tal fine chiamato a Roma. Ma quest' astronomo morì poco appresso; e allora più non si pensò alla riforma. Frattanto nel corso del secolo xvi crebbero le doglianze contro il disordine del Calendario, e oltre gli Oltramontani, scrisser su ciò Pietro Pitati veronese da noi già mentovato, Basilio Lapi fiorentino monaco I [p. 720 modifica]720 LIBRO cisterciense fin da’ tempi di Leon X (Negri, Scritt. fiorent.), un certo Raggio pur fiorentino, che in un suo opuscolo, stampato nel 1514 7 «i mostra assai intendente di astronomia, Antonio Dulciati agostiniano, nato in Firenze a’ 6 di settembre del 1476 e fattosi religioso nel convento di S. Gallo nel 14Q2 7 e fendutosi in esso sì celebre, che vi ottenne le più raggardevoli dignità, e tre volte quella fra le altro di vi.sitator generale; delle cui opere astronomiche veggasi l’ab Ximenes, oltre alcune altre di diversi argomenti, che mss. se ne conservano nella libreria degli Agostiniani in Cremona, Giovanni Tolosani da Colle domenicano, Giuliano Ristori carmelitano, Filippo Fantoni camaldolese, ed altri, de’ quali, e delle opere loro e de’ loro disegni per la riforma del Calendario parla esattamente il suddetto ab Ximenes (Introd. al Gnom. fiorent. p. 102, cc.) (a). La gloria di riformare il Calendario era riservata (a) A' tempi del concilio lateranese, singolarmente tenuto da Leon X, molto si trattò della riforma del Calendario, come si può vedere nel tomo VI de’ Supplementi a’ Concilii, dati in luce da mons Mansi. Si vede tra essi una lettera diretta allo stesso concilio da Paolo di Middelburgo vescovo di Fossombrone, in cui a ciò l’ esorta, e singolarmente a correggere l’aureo numero, qui, dic egli, di ut ami (aie lemporis jani faclus est plumbeus. Ei fu uno de’ più dotti in astronomia, che a quei" tempi vivessero, e benchè fosse natio della Zelanda, ei dovette però venire giovane in Italia, ove poscia visse costantemente; perciocchè nel 1484 era medico de duchi d’Urbino, nel 1494 fu fatto vescovo di Fossombrone, e morì poscia in Roma nel 1534 (Fabric. Bibl. med. et inf. ¿Etat. K5,p. 217). [p. 721 modifica]SECONDO 721 al gran pontef Gregorio XIII, e il progetto della riforma dovea uscire dal fondo della Calabria. Luigi Lilio ne fu l autore, nato non già in Verona, come moltissimi affermano, e tra essi il Montucla (Hist. des. Mathém. t. 1, p. 586), nè in Roma, come altri scrivono, ma nella Calabria, come confessa lo stesso marchese Malici (Kcr. illustr. par. 2, p. 293), benchè non sia ben certo in qual luogo nascesse (V. Tafuri, Scritt. napol. t. 3, par. 2, p. 465, ec. (*). Ei sarebbe uomo del tutto oscuro, se il suo progetto medesimo non l’avesse reso immortale, poichè nulla sappiamo deliavita da luicondotta, e nulla se ne ha alle stampe. Ma tutti gli scrittori di quel tempo, e la Bolla stessa di Gregorio XIII, gli assicuran la lode di questa invenzione. Dieci giorni tolti nel 1582 al mese di ottobre ridussero gli equinozii all’antico lor termine la soppressione dell’anno bisestile nell’ultimo anno d’ogni secolo, trattone al fin d’ogni quarto secolo, rendette stabile per l’avvenire quel termine stesso e non già Pinvenzion dell’epatta, che, come osserva il suddetto ab Ximenes (l. c. p. 106), era già conosciuta gran tempo prima, ma l’equazione introdotta nel ciclo decennovale congiunse e adattò l’anno solare al lunare. Il Lilio (*) Ciri» o Zirò piccini luogo della Calabria nella diocesi di Umbriatico fu la patria di Luigi Lilio, come ha chiaramente provato D. Carlo Maria.Nardi in un suo libro stampato in Lucca nel >769, e intitolato Carniinum specimen, concinnis adnolalionxbus se:Ini]uc ac proficuis parergis exornatum. Tiraboschi, Voi. XJ. 8 [p. 722 modifica]^23 LIBRO non ebbe la sorte di vedere il suo progetto eseguito, anzi non potè pure, prevenuto dalla morte, offrirlo al pontefice. Antonio di lui fratello gliel presentò, e Gregorio raccolse una congregazione de’ più dotti astronomi che allor vivessero, affine di esaminarlo. Finalmente discussa a lungo in molte adunanze sì difficil materia, il pontefice con sua Bolla del 1 di marzo del 1582 ordinò nella maniera sopraccennata la riforma del Calendario. I Protestanti e alcuni ancor tra Cattolici scrissero contro questa riforma, ed ella parimente fu con molti libri dottamente difesa da Alessandro Canobio veronese, da Giovanni Zanti, e principalmente da Ugolino Martelli fiorentino e vescovo di Glandeve in Francia, uomo nella seria non meno che nella piacevole letteratura versato assai, uno dei’ fondatori dell’accademia degl’Infiammati di Padova, consolo della fiorentina, e altamente lodato da’ più dotti uomini di quell’età. Due opere pubblicò egli in Lione a difesa del Calendario Gregoriano, una latina nel 1582, intitolata De anni integra in integrum restitutione una cum apologia, quae est sacrorum temporum assertio) l’altra italiana nell’anno seguente, che ha per titolo: La Chiave del Calendario Gregoriano. Di lui ragiona a lungo, e accenna più altre opere da esso composte, il can Salvino Salvini (Fasti consol. p. 28, 211). XXX. Fra quelli che da Gregorio XIII furon trascelti a comporre la mentovata congregazione, in non parlerò qui del P. Cristoforo Clavio di Bamberga gesuita, ch’ebbe la principal parte della fatica, nè del P. Alfonso Ciaconio [p. 723 modifica]SECONDO domenicano (*) spagnuolo, perciocché essi non appartengono a questa Storia. Accennerò anche soltanto i nomi di Antonio Lilio fratello di Luigi, di cui non abbiamo altra notizia, del Cardinal Sirleto > del quale abbiamo altrove parlato, e di Vincenzo Laureo natio di Tropea in Calabria, vescovo del Mondo vi poi di Perugia, adoperato da molti pontefici in diverse onorevoli nunciature. e sollevato all’onor della porpora l’an 1583, di cui non abbiamo alle stampe che alcune lettere tra quelle di Sperone Speroni (Op. t. 5, p. 336, ec.) e alcuni epigrammi (V. Taf uri, i cit. par. 3, p. 3c)5), e di cui parlan più a lungo gli scrittori delle Biblioteche napoletane. Più distinta menzione ci convien fare d’Ignazio Danti domenicano e di patria perugino, che vi ebbe parte egli pure, e che fu uno de’ più celebri matematici che avesse l’Italia. Era egli di una famiglia in cui gli studj della matematica poteansi dire ereditarii. Gli scrittori perugini rammentano quel Giambattista Danti, di cui raccontano che in occasion delle nozze di una sorella di Giampaolo Baglioni col generale Bartolomeo Alviani (cioè o alla fine del secolo xv, o al cominciar del seguente) adattatesi alle spalle due ali, volò qual nuovo Dedalo dalla parte più alta della città, traversando per aria la piazza piena di popolo: se non che rottosi il ferro che sosteneva l’ ala sinistra, ei non potè più reggersi, (*) Non fu il P. Alfonso Ciacouio domenicano, ma Pietro Giacomo egli pure spagimolo, che fu adoperato alla riforma del Calendario romano. [p. 724 modifica]72 4 LIBRO c cadde sul tetto di S. Maria delle Vergini, e si ruppe una gamba, che però gli fu risanata (Oldoiti. Allieti. August. p. 168, ec.). A dir vero però di questo sì ammirabile volo, benchè si abbia testimonianza presso il Pellini storico perugino, che visse nel medesimo secolo, ma alquanto lontano dal Danti, sarebbe a bramare qualche più accertata memoria. Pier Vincenzo avolo d'Ignazio, secondo gli scrittori perugini (ib. p. 283), era della famiglia de' Rainaldi j ma dilettandosi egli molto della poesia italiana, e cercando singolarmente d imitare lo stil di Dante, prese da questo poeta il cognome che passò a’ suoi discendenti. Ma più che nella poesia ei si rendette celebre nella matematica, e ne diè in saggio la traduzione della Sfera del Sacrobosco, da lui fatta. Ei morì nel 1512, e lasciò due figli, Giulio e Teodora. Della seconda singolarmente abbiamo un bel monumento nella lettera di Pier Vincenzo di lei padre, scritta nel 1498 a M. Alfano Alfani, e premessa alla traduzion sopraddetta: Vivendo io, scriv egli da una sua villa, in così nobile ozio, parte per mio diporto, e parte per istruire i miei figliuoli in così nobile arte, e da me con tutto diletto seguita, mi posi con accurata diligenza a mostrar loro i primi principii di essa, con dichiararli il breve trattato della Sfera del Sacrobosco; e perchè da essi potesse più facilmente apprendersi, volsi dal latino tradurla nella nostra comune lingua. Ma quello, che mi apportò maraviglia, è l’ aver veduto il profitto, che in essa ha fatto la mia maggior figliuola, a cui voi imponeste il nome di Teodora tenendola al Battesimo, [p. 725 modifica]SECONDO na.'Ì essendo eh’ ella oltre la sfera, ili giù iniettile c i Astrolabio e l Almonacho non mediocremente. Di essa fa pure onorevol menzione Ignazio di lei nipote, che pubblicando la traduzione poc’ anzi accennata, dopo aver dette le cose medesime or riferite, soggiugne: La quale poi con progresso di tempo fece di queste scienze tale acquisto, che fu celebre sommamente nella patria nostra. Nè saprei tacere, come io di picciola età imparassi da essa i primi principii di questa scienza, oltre a quello, che mi fu insegnato da Giulio mio padre, veri eredi delle virtù di Dante loro genitore. Le quali notizie, che’io non avrei potuto scoprire, non avendo il libro da cui sono tratte, mi sono state cortesemente additate dal ch. sig. Annibale Mariotti perugino, da cui speriamo che la storia letteraria di quella città debba essere egregiamente illustrata {a). Il suddetto Giulio fu insicm matematico ed architetto, e il P. Oldoino afferma (ih.p. 198) ch’oi diè alla luce un’opera sull' Innondaziotie del Tevere, e alcune note sugli Ornamenti dell'architettura. Ma il più famoso di questa famiglia fu il dello Ignazio figliuol di Giulio, detto al secolo Pellegrino. Entrato in età giovanile nell’Ordine de'Predicatori, tutto si applico allo studio della matematica, e fece in esso sì lieti progressi, che il gran duca Cosimo de' Medici cliiamollo a Firenze, c lo ebbe (a) Di fatto il sig. Mariotti nelle sue Lettere pittoriche perugine, pubblicate nel 1788, ha rischiarati parecchi punti anche della storia letteraria di Perugia, e pregevoli notizie singolarmente ci ha date (p. 177, ec.) di questi illustri personaggi della famiglia Danti. [p. 726 modifica]7 20 LIBRO per più anni carissimo, e provvidelo largamente. La chiesa di s Maria Novella mostra ancora i bei monumenti che del suo saper astronomico lasciovvi il Danti, cioè il quadrante di marmo e l armilla equinoziale e meridiana che nella facciata di essa si osservano. Di questi monumenti, e de tentativi da lui fatti per costruire un gnomone nella chiesa medesima, che rimasero senza effetto per la sua partenza da quella città, e delle belle tavole geografiche e de’ mappamondi da lui formati per lo stesso gran duca parla a lungo ed eruditamente il ch. ab. Ximenes (Introd. al Gnom, fiorent. p. 42, ec.), il quale reca ancora il magnifico elogio che del Danti ha fatto il Vasari scrittore contemporaneo (Vite de Pitt. t. 7, ed.Fir. 1722, p. 173) (*). Qualche tempo dopo la morte del (*) Una lettera originale di f Ignazio Danti al co Polidoro Castelli, che mi è venuta alle mani, ci mostra quanto fosse egli cercato per la fabbrica de mappamondi, e quanto questi fossero pregiati, e perciò non dispiacerà, io spero, il vederla qui riferita: Ho visto quanto il Sig. Bolognetti scrive a V. S. Et perchè’ hora non posso venire da Lei, le dirò con questi due versi, che il Sig. Bolognetti ha inteso male, perchè non ha promesso al Sig. Paolo farne una con 40 scudi. Sua Signoria mi dimandò della spesa che andrebbe in fabbricare detta palla, et disse: farebbesi con 40 scudi? al che io non risposi, perchè non lo sapevo. Ma poi per una che se ne ha da fare per il Sig Principe ha calculata la spesa, et ascende a poco più: parlo della spesa solo del guscio senza altra manifattura, perchè la superficie di detta palla è braccia 36 quadre, et è tutta armata dentro di ferri, perchè sì gran globo non si reggerìa da per sè, et questa che si è fatta costa al G. Duca molto più, perchè la [p. 727 modifica]SECONDO ^27 gran duca Cosimo passò a Bologna, ove fu in quelf università professore di matematica. ed ivi ancora lasciò un* immortale memoria del suo saper astronomico nella gran meridiana da lui fattura solamente del piede con i due cerchii costa 400 scudi, il quale è fatto con invenzion nuova talmente, che con un sol dito sì gran macchina si muove per tutti i versi, e si fa alzare et abbassare i poli con facilità grandissima. Quanto poi alle due palle, che il Sig. Bolognetti Scrive, io li scrissi, che l avrei servito per far piacere a V. Sig. et anco alli Signori Bolognetti, et l ho molto sentito lodare per quel compito Sig. ch egli è., più che per voglia che io ne abbia, perchè quando volessi farne. ha rei che fare pur troppo, e posso far dette palle anco in dono, ancorchè io sia povero frati ce Ilo, che con quei pochi denari, che ho ogni mese da loro A. f abbia a vivere io con chi mi serve. Ho scritto quel prezzo per servire Sua Signoria da quel prezzo, perchè la saprei servire anca da minor prezzo, perchè mi dà il cuore di ballare ad ogni sorta di suono. Ma per fare due palle compite, io so la spesa, ch io ci harei da fare oltre la mia fatica, et perciò dissi che quando saranno fatte, se Sua Signoria non le vorrà, le lasci a me, che non mi mancherà che farne, et che della grandezza non mi dà noja un poco più o meno. Saranno colorite con azzurro ollramarino t et la terra de' suoi colori naturali, o se la vorrà si farà tutta d’oro con buona scrittura, et se vi volesse i monti di rilievo ve li farò, ma in sì piccolo globo non ve lo consiglierei, perchè so che non il soddisfaria, pure farò per servirlo tutto quello che vorrà, pur ch’io possa far cosa grata a V. Signoria, alla quale di tutto cuore mi raccomando, e si degni scrivendo al Sig. Francesco Bolognetti basciarli le mani in mio nome. Da Pitti alli 23 di Settembre. Di V. Illustre Sig. affezionatiss. Serv.’. F. Ignazio Danti. [p. 728 modifica]7^8 libro disegnata nel tempio di S. Petronio l’an 1576, che fu poi dal Cassini perfezionata (Dott. forest. p. 49). Ma poco tempo si trattenne in Bologna, chiamato nel 1577 a Perugia (l. c.), ove parimente disegnò molte tavole geografiche. Gregorio XIII, come si è detto, il volle a Roma, ove oltre alle fatiche da lui sostenute per la riforma del Calendario, disegnò per ordine del papa e dipinse nella galleria Vaticana le tavole geografiche dell’ Italia. Deesi dunque correggere l Alidosi che il fa continuare nella sua cattedra in Bologna fino all’an 1583. In quest’anno ebbe dal pontefice il vescovado d’Alatri, ma poco ei ne potè godere, rapito dalla morte tre anni appresso in età di 49 anni. I PP. Quetif ed Echard ci han dato il catalogo delle opere da lui composte, le principali delle quali sono le Scienze Matematiche ridotte in Tavole, il Trattato dell' uso e della fabbrica dell’Astrolabio e il Comento sulle due regole della Prospettiva pratica del Barozzi. Ignazio ebbe un fratello di nome Vincenzo, prima orefice, poscia scultore famoso, delle cui opere fa un grande elogio il Vasari (Vite de’ Piti. I. cit. p. 171). Egli fu poscia chiamato in Ispagna dal re Filippo II per la fabbrica dell’Escuriale. Così questa sola famiglia diede nel corso di un secolo più e più uomini illustri, ciaschedun de’ quali potea bastare a renderla celebre nella repubblica delle scienze. XXXI. A perfezionare l’astronomia giovò non poco lo studio dell’ottica, il qual pure, benchè non fosse condotto nel corso di questo secolo a quella chiarezza ch’esso dee ai’ più moderni [p. 729 modifica]SECONDO 72 f) filosofi, cominciò nondimeno ad uscire da quelle tenebre fra le quali era stato finallora involto. E a tre Italiani principalmente ne fu esso debitore, cioè a Francesco Maurolico, a Giambattista Porta e al celebre F. Paolo Sarpi, uomini tutti di sommo ingegno e d’infaticabile studio, e degni perciò, che la lor memoria s’illustri con particolare esattezza. Il Maurolico fu uno de’ più rari genii dei’ quali si trovi menzion nella storia. Oltrecchè non vi fu parte alcuna delle matematiche, ch'egli con felice successo non coltivasse, sicchè noi potremmo con ugual ragione di lui parlare in qualunque articolo di questo capo, gli altri generi ancora della seria e della piacevole letteratura non furon da lui trascurati, come ben si raccoglie dal numero e dalla varietà dell’opere da lui pubblicate. Francesco Maurolico barone della Foresta di lui nipote ne pubblicò la Vita in Messina nei 1613. Un’altra ce ne ha data il P. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 37), e ne parla ancora il Chaufepiè (Dict. hist.), il quale però non fa quasi altro che copiare e tradurre il can Mongitore. Egli era nato di nobil famiglia in Messina nel 1494 e dopo aver coltivate le belle lettere, ed essersi consegrato a Dio cogli ordini sacri, tutto si abbandonò agli studii della matematica con tal fervore, che ne cadde gravemente infermo, nè mai potè riavere una perfetta salute. Ciò non ostante, al par d’ogni uom più robusto, continuò le incominciate fatiche, e agevolandoglisi il lavoro dal vivo ingegno di cui era dotato, diè alla luce tante e sì dotte opere, quante ne veggiam riferite da’ suddetti scrittori [p. 730 modifica]^3q libro e dal Mongitore (Bibl. sicul. t. 1, p. 226, ec.). Ei visse comunemente a sè e a’ suoi studii, se non che la stima che avean per lui molti grandi, e singolarmente Giovanni Ventimiglia march di Gerace, e Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, il costrinse a seguirli talvolta ne loro viaggi e a vivere nelle lor corti. Col primo recossi a Roma, ove il Cardinal Alessandro Farnese il! ricolmò di onori e di beneficii, per modo che il marchese temendo che un sì grand’uomo non gli fosse rapito, affrettò la partenza, e sel ricondusse in Sicilia. Non minore stima ebber per lui il Cardinal Cervini, che fu poi Marcello II, e il Bembo che in alcune sue lettere ne parla con sommi elogi Lett t. 3, 1. 9, Op. t. 3, p. 284 Epist.famil. l. 6, ep. 83, 84). Lo stesso marchese di Gerace gli conferì la badia di S Maria del Parto, e volle che in Messina leggesse pubblicamente le matematiche coll annuo stipendio di 200 scudi d’oro. Il vicerè de Vega gli diè ad istruire nella scienza medesima il suo primogenito j e tanto ebbe in pregio la compagnia del Maurolico, che dovendo partir con lui per Catania, ed essendosi Francesco ammalato, il vicerè sospese quel viaggio, finchè ei si fosse ristabilito. Lo stesso imp Carlo V venuto dopo la guerra africana a Messina, e avendo veduto il Maurolico, da cui erano stati ideati gli archi trionfali a lui eretti, lo accolse con sommo onore, e volle ch’egli insieme coll’architetto Ferramolino soprantendesse alle fortificazioni di quella città. Nè minor conto fecer di lui i primi matematici di quel tempo, e fra gli altri il P. Clavio e Federico Commandini, [p. 731 modifica]SECONDO <j3l ¡1 secondo de' quali soleva in tutti i suoi dubbii a lui ricorrere non altrimenti che ad un oracolo, e molti stranieri, a’ quali era giunta la fama di sì grand’uomo, viaggiarono fino in Sicilia sol per conoscerlo di presenza. Così onorato da tutti, dopo aver passato fra gli amati suoi studii tranquillamente una lunga vita, e dopo esser giunto all’anno ottantesimo di sua età, finì di vivere in una sua villa presso Messina a’ 21 di luglio del 1575. Le opere del Maurolico non sono mai state raccolte in un sol corpo, e moltissime di esse non han mai veduta la luce, delle quali si può vedere il catalogo presso il citato Mongitore. Fra le stampate abbiamo molte traduzioni e comenti degli antichi matematici greci, come di Teodosio, di Menelao, di Anatolico, di Euclide, di Archimede e di Apollonio. Egli ardì di supplire alla perdita del quinto libro di quest ultimo autore, che per testimonianza di Pappo Alessandrino trattava de Maximis et Minimis; e benchè ei non fosse in questa impresa così felice, come fu poi il Viviani, nondimeno ei si diede a conoscere pel più profondo geometra che allor vivesse 5 il che pure si scorge negli altri non pochi trattati su questa scienza da lui composti. Nelle sezioni coniche singolarmente egli aprì un nuovo sentiero, traendole dal cono stesso, e descrivendo ingegnosamente le diverse curve che se ne formano; metodo che fu poi seguito anche da parecchi geometri più recenti. Belle ancora son le ricerche da lui fatte intorno a gnomoni nel suo libro de Lineis horariis; ed egli fu il primo a osservare le intersezioni clic [p. 732 modifica]732 LIBRO hanno fra loro le linee orarie (Clavius in Gnomon.). L’aritmetica ancora fu da lui illustrata, e ne abbiamo innoltre diversi trattati sull'Astronomia, sugli Elementi, sulla Meccanica, sulle proprietà della Calamita, sulla Musica e su altre parti della Fisica e della Matematica. Per ciò che appartiene alla luce, del che qui trattiamo principalmente, ei pubblicò un’opera intitolata Photismi de lumine et umbra ad prospectivam radiorum incidentium facientes. Niuno si accostò più di lui a scoprire la vera maniera con cui si veggono gli oggetti. Ei riconobbe che l'umor cristallino raccoglieva e univa nella retina i raggi che escon da' copi, e spiegò i diversi fenomeni de’ presbiti e de’ miopi. Egli fu il primo a spiegar giustamente per qual ragione i raggi del sole passando per un foro di qualunque figura esso sia, e raccolti a una certa distanza, forman sempre un circolo, e perchè i raggi del sole in parte eclissato passando pel medesimo foro rappresentano quella parte del disco solare che non è ancora coperta. Egli spiega ancora la formazion dell’immagine che gittan gli specchi concavi in certe situazioni dell’oggetto, per la riunione de’ raggi ch escono da ciascun punto dell’oggetto medesimo, in altrettanti punti del piano opposto. Tante e sì belle osservazioni parea che dovesser condurre il Maurolico a scoprir finalmente come l’immagine dell’oggetto si dipinga nel fondo dell’occhio. Ma ei giunse, per così dire, alle soglie del vero, e non ardì di penetrarvi, atterrito forse, come riflette il Montucla, da cui ho tratte principalmente le riflessioni sulle [p. 733 modifica]SECONDO ^33 scoperte del Maurolico (Hist des Mathém. t 1, p. 463,626), dalla difficoltà di spiegare come l oggetto che dipingesi rovesciato nel fondo dell’occhio, si vegga nondimeno nella natural sua positura, cosa che per poco non isgomentò lo stesso Keplero, quando si accinse alla spiegazione di questo fenomeno. Io lascio da parte altre scoperte che alcuni scrittori siciliani attribuiscono al Maurolico, perchè non mi sembrano abbastanza accertate (V. Auria La, Sicil. inventr p. 12, 53, 119, 176, 235, 236, ed. palerm. 1704)*, nè egli abbisogna di lodi o false, o dubbiose. Ciò che in lui mi dispiace, si è il vedere che anche un sì grand’uomo si lasciasse ingannar da’ prestigi dell’ astrologia giudiciaria, e ch’egli ancora talvolta la esercitasse. Così ci persuadono i racconti di diversi pronostici da lui fatti coll osservare le stelle f che ci narrano gli. scrittori poc’anzi citati. Io non ho potuto leggere le opere astronomiche del Maurolico, per osservare se in esse ei si mostri persuaso della verità di quell’arte. Ma s egli ivi non ne ragionasse, e più ancora se prendesse a combatterla, sarebbe questo un troppo forte argomento a smentire gli accennati racconti, che in fatti non sono forse se non incerte tradizion popolari. Oltre le opere filosofiche e matematiche poc'anzi indicate, abbiamo del Maurolico una nuova e più ampia edizione del Martirologio, un Compendio della Storia di Sicilia, sei libri gramaticali, le Vite di S. Conone monaco e della B. Eustochio abadessa, e molte rime; delle quali opere e delle loro edizioni veggasi il Mongitore, che aggiugne [p. 734 modifica]unno un lungo catalogo di moltissime altre opere di di versi argomenti da lui composte che non han mai veduta la luce. XXXII. Ugualmente vivace e acuto, ma più volubile e capriccioso, fu l ingegno di Giam» batista Porta napoletano, a cui pur molto dee la teoria della luce, benchè egli ancora non giungesse a spiegarla con esattezza. S’ei non avea, come affermasi comunemente, che 70’ anni di età, quando morì nel 1615, convien dire ch’ei nascesse nel 1545. Ma nella più ampia edizione della sua Magia naturale, da lui fatta in Napoli nel i.r»8(), ei dice che la prima edizione era stata fatta 35 anni addietro, cioè nel 1555, e ch’egli contava allora 15 anni di età, e che attualmente era nel cinquantesimo; il che ci pruova ch’egli era nato circa il 1540. L'ab le Clerc si sforza di dimostrarci (Bibl. du Richelet) che non è possibile che in sì tenera età ei potesse avere cognizioni sì estese. E veramente l’ edizione del 1555 da niuno è stata veduta; e la più antica che si conosca, è quella d’Anversa del 1561. Ma innanzi ad essa vi è il privilegio del re Filippo II del 1559). E se vi si aggiunga il tempo che si dovette impiegare in mandarne il manoscritto in Fiandra, nel sottoporlo all’esame j nell’ ottenere il privilegio, si vedrà che non molto dopo il 1555 dovea quell’opera essere stata compita dal suo autore, e poteva ei perciò dire di averla allor pubblicata. Egli è vero che il Porta vi parla de’ lunghi suoi studii, dell’esperienze per più anni continuate, del danno soffertone ne’ suoi famigliari interessi, cose tutte [p. 735 modifica]SECONDO j35 che suppongono un uomo non del tutto immaturo. Ma forse il Porta scrisse così per imporre più facilmente e per dar più credito alla sua opera. Checchè sia di ciò, ei si diede assai presto a studiar la natura. Ei però non fu troppo felice nella scelta de suoi maestri; perciocchè prese principalmente a seguire Arnaldo da Villano ova, il Cardano ed altri somiglianti filosofi che abusato aveano del loro ingegno, col correr dietro a sogni della lor fantasia. Affin di meglio scoprir gli arcani della natura, raccolse un’accademia in sua casa, come si narra dall’Imperiali (Museum hist.) e da altri scrittori, detta de Segreti, nella quale non ammettevasi alcuno che di tal onore non si rendesse degno collo scoprire qualche segreto suo ritrovato che fosse utile alla medicina, o alla filosofia. I viaggi da lui fatti giovaron non poco ad arricchirlo di pregevoli cognizioni. Ei fu certamente in Venezia, ove narra egli stesso di aver conosciuto il celebre f Paolo, e di aver molto da lui appreso (prooem. ad l. 7 Mag. natur.). Fu ancora in Roma; e se è vero ciò che narra il P. Niceron, dopo altri scrittori (Mém. des Homm. ill t. 43), cioè ch’ ei vi fosse accolto e trattato con sommo onore dal Cardinal Luigi d’Este, sicchè egli avesse un libero accesso al medesimo ogni qual volta più gli piacesse, convien dire che due volte ei vi si trattenesse, cioè prima del 1586, nel qual anno morì quel gran cardinale, e poi verso il 1610, nel qual anno fu ascritto all’ accademia de’ Lincei, fondata dal principe Federigo Cesi, di cui diremo nel secol seguente (Vandelli, Consider. sopra le notiz. de [p. 736 modifica]736 LIBRO Lincei) p. 58) (*). Anzi egli oggiugne di aver viaggiato non solo per tutta l’Italia, ma per la Francia e per la Spagna, visitando tutte le biblioteche, conversando con tutti gli uomini dotti, e abboccandosi ancor cogli artefici per apprender da essi ciò che apparteneva alla lor professione (praef ad Mag. nat ed. Neap. i5&y). Gli studi falli dal Porta e le opere da lui pubblicate gli conciliaron la stima de’ più dotti nomini del suo tempo. Il Peirescio fra gli altri, venuto in Italia sulla fine di questo secolo, e giunto a Napoli, fu a visitarlo più volte, c con lui e con Gianvincenzo di lui fratello, uomo esso pure assai dotto, si trattenne in lunghi e dotti ragionamenti, e osservò con attenzione le rarità naturali da essi nel lor museo raccolte (Gassend. in Vita Peiresc.). Fra tanti onori però ebbe anche il dispiacere di cadere in sospetto presso il pontefice per le superstizioni da lui ne’ suoi libri insegnate, e per 1 uso ch’egli facea dell’ astrologia e di altre somiglianti maniere di predire il futuro, e dovette andarsene (*) Due lettere scritte dal Porta al Cardinal Luigi d Este si conservano in questo ducale archivio. La prima è scritta da Napoli a 20 di novembre del 1579, in cui lo ringrazia che lo abbia uni messo tra’ suoi servidorii, e dice che presto, e forse al principio del mese seguente, verrà a Roma ad ubbidirgli. È certo dunque ch’ ei non solo fu onorato, ma anche preso al servigio da quel gran cardinale, e questa lettera ce ne dà l’epoca. L altra scritta da Venezia, ove pare che fosse invitato dal cardinale, a’ 29 di novembre del 1580; e in essa gli dà conto di uno specchio parabolico che faceva ivi lavorare pel medesimo cardinale, e di una non leggici' malattia da cui era stato travagliato. [p. 737 modifica]SECO.NDO 'j'ò'J a Roma a giustificare, come meglio poteva, la sua dottrina e la sua condotta (Imperial. l. c.). Finalmente nel 1615 venne a morte in Napoli, compianto da tutti i dotti di quell’ età, che il rimiravano non altrimente che qual uom rarissimo e singolare. E fu veramente il Porta fornito di acuto ingegno e dotato di vastissima erudizione, come ben si scorge al leggerne le opere, nelle quali ei dà a conoscere quanto fosse versato nella lettura de’ migliori scrittori antichi e moderni. Grande è il numero de’ libri da lui pubblicati, e se ne ha il catalogo presso