Storia di Milano/Capitolo XIV

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Capitolo XIV

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[p. 466 modifica]Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano

Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato de’ Visconti, reggendo l’eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo sborso di cinquantamila fiorini d’oro; e che per diventar padrone di alcune ròcche e castella di quel distretto, egli s’impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano. dì lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze ch’egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare; quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s’ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di venticinque anni. Egli s’era più volte presentato al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d’avere i talenti d’un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d’Inghilterra: [p. 467 modifica]ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (omettendo i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de’ quali quindici legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti signori. La casa d’Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella gloriosissima casa d’Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a Milano l’anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l’augusto sovrano, che ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de’ Visconti, sublimato a più elevata condizione, e depurato colla virtù e colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora inediti.

A fronte d’uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla torre di Porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia dalla parte del Naviglio. Il conte di [p. 468 modifica]Virtù stavasene in Pavia: era una volpe che addocchiava destramente il vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d’essere timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava d’imprimere nell’animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace d’intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento fu nel rapportare il meschino personaggio propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco Catterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò derideva l’imbecillità del nipote, il quale ne’ suoi editti ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l’altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale l’anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un giorno e, rovinando il collega, riunire sovranità dello Stato sopra di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova divisione dello Stato suo ne’ cinque suoi figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; [p. 469 modifica]Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donnino; Rodolfo avea Bergamo, Soncino e la Ghiara d’Adda; Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e Valle Camonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d’una piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contraponendo l’apparenza di un saggio principe, a quella d’un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di maggio dell’anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a’ suoi figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere al signor Barnabò ch’egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle mura, sarebbe andato a smontare nel suo castello a Porta Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d’armati. I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due miglia fuori [p. 470 modifica]di Porta Ticinese. Questi accolse co’ maggiori segni di cordialità i suoi due cugini e cognati, Rodolfo e Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese Giovanni Malaspina. S’incamminò il conte verso Milano, e, giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì sta il ponte del Naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicini al ponte che da Sant’Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani addosso della persona del signor Barnabò, dicendogli: siete prigioniere. Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; così al momento Barnabò fu disarmato, togliendogli altri spada, altri la bacchetta dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di Porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedasi la stanza, in cui sopravisse sette mesi colla sua o moglie o amica Donnina de’ Porri, sin che morì avvelenato, a quanto si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.

Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva della plebe, [p. 471 modifica]alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de’ suoi figli; e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del sale, che era alla piazza dei Mercanti. Nella fortezza di Porta Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, ed in ori vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a’ suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più fosse piaciuto. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti di Barnabò; e in quel giorno Giovanni Galeazzo Visconte, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall’assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero i processi contro di Barnabò. L’autore degli Annali Milanesi ce ne ha trasmesso l’epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò d’avere tese insidie alla vita del nipote; d’essere uno stregone, che colle fattucchierie, avesse rese sterili le nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l’avevano in quel momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini di quell’indole vi fosse nelle magistrature [p. 472 modifica]un uomo virtuoso; ma se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d’una religione inconseguente, poichè, insultando il papa, oltreggiando i vescovi, calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Catterina Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata porzione del padre, trattone Estore, che eragli figlio illegittimo, il quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù fiaccò l’animo de’ suoi sudditi; l’ardimento della sua ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono frequenti [p. 473 modifica]gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla timidezza l’ambizione; siccome ancora accadde dell’impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.

All’ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d’Italia; e i primi sguardi ch’egli gettò, furono dalla parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all’Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia e per il bene di que’ due principi, entrò mediatore per accomodare le loro controversie; e mentre l’una parte e l’altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un’alleanza invece del progettato accordo. L’alleanza aveva per fine la distruzione delle Scaligero. Il piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. L’esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande; mentre s’offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l’orecchio del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa, e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo Scaligero, lo acciecò a segno [p. 474 modifica]di lusingarsi che il conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll’apparenza di officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più forte coll’acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia del Visconte da una parte, e del Carrara dall’altra. Alcuni malcontenti Veronesi, che avevano secreta corrispondenza con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono l’ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma del Vicentino, e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria degli Scaligeri l’anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei patti. Contro di essa reclamava il signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l’eredità di Catterina sua moglie, figlia di Regina Scaligera, moglie di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova, ci dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il consiglio del conte e la di lui stessa moglie l’ [p. 475 modifica]avrebbero certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia d’aver violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara non avrebbe osato di fare pubblica doglianza. Anche da tale insidia fu còlto quell’incauto principe; e il conte ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, s’impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l’infelice Francesco da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o nell’anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava, erano composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. S’invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accade, che i piccoli nemici combattono, colla chimerica lusinga di soggiogare i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.

