Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro I/Capo II

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere

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Capo II – Favore e munificenza de’ principi verso le lettere
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Capo II.

Favore e munificenza de’ principi verso le lettere.

1. Copioso e illustre argomento (di storia ci ha dato questo capo nel secolo precedente. Ma in quello di cui scriviamo, assai più scarsa materia di ragionare ci si presenta. I duchi d1 Urbino, che tanto splendidamente in ogni tempo aveano promosse ea’avviate col lor favore le scienze, già più non sono. I Gonzaghi, che tanto ci hanno allora occupati, or appena ci offron cosa che degna sia e’essere qui rammentala *, perciocchè nè i duchi di Mantova (se se ne tragga il duca Vincenzo, che molti onori rendette al Chiabrera, come a suo luogo diremo, e il duca Ferdinando, che avendo coltivati gli studi, e quello della poesia principalmente, mostravasi favorevole agli uomini dotti) non furon molto solleciti di protegger le lettere, e solo alcuni tra essi fecer pompa di regia magnificenza ne’ teatrali spettacoli; nè i duchi di Guastalla, dopo la morte di Ferrante II, di cui abbiam parlato nel precedente tomo, non si presero gran pensiero d1 imitar gli esempii di quel coltissimo principe e di Cesare di lui padre; e negli altri rami sovrani ancora di quella illustre famiglia non veggiam cosa che abbia in questo genere renduto illustre il lor nome. Tra’ sovrani degli altri Stali d ltalia non mancarono alcuni che furono splendidi mecenati della letteratura, e aa’alcuni principalmente de’ romani pontefici deesi questa [p. 15 modifica]PRIMO 15 lode. Ma ciò non ostante , le cose che di essi dovrem narrare, poste in confronto agli esempii di regia munificenza da noi rammentati nella Storia del secolo xvi, ci sembreranno ruscelli al paragone di amplissimi fiumi. De’ soli Medici si può dir con ragione che nel decorso di questo secolo non solo sostennero e uguagliaron la gloria de’ loro predecessori, ma la superarono ancora; e godendo della costante tranquillità in cui seppero conservar la Toscana , e profondendo gli ampii loro tesori non nell’assoldar truppe ad altrui danno e rovina, ma nel promuovere in ogni modo le scienze, fecer che la Toscana fosse in questo secolo considerata come il regno di Pallade e delle Muse. Non vi sarà capo di questo volume, in cui non dobbiam vederne luminose riprove. Ma qui vuolsi dare un’idea generale delle grandi cose da essi operate a pro delle lettere. II. Cosimo II, benchè principe di gracile complessione e da moleste infermità travagliato non rare volte, non lasciò nondimeno di mostrare in ogni possibil maniera quanto amasse le lettere, nelle quali per opera del gran duca Ferdinando suo padre era stato diligentemente istruito, e singolarmente nelle matematiche e nelle meccaniche (a). Le università di Pisa e di (a) De’ maestri ch’ebbe Cosimo II, ragiona diligentemente il dott. Giovanni Targioni Tozzetti nella sua opera intitolata: Notizie di alcuni Aggrandimenti delle scienze fisiche, ec., stampata in Firenze nel 1780, in quattro tomi in 4° Tra essi egli annovera Celso Cittadini, Giambattista Strozzi detto il Giovane, e il Galilei , che mentre era professore in Padova, venendo IT. 1 Wrtlici in rio ni’ n refluito a’ turo anlerruori: Cuiniu 11. [p. 16 modifica]l6 LIBRO Siena, e le accademie fiorentine gli furono a cuore, e le onorò ognora della sua protezione; e non pago d’invitare alla prima i più dotti uomini della Toscana e dell1 Italia, vi trasse anche alcuni da lontane provincie, e fra gli all ri Giulio Cesare Bulengero e Tommaso Dempstero, celebri amendue per le eruditissime opere da essi date alla luce. Amò i teatrali spettacoli, ne’ quali voleva che alla magnificenza dell apparalo si congiungesse ancora la sceltezza e l’eleganza de’ poetici componimentij e a’ tempi di lui, forse per la prima volta, si videro salir sui teatri i cavalli, e al suono della musical sinfonia reggere i lor passi e i lor movimenti. Fu liberale di onori e di premii agli eruditi; e basti qui accennare ciò che nella Vita del Chiabrera si narra, cioè che sedendo Cosimo alla pruova di una drammatica rappresentazione, veduto il Chiabrera, a sè chiamollo, e volle che gli sedesse a fianco, finchè essa durò. Quanto egli amasse e favorisse il Galilei, dovrem vederlo, quando ci converrà ragionare di questo gran genio. Delle belle arti inoltre ne! tempo delle autunnali vacanze a Firenze, era volentieri udito ragionare di cose fisiche dal giovane principe (t. 1, p. cf, ec.) A rendere 1’animo sempre più colto di questo suo figlio, il gran duca Ferdinando I radunava solente nelle sue camere i più dotti uomim che fossero allora in Firenze, e innanzi al principe e agli altri suoi figli facevaii disputare tra loro di cose filosofiche e matematiche, o appartenenti ad amena letteratura (ivi p. 12). li più altre pruove dell’impegno di Cos’uno e degli altri principi di questa famiglia nel favorire e nel protegger le scienze si posson veder m i decorso dell’opera stessa. [p. 17 modifica]PRIMO 17 non solo ei fu splendido protettore, ma assai esperto giudice ancora; e perciò Firenze a’ suoi tempi abbondò di artefici valorosi d* ogni maniera, e fu per lui abbellita di nuovi insigni ornamenti. Io accenno in breve tal cose, perchè di molte dovrem poi fare più distinta menzione , e innoltre si posson esse vedere più ampiamente distese nelle Orazioni in lode di Cosimo II, pubblicate da Vieri de’ Cerchi, da Michelangelo Buonarroti il giovane, da Pietro Accolti e da altri, e ne’ Ragionamenti de’ Gran Duchi di Toscana di Giuseppe Bianchini altre volte da noi citati. III. Niuno però fra’ gran duchi giunse ad ottener sì gran fama nel fomentare e nel protegger le scienze, quanto Ferdinando II figlio e successore di Cosimo. Que’ grandi uomini che tanto onorarono questo secolo e la Toscana lor patria, o almeno loro soggiorno, il Galilei, il Torricelli, il Viviani, il Bellini, il Borelli, il Redi, il Magalotti, tutti vissero a’ tempi di Ferdinando, tutti furono da lui amati, favoriti, ricompensati splendidamente, e tutti perciò lasciaron nelle lor opere durevoli testimonianze della sincera loro riconoscenza verso il loro amatissimo benefattore. E bella fu tra le altre la dimostrazione di affetto e di stima ch’egli insieme col cardinale Leopoldo suo fratello, di cui tra poco diremo, mentre il Galileo giace va.si infermo, gli usò; perciocchè recatisi amendue a visitarlo nella sua propria casa, gli sederono appresso al letto, e per due ore si stettero assistendogli e consolandolo non altrimenti che figli verso il caro lor Tirabosciii, Fol. XIV. a [p. 18 modifica]18. LIBRO padre. Ne fu pago questo impareggiabil sovrano di protegger le scienze. Le coltivò egli stesso, e nelle ’ fìsiche principalmente fu versato per modo che alcune invenzioni , e quella fra le altre di stillare col ghiaccio , a lui furono at« tribuite. Godeva egli stesso d’intervenire alle iloti e adunanze degli Accademici del Cimento, e niuna compagnia gli era più cara di quella de’ filosofi e de’ matematici, de1 quali era allor sì gran copia nella Toscana. Due ore ogni mattina e due ogni sera passava ritirato nel suo gabinetto leggendo, e sempre avea seco alcun libro, per leggere in qualunque momento gli rimanesse libero dalle pubbliche cure (Magalotti, Lett. famil, t. 1, p. 141 Anzi alla sua mensa medesima udiva volentieri eruditi ragionamenti , ed egli stesso vi univa i suoi, parlando delle più ardue scienze, come se in esse si fosse di continuo occupato: Bella e maravigliosa cosa era per certo, dice Luigi Ruccellai nell’orazion funebre di Ferdinando, il vedere scelto stuolo di letterati ben sovente splendida corona formargli alla mensa d’intorno; anzi il rimirar lui medesimo deposto il peso di Real dignità, già sicuro di sua grandezza, nelle sue più segrete stanze a nobil turba tramescolato ’ di loro, non in altro distinto che nella erccl• lenza della memoria, nella chiarezza dell’intelletto , e nella velocità dell intendimento, applicarsi a più alti