Studj liguri/Il dialetto nei primi secoli/Testi/6

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N. 6. — Da una Cronaca universale.

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N. 6. — Da una Cronaca universale.
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N. 6. — Da una Cronaca universale.

Il presente brano e la traduzione di Boezio che segue, sono estratti da un medesimo codice, appartenente alla Biblioteca delle Missioni Urbane di Genova1, dove porta il num. 46. Per l’età, si può assegnarlo alla prima metà del sec. XV; cartaceo, legato in pergamena, di mm. 275 per 190, mancante del primo foglio e di alcuni in fine. La numerazione è in cifre romane, della stessa mano che il codice; comincia col secondo quaderno e va poi senza interruzioni fino al f. 391, col quale il cod. ora termina. Eccetto, a quanto pare, un breve tratto del primo quaderno, materia forse aggiunta alquanto più tardi sulle pagine lasciate prima bianche, il cod. è tutto d’una stessa mano; ha iniziali maiuscole in rosso, ma rubriche nere; scritto, a cominciar dal Boezio, in due colonne, per motivo dei versi, quantunque il copista, una volta preso l’abbrivo, continuasse poi fino in fondo.

Ho detto che manca il primo foglio. Esso conteneva parte della ’Tavola’, il séguito della quale occupa ancora la metà anteriore del primo quaderno, cioè 5 carte, tranne il verso dell’ultima. Ma la carta, che ora dovremmo incontrare per la prima, si trova per uno spostamento ad essere la quarta. Nel verso della quinta, nelle 4 seguenti e nel recto della decima è contenuto il tratto, che abbiamo detto parer d’altra mano. Comincia: «In quelo tempo sapiando lo redemptor de la humana generation messer Jhesu Criste quello chi deueiua esser, cognossando za esser preuegnuo tanto presso ala soa morte e passion quanto era lo mercordi santo...» e termina: «... e la dolce maere lantora no lo cognosce, tanto lo aueiuam batuo e desfigurao. E cossi fini lo raxonamento de la gloriossa Vergem Maria cum lo so glorioso figio messer Ihesu Criste, la gracia de lo qua semper sea com noi. Amen.»

Col secondo quaderno comincia propriamente il codice. Esso contiene: dal f 1a al f. 89a una specie di compendio del Vecchio e del Nuovo Testamento; poi alcuni capitoletti sulla Vergine, 89b sgg., a cui s’accompagnano 28 miracoli di lei, 104a-118b, e uno dei noti ’Pianti’ 119a-124b; una lunga serie di ’Vite di Santi’ e di ’Sermoni’, che occupano non meno di 172 fogli; la leggenda di Barlaam e Giosaffat, 298a-313b; il primo capitolo della vita di Giuda Iscariota, 313b-314b, che non è se non un pezzo staccato della ’Cronaca’, con cui il volume comincia; poi: Como se comenssa lo sancto batessmo in Roma, e: Como la ueronicha fo trouaa e portaa in roma in lo tempo de tiberio Cessaro Imperao... 314b-318b; una leggenda di Santa Margherita, che va fino al f. 321b; la Vita di S. Giovanni Evangelista[*], 322a-356b, altra copia di quella pubblicata dall’Ive, Arch. VIII 30 sgg.2; de le questioim de Boecio, 357a-386a, per le quali è da vedere il [p. 38 modifica]numero seguente; infine l’epistola di fra Bonaventura da Bagnarea ad un suo amico, 386a-391b, che resta incompleta per la mutilazione del codice.

Uno studio particolareggiato delle fonti, a cui attinse il nostro compilatore, sarebbe qui fuor di luogo. Ci basterà accennare che il compendio biblico, di cui riportiamo il principio, non è che la traduzione dell’antica ’Cronaca universale’, probabilmente d’origine catalana, che fu studiata dal Suchier, Denkmäler der provenz. Literatur, pp. 495 sgg., e dal Rohde, ibid., pp. 589 sgg.3 Tuttavia il traduttore s’è anche valso, in almeno due luoghi, della Passione, da noi pubblicata al n. 5, inserendone nel suo testo, al f. 58a, il breve tratto introduttivo, Pensando in ini mesmo ecc., ed un altro capitoletto al f. 84a: Or staxea la uergem madona sancta maria inter unna caxa in Ierusalem...

Per la correzione dei passi evidentemente errati, io ho tenuto a riscontro della traduzione genovese il testo catalano del cod. Laur. Red. 149, già studiato dal Suchier (R)4.