Poichè per tal modo ebbe Giangaleazzo estesi i suoi confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell’Italia, al di là di Bologna, [p. 476 modifica]nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de’ suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si estese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di duecentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per dedizione spontanea. La repubblica di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i Fiorentini dissero: sed profecto nosmetipsos, vana fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus. Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l’indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d’Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d’Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d’Armagnac. [p. 477 modifica]L’armata francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se avevano coraggio di venir fuori que’ poltroni Lombardi. Si vide poi che è più facile l’oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme il giorno 25 di luglio dell’anno 1319, e, per risposta, prese il conte di Armagnac prigioniere, e tutti que’ Francesi che non rimasero sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re di Francia Giovanni II. L’essere stato sino dalla fanciullezza unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella propensione. Il conte, nell’anno 1387, maritò Valentina Visconti, l’unica sua figlia, a Luigi duca di Turrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d’oro per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a’ suoi figli la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XIII ( [p. 478 modifica]che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all’eminente sovranità dell’Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse tratta fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro paese.

Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch’egli faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare tutti i mezzi ch’erano in loro potere, contro di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl’interessi della Santa Sede erano turbati internamente. V’erano due, ciascuno de’ quali pretendeva d’essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall’anno in cui morì Galeazzo II, durò da un successore all’altro per lo spazio di ben quarant’anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de’ due papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l’altro, lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due [p. 479 modifica]competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi l’amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando ne’ suoi dominii come s’ei fosse padrone di tutto, disponendo anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con Catterina Visconti, su cugina, l’anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de’ due papi fosse il vero. Con tal mezzo, Omnes dignitates, dice l’Annalista Piacentino, et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini comitis, quale erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat. Ciò nondimeno i principi minori d’Italia erano collegati contro del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori della Scala e de’ signori di Carrara. L’armata del conte, spedita contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati dall’una e dall’altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane ogni volta [p. 480 modifica]che dalle nostre venivano minacciate di offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non poteva inoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il fuoco; e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne seguisse l’incendio; e così avvenne, dato che fu il fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte; talchè i Gonzaghesi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di portare soccorso, non s’avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento della costernazione dei nemici, de’ quali ben mille si erano sommersi col ponte; attaccò le navi de’ Gonzaghi colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del nemico; il che accadde il giorno 14 di luglio dell’anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo sottrasse dall’imminente destino. Trovò un falsario che seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti; e con questa lettera ordinò al dal Verme di ritirarsi dal Mantovano, come seguì. L’occasione [p. 481 modifica]passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina; poichè attaccò l’armata priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che in que’ tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l’anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava a que’ falsari un’atrocissima pena. Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit circumcirca ipsam columnam, longinqua eatenus quatenus plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur ita quod moriatur: così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.

