Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VII/Libro II/Capo IV

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Capo IV – Giurisprudenza civile ed ecclesiastica

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Capo IV – Giurisprudenza civile ed ecclesiastica
Tomo VII - Capo III

[p. 1042 modifica]IO.J2 LIBlìO Capo IV. Giurisprudenza civile ed ecclesiastica. I. Questo argomento che da noi solea prima dividersi in due capi, vuolsi in questo secolo ridurre ad un solo, perchè dell'una e dell altra giurisprudenza non fa d’ uopo discorrere lungamente. Ne’ tempi addietro, quando sì rari erano i mezzi a coltivare le scienze, era degno di singolar lode chiunque cercava, come meglio gli era possibile, di illustrarle. Perciò tutti coloro che ci diedero opere appartenenti all'una o all altra giurisprudenza, doveansi da noi encomiare, ed era giusto che la lor memoria passasse alla tarda posterità. Ma i libri intorno alle leggi civili e canoniche eran già tanto moltiplicati al principio di questo secolo, che lo scriver più tomi d’allegazioni, di consulti, d’interpretazioni, ne quali altro per lo più non si facesse che copiare i precedenti scrittori, era troppo agevole a praticarsi, e non può attribuirsi a gran lode. E tali furono nondimeno quasi tutti i giureconsulti di questo secolo. Un ammasso disordinato di citazioni, una inutile ripetizione del detto già mille volte, un frequente abuso di scolastiche speculazioni, erano l ordinario corredo de’ loro volumi; e a ciò aggiungevasi uno stil barbaro ed intralciato, che le cose per lor medesime oscure rendeva oscurissime. Il grande Alciati fu il primo a rischiarar quelle tenebre colla fiaccola della critica e della erudizione, e a dar l’esempio a’ [p. 1043 modifica] legisti di scrivere con ordine e con precisione. Ma ad imitar l’Alciati richiedevasi un acuto e penetrante ingegno e un indefesso studio della seria e della piacevole letteratura, e pochi eran perciò, che potessero, pochissimi che volessero imitarlo. Quindi assai scarso numero di seguaci egli ebbe; e la giurisprudenza, la qual pareva che dovesse sotto gli auspicii di quel grand’uomo risorgere dal suo antico squallore, ricadde tosto nell’ usata barbarie; perchè parve a’ giureconsulti più agevole la via finallora battuta, che la nuova additata lor dall’Alciati. Ciò non ostante non voglionsi dimenticare del tutto que’ giureconsulti e que’ canonisti che furono allor più famosi, e noi de' principali tra essi ragioneremo con quella maggiore o minore estensione che il loro nome e le notizie che di essi si hanno, ci sembrerà che richiedano, seguendo qui ancora comunemente, come in addietro si è fatto, l’ordine del Panciroli; e aggiugnendo altri, ove sia d’uopo, da lui passati sotto silenzio. E riguardo a’ giureconsulti di questo secolo il Panciroli è autor comunemente degno di fede, perchè ei ragiona d’uomini vissuti per lo più a' suoi tempi.

II. Alberto Bruni astigiano1 e Carlo Ruini reggiano sono i due primi ch'egli ci schiera [p. 1044 modifica]1044 LIBRO innanzi {De cl. Lcg. btterpr. i 2, e. 1^2, Kp). Il Bruni l'ormalo alle leggi nelle università di Torino e di Pavia, n ebbe la laurea, ma non le spiegò mai dalla cattedra, forse perchè il suo sapere gli ottenne onori maggiori. Ei fu vicario in Sai uzzo del prefetto che vi comandava a nome del re di Francia, consigliere del re medesimo, e poscia ancora di Carlo V, mandato ambasciadore dagli Astigiani al duca Massimiliano Maria Sforza, e da lui fatto senatore in Milano, finalmente avvocato fiscale del duca di Savoia Emanuel Filiberto. Finì di vivere in età di 74 anni, poco dopo il i54'> e lasciò molte opere legali, delle quali ha tessuto il catalogo il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 4, p. 2178, ec.). Più lungamente si trattiene il Panciroli nel parlar del Ruini suo concittadino. E convien dire per certo ch’ei fosse valente giureconsulto perciocchè ridotto per colpa di Corradino suo padre, giocator disperato, a tal povertà, che per prendere in Pisa (Fabbrucci ap. Calog. t. 44 § 19) la laurea, fu costretto a vendere un piccol podere ultimo avanzo delle paterne sostanze, formossi poscia un capitale di ottantamila scudi, e si fabbricò in Reggio una magnifica abitazione. Le università di Pisa, di Ferrara, di Pavia, di Padova, di Bologna furono successivamente da lui illustrate. Gli storici di esse non sono concordi nel fissare gli anni ne" quali ivi insegnò j c vedesi tra essi non poca contraddizione, Ma a me fra l’immensa estensione dell’ argomento non è più lecito il trattenermi in cotai minute ricerche. Molti illustri concorrenti e rivali egli [p. 1045 modifica]SECONDO IO/j5 ebbe} e fra gli altri in Ferrara un certo Cortese da Modena, a cui solea il Ruini rimproverare che ben avesse in memoria gran copia di leggi, ma non ne intendesse il senso j in Padova Filippo Decio e Francesco da Parma, del qual secondo si narra che nel disputar col Ruini, il facesse infuriare e dar nelle smanie; in Bologna Giovanni Crotti monferrino, di cui parla il Panciroli (c. i44)» e Giovanni Annibale Canonici. Ma di quasi tutti i suoi avversarii riportò vittorie solenni, e giunse in Bologna a contare fino a 600 scolari al medesimo tempo, e. ad avere 1200 scudi di annuale stipendio. Fra molti illustri discepoli che vide alla scuola, ebbe l onore di annoverare il celebre Alciati, Marco Mantova, Lodovico Cato e Ugo Buoncompagni, che fu poi Gregorio XIII. Dicesi che quanto egli era di aspetto piacevole e di singolar grazia nel ragionare, altrettanto era rozzo nelle maniere, e iracondo e sdegnoso singolarmente nel disputare. Ma riguardo a’ giureconsulti che vissero al principio di questo secolo, deesi osservare ciò che più volte ne' più antichi abbiamo avvertito, che molte cose di lor si raccontano, appoggiate soltanto a popolar tradizione, o alle calunniose voci da loro emuli sparse (*). Ei morì in Bologna nel i53o, (*) Alcune particolari notizie intorno a Carlo Ruino si traggono dai monumenti di questo ducale archivio. Una lettera che vi si conserva, da lui scritta al duca Alfonso I da Roma a’ 27 di giugno del i mo, ci fa vedere ch'egli era colà stato spedito dal duca per trattare di gravi affari col papa. Ed erano infatti più anni che il Ruino era al servigio degli Estensi \ perciocché I [p. 1046 modifica]1046 LIBRO e fu sepolto a S. Giovanni in Monte. Poco ci diede in luce vivendo, ma molte opere ne pubblicarono gli scolari poiché ci fu morto, dello quali fa menzione il Panciroli, e se ne ha un catalogo più distinto nelle Biblioteche degli scrittori legali (a). Accennasi ancora dal Panciroli Ubertino Zuccardi di Correggio (ih.), di cui più copiose e più esatte notizie ci ha date il eh. signor Girolamo CoUeoni (Notizie degli nell’archivio medesimo abbi am la lettera a lui scritta dal duca Ercole I a’ 21 di luglio del 1499 con cui lo destina lettore dell università di Ferrara, riservandosi poi a fissargli un determinato stipendio. Quindi s’ei fu veramente professore in Ferrara fin dal 1482, come afferma il Borsetti (Ili si. Gymn. Ferr. t. 2, p. 78), convien dire ch’ ei poscia partisse, e che nel detto anno vi facesse ritorno. Ma non molto onorevole alla integrità del Ruino è un’altra lettera da lui scritta allo stesso duca Alfonso I da Bologna a’5 di maggio del 1517, nella quale si difende dall' accusa che gli era stata data, di aver in non so qual causa sentenziato contro di lui per mancanza di rispetto; e la scusa ch'egli ne porta, si è che gli fu dato a credere che in quella causa si trattasse di un uom privato da Modena, o da Carpi, e che s’egli avesse saputo che si trattasse del Duca, avrebbe operato diversamente. (a) Nella Biblioteca modenese si sono più attentamente esaminate le epoche della vita del Ruini, e si è osservato che ha errato il Borsetti nel dirlo professor di leggi in Ferrara nel 1.482, e si è fissata all’an 1489&) la cattedra ivi da lui sostenuta (t. 4, p• 40,,co.). Vernasi anche il diligente articolo che ne ha poi dato il ch. co. Fantuzzi Scritt. bologn. t. 7, p. 230, ec.). Di lui pure ha esattamente parlato il ch. monsig Fabbroni (Hist. Acad. pisan. t. 1, p. 246, ec.), il quale osserva che dopo l'an 1486 non trovasi più di esso menzione negli Atti dell Università di Pisa, e che perciò è probabile che allora ei passasse a Ferrara. [p. 1047 modifica]SECONDO I047 Senti. di Corre gg. p- 52, ec.), rapitoci non da molto da troppo immatura morte, il quale fra le altre cose riporta un diploma onorevolissimo a lui diretto dal duca Alfonso I nel 1520, mentre Ubertino era professore in Ferrara (a)) Roberto Maranta da Venosa professore in Salerno (r. >46)» a cui non so come il Panciroli attribuisca i versi della scuola salernitana di medicina, e di cui più a lungo ragiona, oltre gli altri scrittori napoletani, il Tafuri (ScriU. napol. t. 3, par. i, p. 320) (b); Fa(rr) Le notizie dateci dal sig. Colleoni intorno al giureconsulto Ubertino Zuccardi, sono state da me in qualche parte corrette e accresciute nel ragionare che di esso ho l’alto nella Biblioteca modenese (t. 5,p. 435 ec.), ove anche ho pubblicato stesamente l’onorevol diploma che gli fece spedire il duca Alfonso I l’anno i5ao. (b) Pi Roberto Maranta altre notizie si posson vedere presso il sig. D. Pietro Napoli Signorelli, il quale più stesamente ancora ragiona di Pier Paolo Parisio e di Gio. Angelo Papio da me pur mentovati (Vicende della Colt, nelle Due Sicil. t. 4. p 60, ec.). Sembra poscia ch’egli si dolga che molti altri illustri giureconsulti napoletani e siciliani sieno stati da me ommessi, e ne schiera innanzi un buon numero. Ma se di tutti quelli che a’loro tempi in ciascheduna delle provincie d'Italia furon detti famosi giureconsulti, avessi io dovuto parlare, a qual noiosa estensione sarebbe giunta la mia Storia! Io mi compiaccio nondimeno ch’ egli abbia supplito al mio silenzio. Ma tra’ giureconsulti da me ommessi non doveasi nominare Scipione Capece, di cui ho parlato, e non brevemente, tra i poeti, perchè pe' poetici studii ei fu più celebre che pe’ legali. Non doveasi però ommettere in questa Storia Bartolommeo Camerario natio di Benevento,il quale dopo esser giunto coll indefesso suo studio ad ottenere gl’ impieghi più luminosi del regno, e quello singolarmente di luogotenente della regia camera nel 1541. avendo poscia col [p. 1048 modifica]Io48 LIBRO biano da Monte S. Savino avvocato concistorale e avolo del pontef Giulio III (c. 147), e Gianfrancesco Burla piacentino professore in Pavia e più lungamente in Padova (c. 148), la cui memoria è stata più esattamente illustrata dal co. Mazzucchelli (Scritt it. t. 2, par. 4, p. 2445); Marcantonio Baviera bolognese, Mario Salomoni degli Alberteschi romano (c. 136), avvocato concistorale, di cui parla anche il P. Caraffa (De Profess. Gymn, rom. l. 2, p. 103), e reca gli elogi con cui il Ficardo ed altri scrittori hanno ragionato di questo illustre giureconsulto; e Antonio Orsato padovano (c. 151) e Pantaleo Caldieri cremasco (c. i52). III. Fra i più celebri giureconsulti che fiorirono al principio di questo secolo, fu Francesco Corti pavese. Secondo il Panciroli (c. 154), ei non era della nobil famiglia di questo nome, ma figlio di una sorella dell’altro Francesco Corti da noi nominato nel precedente tomo, da cui prese il cognome, e fu fratello del medico Matteo da noi già rammentato. Ebbe dapprima in Pavia la cattedra de Feudi, quindi fu in Mantova suo umor capriccioso irritato il viceré D. Pietro «li Toledo, fu costretto a fuggire, c ritiratosi prima in Francia, ov*ebbe il titolo di regio consigliere, e ove di giureconsulto divenuto teologo, impugnò con pii« opere i novatori. si stabili finalmente in Roma, e vi ebbe onorevoli impieghi sotto Paolo IV, e fini ivi di vivere nel i56{. Di lui c delle molte opere da lui composte, c cosi pure degli altri giureconsulti napoletani si posson vedere le copiose notizie che ci ha date il sig. Lorenzo Giustiniani nelle sue Memorie degli Scrittori legali del regno di Napoli, stampate in Napoli in tre tomi in-4 nel 1787, ec. [p. 1049 modifica]SECONDO 104l) giudice delle appellazioni, e nel i5i.{ passò a Pisa collo stipendio di 600 fiorini d’oro in oro (Fabbr. ap. Calog. t 51, p. 55). Ma poco appresso venuto a quella università Filippo Decio, il cui nome pareva oscurar quello di tutti gli altri giureconsulti, il Corti accettò volentieri l'invito fattogli di ritornare a Pavia, ove ancora gli fu accordato l ampio stipendio di 1000 scudi, e fu innoltre dal re Francesco I dichiarato suo consigliere. Ivi egli trattennesi fino al 1527, quando saccheggiata Pavia dall’esercito francese, il Corti fatto prigione e spogliato di ogni suo avere, non avrebbe saputo come riacquistar la libertà, se opportunamente non l avesse a sè invitato l’università di Padova colla promessa dell annuo stipendio di mille ducati, i quali con idonea sicurtà impiegati per la sua liberazione, recossi finalmente a quella città, e vi diè principio alla scuola sulla fine del 1528. Dagli Atti di quella università si raccoglie, come narra il Facciolati (Fasti Gymn. patav. pars 3, p. 117), che nel 1531 ei giunse ad avere fino a 223 scolari. La fama di cui il Corti godeva, gli fece rimirare come pericolosa al suo nome la venuta dell'Alciati a Padova, di cui nel 1533 si trattava. Il Bembo, che avrebbe ad ogni modo voluto che quel valentuomo venisse ad aggi 11gnere a quella università nuovo lustro, descrive i maneggi che da lui e da altri si fecero per impedirlo, e fra le altre cose, il Corte, scrive nel febbraio del detto anno (Lettere a Giammatteo Bembo, lett 202), vorria piuttosto il gran Diavolo in questo studio che f sfidato, [p. 1050 modifica]io.r>o urno tenendo certo, s’ei viene, di aver a rimaner con pochi scolari Il qual Corte ormai, quanto alla profession sua, deficit in salutari suo, e comincia a non satisfar più, com ei solea, per causa della vechiaja, come qui ognuno dice. E poco più oltre in fatti sopravvisse il Corte, cioè solo fino al giugno dell'anno stesso. Due figli egli ebbe, essi ancora giureconsulti, Rolando e Francesco Girolamo, del primo de' quali scrivendo Luca Contile nel 1551 alla reina di Polonia, che bramava di avere un auditore italiano, gli propone Rolando di Corte Gentiluomo Pavese figliuolo del maggiore Jureconsulto, che habbiano havuti gli anni passati, e giovine di 28 anni (Contile, Lettere, l. 1, lett. penult.), e segue facendone un grande elogio, e dicendo che avendogli egli di ciò parlato, ei non ha ancor data certa risposta. Dietro a questo giureconsulto a’ suoi tempi famoso, ricorda il Panciroli Giovanni Nevizzani astigiano, di cui è celebre fra le altre l'opera intitolata Silva nuptialis, nella quale lungamente disputa prima contro del matrimonio, poscia in favor di esso, c per cui vuolsi che' egli contro di sè concitasse il donnesco furore: e Gianfrancesco Balbi torinese, o, secondo altri, di Aviliana presso Torino, di cui pure ragiona il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 1, p. 72). Indi più lungamente si stende in parlare di Gianfrancesco Riva di S Nazzaro pavese, che fu di fatto un de più chiari lumi della giurisprudenza di questo secolo (c. 157). [p. 1051 modifica]SECONDO I O5I IV. Avea egli avuti a suoi maestri nell università di Pavia Giason del Maino e Girolamo Bottigella, ed altri illustri giureconsulti, e ivi pure cominciò a tenere scuola di leggi, ma non sappiam precisamente in qual anno. Nel 1518 passò a sostenere in Avignone la cattedra prima di canoni, poi di leggi civili. Il Panciroli aggiugne che Francesco II duca di Milano, ri chi amollo poscia di Italia; che il fece suo consigliero, e che mandollo di nuovo professore a Pavia collo stipendio di mille annui scudi, che per le guerre dalle quali fu devastata la Lombardia. dopo la morte di quel duca, essendo rimasta deserta quella università, il Riva tornò col medesimo stipendio ad Avignone nel 1530; ma trascorsi appena tre anni, richiamato un'altra volta a Pavia, ivi finì di vivere nel 1534Ma in questo racconto il Panciroli è caduto in non pochi errori. La morte del duca Francesco Maria II avvenne nel 1535. Come dunque potè il Riva dopo essa tornare in Avignone nel 1530, poi venir di nuovo a Pavia e morirvi nel 1534? Io credo innoltre che il Riva una volta sola tornasse da Avignone a Pavia, cioè nel 1533, e che dal 1518 fino al detto anno ei vi facesse stabil soggiorno. E ciò raccogliesi chiaramente da due lettere del Sadoleto, scritte da Carpentras nell anno medesimo 1533, l’una al pontef Clemente VII, l'altra a Blosio Palladio di lui segretario (Sadolet. Epist famil. t. 1, p. 138 ec. ed. Rom.), nelle quali li prega a non voler permettere che il Riva partasi d’Avignone, non ostante le istanze del duca di Milano, il quale ancor minacciavaio di confiscarli [p. 1052 modifica]Io52 I.lBltO i suoi beili, se non tornava a Pavia. Nella prima così egli scrive; Annus igitur quintus decimus (quanti appunto ne corrono dal 1518 al 1533) ex quo in Cintate Vcstrae Sancii tatis hac Avenionensi jus Civile profitetur optimus profecto doctissimusque vir Joannes Franciscus Ripa, de quo ego Ue s trae Sanclitati hoc testimonium praebere possum, nullum a me de his, de. quibus aliquid judicare potuerim aut praestantiore ingenio aut illustriore fama fuisse cognitum, nec solum doctrinae et eruditionis, sed virtutis etiam eximiaeque integritatis. Siegue indi a dir gran lodi del Riva, affermando che gran concorso si fa ad Avignone da tutta la Francia per udirlo e per consultarlo, e che tutti gli ecclesiastici di quello Stato a lui ricorrono ne loro dubbii, e aggiugne che partendo il Riva, Avenio hoc quidem tempore luce omni orba et litterarum et jurium, et quotidianae ad cani venienti uni cclcbritatis esset remansura. Somiglianti cose egli scrive al Palladio, a cui ancor dice che il Riva avea in Avignone e moglie e figliuoli e molti beni, e che invitato da più altri principi, avea a tutti preferito il servigio del romano pontefice. Ma le istanze del Sadoleto non ebbero effetto, e al Riva fu necessario tornare in Italia 5 ove dal duca Francesco Maria II fu fatto senator di Milano, e rimandato a Pavia, Io credo ancora che di un anno se ne debba differire la morte, perciocchè negli Atti di quella università si accenna un decreto de’ 30 di aprile 1535: Ut D. Franciscus Ripa Senator possit in sua lectura substituere 1). R elio mini e jus invalesccnlia [p. 1053 modifica]SECONDO 1053 durante. E questa fu probabilmente la malattia di cui egli morì. Molti volumi ei diede in luce appartenenti alle leggi civili e canoniche, e il fece singolarmente ad istanza del Sadoleto, il quale con lui rallegrandosi nel , poiché essi furono impressi, ne fa questo magnifico elogio: Tua praestans doctrina, et summum ac singulare ingenium, quod non modo in hac juris civilis laude ac scienti a, sed omnibus bonis in litteris artibusque excellit, faciunt, ut quidquid proficiscatur a te, id non solum utile et commodum, sed etiam optabile omnibus esse debeat. Cum vero nuper voluminibus quadraginta editis, viginti interpretationum, totidemque responsorum, omnem ferme civilem prudentiam explicare et proferre in medium institueris, remque totam, qua nulla fere subtilior neque enucleatior exeogìtari possi t, summo studio et cura, summis laboribus vigiliisque confeceris, diuque sub eadem expolitam lima adhuc compressam domi continueris, quid mirum, mi doctissime Ripa, si ego, ut ea aliquando ederes, et ad publicam utilitatem invulgares, non hortator solum verum etiam rogator accessi (ib. t. 1, p. 201, ec.)? E siegue encomiando altamente queste opere, le quali forse in confronto alle altre finallora uscite eran meritevoli di tali elogi, ma cadder di pregio, quando si videro in luce quelle del grande Alciati. V. Ci basti accennare i nomi di Pier Paolo Parisio cosentino professore di leggi in Padova e in Bologna (Pancir. I. cit. c. 108), indi fatto cardinale da Paolo III, e destinato al [p. 1054 modifica]Io5.| LIBRO concilio di Trento, benché poscia in alili affari lo occupasse il pontefice, intorno al quale più copiose notizie ci somministra il march Salvadore Spiriti (Scritt, cosent, p. 42, ec.); di Girolamo Prividelli reggiano (c. i%)7 professore in Bologna, e uomo di sì gran nome, che il re Arrigo VIII lo scelse a trattar in Roma la causa del fatal suo divorzio; e che tornato poscia a Bologna, fu indi a poco barbaramente ucciso dalFaccusator di un reo da lui difeso (il); di Guglielmo Pontano perugino, di Marino Freccia da Ravello nel regno di Napoli (Giustiniani, Scritt. leg. Napol. t. 2, p. 50, ec.), di Lodovico Gozzadini bolognese (c. 160, 161), di Lancellotto Politi (c. 163), che fu prima celebre professore di leggi, e poi rendutosi domenicano col nome di Ambrogio Catarino, fu ancor più celebre teologo, e noi ne abbiamo parlato nel primo capo di questo libro 5 di Antonio Vieri e di Marco Antonio Bellarmati amendue sane.si (c. 16.4)7 del secondo de’ quali si può consultar la grand’opera del co. Mazzucchelli (Scritt. it, t. 2, par. 2,p. 641)5 di Giannantonio Rossi alessandrino (c. 166), professore di (n) Del Prividelli, o Previdelli, veggausi piò stese notizie nella Biblioteca modenese (L 4? P-)• a ciò ebe allora ne ho dello, deesi ora oggiuguere che 1' uccisore del Previdelli fu Ludovico di bangiorgio bolognese, come raccogliesi da un atto de’ di maggio del i538, a rogito di Antonio de' Rodai li notaio bolognese, con cui U padre e i fratelli deir uccisore noininan proccuratori a trattar di pace co’fratelli delP ucciso, il qual alto conservasi presso il sig. Prospero Fontane» reggiano da me altre volte lodato. [p. 1055 modifica]SF.COKDO 1055 leggi in Pavia, in V alcuza nel Debbiato, ili Turino e in Padova, onorato delle cariche di senatore dal duca di Savoia, e da Carlo V de’ titoli di cavaliere e di conte Palatino, e rimunerato in Padova collo stipendio di mille annui ducati, di cui ci ha l’atto l’elogio il Ghilini (Teatro d Uomini letter. t. 1, p. 180, ec.); e tratteniamoci alquanto più a lungo nel ragionare di un altro giureconsulto che e pel nome de’ suoi antenati e pel suo valore medesimo fu de’ più illustri. Parlo di Mariano Soccini sanese, detto il giovine a distinzione del vecchio, di cui fu nipote per mezzo di Alessandro di lui figliuolo. Nato in Siena nel i4$27 e istruito nelle belle lettere e nella giurisprudenza prima in patria, poi in Bologna, alla scuola di Bartolommeo suo zio. tornò poscia con esso a Siena, e ivi in età di 21 anni, ricevuta la laurea, cominciò a tenere scuola di legge e a spiegare le Istituzioni (Pancir. I. eit. c. 1*61), e quindi a interpretare alternativamente un anno il Diritto civile, un altro l’ecclesiastico. Così egli stette in patria fino al 1517. nel qual anno passò alla cattedra di legge nell’università di Pisa collo stipendio di 302 fiorini d’oro in oro (Fabbrucci ap. Calog. t. 51, p. 82). Ma avendo ivi a suo competitore, non Girolamo Detto, come dice il Panciroli, ma Ermanozzo Deto, come corregge il Fabbrucci, parve che il Soccini non sostenesse abbastanza il nome che di lui era precorso. Sette anni appresso tornossene alla sua patria, dalla quale in quel frattempo due volte era stato inviato ambasciadore, prima alla Repubblica fiorentina, poscia a Leon X. Appena però [p. 1056 modifica]I i>56 LIBRO trattenuesi un anno in Siena, che dalla Repubblica vcncla fu condotto nel 1525 professore a Padova collo stipendio di 625 fiorini, che poi tre anni appresso crebbero a 800, e nel 1533, quando fu promosso alla prima cattedra, giunsero a 1000 (Facciol. Fasti, pars 3, p. 116, 134, 136). Era ivi al tempo medesimo e col medesimo stipendio quel Giannantonio Rossi rammentato poc’anzi. Venivano questi due professori sovente a contesa 3 e il Soccini che lusingavasi di non avere chi lo uguagliasse, non potea sofferire che il Rossi gli andasse in tutto del pari. Cominciò dunque a richiedere di aver almen 10 scudi di annuale stipendio sopra il suo rivale e perchè si avvide che gli si davan parole, e udì anzi rinfacciarsi che non sarebbero a Padova mancati altri dottori, egli segretamente venne a trattato co’ Bolognesi, e ottenuta ch ebbene la promessa di 1 200 scudi di stipendio, e di altri 200 pel viaggio, rinnovò le istanze alla Repubblica