Dixe in lo libero de Genexis, che in lo comensamento de lo mondo crea5 Dee lo cel e la terra. E la terra era uoa e tute lo mondo era tenebrozo e lo spiricto de Dee andana soure le aigoe. E era tuto lo mondo como unna pilota reonda, chi fosse fayta de monte cosse, cossi como de puci e de pree e de fogo, chi fosse possaa in unna conca de aigoa. E cotale era tuto lo mondo. Disse lo nostro segnor Dee: "Sea fayta la luxe.„ E quando la luxe fo fayta, fom li Angeli creai. E ui Dee che la luxe era bonna e desparti la luxe da le tenebre e apela la luxe [p. 39 modifica]di e le tenebre nocte. E cossi fo conpia l’ouera e li comensamenti de lo primo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo segondo iorno: “Sea fayto fermamento in mezo de le aigoe, chi partissa l’unna da l’aotra.” E cossi fo fayto e fe lo nostro segnor Dee firmamento e possa le aigoe, chi eram soura lo firmamento, de sota, e apella lo nostro segnor Dee quello firmamento cel. E cossi fo faita l'onera de quello segondo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo terso iorno: “Seam amasay 6 le aigoe, chi stam sote lo firmamento, in um logo e apaira secha7.” E fo fayto cossi, e apella Dee quella secha terra e lo amassamento de le aigoe apella lo mar. E ui lo nostro segnor Dee che tuto era bom e disse: “Inzrnere la terra erba e erbori chi fassam fructo, segondo lo lor linaio.” E ui lo nostro segnor Dee che tuto so era bom, e cossi fo compia l’ouera de lo terso iorno. Disse lo segnor Dee lo quarto iorno: “Seam faite luminarie in lo firmamento de lo cel, chi partissam lo iorno da la nocte e seam in segnal de lo di e de lo tempo e de l’ano, e si resplendem in lo firmamento de lo cel e aluminem la terra.” E fo faito cossi, e fe lo nostro segnor Dee doi gramdi8 luminarij, e lo maor chi segnorezasse lo di, e questo si e lo sol, e lo menor segnorezasse la noite, e questa si e la lunna, e tute le stele, e misele lo segnor Dee in lo firmamento de lo cel e che elle aluminassem la terra e che elle segnorezassem lo di e la nocte, e departi9 lo di da le tenebre. E ui Dee che tuto era bom e cossi fo compia l’ouera de lo quarto iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo quinto iorno: “Congregemo pessi in le aigoe e tuti uiuam, e li oxelli in le ayre.” E crea lo nostro segnor Dee pessi graindi e ballenne e de atre generacioim, e aotressi li oxelli uiuessem in le aire segondo lor linaio. E ui lo nostro segnor Dee che era bom e benixilli e disse: “Cressi e multiplicai e impij le aigoe de lo mar” [1b] e semegieiuementi [disse] a li oxelli che elli cresessem e multiplicassem soure la terra. E cossi fo compio l’ouera de lo quinto iorno. Disse lo nostro segnor Dee in lo sesto10 giorno: “Norige la terra cosse uiue, bestie e tuti animai chi uagam soure la terra, piascunna de soa figura.” E fo faito cossi. E ui lo nostro segnor Dee che so era bom e disse: “Fassemo l’omo ala ymagem e similitudem nostra, chi segnoreze le bestie de la terra e tuti li animai chi seam soure la terra.” E bem sauemo noi che in quello tempo Dee no auea figura de homo, ma ello profecta de si mesmo chi deuea esser [in] figura de homo11, quando ello disse: “fassemo l’omo a la ymagem e similitudem nostra.” Ma per so tuti li Zue e li pagaim no uossem in so crer. E forma lo nostro segnor Dee l’omo de lo pu uil alimento, so fo de terra, e no de la pu formaa terra, anci lo fe de la pu uil, e so fo per lo trauaiamento de lo diauo, e crealo perche ello deuesse goardar quella sancta gloria, che lo diauo auea perdua per lo so orgoio. E quando ello l’aue creao, si misse in ello spiricto de uita e possallo in lo pareyso teresto; e felli uegnir uolentay de dormir e trasselli unna costa de lo costao, e de quella costa forma Dee la femena. E mentre che ello dormia, fo montao in cel e ui in spiricto tuti quelli chi deueam insir de ello. E quando ello fo dessao, profetiza e disse: “Queste osse e queste carne si sum de le mee.” E poa disse lo nostro segnor Dee a Adam e a Eua soa moier: “Ueue che e ue dago a uoi atri tuti li aotri arbori, chi fam fructo soure la terra e semenza12; e si ue dago la segnoria de tuti li animai e de tuti li oxelli, in li quai e o possao spiricto de [p. 40 modifica]uita, che uoi abiai che maniar e che uiue.” E ui lo nostro segnor Dee che tute le cosse che ello auea faito eram tute bonne, e cossi fo compia l’ouera de lo sexem iorno. Or auei odio como lo nostro segnor lo prumer iorno fe la sustancia de lo iorno, soe la luxe, e tute spirictuai creature; lo segondo iorno fe lo cel per che le spirictuai creature gi habitassem, e im li aotri trei iornj fe lo segnor nostro le cosse chi sum emtro li alimenti: im lo prume de quelli trei fe temperalitai de lo iorno, soe lo sol e la lunna, e im lo segondo fe li pessi, e im lo terso iorno fe le bestie e l’omo, e possallo in lo pu fermo alimento chi sea, [çoe] in la terra, [e] allogallo im lo pareyzo terresto. E se [2a] Adam no avesse peccao, auerea inzenerao l’omo sensa peccao e sensa luxuria carnal; e la femena auerea inzenerao in quella maynera e sensa dolor auerea partuio, e seream staiti sensa boxie. E im pareyzo terresto De auea possao erbori, che quando elli ne auesse[m] mangiao, zamai no aueream auuo see ni fame, e um aotro erboro, che quando elli ne auessem mangiao, zamai no aueream auuo see, e lo terso erbo13, che zamai nisum no li auerea possuo noxer. E a la per fim manieream de lo erboro de uita, e da poa auanti zamai no seream staiti uegi ni no seream staiti maroti. E como aora la generacium passa e more, seream staiti in lo tempo de trenta agni receuui in la pu ata gloria, zoe im lo pareizo celestiar, e zamai no aueream cessao de far cossi, tam fim che no fosse compio lo nomero de li angeli chi cheitem de cel. E fo cossi creao l’omo per compir quelli logi de li angeli.

Or stagando Adam in lo pareizo terresto, disse lo nostro segnor a Adam e a soa moier Eua: “E ue dago parola che de tuti li erbori chi sum in lo pareyzo, che uoi ne possai mangiar14 e uzar a tuta uostra uoluntay, saluo quello15 in lo quar e la sciencia de lo bem e de lo mar.” E si ge mostra l’erboro.“ E qual hora uoi ne mangerei, uoi morrei per morte.” E lo diano chi fo de quello pareizo butao, de so aue inuidia, e pensa como ello lo porrea inganar; perso che ello sauea che lo linaio de l’omo deuea montar im cel, soe in la sancta gloria, donde ello e caito per la soa superbia. E pensa in che moo ello lo poesse inganar, aso che l’omo perdesse lo hereditagio de quella sancta gloria. E lo tentaor preize forma de serpente e ze ala moier de Adam Eua e si ge disse: “Per che u’a comandao lo nostro Segnor che uoi no maniai de l’erboro de scientia de bem e de mar?” E ella respoze: “Perso che noi no moriamo.” E ello ge disse: “Creiuoi morir 16? Anti serei uoi semeianti ali dee, chi sam lo bem e lo mar. E per atro no ue a ello deueao, se no che ello no uol che uoi sapiai tanto como ello sa.” E de so menti lo diano, chi may no disse ueritai; unde per la soa boxia fe tanto, che Adam mangia de lo fructo e sape bem e mar. Possa che Adam aue mangiao quello fructo, [2b] vi che auanti che ello auesse peccao si auea lo bem de sciencia17 e possa che ello aue peccao sape lo mar, per che ello crete ala parola de lo diauo. E cossi Eua preize de lo fructo e si ne mania e si ne de a so mario. Ello ne mangia per amor de quella, e de presente, come elli ne auem mangiao, elli fom aceixi de lo fogo de la luxuria e fo nao inter quelli um peccao, lo quar cresse inter noi tuto tempo, e fom le lor annime morte, perso che quelli chi peccam le lor annime sum morte e iaxem sote terra, cossi como lo corpo morto. Ma per penitencia l’annima resussita da morte a uita, cossi como resusitera lo corpo nostro per la uoluntai de Dee alo di de lo zuixio.