il p Niceron e più altri scrittori. Quelli della Magia naturale furon dapprima quattro, e crebber poi fino a venti. Egli pretese di raccogliere in essi quanto di maraviglioso si trova nella natura, e si può ottenere coll’arte. E non vi ha dubbio che molto non vi abbia di ridicolo e di puerile. Ma è certo ancora che molte osservazioni assai pregevoli vi si ritrovano intorno a diversi punti di storia naturale, alla luce, agli specchi, a’ fuochi artifiziali, alla statica e alla meccanica, alla calamita e ad altre somiglianti materie. Non è perciò a stupire che una tal opera fosse tosto, com’ egli si vanta nella prefazione all’ edizione di essa del 1589, tradotta nelle lingue italiana, francese, spagnuola e arabica. Opera di somigliante argomento è quella intitolata Phtyognomonica, in cui insegna a conoscere dall’ esterna apparenza le interne virtù delle piante, degli animali, de’ metalli e d ogni altra cosa. Nè ei fu pago di conoscere dall esterne apparenze le cose animate e irragionevoli. Volle alle leggi medesime soggettar Tihiboscui, Voi. XI. 9 [p. 738 modifica]738 LIBRO l’uomo, e nelle due opere intitolale de Humana Phjrsiognomia e Cuci sti* Phjrsiognorniae, pretese d’insegnare come dalla fisionomia degli uomini si conoscano le naturali lor propensioni, e come queste si possano con naturali rimedii combattere, o superare; opere nelle quali più che nelle altre si abbandona il Porta ad osservazioni superstiziose e puerili, e indegne di quell’uomo dotto ch'egli era. Più pregevoli sono parecchie opere filosofiche e matematiche da lui lasciateci, quali sono i nove libri De refractione Optices parte, i libri intitolati Pneumatici e que’ Degli Elementi curvilinei, e un trattato di Prospettiva. Alcune parti della sua opera della Magia naturale furono da lui prodotte di nuovo separatamente e accresciute; e tali sono i libri De furtivis literarum notis, e quelli che son quasi gli stessi che i precedenti, De occultis literarum notis. Io lascio da parte più altre opere dal Porta date alla luce, delle quali si può vedere il catalogo presso i sopraccennati scrittori. Ma non vuolsi tacere che quest’ uomo medesimo, il qual pare che si dilettasse soltanto di studii serj e difficili, fu ancora scrittor drammatico e assai fecondo, singolarmente negli ultimi anni di sua vita, perciocchè ne abbiamo quattordici commedie, due tragedie, una tragicommedia, le quali però non sono le opere a cui il Porta debba la fama di cui gode tuttora. XXX11I. Abbiamo accennate le principali opere ! dal Porta date alla luce. Rimane a vedere come abbia egli giovato alla cognizione dell’ottica, e quali invenzioni a ragione gli vengano attribuite [p. 739 modifica]SKCONDO Nella storia del secolo precedente abbiamo osservato che Leon Battista Alberti fu il primo inventore di quella che volgarmente si dice camera ottica, per cui un oggetto assai minutamente dipinto e posto orizzontalmente, per mezzo di ben disposti cristalli si vede nella natur.il sua positura, e ingrandito per modo, che par quasi di averlo realmente sotto dell’occhio. Non si può dunque, come alcuni pretendono, attribuire al Porta l’onore di questa invenzione, benchè egli ancora sembri parlarne (Mag. na~ tur. I. 17). Ben gli si dee quella della camera oscura, per cui oscurata del tutto una camera e aperto un sol foro nella finestra, e applicatavi una lente convessa, gli oggetti esteriori si veggono adombrati sulla parete (ib.). Questa sperienza fece conoscere al Porta che l’occhio umano era a guisa di una camera oscura in cui gli oggetti esterni si venivano dipingendo. Egli il conobbe, e lo insegnò. Ma non giunse a scoprire ove propriamente si scolpissero quelle immagini, cioè nella retina; e credette che l’umor cristallino fosse il principal organo della visione. Ma benchè il Porta, come il Maurolico, non giugnesse a conoscere perfettamente il sistema dclfocchio, dobbiam però confessare che molto ei giovò ai posteri colle diverse ingegnose sperienze che in questa materia ei fece, e che si posson veder descritte ne suoi libri della Magia naturale, in quei’ della Rifrazione e in altre sue opere. Molto ancora egli scrisse sugli specchi piani, convessi e concavi, e sui diversi loro effetti, e particolarmente sugli specchi ustorii, intorno ai’ (quali ei pretese di aver trovato il [p. 740 modifica]740 « LIBRO modo di formarli in maniera che ardessero a qualunque distanza (ib.). Ma egli stesso non ebbe il coraggio di accingersi a farne pruova. Maggior onore dovrebbe egli ricevere dall’ invenzione del telescopio, se questa si potesse veramente a lui attribuire (n). E molti glie l’attribuiscono in fatti, e fra essi uno che potrebbe valer per molti, cioè il Wolfio (Elem. Dioptr. schol. 318). Ma, a dir vero, non abbiam bastevole indicio a conoscere che il Porta fosse il primo inventore di tale stromento. L’ unico passo delle sue opere, in cui egli sembra accennarlo, si è ove dice: Concavae lentes, qitae longae swit, alarissime cernerefaciunt; convexac propinqua; unde ex visus commoditate his frui poteris. Concavo longe parva vides, sed perspicua, convexo propinqua majora, sed turbida; si utrumque recte componere noveris, et longinqua et proxima majora et clare videbis. Non parum multis amicis auxilium praestitinius, (n) Alcuni hanno creduto che il celebre Ruggero Bacone avesse trovato il telescopio; e M. Bailly raccoglie alcuni passi da’ quali certamente raccoglie eh’ ci faceva uso di un tubo ottico. Ma egli stesso osserva che cosi il tubo da lui usai*), come pur quelli de’ quali sembra che si servissero gli antichi, e singolarmente Ipparco « Tolomineo, e così pure quelli che adoperavano da’ Cinesi, e quello di cui usava il monaco Gerberto che fu poi papa Silvestro 11, doveano essere tubi senni lenti, destinati soltanto a raccoglier meglio i raggi e a fissar meglio l’oggetto che voleasi rimirare (Hat. ilo VAstron. mod. t. i, p. 3o5, 355, 6a3, 6yc)). Certo se il telescopio fosse stato veramente scoperto in addietro, gli astronomi non meno che i curiosi non avrebbon permesso che una tale scoperta si dimenticasse giammai. [p. 741 modifica]SFCONDO qui et longinqua obsoleta, proxima turbida conspiciebant, ut omnia perfectissime contuissent (Mag. natur. l. 17, c. 10). Or queste parole non sono abbastanza chiare, per inferirne che qui si parli di telescopio; anzi sembra evidente che il Porta ragioni solo di occhiali, i quali servano a’ presbiti e ai’ miopi; nel che fu egli forse il primo a trovar la maniera di fabbricarli con maggior perfezione, benchè il loro uso, come si è detto a suo luogo, fosse noto fin dagli ultimi anni del secolo XIII. L’aggiugner che fa il Porta, che con tali lenti egli avea recato non poco sollievo ed ajuto a molti suoi amici, conferma questa opinione; perciocchè se si fosse trattato di telescopio, il Porta avrebbe anzi detto che per mezzo di esso egli avea fatte molte osservazioni celesti; nè avrebbe lasciato, uomo com egli era assai facile ad esaltare le cose sue, di mostrare il vantaggio che da tale scoperta ricever dovea l astronomia. Innoltre ei non fa menzione alcuna del tubo in cui le diverse lenti si debbon congiugnere. Finalmente, se le recate parole bastassero a provare che il Porta fosse l’inventore del telescopio, il Fracastoro potrebbe a maggior ragione aspirare a tal gloria; perciocchè egli ancora, come si è poc’anzi veduto, parla di due lenti Ì)oste f una sopra dell’altra; anzi egli dice che la luna e le stelle per esse sembravano assai vicine. Or come ciò non ostante niuno dà al Fracastoro tal lode, così molto meno essa deesi al Porta (a). Nella storia del secol seguente (a) Due eruditi Napoletani hanno recentemente illu[p. 742 modifica]743 LIBRO vedremo la vera epoca di questa invenzione, ed esamineremo a chi debba concedersene il vanto. XXXIV. Sembrerà forse ad alcuni che di Fra Paolo Sarpi, di cui ora entriamo a parlare, fosse più opportuno il ragionar fra' teologi, pcrciocJJI1I U j P J Mj | LI I I I vi II IdglUlIUI Ita [ILILIULchè a questa scienza si riferiscono in gran parte le opere che se ne hanno alle stampe. Ma gli scritti teologici del Sarpi appartengono al secol seguente, poiché furon composti in occasione del famoso Interdetto. Se dunque converrà ragionarne, ciò sarà solo ove si tratterà di que’ tempi, e io mi compiacerò frattanto di poterlo qui ricordare solo come profundo e ingegnoso filosofo, ne’ quali studi egli si esercitò principalmente negli ultimi anni di questo secolo, ed ebbe pochi a’ suoi giorni che gli potessero andar del pari. Della vita di lui non giova il dir lungamente, poiché oltre quella clic si suol premettere all1 edizioni dell'Opere di F. Paolo, e che è stata attribuita per lungo tempo al suo strate le invenzioni del Porta e ne hanno più ampiamente dimostrato il vasto sapere, il sig. Matteo Barbieri (Noli zie di - Maleni. e Fila*, napol. p. 99. ec.) e il sig. Pietro Napoli Signorelli (Vicende della Coltura nelle Due Sicil. t. p. 126); e il secondo singolarmente più a lungo si stende per assicurargli la gloria d inventore del telescopio, e per ribattere colla consueta sua urbanità le ragioni da me addotte in contrario. io confesso che ancor dopo lette le ingegnose riflessioni di questo scrittore, rimango nella mia prima opinione. Ma io non voglio entrar nuovamente in quistione, e se, confrontando le mie ragioni con quelle del valoroso mio avversario, parrà alla maggior parte de dotti che'io sia in errore, di buon animo mi darò vinto. [p. 743 modifica]SECONDO 743 compagno F. Fulgenzio Micanzio, finchè l eruditissimo Foscarini non ha con forti argomenti provato ch essa non può esser parto di quello scrittore Letterat venez. p. 305, ec.); oltre, dico, la detta Vita, abbiam le Memorie aneddote intorno al medesimo, raccolte da Francesco Griselini, opera della quale io mi varrò volentieri in ciò che appartiene agli studii filosofici e a, matematici e all epoche della vita del Sarpi, senza entrare all’esame di altri punti, ne quali io lascio ai più saggi ed imparziali lettori il decidere qual opinione debba abbracciarsi. Se ei fosse cattolico esternamente, e internamente calvinista, come molti hanno affermato, da qual parte movesse il colpo con cui ne fu esposta a pericol la vita, qual fosse lo spirito da cui egli si lasciasse condurre nel suo operare e nel suo scrivere, tutto ciò nulla monta alla Storia della letteratura italiana; anzi io sarei a tacciar di imprudenza, se volessi prendere a disputarne. Lasciam dunque in disparte tai cose, e consideriamo il Sarpi sol come filosofo. Egli ebbe Venezia a patria, e Francesco Sarpi mercante e Elisabetta Morelli cittadina veneziana a genitori, e nacque a1 i.\ d’agosto del i:>52. Istruito nelle belle lettere da Ambrogio Morelli prete, suo zio materno, e nella filosofia, nelle matematiche, nelle lingue greca ed ebraica da F. Giammaria Capella cremonese dell’Ordine de’ Servi di Maria, entrò in quest’Ordine stesso a’ di novembre del l565, e cambiò il nome di Pietro in quello di Paolo. Negli studii da lui fatti e ne’ saggi che ne diede pubblicamente, ottenne tal lode, [p. 744 modifica]744 LIBRO che Guglielmo duca di Mantova il dichiarò suo teologo, benchè non contasse ancora ventanni di età, e il volle per alcuni anni alla sua corte. Dopo un breve soggiorno in Milano, passò nel 1575 a Venezia, e per tre anni vi lesse filosofia nel suo convento, e poscia la teologia nel 15*“S » dopo avere in quell anno stesso ricevuta la laurea nell’università di Padova. L’an 1579, benchè in età di soli 26 anni, fu eletto provinciale, e quindi nel 1585 procurator generale della sua Religione, il qual impiego costi inscio a portarsi a Roma. Nel 1588, compito il tempo della sua carica, tornò a Venezia, e si diede tutto di nuovo agli amati suoi studii. Alcune brighe domestiche gli fecero un’ altra volta intraprendere il viaggio di Roma nel 1597, e accompagnò nel 1598 a Ferrara Lionardo Mocenigo eletto vescovo di Ceneda. Tornato poscia a Venezia, fu questa il continuo soggiorno del Sarpi, che fu eletto teologo di quella Repubblica nel 1605, e fu da essa impiegato ne’ più difficili affari, "e in premio della sua attività e del suo zelo distintamente onorato, finchè venne al fin de’ suoi giorni a’ 24 di gennaio del 1623 in età di 71 anni. Così scorse in breve le principali epoche della vita del Sarpi, facciamoci a riflettere con maggior diligenza sulle scoperte da lui fatte nella filosofia e nella matematica, e cominciamo da quella parte che ci ha data occasione a favellare di lui, cioè dall’ ottica. XXXV. La contrazione e la dilatazione dell’uvea nell’occhio è uno de’ principali punti che formano la teoria della visione. Or la scoperta [p. 745 modifica]SrCONDO 745 di essa fu tutta opera di F. Paolo. Nulla di ciò egli scrisse; ma l Acquapendente, di cui parleremo nel capo seguente, nel suo trattato De oculo et visus organo, stampato nel 1600, in cui prima d’ogni altro parla di questa proprietà dell' uvea, confessa di esserne debitore al Sarpi: Quod arcanum (cioè della detta contrazione e dilatazione) obscri'atam est et mihi significatum a R. P. Magistro Paulo Veneto, Ordinis, ut appellant, Servorum, Theologo Philosophoque insigni, sed Mathematicarum disciplinarum, et praesertim Optices, maxime studioso (pars 3, c. 6). Questa scoperta ci mostra che il Sarpi era ancora nell'anatomia versatissimo, e noi ne vedremo un’altra più chiara pruova,* quando diremo nel capo seguente della circolazione del sangue. Lo studio dell’ ottica gli agevolò quello dell astronomia, in cui pure F. Paolo molto si segnalò. Il Galileo, che avealo in moltissima stima, sicchè giunse a dirlo comun padre e maestro, e ad affermare che poteva assicurar senza iperbole che niuno olt repass avaio in Europa di cognizione nelle Matematiche (Griselini, Mem. p. 211, 216); il Galileo, dico, soleva informarlo delle sue nuove scoperte intorno Saturno e intorno i movimenti di Venere (Galil. Op. t. 2, p. 558, ed. Pad.) t ben sapendo che il Sarpi era sostenitore delle sue opinioni. Una lettera da F. Paolo scritta al Lescasserio, e pubblicata dal Griselini al fine delle sue Memorie, ci mostra quanto il Sarpi dal trattare col Galileo, e dall osservare egli stesso i fenomeni celesti, si fosse avanzato nella scienza della teoria della luna. Il Griselini [p. 746 modifica]74r> unno aggiugne (Merrh p. aor) die nelle Schede del Sarpi, le quali esiston tuttora nel convento del suo Ordine in Venezia, si trovan tre abbozzi di una dimostrazione selenografica, ove si veggono ai’ siti lor proprii nel disco lunare quelle macchie che poi dall' Ève!io furon dette Pontus Euxinus, Mare Mediterraneum, Colchis, Mare Adriaticum, Mare Egeum, Mons Sinai,ec. Se dobbiam credere all anonimo scrittore della Vita del Sarpi, questi al pari del Galileo avea saputo trovare il modo di formare il telescopio. Dagli scritti però sì editi che inediti di f Paolo ciò non raccogliesi, e solo dalla lettera sopraccitata si trae che nel 1610 era quello stromento già assai noto in Venezia e adoperato da lui nelle sue osservazioni, e che quegli artefici si andavano sempre più perfezionando nell’arte di lavorarlo: Amicus tuus quem dicis fabricasse instrumentum, quo plures videat stellas fixas, et alias notet lunae maculas, id ipsum conatus est quod nostri; sed hic nostri valde progrediuntur et in fabrica et in usu instrumenti. Non dubito, quin tota philosophia coelestis sumat maxima incrementa. Nè qui si ristettero le osservazioni e le scoperte del Sarpi. In un' altra lettera al Lescasserio, prodotta dal Griselini (ib. p. 209), ei riferisce le belle osservazioni sulla declinazione dell ago calamitato, che avea fatte Gianfrancesco Sagredo patrizio veneziano, di cui parleremo nel secol seguente, ne suoi Viaggi nella Siria; accenna quelle che fatte avea egli stesso, e si mostra favorevole alla opinion del Gilbert i, che il globo terrestre sia come una gran t [p. 747 modifica]SECONDO -47 calamita. Fin qui noi abbiam parlato del Sai pi sulla testimonianza di tai monumenti che, essendo pubblici, si posson consultare da chiunque il desideri. Ma stima ancor maggiore del profondo ingegno e della vastissima erudizione di questo grand uomo ci fa concepire ciò che di un codice di diversi pensieri, scritto di propria mano dal Sarpi verso il 1578, e tuttora esistente nel convento de Servili in \ enczia, ci narrano il Foscarini (Letter. venez. p. 307) e il Griselini (l. c p. 16 ec.). Io riferirò le parole di questo secondo scrittore che ce ne dà un più diffuso ragguaglio: Esaminando cotesti pi nsieri, olire ihe rilevasi a qual grado di cognizione era giunto Fra Paolo, facilmente anco si scopre, i he rispetto alle accennate scienze si era proposto un punto di perfezione fin allora non pensato. Ma più ancora: estraendo da essi quelli, per esempio, che appartengono a tutta la naturale Filosofia, e facendo l analisi de. medesimi, dando loro prima quell'ordine che non hanno, v è luogo a convincerci che. vide ed assaggiò tutto il meglio che potevano o dove ano dopo di lui pensare gli ingegni più svegliati del passato e del presente secolo circa i pi imi elementi, e la natura de’ corpi sublunari e celesti, proprietà e qualità loro, generazione e disfacimento de misti, anima sensitiva ed oggetti sensibili, nutrizione e vita degli animali, e tutt' altro, che viene abbracciato dal vasto regno della natura. Lo stesso che si dice de Pensieri Filosofici, intendasi anche di que Matematici, fra quali ve ne sono (che appartengono alla C con. etri a [p. 748 modifica]74® Limo pura, alla Sintesi e all Analisi, alle Sezioni Coniche, alla Meccanica, Statica, Idrostatica f Idraulica, Idrografia, A reo metri a, Ottica, Diottrica, Catottrica, Geometro-catottrica, Catodiottrica, Sfera, Astronomia, Acustiche, ed Architettura Militare. Scorrendo anche questi manifestamente si conosce, c/ie wora so/o e«'// avanzò le cognizioni degli antichi autori, cioè di Euclide, d'Archimede, d'A poliamo Pergeo, d Alhazeno non meno che de suoi contemporanei, frai’ quali di Guido Ubaldo de Marchesi del Monte, soggetto rinomatissimo nel decimo sesto secolo per le sue opere meccaniche; ma che precorse ancora alcuna delle idee e delle dottrine che da eccellenti Filosofi e Matematici nell' età posteriori alla sua furono esposte e pubblicate, cioè dal gran Galileo, Cavalieri autore del metodo degli Indivisibili, da Giovanni Keplero, da David Gregory, a da altri. Fin qui il Griselini, il quale in alcune note più precisamente ci addita i numeri di tai Pensieri, ne quali egli ragiona di ciascheduna delle sopraccennate materie, specifica alcune opinioni nelle quali il Sarpi concorda col Galileo, e afferma ch’ egli intorno agli specchi ustorii, la cui concavità sia generata da una curva parabolica, fa i medesimi ragionamenti che fece poi Cavalieri, e che adombra tutto ciò che intorno all astronomia lunare hanno insegnato il Keplero e il Gregory. L’autorità de’ due suddetti scrittori non mi permette di rivocare in dubbio ciò che da essi si afferma. Ad assicurar però maggiormente sì grand’onore al Sarpi, non meno che a tutta l’Italia, sarebbe stato spediente che si fosse [p. 749 modifica]I SECONDO;49 almen dato un saggio di tai Pensieri, perchè ognuno potesse più facilmente accertarsi di ciò che in essi s’insegna dal Sarpi, o che almeno si fossero più esattamente espressi i sentimenti di questo grand uomo } poiché 1’ estratto che nell’accennate note ne fa il Griselini, è talvolta oscuro, e talvolta indica certe opinioni che non fanno molto onore al sapere del Sarpi, come ove dice: Mostra Fra Paolo al num. 538 che l’acqua nel suo luogo non cerca discendere, e però non è grave. Il Galileo medesimamente mostrò che l acqua non ha gravità veruna; la qual seconda proposizione troppo chiaramente è contraddetta dalle opere del Galileo. Men certa è la gloria di alcune altre invenzioni che dall anonimo scrittor della Vita gli vengono attribuite, cioè ch ei fosse 1*autor del termometro, il qual vedremo a suo tempo che deesi al Galileo; che da lui fosse trovata una macchina con cui si scuopre la diversità de polsi, la qual veramente fu invenzion del Santorio j q che egli ideasse un sistema per salvare e spiegare i fenomeni tutti dei’ movimenti celesti con un sol movimento, di che il Griselini stesso confessa che non v’ha documento sicuro (p. 215). Le sole cose che incontrastabilmente son proprie del Sarpi, bastano a farcelo rimirare come uno de più grand uomini di cui possan vantarsi le scienze, e degno dell'elogio che ne fece il Salmasio nella dedicatoria della sue Esercitazioni Pliniane, indirizzata alla Repubblica veneta, dicendolo uomo quo felicius ad omnia ingenium post renatas literas natuni di ¿ce rim nullum, immo vel anterioribus etiam multis [p. 750 modifica]7^0 LIBRO saeculis, ai ho ut in eo formando totam se videatur impedisse natura. sed et exenipla pròtinus cor rapisse, ne par, aut simili s alias un(piani possct esistere. XXXVI. La prospettiva, parte essa ancora dell' ottica. fece parimente nel corso di questo ! secolo assai lieti progressi, e ne fu interamente debitrice all Italia: perciocchè, se traggasene Alberto Durer che insegnò meccanicamente ad usarla, i migliori scrittori di quest’arte ne tempi di cui parliamo, furono italiani. Fin dal secolo precedente Pietro della Francesca, natio di Borgo S. Sepolcro (che dal Montucla è stato trasformato (Hist des Mathém. t. 1, p. 364) in Pietro del Borgo San Stefano), pittore assai celebre, avea cominciato a scrivere su questo argomento. Di lui parla a lungo il Vasari (Vite de Pitt. t. 2, p. 205, ed. Fir. 1772), che annovera le diverse pregiatissime opere di pittura da lui fatte in Ferrara a’ tempi del duca Borso, in Roma sotto Niccolò V, in Milano, in Arezzo e altrove: e aggiugne che in Urbino si conservano alcuni suoi scritti di Geometria e di prospettiva, nelle quali non fu inferiore a niuno de. tempi suoi, nè forse che sia stato in altri tempi giammai, come ne dimostrano tutte le opere sue piene di prospettive (p. 206). E poscia: Fu Piero, come si è detto, studiosissimo dell arte, e si esercitò assai nella prospettiva, ed ebbe buonissima cognizione d Euclide, intanto che tutti i migliori giri tirati ne corpi regolari egli meglio che altro geometra intese; ed i maggiori lumi, che di tal cosa ci siano, sono di sua m ino, perchè Maestro Luca [p. 751 modifica]V 6ECONDO j5l chi Borgo Frate di S. Francesco, che scrisse de' corpi regolari di geometria, fu suo discepolo. E venuto Piero in vecchiezza ed a morte, dopo avere scritti molti libri, Maestro Luca detto, usurpandogli per se stesso, gli fece stampare come suoi, essendogli pervenuti quelli alle mani dopo la morte del maestro (p. 211). Io • non so qual fondamento abbia una tale accusa, che qui si dà dal Vasari a f Luca Pacioli del Borgo S. Sepolcro, di cui abbiamo parlato nel VI tomo di questa storia (par. 1, p. 378, ec.). Più volte però abbiamo osservato che accuse di tal natura sono spesse volte fondate su incerte voci del volgo; e che non deb» bonsi ammettere, finchè non se ne abbia più certa pruova. Che se pur f Luca si valse delle fatiche di Pietro, ciò non fu in quella parte che alla prospettiva appartiene, di cui assai poco

  • egli parla nelle sue opere. Un altro ristoratore

ebbe la prospettiva al principio del secolo di cui scriviamo, in Baldassarre Peruzzi sanese, pittore ed architetto famoso, di cui copiose notizie si hanno presso il sopraccitato Vasari (t. 3, p. 320); perciocchè egli non solo fece conoscere quanto valesse in quest’arte, col dipingere con sommo artificio e con ugual vaghezza le scene che servirono alla rappresentazione della Calandra del Bibbiena, ma scrisse ancora intorno ad essa più cose, delle quali fece poi uso il celebre architetto Sebastiano Serlio, di cui diremo più sotto. XXXVII. La prima opera in cui si avesse un compiuto trattato di prospettiva, fu quella di j Daniello Barbaro, uno de' più dotti uomini di [p. 752 modifica]7 5 2 LIBRO questa età, e versato nella seria ugualmente che nella piacevole letteratura. L’esatto articolo che intorno a lui ci ha dato il co Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 247, ec.), ci dispensa dal dirne qui lungamente. Nato in Venezia agli 8 di febbraio del 1513 da Francesco Barbaro, pronipote del celebre letterato del medesimo nome, e inviato agli studii a Padova, vi ebbe a maestri Federigo Delfino nella matematica, Giovanni Zamberti nell’ ottica, Marcantonio Passero soprannomato il Genova nella filosofia. Al coltivare gli studii congiunse il fomentarli negli altri, e a lui dovettesi principalmente la costruzione dell' orto botanico e la fondazione dell accademia degl’Infiammati. Corrispondenti all’impegno del Barbaro nel promuovere le belle arti, furon gli onori che da quella università gli vennero compartiti; per-. ciocche oltre la cattedra di filosofia morale a lui affidata, e oltre la laurea che gli fu conceduta, si trova ancor menzione di un arco di fino marmo in onor di esso innalzato. Ma la Repubblica il destinava a cose maggiori. Richiamatolo in patria, gli commise la cura di continuare la Storia della Repubblica, scritta dal Bembo, lo sollevò ad onorevoli cariche, e lo scelse a sostenere splendide legazioni. Giulio III nel dicembre del 1552 il diè coadiutore nel patriarcato d’Aquileia a Giovanni Grimani. Intervenne nell an 1563 al concilio di Trento, e in quel venerabil consesso fece ammirare la sua prudenza non meno che la sua dottrina. Finalmente venne a morte in Venezia a’ 12 d’aprile del 1570, celebrato da tutti i più illustri [p. 753 modifica]SECONDO --53 scrii lori di quel secolo e pel vasto sapere di cui fu fornito, e per le rare virtù che ne accrebbero il lustro. L’opera da noi accennata s’intitola: La Pratica della Prospettiva; e fu stampata in Venezia nel 1568. Essa è, come ho detto, il primo compiuto trattato di prospettiva che si abbia alle stampe; benchè il Barbaro, secondo ciò che nel titolo del libro dichiara, si attenga più alla pratica che alla ragione e alla dimostrazione. Egli ancora, come il Pacioli, è da alcuni accusato di aver fatte sue le fatiche di Pietro dalla Francesca. Ma, come avverte Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 382), converrebbe aver tra le mani i libri di questo secondo scrittore per giudicarne. E oltracciò, il Barbaro stesso sinceramente confessa di aver prese alcune cose dal detto autore; il che egli sfuggirebbe verisimilmente di confessare, se sapesse di averlo interamente spogliato. Delle altre opere del Barbaro, sì edite che inedite, si può vedere il diligente catalogo del co. Mazzucchelli. Pregevolissima tra le altre è la traduzion di Vitruvio, insiem co’ Comenti sul medesimo autore, opera che per giudizio del march Poleni (Exercitat. Vitruv. 