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Tamerlano

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Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Poemetti e liriche


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TAMERLANO[1]


Dolce conforto in un’ora di morte!
Tale, padre, non è (ora) il mio tema;
sarebbe follía credere che potenza
terrena possa liberarmi del peccato
cui un orgoglio sovrumano mi trascinò:
non ho tempo di vaneggiare o di sognare:
voi chiamate speranza — questo fuoco dei fuochi!
Esso è soltanto l’agonia di un desiderio.
Se potessi sperare – oh! Dio! lo posso —
la sua fonte è piú santa, piú divina —
io non vorrei chiamarti folle, vecchio,
ma tale (la speranza) non è un dono tuo.

Conosci il segreto di uno spirito
prostrato fino all’onta dal suo selvaggio orgoglio?
O sofferente cuore! Ho ereditato
con la gloria ciò che di te perisce,
con la gloria che strugge e che brillò
tra i gioielli del mio trono,

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aureola d’Inferno! e con un dolore
che l’Inferno non mi fa piú paura.
O cuore implorante i perduti fiori
e lo splendore solare delle mie ore estive!
La voce immortale del tempo passato,
col suo continuo scampanio,
suona, con potere di magia,
sul tuo nulla — un funebre rintocco.

Non fui sempre come ora sono:
volli il febbrile diadema
intorno alla mia fronte e l’ottenni da usurpatore;
lo stesso feroce dritto ereditario dette
Roma a Cesare; quello a me —
l’eredità di uno spirito regale
e d’un orgoglioso spirito che ha lottato
trionfalmente col genere umano.

Dapprima respirai l’aure vitali su montano suolo;
le nebbie del Taglay[2] versarono
la notte le loro rugiade sul mio capo
e credo, che la lotta alata
e il tumulto dell’aria tempestosa
si annidarono nella mia chioma.

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Cosí tardi cadde dal Cielo quella rugiada
(fra i sogni di una notte non santa)
con contatto infernale su me,
mentre il chiarore rosso della luce
delle nubi sospese in alto come bandiere,
pareva al mio occhio socchiuso
il simbolo della monarchia;
e il ruggito del tuono come rauca tromba,
arrivava fulmineo a me, e narrava
d’umane battaglie, dove la voce mia,
la mia voce, stolto fanciullo! dominava
(oh! come il mio spirito gioiva
ed esultava a quel grido)
al grido di guerra della Vittoria!

La pioggia cadeva sul mio capo
nudo, e l’impetuoso vento
mi rendeva folle, sordo, cieco.
Solo l’uomo, pensavo, versa
lauri su me; e la caduta
il torrente d’aria diaccia
mormorava al mio orecchio il rovinare
di imperi, con la preghiera dei prigionieri,
il mormorío dei cortigiani e le voci
di adulazione intorno al trono d’un sovrano.

Le mie passioni, da quest’ora infelice,
toccarono una tirannia che gli uomini

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han giudicato, da che ottenni il potere,
mia innata natura — sia cosí;
ma, o padre, vivea là una che, allora —
allora, nella mia infanzia, quando il loro fuoco
m’incendiava con ardore sempre piú intenso
(perché le passioni devono spirare con la giovinezza)
anche allora sapeva che questo cuore di ferro
partecipava della debolezza d’una donna.

Non ho parole, ahimé! per dire
il fascino d’un bell’amore!
Né tenterò ora di tracciare
la beltà di un volto bellissimo,
le linee del quale nella mia fantasia
sono come ombre su vento mutevole;
cosí ricordo d’essermi fermato
su qualche pagina d’antica scienza
con occhi fisi, finché ho sentito
le lettere, col loro senso, confondersi
con fantasie, senza alcun senso.

Oh! essa era degna di tutto l’amore! —
quale era quello della mia infanzia —
tale che spiriti angelici del cielo
potevano invidiarlo; il suo giovane cuore era il santuario
di cui ogni mia speranza e ogni pensiero
erano l’incenso, allora doni preziosi,

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poiché erano puerili o leali,
puri, come il suo giovane modello —
perché l’abbandonai e alla deriva
mi affidai al fuoco che mi struggeva
per illuminare il mio cammino?