Coci incomensa le sete peccay, chi nassem per lo bocon che Adam mangia. [p. 41 modifica]Adam fe um peccao mortal, chi tuto lo mondo impij de sete peccae mortae, in lo quar fo imbocao18 tuto lo so linaio. Lo primo peccao fo superbia, quando ello uosse [esse] ingoar alo nostro segnor Dee e uosse esse soure tute le atre gente19: imperso fu posto pu basso cha nisum aotro. E de quello peccao dixe lo libero de Salamon, che non e dauanti da Dee20 chi exalte lo so cor per peccao de superbia. Lo segondo peccao fo dezobediencia, quamdo ello passa lo comandamento de lo nostro segnor Dee, e per so perde tute le cosse chi li eram recomisse, e poi che ello pecca si ge fo[m] de presente dezobediente. Lo terzo peccao fo auaricia, che ello daxea men che ello no deuea dar21, e per quello pecca e perde per gram drito tute le cosse, le quai li fom donai. E de questo peccao dixe lo apostoro messer sam Poro, che l'auaricia si e seruitudem de le ydole. Lo quarto peccao fo sacrilegio, quando ello preize la cossa la quar li era deuea de lo logo sagrao; e de questo peccao dixe lo profeta: “Chi defora mostrerà santitay22, de esser cassao fora de lo pareizo.” Lo quinto peccao fo de la gora, che per um bocom passa lo comandamento de lo so segnor. Lo sexem peccao fo fornicaciom, per so che l’annima de Adam fo e era aiustra a Dee e ello l’aiustra23 a lo diauo, unde perso ello mori per colpa e per penna[*]; e in so ello comisse auolterio com um stranger e perde l’amistansa de la ueritay24, e de quello peccao [*] fo omicida, che si mesmo cum tuto lo so linaio misse a morte. E de questo peccao dixe [3a] Moisses profecta: “Quello chi ocira, sera morto in corpo e in annima.”


II. Coci se cointa so che lo nostro segnor disse a Adam.

Incontenente che Adam aue peccao, uegne lo nostro segnor Dee e si li disse: “Adam, tu ai peccao, che tu ai falio lo me comandamento e ai faito a seno de la toa moier. E in perso auerai penna cum tuto lo to linaio e cresserai de iorno in iorno, e con suor e con faiga mangierai lo to pam, e quando tu lauorerai la terra lo di, ella no te25 dara so fructo, e a uiner auerai grande travagio e cressera tuto iorno lo affano in lo to linaio.” E poa disse lo Segnor a Eua: “Imperso che tu obedisti a lo diauo e conseiasti a26 to mario che ello passasse lo me comandamento, e tu apartuirai li toi figi cum dolor e lo dolor multiplichera per tuto tempo in lo to linaio.” E imperso lo nostro Segnor disse a Eua: “tu apartuirai li toi figioi cum dolor”, possamo noi intende che se ella no auesse peccao, ella auerea infantao con alegressa e senza penna. Possa se zira lo nostro segnor Dee in uer lo serpente e si ge disse: “Imperso che tu inganasti [la donna]27 e la feisti peccar per passar lo me comandamento, tu serai mareito ti e tuta la toa semensa e si tirerai tuto tempo lo peto per terra; e si metero inimistai inter lo to linaio e lo linaio de la femena, e tuto tempo goarderai alo pee de lo so linaio e guarderai a la toa testa28.” E imperso che lo nostro segnor Dee disse alo serpente, che ello anderea per terra strassinandose lo pecto, possamo noi intender che ello auea pee, auanti che Dee lo marixisse. [p. 42 modifica]E faite queste cosse, lo segnor Dee descassa Adam e Eua fora de lo pareyzo teresto. E quando ello ne l’aue zitao, si ge disse lo nostro segnor Dee, che ello uerea tempo che ello li manderea lo orio de la misericordia. Quando Adam fo butao fora de lo pareiso teresto, si se ne ze in la valle de Ebronzo.