discorsi, sollevarsi alle più sublimi speculazioni, e stare intento) a scoprire per mezzo del chiaro lume dell5 esperienza la verità da tante false opinioni offuscata Io non debbo qui anticipare il racconto di quelle cose [p. 19 modifica]PRIMO ig clic ad altri capi appartengono*, e riserbo perciò ad altro luogo il mostrare quanto a questo gran principe debbano le università di Pisa, di Firenze, di Siena, che in niun tempo fioriron tanto, quanto sotto il dominio di Ferdinando, e le accademie tutte della Toscana da lui animate e sostenute, e ad alcune delle quali volle egli stesso essere ascritto, e la biblioteca Laurenziana e la galleria Medicea da lui con regia profusione accresciute, e le belle arti tutte da lui magnificamente promosse, avvivate, ricompensate. Principe (degno veramente d’immortale memoria, e che viverà sempre glorioso non solo ne’ fasti della letteratura, ma in quelli ancora dell’umanità e della beneficenza. Perciocchè ei fu anzi pietoso e amorevol padre che formidabil sovrano de’ popoli a lui soggetti; e il diè a vedere principalmente in occasion della peste che nel 1630 travagliò, come quasi tutta l’Italia, così ancora Firenze; nella qual occasione non pago di ordinare quei più efficaci provvedimenti che fossero in sì funeste circostanze opportuni, videsi questo ottimo principe seguito da reale corteggio girare ogni giorno per la città, e ricercare, a pericolo ancora della sua propria vita , lo stato non sol del pubblico, ma delle stesse private famiglie, e sovvenire pietosamente a’: loro bisogni. Non è perciò a stupire se, quando egli venne a morte nel 1670, fosse amaramente pianto da tutti i sudditi, le cui lagrime, si rare in tali occasioni, furono un encomio assai più eloquente di qualunque eloquente orazione. [p. 20 modifica]IV. Fj»on ad esse prestato dal Cardinal Leopoldo. 20 LIBRO IV. Al tempo medesimo in cui il gran duca Ferdinando II rendevasi colle sue virtù e colla protezione accordata alle scienze ai muraiòle e caro anche alle lontane nazioni, il principe e poi Cardinal Leopoldo di lui fratello gareggiava con lui nell’onorare gli studi, e nulla sollecito di aver con lui comune l’impero, se non quando venivane chiamato a parte, solo nella munificenza verso de’ dotti e nell’amor delle lettere pareva geloso di non essere a lui secondo. Il Galilei, il Torricelli e don Fabiano Michelini gli furon maestri, e sotto la lor direzione non volle già egli soltanto correre superficialmente il regno della natura , ma osò di penetrarne i più astrusi misteri, e di uguagliare la gloria de’ più dotti filosofi. Da lui vedrem rinnovata l’Accademia Platonica, e da lui fondata la sì celebre del Cimento, a cui deesi propriamente la rinnovazione della filosofia. I due tomi di Lettere inedite d’uomini illustri, pubblicati di fresco dal ch. monsig. Fabbroni, ci mostrano il cardinale Leopoldo in continuo carteggio co’ più dotti filosofi e matematici che allor fiorissero non solo in Italia, ma in tutta l’Europa. Egli scrive loro, ed è da lor consultato , e si comunicano a vicenda le loro scoperte, i loro raziocinii, gli avvisi dei nuovi libri venuti a luce; e se essi non dimentican mai nello scrivergli quel rispetto che a sì gran principe è dovuto, sembra dimenticarsi egli stesso del suo carattere, e trattar con essi quasi con suoi uguali. Firenze non vide mai forse il più dolce e il più giocoudo spettacolo, come allor [p. 21 modifica]PRIMO 11 quando potè ella rimirar per più anni il gran duca Ferdinando e il principe Leopoldo, deposto il regio fasto, frequentare le adunanze de’ dotti, conversare famigliarmeli le con essi, trattar con essi gli strumenti di fisica e di astronomia, farsi loro discepoli , e udir volentieri combattere le lor proprie opinioni, e dare loro l’esempio di quella amichevole unione la quale difficilmente ritrovasi fra’ coltivatori de’ medesimi studi. Nè solo delle serie scienze fu amante e coltivatore il principe Leopoldo, ma ancora di tutte le belle arti, e noi dovrem rammentare a suo luogo la magnifica collezione da lui formata di pitture, di statue, di disegni, di medaglie, di cammei e di pietre incise. Egli finì di vivere nel 1675 in età di 58 anni, otto anni dacchè il pontefice Clemente IX avea onorata la porpora col riverstirnelo, pianto egli pure da’ Fiorentini, a’ quali le molte virtù di cui era adorno, e singolarmente la pietà e la beneficenza verso de’ poveri, l’avean renduto carissimo-, intorno a’ quai pregi di questo gran cardinale si può vedere l’elogio che ne formò il co. Lorenzo Magalotti, premesso al primo tomo delle Lettere sopraccennate. Anche la gran duchessa Vittoria della Rovere moglie di Ferdinando II, mossa da tali esempii, fu magnanima protettrice de’ dotti, e ne diè pruove fra le altre cose colf Accademia da lei fondata in Siena, di cui a suo luogo diremo. V. Da tal genitori dovea ragionevolmente aspettarsi un tal figlio che ne seguisse e ne imitasse felicemente gli esempii. Nè queste speranze furon deluse da Cosimo III figlio e [p. 22 modifica]22 libro successore di Ferdinando. Allevato egli pure e diligentemente istruito ne’ buoni studi, aggiunse ad essi il viaggiare in età ancora giovanile nelle. principali provincie d’Europa3 e in questi viaggi ben fece egli conoscere quanto gli stessero a cuore le lettere 3 perciocché di niuna cosa mostravasi più bramoso, che di conoscere gli uomini dotti, di visitar le più celebri università, di esaminare le più copiose biblioteche, e d’informarsi di tutto ciò che giovar potesse a fornirlo di sempre nuove cognizioni. Prima ancora di salire sul trono, aveasi egli formato nel suo palazzo una copiosa e magnifica libreria , e non contento, quando ebbe in mano il governo, di accrescere la Laurenziana, un’altra nelle private sue stanze volle raccoglierne, in cui unì principalmente le opere dei santi Padri , della qual lettura piacevasi assai. I dotti che nel gran duca Ferdinando II avean trovato un sì splendido protettore, conobber tosto che col mancare di esso non era mancata loro la protezione e la beneficenza, e in Cosimo parve loro di veder rivivere Ferdinando. E lo stesso vuol dirsi delle università e delle accademie della Toscana, che sotto il governo di Cosimo continuarono a fiorire felicemente. Il famoso specchio ustorio da lui acquistato, la macchina pneumatica eli’ ei fece a bella posta venir da Leyden, i semplici e l’erbe più rare che a grandi spese ei fece raccogliere dalle più remote parti del mondo , i dottissimi uomini chiamati a leggere in Pisa, tra’ quali furono fra gli stranieri Jacopo Gronovio e Diego Lopez portoghese, l’impegno con cui promosse [p. 23 modifica]PRIMO ed aiutò la fondazione del collegio Tolommei in Siena e del collegio Cicognini in Prato, assegnati amendue a’ Religiosi della Compagnia di Gesù, i quali ancora furono da lui introdotti in Livorno, gli onori e i premii da lui generosamente conceduti anche agli stranieri, e la facilità con cui voleva che a tutti gli eruditi fossero aperti i tesori della Laurenziana, i dotti da lui a sue spese mandati o a studiare nelle università più famose, o a viaggiare per erudizione in lontane provincie, gli accrescimenti che per lui ebbe la galleria Medicea, a cui fra le altre cose fece ei trasportare da Roma la celebre Venere ivi già acquistata dal cardinale Ferdinando, le nuove magnifiche fabbriche di cui egli adornò Firenze ed altre città della Toscana 3 tutti questi bei pregi, congiunti all1 amore della giustizia, all’umanità verso i suoi sudditi, all1 esercizio costante delle cristiane virtù, e a tutti gli altri ornamenti che proprii sono di un gran principe, e che si posson vedere diffusamente descritti ne’ sopraccitati Ragionamenti del sig. Giuseppe Bianchini , fecero allor rimirare Cosimo III come uno de’ più amabili e de’ più saggi sovrani che fosser vissuti, e ne rendon tuttora dolce e amata ai Toscani la ricordanza. Quindi sembrarono gareggiare tra loro tutti gli uomini dotti di quell* età nell1 esaltarlo cou somme lodi. Io riferirò solo quello che ce ne ha lasciato il celebre Montfaucon che nel suo viaggio in Italia ebbe l’onore di esserne ammesso all1 udienza: Sub harr, dice egli. (Diar. italic. p. 395, ec.) Magnum Heimriac Duerni visimus, ab coque [p. 24 modifica]a4 LIBRO perhumaniter ad colloquium admissi, pietatem ejus divinarumque rerum studium mirati sumus. Is rem literariam pro virili fovet; eruditos quosque ex variis orbis partibus magnis stipendiis evocat; quo factum, ut nusquam per Italiam tot homines variis disciplùiìs eoe cult i, quot in ditionis suae terris, compareant In penitiore palatii sui conclavi SS. Patrum opera deprehenduntur , eorumque assidua tractatione vivendi pariter subditosque regendi normam mutuantur. Beneficietia et humanitate nemini Principum concedit, proborum perfugium, litteratorum patronus , animo vere regio instructus. Is nos xeniis nullisque non benevolentiae signis ac officiis exoneravit Egli ebbe il dolore di perdere nel 1713 il gran principe Ferdinando suo primogenito che dava le più belle speranze di non cedere ad alcuno de’ suoi più illustri antenati nel protegger le scienze, e di veder perduta ogni speranza di successione anche nell’altro suo figlio Giangastone, che poscia gli succedette, e che, se tutte non imitò le virtù del padre e dell1 avolo suo, nell1 amore perù e nella magnificenza verso de’ dotti si mostrò degno erede de’ suoi maggiori. E ciò basti aver detto de’ Medici, de’ quali tanto si è già scritto da altri, che noi possiamo correr di volo sulle lor tracce, additando sol le sorgenti da cui si possono trarne più ampie e più minute notizie (a). (a) Intorno a’ Medici e al loro zelo nel promuover le scienze, si può ancora vedere la recente Storia del Gran Ducato di Toscana del sig. Galluzzi. [p. 25 modifica]PRIMO ^5 VI. Fra tutti gli altri sovrani d’Italia io non veggo chi più dappresso s’accosti a’ Medici, che Carlo Emanuele I duca di Savoia, il quale, se non uguagliò la loro magnificenza, superò nondimeno per avventura il loro animo e il loro coraggio; perciocchè, dove essi nel seno di una invidiabil pace poterono tranquillamente promuovere e coltivare gli studi , egli, involto continuamente fra il rumore dell’armi, amò e protesse le lettere non altrimenti che se di esse sole avesse potuto occuparsi. Avea egli per ordinario costume di volersi dappresso, quando si assideva a mensa, uomini eruditi che innanzi a lui tenevano ragionamento di questioni filosofiche, o di altro letterario argomento; ed egli stesso, dimentico quasi del cibo, entrava ne’ lor discorsi, e godeva di disputare con essi. Così affermano il Codreto nella Vita di questo gran principe, stampata in Torino nel 1657 (p. 63), e il Guichenon (Hi st. genealog. p. 865). Ma perchè cotali scrittori di Vite soglion talvolta esser sospetti, io ne addurrò altre più sicure testimonianze che dal ch. sig. baron Giuseppe Vernazza , da me più volte lodato, mi sono state cortesemente additate. Abbiamo altrove accennate le opere che l’un contro l’altro pubblicarono in Torino nell’anno 1579) Antonio Berga e Giambattista Benedetti sopra la grandezza dell1 acqua e della terra. Ora il Benedetti nel suo libro così racconta (p. 3, ec.). Ragionandosi pochi dì sono alla presentia di V. A. (la quale con l’alto suo ingegno invita i più elevati spiriti a discorrere d’intorno le più gravi materie di tutte le scienze ed arti liberali) vi. Studi minitirc-ma verro i dotti dt Carlo Emanarle 1 duca Ji Savoia. [p. 26 modifica]a G LIBRO restò servita di comandarmi, avendo il sig. Berga dato in luce il suo parere, volessi io ancora far palese il mio.... Occorse una mattina del mese, di agosto prossimo passato, mentre V. A. disnava in pubblico, dove erano molti uomini dotti, tra i quali era l’eccellente sig. Governo et molti altri bei intelletti, quando piacque a V. A. d incominciar da l eccellente sig. Arma, interrogandolo, d’onde nasceva che tutti i fiumi corressero al mare, ec. Di questo costume del duca Carlo Emanuele fanno ancora menzione il giureconsulto Antonino Tesauro Novae Decis. Senat Pedem. decis. 270, p. 306) e il Botero (Relazioni, Ven. 1659, p. G44) * e più stesamente Gian Lodovico Bertaldi, a lui dedicato nel 1612 un’opera intitolata: Medicamentorum apparatus, ove a lui ragionando, Deinde, gli dice, majora adhuc multo ejusdem oblectationis argomenta exhibentur eo tempore, quo ad mensam sedes. Eo quippe conveniunt, te imperante, illustres atque in omni disciplina excellentissimi viri, quos tuis impensis foves. Illic aut divinae aut humanae, sed graves et te Principe dignae recitantur historiae, aut de difficilioribus omnium facultatum rebus doctissime disceptatur. Ubi in tuo exactissimo judicio de controversis rebus interponendo, et in magis involutis difficultatibus subtilissime dissolvendis occupatus et oblectatus quoties comedere fere oblivisceris? Quod sane evidenti indicio est, ejusmodi ad mensam commorationem non tam esse corporis quam animi refectionem. E più pregevole ancor mi sembra la testimonianza del celebre Alessandro Tassoni che in [p. 27 modifica]H pniMa s*t una sua Relazione ms. delle cose a sè avvenute in Piemonte, dice che fu condotto innanzi a quel duca che desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi, cavalieri, matematici e. medici, co’ quali discorreva variamente, secondo le professioni di ciascuno, e certo con prontezza e vivacità d ingegno mirabile; perciocchè o si trattasse d’historia, o di poesia, o di medicina , o d astronomia, o d alchimia, o di guerra, o di qualsivoglia altra professione, di tutto discorreva e molto sensatamente e con varie lingue. Così questo gran principe in quelle ore medesime che sembravano meno opportune agli studi, sapeva occuparsi con frutto, e rendere ancor le mense fecondo pascolo della sua erudizione. Abbiamo nel precedente tomo osservato (par. 1) che il duca Emanuele Filiberto avea dato principio alla fabbrica di quella magnifica galleria che era insieme biblioteca e museo di tutte le belle arti e di tutte le scienze. Ma io debbo qui avvertire che quella gran fabbrica, di cui abbiamo recata la descrizione che nel 1609 ne fece Aquilino Coppini, fu opera propriamente di Carlo Emanuele che pose in esecuzione le idee dal padre suo concepite. Così io raccolgo dalla lettera con cui Federico Zuccaio gli dedicò nel 1607 JJ idea dei’ Pittori, Scultori e Architetti, stampata in Torino nell’anno medesimo. Perciocchè in essa egli parla della galleria come di cosa appena allor cominciata , e c insegna insieme che il duca stesso si dilettava di disegnar colle sue mani molte delle figure che ivi dovean esser dipinte: Se si elegge, dice egli, personaggio in cui risplenda [p. 28 modifica]a8 LIBRO quella virtù di cui si tratta, qual principe potevo io eleggere, che più s’intendesse di queste idee di Tr. A? Io per me confesso che quando talora mi ha fatto grazia di comunicarmi alcuna delle altissime sue idee, sono per meraviglia restato attonito, ed in particolare quando io l’ho veduta con tanta intelligenza disegnare e lineare imprese , figure , paesi, cavalli ed altri animali che vuol che sieno figurati nella sua gran galleria, la quale sarà un compendio di tutte le cose del mondo, e un ampio specchio nel quale si vedranno le azioni più illustri degli Eroi della sua gran regia casa, e l’effigie naturali di ciascuno di loro, e nella quale passeggiando si potrà aver notizia di tutte le scienze principali. Nella volta si vedranno le 48 immagini celesti, il moto dei cieli e de’ pianeti e delle stelle; più basso le figure matematiche, e la cosmografia di tutta la terra e de’ mari, e le figure di tutti gli animali terrestri, acquatici ed aerei; cosa che sarà stimata tanto più grande , quanto saranno di più grande intelligenza quelli che la contemplarono. Fu dunque quel maestoso edificio, che destò altissima meraviglia in chiunque il vide, condotto al suo compimento tra’ ’l 1607 e’I 1609; perciocchè il Coppini che in questo secondo anno fu introdotto a vederlo, ne parla come di cosa finita (a). Il (a) Di essa fa ancor onorevol menzione Antonio Sandero, il quale, parlando di parecchie insigni biblioteche, dice (Diss. de Instit. Bibl. Gandav. p. 22): Nec hac laude inferior Serenissimus Allobrogum nuper Dux Carolus Emmanuel, artium, ingeniorum , et, quod [p. 29 modifica]PRIMO jt) duca con suo decreto segnato in Ivrea a’ 13 di marzo del 1708, e trasmessomi dallo stesso sig. barone Vernazza, nominò suo bibliotecario il molto diletto Oratore D Carlo Ravano di Cremona, assegnandogli lo stipendio di 30 scudi da tre lire ogni mese. Chi crederebbe che un principe il quale fu quasi sempre tra l’armi, avesse ciò non ostante tanto di ozio e sì grande inclinazione agli studi che potesse scriver più opere di non piccola estensione? E così fu nondimeno. Nella biblioteca della real corte di Torino conservansi ancora, come afferma il Rossetti (Syllab. Script. Pedem. p. 131, ec.), due opere voluminose scritte a mano di questo ammirabil sovrano , una in lingua italiana intitolata Il Delta, nella quale tratta de’ fondatori delle principali monarchie, e di tre singolarmente, cioè di Mosè, di Romolo e di Costantino} e un’altra in lingua francese sopra il blasone, in cui svolge ampiamente ed eruditamente tutto ciò che a tal materia appartiene, oltre un’altr’opera incominciata, ma non finita, cioè una Storia generale del Mondo, colle Vite de’ più celebri capitani e de’ personaggi più illustri. Di queste opere fa menzione anche Alessandro Panigarola, a lui dedicando nel 1629 le Lettere di monsig. Francesco suo zio, ed ei le intitola II Paralello de Principi, il adhaerett librorum cultor eximins, qui non modo portieum amplissimam iis custodien di s a fundamenlo excitaeit, sed et Asinii Pollionis et aliorum tv te rum exentplo illustrium virorum imagines et statuas in cadcm collocari jussit. [p. 30 modifica]3o LIBRO Discorso dell’Armi e le Monarchie Sacre. Pare ancora eh’ ci si dilettasse della volgar poesia; perciocchè nella biblioteca dell’università di Torino conservasi l’Alvida favola pastorale del co. Lodovico Sanmartino d’Agliè, il quale, nella dedica a questo principe, sembra accennare che da lui ne avesse avuta l’idea: Ecco, invittissimo principe, quel parto, il (quale da A. Sereniss. trahendo la nobiltà del suo natale, fu con troppo grande privilegio alla mia ignobil cura esposto. Di cui venuto il tempo che a i propri et legittimi parenti’ ’l rimandi, troppo in me medesimo mi vergogno, che da rustica et selvaggia nodrice rozzo et silvestre habbia imbevuto lo stile et i costumi: che invero in troppo vili panni involto il comprendo, e pure tal mi parve di mandarlo a V. A. acciocchè passando da un humil pastore ad un eccelso Heroe, là egli prenda le sue ricchezze, dove si trovano i veri tesori di virtù et di valore. Ha ruvido il sembiante sì, ma però a dentro ritiene la sua primiera forma. È fanciullo ancora sì, ma per anco accenna talhor picciol quadro ampio gigante. Dove s* avverrà mai che da V. A. riconosciuto sia per figlio d un di que pensieri che nella sua real mente talora assidendo, da i reali e gravosi incarichi il sollevano, e chi non sa che non tralignando dal suo generoso nascimento, sarà ancor un giorno per farsi sotto appoggio tale per se stesso chiaro e famoso? Accolgalo per grazia V. A. Sereniss. che qual modesta verginella suole nel mattino celarsi ad ogni altro, fuor che alla cara madre, da cui impari a disporre i crini, e vestir con [p. 31 modifica]PiUMO 3l leggiadria le membra. Così questa povera Alvida appena uscita dalle tenebre dell’imperfetto mio stile se ne va di primo volo a quel Sereno che le diede vita, et al cui splendore illustrarsi spera, lutai ito supplico V. A. che raccordevole del mio povero stato si compiaccia d’impiegar quel poco talento, che mi diede il Cielo, in cosa che a lei più gradisca, et a me rechi maggior occasione iT esser da lei conosciuto, ec. Un7 altra bella ripruova del sublime genio di questo immortale sovrano mi ha somministrato il soprallodato sig. barone Vernazza. Possiede egli un lungo1 e assai saggio giudizio del celebre Onorato d’Urfè, scritto di mano medesima dell’autore, e segnato a’ 14 dicembre del 1618, sopra l’Amedeide del Chiabrera, nel quale, dopo aver esaltato con giuste lodi il poeta non men che il poema, passa a esaminare ciascuna pai te, e con giusta e modesta critica ne rileva alcuni difetti. Or da esso raccogliesi che Carlo Emanuele, a cui egli indirizza quel suo giudizio, non solo avealo con sua lettera a ciò eccitato , ma egli stesso avea all’Urfè suggerite alcune di quelle ottime riflessioni che questi va facendo su quel poema. Un tal principe che con tanto impegno coltivava gli studi, non è maraviglia che fosse splendido premiatore degli studiosi. Il Marcello scrittor francese, citato da Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 2), racconta, che avendogli Girolamo Rocchi veneziano offerto nel i(io3 un suo libro ornato di varie foggie di caratteri e di ciG e, riportonne una collana del valore di 1 a5 scudi d oro. Aurelio Corbellino agostiniano, in una sua opera [p. 32 modifica]3a LIBRO inedita scritta nel 1610, e intitolata Immagine del vero Principe, al L 1, c. 4? ne fa egli pur quest’elogio- E perchè fu lodata Margherita Valesia duchessa di Savoja, se non perchè fu cortese a’ dotti? Anche Carlo Emanuel suo figliuolo acquistò gran lode, quando diede una gran somma di denari al Toso, eh fiavcva scritto con molta eleganza la vitti d Emanuel File berta suo padre, et hora che favorisce grandemente Giovanni Botero, perchè assiste per maestro de’ Principi suoi figliuoli. E questo autor medesimo, sulla fine del capo vi dello stesso libro, così loda ad un tempo e il padre Emanuel Filiberto e il figlio Carlo Emanuele: E qual cosa mise in tanta riputazione Emanuel Filiberto. duca di Savoja dopo la ricuperazione dello Stato, se non il farsi conoscere principe saggio in pace e dottissimo nelle scienze matematiche, coni era stato forte in guerra? Anco Carlo Emanuel suo figliuolo è così dotto in qualunque sorte di scienza, che ne ragiona esattamente quanto altri che sia in loro adottorato, e ciò si vede da gli altri quesiti che fa, mentre mangia, talora a Teologi , talora a filosofi, et ad ogni altro professore di scienza , che per questo tiene con buonissimi stipendii alla sua corte. Di Vittorio Amedeo I e di Carlo Emanuele II, che gli succedettero, non abbiamo sì chiare testimonianze di protezione accordata alle lettere. Come però il secondo singolarmente fu principe splendido e di grandi idee, come si è già accennato, così è probabile che i dotti ancora entrassero a parte della sua regia munificenza, e che [p. 33 modifica]TRIMO 33 frutto ancor maggiore non fossero per ritrarne le scienze, s’egli avesse avuta più lunga vita. VII. Se gli Estensi di questo secolo non uguagliarono nel favore accordato agli studi gl’illustri loro antenati, ciò non avvenne perchè ne mancasse lor f animo, ma solo perchè ridotti ncMor dominio a più angusti confini, ne mancò loro il potere. E Cesare singolarmente, su cui scaricossi il fatal colpo, non è a stupire che ne fosse percosso per modo, che, pago di piacere a’ suoi popoli colla dolcezza del suo governo, non rivolgesse il pensiero a imitare gli esempi degli Ercoli e degli Alfonsi, quanto forse avrebbe fatto egli ancora, se all’intero loro dominio avesse potuto succedere. Ma al tempo medesimo il principe Alfonso di lui figliuolo, che poi, appena giunto al trono, ne scese per rendersi cappuccino, faceva conoscere quanto fin d’allora amasse e stimasse le lettere e gli studiosi. Era egli stato inviato dal duca Cesare all’università di Padova, e conservansi in questo ducale archivio due lettere dal duca medesimo scritte l’anno 1606 a due di quei professori, il Mercuriale e il Fachinei, per ringraziarli dell1 attenzione da essi usata nell1 istruire il principe Alfonso suo figlio. Questi di fatto, fin da quando era principe ereditario , godeva di aver commercio di lettere co’ più eruditi uomini che fossero in Italia , e ne è prova un numero grandissimo di tali lettere a lui, o da lui scritte, che tuttora ritrovansi neL suddetto archivio. Egli ancora adoperossi per rinnovare in questa città le accademie che nel secolo precedente vi erano con Tiraboschi , Voi. XIV. 3 vii. , Le »* ieuae « le arti pr«trlto dagli EiUtm. [p. 34 modifica]34 lib no tanta fiuna fiorile, benché in ciò non ottenesse