Teorica della religione e dello stato (Mamiani)/Capitolo X
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CAPITOLO X.
Possibilità una riforma cattolica.
§ I.
V’à quattro forme oggi ben rilevate e spartite del pensier religioso in Europa e in America. Ciò sono il pretto razionalismo, il protestantismo, la Chiesa greca separata e la Chiesa cattolica. Nel razionalismo o voglia chiamarsi religion naturale, sono sistemi molto diversi e mal definiti. E sebbene pajono pareggiarsi in questo che escludono tutti una rivelazione positiva e accaduta per miracolo, nè dalla ragione in fuori, accettano altre autorità suprema e assoluta, nullameno parecchi razionalisti riconoscono nel Cristianesimo una parte divina e nella storia del genere umano certa rivelazione progressiva che Dio fa di se stesso nelle nostre anime mediante la fede, facoltà arcana e trasmutabile di cui le leggi non sono peranco trovate e spiegate, e di cui riescono misteriosi ad un modo la serenità e la veemenza, le intuizioni e le opere, le oscurazioni, i traviamenti e gli eccessi. Del resto, sebbene il razionalismo si abbarbichi molto forte in molti ingegni elevati, può dirsi che per ancora non esce nel pubblico e non si attua in nessuna forma di culto; ed anzi è tuttodi accusato di tal sua impotenza ed insufficienza e perciò essere più presto una filosofia che una religione. Nel protestantismo dopo avere la libertà di coscienza svariato allo infinito la interpretazione dei testi e porto occasione alla loro critica filologica la più diligente e dotta possibile, prende oggi due indirizzi molto diversi. Che da una parte, prevalendo la razionalità e il sentimento morale, vassi restringendo di più in più il soprannaturale ed il sopraintelligibile, tanto che nella persona del Redentore non è più adorata la incarnazione del Verbo. Dall’altra parte, questa medesima audacia di negare la divinità di Gesù à prodotto che numero grande di protestanti se n’è sgomentato e alzando in comune il vessillo venerato del vecchio dogma anno posto da canto le controversie e le divisioni antiche, e si travagliano di costruire una sola credenza ed un simbolo solo intorno ai punti fondamentali della fede cristiana.
Quanto alla Chiesa orientale la qual pretende di conservare illibata la tradizione apostolica e l’autorità dei Concilj ed ammette i principj e le discipline fondamentali della Chiesa cattolica, eccetto il papato, non si può altro affermare se non ch’ella vive tranquilla e molto subordinata ai governi da cui dipendono le popolazioni che a lei aderiscono. Per lo scarso e rado movimento intellettuale delle sue scuole poco o nulla l’offese insino al di d’oggi il dente della critica; e l’unità del dogma vi si conserva forse tal quale venne definita e acclamata nei tempi di Fozio. Di tal maniera dopo essere stata nel quarto e quinto secolo la più sottile e più battagliera delle Chiese cristiane tanto da generar nel suo seno innumerabili controversie e le eresie più profonde e più pertinaci, al di d’oggi abbonda di pace e quasi a dire d’immobilità. Invece i legami della gerarchia vi si rallentano rapidamente, dacchè incominciano a istituirsi tante chiese autonome quanti popoli acquistano vita propria politica; e certo è che il Sinodo Bisantino ed il suo Patriarca veggono a ciascun di menomata e quasi consunta la primazia loro durata per molti secoli. Il perchè, non sembra che alla Ortodossia orientale, come usano domandarla, debba succedere in futuro di dar norma e luce alla cristianità. Certo è, peraltro, che tale Chiesa, quando sia esatto il chiamarla una e non molte, riceverà in sè agevolmente le riforme e le innovazioni disciplinari ed esterne che il tempo apparecchia; e alcune à già effettuate con poco sforzo, altre antiveniva con la povertà e la modestia. Per simili rispetti, chi raccogliesse sotto una rubrica medesima il clero ortodosso e l’anglicano si dilungherebbe non molto dal vero. Attesochè eziandio il clero anglicano si persuade di mantenere la forma antica cristiana e apostolica e fare convenevole luogo all’autorità delle tradizioni e dei primi decreti conciliari e sopratutto di mantenere inviolato l’ordine episcopale e la catena sacrosanta della imposizione delle mani. Salvochè lo scisma inglese nato essendo per la volontà del monarca e vissuto poi di costa alla libertà di coscienza, venne contraendo col tempo coteste due disposizioni di ottemperaro assai volentieri alle prescrizioni del poter civile e di affrancare il pensiere e la fede di là dai termini rigorosi e inflessibili del vecchio dogma cattolico; senza dire che gli si appiccò facilmente la signorile grandigia e le lautezze poco evangeliche dell’aristocrazia britannica, della quale comparve piuttosto una specie che un genere separato e diverso. Laonde, sotto quest’ultimo riguardamento cessano affatto le simiglianze tra il clero anglicano ed il greco al quale in niuna provincia abbondano agi e ricchezze, ed anzi in parecchie vive quasi indigente. In Russia dal 1764 in poi perdette le sue possidenze che vennero barattate con pensioni personali di cui è pagatore il governo. Nè s’ignora dai pubblicisti quanto operò Pietro il Grande per sottomettere il clero, allevarlo in poca dottrina e renderlo per conseguente non molto degno di riverenza alle moltitudini le quali rivolgono oggi allo Czar gran parte dell’ossequio e tutta la obbedienza che mantenevano al Patriarca di Mosca.
Al nuovo reame di Grecia parve buon senno imitare l’esempio dei Russi; e quivi pure fu istituita una sinodo permanente di cui è membro un delegato governativo. Se non che (sia lode al vero) governo, clero e nazione s’affratellano colà nel concetto di propagare il Vangelo e spegnere l’islamismo; onde la patria e la religione sono quivi perfettamente una cosa. I tempi, del resto, vanno là pure migliorando sentimenti e pensieri, ma insino ad ora pochi e radi segni appariscono di riforma e d’indipendenza.