per un più ampio stipendio, e avutane la consueta risposta, andossene a Bologna nel 1542, ed ivi continuò a vivere e ad insegnare fino alla morte, benchè il duca Cosimo gli offerisse 1500 scudi per averlo a Pisa, e 3000 il re di Portogallo per condurlo a Coimbra, e 2000 la Repubblica di Ragusa, perchè colà si recasse a stendere un codice di leggi municipali, e i Veneziani di nuovo ed Ercole II duca di Ferrara gli facessero le più generose proferte. Morì nel 1556, e vuolsi che colla sua incontinenza ei si affrettasse la morte. Gli scolari tedeschi ch’ egli avea in Bologna, in segno della loro stima il [p. 1057 modifica]SECONDO I057 portarono sulle loro spalle al sepolcro nella chiesa di S. Domenico; e le molte opere ch egli diede alle stampe, furono allora in gran pregio, e benchè ora appena sien lette, mantengon però la memoria del loro autore. Molti figli ebbe da Cammilla Salvetti sua moglie; e i più celebri tra essi furono Alessandro che già cominciava ad emular la gloria del padre, quando una immatura morte sorpreselo in Macerata, ov era professore di legge, nel 1541; e Lelio, che troppo abusandosi del suo ingegno, fu un de primi autori dell eresia degli Antitrinitarii, di che si è detto altrove. VI. Ebbe ancor fama di egregio giureconculto Francesco Sfondrati figlio di Giambattista, senator milanese e nato in Cremona nel 1493. Ma egli dopo avere per pochi anni sostenute le cattedre in diverse università, passò ad essere impiegato dal duca Francesco Sforza II e dall’imp Carlo V in ragguardevoli cariche, nelle quali egli diede tal saggio di probità e di prudenza, che ne ebbe da Cesare singolari onori e feudi amplissimi in ricompensa. Fu tra le altre cose governatore di Siena; e con qual plauso reggesse quella città, cel dimostra una lettera di Luca Contile sanese scritta nel 154 2, quando lo Sfondrati, finito il governo, ne fece partenza: Fino all anima mi rincresce, scriv egli (Contile, Lett. t. 1, p. 59), che il sig. Francesco Sfondrato si sia partito, o sia per partirsi, perchè antivedevo io nella gran virtù di. quell' Eccellentissimo Senatore la tranquillità di cotesta nostra patria. È egli quel sapientissimo Signore dotto con singularità in tutte le scienze, Tiraboschi, Voi XI. 29 [p. 1058 modifica]Io58 LIBRO ottimo di vita, prudentissimo nelle azioni del mondo, esemplare et amabile, anzi d incomparabil grazia, non si vedendo nè il più bello, nè ’l più reverendo aspetto del suo, nè sperimentandosi nei negozii grandi, mediocri, et piccoli, il più giusto, il più pio et il più risoluto. Che poteva essere altrimenti, essendo nato in Cremona, et gradiulto-in Milano? Un luminosissimo e lungo elogio ne abbiamo ancora in una orazione di Francesco Zava Zavae Orat. p. 65, ec.). Mortagli la moglie Anna Visconti, da cui ebbe fra gli altri figli Niccolò, che fu poi papa Gregorio XIV, fu dal pontef Paolo III adoperato in più rilevanti affari a pro della Chiesa, e sollevato nel 1544 alfonor della porpora. Niun’opera legale diede alle stampe, ma solo un poema latino in tre libri diviso sul Rapimento di Elena. Morì nel 1550 in età di soli 56 anni, e più copiose notizie si possono di lui vedere e presso il Panciroli (c. 165) e presso l’Argelati Bibl. Script mediol. t 2, pars 1, p. 1361, ec.), il quale ragiona ancora distintamente di altri uomini per sapere famosi usciti da questa illustre famiglia. Al Panciroli stesso io rimetto chiunque desideri copiose notizie intorno ad Emilio Ferretti (c. 167) oriondo da Ravenna, ma nato in Toscana, che, oltre agli onorevoli impieghi esercitati, fu professore di leggi in Valenza nel Delfinato e in Avignone, ove finì di vivere nell’an 1552. Tra’ primi giureconsulti ancora fu annoverato Marco Mantova Benavides di famiglia spagnuola, trasportata a Mantova, onde prese il cognome, e poscia passata a Padova, [p. 1059 modifica]SECONDO 1059 ove Marco nacque nel 1489 (c. 168). Egli non ebbe mai soggiorno stabile e fermo fuor della patria 5 ivi coltivò gli studii della giurisprudenza, e ivi gfillustrò insegnando dal i5i8fino al 1564, e giunse ad aver lo stipendio di 800 fiorini, non mai conceduto in addietro ad alcun cittadino. Ei fece ammirare non il suo saper soltanto, ma ancor la sua eloquenza j perciocché avea una non ordinaria felicità nel ragionare improvvisamente, e spesso si udì perorare due volte al giorno in occasione del conferire ad altri la laurea. Delle ricchezze raccolte fece ottimo uso, adunando gran copia di antiche statue e medaglie, e formando una bella serie de’ ritratti di celebri giureconsulti. Una magnifica statua ancora fece egli scolpire per ornare il cortile della propria Sua casa, di che con lui rallegrasi in una sua lettera del 1546 Pietro Aretino (Lctt. I. /\7 p. 43). Ei pensò ancora molto tempo innanzi alla morte a formarsi un magnifico mausoleo nella chiesa de’ SS. Filippo e Jacopo) e abbiamo un’altra lettera di Pietro Aretino del 1545 a Meo ossia Bartolommeo Ammanati scultore, in cui loda il disegno dell’arca che dee fare per l'Eccellenza del Mantova, non meno inventore delle Leggi mirabile, che interprete ammirando (ivi, l. 3, p. 126). Questo deposito era già compito nel 1546, come raccogliesi da una lettera che Agostino Beaziano scrisse da Zara al Mantova, con lui di ciò rallegrandosi, e inviandogli un epigramma da sè composto, perchè vi fosse inciso) e l’una e l'altro si posson leggere nell’erudita ed esatta Descrizione delle Pitture, ec. di Padova del [p. 1060 modifica]J0G0 LI URO sig. Giovambulista Rosselli (p. 107, ec. ed. Palio v. 1776), il quale minutamente descrive questo bel mausoleo. Ma il Mantova non si affrettò ad entrarvi, e visse fino all’ età di 93 anni, cioè fino al 1582. Oltre le lodi che dà il Panciroli all’ingegno, al sapere, alla probità e alle altre virtù del Mantova, si può vedere l orazion funebre che troppo presto ne scrisse Girolamo Negri, il quale ito una volta a trovare il Mantova gravemente infermo, e credendolo già disperato, tornato a casa, ne scrisse il funebre elogio che si ha alle stampe (Nigri Epist. et Or. p. 158, ed. rom. 1767). Ma il Mantova si riebbe, e lasciò che il suo encomiatore lo precedesse di 25 anni al sepolcro. Moltissime e di diversi argomenti son le opere di questo insigne giureconsulto, che si annoverano da molti, e fra gli altri dal sig ab Costanzi nelle sue note alle Lettere del suddetto Negri, tra le quali ne ha due dirette al Mantova (ib. p. 101, 113). Io accennerò solo le compendiose Vite degl’illustri Giureconsulti antichi e moderni, intitolate Epitome J'irorutn illustriii/n, colle quali egli si è renduto assai benemerito di questa parte di storia letteraria. VII. Ed eccoci giunti, seguendo l’ordine del Panciroli, a ragionare del celebre Andrea Alciati (c. 169). Bello ed esatto è l’articolo che sulla vita di questo famoso giureconsulto si legge presso il co Mazzucchelli (Scritt. ital. t 1, par. 1, p. 354, ec.), il quale dalle lettere e dalle altre opere delfAlciati, da’ monumenti autentici e dagli scrittori contemporanei ne ha ! [p. 1061 modifica]secondo 1061 raccolte le più accertate notizie. Noi dunque, secondo il nostro costume, accenneremo in breve le cose ch egli ha ampiamente svolte e provate, e ci tratterremo più a lungo o in quelle cose che per sorte ci venga fatto di aggiugnere, o in quelle che meglio ci spiegano il carattere di questo grand’uomo. Andrea Alciati, figlio di Ambrogio Alciati nobile milanese e decurione nella sua patria, venne a luce in Alzate terra della diocesi di Milano agli 8 di maggio del 1 Ì93- Giano Parrasio lo istruì nella greca e nella latina lingua in Milano, c pochi scolari ebbe quel valentuomo clic a epiesto si potessero pareggiare. Nella giurisprudenza udì singolarmente Giasone Maino in Pavia e Carlo Ruino in Bologna, e presto andò di gran lunga innanzi a’ suoi stessi maestri, di che diede pruova col pubblicare in questa seconda città, essendo ancora scolaro e giovane di 21 anni, cioè nel 1513, le sue Note su gli ultimi tre libri delle Istituzioni di Giustiniano, da lui scritte nello spazio di soli 15 giorni. Ricevuta ivi l’anno seguente la laurea, tornò a Milano, e per tre anni si esercitò nel trattare le cause, ammesso perciò con singolar privilegio nel collegio de’ Giureconsulti. Alcune opere ch ei pubblicò in quel tempo, e quella principalmente de Paradossi del Diritto civile, che presso alcuni il fecero comparire qual novator pernicioso nella giurisprudenza, gli conciliarono tale stima presso i più saggi, che nel 1518 fu chiamato ad Avignone professore di leggi collo stipendio di 500 scudi. Ei giunse tra poco ad avere fino a 700 uditori e quindi due anni appresso, [p. 1062 modifica]10G2 LiLRo accresciutogli lo stipendio di altri 100 scudi, si vide ancor crescere il numero degli scolari sino ad 800. Erasmo, che da Bonifacio Amerbachio ebbe avviso del gran valore dell’Alciati, gli scrisse nel 1521 lettera di congratulazione (Erasm. Epist. t. 1, ep..600), nella quale altamente ne loda eruditionem pro modo aetatis poene ine redibitori, et mores niveos omnibus (jue gratiis refertos. A tanti applausi la vanità, da cui FAlciati non seppe mai abbastanza difendersi, cominciò a gonfiarlo: Scribitur ad me, scrivea egli nel 1520 a Francesco Calvi (post epist. marq. Gudii, p 77), undique gentium, ab Anglis, Saxonibus, Belgis, Pannonibus, ut nullo non loco reperiatur, qui vel ex scriptis vel ex doctissimorum relatione Alciatum non agnoscat. Dedit ad me nuper li te ras Joannes Cuspinianus in Austria Senatus Praeses, dedit Claudius Metensis ex Basilea, dedere ceteri docti, ec. Aveagli il Calvi proposta una cattedra nell’università di Ferrara, e l Alciati non isperando trovar altrove vantaggi ed oneri più grandi di quei’ che allora godeva, la ricusò. Leon X, a cui serviva l’Alciati leggendo in Avignone, lo onorò delle divise di conte Palatino Lateranense. Ciò non ostante le istanze di sua madre e di un suo zio, le infelici circostanze de’ tempi, per cui gli Avignonesi sminuirgli volevano lo stipendio, e forse più ch’ogni altra cosa, una certa incostanza ch era naturale all’Alciati, lo determinarono a tornare a Milano nell’anno 1521. Ripigliò ivi l'impiego di avvocato, e scelto da’ suoi concittadini all’onorevole carica di vicario di provvisione, la ricusò, solo [p. 1063 modifica]SECONDO I o63 per attendere più tranquillamente a’suoi studi. Ma presto invogliossi di nuovo di salir sulle cattedre, e raccomandossi per lettere a" suoi amici, perchè il facessero chiamare o a Padova, o a Pisa, o a Ferrara, o a Bologna, suggerendo anche loro qualche artifìcio, perchè il facessero richiamare ad Avignone. Queste pratiche allora non riuscirono, e lo sconvolgimento in cui era allor per le guerre la Lombardia, e i danni che n ebbe egli stesso, il fecer risolvere a lasciare l’Italia e a tornare in Avignone. Ivi egli era nelfollobre delioaS, come raccogliam da una lettera del Sadoleto a Lazzaro Buonamici, scritta a' 31 del detto mese: quamquam Avenione est Alciatus vir omni cultissimus doc trina, miìiique amirissinius (Sadol. Epist Famil. t. 1, p. 2/(3, ed. Rom.). Non sembra però, che ivi ei fosse di nuovo scelto a interpretare le leggi. Un altro più onorevole invito ebbe in vece l Alciati, cioè dalla università di Bourges collo stipendio di 600 scudi, ov’ei si recò verso la fine del detto anno. Ma appena egli vi era, cercò per opera del Sadoleto di tornare in Italia e di esser chiamato a Bologna. I cittadini di Bourges però si adoperaron per modo, ch’egli vi si trattenne fino al 1532. Se gli onori e i vantaggi avesser potuto fissare l incostante umor dell’Alciati, non mai ei ne sarebbe partito. Allo stipendio accennato aggiunse il re di Francia una pensione di altri 300 scudi. Il Delfino venuto un giorno ad udirlo, gli fè’ dono d’una medaglia d’oro, che valeane 400 Lo stesso re Francesco I ne onorò una volta la scuola, e l Alciati, benchè sorpreso, gli recitò improvvisamente [p. 1064 modifica]I064 LIBRO un1 orazione die si ha alle stampe. Ma tutto ciò non ostante ei volle partirsene, e pieno di mal talento contro que cittadini, scrisse contro di essi un satirico epigramma, a cui un di essi fece risposta ancor più satirica. Amendue gli epigrammi son riferiti dal co Mazzucchelli. Mentre egli era ancora in Bourges, il Bembo fece ogni sforzo perch’ei fosse chiamato a Padova. Di questo affare ragiona il Bembo sì nelle sue lettere famigliari italiane, dalle quali parecchi passi che qui appai tengono, ha estratti il co Mazzucchelli, che nelle latine, le quali da questo scrittore non sono state osservate. Dalle prime sembra raccogliersi che gli altri professori, e singolarmente Francesco Corti da noi mentovato poc’anzi, tanto si adoperarono, che ottennero che l’Alciati non fosse colà invitato. Ma dalle latine si trae che l Alciati fu veramente invitato, e che per lui solo stette che non venisse. Una di esse è scritta a lui stesso a Bourges nel luglio del 1532, e in queste lo esorta il Bembo a venire a Padova; accenna la difficoltà dall’Alciati proposta, cioè che avendo egli chiesti pel suo stipendio scudi del sole, non so quanti, gli erano stati promessi scudi semplici, e lo assicura che avrà più assai di quel ch’ei possa bramare (Bemb. Epist famil l.5, ep. 29). Nell’altra diretta a Milano, e scritta nell’aprile del 1534 gli dice che riceve bensì la scusa del non esser egli venuto a Padova l’anno scorso, ma che i presidenti dell università son persuasi ch’egli abbia voluto ch’ essi pattuissero con lui dello stipendio, per averlo poi maggiore in Pavia, e che si dolgono [p. 1065 modifica]SECONDO 1 oG5 di esso Bembo, perchè ingannati dalla parola da lui lor data, non han provveduto a quella cattedra (ib. ep. 30). È certo adunque che fu veramente l’Alciati chiamato a Padova, e che dopo aver accettato finvito, sotto varii pretesti si schermì dall’andarvi. In fatti tornato in Italia verso la fine del 1533, e nominato senatore dal duca di Milano, fu inviato professore a Pavia collo straordinario stipendio, se crediamo al Cardano, di 1500 scudi. Ma dove potea l Alciati trovare stabil soggiorno? Sulla fine del 1537, pe’ tumulti, com’egli dice, di guerra passò a Bologna, ov ebbe lo stipendio di 1200 scudi (*). Indi dopo quattro anni fu richiamato a Pavia collo stesso stipendio, e collo stesso due anni appresso, cioè nel i5/|3, portossi a Ferrara, ove alfoccasion del passaggio che ili colà fece il pontefice Paolo III, fAlciati ne ebbe molle onorevoli distinzioni, e il titolo di (*) In questo ducale archivio conservasi una lettera dell Alciati scritta da Bologna a 27 di dicembre del 1538 a Lodovico Cato a Ferrara, in cui gli rende grazie che gli abbia pr occurata la condotta alla cattedra di leggi nell’ università della stessa città di Ferrara. Ma non pare che allora veramente vi si conducesse. Un" altra lettera se ne ha ivi ancora al duca Ercole II, scritta da Pavia a 15 di marzo del ' 547 T 'n CUI ^ prega a ordinare che gli sieno pagati 350 scudi, che t ut tur gli si debbono pel suo stipendio; si scusa se non ritorna a Ferrara, dicendo che non ne è egli in colpa, perchè fu colto all’ improvviso; e che in avvenire si troverà forse rimedio a tali precetti. Ma eran queste probabilmente le consuete scuse di questo incostante e volubile professore, di cui innoltre si ha nel medesimo archivio un Consulto ms che comincia Verba chartulae procuratoriae transmissae per Comitcni Uag. [p. 1066 modifica]I o66 LIBRO protonotario. Il co Mazzucchelli lo riconduce a Pavia nel 1547 Ma dall’elenco degli Atti di quella università si raccoglie ch’ei vi era sulla fine del 1546, poichè s’accenna un decreto fatto a’ 29 di ottobre del detto anno: de die indiata pi o initio studii, et de D. Andrea Al• ciato Senatore et Le gente, qui primo profiteatur. Non avrebbe probabilmente l'Alciati fatto ivi soggiorno più lungo del suo costume; ma la morte che lo sorprese in età ancor vigorosa a’ 12 di gennaio del 1550, non gli permise di cercare più altra stanza. Vuolsi che la morte gli fosse cagionata dal soverchio mangiare, giacchè troppo avido del cibo, non meno che del denaro, erasi egli sempre mostrato. E fu veramente gran danno che in un uomo di tanto sapere si vedessero parecchi difetti che ne oscuravano alquanto la fama, e singolarmente l’incostanza, la vanità e l’ingordigia dell’oro. Vili. Noi nondimeno gli perdonerem volentieri questi ed altri difetti per gratitudine a’ segnalati vantaggi ch’ei recò alla giurisprudenza ed alle altre scienze. I giureconsulti in addietro non erano stati comunemente che semplici giureconsulti; e l innumerabile moltitudine delle leggi, e quella ancora più sterminata degl interpreti gli opprimeva per modo, che non era quasi possibile che potessero rivolgere altrove il pensiero. Quindi niuno avea ancora ardito di valersi della storia, della critica, dell'antichità, delle lingue e di altri generi di letteratura per rischiarare le leggi, le quali perciò giacevansi in quella oscurità e in quella barbarie in cui l’ignoranza di tanti secoli precedenti le [p. 1067 modifica]SECONDO I067 avea involte. L’Alciati adunque fu il primo che stendendo i suoi studii quasi ad ogni ramo della seria e della piacevole letteratura, di essa si valse per dare alla giurisprudenza un aspetto del tutto nuovo, togliendola dall ingombro delle scolastiche sottigliezze, e illustrandola co’lumi di una vasta ed universale erudizione. Lo studio delle lingue greca e latina, delle antiche iscrizioni, de’ classici autori, della storia greca e romana, gli fece conoscer profondamente lo spirito delle leggi, gli additò i gravi errori in cui gl’interpreti erano finallora caduti, gli scoprì la saviezza e la maestà della romana giurisprudenza 5 ed ei mostrò in qual modo lo studio di essa, che prima era considerato come proprio soltanto d’uomini laboriosi e d’ingegni, dirò così, pedanteschi, potesse ancor occupare lo spirito penetrante di un profondo filosofo. Non mancaron però all’ Alciati contradittori e nemici, e alcuni giunsero a parlarne come di un miserabile gramaticuzzo. Ma questa è stata sempre la sorte di tutti coloro che hanno aperto nelle scienze un nuovo sentiero, e han mostrato ch era fallace la via finallora battuta. Maggior nondimeno che quel de' biasimatori e nimici fu il numero de’ lodatori e ammiratori dell Alciati, che il rimirarono come il ristoratore e il ravvivatore della giurisprudenza. Molti degli elogi a lui fatti si riferiscono o si accennano dal co. Mazzucchelli. Io darò invece una breve idea delle opere ch’ei ci ha lasciate, delle quali e delle loro edizioni si trovano più distinte notizie presso il suddetto scrittore, che annovera quelle ancora che sono inedite. La maggior [p. 1068 modifica]I 10(38 LIBRO parie di esse appartengono alla giurisprudenza. Ma molte ancora ve ne ha di diversi altri argomenti, e principalmente su magistrati e sugl’ impieghi militari e civili della romana Repubblica, sulle misure e su’ pesi degli antichi, sulla lingua latina, sul duello. Già abbiamo altrove parlato delle antiche Iscrizioni milanesi da lui raccolte, delle quali egli si valse a compilare i quattro libri della Storia di Milano dalla fondazione della città fino a tempi di Valentiniano, opera di picciola mole, ma ur.a delle prime in cui si vedesse la storia appoggiata alla fede di antichi documenti. Celebri ancora per le moltissime edizioni e versioni e comenti fattine sono gli Emblemi delPÀlciati, ne’ quali egli sotto figure simboliche spiegate poi con eleganti epigrammi descrive le virtù e i vizi -, opera avuta, e non senza ragione, in gran pregio, finchè furono alla moda gli emblemi, ma ora insieme con essi dimenticata. Essi però ci mostrano ancor il valor dell' Alciati nel poetare, se pur non vogliamo apporgli a difetto, come fece il buon tedesco Olao Borrichio, ch’ei termina i suoi pentametri con parole di più di due sillabe. Ne abbiamo ancora e molte orazioni e molte lettere inedite, tra le quali ne ha tre inedite questa biblioteca Estense, e alcune annotazioni sulla Storia di Tacito e sulle Epistole famigliari di Cicerone, e la traduzione di alcuni Epigrammi dell’Antologia greca, e un Trattatello de’ versi e delle parole di Plauto, e più altri opuscoli; intorno a’ quali io rimetto chi legge alla più volte citata opera del conte

Mazzucchelli (/. cit. p. òyj) (a). Vuoisi <jui ancor fare un cenno di Francesco Alciati parente e scolaro carissimo di Andrea, che morendo il nominò suo erede, e parve, come ben riflette il suddetto scrittore, che insiem co’ beni egli ne ereditasse il sapere e la molteplice erudizione. Fu anche egli professore nell’università dì Pavia, ov ebbe la sorte di avere a suo discepolo S. Carlo Borromeo, e quella ancor maggiore di venir presso lui in altissima stima talchè questi, quando fu al fianco del pontef Pio IV suo zio, il fece chiamare a Roma, ove l Alciati, dopo essere stato occupato in riguardevoli cariche e in commissioni di molta importanza, e dopo aver avuti successivamente più vescovadi, fu nel 1565 innalzato all onor della porpora. Fu uomo non solo nella giurisprudenza, ma nelle belle lettere ancora versato assai, fu ascritto alla famosa accademia degli Affidati di Pavia, e dagli scrittori di que’ tempi lodato, fra’ quali Pier Vettori altamente n esalta in una sua lettera l’erudizione e l ingegno (P. Victor. Epist. l. 8, p. 193). Morì in Roma ai’ 19 d’aprile del 1580. Poco di lui si ha alle stampe, come raccogliesi dal catalogo delle opere stampate ed inedite di esso datoci dal co Mazzucchelli, a cui deesi aggiugnere tra le prime una lettera di esso al suddetto Vettori, pubblicata negli Aneddoti romani (t. 3,p. 3q2). (a) Di alcune altre operette stampate e inedite del1" AIciuti sfuggite alla diligenza deU’Argelati e rlrl conte Mazzucchelli, ragiona il eh. P. abate Casati nelle sue nule alle Lettere del Ciceri (/. i%p. 58, 5g; /. 1, p. 297), e alcune altre manoscritte ne accenna del Cardinal Francesco Alciali (/. 