quanto ei bramava. E certo era a sperare che sotto il governo di un tal principe dovesser le lettere e le scienze sorgere a più gloriosa vita. Se la risoluzion da lui fatta (di lasciare il mondo tolse a loro questa speranza, sottentrò a ravvivarla Francesco I, principe di animo grande e di nobilissime idee, e nato a regnare su un vastissimo impero, il quale parve quasi che volesse forzar la fortuna , e a dispetto di essa uguagliarsi a’ più potenti sovrani. Nella pompa degli spettacoli d ogni maniera, nella fabbrica di questo ducal palazzo da lui cominciata, nella cittadella di questa città di Modena da lui innalzata, nella rocca di Sassolo da lui cambiata in reale villeggiatura, nel teatro eretto nel palazzo del Pubblico, ei fece conoscere a qual segno avrebbe egli condotta la sua magnificenza , se le guerre, nelle quali fu quasi continuamente avvolto, non l’avesser tanto occupato , e se troppo breve non fosse stato il corso di vita a lui conceduto. Principe colto e in tutti gli studi diligentemente istruito, amò i loro coltivatori, e li distinse con ricompense e con onori j e nel medesimo tempo colf amore della giustizia, colla liberalità verso i poveri, coll’esercizio costante di tutte le cristiane virtù , diede in se stesso l’idea di un sovrano degno d1 esser proposto a modello d’imitazione. Alfonso IV, che gli succedette, ebbe assai più breve governo, perciocchè diè fine ai suoi giorni nella fresca età di 28 anni.. In sì breve tempo però ei diede a vedere quanto da lui si avesse a sperare, se avesse avuta più lunga [p. 35 modifica]piumo 35 vita («). Perciocché, oltre più ornamenti da lui giunti a questa città, a lui deesi principalmente la si celebre galleria delle pitture cominciata già da Francesco I, e da lui poi accresciuta per modo, che potè essere rimirata come la più copiosa e la più ragguardevole che allora si avesse. Avea egli ancora ordinato al cav. Bernini d’innalzare una statua equestre al duca suo padre, di cui il medesimo valoroso artefice avea già formato il busto, che tuttor qui conservasi, e inviatolo allo stesso duca Francesco ancor vivo, da cui ebbe il dono di mille dobble j ma la morte di Alfonso gli impedì l’esecuzione del suo disegno. Di Francesco II, che in età fanciullesca dopo la morte del padre salì sul trono, e ch’ebbe pur breve vita, dovrem più volte parlare nel corso di questo tomo, perciocchè da lui vedrem fondata l’università di Modena, da lui riaperta la ducal biblioteca, da lui stabilita l’accademia de’ Dissonanti, da lui raccolto un magnifico museo d’antichità. Qui basti il dire ch’egli non trovava più dolce sollievo alle infermità e a’ dolori, da’ quali era sovente travagliato ed oppresso, che la conversazione con uomini (a) Tra le pruove ch’ei diede il duca Alfonso IV del suo amore pe buoni studi, deesi annoverare il chiamare ch’ei fece a Modena Gemiuiano Montanari, a cui diede il titolo di suo filosofo e matematico con annuale stipendio. Il medesimo Montanari istruì poi nell’astronomia il duca Francesco 11, giovinetto allora di sedici anni, e compiacevasi sommamente in vedere > rapidi progressi che io questa scienza egli faceva (Bibl. moderi, t. 3, p. a5y, aoo). [p. 36 modifica]36 LIBRO eruditi, o la lettura de’ libri, al qual fine, anche allor quando passava alla villeggiatura , seco portava una scelta biblioteca di antichi storici e poeti latini, e di essi forma vasi il più pregevole passatempo. Di tutte le quali cose, da me sol brevemente accennate, si posson vedere più diffuse notizie presso il Muratori (.Antich. Est. t. 2, c. 16, 17, 18), e noi ancora dovremo poscia altre volte farne menzione. Vili. I duchi di Parma diverse ed illustri prove diedero nel corso di questo secolo della generosa loro sollecitudine nel fomentare gli studi; e ne vedremo le principali nel ragionar delle biblioteche e de’ musei di antichità. Una sola ne accennerò io a questo luogo, cioè il magnifico teatro, che tuttora ivi si vede, di cui non v’ha forse il più superbo in Europa, e che più s’accosti alla forma degli antichi teatri, perciocchè tutte vi si veggono le parti che li componevano, l’orchestra semiellittica, i gradi, le recinzioni, i vomitorii, il poggio, il colonnato superiore, tutto secondo le idee dagli antichi scrittori tramandateci. Il duca Ranuccio I Farnese ne fu l’autore, e ne fa testimonianza l’iscrizione sovrapposta al proscenio nel basamento dell’arma Farnese: Bellona ac Musis Theatrum Raynutius Farnesius Parmae ac Placencia Dux IV, Castri V, augusta magnificentia aperuit anno 1619. E Giambattista Aleotti. dal luogo della sua patria soprannomato l’Argenta, di cui altrove dovrem trattare, 1 ne fu l’architetto che, accintosi a questa grand’opera nel 1618, in un anno solo le diè [p. 37 modifica]PRIMO 3compimento. La quale notizia all1 Aleotti tanto onorevole dee aggiungersi all’articolo che di (questo valoroso scrittore ci ha dato il co. Mazzucchelli (Scritt,. it. t. i, par. 1, p. 434)- H marchese Enzo Bentivoglio lo ampliò poscia di molto, e lo stese per modo , che vi si potessero rappresentare quei solenni spettacoli che spesse volte si sono ivi veduti. La lunghezza di 160 braccia e la larghezza di 58 rende non lontano dal verisimile il calcolo fatto da Giuseppe Notari, cioè che nelle feste ivi celebrate l’an 1690 nelle nozze di Odoardo Farnese con Do rote a Sofia di Neoburgo, vi si contassero gli spettatori fino a quattordicimila (Descriz. delle feste, ec. p. 51). Veggonsi ivi tuttora le antlie, i sifoni, i condotti, per mezzo de’ quali faceasi salire l’acqua ad innondarne l’orchestra per modo che, uscendo fuori parecchi navicelli vagamente intagliati e dorati, vi si rappresentavano vere naumachie. E lo stesso dicasi de’ cavalli che vi salivano ad uso delle militari evoluzioni in sì gran numero, che per testimonianza del suddetto scrittore parevano eserciti. È celebre la rara proprietà di questo teatro, cioè che parlando con voce sommessa, qual si usa nei famigliari ragionamenti , odasi però ogni parola distinta e spiccata da un estremo all1 altro, come se si ragionasse ad altissima voce. Così in questo genere ancora fu l’Italia la prima a dare l’esempio di tale magnificenza , che parve rinnovar quella degli antichi Romani (a). («;) Della costruzione del gran teatro «li Panna , e [p. 38 modifica]IX. Ponltt* fl promoloti de’ Imoai (ludi. 38 LIBRO IX. Rimane a dire de’ sommi pontefici; e io confesso sinceramente che non parmi di ravvisare tra quelli i quali nel corso di questo secolo furono a quella suprema dignità innalzati , alcuno che paragonar si possa, in ciò clic è munificenza e liberalità a favor delle lettere, a un Leone X, a un Paolo III, a un Marcello II, a un Gregorio XIII. Non furon nondimeno prive di protezione le scienze, e molti tra’ pontefici di questa età son meritevoli di essere rammentati con lode nella Storia dell1 italiana Letteratura. Di Paolo V non abbiamo gran monumenti che cel dimostrino mecenate de’ dotti; anzi parve a taluno che poco conto ei facesse delle lettere e degli studiosi (V. Lettere ined. d Uom. ili. Fir. 1783, t 1, p. 55). Ma pochi furon tra’ papi che tanto abbellissero Roma, quanto egli fece, o col rinnovare le antiche fabbriche, o col continuare le già cominciate (fra le altre la Vaticana, che sotto il pontificato di esso fu notabilmente avanzata), o col fabbricarne di nuovo; e ne son prova le moltissime iscrizioni che tuttor veggonsi in molte parti di Roma, e che sono state raccolte dal Ciaconio e dall’Oldoino (Vitæ rom. Pontif, t. p- 393). Molto da Gregorio XV poteansi aspettare gli studi, perciocchè aveali coltivati studiosamente, e sopra tutto era avuto in conto di profondo giureconsulto. Ma egli fu eletto pontefice, quando omai contava 70 anni dell’Architetto Aleotti che ne diede il disegno, vegga si ciò che più di recente ha scritto il eh. P. Alio (fila di Preposi ano Gonzaga, p. 110). [p. 39 modifica]primo 3y di età} e due anni soli sopravvisse alla sua elezione. Nel qual breve tempo però diede pur ei qualche pruova del suo amor per le lettere, intervenendo alle erudite adunanze che il Cardinal Ludovisi suo nipote raccoglievasi in casa (ib. p. 