Se non pigliamo error grossolano, ciò che sussiste ancora di più sostanzioso e tenace nel cristianesimo raccogliesi în ultimo nella Chiesa cattolica, non già in rispetto dello spirito universale di lui che dicemmo essere trapassato nel senso comune degli uomini culti ed illuminati d’ogni paese e d’ogni credenza, ma in rispetto dell’autorità e dottrina dogmatica e pel proposito fermo di sovrapporre le verità rivelate non pure alla scienza positiva e speculativa, ma eziandio all’intelletto ed alla ragione, volendo che entrambi s’illustrine della fede e a lei s’adattino e si conformino e non viceversa. Lasciamo stare che la Chiesa cattolica, a numerare le teste dei battezzati, supera in molti milioni la popolazione di tutte le altre Chiese cristiane somimate insieme. Già si avvertiva quanto ella sia ben connessa e potente negli ordini della sua gerarchia e come la nobiliti lo splendore e venerabilità di essere di tutte più antica; e Roma dimostra ciò in maniera sensibile e indisputabile nella lunga serie de’ suoi pontefici, parecchi de’ quali pareggiarono di grandezza e magnanimità i più grandi uomini nella storia appariti. Oltre di che, sebbene abbiam dovuto avvisare nella Chiesa cattolica molte differenze e disviamenti accaduti nelle materie disciplinari, nelle relazioni esteriori e giuridiche e nelle massime a ciò rispettive, le dottrine strettamente dogmatiche sembrano essersi mantenute sempre coerenti; e se provarono di mano in mano varie addizioni, ampliazioni e sviluppi, non retrocessero mai per questo e non si disdissero. Al che debbesi aggiungere la sicurezza perenne e la squisita puntualità della teologia cattolica la quale non dubita in verun caso nè di sè nè del proprio subbietto; e alle dubitazioni altrui risponde tuttora con autorità risoluta e con esatte e perspicue definizioni. Ora tale costanza di dogmi e di tradizioni e tale possesso ed uso di pienissima autorità soddisfa ed acqueta grandissimo numero di anime a cui il dubitare è troppo angoscioso e il cercare la verità è fatica importabile, mentre per lo contrario il mettere il capo in grembo alla fede e riposarsi interamente in altrui è fonte di pace interiore e di vive consolazioni; e queste poi vengono tuttodi rinnovate e cresciute dalla frequenza, vaghezza e magnificenza dei riti. Di qui debbe nascere che quanto le chiese protestanti si scostano dall’antica severità del dogma e sdrucciolano nel razionalismo, di tanto la Chiesa cattolica si fa più attrattiva a quella natura d’intelletti e di anime testè indicata.
§ II.
Ma s’io non m’inganno, tali ragioni e previsioni intorno all’indebolirsi dei dissidenti e al prevalere e afforzarsi della parte avversaria, perdono il loro vigore e pongono in compromesso gravissimo le speranze di Roma, se questa prosegue a disgiungersi ognora più dagli ordini civili moderni e dai principj che gl’informano. Non parendo credibile a chi discorre col semplice natural raziocinio che il mondo menato alla necessità di scegliere tra îl colmo della libertà e il colmo della sommissione, tra una velata teocrazia e l’indipendenza laicale, e tra il pensiere e il sapere affrancati e progressivi da una banda e la Santa Inquisizione dall’altra, il mondo (dico io) pieno di scienza e sperienza sia mai per sobbarcarsi quest’oggi alla servitù dello spirito e.a leggi e istituti che rendono immagine del medio evo.
Laonde perchè uno scrittore valga a pronunziare alcun giusto giudicio intorno al prossimo avvenire della religione e alle attinenze di lei con lo Stato, non può cansare l’altra questione di sapere se è fattibile a’ nostri giorni una Riforma cattolica, senza jattura nessuna del dogma e con rispettare e salvare le istituzioni fondamentali ecclesiastiche, ovvero ciò sia correre dietro a un abbagliante fantasma che dal secolo di Arnaldo da Brescia a questo di Vincenzo Gioberti sempre travaglio ed illuse la mente d’uomini animosi e dabbene particolarmente fra gl’italiani. Di tal guisa, benchè io tratti un problema importante di mera scienza sociale e politica, io sono costretto qui di addentrarmi un poco in materie teologali. E perchè non ne fo professione e non si confanno a’ miei studj e alle condizioni di mia vita, però i concetti che andrò sponendo e concatenando saranno attinti non mai al mio giudicio individuale, sibbene al senno di autori sodissimi i cui pensamenti, e le cui dottrine ancora che debbano saper di amaro e puzzar di eretico ai curiali di Roma, certo non trascendono mai la sostanza intangibile e irrefragabile della fede secondo fu espressa nel venerando Simbolo di Nicea. No volendo sprecar parole di là dal bisogno in discussione incidente, e desiderando che quelle che scriverò tornino tanto bene ordinate quanto efficaci, io farò come un riscontro continuato alle massime del giure moderno ecclesiastico professato in Roma, ed esposto a dilungo nei due antecedenti capitoli.
Per prima cosa, chiunque à mente e fede cattolica nonnegherà mai che Cristo Signore fondava egli medesimo sopra la terra un governo teocratico universale e perpetuo il quale per dignità è superiore a tutti gli umani; per estensione, non vuole aver limiti perchè intende a dilatarsi a tatta la nostra progenie e proseguirà in ogni tempo ed insino a quando vi sarà Chiesa militante nel mondo diversa oltremodo come apparisce nel nome stesso, dalla Chiesa gloriante o trionfatrice. È governo autonomo perfettamente non solo per l’origine sua celeste e però primitiva di autorità, ma eziandio perchè governa e regna nelle anime e nella fede che sono cose per la essenza loro sottratte ad ogni potestà esteriore e che si sustanziano nella volontà e libertà dello spirito.
Ma perciò medesimo tal governo teocratico non esce d’un atomo dalla schietta spiritualità e non occupa per niente l’autorità civile e politica. Onde è falso il dire che questa gli rimane inferiore e subordinata naturalmente, perchè l’anima è superiore al corpo e lo spirito alla materia e il regno celeste al mondano. Forse l’autorità civile comanda i soli corpi e non la mente ancora e la volontà? Qual paragone adunque puossi mai istituire da una banda fra la Chiesa e lo Stato, e dall’altra fra la mente umana e gli organi suoi corporali? Procedono da Dio immediati si il potere civile e si il religioso, e sono perciò autonomi entrambi nel loro ufficio. E del religioso è ufficio peculiarissimo addirizzare la volontà e i pensieri umani alla carità di Dio e del prossimo, tanto che ne provenga per ogni dove la effettuazione massima della legge del bene, e la salute e gloria della vita nostra immortale. In quel cambio, del potere civile e politico è ufficio cotidiano ordinare gl’interessi e le utilità della vita presente, conforme ai principj della giustizia e del diritto comune.