1, p. 811, t; 2,p. i3). [p. 1070 modifica]1070 LI URO IX. Pochi seguaci per le ragioni poc’ anzi accennate ebbe fAlciati, c la maggior parte degli altri giureconsulti che o visser con lui, o gli vennero appresso, amaron meglio di batter l’antico più facil sentiero, che il nuovo troppo più faticoso. E nondimeno, perchè pochi son sempre quelli che sappian giudicar rettamente del vero merito, ebbero anch essi fama di valorosi giureconsulti. Tali furono fra gli altri Girolamo Gagnoli (a) e Tiberio Deciano, de' quali parla in seguito il Panciroli (c. 170). Il Cagnoli era di patria vercellese, e avea già tenuta scuola nell’ università di Torino. Al principio del i5 j5 fu dato per collega al Mantova nella università di Padova collo stipendio di ottocento fiorini, cresciuti poi nel 1550 fino a mille (Facciol. Fasti, pars 3, p. 123). Ma finì di vivere l'anno seguente. Nella stessa università, e in competenza col medesimo Mantova, fu destinato a leggere il Deciano nato in Udine 3 ed egli pure giunse nel 1570 ad aver mille fiorini di annual stipendio (ib. ep. 117), e morì nel 1582, onorato con grandi elogi da Antonio Riccoboni con una orazione funebre che si ha alle stampe, e con una iscrizione piena di encomii che gli fu posta al sepolcro. Una lettera di questo giureconsulto si ha tra quelle di diversi.a Pietro Aretino (Lettere a Pietro Aret. t 2, p. 87). Soggiugne poi (a) I)cl Cagnoli, e degli onori a lui vivente e morlo conceduti in Padova, più copiose notizie si possnn vedere presso il Hiccoboni, il Tomasmi, il Papadopoli, il Facciolaii ed alni scrittori delle cose di quella università. [p. 1071 modifica]SECONDO I O" I il Panciroli un lungo elogio di Alberto Panciroli reggiano suo padre, che istruito nelle leggi da Giason Maino in Pavia, da Carlo Ruino in Bologna, da Giammaria Riminaldi in Ferrara, esercitò nella patria per molti anni e con molta lode di sapere non meno che di probità l’ impiego d avvocato, e 'diè fine a’ suoi giorni nel 1565 (c. 171) (a). Accenna in seguito cinque illustri giureconsulti sanesi (c. 17^), Rinaldo, Federico e Giovanni fratelli Petrucci, il primo de’ quali fu poi auditor del pontefice Giulio III, e Lodovico Borghesi e Girolamo Malevolti professori amendue nell’università di Macerata, e il secondo in quella ancora di Pisa, e tre non meno famosi giureconsulti novaresi (c. 170, 176), cioè Giamhatista Piotti, Girolamo T01nielli e Giamhatista Tornielli di lui nipote. Fra questi parla del secondo più lungamente, e rammenta il frequente passar eh’ ei fece dal1’università di Torino a quella di Pavia, e da questa di nuovo a quella, e 1’onorevol carica di senatore ch’egli ebbe dal duca di Savoia, 0 la cattedra da lui sostenuta in Padova dal i544 fino al i563 collo stipendio negli ultimi anni di ii5o fiorini, finché per l’ultima volta richiamato a Pavia, ivi si morì nel 1675 (Facciol. I. cit. p. 1347 i4°)• Anche Ugo Buoncompagni, che fu poi papa Gregorio XIII, si (a) ISon è solo Guido Panciroli che abbia parlato con lode di Alberto suo padre; altri scrittori di que’ tempi ne scrissero con grandi elogi, come si può vedere nella Biblioteca modenese (t. 4 » P* 5, ec. i t. 6, p. 155). [p. 1072 modifica]IO72 LIBRO rammenta a questo luogo dal Panciroli (c. 177) perchè per alcuni anni ei l'u professore di leggi in Bologna sua patria. Ma di lui abbiamo già altrove parlato più a lungo. Di Fabio Accoramboni da Gubbio fratello di Felice da noi nominato tra filosofi, di cui fa menzione il medesimo Panciroli (c. 178), mi basterà rimetter chi legge all esatte notizie che ce ne dà il co Mazzucchelli (Scritt. ital. t 1, par. 1 p. 78, ec.): e mi basterà pure accennare semplimente i nomi di Pietro Calefatti pisano e di Gianfrancesco Vegri pavese professori amendue in Pisa (c. 179). X. Di più distinta menzione è degno Aimone Cravetta, a cui pochi furono uguali nel grido di famosi giureconsulti (c. 180). Era egli nato in Savigliano nel 1504 da Giovanni celebre legale esso pure e da Giovannina Benci, e formatosi alla giurisprudenza in Torino sotto Giannantonio Rossi e Gianfrancesco Corti, si avanzò in essa sì felicemente e sì presto, che prima di ricevere la laurea incominciò ivi a tenerne pubblica scuola. Onorato poscia in età di 23 anni del titolo di dottore, fu inviato giusdicente a Cuneo; ed indi sostenne l impiego di avvocato in Torino. Dopo aver presa a sua moglie Franca figlia di Gianfrancesco Porporati dotto g’iureconsullo e presidente del senato fra lo strepito delle guerre che ardevano nel Piemonte, fu astretto a starsene due anni chiuso in una fortezza, senza aver libri co quali occuparsi. Uscitone finalmente nel 1538, ritirossi a Grenoble, ove per sette anni fu professore di legge, e nel medesimo tempo [p. 1073 modifica]SECONDO 1073 fece stampare in Lione i suoi Consulti scritti negli anni innanzi. Nel partir da Grenoble, avvenutosi a passare per Avignone, ov era poco innanzi uscito di vita Emilio Ferretti, fu ivi trattenuto, perchè ne occupasse la cattedra. Ma dicesi che avendo egli voluto impugnare le opinioni del suo predecessore, la cui memoria era a quegli scolari gratissima, questi lo accogliessero colle fischiate, e che perciò ei fosse costretto a partirne. Tornato in Italia, fu nel 1549 professore in Ferrara (Bors. Hist. (Gymn. Ferr. t. 2, p. 172). Ma la contesa ch’ egli ivi ebbe con Lodovico Cato, e innoltre la pestilenza che cominciò ad infierirvi, ne ’I fece partire due anni appresso per tornarsene alla patria. Fu indi chiamato a Pavia, ove secondo il catalogo de’ professori di quella università, aggiunto all Elenco degli Atti della medesima, cominciò a tenere scuola nel 1556. Quando nel 1560 il duca di Savoia Emanuel Filiberto eresse in Mondovì la pubblica università degli studii, volle che il Cravetta suo suddito colà da Pavia si trasferisse; e abbiam veduto, parlando delle pubbliche scuole, l’amichevol contrasto che in tal occasione ebbe quel duca col governator di Milano. Trasportata poscia la università a Torino, il Cravetta ancor vi si recò, e giunse ad aver lo stipendio di 1200 scudi, e fedele al suo principe, rigettò l ampia offerta de Bolognesi che cercavano di allettarlo con esibirgliene 1300. Nella stessa città finì poscia di vivere nel i5(x), e il cadavcro trasportato a Savigliano sua patria, fu con onorevole iscrizione, che vien riferita TiRABoscni, Voi XI. 3o [p. 1074 modifica]1074 LIBRO dal Panciroli, sepolto nella chiesa di S. Domenico. XI. Nulla minor fu la fama di Giulio Claro <!i patria alessandrino, alcune notizie della cui vita mi sono state cortesemente somministrate dal sig. D. Giuseppe Bolla ornatissimo cavaliere della stessa città. Era egli nato da Luigi Claro senator di Milano nel 1525, e compiuti gli studj nell’ università di Pavia, e ricevuta ivi la laurea nel 1550, e passati appena cinque mesi, come narrasi dal Panciroli (c. 181), fu dal re di Spagna onorato della dignità di senatore, a cui poscia si aggiunse quella di presidente del Magistrato straordinario e dell Acque. Dal 1559() al 1561 fu pretore in Cremona; e con qual lode sostenesse egli quella carica, sovvenendo a que cittadini nel tempo di una orribile carestia, e opponendosi coraggiosamente ad uomini sediziosi che sconvolgevano la città, si può vedere presso l Arisi (Crem. liter. t. '2 ì p. 268) c l Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 2, p. 2128, ec.) che ne citano in pruova i pubblici monumenti. Fu poscia dal re Filippo li chiamato a Madrid coll1 onorevole grado di consigliere reggente j e volendo quel re acchetare le intestine discordie che desolavano funestamente la Repubblica di Genova, il più opportuno a tal ardua impresa parvegli il Claro. Da lui perciò fu rispedito ili Italia, ma nel viaggio sorpreso da mortai malattia in Saragozza, secondo il Panciroli, o in Cartagena, secondo il Ghilini (Teatro, par. 1, p. 253), diede ivi fine a1 suoi giorni nel 1675 in età di soli cinquant’ anni. Il corpo ne fu [p. 1075 modifica]SECONDO 10^5 trasferito a Milano, e sepolto nella chiesa di S. Maria della Pace dei’ Minori osservanti, ove nove anni prima avea egli a se medesimo apparecchiato il sepolcro coll’iscrizione che si riferisce dal Ghilini e dall’Argelati. Quest’ ultimo scrittore ci dà un distinto catalogo delle opere da lui pubblicate, che allora furono accolte con universale applauso, e quella principalmente che ha per titolo Sententiarum receptarum opus, e la Pratica civile e criminale, che fu poi comentata da Giambattista Baiardi nobile parmigiano e celebre giureconsulto verso la fine di questo secolo stesso (Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 1, p. 69). Un lungo e magnifico elogio del Claro si ha in un’ orazione di Francesco Zava cremonese, detta innanzi a lui stesso, quando era pretore in Cremona (Zavae Orat.p. 12,ec.). Io ne recherò in voce un più breve, ma nulla meno glorioso, che ce ne ha lasciato il Taegio scrittor milanese, il qual parlando degli uomini dotti che amavano di soggiornare in villa, Et chi, dice (La Villa, p. 78), si allontana dalla memoria lo svegliato et pellegrino ingegno del signor Giulio Claro grande e illustre Senator di Milano, ornato di bellissime lettere, et huomo tanto universale, che quegli, che leggon gli scritti suoi, dubitano, s egli più filosofo sia che oratore, più leggista che matematico, più matematico che naturale, più naturale che theologo, più theologo che propheta, et finalmente più propheta che miracol di natura? Questi anche egli è tanto amico della villa, che buona parte dell anno vi consumerebbe, se non fosse [p. 1076 modifica]I 076 LIHRO V impedimento del suo ornatissimo grado. I quali elogi però dal Zava e dal Taegio rendettersi probabilmente più all’ eccelso grado in cui era il Claro in Milano, che al profondo sapere di cui egli fosse veramente fornito. Perciocchè ora, per vero dire, le opere di esso non sono in gran pregio presso gli eruditi e profondi giureconsulti, i quali non vi ravvisano che un pesante compilatore. Xll. Più altri giureconsulti si annoveran poscia dal Panciroli, de’ quali io sarò pago di far solo un cenno. Di Girolamo Albani bergamasco, poi cardinale (c. 182), di cui si hanno alle stampe alcune opere legali, oltre le teologiche, abbiam già detto nel primo capo di questo libro. Jacopo Mandelli, patrizio d’Alba nel Monferrato, fu professore di leggi in Piacenza, in Pisa e più lungamente in Pavia, ove ancora morì nel 1555 nel tempo ch egli era invitato a Ferrara collo stipendio di mille scudi (c. 1 ¿33). Di Niccolò Belloni natio di Casale nel Monferrato, che oltre alle scuole italiane fu anche professore in Valenza nel Delfinato e in Dola nelle Fiandre, e di Egidio Bossi milanese senatore nella sua patria, oltre ciò che raccontane il Panciroli (c. 186, 187), si posson vedere le più distinte notizie che ce ne dà il co Mazzucchelli (Scritt. ital. t 2, par. 2, p. 700; par. 3, p. 1849)- Furon celebri ancora a questi tempi Francesco Veggi e Giulio Salerno e CammiLlo Gallina, tutti di patria pavesi (c. 189), e Paolo Leoni e Antonio e Gasparo Orsati, tutti e tre padovani (c. 191). Ma assai più degli or nominati fu [p. 1077 modifica]SECONDO,077 illustre Silvestro Aldobrandini di patria fiorentino (c. 192), professore per qualche tempo in Pisa, ove si era formato alla giurisprudenza nella scuola del Decio e di altri valorosi maestri. Le civili discordie de’ Fiorentini, nelle quali Silvestro fu avvolto, gli furon funeste j perciocché rimasto vincitore il partito de’ Medici, a cui egli era sempre stato contrario, dovette 1*Aldobrandini, esule dalla patria e privo di tutti i suoi beni, andar quasi ramingo servendo negl impieghi di auditore, di governatore, di consigliero a più principi e a più cardinali, come si può vedere diffusamente narrato dal co Mazzucchelli (l. c. t. 1, p. 392). Paolo III, accorto conoscitore e premiatore magnifico dei’ rari ingegni, chiamollo a Roma negli ultimi anni del suo pontificato, e gli diede gl’ impieghi di avvocato concistoriale, e di avvocato del fisco e della camera apostolica. Paolo IV ancora lo volle tra’ suoi consultori, e sotto questo pontefice in età di 58’ anni finì di vivere nel 1558. Le opere legali da lui composte e pubblicate si annoverano dal suddetto co Mazzucchelli, il quale riferisce ancora gli elogi che parecchi scrittori ne han fatto, fino a dirsi da alcun di essi che nell’ interpretazion delle leggi ei non ebbe pari a’ suoi tempi. Ma forse più ancor che le opere ne renderon memorabile il nome i molti figli che’ egli ebbe, quasi tutti celebri essi ancor per sapere, e fra essi Ippolito Aldobrandini, che fu poi sommo pontefice col nome di Clemente VIII, e che mostrossi grato al suo genitore coll innalzargli [p. 1078 modifica]

t 1078 LIBRO nella chiesa della Minerva un magnifico mausoleo, e il cardinal Giovanni di lui fratello uomo esso pure e pel saper legale e pel senno assai rinomato (Mazzucch. Scritt ital. t. 1, par. 1, p. 388; Bentivoglio, Mem. l. 1.) Due cardinali ancora si nominano dal Panciroli tra’ famosi giureconsulti, Francesco Maria Mantica natio di Pordenone nel Friuli (c. 193) e Domenico Pinelli genovese (c. i r>8)? perciocché amendue, e il Mantica singolarmente, per molti anni tennero scuola di leggi all’ università di Padova. Ma le lor geste son già abbastanza illustrate dagli scrittori della storia de’ cardinali, senza ch’ io mi trattenga o a ripetere, o a compendiare inutilmente i loro racconti. Angelo Matteacci natio di Marostica nel Vicentino, due Ottonelli, e Luigi e Antonio Discalzi, e Bartoloinmeo Sab atico, tutti padovani, son rammentati con lode dal medesimo Panciroli (c. 195, 196, 197) il quale fa ancor l’elogio di Jacopo Menochio (c. 194) che sarà l’ ultimo degli annoverati da questo scrittore, su cui per poco ci tratteniamo. XIII. Era egli di patria pavese, e cominciò nella sua medesima patria a spiegar dalla cattedra il Diritto civile, cioè, come si accenna nel più volte citato Catalogo de’ Professori di quella università, l’an 1555. Cinque anni appresso il duca Emmanuel Filiberto, che alla sua nuova università aperta in Mondovì invitava con magnifiche ricompense i più celebri professori, chiese ed ebbe fra gli altri il Menochio, e della partenza di esso si fa menzione negli Atti della detta università di Pavia,* ove [p. 1079 modifica]SECONDO I07O si accenna un decreto de’ 21 di aprile del i5òj. Promotiones lectorum Institut. ob discessum a studio D. Menochii. Indi nel 1566 passò alla prima cattedra del Diritto canonico in Padova collo stipendio di 300 scudi, i quali tre anni appresso gli furono anticipatamente pagati, acciocchè potesse dare una sua sorella a marito (Facciol. Fasti Gymn. patav. pars 3, p. 81). Sei anni appresso dal Diritto canonico si volse al civile, e n ebbe ivi la seconda cattedra collo stipendio prima di 700, indi di 750 fiorini (ib. p. 123), anzi, secondo il Panciroli, di 800 scudi, perciocchè il gran duca Francesco de Medici altrettanti gliene avea proferiti, se avesse voluto recarsi a Pisa. Poichè il Menochio sostenuta ebbe quella cattedra per sei anni, accettò l’invito de Bolognesi che alla loro università il chiamarono promettendogli mille annui scudi. Ma i magistrati di quella di Padova, per non privarsi di un professore sì valoroso, il promossero alla prima cattedra, e il medesimo stipendio gli concederono che promesso aveangli i Bolognesi. Essi però dovettero sofferirne, benchè con dispiacere, la partenza, quando nel 1589) (ib. p. 117) il Senato di Milano richiamò il Menochio a Pavia. Altre magnifiche offerte gli furono di nuovo fatte per ordin del gran duca 5 ma egli di nuovo le rigettò, nè ebbe a pentirsene, perciocchè fu eletto senatore in Milano, e poscia presidente del Magistrato straordinario. Morì in Milano nel 1607, e molti tomi di opere legali dati alla luce lasciò per monumento del suo sapere e del suo instancabile studio. Esse sono ancora [p. 1080 modifica]Io8o LIBRO in uso presso molti legali, e non si giacciono abbandonate del tutto alla polvere e alle tignuole, come quelle di molti altri giureconsulti. Il catalogo di tutte Fopere del Menochiò si può vedere presso FArgelati (Bill. Script, mediol. t. 2, pars 2, p. 2128, ec.), che. di lui ragiona tra gli scrittori stranieri che son vissuti in Milano. Il Ghilini ancora ne ha fatto l’elogio (Teatro, t. 1, p. 139), e non ha temuto di dirlo il primo di quanti dottori dell una e dell’altra legge fiorirono in quel secolo. XIV. Noi abbiamo seguito finora l’ordine del Panciroli, e siatn venuti scorrendo velocemente la serie degl’illustri giureconsulti, de’quali egli parla distintamente nella sua opera. Ma molti ne ha egli ommessi, e molti ne ha nominati sol di passaggio, i quali pure non sono punto men meritevoli di giuste lodi, che la più parte di quelli la cui memoria egli ha voluto illustrare. Noi dunque, benchè siam risoluti di non volere andar in traccia di tutti gli scrittori e professori di legge, e benchè anzi ci siam prefissi di lasciarne in disparte moltissimi, per non annoiare soverchiamente chi legge, in questa non troppo dilettevol parte di storia, non possiamo però senza mancare a’ doveri di scrittor sincero ed esatto dimenticarne alcuni che hanno diritto ad essere annoverati tra’ più famosi. Tre della famiglia de’ Cati furono grande ornamento della università di Ferrara. Lodovico fu il primo, di cui scrisse la Vita, da me non veduta, Bonaventura Angeli. Il solo elogio però, che ne ha fatto Marco Mantova, basta a farcelo avere in conto d'uomo dottissimo nelle leggi (Epit. [p. 1081 modifica]SECONDO I n81 Vìr. ili. n. 71); perciocchè egli dice ch’egli era di acutissimo ingegno, e che il diede a conoscere principalmente nelle diverse opere che diede a luce, in alcuna delle quali non temè di azzuffarsi col grande Alciati, che fu carissimo a' duchi Alfonso I ed Ercole II e ch’egli pure fu sì attaccato a’ suoi principi, che, benchè allettato con larghe promesse dalle università di Padova e di Bologna, non volle giammai partirsi dal lor servigio, nè abbandonare la patria; e che ivi finalmente morì in età avanzata. Tra le Lettere del Calcagnini una ne abbiamo a lui scritta, in cui esalta con somme lodi il libro De praescriptione quinque pedum da lui pubblicato. Renato di lui figliuolo non solo seguì gli esempii del padre nel professar dalla cattedra la giurisprudenza, ma ottenne presso i suoi principi tale stima, che fu da essi impiegato in diverse ambasciate, e singolarmente da Ercole II, da cui per sè e pe suoi discendenti ebbe il titolo di conte Palatino Borsetti, Hist. Gymn. Ferr. t 2, p. 162). Paolo Sacrati con una sua lettera scritta nel 1589 con cui rallegrasi del raro ingegno di cui era dotato, rammenta la stima di cui avea goduto Lodovico di lui padre, e le ambasciate nelle quali lo stesso Renato era stato adoperato (P. Sacrat. Epist. l. 6). Bello è ancora l'elogio che ne fa Torquato Tasso, il qual parlando de’ ragguardevoli personaggi de’ quali il duca di Ferrara valeasi per le ambasciate, Nè tacerò, dice(Il Messaggero), del Sig. Renato Cato, che siccome nella prudenza e nell intelligenza delle Lettere agguaglia il padre famoso Giureconsulto, [p. 1082 modifica]io8s unno così coll' affabilità de costumi e colla cultura delle umane Lettere a ciascun altro si può pareggiare. Finì di vivere nel 1605; e ne riferisce il Borsetti l’iscrizion sepolcrale (l. c. p. 102). Di amendue questi celebri giureconsulti si hanno ancora più distinte notizie presso il Baruffa Idi (Guariti. Suppl. ad Borsett. pars 2, p. 3i)j 5o, 5f). Sigismondo per ultimo fu pel suo sapere nelle leggi onorato di ragguardevoli impieghi, e fra le altre cose fu destinato dal Cardinal Ippolito II d’Este a reggere la città di Siena (Borsetti, l. c. p. 168). Degno è d esser letto un epigramma di Giambattista Pigna, in cui unendo insieme questi tre Cati, loda la loro eloquenza, la lor destrezza, la lor perizia nell'uno e nell’altro Diritto, eie sottili e ingegnose lor dispute (Carm. l. 2). Uomini parimente di molto grido nella stessa università di Ferrara furono Prospero Pasetti ferrarese, e gli elogi che ne fanno Giulio Gregorio Giraldi e il Pigna ne' luoghi dal Borsetti citati (l. c p. i49)> bastano a farcene certa pruova e Ippolito Riminaldi autore di molte opere, e morto in Ferrara sua patria nel 1589 (ib. p. 154), e Jacopo Cagnaccini, da cui e la giurisprudenza fu illustrata con alcune opere legali, e con eleganti versi coltivata la poesia (ib. p. 135); e Cammillo Vistarini pavese (ib. p. 128), e Serafino Giacobelli ferrarese (ib. p. 141) ed altri in gran numero, che nella Storia di quella università vengono rammentati, e si accennano gli elogi co' quali essi sono stati onorati dal Calcagnini, dal Giraldi e da altri uomini dotti di quell’ età; e del Vistarini singolarmente fa il [p. 1083 modifica]SECONDO |o83 Caleagnini un magnifico elogio in una lettera a lui medesimo scritta da Buda nel 1518: Vix possem eloqui (Op. p. 53), Cammille vir (doctissime, quantum me alliciat ac teneat tua isthaec amoenitas ingenii ad omnes praeclaras disciplinas nati. Mitto studia forensia, in quibus longe praecellis, mitto legum arcana, in quibus nihil est tibi inexcussum, intpervium, fiiA/7 obscurum. Sed quum in has etiam nostrates studiorum amaenitates descendis, quanto id facis judicio, quanto haec scrutaris acumine, ut si hoc unum agas vix, tibi ad ea exploranda otium aut ad recolenda suppetere posse videatur memoria! In due altre lettere però lo avvisa che si spargon di lui poco onorevoli voci, cioè che abbia più riguardo all’amicizia che all’ equità, e che antiponga le ricchezze alla giustizia. E noi potremmo, se avessimo agio a tanto, in somigliante maniera andare scorrendo per le altre università più rinomate d’Italia, e ognuna di esse ci additerebbe un gran numero di legisti che ad essa accrebber gran nome. XV. Fra tanti celebri professori di civile giurisprudenza non dee tacersi il nome di uno che, benchè mai dalla cattedra non l insegnasse, le giovò nondimeno al par di chiunque e più ancora di molti. Ei fu Lelio Torelli, di cui assai a lungo ragionasi dal can Salvino Sai vini (Fasti consol dell' Accad fiorent, p. 130, ec.), che ne ha ancora pubblicata l Orazion funebre recitata da Filippo Sasseti, e dal sig Domenico Maria Man ni (Sigilli, t. 9, sig 22; t 21, giunta 1), dietro a’ [p. 1084 modifica]I084 LlliRO quali io verrò compendiosamente accennando le più importanti notizie. Ebbe a sua patria Fano, e genitori gli furono Giannantonio Torelli e Camilla Gostanzi, da’ quali nacque a 28 d’ottobre del i4$9- Uopo gli studii elementari fatti in patria, fu inviato a Ferrara ad apprendervi le lingue greca e latina da Jacopo Gostanzi suo zio materno, il quale però dee aggiugnersi a’ professori di quella università nominati dal Borsetti, come pure il Torelli deesi annoverare fra gl' illustri alunni della medesima. Studiò poscia la giurisprudenza in Perugia, ove in età di 22 anni prese la laurea, e abbiamo una lettera di Pietro Aretino al Torelli, in cui rammenta il tempo nel quale il conobbe scolaro in quella città (l. 5, p. 158). Cominciò indi ad essere adoperato ne’pubblici affari e in onorevoli magistrature, fatto successivamente podestà di Fossombrone, uno de’ capi de magistrati della sua patria, e da essa inviato ambasciadore a Lione X, governatore di Benevento, auditore della Ruota fiorentina, e finalmente gran cancelliere e primo segretario del duca Cosimo, e poi di Francesco di lui successore, nel quale impiego egli perseverò sino al 1576. in cui, dopo essere stato onorato della nobiltà fiorentina e del titolo di senatore, finì di vivere a’ 27 di marzo; uomo per probità di costumi, per amabilità di maniere, per senno, per religion, per sapere caro sommamente a tutti, e da tutti sommamente stimato. I grandi encomii con cui di lui ragionarono tutti gli scrittori di que' tempi, che in ciò sembravano gareggiare tra loro, si [p. 1085 modifica]SECONDO 1085 posson veder raccolti da1 due suddetti scrittori. Ei fu anche consolo dell’ Accademia fiorentina nel 155 7, perciocché non solo negli studii legali, ma anche in quelli dell’amena letteratura egli era eccellente, e ne son pruova e alcune poesie italiane e latine, e alcune orazioni ed altre opere di diversi argomenti da lui pubblicate. Ma la giurisprudenza formò la più seria e la più continua occupazion del Torelli. Oltre parecchie opere legali ch ei diede in luce, affaticossi singolarmente per lo spazio di ben dieci anni a fare una nuova e più esatta edizione delle Pandette, valendosi a tal fine del famoso codice prima pisano e poi fiorentino, altre volte da noi rammentato. Così quel pregevol tesoro ch era prima soltanto un ragguardevole ornamento di quella città e di quella corte, fu renduto pubblico a comune vantaggio. Questa magnifica edizione uscì in Firenze da’ torchi del Torrentino nel 1553 in tre gran tomi in folio. IVI a il Torelli, avendo a sè associato in quella fatica Francesco suo figlio, che con più altri egli ebbe da Lia Marcolini, a lui ne cedette la gloria, lasciando ch’ egli dedicasse quella grande opera al duca Cosimo. Di questo figliuol di Lelio, che fu egli pur auditore del duca e consolo dell’Accademia nel 1551, ma che morì immaturamente due anni innanzi al padre, si posson veder raccolte le notizie e le lodi ne’ sopraccitati Fasti dell’ Accademia (p. 103, ec.). XVI. Per la stessa ragione deesi qui rammentare con lode Francesco Bellincini nobile modenese, il quale, benchè in niuna università [p. 1086 modifica]to86 LIBRO «piegasse pubblicamente le leggi, fu nondimeno famoso giureconsulto. Quella di Ferrara lo ebbe a suo allievo, e nel numero di essi lo registra il Borsetti (Hist. Gymn. Ferr. t. 2, p. 283). Fino al 1527, nel qual anno ei contavane 32 di età (Vedriani, Dott. moden, p. 123), non abbiam precisa contezza delle occupazioni da lui avute. Nel detto anno egli era in Ferrara, ma colà venuto di fresco, come raccogliesi da una lettera a lui scritta da Celio Calcagnini nell’ottobre del detto anno, in cui si duole che il Bellincini abbia dovuto partir da Ferrara per assistere a suo padre gravemente infermo in Modena, e che, appena avea cominciato a conoscerlo e ad amarlo, sia stato costretto a distaccarsi da lui (Calcagn. Op.p. 133). La stima in cui era di dotto giureconsulto il fece chiamare a Parma colla carica di podestà, ed ivi trattennesi nel 1528 e nel 1529, di che fan fede le molte lettere che in quel tempo gli scrisse il dottissimo monaco Isidoro Clario, il qual rapito da molti rari pregi del Bellincini, con lui contrasse una strettissima amicizia (Clarii Epist. p. 78, 81, 88, 102, ec.). Fu poi