1, p. j)3) non è inferiore ad alcuna di quelle che su quell antico maestro d’architettura sono uscite alla luce. L’ eloquenza ancora fu da lui illustrata e co’ suoi Comenti latini su’ Libri rettorici d’Aristotele, tratti da Ermolao Barbaro suo prozio, e col suo Dialogo italiano dell'Eloquenza. Agli studii profani congiunse il Barbaro i sacri; e recò dal greco in latino la Catena di molti Padri greci sopra tutti i Salmi, benchè se ne Tiraboschi, Voi XI. 10 [p. 754 modifica]^54 L1BHO abbia alle stampe sul quella parte che abbraccia i primi cinquanta. Aggiungansi a ciò e lettere e rime diverse, e i Comenti di Porfirio y e un’operetta intitolata Predica de Sogni, pubblicata sotto il nome del P. D. Hypneo da Schio, e più altre opere che non han veduta la luce, e fra esse un trattato, ma non compito, sugli orologi solari, che insieme con una gran parte della Prospettiva, scritti da lui medesimo in lingua latina, e colla stessa opera da lui più diffusamente scritta in lingua italiana, con alcune lettere teologiche, si conserva nella libreria Nani in Venezia (Codd. mss. lat Bibl. Nan. p. 31, ec.; ital. p. 12); le quali tutte ci pruovano che non v’ ebbe genere di letteratura, a cui il Barbaro felicemente non si volgesse. XXXVJII. All’ argomento medesimo appartengono le Due regole della Prospettiva pratica di Jacopo Barocci da Vignola co' Commentarj di Egnazio Danti, stampate in Roma nel 1583. Ma del Barocci direm più sotto parlando degli scrittori d’architettura; del Danti si è trattato poc’anzi, Io lascio ancor di parlare della Pratica di Prospettiva di Lorenzo Sirigatti gentiluomo e accademico fiorentino, che venne a luce in Venezia nel 1596, e di altre somiglianti opere di minor fama; e mi ristringo a dire di un solo che più ingegnosamente entrò a parlare di questa scienza, cioè di Guidubaldo marchese del Monte, che alla nobiltà della sua famiglia aggiunse un nuovo pregio col suo sapere nelle scienze matematiche, fra le quali visse tranquillamente tutti i suoi giorni, così in esse [p. 755 modifica]SECONDO ^55 immerso, che, com’egli sembrò dimentico di tutto il mondo, così tutto il mondo sembrò dimentico di lui medesimo j perciocché, se non avessimo le opere da lui pubblicate, appena ne avremmo notizia alcuna. E altro in fatti non ne sappiamo, se non ch’ei fu uomo assai dotto j e 10 non ho pur potuto trovare quando nascesse e quando morisse. Ei però dovette passare di poco il principio del secolo XVII; perciocchè era morto nel 1608, quando il march Orazio di lui figliuolo ne pubblicò i Problemi astronomici dedicati a Leonardo Donato doge di Venezia. Ei fu allievo e scolaro di Federigo Commandino matematico valoroso di questo secolo, di cui diremo fra non molto. Tutte quasi le sue opere furono da lui scritte in lingua latina; e quella della Prospettiva, che ci offre occasione a parlarne, fu pubblicata nel 1600. In essa egli fu il primo, secondo il Montucla (Hist des Mathém. t. 1, p. 635), che giugnesse a vedere la generale estensione de’ principii di questa scienza. e a stabilire con matematiche dimostrazioni que’ punti su’ quali ella tutta si appoggia. Egli è vero che Guidubaldo non giunse in ciò fin dove son poi pervenuti altri scrittori moderni; e ch’ egli avrebbe potuto ristringere in assai più breve spazio ed esporre con maggior precisione le sue proposizioni. Ma chi volesse di ciò fargli un rimprovero, mostrerebbe di non sapere che sia il tentare un nuovo sentiero non mai battuto da alcuno. La prospettiva non fu il solo oggetto degli studii del march Guidubaldo. Ei diede ancora in luce nel 1579 la Teoria de Planisferii, e nel 1609 ne furono pubblicati sette [p. 756 modifica]j56 LIBRO libri de’ Problemi Astronomici. Egli scrisse ancora in lingua italiana sulla correzione dell’anno e sulla emendazione del Calendario. Molto finalmente egli affaticossi intorno alla meccanica e alla statica, e fu il solo scrittore di questo secolo, che ne trattasse in modo di aggiugnere qualche cosa al poco che ne aveano scritto gli antichi; perciocchè i molti comentatori delle Meccaniche d’Aristotele, che si videro uscire in luce, altro quasi non fecero che dire più lungamente ciò ch’egli avea brevemente accennato. Guidubaldo ne’ suoi libri su questa materia, pubblicati nel i 5*j,t? corresse in parte gli errori di quei’ che l’aveano preceduto, intorno all inclinazione della bilancia, e diede una nuova luce alla statica, fissando parecchi principii ai’ quali ella si appoggia • benché egli pure cadesse in alcuni errori, come allora dovea facilmente accadere. Egli parafrasò ancora il trattato di Archimede degli Equiponderanti, e scrisse un trattato, che sol dopo la sua morte venne alla luce nel i(5i5, intorno alla cochlea del medesimo Archimede. Delle quali opere di Guidubaldo veggasi il Montucla, che ne parla più a lungo, e ne rileva i pregi senza dissimularne i difetti. E poichè qui si è fatta menzione della cochlea d’Archimede, non deesi passar sotto silenzio ciò che narra il Cardano, cioè che un certo Galeazzo de' Rossi ferraio milanese, senza saper nulla dell invenzion di Archimede, trovò da se stesso e lavorò un tale stromento, e che credendo di esserne il primo inventore, ne fu lieto per modo che impazzì: Galeaz de Rubeis civis noster faberque ferrarius, [p. 757 modifica]SECONDO ^5? rum jam olini inventarti (parla della delta cochic a) ipse quasi primus auctor existimaret reperisse, prae laetitia insanivit, Vidimus illum versantem trusatilem machinam, ac paullo post mente excussum (De Subtilit. l. 1). Il Cardano aggiugne qui la figura del detto stromento; e altrove narra che questo ingegnoso artefice era morto nel 182 2 (De rerum variet. l. 15, c. 84). Alla meccanica parimente e alla statica appartengono le Macchine del capitano Agostino Ramelli natio di Masanzana ossia del Ponte di Tresia nella Valle Travaglia nella diocesi di Milano, opera in cui si propongono molti ingegnosi artifizii per alzar le acque, per sollevar grandi pesi, per formar ponti e per altri somiglianti lavori, i quali in gran parte furono da lui medesimo ritrovati. Nella prefazione e nella dedica della sua opera ei dice che avea servito per lungo tempo il march di Marignano celebre generale di Carlo V, ch essendo stato chiamato poscia in Francia, il re Arrigo III, a cui dedica la detta opera, avealo sempre onorato della sua protezione, singolarmente quando nell’ assedio della Rocella rimase mortalmente ferito e prigione, e che quando Arrigo medesimo fu chiamato al regno della Polonia, di colà ancora gli scrisse lettere assai amorevoli. Questo è ciò solo che sappiam del Ramelli, le cui macchine sono al certo assai ingegnose, ma più sarebbono ancora a pregiarsi, se fosser più semplici. Qui ancora non dee passarsi sotto silenzio quel Giovanni Torriani da Cremona, soprannomato Gianello, il quale per comando dì Carlo V, come altrove abbiam detto (t.5,34*3), fabbricò un orologio [p. 758 modifica]^58 LIBRO di anmiirabil lavoro, somigliante a quello del celebre Giovanni Dondi, e che fu perciò dall’imperadore condotto in Ispagna. Ivi egli diede un nuovo e più illustre saggio del suo valore nelle matematiche, col ritrovare una macchina con cui sollevare in Toledo le acque del Tago fino al piano di un monte. Ne abbiamo in questo tomo medesimo recata ad altro proposito la descrizione (l. 1; c. 4 n 24)> cui perciò non giova il ripetere. XXXIX. I progressi che in Italia si fecero nelle scienze finor mentovate, ci fan vedere che anche le matematiche pure, le quali ne sono il principal fondamento, furon tra noi in fiore e in istima. In fatti basta il riflettere alle traduzioni degli antichi matematici greci, che nel corso di questo secolo venner pubblicate in Italia, per accertarsene. Appena vi ebbe scrittor di tal genere, che non venisse dai’ nostri o tradotto, o illustrato. I XV libri degli Elementi di Euclide, dopo le traduzioni più antiche, furon di nuovo recati in lingua latina dal testo greco da Bartolommeo Zamberti, e pubblicati nel 1505 e i medesimi furono poscia tradotti nell'italiana e comentati da Niccolò Tartaglia, di cui direm più a lungo tra poco, e da Angelo Caiani fiorentino (Zeno, Note al Fontan, t 2, p. 385). Gli Sferici di Teodosio vider la luce in latino per opera di Platone da Tivoli nel 1518, e poscia del Maurolico, di cui, e delle molte altre traduzioni dal greco da lui pubblicate, abbiam detto altrove. Giambattista Memo nobile veneto tradusse in latino i quattro libri de Conici d Apollonio da Perga, i quali [p. 759 modifica]SECONDO r5n pubblicati dopo la morte di esso da un suo figliuolo che nulla sapea di matematica, furono stranamente guasti e malconci. Francesco Barozzi, di cui diremo più sotto, fece latino il Comento di Proclo sul I libro d Euclide, il Trattato di Erone sulle macchine di guerra, e quello dell’arabo Maometto di Bagdad intitolato Geodesia. La medesima opera di Erone fu recata in latino e illustrata con note dal celebre Bernardino Baldi, di cui sarà luogo opportuno a favellar trai poeti. Questo grand' uomo tradusse ancora in lingua italiana e comentò l’altra opera di Erone, intitolata Degli Automati o Delle Macchine se moventi (a). Quella del medesimo scrittor greco De’ Moti spirituali fu fatta italiana da tre interpreti quasi al tempo medesimo, cioè da Giambattista Aleotti d Argenta, da Alessandro Giorgi d’Urbino e da Giambattista Porta da noi mentovato poc’anzi, oltre molte altre simili traduzioni che si potrebbero annoverare. Abbiam già veduto che molti matematici greci furon tradotti in latino dal suddetto Maurolico (b). Ma niuno si adoperò (a) Di queste due versioni di due opuscoli di Frone fatte dal Baldi, parla più ampiamente il valoroso Padre Ireneo Affò nella V ita che ci ha data di questo celebre letterato (p. ili8, 189), ove si accennano ancora altre opere di argomento matematico da luì scritte, ma che si sono smarrite (p. 198, ao3, 221, 221). (b) Alcune altre opere de’matematici greci, cioè di Autolico e di Teodosio Tripolita, furono verso la fine di questo secolo tradotte di greco in latino, e pubblicate da Giuseppe A uria napoletano, di cui ragionano il P. d’Afflitto (Mem. degli! Scritt. napol. t. 1. j> 471 •) e il sig. Napoli Signorelli (Vicende della Coltura in Ile Due Sicil. t. 4 ■ p- 3^8 t Cc.). [p. 760 modifica]■J Co L1BP.0 in questo genere di lavoro con fatica e con fe-i licitù maggiore di Federigo Commandino, a cui pochi furono pari in questo genere di dottrina. XL. La vita di questo grand’uomo è stata esattamente descritta da Bernardino Baldi con-) temporaneo c concittadino di Federigo, ed è stata pubblicata nel Giornale dei Letterati d’Italia (t, 19, p. 140), e noi ne sceglieremo soltanto le cose più importanti a sapersi. Federigo nato in Urbino l’an 1509 da Batista Commandi 110 e da Laura Benedetti, amendue nobili e cittadini della detta città, ebbe a suo maestro negli elementi gramaticali Jacopo Torelli da Fano, ch era ivi pubblico professore, e poscia Giampietro de’(Grassi, venuto allora da Urbino colla famiglia Orsina, uomo dottissimo nelle lingue greca e latina, e assai versato nella rettorica, nella dialettica e nella matematica. Per mezzo del Grassi il Commandino, raccomandato al pontef Clemente VII, ebbe da lui la carica di cameriero segreto e l’impiego di trattenerlo in eruditi ragionamenti nelle ore libere da’ pubblici affari. Ma venutegli presto meno le speranze che nella protezion di Clemente egli avea fondate, andossene a Padova, e per dieci anni attese alla filosofia sotto la direzione di Marcantonio Passero, e sotto quella di Giambattista Montano alla medicina. Passò indi a Ferrara, ove promosso dal famoso Brasavola, prese la laurea, e quindi tornò ad Urbino a esercitarvi la medicina. Ma alcuni anni appresso, essendogli già morto il padre, poscia ancora la moglie Girolama Buonaventuri e un figlio maschio che aveane avuto, poste ad [p. 761 modifica]SECONDO <761 educare in un monastero due figlie che gli eran rimaste, e dato un perpetuo addio alla medicina, tutto si diede alla matematica, e in essa giunse presto a tal fama, che Guidubaldo duca d’Urbino il prese e il tenne più anni a’ suoi servigi; finchè venuto a quella corte il Cardinal Ranuccio Farnese, cognato del duca, amantissimo di tali studii, questi formò tal concetto del Commandino, che chiestolo con grandi istanze al duca, lo ottenne e seco il condusse a Roma. Ivi fu conosciuto da’ dotti uomini che vi erano in gran numero, e fra essi dal Cardinal Marcello Cervini, che a lui ancora fece parte di quella munificenza di cui era liberale a tutti i coltivatori delle scienze. Anzi, poichè fu eletto pontefice, il volle tosto alla sua corte. Ma mancatogli pochi giorni appresso un sì onorevol sostegno, tornò il Commandino alla corte del suo cardinale, e vi stette finchè questi visse, cioè fino al 1565. Tornò allora ad Urbino, e visse nella paterna sua casa, immerso ne’ proprii studii, finchè il duca Francesco Maria figlio di Guidubaldo, ad imitazione del padre, nol chiamò a' suoi servigi. Egli allora prese a spiegare non solo a quel principe, ma anche ad Alderano Cibo, figlio del marchese di Massa, che viveva con lui, gli Elementi d'Euclide. Il desiderio di attendere più tranquillamente all’edizion di più opere, gli fece chieder congedo dalla corte, e l’ottenne. Ma poco potè goderne; perciocchè sul finir dell'agosto del diede fine a' suoi giorni: e narra il Baldi, il quale in quell’ estremo gli fu assistente, che anche sugli ultimi momenti del viver suo ei non [p. 762 modifica]7^2 LIBRO sapea cessar dal parlar, come poteva, delle matematiche, e di rivoltar colle mani quei’ libri di tal genere, ch’egli quasi per consolarlo gli offriva. Vivendo ebbe ad amici e ad ammiratori molti de’ più dotti uomini del suo tempo sì stranieri come italiani, come Pietro Ramo, Corrado Dasipodio, il Cardano, il P. Clavio, il Maurolico e più altri, che il rimirarono come uno de’ più profondi ingegni di quell’età. E veramente le sue opere, oltre Tesser dottissime, sono scritte comunemente con una eleganza che negli scrittori matematici di questo secolo non suol vedersi. Il Baldi ce ne ha dato un esatto catalogo; ed esse son per lo più traduzioni e comenti di autori greci, come del Planisferio e del libro dell’ Analemma di Tolommeo, e di molte opere d'Archimede, de Conici di Apollonio colle note e colle aggiunte di Pappo, di Eutocio, di Sereno, degli Elementi d’Euclide, e d’altre opere d’Aristarco, di Maometto Bagdadino, di Erone, oltre più altre, alle quali non potè dar compimento, fra le quali le Collezioni matematiche di Pappo furon poi pubblicate da Guidubaldo de’ marchesi del Monte da noi lodato poc’anzi. Benchè la matematica abbia ora fatti progressi tanto maggiori, le opere nondimeno del Commandino sono sempre state in molto pregio; e con lode ne parla, oltre più altri, il P. de Chales (De progressu, Mathes. et illust. Mathem. c. 2). Ma niuno ci dà una più giusta idea de’ meriti del Commandino verso le matematiche, che il Montucla: Fra quelli, dic’egli (Hist. des Mathém. t. 1, p. 460), che corsero una somigliante carriera in Italia, niuno [p. 763 modifica]secondo n63 si è remluto più celebre del Commandino. Ei merita i più grandi elogi e pel suo sapere nelle matematiche, come nella lingua greca, e pel gran numero d opere, che pubblicò — Tutte sono eccellenti, e il Commandino potrebb' esser proposto a modello de comentatori. Le sue note vanno al punto, e vengon sempre a proposito, nè son troppo lunghe, o troppo concise. Ei si mostra versatissimo in tutto ciò che v avea allora di più profondo nelle matematiche; rileva bene il senso del testo, e lo corregge, ove n ha bisogno. Chi compie sì bene il dover d editore, non è molto inferiore ai buoni originali. E altrove (ib. p. 463): Il Commandino è divenuto celebre singolarmente per le molte sue traduzioni, che spirano una perfetta intelligenza nella geometria sì ordinaria che trascendente. A dir vero, ei non fu ugualmente felice negli sforzi che fece per andar più oltre che gli antichi. La sola opera in cui egli ha cercato di essere, originale, è il suo Trattato del centro di gravità ne’ solidi, materia che da Archimede non era stata toccata. Ma fra i corpi, ne quali la posizione del centro non si presenta al primo colpo d occhio, l emisfero e la conoide parabolica sono i soli ne’ quali ha potuto riuscire. XLI. Prima ancora del Commandino erasi affaticato intorno alla geometria Niccolò Tar-i taglia bresciano, il) quale però più che di essa' fu benemerito dell’aritmetica e dell'algebra. Ei fu uno tra quelli che si posson dir dotti a dispetto della fortuna, perciocchè parve che questa usasse di ogni sforzo per vietargli l accesso alle scienze. Egli stesso ci espone quai fossero [p. 764 modifica]764 LIBRO le sue vicende ne1 primi anni della sua vita, in un leggiadro Dialogo che finge di aver tenuto con Gabriello Tadino da Martinengo cavalier di Rodi e prior di Barletta (Quesiti e Invenz. diverse, l. 6, ques. 8). Esso meriterebbe di esser qui riferito distesamente tanto è grazioso e piacevole. Ma la soverchia lunghezza mi obbliga a darne solo un estratto. Di suo padre ei non ci sa dare altra contezza, se non che avea. nome Michele, e che teneva un cavallo, et con quello correva alla posta ad istanzia de Cavalieri di IJ ressa, cioè portando lettere della Illustrissima Signoria da II ressa a Bergamo, a Crema, a Verona, et altri luoghi simili. Lepidissima è la risposta ch'ei dà al detto priore, il qual gli chiede qual fosse la casata di suo padre: Io non so, dic egli, ne me aricordo de altra sua casata ne cognome, salvo che set apre il seri tei da piccolino chiamar simplicemente Micheletto Cavallaro: potria esser, che avesse havuto qualche altra casata, over cognome: ma non ch' io sappia. La causa è, che il detto mio padre mi morse essendo io d'anni sei, vel circa, et così restai io, et un altro mio fratello poco maggior di me, et una mia sorella menora di me insieme con nostra madre vedova, et liquida di beni della fortuna con la quale non poco dapoifussemo dalla fortuna conquassati, chea volerlo raccontar saria cosa longa, la qual cosa mi dete da pensare in altro, che de inquerire, di che casata si chiamasse mio padre. La maggior delle sventure di Niccolò fu all' occasione del sacco che i Francesi diedero a Brescia, cioè nel 1512, nel qual tempo egli contava circa [p. 765 modifica]SECONDO ^65 dodici anni di età. Ritiratosi colla madre, colla sorella e con più altri nel duomo, sulla speranza che i vincitori dovessero rispettare quel tempio, si vide ivi ancora barbaramente assalito, e n ebbe cinque mortali ferite tre sulla testa, per cui giugneasi a vederne il cervello, e due sul volto, una delle quali gli tagliò per mezzo le labbra. Lo stremo di povertà a cui era condotta, non permise alla madre di usare altro rimedio, che quello di nettargli le ferite come meglio poteva. E ciò non ostante, dopo alcuni mesi, ei ne guarì. Ma non essendo ancor ben saldata la piaga delle labbra, e stentando egli perciò a parlare, gli altri fanciulli cominciarono a soprannomarlo il Tartaglia ed egli volle poi ritenere un tal soprannome per memoria del fatto. Altra scuola egli non frequentò che quella di leggere in età di 5 in 6 anni; e in età di 14 quella di scrivere, ma sol per quindici giorni, e in questa non giunse che alla lettera k. Perciocchè avendo patteggiato col suo maestro di dargli anticipato un terzo del pagamento, ed un altro terzo quando fosse giunto alla k, e l'ultimo all' ultima lettera, giunto Niccolò al secondo termine, trovò mancarsi i denari pel terzo e dovette appagarsi di farsi dare dal maestro alcuni esemplari, e continuar con essi il suo esercizio: D'allora in poi, conchiud egli, mai più fui, ne andai ad alcun altro precettore, ma solamente in compagnia di una figlia di povertà chiamata industria sopra le opere degli h uomini de fonti continuamente mi son travagliato, quantunque dall età d anni venti in quà sempre sia stato da non poca cura [p. 766 modifica]76G LIBRO famigliare straniamente impedito. Chi avrebbe creduto che dopo tali vicende, e dopo si fatta educazione, ei dovesse divenire un de più illustri matematici del suo tempo? Degli altri anni del Tartaglia sappiamo assai poco. Egli accenna in un luogo di avere abitato per dieci anni in Verona (l. c l. 6, ques. 1); il che però si raccoglie ancora da molti suoi quesiti. Fu poi professore di matematica in Venezia, ove cominciò ad abitare nel 1534 (^ 9? ques. 19), e veggiamo ch’ei soleva almen qualche volta spiegare Euclide nella chiesa de' ss Giovanni e Paolo (ib. ques. 22). Nel 1548 fu con caldi inviti e con liberali promesse chiamato a Brescia, perchè vi tenesse scuola di matematica; ed egli stesso descrive assai lungamente la storia di tutto il maneggio per ciò fatto, e della maniera con.cui non gli furon serbati i patti già stabiliti, sicchè, dopo essersi ivi trattenuto insegnando circa 18 mesi, e dopo avere inutilmente litigato per lungo tempo, fu costretto a tornarsene assai malcontento a Venezia (Della travagliata Invenz. ragionam. 3). Ivi egli continuò a vivere fino al 1557, nel qual anno diede fine a’ suoi giorni. XLII. Scorsa così in breve la vita di quest'uom singolare, veggiam quai fosser le scoperte ch’ ei fece nella matematica e singolarmente nell’algebra. Gli scrittori di questa scienza, fra’ quali F. Luca Pacioli era stato finallora colui che più si era innoltrato, non eran giunti che all’ equazioni del secondo grado. La soluzione di quelle del terzo si cominciò a conoscere in questo secolo, e diede occasione a contesa tra 1 [p. 767 modifica]SECONDO -Gt alcuni de’ matematici più famosi. Le opere del Tartaglia e di Girolamo Cardano son quelle dalle quali abbiamo a trarne la storia, come già ha fatto il Montucla (Hist. des Mathém. t 1, p. 479)* Scipione dal Ferro bolognese, professore di matematica nella sua patria, secondo TAlidosi (Dott. bologn. di Teol., ec. p. 169), dal 1490 fino al 1526, fu il primo a trovarne un caso particolare, a cui diede il nome di cosa e cubo uguale a numero. Antonio Maria del Fiore, scolaro di Scipione, venuto a Venezia nel febbraio dell’an 1534 sfidò il Tartaglia a dar pruova a vicenda del lor sapere; e convennero che ognuno di essi dovesse all’altro proporre 30 quesiti in iscritto, e che si assegnassero 40 o 50 giorni a darne la soluzione, e chi ne sciogliesse maggior numero, avesse l’onore della vittoria, e una somma picciola di denaro per ogni quesito. Il Fiore propose al Tartaglia 30 quesiti che tutti doveansi sciogliere per la regola sopraccennata, credendo certo ch essendo essa allora sconosciuta del tutto, il Tartaglia dovesse rimanersi mutolo. Ma questi pochi giorni innanzi, speculando al suo solito, avea egli pure scoperto non solo il caso propostogli in que’ trenta quesiti, ma la teoria generale delle equazioni del terzo grado, e perciò in termine di due ore tutti gli sciolse felicemente (Tartaglia, l. c ques. 25, 31). E al contrario il Fiore, benchè si vantasse di aver trovata la soluzione a tutti i quesiti propostigli dal Tartaglia, non ebbe mai coraggio di mostrarla al suo avversario. Cinque anni appresso, il [p. 768 modifica]7^8 LIBRO (.ardano, avendo avuta notizia di questa sfida e de ritrovati di Niccolò, mandò a Venezia chi il pregasse a comunicargli così i quesiti suoi, come quegli ancora del Fiore. Il 1 attaglia ricusò dapprima ogni cosa, e poi s’ indusse soltanto a inviarli i secondi. Il che diede occasione ad alcune aspre e pungenti lettere che l’un l’altro si scrissero (ib. ques. 3 i, ec.). La stima però, che il Cardano mostrava di Niccolò, e i replicati inviti che quei gli fece, determinarono il Tartaglia a recarsi a Milano sul finir della quaresima dell’anno stesso ib. ques. 34), e a conferir col Cardano. Questi lo strinse per modo, che Niccolò si condusse finalmente a dargli la sua regola in 25 assai rozzi versi italiani; ma volle prima che il Cardano con giuramento si obbligasse a non pubblicare in alcun modo quel suo ritrovato, neppur sotto il nome dello stesso Tartaglia, poichè questi volea aver l’onore di pubblicarlo prima d ogni altro. Il Cardano promise ogni cosa, e per qualche tempo attenne la sua promessa. Ma quando nel 1545 pubblicò la sua opera intitolata Ars magna, v inserì la teoria delle equazioni del terzo grado, dandone però la lode al Tartaglia. Questi si dolse e menò gran rumore che il Cardano avesse violata la fede datagli. Egli rispose che le aggiunte da sè fatte al metodo del Tartaglia eran tali che gli davan diritto di farle pubbliche. E veramente, come osserva il Montucla, benchè il Tartaglia debba al certo considerarsi come il primo ritrovatore della soluzion generale delle equazioni del terzo grado, il Cardano però, oltre la gloria di essere il primo a pubblicarla, [p. 769 modifica]SECONDO j6<J ebbe quella di stenderla alquanto, e d’illustrai la notabilmente. Ma il Tartaglia non si appagava di tai ragioni, e la sua lite col Cardano non ebbe fine che quando il primo finì di vivere, e andaron sempre provocandosi con diversi quesiti l un l’ altro, cercando ciascheduno di oscurar la fama del suo avversario. Anzi nel i5.{9, mentre il Tartaglia era in Brescia, venne espressamente a Milano per azzuffarsi con lui in una solenne disputa nella chiesa di s Maria del Giardino, e parve che il Cardano temesse il confronto, se è vero ciò che narra il Tartaglia (Della travagliata Invenz. ragionam. 3), cioè ch’egli se ne uscì da Milano, e lasciò entrare in tenzone Lodovico Ferrari suo discepolo, di cui tra poco diremo, e a cui il Tartaglia rimproverò molti errori ch’egli avea commessi nella soluzion di un quesito tratto dalla Geografia di Tolommeo. XLI1I. Nè fu l’algebra sola in cui il Tartaglia facesse conoscere il raro suo ingegno. Oltre le traduzioni italiane e i comenti delle opere di Archimede e d’Euclide, ne abbiam nove libri intitolati Quesiti ed invenzioni diverse, ne’ quali tratta de tiri dell’artiglierie, e delle palle e della polvere che ad esse servono, delle diverse maniere di ordinar gli eserciti in battaglia, de’ disegni e delle fortificazioni delle città, de’ paesi, e di varie quistioni meccaniche e algebraiche. Molte altre quistioni sul moto de’ corpi e sulla maniera di misurar le distanze ei propone nella sua Nuova Scienza e nel trattato de’ Numeri e Misure. In tutte le quali opere Timboschi, Voi. XI. II [p. 770 modifica]770 LIBRO si scorge la molta cognizione ch’egli avea dei’ molti e diversi rami delle matematiche, e si veggono molte invenzioni che gli son proprie, fra le quali, come osserva il Montucla (l. c. p. 462), è ingegnosa quella di misurar l area di un triangolo per mezzo della cognizion de tre lati, senza ricercare la perpendicolare. Pregevole ancora è quella ch’ei chiamò la travagliata Invenzione, cioè il trattato del modo di sollevare dal fondo del mare qualunque nave all’ondata ed ogni grandissimo peso, aggiuntevi alcune maniere per istar lungo tempo sott'acqua, e un Trattato dei’ segni delle mutazioni dell’aria. Finalmente abbiam del Tartaglia un compito Trattato di Aritmetica, stampato nel 1556), in cui egli raccoglie e svolge quanto in quella scienza sapevasi, e quanto vi avea egli di nuovo aggiunto. In tutte le quali opere ei mostra un ingegno penetrante ed acuto; ed esse sarebbero ancora assai più degne di lode, se lo stile ne fosse più colto e meno intralciato, se l’edizioni ne fosser più corrette, e se il metodo con cui egli procede, fosse migliore. Nondimeno quali esse sono, benchè i matematici moderni non ne facciano uso dopo le tante altre di gran lunga migliori venute a luce, son da essi avute in molto pregio, e riputate tra le più utili che in questo secolo si pubblicassero. Il P. de Chales tra gli altri ne loda molto alcune, e di tutte dice generalmente: omnia Tartaleae opera opti ma suiit et utilia (De progres su Mathes. et illust. Mathemat.). Ma torniamo alle nuove scoperte fatte di questi tempi nell’ algebra. [p. 771 modifica]SECONDO -«-I XLIV. La soluzione dell’ equazioni biquadratiche, ossia del quarto grado, che fu l’estremo confine a cui in questo secolo giunsero le scoperte algebraiche, e oltre il quale non sono ancora passate, fu un ritrovato di uno scolaro del Cardano, cioè di Lodovico Ferrari, a cui questi diè a sciogliere un problema proposto da un certo Giovanni da Colle. Il Ferrari riducendo il problema all’ analisi, lo scioglie felicemente coll invenzion del nuovo suo metodo per questo genere d’equazioni; metodo assai ingegnoso, che dal Montucla si espone (Lcit p. 484), difendendone l’inventore contro la taccia che il Wallis gli ha apposta, di non aver fatta nell’algebra scoperta alcuna. Di questo Lodovico Ferrari, di cui nulla si ha alle stampe, trattine due epigrammi, uno greco innanzi al poemetto delle Ore di Natal Conti, l altro latino al fine de’ quattro libri dell’ Anno del medesimo autore, parla il Cardano nella sua opera algebra ica, e accenna la scoperta da esso fatta. Ei ne fa ancora menzione nel suo libro astrologico De exemplis geniturarum (n. 96), e ce ne ha data innoltre una assai breve Vita (Op. t. 9, p. 568, ec.). Egli era nato in Bologna, e di famiglia per origine milanese, ai 2 di febbraio del 1522; e in età di quattordici anni venuto a Milano, senza aver tintura alcuna di lettere, postosi alla scuola del Cardano, avea fatti sì veloci progressi, che mentre contava soli 18 anni di età, avea cominciato a tenere scuola pubblica di aritmetica, e a sostenere solenni dispute con Giovanni Colla e con Niccolò Tartaglia, dalle quali, [p. 772 modifica]772 LIBRO secondo il Cardano, uscì vincitore (a). Era innoltre dottissimo nell architettura, nella geografia e nell astrologia, nelle lingue greca e latina, e nella matematica non avea pari. In età di 22 anni fu invitato da molti principi, ma a tutti egli antipose il servigio del cardinal Ercole Gonzaga e di d Ferrante di lui fratello, e per ordine del secondo, ch era governatore di Milano, fece il general censimento delle terre di quello Stato, pel qual impiego egli avea 400 scudi, detti coronati, ogni anno. Ma una indisposizione sopraggiuntagli gli fece poco civilmente lasciare dopo otto anni il servigio de’ Gonzaghi j e venuto a Bologna, fu ivi destinato l’an 1564 a leggere matematica; ma l’anno appresso morì. Egli, come affermasi ancora daifAlidosi (Doli, bologn. di Teol. ec. p. 134), lasciò più opere manoscritte, ma niuna di esse vide la luce. Il Cardano, quanto ne loda l’ingegno, altrettanto ne biasima i costumi, e principalmente l irreligione con cui vivea (b). Rafaello Borubelli di patria bolognese, in un suo Trattato d’Aritmetica, stampato nel 1572 e (a) Nella sceltissima biblioteca del sig. principe di Beigioioso in Milano si conservano stampati gli Atti delle Dispute dal Ferrari sostenute contro il Tartaglia, come ha avvertito l’eruditissimo P. ab. Casati (Citereii Epist. t. 1, p. fi».). (h) Del Ferrari alcune altre notizie si posson vedere presso il co Fantuzzi (Scritt. bolopn. l. 1, p. 320), il quale però ha per errore a lui attribuite alcune Lettere e Poesie latine di un altro Lodovico Ferrari, aggiunte al libro de Ocio et Sybillis di Antonio Maria \ isdomini. Questo libro fu stampato in Bologna nel 1500, cioè 22 anni prima che il Ferrari algebrista nascesse. [p. 773 modifica]SECONDO 7-3 poscia di nuovo nel 1579, fu quegli che più chiaramente svolse e spiegò la teoria così delle equazioni del terzo grado, come di quelle del quarto, della soluzion delle quali egli dà la lode al suo concittadino Ferrari. Di quest opera del Bombelli ci ha dato un assai vantaggioso estratto il Montucla (l. c.), mostrando quanto egli abbia felicemente promossa e avanzata l’ algebra, facendo in essa alcune nuove scoperte, e agevolando così la strada a quegli scrittori che nel secolo