Certo, poteva Cristo, come Signore di tutte le cose affidare agli Apostoli l’amministrazione ed anche il possesso delle faccende secolari, o per lo manco un supremo arbitrato e un giure eminente sopra di tutte. Ma ciò non volle in veruna guisa, ed anzi volle onninamente il contrario; e lo provano con evidenza i testi in infinite scritture adotti e citati. Regnum meum non est de hoc mundo, dichiarò egli due volte nel mentre stesso che affermava l’essere suo di re: tu es Rex Judæorum? tu dicis; prescrisse ai discepoli suoi di pagare il tributo, e insegnò a tutti di dare a Cesare quello che a Cesare s’appartiene.
A Pietro comando di riporre la spada nella vagina; e ad altra occasione quando s’avvide che volevano farlo re nascosesi con la fuga fra i monti. Nè i discepoli e segnatamente Pietro e Paolo ammaestrarono le genti in diversa dottrina, ma imposero di obbedire ai superiori laici prontamente ed in tutto che non fosse contrario in aperto modo alla legge di Dio; e nel generale, fecero intendere al clero di doversi sceverare dalle cure secolaresche con quelle parole notissime nemo militans Deo implicet se negotiis sæcularibus, parole d’oro che facevano bella chiosa a molti pronunziati di Cristo il quale negó per fino di assumere in mezzo de’ suoi più fedeli, parte veruna di potestà giudiciale e nemmeno di arbitratore, dicendo: or chi mi à dunque costituito giudice e divisore fra voi? Nè s’ignorano poi da alcuno gli esempi preclari che lasciarono intorno al proposito i sommi pontefici de’ primi secoli, eziandio dopo l’ascendimento di Costantino al trono, e cioè quando il cristianesimo trionfava liberamente per ogni provincia. Cosi obbedisce san Damaso pontefice romano alla prescrizione cesarea che vieta ai cherici di acquistare terre o robe da femmina alcuna; cosi parimente Pelagio I[1] dichiara che la Santa Scrittura impone eziandio ai sovrani Pontefici la obbedienza inverso le potestà secolari. Papa Gelasio esprime la intenzione sua d’obbedire a Cesare in ogni negozio civile, dolendosi solamente che questi voglia intromettersi di là dal debito nelle cose di religione confondendo, com’egli dice, le due potestà e i due carichi i quali Cristo Redentore avea per appunto segregati sopra la terra. La stessa docílità si rincontra nei papi inverso Valentiniano che vietò i legati e le eredità in favore non già del clero ma dei singoli chierici. San Gregorio, infine, negli ultimi anni del sesto secolo (qualmente notammo in altro capitolo) ottemperò a una legge dell’imperatore Maurizio, dannosa secondo sua mente, all’esercizio della professione clericale e monastica; e sebbene non tacesse il dolore che ciò cagionavagli, il fece con parole ossequenti e benigne. Ma non meno dei testi e degli esempi allegati ci conferma nel vero di cui discorriamo la ragione essenziale e lo spirito santo del cristianesimo.
Sul che faremo un poco di considerazione e di pausa; stantechè io credo che tutti gli errori, i deviamenti e le esorbitanze nelle quali sono caduti i cattolici si possono forse recare a questa cagione sola di avere franteso o dimenticato il carattere augusto e gl’intendimenti purissimi della predicazione evangelica, massime rispetto ai suoi banditori e maestri, nei quali, come s’intende alla prima, Cristo ricercava altezza molto maggiore di perfezione; e ciò espresse Egli più volte ed in più maniere; ed una fra l’altre con quelle parole mirabili: io mando voi come il Padre à mandato me. Ne conseguita che se la missione è simile, non possono la vita e le opere dissomigliare.
Piaccia dunque ai lettori ricondursi di nuovo in memoria che innanzi alla predicazione evangelica, altri aveva inculcato la penitenza e l’annegazione, ma solo Gesù insegnava che la guerra cotidiana agli appetiti del senso e la legge travagliosa del dovere e tutti gli abiti della virtù vogliono essere tramutati in legge e forza soave d’amore e di carità verso Dio e verso il prossimo. Onde, se prima ogni culto religioso, non eccettuato il giudaico, appariva impresso di gran timore e tendeva, anzi tutto, a placare gli sdegni celesti e divertere dal capo nostro la formidabile potenza dell’Autore del mondo, Gesù confortava la tribolata semenza d’Adamo, rivelando le misericordie divine, invitandoci a salutare Iddio col nome di padre immensamente buono e pietoso e svegliando nei cuori una speranza sublime e infinita di vedere da per tutto santificato quel dolce nome e disceso il regno di lui sopra la terra e quivi adempiuta la sua volontà non meno che nell’alto dei cieli.
Perciò costituendo Gesù la mente e la vita de’ suoi discepoli nell’annegazione perfetta e nella carità operosa ed inestinguibile, prescrisse loro sopra ogni cosa di fuggire le tentazioni del senso e dell’amor proprio che sono gli eterni incentivi dell’animalità e dell’egoismo, siccome questi due sono gli eterni separatori degli uomini e i diuturni nemici d’ogni morale unità. Quindi volle i discepoli suoi armati continuamente di astinenza e di povertà contro il senso voluttuoso, e di modestia e mansuetudine contro lo istinto innato del sovrastare, del competere, e del dominare.
