Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VII/Libro III/Capo VII

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Capo VII – Arti liberali

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Tomo VII - Capo VI
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Capo VII.

Arti liberali.

I. Se il secolo xvi si può dire a ragione il secolo delle lettere, si può ancora dire ugualmente il secolo delle belle arti. Le une e le altre ebbero in Italia splendidi mecenati, e le une e le altre perciò giunsero in Italia alla maggior perfezione a cui potessero allora aspirare. Anzi le seconde più ancora che le prime fecero sì felici e sì maravigliosi progressi, che nè hanno ancora potuto, nè potranno forse giammai avanzarsi più oltre. Il nostro secolo ha avuti ed ha anche al presente storici, oratori, poeti che in forza, in ornamento, in eleganza di stile non cedono a’ Guicciardini, a’ Maffei, a’ FIaminii, a" I3embi, a1 Fra cast ori, a’ Sannazzari, ai Lolli, agli Speroni, a’ Vettori, e forse ancora van loro innanzi. Ha esso avuto, o ha per avventura al presente un Tiziano, un Rafaello, 1111 Coireggio, un Buonarruoti, un Palladio, un Vignola? [p. 2361 modifica]TERZO a36I Ma donde ciò? Come mai è avvenuto che nello scrivere, il nostro secolo abbia o uguagliati, o superati i più eleganti scrittori del secolo xvi, e che nei lavori di mano (se se ne tragga il • bulino) esso sia ben lungi dal pareggiare i celebri artisti che allor fiorirono? Io credo che non sarebbe difficile l’additarne la vera ragione, e il mostrare che benchè sembri che all’arti non manchino splendidi mecenati, esse però non sono ora in quelle sì favorevoli circostanze che sarebbono necessarie a farle risorgere all’antica loro grandezza. Ma le ricerche nelle quali ci converrebbe perciò entrare, non sarebbero senza pericolo; e io amo meglio perciò il lasciare che altri intraprenda a farle; e passerò in vece a dar qualche idea del fiorentissimo stato in cui furono le arti in quel secolo a lor sì felice. Qui però più che altrove mi conviene usare di brevità; sì perchè di questo argomento io mi son prefisso di trattare sol di passaggio, sì perchè il volerne parlare a lungo, mi obbligherebbe a un lavoro di lunghezza non inferiore a quello in cui ho esposta la storia delle scienze e delle lettere. Per altra parte la storia delle belle arti è stata già tanto illustrata colle opere del Vasari (a) , del Baldinucci e di tanti altri (a) La menzione delle Vite del Vasari mi dà occasione di riferire un aneddoto di fresco additatomi dal ch. sig. Giuseppe Gennari, il quale, se non se ne mostri la falsità (il che io lascio ad altri il pensiero di esaminare) , verrebbe a sminuir di molto la lode a quelf autore data finora. Il P. Serafino Razzi nelle sue \ ite «le* Santi e Beati dell’Ordine dei Predicatori ha queste parole (p. 25): Ma chi pur volesse , può [p. 2362 modifica]2362 LIBRO scrittori, altrove da noi rammentati, e più recente colla raccolta delle Lettere pittoriche che la fatica ch’io perciò sostenessi, potrebb1 esser forse considerata come inutile e infruttuosa. Io non mi tratterrò dunque nè in tesser le Vite de’ più celebri artisti, nè in annoverare le più illustri loro opere, ma, dopo aver data una breve idea del loro valore e della perfezione a cui essi condussero l’arte, mi arresterò più volentieri su alcune altre cose non bene ancor conosciute. II. Roma fu il primo teatro in cui si vide raccolto quanto di più perfetto può uscire dalla natura e dall’arte. Giulio II, Leone X, Clemente VII e Paolo III saran nomi d’immortal ricordanza ne’ fasti delle belle arti per la magnificenza con cui nel loro pontificato le promossero e le favorirono. Ivi si videro riuniti quasi tutti al tempo medesimo Rafaello d’Urbino, Giulio Romano, Giovanni da Udine, Perino del Vago, Polidoro da Caravaggio, Francesco Mazzuoli; ivi Baldassarre Peruzzi, Antonio da San Gallo e Jacopo Sansovino; ivi Alfonso Lombardi e Baccio Bandinelli, nomi nella pittura, nell’architettura, nella scultura sì illustri; e ivi per ultimo Michelagnolo Buonarroti che , pittore, scultore e architetto, riunì in se stesso tutti que’ pregi che sembravan negli altri divisi. Questi artefici stessi furono a diverse parti vedere il tutto nelle Fife de’ Pittori, Scultori ed Architetti scritte per la più parte da D. Silvano Razzi mio fratello per il Sig. Cav. M. Giorgio 1’asari suo amicissimo. [p. 2363 modifica]terzo a363 chiamati da’ principi italiani, i quali e di essi e di più altri lor somiglianti si valsero per ornare le lor città e i loro palagi di que’ superbi lavori che forman tuttora la maraviglia degl’intendenti, e rendon l’Italia oggetto d’invidia agli stranieri. La sola basilica Vaticana potrebbe bastare a rendere immortali i nomi de’ quattro suddetti pontefici, a’ quali ella dovette principalmente il suo principio e il suo fine; perciocchè in essa le arti tutte sembrarono gareggiare tra loro, a chi desse più illustri saggi del valore de’ lor professori, Io non parlerò della parte che vi ebbe Bramante, poichè di lui già si è detto nel precedente volume. Dopo Bramante fu destinato a sopraintendere a quella gran fabbrica Baldassarre Peruzzi sanese pittore e architetto di molto nome, il quale, dopo aver date diverse pruove del suo raro talento in amendue le arti, formò per ordine di Leon X un nuovo modello di quella vasta basilica, migliorando in più cose il disegno dato già da Bramante. Egli non ebbe fortuna uguale al merito; perciocchè, dopo essersi riscattato nel sacco di Roma col fare un ritratto dell’ucciso Borbone, nel ritirarsi a Siena, assaltato e spogliato degli abiti e di ogni cosa, fu costretto ad andarsene in camicia alla sua patria. Quindi tornato a Roma, fu adoperato da molti, ma scarsamente premiato, visse in molto disagio, e morì sul principio dell’anno 1536. Di lui parla lungamente il Vasari (Vite dePitt. L 3,p. 320, ec. ed. Fir. 1772), che accenna ancora il valor del Peruzzi nella prospettiva, per cui fu da Leon X adoperato nell’ornare il teatro per la.solenne [p. 2364 modifica]2364 LIBRO rappresentazione della Calandra (a). Un altro modello della stessa basilica fece Antonio da S. Gallo fiorentino, celebre architetto morto in Roma nel i546 (b), cbe in ciò si valse dell’opera di quell’Antonio Labacco, di cui abbiam rammentato un Trattato d’Architettura; modello di eccellente lavoro, che solamente nelle opere de’ legnaiuoli e nel legname costò 4184 scudi, e 1500 ne furono assegnati per mercede ad Antonio, benchè 1000 soli ne avesse toccati, quando morì. Esso però non fu approvato da Michelagnolo, perchè gli parve, dice il Vasari (l. cit. t. 4, p 320), che venisse troppo sminuzzato dai risalti e dai membri, che sono piccoli, siccome, anco sono le colonne, archi sopra archi, e. cornici sopra cornici, oltre più altri difetti ch’egli vi scorse, e principalmente un certo gusto di architettura tedesca, o, come volgarmente si dice, gotica. Di molte altre opere di Antonio si posson veder le notizie presso il suddetto Vasari. III. Fra tutti quelli però, che furono in quella fabbrica adoperati, tre sono degni di distinta (a) Di Bablassare Peruzzi più copiose notizie si possono ora vedere nelle Lettere sanesi del eli. P. Guglielmo dalla Valle (t. 3 , p. 1S7). (b) Non me» di Antonio fu celebre Giuliano da Sangallo di lui fratello maggiore, e morto nel 1.517, di cui parla a lungo il Vasari (/. 3 , p. i4 ed. Fior. 1771). Due codici assai pregevoli di disegni originali se ne conservano, uno nella biblioteca Barberini in Roma, l’altro presso il sig. abate Giuseppe Ciaccheri bibliotecario dell’università di Siena , de1 quali si posson vedere le notizie nelle Memorie per le Belle Arti, stampate in Roma (luglio 1786, p. i.p, ec.). [p. 2365 modifica]TF.UZ0 menzione, Rafaello d’Urbino, Giulio Romano, JVliclielagnolo Buonarroti. Di Rafaello tanto è già stato detto e dal Vasari (t. 3, p. i58, cc.) (. da cento altri antichi scrittori, cIT io geltciri inutilmente il tempo cercando di compendiarne la Vita (a). Alcune cose nondimeno da essi o non avvertite, o solo accennate, mi Riferire non senza piacer di bino, nato nel 1483, fu prima scolaro di Pietro Perugino in Perugia, indi di Leonardo da Vinci in Firenze , e poscia di Bramante. Chiamato a Roma a’ tempi di Giulio II, al veder le pitture di Michelagnolo, ottenne sempre maggior perfezione nell1 arte in modo che superò di gran lunga la gloria de’ due suoi primi maestri , e se se ne traggano gl1 ignudi, ne’ quali si suol dare al Buonarroti la preferenza, il terzo ancora lasciossi addietro. E veramente il nome di Rafaello sembra portar seco l’idea di ciò che di più perfetto può esser nella pittura: tanta è la delicatezza, la grazia, la vivacità, la forza, la maestà de’ suoi quadri: Ha costui, dice il conte. Algarotti (Saggio sopra la Pitt. Op. t. 2, p. 227), se non in tutto , in parte grandissima almeno ottenuto i fini, che nelle sue imitazioni ha da proporsi il pittore; ingannar l’occhio, appagar l intelletto, e muovere il cuore. E tali sono le sue fatture, che avviene assai volle a (a) Una nuova Vita scritta dn un autore contemporaneo , ch7ei sospetta poter essere monsig. «Irl a Casa ancor giovinetto , ne Ita pubblicata ni Roinu e illustrata con note il sig. abate Angelo Comodi. Giovanni Sanzio da Ur[p. 2366 modifica]a3(>6 libro citi le contempla di non lodar nè meno l’arte del maestro, e quasi non vi por cura , standosi tutto intento e rapito nell’azione da esso imitata, a cui crede infatti di trovarsi presente. Bene a Raffaello si compete il titolo di divino, con cui viene da ogni gente onorato. Chi per la nobiltà e aggiustatezza della invenzione, per la castità del disegno, per la elegante naturalezza , pel fior della espressione , lo meritò al pari di lui, e per quella indicibile grazia sopra tutto più bella ancora della bellezza istessa , con cui ha saputo condire ogni cosa? Ciò che in lui è ancor più degno di lode, si è ch’ei fu il primo per avventura a fare attento studio sulle pitture e sugli altri monumenti dell’antichità più remota, di cui perciò andava sollecito in cerca, e a rinnovare il buon gusto che tanto fioriva già presso i Greci. Delle stanze del Vaticano nobilmente dipinte da Raffaello, e dagli altri ornamenti che a quel gran palazzo egli aggiunse, de’ più celebri quadri da lui dipinti , de’ disegni e de’ cartoni in diverse parti da lui mandati, parla sì a lungo il Vasari, cbe è inutile il volerne trattare distintamente. Ma il Vasari non ha avvertito che Rafaello fu ancor deputato sull’architettura della basilica Vaticana, e che molto egli adoperossi nell’illustrare Vitruvio , e che Roma fu in molte parti da lui abbellii a ed ornata. Noi dobbiamo queste notizie ad un bellissimo passo di Celio Calcagnini, che scrivendo da Roma a Jacopo Zieglero, di tutto ciò l’avvisa , e fa insieme un sì magnifico elogio, non sol de’ talenti, ma anche de’ costumi piacevoli e delle amabilissime maniere di [p. 2367 modifica]TEnzo s3 0\r Rafaello, ch’io non posso lasciare di riportarlo qui stesamente: Vir praedives , dice egli (Op. p. 101) , et Pontifici gratissimus Raphael l rbinas juvenis summae bonitatis , sed admirabilis ingenii. Hic magnis excellit virtutibus , facile pictorum omnium princeps, seu theoricen seu praxin aspicias. Architectus vero tantae industriae , ut et inveniat ac perficiat, quae solertissima ingenia fieti posse desperarunt. Praetermitto J itruvium, quem ille non enarrat solum, sed certissimis rationibus aut defendit, aut. accusat, tam lepide, ut o mnis livor absit ab accusatione. Nunc vero opus admirabile ac posterati incedibile exequitur (nec mihi nunc de Basilica Vaticana, cujus Architecturae praefectus est, verba facienda puto) , sed ipsam plane urbem in antiquam faciem et amplitudinem et symmetriam instauratam magna ex parte ostendit. Nam et montibus altissimis et fundamentis profundissimis excavatis , reque ad scriptorum veterum descriptionem et rationem revocata, ita Leonem Ponteficem, ita omnes Quirites in admirationem erexit, ut quasi coelitus demissum numen ad aeternam urbem in pristinam majestatem reparandam omnes homines suspiciant. Quare tantum abest, ut cristas erigat, ut multo magis se omnibus obvium et familiarem ultro reddat, nullius admonitionem aut colloquium refugiens , utpote quo nullus libentius sua commenta in dubium ac disceptationem vocari gaudeat , docerique ac docere vitae praemium putet. E narra ivi ancora, ciò che altrove abbiamo avvertito (par. 2), dell’amorevole assistenza che egli prestava a quel Fabio da Ravenna [p. 2368 modifica]2368 LIBRO illustratore d* Ippocrate , eh’ei rimirava non altrimenti che padre, e mantenevalo di ogni cosa di cui faceagli d’uopo. Dell’impiego di architetto della basilica Vaticana a lui affidato parla lo stesso Rafaello in una sua elegante lettera al conte. Baldassar Castiglione, la quale ancora ci scuopre l’amor ch’egli avea dell’antico: Nostro Signore con l’onorarmi mi ha messo un gran peso sopra le spalle: questo è la cura della Fabbrica (di S. Pietro. Spero bene di non cadervici sotto, e tanto più, quanto il modello , chi io ne ho fatto, piace a Sua Santità , ed è lodato da molti belli ingegni. Ma io mi levo col pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edificj antichi; nè so, se il volo sarà (f Icaro. Me ne porge una gran luce Vi truvio; ma non tanto che basti (Lettere del conte. Bald. Castigl. t. 1, p. 172, ec.). Da una lettera del medesimo Castiglione raccogliesi che Rafaello esercitavasi ancora nella scultura: Desidero ancora sapere, scrive egli nel 1523 (ivi p. 128), se egli (Giulio Romano) ha più quel puttino di marmo di mano di Rafaello, e quanto si darà nlC ultimo. Ala fuor di questo non ce ne resta, eli1 io sappia, verun altro indicio. Così non avesse questo sì raro genio secondata di troppo la dolce e piacevol sua indole inclinata a’ pi {‘•celi, cbe occupandolo ne’ suoi amori, gli impedì il lasciarci un maggior numero di opere, e gli affrettò ancora la morte, da cui fu preso in età di soli trentasette anni nel i52o. IV. Giulio Romano, così detto dalla sua pa’ tria, e di cui non è ben certo qual fosse il cognome, fu scolaro di Rafaello, e tanto a lui [p. 2369 modifica]TERZO 23(hj caro , che morendo lasciollo erede di ogni sua cosa insieme con Gianfrancesco soprannomato il Fattore. Molto adoperossi col suo maestro nelle pitture del Vaticano, e ne compiè alcune da lui lasciate imperfette, e singolarmente la sala detta di Costantino. L’architettura non fu da lui coltivata meno felicemente, e ne lasciò a Roma non pochi saggi ne’ disegni di varie fabbriche, de’ quali venne richiesto. Ma mentre egli godeva degli onori e dei plausi che il suo valore gli meritava, poco mancò che non soggiacesse a grave gastigo dovuto alla disonestà di xvi rami da lui disegnati, e incisi da Marcantonio Raimondi bolognese, e onorati poi con altrettanti sonetti da Pietro Aretino, degno encomiatore di tali sozzure. Il Raimondi fu carcerato: l’Aretino fu pronto a sottrarsi al meritato gastigo, fuggendo da Roma: Giulio, per buona sorte, poco innanzi che si scoprisse ch’ei n’era l’autore, chiamato a grande istanza dal marchese di Mantova Federigo Gonzaga per opera del conte. Baldassar Castiglione , erasi colà recato nel 1524 (V. Mazzucch. Vita di P. Aret. p. 29, ec.). Quali onori e quai magnifiche ricompense vi avesse egli da quello splendido principe, e qual frutto traesse questi della sua liberalità verso Giulio nelle magnifiche fabbriche ch’egli gli innalzò, e in quella singolarmente del T, cui egli e disegnò con vaghissima idea, e adornò di maravigliose pitture (a), ampiamente descrivesi (a) Intorno alle pitture del T merita di esser letta la Descrizione che ne ha pubblicata colle stampe il ch. sig. avvocato Leopoldo Camillo Volta, prefetto della r. biblioteca di Mantova, in cui ancora ci ha date belle notizie intorno a Giulio Romano. [p. 2370 modifica]23^0 unno dal Vasari (t. 4 > p $339) e dall’abate Bettinelli (Delle lettere ed arti mantov. p. 131,) i quali ragionano ancora di più altre fabbriche da Giulio disegnate in Mantova ed altrove, e di molte pitture che se ne conservano. Quella città fu per lui e abbellita in più parti, e difesa contro gli allagamenti, a’ quali era spesso soggetta; e col cambiare il livello delle strade non meno che delle case, le preservò da’ pericoli ond’erano minacciate. Morto nel i5 {o il duca Federigo, Giulio trovò nel cardinale Ercole reggente di quello Stato un ugualmente benefico mecenate. Ei fu ancora assai caro a D. Ferrante Gonzaga, e io ho alcune lettere da Giulio a lui scritte, nelle quali parla di certi lavori d’argento, di cui D. Ferrante aveagli ordinato di dare il disegno. Egli morì in Mantova in età di cinquantaquattro anni, nel 1546, in fama di uno de’ più ingegnosi architetti e de’ più celebri dipintori, in ciò cbe è forza di fantasia e ardir di pennello, che in quel secol vivessero, benchè, come avverte il Vasari (l.citi p. 332), si possa affermare che Giulio espresse sempre meglio i suoi concetti ne’ disegni, che nell’operare o nelle pitture , vedendosi in quelli più: vivacità, fierezza , ed affetto; e ciò potette forse avvenire, perchè un disegno lo faceva in un’ora , tutto fiero e acceso nell’opera, dove nelle pitture consumava i mesi e gli anni; onde venendogli a fastidio, e mancando quel vivo e ardente amore, che si ha , quando si comincia alcuna cosa, non è maraviglia, se non dava loro quell’intera perfezione, che si vede ne’ suoi disegni. [p. 2371 modifica]TERZO 23"! V. Del Buonarroti ancora io dirò assai in breve> poichè, oltre la lunga Vita che ne ha scritta Ascanio Condivi, e quella non men diffusa che llP)|p sue opere ne ha inserito il Vasari (t. 6, p 131, ec.), e ciò che ne han detto mille altri scrittori, il co. Mazzucchelli ne ha dato ancora un compendio, breve in confronto alle Vite già mentovate, ma pure assai esteso (Scritt. ital t. 2 , par. 4, p. 2343 , ec.). Pochi uomini ha la natura prodotti che a Michelagnolo si possano paragonare. La fabbrica di S. Pietro, alla quale ei soprastette per lo spazio di diciassette anni, la sepoltura di Giulio II e la statua celebre di Mosè, che ne è uno de’ principali ornamenti, e la sì celebrata pittura dell’universale Giudizio della cappella di Sisto, saranno alla più tarda posterità una durevole testimonianza del singolar valore di Michelagnolo in ciascheduna delle tre arti; nè troverassi forse alcun altro che in tutte fosse , com’egli, eccellente, per modo che rimanesse dubbioso in qual maggiormente si segnalasse. Tutti i romani poni elìci da Giulio II sino a Pio IV (se se ne tragga Adriano VI che poco curava le belle arti) profusero a gara sopra di Michelagnolo le loro beneficenze. Cosimo de’ Medici cercò più volte con ampissime offerte di averlo a’ suoi servigi, perchè tutto si occupasse in abbellire Firenze, ove già ne’ primi suoi anni avea date diverse pruove del suo valore. Alfonso I duca di Ferrara si mostrò pronto a contargli dodicimila scudi, se volesse con lui trattenersi. La Repubblica di Venezia gli fece offerire l’annuo stipendio di 600 scudi, Tiraboschi, Voi. XIII. 26 [p. 2372 modifica]33^2 LIBRO se colà si recasse , senz’altro incarico che di onorare col suo soggiorno quella città; e quando pure in alcuna cosa venisse adoperato ne ricevesse ancor la debita ricompensa, come se non avesse stipendio alcuno. Francesco I re di Francia invitandolo alla sua corte, gli feCe la generosa proferta di tremila scudi pel solo viaggio. Il sultano Solimano per ultimo cercò egli pure di averlo in Costantinopoli, lasciandogli in arbitrio di chieder pel viaggio ciò che gli fosse piaciuto. Nè solo nelle dette tre arti fu Michelagnolo considerato come uno de’ più gran genj che mai fosser vissuti, ma ancora nella fortificazione delle città e delle piazze fu adoperato sovente e dai pontefici e da’ Fiorentini. Esercitossi egli innoltre nella volgar poesia, e le Rime che se ne hanno alle stampe, ci pruovano che per quest’arte ancora avea egli ricevuta felice disposizione dalla natura. Morì in Roma a’ 17 di febbraio del 15C>4? *n Ai quasi ottantanove anni. I Fiorentini, quasi per rifarsi del troppo breve soggiorno che avea fatto Michelangiolo nella sua patria (perciocchè egli era nato di antica e nobil famiglia nel castello di Caprese nel Casentino nella diocesi di Arezzo e nel contado di Firenze) , ne vollero avere il corpo, e fattolo trasportare a Firenze, con magnifica pompa il seppellirono in S. Lorenzo, e poscia dagli Accademici del Disegno gli venne innalzato un maestoso deposito nella chiesa di S. Croce. E ciò basti aver detto del Buonarroti; poichè ove trattasi d’uomini, il nome solo dei quali equivale ad ogni più glorioso encomio , è inutil lo stendersi lungamente in parole. [p. 2373 modifica]terzo a3~3 VI. Degli altri celebri professori delle tre arti t che al tempo medesimo furono in Roma, e che noi abbiamo poc’anzi accennati, io non posso stendermi a parlare distintamente , perchè ciò mi condurrebbe a un’eccessiva lunghezza, da cui in questo capo singolarmente io debbo tenermi lontano. A rendere sempre mai celebre il nome di Giovanni da Udine , basta il ricordare le logge del Vaticano, da lui sotto la direzione del suo maestro Rafaello dipinte, e di fresco, ad istruzione e a maraviglia degl’intendenti dell1 arte, incise maestrevolmente in Roma, e date alla luce. Nelle stesse logge diè i primi saggi dal suo valore, singolarmente ne’ grotteschi, Perin del Vaga fiorentino, che poscia e in Roma e in Genova in servigio del principe Doria fece più altre opere che onorevol luogo gli ottennero tra’ più illustri pittori. Polidoro da Caravaggio, così detto dalla sua patria, gareggiò con Perino al tempo medesimo, e superò tutti gli altri pittori nel dipingere i paesi e le macchie d’alberi e di sassi. Francesco Mazzola, detto dalla patria il Parmigianino, sembrò fatto dalla natura per contrastare col Correggio; e molte delle sue pitture potrebbon andar del paro con quelle di que’ due gran maestri, se, come avverte il conte Algarotti (Saggio sopra la Pitt Op. t. 2, p. 228), ei non avesse il più delle volte passati i termini della giusta simmetria, e non fosse sovente caduto in una troppo ricercata alTettazione (n). Baccio Bandinelli | (<>) Vengasene la Vita scritta dal P. Affò, e stampata in Parma nel 1784. [p. 2374 modifica]3374 LIBRO fiorentino salì a gran fama colle opere del suo scalpello, ma la offuscò non poco coll’indole sua risentita ed altera, per cui anche molti lavori gli riuscirono poco felicemente. Di tutti questi parlano a lungo il Vasari e gli altri scrittori di questo argomento, e io son pago perciò di avergli accennati. Di Jacopo Sansovino soltanto parmi che non sia lecito l’accennare semplicemente il nome, senza darne qualche più distinta contezza. Ma di lui ancora non dovremo affaticarci in ricercare la Vita, poichè, dopo il Vasari (t. 7, p. 38, ec.), essa è stata ampiamente e esattamente descritta dal ch. architetto sig. Tommaso Temanza , e stampata in Venezia nell’anno 1733 , e l1 ha poscia riunita alle Vite de’ più celebri Architetti e Scultori veneziani, da lui pubblicate nell’anno 1778, ove nomina più altri illustri artefici da me per brevità ommessi Jacopo Tatti, nato in Firenze circa il 1479 (n) j *n età di ventini anni fu dato da Antonio suo padre per iscolaro a ser Andrea Contucci da Monte a Sansavino scultore, da cui egli prese poscia questo cognome medesimo, dicendosi Jacopo Sansavino , o Sansovino. I primi lavori di Jacopo fatti in Firenze ebber gran plauso, e perciò Giuliano da San Gallo, architetto di Giulio II , seco il condusse a (") fi Sansovino nmxjue nel gennaio del 1477» come osserva il Vasari nella Vita di esso , c he dopo la pubblicazione della sua opera scrisse e pubblicò a parie, e cbe trovata a caso dui eli. sig. Don Jacopo Morelli, b stata da lui nuovamente data 111 bue in Venezia nel 1789. picchè il Sansovino 11011 solo 91, ma q3 anni visse veramente. [p. 2375 modifica]terzo 3375 Roma, donde però per infermità ivi contratta tornò qualche tempo appresso a Firenze} e fino all’anno 1527 alternò il soggiorno in queste due città, e in amendue fece opere sì perfette nella scultura, eli1 ei ne venne in fama di uno de’ più valorosi artefici del suo tempo. Nè alla scultura solamente, ma all1 architettura ancora ei rivolse il pensiero, e in questa ancora egli fece veloci e maravigliosi progressi. Dopo il sacco di Roma, ritiratosi a Venezia, e deposto il pensiero di andarsene in Francia, ove dal re Francesco I era stato caldamente invitato, fissò in quella città la sua stanza , nè più abbandonolla , finchè ebbe vita. Nel i5 ji) fu scelto dalla Repubblica a proto, ossia architetto della Procuratia di sopra , e d’allora in poi il Sansovino, lasciata quasi in dimenticanza la scultura, diedesi principalmente allo studio e all1 esercizio dell1 architettura. La Zecca, la Libreria di S.Marco, il palazzo de’ Cornari sul Canal grande, la Scuola della Misericordia, e più altre fabbriche così in Venezia, come altrove, renderono e rendon tuttora celebre il nome del Sansovino. Ma la Libreria di S. Marco ne pose a qualche cimento la fama. A’ 18 di dicembre del i5.{5 ne cadde la gran volta} e il Sansovino, a cui ne fu imputata la colpa , fu dapprima per soverchio zelo d’alcuni chiuso in prigione} e benchè liberatone tra non molto , venne però privato dell"impiego di proto, gli fu sospeso l’usato stipendio , e fu condennato a pagare pel risarcimento mille ducati. Ma la pietà del senato non soffrì che il Sansovino portasse per lungo tempo la pena di una semplice negligenza , e fu egli [p. 2376 modifica]23^6 LIBRO soccorso in modo clic non avesse a ricever gran danno dalla multa impostagli, e poscia anche nel 1548 fu rimesso al primiero impiego; in cui poscia continuò finchè visse, cioè fino a’ 27 di novembre dell’anno 1570, nel qual giorno nell* età decrepita di novantun anni morì. Del valore del Sansovino sì nella scultura, che nell’architettura , non giova dir lungamente , e in poche parole ne ha formato il carattere il sopraccitato sig. Temanza, il quale accennando l’emulazione cbe era già stata in Roma tra lui e ’l Buonarroti, dice: Jacopo era nato per primeggiare, ma non ove fosse Michelagnolo (Vita del Sansov. p. 29). Egli è certo frattanto che per mezzo di questi due insigni architetti e insieme d’altri, de’ quali abbiamo trattato nel ragionare degli scrittori dell’arte (a’ quali deesi aggiugnere il cavalicr Domenico Fontana nato nel territorio di Como circa il 1543, e che a’ tempi di Sisto V si rendette celebre in Roma per molte fabbriche da lui disegnate, e più che per esse, pel trasporto del famoso obelisco da lui felicemente eseguito, e di cui a lungo parlano nelle lor Vite il Bellori e il Baldinucci) e singolarmente del Palladio e del Vignola, 1 architettura giunse nel corso di questo secolo a tal perfezione, che sarebbe stato a bramare che non avesse più sofferto alcun cambiamento, e che la brama di superare que’ gran maestri, e di aggiugnere all’arte nuovi ornamenti, non l’avesse fatta decadere da quella semplice maestà e da quell’ammirabile proporzione a cui essi l’avean condotta. [p. 2377 modifica]TERZO a^77 VII. Quella splendida munificenza nel promuovere e nell1 avvivare le belle arti, che tanto gloriosi avea renduti i pontificati di Leon X e di Clemente VII, fu parimente origine d’immortal lode al governo di Cosimo I e di Francesco e di Ferdinando de’ Medici di lui figliuoli e successori. Per opera loro singolarmente si vide Firenze sì adorna di magnifici edificj, e sì ricca de’ più vaghi lavori di pittura e di scultura, che dopo Roma non vi è forse città che le possa stare a confronto; e a loro innoltre dovettesi il fiorir che ivi fecero tanti celebri professori, che sostenuti e premiati dalla liberalità di que’ principi, ne renderon loro la miglior ricompensa eh1 essi potcsser bramare, assicurando ad essi un’eterna onorevole ricordanza. Io non prenderò ad annoverare distintamente nè le fabbriche per ordin di Cosimo innalzate, nè le Statue ed altri somiglianti lavori di cui egli fece abbellire Firenze, nè le pitture delle quali adornò i pubblici e i suoi privati edificj, nè le pruove non molto inferiori di somigliante magnificenza che diedero gli altri gran duchi che gli succederono. Le loro Vite, le orazioni funebri dette in. loro onore , le Storie fiorentine , i Ragionamenti altre volte citati del sig. Giuseppe Bianchini, le opere del Vasari , del Baldinucci e di più altri scrittori toscani ne sono piene, e io non potrei che ripetere un’altra volta ciò che mille volte è stato già detto. Basti dunque sol l’accennare che , oltre le opere delle quali adornaron Firenze alcuni degli artefici da noi già nominati, ivi fiorirono Fra Bartolommeo [p. 2378 modifica]2378 LIBRO domenicano detto perciò di S. Marco, Andrea del Sarto , di cui dovrem poscia parlar di nuovo Giannantonio Sogliani, Francia Bigio, Domenico Beccatemi, Crisi ofano Gherardi detto Doceno , Jacopo da Pontorno, Angelo detto il Bronzino, Giorgio Vasari e molti altri pittori di chiaro nome, e alcuni di essi degni di an„ dar dappresso ai primi maestri nell’arte , e Andrea da Fiesole, Niccolò detto il Tribolo Baccio Bandinelli, Simone Mosca , Bastiano Aristotile da S. Gallo , Gianfrancesco Rustici , Fannello Ricciarelli, Bartolommeo degli Ammanati, architetti e scultori assai valorosi. Ed a condurre queste arti a perfezione sempre maggiore in Firenze, giovò non poco l’Accademia del Disegno da F. Angelo Montorsoli, di cui diremo tra poco, da Giorgio Vasari e da certo maestro Zaccaria ivi istituita, e dal duca Cosimo favorita e protetta (Vasari, t. 6, p. 25). Perciocchè unendosi in essa i professori più rinomati, ed esaminando le opere loro, e comunicandosi a vicenda i loro lumi, si venivano eccitando ed aiutando 1’un 1 altro alla formazion di lavori sempre più eccellenti e perfetti. Vili. Benché Roma e Firenze, in ciò che appartiene alle belle arti, abbiano ottenuto sopra tutte le città d’Italia, anzi di tutta l’Europa, un incontrastabil primato, le altre città però non furono prive di professori di molto grido, e alcuni ne ebbero di tal valore, che poteron destare gelosia ed invidia ne’ più famosi maestri. Alfonso Lombardi ferrarese, morto in Bologna nel 1536, fu scultore celebratissimo, [p. 2379 modifica]TF.nZO *879 e 1’imperador Carlo V, a cui in concorrenza del gran Tiziano offerse un ritratto dello stesso monarca, fatto prima di stucco e poscia di marmo, gli fece dono di 700 scudi (ivi, t. 4, p. 1, ec.). Prospero Clemente reggiano, detto per errore dal Vasari Prospero di Modena (t. 5, p. 325) , fu un de’ più famosi scultori di questo secolo, e oltre i lavori che il detto scrittore ne accenna, più altri ne esistono, e fra essi le due grandi statue di Ercole e di Lepido , che or sono innanzi alla porta di questo ducal palazzo di Modena (a). Girolamo Santa Croce, che fiorì al medesimo tempo, e morì un anno dopo il Lombardi, lasciò molti saggi del suo valore nella scultura a Napoli sua patria (t. 4 j p- 9 » cc.)• Giambatista Boriano mantovano fu eccellente architetto, e diversi monumenti ne accennano il Vasari (t. 5, p. 327) e f abate Bettinelli (Delle Lettere ed Arti mantov. p. 126), che rammenta ancor quelli di Gabriele Bertazzolo di patria ferrarese, ma abitante in Mantova, celebre singolarmente per la sua opera sopra i sostegni di Governolo, che però non fu da esso stampata che nel 1609. Galeazzo Alessi perugino molte belle fabbriche disegnò in Perugia, in Genova e in Milano, e in questa ultima città fra le altre cose il palazzo di Tommaso Marini duca di Terranuova (Vasari, t. 7, p. 98, ec.). Nè debbonsi passare sotto silenzio alcuni famosi lavoratori in (n) Di Prospero Clemente e delle opere di questo insigne scultore si è parlato a lungo nel tomo sesto della Biblioteca modenese (p. 377, cc.). [p. 2380 modifica]238o libro terra rotta, fra’ quali furono quell1 Andrea Contucci da Monte Sansovino che fu maestro del Sansovino (ivi, t. 3, p. 280), e Antonio Begarelli modanese, morto nel 1565, di cui narra il Vasari (t. 6, p. 334) che Michelagnolo passando per Modena , e veggendo le belle figure di terra cotta da lui formate e tinte a colore di marmo, esclamò: Se questa terra diventasse marmo, guai alle statue antiche. Il Vasari medesimo altrove (t. 5 , p. 324) attribuisce a un artefice modenese, detto il Modanino, quattro grandi statue poste nel dormitorio di questo monastero di S. Pietro de’ Monaci benedettini, e altre nei monasteri di Parma e di Mantova. Noi abbiamo veduto (t. 6, par. 3 , p. 1080, ec.) che questo nome di Modanino fu dato a Guido Mazzoni plastico valoroso che sulla fine del secolo xv fu dal re Carlo VII condotto in Francia. Ala olii sa clic il Vasari non abbia confuso il Modanino col Begarelli, facendone per errore due personaggi diversi? Del Begarelli sono fra le altre cose le statue della Deposizion dalla Croce di terra cotta, che sono in questa chiesa di S. Margherita de’" Minori osservanti (a). Alcune donne ancora furono ne’ lavori delle belle arti assai rinomate, come (a) Del Begarelli ancora più copiose e più esatte notizie si sono date nel tomo sesto della Biblioteca modenese (/;. 