ancora auditor nella Ruota in Genova, e in somigliante impiego fu chiamato ad Urbino, ma non sappiamo precisamente in quali anni. Della prima di queste cariche ei fu debitore al Cardinal Gregorio Cortese, che avea con lui qualche vincolo di affinità, e che in una lettera al Bellincini medesimo fa ben conoscere in qual concetto lo avesse: Cum praeclaram indolem tuam. gli scriv egli (Cortes. Op. t. 2, p. 177), suavissimos mores, multiplicem atque adeo in omni [p. 1087 modifica]SECONDO 1087genere literarum mirificam eruditionem considero j ferì profecto non potest, ne acerbissimum non sit, perspectis jam mihi, atque etiam paulisper degustatis bonis plurimis jam diebus caruisse. Non minore stima aveane il cardinal Sadoleto, il quale rispondendo alla lettera con cui il Bellincini erasi con lui congratulato dell'esaltazione alla porpora, così comincia (Epist. famil, t. 2, p. 490): A lidieram saepc ex Paulo meo, qualis tu vir, et quam mirifice deditus liberalioribus studiis esses 7 ad quae ab Jure Civili, in quo eras multis jam annis omni cum laude versatus etiam curam omnem animumque transtulisses. Quod quidem erat apud me animi ingenui et praestantis indicium. Sed, crede mihi, tuae literae non modo confirmarunt opinionem de te meam, verum etiam auxerunt. Ita enim perfectae atque elaboratae in omnem partem sunt ut statuere satis non possim utrum elegantius scriptas putem, an amanti us: ita omnia in illis et in genii luminibus et amoris sunt lira. Ex quo gratulari mihi in mentem venit communi patriae, quae tot ingenia ex se se et talia effert in hoc tempore, ut artium eam optimarum tamquam officinam quandam esse videamus. Il pontefice Pa'olo III il volle a Roma, e col titolo di senatore gli diè Tincarico di amministrar la giustizia, e forse allora egli scrisse quell orazione da recitarsi innanzi al pontefice, cui avendo egli mandata all’amico suo Calcagnini, perchè la rivedesse, questi nel rimandargliela la loda assai, e solo dice che teme ch’ella possa dispiacere ad alcuno, perchè in essa si mostra fautore dell’antica libertà, [p. 1088 modifica]io8S LIURO e parla con quella franchezza che ora a' principi suole spiacere (l. c. p. 214) («)• Di un’altra orazione del Bellincini scritta al Re di Francia parla il Bembo in una lettera a lui scritta nel 1534 (Lett t. 3, l. 9; Op. t. 3, p. 277), in cui e di essa e dell’ oratore ragiona con molta lode ma non sappiamo in quale occasione fosse essa scritta e niuna di queste due orazioni ha veduta la luce. Dopo la morte di Paolo III fu chiamato a Ferrara dal duca Ercole II, che il dichiarò cavaliere e suo consigliere e segretario di giustizia ed ivi in età di 70’anni morì a’ 18 di’aprile del 1565. Il corpo ne fu con gran pompa riportato a Modena, e onorevolmente sepolto nella chiesa di S. Lorenzo. Di esso ci ha lasciata menzione Francesco Panini nella sua Cronaca ms. di Modena, ove parlando degli uomini illustri della famiglia de Bellincini, Tra gli altri, dice, a tempo nostro Francesco, il quale per la sua eccellente dottrina e valore è stato Senatore di Roma, Governatore di Parma, et ultimamente Consigliere Segreto de’ Principi d’Este, al cui servizio poco fa se ne passò a miglior vita. Hora con non minor lode fiorisce ne’ studii medesimi 1imo et riiltro Aurelio, amendue giureconsulti, et amendue Canonici della Chiesa di (a) 11 Bellincini lii senatore di Roma nel >5^.6, e il Calcaguini era morto nel 1S4 * • Non potè dunque esser questa 1’ orazione eh’ ei mandò al Caleagnini, ma qualc;he altra, di cui non abbiamo più distinta contezza. Intorno a ciò vegeasi la Biblioteca modenese, ove l’epoebe della vita del Bellincini sono stale più accuratamente esaminate ((. 1, p. ao5, ec.). [p. 1089 modifica]SECONDO 1089 Modena, fra? quali Aurelio già di Agostino non solo è ornato della scienza legale, ma in ogni sorta di Lettere in modo dotto et profondo, et di sì bello ingegno, che non pur alla famiglia sua, ma a tutta la Città è di splendore et ornamento grande. Di Francesco parlano ancora il Vedriani e il co Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 2, p. 680). XVII. Tra’ più illustri giureconsulti che mai non tennero scuola, deesi distinto luogo a Pro- 1 spero Farinacci romano, nato nel 1554 e morto nel 1613 (G hi lini, Teatro t 1, p. 38(5), dopo avere sostenuta per molti anni la carica di avvocato (fiscale. Non v’ebbe forse mai giudice che nello scoprire e nel punire i rei di scandalose dissolutezze usasse maggior severità, e niun forse ve n’ebbe, da cui i rei medesimi potessero a ragione aspettarsi maggior indulgenza; perciocchè que' vizii medesimi ch’ ei puniva in altri, erano a lui famigliari e poco mancò che sotto Clemente VIII il giudice stesso accusato non ne pagasse la pena. Il pontefice gli concedette il perdono ad istanza del Cardinal Antonio Maria Salviati, a cui però scherzando rispose: cotesta vostra farina è buona j ma il sacco in cui racchiudesi, è sudicio e sporco. Così narrasi dall’Eritreo scrittore contemporaneo (Pinacoth. pars 1, p. 238), e dopo lui da tutti quelli che del Farinacci ragionano. I difetti morali però furono in lui compensati dal raro ingegno e dal profondo sapere, per cui, mentre ancora vivea, n era sì celebre il nome, che molti si protestavano di venire a Roma per desiderio più di conoscere quel grand'uomo, Tiràboschi, Voi XI. 3i [p. 1090 modifica]10^0 Lì GRÒ che di vedere quell’ augusta metropoli. Alcuni temi egli raccolse e pubblicò delle Decisioni della Ruota romana, e molti altri di opere sue proprie, tutte concernenti le materie legali, diede alla luce; ed esse, benchè non sieno esenti da’ pregiudizii del secolo, per la molta erudizion nondimeno, e per l’ingegno che in esse scorgesi del loro autore, sono ancora in molto uso nel foro (n). Celebre parimenti pel suo sapere nelle leggi non meno che per la rara prudenza, per la singoiar integrità e pel zelo per gl’interessi del suo sovrano, fu Pietràio Belli nato di nobil famiglia in Alba nel Monferrato a1 20 di marzo del i5o5. Copiose ed esatte notizie ha intorno ad esso pubblicate nel i^83 il piò volte lodalo signor barone Vernazza, delle quali mi spiace che a sfuggire un’eccessiva lunghezza mi sia d’uopo il far uso più parcamente che non vorrei. Ei fu prima in età di trentatré anni auditore di Guerra negli eserciti di (<7) II giudizio che qui ho recato delle opere del Farinacci, è tratto dalle lodi con cui molti le hanno per lungo tempo esaltate. Non deesi dissimulare però, che dappoichè la giurisprudenza si è spogliata dell' antica barbarie, assai diversamente intorno ad esse si è cominciato a pensare. Ecco in qual modo di lui ragiona un de più dotti giureconsulti dell’età nostra, il sig. avv Filippo Maria Rei» azzi: Farinaccius, ut caeteri Juriconsulti, qui tunc forensi operae in Italia vacabant, ex trivio sapiebat, omnisque expers erat necessari ae doctrinae, quin immo, quas pauca callebat verae Jurisprudentiae principia, ea non ex legum font ¡bus hauscrat, sed, ut moris est, ex vulgarium Interpretum lacunis, et forensi uni Scriptorum cento ni bus arripuerat (E lem. Jur. crimin. l. 1, praef.). [p. 1091 modifica]SECONDO j ogI Carlo V, poi consigliere di guerra di Filippo II coll annuo stipendio in vita di 400 scudi, e finalmente consigliere di Stato del duca di Savoia Emanuel Filiberto, che in favor di esso spedì due onorevolissimi diplomi, nel secondo de quali del primo decembre del i5(35 ordina che in premio de’ suoi leali servigi gli sien pagati quattro mila scudi d’oro. Morì l’ultimo giorno del 1575 e il corpo ne fu poi trasportato e sepolto nel duomo d'Asti. Oltre alcune dispute legali e alcune poesie latine ei diede in luce un ampio trattato De Re militari et bello, in cui fu il primo per avventura che stesamente applicasse la scienza delle leggi all’uso della guerra. Fu esso stampato in Venezia nel 1563, e inserito poscia nella Raccolta dei Trattati dell uno e dell’altro Diritto. Poco ancora esercitossi nell’insegnar dalla cattedra Marcantonio Natta di Casale nel Monferrato, ma nato in Asti da quel Secondino di cui abbiam parlato nel tomo precedente (p. 533). Di lui parla, ma fuor d’ordine, il Panciroli (c. 132). Francesco Corti, Giasone Maino e Filippo Decio lo ammaestrarono nella giurisprudenza in Pavia e i progressi che in essa egli fece, gli ottennero la dignità di senatore in Casale. Per qualche tempo però, costretto da’ tumulti di guerra, ritirossi a Pavia, e vi tenne scuola di legge, come affermasi dal Panciroli, benchè io nol trovi segnato nel Catalogo de’ Professori di quella università. Oltre i Consigli legali se ne ha alle stampe un trattato ascetico della Passione di Cristo, e un metafisico intorno al Bello, lodato molto da Paolo Manuzio in una sua lettera, [p. 1092 modifica]ioga unno nella qual dice esser cosa mirabile che tanto ei siasi avanzato nella filosofia, mentre si è quasi sempre occupato negli studii del Diritto civile, nei quali, quanto sia eccellente, ben si conosce al vederlo invitato a gara da’ principi, e da essi onorato di ragguardevoli cariche (l. 2, ep. 29); e molte altre lettere ha il Muzio al medesimo Natta, nelle quali ragiona della stampa di un libro da esso inviatogli a tal fine, che sembra fosse il poco’anzi accennato della Passione di Cristo. E molte altre opere ancora ce ne sono rimaste, delle quali si ha il catalogo presso il Rosso Iti (Syllab. Script. Pedem, p. 429). A questi possiamo unire Marcantonio Pellegrini vicentino, che dopo aver lette le Istituzioni in Padova ancor giovanetto nel 1558, fu poscia per molti anni avvocato fiscale e consultore di Stato della Repubblica veneta; quindi nel 1603 richiamato a Padova, salì la cattedra del Diritto canonico collo stipendio prima di 600, poi di 800 fiorini, e onorato ancora con distinzioni e con privilegii non ordinarii Morì nel 1616, e le opere ne sono ancora così pregiale, che fanno iy34 ne fu fatta in Venezia una nuova edizione (Facciol. Fasti, pars 3, p. 82, 164), alle quali deesi aggiugnere un’opera de’ Diritti della Repubblica Veneta sul Mare Adriatico, che conservasi nella libreria Nani in Venezia (Codd. mss. lat Bibl. Nan. p. 3o (a). (a) Del Pellegrini ci ha poi date più copiose notizie il p. Angiolgabriello da s Maria (Scritt, vicent. t. 5, P• 391 «c-)[p. 1093 modifica]SECONDO tog3 XVIII. Tra1 moltissimi giureconsulti ch’ebbe in questo secol Bologna, alcuni de’ quali si sono già da noi rammentati, di due altri soli farò qui menzione, cioè di Alberto Bolognetti e di Girolamo Boccadiferro (a). Il Bolognetti nato di Francesco e di Lucrezia Fantuzzi nel 1538, dopo aver ricevuta la laurea nel 1562, professò per tre anni la giurisprudenza nell’università della sua patria, e quindi passato a Salerno, per nove anni vi si trattenne nel medesimo impiego. Chiamato poscia a Roma del pontef Gregorio XIII suo concittadino, che ben conoscevane la destrezza non men che il sapere, e fatto referendario d’amendue le segnature e protonotario apostolico, fu impiegato nelle nunziature di Firenze, di Venezia e di Polonia, e fatto cardinale, mentr’era in quest’ultima legazione, da Gregorio XIII nel 1583. Ma mentre egli dopo la morte di questo pontefice tornava in Italia, finì di vivere nella Carintia nel maggio del 1585, e il cadavero ne fu poi trasportato a Bologna. Queste notizie si posson vedere più ampiamente distese dal co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 3,p. 481), il quale annovera ancora le opere legali da lui pubblicate, e accenna gli elogi con cui di lui han parlato molti scrittori. A questi però si debbon aggiugnere una lettera a lui scritta da Pier Vettori, nella quale si duole ch’ei da Firenze passi a Venezia, esalta il sapere del Bolognetti non sol negli studii legali, ma in quelli ancora (a) Del Rolognelti e del Roccadiferro veggasi anche il co. Fantuzzi (Scritt. bologn. t. i,p. 206, ec.; 236, ec.). [p. 1094 modifica]1094 LIBRO deir amena letteratura, e rammenta i dolci ed eruditi discorsi che insieme tenevano (P. Vi et. Epist. l. 9, p. 197); e innoltre tre lettere al medesimo scritte da Giulio Poggiano (Pogian. Epist. t. 1, ep. 124 125 126), il quale in un’ altra di lui parlando dice: Albertus Bolognettus, qui non modo in juris civilis sed in philosopfiiae p me terra studiisy magna cum laude quotidic versa tur, saepissi/ue dat ad me Rononia eleganti s sì mas lite ras (ib. ep. 110). Girolamo Boccadiferro fu nipote di quel Lodovico, di cui parlato abbiam tra' filosofi. Dopo ottenuta la laurea nel 1577, lesse per due anni le Istituzioni in Bologna, e poscia sostenne per ben 42 anni la cattedra ordinaria di legge con sì gran fama, che meritò straordinarii encomii nell’età di soli 30 anni, e che nel 1.598, mentre ardevano le quistioni intorno all’ immunità ecclesiastica fra il Cardinal Federigo Borromeo e i regii magistrati di Milano, egli insieme con Guido Panciroli, di cui diremo tra poco, fu dal pontef Clemente VIII scelto giudice in quella causa, e dal pontef stesso n ebbe in premio una medaglia d'oro. Morì in età di 71 anni nel 1623; e il sopraccennato co. Mazzucchelli, che ne ragiona più a lungo (l. c. p. 1371), accenna gli elogi che ne han fatto molti scrittori, e ci dà il catalogo delle molte opere da lui composte, e delle quali non si ha alle stampe che un tomo di Consulti legali. XIX. Io mi affretto ad uscire da questo argomento, e perciò di alcuni altri accenno soltanto alcune brevi notizie. Gioachino Scaino da Salò fu un de’ più illustri, e ne è testimonio [p. 1095 modifica]SECONDO i 095 1* onorevole iscrizione n lui posta nella sua patria, dappoichè egli fu morto nel 1608 (V. Bonfand. Lett. p. 12, 288). Paolo Zanchi bergamasco, padre de’ due fratelli più ancor del padre famosi, Basilio e Giangrisostomo, pel suo sapere nelle leggi, e per la destrezza nel maneggio de’ pubblici aíTai i, meritò di essere encomiato con orazion funebre da Giovita Rapicio, che fu stampata in Venezia nel i5Gi (a). (a) Paolo Zanchi non fu solamente valoroso giureconsulto, ma fu anche amante delle antichità. Egli scrisse di sua mano una copia della Raccolta d'Iscrizioni l'ulta da Michel Fabrizio Ferrarini reggiano, di cui si è detto nella storia del secolo precedente, la qual copia or conservasi nella Vaticana. Ed è degno d" esser qui riportato ciò che si legge al fine di esse, e che dal ch sig. ab. Marini mi è stata cortesemente trasmesso t Hortatus est me Ubellus liic tuux, Revcrendiss. Fabrìci A alistes Piacentine, ut meo chirographo nonnulla epigrammata subnecteram, quae, dum Neapolitanum Regnum peragrarem Scriba Regius, et nondum Sacris initiatus, summo studio perquisita collegi, adderam et alia quaedam ab cxemplaribus dili genti uni antiquariorum fidrliter transcrip'a, inter quos primum locum merito sibi vindicat Kir incus Anconitana!» Próximas ab eo Jocundus Veron. quorum uterque ea cura ita occupatus esse voluit, ut omnia illi postposuisse sit visum. Tu studiosissimus antìquitatis asse rior, rum ca legeris, scio maximam capies voluptatem. Nec t'bi memoria excidet Joan. Bononius Coenobii Divi Rossi a ni. Lauden. Commendatarius, qui jam pridem totus est tuus. Laude anno a partu Virginis 1498 Kal. Martiis. Superannotata omnia Epigrammata exscripsi ego Paulus Zanchus Juris doctor Bergomas ex volumine quodam Thomae de la Porta majoris Ecclesiae Novariensis Praepositi, dum ibi Praeturam et Commissari alani agerem anno salutis 1 jta, addi tur us alia quaedam non mediocri diligentia a pud uos exquisita, ne [p. 1096 modifica]IO96 LIBRO Gualterio Corbetta fu giureconsulto di gran nome a Milano, benchè niun'opera pubblicasse a illustrazione di quella scienza. Di lui veggasi l’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 1, pars 1, p. 462), il quale però ha ignorata una cosa al Corbetta onorevolissima, cioè ch’egli verso il 1530 fu in Francia professore, probabilmente di giurisprudenza, e che il re Francesco i era disposto a concedergli un ottimo stabilmento, se una mortal malattia non l'avesse costretto a tornare in Italia. Ne dobbiam la notizia all’Alciati, che in una lettera scritta da Bourges non etiam 3 ffi/n rum nostrorum e.Tempio in piitria seniper peregrinari s’ìdcremur, srd in/primis ne Urbi* nostrar antìqtdssimne gloria dcleretur, Seguono alquante iscrizioni di Bergamo, die cominciano: C. Cornelio Miniciamo, M. CaecHias Firmiti L. Mae sin a. l\ Mario Tjupr rei finn. Papia.seconda. Questo passo ci mostra die il vescovo di Piacenza Fabricio Mnrliani avea mandato a Giovanni Bologni una copia di’ egli avea delle Iscrizioni del Ferrarmi; clie il Bologni ne avea aggiunte alcune altre da lui vedute nel regno di Napoli; che tutto poi era staio copialo dal Zandii, il (juale pure alcune aveane aggiunte da lui copiate in Novara, mentre l’anno 012 vi era fmdestà e commissario, da un codice di Tommaso d Ila ’orla, e alcune altre da lui trovale in Bergamo. Quel Giovanni Bologni (pii nominalo vuoisi distinguere dall’altro Giovanni fratello di Girolamo Bologni poeta, die è accennato dal co. Mnzzucdiclli nell’articolo di Girolamo (Scritt. it. t. 2, par. 4, p.) e che mori Panno >472. Quegli di cui io ragiono, era egli ancor trivigiano, ed oltre la commenda qui accennala di San Bassiano di Lodi, avea alcuni altri benefìcii in Trevigi, ove era ancora canonico, e ove morì l’anno i5i3, come mi ha avvertito P eruditissimo monsignor Rambaldo degli Azzoni conte Avogaro, il quale qualche cosa ne ha detto nelle sue Memorie del B. Arrigo (par. 1, p. 97) [p. 1097 modifica]SECONDO |097 nel settembre del i53o a Francesco Calvi, così ne dice: Habet Valterius Corbetta noster Orationem Ciceronis in L. Pisonem integram quibusdam foliis auctam, quam, opinor, est editurus, nec tibi denegaturus, si pctieris.... lì e versus attieni illc nuper est in Italiam, cum Gallicum id Coelum ferre non posset, jamque ad necem fere aegrotasset, alioquin parata illi erat op tinta a Iìcgc condifio (post Gudii Epist. p. 109). A ciò deesi aggiugnere cbe onore voi menzione ne han fatta anche il Cardinal Morone in una sua lettera al Cortese (Cortes. Op. t 2, p. 182), e il Cardano nel formarne l’oroscopo (De exemplis genitur. n. 5), dicendo ch’ egli era avidissimo di studiare, ch era ancora eloquente oratore, carissimo perciò a’ principi e onorato della dignità senatoria, che parlava sì elegantemente in greco e in latino, che si sarebbe dubitato s ei fosse latino, o greco di nascita, ch era molto versato nell'uno e nell’altro Diritto, e che morì in eia di quarantadue anni nel 1537. Catelliano Cotta pur milanese, onorato in patria di ragguardevoli cariche, e morto nell’an 1549 oltre qualche altra opera legale, e il Compendio della Vita de’ celebri Giureconsulti, illustrò con opportune annotazioni gli Statuti di Milano; e di lui parimente ragiona più a lungo il suddetto Argelati (l. c. p.483, ec.), che ci dà ancora notizia di Pomponio Cotta (ib. p. 4^9? ec-) c^,e fu auditor della Ruota in Roma a’ tempi di Pio IV. Egli nel ragionar di Pomponio nominando ancor Lucio lo dice solo gentile del primo. Ma ch essi fosser fratelli, raccoglicsi [p. 1098 modifica]

  • 098 LIBRO

chiaramente da una lettera da Giulio Poggiano scritta a nome del cardinal Truchses alfimperador Ferdinando, in cui gli raccomanda i due fratelli Lucio e Pomponio fratres veteri.Romana nobilitate, cujus etiam nomen retinent, dignissimos, et antiquum jus ac dignitatem familiae suae testatam et illustrem tum libris, tum vetustis praeterea monumentis confirmari cupientes (Pogian. Epist. t. 2, p. 88). Tra molti dottissimi personaggi eli1 eh he in questo secol! la nobil famiglia Simonetta nella stessa città, il più illustre fu il Cardinal Jacopo, figlio dello storico Giovanni, di cui si è detto nel secolo precedente, e di Catarina Barbavara. Degli onori da lui conseguiti e de cospicui impieghi affidatigli, pel felice esercizio de’ quali fu da Paolo III nel j 535 sollevato alla dignità di cardinale, cui però non tenne che per quattro anni, avendo finito di vivere nel 1539), parla a lungo il suddetto Argelati (l.c.t. 2, pars 1. p. 1398, ec.). Grande stima di lui avea il Cardinal Sadoleto, e ne son pruova più lettere a lui scritte (Epist. famil, t. 1, p. 291; t. 2, p. 44 136), in una delle quali così gli dice: In mentem mihi venit cogitare, quid tu tibi tandem appetens cum multarum jam scientiarum gloria laudequc jlorerrs t nostras etiam artes nobis ereptum veneris, in quibus nos, qui, aetatem in illis consumpsimus, cedamus jam. necesse est tuorum scriptorum ubertati et elegantiae. Ita enim scriptae literae tuae graviter, ita ornate, ita copiose sunt, ut non quae in Jurisconsulto, sed quae in stimino requi ri tur oratore, copia facultasque discendi, ea in te omnis insit Sed profecto verum est, [p. 1099 modifica]SECONDO 1099 quod di ci tur, qui egregio in genio sit praeditus, eum ad onmes arles, ortmia di sciplinamm genera facilem aditum introitumque habere. Quod tibi, doctissime Simonetta, contigit, qui cum inter jurisconsultos nostrae aetatis habeare omnium judicio consultissimus, non contentus una laude, ut ceteris quoque in literis ingenuis et liberalibus emineres studio tibi Omni elaborandum putasti (t. 3, p. 45). Belli ancor sono gli elogi che ne fanno il Cardinal Polo scrivendone al Sadoleto la morte, e il Sadoleto a lui rispondendo (ib. p. 149 168). Il Trattato della Riserva de’ Beneficii da lui pubblicato è pruova del molto sapere di questo celebre cardinale, di cui poco più altro si ha alle stampe. Finalmente negli ultimi anni di questo secolo ebbe gran nome Sforza degli Oddi perugino, professor di legge nella sua patria, indi chiamato a Padova nel 1599 per succedere al Panciroli collo stipendio di mille scudi, oltre dugento assegnati pel viaggio; ma egli un anno appresso passò a Parma (Facciol. Fasti, pars 3, p. 135) invitato con amplissime promesse da quel duca, che avea rinnovata quell’università, odivi finì di vivere non nel 1610, come afferma il Zeno sull autorità del Crispolti (Note al Fontan. t. 1, p. 370, ec.), ma nel 1611, come assicura il Bolsi nella Matricola de’ Professori di quella università (p. 47). Avea egli in età giovanile composte e pubblicate alcune commedie italiane, delle quali ragiona il suddetto Apostolo Zeno (*). (*) Tra' più illustri giureconsulti di questo secolo può [p. 1100 modifica]II00 LIBRO i XX. Fra i professori finor nominati, alcuni, come si e detto, uscirono dall'Italia, ed agli stranieri fecer conoscer il lor valore nella giurisprudenza. Ma alcuni altri debbonsi ad essi aggiugnere, i quali parimenti in Frància, in All emagiia ed altrove saliron le cattedre, e ottennero e a loro stessi e alla comun loro patria non poco nome. Ansuino Medici, che da Marco Mantova scrittor di que’ tempi dicesi fiorentino (Epitome n. 43), dal Facciolati, non so su qual fondamento, vien detto da Camerino (Fasti, pars 3, p. 446), dal Mantova stesso è lodato come elegantissimo giureconsulto, e nella greca e nella latina letteratura dottissimo. Fu professore dapprima in Bourges, indi in Padova, in Bologna e in Pisa, e morì in età giovanile in Firenze. Mentre egli era in Padova, venne un giorno a contesa con Giulio Oradino perugino, che fu poi nel 1562 vescovo della sua patria, e la contesa di questi due legisti oltrepassò di troppo i termini delle leggi. Jeri, scrive il Bonfadio a* 2 \ di novembre del 1543 (Lett. p. 63, ec.), i due annoverarsi ancora G.nmpietro Sordi di onlica e nobil famiglia di Casal Monferrato, ma ori onda da Crescentino. Il suo sapere lo condusse all’ onorevol carica di presidente del senato di Mantova; c abbiamo le decisioni da Ini in tal occasion pubblicate, c stampate primieramente in Venezia nel i^cp, c poscia più altre volte, olire tre tomi di Consigli stamp iti a Torino e in Venezia del i58q, e qualcli1 altro 't rattato. Di questo e di più altri illustri personaggi della stessa famiglia si può vedere la genealogia della medesima nggmnta alla Vita del B. Giovanni Sordi, composta dal conte D. Francesco Sordi, e stampata in Cesena uel 1765. [p. 1101 modifica]SECONDO ' MOI primi Leghisti fecero parole alle scuole: l Oradino mentì l'A usuino; l'Ansuino diede a lui un gran pugno: non so che seguirà. Dell1 Oradi no si fa ancor menzione nelle Lettere di Pietro Aretino (l. 2, p. 293; l. 3. p, 16, 129; l 5, p. 156; l. 6, p. 121; Lettere alVÀret. t 2 y p. 247) (<*)• Girolamo Grati nobile bolognese, dopo avere in patria ricevuta la laurea nel 1527, nella qual occasione compose un sonetto Girolamo Casio (Epitafp. 