III. Coci se cointa quando Adam fo zitao fora de lo pareizo teresto e como ze in Ebron.

Quando Adam fo in la ualle de Ebron, comensa a uiuer de lo so affano e suor e aue doi figi, so fo Abel e Chaim. E per raxon de lo sacrificio de le bestie, ello inuea29 [3b] Caim in uer Abel, per so che Abel offeriua de le meior bestie che ello auea, e Chaim, chi lauoraua la terra, e offeriua de le pu finne [frute] che ello auesse ni recoiesse. Ma per so che Dee goarda a la offerta de Abel e a quella de Caim no uosse goarda, si ne aue Cain dolor e ocisse so frai Abel. E dapoa che ello l’aue morto, disse lo nostro segnor Dee a Caim: “ Dime, unde el e to frae Abel?” Respoze Caim: “Segnor, za no son e goardiam de me frae. ” E lantora disse lo nostro segnor Dee: “La voxe de lo sangue de to frae, che tu ai spainto su la terra, si a criao a mi, ma li daro ueniansa, quanto30 a mie”. Per quello dolor de Abel pianze Adam cento agni e in quelli cento agni no uolse andar ape de soa moier, perso che lo nostro segnor De no uoleiua nasse de la maruaxe semensa de Caim. E quando Adam aue sete cento trenta e doi agni, si uegne l’angero e comandagi che ello deuesse uzar cum soa moie. E lantora ello aue um fijo, alo quar ello posse nome Seth. E questo Seth fo in logo de Abel, e de lo linaio de questo Seth nasce la nostra dona31 sancta Maria, de la qual nasce lo nostro segnor messe Iesu Criste. Quando Seth aue cento agni, Adam era32 uegio e recreseagi la uita. E um iorno ello era monto stanco, che ello auea derochao monti erbori, e butasse cum lo pecto sum unna iapa e comensa a pianze e pensa in li graindi mai che ello veiua nasce in lo mondo, e cognoscea beni che tuto so era per lo so peccao. E piama lo so fijo Seth, lo qua li fo de prezente dauanti, e disseli: “Vatene alo pareiso, alo angelo cherubim chi e li e goarda l’intra de lo pareiso e33 l’erboro de uita, e a in man unna spa de fogo. E quella goardia fo faita, da poa che toa maire e mi fomo cassai defora de lo pareizo per li nostri peccai.” E Seteh respoze a so paire: “Mostrame la uia, unde e debia andar a lo pareizo, e so34 che dom dir alo angelo cherubim. ” E Adam li disse: “Per questa via, auerta dale35 peanne chi fom de li me pee e de36 toa maire, chi sum seche e marce, tanto fo grande lo nostro peccao, fo[mo] zitai37 de lo pareizo, e lli38 unde noi scarchizamo com li nostri pee, mai possa no ge nasce erba zamai. Per quelle peanne tu anderai in lo pareiso, e dirai alo angelo cherubim che me incresse de uiuer e che ello me mande de l'orio de la misericordia, che lo me segnor [4a] Dee me impromisse, quando ello me cassa de lo pareiso.” Quando Seth aue inteizo lo comandamento de lo paire so, ello comensa de andar, e quando ello fo alla fim alo cauo de la ualle, si trova le peanne de so paire e de soa maire, le quai eram seche e marce, como so paire li auea dicto, e fo spaventao de lo splendor chi insiua fora de lo pareizo. E acostasse a lo angelo cherubim. E l’angero [p. 43 modifica]uegne; si li disse: “Che demandi-tu? ” E Seth gi respoze: “A me paire Adam incresse de uiue; si me [manda] a ti a pregarte che tu gi mandi de l’orio de la misericordia, che lo nostro scgnor De li impromisse, quando ello lo buta fora de lo pareizo.” E l'angero ge disse: “Meti la testa dentro e goarda bem so che tu ueirai.” E Seth fo ala porta de lo pareizo, como lo angero li auea dicto, e misse la testa dentro e goarda, e ui in mezo de lo pareizo unna fontanna grande, de la quar insiua quatro fiumi, chi sum principai, ali quai noi digamo per nome, alo primo Giom, al’atro Cum39, al’atro Trigus, l’aotro Auffratres, e quelli quatro fiumi am impio tuta la terra de aigoa. E aprouo de quella fontanna era um erboro monto grande e monto pim de rami e no auea foie ni scorsa. E Seth goarda a quello erboro e disse infra si mesmo, che questo erboro era cosi scorsao per lo peccao de so paire e soa maire, e cognosce le lor penne. E poa se ne torna al’angero e disseli tuto so che ello auea visto. E l’angero li disse che ello tornasse un’atra fia fim ala porta. E misse dentro la testa, como ello auea faito dauanti, e ui che quello erboro tocaua de la cima40 fim a lo cel, e in la cima de l’erboro ui star um fantim, chi parea chi pianzesse. E Seth asbasa li ogi e so fe per l’erboro, e aue uergogna, e [ui] le rame41 de l’erboro chi pertusauam la terra e tocauam dentro da l’inferno, e cognosse l’annima de so frai Abel. E poa torna al’angero Cherubim e cointagi so che ello auea uisto. E l'angero gi disse: “Ai tu uisto quello fantim? Quello si e lo fijor de Dee, chi pianze lo peccao de to payre e de toa mayre, e ello lo de destruer quando sera tempo. E quello si [e] l’orio de la misericordia, che lo nostro segnor Dee promisse a to paire, quando ello lo buta fora de lo pareizo.” E quando Seth se ne uosse andar, l’angero li de tree granne de la semensa de quello erboro e de lo fruito, lo quar auea mangiao so paire, e disseli: “Quando tu serai a to payre, [4b] a lo terso iorno, che tu lo sotererai, metige queste tre granne inter la bocha, sote la lengoa.” E Seth se ne torna a so paire cum queste tree granne e cointagi tuto so che l'angero li auea dito. E quando Adam aue odio che ello deuea morir, si fo monto alegro e incomensa a rier, chi in tuto lo tempo de la soa uita zamai no auea rizo, e leua le maim a cel e disse: “Segnor Dee, prendi l’annima mea, se ello ue piaxe, che e sum asai viscuo.” E a cauo de trei iorni Adam mori e Seth so fijo ge misse quelle tree granne sote la lengoa, como l'angero li auea comandao, e poa lo sepeli. E a cauo de pocho tempo quelle tree granne nassem e fe[m] tre uerge, le quai auea piascunna um braso42 de longessa, e de quelle uerge l’unna era de cedro e l’atra cipresso e l’atra palma, e significauam lo paire lo fijo e lo spiricto sancto. Lo cedro e lo pu aoto erboro chi sea, e quello significa lo payre; lo cipresso e lo pu oritozo erboro chi sea e lo pu spesso de rami, e quello significa lo fijo; la palma chi e spesa de fogia e fa lo fruto doce, significa lo spiricto sancto. E stetem quelle tree rame in la bocha de Adam tam fim alo tempo de Noe. Aora auei odio como mori Adam, e de poi ello romaze Seth so fijo maor in la generacium.

IV. Cocì comensa le43 generacium de Seth, le quae fom noue. — La primera etae.

Seth aue um so fijo, lo quar auea nome Enos, e fo la uita de Seth octo cento e trenta e doi agni. Enos aue um fijo, lo qua aue nome Malasel, e fo la uita de Enos octo cento e cinque agni. Mallasel aue um fijo chi aue nome Cainna, e fo [p. 44 modifica]la uita de Mallasel mille agni. Chainna aue um fijo lo qua aue nome Jarech, e fo la uita de Chainna octo cento agni. Jarech aue um fijo chi aue nome Enoch, e fo la uita [de] Jarech octo cento e quaranta e doi agni. Enoch aue um fijo chi aue nome Matusalem, e quando Enoch aue trexenti sisanta e cinque agni, si lo leua lo nostro segnor Dee e missello in lo pareizo terresto. Matusalem aue um fijo chi aue nome Lamech, e fo la uita de Matusalem noue cento e uinti doi agni. E cossi fo compia la prumera generaciom, la quar aue generacium noue.


[f. 5a] V. Como lo nostro segnor Dee comanda a Nohe che ello feisse l'archa. E incomensa la segonda etae.