317, ec.). Ivi si è mostrato che opera di esso sono le statue de’ monasteri di Mantova, di Parma e di Modena dal Vasari attribuite al Modanino, e si è parlato di tutti gli altri lavori di questo ammirabile plastico, che tuttor veggonsi in questa città e altrove. Ivi si è anche parlato di Properzia Rossi (p. 5a3). [p. 2381 modifica]terzo a38i osserva il Vasari, il quale fra le altre loda le belle sculture di Properzia de’ Rossi, che da alcuni dicesi bolognese, modenese da altri , donna nelle scienze ancora e nelle altre arti espertissima, e morta in età giovanile nel i53o < /. 3, p. 400, ec.). IX. Maggiore ancora fu il numero de’ pittori che colle loro opere concili aro» gran nome a diverse città d’Italia, onde furon natii. Pellegrino da S. Daniello, Giannantonio Licinio da Pordenone, Pomponio Amalteo da S. Vito, e nella provincia del Friuli loro patria e in altre città alle quali furono chiamati, ottenner fama di pittori assai valorosi (Vasari, t. 4 , p. 45 , ec.). Bartolommeo da Bagnacavallo insieme con Biagio bolognese dipinse assai nobilmente il refettorio e la libreria di S. Salvadore in Bologna, ove vedesi S. Agostino in atto di disputare, e in Bologna pure si esercitaron con lode Amico bolognese, Girolamo da Cotignola e Innocenzo imolese (ivi, p. 109, ec.). Jacopo Palma natio di Serinalta nel territorio di Bergamo, detto il vecchio, e l’altro Jacopo Palma di lui nipote, Liberale, Gianfrancesco Caroto, Francesco Monsignori, e più altri di patria veronesi (ivi, p. 157, ec. 178, ec.) salirono, essi pure a gran nome, e cose strane raccontansi singolarmente della naturalezza delle pitture del Monsignori, e fra le altre, che un cane si avventasse contro un altro cane da lui dipinto, con tale impeto, che si rompesse il capo nel muro, e che un uccello andasse per posarsi sul braccio steso di un [p. 2382 modifica]2382 LIBRO fanciullo da lui parimente dipinto. Ma fra tutti i Veronesi fu. celebre singolarmente Paolo Cagliari detto perciò Paolo Veronese, che era in età di trenta anni mentre il Vasari scriveva (t. 5 , p. 259, ec.), e morì poi nel 1588 in età di circa ciuquant’otto anni. Di lui parla più a lungo il marchese Maffei (Ver. illustr. par. 3, p. 296, ec.), il quale, dopo aver descritti i rari pregi di cui ne sono adorne le opere, singolarmente per la vivacità delf espressione, pc1 vaghissimi ornamenti d’architettura" architettura per polla perfezione de’ colori, accenna 1’opinione d alcuni cbe Paolo debba porsi a fianco di Tiziano, di Rafaello e del Correggio, ed al par di essi debba avere la preferenza su gli altri tutti. Celebri furono in Venezia e altrove i nomi di Giorgione da Castelfranco trivigiano, di Sebastiano veneziano che visse poi lungamente in Roma, di Battista Franco (Vasari, t. 3, p..49; t. 4? p- 360; ti 5, p. 381); ma assai più celebre ancora fu quel di Jacopo Robusti, soprannomato il Tintoretto (ivi, p. 397), perchè figliuol d’ 1111 tintore, il quale non meno per le vive capricciose invenzioni della sua fantasia, e per l’ammirabile vivacità delle sue pitture, che per la singolare prestezza con cui eseguivale, fu tra’ più illustri di quell’età, e visse fino al 1593. Paolo Veronese e il Tintoretto insieme coll’immortale Tiziano, di cui ora diremo, sono i tre più illustri ornamenti della scuola veneta , celebri anche per ciò, che essendo tutti eccellenti, tennero nondimeno vie molto diverse. Dosso e Battista fratelli, [p. 2383 modifica]terzo a383 Convenuto Garofalo (a) e Girolamo Carpi, tutti di patria ferrarese (ivi, t. 4 , p. 11 j t 5, p. 301 , 311), ma l’ultimo di essi oriondo da Carpi e della famiglia Grassi (Guarini, Chiese di Ferr. p. 25(5), gareggiarono essi pure co’ migliori dipintori} e Girolamo , oltre l’esser pittore, fu ancora architetto , e servì per qualche tempo in Roma al pontefice Giulio III, ma poscia j non pago del frutto che da tal servigio traea, tornossene a Ferrara, e ivi morì nel 1556. A questi deesi aggiugnere Jacopo da Ponte soprannomato il Bassano dalla sua patria, di cui può far maraviglia che il Vasari non faccia menzione, mentre pur era nato fin dal 1510. Ma di lui, oltre ciò che ne abbiamo presso più altri scrittori, ha di fresco ragionato con molta esattezza il ch. sig. Giambattista Verci (Della Pitt. bassan. p. 30, ec.), il quale, se esalta i rari pregi di cui fu Jacopo adorno, non ne tace pure i difetti, e parla ancora de’ quattro figli ch’egli ebbe, tutti seguaci delT arte stessa , che sono Francesco, Leandro, Girolamo e Giambattista, de’ quali i primi due singolarmente se gli accostarono assai dappresso. Sul (a) Ninno di que’ che hanno scritto intorno a Benvenuto da Garofolo, ha rammentate le pitture a fresco, «Ielle «juali egli ornò gran parte della cuiesa dello Spedale ora soppresso di Rubiera sulla via da Modena a Beggio. Yedesene tuttora segnato il nome , e insieme Panno in cui egli dipinse «pielle pareti, che fu il i543, inentr egli coniava sessantadue anni di età. ed avea già perduto 1’uso di un occhio. E sarebbe desiderabile che non si lasciasser perire, coinè pur troppo sembra che si debba temere. [p. 2384 modifica]238.{ unno finir poscia del secolo fiorirono principalmente Federigo Barozzi da Urbino, pittor dolce e grazioso e nel disegnar diligente, e i Caracci co’" lor discepoli, de’ quali ci riserbiamo a parlare nel tomo seguente. Alcuni buoni pittori ebbe anche il Piemonte, e fra essi quel Macrino di Alba, morto verso il 1528, di cui prima di ogni altro ha parlato il sig. Giuseppe Piacenza nella sua nuova edizione dell’opera del Baldinucci (t. 2, p. 252, ec). Le notizie di questo pittore, come egli stesso afferma, furono a lui comunicate dal ch. sig. baron Vernazza, il quale poscia negli archivi di Alba ha scoperto che i veri nomi di questo pittore erano Gio. Jacopo d’Alladio. X. Fra tutti però i pittori italiani di questo secolo, tre sono quelli a’ quali per comune consenso, e senza contrasto di alcuno, si accorda sopra tutti la preferenza; ed essi sono Rafaello, di cui già abbiam detto, Tiziano e il Correggio, di cui dobbiam qui favellare in breve per riguardo al lor merito, ma alquanto più stesamente che non abbiam fatto della maggior parte degli altri. Del Tiziano ha scritto il Vasari (t. 7, p. 1), e dopo lui tutti gli altri scrittori di questo argomento, ma più esattamente di tutti il sig. Giangiuseppe Liruti (Notizie de’ Letter. dei Friuli, t. 2, p. 285) , di cui principalmente qui ci varremo. Tiziano Vecelli fu della terra di Pieve capo del Cadore , paese nelle Alpi del Friuli, ove nacque nel 1 /J77. Mandato in età giovanile a Venezia, perchè vi coltivasse il talento che già in lui scorgevasi grandissimo per la pittura, eLbe 9 [p. 2385 modifica]terzo a385 in essa a maestro Giovanni Bellino e poi Giorgione da Castelfranco, e nelle lettere umane Giambattista Egnazio. In queste riuscì egli felicemente per modo, che mentre era in età di circa ventitré anni, fu celebrato dal conte Jacopo di Porzia, come uno dei più felici poeti che allor vivessero. Ma egli lasciò presto la poesia per tutto volgersi alla pittura , a cui e la sua inclinazione e la speranza di segnalati vantaggi più fortemente traevalo. In fatti non v’ebbe forse pittore che più di lui fosse onorato. Venezia ne fu l’ordinario soggiorno, perchè egli il volle} ma le istanze 0 gl1 inviti perchè si recasse altrove, eran continui e pressantissimi. Leone X fra gli altri bramò d1 averlo in Roma} ma egli costantemente se ne schermì , e solo fu a Roma per qualche tempo nel pontificato di Paolo III. Ben ebbelo per qualche tempo il duca di Ferrara, a cui lasciò diverse opere illustri del suo pennello, e da cui fu distintamente onorato. Sopra tutti però fu egli carissimo all1 imperator Carlo V, che più volte volle essere da lui ritratto 5 e per lui Tiziano due volte dovette viaggiare a Bologna, una nel Piemonte e due volte fino ad Augusta, e ne fu anche splendidamente ricompensato, non solo con diplomi onorevoli e con contrassegni non ordinarj di distinzione e di stima, ma anche con magnifici donativi , e coll1 annua pensione di 200 ducati, i quali poi furono accresciuti fino a 400 dal re Filippo II, che molto pure si valse dell’opera del Tiziano. Egli però in alcune sue lettere, citate dal sig. Liruti, si duole che questi suoi assegnamenti poco [p. 2386 modifica]2386 LIBRO fedelmente gli fosser pagati, e ritardati di troppo; lamento assai ordinario in quel secolo, in cui pare che quanto più splendidi erano i principi nell1 assegnare magnifiche ricompense, tanto più lenti e difficili fossero i loro ministri nelf eseguirle. Molto giovò Tiziano a sostenere in Venezia l’arte de’ musaici, della quale dice il Vasari che essendo dimessa quasi in ogni altro luogo, ivi solo per opera di questo illustre pittore, e per la magnificenza di quel senato si conservò, e nomina a questo luogo alcuni (p. 35, ec.) che col disegno di lui lavorarono in S. Marco eccellenti musaici, fra’ quali egli dà sopra tutti la preferenza a Valerio e a Vincenzo Zuccherini (’) trivisani. I ritratti però furono il lavoro di cui Tiziano più occupossi; e appena vi ebbe principe, o uomo per lettere o per armi o per dignità illustre a quei tempi, che da lui non fosse ritratto; nel qual genere di pittura ei non ha chi gli possa stare a confronto; tanto son naturali i lineamenti, vivi i colori e spiranti i volti da lui dipinti, a’" quali non altro sembra mancare che la parola. Celebri ancor ne sono i paesaggi. Tiziano, dice il conte Algarotti (Sagg.’ sopra la Pitt. op. t. 2 , p. 160), è tra’ Paesisti l’Omero. Tanto hanno di verità i suoi siti, di varietà, di freschezza , e invitano a passeggiarvi dentro. Ed egli ebbe agio a farne quanti gli piacque; poichè ebbe vita lunghissima, (*) Il Vasari ha scnlto per errore Zuccherini invpce «li Zucca/i, che fu il vero cognome de* due fratelli Valerio e Francesco insigni artefici di musaico. [p. 2387 modifica]TERZO 3387 e mori solo nel 1576, in età di novantanovc anni , e fu sepolto in Venezia nella chiesa detta de’ Frari. Il sig. Liruti accenna alcune lettere di Tiziano sparse in diverse raccolte , e alcuni epigrammi latini a lui attribuiti, de’ quali però dubitano alcuni ch’ei veramente non fosse autore. Di lui ancora si ha un’orazione latina detta nel 1575 al doge Luigi Mocenigo in nome de’ suoi terrazzani, e un’Epitome del corpo umano, accennate dal marchese Maffei (Esame deli Eloq. di /nonsig. Fontan. p. 48). XJ. Anche del Correggio ha scritto il Vasari (t. 3y p. 56, ec.), ma assai scarsamente, e non senza errori. Nelle annotazioni aggiunte alle recenti edizioni si è rischiarata meglio la memoria di questo illustre pittore, valendosi singolarmente de’ monumenti prodotti in’una lettera stampata in Bologna nel 1716, di cui è autore il proposto Gherardo Brunorio Correggio d’Austria. Antonio Allegri, soprannominato il Correggio, che nelle sue lettere latinizzando il suo nome solea sottoscriversi Antonio Lieto, nacque in Correggio l’an 1494(da Pellegrino Allegri di onesta e civile famiglia originaria dal Castello di Campagnuola, e da Bernardina Aromani («). (a) Dopo la prima edizione della mia Storia, fu pubblicata la Vita del Correggio scritta dal celebre Mengs, che fu poi anche sotto il suo nome con pochi cangiamenti ed aggiunte riprodotta dal sig. Carlo Giuseppe Ratti pittor genovese, il qual sostiene di esserne autore, Io pure ne ho parlato assai lungamente (Bibl. moden, t. f>, /1. 0.3 \, ec.). e mi lusingo che la suite e 1 amicizia di molli valentuomini ini abbiano favorito a segno di Tiuabosciii, Voi XIII. 27 [p. 2388 modifica]2388 LIBRO Ninn ci sa dire chi gli fosse maestro nell’arte; e ciò che da alcuni si afferma eh’ei fosse scolaro del Mantegna, è più appoggiato a congetture che a pruove. Più degna di fede sarebbe l’asserzione di Tommasino Lancillotto modenese coetaneo del Correggio, clic nella sua Cronaca ms. di Modena, copiata nel secolo seguente da Giambatista Spaccini, parlando di Francesco del Bianco pittor modenese, morto nel i5io, afferma eli’ ei fu il maestro del Correggio. Ma a dir vero, nell’originale del Lancillotto questo passo non si ritrova. Non vi ò memoria cbe il Correggio mai vedesse nè Venezia, nè Roma; e a quest’ultima città ci assicura Ortensio Laudi eli’ egli non viaggiò mai: Morì giovane, senza haver potuto veder Roma (Cataloghi, p. 4‘j8). rischiarare la vita di questo incomparabil pittore più che non si era fatto finora. Ivi ho fra le alti e cose mostrato che il Correggio fu veramente correggesco, e non oriondo da Campagnuola; che la sua famiglia era sufficientemente agiata di beni di fortuna; che il Correggio non fu sì povero , nè i suoi quadri furono sì mal pagati, come da alcuni si crede; che per la cupola di s. Giovanni in Parma, e per gli ornamenti aggiunti alla nave maggiore, ebbe 472 ducati d’oro in oro ossia zecchini veneti; che mille ducati d’oro ebbe per la cupola della cattedrale; che le 208 lire reggiane pagategli pel quadro detto della Notte non equivalgono già a otto doppie, ma a quarantasette e mezzo scudi d’oro; prezzi al certo inferiori di troppo a quelli che ora si darebbero per aver tali pitture, ma che a que’ tempi eran prezzi da valoroso pittore. Ivi ancora si potranno vedere le più minute notizie intorno alla vita e a’ quadri di questo sì raro genio. Nella stessa Biblioteca si è parlato (p. 493) di Lelio Orsi da Novellara, forse scolaro, e certamente uno dei più felici imitatori del Correggio. [p. 2389 modifica]^ terzo 2389 Ciò rende tanto più ammirabile il talento rarissimo del Correggio, che quasi senza maestri giunse ad aver pochissimi che il pareggiassero nella pittura, niuno forse che il superasse. La vivacità, la delicatezza, la grazia, e singolarmente T inarrivabile morbidezza delle carni, sono i pregi che lo distinguon fra tutti, e per cui alcuni non temono di antiporlo al medesimo Rafaello. La cupola del duomo di Parma, in cui è dipinta l’Assunzion della Vergine, quella di S. Giovanni che rappresenta l’Ascensione di G. C. e più pitture che tuttor ne rimangono in (quella città, la Maddalena , la Natività del Redentore, ossia la celebre Notte, il S. Giorgio, la Zingara, il Cristo nell’Orto, e altri di mano di questo famoso pittore, sono tuttora i più pregevoli ornamenti delle chiese e delle gallerie, nelle quali conservansi. Narrasi che il Cristo nell1 Orlo fosse da lui dato a uno speziale per iscontare un debito di 4 scudi che con lui aveaj ch’esso fosse poco dopo venduto per 500 scudi, e poscia fino per 7500 doppie. Ma forse la prima parte di questa storia è inventata a capriccio, come favolosa credo io parimente la narrazione che il Vasari ci fa della morte del Correggio, cioè, che essendogli stato fatto in Parma un pagamento di 60 se tuli di quattrini, esso volendoli portare a Correggio per alcune occorrenze sue, carico di quelli si mise in cammino a piedi, e per lo caldo grande che era allora , scalmanato dal Sole, bevendo acqua per rinfrescarsi, si pose nel letto con una gravissima febbre, nè di quivi prima levò il capo, che finì la vita noli età sua di anni [p. 2390 modifica]23^0 LIBRO quaranta o circa. I monumenti nella lettera già accennata prodotti ci mostrano che il Correggio non poteva esser sì povero che avesse bisogno di caricarsi le spalle di quel gran peso, e così andarsene a piedi alla patria. E innoltre nelle Memorie del convento di S. Francesco di Correggio, ove egli è sepolto, si trova scritto: Adì 5 Marzo 1534 morì Maestro Antonio Allegri Dipintore, e fu sepolto a’ 6 detto in S. Francesco sotto il portico. Come dunque potè a questa stagione il Correggio essere sì scalmanato dal Sole? Quindi di ciò che narrasi dal Vasari, è certo solo che il Correggio morì in età di quarant’anni, come affermasi ancora nell* iscrizione clic gli fu posta al sepolcro, e che nelle note al Vasari medesimo vien riferita. Fu certo gran danno dello stesso Correggio di’ ci non potesse raccogliere dalle sue fatiche quel frutto che loro era dovuto. Per la sua Notte, che fu fatta per la chiesa di S. Prospero in Reggio, non ebbe che 208 lire reggiane, che corrispondevano a circa otto doppie (V. Lettere pittor. t. 3, lett. 212) , prezzo di cui appena sarebbe oggi pago per un quadro di somigliante grandezza un mediocre pittore; e per un altro quadro gli furon date 15 braccia di mezza lana, c una certa quantità di frumento (Lett. pitt. t. 3, p. 33i}) (a). Ma egli era uomo per indole modesto e timido e ben lontano da quella alterigia che offuscò la gloria di altri valentuomini di quel secolo. Pare che la poco favorevol fortuna abbia seguito a travagliarlo ancor dopo morte, poiché (a) Vedi la nota precedente. [p. 2391 modifica]TERZO 2391 di un sì gran pittore non abbiamo ancora una Vita che si possa dire degna di esso. Il P. Orlandi nel suo Abecedario pittorico accenna un’opera che dovea pubblicarsi da Lodovico Antonio David pittore in Roma, in cui fra le altre cose egli avea scritta con molta esattezza la Vita del Correggio. Ma essa non è mai uscita alla luce. E io desidero che qualche valent’uomo si accinga una volta a riparare il torto fatto finora al più gran pittore che abbia avuto la Lombardia. Meritano di esser lette due lettere di Annibale Caracci scritte da Parma nel 1580, nelle quali, dopo aver vedute le pitture che ivi esistono del Correggio, ne parla da uomo estatico e trasportato, e non sa finir di stupirsi come un si grand’uomo, e, come egli il chiama, Angelo in carne, fosse mentre vivea conosciuto sì poco, e si poco ricompensato (Lett. pitt t. 1, p. 85, ec.). Di un altro Antonio da Correggio che fiorì poco appresso, e che era di profession miniatore in Venezia, io trovo menzione nelle Lettere di Pietro Aretino. In una scritta nel 1548 ad Andrea da Perugia, lo invita a venirlo a trovare imitando il raro miniatore Antonio da Corrcggio, che d hora in hora veggio (Lettere, l. 4, p. 183)} e in un’altra dello stesso anno al medesimo Antonio lo dice spirito vaghissimo nella vaga bellezza della paziente arte del miniare, e nomina Giulio di lui fratello che da Venezia dovea tornare a Correggio (ivi, p. 256). Di lui fa menzione ancora Ortensio Landi, il quale c’indica eli1 egli era della famiglia Bernieri: Antonio Bernieri pur da Correggio in età giovanile è miniatore di chiara fama (Cataloghi. p. 498)* [p. 2392 modifica]^3<)2 LIBRO XII. La menzione or fatta di questo celebre miniatore ci richiama alla memoria un altro che in quest’arte non ebbe pari nel corso di questo secolo , cioè il famoso Giulio Clovio , di cui pure ha scritta la Vita il Vasari (t.7, p. 102). Ei non fu, a dir vero, di patria italiano, ma nacque nella Schiavonia. Venuto però in età di diciotlo anni in Italia, vi soggiornò quasi sempre, finchè visse, e fu dapprima presso il Cardinal Marino Grimani; indi passò in Ungheria alla corte del re Lodovico, e dopo la morte di esso, tornato in Italia, servì il Cardinal Campeggi, amato e stimato al sommo da tutti quelli, al cui servigio egli stette pel raro suo talento nella miniatura. Nel sacco di Roma del 1527, trovossi a tali strettezze e a tali pericoli, che fece voto , se ne campava , di rendersi religioso. E fedelmente lo attenne, entrando ne’ Canonici regolari di S. Salvadore in Mantova. Ma alcuni anni appresso, mentre egli stava nella canonica di Candiana sul Padovano , ove ancor si conservano i libri corali da lui vagamente miniati, il Cardinal Grimani, per valersene con maggior suo agio, ottenne dal papa, ch’ei potesse deporre l’abito religioso, e viver seco in Perugia, ove era Legato. Passò indi al servigio del Cardinal Alessandro Farnese nipote di Paolo III, dal quale non si dipartì fino alla morte. Molti lavori di sommo pregio fece per lui d). Giulio, e fra gli altri ornò di gentilissime miniature un officio della B. Vergine, che lungamente descrivesi dal Vasari, e in esso son da ammirarsi singolarmente alcune figure nulla più grandi di una picciola [p. 2393 modifica]TERZO formica, e in cui nondimeno veggonsi espresse sì spiccatamente le membra , che più non potrebbesi in un ritratto al naturale. Molto fu adoperato dal duca Cosimo, che seco il tenne a Firenze per alcuni mesi, nè l’avrebbe lasciato di là partire, se avesse potuto farlo senza disgusto del Cardinal Farnese. Morì in Roma in età di circa ottant’anni nel 1578, e per l’amore eh* ei sempre avea serbato pe’ suoi Canonici regolari, benchè ne avesse deposto l’abito, volle essere tra lor sepolto nella chiesa di S. Pietro in Vincola, ove poscia nel 1632 gli fu posta un’onorevole iscrizione, che si può vedere nelle recenti edizioni del Vasari. Una medaglia in onor di esso coniata ho io veduta nel museo che aveano già i Gesuiti nel lor collegio di Brera in Milano, e ne avea copia in S. Salvador di Bologna il eh. P. abate Trombelli. XIII. Dell’architettura militare si è già parlato abbastanza nel secondo libro di questo tomo, ove abbiamo annoverati i molti insigni scrittori di quest’arte che ebbe allora l’Italia, e abbiam mostrato quai rapidi progressi pel mezzo loro ella fece. Ma voglionsi qui accennare due altri che giovaron non poco co’ lor lavori a rendere più perfetta e più adattata alle circostanze de’ tempi la fortificazione. Il marchese Maffei assai a lungo si stende nel dimostrare che Michel Sammicheli di patria veronese, nato nel i4$4 c morto nel 1559), celebre architetto, di cui ha parlato anche il Vasari (t. 5, p. 535), e poscia più di fresco e più ampiamente il Temanza (T’ite de più [p. 2394 modifica]2394 tinno cel. Architi, c Scult. veri. t. 2, p. i5i, ec.) e eli cui il conte Alessandro Pompei ha pubblicati nel 1735 i Cinque Ordini d’Archi lettura in Verona, fu il primo a ideare i bastioni triangolari o cinquangolari con facce piane e con fianchi e con piazze basse, che raddoppiano le difese, e non solamente fiancheggino la cortina, ma tutta la faccia del baloardo prossimo, e nettino il fosso e la strada coperta e lo spalto (Ver. illustr. par. 3, p. 150, ec., 217, ec.); e che di questa sua idea ei desse il primo saggio nelle fortificazioni di Verona cominciate nel 1527. Ma forse può contrastar questa lode al Sammicheli Battista Commandino, padre di quel Federigo celebre matematico di cui abbiam ragionato tra’ matematici. Quando furono fabbricate le mura di Urbino dal) duca Francesco Maria I della Rovere sul principio del secolo, Battista ne fu l’architetto; ed egli cambiò in esse l’usato sistema, per meglio difenderle contro l’artiglierie che allor cominciavano ad usarsi nell’assediare le piazze, Ecco come di esso ragiona Bernardino Baldi nel suo Elogio della patria (Mem. d’Urb. p. 26): Architetto di queste fu Battista Commandino padre di Federigo, il quale in ciò deve grandemente ammirarsi, poichè egli fu de’ primi, e forse il primo , che trovò la forma de’ Baluardi, che si usano nella Fortificazione moderna. ed adattò di modo gli orecchioni. che coprissero e difendessero le cannoniere de’ fianchi, e le cannoniere sì fattamente, che difendessero le forze de’ Baluardi. E sebbene egli è certo, che sono molto piccoli ed incapaci, [p. 2395 modifica]TERZO ^395 considerato V uso di questi tempi, è perciò da considerarsi, che il modo di oppugnare, e di espugnare di quel secolo, e la difficoltà del sito non ricercavano fabbrica maggiore. Converrebbe esaminare e confrontare tra loro le mura (di Urbino e quelle di Verona, e vedere quali di esse più si accostano alla moderna fortificazione. Ma a chiunque di questi due ingegneri si* debba la preferenza, sono amendue degni di lode, perchè furon dei primi a cambiare il sistema e le regole della fortificazione, e ad adattarla agli usi della moderna maniera di assediare. Alcuni altri ingegneri italiani potrebbonsi qui rammentare , e fra gli altri il cavalier Paciotto da Urbino, da cui accenna il Busca (Architett. p. 129, 181) che fu dato il disegno per la fortificazione di varie piazze. Ma la brevità di cui mi son prefisso di usare, non vuol che mi stenda più oltre (*). XIV. Così le tre arti sorelle fiorivano gloriosamente in Italia, e insieme colle lettere (*) Possiam qui aggiugnere un cenno di una grand’opera appartenente alla scienza dell7acque, che o alla line del xv o al principio del xvi secolo parve felicemente eseguita, cioè 1 asciugamento delle Paludi Pontine. Io ne ho trovata la notizia ne: Conienti del Ccsariano sull’Architettura di Vitruvio, stampati in Como nell’anno i52i. Queste pontine palude, dic’rgli (p. 20) per un Frate di Conio nostra ariate sono sta purgate et evacuate , cosa che mai Romani il poteno fare. Chi fosse questo frate comasco, e come riuscisse a sì ardua impresa, il Cesariano noi dice. Convien dire però, che di breve durata fosse questo diseccamento; e par che la gloria di condurre a fine sì grande e sì util lavoro sia stala riserbata a! regnante pontefice Pio VI. [p. 2396 modifica]239G libro risorgevano all* antica lor dignità, rinnovando i felici secoli di Atene e di Roma. La fama degli artefici italiani sparsa perciò in ogni luogo destò ad emulazione e ad invidia le straniere nazioni, e i loro sovrani, i quali bramosi di accrescere a’ loro regni quell’onore e quel lustro che da essi riceveva l’Italia, alcuni ne chiamarono alle lor corti, e con magnifiche ricompense premiarono i loro lavori. Fra essi Francesco I, che nel proteggere e nel premiare splendidamente le lettere e i letterati non ebbe forse chi ’l superasse, al tempo stesso che dall’Italia chiamava i maestri della seria e della piacevole letteratura, chiamava ancora alcuni de’ più celebri professori delle belle arti. Già abbiamo veduto nel precedente tomo di questa Storia, che Leonardo da Vinci fu da lui voluto alla sua corte, e che quel genio rarissimo e singolare gli spirò tra le braccia. Abbiamo ancor ragionato in questo tomo medesimo di molti architetti italiani che in Francia furono con molta lor lode adoperati, cioè del Serlio, del Vignola , del Bellucci, del Castriotto , e ad essi deesi aggiugnere Girolano Bellarmati sanese, di cui, come narra il Cellini (Sua Vita, p. 236), si valse il re Francesco nel fortificare Parigi. Di lui si posson vedere più ampie notizie presso il conte. Mazzucchelli (Scritti ital. ti 2 , par. 2 , p. 640), a cui volsi aggiugnere che nell’aprile del 1546 ei fu anche a Modena per ordine del duca Ercole II, affine di visitare le fortificazioni di questa città, che allora si stavano fabbricando, come narra Tommasino Lancillotto nella sua Cronaca ms. [p. 2397 modifica]TERZO 3^97 Alcuni pittori, scultori e architetti furono da Francesco e dai successori di esso condotti e mantenuti in quel regno , e largamente ricompensati. E il primo e il più eccellente tra essi fu Andrea del Sarto fiorentino, che tra’ pittori toscani, secondo l’opinione di molti, ha il primato. Nacque in Firenze nel 1488 da Michelagnolo Vannucchi sarto di professione, e perciò sempre rimasegli per soprannome il mestier del padre. Dopo avere per alcuni anni esercitata la pittura in Firenze, dipingendo a olio non meno che a fresco, singolarmente nel chiostro de’ Servi, il re Francesco I, che alcuni quadri di Andrea avea veduti e ammirati , il volle alla sua corte, a cui egli recossi nel 1518, accolto con sommo onore, e premiato tosto con magnifici donativi, e pel solo ritratto che gli offrì del Delfino allor nato di fresco, ne ebbe 3oo scudi d’oro. Altri quadri fece egli pel re e per altri di quella corte, ove Andrea era poco men che adorato. Ma il predominio che sopra lui avea preso la sua donna da lui lasciata in Firenze, e le preghiere che questa faceagli perchè tornasse in Italia, lo indussero a chiedere al re licenza di passare per alcuni mesi alla patria , giurando però sul Vangelo, come il re volle, che sarebbe ritornato alla corte. Giunto però eli’ ei fu a Firenze, tanto potè la donna sull’animo di Andrea che, dimentico del giuramento, non più pensò alla Francia, con gran dispiacere del re Francesco, il quale per molto tempo non volle vedere pittori fiorentini. In Firenze adunque visse poi sempre Andrea fino al 1530, che fu l’ultimo [p. 2398 modifica]2398 LIBRO (ii sua vita, e molte pitture che ivi lasciò, ed altre che furon poi sparse in diverse parti, gli ottenner tal nome, principalmente nei lineamenti del volto, ne’" panneggiamenti e nel colorito, che alcuni non dubitan di pareggiarlo a Rafaello e al Correggio, intorno a che si vegga il Vasari che di lui ragiona assai lungamente (ti 3, p. 344)• XV. Benchè il re Francesco per l’infedeltà di Andrea del Sarto fosse sdegnato contro i pittori fiorentini, placatosi poi nondimeno, accolse volentieri e onorò di molto favore Rosso del Rosso pur fiorentino, che colà fu chiamato verso il 1539. Egli avea acquistata gran fama con diverse pitture fatte in Firenze e in Roma, nella qual seconda città, essendosi egli trovato al sacco del fu assai maltrattato, e costretto a servir da facchino a’ soldati. In Francia fu sì caro al re, che ne ebbe in dono una casa in Parigi, e un’annua pensione di 400 scudi; e innoltre beneficj ecclesiastici e sì splendidi doni, ch’ei giunse poscia ad avere più di mille scudi d’entrata, oltre il pagamento de’" suoi lavori. Ma egli non seppe godere della sua sorte; perciocchè avendo accusato un suo concittadino di furto a sè fatto, ed essendosi questi trovato innocente, egli temendo di essere punito come calunniatore, col veleno si uccise nel 1541 (ivi, ti 4, p. 87, ec.). Fra le altre pitture fatte dal Rosso in Fontaneblò, son celebri tredici quadri, de’ quali si può vedere la descrizione nell’ultima edizione del Vasari. In essi volle egli descrivere le principali azioni del re Francesco I. E in questo lavoro ebbe a compagno [p. 2399 modifica]TERZO 23()9 Francesco Primaticcio bolognese, scolaro di Giulio Romano, e pittore al tempo medesimo e lavoratore di stucchi e architetto, di cui parla a lungo il Vasari (t. 6, p. 403). Egli passò in Francia nel 1539, e dal re Francesco fu rimandato in Italia nel 1540, affin di raccogliere monumenti antichi, e di disegnare i più celebri che adornano Roma. Tornato in Francia, diè compimento alla galleria di Fontaneblò, cominciata dal Rosso, e ne ebbe in premio il titolo di cameriere del re e la badia di S. Martino. Ei fu non men caro a’ successori di Francesco, cioè ad Arrigo II, a Francesco II, da cui fu fatto commissario generale sulle fabbriche di tutto il regno, e a Carlo IX, finchè in età assai avanzata finì di vivere verso il 1570. Alcuni altri Italiani aiutarono il Primaticcio nelle pitture che ci fece in Francia, e fra gli altri Giambattista da Bagnacavallo, figlio di quel Bartolommeo da noi già nominato, Prospero Fontana bolognese, e sopra tutti Niccolò del! Abate modenese (a). Il Malvasia, sull’autorità di uno scrittore di niun conto, afferma (Felsina pittr. t. 1, p. 158) che ei fu detto dell’Abate perchè fu scolaro dell’abate Primaticcio. Ma egli poteva riflettere che il Vasari, il qual due volte ragiona di questo pittore, lo dice sempre modenese (t 5, p. 322; t. 6, p. 4°7)> e C^1C Niccolò, prima di andare in Francia e di unirsi in dipingere col Primaticcio, avea fatte tali pitture in Italia , che ne rendevano celebre il (a) Di Niccolò dell’Abate si posson vedere più copiose c più esatte notizie nella Biblioteca modenese (/. 6, p. 222 , ec.) [p. 2400 modifica]2^00 LIBRO nome, senza ch’egli abbisognasse di usar l’altrui. Egli era nato nel 1512, ed era figlio di Giovanni degli Abati, famiglia ascritta alla cittadinanza di Modena, che tuttora sussiste. Attese allo studio della pittura prima in Modena, ove fu scolaro del celebre plastico Begarelli, poscia in Bologna, ove lasciò più pruove dei suo valore. Celebri erano singolarmente quelle del palazzo Torfanini, delle quali si parla in una delle Lettere pittoriche (t. 5, p. 262), in cui si afferma che Niccolò può andare in riga co’ primi Pittori, che sieno fioriti al mondo. Di più altre pitture di Niccolò ragiona distintamente Francesco Scannelli (Microcosmo,p. 323). Alla sua patria ancora lasciò più saggi dell’eccellenza del suo pennello. Nel 1546 dipinse insieme con Alberto Fontana la prima stanza della Comunità, le quali magnifiche pitture si sono fino al dì d’oggi conservate felicemente, e fino a’ giorni nostri eransi ancor conservati i fregi da lui dipinti che adornavano la facciata esteriore della casa dei signori Ingoni, acquistata poi dal sig. marchese. Paolucci. Ma esse, prima ch’ei ne facesse l’acquisto, per comando di uno che ha giudicato che il color bianco fosse più da pregiare che le pitture di Niccolò, sono state poi cancellate. Ma celebri singolarmente son le pitture della Rocca di Scandiano, ch’egli fece per ordine del conte Giulio Boiardo, che allor n’era signore. Ivi veggonsi ancor nel cortile, benchè molto danneggiati dal tempo, i più illustri fatti dell’Ariosto descritti nel suo poema; e vedevansi in un gabinetto, divisi in dodici quadri a fresco, gli argomenti de’ [p. 2401 modifica]TERZO a4oi dodici libri dell’Eneide; le quali pitture, insieme con più altri vaghissimi fregi, affinchè più gelosamente si conservassero, sono state staccate dal muro per ordine del duca Francesco III, e incastrate nella gran sala di questo ducal palazzo, come già altrove abbiamo avvertito (t.6, par. 3). In tal maniera rendutosi celebre Niccolò, fu per opera dell’abate Primaticcio chiamato in Francia nel 1552, ove e in compagnia di esso e da se solo dipinse con singolar maestria nella real galleria di Fontaneblò, e singolarmente 60 quadri a fresco della Vita di Ulisse, esaltati con somme lodi da chiunque ha potuto vederli, e fra gli altri dal conte Algnrotti che ebbe il dispiacere di essere testimonio dell’atterrarsi che fece verso il 1740 quella magnifica galleria (Algar. Op. t 6, p. 12). Altre pitture di Niccolò fatte in Francia descrivonsi dall’autor francese delle Vite de’ più illustri Pittori (Abregé de la Vie des Peintres, t. 2, p. 16, ec.), e più altre notizie intorno al medesimo e alle pitture che di lui tuttor si conservano nell’Istituto di Bologna, si posson vedere nella bell1 opera del signor Giampietro Zanotti, intitolata: Le Pitture di Pellegrino Tibaldi e di Niccolò Abati esistenti nell Istituto di Bologna, magnificamente stampata in Venezia nel 1756. A lode però di questo valoroso pittore non vuolsi tacere che Agostino Caracci, gran maestro dell’arte, in un suo sonetto, riferito dal Malvasia (Felsina pittr. t 1, p. 159), propose l’Abati come uno in cui tutte le parti fosser congiunte che formano un perfetto pittore. Dal medesimo Primaticcio fu chiamato alla corte [p. 2402 modifica]2i{ 02 LIBRO di Francia nel i546 Francesco Salviati celebre piltor fiorentino, di cui pure, e delle opere da lui falle in Roma e in Firenze, parla a lungo il Vasari (t 6, p. 31). Ma dopo il soggiorno di venti mesi, uomo com’egli era d’indole difficile e risentita, parendogli di non essere nè lodato, nè premiato secondo il merito, tornò in Italia, e morì poscia in Roma nel i563. XVI. A questi pittori deesi aggiugnere un valoroso scultore che dal re Francesco I fu alla sua corte chiamato; benchè poco tempo vi si trattenesse. Ei fu f Giannangelo da Montorsoli, luogo tre miglia lontan da Firenze verso Bologna, che dopo aver provate le Religioni de’ Camaldolesi, de’ Francescani e de’ Gesuati, entrò finalmente nel 1530 in quella de’ Servi, di cui però ancora depose l’abito tra non molto. Alcuni lavori da lui fatti in Firenze e in Roma gli ottenner la fama di scultor valoroso; e perciò dal Cardinal di Tournon condotto in Francia, fu presentato al re Francesco, da cui presto gli fu assegnato un onesto stipendio, con ordine di lavorare quattro grandi statue. Ma mentre il re trovavasi assente, e avvolto in guerra cogl’inglesi, Giannangelo veggendo che da’ tesorieri non si eseguivano i reali comandi, e ch’ei non poteva toccare il pattuito denaro, determinossi ad andarsene; e benchè allora tutto gli si contasse ciò che gli era dovuto, seguì nondimeno la sua risoluzione, e venne in Italia. Delle opere da f Giannangelo fatte in molte città d’Italia, fra le quali son celebri principalmente la sepoltura del Sannazzaro in Napoli, e quella di Andrea Doria in Genova, e due fontane [p. 2403 modifica]TERZO a4°3 in Messina, si vegga il Vasari (ivi, p. 1, ec.). Quando il pontefice Paolo IV con severe leggi costrinse i disertori degli Ordini religiosi a fare ad essi ritorno, il Montorsoli, distribuito in limosina e in sovvenzione de’ suoi parenti tutto il suo guadagno, rientrò nell’Ordin de’ Servi; nè cessò nondimeno di esercitar la scultura, e fu poscia uno de’ fondatori dell’Accademia del Disegno, già da noi mentovata, cui non cessò dal promuovere fino all’anno 1564 che fu l’ultimo della sua vita. All’esercizio dell’arte medesima della scultura e insieme di quella dell’oreficeria fu colà chiamato dal medesimo re Benvenuto Cellini fiorentino, non meno celebre per la sua eccellenza in quelle arti, che pel suo umor fantastico e capriccioso, per cui era continuamente a contesa or coll’uno or coll’altro; e libero di lingua al par che di mano, mori leva rabbiosamente chiunque ardiva toccarlo, fosse egli pure uom grande e potente, e spesso ancora si valeva dell’armi contro de’ suoi rivali; chiuso perciò più volte in prigione ed esposto a gravi pericoli della vita; ma sempre uguale a se stesso, nè fatto mai prudente dalle passate vicende. Oltre ciò che di lui abbiamo nell’opera del Vasari (tj, p. 163), e in altre di somigliante argomento, e nelle Notizie dell"Accademia fiorentina (p. 182, ec.), ha scritta egli stesso la sua Vita, che dopo essersi lungamente giaciuta inedita, è stata stampata in Napoli colla data di Colonia nel e se l’edizione ne fosse riuscita più corretta e più esatta, ella sarebbe una delle più piacevoli cose che legger si possano; così il Cellini descrive sinceramente Tira boschi, Voi. XIII. 28