71), e dopo avere per alcuni anni spiegate pubblicamente le leggi, passò nel 1540 a Valenza nel Delfinato, ove e insegnando e consigliando ottenne gran nome, finchè nel 1544 J)er coniando del Scnalo di Bologna fu costretto a far ritorno alla patria. Il Sadoleto, che allora era in Carprentras, raccomandollo con sua lettera de’ 23 di giugno del detto anno al cardinal Morone legato di Bologna, e l elogio che in essa ne fa, è troppo bello, perchè non debba essere qui inserito: Is est, scriv egli (Epist. famil. t. 3, p. 373), Hieronymus Gratus ex ista ipsa rivi tate, cui tu praefectus es, et ex hac nobili in ea genere familiaque procreatus; qui primo aetatis suae tempore, cum ad juris civilis disciplinam se contulisset, media ferme in adolescientia omnium consensu promeruit, ut ad id docendum, quod licet praemature, tamen praeclare, videbatur didicisse, se pruebere t Itaquc conductus /¿onestissima mercede (a) Si può vedere l’ orticolo ben corredato di autentici documenti, che intorno al Grati ci ba dato il couie Fantuzzi (Scntt. boi. t. 4* p- 25g, ec.). [p. 1102 modifica]I 102 LIBRO jus civile aliquot annos in patria sua docuit Post quaerendum sibi nomen atque famam in externis nationibus existimans, sane forti animo patriam suam, domesticosque penates liquit, et huc in Transalpinam Galli am pervectus est: ubi celeri ter cognitus, habitusque in honore et admiratione, Valentiae diu magno stipendio et majore sui nominis fama juri civili docendo, et consulentibus respondendo, qui undique ad eum pene certatim confluebant; insignem opera ni dedit. Itaque charus his gentibus, egregie t/ite probatus, cum de ejus augendis commodis inercedcque amplificatala quo li die ab eis cogitare tur, repente decreto rivi uni suomm et severo et vehementi in patriam revocatus, isthuc parat proficisci, revisens quidem patrios lares libenter, sed tamen magnum desiderium sui his nationibus relinquens, quo ipsius quoque animus non potest non commoveri; e siegue quindi caldamente raccomandandolo al legato. Ma appena giunto a Bologna il Grati finì di vivere a’ 26 d ottobre dello stesso anno 1544 e fu sepolto nella chiesa de’ Servi (a). Lancellotto Galliavola giureconsulto pavese, secondo il Panciroli (c. 163), fu professore prima in Pavia, poi nella stessa città di Valenza. Nel Catalogo de’ Lettori dell università di Pavia, da me spesso citato, io veggo nominato il Galliavola all1 anno i5oo, non come giureconsulto, (a) Più copiose e più esatte notizie intorno al Parisetti si possono ora vedere nella bell’ opera del chiarissimo sig. Annibale Mari otti degli Uditori Perugini della S. Rota, stampata in Perugia nel 1787. [p. 1103 modifica]) SECONDO I |n3 ma come medico. Ma ch' ei fosse giureconsulto, è certo dal distico di Matteo Gribaldi in lode di esso, inserito tra gli Elogi da esso fatti a’ celebri professori di legge: Quid raptum! defles Galliaulam aetate virenti? Invida mors claris non nocet ingeniis. Catal!. Interpret. Jur. civ. Giannangelo Papio salernitano, dopo essere stato lettore in Bologna, poscia richiamato a Salerno dal suo principe, come abbiam detto nel parlar delle pubbliche scuole, e indi per qualche tempo in Roma, passò nel 1553 ad occupar la cattedra in Avignone, e Annibal Caro, che in Roma aveagli dato ad istruir nelle leggi Giambattista suo nipote, volle che questi colà il seguisse (Caro, Lett. t. 2, let 28, 60). Lo stesso Annibale avendo udito nel 1560 che i Bolognesi chiedevano un professore di legge, propose a tal fine il Papio, ch era ancora in Avignone, a Giovanni Aldrovandi (ivi, lett 141), e tra le altre lodi, con cui lo esalta, al bisogno del vostro studio, dice, non credo possiate trovar meglio, essendo dottissimo, esercitatissimo, eloquentissimo e di tanta grazia e maestà in una cattedra, che solo, che s' udisse, non ci accaderebbe altra intercessione. Non so, se ciò avvenisse {a), ma 1111’ altra lettera del Caro scritta da (a) 11 Pupio venne veramente a Bologna, e nel 1562 indusse il governatore monsig Cesi a far ven re a quella università di Padova Torquato Tasso allor giovinetto, il quale di fatto vi si truslerì (Sera*.a, Cita di T. Tasso, p. 108). [p. 1104 modifica]no4 unno Roma a’ 17 di febbraio del i563 (ivi, Ictt. 197), c1 indica che il Papio, a cui dà il titolo di monsignore, fosse allora in Roma, ov egli visse fino al 1595 in cospicue cariche (V. Racc. milan. an. 1756, col. 46)• Gabriello Saraina finalmente di patria veronese, di cui abbiamo fra le altre cose le Costituzioni del regno di Sicilia, fu per più anni in Parigi, ove era ancora quando compose quell’ opera nell’ an 1558, e credesi che ivi esercitasse l’ impiego di avvocato (Maffei Ver. illustr. par. 2, p. 415). XXI. All’Allemagna ancora e alla Gran Brettagna non mancarono giureconsulti italiani che nelle più celebri università di quelle provincie diedero a conoscere la loro erudizione e il.loro sapere. Alcuni di essi, è vero, non per altra ragione abbandonaron l Italia, che per seguire impunemente le novelle eresie. Ma ciò non ostante di essi ancora dobbiamo qui far menzione. E un de’ primi fu il poc’anzi citato Matteo Gribaldi soprannomato Mofa. Era egli natio in Chieri nel Piemonte, e applicatosi allo studio delle leggi, dopo averle in altre università spiegate pubblicamente, andò nel 15.48 a tenerne scuola a Padova collo stipendio di 800 fiorini, che furon poscia nel 1552 accresciuti fino a 1100; e tale era il plauso con cui egli insegnava, che la scuola non era talvolta bastante alla folla degli uditori (Papadop. Ili st. Gyrnn. patav. t. 1, p. 252; Facciol. Fast, pars 3, p. 140). Ma egli si lasciò poscia sedurre dalle opinioni de’ novatori; e nel 1553, secondo il Facciolati, fuggì segretamente da ✓ [p. 1105 modifica]SECONDO I 105 Padova per sottrarsi al pericolo di essere arrestato per sospetto di religione; ed è probabile che contro di lui si volesse formar processo pel libro da lui composto e stampato in Basilea fin dal 1550, in cui descrivea la morte di un cotal Francesco Spiera seguita in Padova nel 1548, che da Protestanti spacci a vasi morto nella più orribile disperazione per aver abiurata la lor dottrina. Così mi sembra che si combini verisimilmente il trovarsi ancora il Gribaldi in Padova nel 1553 colla pubblicazione del detto libro seguita fin da tre anni innanzi, il che è assai più facile a credersi, che non ciò che si narra dal P. Niceron (Mém, des Homm. ill. t. 41, p. 235), che il fa andare a Ginevra nel 1553, e avervi le vicende di cui or diremo, e indi tornare a Padova, e salir di nuovo sulla sua cattedra. Fuggito dunque il Gribaldi, andò errando per qualche tempo; quindi nel 1555, come narra il Beza nella Vita di Calvino, da alcuni altri Italiani, che gli erano stati scolari in Padova, fu condotto innanzi allo stesso Calvino; ma perchè questi avea motivo di sospettare ch’ei fosse favorevole agli errori del Serveto, volle dapprima che facesse la professione di fede intorno alla Trinità, e alla Divinità di Cristo, e schermendosi il Gribaldi dal farla, qualche tempo appresso ebbe ordine di partire; ed egli temendo una sorte simile a quella dell infelice Serveto, andossene altrove. Ricevuto in Tubinga per opera del Vergerio, che ivi allor ritrovavasi, vi ebbe una cattedra di giurisprudenza. Ma poco tempo vi si trattenne; e passò a Berna, nelle vicinanze della qual città Tiuaboschi, Voi. XI. 3a [p. 1106 modifica]1 106 LIBRO comperò la terra di Farges per farvi stabil soggiorno. Ma ivi ancora citato innanzi a magistrati pe’ suoi errori contro la Trinità, fu costretto a ritrattarsi (Gerdes. Specim. Ital. reform. p. 276). Poco sincera però fu creduta questa ritrattazione; ed egli costretto di là ancora a partire, morì poi fra non molto, cioè nel settembre del 15(5 4, come pruova il Bayle (Dict art. Gribaldi). Il che dimostra la falsità del racconto del Salomoni (Inscript. Gymn. patav.), cioè che il Gribaldi passasse a Lione, e di là nel 1570 scrivesse una lettera agli Inquisitori di Padova, nella quale ritrattava pienamente i suoi errori, e che morisse nel seno della cattolica Chiesa. Oltre i distici mentovati poc’anzi, ne’ quali fa elogio di’ più celebri giureconsulti, e oltre la lettera sulla morte dello Spiera, se ne hanno alle stampe parecchie opere legali, di cui si può vedere il catalogo presso il p, Niceron. Ed anche tra’ Protestanti ei fu avuto in molta stima pel suo saper nelle leggi, di che è pruova il passo di Celio Secondo Curione riferito dal Gerdesio (l. c. p. 277, ec.): Quis enim Matthaeum Gribaldum non agnoscit? Virum imprimis nobilem et clarum, deinde etiam juris civìlìs scienti a et professione celeberrimum. Illius gravitatem, constantiam, fidem, prudentiam agnovit Germania, sensi t. Gallia, ex ¡ieri tur Italia. Nec vero siletur admirabilis quaedam, et incredibilis in legibus interpretandis, et ex aequitate explicandis, peritia. Neque enim magis Juris consultus est quam justitiae. Itaque quae proficitscuntur a legibus, et jure civili, semperadfacilitatcm aequitatemque referre solet. [p. 1107 modifica]SECONDO IIO7 XXII. Per la stessa ragione usciron d’Italia i due (fratelli Gentili, Alberico e Scipione, nati in Castel S. Genesio della Marca d’Ancona. Di amendue ragionano, oltre gli scrittori delle Vite de’ Giureconsulti, il Bayle (Dict. art. Gentili), il P. Niceron (Meni, dcs Uom. ili. t. 15, p. 2.5, ec.), il Gerdesio (Specimen Ital. reform. p. 271), e altri più antichi da lor citati; e riguardo a Scipione, abbiam l’ orazion funebre che nell’esequie ne disse Michele Piccardi (Witten Mem. JCC nostri saec. decas 1, p. 25, ec.). Questi amicissimo di Scipione, con cui era lungamente vissuto, ci narra in essa che Matteo di lui padre, medico di professione, seguir volendo la religion riformata, determinossi a partire d’Italia; e che non potendo ottener dalla moglie ch’ella seco venisse, ottenne almen di condur seco il primo de’ sette figli che avea, cioè Alberico il quale era già stato pretore in Ascoli; ma che il padre che amava teneramente Scipione, il sesto tra essi, adoperossi segretamente perchè questi ancora, allontanatosi dalla madre sotto pretesto di giuoco, gli tenesse dietro; e in tal maniera con amendue ritirossi nella Carniola. Alberico era nato nel 1550, ed avea ricevuta la laurea nell’università di Perugia. Quindi esortato dal padre ad insegnar dalla cattedra la giurisprudenza, tragittatosi in Inghilterra nel 1582, gli fu conferita la cattedra delle leggi nella celebre università di Oxford; ed egli con molto suo onor la sostenne fino al 1608, in cui diè fine ai' suoi giorni. Fu uom dottissimo e di erudizione assai vasta in ogni sorta di scienza; c [p. 1108 modifica]l«o8 LIBRO sei Dialoghi sugl1 Interpreti ilei Diritto «la lui composti, e pubblicali sei mesi soli dacché fu giunto in Oxford, e dedicati al suo mecenate il conte di Leicester, ci potrebbon far credere ch’ ei fosse idolatra de" giureconsulti de’ secoli precedenti e della loro barbarie j così in essi si fa egli a difenderli, ad antiporre il lor metodo a quel dell'Alciati, e a biasimare l’esempio di questo celebre giureconsulto, che allo studio delle leggi unito avea quel delle antichità, delle storie, delle lingue. Ma nel combatter l Alciati, ei se ne mostra seguace, imitandone e il colto stile e la molta erudizione, e tutti quei’ pregi ch’ei sembra in esso riprendere; il che ha fatto credere a molti ch’egli scrivesse da giuoco, e che que’ Dialoghi sieno anzi una satira dell’ ordinaria ignoranza e rozzezza de’ giureconsulti di quell’età. Le molte opere da lui date in luce si annoverano dal P. Niceron. Molte di esse appartengono alla giurisprudenza, ed ei fu il primo a innoltrare le sue ricerche fino al Diritto della natura e al Diritto delle genti j il che fece singolarmente ne’ tre pregiatissimi libri De jure Belli, opera lodata assai dal Grozio, che più ampiamente illustrò poscia questo argomento, e che confessa di essersi non poco giovato de lumi di questo scrittore. Gli argomenti delle opere di Alberico non sono per lo più assai interessanti, come delle Ambasciate, delle diverse Appellazioni del tempo, delle Armi e delle guerre de’ Romani, degli Attori e degli Spettatori, delle Rappresentazioni teatrali, delle Nozze, dell’Autorità de’ Re, e di altre simili materie. Anche [p. 1109 modifica]SECONDO 1109 le belle lettere furon da lui coltivate, e ne diede un saggio nelle sue Lezioni Virgiliane, che sono osservazioni sull Egloghe. Nè trascurò gli studii sacri; e oltre una dissertazione in difesa della latinità dell'antica version della Bibbia, un'altra ne pubblicò sul primo libro de' Maccabei, in cui pare che’egli inclini a crederlo co’Cattolici libro autentico. Il Gerdesio sull’ autorità di un certo Blausio, a me sconosciuto, gli attribuisce un’altro libro intitolato Mundus alter et idem, sive Terra Australis antehac semper incognita lentis itineribus peregrini A endemici nuper illustrata. Finalmente tre lettere da lui scritte al celebre giureconsulto Ugone Donelli si leggono dopo quelle di Marquardo Gudio (p. 335). Scipione fratel minore di Alberico, e nato nel 1563, fu dal padre mandato a Tubinga, ove attese principalmente a coltivare la poesia con sì felice successo, che Paolo Melisso, poeta ivi allora famoso, si dichiarò vinto al paragone. Studiò ancora la lingua greca sotto Martino Crusio uomo in essa dottissimo, e si applicò parimente alla giurisprudenza. Questo studio fu da lui coltivato a Vittemberga, ove poi trasferissi, finchè avendo dovuto Matteo suo padre abbandonare la Carniola, e ritirarsi per maggior sicurezza presso il suo figlio Alberico nell Inghilterra, volle che Scipione, perchè gli fosse meno lontano, passasse a Leyden, ove alla scuola di Ugone Donelli e di Giusto Lipsio sempre più s’innoltrò nello studio delle leggi. Passato indi a Basilea, vi ricevette nel 1586 l onor della laurea; e di là andossene a Heidelberga. destinato a spiegare pubblicamente [p. 1110 modifica]Ilio LIMO il Diritto civile. La gara che ivi insorse tra lui e Giulio Pacio, di cui diremo tra poco, ne ì fece partire in breve, e allora stabilì la sua dimora in Altorf, ove pure fu professore di legge; e ove si strinse in amicizia col sopraddetto Donelli, che ivi era allora nel medesimo impiego, e di cui poscia Scipione fece l’orazion funebre, e pubblicò le opere, supplendo ancor qualche voto che vi era rimasto. Il Senato di Norimberga lo annoverò tra’ suoi consiglieri; e, se crediamo al Piccart, il pontef Clemente VIII lo invitò con ampie promesse a Bologna, offerendogli ancora la libertà di coscienza. Ma almeno su questa ultima condizione ci permetterà l’encomiator di Scipione, che non gli prestiamo sì pronta fede. Nel 1612 prese in Altorf a sua moglie Maddalena figlia di Cesare Calandrini oriondo da Lucca 5 ma ne godè soli quattro anni, essendo ivi morto a’ 7 d’agosto del 1616, in età di 53 anni. Il P. Niceron riferisce la lunga ed onorevole iscrizione onde ne fu ornato il sepolcro, e ci dà il catalogo di tutte le opere da lui pubblicate. Nell’ampiezza dell’erudizione e nell’acutezza del disputare ei non fu punto inferiore al suo fratello Alberico. Le opere legali di Scipione sono anch’ esse in gran pregio e per gl’importanti argomenti che in esse si trattano, e per la maniera con cui l’ autore ne disputa profondamente; ed egli ancora ha illustrato non poco il Diritto della natura e quel delle genti; e nell’amena letteratura ei fu di molto superiore al fratello. Ne abbiamo molte eleganti poesie, e fra le altre la Parafrasi di varj Salmi, [p. 1111 modifica]SECONDO 1111 c la traduzione in versi latini de' primi due canti della Gerusalemme del Tasso, pe quali con lui congratulossi con una sua lettera il P. d Angelo Grillo (Lett. t. 1, p. 420, ed. 1 en. 1608). Sullo stesso poema egli scrisse in lingua italiana alcune annotazioni che furono stampate in Leyden nel 1586. Se ne hanno ancora alcune orazioni, e un comento sulP EÌ)istola di S Paolo a Filemone. Per ultimo dopo le Lettere sopraccitate di Marquardo Gudio, molte se ne leggono da diversi dotti tedeschi a lui scritte, e una fra le altre d Isacco Casaubono, in cui gli manda la sua opera sulla Satira, e una del Tuano, con cui accompagna il secondo tomo della Storia, e amendue esaltano il saper di Scipione sì nelle leggi che nella poesia (p. 161, ec., 338, ec.); e due lettere del Gentili, una allo stesso Tuano, l altra a Dionigi Gottofredo (p. 375, ec.). Tutte le opere di Scipione sono state di fresco ristampate in Napoli in otto tomi in quarto. XXIII. Un altro giureconsulto italiano imitò nell errore i tre or mentovati, ma più di essi felice alfin si ravvide, e tornò al grembo della cattolica Chiesa. Ei fu Giulio Pacio vicentino, c soprannomato de Beriga da un borgo di quella città, in cui nacque. Oltre gli storici dell università di Padova, di lui hanno scritto ampiamente il P. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 39, p. 270, ec.), il Bruckero (Hist. crit. Philos. t. 4, p. 218, ec.) e il Chaufepiè (Dict. crit, art. Pacius). Da Paolo Pacio e da Lucrezia Angiolella ei nacque nel 1550, e fu fratello del medico Fabio da noi mentovato a suo luogo. [p. 1112 modifica]I I I 2 LIBRO Grandi cose si narrano della puerizia di Giulio, il qual dicesi che fin da’ primi anni sapesse la lingua latina, la greca e l’ebraica, e che non contandone ancor che tredici, pubblicasse un libro di Aritmetica, il qual però da niuno, ch'io sappia, è stato veduto. Mandato a Padova, vi ebbe a suo maestro nella filosofia Jacopo Zabarella, e nella giurisprudenza il Mantova, il Deciano, il Gribaldi e il Panciroli. Compiuti gli studii, tornò a Vicenza, ove l’insaziabil desiderio di apprendere cose nuove avendol condotto alla lettura di ogni sorta di libri, parve che propendesse alle opinioni de’ novatori; e venuto perciò in sospetto, gli convenne fuggirsene. Ginevra fu il primo ricovero di Giulio, ed ivi per sostentare la vita dovette aprire una scuola ai’ fanciulli. Ma fattosi ivi meglio conoscere con qualche opera legale che vi pubblicò fin dal 1578, ottenne una cattedra di giurisprudenza. Ivi ancor prese a sua moglie una gentildonna lucchese colà rifugiata, e n ebbe ben dieci figli. Nel 1585 fu chiamato a Heidelberga a professarvi, secondo alcuni, la filosofia, secondo altri, la giurisprudenza; il che si rende assai più probabile, riflettendo che nel cominciar della scuola ei recitò l'orazione De juris civilis difficultate, ac docendi methodo, che fu poscia stampata. Presso a dieci anni trattennesi a Heidelberga. Di là alcuni il conducono in Ungheria, ingannati dalla voce Pannonia usata dal Pacio in una elegia riferita dal Papadopoli, in cui egli compendiosamente ha descritta la sua Vita. Ma le ragioni con cui il P. Niceron e il Chaufepiè hanno dimostrato [p. 1113 modifica]SECONDO I I 1 3 clic quella voce si adopera ivi dal Pacio a spiegare il Palatinato, ossia la città di Heidelberga, son troppo evidenti per doverne qui disputare. Da questa città passò nel 1595 a Sedan. ove il duca di Bouillon avea eretta una nuova accademia, in cui volle che il Pacio fosse professore di logica. Le guerre ne ’1 lecer presto partire e tornato perciò a Ginevra, fu indi a poco chiamato a Nimes ad essere principale, come dicono, in quel collegio. Da Nimes si trasferì a Montpellier, ov ebbe una cattedra di Diritto civile. Ivi ebbe la sorte di avere a suo scolaro il celebre Peirescio, il quale ammirando il raro talento del suo maestro, godeva di conferir sovente con esso non solo intorno alle leggi, ma anche intorno alla fisica, di cui si dilettavan molto amendue. Il Peirescio, che amavalo sommamente, cominciò a tentare ogni mezzo per ricondurlo al seno della cattolica Chiesa j e a tal fine gli fece esibire una cattedra in Aix collo stipendio di 2400 lire; ma il Pacio la ricusò sotto pretesto di non essere pago di una tal somma, ma realmente perchè sua moglie non sapeasi indurre a fissar la dimora in una città cattolica. De’ maneggi del Peirescio per la conversione del Pacio abbiamo molte notizie nelle Lettere d Uomini illustri che fiorirono nel principio del secolo XVII,, stampate in Venezia nel 1744 le quali ci daran lume a parlare degli ultimi anni della vita del Pacio più esattamente, che non siasi fatto da’ mentovati scrittori, i quali non le han vedute. Fin dal 1608 davasi ormai per conchiuso il ritorno del Pacio alla Chiesa; Ricevei [p. 1114 modifica]I t « 4 LIBRO jeri mattina, scrive il Pignoria da Padova a’ 26 di dicembre del detto anno a Paolo Gualdo (Le.lt. (f Uom. ill. p. 81), una lettera del Sig Niccolò de due Decerti b re, nella quale mi avvisa, che s'è concluso di levare il Sig. Giulio Pacio di mano alla miscredenza. Il partito sta di darli 800 scudi francesi colla prima Cattedra nell Università d'Aix, e di costà (da Roma) se ne spera ancora qualche ajuto di costa. Anzi se n era concepita speranza fin dal 1605, come raccogliesi da una lettera al medesimo Gualdo, scritta dal Peirescio (ivi, p. 221), il qual era in questo affare impegnatissimo; e ne è pruova anche un altra lettera da lui scritta al detto Gualdo, ma a cui manca l'anno, nella quale ragiona di ciò a lungo, e narra gli ostacoli che vi si opponevano, principalmente dalla moglie, e che perciò il Pacio avrebbe voluto che la sua conversione fosse segreta. La cosa però andò assai più in lungo che non credevasi. Nell an 1614 si trattò di farlo chiamare a Valenza collo stipendio di mille scudi; ma il timore che aveasi della sincerità della sua intenzione, frastornò il disegno (ivi, p. 243), e nel febbraio del seguente an 1615 temeva il Pignoria che non avvenisse del Pacio ciò ch era avvenuto di Giuseppe Scaligero, cioè che differendo la sua conversione, morisse eretico (ivi, p. 187). Nondimeno nell ottobre dello stesso anno scrive il Peirescio al Gualdo, che il Pacio avea ricusata l offerta della città di Leyden, che solo per aver l'onore di possederla, senza obbligarlo a lettura di sorta alcuna, gli avea esibiti mille annui scudi; e che il principal [p. 1115 modifica]SECONDO JIi5 motivo di tal rifiuto era stata la ferma sua risoluzione di palesarsi tale, quale egli è in effetto, cioè cattolico (ivi. p(261). Nel 1616 vi fu qualche trattato di condurlo a Padova, o a Pisa; ma non essendo stato conchiuso, ei passò da Montpellier a Valenza nel Delfinato ad occupare la cattedra del famoso Cujacio collo stipendio di mille scudi d’oro, oltre i particolari emolumenti dell’università, che ascendevano a tre o quattrocento scudi, e altri dugento scudi pel trasporto della famiglia (ivi, p. 270). Nel 1618 non si era ancora dichiarato cattolico, e il Peirescio continuava ad usare ogni sforzo con lettere per determinarlo, e sperava che la perdita di due figli fatta di fresco potesse piegarlo (ivi, p. 299). Al principio del 1619 si rinnovò più caldamente il trattato di condurlo a Padova ma la maggiore difficoltà nasceva dal frutto ch’egli traeva dalla sua lettura in Valenza, ch era in tutto di circa 1500 scudi somma a cui non potea sperarsi ch'egli avesse l’uguale in Padova (p. 306). Frattanto il Pacio si dichiarò apertamente cattolico (a), e il Peirescio a’ 9 di luglio dello stesso anno ne scrisse con gran piacere la nuova al Gualdo (<7) 11 sig. Senebier ha mos^o qualche dubbio sul ritorno del Poeto alla fede cattolica (Hist. li ter. de Gerì r ir, t. 2, p. f>4). Ma i documenti qui prodotti, e da lui o non veduti o dissimulali, e il testamento dello stesso Pacio, pubblicato dal P. Angiolgabriello da Santa Mnria nc’ suoi Scrittori vicentini ((. 