Crescemmo insieme negli anni e nell’amore
errando per la foresta e per il deserto —
il petto mio era il suo asilo l’inverno,
e quando il sole splendeva benignamente —
ed essa mirava il cielo che s’apriva,
ma io vidi il Cielo — solo negli occhi suoi.

La prima scuola del giovane Amore è — il cuore:
perché tra quel chiaro sole e quei sorrisi,
quando, lungi dalle nostre piccole cure
e ridendo delle sue infantili astuzie,
io mi gettavo sul suo seno palpitante
e scioglievo il mio spirito in lacrime,
non v’era bisogno di dire il resto —
né di calmare i suoi timori:
essa non ne chiedeva la cagione,
e solo volgeva a me il suo sguardo tranquillo.

Tuttavia, o piú che degna dell’amore,
col quale il mio spirito lottava e s’esaltava,

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quando, sulla vetta montana, solo,
l’ambizione gli forniva una nuova voce —
io non vivevo che in te;
il mondo e tutto ciò ch’esiste
sulla terra, nell’aria, nel mare,
la sua gioia, la sua piccola parte di dolore
che era un nuovo piacere, l’ideale —
le vaghe vanità di sogni notturni —
e piú oscuri nulla che erano realtà,
(ombre, e una luce piú ricca d’ombre!)
volarono sulle loro ali brumose
e cosí confusamente divennero
la tua immagine e — un nome — un nome!
due distinte, pur intimissime cose.

Ero ambizioso — avete voi conosciuto
la passione, o padre? No.
Pastore, ambivo un trono
di mezzo mondo
e, scontento, meschina stimavo tal sorte;
ma, come ogni sogno,
col vapore della rugiada,
il mio sarebbe svanito, se il raggio
della bellezza che lo accompagnò
ogni minuto, ogni ora, ogni giorno non avesse oppresso
la mia fantasia con duplice incanto.
Noi camminavamo insieme sulla vetta
di un’alta montagna che sovrastava

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con le sue rudi torri naturali,
fatte di rocce e di foreste, le colline —
le basse colline, cinte di boschetti
e risonanti di mille ruscelletti.

Io le parlavo di potere e di orgoglio,
ma misticamente — in guisa
che ciò stimasse un nulla accanto
al conversar presente; ne’ suoi occhi
leggevo, forse negligentemente,
un sentimento che si mesceva col mio;
il rossore sulla sua brillante guancia,[3]
pareva degno del trono d’una regina,
troppo per essere lasciato
splendere solitario nel deserto.

Mi fasciai allora di grandezza
e mi cinsi di una corona immaginaria,
pure non perché la fantasia
avesse gittato il suo manto su me —
ma perché tra la turba degli uomini
il leone ambizioso è incatenato
o si prostra sotto la mano del custode;
non cosí nei deserti dove il grandioso —

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la ferocia — il selvaggio concorrono
col loro alito a infiammarlo.

Mira d’intorno a te, ora, in Samarcanda![4]
Non è la regina della Terra? il suo orgoglio
sopra tutte le città? nella sua mano
il loro destino? su tutta
la gloria che il mondo conobbe,
non sta ella nobilmente e sola?
Cadendo, il suo stesso gradino,
formerà il piedestallo di un trono e chi è
il suo sovrano? Timour — colui[5]
che il popolo attonito mirò
marciante[6] fieramente sugli imperi,
bandito coronato!

O umano amore! Tu, spirito dato
alla Terra, di tutto ciò che speriamo dal Cielo! –
che cadi nell’anima come pioggia
sulla pianura incesa dallo scirocco
e venendo meno al tuo potere di benedire,
lasci il cuore come una solitudine!
Idea! che circondi la vita

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con una musica di cosí strano suono
e con una bellezza di cosí superba origine,
addio! ho conquistata la Terra!