lo strano suo umore e le sue curiose avventure. Egli era prigione in Roma per ordine di Paolo III, quando il cardinale Ippolito II d’Este a nome del re di Francia il chiese al papa, e ottenutolo a gran pena, seco il condusse in quel regno. Grandi furono gli onori, grandi le ricompense che ivi ebbe dal re, e s"egli avesse saputo frenare alquanto la lingua e vincere i suoi capricci, non vi era cosa ch’ei non potesse sperare. E quell’ottimo re non mostrò mai più chiaramente qual fosse il suo amore pe’ professori delle belle arti, quanto nel soffrir per più anni le bizzarrie e le stravaganze di Benvenuto, che fra le altre cose sparlava continuamente di madama d’Estampes favorita tanto dal re. Tornò finalmente in Italia; e anche al duca Cosimo fu accettissimo, quanto il permetteva la strana natura di Benvenuto. Morì, secondo le Notizie dell’Accademia confermate dagli Elogi degl’illustri Toscani (t. 1), a’ 15 di febbraio del 1570, in età di scttant’anni. Delle maravigliose opere da lui fatte nell’oreficeria ci dà una breve ma giusta idea il Vasari, dicendo: quando attese all’Orefice in sua giovanezza, non ebbe pari, nè avrà forse in molti anni, in quella professione, e in fare bellissime figure in tondo o basso rilievo, o tutte altre opere di quel mestiero. Legò gioje, e adornò di castoni maravigliosi, con figurine tanto ben fatte, e alcune volte tanto bizzarre e capricciose, che non si può nè più nè meglio immaginare. Le medaglie ancora, che in sua gioventù fece, d’oro e d argento, furono condotte con incredibile diligenza, nè si possono lodare tanto che [p. 2405 modifica]TERZO a4o5 basti. La stessa lode si dee alle opere di scultura da lui disegnate ed eseguite; e il Vasari osserva che è cosa meravigliosa a riflettere come Benvenuto, dopo essersi per più anni esercitato in piccioli e minuti lavori, riuscisse poi a sì gran perfezione anche nei grandi, alcuni de’ quali egli descrive. Nè il Cellini fu solo artefice, ma anche scrittore de’ precetti dell’arte, e ne abbiamo due Trattati, uno intorno alle otto principali arti dell’Oreficeria, e l’altro intorno all’arte della Scultura, stampati in Firenze nel i5(58, c poscia di nuovo con qualche giunta nel 1731 (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 41 i), e assai pregiati dagl’intendenti delle belle arti. Di un codice ms. della medesima opera, assai diverso dalle dette edizioni, e perciò molto pregevole, ci ha data notizia il ch. signor D. Jacopo Morelli, e ne ha ancor pubblicato un frammento sopra l’Architettura, in cui ci dà molte notizie de’ più celebri professori di quest’arte che in quel secolo fiorirono (Codici mss. della Libr. Nani, p. 20, 155). XVII. Non men che la Francia, il Portogallo e la Spagna dovettero all’Italia i primi lumi che ivi si vider risplendere delle belle arti. Andrea Contucci dal Monte Sansavino, scultore e architetto illustre, già da noi mentovato, negli ultimi anni del secolo precedente era stato chiamato alla corte di Portogallo, ove avea disegnate più fabbriche, e principalmente un magnifico palazzo reale; e tornato poi in Italia nel 1500, tra noi ancora lasciò più pi nove del suo valore in Genova, in Roma, in Arezzo, e sopra tutto in Loreto, ove per ordine di Leon X [p. 2406 modifica]24o6 LIBRO fu destinato a condurre al suo compimento la fabbrica della santa Casa (Vasari, t. 3, p. 280, ec.). Lione Lioni aretino scultor famosissimo fu lungamente in Ispagna e nelle Fiandre ai servigi dell’imperador Carlo V e del re Filippo II, e molte statue e molti busti lavorò per que’ principi e per altri di loro famiglia, onorato perciò dal medesimo imperadore che andava talvolta a vederlo , mentre stavasi lavorando, e ricompensato col titolo di cavaliere, col dono di una bella casa in Milano nella contrada de’ Moroni, che da lui poscia fu magnificamente rifabbricata, colf annua pensione di 150 ducati, e con tanti altri doni, che, tornando da Spagna, ne portò seco duemila scudi in contanti. Servì anche a Ferrante, a Cesare, a Vespasiano Gonzaga. E io ho copia di tre lettere da lui scritte al primo, i cui originali conservansi nel segreto archivio di Guastalla. Fra le opere da lui fatte in Milano dee rammentarsi singolarmente il magnifico sepolcro di Gian Jacopo de’ Medici marchese di Marignano, che è nel duomo di quella città, e per cui gli furon pagati 7800 scudi (ivi, t 7, p. 84* ec.). Una valorosa dipintrice di patria cremonese, cioè Sofonisba Anguisciola, figlia di Amilcare e di Bianca Ponzona, e discepola di Giulio Campi, pittore anch’esso assai celebre, fu per opera del duca d’Alba condotta a’ servigi del re Filippo II e della reina di lui moglie; e a quella corte visse più anni stimata ed onorata pel valore del suo pennello da que’ sovrani, e anche dal pontefice Pio IV, di cui ha pubblicata il V asari una lettera ad essa scritta nel i5(Ì2, all’occasion di [p. 2407 modifica]TERZO a4°7 un ritrailo della reina, eli’ ella trasmisegli a Roma (ivi, t. 3, p. 406; t 5, p. 335, ec.). Ma il più celebre fra tutti gli artefici chiamati in Ispagna fu Pellegrino Pellegrini, detto ancora Pellegrino Tibaldi, perchè fu figliuol d’un Tibaldo, di patria bolognese, e nato nel 1527 , di cui, oltre il Vasari (t. 6, p. 413, ec.), parla a lungo il Malvasia (Fels. pittr. t. 1, p. 165,ec.), e una più esatta Vita se ne ha nell’opera poc’anzi citata del signor Giampietro Zanotti. Ei fu pittore insieme e architetto; e benchè assai pregiate ne sieno alcune opere di pittura che di lui si hanno in S. Luigi de’ Francesi in Roma, in S. Giacomo degli Agostiniani in Bologna e altrove, più celebre ei fu nondimeno per le sue opere d’architettura, fra le quali debbono rammentarsi singolarmente le chiese di S. Fedele e di S. Sebastiano in Milano (a) c quella della Madonna di Ro, otto miglia lungi dalla città, (a) Nella prima edizione si era attribuito al Pellegrini anche il disegno della chiesa di S. Lorenzo, a cui di fatto comunemente si attribuiva. Ma nella Nuova Guida di Milano si è giustamente osservato (p. 137) che quest1 opera fu dapprima all! lata a un Certo Giovanni Cucco milanese, e che poscia, conosciutane forse l’incapacità, ne ehhe la direzione Martino Bassi valoroso architetto. Ivi ancora si accennano le contese che col Bassi ebbe il Pellegrini intorno alla fabbrica del duomo di Milano (p. 41, ec.); e le scritture stese dal Bassi su questo argomento furono da lui stesso pul blicate in Brescia nel 1572, e sono poi state ristampate in questi ultimi anni per opera del sig. Francesco Bernardino Ferrari ingegnere ed architetto, che vi ha aggiunta una bella Vita del Bassi, a torto dimenticato finora da tutti gli scrittori delle Vite degli Architetti. [p. 2408 modifica]2^08 muro e il Collegio Borromeo in Pavia, e la Loggia de’ Mercanti in Ancona. Ei fu ancora architetto del gran duomo di Milano, e due diversi disegni diede per la facciata. Per ordine di Filippo II formò il disegno della magnifica fabbrica delf Escoriale; e dovette poi egli stesso colà portarsi per eseguirla , e ivi ne’ nove anni che vi si trattenne, al tempo medesimo che soprantendeva alla fabbrica, la abbellì in molte parti con belle pitture, di che parlano a lungo tutti gli scrittori che ci danno la descrizione di quel portentoso edificio , e anche il Malvasia. Tornato poscia a Milano, ivi continuò a vivere e ad operare col titolo d’ingegnero ducale fino al i5i)8, che fu l’ultimo della sua vita. Alcuni altri ingegneri italiani furono assai rinomati in occasion delle guerre di Fiandra, e adoperati in esse da Alessandro Farnese, e dagli altri generali che gli succederono, fra’ quali son degni di special ricordanza Bartolommeo Campi, che si distinse nell’assedio di Harlem, ove ancora fu ucciso Pompeo Targone romano, il qual però fu creduto più abile ad ideare ingegnose macchine, che ad eseguire (Bentivogl. Stor. par. 1, l. 7; par. 3, l. 7), e possiamo ancora aggiugnere Federigo Giambelli mantovano, che trovandosi in Anversa, mentre l’assediava il Farnese, per difesa de’ cittadini ritrovò e costrusse le famose barche da fuoco , che non picciol danno recarono agli Spagnuoli (ivi, par. 2, l. 3). Tra’ quali architetti io avvertirò solo che il Campi per altri suoi mirabili ingegni è altamente lodato da Bernardino Baldi: Bartolommeo Campi da Pesaro, dice egli [p. 2409 modifica]TERZO 2.^09 (Delle Macoli, se moventi, p. 8), uomo di grande ingegno, mentre serviva i nostri principi, fece, per quanto mi vien detto, una tartaruca d’argento argento, (quale camminando per la mensa, /wo. vendo i piedi, la coda, e il capo, se n andava nel mezzo, dove apertasi come una cassetta dalla parte di sopra somministrava gli steccadenti. Questi medesimo ardì poi (cosa disperata da tutti) di porsi a levar dal fondo del mare la smisurata mole del Galeone di Venezia , il che se bene non gli successe, lo scoperse però giudizioso inventore della macchina atta per sua natura ad alzar peso maggiore. XVIII. L’Inghilterra per ultimo non fu priva di artefici italiani, singolarmente nell’architettura militare. Perciocchè, oltre quel Jacopo Aconzio altrove da noi nominato, fu a’ servigi del re Arrigo VIII Girolamo da Trevigi, di cui ci ha date alcune notizie il Vasari (t 4, p. 68 ec.). Ei fu dapprima pittore, e in Trevigi sua patria esiston tuttora alcuni quadri da lui dipinti, e uno singolarmente in tavola nella cattedrale, in cui in maniera alquanto secca si veggon dipinti la Beata Vergine, il Bambino Gesù e S. Sebastiano , coll’iscrizione: Hieronymus Tarvisio pinxit MCCCCLXXXVII; della qual notizia io son debitore al ch. monsignor Rambaldo degli Azzoni conte Avogaro canonico di quella cattedrale, altre volte da me lodato (’). Fu poscia (*) Lo stesso monsignor Avogaro mi ha poi avvertito che in questa città conservasi un altro quadro, che (fu già tavola di altare, e che ha segnato il nome di Girolamo da Trevigi, e l’anno mcccclxxviii, ed è [p. 2410 modifica]2410 unno in Vinegia, in Trento e in Bologna, ove fece più opere che descrivonsi dal Vasari;.ma sdegnato per la preferenza che vide data ad altri in Bologna, andossene in Inghilterra, e non come pittore, ma come architetto, offertosi al re Arrigo VIII, fu da lui adoperato nella fabbrica di molti edificj, e splendidamente ricompensato, venendogli fra le altre cose assegnato l’annuo stipendio di 400 scudi. Ma mentre egli, in servigio degl’Inglesi, era col loro esercito in Francia all’assedio di Bologna in Piccardia nel 1544 t 11,1 c°lp° di cannone gli fu tolta la vita. Dell’infelice morte di questo architetto fa menzione Pietro Aretino in una sua lettera a Jacopo Sansovino, scritta nel luglio del 1545: Difètto di cesello, dice egli (Lettere, l. 3, p. 158), et fantasticaria di humore si tenne già per alcuni invidi il ciò, che prometteva il mio compare Girolamo da Trevigi; et divenuto poi del Re di Inghilterra Ingegni eri con grossissimo stipendio, diede buon testimonio del suo acuto intelletto insino sopra le mura di quella Bologna, ove fu morto cF artiglieria, mentre il ponte portatile, eli ei fece, tolse la terra a Francia. Il Vasari afferma che soli trentasei anni avea Girolamo, quando fu ucciso nel 1544* se ei già dipingeva nel 1487 come si è osservato, ei dovea anzi essere in età bene avanzata. opera in suo genere perfetta, e die non può esser lavoro di un giovinetto. Creile egli adunque che due pittori dello stesso nome si debh.tno ammettere, uno più antico di maniera secca e digiuna, conte allora si usava ancor da” migliori; f altro più giovane e di miglior maniera, pittore insieme e ingegnerò, e morto in età ancor tresca nel 1544[p. 2411 modifica]TERZO a4ll XIX. Mentre i rarissimi genj, de’ quali fu sì copiosa l’Italia nel corso di questo secolo , sollevavano a tal perfezione le tre arti sorelle, altre arti ancora, che hanno con esse non picciola relazione, si esercitavan tra noi con uguale felicità , e con uguale maraviglia ed invidia degli stranieri. L’intaglio così nelle pietre, come nel metallo, si condusse a quella maggior finezza a cui poteva condursi. Degl’intagliatori di cammei e di gioie parla non brevemente il Vasari (t. 4? P- 24t)> ’1 quale molti ne annovera de’ più famosi, come Giovanni delle Corniole e Domenico de’ Cammei milanesi, de’ quali abbiamo parlato altrove (t. 6, par. 2) , Pier Maria da Pescia , Giovanni Bernardi da Castel Bolognese, Matteo del Masaro veronese, che fu anche chiamato alla corte del re Francesco I, ove poscia morì nell’impiego di maestro de’ regj conj; Niccolò Avvanzi e Galeazzo Mondella pur veronesi, Valerio vicentino, il Marmitta parmigiano, Domenico di Polo fiorentino, Luigi Anichini ferrarese, Alessandro Casari detto il Greco, Giannantonio de’ Rossi milanese, di cui è celebre singolarmente il meraviglioso cammeo del duca Cosimo I, ove vedesi egli scolpito e ritratto al naturale insieme colla moglie e con cinque loro figliuoli; Cosimo o Jacopo da Trezzo, Filippo Negrolo, Gasparo e Girolamo Misuroni , tutti milanesi, e alcuni altri che parte nel lavorar cammei, parte nel coniar medaglie e in altri cotai lavori si segnalarono. Fra’ coniatori più celebri di medaglie deesi anche annoverare Caradosso milanese: Ancora era in Roma, [p. 2412 modifica]24*2 LIBRO dice Benvenuto Cellini nella sua Vita (p. 30), un altro eccellenti ss imo valentuomo, e si domandava per nome Messer Caradosso. Quest’uomo lavorava solamente di medaglie cesellate fatte di piastra, e molt’altre cose. Fece alcune paci lavorate di mezzo rilievo, e certi Cristi (f un palmo di piastra sottilissima di oro tanto ben lavorato, ch’io giudico questo essere il maggior maestro, che mai di tal cosa io avessi visto, e di lui più che di nessun altro aveva invidia (a). Egli era della famiglia (a) 11 Caradosso, se crediamo a Teseo Ambrogio, scrittore contemporaneo e pavese, non fu milanese, ma pavese. Ei ne descrive parecchi lavori, di cui non veggo farsi menzione da alcuno; e dopo aver detto ch’ei non avea 1 uguale nel conoscer le gemme e le pietre preziose , racconta che avendo Giulio II comperato un diamante pel prezzo di 22:100 scudi d oro, Caradosso il legò con lamine d’oro e d’argento, in cui , se ben mi ricordo , dice egli, erano con finissimo lavoro scolpiti i quattro Dottori della Chiesa; del qual diamante soleva valersi il papa ne’ solenni pontificali. Aggiunge che per lo stesso pontefice avea lavorato con singolar artificio un triregno tutto ornato di gemme e d’oro; che niuno era mai giunto a intagliar le pietre sì finamente come il Caradosso, e che molte corniole da lui scolpite anche da’" più esperti uomini eran credute antiche; e che finalmente un Apolline in bronzo formato da Caradosso in Roma era di sì eccellente lavoro, che non cedeva ai più rinomati monumenti d’antichità. Loda ancora Angelo e Tiburzio fratelli pavesi, valorosi scultori essi pure’ e figli di Jacopo che esercitata avea la medesima professione; Lorenzo Gornasco celebre lavoratore di musicali strumenti d’ogni maniera, e destro nel commettere insieme due pezzi di legno, per modo che non era possibile il più staccarli, benchè non si vedesse con qual mezzo stessero uniti (Introd. in ling. Chald.ec. p. 183, ec.). [p. 2413 modifica]TERZO 24l 3 Foppa , e fu detto Caradosso per soprannome impostogli da un signore spagnuolo, il quale sdegnato perchè non mai finiva una medaglia che gli avea ordinata, a sè chiamatolo: Senor Caraduosso, dissegli per ingiuria, pourque non me acabais mi medalla? Il qual soprannome, da lui ripetuto più volte , così piacque all’artefice , che non volle poscia esser mai chiamato altrimente, come in altro luogo racconta lo stesso Cellini (Tratt. dell Orefte. c. 5). E veramente eli’ ei fosse assai lento ne’" suoi lavori , raccogliesi ancor da una lettera di Baldasser Castiglione scritta da Mantova a’ 5 di marzo del 1525: La impresa del Signor. Marchese Illust, (di Mantova) so che è sollecitata da voi; pure, perchè Caradosso è sempre lungo, ve ne tocco una parola (Castigl. Lett. t. 1 , p. 101). Di lui si ha ancora in Milano nella sagrestia di S. Satiro un bellissimo fregio di putti e di teste gigantesche modellate ed abbronzate (Gallarati, Istruz. intorno alle opere de* Piti, mi lari. par. 1 , p. 68). In questo secolo ancora ebbe principio l’arte d’intagliare sul diamante, e il primo inventore non ne fu già , come si è da alcuni creduto , Jacopo Traccia , o Trezzo, ma Clemente Birago giovane milanese, che era alla corte di Clemente VII. Intorno a che si posson vedere le Memorie degl Intagliatori moderni stampate in Livorno nel 1753, ove di lui e di altri intagliatori in gioie e in pietre dure si danno più minute notizie. XX. Giunse a tal segno la finezza de’ lavori d’intaglio, che le cose che di alcuni artefici [p. 2414 modifica]24*4 * LIBRO si raccontano , appena otterebbon fede, se non fossero per lo più confermate dalla testimonianza di que’ che ebbero il piacer di vederle co’ loro proprj occhi. Di quella Properzia de’ Rossi, di cui si è fatta poc’anzi menzione, narra il Vasari (t.3, p. 402) che in un nocciolo di pesca intagliò con ammirabil lavoro tutta la Passione del Redentore, esprimendovi chiaramente un numero grandissimo di persone, oltre i crocifissori e i XII Apostoli. L’arte di assottigliare e d’impicciolire per modo gli orologi, che si chiudano in un anello, la qual forse da alcuni si crede l’estremo sforzo dell’industria de’ moderni artefici, fu fin d’allor conosciuta , e uno ne rammenta Pietro Aretino in una sua lettera del 1537, che fu mandato al Gran Turco: Gian Vincenzio, dice egli (Leti. I. i, p. 248), che ridusse l horiuolo nelT anello del Gran Turco, non dovea far sudar T industria nella nave, che và per la tavola, e nella figura, che balla per la camera da se stessa, essendo buone solamente a muover le risa delle Donnicciuole. Di questo Gian Vincenzo nominato dall’Aretino io non saprei dare più distinta contezza, se Giulio Barbarani scrittor vicentino di quell’età, che nel 1566 pubblicò un libro intitolato Vicentiae Monumenta, non ci avvertisse ch’egli è il medesimo che Gio. Giorgio Capobianco vicentino (p. 11), il quale viveva ancora, mentre questo autore scriveva. Convien dunque dire che due di tali maravigliosi orologi lavorasse il Capobianco, uno donato al Gran Turco, l’altro, come ora vedremo, donato al duca d’Urbino. Ecco l’elogio [p. 2415 modifica]TERZO 3Ìl5 che di questo industriosissimo artefice ci fa il Marzari scrittor di quei tempi, eli’ io riferirò qui stesamente, perchè si vegga fin dove colla sua industria ei giungesse: Gio. Giorgio Capobranco , dice egli (Star, di Vicenz. p. 189), nuovo Prassitele, merita di esser con gli altri Vicentini ingegni noverato, havendo con la sottilità del sopra human intelletto suo fatte opere maravigliose et di stupendo m agiste rio, Cabrici) tra l’altre un IJorologio dentro di un portatile anello , che aveva intagliati nella testa i dodici celesti segni, con una figurina fra mezzo, che signate mostrava per numero l ho re giorno et notte pulsanti, il quale (havendolo donato all’Eccellentissimo Duca d Urbino Guido Ubaldo) fu potissima cagione della salvezza di sua vita. poichè havendo egli ucciso un nemico suo in Rialto di Venezia con un stiletto, et preso, et condotto nelle forze della giustizia , dovendo morire, operò sua Eccellentza di modo presso la Serenissima Signoria, servendosi anche dell’autorità di Carlo Quinto Imperatore, che gli fu salvata, restando esule. Un altro ne fece dentro di un Candì bere d argento , che in dono diede al Sedunense Cardinale, il quale nel batter dell’ bore accendeva in un medesimo tratto la candela in quello riposta. Costrusse di più una Navicella di palmi cinque tutta d argento, nella quale si vedevano figure diverse di perfetto rilie 1*0, che facevano (non altrimenti che s havessero havnta V anima) moti diversi; reggeva un Timoniero la nave, altri co’ remi la vogavano, dava fuoco un Bombardiere, e sparava un [p. 2416 modifica]2/|l6 libro pezzo A artiglieria: eravi sotto la poppa un Re, che ora si sedeva, et hora si levava, con una donna, che suonando di lira cantava, et un cagnoletto, che. abbajava , i quali tutti a un tempo stesso facevano detti moti, camminando tuttavia la nave sopra di una tavola, per artificio di ruote et spenole occulte, la quale hebbe Sua Serenità, per donarla a Su Itati Soliman Imperadore de’ Turchi, et perla quale , et per T edificio eh’egli trovò della gratta di ferro , che si adopera a cavare le immondizie da gli canali di Venezia, ne riportò la liberazione dal suo bando, et annua provvisione. Formò appresso un Scacchiere d argento , che presentò alla Duchessa d Urbino, di lavorio tanto minuto, che in un sol piccolo guscio di ciregio si rinchiudeva. Servì Ingegnero alla medesima Signoria, et. al Duca sopraddetto in tempo, quando fioriva quella Corte di tanti virtuosissimi et eccellentissimi spiriti et ingegni, dove fece, una Cometa di Fuoghi artificiali , che si estese per gran spazio in aria, con lampi, tuoni, et moti diversi, che. diede a’ risguardanti non minor maraviglia che terrore. Adoperossi in Milano per Carlo Quinto Imperatore nel Governo di Don Ferrante Gonzaga intorno la fabbrica di quel Castello , et in (altre occorrenze assai, nel che dimostrò delti ingegno suo esperienza singulare, lasciando in esse Città, (tra l’altre cose di sua mano) la bellissima lampada oggidì servata nel Cathedral Tempio da noi veduta, camusata nè campi A oro, dentro la quale si vede di figure di tutto rilievo un dito lunghe ’ la T ita, [p. 2417 modifica]TERZO 34*7 Passione, Morte , et Resurrezione del Salvatore del Mondo con altre delle figure , che tutte per magistero fanno vaghissimo moto. Passò questo anno in Roma (cioè nel 1570) a miglior vita, servendo con Iseppo suo figliuolo governatore et registratore della splendidissima Pontificia Libreria , avendo lasciato di sè in quella Città et ne’ virtuosi desiderio grandissimo. Io non so se di uno di questi due oriuoli, o di un altro da essi diverso, ragioni Bernardino Baldi, ma parmi ch’egli aggiunga qualche cosa di più , e che perciò debba credersi probabilmente cosa diversa. Dopo aver egli lodati gli oriuoli di Giammaria Barocci da Urbino e di Pietro Griffi pesarese, nondimeno, continua (Discorso sopra le macchine se moventi, p. 8), io non finisco di ammirare la diligenza di colui, che li rinchiuse in un castone di anello, e fece sì che non solamente con l’indice, ma con la percossa ancora dividessero il tempo. E poichè siamo sul ragionar di orologi, degno è di essere qui rammentato quel Giannello dalla Torre, o Torriano, cremonese, da noi mentovato altrove, che richiesto da Carlo V a ricomporre il famoso orologio di Giovanni Dondi, di cui si è detto a suo luogo (t 5), il qual conservavasi tuttora in Pavia, ma guasto e arruginito, disse che più non era possibile di riattarlo; ma che un altro ne avrebbe egli fatto da quello nulla dissomigliante; e il fece veramente con maraviglia dell’imperadore, che seco volle condurlo in Ispagna , ove poscia egli formò quell’ingegnosa macchina per sollevar le acque alla città di Toledo, di cui abbiam fatta [p. 2418 modifica]l\ l8 LIBRO menzione in questo tomo medesimo (par. 1 , p. 173). Di questo ingegnosissimo macchinista, e di altri lavori ammirabili da lui ideati e felicemente eseguiti, parla l’Arisi (Crem. liter. t 3 , p. 338 , ec.), citando molti scrittori di quel tempo, che ne ragionano; e del suddetto orologio là menzione ancora Bernardo Sacelli (Hi st. Tiriti. I. 7, c. 17), il quale inoltre ricorda un altro orologio fatto in Pavia da Bernardo Caravaggio per comando del celebre Andrea Alciati, che indicava col suono quel1’ora che si voleva, e al medesimo tempo eccitando la fiamma accendeva una vicina lucerna (*). XXI. Rimane a parlare per ultimo degl’intagliatori di stampe. Come si fosse introdotta e propagata in Italia quest’arte, si è già osservato nel precedente tomo. Mentre ella fra noi si andava avanzando felicemente, sorse in Norimberga il celebre Alberto Duro , da cui ella fu condotta a tal perfezione, eli’ ei può considerarsene quasi come fondatore e padre. Marcantonio Raimondi bolognese, detto ancora de France, per l’affetto che a lui portava il suo maestro Francia, portatosi circa il principio del secolo a Venezia , e comperativi molti de’ lavori in legno di Alberto, il contraffece sì destramente in rame, aggiuntavi ancor la marca da lui usata, che da tutti furon creduti opera (*) Alle ingegnose macchine qui rammentate si possoiio aggingncr quelle di Al. Àbramo Colorno ebreo mantovano, di cui abbiati) parlato nelle Giunte a cplesto tomo medesimo. [p. 2419 modifica]terzo a4‘9 di Alberto. Questi avutane avviso, se ne sdegnò altamente, e trasferitosi a Venezia, menò gran rumore: ma altro non potè ottenere, se non che al Raimondi non fosse più lecito l’usurparsi la sua marca. Questi frattanto passato a Roma, continuò ad esercitar la Sua arte con perfezione sempre maggiore. Ma avendo intagliati que’ sedici disonesti rami, de’ quali si è detto nel ragional e di Pietro Aretino, per ordine di Clemente VII fu chiuso in carcere, e il gastigo forse sarebbe stato più grave, se l’autorità di gran personaggi non si fosse interposta ad ottenergli il perdono. Liberatone adunque , continuò ad occuparsi con sua grandissima lode in altre opere d’intaglio, le quali descrivonsi dal Vasari (t 4, p. 264, ec.). Nel famoso sacco di Roma ei perdette miseramente ogni cosa, e dovette con grossa taglia rendersi dalle mani de’ vincitori. Partì egli allora da Roma , e ritirossi a Bologna, ove, come narrasi dal Malvasia (Fels. pittr. t. 1, p. 68), si ha per tradizione eh’ ci fosse ucciso da un cavaliere, perchè avendo per lui intagliata la Strage degl’Innocenti, di nuovo l’avea intagliata per farne maggior guadagno. Fra i discepoli ch’egli formò in Roma , furon celebrati principalmente Marco da Ravenna e Agostino veneziano; Baldassarre Peruzzi ancora, il Parmigianino, che fu l’inventore dell’intaglio ad acqua forte, Battista vicentino, Battista del Moro veronese , Gianjacopo del Caraglio pur veronese, Giambattista e Giorgio mantovani, e più altri che (lai Vasari c dal Baldinucci si nominano (Cominciarli, c progr. dell arte d intagl.), c singolarmente TlRiVBOSCHI, Voi. XJJI. 29 [p. 2420 modifica]2420 LIBRO Domenico Beccatemi sanese (a) clic fu in quell’arte eccellente. Finalmente a perfezionar l’arte dell’intaglio giovò non poco l’ingegnosa invenzione di Ugo da Carpi, eli1 io descriverò qui colle parole medesime con cui ella descrivesi dal Vasari (l. cit. p. 284): Nè è mancato a chi sia bastato l’animo di fare con la stampa di legno carte, che pajono fatte col pennello e guisa di chiaroscuro, il che è stata cosa insegnata e difficile; e questi fu Ugo da Carpi, il quale sebbene fu mediocre Pittore, fu nondimeno iti altre fantasticherie tC acutissimo ingegno. Costui, dico, come si è detto nelle teoriche al trentesimo Capitolo, fu quegli, che primo si provò, e gli riuscì facilmente, a fare con due stampe, una delle quali a uso di rame gli serviva a tratteggiar l’ombre, e con C altra faceva la tinta del colore, perchè graffiava in dentro con F intaglio, e lasciava i lumi della carta in modo bianchi, che pareva, quando era stampata, lumeggiata di biacca. Condusse Ugo in questa maniera con un disegno di Raffaello, fatto di chiaroscuro, una carta, nella quale è una Sibilla a sedere, che legge, ed un fanciullo vestito, che gli fa lume, con una torcia, la qual cosa essendogli riuscita, preso animo, tentò Ugo di far carte con stampe di legno di tre tinte: la prima faceva l ombra; con l’altra , ch’era una tinta di colore più dolce, faceva un mezzo; e la terza graffiata faceva la tinta del campo più chiara, e i lumi della (a) Del Beccatemi si parla a lungo nello Lettere sa» ncsi dell’altre volte lodato Padre della Valle (l. 3, p. 200, cc.), il quale di più alili valorosi artisti sauesi Iia pubblicate copiose notizie. [p. 2421 modifica]TERZO 24*2 1 carta bianchi , e gli riuscì in modo anche questa , che condusse una carta, dove Enea porta addosso zinchi se, mentre che arde Troja. Questo valoroso artefice era figlio di Astolfo da Panico conte Palatino e notaio, la cui famiglia da Parma era passata a Carpi circa la metà del secolo xv, e molti bei monumenti intorno ad essa mi ha trasmessi il ch. sig. avvocato Eustachio Cabassi da me più volte lodato; e quello fra gli altri, da cui ricavasi ch’egli era figlio del detto Astolfo, clic è una privata scrittura da Ugo fatta per dipingere in Carpi i fregi di una casa, nella quale egli si sottoscrive Fiolo del Conte Astolfo de Panicho. Altre opere di pittura fatte da Ugo rammenta il Vasari, e quella tra le altre di S. Veronica , la qual vedesi nella basilica Vaticana da lui dipinta ad olio senza adoperare pennello , ma con le dita, e parte con suoi altri istromenti capricciosi; la qual pittura però parve tale al Vasari, eli1 ei disse a Michelangelo, che meglio sarebbe stato che invece delle dita avesse adoperato il pennello, e dipinta avesse di miglior maniera. XXII. Io ben m’avveggo che questo capo sembrerà ad alcuni troppo superficiale e ristretto; e gli amatori delle belle arti avrebbono amato probabilmente ch’io mi fossi steso più a lungo nel ragionare di tanti artefici valorosi che ebbe in questo secol l’Italia. Ma a farlo in quel modo che da essi si sarebbe forse bramato, oltrechè sarebbe stato necessario ch’io fossi assai più versato, che veramente non sono, nella storia e nella teoria delle arti , avrei [p. 2422 modifica]2Ì22 LIBRO TERZO anche dovuto, come già ho accennato, scriver quasi altrettanto, quanto ho scritto de’ felici progressi delle lettere e delle scienze. Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Milano, Cremona, Modena, Ferrara. Verona e molte altre città d’Italia hanno opere nelle quali de’ pittori, degli scultori , degli architetti che in esse fiorirono , e de’ monumenti che vi lasciarono del lor valore, si ragiona a lungo. Come avrei io potuto parlar di tutti minutamente? E il solo indicare i lor nomi, a qual non brieve lavoro mi avrebbe condotto? Niun dunque si maravigli se molti di essi io ho del tutto passati sotto silenzio, se molti ne ho semplicemente accennati, e se anche de’ più famosi io mi sono spedito in brevi tratti di penna. Così conveniva all’idea di questa mia opera, che delle arti non tratta se non come per digressione; e così era necessario di fare per metter fine una volta alla storia del secolo xvi, che tanto mi ha occupato, e per non abusare della sofferenza de’ leggitori, Io però bramerei che qualche erudito scrii lor italiano , che avesse quella dottrina e que’ lumi de’ (quali io conosco di essere non ben fornito , si accingesse a darci un’esatta storia del cominciamento e del progresso delle belle arti in Italia , sicchè, come io mi sono studiato di dimostrare eli’ essa in ogni ramo di scienza e in ogni genere di letteratura è stata la maestra delle straniere nazioni , così egli mostrasse che la stessa gloria le è dovuta per riguardo alle belle arti, le quali nate e cresciute e perfezionate in Italia , si sono poscia da essa comunicate alle vicine e alle lontane provincie. [p. 2423 modifica]A’ LETTORI Nel parlare de’ poeti latini del secolo XVI, ho ragionato del poemetto in versi elegiaci di Francesco Ars illi di Sinigaglia, intitolato De Poetis urbanis, e ho promesso di aggiugnerlo al fine di questo tomo. Adempio or la promessa; e perchè il farlo sia più utile a’ lettori, avverto dapprima che due copie me ne ha trasmesse il ch. sig. abate Francesco Cancellieri da me lodato a suo luogo, e abbastanza noto alla repubblica letteraria per la bella edizione dì egli ci ha dato in Roma nel 1773 del pregevol frammento di Tito Livio, ivi scoperto , e da lui illustrato con utì elegante dc-> dica al sig. Cardinal Giambattista Rezzonico , e con una non meno elegante che erudita prefazione , e da cui aspettiamo ora un altra opera di assai più vasta estensione, cioè un compiuto trattato sulle antiche sagrestie, usate nelle chiese de’ Cristiani, e su quella singolarmente della Basilica Vaticana, opera che per le belle ricerche sidì antichità ecclesiastica di cui è sparsa in ogni parte, e pè nuovi lumi che se ne traggono anche per la storia sacra, e pè monumenti inediti di cui egli ì ha arricchita , sarà certamente accolta con tanto maggior plauso degli eruditi, quanto meno è stata finora trattata ed illustrata questa materia (’). Sono (*) Questa eruditissima opera è stata or pubblicata in quattro tomi in 4° [p. 2424 modifica]a/,24 (uncinine le copie di questo poemetto tratte dal codice autografo delle Poesie dell Arsilli, altrove da me accennato, ed una è più breve e scorretta, ed è composta di 255 distici, ma ha in margine aggiunti di man dell autori: i nomi de’ poeti. Alcuni de’ nominati nel primo esemplare si veggono ommessi nel secondo; ma in questo molti altri s incontrano ornmessi nel primo. La stampa che di questo poemetto si è fatta nella Coriciana, è assai mancante, non giùgnendo che a i<)2 distici. Io mi lusingo dunque di far cosa grata agli eruditi col pubblicar qui di nuovo questo poemetto, usando del secondo esemplare più steso. Ma perchè l’edizione ne sia ancora più utile , segnerò in margine i nomi de’ poeti, traendoli dal primo esemplare, ove essi sono segnati, e noterò in piè di pagina le diversità che passano tra l’ csemplarc dì io pubblico, e l’altro più breve, e quello che è stampato. Non aggiugnerò note storiche, perchè già de’ poeti qui mentovati si è ragionato nel decorso dell’opera. [p. 2425 modifica]F R A N C I S C l ARSILLI SENOG ALLIENSIS DE POETIS URBANIS AD PAULUM IOV1UM • • LIBELLVS T X empoh\ Apollineae praesentia frondis honorem, Illius an laudem saecula prisca ferant, Paule, diu mecum demorsis unguibus aequa Sub trutina examen, judiciumque traho. Felices Musae, felix quas protulit aetas, Cum foret Augusto Principe Roma potens. Maecenas Vatum ingenti mercede solebat Elicere ingenia pieriamque manum. Testis erit nobis numerosus Horatius, et qui Jam cecinit Phrygio praelia gesta duci.) Et Naso, atque alii , vastum quos fama per orbem Nunc celebrat , multo numine plena cohors. Adde quod his aures solitus praestare benignas Caesar erat; surdis tempora nostra canunt. Ad laudem rude pectus erat, cui calcat’inerti Non possent tanti Principis ora dare. Talia dum tacitus dubia sub mente revolvo, Temporibus priscis cedere nostra reor. Sed quoties aevum hoc, peravaraque temporis huius Saecula, quae Musis occuluere fores, 10 Obruta et ut jaceat caeno parnassia Laurus , Nostra ego lupillis esse minora puto. Nunc miseri tantum Vates virtutis amore, Non precio inducti plectra sonora movent. Quos si Pastor agens ad pinguia culta Minervae Duceret, et rabidos pelleret inde Lupos, Pascua mordaci rictu qui cuncta vagantes Phoebei laniant vellera culta gregis , Qualia nectarei caperes modulamina cantus, Forsan et antiquis invidiosa viris! i5 \ [p. 2426 modifica]Jac. S uMtus ilui. 51. Par. Bcmk ilist. 47. Anlnniut (ninnili 1 ilist. SS. (1) Edit. Coryc. addit hoc disticon: llinr fm da* ciurli* prorsu* peli- Ih-Ila stillilo , Dum rrierai nmtri Inmpori* birtoriam. (5) Alius otiinino est orilo , quo in alio oxcniplari roctaruni nomina roronscntiir: quo quisquc loco dispositus sii, in margine adnolaviinus. Poetar, quibus nurucrus non adponitnr, in alio esemplari desideranti!!1. (3) in alio esempi. Jlvrida. 2^26 DE POETIS URBANIS Plurima nunc quamvis Valum con.ribus obstent , Attamen his oestrum mentis inosse vides , Quos furor ille animis coelo dilapsus inhaeret, Et propriae immemore.? conditionis agit. Hinc tua nescio quid pectus praestringit, et urget, Ut superet Joviae gloria gentis avos (1). Ac mea nescio quid molli dicat otia Phoebo, Meque etiam invitum munera ad ipsa rapit, Hinc fovet alma sino sacros tot Roma Poetas , Fama, quibus cineres contigit ante suos fa). 20 jElas nulla tuum minuet, Sadolete, decorem, Gloria nec longo tempore victa cadet, Laocoontei narras dum marmoris artes , Concidat ut natis vinctus r.l> angue pater. Curtius utque etiam patriae succensus amore Et specie et forti conspiciendus equo, Fervida (3) dum virtus foret in juvenilibus annis Praecipitem se se tristia in antra dedit. Lembus , et hoc mirum est, Venetis nutritus in undis Ethrusco hunc tantum quis putet ore loqui t 2’* Nec minus est Elegis Latio sermone disertus, Hoc Pana ostendit dum Galatea fugit. Hic canit Heroas, atque illos versibus aequat, Et superat cantu tempora prisca novo. In breve sive opus est spacium deflectere carmen, Curriculo effraenis colla retorquet equi. Hi simul Idalios damaseni e gramine ruris Unanimi flores saepe tulere sinu, Horum opera ad fontis dum Musae aganippidos umbram Phoebei evitant torrida plaustra jugi. 3o Ut Socis vacuas oblecter carmine mentes Ad citharae pulsum Calliopea refert, [p. 2427 modifica]LIBELLUS 2427 Unisnnnqtic illi responsant voce Sorores, Et plaudunt numeris turba canora Deae (r). Est sacer a docto celebratus carmine Vida, Vida Cremonensis candida Musa soli. Pantoiden Samii corpus si credere fas est Intrasse , et clypei pondera nosse sui; Altiloqui Genium Vatem hunc adamasse Maronis Quis neget, ut Juli grandia gesta canat? 35 Grandia gesta canat; canat ut confectus ab annis Ausonii molem sustinet imperi. Sperulus est Elegis cultus, dum cantat amores, Arduus, heroum dum fera bella canit; Nec minor est (2) Lyricus, cum barbitos aemula Vati Aeolio molles concinit icta modos. Nota erit Hesperiis, atque Indis nota puella, Felsineus multa quam colit arte Pius, Idem priscorum reserans enigmata Vatum Conspicuo reddit lucidiora die. 4° Est Casa molliculi Vates Nova carminis auctor, Cujus amat placidos blanda Camoena sales; Hinc decor et cultus astant, Veneresque jocique, Hunc fovet in tenero Gratia trina sinu. Galle tuae passim resonant per compita laudes , Scena graves numeros te recitante probat. Vivet in aeternum facundi Musa Camilli, Quem peperit genitrix Portia stirpis honor. Certat Romano tua pagina culta Tibullo, Laurea nunc culti carminis ambigua est. 4*> Nonne reas musis fierem , si nostra Catani, Et magni Augusti laudibus ora vacent f (1) Praeler lmnc Antonium , in alio exemplari recensetur lll. M. Antonius Columna, «Ic quo haec habentur: Marce altum genus Antoni, tale sanguine Divum , Invidiose heros Marce Columna atavis. Tltdlonac vera effigie», Mavortis imago, Horrida cum terror bellicus arma quatit , Sed postquam residem clangor sinit esse tubarum , Protinus ad Musas , oria amata , redis , Maeonio reserans rantu monumenta severae Militiae , ingenii digna tropliara tui; Urbanis pigeat nec te inseruisse Poetis: Huic solitus quondam Caesar adrssc choro est. (2) lu al. cxcmpl, Act minor in LjrUitHir. Vida Cremori. Sarenlos diti. »4Franc. Spe rulus Camers. 1 liti. 23. Rapt. Pius Botiuii. disi. a». M. Ant. Casanuta disi. 3o. liulliu Romilius Coni irus rlist. i*. Camillus Pnrtius disi. 33. •To. Maria Catanen» diti. 3:«. Angustus Patavinus ib. [p. 2428 modifica](i) AI. cxcmpl. remorde t. (a) Hujus «listiri in alio excmpl. dist. 2i3 legitur: Mellini ct genium reserantem arcana latentis , Naturae aeteruis prosequitur iatlirynui. Antun. Laeli ti, It >>in. dist. 37. Tliomas PiIrasancta ditt. 39. Evang-listu Faustus Watalena Romanus dist. Baldas.Casli] ion us M.mtuan. dist. <5. Mcllinus. Iliosius dist. 59. Dejanira dist. 61. 2428 DE POETIS URBANIS Namque simul penitus scrutantur Numina Cyrrhae, Argivasque docent verba Latina Deas. Est vafer, et facilis peracuto dente renidens (1) Laelius , austero toxica corde gerens. Huic quamvis libeat verbis petulantibus uti, Est tamen ingenio mitis et arte potens. Quique supercilii rigidi Lunensis, ab annis Assuetus teneris scindere cuncta Tomos , 50 Inde sibi metuens, vigili sic cuncta lucerna Lustrat, ut a nullis unguibus ictus eat. Pindarus auritas sylvas testudine mulcet, Dulcisonaque trahit concava saxa fide. At modo quis Thamyrae cytharam non nescit amatque, Aurea cui nitido pectore vena fluit. Fluctibus immerget se se ante Lycaonis Arctos jEquorcis, Phoebi currus ad ima ruet, Quam tua Fauste cadat nitidi candoris avena, Cui levat Ismeni fluminis unda sitim. fi 5 Castionum annumerem quos inter! Martis acerbi, Num Phoebi, an Veneris te rear esse decus? Miles in arma ferox, per amata in Virgine mitis, Hinc molles elegos, hinc fera bella cane. Et tu nomen habes ab nectare mollis hymetti Melline , Aonidum culmen et urbis Amor (2). Pene mihi exciderant animo tua carmina Blossi, Cui nova Acidaliae vincula nectit amor. Utque Cupidineos confundens pulvere currus, Semper anhelantes verbere tundit equos. 60 At modo ne tantum priscorum insultet honori Inter doctiloquos Lesbia sola Viros, Inclyta Pysaeo et praestanti sanguine creta Foeminei splendor Deianira chori Prompta venit nostris non indignata choreis , Virgineos facilis plaudere fonte pedes, Imi paribus cedit praesens cui versibus actas, Quamque novam Sapho Tibridis ora colit. [p. 2429 modifica]LIBELLUS 2^29 Dum gravidae nubes fugient Aquilonis ab ortu, Dum madidas referet turbidus Auster aquas, (65 Sidera percutiet fulgor titulusque Severi, Pandulphi pandens inclyta gesta ducis. Suggerit assidue nomen tibi grande Casali Melpomene aeternae posteritatis opus. Dulcis Apollineo demulcens pectore chordas Aonius Phileros agmina tanta premit. Tu quoque seu Flacci, seu per nemora alta Properti Incedis, tibi habes Valeriane locum. Frondibus Aoniis te Pimpinelle decorum Vidimus, et meritis laura serta comis. 70 Dum recinent volucres, dum tundent littora fluctus, Implumes foetus dum feret unda maris, Iluic aderis semper mollis Beroalde trophaeo, Blanda \ enusinae cui favet aura Lyrae. Est Marius versu, pergrato et scommate notus, Cui virides colles ruraque amoena placent. Saepius inde novem vocat ad vineta sorores Munifica impendens citria poma manu; Promittitque rosas , violas , vaccinia , et alba Lilia, cum primo vere tepescet humus. Ilis scelus est, magnum non asseruisse Capellam , Roris Apollinei cui rigat ora liquor. Non te Amiterne sinam , dubias sub nocte silenti Per tenebras nullo lumine ferre gradum. Nam tu Pegasidum juvenes deducis ad undas, Quos fovet ingenti Martia Roma sinu, lappus adest caro natali sidere mancus Lumine, sed docto (1) carmen ab ore movens. Delius huic lucis dedit haec solatia ademptae, Ne misera ex omni sors sua parte foret. 80 Nam subito revocat blanda in certamina divas, Dum movet Ausoniam dulcius arte Chelym. Cyrrhacas latebras, et amaena Marosticus antra Visit, et huic Erato previa signa tulit. Inde miser Dominae (2) tactus dulcedine amandi Demulsit placidis ferrea (3) corda modis. (1) AI. cxcmpl. doctum. (2) AI. rx. Dominam. 0) AI. ex. Duraquc. Setorus Stnulo» disi. 45. Dipi. Ca«aliua Rum. disi. 67. Arliilln PI.». brci Bollori. diti. 68. Valenanti* JViiuj diiI. fife Pimpinella* Roinamist/itl. 70. Phil. Bormilitii Junior Bunon. disi. 52. Mari us Volatcrranu» disi. 74Capella disi. nAmiterni11 us disi. 3*. Lippos disi 80. Jo. Aut. !>! nojtira itisi. Ma. [p. 2430 modifica]Laur. Vallatus Rom. dist. 84. Ltteas Vullerr.iuu* Mi«licus disi. Flamiuus disi. 88. Scipio Lancellnltus Medicus Rom. dist. 89. Dnnatus Poli dist. 91. A nj; el us Colotius Etinm Ji.rf.106. Scipio Cartcromachus Pistor, dist. <08. Joan. Par rasiuj dist. 91. Joan. AloysiusVopiscus fteapul. dist. >58. 2430 DE POETIS URBANIS Illum tu blandis aequas Vallate Camoenis, Ingenio , inventu , carmine , judicio; Quem penes arguto scribendi Epigrammata sensu Laus fuit, et gratos tingere felle sales. 85 His te cui Charites adsunt, Agatine, choreis Insere, et aurata carmina funde lyra (1). Phyleticum haud Lucam sileo, qui nomen ab ipsa Luce tenens, tenebras dispulit ingenii. Est et Flaminius nimium sibi durus et atrox , Cujus avena potest scribere quidquid avet. Unica spes Gentis et languentum maxima cura Scipio , qui choa est clarus ab arte senex. Hunc quamvis Arvina premat, vigil intus oberrat Spiritus, et sacro pectore multa fovet. 90 Noscit sic montes, sylvas, maria, oppida, et amnes Polius, ut solidis viderit illa oculis. Te si, Colloti o Musarum candide Alumne Praeteream , Vates invidiosus ero: Urbis deliciae, dictant cui verba lepores, Lacteus a dulci cui fluit ore liquor; Felix exactae est sic Carteromachus artis (?.), Ut nihil adseribi, diminui ve queat. Euterpen trahit hic sociasque e Phocidos ora, Romuleique jubet littus amare soli. 9? Sospite Parrhasio Romana Academia opacis Occultum in tenebris nil sinit esse diu. Hunc circum urbanus latrando livor oberrat, Et fessa externam voce reposcit opem. Ille velut Danaes turri munitus in alta Ridenti imbelles despicit ore minas. Vocibus ut placidis, placido et modulamine, Siren Fallaci nautas mersit et arte rates, Sic modo, Parthenope erudiit quem docta, Vopisci Decipitur blandis cauta puella modis. 100 (1) IIoc ilisticon sic in alio exemplari legitur: Hu quoque , cui Chnrites adiunt, Ic adjunge choreis, Carminaijue aurata funde , Bomne Lyra. Adnotatur autem in margine: Boninus de Negris Medicus Mediul. (a) AI. ex. Artis et ixactacfclix sic carmina dictat. [p. 2431 modifica]LIBELLUS 243l Mcm Cardonis magni dum fortia in armis Gesta canit, grandi fertur in astra sono, Cecropiaeque imos linguae Latiaeque recessus Scrutatus , nymphis munera rara tulit. Ut volucrum Regina super volat aethera (1), et alti Immotum lumen solis in orbe tenet, Sic illa genitus clara Mariangelus urbe (2), Alite quae a lovia nobile nomen habet, Felici ingenio solers speculatur in antro Corycio , unde refert carminis omen genus. 10.5 Quantum Ramatio tellus Fulginia , tantum Arcade grandisono Narnia terra nitet. Imperium prisci donec tenuere Quirites, Dum stetit Augusto maxima Roma Duce , Vix Latiae Linguae Scythicas penetravit ad oras Nomen, et illius fama sinistra fuit. At modo quae latos glacialis Vistula campos Abluit, et gelidum per mare findit iter, Suchthenium ingenio praestanti misit ad Urbem , Qui modo lege sui carminis urget avos. 110 Explicat ardores, et amicae ventilat ignes, Praebeat ut victas dura puella manus. Alta supervolitans Ursinus tecta Quirini Fertur Parrhasii Gaspar ab axe soli (3), Barbariem incultam patriis de finibus arcet, Ducit et Ausonias in nova Templa Deas (4). /Emuhis lmic , concors patria, juvenilibus annis Silvanus numeris certat et arte pari. Auspice Germanus hoc jam fluxere per oras Attica Romano conflua mella favo. 115 Hunc puer Idalia doctum cum matre Cupido Mirantur vatem dum sua furta canit. Praecipiti) quoties oestro nova carmina dictat, Pierio toties dignus honore frui, Pannonia a forti celebris jam milite tantum Extitit, at binis vatibus aucta modo est. ,(1) AI. ex. Volat super aethera. (2) AI. cx. Sic stirpem ex illa ilucens Mariaugclus urbe. (3) Eilit. Corjc. poli. (4) hi al. rx. additur liuc duticon: Hisquc.... nisu Arctoo nate sub axe , lifOub.i ctli laurus tempora sacra tegit. Mariangclusal. Aquila di it. i65. Surlenius Teu Ionius dut. i#3. Gaspar Ursinus 1 haulouicllS dut. ■M. I’i*o Pannomus disl. 194. [p. 2432 modifica]Janus Panuauius dist. 196. Aotlreas Fulvius.SaceT.ihst.n)-. Sy Uamu Spolc tinus dist. n,8. Ant. Tilialdeu» dut. S08. Lutas Boufilttu Patavinos dist. 3o5. Camillus Palcoltus Ilonuiiion. dist. 110. Pliaedrus Volaterranus: Fabius Vigil. Spoletinus dist. 319. Caesar Saccus dist. 214. (1) Al. ex. Fulminea»: est uilvo line’iute, (•>) In alio esemplari hoc additar ilislicon. Fortunate senex , certo vittori.! cursu Tc scqtulur , usili* d wanct ila» ttu». (1) Al. ex. fogna. 2433 DE POETIS URBANIS Nam Latium Piso sitibundo ita gutture roreui 1 [ausis , ut Ausoniis carmine certet Avis. - Nec minor est Jano , patrium qui primus ad Istrum f Duxit laurigeras ex Helicone Deas. i2o • Fulvius a septem descripsit montibus Urbem, Reddit et antiquis nomina prisca locis. Fulminea est adeo lingua (1) Syllanus, ut illi Aonium facili murmure flumen eat. Flava Tibaldeum placidis sic Flavia ocellis Incitat, occultis praecipitatque dolis , Aptior ut nullus malesani pectoris ignes Explicet, et lepida comptior arte sales. Urbs Patavi foret orba suo ne semper alumno , Cujus opus tantum blanda Columba fuit, 125, Illius Elysiis fato revocatus ab umbris Spiritus, in lucem nunc redivivus agit. Pectora nam tribuit facilis Bonfilius illi, Nec minor ingenio, nec minor arte valet. Nec mea Calliope Paleotum fessa silebit, Cui fons irrorat pectore Castalius. Laeta fluentisono remeabat ab aequore Cypris, Incipit, et tanto carmine conflat opus. Quis Phaedrum ignorat, Vigilisque poemata magni? Maxima Romani lumina gymnasii. i3o Sacceus invicti celebrat nunc gesta Triulti, Invictasque Aquilas, magnanimumque senem (2). Fortunate senex, quis te furor impius egit? Cur geris in patrios arma nefanda lares? Phoebus ad externas peregrinaque tecta (3) sorores Ducturus, Cyrrhae quae juga summa colunt , Incola barbaries fieret ne collis amati Foeda timens, coeptum distulit auctor iter, Atque agilem viridis cetram de stipite Lauri Fabricat, hoc circum cui breve carmen erat: t 35 [p. 2433 modifica]LIBELLUS 2433 Miles erit Phoebi, et Musarum miles, honestum Quisquis barbarico culmen ab hoste teget (1). Turba pavet, tantaeque timens discrimina molis, Pensitat, atque humeris non leve credit onus. Tum subito juvenes inter promptissimus omnes (2) Exilit (3), intrepida sumit et arma manu. Tollitur applausu Sociorum clamor, et illi Ab Cetra impositum nomen inesse volunt. Dexter in omne genus scriptis Cetrarius inde est; Nec facile agnosces , aptior inule iluat. i.jo lufantcm quae cura regat, quis cultus habendo Sit puero, et juveni qualia, quidve seni, Optimus ut queat hic Civis sine fraude jocari, Jureque cui res sit publica danda viro, Tempora qui placidae pacis sine fraude gubernet, Nec timeat mortem, cum fera bella premunt, Fulginas Venturus (4) agit, praeceptaque in unum Colligit, et culto carmine promit opus. Janus et expertus Macer est depellere morbos , Pieridum tenero cultor ab ungue chori, 145 Fulvia quem fallax medicis subtraxit ab Aris, Jussit et Idalii vulnera amare Dei (5). llausisti Cruciger sacros Heliconis honores t Hinc venit ad calamos prompta Thalia tuos , Et cantata Leges, sanctique edicta Senatus, Ac duce te insolitas audet adire vias. Exprimit affectus animi sic carmine veras Postumus, ut Lector cuncta videre putet; Cum libet ad lacrymas ridentis lumina arnicae Flectit, et ad risum cum genit , ora movet. i5o Marce Aganippaeos latices qui e fonte Caballus Eruit, ille tibi nomina sacra dedit. Fondu-U* Cetra riunii. , 2,7Midi avi Vt-ulartu Fulgiuas disi. 225. Juanut* a Macerala Mctlic. dut. 229. N ir colali* Crucìfor Sarerdtu dist. a3a. Postumu» Piutun-nsia dist. <j5. Marcus CalialJus Anco, nilauu» dist. 102. (1) Al. ex. Ab boste Qui* qui» barbarico culmina no»lra leget. (2) Edit. Corie. Tum subito juvenes cunçtos promptissimus Intcr. (3) AI. ix. Dissilit. (4) Al. es. Exacte Venturus. (5) lu alio cxcmpl. Uacc adduntur; „. , N 1 ChrisltiputbBalte, gcDU* rui l’arma dedit , Parma in* lita Juh la* Battu». Cataari*, Luc Chu* Ici njuuumcuta luac. [p. 2434 modifica]Bomi-atiui dut. 2 39. I u» Poloni ni Rom. ilist. 176. Dardanus Parmensis disi. 249. Joatinrs Yritalis Panorntrnsis dist. 237. (1) AI ex. pectine. 2434 DE POETIS URBANIS Inde tuis Charites numeris haerere videntur Numen et Idalium , Pegasidumque chori. At modo Bombasi quo non vaga fama refulget? Cui reserant Musae Phocidos antra novem. Litoris Adriaci nuper delata per agros Perque Ravennatis pinguia culta soli, Gentis Aquitauue tui mas, et gentis Iberae Agmina, ad infernos agmina pulsa lacus, iS5 Marcellus cecinit primaevo in flore juventae, Praeliaque intrepido carmine, saeva gerit, Romuleae gentis longe indignatus, et idem Auctorem per tot saecula nocte premi, Iliades magni genus armipotentis, ut urbem Fatalem aeternum struxit in orbe caput, Et tandem ut patrium merito jam possidet astrum, Utque ipsum indigetem Martia Roma colit, Concitus Aonio reserat Palonius oestro Unica Romuleae spes que decusque togae. 160 Ilinc milii sc se offert Parmensi missus ab urbe Dardanus Aoniis pectora lotus aquis. Hic canit Ausonias quoties irrumpat in oras Barbarus, et quanto fulmine bella fremant. Idem sollicitos elegis solatur amores , Atque gemit dominae tristior ante fores; Qua Padus ingentes vesuli de vertice pinus Volvit et occultis exerit ora vadis. Idem contractis Epigrammata condere verbis Gaudet, et argutos promere’ ab ore sales; 165 Cui dum Caesareas percurrit carmine (1) laudes Continuit rapidas Renur et Ister aquas. Hunc merito Caesar Lauri dignatus honore est, Huicque Palatini Militis Arma dedit. Monstra quid Hesperiis portendant urbibus, acri Ingenio et quidquid extra resecta notent, Jane, Panormeae telluris gloria, narras, Cui vix in vultu prima juventa nitet; Tuque etiam ingenio scandis super ardua primus Sydera, Olympiacas ausus adire domos. 170 Afflatusque animis aeternis concinis hymnos Aetherei reserans clausit a verenda Jovis. [p. 2435 modifica]LIBELLUS 2435 Vergilii hic manes semper sub nocte silenti Evocat, et Musis cogit adesse suis. Te Maro non ausim, prisco cui Musa Maroni Aemula dat Latio nomina nota foro, Immemor obscuras inter liquisse tenebras , Et sinere ignavo delituisse situ. Exuis humanos extemplo e pectore sensus, Fatidicique furens induis ora Dei; 175 Pulcher inaurata quoties testudine Jopas Personat, et placido murmure fila movet. Hauriretque Helicona prius, Dircesque fluenta , Desereret coeptum quam tuus ardor opus. Liviani audentis narrat fera bella Modestus, Quotque hominum dederit millia multa neci; Inter ut arma illi mens imperterrita mansit; Huius opus Seres, Antipodesque legent. Ille opifex rerum coeli qui lapsus ab Arce Filius aeterni maximus ille Jovis, 180 Orbi pererrato , cum quid bene gesserat olim Describi insolito carmine vellet opus, Musarum infantem subtraxit ab ubere sacro Aonio assuetum fonte levare sitim; Nomen et imponens peramatae a stipite frondis Dixit: Quernus eris, tu mea gesta canes. Inde sacrosancto celebrat sic omnia versu Divinum ut cuncit numen inesse putent. At quibus e doctis domus est ignota Coryti? Tespyadum curae est cui bona ne pereant. 185 Vatibus hic Sacris Moecenas splendidus, illi , Si foret Augustus, tempora avara nocent. At tua, quod potis es, sunt Phoebi tecta Sacellum, Cumque novem Musis illa frequentat Amor. Verticis Aonii musarum in culmine templum Desertum stabat jam sine honore locus: Annua poenituit Phoebum pia Sacra Sororum Jamdiidutii amisso flamine nulla fore. Quaesitumque diu juvenem renovare quotannis Mystica sacra jubet flaminiumque vocat. 190 Inde Elegos, blandosque sales, seu fortia bella, Pangit, habet veneres, nec decor ullus abest. Aixtreu Bn llrllj, dut, 24S. Irine. M»duliu A11iniiirnsi* diti. aJ>3. Camillus QuemlM Arrlnpocla Leon. X dist. 20 S. Jo. Corii m*. TlIlABOSCHI, Vol. XIII. 3o [p. 2436 modifica]Petrus Deli tu dist. 13q Ulixes Famu»is dist. v:> Aurelius Ctarelius Lupus Spoletinus dist. 148. 1 2.436 DE POETIS URBANIS Invidit Vati Spartanus Rallius (Umbro Te gravibus recinens, pulchra Licina, modis. Et patria Eurotas licet hunc instruxerit arte, Te tamen Ausonio carmine ad astra tulit. Delie ni vires nosses sibi conscia virtus (1), Ipse tuas laudes haud timide exequerer. Sed quoniam praestat molem evitasse pericli, Quam grave curvato poplite fundere onus, 195 Cum tua llomulidiiiu volitet vaga fama per urbem , Ne male coepta canam, sit voluisse satis. A patria, a Musis, Phoeboque urbique Quiritum (2) Ac reus a populi publicus ore ferar, Ni tua multiplici studio praestantia Ulisse Pectora sacratis Vatibus annumerem. Notitia in tenebris nulla est adeo abdita rerum (3) Ingenio fuerit quin bene culta tuo; Omnia nam septem reserasti arcana sororum; Libera quarum Artes noscere corda decet. 200 Nec tibi deficiunt (bisseptem tempora lustri Cum superes) vires corporis atque animi. Clareli ingenua effigies frontisque serenae Blandus honos Musas ad sua castra vocat. Illius ex hilari genium dignoscere vultu Et mentem, et sensus , cordaque aperta licet. Nullae unquam poterunt fraudes se inferre Camoenis, Quas tibi lascivo murmure dictat amor. Hoc duce Nympha olim Venerisque perystera custos Fit volucris, volucri quae vehit axe Deam. 205 Per sylvas quoties nemorosis saltibus errat, Calliope aeternum sola ministrat opus, Armaque grandiloquo resonantia carmine Phoebus Ingerit, et gravibus verba sonora modis. (1) llarc Carmina sic in alio exemplari leguntur; Ni proprias nosset vires mihi cooscsa virtus , Deli luas laudes hami timide-exequerer. Sed quoniam lucentis molem evitasse pericli, Quam grave iuex|deUim linquere praevtal opus, Cum lua jam celebris volitet vaga fama per lubcui , Na male coepta eauaui , sit vuluisse satis. (2) In al. ex. sic log. Et patria, et Musis , Phoebo que, urbique Quinluiu , Et reus, rc. (3) Iu alio cx. Nulla etenim tantum est abstrusu scientia erum. [p. 2437 modifica]LIBELLUS 34^7 Felleque mordaci brevibus sententia dictis. Non caret, hostili cum vomit ore sales. Atque A trine hic nostri doctissima pectora secli Non silet, armati nec fera bella ducis (i). Paetius Etlu-uscae modo plurima gloria Gentis Petrus adest, clivo maximus Aonio, 210 Nobilitas quem clara fovet Geniusque Charisque, Et prudens fraudum nescia simplicitas. Fortunamque super generosa mente vagatur, Illius haud unquam territus insidiis. Non rapit in praeceps tete ambitiosa Cupido Intra fortunam vivere docte tuam, Ingerit huic mirum nil sors inopina , novumque Omnia qui immoto pectore adire potest. Candida sublimem te vexit ad aethera virtus Felicem reddens assimilemque Deis. 215 De grege quis posset, posset quis credere inerti, Quem mons praepingui rure Casinus alit, Solus Honoratus vigilanti mente Sacerdos Aonidum cantus post sua vota colit. Fascitella domus priscorum e fascibus orta, Quos veteri imperio stirps generosa tulit, Edidit infantem , nascenti Aeneia nutrix Affuit, excepit, composuitque caput, Uberaque admovit pleno turgentia succo: Auctori arrisit muneris ore puer; 220 Intrepidaque manu pressit, suxitque papillas; Lacte redundanti cessit anhela sitis; Musarumque ipsum altrici commendat, ut inter Pierides Clarii disceret acta Dei. Excepere Deae unanimes, et mystica Phoebi Sacra docent patriis restituuntque focis. Cecropi.-ve bine caecas latebras arcanaque linguae Anfractusque omnes multiplicesque dolos, Et quaecumque olim veterum invidiosa propago Liquit in obscuris semisepulta locis, 225 Paulatim explorans fulgenti luce recessus Discutit, et nitido tramite monstrat iter. (1) In alio cx. boc loco haec carmina adduntur: Joaa. Fran,.. n,cucut PhiloIn*ere le noitm , paler o 1’hilomi-nr , poeto , Yatilius el Muiu temp r ainauilc Sena. uuren»i* Pelrui Faclius. Honoratu* FiOcileUiis. [p. 2438 modifica]Barthol. Diplinis Elinuj dist, a35. Kanga dist. 138. Frannsr. Mollius Muti nen. dist. lio. Yleiandnaus dist. 1x4 (1) AI. cx. Trina. 2438 DE POETIS URBANIS Nam brevibus longas ambages legibus aufert, Et parvo immensum codice stringit opus. Sentibus evulsis nudo jam calle per amplos Ire licet montes Pieridumque nemus. Hoc duce Parnassi pubes petet Itala culmen, Altaque securo conteret arva pede. Daphni tibi sydus nascenti afflavit Apollo, ingessitque libens numina et artis opem. 230 Hinc elegos promptosque sales cultissime pangis, Nec desit numeris dorica lingua tuis. Te quoque Romulidum et cultae spes altera linguae Intexam chartis , candide Sanga , meis. Vos animae, aeterni quos ingens nominis ardor Sollicitat noctu sollicitatque die , Quas stimulis agitant laudum praeconia, quasque haec Paenitet haud vatum celsa trophea sequi, Laurea deponat vobis modo serta capillus; Surgite in amplexus, jam Deus alter adest. 235 Namque Caledonio Paceus ab axe Sacerdos Cortynam ingreditur ad pia Templa ferens , Cortynam , qua rite litat tibi Delphice, quando Attica Romulidum ac inclyta sacra colit. Mulsius antiquum nitido candore nitorem Possidet, et prisca simplicitate viget, Syncerusque fluit, nec fuco nobile adumbrat Carmen , sed casto pectore sacra colit. Hunc quonian illius cantu oblectantur amoeno Cypris, et aurato gratia blanda (1) sinu, 240 Semper dulcisonos ut lamentetur amores, Perpetuis flammis improbus urit Amor. Fortunate bonis animi felicibus aucte Praesagi merite nomen ab ingenio , Gratulor, ingeminat tibi quod malefida dolores Julia, quae auricomi nomina solis habet. Namque nisi ex alio- sic dissimularet amores, Non foret a cantu tam bene nota tuo. Quis melius doctum te Alexandrine Catullum Jam promptis numeris te insinuare potest? 245 Euge quibus Daphnem lamentis, aut quibus olim Formosum indoluit Cyuthius jEbalidem, [p. 2439 modifica](.1) AI. ex. Et carmen dulci tingere amarilia. Hoc loco in alio exctnpl. haec adduntur: Fr»nri»ru» Praemia Calve luo quae iligua laboribus ’imijuatn, Catvu». Tam liene pro inctilis lingua latina «labit i LIBELLUS 2439 Ac veluti jecur aeternum sub vulture moerens Defleat Iapeti viscera hiulca satus, Qualibus aut lacrymis Ceycem in gurgite vasto Submensum flerit tam misera Alcyone , Candide lector, aves si noscere , si vacat, euge Da maestis aures vocibus Euryali, Dum queritur fastus iratae Juliae, et artes Illecebras, fraudes, jurgia, furta, dolos. 250 Calliope huic dextram tribuit dea sponte papillam, Threicio vati mamma sinistra data est. Centelles gemini fratres stirps inclyta, aviti Post habita Siculi nobilitate soli, Illecti pariter linguae dulcedine ad urbem Migrarunt, Clarii bina trophaea Dei; Quorum pectoribus sic mutuus ardor inhaeret , Alter ut alterius pectore corda ferat; Concordesque animo phoebei gramina campi, Antraque sollicito trivit uterque pede. 255 Hos inter natu major viridante capillum Lauro Hyeron cinctus tempora nixa gerit; Heroumque canit laudes ingentiaque acta, Acta, quibus justo murmure plectra movet; Melliferae inventum segetis, dulcemque liquorem, Ut trahit e molli canna palustris humo, Et quis arundinibus cultus, quae tempora messis, Dulcia quin etiam saccara ut orbis habet. Franciscus minor enodat Centella propago. Et leges strinxit juraque certa dedit. 260 Non adeo in specubus latitans horrentis Eremi , Damnatus voti dum bona sacra novas, Illorum ut careant ritu, Stephane alme, Quirites Obscoenae nulli sacra adeunda pede. IIos quoque, qui ad Tanaim penetrat genus usque nivalem Insequitur dextris Nerlius alitibus; Non te divitiae, fastus, praecepsque juventa, Elevat ingenium , nobilitasve premit, Otia quin Elegosque colas, Phoebique recessus, Carminaque arguto tingere felle juvet (1). 2G» Onlclli Fralrc*. > Stephanii».