Sino dall’anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi, dall’imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere data a’ suoi figli, e la elezione d’un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava i figli di Barnabò, e le pretensioni che avrebbon potuto far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per tal cagione egli cercò d’essere formalmente investito da quell’augusto come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne’ suoi discendenti. La richiesta venne esaudita dall’imperatore Venceslao, col mezzo di centomila fiorini d’oro, che ei ricevette dal conte. Gli Stati del conte vennero eretti in ducato, e il conte [p. 482 modifica]venne dichiarato duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell’anno 1395; e con altro diploma posteriore l’imperatore dichiarò le venticinque città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d’una distinta contea, transitoria pure a’ suoi discendenti, nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell’augusto venne a staccar dall’Impero ventotto città, che formavano la maggior parte dell’antico regno italico; e il duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla piazza di Sant’Ambrogio, il giorno 5 di settembre dell’anno 1395. In que’ tempi non v’erano altri duchi in questa parte d’Italia; quindi la funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice il Corio, al spectaculo de tanta solennitate vi concorse quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre. Io ho un esemplare manoscritto della orazione [p. 483 modifica]che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant’Ambrogio. Essa incomincia così: Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. - Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter quaerere: - dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? - Ad quam ego: - quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas actus parentalis; obsequens fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis. Poi dopo s’impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo era stato dall’imperatore creato duca per volere di Dio; per inclinazione di quell’augusto, che, sull’esempio de’ suoi maggiori, beneficava la casa Visconti; per rimunerazione della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre stati affezionati all’Imperatore, e per bene generale de’ numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l’oratore passa alle lodi dell’imperator Venceslao, nel quale trova: Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decoris; hilaris clementia placidi datoris; e continua a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con frasi e modi singolarissimi. Poi, terminato l’encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono: Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa. L’oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti, come un capo d’opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque [p. 484 modifica]anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia. Il Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi d’oro e d’argento, collane d’oro, drappi ricchissimi d’oro e seta, cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell’antica corte dell’Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà idea del costume di que’ tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno de’ convitati aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe, ed altri diversi suoni; !a prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella, e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati, e dui vitelli parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli d’argento, e per caduno pecti dui de vitello; pezi quatro de castrato; pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quatro, capponi quatro, persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con pezzi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni grossi sei; cunelli quatro. Puoi pavoni quatro, cotti et vestiti; orsi [p. 485 modifica]dui, dorati, con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piatelli d’argento con faxani quatro per cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con gallatina. Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere cotte. Doppo fu dato aqua a le mano, facta con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in scutelle d’argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie. Pare che l’usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran mensa de’ pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente al popolo. Per cibo de’ commensali si ponevano loro davanti, all’uso monastico, de’ piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. L’usanza di coprire con foglie d’oro e di argento i cibi, [p. 486 modifica]anche oggidì si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di mangiare il pan d’oro per significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si ammirava l’accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati, che ora non lo siamo noi.

L’ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di se medesimo. Felici i suoi popoli s’egli avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno 13 di gennaio dell’anno 1396, ed è la medesima che venne stampata poi l’anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dire si potesse. Si creò allora la cronaca de’ conti di Angera, celebre presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore d’Angleria, nome latino d’una ròcca del distretto del lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati a questa genealogia i successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiungere al titolo di duca di Milano quello ancora di conte d’Angera, e talvolta semplicemente Anglus; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, [p. 487 modifica]che nella leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un Inglese. Anche il titolo distinto di conte di Pavia, lo aggiunsero i successori, per essere quella sua contea separatamente infeudata; e per lo più il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla meno che un’ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente la impostura dei conti d’Angera. Eppure il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, in guisa che era uno de’ più grandiosi e ricchi monasteri che avesse quest’ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v’era in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San Paolo; e il tempio, che disegnò Gian Galeazzo, ed innalzò in Milano, per que’ tempi era il più grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica siasi cominciata nell’anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, le balaustrate, le guglie, i terrazzi che la coprono, e non sono visibili se non agli uccelli, o a que’ pochi che hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant’è l’altezza dell’ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il gusto di [p. 488 modifica]fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell’Elogio del Cavalieri il nostro immortale abate Paolo Frisi. Gli architetti fatti allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della simmetria, dell’euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa, e nobile architettura; così egli. La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio è l’estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia. Questo grande [p. 489 modifica]edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, essendo stato nell’anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, dove Lombardi per le continue guerre et turbazione non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse [p. 490 modifica]a Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... offerendo al primo Templo due parte de le tre che avrebbino speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Templo, e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de Lombardi. Si è temuto questo passo del Corio, che asserisce avere il papa accordata l’assoluzione anche ai non pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè l’instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, che ritrovasi nell’archivio Panigaroli nel registro A. p. 169, in cui chiaramente si legge: vere penitentibus et confessis. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione al papa. Ma non credo io ch’egli poi siasi ingannato, asserendo che tale opinione comunemente si facesse correre per adescare in gran numero i donatori. In fatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo a chi vi si arruolava assoluzione intera, liber et mundus sit tam a culpa, quam a pœna. Questa opinione erronea e funesta era di poi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare: non veras, et prætensas facultates [p. 491 modifica]hujusmodi mendaciter simulant, cum etiam pro parva pecuniarum summula, non pœnitentes, sed mala conscientia satagentes inquitati suae quoddam mentitæ absolutionis velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum est) remittant. V’erano dunque pur troppo i comodissimi dottori, che per carpire denaro, addormentavano gli uomini del delitto; e non è difficile che questi venissero adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può concludere che allora non v’era idea di eloquenza; non si studiava la storia; cattivo era il gusto di architettura; e poco dissimile quello della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità; senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori de’ tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.