5, p. i55; ec.), ove copiose notizie ci ha date di questo scrittore, pnmvauo troppo chiaramente ch’egli tornò ad esser cattolico, e cattolico moii. [p. 1116 modifica]I I IG LIBRO (p. 309), e circa il medesimo tempo egli onorato dal Senato veneto delle divise di S. Marco in premio della dotta opera da lui pubblicata sul dominio del Mare Adriatico, deliberò di accettar la cattedra padovana (p. 3io), benché 10 stipendio non fosse che di 1200 ducati da sette lire (Facciol. Fasti, pars 3, p. 136). Alla nuova della risoluzione presa dal Pacio, sì grande fu il dolore de’ cittadini di Valenza, che per ritenerlo deputarono al re e al Parlamento; e il re oltre la provvisione onoraria di consigliere nel parlamento di Grenoble, gli assegnò un’annua pensione di 600 scudi d’oro (Lettec. p. 314)- Ma ciò non ostante ei volle attener la parola data alla Repubblica, e circa l’aprile dell’an 1620 fu in Padova, ove Jacopo di lui figliuolo abbracciò egli ancora la fede cattolica, ed ebbevi la lettura dell'Autentica (ivi p. 316). Ma l’amore della famiglia da lui lasciata in Valenza gli rendette presto spiacevole il soggiorno di Padova. Chiese perciò dopo un anno il congedo, e ad averlo agevolmente dalla Repubblica giovò non poco il vedere che il metodo da lui tenuto nell’insegnare non era molto gradito agli scolari, che il trovavan diverso dall’usato in addietro. Tornossene dunque a Valenza, e vi era già arrivato nell’ottobre del 1621 (ivi, p. 471)• Vi fu ricevuto con grandissimo applauso, e ivi continuò ad insegnare fino alla morte, cioè fino al 1635. Le opere del Pacio, delle quali, oltre gli altri scrittori, ci dà un lungo catalogo diviso in 29 articoli il P. Niceron, son quasi tutte di genere o legale, o filosofico, poichè in amendue le [p. 1117 modifica]SECONDO lliy scienze era egli profondamente istruito. Le prime sono ancora per la maggior parte assai pregiate da’ professori di questa scienza; e per le seconde egli è annoverato dal Bruckero tra’ più dotti scrittori della filosofia aristotelica, che da lui fu principalmente illustrata colle nuove e più esatte versioni che pubblicò di alcune opere d’Aristotele; versioni sommamente lodate da monsig Huet (De clar. Interpr.) che le propone come un esatto modello del metodo che in tali fatiche si dee tenere. E certo gli onori che in ogni luogo gli furon renduti, gli stipendii e i premii amplissimi a lui accordati, e la gara delle più famose università per averlo, bastano a dimostrare ch’ei fu creduto un de’ più dotti uomini che allor vivessero. XXIV. Due altri giureconsulti italiani per ultimo furono pel molto loro sapere invitati ad alcune delle più celebri università cattoliche d oltramonti. Il primo è Francesco Giovannetti di patria bolognese, il quale dopo avere per qualche tempo sostenuta la cattedra di giurisprudenza in patria, da Guglielmo duca di Baviera fu nel 1547 chiamato all’università di’Ingolstadt, ove per diciassette anni con non ordinario applauso interpetrò pubblicamente le leggi. Tutti gli scrittori bolognesi parlano del Giovannetti e di alcune opere legali da lui pubblicate (a); ma riiuno ha avuta notizia di un’ orazione da lui detta in Ingolsladt a1 3 di (a) Del Giovannetti più distinte notizie si posson vedere nell’opera del sig. co. Fantuzzi (Scritt, Bologn. t. 4* /,..65), [p. 1118 modifica]I I 1 3 LIBRO ottobre del 1564? quando egli era sul partire per tornare a Bologna, la quale stampata conservasi in questa biblioteca Estense. Essa è intitolala: Valcdì ctio Doctoris Zoannetti ad Se boia re s Gennanos publice habita Ingolstadii die tertia Oclobris 1Molte notizie ci dà egli in questa orazione della sua vita, e quella fra le altre, ch erano già 17 anni che il duca Guglielmo avealo da Bologna colà condotto: Decimus enim et septimus jam vaivi tur annus, quo me eximius Bojae gentis princeps Wilhielmus, aeterna memoria dignus, hujus gymnasii bellorum civilium cladibus tunc collapsi gratia e patrio meo Bononiensi gymnasio admodum juvenem honestis conditionibus huc vocavit. Rammenta indi gli onori che avea ricevuti, e l’amore che a lui avean sempre dimostrato quei d’ Ingolstadt, da’ quali era stato ascritto alla lor cittadinanza, e sollevato a cospicue dignità; accenna le opere che ivi avea stampate; e aggiugne ch essendo poc’ anzi tornato in Italia per assettare i suoi affari, il Senato di Bologna sotto severe pene gli avea comandato di tenere ivi scuola di Diritto canonico, che perciò era venuto di nuovo ad Ingolstadt per prender da’ suoi scolari congedo. Ei dice però, che spera di trovare in Bologna molti Tedeschi, de’ quali suole ivi essere gran numero; e conchiude ringraziando il regnante duca Alberto, perchè avea seguiti gli esempii paterni nel ricolmarlo di beneficii e di onori. Tornò adunque il Giovannetti a Bologna, ed ivi continuò poi a vivere e ad insegnare fino all' an 1586 in cui diè fine a suoi giorni. [p. 1119 modifica]SECONDO I 1 IC) V altro è Girolamo Olzignano padovano, professor prima in patria, indi in Friburgo di Brisgovia e in Dola, poi collaterale in Brusselles, e finalmente consiglier regio in Napoli, ove morì nel 1592 (Salamon. Inscript. urb. Patav, p. 465). Abbi am due lettere da lui scritte a Sperone Speroni, la prima da Brusselles a 15 di luglio del 1571 (Speron. Op. t. 5, p. 354), nella quale gli parla di un’opera che stava scrivendo intorno alla precedenza in favore del re di Spagna, l’altra da Napoli a’ 20 di dicembre del 1577 (ivi, p. 366), in cui gli scrive che per le sue indisposizioni non ha ancora potuto prender posto nel Consiglio; che il re di Spagna lo ha caldamente raccomandato a quel vicerè; e ch'egli sta aspettando che gli sien pagati 4000 scudi che dee dall’erario regio ricevere (*) (a). (*) Pare che l’università d’Ingolstadt amasse singolarmente di avere professori italiani, perciocchè tre ivi n erano al tempo medesimo nel 1571. Bartolommeo Romuleo fiorentino, professore primario di Diritto civile, Paolo Vizzani bolognese, professore di filosofia, e Paolo Emili romano, prima ebreo, poi cristiano, professore di lingua ebraica. Di essi parla il.Middendorpio (De Acad. p. 244 260, 264), che fa ancora menzione di Antonio Saliceto che nel 1602 era interprete del Codice di Giustiniano nell’università di Wirtzburg (ib. p. 231). (156) Se possiamo fidarci a certe Memorie mss della città di Spoleti indicatemi dal ch. sig. Annibale Mari otti, a’ giureconsulti italiani chiamati a insegnare oltremonti deesi aggiugnere Benedetto Egio. Perciocchè in esse si dice che in un libro della biblioteca Barberini in Roma vedesi su’ cartoni incollato il seguente epitaffio: Benedicti Aegii domo Spoleto, ec. ¡’ansili duri* Ponti/.cii Interpreti*} ec. Obiit Senex in Pati Li A. [p. 1120 modifica]1120 Linno XXV. Più scarsa è la serie ile’ Canonisti ! che ci offre ili questo secol l Italia, e noi ce ne spediremo più brevemente. E due intere famiglie ainendue bolognesi ci vengono innanzi dapprima, nelle quali il sapere, singolarmente ili questa scienza, parve trasmettersi per retaggio da’ padri ai ligli e a’ uipoti. Parlo de’ Campeggi e de’ Paleotti, nomi famosi nella storia di questo secolo pe’ grandi uomini che da queste famiglie uscirono, e pe’ segnalati vantaggi che da essi ebbe la Chiesa. Giovanni Campeggi celebre giureconsulto, di cui nel tomo precedente si è fatto f elogio (p. 853) tra’ cinque figli che lasciò in vita, morendo, nel 1511, due ne ebbe singolarmente illustri, Lorenzo e Tommaso. La nascita di Lorenzo si fissa comunemente al 1472* Luca Gaurico (Nativitatum Tract. 2), che volle formarne 1’ oroscopo, il dice nato a’ 7 di novembre del 1 4t4? e nato in Milano. In fatti Giovanni di lui padre era allora in Pavia, come a suo luogo si ò detto, e si può quindi intendere facilmente come in quella città non molto discosta nascesse Lorenzo. Fu prima professore in Padova, come affermasi ancor dal Gaurico. Gli storici però di quell1 università non ci dicono precisamente in qual anno; e il Papadopoli afferma generalmente che per dieci anni tenne ivi scuola di Diritto civile, e poscia per altri Chr. 1578. Ma io non ho trovato alcun documento con cui confermare questa asserzione, e dell’ Egio non fa menzione il du Boulay nella sua Storia dell università di Parigi. [p. 1121 modifica]SECONDO I I 3 | dieci in Bologna (Hist Gjrmn. patav. t i, p. 244) (a). L’Alidosi al contrario gli dii soli tre anni di scuola in Padova, e assegna il cominciamento di quella di Bologna al (Dott. bologn. ili legge p. 160). Certo il computo del Papadopoli non par verisimile; poiché essendo egli stato nominalo auditor di Ruota nel i5io. come afferma il Gaurico, se per vent’ anni in addietro avesse tenuta scuola, converrebbe dire eh’ egli avesse dato ad essa principio in età di sedici anni. Avea egli presa moglie, da cui ebbe tre figli, cioè Giambatisla, che fu poi vescovo di Maiorica, uomo assai versato nella* greca e nella latina letteratura, e de’cui studi dice gran lodi Bartolommeo Ricci, dedicandogli quattro libri di sue Lettere (Riccii Op. t. 2, p. 58); Rodolfo, che morì in età giovanile, e Alessandro, di cui diremo più sotto. Mortagli dopo pochi anni la moglie, passò a Roma, e abbracciato avendo lo stato ecclesiastico, fu fatto auditore di Ruota, poscia nel i5i2 vescovo di Fellre, e finalmente nel 151 *7 cardinale da Leon X, mentre era nuncio presso l’imperadore. Delle legazioni (a) Il Campeggi cominciò ad essere professore in Padova nel 1493, e continuò ad occupare quella cattedra delle Istituzioni per tre anni, dopo i quali passò a Bologna, e vi stette fino al 1511, in cui fu nominato auditore di Ruota. Di ciò veggasi l' opera più volte lodata del co Fantuzzi, nella quale di Lorenzo e di Tommaso e degli altri Campeggi qui da me nominati si troveranno le più esatte notizie (Scritt, bologn. t. 3, p. 47, ec.). TinABOscm, Voi. XI. 33 [p. 1122 modifica]1 123 LIBRO ila lui sostenute in cjue1 tempi difficilissimi nelrAllemagna e nell1 Inghilterra parlano diffusamente gli scrittori della storia ecclesiastica; nè a me fa d uopo il ripetere ciò ch’essi raccontano. Io avvertirò solamente ch ei meritossi gran lodi anche da Erasmo, di cui si hanno non poche lettere al Campeggi piene di testimonianze di grande stima e di uguale rispetto; e una pur se ne ha del Campeggi ad Erasmo, scritta da Londra nel 1519), in cui il ringrazia delle due edizioni del Vecchio Testamento da esso fatte e mandategli in dono, e ne commenda assai il sapere e lo studio (Erasm. Epist. t. i, ip. /f.j3). Nel 1524 fu nominato vescovo di Bologna. Degna è da leggersi la lettera, che il Sadoleto gli scrisse nel 1533, quand’egli tornò dall ultima sua legazion d’Allemagna, nella quale espone i vantaggi non ordinarj che con essa avea recati alla Chiesa (Epist famil. t. 2, p. 134). E più bello è ancora l elogio ch’ egli ne scrisse a Tommaso di lui fratello, quando ne intese la morte seguita in Roma a 19 di luglio del 1539 (ib). t. 3, p. 120). Nulla di lui si ha alle stampe, trattane una Costituzione per la riforma del clero nell’Allemagna, e parecchie lettere sparse in diverse raccolte, e in quelle principalmente delle scritte a Federigo Nausea, e un’ altra ne è stata pubblicata di fresco negli Aneddoti romani (t. 3, p. 387). Vuolsi però, che scrivesse ancora un trattato contro gli eretici. Più saggi del suo sapere nelle materie canoniche ci ha lasciato Tommaso di lui fratello, e a lui succeduto nel 1520 nel vescovado di Feltre, [p. 1123 modifica]secondo na3 e adoperato poscia in nunziature e in altre gravissime commissioni, come si può vedere presso gli scrittori di que’ tempi. Io invece di epilogare le lor narrazioni, riferirò qui il magnifico elogio fattone dal Sadoleto, che nel 1543 scrisse con gran forza al pontef Paolo III, pregandolo ad annoverare il Campeggi tra cardinali. Dopo aver dette alcune cose in lode di esso, Mitto etiam, prosegue egli (t. 3, p. 339), Litteras, juris civilis Pontificiique scientiam, bonarum artium cultum, in theologicis rebus usum intelligenti (inique pene singularem, Illud est quod ego Sanctitati tuae potissimum in hoc homine cogitandum propono, quod nullus in Romana curia publicisque negotiis laboriosius y fidclius, diuturnius, justius his quamplurimis annis versatus est, cum intereain tanta varietate rerum gerendarum, nemo umquam illius superbiam, nemo avaritiam nemo negotiorum, quae hic suscepisset, neglectum, nemo ullam vel minimam suspicionen criminis in eo annotavit Variis laboriosisque muneri• bus diutissimc cxercitatas, libellis postulatisque supplicum aut scribendis, aut referendis causis litigantium committendis, judicibusque dandis regendo quoque, et in officio continendo ' scribarum ordine, in quo horum munerum non egregiam /idem, prudenti am} abstinentiamque praestitit? Tanta in audiendis hominibus mansuetudine, in expediendis negotiis diligentia, in rebus omnibus integritate et innocenti a, ut praeclarum in eo exemplum verissimi et optimi magistratus ac Sedis Apostolicae ministri fuer'U constitutum. Ma nè questo pontefice, [p. 1124 modifica]1 1 24 LIBRO benché attentissimo nello scegliere a quelle cospicue dignità i più gran personaggi, nè gli altri che venner dopo, concederon al Campeggi un tal premio, di cui degnissimo riputavalo il Sadoleto, ed egli semplice vescovo di Feltre morì in Roma nel 1564. Molte opere e quasi tutte appartenenti al Diritto canonico pubblicò egli, come della Pluralità de beneficii, Delle riserve e delle pensioni de medesimi, della Residenza de’Vescovi, del Celibato ecclesiastico, dell’ Autorità del Pontefice, delle Annate, e più altre che gli ottennero giustamente la firma di dottissimo canonista. Il lor catalogo si può vedere presso i compilatori delle Biblioteche canoniche, e presso il P. Orlandi (Scritt. bologn. p. 252). Del trattato delle Annate avea presso di sè una copia, assai più copiosa di quella che si ha alle stampe, il celebre P. Lagomarsini (Not. ad Ep. Po&ìan. t. 4, p. 223). Alessandro Campeggi figliuol di Lorenzo fu egli pure vescovo di Bologna e prolegato di Avignone, e finalmente cardinale per elezione di Giulio III nel 1551. Ma poco tempo potè godere della sua dignità, essendo venuto a morte nell’an 1554 A lui si attribuisce un trattato Dell’ Autorità del Papa, ch’ io non so se abbia veduta la luce. Questi tre furono nel corso di questo secolo i più illustri di questa famiglia, la qual però ebbe l onor di contarne non pochi altri pel lor sapere sollevati a dignità ragguardevoli, come Mi ircantonio vescovo di Grosseto, Giovanni vescovo di Parenzo, Filippo Maria vescovo di Feltre, e Gianlorenzo vescovo di Cervia, de’ [p. 1125 modifica]SECONDO. 1 125 quali per non allungarmi soverchiamente io lascio di ragionare. XXVI. Come i Campeggi parvero ereditare la lor dottrina dal giureconsulto Giovanni, così ne Paleotti essa sembrò trasfusa da quel Vincenzo di cui altrove abbinili dello (/. 6, par. 2, p 585). Il Panciroli il fa padre di due Cammilli e di Alessandro (c. 149)* E quello de’ due Cammilli, che fu egli pure uom dotto nell uno e nell’ altro Diritto, ebbe veramente a suo padre Vincenzo (Al'ulosi, l. c. p. 58); ma l’altro coltivatore dell'amena letteratura, le cui Poesie latine son molto lodate da Bartolommeo Ricci (Op. t. 2, p. 69, 71) e da Annibal Caro (Lett. t. 2, luti. 1 o3) e da più altri, e la cui immatura morte in età di soli 25 anni si piange dal Valeriano (De infel. Litterat l. 1, p. 26), dal P. Orlandi è detto fratel di Vincenzo (l. c. p. 77). Alessandro fu anch’ egli dottor di legge civile e canonica (Alidosi, l. c), ma più che col suo proprio sapere onorò egli la sua famiglia col dare alla patria due figli, Cammillo il giovane e Gabriello. Il primo non appartiene veramente a questo luogo, perchè non troviamo ch egli nella giurisprudenza canonica nè nella civile impiegasse il suo studio; ma qui nondimeno dobbiamo farne un cenno, per non disgiungerlo dal fratello. Ei coltivò l’ amicizia de’ più eruditi uomini di quel secolo, e abbiamo lettere a lui scritte da Bartolommeo Ricci (l. c.), da Paolo Manuzio (Epist. l. 5, ep. 2; l. 7,cp. 2.3; l. 10, ep. 7, 8, 9), da Latino Latini (Epist t. 1, p. 260, 277, 288, 306,310, 322, 3q4 j [p. 1126 modifica]liaG. LIUTO 348, 349, 354 » 362, 365), i quali tutti n esaltano con somme lodi l’ingegno, lo studio, la munificenza verso de’ dotti. E il Manuzio singolarmente in poche parole ne fa uno de più gloriosi elogi con cui possa alcuno essere onorato: A.quo primum die scriv egli (l. 7, ep. a3), Paicotte optinie, mi hi cognitus es, duxi te semper in eorum numero, qui nostra hac aetate antiquae virtutis imaginem referunt esse reponendum. Nam et bonos et praestantes viros amas, omnique studio complecteris, et ipse, quae artes amorem conciliant, his ita excellis, ut vicissim te omnes ament nec minorem ex ingenio doctrinaque tua quam ex humanitate et liberalitate fructum capiant. In somigliante maniera ne parla egli in un’altra lettera al Mureto (l. 3, ep. 19). Il Latini aveane tale stima, che spesso ne chiedeva il parere per le opere ch’egli andava scrivendo. In una delle citate lettere descrive egli la villa in cui Cammillo solea soggiornare presso Bologna, e le rarissime piante da lui ivi raccolte, e il vaghissimo ordine in cui disposti avea molti arboscelli, sicchè raffiguravano alcune galee in atto di combatter tra loro, e gli alveari da lui fatti lavorare di vetro, sicchè tutto l'ingegnosissimo magistero delle api si potesse scorgere minutamente (l. c p. 310). Così egli visse in un piacevole ed utile ozio tutta la vita; ma non lasciò del suo sapere altre pruove, che parecchie lettere al Latini suddetto (ib. p. 276, 286, 306, 310, 321, 324, 347, 353, 361, 363) e al Manuzio (Epist cl. Vir. 1568, p. 145, ed. Ven. 1568; Anecd. rom. t. 1, p. 339, ec.), [p. 1127 modifica]SECONDO II27 scritte con molta eleganza, e che ci fanno desiderare ch’ei ci avesse tramandati altri frutti de continui suoi studii. La gloria però di Cammillo fu superata da quella del Cardinal Gabriello di lui fratello. l)i questo grand’uomo ha scritta distesamente la Vita in latino Agostino 1 » Bruni, da lui indirizzata nel 1607 al Cardinal Baroni o, c pubblica la poscia da’ PP. Martene e Durand (Veter. Script, ampliss. Collect. t. 6, p. 1387, ec.). Dalla dedica e dal principio di questa Vita raccogliesi che il Bruni per dodici anni fu presso quel cardinale, che passò poscia al servizio di Francesco Barilai o patriarca d’Aquileia, e che in occasione delle turbolenze per l interdetto di Paolo V, andossene a Roma. Del Bruni nondimeno non ha fatta menzione alcuna il co. Mazzucchelli. L’an 1522 fu quello in cui nacque il Cardinal Paleotti, che posto per educazione nel collegio Ancarani, vi ebbe a compagni Alessandro e Ottavio Farnese, dei quali il primo fu poi cardinale, il secondo duca di Parma, e con essi Guidascanio Sforza loro cugino. Sebastiano Delio nelle lingue greca e latina, Romolo Amaseo nell’eloquenza, Mariano Soccino e Agostino Beroo nel Diritto canonico e nel civile gli furon maestri. Ricevuta la laurea in età di 24 anni, fu scelto a professore di giurisprudenza nella sua patria, e ne sostenne la cattedra con tal plauso, ch’egli era detto il giovane Alciati. Fra molti illustri scolari ebbe l onore di avere ancora Ippolito Aldobrandini, che fu poi papa Clemente VIII. Circa il tempo medesimo fu fatto canonico della cattedral di Bologna. Ma alcune [p. 1128 modifica]1128 LIBRO domestiche briglie il persuasero a partir dalla f>alria, ed andarsene a Roma per terminarle, Ivi il Cardinal Alessandro Farnese il costrinse ad accettare il governo di Vaison nella contea d’Avignone. Mentre però egli era già in viaggio, udita la morte di Gentile Volteia sua madre, tornò a Bologna e all'antica sua cattedra. Giambattista Campeggi vescovo di Maiorica volea rinunciargli quel suo vescovado; ma mentre si maneggia faffare, venuto a morte Pellegrino Fabio bolognese, auditor della Ruota in Roma, il Paleotti, giovane ancora di 33 anni, fu colà chiamato a succedergli, con tal dispiacere degli scolari di Gabriello, che gran parte di essi passò a Padova. La fama d’uomo integerrimo insieme e dottissimo, che in tal iinÌ)iego egli ottenne, fece che il pontef Pio IV ’inviasse al concilio di Trento, ove tutti que cardinali, che ne furono presidenti, appena faceano cosa in cui non udissero prima il consiglio del Paleotti; ed egli, oltre altre occupazioni da essi addossategli, trovò ancor tempo di scrivere una seguita Storia di quel Concilio, che non ha mai veduta la luce. Tornato a Roma, fu dallo stesso pontefice nel 1565 arrolato tra’ cardinali; ed egli diè presto un saggio della cristiana sua libertà nel dir francamente ciò che sentiva; perciocchè trattandosi nel concistoro di riscuotere da’ popoli dello Stato pontificio un sussidio per aiutare il partito cattolico nelle guerre civili di Francia, egli solo si oppose al pontefice e a tutti gli altri cardinali; e benchè alcuni ministri di ciò sdegnati facessero che il papa il privasse della rendita di [p. 1129 modifica]SECONDO I I 29 cento scudi al mese assegnatagli, stette nondimeno sì fermo, e continuò a parlare con tale coraggio, che il sussidio non fu imposto. S Pio V il nominò nel 1566 vescovo di Bologna, di cui fu poscia il primo arcivescovo j cd egli recatosi alla sua Chiesa, cominciò tosto a mostrarsele amorevole e zelante pastore. Si può dir con ragione che ciò che a Milano fu s Carlo Borromeo, fu a Bologna il Cardinal Paleotti. Riformati i costumi del clero, tolti di mezzo gli.scandalosi spettacoli, introdotta l'osservanza de’ decreti del concilio di Trento, stabilito fuso del catechismo, fondato il seminario, e aperte altre scuole a’ cherici nel vescovado, ristorata la cattedrale e il vescovado medesimo, istituite pie confraternite, erette e dotate le case de’ catecumeni, de neofiti e de’ mendicanti, quella gran città vi desi per opera del Paleotti rinnovata nei’suoi costumi, e rifiorir vi si vide la Religione che per le universali sciagure de’ tempi giacevasi prima in quasi tutta l'Europa avvilita ed oppressa. Gli ultimi anni della sua vita dovette egli suo malgrado e per comando de romani pontefici passare in Roma, e dopo la morte di Libano \ li, poco mancò ch’ei non gli fosse dato per successore. Morì finalmente a' 22 di luglio del iSc)*- in età di settati taci nque anni, e il corpo ne fu poi trasportato a Bologna, e nella'cattedrale onorevolmente sepolto. Io ho corse di volo le principali azioni del Paleotti, che a questo luogo non appartengono. Per ciò che spetta alle scienze, com egli aveale coltivate ne’ primi suoi anni, così non seppe mai distaccarsene * anche [p. 1130 modifica]Il3o LIBRO tra le sue gravissime occupazioni. La corte del Paleotti era un seminario d’uomini dotti, da cui in fatti si videro uscire non pochi vescovi. Ne suoi viaggi godeva di avere a compagni alcuni de più eruditi che allora erano in Bologna, e fra gli altri Federigo Pendasio, Ulisse A Idi ovaioli, Carlo Sigonio e Antonio Gigante. Tra questi il Sigonio a lui dedicò la Storia ecclesiastica di Sulpicio Severo, e magnifico è l’elogio che nella lettera dedicatoria egli ne forma. Ma non fu pago il Paleotti di proteggere e di fomentare gli studii. Molte opere diè alla luce egli stesso; e fra esse deesi qui rammentare principalmente quella De sacri Concistorii Consultationibus, in cui egli dà a conoscere quanto fosse versato nella sacra giurisprudenza, e qual grande idea avesse de’ doveri di un cardinale. Del suo sapere nelle leggi canoniche son pruova ancora le lettere pastorali e più altri ordini per la riforma della sua Chiesa da lui pubblicati. Di altre opere legali, teologiche, morali e ascetiche del Paleotti veggasi il catalogo presso il P. Orlandi (Scritt. bologn. p. 124), a cui io aggi ugnerò solamente una lunga lettera da lui scritta al celebre Pier Vettori, in cui lo esorta a rivolgere alle cose sacre i suoi studii, cioè a scrivere la Storia ecclesiastica., o i Fasti sacri, o le Vite de’ Santi fiorentini, o ad illustrare i monumenti di Religione che sono nella Toscana, o a tradurre in latino le opere de SS. Padri greci (Ci D'ir. Epist. ad P. Vict t. 2, p. 102). L’ultima parte di questa lettera è stata di fresco pubblicata di nuovo (Anecd rom. t ' 1, p. 361), e per errore creduta inedita. [p. 1131 modifica]SECONDO I 13 1 Tre lettere ancora si hanno dal Vettori a lui scritte, che sono pruova dall’alta stima in cui egli avea questo gran cardinale (Victor. Episti 194, ec.). XXVJJ. Pochi sono, e per lo più non molto famosi, i canonisti de quali parla il Panciroli. Niccolò Piccolomini e Francesco Cosci amendue sanesi sono i primi di questo secolo ch'egli ci offre (l. 3, c. 48). Amendue furon da prima professori nella loro patria, poscia il Piccolomini fu avvocato concistoriale, e fatto indi vescovo; e mandato nuncio in Ispagna, finì di vivere nel 1533 in età di soli 44 anni. Il Cosci da Siena passò a Pisa, e morì nel 1556, dopo aver pubblicati i Comenti sul Diritto canonico. Di Agostino Berò o Beroo bolognese, che per più anni interpretò i Canoni nell’università della sua patria, e più volumi di tal argomento diede in luce, oltre ciò che narrane il Panciroli (c. 49)» s> P11^ vedere l'articolo del co. Mazzucchelli (Scrit it. t 2, p. 1001, ec.) (a). Parecchie opere parimenti si • hanno alle stampe di Pietro Andrea Gammaro, detto dall1 Orlandi (/. citi p. 234) Gambari o Gambarini bolognese, e di Rocco Corti pavese, che fu poi senalor di Milano, delle quali e de’ loro autori ragiona in breve il medesimo Panciroli (c. 5o, 5i). Più lungamente si stende in parlare di Anton Francesco Dottori padovano (al.Più esatto ancora è l’articolo che ce ne ha dato il sig. co. Fantuzzi (Scria, boi. 1. 