  • Antoni»*

XrriilU dist. 120. [p. 2440 modifica]Joaanes Bapt. Mad.iJius Thtisciu dist. 16x Ilieronytnns A ngerianus Nrapol. dist. 168 Albineos Parmensia dist. r 31. i ] ( i Cloelius. 1 ( ^44° DF POETIS UnBANIS Madalius placido immitem dum murmure amicam Deflet, et assiduo murmure (1) moestus hiat, Multifido Aonii silvas in vertice montis Plantat, et errantes mulcet Hamadriadas. Quin etiam interdum mordax resonante susurro Ridet , et argutos ingerit ore sales. Si tua non fictos Erato descripsit nuiorer (2), Miror quod nondum es, Angeriane, cinis. Annua Pierides celebrant phoebeia Nymphae, Solemnemque notant munera rara diein , i~o Q110 miser Admeti pecudes armentaque Pastor, Desierit tandem tristia vota sequi; Succinctaeque sinus niveo et circumdatae amictu Gratantur reducem lata per arva Deum: Dumque vagae huc illuc cursant pro florida tempe, Texentem puerum mollia serta vident. Dulcia certatim dant oscula, lacte perungunt Albenti, Albineo nomen et inde fluit. Collis et Aonii secreta per omnia ducunt, Instillantque sacri numina cuncta loci. 275 Haud igitur mirum est, si quidquid concipit alto Ingenio, aequali carmine et arte refert. Oceano in magno veluti stat saxea moles Immota, assiduis fluctibus icta maris , Sic caput objectat fortunae interritus acri Confissus Divis Cloelius Auspicibus; Desinit illa unquam ut valido intorquere lacerto Spicula, in hunc solum spicula cuncta ferens; Sic animo invictus constanti pectore semper Imperturbata vulnera mente subit; 280 iolaturque suas phoebeo murmure curas, Murmure cui Latii plaudit avena chori. Tu peregre errasti snMala volumina quaerens Quantum Europaeo tingitur Oroano. Namque C.iledouii te dive* terra Britanni Novit, el auratii dive* Ihcrus aquis, Galliaque et latis Germania frigida rampis Patinuninsqtie secans turgidus Ister agros. Quidquid Barbariri Martis furor impius olim Abstulit ad patriae limina grata refers. Eee.- iterum antiquum te pervigilante nitorem Ruma tene, runJor pristinus ille redii. (1) At r\. Pectore. (•j) Al cx. Descripserit ignes. [p. 2441 modifica]« LIBELLUS 244l Castalii fontis nisi Bevazanius undas Hausisset solitus pellere ab ore sitim , Non adeo felix hederae super alta Corymbis Parnassi ornatus montis adisset iter. JEternos scripsit cultus Lampridius hymnos, Terreni laudes concinuitque Jovis. Carmina Romano tantum placuere Tonanti , His nulla ut nostri temporis aequa putet. 28.) Si vetus obstupuit, praesens itidem (1) obstupet aetas Excultum carmen, culte Tibulle, tuum: Hami m rum hoc doctae genetricis ab ubere sacro Hausisti , et castos parvulus ante Lares. Inde tibi genioque tuo peramica fuere Saecula, et Augusti numina grata Ducis. At modo bisdenos florenti aetate decembres Vix numerans quanto pectore Zanchus ovat 1 Phocenses pariter Musae Latiique Camoenae Concordes una Hunc sponte tulere sinu. 290 Certatim accurrunt Charites, numerosaque dictant Carmina , juncturas , pondera, verba , sonos. Ponderibus rerum mentem hic bene pascit (2), et aures Selectis verbis mulcet et exhilarat. Bine tui ingenii vires , quibus omnia amussim Pangere vel genio nil renuente potes , Si modo ab hortorum cultu divellere Musas, Ferrea quas semper ducere rastra piget, Atque alio illarum mentem divertere et aures, Quo se humili extollant sidera ad alta solo , 295 Jamque tuis velles humeris injungere munus Grande aliquod , quantus quantus in urbe fores! Dum celebris Vates circumfert pompa, Molosse, Ipse indicta feris horrida bella cane; Queis cecidere Apri Cervoi umque agmina longa, Et Damae imbelles, Capreolumque genus, Cum Leo venandi Palieti lustra Caninum Oppidulum lassus moenia parva subit, Illic ubi hospitio exceptum Pharnesius Heros Convivam nulla non fovet arte Jovem. 3on (i-) Al. rx. Praesens quoque et. (2) Al. cx. Mentem depascit. Augnst. BrtauD. dist. 129. Bcni-il. Lampridi u«. Prtrus Z.in* ilili» Urrftotn. dist. 169. Binna. Tranquilli)* Vlolnuui dist. 199. [p. 2442 modifica]f Crotm dist. ao 3. Baptista de AmeLia dist. 14*. Canitis. ] 1 (l) AI. ex. Plenis. (a) AI. ex. Gcslis. 2442 DE POETIS TJRBANIS Tespiudurn erudiit primi incunabula nutrix Euphemes, natus cui, Crote, solus erat, Unde genus , nomenque trahens ab origine avita Altera Musarum est maxima cura Crotus. Batte, melos dulci genitrix te Amerina liquore Imbuit, et ptimis (1) imbuit uberibus. Quam bene mellifluo susceptum nectare ab ore Diffundis semper Martia gesta canens! Quae tuus antiquae pro moenibus ille Ravennae, Et quae pro laribus, docte Catulle, tuis, 305 Marcus honos patriae, stirpisque Columnicae, et almae Italiae contra Gallica signa dedit. Grandiloquis gerit ille modis celebranda per orbem Proelia, tuque pari pectore bella refers. Digna tuis Heros numeris facit omnia, tuque Factis (2) digna suis carmina semper habes. Ad Vatum cretus propera, blandissime Cursi, Ne taceas clausas tristior ante fores; Nam data carceribus citius si digna quadrigae Contingant, frustra vocibus astra petes. 310 Suntque alii plures, quos ingens gloria tollit , Et quorum passim carmina Roma legit. Horum si quis avet cognoscere nomina amussim, Protinus Aureli templa superba petat. Illic marmorea pendent suspensa columna, Atque etiam haec Coryti picta tabella docet. Illos novit Arabs, illos novere Sabaei, Et nigri Ethiopes , arvaque adusta gelu. Vaticinor, dis grata cohors, felicius aevum Pectora fatidico murmure Phoebus agit. 315 Venturus novus Augustus, venturus et alter Moecenas, divum candida progenies, Aurea Principibus novaque illis saecula fient, Saecula, queis aetas ferrea victa cadet. Pacificae grave Martis opus tunc cedet olivae, Romano cedent arma cruenta foro. Pinguis humus passim nullis cultoribus ultro Et Cererem, tuque munera, Bacche, dabit. [p. 2443 modifica]LIBELLUS 2443 Arva pede incerto pessundare sancta profanos Non sinet, arva sacris caste adeunda choris. 320 Tunc virides lauri sudabunt roscida mella, Flumina perpetuo nectare lenta fluent; Altricemque novus quando instaurabitor orbis, Tellurem repetent numina prisca Deum. Felices animae, quibus illa in tempora carmen Singula sub proprio pondere verba cadent. His ego, si potero meritum subscribere nomen, Forsitan Arsilli fama perennis erit, Et mea tunc totum felix PYRMILLA per orbem Vivet in exitium nata puella meum. 325 Ast ego non tantum mihi nunc temerarius augur Polliceor, nec tam ferus ardor agit, Corvus ut his ausim crocitare per arva Caystri Cycneumque rudi fingere voce melos. 327 FINIS Francisci Arsilli Poematis, [p. 2444 modifica]FRAGMENTUM TRIUM DIALOGORUM PAULI JOVII EPISCOPI NUCERINI Quos in Insula AStiaria a cbvlc tiro ii rccejytus conscripsit (i) Dialogus de Viris litteris illustribus , Cui in calce sunt additae Findi, MichaelLs Angeli, RaphacUs Urbinatis Vi tue. omnibus capi tali* odii telis nrmatus aperte persequitnr , quae est liberi ct effìcacis animi datissima laus, ct hac maxime tempestate, in qua nihil incerti us, nihil insidiosius hominum voluntatibus experimur. Colui ego emn semper, dum Pontifici piane liostis non fuit (2), quod (1) Il celebre Paolo Giovio, dopo il funesto sacco di Roma nel 1.S27, ritirossi per qualche tempo nell’isola d1 Ischia, detta latinamente.aenaria, e ivi, a sollievo delle disgrazie da lui sofferte, scrisse tre Dialoghi, uno su’ famosi Generali, il secondo sugli Uomini dotti, il terzo sulle Matrone più celebri dell’età sua. Questi insieme con altre opere di esso conservansi in Como presso il ch. sig. conte Giambattista Giovio che fino da’ giovanili suoi anni ha fatto conoscere il suo ingegno e la sua erudizione. F.gli ini trasmise cortesemente copia del secondo, benchè mancante del principio e del fine, come cosa adattata all’argomento di questa mia Storia; e io il pubblicai nella prima edizione insieme colle Giunte e colle Correzioni dell’opera, perchè non erami giunto più presto. Or mi è sembrato che fosse luogo più opportuno a pubblicarlo in questo volume, come supplemento alla storie del xvi secolo, e come del genere stesso del poemetto dell’Arsilli. (2) Parla del Cardinal Pompeo Colonna, nimico prima del pontefice Clemente VII, e che poscia riconciliossi con lui, quando il vide chiuso in Castel S. Angelo, e ridotto a sì compassionevole stato. Questo passo del Giovio può dare molta luce alla storia di quel celebre cardinale. [p. 2445 modifica]liberali ac excelso animo Ingeniis faveret, quod clientium defensor esset acerrimus, quod ad res bello paceque gerendas natus videretur, quod denique commutata voluntate illis turbulentissimis comitiis erga Julium Medicem supremae ejus dignitatis praeclarus author extitisset; et nunc maxime ad officium sit reversus, adeo ut Pontifex in tanta calamitate luctuosissimisque temporibus eum aliquanto amiciorem , quam in felici fortuna atrocem hostem invenerit. Et Dii faxint, ut qui priora ac summa beneficia maximis injuriis nuper evertit, et extinxit, ea demum, qua pollet apud Barbaros, authoritate cuncta restituat. Audivimus enim eum, postquam tam lugubri nostro eventu et partium libidini et odiorum insaniae satis indulserit, in Arcem venisse, ad genuaque sorditati Pontificis provolutum multas et dignas Romano cive et Christiano Cardinale lacrymas effudisse; eoque animo eum discessisse a complexu, ut et vehemens studium et singularem operam in mah» randa ipsius Pontificis et Senatus libertate praestiturus videatur. De quibusdam aliis autem Cardinalibus , qui procul ab urbe nihil harum calamitatum privatim senserunt, nihil attinet dicere, quoniam serum diei nos admonet, ut ad bonos et studiosos redeamus. Sed aliquos vel ob id diis maxime probatos esse existimetis velim , quod multum antea tantis erepti malis perbeato in otio et Caesaris voluntatis respectum et Gallici belli exitum expectant. Tum vero Davalus, (i) quam strenuum, inquit, et quam studiosum etiam defensorem ac laudatorem Cardinales habent ipsorum existimationis ac dignitatis? et quo etiam, et (quam singulari temperamento usus es, Jovi? Qui sic a veris laudibus singulos extulisti, ut neminem omnino laeseris, adeo ut ipse Armellinus, quem ab omnibus pessime audire credebamus, non jam omnium deterrimus, sed nobis plane probabilis Sacerdos esse videatur (a). Sed tu, Museti, prosequere intermissum (1) Questi è il famoso marchese Alfonso Davalos del Vasto, di cui no parlato nella mia Storia: il secondo interlocutore c un Musetti a me sconosciuto; il terzo è lo stesso Giovio. (2) Il Cardinal Francesco Armellini, morto nell1 ottobre dello stesso anno 1527, era in Roma odialissimo, perche credevosl che non altro inerito egli avesse che l’arte di ammassar denari. [p. 2446 modifica]antea sermonem, et de reliquis insignibus viris edissere, qui cum exiguo vel nullo quaestu, sed multo maxima cum laude humanioribus studiis delectantur; ii namque, ut opinor, cercius et honestius ad immortalitatem contendunt, et ipsi praesertim poetae ante alios, quos famam nobilitate carminum illustrem et maxime diuturnam ab infinitis prope saeculis produxisse videmus, secus ac nonnullos Reges, armis, imperio, atque fortuna potentissimos, qui perbrevi temporis curriculo vix nomen posteris reliquerint. Ad id Musetius: obtemperabo, et quidem perlibenter; nam mihi antea hanc materiam sermonis uti peramoenam cogitatione praesumpseram: utar autem ea distinguendi ratione , ut quum nobiliores in hoc genere studiorum ab allis segregentur, Poetae primum obtineant locum, quod ipso naturae habitu prope Divino absque ullis fere studiorum auxiliis ea canant, quae doctissimi saepe viri vehementer admirentur. Et certe aliquanto facilius esse putamus, magnum et sibi omni ex parte constantem oratorem, quam absolutum et dignum insigni gloriam poetam evasisse; nam plerosque assidua imitatione pertinacique industria stilo pedestri valere arbitror, quum excellentissimi poetae rari admodum appareant, et vix singulos illustres singulae aetates protulisse videantur. Siquidem soluta oratione scribentem , etiamsi id non summa fiat eloquentia, sua tamen, et ea quasi certissima sequitur laus; mediocribus autem poetis neque honorem vivis, neque vitam eorum carminibus vel dii vel homines unquam concesserunt: quando nulla nisi summis vatibus s:t gratia, nullaque praeclara authoritas, nisi iis, qui sublimius evecti sanos a scribendo carmine deterruerunt. Quamquam eos non omnino vituperem, qui malint in secundis et tertiis theatri gradibus considera, quam genium fraudare suis flammis suoque naturali impetu, et ea demum spe tota , quae concepta fervidius valida ingenia numquam destituit. Sed tantum abest, ut quempiam a studio carminum propter summas difficultates laudis assequendae deterrere velimus, ut insulsis etiam poematibus plurimum oblectemur-; ab insulso enim poeta singularis cum suavissimo risu voluptas exprimitur. Quis enim est vel a natura, vel a curis tam tristis, qui [p. 2447 modifica]^447 effuse non rideat, quum latina Cantalicii, et vernacula Cassii Gemmati (i) poemata evolvit? Sed nec eos etiam collegio poetarum exturbaverim, qui erudite et facetissime sciunt ineptire: video enim Leonicum tantae gravitatis philosophum aliquanto latius sui nominis famam extendisse, quum juvenis fortunam miseram cecinisset. Verum, ut ab insulsis ad sapidissimos poetas veniamus, duplex eorum est ordo , et uterque admodum numerosus , Hetruscorurm scilicet et Latinorum. Sed Latini utrumque munus plerumque feliciter absolvunt, quum ipsi saepe vernaculi sine litteris cultioribus ab ingenii acuitate commendationem accipiant. Horum sicuti plures simul pari gratia de loco summo certare conspicimus, ita illorum Bembus facile Princeps evadit. Is nobili fretus ingenio , et uiultis reconditis instructus disciplinis , uti veteranus et anbidexter utroque stilo feliciter pugnat, adeo ut in eadem arena cum Sincero Actio certamen non detrecter, quem tamen sibi sicuri aetate, ita etiam heroico carmine superiorem esse liberali quodam pudore profitetur. In hoc enim Latino poemate, quod de Partu Virginis Deiparae nuper est editum, nihil cautius , n lui splendidius , nihil denique divinius esse potest. Piscatoriae vero et peramoena tituli novitate et varietate maritimarum rerum et suavitate carminum adeo sunt admirabiles, ut multorum judicio nullis vel antiquorum operibus cedant. Quamobrem si gravia religiosius spectes ,v et lusus teneros cum Latina tum vernacula lingua conscriptos benigne legas, totiusque vitae munditias contempleris, necesse est, ut Actium vere Sincerum et excelsum , et prorsus equestris ordinis poetam esse fateare. Porro Bembus, qui accurata exercitatione ad bene sanum ac vividum pedestris eloquentiae habitum pervenerat, ad Hetrusca ingenium deflexit, quum certam ac summam ab his studiis dignitatem petere, quam a Latinis dubio eventu speratam gloriam consectari mallet. Nam certe ac perpetua laude florebit, quod nimiam scribentium licentiam peregrinamque luxuriem publicato ad Hetruscae veteris eloquentiae normam exactissimo opere castigarit. Spero (0 Di questo Cassio Geminato nulla, ch’io sappia, ci è rimasto. [p. 2448 modifica]2448 tamen, eum prudenti judicio ad Dialogos Latinos, quos jampridem scribere caepit in honorem Guidonis Baldi Principis Urbinatis, omnino rediturum, et Pontificias breves epistolas ab omni suspicione barbariei repurgatas editurum, ut posteri castrum ipsius simul et succulentum dicendi genus ad imitandum admirentur. Sed cur est, Davalus inquit, Museti, quod plerique Latinis et Graecis eruditi litteris hac aetate se totos ad vernaculae linguae studia contulerunt, secus ac superiores fecerint, qui aut non attigere Hetrusca , aut ab his, tamquam a parum honestis musarum illecebris, celeriter sese receperunt, uti in Pontano videmus, qui nullam Hetruscis rythmis operam insumpsit, et in ipso Politiano , qui quum Medicaeum illud nobile certamen equestre ludicrum singulari patriae linguae felicitate ee1 ebrussei, totum id studium repente deseruit, sed tamen , ut mihi videtur , aliquanto majore pudore quam judicio, quum in Latina Manto et Ambra et Rustico subiratas postea, aut certe duriores Musas invenerit? )Ita ut astute et sapienter agere credatur Balthasar Castellio vir honestissimorum studiorum cumulata laude conspicuus, qui nobilem suum equirem ab incunabulis omni bellica civilique virtute exornatum , ut regali aula sit dignus, vernaculo potius quam Latino sermone perfecit. Prudentes enim et vere litterati, quo naturae genius ducat, cito praevident, et nihil umquam, tametsi quid saepius grandius specieque nobilius videant, invita Minerva moliuntur; quoniam Musae, quamquam omnibus et faciles et amabiles appareant, vim sibi tamen a protervis Procis inferri nolunt, quae saepius ingenuitate blanditiisque quam ullo exquisiti lenocinii artificio ad osculum evocantur. Sic est profecto, Davale, inquit Musetius; nihil a renitente vel prorsus invita Minerva improbitate judicii videtur extorquendum. Verum alias quoque causas subesse perspicimus, quare in summa ingeniorum libertate Latinarum litterarum studia , ut vernaculis serviamus, saepissime deserantur. Nam ante omnia communi vel Hetrusca lingua scribenti pulcherrimis antiquorum et recentium etiam Latinorum inventionibus et sententiis inniti commodissimum videtur, ad locupletanda, vel exornanda scripta, quae blandius atque facilius vernaculis sci munibus excuduntur. Potest [p. 2449 modifica]enim is pudore incolumi peramoenus locos a politioribus philosophis mutuari, Poetarum consectati lumina, sales, argutias, et totius denique Latinae linguae conspicuos flores ludenti et vaga manu impune decerpere, quae omnia mox dulcissime translata, et opportunis in sedibus egregie collocata , instar lucidissimorum emblematum, inter teneras vernaculae linguae lascivias sic refulgent, tamtamque excitant admirationem, ut Hetrusca Latinis jucundiora simul et grandiora nonnullis videantur: et iis praesertim , qui ad recondita optimarum litterarum studia vel occupationibus vel ingeniorum imbecillitate minime penetrarunt. Cujus rei conditionem in iis, qui Latine scribunt, multo maxime diversam esse conspicimus. Neminem Latine scribentem tanta insania prorsus invaserit, ut sibi pro libidine cuncta rapiendi, mutandique, transferendique iquepotestatem sino risu concessam puter. Fieri enim nequit nisi ineptissime vel impudentissime , ut quis in eadem lingua optimorum authorum verba, sententias, ac integros etiam versus stulta libertate suffuretur, aut illorum sensus et divinas cogitationes , elocutione commutata, se melius atque felicius expressurum esse confidat. A erum haec tum explicare poterimus, et magis opportune, quum singulos poetas Latinos Jovius absolverit. Tum , ego inquam, id per se celeriter fiet; sunt enim poetae admodum pauci, quos vigiliis suis viri doctissimi superfuturos opinentur, et ego etiam idcirco, ne vos morer, aliquando festinantius recensendos putabo; animus namque meus in hac re hactenus ambiguus veriores causas hujus inusitatae geniorum defenctionis audire concupiscit. Igitur ex iis, qui se toti Latinorum carminum gravitati dediderunt , omnium facile principem , et vatibus antiquis maxime propinquum, Cremonensem Hieronymum Vidam statuimus; est enim adeo praeclarus et verecundus Ma* lonis mutator, ut si quid forte superna manu surripuit, id totum a solerti ac erudita commutatione proprium esse vel oculatissimis videatur. Verum, meo judicio, ejus carmina cum a lectis et illustribus verbis, tum ab exquisitis maxime comparationibus mirabilem felicitatem accipiunt, quae etiam incomparabili quadam modorum et numerorum rotunditate moderantur. Ejus erant apud Calcographos imprimendae formis, quum Koma [p. 2450 modifica]a45o caperetur, Eglogae plures, et de arte poetica libri tres, item Bombices, et in alveo lusorio latrunculorum pugna lepidissime descripta, ut haec in publicum interim evolarent, dum historia de nece Christi grandibus et religiosissimis heroicis decantata acriore lima poliretur, Hujus divinum ingenium admirans Gibertus in lucem produxit, excudendisque tam multis operibus honestissimum et pingue otium domi et in Tusculanis montibus paravit. In M. Antonio Flaminio pio juvene et poeta castissimo, quem urbs antiqua Utinum (i) protulit, praeclara ingenii signa elucent ad consummatam carminum laudem. Est enim eruditus, tener, splendidus , canorus. Tulere et proximae Alpes e Belluno Pierium Valerianum , qui hyacintum, et violam adamata nomina, dum ferveret amor, suavibus elegis celebravit. At nunc totis illis ignibus extinctis solutam orationem repudiato carmine suscepit, et Hierogliphicas notas, quibus Aegypti Reges obeliscos pro litteris inscribebant, erudite et diligenter interpretatus est. In Nicolao Archio Nobili Regulo, qui nunc domi procul a strepitu corruentis Italiae in subalpinis silvis supra Benacum tranquille cum musis exercetur, jampridem enituit indoles exactissimi vatis , quum me Ticini aestuantem juveniliter ac irate obiter Antoerotica conscribentem , uti saevas amici flammas pio miseratus, salutaribus elegis delinivit. Latinis valet elegis, atque iis admodum venustis, Hetruscisque rythmis, Marius Molsa Mutinensis Poeta eruditus, perurbanus , comis, quem saepe aevis amoribus perditum ac exulantem sinu suo molliores musae benignissime receperunt. Is amicae Furniae crines adeo teneris versibus latine celebrat, et in amatorio carmine Hetrusco tantam praefert dignitatem , tantumque excitat risum in facetissimis fabulis, quas ad imitationem Boccaccii jucunde conscripsit, ut in summa naturae ipsius comitate summi vatis gravitatem minime desideres. In maxima nunc hominum eruditorum admiratione floret Andreae Maronis Brixiani ingenium incredibile , portentosum , qui ex tempore ad quam jusseris quaestionem latinos versus (i) Df.bb’esser questo un errore sfuggito al Giovio, perchc muno ha ruai credulo liilinesc il Flaminio. [p. 2451 modifica]variis modis ac numeris fundere consuevit. Audax profecto negotium , ac munus imprudentiae ac temeritatis plenum, nisi id a natura impetu prope divino mira felicitas sequeretur. Fidibus et cantu musas evocat, et quum simul conjectam in numeros mentem alacriore spiritu inflaverit, tanta vi in torrentis morem concitatus fertur, ut fortuna, et subitariis tractibus ducta, multum ante provisa, et meditata carmina videantur. Canenti defixi exardent oculi, sudores manant, venae contumescunt, et, quod mirum est , eruditae aures tamquam alinae ac intentae omnem impetum profluentum numerorum exactissima ratione moderantur. Eum Leo Pontifex mirifica facundia magnopere delectatus, .Sacerdotio , quod concupiverat, liberali honestavit, ac demum Gibertus inter charissimos habuit familiares, apud quem ampliora profecto esset consecutus nisi in hac clade ipsius et omnium spes et fortunae concidissent. Vivit in agro Brixiano Quintianus Poeta naturali furore pernobilis, verum in multa et subagresti notitia literarum confragosus. Hunc plura quam quisque alius non insanus, scripsisse ferunt variis poematibus, quae coelo continentur immenso captu vastaque memoria complectentem. Is summam in contumaci syllabarum censura gloriam ponit, et justa quadam jactantia in his splendidioribus poetis errata puerilis inscitiae se deprehendisse profitetur. Caeterum qui tam severus est, ridiculis festioribusque titulis plerumque delectat, ut in iis libris, quos de concubitu Martis et Veneris intemperanti sed erudita stili lascivia ad Elephantidis imitationem elucrubravit , Marius Cattaneus Novariensis vir graece latineque doctissimus, qui jampridem C. Plinii Caecilii epistolas luculentis commentationibus illustravit, ingravescente aetate ad studia carminum provehitur, et alacriter Gottifredum canit, deletis Syriorum et Parthorum copiis, Hyerosolimarum regnum Christiano nomini vindicantem. Odas scribunt graves et elegantes Lampridius Cremonensis, et Fabius Vigil Spoletanus, ille vehementer graecis deditus literis, hic linguarum prope omnium et antiquitatis admodum studiosus. Carolum Capellium Nobilem Venetum, qui graece etiam profecit, generosum poetam evadere perspicimus; et Bernardus Mamertinus Tiraboschi , Vol. XIII. 31 [p. 2452 modifica]3 {5 a Sacerdos cucullatus, idem Philosophus et poeta insignis, in Caesaris aula celebratur (i). Antonius quoque Tilesius Cosentinus valde pacatus et diligens Grammaticus , cujus peramoenus est liber de coronis, lepide et suaviter versus facit, adeo ut aliquando zonarium illius reticulum, et fabrefactam fietilem lucernam, et noctu volantem cicindelam malim, quam Modesti nostri totam legere Venetiadem, quamquam in multo tractu luculentam et admirabilem: inepte enim fit, si poemata versuum numero quam pondere potius aestimentur. Quis enim umquam artificem a labore multo, vel ipso gravis operae sudore, potius quam a docta atque habili digitorum argutia laudavit? Probo tamen ipsius Modesti sanctissimi hominis ingenium et laborem , quum in navalibus praesertim exprimendis felicissime laborarit. Sed ita est profecto, ut aliquot, quos legi, versus, de Morbo Gallico Fracastorii Veronensis Medici fecisse malim quam Aurelii Augurelli operosam illam Chrysopejam, qua etiam egentes, quomodo repente et sine aliena quidem injuria ditari possint, luculentissime doceantur. Ludit enim saepe versibus, et iis quidem in omne aevum duraturus Fracastorius, in Philosophia tam graviter et eleganter doctus, quam in Medicina probe fortunatus et sapiens. Ex iis vero, qui epigrammata cum lepore conscribant, caeteros omnes antecellit M. Antonius Casanova Comense patre Romae genitus. Is est districtis admodum sententiis expeditus, infinite mordax, et flexuose in sensu et verbis circumductus, numeris autem et argutiis asperior urbanis hominibus videtur, qui peregrinam (acutioris stili salsedinem in Romano carmine vituperant, quasi ille Martialis similis esse malit quam Catulli, et quorumdam veterum imitari candorem, illamque simplicem, et sine aculeis puram lenitatem, quam externi aut urbis inquilini poetae numquam attigerint. Ad ea Musetius, agnosco, inquit, quid illi velint emunctissimae naris eruditi, qui Martialem uti plane barbarum cum facetis tum virulentis etiam cachinnis insectantur. Horum enim hominum sectam jampridem ortam audivimus, qui quotannis permulta undique collecta Marcialis volumina stato solemni die ad declarandam vindictae libidinem Vulcano (i) Quiit i e poeta a mc sconosciuto. [p. 2453 modifica]a453 consec are consueverunt, quasi ejus ve luti parum Latini poetae monumenta deleturi, nisi consensu et plausu aetatum omnium recepta jam nunc infinita ac immortali formarum tutela servarentur. Ego, Medius Fidius, Martialem uti jucundissimum vatem semper sum admiratus; nec valde ineptum puto fuisse Adrianum Caesarem, qui Martialem suum Maronem appellabar. Verum si benigno ac pio alicui poetae liceret ejus libros verecunda manu desecare, arbitrarer profecto, eum ab arguta hilaritate longe optimum er suavissimum, postquam in illo genere, et in tanto praesertim aevo, neminem adhuc eo meliorem invenimus. Hic ego, benigne, inquam, judicas, Museti, sed quis hominum vel Deorum etiam, nisi sit ipse Vulcanus, tam lutulentum vatem ab olidis sordibus satis laute repurgabit? Tum ille, nimium profecto nasuti estis, qui in Romana Academia dedistis nomen. Nam quum aliquorum poetarum ter maximi sitis admiratores, caeterorum demum omnium cum bile quadam non ferenda acerrimi hostes et vituperatores esse consuevistis. Vixere equidem vel ingenio mediocres, Statius, Flaccus, Silius, atque Lucanus, qui animos lecto Marone desponderant, sicuti etiam clarissime vivent, qui vestrum Vidam nostrumque Actium longo etiam intervallo subsequuntur. Sed ut ad nostrum Martialem redeamus, tantum abest, ut Casanovae ingenio Bilbilitanam notam indigne inustam esse conqueramur, ut ille summo etiam voto a musis exoptet, ut omnibus numeris Martiali simillimus evadar, quamquam non plane intelligam, quidnam purius et candidius illo epigrammate desiderare possimus, quod de Virgilii tumulo lepidissime conscriptum, dum Romae superiore anno Legatus essem, mihi ipse benigne recitavit, cujus et verba et numeros quum teneam, ipsum auditore: Dicite, qui Minci ripas coluistis olores, Vobiscum exorta est gloria Virgilii? Dic mihi Parthenope, sic sis pulcherrima semper, Virgiliusne tuo decidit in gremio? Et meruit, cui contigerat nasci inter olores, Inter Syrenum decubuisse choros. Ad haec, inquam, Museti, gratias tibi ago peringentes , quod civis et sodalis mei purissiiniijue kouiuus [p. 2454 modifica]2454 ingenium probes, dum Martiali favere videris; nec dubitaverim, quin de hoc tuo propensiore studio atque judicio, quas ipse tibi habeo, ille suavissimis versiculis aliquando referat, si id rescierit, et in hac modo clade sit servatus , sicuri eum nuper carcere inclusum et convictum Clemens admirabili lenitate conservavit, quum imprudenter potius quam maligne sacrosancti ejus Numinis Majestatem probroso carmine lacerasset. Levi enim persuasione inductus se gratum facturam crediderat Pompejo Columnae domino, qui tum flagrantissimas simultates cum Pontifice promotis armis exercebat. Sed postquam Maronis sepulchrum tam laeto carmine depicrum omnibus placet, audite et hos versus, quos eodem spiritu de Homero mollissime decantavit: An Smyrna est, quae te nascentem excepit, Homere? Anne fuit vatem, quae tumulavit, Ios? Altera habet nomen Violae, tenet altera Myrrhae: Fata tuum his decorant ortum obitumque simul. Quid magis est, quod te divina deceret Homere, Quam nasci in Myrrha, decidere in Viola? Haec quum Davalus et Musetius mirum in modum extulissent, ne putatore, ego inquam, eum in caeteris minus aequabilem poetam extitisse. Servant enim illam notam ingenii cum austeritate dulcissimi reliqua poemata, quae circumferuntur, adeo praeclare, ut uno leporis tenore integrum librum scribere nequaquam difficile ei fuisse appareat. Neque Casanovam propterea solum nominatum velim, quoniam solus in eo carminum genere cum gloria versetur, nam et alii protinus occurrent, qui epigrammatis scitissime ludant, nec ipsos omittam, qui modo Romae florebant, et ante alios Blosium Palladium ab epistolis summi Pontificis, cujus ingenio ad cuncta vel solutae orationis munera praeclare habili nihil paratius, nihil amaenius unquam fuit: uti illo maxime Panegirico enituit in honoretm Leonis Decimi habito, quum S. P. Q. R. optimo Pontifici marmoream famam in capitolio posuisset. Collotium item Esinum ab eruditi judicii absoluto candore perspicuum, Curtiumque Henricum, cujus musa modestior a subrustico pudore commendatur, in eo praesertim poemate, quo Romanae civitatis excidium gravissime nec plane quidem [p. 2455 modifica]2455 siccatis lacrymis deflevit, et Thomam Petrasanctam salsae comitatis et doctae liberrimaeque censurae poetam, et ipsum Petrum Mellinum natalibus ac ingenii suavitate Romanae Principem juventutis, qui est perjucundus Catullianae puritatis imitator. Cecinere etiam vix dum pubescentes hilari quodam furore.Marcellus Pallonius Romanus et Janus Vitalis Siculis, hic monstrum, quod has clades portendit, ille autem Ravennatem pugnam tot mutuis ducum funeribus insignem, qui profecto, uti adolescentes aliquanto majores quam juventus, clariorem ingenii famam postea essent consecuti, nisi, ut quibusdam videtur, intra ipsas gloriosi tirocinii laudes conquiescere voluissent. Tunc vero ad haec renidenti fronte Musetius, cur est, inquit Jovi, quod Poetarum ingenium precox carissime pervenit ad frugem? An forte est, quoniam vena illa uberior et exui Laus, quae intempestive prosilit, quum a perennibus et purissimis naturae fontibus minime deducatur, veluti mox consumpto profluentis impetu celeriter exarescat? Ad id, ego inquam, hoc equidem in causa esse potest, nam a natura, quae interiores labes futurosque defectus praesagire consuevit, cum vehementi et supremo sensuum omnium conatu saepissime mirabiles impetus effunduntur, ut in aegris jam jam vita migraturis contingere videmus , qui repente collectis viribus ad inanem spem dubiae victoriae enixe cum ipsa morte colluctantur, Sed nihil meo judicio magis adolescentium poetarum ingenia perdit vel exterit, quam adulantium circumfusa multitudo. Eorum enim primitias paedagogi in primis ita vehementer extollunt, ita stupide parentes admirantur, ut teneri et inflari faciles eorum animi, nequaquam vera laude subnixi, omne studium graviorum literarum penitus intermittant, et