Niuna cosa, pertanto, riesce avversa maggiormente allo spirito salutare che Cristo infondea nella Chiesa e ne’ pastori di lei quanto la ricchezza e il comando. Nė solo intendiamo il comando nei pretti negozj civili e la primazia e l’arbitrio sulle cose del secolo; ma eziandio intendiamo che nelle cure medesime dell’altare e del sacerdozio Cristo volle un ministero di paternità e di persuasione e non mai di austero dominio Reges gentium dominantur eorum... vos autem non sic. E a un precetto così patente aggiunse innumerabili esempi di umiltà, di mitezza, di longanimità e sopportazione. Venni, diceva, a servire, non ad essere dagli altri servito, e significó a Pietro di non condurlo seco nel regno dei cieli, quando gli avesse disdetto di lavare i piedi a lui ed a’suoi condiscepoli; e annunzio che nell’ordinamento ottimo della Chiesa colui avrebbe meritato di essere primo che sarebbesi reputato l’ultimo facendo sè ministro e servitore di tutti.[2] Senza dire che porse per norma ed archetipo della bontà eminente de’ suoi discepoli la sommissione e la modestia sincera e nativa del pargolo.[3] Altra volta pronunzio loro, come si legge in san Matteo:[4] gli scribi ed i farisei compiaccionsi d’esser chiamati maestri; voi per altro ciò non vogliate; uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.... Il maggiore fra voi non è che vostro ministro (e intendi, vi fa gli ufficj e vi serve). Perocchè colui che esalterà se medesimo verrà umiliato, e chi umilierassi verrà esaltato.
Onde non mai dee dileguarsi dai pensamenti del clero che la virtù eroica insegnata e inculcata dal Redentore ai discepoli, veste un abito affatto speciale e sol conveniente all’apostolato cristiano. Conciossiachè se a tutti i fedeli è prescritta la povertà interiore, o vogliam dire il distacco del cuore dalle ricchezze, agli apostoli e a chi giù per li tempi ne terrà il luogo ed il carico è domandato eziandio il fatto durevole della esteriore povertà; mentre anzi al progresso civile è mestieri la copia di tutti i beni terrestri e l’abbondanza della pecunia, quali mezzi e strumenti del conseguire i nobili fini dello intero consorzio. Per simile, può tornar disdicevole a’ principi parecchie volte la longanimità e mitezza e fuggire la reale grandigia e la maestà del comando e i disastri della guerra; mentre al clero è ciò convenevole sempre e non comporta eccezione e però dissentono intrinsecamente principato e sacerdozio, apostolato ed impero.
Torna poi superfluo moltiplicare le citazioni in subbietto notissimo e posto in rilievo dai più santi ed insigni dottori della cristianità. Impertanto, noi replichiamo che secondo la volontà espressa del Fondatore divino della Chiesa, questa dovrebbe ne’ suoi pastori continuamente informarsi d’umiltà, povertà, sommissione e mansuetudinė, perchè coteste sole disposizioni dell’animo, possono vincere gli appetiti e l’orgoglio che sono, dicemmo, la perenne semenza dell’egoismo e però disseccano dalla radice l’annegazione e la carità che dee ne’ ministri del tempio maggioreggiare e risplendere come fiaccola sul candelabro.
Arroge ch’essendo il Salvatore disceso fra gli uomini per consolare ogni fatta di miserie e tribolazioni e svelare la dignità e grandezza dei più pusilli e spregiati, quando nell’anime loro s’accumuli il tesoro della bontà e della perfezione morale, certo volle che i suoi discepoli continuassero l’opera sua patrocinando sempre la causa delle creature più sfortunate e neglette e confortandole come egli fece, con l’aspetto ed il testimonio della povertà propria e col fuggire le alhagie e le pompe mondane, e le occulte compiacenze del soprastare e del comandare. Le volpi ànno un covacciolo e gli uccelli dell’aere un nido; ma il figliuolo dell’uomo non à dove posare il capo; questo esempio porgeva di se medesimo ai discepoli i quali esortava altresì a imitarlo nella suprema mitezza del cuore; onde consigliavali che non contendessero mai con alcuno, e piuttosto ne tollerassero le sopraffazioni e i soprusi.
Di qui proviene per ultimo la certezza che Cristo Signore, mai non volle impartire a’ discepoli suoi e a’ discendenti da quelli, qualunque sorta d’impero civile e qualunque maggioranza ed arbitrio sulle potestà laicali. Nè che al dominio di queste si sottraessero nei termini della legalità e della giustizia. Chè anzi, di nuovo si dica, l’episcopato medesimo e ogni primazia di ordine e giurisdizione, volle temperato di pudore e soavità e ogni cosa venir compita fraternamente e per via di consulte; perchè l’amore confondendo le volontà pareggia le disuguaglianze e converte il comandare nell’obbedire. Nè alcun prete ignora che insino ai tempi di san Cipriano, i tribunali stessi cristiani e i loro giudicj e le punizioni procedevano con metodi pieni di carità e con forme le più popolari e fraterne al segno che quando era pur necessario infliggere pena, non solo il reo se l’addossava spontaneamente e per contrizione dell’animo, ma il corpo intero de’ fedeli ne mostrava lutto e dolor comune, e san Paolo ci fa sapere che piangere era perciò fatto sinonimo di punire.
§ III.
Nè voglio tacere un sofisma che intorno al proposito è con qualche riserbo e, quasi diremmo, sotto voce significato, e cioè che i precetti del Vangelo particolarmente applicabili ai ministri del santuario non contengono in modo preciso i concetti che io affermo e debbono ad ogni maniera ricevere interpretazione più rimessa e come fossero consigli ed esortazioni non comandamenti assoluti. Oltre di che, non è temerario il pensare che parte almeno di esse prescrizioni anno carattere transitorio e riferisconsi alla missione portentosa dei primi discepoli e banditori della Buona Novella. Per fermo, il vivere fuggiaschi e raminghi e incerti sempre del dimane può dirsi oggi condizione ordinaria e comune del clero cristiano? E però, se Cristo imponeva loro di solo predicare e insegnare la parola di Dio senz’arrogarsi autorità ed intermettimento veruno nei negozj temporali, certo il faceva perchè la Chiesa ancor giovanissima non provocando i sospetti e le gelosie dei potenti del mondo, fosse lasciata gittar sue radici e spandere i semi della nuova dottrina, mediante la quale verrebbero mutati più tardi eziandio gli ordini civili e politici. Per simile, dovendo nel suo nascimento la Chiesa difettare di patrimonio stabile, e volendo Cristo che le virtù degli Apostoli splendessero in grado eroico onde i pagani ne stupissero, inculcò a quelli una povertà estrema che i tempi posteriori non fecero più necessaria. L’ordinamento poi della Chiesa non poteva nel primo secolo essere altro che uguaglianza quasi perfetta. Conciossiachè in ogni vasta congregazione d’uomini, la subordinazione e la gerarchia vi s’introducono di mano in mano e l’uso e la riflessione le assoda.