susseguente la condussero ad assai maggior perfezione. XLV. Dopo questi uomini illustri, da’ quali si può dir con ragione che le matematiche ricondotte fossero a nuova vita, non dobbiamo passar del tutto sotto silenzio alcuni altri, da cui pure esse furono coltivate felicemente, benchè non ottenesser la fama di inventori e di scopritori. Cosimo Bartoli gentiluom fiorentino, di cui si posson vedere esatte notizie presso il co Mazzucchelli (Scritt,. it. t. 2, par. i, ». /|3a, ec.) e presso altri scrittori da lui citati, oltre le traduzioni dell’Architettura e delle Opere morali di Leonbattista Alberti, della Consolazion di Boezio e d’altri libri, e oltre più altre opere storiche, poetiche e di diversi argomenti, pubblicò nel 1564 il Modo di misurar le distanze, le superficie, i corpi, le piante, le provincie, le prospettive, ec., e nel 1587 l’Aritmetica, la Geometria, la Cosmografia e gli Oriuoli di Oronzio Fineo, da lui recati in lingua toscana. Gianfrancesco Peverone da Cuneo in Piemonte diè in luce due Trattati in lingua italiana, l’uno di Geometria, l’altro di [p. 774 modifica]774 LIBRO Aritmetica, stampati in Lione nel 1558, de quali fa menzione il Rossotti (Syllab. Script. Pedem. p. 21 (3) che ne accenna ancora qualche altra opera inedita. Una medaglia in onor di esso coniata si conserva in Torino presso il ch sig baron Vernazza. Di Silvio Belli vicentino si ha alle stampe il Libro di misurare colla vista coll aiuto del quadrante geometrico senza bisogno di calcoli aritmetici, stampato in Venezia nel 1565, e il trattato della proporzione e proporzionalità comuni passioni del quanto, che venne a luce nella stessa città nell’an 1573, oltre più altre opere ch ei pensava di pubblicare, ma non ebbe agio a farlo (Mazzucch. l. c. par. 2, p. 677) (*)• Latino Orsini diè alle stampe in Roma nel 1583 un Trattato del Radio per prender qualsivoglia misura e posizione tanto in cielo quanto in terra j e Ottavio Fabri con un suo libro pubblicato in Venezia nel 1598 illustrò l’uso della squadra mobile. Francesco Pifferi fu ritrovatore di un nuovo stromento per misurar colla vista, a cui egli diè il nome di manicometro, e ne diede la descrizione in Siena nel 1595. Francesco Patrizii, di cui abbiamo a lungo parlato in questo capo medesimo, come in tutte le altre scienze, così in questa ancora volle essere novatore, e divolgò nel 1587 la sua Nuova Geometria, in cui pretese di scriver regole assai migliori di quelle (*) Della Descrizione del Mondo di Silvio Belli, accennala dal co. Mazzucchelli, trovasi una copia a penna in questo ducale archivio, cd è una operetta di circa 20 togli. [p. 775 modifica]SECONDO clic dagli antichi ci erano state trasmesse. Ma egli non ebbe la sorte di veder battuto da altri il sentiero da lui aperto. Lascio in disparte molti scrittori d'aritmetica, come Giovanni Sfortunati, Francesco Caligai, Giuseppe Unicorno, Giambattista Zucchetta, Stefano Ghebellino ed altri, e fo fine alla serie de matematici col dir brevemente di Francesco Barozzi nobile veneto, di cui belle ed esatte notizie ci ha date prima d’ogni altro il co Mazzucchelli (l. c par. i, Il lungo studio da lui fatto nella filosofia e nella matematica in Padova, ove ancora, secondo alcuni, ei fu professore, i molti e preziosi codici di antichi scrittori da lui raccolti, la notizia delle lingue latina e greca, i viaggi intrapresi in più parti dell'Europa e dell'Asia, e la corrispondenza co più illustri letterati che allor vivessero, il renderono uno de’ più dotti uomini della sua età, e gli meritarono ampli elogi dagli scrittori di quel tempo. Ma egli abusò del suo sapere medesimo, e abbandonatosi alle superstizioni, che il fecer cadere in sospetto di magia e di sortilegio, fu nel 1587 arrestato dalla sacra Inquisizione in Venezia; e formatogli un lungo processo, di cui il suddetto scrittore ci ha dati alcuni estratti, gli furono imposte salutari penitenze, e fu condannato a rimanersi prigione,.finchè piacesse a quel tribunale. Se egli poscia ne uscisse, e fin quando continuasse a vivere, non se ne ha notizia. Lo stesso co Mazzucchelli annovera distintamente le diverse opere del Barozzi, che son per lo più matematiche, come la traduzione in latino delle Opere di Erone sulle macchine di [p. 776 modifica]7/® LIBRO guerra, e de’Conienti di Proclo sul primo libro d'Euclide, quattro libri di Cosmografia, pe’ quali veggiam ch’egli ebbe commercio di lettere col P. Clavio, e altri libri di somigliante argomento. XLVL Al tempo medesimo in cui la geometria e le altre parti della matematica si stesero e si propagarono in Italia con quel lieto successo che abbiam finora veduto, le arti liberali ancora, che sono principalmente fondate sul retto ordine e sulla giusta proporzion delle parti, fecero i più felici progressi, e giunsero a tal perfezione, ch era a bramarsi che il genio di aggiugner loro nuovi ornamenti non le facesse dicader di bel nuovo. L’architettura singolarmente ebbe in questo secolo que' gran maestri che son tuttora considerati come gli oracoli di questa scienza, e tutti gli ebbe in Italia. Di questo argomento dobbiam qui trattare, riserbando ad altro luogo il ragionare di quegli architetti che non collo scrivere, ma coll innalzare magnifiche fabbriche divenner famosi. E primieramente debbonsi rammentare i molti interpreti, o comentatori, che nel corso di questo.secolo ebbe Vitruvio, e ciò solo ci mostrerà con quanto ardore fosse allora rivolta a tale studio l'Italia. Già abbiam parlato nella storia del secolo precedente delle due edizioni che ne fece il celebre F. Giocondo negli anni 1511 e 1513. Si pensò poscia a recare quell opera in lingua italiana. Cesare Cesariano milanese ne fu il traduttore insieme e il comentatore. Essa fu stampata in Como nel 1521 a spese di Agostino Gallo cittadino comasco e referendario in quella [p. 777 modifica]SECONDO città, c di Luigi (!;i Pirovano patrizio milanese; e l’edizione ne è bella e magnifica. Di questo primo traduttor di Vitruvio poco ci ha detto l Argelati (Bibl. Script mediol, t. 1, pars 2, p. 255) 5 c assai più esatte son le notizie che ce ne ha date il march Poleni (Exercitat. Vitruv. 1, p. 29, ec.), da cui io trarrò in compendio le più importanti. Era egli nato in Milano circa il 1481, e avendo perduto il padre in età di 4 anni, fu assai maltrattato dalla madrigna, e costretto ad uscire in età di 15 anni non sol dalla casa, ma ancor dalla patria. Si trattenne lungamente in Ferrara, e vi attese agli studii della filosofia e della matematica e delle lingue greca e latina. Nel 1513 fece ritorno a Milano, e fu adoperato da quel duca Massimiliano Sforza a rifabbricare il castello detto di Porta di Giove. Egli dice di essere stato discepolo di Bramante; e poichè questi, quando Cesare tornò a Milano, era in Roma, come abbiam detto nel ragionare di esso, convien dire che ciò fosse ne’ primi anni di Cesare, e prima che la madrigna sel cacciasse di casa. Trasferissi poscia a Como per attendere alla mentovata edizione, ma qualunque ragion se ne avesse, quando essa era giunta al capo VII del libro VIII abbandonò l’impresa, e partissi da Como. I due soprannomati autori di questa edizione incaricarono allora Buono Mauro bergamasco e il celebre Benedetto Giovio a continuarla, e coll’opera loro fu essa condotta a fine. Ove se n*andasse poi Cesare, che avvenisse di lui e quando morisse, è affatto ignoto. Ei certo vivea ancor circa il i54o, ed [p. 778 modifica]778 LIBRO era allora in Bologna; poiché il Serbo, clic in quest’anno stampò il suo quarto libro d*Architettura, nominando al fine di esso molti dotti in architettura, ch’erano in diverse città d’Italia, dice: In Bologna mia patria il Cavali e r Bocchio, il giudizioso M. Alessandro Manzolo, c Cesaiv Ccs arcano Lombardo. Quindi ciò eli e del Cesai iano narra il Vasari (Vite de' Pitt. t. 3, p. 86, ed. Fir. 1771), cioè ch’egli comentò Vitruvio, e disperato di non averne avuto quella remunerazione, che egli si aveva promessa, diventò sì strano, che non volle più operare, e divenuto salvatico morì più da bestia, che da persona, a me pare una favola; poichè veggiamo ch’ei visse circa vent'anni almeno dopo quella edizione, e ch era allora in Bologna assai riputato nella sua arte. Non molto è l’utile che da questa edizione si può raccogliere, sì pel barbaro stile in cui essa è distesa, sì perchè i comenti non son molto felici. Ottimamente però riflette il march Poleni, che di essa si può dire, come già diceva Virgilio delle Poesie di Ennio, che dalle stesse sozzure avvien di raccoglierne qualche grano d’oro. Francesco Lucio di Castel Durante, detto ora Urbania, nel 1524 pretese di darci una nuova e miglior traduzione di Vitruvio, che fu stampata in Venezia. Ma essa veramente, come osserva il suddetto scrittore (/. dtp. 34), è la stessa stessissima che quella del Cesariano. trattone qualche cambiamento d’ortografia. Non molto più felice fu l’opera in ciò prestata da Giambattista Caporali perugino, scolaro di Pietro Perugino, e pittore ed architetto al medesimo tempo, morto circa il i56o [p. 779 modifica]SECONDO 'j'jg (ib. p. 3y, ec.) (a). La traduzion di Vitruvio e i Comenti su di esso da lui pubblicati non si stendono che a primi cinque libri, o perchè ei non compisse il lavoro, o perchè sol quella parte ne abbia veduta la luce. Ei riprende e biasima apertamente le traduzioni e i comenti altrui; ma, a dir vero, ei ci offre una traduzione assai poco diversa da quella del Cesariano, e ne comenti altro quasi non fa che copiarlo. Assai più pregevole è la versione che ne diede nel 1556 Daniello Barbaro, di cui si è parlato poc anzi; poichè ella è giusta ed esatta, e si può dire la prima che ne vedesse l'Italia. Utili ancora ne sono i comenti co quali egli illustrò il suo autore sì nella detta edizione italiana, che nella latina ch’ egli ne pubblicò fanno 1567, benchè pure vi s’incontrin più cose che da più moderni scrittori non son ricevute. Un’altra opera intorno a Vitruvio intraprese Giannantonio Rusconi, che in 160 figure delineò ed espresse le regole di quello scrittore, aggungendovi le spiegazioni colle parole del medesimo. Erasi già egli molto innoltrato nell’opera verso il 1550, talchè Pietro Lauro modenese, scrivendogli circa quel tempo, con lui si rallegra, dicendo: Le difficultà, quanto odo, havete snodato in guisa, che non sarà più ripreso Vitruvio d oscurità (Lauro, Lett. l. 1, p. 104, ed. Ven. 1554)- Ciò non ostante, ei non potè compir l’opera; e i Gioliti non poterono pubblicarla, imperfetta com’era, cbe (a) Intorno a Giambo ti sta Caporali si posson vedere le belle notizie clic ci It i date il eli. sig. Annibale Mariolti (Lettere pittor. pentg. p, 2^2, cc). [p. 780 modifica]780, LIBRO l’anno i5r)0, col titolo: Dell'Architettura di Gio. Antonio Rusconi con cento sessanta figure disegnate dal medesimo secondo i precetti di Vitruvio j e con chiarezza e brevità dichiarate, libri dieci. Altri al tempo medesimo presero a illustrar qualche parte dell’opera di Vitruvio, come Giuseppe Salviati fiorentino, accademico del Disegno, che l’an 1552 pubblicò in Venezia La Regola di far perfettamente al compasso la voluta et. del capitello Jonico, et di ogni altra sorte, secondo la mente del detto scrittore; e Giambattista Bertano mantovano, che fu l’architetto del tempio di s Barbara in quella città, e che prese a spiegare i più difficili ed oscuri passi di Vitruvio in una sua opera stampata in Mantova nel 1558. Finalmente Bernardino Baldi nel 1612 due opere latine diè alla luce intorno Vitruvio, l’una a spiegazione di tutte le parole da lui usate, l’altra a cercare che significhi egli con quelle voci da lui usale Sca• mi Ili impares. In questi libri però, benchè si scorga la molta erudizione del Baldi, il march Poleni riprende (l. c. p. 85, 101) i poco esatti giudizi ch’ei dà degli altri interpreti di Vitruvio, e l asprezza con cui confuta le opinioni de’ suoi avversarii (u). Ad illustrare Vitruvio era anche singolarmente diretta f accademia della Virtù fondata in Roma da Claudio Tolornmci, e frequentata da’ piò dotti uomini che ivi allora vivessero, di cui si è a suo luogo parlato (/. 1, c. t\). (a) Pi queste due opere del Baldi si posson vedere più distinte notizie nella Vita di esso pubblicata dal ch. P. Ireneo Affò (p. 178, ec). [p. 781 modifica]SECONDO -8l E quanto utili e vasti fossero i disegni del l'olominei, si raccoglie da una sua lettera (7'ol. Leu. p.81), nella quale va discorrendo lungamente non meno che saggiamente di tutto ciò che a spiegare \ ¡travio era necessario } progetta due lessici, un greco, l’altro latino, delle parole di quell’autore, e un altro italiano d’architettura mostra il bisogno di studiare l’antica storia e tutto ciò che appartiene a’ monumenti, agli edificii, agli strumenti antichi, e fa veder chiaramente qual idea si avesse allor di quest’arte e quanta premura nel coltivarla. XLVII. Lo studio posto da tanti valorosi uomini nell’illustrare Vitruvio agevolò ad altri la via per comporre i nuovi trattati d’architettura, aggiugnendo ciò che mancava agli antichi, e riformando, secondo il bisogno, le loro idee ed i loro precetti. Il primo che a ciò in questo secolo si accingesse, fu Sebastiano Serlio bolognese, uno de’ più famosi architetti del suo tempo, e degno che se ne illustri la memoria, più che finora non si è fatto. Apostolo Zeno è il solo che ne abbia date alcune esatte notizie (Note al Fontan. t. 2, p. 399, ec.), e noi ne faremo uso, aggiugnendo alcune altre cose altronde raccolte. Del tempo In cui nacque, e di ciò ch'ei facesse ne' primi anni della sua vita, non si ha contezza. Sappiam solo ch’ ei si trattenne per più anni in Venezia, ov egli era fin dal 1534, come sembra raccogliersi da ciò che narra il P. degli Agostini (Scritt venez. t. 2, p. 348), cioè ch’ ei fu consultato su un disparere insorto nella fabbrica della chiesa della Vigna, cominciata in quell anno e circa il [p. 782 modifica]783 LIBRO tempo medesimo per ordine del doge Andrea Gritti, com’egli stesso racconta (Architett. l. 4, c. 12), disegnò il soffitto della pubblica libreria di S. Marco, opera di assai pregevol lavoro. Ei dovette circa quel tempo medesimo viaggiar per l’Italia, come; raccogliesi da' disegni ch’ei dà di molti antichi edificj tuttora in diverse città esistenti (ib. l. 3). Ei fu singolarmente in Roma, e disegnò molte di quelle fabbriche sì anticbe che moderne, delle quali egli parla nel terzo libro della sua Architettura; e se crediamo al Vasari (t. 3, p. 333), ei si valse in ciò fare delle carte di Baldassarre Peruzzi, già da noi mentovato, e che era in Roma a que’ tempi, ove anche morì nel 1536. Io credo però, che il Vasari abbia in ciò esagerato (a). 11 Serlio si mostra alienissimo dall’ invidiare all’ altrui lode, e basta a conoscerlo il legger gli elogi che nel libro medesimo ei fa più volte di Bramante, di Rafaello d'Urbino e dello stesso Baldassarre. Or egli dice soltanto di aver tratta da Baldassarre la pianta del teatro di Marcello; e parmi che se in altre cose ei si fosse giovato delle fatiche di lui, ei non fosse uomo a dissimularlo. Così arricchitosi il Serlio di molte utili cognizioni, si accinse a farne dono al pubblico, componendo un intero Trattato d’Architettura. E avendone formata tutta l’idea, e (/?) Veggasi intorno a ciò l5 esatto e copioso articolo sulla vita c sulle opere del Serlio, che ci ha poi dato il sig. ab. Francesco Alessio Fiori, e che è stato inserito nell1 opera degli Scrittori Bolognesi del sig. conte Fantuzzi (/. 7, p. 3f)3, ec). [p. 783 modifica]SECONDO -j83 fattane la divisione in più libri, cominciò dal dare alla luce il quarto, che fu stampato in V enezia nel 1537, e dedicato ad Ercole II duca di Ferrara. Esso comprende le regole generali della’architettura secondo i diversi ordini di essa; e nell’avviso premesso al secondo libro, che stampò più anni dopo, ci dice di aver cominciato dal detto libro, perchè trattando i primi di materie sterili e astruse, forse sarebbero stati mal ricevuti, e avrebbono fatto incagliare il proseguimento dell’opera. Il Serlio fece offrire quel libro al re Francesco I, e n ebbe tosto in premio il prenderlo che quel principe fece a’ suoi servigi, e 300 scudi d’oro che gli fece contare, acciocchè potesse condurre a fine il terzo libro, ch’ ei di fatto pubblicò in Venezia l’an 1540, dedicandolo al re medesimo, e accennando i beneficii che aveane ricevuti: Mi diede tal animo, dic egli, l’ anno passato, quando per Monsignor di Rhodez mandandole l’altro mio libro ella si degnò di accettarmi a li suoi servigi, e così mossa da la sua innata liberalità ordinò di sua bocca, che mi fossero mandati trecento scudi d oro, acciocché io potessi condurre la presente fatica al debito fine. Al fine però del libro ei si duole della mala sorte ch’egli incontrava co’ principi; e par che dubiti se avrà mezzo di pubblicar gli altri libri. Ma il re Francesco non gli mancò di aiuto, e il volle alla sua corte, ove certamente era fin dal principio del 1542, come raccogliam da una lettera a lui scritta da Pietro Aretino (Aret. Lett. t. 2, p. 261). Questi non approvava che il Serlio fosse passato in Francia, [p. 784 modifica]784 LIBRO ora singolarmente, dic egli, che il Re Francesco per colpa de ministri e de negozii non è più sì splendido come prima. E più chiaramente, in altra lettera scritta nell'ottobre del i5|5, ilice eli' ei loderebbe il soggiorno ch’ei continuava a fare in Francia presso quel re, se le calamità de' tempi gli concedessero parte dell’ ozio, di che soleva essere sì copioso già, onde i verta osi, che la magnanima natura sua, (quasi calamita loro, li tirava a sè d Italia in Francia, conversavano con seco sì fami gli arnie lite, che gli parevano compagni e non servi, che adesso non può pur dare un breve agio a se stesso, ec. (ivi, l. 3, p. 112). Ma il Serlio continuò a starsene in Francia, ed ivi nel 1545 pubblicò il primo libro che contiene gli Elementi della Geometria, e il secondo che tratta della Prospettiva. Nel 1547 ^ a^a *lice ^ quinto, che abbraccia ciò che appartiene ai’ Tempii sacri. Del soggiorno del Serlio in Francia e della opere da lui fatte in Fontainebleau fa menzione Ortensio Landi che ivi era nel 15.{3 e 1544; Mi sovviene, che partendomi questa state passata da Parigi, per andare a vedere le divine opere, che a Fontana Belleo uscivano dal precipuo ingegno di Messere Sebastiano Sergi io, ec. (Paradossi, l. 2, parad. 20). Nel 1550 il Serlio a cagion delle guerre civili passò da Parigi a Lione, ed ivi l’anno seguente diè alle stampe il sesto libro, in cui ragiona singolarmente delle Porte. Il settimo libro, in cui parla di varii casi particolari che accader possono agli architetti, fu stampato più anni dopo la morte del Serlio nel 1575 in Francfort da [p. 785 modifica]SECONDO Jacopo Strada, il quale nella prefazione racconta di se medesimo, che avendo veduto in Lione fanno i55o il Serlio, avea da lui comperato quel libro colle tavole da lui disegnate, e insieme un libro ottavo che non è mai stato stampato, appartenente alla guerra. Aggiugne ivi lo Strada che il Serlio era allor vecchio, e di beni di fortuna non molto abbondante, e sempre tormentato dalla gotta e dalle fatiche, e che poco appresso essendo tornato da Lione a Fontaneblò, ivi finì di vivere. Queste parole ci mostrano che il Serlio non ebbe fortuna uguale al suo merito. In fatti, benchè fosse dal re Francesco I adoperato nelle reali sue fabbriche, par nondimeno ch’ ei fosse invidiato; perciocchè narra egli stesso che fabbricandosi a Fontaneblò, ov egli abitava, stipendiato dal re, non gli fu mai chiesto consiglio alcuno (l. 7, c. 4°)- La sua opera nondimeno gli ottenne allora gran nome, come ben pruovano le molte edizioni che se ne fecero, ed anche al presente egli è da tutti considerato come uno de’ primi restitutori della’ architettura; e perciò Apostolo Zeno si duole a ragione che il Vasari non gli abbia dato luogo tra’ più illustri architetti, de quali ha tessuta la V ita. XLV1I1. ¡Maggior nome ottennero e colle fabbriche da essi innalzate, e colle opere da essi scritte, due altri architetti, i cui nomi anche al presente non si odono senza venerazione, Jacopo Barozzi e Andrea Palladio. Del primo, dopo altri scrittori, parla brevemente, ma esattamente, il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t 2, par. 1, p. 415, ec.). Vignola, terra di questo Tirabosciii, Voi. Xf. 12 [p. 786 modifica]786 libro ducato di Modena, ed ora feudo della nobilissima famiglia Buoncompagni, fu la patria di questo grand'uomo, che da essa si suole soprannomare il Vignola. Ei vi nacque al 1 d’ottobre del 1507 da padre nobile, ma povero, ed originario da Milano, e da madre tedesca. Inviato a Bologna, si volse dapprima alla pittura; ma la lasciò tra non molto, e tutto si diede all architettura. Alcuni disegni ch’ei fece pel famoso storico Guicciardini, ch era ivi governatore, furon ammirati. Da Bologna passò a Roma, e annoverato fra gli accademici del Disegno, salì in tale stima tra essi, che a lui venne dato L’ incarico di prender le giuste misure delle più celebri antichità che ivi rimanevano. L’ab Primaticcio, venuto allora a Roma per rilevare i disegni delle antichità e delle statue romane che dal re Francesco I voleansi poi far gittar in bronzo, si valse dell’opera del Barozzi, e seco condusselo in Francia nel 1537, ove ed eseguì le intenzioni del re, e gli diede disegni per molte fabbriche. Tornato due anni appresso a Bologna, formò altri disegni pel tempio di S. Petronio; e per opera di lui fu scavato il canale per cui da Bologna si va a Ferrara. Il pontef Giulio III il volle suo architetto in Roma, e dopo la morte di esso passò a’ servigi del Cardinal Alessandro Farnese, e per ordin del primo condusse l’Acqua vergine a Roma, pel secondo diè il disegno del magnifico palazzo di Caprarola. Dopo la morte del Buonarruoti niun fu creduto più di lui degno dell’impiego di architetto di S. Pietro. Filippo II invitollo alla sua corte; ma egli se [p. 787 modifica]SnCOKDO 787 pc scusò, e continuò a vivere in Roma fino al 1573, nel qual anno a’ 7 di luglio diè fine a suoi giorni. Le molte fabbriche che tuttora 11 c esistono; fanno testimonianza del valor singolare di questo illustre architetto. Ma ei non è meno famoso per la sue Regola de cinque ordini d’Architettura, opera che si è sempre avuta, e si ha tuttora in conto di classica e originale, e di cui il co. Mazzucchelli annovera fino a 16 edizioni in lingua italiana, cinque in francese, due in tedesco, due in inglese, e due in lingua russa fatte per ordine del czar Pietro I. Ignazio Danti, come già si è osservato, diè alla luce un Comento sulle due regole della Prospettiva pratica del Vignola, di cui pure si hanno più edizioni. Il Vasari non lo ha del tutto dimenticato, e gli dà qualche lode dicendo: Nè meno ha in ciò operato Jacopo Barozio da Vignola Architettore, il quale in un libro intagliato in rame ha con una facile regola insegnato ad aggrandire, e sminuire secondo gli spazii dei’ cinque ordini d'Architettura, la qual opera è stata utilissima aliarle, e se gli deve aver obbligo (t. 4, p. 294)• U <In£d el°gi° benché non sia molto magnifico, trattandosi però di un architetto lombardo, può equivalere a molti altri assai più pomposi che il Vasari ha tessuti ad alcuni suoi nazionali (*). (*) 11 Vasari ha poi altrove, benchè fuor di luogo, cioè nella vita di Taddeo Zucchero (t.6fp. 121, ec.), parlato più a lungo, e con molta lode, della vita e delle opere del Vignola. Io pure ne ho parlato più a lungo nella Biblioteca modenese (t. 1, p. 170, ec.). [p. 788 modifica]788 • LlliRO XLIX. Del Palladio ha scritta ampiamente la Vita il celebre architetto sig. Tommaso Temanza, stampata in Venezia nell’an 1762, ed ha esaminata ogni cosa con tal diligenza, che non ha lasciato luogo ad ulteriori ricerche. Io ne sceglierò in breve le più importanti notizie, lasciando che ognuno ne vegga presso il medesimo i documenti e le pruove. Egli nacque in Vicenza a’ 30 novembre del i5i8 (a), e deesi ripor tra le favole ciò che da alcuni si narra, cioè che il cognome di Palladio gli fosse imposto dal Trissino, e che al Trissino stesso ei servisse da scarpellino negli anni suoi giovanili, mentre quegli innalzava la sua villa di Cricoli presso Vicenza. Egli è probabile nondimeno che il Tris sino, scorgendo il raro talento di Andrea, lo venisse istruendo nello studio delle belle arti, delle quali ei pur dilettavasi, e che il Palladio cominciasse a dar saggio del suo valore in esse col disegno della suddetta villa, cui il sig. Temanza crede opera di questo illustre architetto. Ed egli ottenne presto tal nome, che, mentre ei non contava che ventitré (o) Tulli gli scrittori aveano in addietro iì«.sata la nascita del Palladio all’unno 1 T08, c il Temanza fu il primo a ritardarla di dicci anni, sull’autorità di una iscrizione aggiunta a un ritratto di questo famoso architetto. Ma il P. Angiolgabriello da Santa Maria è tornato all’antica opinione, e con diverse ragioni, alcune delle quali mi sembrano di qualche peso, ha combuttuta 1 asserzion del Temanza (Striti, vicent. r. 4» i53, ec.). Io non voglio entrare in questa contesa, di cui ognuno potrà giudicare secondo che gli parranno di maggior forza gii argomenti dell’ una e dell altra parte. [p. 789 modifica]secondo 789 anni (li età, fu onorato di un ritratto, il quale conservavasi presso il sig. Giuseppe Smitli in \ enezia. Gol Trissino stesso fu il Palladio a Roma verso il 1547 ove i superbi avanzi dell'antica magnificenza romana destarono in lui un ardente brama di rinnovarne l idea, come ben vedesi ch’egli eseguì in tutte le fabbriche da lui disegnate. Nella prefazione a’ suoi libri d’Architettura, ei racconta di aver viaggiato per gran parte d Italia, e fuor d essa ancora. In fatti ei fu a molte città chiamato per dar disegni di nuovi edifizii, come a Trento, ove fece il palazzo di residenza al Cardinal Madrucci, a Bologna, ove disegnò la facciata di s Petronio, a Brescia, ove ristaurò il palazzo del Pubblico. consumato da un incendio, a Bassano, ove diè il disegno del celebre ponte. Emanuel Filiberto duca di Savoia, che da ogni parte d’Italia a sè traeva gli uomini più rinomati, il volle alla sua corte, e col disegno di esso fece formare, come crede il Temanza, il Parco antico, ora nella maggior parte distrutto. E il Palladio, grato agli onori che da quel gran principe avea ricevuti, a lui dedicò il terzo libro della sua Architettura. Ma più che altrove lasciò il Palladio pregevoli monumenti del suo sapere in Vicenza sua patria, ove fra le altre fabbriche innalzò il magnifico palazzo della Ragione, e il famoso Teatro olimpico, e in Venezia e nelle ville di diversi nobili veneziani e vicentini. Morì in Vicenza a’ 19 d’agosto del 1580, e fu sepolto nella chiesa di s Corona dei’ Predicatori, e l’esequie ne furono dagli Accademici olimpici onorate con [p. 790 modifica]V 79° LIBRO orazion funebre e con poetici componimenti. I quattro soli libri d’Architettura, stampati la prima volta in Venezia nell an 1570, furono poi ristampati più volte per la grande stima a cui tosto salirono, e che tuttora ne hanno i più valenti architetti. Magnifica è fra le altre quella fatta in Londra nel 1715. in tre tomi in foglio, nelle tre lingue, italiana, inglese e francese. Avea questi apparecchiato un altro libro che conteneva molti disegni di tempii, di archi, di terme e di ponti e di altri edifizii antichi, ma non ebbe tempo a pubblicarlo. Pare che l’originale, dopo essere stato per qualche tempo in mano del senator Jacopo Contarini, passasse in Inghilterra; perciocchè Riccardo co di Burlington diè alla luce in Londra nel 1730 i Disegni delle Terme antiche di Andrea Palladio. In Vicenza è stata recentemente stampata una bella Raccolta in quattro tomi in foglio di tutte le fabbriche del Palladio, ch esistono in quella città ed altrove. Abbiamo ancora un picciol libro di questo famoso architetto, intitolato Le Antichità di Roma. Egli innoltre illustrò i Comentarii di Cesare, aggiugnendo alla traduzione fattane dal Baldelli un lungo proemio sulla milizia romana, e molte tavole in rame disegnate in gran parte da Leonida e da Orazio suoi figliuoli, ma alle quali dovette dare ei medesimo il compimento, poichè amendue nello spazio di poco oltre a due mesi gli mancaron di vita. Due scritture del Palladio finora inedite ha pubblicate ancora il Temanza, la prima sul Duomo di Brescia, la seconda su un ponte da farsi sulla Piave presso [p. 791 modifica]SECONDO -g1 Cividale di Belluno. Liberale di lode verso il Palladio, più che verso molti altri, è stato il Vasari, il quale scriveva, mentre quegli era ancor giovane. Dopo aver lodati alcuni pittori, scultori e architetti vicentini, Ma fra tutti i Vicentini, dice (t. 7 ì p. 78), merita di esser sommamente lodato Andrea Palladio Architetto, per essere uomo di singolare ingegno e giudizio } come ne dimostrano molte opere fatte nella sua patria e altrove. Quindi, dopo avere annoverate e lodate molte fabbriche dal Palladio disegnate, E perchè tosto, continua, verrà in luce un opera dal Palladio, dove saranno stampati due libri d edificj antichi, e uno di quelli che ha fatto egli stesso edificare, non dirò altro di lui, perchè questa basterà a farlo conoscere per quell eccellente architetto, ch egli è tenuto da chiunque vede le opere sue bellissime, senza che, essendo ancor giovane, e attendendo continuamente agli studi dell arte, si possono sperare ogni giorno di lui cose maggiori. Non tacerò, che a tanta virtù ha congiunta una sì affabile e gentil natura, che lo rende appresso di ogni uno amabilissimo, onde ha meritato d essere stato accettato nel numero degli Accademici del Disegno Fiorentini. L. Io non posso dare una distinta contezza dell’ Architettura di Antonio Lab ac co, con la quale si figurano varie notabili antichità di Roma, stampata più volte nel corso di questo secolo, perchè io non l ho veduta. Quella di Pietro Cattaneo sanese, che uscì la prima volta da’ torchi di Paolo Manuzio nel 1554 divisa in quattro libri, e accresciuta poscia di nitri I [p. 792 modifica]792 LIBRO quattro nel 1567, è lodata dal Palladio, il quale parlando della proporzione da sè tenuta nella gonfiezza maggiore del mezzo delle colonne, mi son maggiormente confermato, dice (Architett l. 1, c. 13), in questa mia invenzione, poichè, tanto è piaciuta a Messer Pietro Cattaneo, havendogliela io detta, che l ha posta in una sua opera dArchitettura, con la quale ha non poco illustrato questa professione. Pregevole è il libro di Martino Bassi architetto milanese intitolato: Dispareri in materia d Architettura et Perspettiva, stampato in Brescia nel 1572. Diedero a questo libro occasione le controversie insorte tra lui e Pellegrino Pellegrini, architetto esso pure famoso, su alcune parti della fabbrica del gran duomo di Milano. Avendo essi disputato fra loro innanzi a’ presidenti di detta fabbrica, e non essendosi esse ancora decise, il Bassi ne diede al pubblico la relazione. aggiungendovi alcune lettere di altri celebri architetti, cioè di un Alfonso N. ch era in Verona, di Andrea Palladio, di Jacopo Barozzi, di Giorgio Vasari e di Giambattista Bertani. Molte utili riflessioni si fanno in quest’ opera, che agli studiosi dell architettura posson recare non picciol vantaggio. Essa percio è stata ristampata nel 1771 in Milano, colle aggiunte degli scritti del medesimo Bassi intorno all insigne tempio di S. Lorenzo maggiore della stessa città, con opportune annotazioni illustrate dall’ ingegnere Francesco Bernardino Ferrari. Tre libri degli ornamenti d’Archi lettura di Gherardo Spini fiorentino, segretario del Cardinal Ferdinando de Medici, si conservano [p. 793 modifica]SliCONDO ^0)3 mss. nella libreria Nani in Venezia. Il ch. sig D. Jacopo Morelli ce ne fa una descrizione assai esatta, dalla quale raccogliesi che quest’ opera era meritevole della pubblica luce (Codici mss. della Lib. Nani', p. 6). Lo Spini fu ancor poeta italiano, e se ne leggono rime in diverse raccolte. Io aggiugnerò per ultimo il nome di Oreste Vannocci, di cui non abbiamo alle stampe che la traduzione italiana della Parafrasi di Alessandro Piccolomini sopra la Meccanica d’Aristotele, stampata in Roma nel 1582. Ma quanto da lui sperasse l architettura, il raccogliamo da una lettera di Adriano Politi ad Alessandro di lui padre, per consolarlo della morte immatura di sì valoroso figliuolo, che non contava che anni ventiquattro di eia. In essa egli rammenta l accennata Parafrasi tradotta da Oreste, mentre non avea che 18 anni, e l aggiungervi ch’ egli fece un discorso sulla vita; dice che in età di 22 anni per le favorevoli relazioni che di lui diedero i principali architetti d’Italia, fu fatto prefetto delle fabbriche del duca di Mantova collo stipendio di 500 scudi j che in occasione delle nozze di quel principe diede grandi pi nove del suo ingegno e nelle poesie e nelle invenzioni; che avea presente alla memoria tutto ciò che una volta avea letto, e che avea già in buon termine un lungo trattato degli edifizii e delle fabbriche più illustri di tutto il mondo antiche e moderne, e prega perciò il padre a non permettere che sì bella opera vada smarrita (Politi, Lett. p. 74 ed. ven . 