Quando la Speranza, aquila sublime, non vide
alcuna rupe piú alta di lei nel cielo,
le sue ali si piegarono languidamente
e volse alla terra il suo sguardo ammansito.
Era il vespro; quando il sole si parte da noi,
una triste malinconia pervade il cuore
di colui che vorrebbe contemplare
ancora il bagliore del sole estivo.
Quell’anima odierà la bruma della sera,
sovente cosí amabile e ascolterà
il rumore dell’ombre[7] che cadono (noto
a quelli le cui animo ascoltano) come uno
che in sogno, la notte, vorrebbe fuggire
e non può, da un pericolo imminente.

La luna – la bianca luna
effonda tutto lo splendore nel suo meriggio;
ma il suo sorriso è freddo, e il suo raggio
in quell’ora di tristezza parrà
il ritratto di un morto.

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E l’infanzia è un sole estivo,
del quale il dileguarsi è piú triste di tutti,
perché tutto che aspettavamo di conoscere, fu conosciuto,
e tutto che volevamo arrestare, fuggí –
la vita allora tramonti, come fiore di un giorno,
colla bellezza del meriggio, che è tutto.[8]

Venni alla mia casa — non piú mia
perché tutto che tal l’aveva fatta, non era piú.
Varcai la sua soglia muscosa
e sebben il mio passo fosse lieve e silenzioso,
usci dalle pietre del limitare la voce
d’uno che conobbi nel passato.
Ti sfido, o Inferno, a mostrare
sui letti di fuoco che ardono laggiú,
un cuore piú umile, un dolore piú profondo.

Fermamente io credo, o padre —
io so, poiché la Morte che viene a me
dalle regioni lontane dei Beati,
dove niente è che inganna,
ha lasciata semiaperta la sua ferrea porta

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e raggi di verità che voi non potete vedere
sfolgorano attraverso l’Eternità
io credo che Eblis abbia teso
una insidia in ogni sentiero umano;
altrimenti come, – quando peregrinavo
nel sacro boschetto dell’idolo Amore,
che ogni giorno profuma le sue ali di neve
con incenso di oblazioni ardenti,
delle cose piú pure,
dell’Amore, ne’ cui piacevoli antri penetrano
i frastagliati raggi pioventi dall’alto cielo,
sí che niun fuscello, né il piú piccolo insetto può sfuggire
al lampo del suo occhio d’aquila; —
come poté questa ambizione cacciarsi
non vista, là, fra le ebbrezze,
fino a ridere baldanzosa a a slanciarsi
nell’intricata rete della chioma di Amore?

(1829)

Note

  1. ↑ Oscura è la storia di Tamerlano e con essa ho usato della libertà d’un poeta. Ritiensi discendesse dai Zinghis Khan; fosse figlio di un pastore, per suoi atti di valore poi salito al trono. Morí nel 1405. Ascolta il suo racconto al letto di morte un frate, e non so dar ragione dell’avergli dato come confessore un cenobita; sono però nel campo del possibile. (Le note sono del Poeta).
  2. ↑ I monti del Taglay sono una diramazione all’Imaus, nella Tartaria Meridionale, notissimi per la loro rudezza e per le belle vallate.
  3. ↑ Veniam petimus se Tamerlano, tartaro del sec. XIV, parla come un bostoniano del XIX; ma poco si conosce della mitologia tartara.
  4. ↑ È probabile che Tamerlano scegliesse come sua residenza Samarcanda dopo la battaglia di Angora.
  5. ↑ Tamerlano e Timur è tutt’uno.
  6. ↑ Come conquistatore Tamerlano superò Zinghis Khan.
  7. ↑ Spesso m’è parso di sentire l’ombra cadere quando il giorno muore — intelligibile quanto il vedere musica. “L’intelligenza la musica che spira dal suo volto.”
  8. ↑ C’è un fiore (non ne conosco il nome botanico) detto comunemente emerocale. Fiorisce magnificamente di giorno, invizzisce la sera, e la notte le sue foglie si raggrinzano come nelle piante che muoiono. Si ravviva all’alba. Se non fiorisce in Tartaria, mi si perdoni lo spostamento.