2, p. 96, ec.), presso cui si posson ancor vedere più copiose notizie de Paleotti da me nominati. [p. 1132 modifica]Il3a LIBRO (e. 52), cìie e in Padova e in Ferrara per molti anni interpretò con molta fama il Diritto canonico; e vuolsi che scrivesse ancora più opere, ma ch’esse poscia per la maggior parte perissero. Baldassare Carducci fiorentino (c. 53) fu più rinomato per l’odio contro la famiglia de Medici, che pel molto saper nelle leggi. Io accennerò qui ancora Girolamo Giganti da Ravenna, che si nomina dal Panciroli (c. 54) come autor di un Trattato sulle tensioni, perchè di lui non ha fatta menzione alcuna il P. ab Ginanni ne’ suoi Scrittori ravvennati. Oltre alcuni altri canonisti di minor nome, aggiugne qui il Panciroli Sigismondo Brunelli padovano (c. 58), professore di Diritto canonico in patria, ed ivi morto in età di 41 anni nel 1541, di cui si posson vedere più minute not izie presso il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 2, par. 4» p- 2»;3). XXVIII. Gli ultimi due canonisti nominati dal Panciroli son da lui onorati di assai più ampio elogio, e noi ancora perciò non dobbiamo esser paghi di solo accennarli. Il primo è Girolamo Parisetti reggiano di antica e onorata famiglia, e, come il Panciroli qui afferma (c. 59), feconda di’illustri giureconsulti e d’altri uomini dotti. Ei nacque nel 1520, e dopo essersi esercitato nella greca e nella latina letteratura in Bologna, passò a formarsi alla giurisprudenza in Ferrara, ov ebbe la sorte di avere a suo maestro l’Alciati. Ricevuta la laurea, passò al servigio del Cardinal Medici, che fu poi Pio IV, e fu prolegato della Marca e poi di Bologna; quindi fatto assessore del Cardinal Giovanni [p. 1133 modifica]6EC0ND0 1I33 Morone, cominciò nel 1550 a tenere scuola nella Sapienza prima del Diritto civile, poi del canonico, e per oltre a trent’anni continuò in quell’ impiego. Quando il detto cardinale per sospetti di religione fu da Paolo IV rinchiuso in Castel S. Angelo, il Parisetti ne difese con sommo impegno la causa, ed ebbe al fine il piacere di vederlo giuridicamente dichiarato innocente. Seguillo poscia al concilio di Trento e in più legazioni che furono a quel cardinal affidate; perciocchè questi, ben conoscendo il sapere e la prudenza del Parisetti, ne voleva in ogni occasione udire il consiglio. Ma ciò che prova più chiaramente la stima che aveasi del profondo sapere del Parisetti, è la scelta che di lui fece il pontef Gregorio XIII per riformare e correggere il Decreto di Graziano e le Decretali, di che diremo tra poco più a lungo. Nel 1586 il pontef Sisto V, avendo riguardo all’età di lui già avanzata, dispensollo dalla fatica della pubblica scuola; lasciandogli però l’intero stipendio di cui avea finallora goduto. Di questo dolce ed onorato riposo si valse il Parisetti per tutto rivolgersi alle scienze sacre, che negli ultimi anni formarono la sua unica occupazione. Al continuo studio congiunse egli l esercizio continuo delle cristiane virtù; e il Panciroli sopra tutto ne loda la liberalità verso i poveri, e singolarmente verso i sacerdoti irlandesi, che sbanditi per motivo di religione dalla lor patria, e rifugiatisi in Roma, trovavan sempre in lui un amorevole accoglitore e uno zelante avvocato. Ricusò più volte i vescovadi che gli furono offerti; e benchè caro a’ più ragguardevoli [p. 1134 modifica]II34 LIBRO personaggi, e alle loro corti onorato, non fu mai veduto levarsi in superbia, nè abusare del lor favore. Più opere avea egli scritte, ma non avendole pubblicate, quando ei venne a morire nel 1600, esse gli furono involate; e forse altri hanno usurpato l’onore che a lui era dovuto {a). XXIX. Anastasio Germonio, ch è l’ ultimo de’ canonici annoverati dal Panciroli (c. 60), vivea ancora quando questi scriveva. Era egli nato in Sala, nel marchesato di Ceva in Piemonte, da Giambattista Germonio e da Caterina Ceva nel marzo del 1551. O fosse mancanza di educazione, o fosse effetto d’ingegno non ancor ben maturo, giunse a’ venti due anni di età senza aver quasi la più piccola idea di lettere (b). Allor finalmente ad esse rivoltosi, in un (a) Qualche altra notizia intorno al Pariselti si può vedere nella Biblioteca modenese (t. 4? P* 4ft)• (b) Questo è un grave errore in cui il Panciroli e anche d Hossolto c piìi altri autori son caduti. E a confutarli abbiamo un troppo evidente argomento addittatomi dal ch sig. Vincenzo Malacarne ora professore di chirurgia nella reale università di Pavia. Si ha alle stampe un libretto che contiene prima un poemetto in versi latini esametri di Rodomonte Germonio fr.itel di Anastasio in lode dell' Accademia torinese, di cui a suo luogo si è detto, e poscia vi si aggiungono altre poesie di altri e tra esse: A riattasi i Germomi Sa U a rum Archi presbiteri Carmen. Il libro è stampato in Torino, e al fin di esso si leggono queste parole: Ambo fratres una Rodomous Germonius Sallensis'J'ere 23 annos natus et Anastasius XX hoc in lucem (dedere opus f I. Cai. Aprilis 1573. Tanto dunque è lungi che Anastasio sol dopo i 22 anni si volgesse agli studii, che anzi non contandone ancora che 20, ei potè pubblicare questo poemetto. Da esso ancor si raccoglie che [p. 1135 modifica]SECONDO 1135 anno c mezzo fece quel viaggio in cui altri ne impiegano molti. Applicossi poscia alle leggi prima in Torino alla scuola di Giovanni Manuzio e di Guido Panciroli, indi in Padova a quella del Cefalo, del Deciano e del Menochio. Tornato a Torino, vi ricevette la laurea dal Panciroli medesimo, il quale confessa che non poteva a meno di non istupire, udendolo disputare talvolta improvvisamente su’ più difficili punti della giurisprudenza. Gli fu conferita una cattedra di Diritto canonico in quella università, e benchè fatto poscia protonotario apostolico e ar«* cidiacouo della metropolitana, continuò ad insegnare. Quando il suo arcivescovo Girolamo della Rovere fu innalzato all’onor della porpora, il Germonio con lui trasferissi a Roma, e si meritò la stima del pontef Sisto V e degli altri che gli succederono. Clemente VIII fra gli altri lo aggiunse alla congregazione già formata da Sisto V per la compilazione del VII libro delle Decretali, in cui doveano inserirsi i decreti del concilio di Trento, e aggiugnervi le spiegazioni opportune. E già l’opera era compita, anzi già secondo alcuni stampata (Botici neri praef. ad vol. 2 jur. canon, p. 32), quando il riflettere che Pio IV avea vietato che ih uno ardisse d'interpretare i decreti di quel concilio, e il timore che decsi differire di due anni la nascita di Anastasio, e che in guell'età ancora giovanile era già arciprete nella sua patria. Alle opere poi del Germonio deesi aggiugnere non sol questo poemetto, ina anche l’altro opuscolo Pomeridianac Sessiones da lui stampato nel i5So, c di cui si è lungamente parlato in questo Giornal modenese (f. 39, p. 193, ec.). » [p. 1136 modifica]II36 LIBRO questo esempio non eccitasse più altri?d abusarne, fece sospenderne la pubblicazione; e questa compilazione, in cui il Germonio avea gran parte, giacque dimentica. Solo alcuni anni dopo, Pietro Mattei giureconsulto di Lione compilò similmente un settimo libro di Decretali, il quale, benchè non sia stato solennemente approvato, si suol però aggiugnere alle più recenti edizioni del Diritto canonico. Il Germonio frattanto essendosi fatto conoscere qual uomo nella scienza non solo de Canoni, ma nel maneggio ancor de negozii espertissimo, i duchi d Urbino e di Savoia lo incaricarono de’ lor affari presso la Sede apostolica, Ricusò i vescovadi (d Asti e di Saluzzo; ma gli convenne accettare l’arcivescovado di Tarantasia nella Savoia. Finalmente mandato dal duca di Savoia Carlo Emanuele suo ambasciadore al re Cattolico, mentre ivi sostiene con molto onore l’impegno addossatogli, fu rapito dalla morte in Madrid a' 4 di agosto del 1627 (Rossotti, Syllab. Script. Pedemont. p. 38, ec.). Il Panciroli, il Rossotti e più altri scrittori ci danno il catalogo delle opere da lui pubblicate, che quasi tutte appartengono al Diritto canonico, Io per darne una’ idea, e per mostrare insieme con quanto applauso esse fossero ricevute, recherò qui l elogio che di alcune di esse e insieme dell autore delle medesime fa il celebre giureconsulto Antonio Fabri, e che vien riferito dal Panciroli. Quid enim habes, scriv egli al Germonio, aut unquam habuisti antiquius, quam ut veterem illam Jurisprudentiae dignitatem tot saeculorum et interpretum barbarie [p. 1137 modifica]SECONDO 1 I 3y mìsere conspurcalarn dissectamque pristino decori suo, quoad posses, restitueres, valuti quodam postliminii jure in sedes patrias revocares?... Quid, obsecro, duobus illis Animadversionum tuarum libris scribi potuit accuratius? Quid tuis in Decretales Paratitlis aut ufi li us aut emendatius? Quid denique, ut cete r a taceam, iota ì7 o trac tatù, quern de Sacrorum Immunitatibus nuper edidisti, subtilius ac praeclarius? Deus bone, quantam mihi totique Reipublicae Literariae commover expectationem septimus Decretalium liber, cujus compilandi, concinnandi et interpretandi curam posteriores Pontifices eruditionis tuae apprime conscii tibi uni creditam esse voluemnt! XXX. Qui termina la serie de canonisti tessuta dal Panciroli. E pochi altri ne abbiamo ad aggiugnere. Tra’ cardinali che dal loro sapere furono innalzati a quell' alto grado d’onore, alcuni il dovettero principalmente a questa scienza. Di tre prenderò io qui a parlar brevemente, che furono tra’ più illustri. Domenico Giacobazzi romano fu prima avvocato concistorale, poscia auditore della Ruota, indi canonico di S. Pietro, vescovo di Lucera, e finalmente fatto cardinale da Leon X nel 1518, e trasferito da Clemente VII al vescovado di Grosseto. Nel 1513 era presidente della Sapienza e vicario del papa nello spirituale (Caraf. de Profess. rom. Gymn. t. 2, p. 502). Morì nel 1528, e oltre qualche altra opera di minor mole, lasciò un ampio trattato intorno a’ Concilii più volte dato alla luce, e premesso ancora all edizion de’ Concilii fatta in questo secolo dal Coleti. Tihabosciii, Voi. XI. 34 [p. 1138 modifica]I:38 LIBRO Jacopo Pozzo oriondo d'Alessandria, ma in..lo in Nizza di Provenza, dopo essere stato auditore del Cardinal Pietro Accolti, sostenne il medesimo impiego nella ruota romana. Giulio III gli conferì l arcivescovado di Bari, e lo scrisse al ruolo de’ cardinali, nella qual dignità il profondo sapere e la singolar probità di cui era dotato, fece che gli venissero commessi i più gravi affari, e che fosse ancor destinato da Pio IV presidente al concilio di Trento. Ma le infermità a cui era soggetto, non gli permisero di colà trasferirsi j anzi egli morì prima che si desse fine al concilio, cioè a 26 di aprile del 1563. Egli diede pruova del suo ottimo discernimento nello sceglier a suo secretario il celebre Latino Latini, di cui diremo più sotto, e la prima parte delle lettere di questo dotto scrittore son quelle ch’ egli scrisse in nome del Cardinal suo padrone. Più opere a illustrazione del Diritto canonico e del civile furon da lui pubblicate, che si annoverano da’ compilatori delle Biblioteche legali j e si rendè degnissimo del breve ma magnifico elogio che gli fu posto nell’iscrizion sepolcrale in s Maria sopra Minerva, come ad uomo qui summam I. V, scientiam ita cum summa probitate conjunxit, ut unus Reipublicae constituendae, disciplinaeque veteris revocandae praecipuus author votis bonorum expeteretur. Domenico Toschi per ultimo a questa scienza fu debitore del salir ch' egli fece da basso stato al grado di cardinale (a). (a) Il Cardinal Toschi scrisse egli medesimo la sua Vita, ch è stata pubblicata! dal co. i'accoli, e da essa [p. 1139 modifica]SECONDO I 139 Due Elogi ne abbiamo amendue di autori contemporanei, cioè del Ghilini (Teatro, par. 1, p. 86) che ne parla in termini generali, e dell’Eritreo (Pinacoth. pars 1, p 39) che avendolo conosciuto in Roma, ce ne dà più distinte notizie. Egli è detto comunemente di patria reggiano) ma l’Eritreo afferma ch’ ei nacque in Castellarano nella diocesi della detta città j che lu di bassa origine, e che gli convenne dapprima sostentar la vita servendo or in uno or in altro impiego. Venuto a Roma, e fatto conoscere il talento di cui era fornito, e che anche in mezzo alla sua povertà era stato da lui coltivato co’ buoni studii e con quello singolarmente della giurisprudenza, di grado in grado si avanzò tanto, che giunse ad essere governatore della città e indi cardinale per eiezi on del pontefice Clemente VIII. Anzi dopo la morte di Leon XI, come narra l’Eritreo, e come più diffusamente raccontasi nelle Relazioni de’ Conclavi, tutti i cardinali aveano convenuto di elegger lui a pontefice, e già si avviavano a farne la formale elezione. Quando avvenutisi nel Cardinal Baronio, che solo alle loro adunanze non erasi trovato presente, e comunicatogli il lor disegno, questi che non sapea approvare nel Toschi certe troppo libere e popolari maniere di favellare che gli erano famigliari!, e credeva che ciò non ben convenisse al vicario di Cristo, con tal forza si oppose, singolarmente ahbiam tratte le più distinte notizie clic di questo celebre cardinale ahbiam date nella biblioteca modenese (l. 5, p. 277, ec.).. [p. 1140 modifica]1 I 40 I.1BR0 clic fece loro cambiar consiglio; e il Toschi salito già quasi sul trono, se ne vide inaspettatamente balzato. Soffrì ei nondimeno con costanza singolare una sì spiacevol ripulsa, e.si diede tranquillamente a compir la grand’opera che avea già cominciata, e che poi pubblicò in otto tomi in folio, ne' quali in ordine alfabetico faticosamente raccolse le Quistioni tutte che appartengono al canonico e al civile Diritto, formando quasi un’enciclopedia legale ch è ancora di qualche uso. Soleva egli accogliere con piacere tutti gli uomini di bassa nascita, ma di perspicace ingegno, che a lui ricorrevano, ed esortandogli allo studio, proponeva loro il suo proprio esempio, che da sì tenui principi era salito tant’ alto. In età di no vani’ anni cominciò la fabbrica di un magnifico palazzo a Montecitorio, ma non ebbe la sorte di vederlo compito, e morì in Roma nel 1620. XXXI. Un altro cardinale, benchè più alla sua nascita e al favor della corte di Spagna, che al suo sapere ne’ canoni, dovesse il suo innalzamento, deesi però qui rammentare, perciocchè anche in questa scienza esercitò il suo ingegno, e ne diè qualche saggio. Parlo di Ascanio Colonna figliuolo di Marcantonio Colonna duca di Palliano, celebre per la vittoria riportata contro de’Turchi nel 1.571. Fino da’ primi anni ei mostrò talento e inclinazione non ordinaria agli studii; ed ebbe nell’eloquenza a suo maestro il Mureto, che soleva vantare di aver avuto un sì illustre discepolo (Muret. Epist. l. 4 epist. 443? Misceli Coll Rom, t 2, p. $522), e nella paterna sua casa ancor giovinetto [p. 1141 modifica]SFXONDO I 14 I sostenne una pubblica disputa di filosofia con gran maraviglia di tutti i più dotti filosofi di Roma, che accorsero a farne pruova (Erytrei Pinacoth. pars 2, p. 150). In età ancor tenera fu condotto dal padre in Ispagna, ed ivi, com egli stesso racconta nelforazion recitata al suo ritorno in Roma, e pubblicata non da molto (Anecd. rom. t. 1, p. 87), nelle Accademie di Alcalà e di Salamanca attese per ben dieci anni agli studii della filosofia, della teologia, del Diritto canonico e del civile. Più occasioni egli ebbe di far ivi conoscere ed ammirare la sua eloquenza. In Salamanca recitò nel i58i forazion funebre in morte della reina Anna d’Austria, e in Alcalà essendo il re Filippo II venuto a visitare quella celebre università nel 1585, fu con altra orazione dal Colonna complimentato; ed amendue si hanno alla stampa. In Salamanca ebbe il grado di baccelliere nel Diritto canonico, e il re Filippo gli accordò la badia di S Sofia in quel regno. Per opera dello stesso monarca fu da Sisto V promosso all’onor della porpora, benchè assente, nel 1586; ed essendo egli allora tornato a Roma, fambasciador di Spagna ebbe comando dal suo re di non prendere alcuna risoluzione, su cui prima non avesse udito il consiglio del cardinal Ascanio \ benché poscia per invidia di alcuni privato fosse di questa onorevole confidenza. Il palazzo del Colonna fu sempre aperto agli uomini dotti, e non v’era tra essi chi non trovasse in lui uno splendido mecenate e un liberalissimo benefattore. Abbiam rammentato altrove la magnifica biblioteca [p. 1142 modifica]11 4 2 LIBRO da lui raccolta in sua casa (l. 1, c. 5, n. 17 di cui egli diede la cura a Pompeo Ugoni, uomo assai erudito, e di cui si hanno alle stampe molte orazioni ed altre opere (V. Erythr. l. c. pars 1, p. i(>3). A questa lodevole magnificenza egli congiunse un non ugualmente lodevole fasto, da cui però, come narrasi dall’Eritreo, dopo alcuni anni più saggiamente si astenne. Anche essendo cardinale non trascurò gli studii dell’eloquenza, e nel i5()9 recitò in Roma l’orazion funebre del re Filippo II, ch è stampata. Ma il Diritto canonico era lo studio di cui egli più compiacevasi. Ei ne diè saggio impugnando la dissertazione sulla Monarchia di Sicilia del Cardinal Baronio, e sostenendo i diritti del re Cattolico; e il Baronio credè necessario il rispondergli con una lunga apologia, che insieme colla impugnazion del Colonna suol andare unita nell edizioni della detta dissertazione. L’essersi il Cardinal Ascanio dichiarato sì apertamente in favore del re Cattolico contro il pontefice, fu cagione che in Roma ei non avesse più quell’onorevol corteggio ch era solito avere. Perciò accettò volentieri l’offerta del re che il nominò vicerè di Catalogna, e colà recatosi, sostenne per tre anni quella cospicua dignità con sommo applauso. Tornato poscia a Roma, per toglier forse quella sinistra opinione che di lui si era ivi presa pel suo scritto contro il Baronio, in occasione dell’interdetto di Venezia, scrisse un lungo voto pieno di allegazioni canoniche in favor del pontefice, che fu stampato in Roma nel 1606. Due anni soli a ciò sopravvisse, e lasciò di vivere nella stessa città nel 1608. [p. 1143 modifica]SECONDO I 143 XXXII. Due altri soli canonisti ommessi dal Panciroli, e vissuti l’uno al principio, l’altro alla fine di questo secolo, accenneremo per ultimo, come per saggio di altri che potremmo indicare, se volessimo andar in traccia d ogni più piccola cosa. Il primo è Mattia Ugoni bresciano, dottore in amendue le leggi, e vescovo di Famagosta, di cui si hanno due opere assai pregiate, una De Eminentia patriarcali, l’altra De Conciliis, detta ancora S/no dia Ugoni a. Una medaglia di questo scrittore vedesi nel Museo mazzucchelliano (t 1: p. 168, ove di esso si danno alcune altre notizie. Il secondo è Giampaolo Lancellotti perugino, di cui mi stupisco che il Panciroli non abbia fatta menzione, perciocchè e fu professore in Perugia, e pubblicò l’opera di cui ora diremo, mentre il detto scrittore vivea. Il Cardinal Gianfrancesco Gambara in una lettera al Lancellotto, scritta nel 1563, che va innanzi alle Istituzioni del Diritto canonico, dice che questi fin da 16 anni prima teneva scuola di quella scienza in Perugia, e ch’ egli stesso l’avea avuto ivi a maestro, e che fin d’allora stava apparecchiando quell’ opera, e credeasi che dovesse pubblicarla tra poco. Par dunque certo che fin da’ tempi di Paolo III avesse intrapreso il Lancellotti quest’opera spontaneamente, e che poscia la continuasse per ordine di Paolo IV. Le Istituzioni del Diritto civile, nelle quali contiensi un sommario ristretto di tutta quella vastissima scienza, fecer conoscere che anche al Diritto canonico conveniva aggiugnere un’opera somigliante: e al Lancellotti ne fu dal detto pontef Paolo IV [p. 1144 modifica]I I 44 LIBRO dato T incarico. Egli con non leggera fatica formò l’opera ingiuntagli, e venuto a Roma, la sottopose all’ esame de’ più dotti canonisti che all or vi fossero. Il primo disegno era che, come le Istituzioni del Diritto civile erano state pubblicate sotto il nome dell'imp Giustiniano. così queste dal pontefice stesso si promulgassero, perchè maggior fosse l'autorità loro, e con più venerazione fossero dal mondo cattolico ricevute. Ma tante difficoltà a ciò si frapposero, come racconta il medesimo autore nel Commentario aggiunto alle Istituzioni medesime dell’edizion veneta del 1606, che nè da Paolo IV, nè da Pio IV potè il Lancellotti ottenere che la sua opera si pubblicasse sotto il lor nome. Quindi egli stanco di tanti indugi, e tornato a Perugia, sotto il proprio suo nome la pubblicò nel 1563. E benchè ei non avesse la sorte di veder mai la sua opera solennemente approvata da’romani pontefici, potè nondimeno esser pago al vedere che se ne fecero presto replicate edizioni, e ch’ella fu creduta degna da aggiugnersi al Corpo del Diritto canonico, come si è fatto ancora nelle più recenti edizioni di esso. Innanzi a quella del 1606 si premettono le testimonianze all' opera stessa sommamente onorevoli di molti celebri giureconsulti, e fra le altre una lettera di Jacopo Menochio all’autore della medesima, in cui la esalta con somme lodi. Morì in Perugia nel 1591, in età di 80’anni; e di lui e di altre opere da lui pubblicate si posson vedere le Biblioteche degli scrittori perugini. [p. 1145 modifica]SECONDO II /{ 5 XXXIII. Queste Istituzioni non furono il solo vantaggio che da romani pontefici ricevesse nel corso di questo secolo il Diritto canonico. L’erudizione e la critica, che già da gran tempo una nuova luce spargeva su tutte le scienze, avea fatto conoscere che molti errori trovavansi nel Decreto di Graziano; che le citazioni de’ Concilii e de’ Padri spesso non erano esatte; che si allegavano le opere supposte alla stessa maniera che le genuine; che molti canoni vi erano alterati, o tronchi, o l’un coll’altro confusi; che nella storia e nella cronologia vi erano moltissimi falli; e ch era perciò necessario ch’esso fosse da uomini dotti esattamente riveduto e corretto. Pio IV fu il primo a formarne l’idea e a deputare una congregazione di cardinali, di giureconsulti e d’altri eruditi che in ciò si occupassero. Essi cominciarono l’immenso loro lavoro, e continuandolo sotto il pontificato di S. Pio V, finalmente sotto quello di Gregorio XIII lo condussero a perfezione. Trentacinque furono i trascelti a tal opera, benchè non tutti al tempo medesimo, e di essi ventidue furono italiani, cioè i cardinali Marcantonio Colonna, Ugo Buoncompagni, che fu poi Gregorio XIII, Alessandro Sforza, Guglielmo Sirleto, Francesco Alciati, Guido Ferreri, Antonio Carafa, Gabriello Paleotti, S. Carlo Borromeo e Filippo Buoncompagni; e tra' teologi Felice da Montalto, che fu poi Sisto V, Cristoforo da Padova generale degli Agostiniani, Eustachio Locatelli, Giuseppe Panfilo, Mariano Vettori, Girolamo Parisetti, Antonio Cucchi, Latino Latini, Flaminio Nobili, Zaleno Salendo, [p. 1146 modifica]II 4(5 LIBRO Paolo Coslabili domenicano e Sirnonc Maioli (Bohemer. praef. ad Corp. Jur. canon.). Poichè questi ebber compite le lor fatiche, Gregorio XIII con sua Bolla nel 1580 ordinò che in avvenire nelle scuole cattoliche si usasse il Decreto di Graziano secondo la correzione da essi fattane; e in seguito a ciò ei fece poi pubblicare nel 1582 la magnifica edizione del Corpo del Diritto canonico, che uscì dalle stampe di Roma. Ma benchè non si perdonasse da essi a diligenza o a fatica per eseguire la correzion loro ingiunta, e