Quando Noe aue cinque cento agni, inzenera trei figi, Sem Chaim e Iffech. E in quello tempo eram cressui monti mai in lo mondo, tanto che lo nostro segnor Dee disse, che ello era pentio che ello auesse faito lo omo im lo mondo. E disse a Nohe: “E uoio abissar tuto lo mondo e destruer tuti quelli chi uiuem soure la terra; ma ti solo uoio salua, che te porto grande amor per so che solo e te o trouao iusto in questa generacium. Unde e te comando che tu faci unna archa de bom legname, chi sea bem acetaa44 e bem inuernisa dentro e deffora, e sea de questa grandessa, per longessa goa trexenti e per largessa goa sisanta. E farai in questa monti sorai e monte camere e intreraige ti e toa moier con trei toi figi e con soe moier dentro, che solamenti ti e lor o trouai iusti soure la terra, e meteraige dentro de tuti animai, cossi de bestie como de animai45 e oxeli, in li quai e spiricto de uita; de piascum um par, masiho e femena, aso che ello ne romagna semensa, imperso che tuti li atri morram per le aigoe de lo deluuio.” E lantora Noe misse mam a l’arca. E quando ella fo liura de far, segondo che Dee li auea comandao, ello se ge recogie dentro com soa moier e com soi figioi e com le lor moier e com tuti li animai. E quando ello gi fo dentro bem serrao, lo nostro segnor Dee auri tute le fontanne de abisso e pioue quaranta di e quaranta nocte, per si grande forsa, che tuto lo mondo fo pim de aigoa, in guiza che ella monta soure lo mondo quaranta goa e soure le montagne chi eram in terra. E l’arca andana soure le aigoe como unna naue. E quando le aigoe sessam, l’archa romaze in Erminia, soure unna grande montagna, chi e ata pu cha nisunna aotra che homo sapia. E quando Noe aue cognosuo che monti iorni era che l’arca era staita ferma, ello auri unna de le fenestre de l’archa e goarda, e ui che ello era in logo aoto e ui che la terra era couerta de aigoa ancora. E manda um corvo deffora, lo quar troua la terra tuta couerta de carne morta e ma[n]gia e no aue cura de torna anche46. E quando Noe vi che lo coruo no tornana, l’atro iorno manda unna columba, la qual trona a ello a l’ora de uespo e adusse in becho unna rama de oliua uerde [5b]. E quando Noe la ui, si regracia Dee de quelle marauegie. E poa stete trei iorni e in cauo de trei iorni manda la columba unna atra fia, e torna a ello de presente e uolaua in ato e no uosse intrar dentro, per dar a intende a Noe che asai trouaua da mangiar. Alaora pensa Noe che bem poiua insir fora de l’archa e cassa fora tuti li animai e tuti li oxelli, chi eram in l’archa. E alaora incomensa a [p. 45 modifica]multiplicar cum li soi figioi, che ello impij tuto lo mondo de gente; unde per questa maynera lo nostro segnor Dee recouera lo linagio de la humanna generacium, chi era perduo per lo diluuio. E cossi incomensa la segonda etae.


VI. De la generaciuin de Noe.


Possa che Noe insi fora de l’archa e aue compio se cento agni, inzenera um fijo forte, lo qua auea nome Gerico; e questo Ierico fo grande homo como um zagante. E odi parlar de lo logo, unde iaxea lo nostro paere Adam soterao, e ze in la uale de Ebron; e quando fo in la ualle unde era Adam, ello ui quelli trei rami che uoi auei odio dir sa derer, chi nassem in la bocha de Adam, e preizeli e pozeli inter lo deserto e alarga l’um da l’atro. Ma per la uoluntay de Dee e per quella cossa chi deuea uegnir47, questi48 trei rami s’acostan tuti in um logo e fem de tuti questi treci rami um grande erboro, e no aue inter l’erboro arcum partimento, saluo de le fogie, chi eram de cedro e de cipresso e de parma. E stete quello erboro in quello logo tam fim alo tempo de Moisses. Or de soura auei odio como Noe compi se cento agni [prima] che uegnisse lo diluuio, e apresso uiue trexenti cinquanta agni, e fo la uita de Noe noue cento e cinquanta agni. E mori Noe e romaze so fijo Sem maor in la generacium. Sem aue un fijo chi aue nome Alchisacam, e fo la vita de Sem agni se cento. Alchisacam aue um fijo chi aue nome Salac, e fo la uita de Alchisacam agni trexenti noranta e oto agni. Salac aue um fijo chi aue nome Abel, e fo la uita de Salac trexenti agni. Abel aue um fijo chi aue nome Sallog, e fo la uita de Abel trexenti agni. Sallog aue um fijo chi aue nome Nachor, e fo la uita de Sallog duxenti e trenta e octo agni. Nachor aue um fijo chi aue nome Tarech, e fo la uita de Nachor49 [f. 6a] duxenti e quaranta e octo agni.


VII. Coci contem como Tarech fe unna monea, de la quar fom li trenta dinai, per li quai fo uenduo lo nostro segnor messer Jesu Criste.

Questo Tarech fe unna monea monto grande, per lo comandamento de Brioro50 rei de Babilonia; e questo Brioro acata de quella monea trenta dinai per so nome. E per quelli trenta dinai fo uenduo Josep ali Egispiain, cossi como voi odirei de chi auanti. E quando la renna Sibillia uegne de Oriente in Jerusalem per odir lo seno de Salamon, intra in lo tempio per orar e offeri quelli trenta dinai. E alaora ui lo fusto de la croxe e profetiza como uoi odire apresso. E quando51 Nabuc-de-nossor deroba lo tempio de Jerusalem, si leua questi trenta dinai, e quelli fom possa daiti a um rei de Sabaem per sodo. E quando lo nostro segnor Dee messe Ihesu Criste nasce in Bethelem de la uergem glorioza madona Sancta Maria, li trei rei chi la uegnem a orar e offerim quelli trenta dinai, como voi odirei in la istoria de li trei rei de Sabaem. E quando la nostra dona fuzi de Bethelem in Egipto, questi trenta dinai li caitem a la riua de um fiume cum atre cosse, lo quar fiume auea nome Nilo, e trouali um pastor de Ermenia. Quello pastor sauea de astrologia e cognosse per l’arte de astrologia la uirtue de quelle quatro cosse e goardale monto bem e no le mostra a alcum, tam fim che lo nostro segnor messe Jhesu Criste no pricha im lo tempio. Alaor lo pasto se ge acosta a lao e si ge de queste quatro cosse, le quai fom soe. E [p. 46 modifica]messer Jhesu Criste le cognosce monto bem, e uestisse la camixia, e per tuto che la camixia fosse pissena, la qual li uegne da cel la nocte che ello nasce de la uergem Maria, e quando ello la uestia ella si fo sì grande, como li faxea meste. E quando fo la zobia sancta, Juda uende messe Jhesu Criste per quelli trenta dinai; li quinze fom daiti a Centurio e ali soi uassali, chi goardam [6b] lo morimento de messer Jhesu Criste, e li aotri quinze fom daiti per um campo, como uoi odirei in la passiom de lo nostro Segnor. E de li auanti no fo nissum chi sauesse de che metalo eram queli dinai. E alcum dissem e pensam che elli fossem de argento, inperso che li Euangelista li apellam de argento, ma perso era che in quello tempo tuto lo metallo era apellao argento; cosi como [aora]52 per questo nome, metallo. Ma quelli dinai no eram se no d’oro. Uoi auei odio como Tarech fe quelli dinai, chi fo paire de Abram, e per quainte main elli passam; e aora torneremo ale generacioim.