1624)• Ma convien dire ch" essa perisse, poichè non ha mai veduta [p. 794 modifica]794 Licno la luce. Potremmo qui ancor parlar di Vincenzo Scamozzi ma poichè l’opera di esso non uscì in luce che nel secolo seguente, riserberemo e que’ tempi il parlarne. LI. Mentre l architettura civile per mezzo di sì valorosi maestri saliva felicemente alla sua perfezione, nulla minori erano i progressi dell'architettura militare, scienza, come osserva il m Maffei (Ver. illustr. par. 3, p. 202), che passa comunemente per oltramontana tutta e straniera, e che nondimeno è nata e cresciuta e perfezionata in Italia. Leggiadro è il fatto ch’egli narra, avvenuto in Torino nel 1701 al celebre ingegnere Bertola con due ingegneri francesi, i quali venuti essendo a ragionare della lor arte con esso, udendosi dire ch ei non sapea la lingua francese, si persuasero fermamente circi fosse un solennissimo idiota; e molto più quando pronunciato da essi con gran riverenza il nome di Vauban, il Bertola, per prendersi giuoco di loro, finse di non conoscerlo, e chiese loro qual professione avesse egli esercitata. Ma essi cambiaron presto l’idea che dell ingegnero italiano si eran formata, quando questi entrato a parlare dell’arte, mostrò d’esserne intendentissimo, e schierati loro sugli occhi molti libri di scrittori tutti italiani, fece loro conoscere che non v era cosa che da essi non avesser presa i Francesi. Questa proposizione medesima si dimostra con forti pruove dal detto march. Maffei 5 e di alcune di esse ci varremo noi pure, parlando de migliori scrittori di questo argomento. Qui basti il riflettere, come egli fa (/. cit. p. 210), che molti [p. 795 modifica]SIXONDO '■ij.*) termini militari che da' Francesi si adoperano, son certamente italiani di origine, e indican perciò, che in Italia furon ritrovate le cose da essi significate. Fra le altre, vediam fatte francesi le parole italiane cittadella, bastione, merlone, parapetto, gabbioni, casematte, caserme, banchetta, cunetta, lunetta, controscarpa, palizzata, spianata, ec. Lo stesso autore sostiene (ivi, p. 223) che il Sanmicheli veronese fu il primo a riformare il sistema della fortificazione, e ad accostarsi a metodi più recenti. Ma come il Sanmicheli nulla scrisse su ciò, non è questo il luogo a parlarne, ove dobbiam solamente cercare degli scrittori. Leon Battista Alberti aveane nel secolo precedente detta qualche" cosa nella sua grand’ opera d Architettura; ma egli per lo più si attenne a Vitruvio. Il march Maffei non vuole (p. 220) che tra gli scrittori di quest’argomento si annoveri il Macchiavelli, di cui diremo altrove, più a lungo, perciocchè, dice, ei ne parlò (nei’ suoi libri dell’Arte della Guerra) senz’altro addur di nuovo che la bizzarra sua opinione di fare il fosso dietro le mura, e non dinanzi. Il co. Algarotti però venti lettere ha scritto a provare che il Macchiavelli fu gran maestro di guerra (Op. ed. Livorn. 1764, t. 4, p. 1, ec.), e sembra quasi sdegnarsi con chi nol crede. Per ciò nondimeno che spetta alla fortificazione, ei confessa che il modo da lui prescritto in varie cose sarà trovato difettivo (ivi.p. 130), ma in altre egli il trova lodevole. È certo però, che poco ha in questo genere il Macchiavelli; nè può esser considerato come maestro dell arte. Ben volle egli [p. 796 modifica]79$ LITRO introdurre un nuovo sistema di ordinanza militare, e rinnovare le antiche legioni, il co Algarotti osserva che alcuni celebri generali sono in ciò felicemente riusciti (p. 20, ec.). Ma non sappiamo s’essi seguisser le leggi dal Macchiavelli prescritte. Certo è che questi non seppe mai eseguire ciò che avea insegnato perciocchè, oltre ciò che narra il Cardano citato dallo stesso co Algarotti (p. 11), ch ei richiesto dal duca d’Urbino a farne una pruova, non ardì di tentarla, il Bandello, dedicando una sua Novella al celebre guerriero Giovanni de’ Medici, racconta che il Macchiavelli, essendo in Milano, volle un giorno innanzi a lui disporre in ordinanza, secondo le sue leggi, tremila fanti, e ci tenne al Sole più di due ore a bada, senza potervi riuscire, finchè il Medici col suon del tamburo ordinò presto in varie guise que fanti e volle poi, che il Macchiavelli e il Bandello seco sedessero a mensa (par. 2, nov. 40). Non può negarsi però, che il co. Algarotti ha felicemente provato che in molte cose i precetti e le riflessioni del Macchiavelli possono essere di gran giovamento a condottieri di esercito. Ma come esse non appartengono alla fortificazione, di cui qui ragioniamo, io non debbo cercarne più oltre. Niccolò Tartaglia, Pietro Cattaneo e Daniel Barbaro ne loro libri d Architettura, da noi già mentovati, trattarono per incidenza ancor della militare. Noi però, lasciando questi in disparte, facciamoci a dir di quelli che direttamente presero ad illustrar questa scienza. [p. 797 modifica]secolo 7<J7 LII. Uno de’ primi, s’io non m'inganno, a scriverne con qualche estensione, benchè l’opera da lui composta non uscisse che dopo più altre, fu Giambattista Bellici, ossia Bellucci, da S. Marino. Il co Mazzucchelli ha diviso questo scrittore in due, e del Bellici altro non dice (Scritt ital. t. 2, par. 2, p. 625), se non che ha pubblicata un opera intitolata Nuova invenzione di fabbricare fortezze in varie forme, stampata in Venezia nel 1 5t)8, c poscia di nuovo nel 1602. Del Bellucci ci dà più distinte notizie (iviyp. 709) tratte dall’opera del Vasari (T ile de Pitt. t. 2, p. 231, ec.), e dice ch’ei nacque in S. Marino nell an 1506; che dopo avere atteso alla mercatura, e dopo essere stato cameriere del contestabile di Roma, si applicò al disegno e all’architettura sotto Girolamo Genga pittore ed architetto di molto nome, una figliuola del quale prese a seconda moglie 3 che fu architetto del duca Cosimo; che servì felicemente il marchese di Marignano nell’espugnazione di Siena, che in premio di ciò fu dichiarato capitano d’infanteria 5 e che l’an 1554 fu ucciso di un colpo nella testa all’Aiuola fortezza di Chianti, mentre vi piantava l’artiglieria, e portato alla patria, fu ivi solennemente sepolto. Aggiugne poscia, ch’egli scrisse un trattato dell’Architettura militare, che suppone inedito, poichè ne cita soltanto un testo a penna presso il canonico Irico, a cui precede la dedicatoria dell’autore a Stefano Colonna. Or che il Bellici e il Bellucci non sieno che un solo scrittore, io il raccolgo da un passo del Ragionamento di Jacopo Castriolto, [p. 798 modifica]79® LIBRO che ò al fine della sua Architettura militare insieme con quella di Girolamo Maggi data alla luce: Non voglio ancora, dic egli (Maggi e (Castriotto Fortific. della Città, p. 138, ed. Ven. 1564) i Per ufd comune di coloro, che a' ave ranno a difendere dentro a luoghi battuti, lasciare di metter qui quanto è stato scritto dal Capitano Giovambattista Bellucci detto il San Marino, già mio amicissimo, nel fine del suo libro delle Fortificazioni, e questo acciò si rinnovi la memoria d un sì valoroso ed ingegnoso Capitano j quale con grandissimo dispiacere del potentissimo Duca di Fiorenza e Siena fu duna archibugiata morto sotto la Fortezza dell Ajola nel Senese, mentre faceva battere tal luogo, e cercava dopo la gabbionata mostrare d bombanti cri il modo da facilmente rovinare la muraglia. Soggiugne poi un lungo passo tratto dalropera del Bellucci, il quale leggesi di parola in parola verso il fine di quella del Bellici (Nuova Invcnz. cc. Ven. 1598,p;. 109). È certo adunque che sotto quei’ due cognomi abbiamo un solo scrittore autor dell’opera sopraccitata. Da essa noi raccogliamo ancora ch’ei fu al servigio del re di Francia Francesco I nel 1541 e nel 1544 e nel 1550; che in quel regno disegnò alcune fortezze, e sostenne e regolò piò assedi 5 che prima, cioè nel 1537 e nel 1540, erasi trovato nell'Ungheria (p.45,51); e che nel 1541 era in Iscozia, ove narra di aver lavorata una mina (p. 80); e generalmente egli afferma di essere stato in Ungheria, in Francia, in Lorena e in diverse provincie d’Italia (p. 53). L’onore che ebbe il Bellici di servire a tanti principi, è [p. 799 modifica]secolo;yy ima chiara testimonianza della stima in cui essi l’aveano. E veramente nell’opera che ne abbiamo alle stampe, vedesi l architettura militare già dirozzata di molto, e assai meglio adattata a difendersi contro l’artiglierie, che non fosse in addietro, per fuso eh’ ei fa de' bastioni angolari, e d’altri ripari prima non conosciuti, alcuni de quali erano già stati introdotti nelle fortezze italiane, principalmente dal Sanmicheli; altri furono ritrovati dallo stesso Bellici, benchè poi i più moderni architetti gli abbiano o migliorati, o cambiati (*). LUI. Assai più oltre avanzossi nell’architettura militare al tempo medesimo il capitano Francesco Marchi bolognese, la cui opera quanto più è pregevole, tanto è più rara, e vuolsi da alcuni che ciò sia accaduto per arte di alcuni Oltramontani, ch essendosi arricchiti delle idee e delle invenzioni di questo ingegnoso (*) Il sig. abate Lninpillas afferma che gli Spaglinoli furori maestri degli Italiani nell' Arte ¡yj ili tare (Saggio, par. 2, t. 2, p. 266). Questa proposi/ione iia certamente il pregio della novità. Ma quali sono gli scrittori che ce la insegnarono i Luigi Colludo andaluzzo, clic nel i586 stampò la Pratica manuale d9Artiglieria ^ e D. Bernardino di Mendozza, che nel 1.577 stampò un piccol libro sull’Arte militare. Il sig. abate Lampillas non ce ne sa indicare alcun altro. Converrà dunque dire che Giambalista Bellici o Bellucci, morto nel 1554* il celebre capitano Francesco Marchi, che fin dal i545 avea in gran parte scritta la sua opera, Girolamo Maggi e Jacopo Castriotto, le cui opere d’Architettura militare furono stampate nel 1 '164, Galasso Alghùi, che pubblicò la sua nel 1570, Cado Teli, che diè alla luce la sua nel i56q, al il nano appresa f urte militare da' libri stampali nel 1577 e nel i58tì. [p. 800 modifica]SOO LIBRO architetto, ne hanno quanto più è stato loro possibile ritirate e soppresse le copie. Della quale accusa però io confesso sinceramente che non ho trovato alcun documento che ce ne assicuri. A me spiace di non aver potuta vedere l’opera stessa del Marchi, che ne avrei forse potute trarre alcune notizie intorno alla vita, troppo sconosciuta finora, di questo grand’uomo (a). Io recherò qui solamente le lodi di cui l’onorò, mentre egli ancora vivea, Giulio Ariosto con questi versi, al cui margine si legge: al glorioso Capitano Francesco Marchi. Quando già mai creò l’alma natura Un sì sublime e pellegrino ingegno D’ un gran principale in la Architettura, Che Vitruvio non ebbe un tal disegno. Primavera, c. 1. Quanto all’opera stessa, altri ne han già fatto l’esame; e io posso perciò giovarmi delle loro ricerche. Il P. ab Ercole Corazzi olivetano diede alla luce in Bologna nel 1720 una difesa del Marchi contro le censure di alcuni ingegneri francesi. Molte osservazioni su disegni del Marchi e di altri ingegneri italiani ha fatte anche il march Maffei (Ver. illustr. par. 3, p. 202, ec.). Più esattamente ancora ha illustrato questo argomento il P. D. Ermenegildo (a) Questa ducal biblioteca ha poi acquistata la rara opera del Marphi; ma non fa d’uopo il cercar in essa le notizie di questo autore, poiché si posson ora vedere raccolte ed esposte con inulta esattezza dai sig. conte (V io vacai Fanluzzi nel tomo C de’ suoi Scrittori bolognesi. [p. 801 modifica]SECONDO 801 Pini cherico regolare barnabita ne suoi Dialogi sopra l’Architettura, stampati in Milano udranno 1770, il quale innoltre accenna una Dissertazione da me non veduta di un ufficial lorenese, in cui dimostra che i tre metodi di fortificare, attribuiti al Vauban, sono, quanto alla sostanza, di questo ingegnere italiano. Ei dunque si fa a provare, confrontando le figure del Marchi con quelle del Vauban, che quanto al primo metodo dello scrittor francese, le cortine e i bastioni da amendue disegnati son molto tra lor somiglianti, e che altra differenza non v’ ha, se non che il fianco del bastione del Marchi è posto ad angolo retto colla cortina, quello del Vauban ad angolo ottuso; che nel Marchi si veggono parimente i fianchi ad orecchione, e le tanaglie da lui espresse col titolo di barbacani, le controguardie, le mezze lune, ossia i rivellini, le lunette grandi e picciole, ed altre opere minori di fortificazioni; nelle quali se vi è in qualche diversità tra ’1 V auban e ’1 Marchi, o ella è di pi'cciol momento, o è tale che forse meglio sarebbe seguire esattamente il Marchi che il Vauban. Passa indi a mostrare che lo stesso dee dirsi del secondo metodo dello scrittor francese, il qual consiste nell’avere in vece de’bastioni, o baluardi ordinarii, torri vote a pruova di bombe coperte dalle controguardie, la sommità del cui parapetto è quasi alta come quella delle torri, onde colla mezza luna e col rimanente della fortificazione si ha una doppia fossa e un doppio ricinto. Questa maniera di fortificazione Tiuaboschi, Voi Xf. i3 [p. 802 modifica]Sl>2 LIBKO ancora egli ci addita in una delle figure del Marchi; e pruova che ivi parimente la diversità tra l’una e l’altra o è di poca importanza, o ridonda ad onore del Marchi, le cui idee son più opportune a ben difendere le piazze. Finalmente in altri disegni dello scrittor italiano ei ci addita ancora i lineamenti del terzo metodo del Vauban; conchiudendo col dire che non dee perciò dirsi il Vauban copista e plagiario del Marchi, ma solo che molto egli ha profittato de’ lumi e delle invenzioni dello scrittore italiano, a cui sarebbe perciò conveniente che gli scrittori francesi rendessero più giustizia, che comunemente non fanno. Nel Giornale enciclopedico di Bouillon nel 1775 si è pubblicata una lettera di un ufficiale francese (t. 6, par. iìj4outìp. 138, ec.), in cui assai incivilmente risponde al sig. Denina, che nelle sue Rivoluzioni d’Italia avea accennato il vantaggio che all’architettura militare ha recato il Marchi, e in mancanza delle ragioni, ricorre alle ingiurie, dicendo che il Marchi non sarebbe stato pur degno di fare il copista al Vauban. Confessa, è vero, che nei’ disegni dell’ingegnero francese trovasi qualche cosa simile a que’ del Marchi; ma queste cose non sono altro, secondo lui, che i pontoni e gli aloni detti dal Vauban lunette grandi; e conchiude dicendo, che il sig. Denina non ha letto nè il Marchi nè il Vauban: maniera facile di confutare ogni più forte ragionamento. Io ho additati altri autori italiani che più minutamente hanno esaminati i disegni del Marchi. Si mostri non con ingiurie nè con parole, ma col confronto delle [p. 803 modifica]SECONDO So3 figure e col raziocinio, ch’ essi si sono ingannati, che nulla di somigliante hanno i detti disegni con que’ del Vauban, e allora ci sarà forza l’arrenderci e il darci vinti. E assai migliore e più util sarebbe l’opera del Marchi, s’ei le avesse potuto dar l’ ultima mano. Fin dal 1545 aveane egli in ordine la maggior parte, e nell’agosto dell’an 1546 cominciò in Roma a disegnar le figure ad essa necessarie. Ma a misura ch’esse gli uscivan di mano, se ne spargevan più copie; e quindi venne che altri si diedero il vanto di alcune delle invenzioni del Marchi, altri ne contraffecero le figure con piccioli cambiamenti. Ciò fu cagione per avventura che il Marchi, sdegnato, non si curasse di condur l’ opera a fine. Egli prima di morire (il che non sappiamo quando accadesse) raccomandò a Gasparo dall’Olio bolognese le sue figure colle dichiarazioni aggiuntevi, e l’opera fu finalmente pubblicata in Brescia nel i5i)q (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 396, ec.). Ma come suole avvenire nelle opere di tal natura, che non ricevon l’ultima mano da’loro autori, vi corser non pochi falli, e si vede che i disegni talvolta non corrispondono alle parole. Ciò non ostante non si può a meno di non ammirare la prodigiosa fecondità dell’ingegno del Marchi, che in essa ci offre 160 diverse maniere di fortificazione, e la maggior parte, com’egli dice nel suo proemio, da lui stesso trovate. E che ciò sia vero, si può comprendere agevolmente, riflettendo che pochissimi erano allora gli scrittori, di quest’arte, e tali, che dopo l’invenzione dell’arti gliene erano di [p. 804 modifica]8o4 LIIiRO pochissimo uso, e poche ancora erano le fortezze dalle quali potesse il Marchi prendere idea de’ suoi disegni. L1V. Non poco vantaggio dovettero parimente recare all’ arte della fortificazione i Due Dialoghi di M. Jacopo de' Lanteri da Paratico Bresciano j ne quali s'introduce M. Girolamo Catanio Novarese,,)M. Francesco Trevisi Ingegnero Veronese con un giovane Bresciano a ragionare del modo di disegnare le piante delle Fortezze secondo Euclide, e del modo di comporre i modelli, e torre in disegno le piante delle Città, stampati in Venezia nel 1557. In essi ei prende dapprima a mostrare per qual maniera, secondo le regole geometriche, si debban fare le muraglie e gli angoli colla giusta lor proporzione j indi ricerca qual genere di fortificazione e qual forma di bastioni, di cortine, ec. sia più opportuna a difender le piazze contro l artiglieria; e parla per ultimo della maniera con cui deesi levar la pianta e formare il disegno delle fortezze e delle città. Dello stesso Lauti eri cita un’altr’opera del medesimo argomento Apostolo Zeno (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 3y(5, ec.) 7 stampata in Venezia nel 1559, col titolo: Due libri del modo di fare le Fortificazioni di terra intorno alle Città e alle Castella per fortificarle, e di fare così i forti in campagna per gli alloggiamenti degli eserciti, come anco per andar sotto ad una Terra, e di fare i ripari nelle batterie. I Dialoghi suddetti furon di nuovo dati alla luce in Venezia nel 1601, col titolo Delle offese e difese delle Fortezze, aggiuntovi un trattato sulla stessa [p. 805 modifica]SECONDO 8o5 materia di Girolamo Zanclii da Pesaro, e due Discorsi d Architettura militare di Antonio Luppicini fiorentino; e anche di Giambattista Zanchi pur pesarese abbiamo un Trattato del modo di fortificar le Città, stampato in Venezia nel 1560. Ne’ citati Dialoghi del Lantieri il principale interlocutore è Girolamo Cattaneo novarese, che fu uomo di fatto assai intendente nell'architettura militare, come raccogliesi da’ libri che su questo argomento ha dati alla luce. Tra essi merita lode principalmente l'Opera nuova di fortificare, offendere et difendere et far gli alloggiamenti campali secondo l uso di guerra, aggiuntovi nel fine un trattato degli esamini de Bombardieri, et il far fuochi artificiali, stampata in Brescia nel 1564 Più cose veggiamo in essa, che credonsi comunemente invenzioni moderne; e fra esse vi si fa chiarissima menzione dell’ orecchione, ed ecco com egli ne parla: Oltra di queste sopradette cose si darà il modo di fare gli orecchioni, perchè essi orecchioni si fanno in più modi, cioè nel capo con una porzione di cerchio quadri, et obliqui, abbenchè ne Ili passati disegni non se n è fatta menzione. Et per volere fare i sopradetti orecchioni, s’allungherà le. due linee y V una è quella, che termina la larghezza di fuoravia della seconda canoniera verso la spalla... l’ altra è quella che forma la fronte del Balovardo; et queste due linee si allungheranno quel tanto che si vorrà, che sporga in fuori esso orecchione, ec. (Op. nuova, p. 33). Dello stesso argomento è il Ragionamento di fabbricar le Fortezze sì per pratica come per [p. 806 modifica]8o6 LIBRO teorica, stampato in Brescia nel i £>71, nel qual anno parimenti e nella stessa città ci diede in luce il Modo di formar con prestezza le moderne battaglie, e nell’anno seguente un’altra opera intorno al modo di misurare. L’ autore trattennesi parecchi anni in Brescia, come raccogliesi dal fine del secondo dialogo del Lantieri, ove questi introduce Girolamo ad annoverare i molti uomini dotti, e singolarmente l’ intendenti d’ architettura militare, che in quella città ei conosceva. E al principio del primo, il Lantieri fa dire al Cattaneo che nel 1542 avea abitato in Arco, ove da que’ conti avea ricevute grandi dimostrazioni di affetto e di stima. Il soggiorno fatto dal Cattaneo in Brescia e in Arco confermasi ancora da ciò che narra egli stesso nel proemio alla sua Opera nuova, cioè ch’essa era stata approvata da conti Giambattista e Vinciguerra d’Arco, dal co. Curzio Martinengo, e dal sig. Giambattista Martinengo, a quali egli aggiugne Girolamo e Alberigo conti di Lodrone, e Vespasiano Gonzaga signore di Sabbioneta, di cui fa un grande elogio j e questo principe di fatto di lui si valse nel fortificar che fece la sua terra di Sabbionela. LV. Due altri scrittori d’architettura militare furono pubblicati in Venezia nel 1564 unendo insieme le opere loro, ma distinguendo ciò che a ciascheduno di essi appartiene, cioè Girolamo Maggi e Jacopo Castriotto. Il Maggi fu uno de’ più dotti insieme e de’ più infelici uomini del suo tempo, e fra le sue sventure, non fu l’ultima quella che la memoria di lui rimanesse quasi [p. 807 modifica]SECONDO 807 dimenticala, sicché, benché il Bayle (Dici, art. Magius), il P. Niceron {Métti. ¿Ics flomm. ili. t. 18,p 277) e il Baldinucci (Notiz. de Profess. t 10, p. 97) ci abbian di lui parlato, molte cose nondimeno ne hanno essi ignorate, e molte opere non conosciute. Era egli natio non di Angera sul Lago maggiore, come molti han detto, ma di Anghiari in Toscana, come più volte afferma egli stesso. Ebbe un fratello per nome Bartolommeo, da lui lodato come studiosissimo dell’amena letteratura (Miscellan. l. 3, c. 2). Tre furono le università nelle quali giovinetto attese agli studii, quelle di Perugia, di Pisa e di Bologna: Dum olim, dic egli stesso, Perusiae, mox Pisis, ac demum Bononiae agerem, et inter doctos homines commnium studiorum gratia versarer (ib. l. 2, c. 2). Fra’ suoi maestri ei nomina Pietro Antonio Gheti di Laterino (ib. l. 4, c. 1) nell’eloquenza, e Francesco Robortello, da cui confessa di essere stato baciato per tenerezza e animato a corrispondere collo studio alle speranze che dava de’ più lieti progressi (ib. l. 1, c. 7 l. 3, c. 5). Fino da’ primi anni ei fu inclinatissimo allo studio dell’ antichità, e narra egli stesso ch essendo scolaro in Pisa, andava attentamente osservando e misurando gli antichi sepolcri (ib. l. 1, c. 4), e che non provava piacer maggiore di quello di scoprire qualche pregevole monumento, sicchè più avidamente andava egli in traccia delle iscrizioni, che gli avvocati delle liti forensi (ib. l. 2, c. 11). Questo studio però nol distolse dal coltivare quello della giurisprudenza, ed egli racconta che avea dapprima [p. 808 modifica]8o8 LIBRO seguite le tracce del Budeo c deirAlciati, clic avea ricercata l’erudizione più che le leggi j ma che poscia veggendo che con tal metodo egli era riuscito assai debole giureconsulto, si diè a seguire l’antica via di Bartolo e degli altri legisti de secoli precedenti (ib. l. 5). In età ancor giovanile fu deputato dalla sua patria ambasciadore a Fiorentini (De Tintinnab. c. 18). Jacopo Vitelli inviollo nel 1558 giudice in Amatrice nel regno di Napoli, che così io congetturo che debbasi intendere (quell Amatricani presso il P. Niceron, che cita una lettera da me non veduta dello stesso Maggi. Il più ordinario soggiorno però del Maggi fu la città di Venezia, ove, secondo alcuni, ei s*impiegò nel corregger le stampe, di che nondimeno non si ha pruova alcuna. Ivi egli quasi tutte compose le sue opere, che sono molte e di diversi argomenti. I Conienti su i quattro libri delle Istituzioni di Giustiniano furono il frutto de suoi studii legali. Della sua erudizione nell'antichità, nella storia, nella filologia ei diede pruova ne’ quattro libri Variarum lectionum seu Miscellaneorum, stampati in Venezia nelfanno i563, opera veramente erudita e scritta con eleganza, in cui egli esamina diverse questioni di diversi argomenti, e si mostra uom versatissimo nella lettura de migliori scrittori greci e latini sì antichi come moderni. In quesfopera egli accenna un'altra che pensava di pubblicare, cioè de Sepulcris et sepeliendi rifu (la,c. 17), ma sembra ch’ella sia rimasta inedita. Comentò) innoltre le Vite degli eccellenti Capitani di Cornelio Nipote, attribuite allora [p. 809 modifica]SECONDO 809 a Emilio Probo; del qual comento fa menzione egli stesso nelle sue Miscellanee (l. 4, c. 15). Il Dupin ci dà un lungo estratto di un’ altra opera del Maggi, intitolata de Mundi exustione, et de die Judicii, da me non veduta, ma da lui assai commendata per l eleganza e per la dottrina con cui è scritta (Bibl. des Aut. eccl. t. 16, p. 110,ec.) A ciò deesi aggiugnere la prefazione e l’ argomento de’ libri de Fato di Giulio Sirenio, stampati in Venezia nel 1565, e una narrazione latina della Vita di Paolo IV, stampata poi da Antonio Caraccioli ne’ Monumenti della Vita di quel pontefice. Anche la poesia italiana fu coltivata dal Maggi, e abbiamo I cinque primi Canti della guerra di Fiandra di M. Girolamo Magi d Anghiari dati in hu'c da Pietro Aretino, e stampati in Venezia nel 1551, opera non conosciuta dal Quadrio, il qual fa menzione solo di un sonetto (t. 2, p. 255) ch’egli attribuisce a un Girolamo Maggi bolognese. Le opere De constructione pontis Caesaris, e De Gigantibus, che il Niceron gli attribuisce, sono estratte dalle sue Miscellanee. Ma l’opera per cui principalmente deesi qui onorevol luogo al Maggi, fu quella Della Fortificazione delle Città, stampata, come si è detto, congiuntamente a quella del Castriotto nel 1564 > e I10* separatamente coll’aggiunta di alcuni discorsi nel 1584 Del merito di essa parleremo tra poco. Qui deesi frattanto avvertire che nella dedica ch’ ei fa di quell opera al re Filippo II, ei fa menzione di un’altra che avea prima composta Degli ingegni e secreti militari, la qual dice di aver mandata al duca [p. 810 modifica]810 unno di Sessa. Questa non ha mai veduta la luce, ma ella è quella probabilmente di cui conservasi copia nella libreria Nani in Venezia, e di cui ci ha data una diligente notizia il sig d Jacopo Morelli (Cod. mss. della Libr. Nani,