caducis tantum nascentis gloriolae floribus inanissime nutriantur. Ita processu aetatis absque ullo doctrinae succo jejuna admodum et inani pedum volubilitate profusa carmina neminem amplius vel adulantium delectant. Nonnulli etiam certam vim ingenii occultiore mensura praefinitam a primordiis pueritiae statim ostendut, quam vel accuratis exercitationibus provehere, ac extendere, aut frustra aut difficile semper fuit, quando id vitium naturae quadam infelicitate sortiantur , uti in Menicocio Nuptiali Floroque Tibicine [p. 2456 modifica]2j\56 vidimus, qui quum Romae per triginta annos aliquid ab elegantioribus musicae artis praeceptis ad tibias addere saepissime cupivisset, desperato semper successu, in illis semel conceptis veteris choreae modulis consenuit. Hic arridens Musetius , hoc, inquit, aedepol , verissimum esse videtur, nam certos quosdam humani captus terminos in singulis prope artificibus esse deprehendimus, qui nunquam vel laboriose et solerter enitendo facile superantur. Quis enim Perusino, qui nunc etiam octogenarius satis constanti manu, sed inglorius, pingit, quum aetate floreret, majore concursu vel claritate picturam exercuit? Favere siquidem illi aliquandiu et ambitiose quidem omnes Italiae Principes, quum ille passim dignissima, ut tum videbantur, artis monumenta deponeret. Nemo enim illo divorum vultus et ora, praesertim Angelorum, blandius et suavius exprimebat, vel testimonio Xisti Pontificis, qui ei palmam detulit, quum in pingendo domestico templo artifices questuosa contentione decertassent. At postquam illa perfectae artis praeclara lumina Vincius, Michael Angelus, atque Raphael, ab illis saecula tenebris repente orta, illius famam et nomen admirandis operibus obruerunt, frustra Perusinus meliora aemulando, atque observando, partam dignitatem retinere conatus est, quod semper ad suos bellulos vultus, quibus juvenis haeserat, sterilitate ingenii (rediret), sic ut prae pudore vix ignominiam animo sustineret, quando illi augustarum imaginum nudatos artus et connitentis naturae potestates in multiplici rerum omnium genere stupenda varietate figurarent (i). Tum vero, ego inquam, Museti, lepido valde exemplo sententiam meam confirmasti. Sed haec certiora Philosophis conjectanda relinquamus, ut ad caeteros Poetas aliquando revertamur, et ad vestros praesertim Neapolitanos, apud quos magnus semper numerus effloruit. Nam, ut opinor, et Syrenum tumuli, et Virgilii Maronis sepulchrum, quod praeter Pausilipi dorsum via Puteolona religiosissime colebatur, antequam dirae Gothorum injuriae nobilissimi operis vestigia delevissent, vel angustiores animos ad praeclare canendum semper (i) Intomo a questo passo dei Ginvio, poco onorevolc al cr lebro Pictro pertigino, veggansi lr Lettcrc piltoriche peruginc dei clu signor Anuibalc Mariotti (png. 180). [p. 2457 modifica]2-f57 excitarunt; ut in quota parte divinae benignitatis Bajanas etiam aquas et Averni lacus antra Sybillinis carminibus inclita minime computemus. Quae omnia non secus ac ipse quondam in Graecia Parnasus, cum Aganippes , et Heliconis fontibus, ac densissimis illis ad decerpendas coronas lauretis, Musam ac Apollinem conciliare existimantur , in tam laeto praesertim virentium collium recessu , et tam opportuna semper venantis et piscosi litoris amaenitate. E Neapolitanis enim, ut omnes ex hac extrema Italiae parte uno nomine complectamur , perpulchra aliqua publicarunt Petrus Gravina nitidissimus idem et doctissimus senex, quum etiam uberiorem gloriam ab Heroicis, quos verecundius domi continet, expectare facile possit, et Hieronymus Carbo Pontani amicitia clarus. Hieronymus etiam Angerianum genere Lucanum amatoria judiciis hominum famae commendata celebrem fecerunt. Est etiam foris clarus Anisius Sacerdos honestissimus, cujus sunt praeter Liricam Satyrae plures Horatiana simplicitate compositae. Valet Heroico Antonius Minturnus Graece et Hetrusce pariter eruditus, et in duabus praesertim silvis Statio pene par, quarum altera Italiae clades deplorantur, altera Columniorum Procerum genus ab Alcide deducitur. Jactabatur paulo ante fortunae fluctibus Pomponius Picentinus ipsius Lucae celebris Astrologi frater, qui adeo studiose Graecis se dedidit, ut, si quorumdam judicium sequamur, a Romanis plane defecisse videatur. Hoc loco perblande ridens Musetius, Ita est, inquit, Jovo. Plerique adeo ambitiose Graecas literas, et quum paulo fervidius ebullit ingenium, etiam Hebraicas amplectuntur, ut Latinas plane deserant, atque despiciant. Quoniam gloriosius putant ignota lingua in coronis publice loqui, quam si communi concinne et eleganter utantur, et scribant. Ego enim Graeca, ut Pontanus dicere solebat , quatenus et lucem et ornamenta Latinis afferunt studiis, sedulo perdiscenda arbitror, non ut ab his peculiarem laudem ubique graecissantes, tamquam Athenis nati, petere videamur. Uti hic ipse Pomponius, qui Neapoli, quum Recajennam Puellam semigraeca oratione in funere laudaret, nobis , qui pullati eramus , pro lachrymis risum extorsit. Satis namque studiosis in quotidianam operam aerumnosi laboris propositum esse [p. 2458 modifica]2/,58 animadvertimus, si Latinos authores medullitus inspicere, et vim priscae elocutionis servare velimus. Ad id ego: rectissime sentis, Museti, nam nos Romae Antonium Marosticum novimus hominem doctum, et plane candidum , qui quum Graecis literis mirabundus aetatem ferme omnem insumpsisset, ad extremum Latinarum penitus oblitus, in ea , quae est pro (Ctesiphonte, Demosthenis oratione consenuit. Verum iis omnino necesse est Graece scire, qui quum Philosophiae et subtilioribus disciplinis vacent, aliquid purius et castius non ex rivis lutulentis, sed ex vero et nitido fonte haurire peroptant. Hebraica vero consectantes non improbo, modo ea ad instrumenti veteris enarrationem pia curiositate potius quaesita, quam a.l ostentationem ridicule blaterantis gutturis accersita videantur. Sunt etiam in aliis Italiae urbibus Poetae celebres, uti apud Parmenses Georgius Anselmus, varia ingenii foecunditate pernobilis, et Dardanus urbana facilitate insignis, et Carpesianus, qui ad unam aram Apollinem et aesculapium colit. Crotum in honore habent Rhaegienses in versu cum gravitate peracutum; laudatur a Perisinis Bartolinus, qui Austrianorum Principum, et Maximiliani praesertim Augusti victorias , robusto carmine prosecutus est. Nihil etiam Mariangeli Accursii ab Aquila Furconensium musa jucundius, qui Ausonium subtiliter interpretatur, et jampridem facetissimo Dialogo edito quorumdam obscure et rancide scribentium expressis personis, atque iis in scenam ad excitandum risum introductis, foeda vitia bellissime castigavit. Caeterum Andreas Naugerius in duobus, quae per lusum fecit epigrammatis, tantam in iis priscae venustatis gratiam est consecutus, ut plerosque sanos, et nequaquam temporariam spectantes laudem, a proposito et tota spe meliora aut paria consequendi omnino dejecerit. Quid enim hoc epigrammate, quod est ad auras dictum, simplicius, lenius atque suavius esse potest? ipsos, quaeso, numeros, verba, pedes aequis auribus perpenditote: Aurae, quae levibus percurritis aera pennis, Et strepitis blando per nemore alta sono; Serta dat haec vobis, vobis haec rusticus Idmon Spargit odorato plena canistra croco. Vos lenite aestum, et paleas sejungite inanes, Dum medio fruges ventilat ille die. [p. 2459 modifica]9 245q Mira est hercle, inquit Musetius , haec Romana simplicitas; non retentis enim et turbidis argutiis, sed florentibus et liquidis sensibus, aures implet, ac animos vel languentes exhilarat, ut est illud ejusdem de frigido ac umbroso fonte propter divinam suavitatem latius evulgatum: Et gelidus fons est, et nulla salubrior unda, Et molli circum gramine terra viret. Et ramis arcent soles frondentibus Alni, Et levis in nullo crebrior aura loco. Et medio Titan nunc ardentissimus orbe est, Exustusque gravi sidere fervet ager. Siste, viator, iter; medio jam torridus aestu es, Jam nequeunt Lassi longius ire pedes. Accubitu languorem, aestum umbra, auraque recenti, Exiguo poteris fonte levare sitim. Tum vero, ego inquam, hoc ipsum.aedepol Catullum deceret authorem, nec crediderim omnino veteres ipsos, qui interierunt, ut Sulla, ut Calvus, vel Pedo, et Marius, in hujusmodi carmine, tenerius atque limpidius unquam lusisse. Verum sicuti librum scripsisse integrum perdifficile semper fuit, ita certis incitati ingenii flatibus quisquam mediocri exercitatione unum atque alterum aliquando Epigramma felici eventu poterit decantare, Hinc fiebat, ut paulo ante urbem funditus eversam frequenti et permolesta Poetarum multitudine premeremur; quum Romae certissime literatis omnibus esset receptus, et inepti saepe atque ridiculi, ubi quaternus versus Coritianis statuis affixissent, per jocum corona laurea donarentur. Itaque eorum nomina nequaquam citabo, nam ea satis sunt illustrata jucundo Poemate, quod mihi de poetis urbanis nuncupavit Arsilius Senogalliensis idem Medicus et Poeta insignis. Sed tu, Museti, recte, inquam, feceris, si, uti paulo ante promisisti, reliquas causas nibis singillatim explicaveris, quibus hujusce aetatis ingenia ad amorem Hetruscarum potius quam Latinarum Musarum proclinata et traducta penitus esse videantur. Explicabo, ille inquit, facillime, et certe ante omnes alias in promptu causa est; quoniam studendum sit ei linguae, quae, tametsi hodie sit popularis atque vernacula, tamquam ex grammaticae [p. 2460 modifica]2/\Go praeceptis ab aequabili norma receperit dignitatem, aliquando apud posteros sit futura fortasse nobilior ipsa Latina; namque eam non negabimus vere maternam atque domesticam antiquitus extitisse. Siquidem idiotae rusticamque homines, quum Latine vulgo loquerentur, Graecum idioma veluti litteratum auribusque alienum, quod non a nutrice, sed a doctoribus cum labore peteretur , suspicere, admirarique solebant, uti nunc hujusmodi literarum ignari caeteros Latina eleganti lingua loquentes, dum nihil fere intelligant, penitus admirantur. Evastata enim toties Italia, post raptum a Ibi i baris Italiae nomen, a victoribus sermonem accepit permixtum et confusum ex variis linguis, sicuti etiam magis ac magis accipiet, quando vecordia nostra accipiendis in jugum externis gentibus nullus finis esse videatur futurus. Ferent itaque tantam ingentis et felicis industriae gloriam Petrarca , Dantes, atque Boccaccius, in hac vernacula , quam Hetruscam honoris causa libet appellare, quantam in rudiore latinae linguae saeculo meruerint vel ipse Ennius, vel Cato Portius, et M. Varro, qui verborum delectu habito, et ad normam elocutione constituta Romanae eloquentiae fundamenta jecisse existimantur. Nec dubitandum est, quin Hetruscae literae paucis temporum curriculis omnino Latinis in communem mortalium usum sint successurae, quando jam Latina in ore Nobilium sensim desolescant, et neglecta etiam intereant; sic ut Latine eruditi in ea aliquando sint futuri existimatione, quam nunc sunt qui Graece sciunt, et pretio Homerum et Lucanum curiosis et studiosioribus adolescentulis interpretantur. Ergo complures juvat Hetruscis assidue vehementerque vacare , scilicet invitatos benigne facultatis, quae in omni scribendi materie decorem invenit, et loca etiam ubique praeternera , in quibus stilus ipse passim perque hylariter efflorescat (locus corruptus videtur). Qua maxime ratione alacria ingenia omnino ad spem vel aeternitatis vel non obscurae laudis eriguntur, quum ad mediocres vigiliarum labores amplissimus fructus propositos esse conspiciant Erit certe Bembus ab illo subtili luculentoque volumine, quo voces vernaculae ad exactam regulam religiose revocantur, aliquando novus Aristarcus, et ut Grammaticae conditor inter Italos alter [p. 2461 modifica]Priscianus , et caeteri pari ter , qui eleganter et accurate conscripserunt, nobilium authorum gloriam sortientur. Jam enim videmus translatas in maternum sermonem Graecas Latinasque historias ab idiotis ac mulieribus legi, memoriterque teneri, et passim Venetiisque praesertim vulgari lingua lites et judicia exerceri, publicas tabulas confici, orari causas, et rationes omnes, quibus utitur populus, vulgarium literarum memoriae demandari. Nec mirum; eadem lingua municipales gravissimae leges, foedera , et societatum jura conscribuntur, ita ut uni prope Ligures Latinae linguae consuetudinem in publicis et privatis rationibus servent, quum aliter corruptissimi sermonis patrii sonum tam paucis elementis exprimere nequeant. Alia quoque causa est, nec omnino contemnenda, quoniam si hilariter atque praeclare scribere velimus, eas, quas ab uberibus matrum exuximus voces , ad quasque sensuum ingeniique motiones excipiendas atque enunciandas facilius quis admoverit, et inflexerit, quam verba assiduis comparata lectionibus , veluti ea potius studio ac industria passim deligente, quam ad celerem usum offerente natura , ita ut nobis hodie multo difficilius et gravius , et, si dicere fas sit, etiam ad laudem gloriosius esse censeatur, perornate et luculenter Latina conscripsisse , quam ipsis antiquioribus fuerit Romanis, quum editissimam illam arcem nativae patriaeque eloquentiae tenentibus ullae aliae civitates ullique populi in dicendo , vel scribendo pares esse nequivissent. Et nos profecto scimus, quantis vigiliis quantisque laboribus vel mediocres ad scribendum facultates, in tanta etiam librorum copia et tot preclaris adhibitis doctoribus, hac aetate nostra comparentur , quod certe vel uno eo argumento liquidissime constabit , si eos, quos veluti disciplinis omnibus et rerum maximarum doctrina refertissimos in umbra loquentes admiramur, stilo demum et scripto enixe vacantes , severius aestimare expendereque velimus. Quemnam Hermolao, Merula, Politiano omnis generis eruditionis locupletiorem, aut operum gloria superiorem hodie videmus? Qui tamen vel divinis ipsorum ingeniis, vel acutissimis aliorum judiciis, puritate orationis, stilique splendore satisfacere plenissime nequiverunt, quoniam perfecta eloquentia summam [p. 2462 modifica]ac diuturnam studii consuetudinem, vim multam praestantis excelsaeque naturaeque, et ferreum quoddam stabilis ingenii robur omnino deposcere videatur , ut quae repente fieri non potest, molli et quotidiano usu sensim coalescat, et ad altitudinem animi praeclara meditantis efferre se se celeriter possit, et demum ut ipse studiosus et ingens usus continui laboris ac desperationis , quae molliorum spiritus saepius frangit, tota illa graviora fastidia fortissime ferat. Neque hercle dubium est, an eruditionem et cumulatam rerum omnium notitiam accurata et pertinaci multorum voluminum lectione, atque uno firmae memoriae beneficio saepissime consequantur , qui nec ad perpetuam ac indefessam oculorum atque aurium operam, acumen et subtilitatem ingenii nobilioris attulerunt. Multos equidem videmus ex illo ornatissimo globo hominum multiplicis doctrinae auctoritate florentium, qui cum integras vires ad scribendum applicarent , nequaquam parem expectationi laudem sunt consecuti, aut totum hoc scribendi desiderium tamquam intempestivam periclitandi ingenii atque appetendae gloriae libidinem penitus abjecerunt, neque tamen uti perosi ingenuum laborem, ac inerti otio defluentes, quando ea de vigilantissimis nisi maligne dici possint; sed profecto eos incredibilis ejus rei difficultas omnino deterruit, quum ingenii laudem praesenti tantum famae dedicare , quam eam permittere uberiori judicio posterorum atque immortalitati consecrare malle videantur. Neque ex li teratis aliqui desunt, qui adeo moroso et fastidienti sunt stomacho, ut quum sua non probent, neque obiter aliena possint degustare , cuncta, quae offerantur , repente rejiciant , quod est vitium infelicitatis inexpiabilis ac omnino deridendae. Tum ego, vere, inquam, dicis Museti, nimia prudentia plerosque timidos atque degeneres facit; multi enim viri eruditissimi collectam in umbra studiose authoritatem, in sole demum, ut deceret, periclitari neque volunt, nec facile dixerim , an id aliquanto cautius fiat, quam honestis. Quis enim umquam optimarum literarum , disciplinarum, rerum atque linguarum majores opes ingenio memoriaque congessit Aleandro nostro, a quo neque nos quidquam extorquere umquam potuimus , neque ipse Gibertus umquam vel subcisivas [p. 2463 modifica]2463 annotationes quotidianis etiam convitiis impetravit, qui tamen ei insatiabili liberalitate , et Bibliothecam Vaticanam , et opes , et legationum honores, et Brundusinum demum Archicpi scopa tum de manu sua tradiderat. Sed perge, inquam , Museti, et alias propriores causas enumerato, ut haec quaestio superius agitata liberrimis omnium sententiis explicetur. Tum ille: ea quoque de causa plerique ornatissimi viri ad Hetruscas literas studium suum contulerunt, quoniam eae Latinis ipsis ad amplissimum humanarum rerum usum aliquanto paratiores atque utiliores esse intelligantur. Sunt enim et gratae senibus , et commodae juventuti, et foeminarum ingeniis optabiles et perjucundae; ita ut quisque vel egregie Graecis et Latinis excultus literis ab omnibus contemnatur veluti insulsus agrestis, ab humanitate penitus alienus, et, quod turpissimum est, in hac civili luce excludatur etiam ab his vestris elegantissimorum hominum et foeminarum coronis , nisi Hetruscae linguae leporem et suavitatem omnino degustarit. Siquidem eae molliores facetissimaeque fabulae et delicati versiculi cupidinis flammas singulis modulis spirantes magna et luculenta sunt instrumenta amorum atque libidinum, quibus servivisse sicuti et dulce et pergratum juventuti , ita et eurum meminisse provectis et senibus laetum ac jucundum semper fuit. Et insignes etiam ante alios Principes clarioris fortunae amatoriis dediti vanitatibus praesenti gratia atque muneribus ingenia provocant, ut affectionum aestus, atque illae totas exurentes medullas curae dulcissimis numeris exprimantur. Quarum rerum mollitudinem atque hilaritatem subtilissimis conceptam sensibus, atque infinitis et lascivis coloribus exornatam, aliquanto tenerius et acutius Hetrusci quam Latini nostri versibus comprehenderunt. Qua in parte perurbani muneris te, Musetu, uti semper amoribus deditum, neque propterea tamen dedecorantem aut vitam, aut Senatorii ordinis dignitatem, egregium valde et perpolitum artificem agnovimus; et in te quoque, Davale, inaestimabilem horum numerorum facultatem proxime adeo sum admiratus, ut quum non modo peracer et strenuus dux, sed poeta etiam mollis, atque levissimis e castris redi isses , te hac Apollinea simul et triumphali laurea dignum esse diceremus. Quare , si non omnino periniqui [p. 2464 modifica]sodales estis, enumerate, obsecro, Hetruscos vates rependiteque operam diserte et luculenter, quam a me satis jejunam et frigidam in recensendis Latinis dudum recepistis. Nam inepte,aedepol, et quidem intemperanter de alieno munere disseruisse sum visus, dum liberalius vestrae obsequerer voluntati, quando versibus pangendis , ne poeta malus evaderem , numquam toto aetatis tempora sum delectatus, et profecto eam bene a vobis audiendo mercedem refram, quam ineptissime dicendo promereri nequiverim, nam is et bene et eleganter semper dicit, qui docte et egregie facere consuevit. Tum Davalus, totam, inquit, hanc laudem ipsi Musetio concessam velim; neque enim ita est, Jovi, uti de me benigne admodum dixisti, et nonnulli alii etiam praedicant adulantes, nam vim Hetruscae linguae tantis involutam difficultatibus, quam longa observatione infinitisque praeceptis, ut Bembus docet, vix otiosi homines consequuntur, in castris agnoscere nequivi , neque carmina, quae perfectis judiciis placere possint, unquam conscripsi, quum mihi tantum uni et meis amoribus ludendum putarem. Et mehercle si proficeremus , et blandius invocatae Musae meis lusibus arriderent, hoc tamen poetae nomen ut importunum subirate quidem et cum stomacho repudiandum arbitrarer; praeclare enim mecum cum barbaris legionibus ageretur, si quum in concione de virtute, fide, tolerantia , stipendiis, ac disciplina foret disserendum , ut sunt nequissimi atque salsissimi veterani, me pro triumphali Imperatore laureatum poetam subitis acclamationibus appellarent. Quare, obsecro, Museti, totam hanc tibi uno habeto gloriam, et pro me etiam de vernaculis poetis te cumulate atque verissime dicturum recipito, ita, Musetios, obtemperabo, inquit, vobis justa petentibus , et eum quidem in his enumerandis ordinem tenebo, ut non ii semper ante alios de industria nominentur, qui caeteris sint praestantiores, sed ii prorsus, quos mihi veteres amicos memoria repetenti confuse rerum imagines obtulerint, ut qui desiderari a vobis prudentiam meam in hac censura , si id celeriter expediteque perfecero, quam facilitatem malim. Quin etiam magno et gravi profecto invidiae onere levabor suspicioneque, si hos omnes, tamquam ex tumultuario [p. 2465 modifica]indice subitarioque delectu, inordinatos nec plane militiae more deligentur, de censu, de moribus, atque stipendiis interrogatos ad signa transmittemus. Nullus enim ex hac Poetarum multitudine sic ante alios gloriam occupat , ut ea inter omnes tamquam aequales minime dispensetur. Hinc est, ut neque pauci neque multi, nisi inepte vel cum invidia, possit numerari; nam in turba rari eminent, qui non in extremos pedum digitos erecti potius quam proceri videantur. Igitur ab Accolto Aretino exordiar, qui non minus ab inclytis illustrium foeminarum amoribus, quam a nobilitate carminis Unici cognomen adeptus est. Multa ejus variis modis descripta carmina circumferentur, sed in eo maxime unicus, et insignis semper fuit, quum Polixenam ad aram pereuntem , et quartum Virgilii librum de Didonis amoribus ab se incomparabili felicitate translatum ad lyram magnis Principibus recitaret. Tum, ego inquam, in quota ergo parte Poetici census numerantur Reginarum amores , lyra lasciviens, principales aures, et ipsum etiam Unici cognomentum, quod si non a familiari et festiva assentatione sumptum videtur, sed ab acclamantibus poetis, et plausu quodam Theatrali delatum sit, nihil te moror, Museti, quin ille, ut vere unicus, in medio et propriore quidem orchestrae loco aequissimo jure collocetur. Nec omnino refert, si caeteri poetae livore pariter et fame enecti primam illi sedem invideant, quum illi torques aureos, et gemmas, purpuram, fundos , castella , sacerdotia, ceu fortunae temere faventis munera , jampridem inviderint. Sed perge, Museti; in praecipuo enim honore erunt, qui in secundis et tertiis gradibus considebunt. Primus namque locus videtur invidiae multum expositus , et moderatos ac verecundos plenior saepe laus et gloria consequitur. Pares enim nobis multos aequissime ferimus , qui unum prae caeteris superiorem pati non possumus. Ad id vero Davalus perfacete, sinito, Jovi, inquit, hunc Unicum sua illa inveterata cognominis perfrui dignitate, quando eum bene sani et ambitiosi etiam poetae quam quemquam alium sibi principem malint. Ita, quum subrisissemus, Musetius ad institutum sermonem reversus, operosum est, inquit, atque omni eruditione , lepore, ac urbanitate; perornatum [p. 2466 modifica]Ariosti poema, quo (furentis Orlandi fabulosi Heroi j admirabiles res gestas in gratiam non otiosarum modo matronarum, sed occupatorum etiam hominum jucundissime decantavit. Sunt et nonnullae ejus Satyrae, et Suppositi perfaceta comoedia; sed in expectatione summa est ad prioris fabulae coronidem alterum volumen justum, quo seipsum superare perhibetur. Vivit adhuc Florentiae, atque etiam aeternum vivet Hieronymus Benivenius sanctissimus senex, qui poema nobile , quod juveni et incauto impotentes amores extorserant, paucis scitissime commutatis ad divinas laudes Mariae Virginis maturiore demum ingenio convertit, et hoc uno etim maxime gloriosus, quod alterum ejus Poema grave et jucundum ille Picus Mirandula, in sacris et subtilioribus literis hactenus Phaenix, eruditissime fuerit interpretatus. In Amanio Cremensi pressum et floridum dicendi genus commendamus, et in eo maxime carmine, quod turbidus Padus inscribitur, in quo majorem certe famam esset consecutus, si quum optimi viri, ac in studiosos omnes beneficentissimi majestatem sugillaret, aliquam modestiam cum ingenii libertate conjunxisset. Laudatur in Veriteji Veronensi carmine nitidissimus candor, atque is in omnem semper partem diffusus et aequabilis. Hieronymus autem Cittadinus Insuber poemata sua odoratis atque venereis floribus mollissime conspergit. Florent Venetiis pulcherrimorum carminum laude illustris ac elaboratus Teupulus , jucundus atque alacer Delfinus , et Valerius, cum in versu, tum in amatoriis dissertationibus eleg&ns ,■ acutus , salsus. Scripsere Tragoedias viri nobiles optimisque exculti libris Vicentinus Georgius Trissinus et Alexander Paccius Florentinus, hic Medeam, ille vero Sopho nisbain , et ambo, inventore tamen Trissino, repetitas in fine syllabas , uti rem exprimendis sensibus importunam , ac inutili nec multum decora laxivia ab antiquioribus conquisitam, e toto carmine sustulerunt. Sed Trissinus etiam reconditas artes, ut nihil ab illiterato vulgo desideret, in Hetruscum vertit, novasque item hterui um nolas , uti alter Palamedes , adinvenit, quarum potestate scripta omnia naturali vocum er accentuum sono aptius exprimantur. Quod inventum uti nimis superstitiose eruditum quibusdam morosis , et in discendis [p. 2467 modifica]2467 novis elementis repuerascere insolentibus, fortasse displicuit. Machiavellus et rei militaris et Florentinorum Annalium vernaculus scriptor, cui abunde atnocniiui ingenium supere&t, quum fortunae desint , lepid:ssime lusit ad effigiem comoediae veteris Aristophanem imitatus, cujus etiam circumfertur Nicia ridiculus senex, qui suscipiendae prolis tam stolide quam sinistre cupidus, a pruriente juvencula uxore in curruculam facetissime transmutatur. Item Mantuano Jacobo Calandrae , qui est arcis custos , fide, literis, et vitae modestia insignis , Ferrariensique Pistophilo a libellis Alphonsi Principis molliores musae delicata ubera praebuerunt. Laudatur et a curtis et imparibus modulis , quos a mandra pastorali vocabulo mandriales vocant, Barennianus e Brixia, uti circumscriptus, suavis, et floridus. Retinet adhuc Saxus Pamphilus Mutinensis pristinum illum volucris et exultantis ingenii furorem, et in hac exacta aetate Latinis etiam et Hetruscis epigrammatis cum florentissimis juvenibus colludit. Apud Neapolitanos nostros in praeclara sunt opinione post Actium Syncerum, cujus ingenium extra aleam omnis invidiae positum esse volo, Antonius Epicurus , sicuti optimis instructus literis, et jucundissimis moribus conditus, ita in scribendo sine inani tumore excelsus, et absque nervorum nimia mollitie delicatus; et Balthassar Marchesius in nitore Heroici carminis, et numero peramoenus, et grandis; et Severinus Antonius, quem tu, Jovi, cognitum Romae a civili modestia et a stili suavitate mihi magnopere commendasti. Sunt etiam clari apud Ligures, quibus Hetrusce loqui difficillimum semper fuit, evulgatis foecundi ingenii monumentis, Gavius Lucas, et Paulus Pansa; sed hic veluti ab joco ad studia Latinorum carminum, in quibis serius atque felicius se exercet, ingenium traduxit. Et quonam Theatri loco quave laude dignum esse putabimus hunc, quem in muscoso cautis gradu prae modestia conticentem conspicitis , Hippolitum Quintium hujus Insulae Praetorem, gravissimum jureconsultum, quo Latini populi Alatrumque patria maxime gaudent; ejus enim carmina cum Latina, tum Hetrusca, et decoris sensibus et gravibus argutiis et florentibus numeris concluduntur. [p. 2468 modifica]Iluic similem quoque videmus Claudium Prolomaeum qui pereleganter Hetruscas et Latinas musas excolere consuevit. In Julio Camillo Foroliviense varia eruditione liberali ter exornato judicium acre, profundum , incomparabile suspiciunt, qui Hetruscae locutionis proprietates, modos, exactissimasques regulas, si pure et scribendum sit generose, omnino perdiscenda sanis hominibus arbitrantur. Leander quoque nobilis Perusinus equestri quodam et luxurianti stilo luculenter exultat. Berna vero noster , qui Hetruscis salibus jucundissimum adversum malos poetas opus publicavit , tantam in scribendo scitae urbanitatis elegantiam consequitur, ut poetarum omnium cum eruditione facetissimus habeatur. Mire etiam placent Sempronii Amaranthi Spoletani lyricae illae sextanae cantiones ad ostendendam vim subtilioris artificii , paribus repetitorum finium modis, in seipsas difficillima ratione triplicatae. Caesiani quoque Pisam admirabile videtur ingenium in agnoscenda atque observanda linguae proprietate, et antiquorum Poetarum sensibus enodandis, qua laude Tryphonem Venetum jampridem sibi eximiam in Hetruscis authoritatem comparasse constat. Hos ferme omnes scitote esse ex veteranorum ordine , in quem et conferri Brittonium nostrum aequo animo patiemini, vel ea saltem ratione, qua Davaliadem scripserit, et veteres vigilias Victoriae nostrae Columnae dedicarit. Caeteros in secunda classe relinquemus, quamquam in iis plerosque valentes ac ingenuos tirones agnoscam, qui ad frugem et ad certam gloriam , uti hic , qui ad laudem adolescit, Rotilius noster , jam felix Epicuri praeceptoris imitator, plenis passibus contendunt. Cum illis etiam reliquos omnes aggregabimus, quorum carmina ad Puteolanas aquas numquam pervenerint. Sed certe mihi , ac omnibus Neapolitanis nuper triste sui desiderium reliquit Dracconettus Poeta divinae inventionis omnino , et juvenum ingenii jucunditate florentissimus, proh dolor! ex equi lapsu acerbissima morte surreptus. Sicuti etiam per hos dies apud Caesarem Feramosca in Campania Martellium Florentium in ipso aetatis flore occidisse audivimus , quo nemo in amatoriis lusibus blandius atque subtilius lascivivit, nemo heroica attigit gratius atque [p. 2469 modifica]limpidius (i). Haec quum dixisset, tum Davalus, quam disertus est, inquit, et callidus, Museti, qui ab initio sermonis veluti ex improvviso lacessitus, visus es maluisse veniam deprecari, quam culpa vacare, quasi haec omnia haud plane excogitata , atque in ordinem scitissime digesta , amplo et docto pectore minime contineres!.Magnum est enim hoc et praeclarum cum exactae eruditionis tuae, tum in hoc munere poetico perfectae facultatis argumentum, quod nobis tot poetarum ingenia, tamquam vultus ipsos et veras effigies, ex lineamentis et ductibus eorum operum, uti eximius artifex, elegantissime depinxisti. Adeo ut te jam amplius minime miremur, ex summo Jureconsulto summum etiam poetam evasisse, veluti quem domi toga deposita, quosque novos non modo excutientem libellos, sed curiose etiam ipsa opera atque ingenia poetarum penitissime terebrantem deprehenderimus. Utinam, inquit Musetius, haec tanta laus tumultuariis et sut reptitiis lucubrationibus meis obveniret; esset mihi profecto magnopere laetandum, si et hanc quoque secundam lauream Hetruscae musae capiti meo se imposituras esse promittere viderentur, quibus certe semper sum oblectatus , et nunc maxime etiam delector, quum e clamoso foro atque e Senatu molestis fatiga tum muneribus roeme recipere vel in Nidia Porticum, vel tenerioris officii causa ad illustres Dominas evolare contingit. Sed cur potius, Davale, hos sermones non tandem omittimus, et Jovium cohortamur, ut aliquid de soluta oratione pronunciet, et in ea clarissimos quosque vel digito saltem nobis ostendat? Neminem enim eo vel liberius vel fortasse doctius judicare posse existimaverim , ex his etiam, qui in parando stilo non ignobiliter desudant. Quippe quem ab ineunte aetate pedestri exercitationi deditum impigre (i) Molli ile’ poeti e degli scrittori fin qui dal Giovio nominati , c molli ancora di quelli de’ quali poscia ragiona, appena sono or conosciuti, ina doveano a que1 tempi godere di ■in qualrlic nome. Perciò questo passo del Giovio può servire di Supplemento alla Stona letteraria del secolo svi, c chi avesse agio di raccoglierne più minute notizie., ciò che a me non permette l’ampiezza cicli* argomento, potrebbe trovarvi molti lumi. [p. 2470 modifica]2470 scmner eluctantcm , atque anhelantem, ad arduum pene illud eloquentiae jugum pervenisse videmus , quum a nobis ornatissimae ejus historiae lectitantur. Enim vero aestimetur hic ipse Jovius ab aliis, ut lubet, et subtilis