471)- Phi felice alla letteratura fu il pontificato di Urbano VIII, di cui, oltre gli scrittori delle Vite de’ Papi, e più altri, si posson vedere due lunghi elogi nelle Notizie dell1 Accademia fiorentina (p. 265) e nelle Me^ morie de1 Gelati (p. 3). Avea egli cominciati gli studi in Firenze sua patria, li continuò poscia in Roma alle scuole de’ Gesuiti, dalle quali passò a prender la laurea legale nell1 università di Pisa. Non pago di ben apprendere la lingua latina, volle essere istruito ancor nella greca, il cui studio cominciava allora a languire in Italia, e anche fatto pontefice, seguì a coltivarla colla lettura de’ greci scrittori. Anzi a queste due lingue congiunse ancora f ebraica. Piacquegli singolarmente la poesia sì latina che italiana, e nell1 una e nell1 altra diè molti saggi del suo felice ingegno, che dopo diverse edizioni furon poscia di nuovo magnificamente stampati in Parigi nel 1642, col titolo: Maphœi S. R. E. Card. Barberini nunc Urbani VIII Poemata. E nella latina egli è facile e colto poeta, ma nell1 italiana 11011 è ugualmente felice. Fra le gravi cure del suo pontificato non isdegnava egli di dare ancor qualche tempo alla lettura de’ poeti, degli storici e d1 altri scrittori: Pinacotheca, scrive l’Eritreo autore di essa (Epist. ad Tyrrhen. t. 1, epist. 24, p. 93, ed. Colon. Ubior. 1739), non illepidos [p. 40 modifica]4° Lreno Summo Principi ludos dedita qui interdum ad orbis terrs procuratione feriatus ad hanc animi remissionem liberalissimamque descendit, quae ex elegantium literarum studis percipitur. Anzi continuò ancora a coltivare la poesia, correggendo gl’inni dell’Uffizio divino, e riducendogli ad esattezza e ad eleganza maggiore (<i). I sopraccennati autori ci dicono generalmente che ei fu liberale e splendido verso dei dotti * ma non ce ne danno pruove particolari. Alcune noi ne vedremo nel corso dell1 opera j e qui basti accennare che tre de’ più dotti uomini di questo secolo fra gli stranieri all’Italia , Leone Allacci, Luca Olstenio e Abramo Eckellense, de’ quali diremo altrove , furono in questo pontificato chiamati a Roma , e ivi onorevolmente accolti e ricompensati de’ loro studi, e animati a continuare l’erudite loro fatiche. Di Innocenzo X possiam dire il medesimo che di Paolo V, cioè? che se non abbiamo luminose testimonianze di munificenza da lui impiegata a pro delle lettere, molte altre ei ne (a) 11 sig. ab. don Faustino Arevaio nella sua Tfymnodia FU spanica, opera piena di scelta erudizione c di belle ricerche, afferma (p. i34) che non fu lo stesso pontefice Urbafto Vili che corresse gl’inni, ma che nffidonne la correzione ad alcuni uomini dotti; e cosi di fatto si dice da Urbano nella Bolla premessa alla sua Correzione del Breviario romano. Come nondimeno è certo che aneli*essendo papa ei continuò a coltivare la poesia, il che è manifesto da una lettera del celebre co. Fulvio Testi da me pubblicata (Vita del co. lesti p. 68); cosi non è iuverisimile eh’egli ancora ponesse la mano a quella riforma, benché non volesse comparirne autore se non col comando. [p. 41 modifica]PRIMO 4* lasciò, c ne esislou tuttora in iloina del suo favore verso le belle arti, e delle sue magnanime idee nclf abbellire ed ornare vie maggiormente quella gran città, e a lui fra le altre cose si attribuisce la gloria di aver condotta al suo compimento la basilica Vaticana. X. In Alessandro VII, detto prima il Cardinal Alessandro Chigi, noi abbiamo un altro poeta assiso sulla cattedra di S. Pietro, e poeta ancor più elegante di Urbano VIII, come ben ci mostrano le poesie che sotto il nome di Filomato e col titolo Musæ Juveniles ne furono magnificamente stampate in Parigi nel 1656. Egli si esercitò soltanto nella poesia Ialina • ma in essa, non ostante f infelice gusto del secolo, ei fu sì felice, che può uguagliarsi co’ più eleganti poeti del secolo xvi, e forse ancora precederne molti nella vivacità e nell’estro. Avea egli avuto all" età fanciullesca a maestro Celso Cittadini, e dicesi che in età di soli 11 anni componesse un lungo poema sulla Battaglia de’ Pigmei colle Grù (Ciacon. et Oldoin. l. cit). Caro perciò al pontefice Urbano VIII, fu da lui sollevato a’ più ragguardevoli onori della prelatura, e adoperato in nunziature e in altri cospicui impieghi. L’amicizia da lui costantemente avuta con Gian Vittorio Roscio, noto sotto il nome di Giano Nicio Eritreo, e le moltissime lettere da questo scritte al Cardinal Chigi, che si hanno alle stampe, ci mostrano quanta fosse la stima che del cardinale avea l’Eritreo, e quanto il cardinale, anche fra le gravi sue occupazioni, continuasse ad amare e a coltivare le lettere. Fatto pontefice, [p. 42 modifica]43 LIBRO cessò dal poetare, ma non cessò dall’onorare i poeti e gli altri uomini illustri pel lor sapere. L’Allacci e l’Olstenio, il P. Sforza Pallavicino gesuita e il P. Bona cisterciense, amendue poi cardinali, Ilarione Rancati dello stesso Ordine cisterciense, Natale Rondinino segretario dei Brevi a’ principi, l’arcivescovo di Firenze Francesco Nerli, e altri lor somiglianti dottissimi uomini e colti scrittori formavano la più dolce conversazion del pontefice j e con essi godeva egli di passar qualche ora in eruditi e piacevoli ragionamenti or di umana letteratura , or di storia ecclesiastica e di scienze sacre. Fu raccoglitore avidissimo di antichi codici; ed era egli stesso al par di ogni altro sperto ed esercitato nel rilevare i più difficili caratteri con cui erano scritti. Alla Sapienza di Roma fece egli provare gli effetti della sua liberalità, col terminarne la fabbrica, coll’aggiugnerle l’orto botanico, e col provvederla di una scelta e copiosa biblioteca} nè è a dubitare che assai ancor più felice fosse stato per riuscire alle scienze il pontificato di Alessandro VII, se avesse avuti tempi men torbidi, singolarmente per le dissensioni che nacquero col re di Francia Luigi XIV, che non permisegli fra le altre cose di eseguire un disegno degno veramente di un gran pontefice, cioè di aprire in Roma un collegio degli uomini nell’ecclesiastica erudizione più illustri che avesse l’Europa, di mantenerli agiatamente, sicchè potessero impiegarsi co’ loro studi a vantaggio della Chiesa cattolica, e di ricompensarli poscia delle loro fatiche, col promuovergli a ragguardevoli dignità. Clemente IX [p. 43 modifica]PRIMO 43 ebbe, come si è detto, breve pontificato, e sol quanto bastò a render più dolorosa la perdita che la Chiesa fece di un tal pontefice, in cui tutte le più belle virtù vedeansi maravigliosamente riunite. I pontificati di Clemente X e d1 Innocenzo XI non ci offron cosa che in questo capo sia degna di particolar ricordanza; il primo, perchè la decrepita età del pontefice non gli permise di governar per se stesso, e lo costrinse a lasciarne il pensiero a chi fu più sollecito de’ suoi vantaggi, che dell1 onore del pontefice stesso; il secondo, perchè occupossi principalmente nel toglier dalla Chiesa gli abusi, e nel sovvenire alle pubbliche calamità. De’ due ultimi papi che nel corso di questo secolo sederon sulla cattedra di S. Pietro , cioè Alessandro VIII ed Innocenzo XII, il primo troppo tardi vi giunse, perchè potesse dar molte pruove del grande e generoso suo animo, il secondo lo fece conoscere nelle grandiose fabbriche da lui intraprese, e nelle copiosissime somme da lui profuse a beneficio degf infelici che gli ottennero il nome, di cui non v’ha il più onorevole e il più glorioso, di padre dei poveri. XI. A questi principi italiani, che col favore e co’ premii fomentaron le lettere, due stranieri voglionsi aggiugnere, che a’ dotti italiani fecer provare gli effetti della loro munificenza, cioè Cristina reina di Svezia, e Luigi XIV re di Francia. La prima, di cui non è agevole a diffinire se maggiori sian le lodi che alcuni le hanno profuse, o i biasimi di cui altri han cercato di ricoprirla, ma che fu certamente donna XI. La rapina Cristina e Luigi XIV are ordino onori r pensioni a’ Irllerati italiani. [p. 44 modifica]44 LIBRO di raro talento, e amantissima di ogni genere di erudizione e di scienza, appena deposto lo scettro, e abbracciata la religione cattolica, sen venne a Roma sulla fine del 1655, e tosto cominciò a raccogliere nel suo palazzo una volta la settimana quanti uomini dotti avea quella città (Mém, de Christ. t. 1, p. 501), fra’ quali erano ancora alcuni de’ più illustri patrizii romani. La prima adunanza si tenne a’ 2.