  • p 16, ec.). Il Maggi vi premette la dedica al

duca Cosimo I, segnata da Anghiari agli 8 di luglio del 1551. Vi si veggono molte ingegnose macchine e molti militari stromenti da lui immaginati, che pruovano la grande perizia che il Maggi avea in quest arte. Inviato dalla Repubblica Veneta a Famagosta nell’isola di Cipro, giovò non poco colle sue macchine e col suo ingegno a sostenere il celebre assedio contro de Turchi nel i5ri: Hieronjrmus Ma gius, dice il Graziani (De Bello Cypr. l. 3, p. 181), ab Anglario Hetruriae oppido erat. bellicis operibus machinisque inveniendis solerti ingenio vir. Is cuniculis, ignibus vario artificio conflittis, novisqne quo fi die inventi s magna hostibus detrimenta attulit, et duodeviginti muralia tormenta certis e muro petita ictibus diff rada corrapi/, et magnos saepe conatus eorum ac multorum dierum labores parvo ipse momento elusit Ma caduta in man de Turchi quella città, l’infelice Maggi fu egli ancora condotto schiavo in Costantinopoli. Egli cercò nello studio qualche sollievo alla sua misera condizione, e sprovveduto come era di libri, scrisse ciò non ostante due assai eruditi trattati, uno de Tintinnabulis, l’altro de Equuleo, stampati più volte, pruova ben chiara della grande memoria del Maggi, che coll’ ajuto solo di essa potè distenderli, ricordandosi di ciò che avea già letto. Egli li [p. 811 modifica]SECONDO 8 I I dedicò agli ambasciadori dell imperadore e del re di Francia, che risiedevano in Costantinopoli. E questi pensavano a fare sciogliere dalle catene, e ad ottenere la libertà a un uom sì famoso. Ma dall imprudenza di alcuni condotto, non si sa come, troppo per tempo all’albergo dell ambasciadore imperiale, fu ivi arrestato, ricondotto alla carcere, e nella notte de 27 di marzo i5j2 barbaramente strozzato, come lasciò scritto nel suo Diario l ambasciadore medesimo, le cui parole si riferiscono innanzi al mentovato trattato de Equuleo. Così finì infelicemente di vivere, e probabilmente in età ancor fresca, un dei più dotti scrittori e un de più valenti architetti e ingegneri militari che avesse in questo secol l Italia. LVI. Il Castriotto ebbe a sua patria Urbino, e di esso dice lo stampatore Rutilio Borgominiero, nella dedica dell opera, che fu così honorato et havuto caro da' due supremi Monarchi, il gran Carlo e 7 potentissimo Re Arrigo di Francia, che havendo ottenuto da amendue carichi di singolare importanza, ultimamente rendè l’ anima a Dio in Cales, dove per comandamento del Re risiedeva con titolo di Generale sopra le Fortezze di quel Regno. In fatti in que capi dell opera che a lui appartengono, ei fa sovente menzione delle fortificazioni da sè fatte in Francia, e anche in Italia, e nomina fra le altre cose quelle fatte sotto la Mirandola, delle quali ci dà ancor le figure al fine dell opera. per non parlare ora di Roma, del suo Rorgo, di Pali ano, d Anagni, e di Semionda 7 e non toccando olirà di [p. 812 modifica]8ia LIBRO ciò le cose generalmente da me disegnate, et alcune fatte in terra nel Regno di Francia, come nella Provincia di Lingua d oca, in Provenza, nel Lionese, in Campagna, in Piccardia. in Normandia, e negli altri luoghi di frontiere, i quali disegni tutti si trovano in mano di Sua Maestà Cristianissima; et oltre a disegni vi sono molti modelli (l. 1, c. 9). Ei nomina singolarmente l’assedio di Calais, a cui intervenne col re Arrigo II nel 1557 e nel 1558, e le fortificazioni ch egli vi fece, poichè quella città fu espugnata (l. 2, c. 5, 24)- Prima di andare in Francia, avea egli servito al Pontef Paolo III, e nel 1548 diede il disegno per la fortificazione del Borgo di S. Pietro in Roma (l. 3, c. 12)j sul che egli ebbe qualche contesa col capitan Francesco Montemellino perugino, il cui discorso pure è stampato sulla fin di quest’opera. Al Maggi siam debitori della notizia di alcuni altri scrittori d’architettura militare, altronde non conosciuti, e fra essi nomina assai spesso il capitan Frate da Modena, del quale non abbiamo alcuna certa contezza, nè io credo che di esso si abbia cosa alcuna alle stampe. All’ opera sopraddetta del Maggi e del Castriotto, ch è intitolata Della fortificazione delle Città, va aggiunto un trattato Delle Ordinanze ovvero battaglie del Capitan Giovacchino da Coniano. Intorno al quale argomento dell’ordinare i soldati in battaglia, e di altri doveri del capitano e del soldato, vide l Italia nel corso di questo secolo venire a luce molti trattati, come que’ di Giambattista della Valle, di Ascanio Centorio, di Girolamo [p. 813 modifica]SECONDO 813 Gariniberlo, di Alfonso Adriani, che pubblicò sotto suo nome un libro di Disciplina militare prestatogli dal cav. Aurelio Cicuta, a cui fu poscia rivendicato (Mazzucch. Scritt ital. t. 1, p. 150), di Bernardino Bombini, di Matteo Cicogna, di Francesco Ferretti, di Cesare Evoli e di molti altri. Ma come cotai trattati non hanno molta connession colle scienze, io lascio di dirne più stesamente. E passo pure sotto silenzio i molti che scrissero intorno all’ uso dell artiglieria e i diversi stromenti di guerra, come Alessandro Capobianco vicentino, autore Della Corona, o Palma militare d artiglieria, stampata in Venezia nel 1598, e Giambattista Isacchi, di cui si hanno Le invenzioni della Guerra, stampate in Parma nel i5j9 («), poiché le loro opere son fondate più sulla pratica, che sulla scienza. Or tornando al Maggi c al Cas trio tto, l’opera loro contiene molte riflessioni e precetti assai vantaggiosi all’ ¡frohitettura militare; e si vede di’essi studiarono principalmente di trovar tali maniere di fortificare le piazze, che potessero sostenere l'impeto deli’ artiglierie, le quali rendevansi ogni giorno più numerose e più forti. Parve nondimeno a Galasso Alghisi da Carpi che in alcune cose essi avessero preso errore, c perciò ne' suoi tre libri di Fortificazione, stampati la prima volta in Venezia nel iS'jo, si accinse a confutarli. Era egli, come s1 intitola nel frontespizio, e (a) DelPopere dell’ Isacchi e dell’ Alghisi e degli autori di esse si è dato un più distinto ragguaglio nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 51, ec.; f. i, p. 9?)., [p. 814 modifica]8l4 LIBRO come accenna ancora nella dedica all’imp Massimiliano II, architetto del duca di Ferrara. Ei narra ancora di essere stato architetto nel palazzo Farnese in Roma (l. 3, c. 2), e in quello di s Maria di Loreto (ivi, c. 12). Niun opera d'architettura fu stampata più magnificamente di questa, o si abbia riguardo alla grandezza e alla qualità della carta, o all’ ampiezza del margine, o alla bellezza del carattere tutto corsivo e ben incise sono ancora le aggiunte figure in rame. L’Alghisi si mostra in questa sua opera buon geometra, e rileva, e parmi a ragione, gli errori de’ due suddetti scrittori 5 si protesta di aver molta stima del Castriotto, con cui avea già conversato in Roma; ma si duole insieme modestamente che abbia spacciata qual sua qualche invenzione che avea da lui appresa (l. 1, c. 9). Molte diverse maniere di fortificare egli propone e tende le difese fino a formare una fortezza di ventun baluardi. Nè è a dubitare che di quest’ opera ancora abbian potuto giovarsi gli scrittori più moderni, benchè essi abbiano poi condotta quest’ arte ad assai maggior perfezione. LVII. Lo stesso dee dirsi de Discorsi delle Fortificazioni, divisi in otto libri, di Carlo Teti napoletano, stampati la prima volta in Roma nel 1569), poscia venti anni appresso in Venezia. Nell’avviso a questa seconda edizione premesso, dice il Teti ch'egli avea in essi raccolto ciò di che avea già parlato più volte con Pompeo Colonna duca di Zagarolo e con Prospero di lui fratello, che mentre egli stava alla corte di Cesare, ov era anche al presente, alcuni senza / [p. 815 modifica]SECONDO 8I5 sua saputa li fecero stampare in Roma: che perciò egli erasi risoluto a farne questa nuova edizione accresciuta e corretta, e tale ch’ei poteva riconoscerla qual cosa sua. In essi ancora si veggono diversi metodi per fortificare le piazze, e varie maniere fra l' altre di bastioni a orecchione, alcune delle quali molto si accostano alle più moderne. Dalla Vita del celebre Vincenzo Pinelli, altrove da noi mentovata, raccogliesi che il Teti morì in Padova, e che il Pinelli che avealo teneramente amato, dopo avergli prestata nella’ ultima infermità la più amorevole assistenza, il fece onorevolmente seppellire; e che innoltre soccorse liberalmente ai’ bisogni di una donna di lui parente ed crede: Carolimi Fecti uni Matheinaticiim aniicum su tini vita Patemi fi indimi pecunia sua non modo extulit magnifico funere, sed et sepulcro, et nobili, bone stilai t elogio, haud passus perire memoriam ejus, (quem interioris notae arnieum luibucrat, ipian aegrum omnibus ojficiis ree reave rat. Imo, (quod multi laudabunt, imitabuntur pauci, affinem ipsius et haeredem institutam, cum solve rido non esset, suis opera et sumptu gratis explicitam voluit. Ei dovette dunque morire tra l 1589 in cui fece la seconda edizione della sua opera, e’l 1601 in cui morì il Pinelli. Scarse son le notizie che di un altro illustre scrittore d'architettura militare, cioè di Gabriello Busca milanese, ci danno TArgclati (Bibl. Script mediol. t. 1, pars 2, p. 242) e il co Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. p. 2450); perciocchè essi ci dicon solo ch’ei fu a’ servigi de duchi di Savoia, e che fu da essi cuoiaio [p. 816 modifica]8l6 LIBRO delle cariche di consigliere di Stato e di architetto di tutte le fortezze del lor dominio. Ma qualche altra notizia raccoglieremo dall’ opere da lui stampate. La prima di esse è MIstruzione per i Bombardieri, stampata in Carmagnola nel Piemonte nel 1584 » a cu‘ venner dietro nell anno seguente i due libri Dell’ Espugnazione e difesa delle Fortezze, stampati in Torino. Egli li dedica a Carlo Emanuele duca di Savoia, e la dedica è segnata al 1 di gennaio del 1581 Di Borgo in Brescia; dalla qual sottoscrizione male s’inferirebbe ch’ei fosse allora in Brescia nello Stato veneto. Egli era a Bourg en Bresse piazza sulle frontiere della Savoia, ov’ egli fu poi anche spedito dal duca nel 1589 per meglio fortificarla contro l assedio con cui pensava di stringerla il re di Francia (Busca, Architett milit. L 1, c. 56). Ei narra ancora di aver fatto fabbricare tre forti nel i5c)2 per comando del medesimo duca, quello di s Maria di Susa, quel della Consolata a Demonte, e quello di S. Francesco sulla frontiera del Delfinato, e di aver aggiunte diverse fortificazioni al castello di Momigliano in Savoia (ivi, c. 17). Poco tempo appresso il contestabile di Castiglia D. Giovanni Fernandez de Velasco dovendo guerreggiare nella Borgogna contro il re Arrigo IV, volle seco il Busca, che in quella guerra sempre il seguì. Quindi il contestabile, finita la guerra, seco il condusse a Milano, e lo fermò al servigio del re Cattolico, dandogli la carica di capitano dell’artiglieria di quello Stato. Così narra lo stesso Busca nella dedica al contestabile della sua Architettura militare, stampata [p. 817 modifica]SECONDO 8I^ in Mildiio nel 1G01, e in questa città è probabile ch’ei continuasse a vivere e che finisse i suoi giorni. In tre libri dovea esser divisa la detta opera; ma ei non potè finirne e divolgarne che il primo, a cui però aggiunse i capi in cui gli altri due doveane essere compartiti. In quello che ne abbiamo alle stampe, il Busca si scuopre non sol dotto architetto, ma assai versato ancora nell’amena letteratura e nella storia antica e moderna. Egli esamina le opinioni sull’ architettura militare degli scrittori che lo aveano preceduto; e un capo ha fra altri, in cui deride e confuta i Paralelli militari di Francesco Patrizii (C. 3). Quest’uom per altro dottissimo avea nel 1594 pubblicata la detta opera, in cui ei mostra bensì la vasta sua erudizione, ma volendo dar precetti di un’arte da lui non mai conosciuta, si abbandona a progetti chimerici e ad inutili speculazioni; e perciò il Busca se ne fa beffe, e scuopre i gravissimi errori in cui egli era caduto. Gli altri scrittori di questo argomento or son da lui rigettati, or seguiti, secondo che a lui ne sembra; ed egli stesso propone alcune sue invenzioni, e le sostiene e conferma con ragioni tratte dalla geometria non meno che dalla sperienza, che dovea esser non piccola in un uomo tanto da’ principi adoperato. LVIU. L’ ultimo che in questo secolo ci desse un intero trattato di Fortificazione, fu Buonaiuto Lorini nobile fiorentino, che una parte ne pubblicò nel i5()7, poscia tutto intero lo diede in luce in Venezia nel 1609. Nella dedica ch’egli ne fa a’ principi italiani, Queste, dice. son Tiiuboschi, Voi XI. 14 [p. 818 modifica]8l8 LIBRO fatiche mìe di quaranti anni contìnui, parte consumati da me appresso a Signori di tal professione in tendenti,.si in Francia, come in Fiandra; il rimanente del tempo poi l'ho speso al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia, dove del continuo ho fatto fabbricar Fortezze. Poscia nell Avvertimento al lettore aggiugne che in età di 22 anni cominciò ad esercitarsi in quell arte, e fu assai favorito dal gran duca Cosimo. Il Lorini venendo dopo più altri scrittori che illustrato aveano questo argomento, ebbe agio di valersi de' loro lumi, e di emendare i loro difetti. Egli ancora suggerisce nuovi raffinamenti e nuove invenzioni nell arte del fortificare, e ottime riflessioni propone sì per assalire, che per difender le piazze. De sei libri, in cui l’opera tutta è divisa, il quinto appartiene alla meccanica, e varie ingegnose macchine vi si veggono dall’ autor ritrovate per alzar l’acqua a uso dei’ molini, per sollevar il fango dal fondo de fiumi e de’ laghi, per formar ponti, e per altri somiglianti usi di pace e di guerra (*). Abbiamo ancora le Fortificazioni di Giovanni Scala stampate in Roma nel 1596. Ma nè io le ho vedute, nè trovo chi ce ne dia più distinta contezza. Per la stessa ragione io non fo che accennare infodera dello stesso argomento, stampata in italiano e in latino a Ginevra nel 1585, e intitolata (*) In questo ducale archivio si conserva una lettera dell Alciati, scritta da Venezia a’ 16 di novembre dell’anno i5p6 al duca Alfonso II, con cui gli manda la sua opera della fortificazione. [p. 819 modifica]- SECONDO * 8*9 Ars mumcndorwn Opptdorum, eli cui fu autore quel Jacopo Aconzio trentino apostata dalla cattolica religione, in questo capo medesimo nominato. Egli era in Inghilterra presso la regina Lisabetta nell’impiego d’ingegnero, e ne riscuoteva per ciò un annua pensione (Mazzucch. Scritt it. t. 1, par. 1, p. 110; Gerdes. Specim. Ital. reform. p. 165, ec.); e questo suo impiego dovette dargli occasione di scriver l’opera sopraccitata, la quale però non uscì alla luce che vent’ anni circa poichè ei fu morto (a). E qui mi si permetta il riflettere che (a) A questi scrittori, le cui opere intorno all’ architettura militare han veduta la luce, un altro devesene aggiugnere, di cui nulla si ha alle stampe, ma che nondimeno si annovera da alcuni tra’ primi maestri dell’arte Egli è Valerio Chieregato vicentino, che, dopo aver serviti diversi principi, morì in Candia nel i.Sy'J nell*impiego di governator generale nelle fanterie venete in quell'isola. Ei lasciò a Scipione suo figlio un trattato ms della Milizia in foglio con molte piante di fortezze, di accampamenti, ec.; la qual opera, dopo varie vicende che si narrano dal p. Angiolgabriello da S.Maria (Scritt. vicent. t. 4- />• 1 42i ec.), venne in potere del celebre doge di Venezia Marco Foscarini. Questi, mentre era ambasciadore a Vienna, fu dal defunto re di Prussia pregato a cedergli quest’opera, di cui quel gran sovrano mostrava di far grande stima. Secondo il P. Angiolgabriello, il Foscarini non gliene mandò che una copia, e si ritenne l originale. Al contrario il sig. Bjoernstachi svedese ne suoi Viaggi racconta (t. 3, p. 175, ec. ed. di Poschiavo) che il Foscarini cedette al re l’originale, e per sè ne ritenne la copia, e che poscia si trovò in una torre l’abbozzo del Chieregato con molte mutazioni e cancellature da lui medesimo fatte, e colle figure di sua mano delineate, e ch'esso ancora passò nella libreria Foscarini. Ma [p. 820 modifica]820 ' LIBRO «la ciò che ahblam detto (inora, e da ciò che dovremo osservare, quando ragioneremo direttamente dello stato delle arti liberali in Italia, egli è evidente che gl’ingegneri italiani furono in questo secol chiamati a tutte le corti, e in Francia e nelle Fiandre e nell Inghilterra e nelfAlemagna molli di essi ottenner gran nome, e furono allor riputati i maestri dell arte. I principi italiani allora aveano non piccola parte nelle guerre ancor d’oltramonti; e come le loro truppe vi dieder pruova di segnalato valore, così i loro architetti ebbero comunemente il vanto di superar gli altri in ingegno e in sapere. Ciò si farà ancora più manifesto, se poniam da una parte il gran numero di scrittori d'architettura militare che ebbe l’Italia, e il troppo scarso drappello che ce ne possono additare le altre nazioni. Alberto Durer tedesco fu il primo a scrivere di tale argomento al principio del secolo j e benché in questa sua opera ancora si scuopra l’uomo di molto ingegno ch’egli era, poco però essa giova al metodo di guerreggiare che poi s’introdusse, e i baloardi rotondi a quali egli s’ attenne, poco atti sono a sostenere l impeto dell artiglieria nimica. Un certo Gianfrancesco Scriva spagnuolo due Dialoghi scrisse nella sua lingua in difesa della Fortezza da lui innalzata in Napoli (Busca, Architett, milit l. 1, c. 34). Daniello Specle ingegnere nella città di Strasbourg, morto nel 1589, pubblicò egli del pregio dell* opera non possiaiu dir cosa alcuua, ntuno avendola finora altenlamente esaminata, o comunicatane al pubblico la descrizione. [p. 821 modifica]SECONDO 821 ancora un Trattato d’Architettura militare, che anche al presente si ha in pregio. Erardo da Bar-le-Duc fu il primo Francese che in tal materia scrivesse, e l’ opera da lui composta fu pubblicata nel 1604. Questi sono i primi tra gli stranieri che hanno illustrato questo argomento; e due di essi, posteriori a molti degl Italiani da noi annoverati finora. Concedasi dunque, se così si vuole, agli stranieri che l architettura militare moderna sia stata da essi in qualche parte perfezionata, ma essi ancor ci concedano ch essa è nata in Italia j che negli scrittori italiani da me indicati si veggon molte ingegnose invenzioni da essi a tal fine trovate; che gli stessi più moderni sistemi si veggono o disegnati, o almeno adombrati ne nostri primi scrittori j e che anche nell architettura militare è avvenuto all Italia ciò che in quasi tutte le altre scienze, cioè di dare i maestri alle straniere nazioni, e poi di vedersi da esse insultata, come se d' ogni cosa fosse lor debitrice. Forse alcuni avrebbon bramato che nel ragionare di ciò io fossi disceso a più minute osservazioni, mostrando distintamente le forme dei bastioni, de’ rivellini, delle contrascarpe e di altre parti della fortificazione ritrovate da’ nostri e adottate dagli stranieri. Ma ciò mi avrebbe condotto a una eccessiva lunghezza, e innoltre sarebbe stato d’uopo il porre sotto l occhio ai' lettori in diverse figure le cose da me affermate, il che all’idea della mia Storia non si conviene. Io ho accennati gli scrittori che di ciò trattano più stesamente, e mostrano quanto gli stranieri si sian giovati, [p. 822 modifica]823 LIMO singolarmente del Marcili. I loro libri son nelle mani di tutti. Niuno finora ha fatta loro giusta risposta. Noi dunque abbiamo il diritto di arrogarci tal gloria, troppo ben comprovata e dagli argomenti addotti da' nostri, e dal silenzio tenuto dagli avversarli. LIX. Benchè la nautica e la scienza militare marittima non avessero in Italia frequente oc! casion di essere esercitate, non mancaron però alcuni che di esse ancora presero a scrivere. Cammillo Agrippa milanese, filosofo, matematico ed architetto illustre sulla fine di questo secolo, che fu consultato pel trasporto della guglia sulla piazza di S. Pietro in Roma, e che col suo ingegno trasse ivi alla sommità del Colle Pincio l’Acqua vergine, fra diverse opere di argomenti diversi che diede in luce, il cui catalogo si può vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt: it. t. 1, par. 1, p. 221), una ne ha intitolata Nuove invenzioni sopra il modo di navigare, stampata in Roma nel 1595, della quale però io non posso dare più minuto ragguaglio, poichè non l’ho avuta soli’occhio. Benché opera alcuna distinta non pubblicasse in questa scienza Mario Savorgnano conte di Belgrado, ad essa però si estese in quella intitolata L yi rie Militare terrestre e marittima, secondo la ragione e l uso de più valorosi Capitani antichi e moderni. Egli venuto a morte nel 1597, secondo Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2, p. 403), non ebbe agio a porre del tutto in ordine e a ripulire i quattro libri che su ciò avea scritti; ed essi furon poi ridotti a tal termine, che potesser venire alla [p. 823 modifica]SECONDO 8a3 luce, da Cesare Campana. Ma io non so accordare ciò che l editore racconta nella dedica di quest’opera coll’epoca della morte del Savorgnano fissata dal Zeno, e della prima edizione di quest’opera citata dal Fontanini, e non contraddetta dal Zeno, cioè nel 1599. Il Campana afferma che, poichè il co Mario fu morto, i nipoti di esso commisero ad alcuni uomini dotti la revisione e il compimento dell’ opera del loro zio; che questi dopo lungo tempo la renderono qual l’aveano ricevuta, senza averla migliorata punto nè poco; che allora il co Mario il giovane, un de’ nipoti, avea a lui confidata tal cura; ma che la difficoltà dell'impresa, ed altre sue occupazioni l avean costretto a impiegarvi otto anni. Or ciò supposto, se l'autore morì nel come potè quest’opera uscire la prima volta nel 1599? Io crederei anzi che l’edizione del 1614, ch'io ho soli’occhio, fosse la prima; ed essa certo non ha alcun indizio che ce la faccia creder ristampa. Checchessia di ciò, l’ opera del Savorgnano è assai vantaggiosa all’ arte della guerra per gli ottimi ammaestramenti ch’ ei dà pel buon successo delle battaglie per terra e per mare, e per le ottime riflessioni ch’ ei va facendo sugli antichi non meno che su’recenti combattimenti, nel che mostra che alla scienza militare era in lui congiunta non piccola erudizione dell’antica e della moderna storia. Ei dedicò la sua opera a' conti Girolamo, Giulio, Mario, Germanico, Marcantonio ed Ettore Savorgnani suoi nipoti, e nel proemio del terzo libro ei piange la morte immatura del primo, che mentre dava le più liete [p. 824 modifica]8^4 LIBTIO speranze di felicissimi prò grossi nell’arte della guerra, avea finito di vivere in Lione. Poscia nel proemio del quarto rammenta altri della loro famiglia famosi nell’architettura militare, cioè il co. Girolamo loro avolo, che fu un de’ primi ad innalzare trincee e cavalieri, e ne diede la prima pruova nel 1515 intorno a Marano, e grande fama si acquistò nella difesa del castello di Osopo; il co Germanico loro zio, celebre in Piemonte e in Francia, e molto adoperato nell’ espugnazione delle fortezze da Arrigo IV re di Francia, e il co. Giulio che nelle fortificazioni fatte per la Repubblica e in Terra ferma, e nell'isole del Levante, e singolarmente in quelle di Candia e di Cipro, avea recati ad essa segnalati vantaggi, e a se stesso conciliato gran nome. Ma più di tutte queste opere, che son venute a luce, pare che di questo onor fosse degna quella Della Milizia marittima in quattro libri divisa di Cristoforo Canale gentiluom veneziano, uomo famoso e per gli studii delle belle arti e pel valor militare, e morto nel 1562 per le ferite ricevute in una battaglia navale contro de' Turchi. Ella si conserva ms. nella libreria Nani in Venezia, e l’estratto che ce ne offre il sig. d Jacopo Morelli (Codici mss. della Libr. Nani, p. 33), ci fa conoscere ch’ essa è il più compito trattato che scriver si potesse a que tempi in tale argomento. LX. A questo luogo ancora appartiene la scienza dell’acque, ossia del modo con cui sostener l’impeto e impedire le innondazioni de’ torrenti o de’ fiumi, la quale scienza per confessione degli Oltramontani medesimi è luti a [p. 825 modifica]SECONDO 025 italiana. Egli è vero che non se ne può veramente stabilire l’origine che nel secolo susseguente, in cui prima il P. Castelli e poi il Zendrini ne fissarono i certi generali principii. Ma in questo secolo nondimeno si cominciò a scriverne e a spargere qualche lume su questa difficil materia. Le frequenti innondazioni del Tevere diedero occasione a due Discorsi di Paolo Beni, stampati in Roma nel c a un libro di Jacopo Castiglione ivi nell anno medesimo venuto a luce, oltre un altro di autore anonimo pubblicato tre anni prima. Di Antonio Lupicini abbiamo un assai pregevol Discorso sopra i ripari del Po, e d’altri fiumi che hanno gli argini di terra posticcia, stampato in Firenze nel i586 (*). Ma pregevole singolarmente è il Trattato delle Acque di Luigi Cornaro, ch’ei diede alla luce in Padova nel! 1560. In esso ei parla delle lagune che circondan Venezia, e considerandole come la più forte difesa di quella città, e osservando i pregiudizj ch esse soffrivano o dall imperizia degli uomini, o dall ingiurie de’ tempi, ne propone i più opportuni ripari. Apostolo Zeno aggiugne (l. c p. 3<)3) che altre scritture egli stese su questo proposito, o per difendersi dalle opposizioni che da alcuni gli venivano fatte, o per mettere in miglior lume le sue opinioni; e che’esse si conservano negli archivi del Magistrato sopra le (*) Ln opuscolo ilei celebre Frncaslnro sopra la Laguna di Fannia al Ctarisii/no Sig. Alvirc Corner si conserva munoscriuo nella libreria di S. Michele di Murano (Bill. MSS. S. Michael. / erti. />. 