quindi moltissimi fosser gli errori da essi emendati, e il Decreto per opera loro si avesse infinitamente migliore che non era in addietro; ciò non ostante nè ogni cosa poteron essi emendare, nè sfuggire ogni errore. Spiacque a molti che i correttori romani avesser cambiato talvolta o le intitolazioni, o le citazioni di Graziano, o ancora i canoni stessi e i decreti da lui citati; e avrebbono amato meglio ch’essi avesser lasciato il testo qual era stato finallora nelle antiche edizioni, e che nelle note avessero indicate le varianti de’ codici, e avesser corretti gli errori, mostrando che cosa dovesse togliersi, o sostituirsi, e rendendo le opportune ragioni di tai cambiamenti. Più ancora spiacque che i correttori medesimi non avessero avvertito che molte opere da Graziano attribuite ad alcuni SS. Padri erano ad essi supposte, e ch’essi avessero continuato a citare le false Decretali raccolte da Isidoro, senza muovere dubbio alcuno sulla loro autenticità, benchè alcuni avesser cominciato a dubitarne. Quindi, anche dopo una tal correzione, [p. 1147 modifica]SECONDO S i 47 più altri «omini dotti, de’ quali non è qui luogo di favellare, han rivolto i loro studii a nuove correzioni dello stesso Decreto, e forse hanno ancor lasciato a’ lor posteri di che occuparsi. XXXIV. Di molti fra gli uomini dotti che si adoperarono nella correzion del Decreto, abbiamo già parlato in questo capo medesimo e altrove; e di qualche altro dovrem poi ragionare. Qui direm solo di Latino Latini, uomo tanto più degno d’immortale memoria, quanto meno sembrò egli avido di ottenerla. Il P. Niceron ne ha scritta la Vita (Mém, des Homm. ill t. 41, p. 343, ec.), tratta da quella che più diffusamente ne ha steso Domenico Magri, e ch è premessa alla Biblioteca sacra e profana dello stesso Latini. Egli era natio di Viterbo, e avea fatti in Siena i suoi studi, soggiornando a tal fine undici anni in quella città, ch’ei solea perciò rimirare come una seconda sua patria. Le frequenti infermità lo costrinsero a lasciare il faticoso studio della giurisprudenza, a cui si era applicato, e si volse in vece allo studio dell’erudizione, della critica e della letteratura così sacra come profana, studio che quasi per trastullo da lui abbracciato, lo occupò poscia per modo, che pochi sostennero in esso sì gravi fatiche. Il P. Niceron afferma che al Latini mancò la cognizione della lingua greca; ma basta legger le lettere da lui scritte per conoscer che anche di questa avea egli fatto studio. Lo'stesso P. Niceron dice che il Latini nel 1554 portatosi a Roma, vi prese l’abito ecclesiastico, e che cinque anni appresso fu preso a suo segretario dal Cardinal Jacopo dal Pozzo da noi [p. 1148 modifica]II48 LITI RO mentovato poc’anzi. Ma la prima parte delle Lettere del Latini; che comprende le scritte a nome del cardinale, comincia dal 1552, e convien perciò stabilire che in quell’anno al più tardi egli era già in Roma. Dieci anni stette con esso, cioè, finchè il cardinale finì di vivere nel 1563. Passò allora al servigio del Cardinal Rodolfo Pio, che il fece suo bibliotecario, e pochi mesi appresso, cioè nel maggio del 1564 venuto a morte, lasciò al Latini in dono la ricca sua biblioteca. Questi, dopo la morte del cardinale, andossene a Viterbo pe’ suoi domestici affari, e tornato poscia a Roma, fu preso tra’ suoi domestici dal Cardinal Ranuccio Farnese. Ma anche di questo nuovo padrone restò privo tra poco, cioè nell’ottobre dello stesso anno. La morte di questi due cardinali fece rimirare il Latini come uomo di funesto augurio a chi prendevaselo in casa; ma finalmente il Cardinal Marcantonio Colonna gli assegnò casa presso il suo proprio palazzo, e il prese al suo servigio, e con lui andossene a Napoli nel 1573; nella qual occasione conobbe ivi il P. Alfonso Salmerone gesuita, e strinse con lui una sincera amicizia fomentata dalla vicendevole stima. Fu adoperato, come si è detto, a riformare il Decreto; e Gregorio XIII, in ricompensa di tante fatiche, gli assegnò una pensione di 150 ducati. Giunto alla vecchiezza, e costretto a guardar sempre il letto, non cessò però mai di studiare, dettando ciò che di giorno in giorno andava componendo. Finalmente in età di 80’anni diede fine a’ suoi giorni nel 1593, avendo lasciato tutti i suoi libri in dono al [p. 1149 modifica]SECONDO I 1 49 capitolo di Viterbo, e iti sepolto nella chiesa di Santa iMaria in via lata. l)ne tomi di Lettere latine e di altri opuscoli, e tra essi alcune poesie, ne son venuti a luce molto dopo la morte di esso, stampato il primo in Roma nel i(i5i), il secondo in Viterbo nel 1667. ^osl ne^c kettere come negli opuscoli egli tratta ed esamina con molta dottrina parecchi punti di storia, di antichità, di critica, di disciplina, d’erudizione per lo più ecclesiastica; ed ei si mostra uomo in quelle scienze versato al par d’ogni altro. Le stesse Lettere fanno testimonianza del vasto carteggio ch’egli teneva co’ più dotti uomini del suo tempo, come con Jacopo Pamelio, con Paolo Manuzio, co’ cardinali Francesco Toledo, Guglielmo Sirleto, Girolamo dalla Rovere, Vincenzo Laurea, con Marcantonio Mureto, con Girolamo Mercuriale, con Andrea Masi, con Cammillo Colonna, con Guglielmo Lindano, con Vincenzo Pinelli, con Paleotti e con più altri; e le Lettere da questi scritte al Latini, che vanno ad esse congiunte, ci provano qual conto essi facessero dal parere di un tanto uomo. Alcune altre Lettere del Latini han veduta, non da molto, la luce (Anecd. rom. t. 1, p. 811; t. 2, p. 325, 335). Dalle stesse Lettere noi raccogliamo quanto si adoperasse il Latini nel confrontare, nel correggere, nell illustrare gli antichi scrittori, e singolarmente Tertulliano, S. Cipriano e Lattanzio. E frutto delle grandi fatiche da esso in ciò fatte è la Bibliotheca sacra et prophana dal medesimo stampata in Roma nel it'77, nella quale comprendonsi tutte le note che il Latini avea di [p. 1150 modifica]I i'5o LIBRO sua inano aggiunte in margine a moltissimi SS; Padri e ad altri autori profani ne’ libri ch' ei lasciò in dono morendo al capitolo dì Viterbo. Alcune correzioni delle opere di Tertulliano, da lui suggerite al Pamelio, furono da questo scrittor’ pubblicate nella nuova edizione che di quel Padre egli diede nel 1584 Se ne hanno ancor alcune note su’ due trattati del Sigonio De antiquo jure Civium Romanorum, et de antiquo jure Italiae, e sul trattato di Niccolò Gruckio intorno a’ Comizii. Pochissimo dunque fu ciò che il Latini diede alle stampe vivendo) perciocchè uom modestissimo, com’egli era, non ardiva di avanzarsi talvolta ne’ suoi lavori, e molto meno di esporli alla censura del pubblico, o almeno non voleva porre ad essi in fronte il suo nome (V. Lagomarsin. not. ad Epist Pogian. t 2, p. 275). Quindi giustamente il Cardinal Federigo Borromeo ci lasciò di lui questo breve ma grande elogio: Latinum Latinium novimus ipsi extrema jam senecta hominem et aspectu venerando, contemptoi'em hujus famae popularis adeo quidem, ut nihil fere edidisse dici possit, si summa et excellentissima ipsius litteratura consideretur (De fug. ostentat, l. i, C. l). XXXV. Dopo avere fin qui ragionato de’ più celebri professori dell’uno e dell’altro Diritto, ragion vuole che si dica di quelli ancora che de’ professori medesimi scrisser le Vite, e che per tal modo ci mostriam grati a coloro delle cui fatiche ci siam giovati in questo tomo e ne’ precedenti. Abbiam già accennata l Epitome delle lor Vite che ci ha data Marco Mantova, [p. 1151 modifica]SEfcONDO 1 15 I e l'opera somigliante di Castelliano Cotta, e i Distici di Matteo Gribaldi, e i Dialoghi d’Alberico Gentile, ne’ quali trattando del metodo da diversi giureconsulti tenuto, ci dà ancora alcune notizie della lor vita; e ad essi si può aggiugnere un breve compendio dalle medesime di Giambattista de' Gazalupi. Due però furon quelli che con maggior diligenza in ciò si adoperarono, uno greco di nascita, ma per lungo soggiorno quasi italiano, cioè Tommaso Diplovatazio, l’altro italiano, cioè Guido Panciroli. Del primo ha pubblicata non da molto la Vita il ch. sig. Annibale degli Abati Olivieri (Mem, di Tomm. Diplovat. Pesaro, 1771), e dietro la scorta di sì erudito ed esatto scrittore che colle pruove di autentici documenti e di scrittori contemporanei ha rigettate le molte favole che intorno a Tommaso spacciavansi, e ne ha illustrata in ogni parte la storia, ne direm noi pur brevemente senza timore di errare. Assai probabili son le ragioni colle quali egli fissa la nascita di Tommaso al 1468. Ancor bambino, da Giorgio' suo padre fu trasportato dall’isola di Corfù, ov era nato, in Italia insiem colla madre Maria Lascari cugina del celebre Costantino, e col restante della famiglia. In Napoli fu istruito nella gramatica, e vuolsi che anche il Pontano non isdegnasse di scorgerlo alla cognizione de’ buoni scrittori. Di là passato a Salerno, vi attese alla filosofia e alla giurisprudenza; e questo secondo studio fu da lui ancor più coltivato e in Napoli, ove poscia tornò, e in Padova, ove nel 1489 trasferissi, essendo passato insiem colla madre a Venezia. Giasone [p. 1152 modifica]Il5a LIBRO Maino nelle leggi civili e Antonio Corsetti nelle canoniche gli furon maestri; ed egli fece alla lor scuola sì lieti progressi, che nel 1488, mentr’ei non contava che 20' anni di età, Cammilla Sforza, che con Giovanni suo figliastro dominava in Pesaro, colà chiamollo per esercitarvi la carica di vicario delle appellazioni e delle gabelle. Ma parendogli, ciò ch’ era veramente, Tommaso ancor troppo giovane per quell'impiego, inviollo frattanto a Perugia, ove sotto il magistero di Pier Filippo Corneo, di Baldo Bertolini e di Pietro degli Ubaldi continuò i suoi studii. Tornato nel 1490 a Pesaro, ne trovò partita Cammilla; ma trovò ancora ugual protezione in Giovanni rimasto solo signore di quella città, che tosto dichiarollo suo gentiluomo. Passato nello stesso anno a Ferrara, vi ebbe la laurea per mano di Giammaria Riminaldi a’ 23 d’agosto. Tommaso allora cominciò ad esercitare in Pesaro l’impiego affidatogli, e l’anno i4l)a fu promosso a quello di avvocato fiscale della Camera; e per opera dello Sforza medesimo prese a sua moglie Caterina della Corte, figliuola adottiva di Francesco Becci nobile fiorentino e maggiordomo di Giovanni. Nelle rivoluzioni ivi accadute, quando tolto allo Sforza il dominio di Pesaro, questo fu occupato dal duca Valentino, Tommaso seppe sì saggiamente condursi, ch’ ei fu carissimo al duca stesso; e quando lo Sforza ricuperò la sua signioria, continuò ad esser da lui come prima onorato, e adoperato da lui non meno che dalla stessa città, che lo ascrisse tra’ suoi cittadini, in gravi affari e in onorevoli ambasciate. Ma [p. 1153 modifica]SECONDO li53 Tessersi Toinmaso dichiarato «apertamente in favore de* tigli di Pandolfo Collennuccio fatto uccidere dallo Sforza, come altrove si è detto, per delitto appostogli di tradimento, fece che veggendosi egli decaduto perciò dalla grazia del suo signore, si cercasse più sicuro ricovero. Francesco Maria I duca d’Urbino, per raccomandazion del pontef Giulio II, inviollo suo luogotenente a Gubbio; e Tommaso frattanto, mortagli la prima moglie, prese in seconde nozze Apollonia figlia di Agostino degli Angeli nobile pesarese e medico in Venezia. Compiuto il governo di Gubbio, tornò a Pesaro, ove e negli ultimi anni del dominio Sforzesco e ne’ primi anni del suddetto duca Francesco Maria, a cui Pesaro fu conceduto, e anche a’ tempi in cui Lorenzo de’ Medici, cacciatone Francesco Maria, ne fu padrone, ricevette molte testimonianze della stima in cui i suoi signori lo aveano. Tante rivoluzioni nondimeno gli renderono spiacevole quel soggiorno, e circa il 1517 si trasferì a Venezia, e vi si trattenne onorato assai da quella Repubblica fino al 1532, nel qual anno le replicate istanze de’ suoi concittadini ottennero finalmente ch’ ei tornasse a Pesaro, di cui avea già da più anni ripigliato il dominio Francesco Maria. Nel 1538 fu gonfaloniero, ed ebbe l’incarico di riformare gli Statuti del Pubblico. Ivi finalmente cessò di vivere a 29 di maggio del 1541, e fu onorevolmente sepolto nella chiesa di S. Agostino. Poche sono le opere legali del Diplovatazio, che hanno veduta la luce; e di esse ci dà il catalogo il soprallodato autor della Vita. Ma quella per cui gli diamo Tirauoschi, Voi XI. 35 [p. 1154 modifica]li 54 filino qui luogo, è rimasta per la più parte inedita. Ella è intitolata De praestantia Doctorum, e fu creduta per lungo tempo smarrita, finchè quella parte nella quale egli espone le Vite de’ più celebri giureconsulti, trovata a caso in questi ultimi anni dall’eruditissimo auditor Passeri, ei ne fece dono al Sig. Annibale degli Abati Olivieri. Alcune di queste Vite, come quelle di Bartolo, di Paolo da Castro, di Angelo Aretino e d’Innocenzo IV, erano già state separatamente stampate. 11 P. abate Sarti, la cui Storia dell’ Università di Bologna abbiam giustamente lodata a suo luogo, ha date in luce quelle de giureconsulti che nel secolo XIII insegnarono nella stessa università. In queste Vite, almeno per quella parte che già n è pubblicata, il Diplovatazio non entra in troppo minuti racconti, e anch’egli trattando de’ più lontani, cade spesso in errore. Molte notizie nondimeno assai pregevoli egli ci somministra, singolarmente in ciò che appartiene alle loro opere, che da lui si annoverano distintamente, e sarebbe per certo cosa alla storia letteraria assai vantaggiosa, se tutta questa opera venisse a luce. Alcune altre opere si dicon composte dal Diplovatazio, che or più non si trovano, come quella De Vicarii temporali della S Sede e dell’Impero, e quella Delle libertà e privilegi de’ Veneziani. Non così la Cronaca latina di Pesaro fino*al i356, di cui ha avuta la sorte di vedere l’ originale il soprallodato sig. Annibale Olivieri, il quale ci assicura che in essa si scorge l’immensa lettura di Tommaso, le diligenti ricerche da lui fatte ne’ pubblici v [p. 1155 modifica]SECONDO II55 archivi e l’ingegno di cui egli era fornito, e avverte fra le altre cose che il Diplovatazio ha assegnata l’origine di Pesaro ai Siculi del Peloponneso, opinione di cui il sig. Annibale lusingavasi di essere stato il primo autore. E noi speriamo perciò, che o egli, o qualche altro erudito di Pesaro ne vorrà un giorno far parte al pubblico. XXXVI. Miglior sorte hanno avute le Vite de’ celebri giureconsulti scritte da Guido Panciroli reggiano, nato nel 1523 da quell’Alberto di cui già abbiam parlato, e da Caterina Lolli. Parve ch’ egli volesse raccogliere e unire in se stesso tutto il sapere che ne’ più illustri professori delle università italiane era sparso e diviso (a). Dopo essere stato ammaestrato nell’ amena letteratura in Reggio dal famoso Sebastiano Corrado, recossi a Ferrara, e alla scuola di Prospero Passetti e d’ Ippolito Riminaldi si formò alla giurisprudenza; la fama di Andrea Alciati il trasse indi a Pavia; di là a Bologna il desiderio di udire Mariano Soccino, e finalmente sen venne a Padova, ove sotto gli auspici di Marco Mantova e di Giulio Oradino diede tali pruove di’ ingegno, che f anno 15.^7, benché fosse ancora scolaro, fu nondimeno dal senato trascelto alla seconda scuola straordinaria delle Istituzioni, quasi a compenso del torto fattogli due anni addietro dal presidente del collegio de’ giureconsulti, ch essendosi il Panciroli a lui offerto per esservi t (a) Del Panciroli si son date più esatte e più distinte notizie nella Biblioteca modenese (t. p. ec.; t. 7, p. 155). [p. 1156 modifica]1156 unno ammesso, nvealo rigettato (Facciol. Fasti, pars 3, p. 156). Nel 1554 * avendo egli frattanto avuto l onor della laurea, fu promosso alla prima cattedra ordinaria delle medesime Istituzioni (ib. p. 149) > e d,ie anni appresso alla seconda ordinaria del Diritto civile (ib. p. 141)> cui tenne fino al 1570, collo stipendio negli ultimi anni di 650 fiorini. Era il Panciroli non solo nella giurisprudenza, ma anche nella’ antichità e nell’ erudizione uomo assai dotto, e molto perciò stimato da Paolo Manuzio, il quale scrivendo nel 1566 a Ottavio San Marco, ch’ era passato a Padova, Patavium te contulisti gli dice (l. 7, ep. 16), quam urbem! Athenas alte ras, ubi cura praestantes viri multi magna ri mi doctrinarum scientiam profiteantur, unum tamen in primis, quem ego seni per plurimi feci, Pancirolum tibi audiendum colendumque delegisti. Cujus consilii, mi hi crede, majorem in dies fructum voluptatemque capies. Nel tempo però del suo soggiorno in Padova faceva il Panciroli alcune scorse alla sua patria, e ne abbiamo in pruova una lettera a lui scritta nel 1563 da Paolo Sacrati, in cui lo ringrazia, perchè abbia cortesemente accolto in Reggio Giambattista Spinelli, ch’ egli aveagli raccomandato (Sacrat. Epist. l. 1, p. 57). Quando nel 1569 morì in Torino il celebre Aimone Cravetta, quel duca Emanuele Filiberto desideroso di unire in quella sua università il più bel fiore de’ dotti italiani, ad essa chiamò nell’ an 1570 il Panciroli, che provò ivi gli effetti della magnanima liberalità di quel gran principe non meno che del duca Carlo Emanuele di lui figliuolo e [p. 1157 modifica]SECONDO Il57 successore, il quale a’ mille annui scudi eli’ egli già riceveva per suo stipendio, ne aggiunse tosto altri cento. Ma l’ aria di quella città era al Panciroli così fatale, che avendovi già quasi perduto un occhio, temeva assai ancora per l altro. Chiesto dunque e ottenuto non senza gran dispiacere del duca e di quella università il congedo, tornò a Padova nel 1582, ov ebbe la primaria scuola del Diritto civile collo stipendio di mille scudi, che 1’ anno i5q5 crebbero a mille dugento (Facciol. l. c. p. 135). I pontefici Gregorio XIV e Clemente VIII bramaron di averlo in Roma, per valersi del consiglio e del sapere di sì dotto giureconsulto. Ma egli preferendo agli onori la propria quiete, antepose ad ogni vantaggio il soggiorno di Padova, ove ancora morì a’ 17 di maggio del i5c)(). LT oppra da lui composta De Claris Legum Interpretibus, divisa in quattro libri, non venne a luce che nel 1637 per opera di Ottavio Panciroli di lui nipote e al vedere ch ei parla di alcuni morti dopo il i5c)c>, e molto più al riflettere alla disuguaglianza dello stile e alla sconnession delle cose che spesso s incontra, comprendesi chiaramente che il zio non le diede l ultima mano, e che il nipote non avea quella erudizione che a compirla e a renderla esatta era necessaria. Ella è questa la miglior opera che in questo genere abbiamo, sparsa, è vero, di molti errori, come spesso abbiam avuto occasione di dimostrare, ma pure utilissima a conoscere le vicende della giurisprudenza, e piena di belle e recondite notizie, quando il Panciroli, lasciate da parte le tradizioni popolari, delle quali troppo spesso [p. 1158 modifica]II58 LIBRO fa uso, ricorre alle opere stesse de giureconsulti e agli autentici monumenti. Di argomento legale abbiamo un tomo di Consigli, e un altro intitolato Thesaurus variarum Lectionum utriusque juris, che solo dopo la morte di Guido fu pubblicato da Ettore altro di lui nipote nel 1610. Alcune altre che si accennano dal Papadopoli Hist Gymn.patav. t. 1, p. 259) e da altri scrittori, non si sa che abbian mai veduta la luce. Ma il Panciroli non si ristrinse all erudizione legale. L antichità ancora fu da lui coltivata e illustrata studiosamente; e ne abbiamo in pruova il Comento da lui pubblicato sull antica Notizia delle Dignità dell uno e dell altro Impero, a cui sogliono andar congiunti altri opuscoli Su Magistrati municipali, sulle Armi da guerra e sulle quattordici ragioni di Roma e i loro edificii pubblici e privati; opera di cui parlò con disprezzo Antonio Querenghi in una sua lettera del 1616 a Paolo Gualdo, dicendola il libro Utriusque Notitiae oscurato dalle lucubrazioni del magniloquentissimo Panciroli (Lett. d Uom. ili. l eu. 1744? p. 483), ma che ciò non ostante dalla maggior parte degli eruditi viene assai commendata. Molta è parimente l erudizione che scorgesi ne due libri da lui intitolati Rerum Memorabilium nel primo dei quali tratta delle cose conosciute dagli antichi, ed ora dimenticate; nel secondo, delle cose che son note a moderni, e non furon note agli antichi. Il Panciroli scrisse que’ due libri in lingua italiana in Torino ad istanza del principe e poi duca Carlo E111 ami elio: ed essendone venuta una copia alle mani di Arrigo Salmuth sindico di [p. 1159 modifica]SECONDO | | 5l) Amberga, questi gl ingrossò con un lunghissimo e per la maggior parte inutil comento, e li pubblicò in Amberga nel 1599; intorno a che veggasi Apostolo Zeno che di questa e di più altre edizioni ragiona minutamente (Note al Fontan. t. 2, p. 750). Il p. Niceron, che ci dà un distinto catalogo delle opere del Panciroli (Mèm, des Homm. ill, t. 9, p. 183, ec.), aggiugne ad esse la traduzione in latino di un’ opera ascetica del P. Bernardino Rosignuoli della Compagnia di Gesù, stampata sotto il nome di Guiglielmo Baldesani, e intitolata Stimoli alle Virtù. Oltre queste opere, il Panciroli un ampio e diffuso comento scrisse su tutte l opere di Tertulliano, che, come si afferma dal Guasco (Stor. letter. dell Accad. di Reggio, p. 87), in tre tomi in folio conservasi nella libreria dei PP. Minori osservanti di Reggio (a), una piccola parte del quale ha veduta la luce per opera del Muratori (Anecd. lat. t. 3). Finalmente ad illustrar la sua patria, scrisse il Panciroli un’ ampia Storia di essa in lingua latina dalla fondazione della città fino a’suoi tempi, cioè fino al 1560, di cui due codici si conservano in questa biblioteca Estense. Essa ancora ci mostra quanto vasta fosse l’ erudizione del Panciroli; perciocchè, benchè egli ancora si appoggi a’ favolosi e sognati scrittori pubblicati da F. Annio da Viterbo, si scuopre nondimeno uom versatissimo nella lettura di tutti gli antichi autori, e scrive secondo il suo secolo, come ad esatto e sincero (a) Ora essi souo nella pubblica biblioteca nel convento de’ Servi di M. V. nella stessa città. [p. 1160 modifica]Il6o LIBRO storico si conviene. Ne’ due codici Estensi si lia la dedicatoria dal Panciroli premessa a’ suoi concittadini, e segnata da Padova nel i5oo. In un altro codice veduto dal Guasco ( l. cit. ) vi ha un’altra dedica del poc’anzi nominalo Ercole di lui nipote al duca Cesare d’Este, che dal Guasco medesimo si riferisce, dalla qual si raccoglie clic pensavasi allora di stampar questa Storia. Ma qualunque ragion se ne avesse, nè egli eseguì il suo disegno, nè la Storia del Panciroli è mai venuta alla pubblica luce. Molti ci hanno lasciati luminosi elogi di questo dottissimo uomo, e fra essi io non nominerò che il celebre Heineccio, il quale della vita e delle opere di esso ci ha dato un distinto ragguaglio ( Op. t 3, p. 33^, ec. ed. Gencv. l’jfò ) Cb (*) Tre lettere originali del Panciroli al duca Alfonso 11 Ito io vedute in questo ducale archivio, la prima scritta da Tonno a’ 22 di marzo 1*178, in cui si scusa di aver colà condotto Ercole suo nipote, per poterlo più comodamente educare e istruire, e non già per contravvenire alla legge con cui vietavasi che i sudditi del duca potessero studiare in altra università, fuorché in quella di Ferrara; e si olire nondimeno pronto, quando il duca cosi comandi, a rimandarlo; le altre due da Padova aJ 20 di settembre e al primo di ottobre del i5q2, in cui dopo essersi nella prima scusato perchè non poteva ammettere in sua casa il ligliuolo di un certo Biscia raccomandatogli dal duca, perchè avea già promesso il luogo a due nipoti del Cardinal Lancellotti, si offre poi a riceverlo, avendo questi differita la lor veuuta. Uawi ancora una lettera ilei co. t ulvio Rangone governatore di Reggio, scritta al duca da questa città a’ i3 di settembre del 1682, in cui gli scrive che il Panciroli era quella mattina giunto da forino per passar poscia alla sua cattedra in Padova. Fine della Paute II dll Tomo MI.

  1. Il Bruni non fu veramente astigiano, ma oriondod’Acqui e del borgo di quella città detto Moirano. Fu consigliere de’ marchesi di Saluzzo, e poscia membro del Consiglio ducale in Asti, ed ebbe anche il feudo di Ferrere nell’Astigiano, come mi ha avvertito il ch sig. Vincenzo Malacarne.