\ di gennaio del 1656, e in essa, come poscia ancora nelle seguenti, alla filosofia morale, che era r oggetto de’ loro trattenimenti, si congiunse ancora la poesia che da molti di quegli accademici si coltivava. Breve fu allora il soggiorno di Cristina in Roma; ma poichè essa vi fissò stabilmente la sua dimora nel 1668, diede pruove sempre più luminose del suo favor verso i dotti. La ricca collezione di medaglie da essa fatta giovò non poco agli studi degli antiquarii, che spesso la citano ne’ loro libri. Un’altra accademia raccolse ella nella sua corte, rivolta singolarmente a coltivare l’italiana poesia, e che fu come la prima immagine dell Arcadia, la quale, poichè ella fu morta, venne istituita. Fra quelli che la frequentavano , erano Giammario Crescimbeni, monsig. Angiolo della Noce arcivescovo di Rossano e monsig. Giuseppe Maria Suares vescovo di Vaisons, Stefano Gradi, Ottavio Falconieri, Benedetto Menzini, Alessandro Guidi, il co. Alberto Caprara, i pp Niccolò Pallavicino , Pietro Poussin, Ubertino Carrara gesuiti, il Nori’ s che fu poi cardinale, Gianfrancesco Albani che fu poi Clemente XI, Manuello Schelestrate, e più altri dotti uomini [p. 45 modifica]PRIMO 45 di quel ti||iipo (ib. t. 2, p. 191). Godeva ella stessa di esercitarsi nel verseggiare in lingua italiana; e nell’Endimione del Guidi si veggon parecchi versi da essa inseriti, e a distinguerli contrassegnati nel margine. Nè solo del suo favore, ma anche de’ suoi donativi era ella liberale co’ dotti; e oltre al mantenerne alcuni in sua corte, e fra essi il Guidi, sappiamo che a Ottavio Ferrari, per un panegirico in lode di essa detto, fè dono di una collana d’oro del valore di mille ducati (ib. t. 1? p. 229). Era ella finalmente in continua corrispondenza di lettere con molti eruditi, e non poche di tali lettere si leggon nelle Memorie della \ ita di questa illustre reina da noi citate. Quanto al re Luigi XIV, egli non fu mai in Italia; ma su alcuni dotti italiani sparse splendidamente le regie sue magnificenze. Vedremo a suo luogo, parlando del primo padre della moderna astronomia, cioè del Cassini, ch’ei fu da quel gran monarca chiamato a Parigi, e per tal modo onorato, ch’egli si condusse a fissarvi la sua dimora; e vedremo ancora, parlando di Vincenzo Viviani, che solo per la fama d1 uom dotto che aveva giustamente ottenuto, ebbe dalla magnificenza del re Luigi un’annua pensione, e che a Ottavio Ferrari professore di Padova , per un panegirico in suo onor pubblicato, assegnò parimente un’annua pensione di 500 scudi; che un’annua pensione parimente assegnò di 100 luigi a Carlo Dati, cui cercò ancora di avere alla sua corte. Finalmente in una Vita inedita del co. Girolamo Graziani, poeta allora assai rinomato, di cui io ho copia, si narra [p. 46 modifica]4G • LIBRO eh’egli ancora ebbe P annua pensione ili i 5o doppie pel suo valore nel poetare? (<i). Così questo gran principe, non pago di avvivare le scienze e le arti nella sua Francia, fece ulPIlalia ancora conoscere il suo animo splendido e liberale a favore de’ dotti. XI1. Tra1 privati ancora trovaron le lettere alcuni splendidi mecenati, e noi ne dovrem rammentare parecchi, ove ragioneremo delle accademie da essi nelle lor case raccolte, e delle biblioteche e de’ musei da essi formati. Qui ci restringeremo a dir di tre soli, cioè di un Veneziano, di un Fiorentino, di un Napoletano , che in ciò singolarmente si renderon illustri, e promosser non poco l’italiana letteratura. Il Veneziano fu t)omenico Molino chiarissimo senatore, di cui il Foscarini a ragione si duole che niuno abbia finora scritta la Vita (Letterat. venez. p. 317). Il Gassendo nella Vita del Peireschio lo pone al pari con que’ due gran mecenati dell1 italiana e della tedesca letteratura, Gianvincenzo Pinelli da noi mentovato nel tomo precedente, e Marco Velsero; e aggiugne che pochi tra’ più potenti monarchi (<2) A quelli che furono pensionati dal re Luigi XIV, deesi aggiugnere, se crediamo al P. Angiolgabriello a agli scrittori da lui citati (Scritt. vi cent. t. 6, p. i85, ec.), il P. don Giambatista Ferretti vicentino monaco casinese, il quale avendo nel 1 Cvji dedicata al Delfino una sua copiosa raccolta d’iscrizioni intitolata Mnsae Lapidariae, stampata in Verona, ne ebbe dal re una cospicua pensione, e fu anche a quella corte chiamato col titolo di storiografo ed antiquario della Francia t ma morì in viaggio nel 1682. [p. 47 modifica]PRIMO 47 »i posson loro paragonare nelP impegno di favorire e di promuover le scienze. In fatti, come pruova il medesimo Foscarini, era il Molino in continuo carteggio con quanti uomini dotti erano allora sparsi per tutta f Europa; ed è stato gran danno che tante lettere da essi a lui scritte, o da lui ad essi, sian quasi tutte perite. Molti degli Oltramontani, e singolarmente Daniello Einsio, Pietro Scriverio, Giovanni Meursio, Gaspare Barleo, Pietro Cuneo, Isacco Casaubono, Gherardo Giovanni Vossio, Tommaso Farnabio, Giuseppe Vorstio, Ugone Grozio, o gli dedicarono le loro opere, o in esse parlaron di lui con magnifici encomii (ivi, p. 94) > acclamandolo concordemente come il protettore e il padre delle lettere e de’ letterati. E basti qui il recare alcune parole della lettera con cui il Meursio gli dedicò il suo libro intitolato Cecropia si ve de Athenarum arce, stampato in Leyden del 1622: Quid die am humanitatem incomparabilem? Quid doctrinam excellentem, et affectum in Litteratos tam prolixum, ut injuriam tibi faciat, qui hac laude potiorem quemquam censeat Hinc nimirum est, quod me hominem transmontanum solo studiorum nomine commendatum, et amandum sponte, tua suscepisti, et amorem hunc tuum nihil tale expectanti per epistolam indicare voluisti. Non fu egli scrittore che desse alcuna sua opera in luce, ma, a somiglianza del Pinelli, molto giovò agli altri nel comporre le loro. Credesi con fondamento che molto a lui dovesse f Paolo ne’ libri ch’egli scrisse sul governo della Repubblica (ivi). Molti [p. 48 modifica]48 LIBRO lumi diede egli ancora a Niccolò Crasso il giovane, per le annotazioni con cui questi illustrò i libri sulla Repubblica veneta del Cardinal Contarini e di Donato Giannotti (ivi, p. 330). Felice Osio fu da lui animato a pubblicare e a rischiarare con note la Storia di Albertino Mussato, e perciò Lorenzo Pignoria, che dopo la morte (’) dell’Osio la diede alla luce, al Molino stesso la dedicò, facendo nella lettera dedicatoria un luminoso encomio del suo mecenate: Hœc omnia tibi, Domine, cui Mussatus vitam hanc posthuman debet, et acceptam fert, ego tibi inscripta esse volo, ut meritorum in me tuorum testimonium apud nostros et posteros sient, cum te res meas inter et tuas nihil umquam discriminis constitueris, quae tua est benignitas, et mihi qua ope, qua consilio benefacere numquam intermittas. Macte animo et virtute; atque adeo bonarum litterarum perennaturo incremento, quod tu eo studio urges, ut neque libris instructissims tuæ Bibliotecæ parcas, neque opibus neque sumptibus, dum modo hic nostræ Italicæ Terræ angulus aspiret ad fastigium veteris in humanioribus studiis (*) Non dopo la morte dell’Osio, ma unitamente con lui si acciuse il Pignoria a pubblicare le Storie del Mussato, l’edizion delle quali, cominciata nel 1627, non fu compiuta che nel i636, cinque anni dopo la morte di nmendue, perciocché e il Pignoria e 1’Osio Oniron di vivere nella crudel pestilenza del i63i. Con ciò dee correggersi ancora ciò che della morte dell’Osio e della continuazione del Piguoria ho scritto nella prima ediedizioue a pag. 257. [p. 49 modifica]PRIMO 4y jam olim partæ dignitatis. La fama di cui il Molino godeva e in Italia e oltremonti, era sì grande, che giunse a destare invidia in alcuni, e Marco Trivigiano, gentiluomo per altro saggio e prudente, lo accusò con un foglio stampato di soverchia ambizione; della quale però non potè egli addurre altra pruova, che il concetto in cui era presso tutti il Molino (ivi, p. 95). E frutto di questa stima fu il singolar onore concedutogli in Leyden, quando egli venne a morire in Venezia a’ 17 di novembre del 1635,in età di 62 anni; perciocchè Marco Zuerio Boxhornio ne recitò pubblicamente l’orazion funebre, la quale poscia fu ivi l’anno seguente data alle stampe. Nè meno fu pianta in Italia la morte di questo grand’uomo; e Ottavio Ferrari, fra. gli altri, in una sua lettera, rimirò f italiana letteratura priva omai di protezione e d’appoggio dopo la morte del Molino, di cui dice clic era allora il solo che ne sostenesse ancora gloriosamente la fama (Oct. Ferrar. Op. varia, Patav. 