Nelle età moderne il clero non è come allora mandato da Dio a guisa di agnelli in fra i lupi, nè debbe in qualunque istante essere apparecchiato al martirio. Come dunque non si può istituire giusto ragguaglio fra la Chiesa che rifuggivasi per entro le catacombe e quella che regge libera e sicura dal Vaticano la intera cattolicità, parimente non si richiedono al clero d’oggidi le stesse virtù eroiche e il tenore stesso di vita che si affaceva all’età degli Apostoli. Dio medesimo à ciò dimostrato col far cessare quasi al tutto nei ministri del santuario la potenza taumaturga che in quella età venne loro conferita con abbondanza. Prosegue egli forse Iddio a infondere oggi ne’ preti la cognizione delle lingue e la sapienza moltiforme come accadeva ai rozzi e semplici pescatori di Galilea? E si negherà egli che non s’incontrino nei vangeli, ammonizioni ed esortazioni solo applicabili ai primi predicatori sempre minacciati di morte? siccome laddove si legge: guardatevi dagli uomini; perciocchè essi porrannovi in mano dei Concistori ed essi flagellerannovi nelle loro sinagoghe; e poco dopo: or quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra.[5]
Innanzi tutto noi rispondiamo che i testi da noi allegati sono talmente netti e perspicui da non sostenere diversa interpretazione; e d’altra parte sono cosi numerosi e bene rispondenti fra loro che l’uno aggiunge chiarezza all’altro e non si può in alcuna maniera frantendere il lor concetto generale e comune. Secondamente, se i Curiali romani pretendono che que’ documenti evangelici ànno valore piuttosto di consiglio che di prescrizione rigorosa noi non vogliamo a ciò contradire. Perchè veramente lo stato di sacerdozio e la missione apostolica sono un carico travaglioso a cui si sobbarcano liberamente poche anime elette e disposte a virtù superiore. Laonde, ciò che innanzi all’accettazione è mero consiglio, diventa dopo l’accettazione precetto severo e non declinabile. In terzo luogo, non si nega minimamente da noi che nel vangelo incontransi molti passi riferibili solo alle contingenze straordinarie dei primi tempi cristiani, le quali contingenze ognora che in parte si rinnovassero, tornerebbero a dar valore immediato e pratico ai pronunziati colà espressi. Perciò ne’ medesimi nostri tempi quelle difese violente e piene d’ira e di sangue che sono lecite ai cittadini assaliti con ingiustizia divengono sconvenienti al clero che debbe farsi campione di eroica mansuetudine. E perciò Cristo disse loro non solamente di ricoverarsi fuggendo in una città se in altra perseguitavanli, ma pure aggiungeva: ně si racconti di voi che avete barattato il ferro col ferro e la strage con la strage; a’ di nostri pur troppo, tornata qualche rassomiglianza di casi, si barattò largamente e più d’una volta il ferro col ferro e la strage con la strage. Quanto alla facoltà taumaturga dileguatasi nei presenti apostoli, non si scorge quello che importi per la interpretazione dei testi e per la sostanza dei precetti. E sembra invece che se il chiericato nel generale non à più potenza di operare portenti, debbe curare tanto più di farsi venerabile altrui con la perfezione della vita.
Ma circa al distinguere le prescrizioni di carattere universale da quelle che spettavano solo ai discepoli immediati di Cristo, v’à un criterio troppo sicuro e visibile, ed è di osservare quali di esse prescrizioni contengono l’ufficio essenziale e perenne del sacerdozio cattolico. Noi ripetiamo che il Redentore venne a fortificare nel mondo la legge universale del bene e accertarne l’effettuazione dando all’animo impulsi nuovi ed efficacissimi per sommergere la volontà propria nella volontà della legge divina; e perchè l’organismo nostro corporeo ci richiama continuamente alla nostra individualità e tiranneggia lo spirito, Cristo ne inculcò sopratutto che armati della potenza d’amore inverso di Lui e inverso del Padre celeste noi combattiamo la sensualità esterna ed interna; perocchè eziandio l’anima à certa sensualità propria che consiste nell’orgoglio e nella voluttà del comando. Bisognava impertanto che l’ammaestramento il modello e la disciplina di tale duplice guerra fossero continuamente serbati vivi e operosi nel sacerdozio, e però questo fosse locato in condizioni appropriatissime al fine. Di quindi il precetto rigoroso della povertà e del fuggire i negozj civili e ogni maniera di sovrastanza sugli uomini; di quindi gli altri ammonimenti speciali che abbiamo ricordati a diverse occasioni. I testi, adunque, da noi allegati di sopra non sopportano varietà d’interpretazione per variare che facciano i tempi e le condizioni della Chiesa, avvegnaché sono il fondamento il principio e lo spirito informativo del ministero clericale. Io insisto, non senza ragione, au cotale, verità e la purgo al possibile di ogni nebbia di sofisma; attesochè questo mio volume si versa per intero sopra tre o quattro punti; il primo de’ quali è la spontaneità della vita sociale umana; il secondo è la incompetenza della potestà civile in materia di religione; il terzo è questo ch’esaminiamo al presente della funesta declinazione del clero cattolico dalla rigidezza delle massime antiche le quali gl’interdicevano onninamente la ricchezza e il dominio.
§ IV.
Si deviò, dunque, assai stranamente dallo spirito evangelico e dal carattere sostanziale della Chiesa di Cristo, quando fu affermato che l’autorità apostolica lega i principi non solo rispetto allo spirito, ma rispetto al corpo; e qualora essa li condanni e punisca, vale eziandio a privarli di tutte le prosperità della vita terrena e proibire ogni vittoria alle loro armi.[6] O quando nella Bolla: Unam Sanctam si scrissero quelle formali parole da noi riferite altrove, delle due spade temporale e spirituale, messe entrambe da Dio nelle mani della Chiesa e del papa.