VIII. Coci comensa la tersa etae.

Tarech aue un fijo chi aue nome Abram. E questo Tarech adoraua le ydole e era sacerdoto e seruiua in lo tempio, unde eram monte idole. Ma a Abram agreuaua monto quella uita che faxeiua so payre. E auegne um iorno che Tarech andaua alo bosco e lassa la iaue de lo tempio a so fijo Abram e comandalo che ello inluminase le lampe de lo tempio. E quando lo paire ne fo andao, Abram intra dentro de lo tempio cum unna manaira in man, e li era asai idole, inter le quae ne era unna chi era maor de tute le atre. E Abram si le taia tute cum la picossa, a l’unna taia lo braso, a l’aotra la testa e a l’aotra la gamba, in tar guissa che no li romaze arcunna chi no auesse taiao quarche cossa. E quando ello le aue cossi tagiae, si anda a quella chi era la maor de tute le aotre, e degi tree ferie de la picossa in la fassa, ma no ge taia arcum menbro a deliuro, e possa li apeize la picossa alo collo e insi fora de lo tempio. E quando so paire fo uegnuo, si ge disse: “Illuminasti tu le lampe de lo tempio?” E Abram disse: “Paire, no, che no li ossai intrai, e si creao che li toi dee seam ree cosse e si creao che elli abiam auuo inseme quarche breiga, che elli am faito si grande bruda inseme, che e ne sum morto de poira.” E Tarech ze alo tempio cum Abram, chi li ze derre, e quando ello fo intrao in lo tempio, si troua tute le idole despesae e fo forte menti spauentao. E Abram li disse: “Che e so, che tuti questi toi dee sum cossi taiai? Per auentura quello dee maor a auuo desdegno che tu ori quelli atri dee. Unde e no creao che nisum debia orar se no [7a] un solo dee.” E so paire Tarech de so aue grande desdegno e no li uolse responde. Visque Tarech setanta agni e possa mori, e alaora fo compia la segonda etae e comensa la tersa etae, in la quar uiue Abram.


IX. Como Abram aue um fijo de la soa sihaua, chi aue nome Issmael.

Quando Abram aue compio setanta agni, ello aue um fijo chi aue nome Ismael, de unna soa sihaua, chi auea nome Agal, de la quar uegne lo linaio de li Saraxim. E auelo como e ue lo diro. Abram si era uegio e no poeiua auei fijoi alcum de soa moier, chi auea nome Sarra. E Sarra li disse: “ Poa che la mea uentura e tanto forte, che Dee no me uor dar arcum fijor, abine de la nostra sihaua.” Quando la sihaua53 fo ingrauea de so segnor, si se insuperbi e no [p. 47 modifica]uolea far li comandamenti de soa dona, auanti se contrastaua cum ella; perche la dona se ira e cassala fora de caza. E Agar ze aprouo de unna fontanna e li se aseta e comensa a pianzer. E l’angero li aparse e li disse: “Agar, che fai tu coci e perche pianzi tu?” Ella respoze: “Imperso che mea dona si m’a feria e si m’a cassa fora de caza.” E ll’angero respoze: “Tornatene a caza de toa dona e seruila bem de chi auanti e no fossi dezobediente ali soi comandamenti. E goarda bem che tu si e grauea e apartuire fijo chi auera nome Ismael, e quello sera homo monto fero, e le main de tuti li homi seram contra le e soe main contra tuti.” E lo angelo poa se parti da ella, e Agar se ne torna a caza de soa dona e fogi obediente54 . E cossi Abram aue um fijo de la soa sihaua. E poa Sarra per la gracia de Dee mua uentura e ingraueasse e aue um fijo chi aue nome Issach. E quando Abram aue noranta e noue agni, circoncixe si e tuti li soi fijoi e tuta la soa masna. E ['n] quello tempo faxease tanto mar in lo mondo, che no era alcum homo chi cognosesse Dee. E Abram goarda e cognosce che no era alcum Dee, se no quello lo quar auea creao tute le cosse de questo mondo. E quando lo nostro segnor Dee aue uisto lo bom pensamento de Abram, si li manda la soa gracia, como uoi odirei coci apresso.