Astronomus, et absolutus Philosophus, et Medicus quoque illustris, atque etiam fortunatus; ego certe istis omnibus eximiis artibus eloquentiae dotes antepono. Quid enim in ingenuo atque erudito homine aut rarius aut excellentius, aut denique etiam utilius esse potest ad utriusque vitae ornamentum ac illustrem famam splendida atque magnifica dicendi facultate, cujus uno praesidio nos ipsi, qui minima saepe victus intemperie, aut certe naturae nutu, quam ocissime perimus, et a mortis injuria vendicamur, et si qua sunt vel ad usum, vel ad elegantiam totius humanae vitae liberalibus studiis , aut casibus adinventa , ea demum nobilissime ad posterorum notitiam transferentur. Tum ego ad Musetium conversus, parce, obsecro, ab his et falsis et intempestivis laudibus; non enim aures fero adeo impudentes, ut tantum abs te benevolentiae erga me tuae tribui velim, ut qui alioquin exactissimus judex ad tribunal esse diceris, improbo vel crassiore judicio videare, quum me ad summum pene eloquentiae jugum pervenisse arbitreris. Memento te in;aenaria esse, et juxta Pontani statuam loqui, quae hispido, ut vides, supercilio sermones vel ludicros revocat ad stateram , secus ac vos Neapoli soletis in Campana vel ipsa maxime Nidia Porticu, in qua et aversos, et adversos, ut lubet, peregrinos pariter, et cives modo adulanter unguentatis illis vestris eloquentiae fluminibus proluitis, modo etiam hostiliter haustis ex sentina liquoribus foedissime conspurcatis. Sic enim me natura genuit, et usus rerum ac amicorum varietas erudiverunt, ut sicuti malevolorum periniqua et peracerba judicia ingenti animo nunc maxime contemno , ita minus veris vel ineptis laudibus nequaquam permovear, atque eas libero fastidio repudiandas putem. Et haec una quidem est via admodum salubris ad discendum , si te ipsum nihil inani persuasione sustuleris, etiam si tua tibi atque rarissimis amicorum placere videantur; tunc enim cum in gravioribus studiis, tum in hac difficillima scribendi arte aliquid profecimus, quum nihil exacte [p. 2471 modifica]atque memoria scire, nihil expedite ornateque scribere posse crederemus; quandoquidem pudore simul ac doore pertinacique aemulatione libera ingenia admotis veluti facibus accendantur; et tum profecto juvat neque oculis neque toti valetudini pepercisse, cum novas con* tinuo fruges recondendo, atque avide cumulando, e refertissimis demum horreis et penuariis cellis recondito atque alacriter prolato tantarum rerum apparatu , laboris ac diligentiae tuae fructum sentis, et ex frugi timidoque agricola te nobilem repente factum et maxime opulentum contemplaris. Quod tamen mihi adhuc minime contingit experiri, veluti parum fertilem et male subactum agrum multo laboriosius quam felicius excolere contendenti; ita ut uni praesertim Sadoleto tantam messem tantamque ubertatem invideam; in ejus enim Dialogo, qui Hortensius inscribitur, quamvis eum nondum absolverit , et in duabus orationibus, quas pro Carpenthoractensi colonia adversus Judaeos faeneratores sugillata Armellini Cardinalis avaritia perscripsit, elocutionem admiramur emendatam ac plane illustrem et generosam, quam non modo ab exquisita ratione atque scientia, sed a natura singulari atque divina et quadam optima consuetudine ductam esse conspicimus. Andreas quoque Naugerius splendidum et perpolitum scribendi genus omnino est consecutus , ut ex duabus praesertim orationibus deprehendi potest, quas in Liviani Veneti Imperatoris , et Lauredani Senatus Principis funeribus habuit. In his enim est verborum copia delectorum , et sententiarum candor eximius, et in toto orationis fluxu mira lenitas , in qua nervi quidem validiores absque ulla austeritatis suspicione potius apparent quam eminent. Eum puto Venetae Historiae a fine M Sabellici conscribendae munus, quod sibi publico decreto atque stipendio demandatum fuit, egregie absolutorum, si a gravissimis susceptae apud Caesarem legationis occupationibus ad requisitam otii tranquillitatem se contulerit. Quem pacatum vitae statum libe— ralitate regia consecutum videmus Paulum Emilium stili ubertate foecundissimum senem, qui Lutetiae Gallicam historiam ab initiis reparatae libertatis ad haec usque tempora continuata serie perducit. Sicuti et Polydorus VirgiliusoUrbinas , qui res Britannicas liberaliter [p. 2472 modifica]I 2472 invitatus Latine perscribit. Floret adhuc Lucae religio, sissimus senex Nicolaus Tegrimius, qui Castruccii Lucensium Tyranni disciplinaeque bellicae in Italia reparatoris vitam Latinarum literarum memoriae commendavit. Caeterum Titus Sanga Romanus ab epistolis Giberti, et consiliorum Pontificis Maximi ab illustre fide particeps, ut plane existimo, supra aetatem profecit. Est enim in optima imitatione prudens, sedulus, aequabilis , venustus, ita ut credam eam eloquentiae laude Romanorum Principem futurum. In Laurentio Granio Signino Antistite designato hujus aequali spiritus quidam inest cum varia excellentique doctrina conjunctus, qui stilum altius attollit, et actio arte singulari cum voce tremula auribus lugentium accomodata; nam is defunctos principes in funere luculentissime laudare consuevit, ipsi Y incentio Pimpincllo cum poetae laureato , tum oratori canoro et suavi, quibusdam in. rebus priscae actionis minime contemnendis haud dubie superior, qui in eo munere aliquamdiu celeberrime versatus ad Archiepiscopatum Ross.nicnsem pervenit. Marius etiam Montanus Antistes Sipontinus, quem una cum Giberto atque aliis pro obside Germanis traditum audivistis, ab innato quodam calore virili eleganter orationes dictat, et diserte etiam pronuntiat. Sed nunc frustra oculis cogitationeque requirimus oratorem, cujus oratio nitidissima pronunciatione resplendeat, ex perfecta antiquorum elocutione actioneque deducta, qua una virtute constare authoritatem cunctis oratoribus tum Graeci tum Latini rhetores judicabant. Interiit enim illa tota vetus disciplina recta ac temperate Latinas voces exprimendi , et rotunda facundia orationes et carmina recitandi, postquam T. Phaedrus et Portius Camillus praeclara Academiae Romanae lumina fato extincta optimas literas felicioris eloquentiae luce orbatas reliquerunt; sonus namque eorum pro suggestu Latine dicentium adeo clarus erat, et cum jucunda articulorum suavitate moderatus, ut nihil paulo timidius aut asperius segniusve pronunciatum tamquam insolens vel putidum e peregrinate, quae sese infundit, et e vetere Gothorum barbarie conceptum, penitus excideret, quod teretes et vere Romanas aures offendere posse videretur: literae vero singulae ac item verborum acccutus [p. 2473 modifica]a473 adeo exquisito judicio proferebantur, ut illae neque confragosius expressae, neque oppressae languidius, ii autem cum dulci ac hilari gravitate passim excitati cum Voluptate aurium pariter ac invidia sentirentur. Quorum laudem , ut in arte difficili ab aliis desperatam, unus ante alios Romanus juvenis Jacobus Gottifredus elaborata frequentique actione adipisci ardentissime contendit. Unde profecto id verum ct conslantissimum esse videtur, quod Pomponius Laetus, qui primus Romae ab ignobili saeculo Latiuas Ii teras scitissime docuit, dicere solebat, humanorum scilicet studiorum decus et digni tatern tnbus omnino praesidiis sustentari , succo videlicet uberiore , validis ac explicatis nervis , et vivido suavique colore, ut in humani corporis temperato et bene sano habitu concurrere videmus. Eleganter enim ille copiosam eruditionem succum appellabat robustum, atque volubilem stilum nervos ipsos , laetum vero colorem, illam, de qua dicimus, polit.un ac admirabilem actionem, quae duas res inter se conjugatas necessario comprehendit , vocem et gestum cum verbis atque sententiis ad commovendos animos congruentes; in queis tantam vim vel unius Demosthenis gravi testimonio inesse constat, ut ipse tantus orator illam contra naturae vitium calculis ore susceptis duxerit temperandam; hunc autem Cicero noster Comoedo Roscio docente, diligenter percipere non erubuerit. Sed trium illarum rerum Pomponius, vir arguto sapientique judicio , primam sibi vindicasse Transpadanos, in secunda Neapolitanus eminere, tertiam vero , quae esset omnium jucundissima, omnino nullibi magis quam in Romanis labris sessitare , atque florere testabatur. Ita ut ea sigulari facetaque sententia summae laudis homines Hermolaum et Pontanum tum maxime florentes, perfalse, nec obscure perstringeret , quando Hermolaus in tralato a se Themistio durior, et, ut ita dicam , strigosior esse videtur , et Pontanum ad omne genus eloquentiae natus, ab agresti ac inepto ore vix sua amicis recitare, et Latine loqui cum externis legatis auderet. Neque tamen propterea Pomponius se ipsum , qui optime pronunciaret, Romae principem statuebat , pudore adductus propter haesitantium linguae , qua ridicule admodum in vernaculis sermonibus per totum [p. 2474 modifica]vitae spatium, irrita spe remedii, laboravit; quamquam quod valde mirandum est, quum pro suggestu intenf i voce et pleno oris hiatu Latine esset orandum, discusso repente omni linguae vitio, et tota ea deformi titubatione depulsa, veluti alieno ore, et quidem facundissimo , loqueretur. Tum vero Musetius , Jovi, inquit, prosequere, nam me hoc ameniore sermonum diverticulo plurimum refecisti. Quid enim suavius esse potuit , quam aliquid de pronunciatione, nec sine eloquentissimorum hominum e feracioris aetatis memoria, perurbane disseruisse. Sed cur hodie doctorum ora aut conticescant, aut satis inepte veterum vocem, gestum, ac totam hujus subtilioris artificii rationem aemulentur, ut diligenter explices, postulamus. Ad haec, ego inquam, ut conjectura facile adsequimus, id duabus de causis arbitror evenisse. Primo quoniam jucundissima illa studia Theatralium recitationum, veterumque praesertim comoediarum, quae per ingenuos et patritios adolescentes nuper agebantur , apud Romanam juventutem penitus-fuerint intermissa, irrumpentibus inscenano vernaculis histrionibus in gratiam , ut putamus, foeminarum ac indoctae multitudinis, quae quum Latina obesis auribus non attingat, Hetrusca demum scurrarum et Samniorum scommata Terentianis et Plautinis salibus anteponunt, a quibus priscae puritatis authoribus adolescentes, tamquam ab incunabulis tenerioris eloquentiae, expedita et salutari quadam disciplina ad pleniorem et grandiorem Latini oratoris habitum celeriter evadebant. Quantam enim paucis ante annis ii, quos modo nominavi, Blossius et Granius hominum admirationem excitarunt, quum ludis Capitolinis novo Leonis X Pontificatu Plautinus Paenolus in honorem Juliani fratris, qui tunc civitate donabatur, est actitatus! Tanta enim id munus cum dignitate ad priscae aetatis elegantiam peregere, ut tum Romanus Populus Roscios et aesopos Latinos a majoribus olim suis cum admiratione audiri solitos minime desideraret. Porro quae tum Latina Poemata vel suavitate lyrica, vel pastorali simplicitate , vel heroica granditate a nobilissimis fuere decantata? Protulit enim tum Roma supremo et fatali quodam conatu quidquid veteris artis magnificentiae decorisque receperat, veluti e tanta festae [p. 2475 modifica]pacis hilaritate ominata clades, quibus modo dementia nostra invectis incredibili atque inopinato casu cuncta misere corruerunt. Altera autem causa haec omnino videtur, quod non ea , uti paulo ante, eleganter orantibus praemia proponuntur; unde fit, ut advocati nobiliores, qui dum publice Senatus habetur, gravissimarum causarum actores esse consueverunt, elaboratis et meditatis tantum proemiis sint contenti, quando caetera , quae ornate narrari , scite dividi, confutari acriter, copiose confirmari, perorarique vehementer et gravissime, ac subinde ea statutas suas sedes respicere tenereque deberent, supina quadam temeritate penitus omittantur, aut in unam turbidam revoluta colluviem interruptis singultibus evomantur. Nec id valde mirum est, quando eadem praemia in hoc obtusiore saeculo bonae pariter ac malae dictionis operam sine discrimine subsequantur. Ubi vero aliquis Senator, Cardinalis , vel Princeps civis in funere venit laudandus, qui curandis exequiis ex testamento praesunt, non optimum ac insignem tota urbe oratorem , quod ii nisi centenis aureis concionentur, sed adventitium quempiam et audacem paedagogum, qui vel adversa nominis fama clarescere velit, paucis obolis conducunt, quando nihil ad funeris dignitatem pertinere arbitrentur, honeste et eleganter , an turpiter atque ridicule supremi officii ac humanitatis munus uti jam nihil sentienti bono mortuo persolvatur, modo aliquis pullatus Cynocephalus inter naeniarum sacra in suggestu post flebilis et rauci murmuris initia altius incipiat allatrare. Neque illis etiam sua manent praemia , qui in Pontificis sacris solemnibus fastorum memoriam pia Latinaque oratione solent celebrare, nam eas partes sibi plurimum usurparunt omnium ordinum cucullati , qui dum eloquentiam insolenti quodam arbitrio ad insularum aurium judicium accomodandam putant, eam a splendido eruditoque genere ad tumultuarias morum increpationes, et eas quidem grave olentes et Cynicas, detorserunt. Solebant enim paucis ante annis, qui ex loco erudite luculenterque dixissent, ad Praesulatum aliosque sacros honores commendatione Senatus ac humanitate Pontificum facile perduci. Itaque sublatis praemiis nemo rem difficillimam industria atque assiduitate conseciatur, [p. 2476 modifica]nemo hujus artis peritus pueros exercet, ut longe omnium jucundissima facultas, quam sub Romano coelo facile suscipimus, per manus non interitura transmittatur ad posteros. Sed ut revertamur ad sacratos viros bonarum literarum intelligentes, sunt et alii Antistites in honore, et ante alios Nicolaus Scombergus e Misna Germaniae Campanus Archiepiscopus, qui nunc quum captus Pontefix Maximus vel jubente pio Caesare nequaquam adhuc carcere sit exsolutus, ejus execrabilis facti indignitatem apud Ugonem Moncatam assidue deprecatur: est enim animo plane generoso ac liberali, atque iis literarum studiis praedito, quibus ad singularem personae dignitatem exornantur, qui in gravissimis legationum muneribus apud maximos Reges operam praestant. Verum sicuti firma judicii gravitate et fidei constantia studioque praecellenti apud Pontificem inclaruit, ita gratiam ab omni prope mortalium genere ingenua quadam benignitate et suavissimis moribus collegit. Suspiciunt etiam viri doctissimi Federicum Fregosium Salernitanum Archiepiscopum, in quo magna generis claritudo, utriusque linguae scientia pernobilis, et infracti animi gravitas ac altitudo ad perferendam exilii fortunam exaequantur. Vigent etiam in celebri fama hominum Augustinus Justinianus Antistes Nebiensis, cujus ingenio multoque labore Sacram Paginam Hebraicis et Arabicis Graecisque literis et characteribus tralatam et excusam legimus. Et Paulus Forosemprioniensis summus Astronomus , qui, si annum cooptare velimus, subtiliori ratione intercalandum esse demonstravit, ne ab imperceptibili errore solemnium festorum stata Religio praevertatur. Est etiam in Petro Bononio Praesule Tergestino nobile ingenium , doctrina excellens, et humanarum rerum peritia insignis. Sed unus omnes eruditissimorum studiorum laude superaret Petrus Carafa, nisi eum assidue de contemnenda gloria cogitandem incomparabilis pietas atque Religio minime simulata ab humanis laudibus longius abstraxisset. Abdicavit enim sese sponte duobus opulentioribus Sacerdotiis Brundusino et i heatino , ut in altitudine sacrarum contemplationum expeditus atque beatius versaretur. Huic doctrina et pietate proximus accedit Philippus Saulius Montanorum Ligurum et Segestae Tiguliorem Episcopus, caeterum ingenio [p. 2477 modifica]valde humanus et mitis, ac procul a tristi severitate religiosioris vitae , nec abhorrens ab ea studiorum elegantium suavitate, qua in actione humanarum rerum viri nobiles ac animo maxime tranquillo cum laude honestaque voluptate delectantur. E minoribus etiam sacratis viris robustus est et emendatus et hilaris in coronide suorum Caesarum , et in racemationibus amoenus et diligens Baptista Egnatius , qui Venetiis juventutem docet. Est etiam casta facundia Gregorio Cortesio Mutinensi Monacho, ut ex iis apparet dissertationibus , quas e Gregorio Nazianzeno in Latinum nitidissime convertit. Hujus civis est alter Gregorius cognomine Lilins (i), quem amarulento stilo de nostrae aetatis ingratis hominibus periculosissimum librum scripsisse cognovimus. Laudatur Hieronymi Nigri Veneti ingenium in toto eloquentiae studio sibi constans, foecundum, atque habile praesertim ad praeclare imitandum , quae est laus studiosis omnibus vehementer expetenda valde. Generoso spiritu rerum Bononiensium annales altes repetita urbis origine scribere est exorsus Achilles Bocchius Equestris ordinis. Sunt et alii admodum celebres, qui politissimis epistolis et minutis operibus non spernendam gloriam , sed eam tamen brevi interituram, consequuntur. Verum ii mihi similes videntur delicatis et pinguibus, et numquam salutem in discrimen pro laude vel commodo devocantibus, qui quum aliquo terrarum in-igna adbibit i festinandi diligentia sit properandum, a Porta viae Flaminiae an sextam et septimam usque mansionem mutatis ad celeritatem jumentis alacri animo et valentibus quidem membris provehuntur. At si continuatis ac longe extentis itineribus aut in Gallias aut in ulteriorem Hispaniam sit evolandum , totum id periculosissimi laboris officium reformidant, qui jactationem , solem , pulverem , sitim nequaquam patienter ferre queant, fatiscentibus omnino scilicet convulsique artibus ad insolitum ac vehementissimum laborem. In hac comparatione.Musetius quum effuse rideret. testatus est Pontanum ipsum , qui fuisset in coronis elegantium Luminum cmn (i) TIa qui errato il Giovio facemlo concittadino dcl Cortrec inodenese il Giraldi, chc ccrtawciite fu ferrartsc [p. 2478 modifica]severitate perurbanus, ejusmodi eruditos homines stili laborem mollissime detrectantes palam carpere, festiveque deludere consuevisse, quando pari prope exemplo his similes esse diceret feroces illos urbanos gladiatores, qui vel ab inani verborum contumelia nudi nudos ad singulare certamen pares provocant, intrepide plagas suscipiunt, et victi peneque jugulati nec vocem quidem indignam ferocia ad impetrandam salutem emittere volunt, quos si dantes nomina, quum bellum ingruit, ad legiones rescripseris, eos demum castrensibus et longis impares laboribus experiare. Nam tametsi in ipso praelii momento strenue et alacriter pugnent , brevi tamen ut inutiles ac ignavi milites ignominia notabuntur; quoniam facere opus, obire vigilias, et sub divo saepius cubare, inediam, aestum, nives, ventos, tempestates nequeant tolerare, uti qui umbratili militiae assueti in agmine ac itinere ferreo thoracis et galeae pondere fatigantur. Haec quum dixisset, recte, inquit Davalus, et perjucunde delicata ingenia lepidis comparationibus expressistis, et hercle neminem ferme video e nostris, qui justum de gravibus ac honestis rebus volumen ediderit, nisi inter magna viventium opera Polyantheam, et Margaritam Poetarum , et Oceaneas decades omnino computemus. Proinde, quae tua c.st facilitas, nobis edissere, quonam benigno sidere sublevatus et adjutus tot libros historiarum elucubrare potueris , praesertim peculiaribus occupatos studiis, et nonnumquam ad laboriosos quaestus inopia cogente revocatus. In earum enim voluminibus, ut vim perpetuumque tenorem splendidae orationis te praesente minime laudemus , id mihi difficile atque arduum semper est visum, cunctis urbibus, fluviis, et regionibus, tam late quam Mars ipsa arma concusserit, Latina et vetusta nomina reddidisse, quarum rerum vocabula sigillatim , sicuti et Ducum Centurionumque omnium, qui a triginta annis militarint , aspera cognomina cum tota serie rerum gestarum memoriter recitare sis solitus , ita ut te magno occultiore aliquo ad excolendam memoriam artificio uti credamus; postquam ista commentariorum et indicum minutorum subsidia, religiose ab aliis usitata , superbe contemseris semper , et admodum , quorum jacturam plerique Romanorum in hac [p. 2479 modifica]eversae urbis clade sic lugent, ut si studiorum dignitatem recuperatam velint, repuerascere omnino sibi ipsis necesse esse fateantur. Tum, ego inquam, Museti, ne putato me tam stolidum , ut oleis ac medicamentis memoriae vires fovendas atque augendas putem, ut ex ancipiti remedio et bene memor et pariter etiam insanus evadam , uti M. Petrejo Cassiati evenire singulari nostro cum dolore conspeximus, cui misero assiduis unctionibus exoticisque remediis, ne obliviosus esset, pituitae redundantiam exsiccare contendenti, fons ille commensurati humoris ad alendam memoriam a natura praeparatus calidarum rerum intemperie paucis diebus exaruit. Neque item existimato , me loca, simulacra, numeros, et rerum imagines, exquisita industria sensibus habere constitutas, quas Latro Portius stupendae memoriae Rethor quaesivisse dicitur, et Ciceronem designasse , potiusquam ad usus posterorum aperuisse deprehenditis. Ea enim ars ad contextus orationum perdiscendos magis quam ad rerum aut nominum memoriam, quae in Cinaea et Carneade ac Hortensio et Lucullo summa fuit, conferre judicatur; quoniam in ea adeo longus et inextricabilis labor exigitur, ut recta et trita via sine compendio subtilissimis illis diverticulis et ambagibus commodior et facilior esse videatur; pauca tamen inde sumpsi, quibus in asperis utor nominibus, nec arcanum artis arbitrariae nunc proferam , ne ea, quae tanto mihi usui semper fuerunt, a vobis ut insulsa et puerilia rideantur. Quae igitur in me est, et ea quidem valde mediocris, memoria, naturali quodam vigore a patre , ut arbitror, deducto sustentatur, atque perficitur, cujus aciem assiduis lectionibus et pervicacia quadam i eminiscendi sic acuimus, ut inter multos obliviosos non immemoris nomen nobis contigisse potuerit. Quum quid enim volebam egregie meminisse, id schedis et commentariis minime demandare eram solitus , quoniam usum literarum vehementer memoriae obstare authoritate Platonis arbitrabar, et certe, quae scriptis reponuntur, veluti in summa securitate custodire desinimus. Quantum autem ad historias pertinet, earum famam neque inepte elevo, neque etiam intemperanter extollo; id enim posteri viderint, quibus potius , ut minus invidis quam viventibus , Luuc iugeuii labarem [p. 2480 modifica]vetero quodam aoiim decreto eommendavi. Sciebam enim conscribendae Historiae gravissimum scmpc.i mumis vel divinis ingeniis constitisse , quoniam tanta res invidiae exposita et praeparatum otium, et non exiguum tempus, et singularem prudentiam cum eloquentia conjunctam requirere videretur: quarum rerum facultates mihi numquam affuturas putavi, nec etiam speravit ipse Benedictus Jovius frater, vir, nisi amor judicium fallit, linguarum peritia et rerum omnium memoria nemini secundus. Is enim, qui in me puero erudiendo optimi patris et praeceptoris officium impleverat, quum me tandem in patriam revectum duplicis laureae honore insignem suscepisset, peramanter hortabatur, ut conquiescerem in his studiis, in quibus meliores annos insumsissem , et sumptus , quos feceram, utiliores artes cum laude consequendo, ante expectatis proventibus resarcirem. At ego eum Patriam Historiam, et librum de bellis et moribus Helvetiorum elegantissime conscribentem honesta commotus invidia aemulari ex occulto non desinebam. Itaque non multo post Comensibus pestilentia afflictis Romam profectus, quum ab eo discessissem , sordidam illam utilitatis rationem liberalis genius pervicit, quo naturali cupiditate ad scribendas res gestas vehementissime concitabar. Adeoque tanta virium ac animi obstinatione rem difficillimam sum aggressus, ut neque occupata in gymnasiis opera, neque animo diurnis actionibus impedito, eam me suscepisse plcrique viri insignes existimarent. Nam tametsi antiquissimi scriptores me saepius desperatis praeclarae imitationis successibus ab arduo incaepto) deterrebant, una tamen spe, et ea prope certissima, sustentabar, quod eos, qui eloquentia valerent, vel occupatos esse, vel parum idoneos ad colligendam tantarum rerum materiam videbamus; eos vero, qui in castris atque consiliis versati essent, et rerum gestarum memoriam tenere dicerentur, nequaquam tantas bonarum artium facultates, quantas in nostris praesidiis habemus , ad scribendum allaturos arbitraremur. Caeterum in ea luce Romana et nationum omnium domicilio versanti, amicitiae illustres magnorum Ducum facile quaesitae , ut oportuit, in cognoscenda rerum et consiliorum veritate desiderium inflammatae mentis expleverunt. Nec deluere [p. 2481 modifica]2481 sub co coelo ad imbibendam perficiendamque eloquentiam maxime opportuno homines eruditi, antiquitatis peritissimi, sanoque judicio magnopere pollentes, qui me peregrinum satisque juvenem in Q. Curtii et Taciti topiariis Scenis lateque luxuriantibus umbraculis, extra Romana maenia incaute divagantem, monerent, et subinde singulari humanitatis officio in Salustianos hortos , in illasque praeclaras curiae Caesaris testudines, et Livianam Porticum tamquam ad liquidissimi aeris et saluberrimae lucis umbram reducerent. Inde me jam satis notum ipse Leo Pontifex optimus verae virtutis aestimator, quum forte octavum Historiarum librum benignissime perlegisset, libei alitate sua dignam putavit, et de manu sua tradidit Julio patrueli, qui tum erat Cardinalium longe amplissimus. Eum itaque ad Pontificatum pleno vadentem passu tantis auspiciis secuti , perpetuos decem annos e conspicuo semper loco, quae ejus est humanitas, tot et tanta domi et foris, bello paceque, et quidem in utraque ejus fortuna, cognovimus, ut jam historias umquam interituras minime dubitemus, etiam si nullus ad producendam vitam eloquentiae spiritus accesserit. Scriptorem enim major et illustrior laus ex incorrupta rerum fide, quam ex orationis facundia consequetur; et hercle non multum interest, an eruditiores hanc uti jejunam minime probent, modo illam uti sinceram, qui scribenda fecerunt, minime refellant. Vivunt enim qui haec gessere, et quum de se conscripta volumina saepius legant, ex consiliorum suorum conscientis ceterarum etiam rerum fidem metiuntur. Verum jam multo plures libros nobilissimarum rerum legeritis, si hic Pontificatus spes meas , quamquam etiam mediocres, optima ratione conceptas minime fefellisset, et me Gibertus ipse, qui subinde animo consternatum privatis copiis refovebat, sua felici dextra sublevare potuisset. Enim vero satis mihi laudis ex justi jam operis labore comparatum ratus, alio ingenium indignabundus traduxi, postquam nonnullis , qui decori ac immortalitati studere debuissent, uti in praealto negligentiae veterno consopitis, honestissimae nostrae aliorumque vigliae sordescere viderentur. Ad haec Musetius inquit. Misere aedepol et flagitiose etiam insaniunt hujus saeculi Principes, et [p. 2482 modifica]1^8 2 quarumque alii vitam pro laude belli periculis objectantes , quum musarum obsequia superbe repudient, vel stomachose fastidiant, quasi per ea neque ab interitu neque ab omni posteritatis oblivione vindicentur, Intellexit hercle ille terrarum orbis domitor Alexander, quum Achilli invicto heroi Homerum vatem penitus invideret, quantum ad diuturnam ac illustrem famam belli gloriae conferrent praeclara ingenia , (quorum vi atque mirifica potestate, quae caduca forent, perpetuo vitae munere donarentur. Scipionem etiam Africanum se ipso admirabiliorem atque feliciorem posteris evasisse quis nescit propensiore studio T. Livii? Quum ille in Scipionum Penates liberaliter benigneque receptus , auctusque fortunis, gloriam illius divini hominis lectissimis eloquentiae floribus exornandam, et augustiore spiritu ad posteros transmittendam esse judicasset. Quo fit, ut a sapientissimis Graeciae civitatibus summa cum ratione institutum antiquitus fuisse existimem , ut in Theatris atque porticibus publicisque omnibus locis, in quibus spectacula edi populis omnino solerent, una et eadem ara Herculi et Musis dicaretur. Quoniam indicare volebant, praestantissimam etiam virtutem et rerum praeclare gestarum gloriam brevi curriculo prorsus interituram, nisi ea Musarum beneficio, veluti posterorum famae consecrata , adversus omnem temporis invidiam venturis saeculis traderetur. Caeterum quum facile intelligam, te vel a fortuna vehementer impeditum a solito scribendi munere vacare minime potuisse, quid interea vel male feriatus excuderis, nobis edissere. Tum ego, recte , inquam , existimas , Museti, nam me neque ullae curae, neque itinera, neque commota etiam valetudo , quin aliquid joco vel serio dictarem, aut commentarer umquam interpellarunt. Verum ante alia Ludovico a Corduba Regulo Suessano liberali ter invitante Magni Consalvi ejus soceri vitam diffusissime conscripsi. Confecimus etiam eodem cursu librum de Piscibus eruditum pariter atque festivum. Nec multo post Leonis etiam vita ad finem fere perducta est, quum a Cosmo proavo Mediceae familiae decora latissime repetissem, et ad id me plurimum hortaretur Felix Trofinus Antistes Theatinus, cujus humanitati et desideratissimi Pontificis memoriae hoc quoque vigiliarum munus persolvendum [p. 2483 modifica]2.