Può darsi che la credenza alle false decretali, e l’aderire di troppi vescovi, e il sottilizzare delle scuole e le pressure dei tempi contribuissero gagliardamente a persuadere a Gregorio VII e a molti suoi successori le massime surriferite. Ammesse le quali, per fermo, nessuna cosa diveniva più patente, nessuna più logica quanto il diritto ne’ sommi pastori d’investire i principi dell’autorità regia o per lo contrario di spodestarli e sciogliere i sudditi dall’obbligo e giuramento di fedeltà e obbedienza. Eccetto, per altro, il considerare se tali rivolte di sudditi e tali sbalzamenti di principi si conformavano nel generale ai principj di carità e mansuetudine che sempre debbono essere vivi e operosi nei successori degli apostoli. Nè andremo poi ricercando se quell’abusata teocrazia fosse utile per non dir necessaria nei secoli più ignoranti e luttuosi del medio evo; ricercamento non intralasciato da noi nelle superiori parti del libro e condotto (ci sembra) con perfetta imparzialità. Ciò invece. che dee rincrescere ne’ nostri giorni si è di vedere che ai dotti e facondi compilatori della Civiltà Cattolica, sembri tuttora autorevole in ogni sua sentenza la Bolla citata di Bonifacio, e mai da Roma non siasi disdetto in modo riciso cotesto giure eminente del Papa sui governi civili. Perchè sebbene nel secolo andato si smettesse l’uso dil eggere pubblicamente il di della Santa Cena, nella basilica vaticana, la troppo famosa Bolla che piglia nome dalla Cena appunto di nostro Signore, tuttavolta noi ritorniamo a dire che una revocazione formale, piena e per ogni verso compita non è comparsa infino al di d’oggi.
§ V.
Per fermo, a chiunque à fede cattolica, dee sempre tornare cosa provata e innegabile che l’autorità della Chiesa estendesi non pure alle credenze dommatiche ma sì ancora alle dottrine morali che sono quanto quelle materia di fede. Laonde non può vietarsi alla Chiesa un diritto censorio sopra le leggi, gli scritti, le rappresentazioni sceniche, l’insegnamento pubblico, l’educazione e le usanze, per ciò che in esse è scorretto e depravato, e ammonire le anime pie del pericolo di quegli errori e di quella pravità. Solo, per mantenersi concorde alle tradizioni apostoliche e allo spirito di umiltà e mitezza evangelica, la Chiesa vuole che il Clero, condannando pensatamente l’errore ed i traviamenti, lo faccia altresì con modestia verace e mai non esalti se stesso; escusi, quanto può, gli erranti, confidisi delle buone loro intenzioni ed apra la sua sentenza unicamente quando si accorge del troppo danno del suo silenzio. A prevenire poi cotali guasti delle anime e dei costumi, il buon clero cattolico raddoppia la scienza e l’esempio, raccende la carità, e col moltiplicare il bene del prossimo, fa venerabili ed efficaci le ammonizioni.
Quanto poi al dire che usano i curiali romani che sorgendo controversia, il giudicio terminativo dee sempre ed onninamente appartenere all’ecclesiastica autorità; come (poniamo esempio) nella controversia famosa sull’interdetto di Paolo V contro la repubblica veneta, il risolvere se fu bene o male pronunziato e applicato, era proprio in ultimo appello dell’autorità stessa onde venne messo fuori, occorre di bene avvisare la materia della sentenza; imperocchè sulla moralità delle opere quanto sulla realità precisa dei fatti, lo Stato ed anzi ogni singolo uomo può esser giudice competente, perchè la ragione e il senso morale ci furono somministrati da Dio medesimo e ricusare al lume patente della ragione, ně si può né si debbe; e ciò che Dio manifesta nell’evidenza del vero non differisce certissimamente da ciò che parla e rivela nelle Sante Scritture perchè sono due rivi sgorgati da una e medesima fonte che è la sapienza divina. Per simile, pronunziare tale massima astratta e cotale altra, differisce sommamente dall’asserire ch’ella si avvera per appunto in questo fatto particolare e in cotesto. Diremo noi i papi infallibili a giudicare eziandio la più o meno realità e precisione dei fatti particolari e individui? Certo, i papi stessi avrebbero risoluto pel si dannando ex cathedra l’odiato libro del vescovo d’Ipri, poi promulgando la Bolla dogmatica Vineam Domini e quindi la famosa Costituzione Unigenitus, e così chiudendo la controversia agitata in Francia per lunghi anni tra i Giansenisti ed i Gesuiti. Ma questi medesimi pur ricordandosi del Breve Dominus ac Redemptor propalato con solennità grande da Clemente XIV e in cui si censura e rimprovera la Compagnia loro della zizzania seminata e degli scandoli gravi promossi, forse dubitano per questo rispetto dell’assoluta autorità pontificia; o forse la giudicano assoluta eziandio circa l’affermazione dei fatti speciali quando in essi è come implicata e rinvolta una massima di fede. Chè mai que’ Padri non si lasceranno vincere nel trovare distinzioni, torcere il senso delle parole e accordar gl’impossibili. E qui l’impossibil sta nel mostrare che il breve di Ganganelli riprovando dissenzioni e scandali gravi non implica materia morale dogmatica. Ma non volendo il pio e leale cattolico, seguire travagliosamente tutte queste sottilità dei teologanti e curiali, potrà del sicuro adagiarsi nella credenza che è gran paradosso di mantenere e di promulgare che Roma in nessun giudicio non sia caduta in abbaglio. E neppure quando dannava con Clemente XI il giuoco pubblico del lotto e con Clemente XII fondava nei propri Stati il giuoco medesimo. Il che ci sembra di più momento che affermare un fatto speciale o negarlo.
Le quali cose per altro, (noi confessiamo) non porgono arbitrio veruno al cattolico di ricevere con poca docilità e riverenza i pronunziati dei superiori ecclesiastici, essendo nel generale verissima la espressione di san Gregorio: Sententia Pastoris sive justa, sive injusta, timenda. Ma ciò non viela ch’ella non sia esaminata al lume del senso morale, della scienza e della critica; e talvolta non accada necessità di resistere, poichè delle creature intellettuali e libere è scritto l’ossequio vostro sia ragionevole. E il Bellarmino pur dopo avere alzato alle stelle e quasi deificato il suo papa, nullameno confessa che è lecito di resistere al pontefice il quale invada le anime e la repubblica perturbi.[7] Come poi il papa in quanto uomo particolare possa trascorrere ad errori ed a colpe gravissime eziandio contro la fede, e in quanto Capo della Chiesa nol possa, sel veggano i successori ed encomiatori di quel cardinale.