3rj<j). [p. 826 modifica]826 libro Acque. Questi è quel Luigi Cornaro nobile veneziano autore del celebre trattato Della f rita sobria, cbe in es$o prese a mostrare quanto giovi ad aver lunga vita il vivere sobriamente; e meglio ancora mostrollo col suo esempio, perciocchè visse sanissimo fino all’età di 98 anni, e si morì di vecchiezza nel 1565 (Zeno, l. c. p. 3 (6). Piacevolissima è una lettera da lui scritta a Sperone Speroni, in cui graziosamente descrive i vantaggi che avea in ogni genere dalla sua sobrietà ricevuti, e quello tra gli altri di aver potuto con grave spesa asciugar le paludi che cingevano una sua villa, di aver innalzato molte fabbriche, e di aver giovato alli Letterati, alli musici, al li architetti, al li pittori, alli scultori, e simili (Speroni, Op. t. 5, p. 329). Sullo stesso argomento conservasi nella libreria Nani, poc’ anzi accennata, un’ opera di Cristoforo Sabbadino, Proto ed ingegnier pubblico in Venezia, e morto nel 1562, e ivi ancora se ne hanno alcune riflessioni sul flusso e riflusso del mare, sui moti della luna, ec. (l. c. p. 47) (*)• (*) Tra’ più valorosi professori della scienza delle acque sulla fine di questo secolo non deesi ommettere Giannangelo Bertazzoli, benchè nulla di lui, ch'io sappia, sia stampato. Molte lettere del duca di Ferrara a quello di Mantova e di questo a quello, scritte tra il i 5»)0 e ’1 1597, che si conservano in questo ducale archivio, ci fan conoscere in quale alta stima lo avessero amendue quei’ principi, come a vicenda sel chiedesser l un l’altro, e a vicenda pur sel prestassero, ma a condizione di renderlo presto, e come venissero a contesa fra loro, quando l uno il teneva più tempo che non era stato pattuito. Ei fu probabilmente padre [p. 827 modifica]SECONDO 837 LXI. Le arti liberali della pittura e della scultura ottennero maggior nome dal valore de’ professori, che dal sapere degli scrittori. E nondimeno esse ancora non ne mancarono, e n ebber taluno di cui posson giustamente gloriarsi. Io accennerò solamente l’operetta latina di Pomponio Gaurico sulla Scultura e sull’arte del fondere, i Dialoghi di Pittura di Paolo Pino e di Lodovico Dolce, l’opera sullo stesso argomento di Michelangiolo Biondo scrittore di molti altri libri insieme col loro autore dimenticati, le capricciose Pitture del fantastico Doni, del quale diremo altrove, le Osservazioni sulla Pittura di Cristoforo Sorte. Più pregevoli sono i Precetti della Pittura di Giambattista Armenini faentino, i Pareri sopra la Pittura di Bernardino Campi celebre pittor cremonese, e il Riposo di Rafaello Borghini, in cui a’ precetti della pittura e della scultura ne unisce la storia. Due trattati, uno sull’arte dell’Orefice, l'altro su quella dello Scultore, diè in luce Benvenuto Cellini celebre al pari pel suo valore in esse, che pe’ suoi pazzi capricci, e di cui parleremo più a lungo nell’ultimo capo di questo tomo. Qui direm solamente di Giampaolo Lomazzi, le cui opere in questo genere e furono avute allora e si hanno anche al presente in gran pregio. Era egli di patria milanese, e nato a 26 di aprile del 1538, come affermano costantemente tutti coloro che di lui parlano. tli Gabriello, celebre idrostatico ni principio del secnl seguènte, di cui si hanno alla stampa alcune opeif di tuie argomento. « [p. 828 modifica]828 LIBRO La pittura fu il principal suo studio, a cui congiunse ancor la poesia; e mentre in Milano e in Piacenza e in altre città ei lasciava pregevoli monumenti del suo valore nella prima, ei dava ancor saggi della sua perizia nel poetare; e ne son prova i sette libri di Rime che ne abbiamo alle stampe. Ei dilettossi ancora di quel genere di scherzevole poesia che in Milano dicesi volgarmente in lingua facchinesca, e fu principe dell' Accademia ivi istituita per coltivarla, detta della Valle di Bregno; e anche in quella lingua pubblicò il Lomazzi varie poesie. Ei però riponeva il principal suo piacere nella pittura, e non pago di esercitarla, raccolse in sua casa una magnifica serie di ben quattromila quadri de" più eccellenti pittori. In età di 33 anni divenne cieco, e allora fu che non potendo più occuparsi in dipingere, prese a dettare la sua opera intitolata Trattato dell arte della Pittura, che fu stampata in Milano nel 1584 e poscia l'anno seguente, per ottenerle ancora maggior esito, cambiatovi il frontespizio, e sostituitovi l anno.1585, le fu dato il titolo di 'Trattato de IF arte della pittura scultura ed architettura, delle quali due ultime arti nulla dice il Lomazzi. In questa opera ha il Lomazzi diligentemente raccolto tutto ciò che alla pittura appartiene, e a’ precetti dell’arte congiungendo l’erudizione, appena vi è cosa ch’ei lasci desiderare. Dell’istessa materia egli tratta nell' Idea del Tempio della Pittura, stampata nell’an 1584 e poi di nuovo nel i5c)0 in Milano, e nel libro della Forma delle Muse, che nella città medesima fu pubblicato nel 1091. [p. 829 modifica]SECONDO 82() Quando ei morisse, non c’è chi ’l dica. Due medaglie in onor di esso coniate si hanno nel Museo mazzucchelliano (t. 1, p. 3^4) » e una di esse è esattamente descritta da Apostolo Zeno (Note al Fontan.p. 410); presso il quale, come ancora presso l’Argelati (lì ibi Script, mediol. t. 2, pars 1,p. 812), più minute notizie si potran! leggere intorno all’ opere del Lomazzi e alle loro edizioni. LXII. Nè vuolsi qui tacer della musica, la quale non meno che le altre belle arti fu nel corso di questo secolo non poco illustrata. Un prete vicentino detto per nome Niccolò, di cui non sappiamo il cognome, e quanto alla vita sappiamo solo, come si è altrove avvertito (V. sup. p. 51), ch" ei fu al servigio de’ duchi di Ferrara, diè alle stampe in Roma nel 1555 L'antica Musica ridotta alla moderna pratica. Ei pretese in essa di darci un perfetto trattato di musica, e di scoprirne tutti i segreti per mezzo di uno strumento da lui ritrovato, a cui t!iè il nome di archicembalo, e che vien lungamente descritto da lui medesimo. Lieto di questa sua invenzione, per cui credette di aver renduto immortale il suo nome, ei pose in fronte al libro il suo proprio trattato colle parole: Nicolas Vicentinus anno aetatis suae xxxx:////, e all’intorno, Archicymbali Divisionis Chromaticique ac Enarmonici generis praticae inventor. E vuolsi ancora ch’ei si facesse modestamente coniare una medaglia che vedesi nel Museo mazzucchelliano (t. 1, p. 271), in cui al suo ritratto si aggiugne la figura dell" archicembalo colle parole Perfectae musicae divisionisque [p. 830 modifica]83o LIBRO inventor. Ma e rarcliiceinbalo e il libro di Niccolò ebbero corta vita, e appena vi fu chi ne facesse menzione; perciocchè, come osserva Giambattista Doni (Dei generi e dei modi della Musica, c. 1), comunque egli fosse suonator valoroso, scarsa notizia avea degli scrittori dell’arte; e non era uomo perciò a intraprendere, com’egli ardiva promettere, una riforma total della musica. Lo stesso Doni però confessa che Niccolò per Vintenzione eli ebbe, di migliorare la Musica, e per la fatica, ch ei durò, merita molta lode (c. 4) (a). Piò felicemente in ciò adoperossi Giuseppe Zarlino da Chioggia, di cui abbiamo le Istituzioni, e le Dimostrazioni armoniche, e i Supplementi musicali, oltre altre operette di diversi argomenti, che dopo altre particolari edizioni furono tutte insiem pubblicate in Venezia nel 1589, e in quattro tomi divise. Opera assai più ampia avea egli disegnato di darci su questo argomento, cioè XXV libri in lingua latina, in cui voleva abbracciare quanto alla moderna e all’antica musica appartiene, ma egli non condusse il suo disegno ad effetto. A lui però siamo in qualche modo debitori della versione latina de’ greci scrittori di musica, fatta da Antonio Gogavino da Grave, stampata in Venezia nel 1562. Contiene essa i libri di Aristosseno e di Tolommeo spettanti alla musica con un frammento di Aristotele sullo stesso argomento, (e1) Il sig. abate Arteagn ha dato di sua propria autorità il cognome a questo scrittore vicentino, chiamandolo Niccolo Vicentino de* Vicentini (Rieoi. del Teatro music, ital. t. 1, p. a 16, sec. ed.). [p. 831 modifica]SECONDO 83I e co’ Conienti di Porfirio, ed è dedicata a Vespasiano Gonzaga signore di Sabbioneta, presso il qual principe, splendidissimo protettore delle lettere, vivea il Gogavino, la cui dedica è in data del 1 di dicembre del 1561 da Sabbioneta. Nella prefazione il traduttore racconta che avendo egli già tradotti i libri di Musica di Tolommeo per pubblicarli, il Zarlino avealo esortato ad aggiugnervi quelli ancora di Aristosseno, il che però non avea egli fatto senza grave difficoltà, avendone un solo esemplare poco corretto; laddove riguardo al Tolommeo, avea egli confrontati più codici della Vaticana col suo, e con quello della libreria di S. Marco, e avea ancora in alcune cose chiesto il parere del dottissimo Daniello Barbaro. Vincenzo Galilei, padre del gran Galileo, venne col Zarlino a contesa, e abbiam tre libri da lui dati alla luce su questo argomento (V. Fontan. colle Note di Ap. Zeno t. 2, p. 4!7)- Ma il comun sentimento de’ dotti è in favor del Zarlino ed egli è universalmente riconosciuto come il primo ristorator della musica dopo il famoso Guido Aretino. Il suddetto Doni fa onorevol menzione (Della Musica scenica, t. 2, c. 9) di Giovanni Bardi de conti di Vernio, che fiorì sulla fine di questo secolo, e dice che a lui in gran parte dovettesi il notabile miglioramento che in quegli ultimi anni avea fatta la musica. Ei fu autore di varie opere (V. Mazzucch. Scritt it. t 2, par. 1, p. 333), ma intorno alla musica non si sa che cosa alcuna da lui si scrivesse (0). (a) Lna gi\i>e doglianza de1 Critici italiani lu il signor [p. 832 modifica]832 LIBRO Non cosi di Girolamo Mei, esso ancor fiorentino, di cui, oltre il Discorso sopra la Musica ab. Arteagn (fiìi-pLz. del Teatro music, ¡tal. t. 1, p. 108 sec', ed.), perchè hanno lasciato cadere in ingiusta dimenticanza il nome d' uno de più illustri Mecenati delle cose, musicali, cioè il qui da me nominato Giovanni Bardi de’ conti di Vernio. All udir queste parole, si crederebbe che il Bardi fosse uomo a noi ignoranti Italiani sconosciuto del tutto, prima che il sig. ab. Arteaga venisse fin dalla Spagna ad additarcelo. Nondimeno di lui e delle opere da lui composte, e della musica da lui promossa, aveano ragionato il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. a, nar. i, p. 333, ec. » e tanti altri autori da lui citati, cioè il Doni, il Salvini, il Manni, il Quadrio, ec. Perchè dunque ha voluto il sig. ab. Arteaga insultare per tal maniera alla nostra ignoranza? Ma gl Italiani, dirà egli, non han fatta menzione di un componimento del Bardi pieno di Greco spirito, cioè di un’ azion musicale da lui composta, e rappresentata in Firenze nelle nozze di Ferdinando dei Medici con Cristina (non Cristiana) di Lorena, la quale qui si descrive dal sig. ab. Arteaga, recando quattro dei cinque madrigali che in essa cantavansi. Eccoci dunque una pellegrina notizia, di cui a questo valoroso scrittore noi siam debitori. Per dargli qualche pegno della riconoscenza che noi professiamo a chi sì cortesemente c istruisce, un’altra notizia mi compiacerò io di dargli, cioè che quel componimento non è in alcun modo del Bardi. Legga la Descrizione dell Apparato e degli Intermedj fatti per la Commedia rappresentata, in Firenze nelle dette nozze, composta da Bastiano de' Rossi e stampata nella città medesima l'anno i58q. Fi vedrà che il componimento da lui lodato non è altro che il terzo de sei Intermedii che furono rappresentati j che ivi si riportano i Madrigali medesimi da lui riportati, e che dopo il primo si dice (p. 42): Le parole di questo, e. de’ seguenti madrigali dello in'crniedio presente furono d’ Ottavio Hi miccini sopra mentovato, e la Musica del Merenzio. Io spero che il sig. ab. Arteaga gradirà questa notizia, e che un’ altra volta an lerà forse più ritenuto nell’ insultare all'ignoranza degl’italiani. [p. 833 modifica]SECONDO 833. antica e moderna, stampato in Venezia nel 1602, una più ampia opera abbiamo in lingua latina intitolata De Modis musicis, che non ha mai veduta la luce. Di quest’opera, e dell’autore di essa, che fu uomo ancor versatissimo nello studio delle matematiche, dell’antichità e della lingua greca. si ha più distinta contezza nelle Notizie dell’Accademia fiorentina (p. 64,ec.) e nella Vita del poc’anzi citato Doni, scritta dal ch sig. can Bandini (p. "4)y e se ne parla ancora nella prefazione alla parte III, volume II delle Prose fiorentine, in cui si hanno sette lettere del Mei. Fra molte opere di diversi argomenti, che pubblicò sulla fine del secolo Ercole Botrigari bolognese (Mazzucch. Scritt it. t. 2, par. 3, p. 1910), alcune ve ne ha ancora che concernon la musica, e nella sceltissima biblioteca di scrittori di musica, raccolti dal dottissimo P. maestro Giambattista Martini Minor conventuale in Bologna, si conservano in quattro tomi tutte le opere di questo scrittore, da lui medesimo scritte, e molte di esse inedite (a). Aggiungami a queste, altre opere, benchè meno pregevoli, sullo stesso argomento di Pietro Aron fiorentino, che vivea al principio di questo secolo, e ch ebbe gravi contese con Franchino Gafuri, altrove da noi mentovato ivi, t 1, par. a, (a) Del Botrigari, e delle molte opere da lui composte, vengasi un esatto articolo del sig. ab. Francesco Alessio Fiori ueli’opera degli Scrittori bolognesi del signor conte Fantum (t. 4, p. 3ao, ec.)Tjradosciii, Voi XI. i5 [p. 834 modifica]834 LIBRO p. il 17), di Giammaria Artusi canonico regolare di S. Salvadore (ivi, p. 1145, ec.), di Pietro Ponzio parmigiano, di Lodovico Zucconi, di Alessandro Canobio rammentato con molta lode dal march MafFei (Ver. illustr. par. 2, p. 377, ec.), e di più altri che si posson vedere registrati nelle Biblioteche dell Haym (t. 2, p. 461, ed. Mil 1773) e del Fontani ni (l. c. p. 415), e il loro numero ci farà abbastanza conoscere (quanto universale fosse in Italia il genio di coltivare e di perfezionare quest’ arte (a). LXIII S’io volessi far pompa di un lunga serie di scrittori italiani, e ricercare minutamente ciò che ad essi e alle opere loro appartiene, un vasto campo qui mi si aprirebbe dinanzi. Potrei additare molti tra’ nostri che in questo secolo scrissero dell’arte del ballo, e dell'arte della scherma, dell’arte del cavalcare, e della natura e dell’indole de cavalli. Potrei annoverare non pochi che trattarono d’agricoltura, e fra essi potrei mostrare in qual pregio debba (a) Uno de" più valorosi illustratori dell’ antica musica fu Francesco Patrizi, di cui poc’anzi si è detto. Egli, come osserva il celebre sig. co. Carli (Op. t. 1, p. 1U2) nella sua J)cca istoriale (l. 6, p. ^86), non solo raccolse i passi degli antichi e cjtie’ di Aristotile singolarmente, che provavano il carilo di tutta la tragedia, ma ritrovò ancora le regole di quel canto e del motteggiare e dell1 archeggiare de cori; e benché altri scrittori prima e dopo lui, come Vincenzo Galilei, Giovanni Bardi, Carlo Valgutio bresciano e Franchino Galìurio, molto e bene abbiano scritto su questo argomento, ei nondimeno ed ha superati di gran lunga que’ che lo aveano preceduto, ed ha segnata la via a que’ che 1" hanno seguito. [p. 835 modifica]SECONDO 835 aversi per la singolare eleganza con cui è scritta la Coltivazione toscana di Bernardo Davanzati, e il Trattato degli Ulivi di Pier Vettori. Le arti meccaniche ancora e le manifatture mi offrirebbon non pochi scrittori, e molti ancora ci si farebbono innanzi, che scrissero della caccia, della pesca e anche della cucina. Ma nè tutti cotai libri hanno relazion colle scienze, nè a me è lecito il ragionar di ogni cosa, ove non voglia condur quest’ opera a un’ eccessiva lunghezza. Qualche libro ancora videsi uscire in luce intorno al commercio, e indicherò solo l’Alitononfo di Gasparo Scu rutti reggiano, stampato in Reggio nell'an 1582, opera assai curiosa, in cui tratta ampiamente della ragione e della concordanza tra l oro e l’argento, che servirà, dice egli, tanto per provvedere agli infiniti abusi del tosare e guastar monete, quanto per regolare ogni sorta di pagamento, e ridurre anco tutto il mondo a una sola moneta (*). Mi basti dunque l aver qui accennato il gran numero di scrittori italiani de’ quali io lascio di favellare, e il cui catalogo si potrà, da chi l voglia, vedere nella citata Biblioteca dell’Haym (l. c. p. 5i)5, ec.)j e si venga per ultimo a dire di due altri generi di scrittori che più propriamente appartengono a questo luogo, cioè di que’ che presero ad illustrare la filosofia morale e la politica. (*) Oltre r Alitononfo dello Scaruffi, di cui si è parlalo nella Biblioteca modenese (t. 5, p. GS), decsi ancor rammentare la Lezione sopra le Monete, e la Notizia de Cambi di Bernardo Davanzati, che lui ono tra le prime opere di questo genere che venissero alla luce. [p. 836 modifica]836 LIBRO LX1V. A dir vero però, la morale filosofia non ebbe in Italia tali scrittori nel corso di questo secolo, che possano esser proposti a modello. L’Etica d’Aristotele era il centro a cui tutte tendevano le fatiche e gli sforzi di que’ che prendevano a scrivere di tale argomento; e quando uno aveala comentata diffusamente, pareva che nulla rimanesse ad aggiugnere. Benchè quest’opera sia una delle più pregevoli tra quelle di quell’antico filosofo, ella è nondimeno ben lungi dall’ essere un compiuto trattato di filosofia morale, perciocchè troppo si abbandona alle inutili speculazioni, e non ricerca abbastanza l’indole del cuore umano e la natura delle passioni. Nondimeno fra’ moltissimi comentatori ch ebbe a que’ tempi Aristotele, alcuni si possono rammentare con lode, e le loro opere si debbono almeno considerare come la prima aurora di quel vivo e chiaro lume che anche in questa scienza si è poi diffuso. Uno de’ primi che in questo secolo si accingessero a tal lavoro, fu Galeazzo Florimonte, di cui, oltre ciò che ne hanno detto gli scrittori napoletani, e singolarmente il Tafuri (Scritt. del Regno di Nap. t. 3, par. 2, p. 279 par. 3, p. 367), ha scritta di fresco con molta eleganza la Vita l ab. Niccolò Rossi, che va innanzi all edizione del Galateo, fatta pochi anni sono in Roma. A me dunque non fa bisogno di dirne qui lungamente. Ei fu vescovo prima d’Aquino, poi di Sessa sua patria; da Paolo III venne scelto tra’ quattro giudici del Concilio di Trento, e Giulio III l’onorò della carica di segretario de’ Brevi. Ricusò l’arcivescovado di [p. 837 modifica]SECONDO 83y Brindisi, offertogli dal re Filippo II, e finì di vivere in Sessa nel 1567, in età di 89 anni. In quale stima egli fosse pel suo sapere nelle lettere latine e greche, nella filosofia, nella teologia e in ogni genere di grave e piacevole letteratura, si raccoglie abbastanza da’ magnifici elogi che ne fecero i più dotti uomini di quell età. i quali si posson vedere o riferiti o accennati da’ suddetti scrittori. Essi ci parlano ancora delle opere da lui pubblicate; fra le quali io accennerò solamente i Ragionamenti sopra l’Etica di’Aristotele, di cui dopo la prima edizione fatta in Venezia nel 1554, che fu altamente dall autore disapprovata per gli errori gravissimi che vi corsero (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 336), più altre se ne fecero negli anni seguenti. Ma più ancora che per essa noi gli dobbiamo esser tenuti per l elegante ed aureo libretto di monsig. della Casa, intitolato Il Galateo, che questi ad istanza del Florimonte si accinse a scrivere, come si narra da Orazio Gemini nella prefazione all Opere toscane del Casa. Sullo stesso argomento abbiamo i dieci libri di Felice Figliucci sanese, che rendutosi poscia domenicano, prese il nome di Alessio, di cui e di molte altre opere da lui composte ragionano i PP. Quetif ed Echard (Script. Ord. Praed. t. 2, p. 263, cc.) (a). Così il Fiorimonte come il Figliucci scrissero le opere loro 0) Il sig. ab Marini ha pubblicati in parte due Brevi di (Giulio III e di Paolo IV al Florimonte pieni per esso di onorevoli espressioni (Degli Archiatri pontif. t. 2, p. 299). [p. 838 modifica]838 LIBRO in lingua italiana. Molli altri nel comentar l’Etica d’Aristotele usaron della lingua latina, e noi ne abbiamo già accennati parecchi nel corso di questo capo, e più altri ne potremmo qui annoverare, se ciò non fosse per recar noja anzi che vantaggio a chi legge. Mi basterà accennarne un solo poco or conosciuto, ma che è degno di non essere dimenticato. Egli è Lelio Pellegrini nato in Sonnio principato di casa Colonna nel 1551, e morto in età di 51 anni, uomo che dai’ suoi meriti e dalle promesse fattegli da più pontefici pareva destinato a’ più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere alcuni beneficii ecclesiastici. Di lui, oltre molte eleganti orazioni latine dette in più occasioni, abbiamo un Comento latino sull’Etica d’Aristotele, stampato in Roma nel 1600, e due altre operette che il mostrano scrittor colto e giudizioso, una De affectionibus animi nocendis, l’altra De honore et nobilitate, ivi stampate nel 1598 e nel 1601. Veggasi l’elogio che ce ne ha lasciato l" Eritreo nella sua prima Pinacotheca. Che sarebbe poi, se io volessi far distinta menzione di tutti quelli che qualche particolar trattato ci diedero su questa materia? I Dialoghi della morale Filosofia di Antonio Brucioli, autore già da noi mentovato nel trattare de’ sacri studii, i Ricordi di Saba da Castiglione, diverse operette di Girolamo Muzio, di Lodovico Dolce, di Orazio Lombardelli, di Marco della Fratta, del co. Giulio Landi, di Flaminio Nobili, di Stefano Guazzo, di Francesco de’ Vieri, di Francesco Bocchi, di Scipione Ammirato, il Trattato della vera [p. 839 modifica]SECONDO 83q Tranquillità dell’animo d’isabella Sforza, i Dialoghi dell’Amicizia di Lionardo Salviati, flstituzion della Sposa di Pietro Belmonti riminese, e mille altri libri di tal natura ci potrebbono occupar lungamente. Sperone Speroni e Torquato Tasso si volsero essi ancora a illustrare coll eleganza del loro stile diversi argomenti di filosofia morale, come si può vedere ne’ lor Dialoghi e in altri opuscoli. Ma a ristringerci entro que’ giusti confini che la natura di quest’ opera ci prescrive, lasciati in disparte tutti questi scrittori (de’ più illustri tra’ quali però o abbiam già detto o diremo in questo.tomo medesimo), facciamoci a dire di due soli che in questo e in più altri generi d’erudizione furon de’ più rinomati che a questo secol vivessero, e uscirono amendue dall’antica e nobil famiglia de’ Piccolomini di Siena, cioè Alessandro e Francesco. LXV. Il primo nacque in Siena a’ 13 di giugno nell’an 1508 (V. Elogi degl'ill. Toscani, t. 2). I primi anni della sua vita passò in Siena sua patria, e con incessante studio vi coltivò ogni sorta di scienze e di lettere. È probabile ch’ei fosse tuttora in patria nel 1536, quando, colà recatosi l’imp Carlo V, fu innanzi a lui recitata la commedia del Piccolomini intitolata Amor costante, che fu poscia stampata nell’an 1559. Nè fu questa la sola commedia composta dal Piccolomini, perciocchè ne abbiamo ancora due altre intitolate VAlessandro e L' Ortensio (Zeno, l. c. t. 1, p. 367). Era egli ascritto alla celebre accademia degl’Intronati, tra’ quali per soprannome dicevasi lo \ [p. 840 modifica]84o LIBRO Stordito, e non è perciò maraviglia ch’ei molto si dilettasse della poesia italiana, di che, oltre le accennate commedie, fan fede e la traduzione del xiii libro delle Metamorfosi d’Ovidio (ivi, p 285) e quella del libro vi dell’Eneide ivi, p. 280), e i cento Sonetti stampati in Roma nel 1.549 (Quadrio, t. 3, p. 63), oltre le rime che si leggono in diverse raccolte, e finalmente la traduzione della Poetica di Aristotele da lui illustrata con note, che pur si ha alle stampe. Frutto parimente, ma non troppo lodevole, de’ giovanili studii del Piccolomini fu La Rafaella, ossia Dialogo della creanza delle Donne, stampato la prima volta in Venezia nel 1539, operetta troppo libera e licenziosa, di cui poscia si pentì egli stesso, e del suo pentimento lasciò alla posterità una durevole testimonianza (Instituz. moral. l. 10, c. 9), alla quale se avessero posto mente alcuni scrittori protestanti, non avrebbero con maliziosa e sciocca calunnia attribuito quel libro al santo pontefice Pio V, o a Paolo V. Verso il 1540 passò a Padova, ed ivi tutto si diede a più gravii studii. Fu ascritto all’accademia degl’infiammati, e destinato a leggere in essa la filosofia morale ed egli, se le accrebbe gran lustro colle dotte sue opere, alquanto ancora gliene scemò col fare ad essa ascrivere lo sfacciato ed ignorante Aretino, per cui si vede che il Piccolomini, non so come acciecato, avea un’altissima stima. Essa ben si raccoglie da cinque lettere che Alessandro gli scrisse nell’an 1540 e nel 1541 (Lett. alFAret. t. 2, p. i.'p, ec.), in una delle quali gli espone il pensiero da lui [p. 841 modifica]SECCNr.o S|i formalo di trattar delle cose filosofiche in lingua italiana, per confutare l’opinione di molti i quali credevano ch’ ella a ciò non fosse opportuna (ivi, p. 144). Veggiamo in fatti che l’idea del Piccolomini non fu da molti approvata e l Imperiali, che pur fa di Alessandro un grandissimo elogio (Museum hist p. 80, ed. Hamburg. 1711), in questo nol crede degno di molta lode, il che diede occasione a Traiano Boccalini di dire scherzando, che le scienze non volean essere recate in lingua italiana, perchè temevano che tolto il velo delle oscurissime voci greche e latine, in cui si avvolgevano, non si venisse a scoprire la lor povertà e miseria (Ragguagli di Parn. cent. 1, ragg. 73). Ma il Piccolomini, superando tutti gli ostacoli, si accinse all’ impresa, e il primo saggio che di ciò egli diede, fu l Istituzione di tutta la vita dell' uomo nato nobile e in città libera, divisa in dieci libri. Egli la scrisse nel 1540, e l’indirizzò a Laudemia Forteguerri dama sanese, di cui avea tenuto poc’anzi al sacro fonte un figliuolo. L’ opera del Piccolomini ancor manoscritta corse per le mani di molti, e Girolamo Scoto stampator veneto avendola letta per tre sere continue a un’adunanza di letterati in Verona, e avendo veduto quanto ne fosse da tutti lodata e la nobiltà de pensieri e l’eleganza dello stile, recatala seco a Venezia, la pubblicò nel 1542.. Ma questa stampa fu occasione di qualche non ingiusto rimprovero al Piccolomini. Avea questi avuti alla mano due dialoghi allor manoscritti di Sperone Speroni deltAmore e della cura della Famiglia, [p. 842 modifica]84a LIBRO e trovandone alcuni tratti al suo intento opportuni, l’inserì nella sua opera senza nominar lo Speroni. Questi amaramente se ne lagnò, e in uno de’ suoi Dialoghi sfogò alquanto il suo sdegno, scrivendo: Sovvenendomi... delle mie opere, le (quali parte sono stampate, ma così male, che senza biasimo dell' autore e de stampatori non si posson leggere, parte per tema di cadere in peggiori mani non ardiscono di stamparsi, gran cagione mi davano di pensarci, dubitando, che. alcun mio amico prendendo esempio dallo Stordito Intronato, il (quale straziati due miei Dialoghi, l'un della cura della Famiglia, l altro clamore, a quella sua beccheria molti pezzi ne appese, qualche cosa me ne involasse (Della Morte, Op. t. 2, p. 352, ed. Ven. 1640). E tanto più giusto era il lamento dello Speroni, quanto più dovea il Piccolomini essergli grato per l’elogio che fatto ne avea in un altro dialogo, ove lo introduce a parlare con Silvestro Girelli, e questi gli dice: Voi, dal quale la Sanese e la Padovana Accademia prende esempio di bene scrivere e ragionare (In lode delle Donne, ivi p. 334)• Daniello Barbaro, amicissimo dello Speroni, non soffrendo che alcun si abbellisse delle altrui spoglie, raccolti insieme e i due suddetti e altri dialoghi dello Speroni, li fece tosto stampare in Venezia lo stesso anno 1542, accennando nella prefazione il furto, ma tacendo il nome del Piccolomini, il qual sembra che si restasse spettatore tranquillo di tali sdegni. A qualche scusa però di esso, si può riflettere che se il Piccolomini avesse egli stesso data [p. 843 modifica]4 I SECONDO 8(3 olla stampa quella sua opera, forse avrebbe data la dovuta lode allo Speroni ma avendola scritta a solo privato uso della sua Laudemia, credette per avventura che fosse inutile l’avvertirla che il tale e tal passo era di un altro, cui ella probabilmente non conosceva pure di nome. Altre edizioni si fecer poi di quest’opera (V. Zeno, l. c. p. 340); e il Piccolomini stesso le diede altra forma, e pubblicolla di nuovo nel 1560 con questo titolo: Dell Instituzione Morale Libri XII, ne quali levando le cose soverchie, e aggiugnendo molte importanti, ha emendato et a miglior forma et ordine ridotto tutto quello, che già scrisse in sua giovinezza della Istituzione dell' uomo Nobile. Ma a questi studii non si ristrinse l’ingegno del Piccolomini. Ne abbiamo ancora la Filosofia naturale distinta in due parti con un Trattato intitolato Strumento, e con la terza parte di Porzio Piccolomini (ivi, t. 2, p. 324). I'1 essa però ei non ebbe coraggio di allontanarsi dagli antichi maestri. Non così nel Trattato della Grandezza della terra e dell acqua, stampato in Venezia nel 1558, in cui egli ardì di rivocare in dubbio ciò che Platone, Aristotele e Tolommeo aveano insegnato, cioè che l’acqua è più grande della terra. Antonio Berga torinese, professore di medicina in Mondovì e in Torino, e autore di diverse opere filosofiche (' Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 2, p. 925), impugnò con un suo discorso' quello del Piccolomini, a difesa del quale levossi al tempo medesimo Giambattista Benedetti, nato di padre spagnuolo in Venezia, e alla corte di [p. 844 modifica]844 LIBRO Torino matematico di molto grido, come parecchie opere da lui pubblicate ci mostrano (ivi, p. 817) (*). Anche l’astronomia fu dal Piccolomini coltivata, e ne fan pruova i suoi libri della Sfera del Mondo, quello Delle Stelle fisse, e le Teoriche owero Speculazioni de Pianeti (Zeno, l. cit. p. 3S4). Per ordine del gran duca Francesco de’ Medici egli scrisse un libro sulla Riforma del Calendario romano, ordinata da Gregorio XIII. clic fu stampato in Siena nel i 078. Egli inoltre parafrasò le Meccaniche d’Aristotile, e vi aggiunse un Trattato sulla certezza delle Scienze matematiche; e furon queste le due sole opere ch’ei pubblicasse in lingua latina. Nell’ italiana ei tradusse e parafrasò la Rettorica d’Aristotile e l'Economia di Senofonte. Ne abbiarn per ultimo un’orazione in lode delle Donne; ed egli accenua un1 altra orazione da (*) Una testimonianza assai onorevole al sapere di Giambattista Benedetti rende il celebre cardinal Michelangiolo Ricci uno de’ primi ristoratori della moderna filosofia, il quale, parlando del Galileo in una sua lettera al principe Leopoldo, dice (Lettere ined. t. 2, p. 142) che il Benedetti gli aprì la strada più che ogni altro, e forse fu solo a lui scorta nel suo filosofare, come avrà ben notato V. A. paragonando i concetti dell'uno e dell’altro, che sono tanto conformi, tt Eppure un uom sì dotto e precursore del Galilei, come fu il Benedetti, non seppe tenersi lontano dalle follie dell astrologia giudiciaria..Ma pur troppo potè conoscere per esperienza, quanto essa fosse fallace. Perciocchè avendo di se stesso predetto ch ei non sarebbe morto che circa il 1592, ei morì veramente ai’ 20 di gennaio del 1580. Veggansi le Notizie di Bartolommeo Cristini, scritte dal ch. baron Vernazza di Freney (p. 16, cc). [p. 845 modifica]SECONDO 8-|5 se fatta sopra il braccio destro di S. Giambattista (Lett alfJret L 2, p. *4?) > la qual però non ha mai veduta la luce. Il P. Niceron aggiugne a quest’ opere (Mém. des Homm. ill, t 23$) un trattato latino sull’Iride, citato nell’Indice della Biblioteca di Oxford, di cui io non trovo cenno presso altri. In un codice della libreria di S. Salvadore in Bologna trovansi due orazioni mss del Piccolomini, una della conservazione di Siena, l’altra in morte di Aurelia Petrucci, con altri opuscoli. Tutte queste opere furon da lui composte parte in Padova, parte in Roma, ove trattennesi per sette anni, e parte in Siena, ove in età avanzata si ricondusse. Anzi, come si afferma da Bartolommeo Taegio, egli compose la maggior parte dell' opere sue in villa, et in quel suo et tanto maraviglioso giardino di Siena, del quale è sparsa la fama per tutta Italia (Della Villa, p. 79). La moltitudine loro, e l’ erudizione e l’ingegno che in esse egli scuopre, gli conciliaron la stima di tutti i dotti, e celebre ne fecero il nome ancora tra gli stranieri. Quando nel 1573 Paolo di Foix fu inviato dal re Carlo IX ambasciadore a Roma, passò a Siena per conoscerlo, e lo storico de Thou allor giovinetto, che gli era compagno, ci narra come il trovarono solo in casa sepolto, per così dir, tra’ suoi libri, e ci descrive il piacer che recò loro l udirlo affermare che nell’età sua avanzata l’unico piacer di cui egli godesse, si era quello di passar le ore ed i giorni ne’ consueti suoi studj (Hist. ad an. i5'~8). Nel 1574 Gregorio XIII il nominò arcivescovo di Patrasso e [p. 846 modifica]846 LIBRO coadiutore dell’arcivescovo di Siena Francesco Bandini. Ma questi ebbe più lunga vita del coadiutore, il quale finì di vivere in Siena a’ 12 di marzo del 1578, e in quella cattedrale fu onorevolmente sepolto. Abbiamo alle stampe un’orazion funebre in lode di esso, composta da Scipione Bargagli, e molte poesie in morte del medesimo pubblicate. LXVI. In qual grado di parentela foss’ egli ! congiunto con Francesco Piccolomini, di cui ora passiamo a parlare, non trovo chi l dica. Questi ancor nacque in Siena circa dodici anni dopo Alessandro, cioè circa il 1520. L’Imperiali, che di lui pure ci ha dato l’elogio (l. c. p. 111), dice ch’ebbe a maestro Marcantonio Zimarra calabrese, ossia da S. Pietro in Galatina, il che ha fatto credere al P. Niceron (l. c) ch’egli studiasse in Padova. Ma in questa università il Zimarra non fu professore che dal 1525 al 1528 (Facciol. Fast Gymn. patav. pars 3, p. 274), e non potè perciò avere ivi il Piccolomini a suo scolaro nella filosofia. Nè Sisto V, che secondo lo stesso Imperiali fu condiscepolo del Piccolomini e solea vantarsi di averlo avuto ad avversario in una solenne disputa, non fu mai agli studii in Padova. Forse ciò avvenne in alcuna delle città della Marca, che furono il soggiorno di Sisto V ne’ primi anni della sua vita claustrale; e forse colà ancora erasi da Padova trasferito il Zimarra, giacchè il Tafuri, che il fa professore prima in Padova, e poi in Napoli nel 1523, ha confuso i tempi, e poco esatte notizie ci ha dato di questo filosofo, autore di molte opere, ma [p. 847 modifica]SECONDO 847 di 11011 molto pregio (Seriti, napol. t. 3, par. 1, p. 1118, ec.) f). Compiuti i suoi studi, cominciò Francesco, secondo il Tommasini (Elog. par. 1, p. 208), a tenere scuola in Siena sua patria; indi per un anno sostenne la prima cattedra di filosofia in Macerata. Di là chiamato a Perugia, vi fu professore per ben dieci anni; (*) Il Zimarra non deesi dir calabrese, ma della provincia di Lecce. Le notizie che di esso mi ha trasmesse l altre volte lodato sig. D. Baldassar Papadia, mi danno occasione di aggiugnere e di correggere alcune cose a questo passo. Egli era nato di poveri genitori in Galatina verso il 1470 Da Pietro Bonuso suo zio paterno fu inviato agli studii della filosofia e della medicina nell’università di Padova, ove ne ebbe la laurea. Tornato poscia in patria, e ammogliatosi, alcuni anni appresso a ciò indotto dalle civili discordie, trasferissi di nuovo a Padova, ove verso il 1 ñoy fu eletto professore di filosofia, cosa ignorata dal Facciolati, e da me perciò non creduta; ma che rendesi certa da alcune lettere ad esso scritte, e indicate nelle dette notizie. È probabile che la guerra della lega di Cambray lo obbligasse a lasciar Padova nel 1509). Certo egli era in patria nel i5i4> e ‘la essa fu poscia nel 1522 inviato a Napoli per difenderla contro le prepotenze del duca Ferdinando Castriotto, che n era utile signore. Fu trattenuto in Napoli, e ivi nel 1523 con pubblico stipendio lesse teologia in S. Lorenzo Maggiore. Dovette poscia tornare all’ università di Padova verso il 1525, come provasi da ciò che nella Storia abbiam detto. Ma non si sa nè quando, nè ove morisse. Egli ebbe due figli, Niccolò che fu celebre dottor di legge, e Teofilo medico assai rinomato, e che seppe colla sua scienza formarsi un patrimonio assai pingue, e che finì di vivere in Lecce nel 1579, ’n ct“ settantadue anni, dopo aver pubblicato in Venezia un voluminoso Comento sul trattato De Anima di Aristotele, e aver' lasciata ms un'opera di metafisica. [p. 848 modifica]843 LIBRO e filialmente invitalo a Padova nel i56i, per quarant’ anni continuò in quell insigne università a dar prove del suo sapere, collo stipendio prima di 160 fiorini, accresciutogli poi successivamente fino a 1000 scudi (l acciol. I. cit. p. 275, 279, 284). Ivi egli ebbe a suo competitore e rivale Jacopo Zabarella da noi già mentovato j c venendo spesso con lui a solenni disfide, se il Zabarella superava il Piccolomini nella profondità del discorso e nella forza delle ragioni, il secondo colla più fluida e spedita sua eloquenza sembrava superiore al primo. Finalmente nell’età sua avanzata di oltre ad ottani’anni, chiesto ed ottenuto nel 1601 onorevol congedo, tornossene a Siena, ove nel 1604 diede fine a’ suoi giorni. Come Alessandro avea dato alla luce un intero Trattato di Filosofia morale in lingua italiana, così Francesco il diede nella Ialina *, ed esso ancor fu allor ricevuto come il più perfetto lavoro che bramar si potesse. In quest’opera egli inserì un trattato sul metodo da tenersi nell investigare il vero nelle materie alla morale appartenenti, e questo trattato gli fu occasion di contesa col Zabarella, e scrisser l’un contro l’altro. Ma come ella fu una contesa in cui più che di ogni altra cosa si disputava di ciò che avesse pensato Aristotele, nè io credo che i miei lettori sien avidi di venir su ciò istruiti, io rimetterò chi voglia averne esatta contezza al Bruckero (Hist. crit. Philos. t. 4, p 206, ec.). Più altre opere ci ha lasciato Francesco, altre appartenenti alla logica, altre alla fisica, altre finalmente scritte a illustrazion di Aristotele, delle quali si può vedere il catalogo presso il P. Niceron. [p. 849 modifica]SECONDO 849 LXVJ3. Una particolar quistione di filosofia morale in cui però avea gran parte ancora la religione, esercitò molto i filosofi, i legisti e i teologi di questo secolo, quella cioè del Duello. Grande è il numero de’ libri su ciò pubblicati, e un lungo catalogo si può vederne nella Biblioteca dell’Haym (t. 2, p. 501). Ma qual frutto trarrebesi dal farne qui una lunghissima citazione? Il Muzio, di cui abbiamo già a lungo parlato altrove, Giambattista Susio natio della Mirandola, Fausto da Longiano, Dario Attendolo da Bagnacavallo, Rinaldo Corso correggesco, Giambattista Pigna, Antonio Massa da Gallese, scrissero altri a favore, altri contro rii esso, e fra questi secondi si segnalò Antonio Bernardi mirandolano, che con un tomo in foglio scritto in latino oppresse i sostenitori del duello. Di quest opera vuolsi che si giovasse più che non conveniva Giambattista Possevino nel suo Dialogo dell Onore (Zeno, Note. al Fontan. t. 2, p. 362). Ma parmi cosa assai difficile a trovarsi. Il libro del Bernardi non fu stampato che nel 1562. Quello del Possevino uscì alla luce la prima volta nel 1553. Come dunque si può dimostrare ch ei fosse plagiario di chi stampò nove anni dopo di lui («)? Alcune belle notizie del Possevino abbiamo ¡11 una lettera di Paolo Giovio a Bernardino Maffei, scrìtta a1 14 di settembre dell’anno i545. (a) Nella Biblioteca Modenese avendo io più attentamente esaminata la questione del plagio al Possevino imputato, ho conosciuto che non è essa così priva di fondamento, come io qui aveva creduto (t. 5,p. 241,cc.). Tiraboschi, Voi XI. 16 [p. 850 modifica]85o LIBRO iVo/i 60f ilice egli (Atanagi, Lettere, l. 1, p. 81); se conoscete literaliter M. Gio. Batista Possevino Mantuano, alias alunno del Card, di Mantua da paggio, adesso in casa del Card Cortese. Questo è un giovine ili venticinque anni figliuolo della melane olia, et tanto dotto. secondo il titolo di Cristo in Croce, che mi fa meravigliare; et è un bravo poeta: porta le maniche alla Theatina. Hor andando a spasso ! incontrai a Marforio solo in abito di Mercurio, et domandando donde veniva, disse venir dal Foro marmoreo delle Therme et che avea discifrata la Storia di essa antiquità; et narrandola, et piacendomi, lo pregai, che me la descrivesse in carta, et così me l ha mandata (a). Ma egli morì in età assai giovane, cioè prima che uscisse a luce nel 1553 il suo accennato dialogo, che fu pubblicato dal p Antonio di lui fratello. Altri al tempo medesimo si affaticaron a suggerir le maniere con cui pacificare le private discordie, e celebre fu allora singolarmente il Trattato del modo di ridurre a pace le inimicizie private del march Fabio Albergati nobile bolognese, di cui e di (a) Dalla casa del Cardinal Cortese morto nel i548 passò Giambafis'a Posse vi no a quella del Cardinal Ippolito d’Este il giovane, e presso lui ria nel i “\ , quando egli chiamò a Roma il suo fratello Antonio poi gesuita: Anno superioris toc-culi, dice questi nelle sue Riflessioni sopra la Storia del Thuaoo pubblicate dalI ab. Zaccaria (Iter. Litter. per hai. p. 286) nono supra qua firagrs inni ni atl Urbctn a fralrc, qui libris et scripliani afjixus a pud Atestinum Cardi naie m virebat, vocaius, ut et ipst bonis arlibus inibucrer, ec. [p. 851 modifica]SECONDO 85I altre opere da luì pubblicate ci dà esatte notizie il co. Mazzucchelli (Scritt. Hai. L i, par. i, P• 271))* 1° nou C^IC atcen,lure gli scrittori di tale argomento, poichè essi sono ormai del tutto dimenticati e una giusta idea di essi ci ha già data il march. Maffei nel principio della pregiatissima sua opera Della Scienza Cavai* ìeraca. Perciò ancora io lascerò in disparte i molti libri che a questa classe in qualche modo appartengono, e che trattano de’ doveri del gentiluomo, del cavaliere, del principe, del cortigiano, tra quali accennerò solo il dialogo del Gentiluomo Veneziano dato alla luce in Venezia nel 1566 da Francesco Sansovino, per avvertire che questo scrittore si usurpò le fatiche di Bernardino Tomitano, che in una sua lettera inedita a M. Francesco Longo avea trattato questo argomento (a); il qual plagio è stato di fresco scoperto dal sig. D. Jacopo Morelli, che prima d’ogn altro ha trovata e esaminata la detta lettera (Catal, de’ Cod. ital. della Libr. Nani, p. 123). Un libro però non può passarsi sotto silenzio e pel nome del suo celebre autore, e per la fama che l’opera stessa ha sempre ottenuta ed ottiene tuttora, cioè il libro del Cortigiano di Baldassar Castiglione. La Vita di questo grand’uomo è stata già esattamente descritta da Bernardino Marliani, e premessa alla bella edizione del Cortigiano fatta in Padova nel 1733, nè vi ha bisogno di (1) La Lettera del Tomitano qui indicata è poi stata pubblicata in Venezia nel 178? per opera del sig. conte Giulio Tomitano altrove da me lodato. [p. 852 modifica]852 LIBRO ulteriori ricerche. Ebbe a sua patria Mantova, e venne a luce nel i 4 Cd in Casatico villa della sua nobil famiglia I primi studii furon da lui fatti in Milano, e vi cJ)be a maestri Giorgio Merula e Demetrio Calcondila. Compiutone il corso, fece ritorno a Mantova; e nel i ¡99 accompagnò il march Gonzaga a Milano, e fu presente al solenne ingresso di Luigi XII, da lui stesso descritto in una sua lettel a (Lettere, t. 1, p. 3). INel i5o j passò al servizio del duca d’Urbino, e per alcuni anni trattennesi a quella corte, di cui le scienze e le lettere non ebber forse giammai il più dolce e il più onorevole albergo. Col duca Guidubaldo andossene a Roma nel 1505, e dal medesimo fu destinato ambasciadore nel 1506 al marchese di Mantova. Ma questi sdegnato col Castiglione, perchè al servigio del natural suo principe avesse antiposto quello di uno straniero, nol volle ricevere. In vece di questa un'altra ancor più onorevole ambasciata fu al Castiglione affidata in quest’anno medesimo, cioè ad Arrigo VII re d'Inghilterra, da cui fu accolto con dimostrazione non ordinaria di amore e di stima. Tornato ad Urbino nel i òo’j, lii poco appresso mandato ambasciadore al re Luigi XII, che allora era in Milano. Frattanto morto nel 1508 il duca Guidubaldo, rimase il Castiglione ai' servigi del nuovo duca Francesco Maria della Rovere, e l’accompagnò in diverse spedizioni militari; e n ebbe in premio l'an 1513 il castello di Nuvilara due miglia lontan da Pesaro. Ottenne poscia di rientrare in grazia del marchese di Mantova Francesco Gonzaga, e allora tornato alla patria vi sposò [p. 853 modifica]sv.coxno 853 nel 151 (3 Maria Ippolita Torella figlia del co Guido e di Francesca di Giovanni Bentivoglio, e per ordine del marchese suddetto si celebrarono in tal occasione feste e torneamenti solenni. Ma egli ebbe il dispiacere di perderla quattro soli anni appresso. Il march Federigo, che nel 1519) succedette in quello Stato al march Francesco suo padre, inviò tosto suo ambasciadore a Roma il Castiglione, il quale gli ottenne, secondo l’ordine avutone, il generalato di s Chiesa. Il lungo soggiorno ch’egli allor fece in Roma, lo strinse in amicizia co’ più eleganti scrittori che ivi allor si trovavano, ed egli era uno de' principali ornamenti di quelle liete non meno che erudite assemblee che da essi tenevansi, e che noi abbiamo altrove descritte. Quin et duorum summorum hominum, scrive il Sadoleto (Epist. t. 1 p. 312, ec.), me admonet recordatio, fuisse quoque cornili ccnventu noslras aliquarulo cocnas atquc cpula s exornatas, quorum est unus Petrus Bembus... alter, qui nuper in Ili spania decessit maximo cum moerore omnium, quibus fuerat notus, hoc est plane omnium, Balthassar Castilioneus, magnus vir in primis, nec solum nobilitate et genere, sed magnitudine etiam animi et omni eximia vir tute pracstans; quique, quod in militari viro erat admirandum omnes ornili no arfcs libero homine dignas, et omnia doctrinae genera c omprebende rat, q tieni ego recordor saepe atque hilare nostris caetibus interfuisse. Nel 1522 tornato a Mantova servì al suo principe nella guerra che faceasi per cacciar d’Italia i Francesi. Inviato poscia di nuovo [p. 854 modifica]854 turno a Roma, fu dal pontef Clemente VII mandato suo nunzio a Carlo V in Ispagna nel 1524. Con qual zelo e con quale destrezza si adoperasse egli in quel difficile impiego per servire utilmente al pontefice, ne fanno testimonianza le molte lettere da lui scritte in quel tempo, che si hanno alle stampe. Ma la continua sua applicazione a" negozii congiunta al dispiacer che provò nel vedersi preso in sospetto dal papa, che, troppo fidandosi de suoi nimici, diffidava solo de’ più fedeli suoi servidori, gli accorciarono la vita, a cui diede fine in Toledo nel i5'j>q (*). i.xvth. LXVill. Tal fu la vita del CO. Baldassar Catini ujwrg......, stiglione, di cui se non avessimo altra memoria che il poc’anzi riferito elogio a lui fatto dal Sadolelo, potrebbe esso solo bastare a ottenergli nome immortale (a). Ma non vi ebbe uom dotto ili quel secolo, che non lo esaltasse con somme lodi) e gli onorevoli encomii con cui molli ne parlano, si posson veder aggiunti (*) Unn nuova e più esatta vita del Castiglione ci ha data il ch. sig. ab Serassi, che va innanzi alla più recente edizione del Cortigiano fatta in Padova nel 1768, e molti bei monumenti intorno al medesimo, che potrebbon giovar non poco a formarne una ancor più copiosa. sono stati pubblicati in una scrittura che ha per titolo: Delle Esenzioni della Famiglia di Castiglione, e della loro origine e fondamento, stampata in Mantova nel 1780. Q (a) Tre elogi del conte Paldassar Castigr.one abbiamo avuti alle stampe in questi ultimi anni, uno latino del signor. ab; Girolamo Ferri coronato dall" accademia di Mantova, e due italiani del sig. ab Andrea ltuhbi c del sig. Ciò. Vincenzo l’cuini da Cologna. [p. 855 modifica]SECONDO 855 alla citata edizion cominiana del Cortigiano, e a (quella delle Lettere di cui tra poco diremo. Quella è l’opera che gli ha ottenuta più chiara fama. Fin dal i5:8 egli l’avea finita, e inviatala al Bembo, perchè attentamente la rivedesse (Ca* stil Lett t. 1, p. 159). Nondimeno non venne a luce che nel 1528, e le moltissime edizioni che poscia se ne son fatte, pruovano abbastanza il plauso con cui fu ricevuta. Ei prende in quel libro a dar l idea d’un cortigiano, e ad insegnare il modo con cui dee vivere in corte, e rendersi utile e grato al suo principe. Le massime e le riflessioni che vi s’incontrano ad ogni passo l’erudizion con cui egli riveste ed adorna i precetti, e la facile e naturale eleganza di cui usa scrivendo, han fatto sempre rimirar questo libro come classico e originale j e benché egli si protesti di volere scriver lombardo più che toscano, tanto è lungi che le pure orecchie toscane ne sian rimaste offese, che anzi egli è stato annoverato tra gli scrittori che fan testo di lingua. Alcune men caute espressioni fuggite di penna all’ autore fecero registrar questo libro tra’ proibiti, e il co Cammillo Castiglione di lui figliuolo ottenne nel 1576() dalla Congregazione dell’Indice, che si emendasser que’ passi; e di questa correzione si è poi fatto uso nella sopraccitata edizion cominiana. Pregevoli ancora e per le notizie che se ne traggono, e per lo stile con cui sono distese, sono le Lettere del Castiglione, per opera di monsig Luigi Valenti, ora cardinale degnissimo di Santa Chiesa, date alla luce con erudite annotazioni dal eh. abate [p. 856 modifica]856 LIBRO Serassi, e stampate dal Comino in Padova in \ due tomi nel 1769. A queste Lettere si aggiu- * gne la risposta fatta dal Castiglione a una lettera del segretario Valdes in difesa del suo Dialogo sopra il sacco di Roma, ingiuriosissimo al sommo pontefice e alla Chiesa cattolica, e in questa risposta chiaramente si scuopre quanto il Castiglione fosse sinceramente attaccato alla sua religione. Le Rime e le Poesie latine che si hanno altrove stampate, e che sonosi unite ancora a questa edizione, sono un altro immortale monumento dell’ingegno e dell eleganza di questo egregio scrittore. Le Poesie latine singolarmente son tali, che poche, a mio parere, son quelle di questo per altro sì colto secolo che lor si possano paragonare, perciocchè alla sceltezza delle espressioni ch egli ha comune con molti, unisce un’ energia ed. una forza che in pochi altri poeti si ammira. Nè deesi tacere un’ altra lode del Castiglione, cioè ch ei fu sollecito ricercatore e intendentissimo giudice de’ monumenti antichi, e di tutto ciò che appartiene al regno delle belle arti. La raccolta da lui fatta di cammei, di statue e d’altre pregevoli antichità, l’esortazione eloquente non men che erudita scritta a Leon X, perchè non lasci guastare le fabbriche antiche di Roma, la sua amicizia coll’immortal Rafaello, la venuta a Mantova di Giulio Romano da lui procurata, e il frequente ragionar ch’ei fa di tai cose nelle sue Lettere, r.c posson far fede. Ed egli anche perciò era degno che lo stesso Giulio Romano fosse trascelto ad ergergli il bel sepolcro che lutlor [p. 857 modifica]SECONDO 85 J vetiosi in Mantova (*), e che nel teatro di quella nuova regia Accademia gli s’innalzasse una statua, come non ha molto si è fatto. Di che si veggano l’erudite annotazioni del ch. ab Bettinelli a suoi eleganti Ragionamenti delle Lettere e delle Arti mantovane (p. t)2, ec.). LXIX. Rimane a dir finalmente degli scrittori di politica. Ed uno ne ebbe l" Italia al principio di questo secolo, di cui forse non v’ha alcuno il cui nome sia stato più onorato di lodi, e più coperto di biasimo. Ei fu il celebre Niccolò Macchiavelli di patria fiorentino e nato a’3 di maggio del i z'j Gì > (Elogi degl ill. Tosc. t. 2). Appena si crederebbe che di uno scrittor sì famoso niuno abbia scritta stesamente la Vita. Ma negli Elogi degl’illustri Toscani ci si fa sperare di averla dal ch. dott Giammaria Lampredi per altre sue belle opere già noto al mondo. Ne' medesimi Elogi si accennano le ambasciate in cui dalla sua Repubblica fu adoperato, al re Luigi XII, all" imp Massimiliano, al collegio de’ cardinali, al pontef Giulio II e ad altri principi italiani; e le Lettere da lui scritte all’occasione di alcune di queste sue ambasciate sono state pubblicate in Firenze nel 1767. La carica di segretario della Repubblica fiorentina, a cui fu eletto, è un’altra pruova della stima che aveasi pel Macchiavelli nella sua patria. Vuolsi da alcuni ch’ egli ne fosse poscia per altrui invidia (*) Non è in Mantova il bel sepolcro tini Castiglione, ma alla Madonna delle Grazie alcune niigiia lungi dalla città. [p. 858 modifica]858 LIBRO spoglialo; ma la falsità di questo racconto vien dimostrata ne detti Elogi, ove ancor si confuta ciò ch’altri hanno scritto, cioè ch’ei morisse con troppo palesi segni di empietà e d’irreligione: e si reca una lettera di Pietro di lui figliuolo a Francesco Nelli, che in breve così ne narra la morte: Non posso far di meno di piangere in dovervi dire, come è morto il 23 eli ejucsto mese (di giugno del iSi"}) Niccolò nostro padre di dolori di ventre cagionati da uno medicamento preso il dì 20. Lasciossi confessare le sue peccata da Frate Marco, che gli ha tenuta compagnia fino a morte. Il padre nostro ci ha lasciato in somma povertà, come sapete, ec. Più assai che per le cariche sostenute, è celebre il nome del Macchiavelli per le opere da lui pubblicate. Io non farò che accennare gli otto libri dell’ Istorie fiorentine dal 1215 fino al 1492 e la Vita di Castruccio Castracani. nelle quali opere, per confessione de più dichiarati apologisti del Macchiavelli, ei non è storico molto esatto e sincero, e cerca anzi di abbellire studiosamente, che di schiettamente narrare le cose avvenute. De’ Discorsi intorno all’ arte della guerra abbiam già detto in questo capo medesimo. Le rime da lui composte non lo han fatto riporre tra’ valorosi poeti, e le due commedie in prosa che ne abbiamo, La Mandragola e La Clitia, non sono un troppo perfetto modello nè di un modesto componimento, nè di una ben ordinata commedia. Io lascio in disparte altri opuscoli di minor conto del Macchiavelli, e mi ristringo soltanto a quelle due opere che son pi ù famose, [p. 859 modifica]SECONDO 85() cioè al libro del Principe, e a’Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Non può negarsi che il Macchiavelli in esse non si dimostri uno de’ più profondi e de’ più esperti politici che mai sieno vissuti, e i Discorsi sulla Storia di Livio son pieni di riflessioni giustissime che scuoprono il raro genio di chi le scrisse. Ma le massime e i consigli che, singolarmente nel libro del Principe, ei propone ai’ reggitori delle città e de’ regni, son tali che ogn uom religioso e saggio non può udirle che con orrore. Io non entrerò nè ad annoverarle, nè a confutarle, che ciò non è proprio di questa mia Storia. Solo a mostrare ch’ io non ho senza ragione asserito che le massime del Macchiavelli son detestabili, recherò il detto non di uno scolastico, o d’un moralista, ma d’un celebre e recente sovrano, che nelle arti politiche non meno che nelle guerriere può andar del pari co’più famosi dell’ antichità, cioè del defunto re di Prussia, che non si è sdegnato di scriverne la confutazione nel suo Anti-Machiavel, e che sul cominciamento dell’opera ci dà questa idea del Principe del Macchiavelli: Le Prince de Machiavel est en fait de morale ce quest l’ouvrage de Spinosa en matiere, de. Foi. Spinosa sappoit les fondemens de la. Foi » et ne. tendoit pas moins, quà renverser lédifice de la Rèligion: Machiavel corrompit la Politique, et entreprit ed dètruire les prèceptes de la saine morale. Les erreurs de l'un n ètoient que des erreurs de spèculation, celles de l'autre regardoient la pratique. Ciò non ostante, non son mancati alcuni che han voluto difenderlo, se [p. 860 modifica]86o LIBRO 11011 coll1 adottarne le massime, collo scusarne almen l’intenzione, dicendo che in quel libro non pensò già egli di dar consigli ad un principe, ma di descrivere qual sia un tiranno; anzi, aggiungono altri, egli adoperò avvertitamente i più neri colori per ispirare odio maggiore contro la tirannia. Qual sia stata l’intenzione del Macchiavelli, è difficile a definire. Ma qualunque sia ella stata, a me sembra che al legger quest'opera non si.scuopra abbastanza che il Macchiavelli abbia voluto destare orrore contro i tiranni; e che s egli disapprova la lor condotta, non abbia bastevolmente spiegato il suo pensiero, sicchè, a dir poco, rimanga indeciso s’ei consigli, o dissuada (a). Ciò clic strano, si è che le opere del Macchiavelli corsero per lungo tempo, e furono stampate anche in Roma, senza che alcuno scoprisse palesemente il veleno che in esse si nascondeva. Il Cardinal Polo fu il primo, come ha osservato il Cardinal Querini (Diatr. ad Epist. Poli, t. 1, p. 265), che contro di questo autore, e principalmente contro il libro del Principe, si dichiarasse, e prendesse ad impugnarlo nella sua Apologia per l’Unità della Chiesa. Dietro al Polo sorser più altri, e molto scrissero (a) Queste e più oltre riflessioni in difesa del Macchiavelli si posson vedere più ampiamente svolte e spiegate nella prefazione premessa alla nuova edizione dol1’ Opera del medesimo, fatta in Firenze nel 17H2, nella quale però mi fa maraviglia che l’editore attribuisca a M. de Voltaire 1’/inti-Machìavel, il quale è lavoro «lei re di Prussia defunto, tra le cui Opere di fatto è stato inserito. [p. 861 modifica]SECONDO 8() I contro del Macchiaveili Girolamo Muzio nel suo Gentiluomo, il P. Antonio Possevino nella sua Biblioteca, Tommaso Bozio nella sua opera de Ruinis Gentium, e Giovanni Botero ne’ suoi libri della Ragion di Stato, opera che dalle molte edizioni e dalle traduzioni in più altre lingue che se ne hanno, raccogliesi con quanto applauso fosse allor ricevuta, per tacer di altri scrittori non italiani che presero parimente ad impugnare il Macchiavelli. Ma se se ne traggano le ree massime di cui egli ha infettati i suoi libri, è certo ch’ei fu uno de’ più ingegnosi e de più profondi scrittori, e versato quant altri mai nelle antiche e nelle recenti storie. Il Giovio però ne sminuisce di non poco la lode, affermando ch’ei nulla sapea di latino non che di greco (in Elog.), e che Marcello Virgilio Adriani gli andava somministrando que’ passi tratti dagli antichi scrittori ch egli poi destramente incastrava nella sua opera. Ma questa, come ben riflette il co. Algarotti, è accusa che dal fatto medesimo viene smentita, perciocchè il Macchiavelli non è già un semplice compilatore che accozzi insieme i fatti e i detti raccolti dagli antichi, ma è uno scrittore giudizioso ed esatto ch esamina, confronta e calcola ogni circostanza de’ fatti e le loro ragioni e le lor conseguenze, il che da un semplice raccoglitore non può sperarsi (*). (*) Molte notizie intorno alla vita e alle opere del Macchiavelli ci ha date il ch. sig. can Bandini nella prefazione alla sua opera intitolata Colli elio vetrrum Monumaitovum, il quale ha ancor pubblicato un [p. 862 modifica]S6j LIBllO i.xk. LXX. Molti altri scrittori politici nel corso tori" Virilo ‘li questo secolo uscirono in campo. Perei oc* c^' » Per tacer di non pochi che presero a J illustrar con comenti la Politica d’Aristotele, e delle versioni che in lingua italiana ne diedero Antonio Brucioli, Bernardo Segni e Antonio Scaino, abbiamo più altre opere di questo argomento di Ciro Spontone, di Felice Figliucci f di Francesco Sansovino, di Fausto da Longiano, di Girolamo Garimberto, di Giason de Nores, di Gianfrancesco Lottini, di Francesco de’ Vieri, di Giammaria Memmo, di Paolo Paruta, di Bartolommeo Cavalcanti, di Celio Mancini, del vescovo Vida, di cui abbiamo i dialoghi De optimo Statu Civitatis, e di più altri, di alcuni de’ quali scrittori diremo altrove più lungamente, di altri non giova il far distinta menzione, ma ci basti accennarli, perchè si vegga che come in tutte le altre parti della filosofia, così in questa ancora l’Italia fu in questo secolo fecondissima di scrittori. Pochi sono tra essi che anche al presente si leggano con piacere e con frutto. Ma le scienze non giungon sì tosto alla lor perfezione; e poichè questa era stata fino a quel tempo quasi dimenticata, non è maraviglia che non fosse trattata con quella precisione e con quella chiarezza che ne più moderni scrittori si è poi veduta. Io credo nondimeno che se alcuno avesse la sofferenza di leggere attentamente i mentovati linppot (n di cote della Vagliti, da lui se. ilto 0*17 di giugno del i5oS, c alcune Letture ad esso dirette da Francesco Guicciardini e da altri (p. 37, ec.).