X. Como l’angero comanda Abram che ello feisse sacrificio de so fijo Isach.

Quando Abram aue cento agni, si aue doi figi55 de soa moier [7b] l’um, qu’elli aue nome Issac, e lantora aue Sarra noranta agni. E quando ella aue compio cento agni, si mori im Ebrum e lassa la terra a Abram in lo cauo de abria56. E lo nostro segnor ui lo bom cor de Abram e si lo uosse proar e si li disse: “Abram Abram.” Ello respoze: “E sum coci.” Disse lo nostro segnor Dee: “Prendi lo to fijo Issach, che tu ami, e fane sacrificio a mi sum um monte che e te mostrero.” E leuasse Abram de nocte e insela so azem e preize lo so fijo Issach e doi seruenti e zesene su lo monte, chi l’auea comandao57 e mostrao lo nostro Segnor. In quello tempo era costume che se faxea sacrificio a Dee de le bestie, e ociualem sum um pozo monto aoto e bruxaua[n]le in quello monte, a so che lo fumo montasse a lo nostro segnor Dee. Or quando Abram fo sum lo monte cum so fijo Issac, disse alaora ali soi seruenti: “Aspeiteme coci, mi e me fijo anderemo un pocho auanti, e poa torneremo a uoi, quando e auero faita la mea oracium.” Alaora se parti Abram e preize so fijo, e quando ello fo loitano da li aotri fantim disse Issac a so paire: “Echa le legne e lo fogo: unde e lo sacrificio?” Respoze Abram: “Fijor, lo nostro segnor Dee proueira de la offerta e de lo sacrificio.” Possa Abram fe um otar de terra e aceize su lo fogo, e preize so fijo e ligallo e misselo sum lo fasso de le legne e preizelo per li caueli: si lo uolea ocier, tegnando lo brasso leuao cum lo cotello in man. E l’angero da cel cria a grande uoxe: “Abram, Abram, no tochar lo fantim, che lo nostro segnor Dee a cognosua la toa fe e a uista la toa uoluntai e lo to cor, che tu no pianzeiui lo to fijo ni ge uoleiui perdonar de ocirlo, per amor de Dee.” Abram leua la testa e ui um montom inter um spineao, chi staua apeizo per le corne, e Abram si lo preize e de quello fe sacrificio a Dee, in lo logo de so fijo Issac. E quello logo apella de li auanti lo nostro segnor Dee Uc. E lantora disse lo angero: “Abram, lo nostro segnor Dee dixe: imperso che tu ai obeia la mea [p. 48 modifica]parola, zuro per mi mesmo che e multiplichero lo to linaio, si como le stelle de lo cel e como la arenna de lo mar; e lo to linaio possera58 le porte de li toi inimixi e li lor logi.” Tornasene Abram e so fijo a li aotri fantim e zensene a caza. E possa mori Abram e soteralo Issac so fijo in quella ualle, unde era soterra Sara, e romaze Issac, chi auea trenta e cinque agni, quando so paire mori. Issac aue unna moier chi auea nome Rebecha, e era sor de um chi auea nome Labam. [8a] E quando Issac aue noranta agni, si aue doi figi de soa moier Rebecha, li quai nassem a um parto; lo maor auea nome Exau e lo segondo auea nome Jacob.


XI. Como Issac de la benissium a Jacob, in cambio de Exau so frai.

Dixe in lo libero de Genexis, che in quello tempo disse Rebeca a so fijo Jacob: “E o odio to59 paire, chi a dito a to frai Exau: pija lo to ercho e ua a cassar, e de quella cassa che tu pigerai apareiemela, che e uogio maniar e poa benixirte, auanti che e mora.” E Rebeca per lo amor che ella auea in Jacob, uoleiua far in guiza che ello auesse la benissium, e disse: “Fa, fijo, so che e te diro. Ua de presente a lo stabio e pija doi de li meioi creueaoi e de li maoi chi ge seam, e si li apareiero tosto e li porterai tosto a to paire a maniar, e si te benixira auanti che ello mora.” Respoze Jacob: “Maire, como se poreiua so far, che me frai si e tuto perozo e mi sum tuto liuio, sensa pei e sensa cauelli? E se per auentura me paire me cognosesse, e temo che ello no me deisse la soa marixom, in cambio de la benissium.” Disse la mayre: “No temi, fijor, lassa questa cossa soure de mie, fa pur so che e te o comandao.” Jacob se ne ze ale bestie e adusse doi craueaoi, e Rebecha li apareia como ella meio sauea, che pur piaxessem a Issac so mario, e preixe la pelle de li craueaoi e si ne fassa lo collo e le main de Jacob e uestige le robe de Exau, chi eram monto nober e bonne. Jacob ze a so paire e disseli: “Paire me, leuate su e mangia de la mea cassa e benixime, auanti che tu mori.” E Issac, chi era tanto uegio che ello no ueiua quasi niente ni60 cognoscea archum per uista, inteize che quella no era la uoxe de Exau. Dotasse e disse: “Chi e tu?” E Jacob disse: “E sum lo primo fijor to Exau e o faito zo che tu me comandasti.” Disse Issac: “Como po esser che tu abij si tosto troua la cassa e che tu sei tornao si tosto?” Disse Jacob: “Ello e stao la uoluntae de Dee, che o si tosto trouao so che uoleiua.” Disse Issac: “Acostate a mi, fijo me, che e te uoio tocar, se tu e lo me prime fijor Exau.” E Jacob se accosta a ello e troualo perozo su lo collo e su le maim. Disse Issac: “Le maim e lo collo sum de Exau, ma la uoxe si e de Iacob.” Alaor li disse che [8b] ello li deisse a maniar, e quando ello aue mangiao61 si demanda a beiuer. E quando ello aue maniao e beuuo si ge disse: “Fijor, acostate a mi e si me baxa. ” E Iacob se acosta a ello e si lo baxaua. Senti Issac lo odor de la roba de Exau e disse: “Cossi me uem de le robe de mee fijo, como uem de lo odor de lo prao fresco, lo quar a benixio lo nostro segnor Dee.” E disse: “Dee te dea de la roza de lo cel e de la grassura de la terra e abundancia. Sei segnor de li toi frai e se inzenogem dauanti da ti li fijoi de la toa maire, e chi te marixira sea mareito e chi te benixira sea beneito e pim de benissioim.” E poa se ne ze a caza e insi defora Jacob, quando ello aue receuua [p. 49 modifica]la benixium. E intanto uegne Exau e adusse la uianda, che ello auea apareiao in caza soa, e intra a so paire e si ge disse: “Paere, leuate su e si mania de la cassa che o preiza, como tu me comandasti, e benixime auanti che tu mori.„ Disse Issac: “Chi e tu?„ Respoze Exau: “E sum lo to prumer fijo Exau e sum staito in caza e si o faito so che tu me comandasti.„ E quando Issac inteize so, fo tuto spauentao e maraueiase monto como poeiua esser quella semeiansa o disse: “Chi me adusse a maniar, auanti che tu uegnisi, e si me disse che ello era Exau e si ne maniae de quella uianda, che ello me adusse, e si lo benixi e sera beneito?„ Dixe Exau: “Pregote, paire, che tu me binixi.„ Disse Issac: “E no te posso benixi, che to frai m’e uegnuo monto inganorozamenti e si t’a leua la toa benixum.„ Disse Exau: “Per certo drito e apelao lo so nome Iacob, chi za me a inganao aotra fia, quando ello acata lo nome de lo me primo genito; e aora me a inganao e inuorao la mea benixum.„ Questa fo la conpera che Iacob de a Exau62, so fo de lo primo genito. Che Exau uegniua da lauora da lo campo e era monto stanco e auea grande fame; e Iacob staua a caza e apareiaua a maniar e coxinaua lentigie. E Exau disse: “Frae, dame quarche cossa che e manie, che e o grande fame.„ Disse Iacob: “E no o niente che e te possa dar.„ Disse Exau: “Dame de quelle lentigie che tu coxi.„ Disse Iacob: “Dame la toa prima genita e te daro de le lentigie.„ Che disse Exau? “Che me fa la mea prima genita? Sea toa.„ E lantor Iacob preize unna scuella63 de lentigie, si ge la de sote quella conueniencia; e in questa mainera acata Iacob la prima genita de Exau so frai. E perso disse Exau unna atra fia a so paire: “No me ai tu seruao, paire, alcunna benixium?„ Respose Issac: “E o daito a to frai abundancia de pam [f. 9a] e de uim e de olio e si l’o faito segnor de soi frai; e de chi auanti che te posso e far, fijor mee?„ Disse Exau forte menti pianzando: “Pregote, paire me, che tu me dagi alcunna benixium.„ Respoze Issac: “In la rozaa de lo cel e in la grassura de la terra sea64 la toa benixium.„ Visque Issac agni trexenti e poa mori in Ebrum. E possa Iacob, per la poira che ello aue de so frai Exau, fuzi in Soptania, e Exau pensa de ocier Iacob per lo ingano che ello li aueva faito de farse dar la benixium. E lantora auea Iacob agni setanta.