La vendita che aveva fatta l’imperator Venceslao di tutto il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata una parte importante. Altri motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao deposto; il che avvenne l’anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell’Italia, per rivendicare le terre staccate [p. 492 modifica]dall’Impero; e gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha conservata il Corio. Robertus de Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus. A tale intimazione così rispose il duca: Tibi Roberto de Bavaria nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai Romanorum, et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo domino Vincislao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacula canonice possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere praesumpseris, diffidamus. L’effetto di queste bravate non fu altro, se non che, il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo venne sul Bresciano. L’armata del duca se gli affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gli imperiali [p. 493 modifica]per modo che condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte Giulini. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte dell’onore di questa vittoria. Egli fu molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che liberò l’Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo illustre Italiano vivono ne’ nobilissimi suoi discendenti. La presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon prese da’ nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L’apparizione del re Roberto fu momentanea; poichè dopo quell’incontro voltò strada, e per la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell’anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d’assedio dal conte Alberico, e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un solo corpo l’antico dominio de’ re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo [p. 494 modifica]titolo di re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, aspettava soltanto l’avviso della resa di Firenze. I generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, Ottone TerzoFonte/commento: Pagina:Storia di Milano I.djvu/614, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno dell’età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il giorno 3 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt’i lunghi fili tessuti per un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo primo duca. Ne abbiamo la descrizione minuta1. Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl’inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi principali del dominio, portate da ducento quaranta uomini a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt’i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto di un baldacchino di broccato d’oro, foderato d’armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso.

Il carattere di Giangaleazzo, si manifesta bastantemente dalle sue azioni. Sant’Antonino lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell’avversità, e audace nella prospera fortuna, simulato, vano ed [p. 495 modifica]infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso, senza elevazione d’animo, superstizioso, senza vera religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l’atrocità del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di quello ch’essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de’ fatti grandi; ma nessuno ve n’ha di nobile e generosa indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com’era necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive: Dux noster imposut taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona sua a stipendiariis usurpabantur2. Questi mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero troppo vicini all’orecchio del principe. Milano in fatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri de’ principi [p. 496 modifica]esteri, quello che vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de’ cittadini delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno di que’ metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L’Argellati ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però il pagamento de’ tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a ragguaglio dell’antica moneta3. Con questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori e stipendiati d’una quarta parte di quanto loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte Giulini nell’archivio della città4. La superiorità che aveva il Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere ch’egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale. Il Corio5 ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le risposte che [p. 497 modifica]da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti scriveva nulla più che Vir Magnifice; ed esso, nella risposta al Visconti, Illustris et excelse Pater noster praeclarissime. Nel corpo della lettera il Visconti scriveva Nobilitati, vestrae, e nulla più; e lo Scaligero, Excelsa, Paternitas vestra, ovvero Pater Excellentissime. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. Egli scriveva Magnifici fratres carissimi: ed essi nelle risposte dicevano: Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime; e nel corpo della lettera, Excellentia Vestra.

Il duca Giangaleazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto (de’ due figli legittimi ch’ei lasciò, nati dalla duchessa Catterina, figlia di Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge de’ feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s’intitolò il primo: Johannes Maria Anglus Dux Mediolani, etc., Comes Angleriae ac Bononiae, Pisarum, Senarum ac Perusii; e il secondogenito prese a chiamarsi: Philippus Maria, Comes Papiae, et Veronae Dominus.

Note

  1. Rer. Ital. tom XVI, colum. 1021 et sequ.
  2. Annal. Mediol. ad ann. 1401.
  3. De Monet. Ital. tom. III, pag. 59.
  4. Giulini, tomo XI, pag. 521.
  5. All’anno 1387.