Dopo ciò ripigliando, il filo del nostro ragionamento, ei si debbe fermare e concludere che la Chiesa sebbene è indipendente e autonoma in modo perfetto quanto alla comunione delle anime e agli uffici del culto, per ogni altra parte della vita civile e politica è sottoposta alle autorità secolari e partecipa cosi ai doveri quanto alle franchigie del giure comune. Il qual vero abbiamo veduto non pure emergere dal fondo della socialità umana, ma essere stata volontà espressa e stupendamente provvida e salutevole del Fondatore della Chiesa; contro i concetti dei canonisti cortigiani od illusi i quali dopo aver separata la moltitudine dei fedeli laici da ogni partecipazione al governo dei negozj ecclesiastici e ristretto esso governo e quasi non dissi la Chiesa intera nel solo corpo gerarchico, ora intendono di procurare a questo, che viva in mezzo agli Stati, siccome alieno agli Stati medesimi e indipendente dalle lor leggi e magistrature. Conciossiachè a tal fine cospirano, chi hen le guarda, le immunità personali e reali dei chierici e l’ergere da per tutto tribunali proprj si per le cause civili e si per le criminali. Intorno al che non si dee dubitare di credere che è tuttaquanta materia sottratta a poco per volta alla giurisdizione secolare; e niuna di quelle immunità, niuna parte di quel foro potersi attribuire facoltà e titolo di giure divino. Atteso che nulla circa al subbietto ritrovasi costituito da Gesù Cristo, nulla dagli Apostoli. Invece la storia ci narra per filo per segno qualmente quei privilegi personali e forensi vennero largiti dai principi a diversi tempi e occasioni, e non mai tutti in una fiata, ma quando l’uno e quando l’altro e sempre con qualche riserbo verso l’autorità laicale suprema; e quindi permangono tutti essi di carattere accidentale e perciò rivocabile.
Certo, la possessione e l’uso di molte di tali immunità è antichissimo fra le nazioni cattoliche e il mantenerné parecchie e da capo sancirle come vedesi aver praticato alcuni governi negli ultimi Concordati, può parere giusta deferenza e filiate osservanza inverso la Chiesa ed anche nel generale un conveniente rispetto a ciò che sussiste da lunghi secoli. Ma l’essenza del giure pubblico odierno è talmente mutata che le libertà eziandio della Chiesa debbono trasformarsi ; e tuttochè sieno anzi per diventare maggiori ed estremamente più accette e sicure, nullameno non può loro mantenersi la vecchia impronta nel modo che ne abbiamo di già ragionato e proseguiremo nelle ultime parti di questo volume.
§ VI.
Non sarebbe di fede e mente cattolica l’uomo che ricusasse di credere alla istituzione divina dei vescovi ordinati canonicamente e del pari non credesse che loro capo nell’ufficio e nella giurisdizione non sia il pontefice, alle cui mani è affidata la cura, la custodia e la vigilanza generale di tutta la Chiesa come alle loro il governo e tutela delle Chiese particolari.
Nondimeno affacciasi subito alla mente il quesito se la potestà papale sia da chiamare assoluta, ovvero rimanga raccolta entro a certi confini. E qui pure la controversia è antica ed interminabile; e quantunque l’episcopato moderno propenda visibilmente ad esaltare in infinito l’autorità pontificia, non cambiansi per ciò i testi formali e non la storia dei primi secoli nè la efficacia di alcune evidenti ragioni ed interpretazioni. Nel vero, i testi insieme adunati e amplificati, al bisogno, nella significazione loro mai non giungevano a mettere in sodo che Cristo abbia voluto trasmettere a Pietro tutta l’autorità spirituale piuttosto che parte. E se tutta fossegli stata conceduta e senza limitazione, non avrebbero i concilj ecumenici trovato ragione di esistere nè troverebberla per l’avvenire. Conciossiachè basterebbero le sentenze del papa a rivelare i dogmi e porgerne di mano in mano le definizioni, gli svolgimenti ed i compimenti. Nè si giudichi in diversa maniera per ogni subbietto di moralità e disciplina.
Carattere peculiare e solenne della Chiesa cattolica è questo di illustrare e compiere le Scritture mediante la tradizione, illustrare e compiere i dogmi che nelle Scritture e nella tradizione continua si rivelano, e in generale sciogliere i dubbi e le controversie intorno a punti di dottrina, mediante l’autorità inappellabile di tutto il corpo di essa Chiesa effettualmente rappresentata nei concilj ecumenici; perocchè in lei tutta così adunata e rappresentata spira la mente di Cristo; e i responsi di lei consentiti unanimamente dalla università dei fedeli sono perciò dettami ed oracoli non refragabili. Ora tornerebbe rischioso ed improvvido il declinare tanto o quanto da tal principio, siccome sembrano aver procurato coloro che nella definizione del dogma nuovo della immacolata Concezione di Maria si sforzarono di far credere che il papa supplir potesse al concilio o supplire, almeno, al difetto delle forme costituite per le conciliari convocazioni, od anche sia sufficiente Egli solo a porre suggello perpetuo ed inviolabile a questa pia opinione o cotesta che paia essere prevalente e costante appresso le moltitudini.
Ma lasciando ciò stare, gli è certo che a’ nostri giorni la parte più procacciante del clero tende visibilmente ad esagerare di là da ogni termine l’autorità pontificia; il che non si riscontra per nulla con l’indole dei tempi stessi nelle bisogne civili, attesochè in esse tanto cresce il potere e l’influssò dei corpi rappresentativi e dei pareri comuni quanto scema quello dei singoli cittadini e si dilegua ogni traccia di assolute magistrature.