     

  1. Fu già brevemente descritto dal Banchero, Genova e le due Riviere, 513 sg., e dal prof. L. T. Belgrano, ’Giorn. Ligust.’, a. 1882, 344 sg.
  2. Per rendere possibile il confronto, riferisco il principio della leggenda, secondo è dato dal mio codice:

    Coci comenssa la nassiom e la uita fim a la morte de lo biao messer sam Zoane Batesto, como noi odirei apresso.
    A losso de Dee e de la docissima vergem madona Sancta Maria e de lo biao e gloriosso messer sam Zoane Batesto, de lo quar noi vogiamo dir alcunna cossa a lo so honor e a delleto e conssollaciom de le annime, le quae sum soe deuote. E no intendo dir de le soe aotissime virtue , per so che e no sauerea , che anchora sum beneite da li sancti ; si che e no intendo de dir cossi soma altessa, ma uoio dir de la soa uita meditandolla e penssandola, aso che piceni e grandi chi la lezem si ge ponnam mente a le maim (sic). Che se la soa mente fosse deuota a meditar la uita de Criste e penssando de ello picem e grande cum la morte e ressurressiom soa e gloria, non e da lassiar per questo. Persso che penssar de ello e amar ello e l'otima parte, e questo de messer sam Zoane fassamo per dar recreatiom a le mente infferme e unna ouera fantiolescha, si che queste annime fantiole[s]che abiam unna leticia spirictual e cossi apparram a medictar, si che poa possam e sapiam intrar a meditar la vita de Criste e de la Dona nostra, soa maire. E se elli (no) troueram leticia in penssar la uita de li sancti in cotae cosse fanciolesche, quanto maormenti in penssar la uita de Criste, unde e tuta perffetiom? E auezando la mente a queste meditacioim bassete, saueram possa megio penssar e intrar a le grainde cosse de li sancti ; e cossi intreram a penssar de messer Ihesu Criste, chi a faiti cossi boim li soi sancti ....
  3. Cfr. Studj di filol. rom., II 292 sg., n.
  4. In questo codice, al f. 163b, ossia nella seconda colonna del recto, comincia un componimento ascetico, catalano, che certo ha da fare con quel ’Ragionamento della Vergine col figliuolo’, che dicevamo parere d’altra mano nelle prime pagine del nostro manoscritto genovese.
  5. cerca
  6. amesay; R ajustades.
  7. Cfr. R: e aparescha secha.
  8. gramdi piuttosto che graindi.
  9. Forse departissem; cfr. R.: e que detriasen.
  10. quinto
  11. que deuia pendre forme de home R.
  12. chi semode; cfr. R: que fan fruyt e sament.
  13. Questo terzo albero non appare in R.
  14. man mangiar
  15. in quello
  16. no morir
  17. sciecia; R sabe be per sciencia.
  18. imbocao; R embolcat.
  19. gente; correzione di cosse, che l’amanuense aveva prima scritto. R sobre tots los altres.
  20. Cfr. R: que no es be deuant deus qui leua son cor.
  21. Cfr. R: com ello cobega mes che no li era atorgnat.
  22. Cfr. R: qui desonra los santuaris.
  23. lo iustra; R ajustala.
  24. del uerdader espos R.
  25. ella noctete
  26. conseiastato
  27. la donna agg. secondo R, che ha la fembre.
  28. Cfr. R: e ton linatge tots temps guardera al talo de la fembra e l seu al cap.
  29. Cfr. R: e per raho del sacrifici de les besties crehec a Cayin envega contra abel. Io ho soppresso chaim chi, davanti a per raxon.
  30. quando
  31. dono
  32. e za
  33. si e
  34. e e so
  35. ale; R: oberta deles pejades.
  36. dee
  37. Cfr. R: com fom gitats.
  38. e lli: que la on nos calciguauem R.
  39. cum o ciun R: Sigron Frison tigris eufrates.
  40. cim
  41. Cfr. R: uin les raells del dit arbre.
  42. broso; R: una brassa de lonch.
  43. la
  44. acetao; potrebbe rispondere ad ’assettato’, ma sarà da correggere acementaa con R, che ha simentada.
  45. Cfr. R: totes animalies axi com reptilies com de besties com deles volataires.
  46. anche; credo sia sbaglio di lettura per a nohe; de tornar a nohe R.
  47. chi deuea uegnir è nel ms. dopo trei rami.
  48. questri
  49. Nachor ripetuto in principio del verso.
  50. Brioro, R biuero.
  51. quanda
  52. Il traduttore non intese. Cfr. R: axi com los apella hom ara.
  53. sihauo
  54. obedienti
  55. doi figi; forse errato, cfr. R: hac fill de sa muller qui hac nom Issach.
  56. R: e soterala Abram en la coua doble. Cfr. Genesi xxiii, 19.
  57. comanda
  58. Cioè posseera; R: e posseyran les partides de tos enamiches.
  59. a to
  60. no
  61. mangio
  62. Cfr. R: questa compra que iacob feu de Esau del primer engendrament fo en aquesta manera. E forse da leggere fe da Exau.
  63. faiella
  64. sea sea.