{83 arbitrabar. A«1 eumdcm etiam Felicem libellum cum utilem tum jucundum de optima victus ratione perscripsi, et Franciscus Cheregatus Antistes Aprutinis amicorum suavissimus libellum mihi extorsit, et publicavit, quem de regione et moribus Moscovitarum ad Itufiiru Archiepiscopum Cosentinum composueram. Et profecto in iis omnibus constitissem, nisi me incredibilis urbis clades ad magnitudinem scelerati facinoris posteris tradendam , et Victoria Columna liberali benignitate ad intermissum historiarum munus omnino revocassent. Quod totum consilii mei propositum, postquam ita postulastis, explicare non erubui, ut sciretis, me historias illas , quae ne mihi quidem ipsi plane probantur, si non felici , at certe multo liberali cum labore conscripsisse; ut iis tribus et triginta annis maximarum rerum toto orbe gestarum memoriam vigiliis nostris maxime diuturnam redderemus , si viri doctissimi tam honestum munus ut periculosum aut inane suscipere recusassent. Non facile enim patior hujus aetatis memoriam , quamquam miserae Italiae luctuosam semper fu luram, vel interire, vel ab ineptis et maligne contra rerum fidem falsa narrantibus literis demandari , uti quosdam impudenter fecisse, absque ullo sensu impendentis ignominiae, cum multo nostro risu conspicimus, quorum opera nihil magis obruet quam constans hominum fama, ac simul illa ipsa, quam ingenui veneratur , vivacissima atque firmissima veritas jugulabit De iis autem nihil dico , qui quum arcana scribant, quae occultari velint, otio atque oleo intemperanter abutuntur. Quorum princeps est Massainus senex erudite et salse maledicus, qui luculentos invectivarum libros, quibus aliquorum Pontificum et Cardinalium aetatis suae famam capitalissime proscidit , in ipso suo funere publicandos reservat. Sed profecto multos summae eruditionis summique judicii homines a juvanda vel oblectanda posteritate, et ab extendenda nominis dignitate , cum variae res, tum obscuriores ac honestissimae causae retardant , et impediunt, multos angusta res domi ad alienam utilioremque operam traduxit, multos ultro quaesita servitus occupavit, plures saeva tempora, domestici casus , incommoda valetudo TlILVBOSCHl, Vul. XIII. 33 [p. 2484 modifica]2/j84 perturbarunt; nonnullos toga frequens , ambitio, lites a toto consilio pulcherrimorum operum dejecere; multos obtrivere ignavae voluptates, qui omnium maxime hoc turpissimo nomine desidiam suam excusant, quod acria nimis atque perversa maledictissimi saeculi judicia sanis hominibus minime subeunda arbitrentur. Quos perblande interrogatos velim , an praeclare et recte secum agere videantur, si quum in perennibus studiis totam aetatem agitarint, prae inani demum et incerto metu solidam spem verae laudis, et eam quidem ad aeternitatem prope certissimam , abjiciant, quasi partam tantis vigiliarum laboribus mercedem, si aliquot tantum dies in momentanea existimatione caducisque hominum linguis his evanidis et tepidissimis laudibus perfruantur. Quae enim non grandia, extornata , sempiterna scripturos , atque edituros nonnullos putamus, quos honoris causa libet nominare, si vires agnoscere, si gloriam inde respicere , si movere ingenii lacertos velint, itemque liberaliter proferre veteres vigiliarum opes, atque his maxime ad audendum gravissimorum amicorum cohortationibus accendantur. Nihil enim vel aspectu arduum, vel reipsa difficile, vel magnitudine immensum morari posse existimo Lactantium Ptolomaeum Senensem , cum familiae atque opum dignitate , tum reconditis artibus atque animi virtute nobilissimum. Quod erit in literis munus tam asperum, aut tantis septum atque implicatum difficultatibus, quod et aggredi audacter , et prospere perficere nequeat Romulus Amasaeus, qui Bononiae optime literas profitetur t Quo non evadet, acumineque vividioris ingenii minime penetrabit Theocrenus Ligur, qui Francisci Regis liberos apud Caesarem obsides eximiis imbuit disciplinis? Quid non ad perfectam suscepti laboris laudem praestarent Lazarus Cassianus, qui Alexandrum Campegii Cardinalis filium Bononiensem Antistitem, et Hieronymus Borgia , qui Ranuccium Farnesii pariter Cardinalis filium militia gaudentum summae sed diversae indolis adolescentes (i) in prae(i) d’os»ervazionc c questo passo del Giovio. Ei ci nomina due figli di due cardinali, cioè Alessandro del Cardinal Lorenzo Campeggi e Ranuccio del Cardinal Alessandro Far nc»c, clie fu poi Paolo III. 11 Campcggi pero avea avuta [p. 2485 modifica]claram famae lucem* provexerunt? Quid non adsequerentur et Caelius Calcagninus , et Franciscus Conternius, ac Hieronymus Fondulius, et Petrus Crassum literarum copia ac ingenii suavitate praediti singulari t Quid denique et nonnulli alii, quorum nomina necesse est, ut memoria dilabantur, latine et perornate non absolverent? Non desunt profecto huic aetati nostrae magna excelsaque ingenia, quae etiam absque ulla dubitatione praeclariora forent, atque etiam sempiterna , nisi, ut diximus, aut metu parum virili debilitata, aut voluptatibus intestinaque segnitie corrupta atque evastata penitus perderentur. Pares certe, et, si dicere liceret , fortasse meliores Pontanis, Sabellicis, Politianis, Merulis, atque Hermolais haberemus, nisi et nos sponte contracta vitia nimium hebetarent, et avari vel occupati principes algenti desertaeque virtuti viliora etiam praemia sustulissent. Quamobrem optimae literae a paucis annis quod in Italia aliquanto illiberalius quam solerent haberi viderentur, ultra alpes ad externas gentes coeperunt proficisci, apud quas et suscipi cum honore, et humanissime tractari soleant. Tum Musetius, ita est, inquit , Jovi, ut dicis , emigrare jam li tenie incipiunt, et latissime quidem peregrinantur: verum non eum secum ferunt elegantiae nitorem , ut quam maxime resplendeant, quem nos Latini consectamur, atque ante alia omnia adipisci concupimus. Iis enim quoddam simile accidere videtur , quod Idumaeis palmis omnino, quae si translatae in Italiam fuerint, uti ad Flumentanam Portam in aede Mariae Virginis Popularis videmus, coalescunt quidem, et generose diffunduntur, et dactilos etiam crassiores ferunt, sed qui non plane maturescant, et nullam fere ab illo spadiceo atque translucido succo vel saporis vel pulchritudinis moglie prima di entrare nel Clero, e da essa ave» avuti tre figli, tra’ quali era Alessandro. Non così il Farnese, «li cui c noto che fu tìglio del troppo celebre Pier Luigi. Ed e noto ancora, eh’ei n’ebbe un altro per nome Paolo, clic insicm col fratello fu legittimato nel i.*>o{ (Affò, Zecca (li Potuta, p. ibi), e ne ebbe anche una figlia maritata a Bosio Sforza. Ma di quest’altro figlio detto Ranuccio (che deosi distinguere dal cardinale figlio di Pier Luigi, il quale quando il Giovici scriveva non era ancor nato) non trovo chi faccia menzione. [p. 2486 modifica]commendationem accipiant, utpntc qnne nativi soli et benignioris Coeli temperiem sentire non possint. Enimvero neminen adhuc ex ipsis , quamquam Ii te ratissimis , externis vidi, qui eloquentiam antiquorum feliciter sit imitatus;, neque ullum hodie esse audio, qui veluti ab alto latissimoque pelago omnifariae doctrinae in propositum atque exoptatum portum perfectae orationis inflatis velis rectissimo cursu deferatur, uti alias de Longolio Gallo immatura morte surrepto amicissime praedicantem te polliceri audivimus. Tum vero, inquam , recte sentis , Museti, et certe Longolius avido volucrique ingenio aliqua elegantissime conscripsit, quae idcirco doctissimis placebant, quoniam id jam iter feliciter esset ingressus , quo haud dubie ad consummatae eloquentiae laudem erat profecturus, nisi tam propere stomachi vitio excidisset. Verum hoc ipso Longolio nostro, uti bene sanis censoribus videtur, in scribendo multo felicior fuit Rodulfus Agricola in extremis Frisiorum litoribus natus, et in Italia educatus, atque ita quidem felicior, ut a mille annis nemo mortalium Romano stilo, et in agresti quidem materia, uti est ejus... melius eo scripsisse judicetur. Sed recte sentis, inquam, Museti, qui eos ad summum expolitae facundiae splendorem nequaquam pervenisse arbitraris, tametsi ab eruditione et a varietate literarum singularem excellentiae ceperint opinionem. Verum et id quoque necesse , ut ingenue fateamur, neminem adhuc ex nostris esse, qui optimum scribendi genus sit assecutus , nec illud quidem intelligi volo, quod ut adsequeretur Cicero longe omnium maxime laboravit. Quis enim non insani atque arrogantis ingenii fuerit , qui ulli industriae ullisque vigiliis adeo felicem eventum promittat, ut excellentissimum perfectae orationis apicem se aliquando tenere posse audacter speret?.Satis etenim pulchrum atque decorum vel ardentissimis ingeniis esse putandum est, si exacte atque eleganter faciem unius ex probatis antiquis scriptoribus aemulentur; vel si id nequeant, quod perfecte imitari, atque adamussim delineare sit difficillimum, saltem certos ex omnibus erudita manu flores decerpant, coronas ex iis decenter contexant, quibus severi et nasuti homines ab (jucundis exquisitisque nexibus, et a nova ac admirabili [p. 2487 modifica]conflagrantium florum suavitate delectentur, cui rei ‘ perficiendae si mens ipsa, oculi, atque aures paulo acutius atque fervidius intendantur, tales stilo celeriter evadimus, quales vultu et totius oris lineamentis sumus, hoc est a caeteris omnibus omnino dissimiles. Nam sicuti iisdem parentibus conceptos, eodem partuque editos, alii atque alii vultus et varii maxime oculorum et genarum habitius consequuntur, ita nobis etiam insunt occultae quaedam et perennes animae motiones spiritusque mensurae , quibus ipsa uniuscujusque natura tamquam peculiaribus et definitis utitur instrumentis ad exprimendas res omnes, quae cogitatione ac internis sensibus agitantur. Ita ut et in singulorum sermone atque oratione tam varia esse videmus, tractus, sonos, intervalla, periodos, commissuras a propriis vique coelesti congenitis animae numeris deducta esse, atque inde perfluere judicentur. Neque tamen negaverim ab accurata arte atque diligentia magna elocutioni ornamenta comparari, inductis passi m , ct prudenter coaptatis numerorum modulis, quibus sic puto serviendum, sicuti Cicero docuit, ut dissimulanter observentur, et nihil ad lenocinii nomen mulcendis auribus dedita opera quaesitum esse videatur- Sed hujusce rei felicitatem naturae potius quam arti et studiis adscripserim. Quoniam nonnullis et pedum et harum subii litatum penitus ignaris oratio naturali profluat cursu plerumque numerosa , jucunda , delectabilis; porro aliis curiose atque anxie nimis ea sectantibus , jejuna, inaequalis , laxataque proveniat. Sonorum enim, numerosum , atque elegans dicendi genus omni Rhetorum et Poetarum observatione prius et antiquius fuit. Nam numerorum modos, qui ab eloquentium ore naturali volubilitate manabant, primo acuti auditores id admirati feliciter exceperunt, inde popularis imitatio eos ad normam artemque transtulit, et subtiliora demum ad delectationem aurium ab iis sunt excogitata, qui totam orationem suavissimis numeris astringendam esse judicarunt. Tum vero Musetius , perque apposite , inquit, Jovi , de numeris orationis judicium tuum protulisti, quum eos neque omnino jejuna aure negligendos putes, neque ite religiose atque affectate passim adscindendos, ut fortasse propius sint fastidio liberis auribus [p. 2488 modifica]nuam voluptati, quae ferme semper temperamento potius quodam quam immoderatis rerum excessibus exprimitur. Sed vellem, ut ea nobis etiam aperires , quae tuo judicio in paranda florentis atque dilucidi stili facultate maximam vim ad utilitatem affere existimentur, nisi ea sint occulta quaedam mysteria, quae vos ipsi, qui nobiliori eloquentia famam quaerere videmini, veluti conjurati caeteris ad eamdem gloriam anhelantibus omnino suppressa atque occultata esse velitis. Tum ego , apage, inquam, Museti, nullae inter ingenuos et vere studiosos conjurationes esse possunt, nullaque haberentur hujus apertae artis abstrusiora mysteria; nam si qua sunt ad compendia facultatis ab acutioribus ingeniis excogitata, ea demum, si prolata erunt, arcana minime videbuntur. Sunt enim indices cum verborum tum elocutionum ex intimis medullis probatorum librorum diligenter inspectis arbitrio studentium excerpti, quos equidem probo , modo non tam avide tamque insatiabiliter eae copiae cogantur, ut illi, qui haec colligunt, in ipso delectu atque apparatu misere vel ridicule consenescant; remittitur enim memoria, quum nimium chartarum fidei , atque iis numerosis indicibus credimus, aliturque ignavia stili exercendi in iis, qui ignorabili labore tot coactis opibus supra aequum temere confidunt. Caeterum ante omnia ad id quod quaeritis vehementissime conferre arbitror optimorum praeceptorum institutiones, quibus vel etiam turbida obtusaque ingenia et aciem et lumen haud magno cum labore paulatim recipere videmus. Rectae siquidem et salutaris disciplinae semper fuit nobilissimorum authorum delecta volumina e manibus numquam dimisisse, et illustriora ex iis memoriter didicisse. Quorum assidua lectione tria, et ea quidem maxima , ad praeclare scribendum emolumenta sentiuntur. Primo statim grammaticae artis proprietates legitimo ac illustri antiquorum usu comprehensas nequaquam ambiguis exemplis agnoscimus , et observamus..Secundo solemnis ille delectus habetur verborum insignium, quorum postea erudita atque hilari positura mirum in modum splendescit oratio. Tertio variarum elocutionum figurae, spatia, ductus, ornamentaque omnia accuratis quaesita legibus latissime deprehenduntur. Verum haec tot et lania incditantcm, [p. 2489 modifica]. ,. 3489 dignissmonimque scriptorum fibras sedulo rimantem, ante vigesimum aetatis annum calamum arripere, et scribendo ingenii vires periclitari, illi ipsi vetabant, qui hac via et his praeceptis mirifice profecissent. Adhibenda enim est cura cupidis et alacribus ingeniis, ne ut implumes aviculae non plane siccatis alis festinantius provolent, sicuti in dispari, sed non omnino dissimili acui Lite, carioribus discipulis praecipere erat solitus Leonardus Vincius, qui picturam aetate nostra, veterum ejus a tis arcana solertissime detegendo, ad amplissimam dignitatem provexit: illis namque intra vigesimum, ut diri mus, aetatis annum penicillis et coloribus penitus interdicebat, quum juberet, ut plumbeo graphio tantum vacarent, priscorum operum egregia monumenta diligenter excerpendo , et simplicissimis tractibus imitando naturae vim , et corporum lineamenta, quae sb tanta motuum varietate oculis nostris efferuntur; quin etiam volebat, ut humana cadavera dissecarent, ut tororum atque ossium flexus et origines et cordarum adjumenta considerate perspicerent, quibus de rebus ipse subtilissimum volumen adjectis singulorum artuum picturis confecerat, ne quid praeter naturam in officina sua pingeretur. Scilicet ut non prius avida juvenum ingenia penicillorum illecebris et colorum amaenitate traherentur, quam ab exercitatione longe fructuosissima commensuratas rerum effigies recte et procul ab exemplaribus exprimere didicissent. Hoc itaque directo tramite, quamquam fastidioso atque difficili, ad verum scribendi laborem , qui in fine jucundissimus efficitur, studiosis erit procedendum , ne aliquando, si haec in ipsis probatae antiquitatis authoribus indagasse, atque observare piguerit, te demum nimis cito scribere ausum fuisse paeniteat. Caeterum postea quotidianus stili usus sine controversia rectissimus atque optimus bene scribendi magister existimatur, sicuti in aliis quoque aribus id verum esse liquido perspicimus. Ferunt Donatellum Florentinum , cujus est cum insignis artis gloria in Foro Patavino statua Gatamellatae aenea equestris, quum de summa discendae artis ratione ex arcano sententiam rogaret respondere solitum, facere saepius atque reficere in arte proficere est. Porro nisi plenum et turgidum variis disciplinis sit pectus, uti feliciter iis accidit. [p. 2490 modifica]2*fo° ipii liquores omnes ex Aristotile praesertim et Platone insatiabiliter hauserunt, nulla umquam vel pertinaci stili exercitatione oratio succulenta, decora, a< mi rabilisve proveniet. Sed ut ad imitationem, de qua dicebamus, aliquando revertamur, eos hercle perbeatos et Diis immortalibus longe gratissimos esse puto, qui antiquiores perfecte et in justo quidem opere sciant imitari. Quis enim tantis vel naturalis ingenii vel humanae industriae muneribus erit exornatus, qui perspicuum illum Divi Caesaris candorem excipere, aut ad florentem copiam indefessi Ciceronis accedere , imitari sobriam et dulcem Salustii brevitatem, et denique ex lacteo Livianae ubertatis flumine aliquid haurire se posse confidat? At eos autem arbitror fortunatos, qui tanta ingenii foecunditate, solertia, firmitate perfruuntur , ut honestas ac stabiles ad scribendum facultates habeant comparatas , quibus , ut lubet, sine pudore atque invidia, tamquam bene partis opibus, uti possint, sic ut emineant in toto contextu orationis peculiares artificum notae, item ingeniorum officinae, e quibus illa prodierint, apertissime deprehendantur; sicuti inspecta nobiliore tabula penicillum et manum artificis statim agnoscimus: nam summas in singulis virtutes proprii et necessarii quidem naevi trahente natura comitantur. Habent Michaelis Angeli figurae profundiores umbras et recessus admirabiles, ut clarius illuminatae magis extent, et emineant. In humanis vultibus , quos egregie Sebastianus exprimit, suaves et liquidos tractusblandi&blandissimis coloribus convelatos intuemur: in Titianosaetac rerum faces austeris distinctae lineolis, et obliquitates exquisitae laudem ferunt. Doxium imagines rigidae, vivaces, convolutae, effumidis adumbratae coloribus mire delectant, quae tametsi in eadem re certius exprimenda et specie varia sint et dissimilia, summam tamen omnes alios alio modo , uti genii judiciaque tulerunt, excellentis industriae commendationem accipiunt. Quo exemplo facile adducor, ut habenas immittendas, atque laxandas putem egregiis ingeniis eloquentiae studio flagrantibus, ut si divinum antiquorum stilum perfecte imitari nequeant, aliquam saltem tolerabilem nec invenustam dicendi formam proprio quodam delectu et suapte natura consequantur. Quod an externi sriptores [p. 2491 modifica]eleganter adepti sint, non populari trutinae, sed absolutis artificum judiciis examinandum relinquimus. Magis enim est ingenuum vel mediocriter a propria naturalis ingenii vena stilum deducere, quam imprudente et operoso vilique labore conficere centones; et ridendas illas ex Cicerone rapsodias infeliciter ostentare. Uti modo accidit Alcyonio alioquin luculenter docto et memori, quum Genesi us Hispanica sedulitate excussis ejus operibus integra passim atque transposita clausularum furta edito libro publicasset, illeque propterea miserabili pudore adductus universos Genesii libros per singulas Italiae tabernas conquirere , emptosque cremare cogeretur. Sed unum id non tacebo, cavendum esse, ne, dum tritam semitam fastidimus, et per lubricos margines militarium viarum asperaque diverticula pergere concupimus, foedo casu aut in sentes aut in caenosas fossas delabantur; uti Pio doctissimo homini accidit, omnem semper ab optima imitatione laudem , veluti servili opere quaesitam, obstinate repudianti, qui, quum obscure et loqui, et scribere gloriosum putaret, sicuti solus in tam novo et luculento genere, ita plerisque delicatis stomachosus et ridiculus evasit. Sed ille, ut est voluntate atque judicio et apertus et pervicax, monenti mihi aliquando perblande et familiariter, ut imitari aliorum cultum vellet, ut civilius expoliretur, perfacete respondit; nolo , inquit, mi Jovi, ex isto tuo nobili consilio in manifestum famae pariter ac vitae periculum devocari; quos tu enim uti praeclaros laudas Ciceronis imitatores , ego eos agnosco ut simias togatas et centonarios fures, quibus cum si ego memoria mea fretus furti agere ad Praetorem velim, magna et ea quidem convicta et condemnata poetarum et scriptorum turba publici carceres singulis in urbibus complerentur. Haec quum dicerem in liberum sese exsolvens cachinnum Musetias, facetissime , inquit, ct verissime liunc Pium tum video dixisse, namque omnia immanibus furibus plena esse conspicio, et nonnulli etiam Etrusci poetae, quod minus tolerandum videtur, aliena, et viventium quidem atque florentium authorum, integra poemata non modo illustribus matronis, sed in porticibus etiam apud subtiles et peracutas aures pro suis solent TniADOscui, Vol XIII. 33 * [p. 2492 modifica]’j/i92 recitare. Fiat enim in hac ingeniorum perversitate , ut plerique fures esse, postquam tam certa proponitur impunitas, quam pannosi, olidi, agrestes in hac cultioris vitae luce videri malint Sed propterea nolim ingenuum poetam furti a severioribus criticis condemnari, si quid ab optimo vate non inepte atque impudenter , sed scite modesteque surripiat. Non ferenda siquidem videtur invidiosa severitas, quum libet adeo curiose alienas excutere vigilias, ut occultissima demum et exigua quaeque malivole reprehendas, et objectes; nam si non puduit summum vatem Virgilium integrum carmen a Catullo aequali suo mutuari, quum dixit: « Invitus regina tuo de littore cessi n profecto non erubescet quispiam nostrorum temporum poeta liberaliter institutus, si aliqua ad praesentem usum verecunde sumpta, atque ingeniose collocata sustulerit. Sed perge, obsecro, Jovi, et de externis nominatim aliqua disserito, nam tametsi nihil ab Italia ultra alpes sit evagandum , ut propositum nostrum teneamus, tamen et mihi, et, uti video, ipsi etiam Davalo singularem afferes voluptatem, si quae in provinciis ingenia florent, vel nuda tantum nomenclatura nobis indicaveris. Video enim externos valde esse facundos et fertilitate varietateque operum nostros omnes anteire, quibus si stilus accesserit grandior, temperatior, et in acuitate paulo suavior, non erit cur diutius reluctemur, et scientiarum simul ac eloquentiae gloriam illis minime concedamus; sicuti illi impigre audendo, atque agendo, invicta antea Romana arma nobis oscitantibus extorserunt. Non gravabor ego , inquam, Museti, hoc perlevi onere, quoniam id valde moderatum imponitis; nam si qui sint praestantissimis scientiis illustres, ut a Gallis exordiar, persequi velim, dies profecto ante deficiet, quam vel Principes ipsos attingam; innumerabiles enim disciplinarum omnium doctores in frequentissimis provinciarum Gymnasiis esse referuntur, quos ne fama quidem noverim; eos igitur tantum referam, qui in Italiam ad petendas vel certe ad expoliendas literas concesserunt, aut scribendo ingenii nomen latius extenderunt; e quibus , ut et hoc arti vestrae, Museti, honoris causa tribuatur, longe omnium doctissimus existimatur Budaeus Jureconsultus, qui in jure civili commentationes [p. 2493 modifica]2493 edidit admodum subtiles et generosas, et librum de Asse ab infinita reconditarum rerum observatione luculentum. E nostris • vero medicis Ruellius, qui Dioscoridem vertit in Latinum, mihi admodum eruditus, et in doctrina ac stylo compositus videtur. Coppum quoque ipsius Francisci Regis medicum egregie medendo, et vertendo Graeca Latinis, uti industria atque ingenio, ita fortuna et gratia nobilem suspicimus. Faber Stapulensis, quem propter ejus singularem temperantiam adhuc vivere putamus, multa in Philosophia , Astronomia , et Theologia eleganter appositeque conscripsit. Lazarus Baephius, qui lepidum de re vestiaria librum confecit, cum Graecis, tum Latinis literis exornatus est. Brissonem Romae vidimus Mathematicum ingenio maxime sobrio et veloci profundissimae artis omnes subtilitates explicantem. Delectantur autem optimarum literarum studiis plerique viri insignes, et in iis Cardinales duo, Ludovicus Borbonius, cui librum de Piscibus dicavimus, et Joannes Lotharingus, ad quem nostra extat longior epistola de Hamochrysi lapidis viribus admirantis. Exculti quoque sunt humanioribus literis Antistites vitae modestia singulari , Poncherius Parisiensis, et Brissonettus Maclodiensis, et Joannes Bellajus Bajonensis, qui versibus scitissime ludit. Antonius etiam Pratus epistolarum magister, in quem maximarum rerum cura incumbit , oblectari literis politioribus, atque iis favere liberaliter fertur. Sed unum ante alios omnes Galli in honore habent Joannem Glorierium virum quaestorium , qui liberali animi virtute flagrantique studio se ipsum ac domum suam amaenioribus literis et priscae elegantiae artium monumentis exornavit; quarum rerum admirabili eruditione pollet ipse Franciscus ad cohonestandam Regii fastigii dignitatem, quem ingenii mira benignitas extrusa foribus avaritia humano generi conciliavit, et saevior fortuna, dum illum vinceret, invictum fecit, et longe clarissimum; quum jam id totum , quod in summa felicitate et tantarum virtutum concursu timendum fuerit, timere desierit. In Britannia autem eruditione et stili gravitate caeteris omnibus antecellit Thomas Linacrus, qui Galeni aliquot libros et Procli spheram in Latinium cultissime transtulit; et in Thoma quoque Moro perumoeuum I [p. 2494 modifica]floret ingenium, cujus est Utopia politi generis pressa et festiva oratione conscripta; sed in utraque lingua impense doctissimus videtur Ricardus Paceus, ut ex Plutarchi et Luciani quibusdam dialogis conjectari licet, et ex iis maxime commentariis , quos de bello Scotico ad locupletandas historias ad me transmisit. Eum nunc tantis legationum honoribus perfunctum, et tantis literarum et divitiarum auctum facultatibus, atra bile vexari incredibili cum dolore audivimus. Est etiam in Polo Regiae stirpis juvene mirifica indoles eloquentiae candidioris, qui Patavii optimis studiis operam dedit, ita ut eum.... Caetera desunt. Leonardi Vincii Vita. Leonardus e Vincio ignobili Etruriae vico magnam picturae addidit claritatem, negans eam ab iis recte posse tractari, qui disciplinas nobilesque artes veluti necessario picturae famulantes non attigissent. 1 Masticem ante alia penicillo praeponebat, velut Archetypum ad planas imagines exprimendas. Optices vero praeceptis nihil antiquius duxit, quorum subsidiis fretus luminum ac umbrarum rationes (i) vel in minimis custodivit. Secare quoque noxorium hominum cadavera in ipsis medicorum scholis inhumano faedoque labore didicerat, ut varii membrorum flexus et conatus ex vi nervorum vertebrarumque naturali ordine pingerentur. Propterea particularum omnium formas in tabellis, usque ad exiles venulas, interioraque ossium , mira solertia figuravit , ut ex eo tot annorum opere (2) ad artis utilitatem typis aeneis excuderentur. Sed dum in quaerendis pluribus angustae artis adminiculis morosius vacaret, paucissima opera, levitate ingenii, naturalique fastidio, repudiatis semper initiis absolvit. In admiratione tamen est Mediolani in pariete Christus cum discipulis discumbens , cujus operis libidine adeo accensum Ludovicum Regem ferunt, ut anxie spectando proximos interroga(1) Diligentissime. (2) Infinita exempla. [p. 2495 modifica]rit, an circumciso pariete tolli posset, ut in Galliam vel diruto eo insigni caenaculo asportaretur. Extat et infans Christus in tabula cum Matre Virgine Annaque una colludens, quam Franciscus Rex Galliae coeptam in sacrario collocavit. Manet etiam in Comitio Curiae Florentinae pugna atque victoria de Pisanis praeclare admodum, sed infeliciter inchoata vitio tectorii colores juglandino oleo intritos singulari contumacia respuentis. Cujus inexpectatae157 (Injuriae) justissimus dolor interrupto operi gratiae plurimum addidisse videtur. Finxit etiam ex argilla colosseum equum Ludovico Sfortiae, ut ab eo pariter aeneus superstante Francisco patre illustri Imperatore funderetur, in cujus vehementer incitati ac anhelantis habitu et statuariae artis et rerum naturalium eruditio summa deprehenditur. Fuit in ingenio valde comi, nitido, liberali, vultu autem longe venustissimo, et cum elegantiae omnis delitiarumque maxime’ theatralium mirificus inventor ac arbiter esset, ad lyramque scite caneret, cunctis per omnem aetatem Principibus mire placuit. Sexagesimum et septimum agens annum in Gallia vita functus est, eo majore amicorum luctu, quod in tanta adolescentium turba, qua maxime officina ejus florebat, nullum celebrem discipulum reliquerit. Michaelis Angeli Vita. In pictura pariter, scalpendoque marmore, Michael Angelus Bonarota Etruscus priscorum artificum dignitati proximus accessit, adeo aequabili fama judicioque omnium, ut utriusque artis viri insignes meritam ei palmam ingenua confessione detulerint. In Vaticano Xistini sacelli cameram a Julio secundo ingenti pecunia accitus, immenso opere brevi perfecto, absolutae artis testimonium deposuit. Quum resupinus, uti necesse erat, pingeret, aliqua in abscessus et sinus refugiente sensim lumine condidit, ut Olophernis truncum in conopeo, in aliquibus autem, sicuti 111 11.i mano cruci affixo, lucem ipsam exprimentibus umbris adeo feliciter (i) Injuriae. [p. 2496 modifica]249g. protulit, ut repraesentata corporum veritate, ingeniosi etiam artifices, quae plana essent , veluti solida mirarentur. Videre est inter praecipuas virorum imagines media in testudine simulachrum volantis in coelum senis , tanta symmetria delineatum , ut si e diversis sacelli partibus spectetur, convolvi semper, gestumque mutare deceptis oculis videatur. Contigit ei porro laus eximia altera in arte, quum forte marmoreum fecisset Cupidinem, eumque defossum aliquandiu ac postea erutum, ut ex concepto situ minutisque injuriis ultro inflictis , antiquitatem mentiretur, insigni pretio per alium Riario Cardinali vendidisset. Feliciore quoque industria Gigantem funda minantem e janensi marmore absolvit, qui Florentiae in vestibulo curiae conspicitur. Locatum est ei demum Julii Pontifis sepulchrum , acceptisque multis millibus aureis, aliquot ejus operis statuas praegrandes fecit, quae adeo probantur, ut nemo secundum veteres eo doctius atque celerius marmora scalpsisse, nemo commensuratius atque venustius pinxisse censeatur. Caeterum tanti ingenii vir natura adeo agrestis ac ferus extitit, ut supra incredibiles domesticae vitae sordes successores in arte posteris inviderit Nam vel obsecratus a Principibus numquam adduci potuit, ut quemquam doceret, vel gratia spectandi saltem in officinam admitteret. Probantur secundum eum , sed longo equidem intervallo , suamque laudem meriti , Sansovinus ex Aretino agro, cujus est Anna quum Maria filia, et Nepote Christo Infanti, multis carminibus ambitiose celebrata, quum eam Coritius Trevir Poetarum Patronus epulo praebito dedicaret, et Baucius Florentinus, ab certa potius indole quam ab exacta manu laudandus. Hic Orpheum Cerberi ferociam lyra demulcentem fecit, quem Clemens ante Pontificatum ademptum in cavedio Mediceae domus constituit. Idem Laocoontem , qui in Vaticanis est hortis, olim concordi trium summorum artificum ingenio absolutum, eleganter aemulatus est; quem idem Clemens non procul ab Orpheo jussit collocari, ut et suum quoque Laocoontem Florentia patria miraretur. Fuit et in honore Gobeus Insuber, qui Mediolani templum maximum pluribus variorum numinum statuis replevi L [p. 2497 modifica]

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Raphaplts Urbittatis Vit». Tertium in pictura locum Raphael Urbinas mira docilis ingenii suavitate atque solertia adeptus est. Is multa familiaritate potentium , quam omnibus humanitatis officiis comparavit, non minus quam nobilitate operum inclaruit adeo, ut numquam illi occasio illustris defuerit ostentandae artis. Pinxit in Vaticano nec adhuc stabili authoritate cubicula duo ad praescriptum Julii Pontificis , in altero novem Musae Apollini cythara canenti applaudunt, in altero ad Christi sepulchrum armati custodes in ipsa mortis umbra dubia quadam luce refulgent. In penitiore quoque Leonis X triclinio Totilae immanitatem, ac incensae urbis casus, atque pericula repraesentavit, parique elegantia , sed lascivienti admodum penicillo, Porticum Leoninam florum omnium ac animantium spectabili varietate replevit; ejus extremum opus fuit devicti Mexentii pugna in ampliore caenaculo inchoata, quam discipuli aliquanto post absolverunt. Sed ars ei plurimum favit in ea fabula , quam Clemens Pontifex in Janiculo ad aram Petri Montorii dedicavit; in ea enim cum admiratione visitur puer a Cacodaemone vexatus , qui revolutis et rigentibus oculis commotae mentis habitum refert. Caeterum in toto picturae genere numquam ejus operi venustas defuit, quam gratiam interpretantur; quamquam in educendis membrorum toris aliquando nimius fuerit, quum vim artis supra naturam ambitiosius ostendere conaretur. Optices quoque placitis in dimensionibus distantiisque non semper adamussim observans visus est; verum in ducendis lineis, quae commissuras colorum quasi margines terminarent , te in mitiganda, commiscendaque vividiorum pigmentorum austeritate jucundissimus artifex ante alia id praestanter contendit , quod unum in Bonarota defuerat, scilicet ut picturis erudite delineatis etiam colorum oleo commistorum lucidus ac inviolabilis ornatus accederet. Periit in ipso aetatis flore , quum antiquae urbis aedificiorum vestigia architecturae studio metiretur, novo quidem ac admirabili invento, ut integram urbem architectorum oculis consideratam proponeret. Id! autem facile consequebatur descriptis in plano pedali situ ventorumque lineis , ad quarum normam r [p. 2498 modifica]siculi nautae ex pictae membranae magnetisque usu maris ac litorum spatia deprehendunt, ita ipse laterum angulorumque naturam ex fundamentis certissima ratione colligebat. Eo defuncto plures pari prope gloria certantes artem exceperunt, et in his Franciscus et Julius discipuli vel hac una exquisita artis indole insignes, quod magistri manum perargute et diligenter aemulari videantur. Ante alios autem Sebastianus Venetus oris similitudines incomparabili felicitate repraesentat, qui et singulari cum laude picturas mira tenuitate linearum excitare , ac amoeno subinde colorum transitu adumbrare didicit. In Titiani quoque Veneti exactis operibus multiplices delicatae artis virtutes elucent, quas soli prope, nec plebeii quidem artifices , intelligant. Mantuanus Costa suaves hominum effigies , decentes compositosque gestus blandis coloribus pingit; ita ut vestitae armataeque imagines a nemine jucundius exprimi posse judicentur: verum periti Censores non velata magis quam nuda, graviore artis periculo, ab eo desiderant, quod facile praestare non potest, quum certiores disciplinas ad picturae usum remissioribus studiis contentus conferre nequivit. Sodomas Vercellensis praepostero instabilique judicio usque ad insanie affectationem Senarum urbe notissimus, quum impetuosum animum ad artem revocat, admiranda perficit, et adeo concitata manu , ut nihilo secius , quod mirum est, neminem eo prudentius atque tranquillius pinxisse appareat. Doxi autem Ferrari ensis urbanum probatur ingenium cum in justis operibus , tum maxime in illis, quae parerga vocantur. Amoena namque picturae diverticula voluptuario labore consectatus, praeruptas cautes, virentia nemora, opacas perfluentium ripas, florentes rei rusticae apparatus, agricolarum laetos fervidosque labores, praeterea longissimos terrarum marisque prospectus, classes, aucupia , venationes, et cuncta id genus spectatu oculis jucunda, luxurianti ac festiva manu exprimere consuevit. Fine del Tomo VII.