1668, p. 399). Il corpo ne fu sepolto in S. Stefano con un’onorevole iscrizione stesa secondo il gusto di quell’età , ma in cui si loda il Molino, perchè in conservanda Reip. majestate provehendaque litterarum gloria numquam quievit (Sansov. Venezia, colle giunte del Martinioni, p. 133). XIII. L’anno precedente alla morte del Molino fu l’ultimissimo della vita di Giambalista dì < Lorenzo di Federigo Strozzi patrizio fiorentino, il quale non minor nome ottenne a Firenze, che quegli a Venezia, per la generosa sua magnificenza a pro delle lettere. Noi ne abbiala Tikaboschi, Voi. XIV, 4 XIII. « Slrocu. [p. 50 modifica]5o libro fatta menzione nella storia del secolo XVI, parlando dell’Accademia degli Alterati (t. 7 par. 1, p. 144), che in casa degli Strozzi si radunava y ma qui è luogo a parlarne più stesamente, perciocchè egli visse ancora molti anni di questo secolo, e non morì che nel i(>34, in età di 83 anni. Oltre 1 elogio fattone dall’Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 11), ne abbiamo più distinta contezza ne’ Fasti consolari dell1 Accademia fiorentina (p. 2^4) > ne’ quali ancora si è pubblicata la Vita che aveane scritta l’arcidiacono Luigi Strozzi. La casa di Giambattista , dicono questi scrittori, poteva dirsi una pubblica università. a cui tutti concorrevan coloro che bramosi erano d1 istruirsi in qualunque si fosse scienza. Egli versatissimo nelle lingue italiana, latina e greca, e negli studi della filosofia e della teologia , a tutti i giovani che a lui venivano , ne dava lezioni, ammaestrandoli gratuitamente con sommo zelo , eccitandoli a disputare tra loro, e animandoli a coltivar con ardore gli studi. Se alcuni fra questi giovani erano bensì forniti di acuto ingegno, ma sprovveduti di beni, sicchè non potessero senza disagio esercitarsi nelle lettere, ei sovveniva loro pietosamente, e li forniva di libri, di vesti, di cibo, di stanza e di qualunque altra cosa facesse lor d’uopo} nel che giunse egli a tale liberalità, che terminandosi in lui un ramo di quella illustre famiglia, assai poche sostanze lasciò a’ suoi eredi. I gran duchi, ai tempi de’ quali egli visse, lo ebber carissimo; e il pontefice Urbano VIII, appena salito sulla cattedra di S. Pietro, chiamollo a Roma nel 1624 J volle eh’ei [p. 51 modifica]i PRIMO 5l fosse alloggialo e spesato nel Vaticano , e nel tempo che lo Strozzi trattennesi in quella città, non avea il pontefice piacer maggiore che quello di occuparsi con lui in dolci ed eruditi ragionamenti , e quando egli tornò a Firenze, accompagnollo con un Breve sommamente onorevole, in cui diceva fra le altre cose: Certe si plures huic consimiles viros unaquæsque Italiæ urbs ferret, haberet Juventus, de quo discere posset preceptæ humanæ sapientiæ, et capere exempla Chiristianæ pietatis. Poichè egli fu tornato a Firenze, perdette del tutto la vista, che sempre avea avuta assai debole. Nè cessò nondimeno dall’animare e dal coltivare co’ consueti esercizii la gioventù che concorreva ad udire e ad ammirare l’ottimo vecchioj nè intermise di farlo , finchè ebbe vita. Nei suddetti Fasti abbiamo ancora la notizia di molti codici mss. della libreria Strozzi, ne’ quali leggonsi prose e poesie italiane da Giambattista composte, e moltissime lettere a lui scritte da’ più dotti uomini di quel tempo. Ivi ancora si accennano alcune opere che se ne hanno alle stampe, sì in prosa che in versi. Il Quadrio afferma (t 6, p. (678) che ne fu stampato in Firenze il primo canto di un poema eroico da lui composto e intitolato l’America. Ma il soprallodato arcidiacono Strozzi ci assicura eh1 ebbe pensiero di comporre ancora un poema in lode del suo gran cittadino Amerigo Vespucci, e intitolarlo t- A au rica; ma quando n ebbe formato il primo canto, smarrì, non si sa come, tutti i preparamenti e gli studi che con tanto sudore avea p ri’ para ti e messi insieme. [p. 52 modifica]52 LIBRO XTV. Giambntista Manso napoletano marchese « di Villa e signore della città di Bisaccia e di Panca, e morto in Napoli a’ 28 di decembre del i(345 , è il terzo de’ mecenati dell’italiana letteratura di cui mi sono prefisso di ragionare. Egli dee aver luogo tra’ letterati per le sue Poesie Nomiche stampate in Venezia nel 1635, per la Vita del Tasso, altrove da noi mentovata , e pe’ Dialoghi dell’Amore, stampati in Milano nel 1608. Ma assai maggior diritto egli ha ad essere annoverato tra’ benemeriti delle scienze e delle belle arti pel continuo avvivarle e proteggerle ch’egli fece. L Eritreo ne fa un magnifico elogio, dicendo ch’egli ornato a maraviglia di ogni sorte di lettere e di tutte le belle arti, era il mecenate di tutti quelli che a’ medesimi studi aspiravano} che non solo egli porgeva loro e direzione ed aiuto per divenire oratori, poeti, storici, o di qualunque altro genere di letteratura volesser fornirsi, ma anche negli esercizii cavallereschi, cioè nella danza, nel suono, nella scherma, nel canto e nell1 arte di cavalcare; che perciò oltre l’accademia degli Oziosi, da lui aperta in Napoli, della quale diremo nel capo seguente, ei fu il principal promotore della fondazione del collegio de’ Nobili nella stessa città, a cui poscia, morendo, lasciò tutti i suoi beni, con ciò mostrando a qual fine gli avesse egli vivendo amministrati con quell’attenta economia che alcuni in lui tacciavano come avarizia j e che finalmente a questi suoi rari pregi, che lo renderon carissimo a tutta quella città e a’ vicerè di quel regno, ei congiunse una sincera e [p. 53 modifica]primo 53 fervente pietà e una singolare costumatezza. Bella ancora è la testimonianza che alla erudizione e alla gentilezza del marchese Manso rendette Torquato Tasso, quasi presago che questo coltissimo cavaliere avrebbe onorata la sua memoria collo scriverne, come poi fece, la Vita. Egli dunque nel principio del suo Dialogo dell’Amicizia, che volle intitolare Il Manso, così di lui dice: Il sig. Giambattista Manso colla nobiltà del sangue, colla gloria dei suoi antecessori, collo splendore della fortuna, ha congiunta per lunga consuetudine tanta cortesia e tanta affidabilità nella conversazione, che a ciascuno è più agevole interrompere i suoi studi, che a lui medesimo quelli dei suoi domestici e familiari; e quantunque egli sia desideroso dì imparare c cT intendere sempre cose nuove, è nondimeno nelle belle e buone lettere ammaestrato ed avvezzo nelle lezioni degli ottimi libri, e di sì altro intendimento, che ne’ luoghi più oscuri e ne’ passi più difficili della filosofia e delP istoria è simile a coloro i quali camminano per via conosciuta, laonde non hanno bisogno di guida, ma possono fare la scorta agli altri. Piuttosto adunque a guisa di signore che di peregrino si spazia nelle scienze, e si avvolge quasi nel cerchio delle arti e delle discipline. E benché le occupazioni della Corte sieno impedimento allo studio, tuttavolta coll acume dell ingegno e coll altezza dell animo supplisce al difetto del tempo e delle occasioni. Non fu dunque l’italiana letteratura del tutto priva di sostegni e di appoggi; ma ciò non [p. 54 modifica]ostante no fu ella assai men provveduta che nel secolo precedente, c perciò non è a stupire che quell’ardente entusiasmo pe’ buoni studi, che in quasi tutta l’Italia crasi allora acceso, si venisse in alcune provincie raffreddando non poco, e più scarsi perciò e ancor meno felici fossero i frutti che se ne colsero.