Certo, il papa non promulgherà ne’ di nostri Bolle e decreti contrarj alle costituzioni apostoliche e ai canoni fondamentali e più venerandi della Chiesa. Ma non deesi allora proclamare assoluta ed illimitata la potestà sua; e tornerebbe utile sopramodo per non dir necessario il segnare una volta e descrivere con nettezza la cerchia entro la quale dee muoversi. Ad ogni modo, sia di conforto alle anime timorate insieme e nobilmente liberali che niun cattolico è tenuto ad accettare siccome articoli di fede le decretali pontificie insino a quando l’approvazione diuturna ed espressa della Chiesa universale non le accompagni e confermi. Conciossiachè la infallibilità personale del papa, allora pure che tratta di materia di fede e pronunzia ex cathedra, è subbietto di controversia e lascia libere le coscienze e i giudicj. Di tal guisa, tu puoi oggidi rimanere buono e leale cattolico e tener sospesa la tua adesione a parecchie proposizioni del Sillabo infino a tanto che la Chiesa intera ed unanime non le faccia sue proprie, ovvero non le ricusi o modifichi. Considerato che tutti i fedeli e non la sola gerarchia compongono la persona augusta e mistica di Lei e solo da tutti essi emana lo spirito di verità infuso da Dio negli uomini di buon volere e schietto giudicio. Di qui l’assioma cattolico: essere certo ed irrepugnabile ciò che sempre ed in ogni dove e da tutti è creduto d’intorno alla religione e al dogma.
Nel generale poi, nessuna cosa è meno conforme allo spirito del Cristianesimo, quale il delineammo poc’anzi, quanto ogni maniera di arbitrio e ogni istituzione di comando assoluto. Assoluta è solo la dottrina evangelica e i precetti e le tradizioni che ne derivano. Ma coloro che s’intitolano servi dei servi di Dio e sigillano le lettere loro con l’anello dell’umile pescatore di Galilea, meglio interpreteranno la volontà di Cristo Signore quanto più si atterranno a inculcare ed invigilare in se stessi e in altrui la esecuzione precisa dei canoni imprescrittibili, mai non invadendo le attribuzioni e gli onori d’alcuno, fuggendo per sino l’ombra della parzialità e della passione e facendosi in ogni negozio docili ascoltatori si del consiglio de’ loro fratelli ed uguali nell’Ordine e sì delle voci concordi uscenti dal clero inferiore e dalla coscienza generale delle nazioni cristiane.
Salvochè insorgeranno qui appunto i curiali romani a dire che mai forse non à veduto il mondo cattolico maggiore sollecitudine dal lato del sommo gerarca di consultare il corpo dei vescovi intorno ai negozj e travagli della Santa Sede e maggiore prontezza nell’episcopato di tener gl’inviti del venerabile lor capo e approvarne gli atti e i giudicj. La qual cosa in questi ultimi anni è vera e visibile; ma bisogna pur troppo recarla a cagione piuttosto politica che religiosa e ci svela altri peggiori danni ed inconvenienti. Perocchè in effetto la docilità è soverchia e somiglia alla servità ed alla paura. E stimano i vescovi oggi aver tanto guadagnato di forza e di sicurezza quanto rinunziano con più fretta alle franchigie e diritti della loro dignità ed accrescono la potestà dittatoria del papa a cui si legano anche o spontaneamente o per uso con vincoli molti e stretti d’un singolar giuramento. Nè di ciò è da pigliarsi meraviglia considerato l’origine della esaltazione loro allo splendor della mitria. Conciossiachè, ogni giorno nel mondo cattolico si va ristringendo il cerchio dei vescovi eletti, non dirò dal popolo ma si dal clero diocesano ad essi attenente. Nel generale acquistaronsi il grado per favore delle corti o per favore del Quirinale, e il voto del gregge loro o per lo manco del sacerdozio non ci à più luogo. Di tal maniera scemò nell’episcopato se non l’esemplarità della vita, certo la scienza, la carità operosa, l’annegazione, la modestia; e sentirono i prelati maggior bisogno di accomodarsi muti e sommessi alle voglie e pensieri della Sedia romana, veggendosi soli e isolati trammezzo la moltitudine dei fedeli. Di qui pure avviene che nel clero minore sono altri concetti, altre opinioni, altra liberalità che ne’ rispettivi pastori e la discrepanza, sebbene occulta, cresce un poco ogni giorno. Aggiungasi che dispensando Roma a talento suo ogni maniera di privilegi e d’onori ecclesiastici, e valutando sopra ogni merito la deferenza continua e quasi l’adorazione inverso di lei, tali sentimenti per appunto sono professati e ostentati dai vescovi alquanto ambiziosi e che non sopportano in guisa alcuna di essere dimenticati dai faccendieri di Monte Cavallo. Ma come ciò sia, rimane patente a ciascuno che quanto il governo della Chiesa è proceduto inverso le forme dell’assoluta monarchia, d’altrettanto si oscurò e quasi disparve quel metodo elettivo e quello spirito popolare e affettuoso che rispondeva si bene ai principj di fratellanza e di ugualità predicati da Cristo, e in modo portentoso contemperava la subordinazione e la libertà, la vita rigogliosa del tutto e di ciascun membro particolare. Al presente nella maniera che i papi cessarono di convocare spesso i concilj generali, ciascun vescovo si sottrasse all’obbligo di radunare tanto le sinodi provinciali quanto le diocesane; e mentre insomma ne’ secoli antichi e migliori, ogni atto importante compievasi per via di consulte e di libere discussioni, ogni dignità originavasi per diretto modo o per indiretto dal suffragio e adesione de’ colleghi e degli amministrati, più tardi le unioni, le consulte e le discussioni o non si fecero, o si diradarono o tramutaronsi in nude e vuote formalità; siccome quando il rituale prescrive che s’interroghi la volontà e il consenso del popolo; il quale o manca o non assiste in numero sufficiente o non intende le latine parole che a lui s’addirizzano.
Ma ciò che ruppe con maggior danno i begli ordini elettivi e rappresentativi della Chiesa e il suo carattere popolare e fraterno fu la trasmutazione accaduta dopo il decimo secolo nella elezione stessa dei papi. Conciossiachè pur concedendo che non avvenisse con decoro e sodisfazione di tutti i fedeli che il popolo e clero d’una sola città quale è Roma scegliesse a volontà sua il capo di tutte le genti cristiane, ei fu riparato alla sconvenienza con altro sconcio maggiore siccome è quello di attribuire il diritto di scelta a un collegio di cardinali scelti essi medesimi dalla volontà del pontefice predecessore. Il qual collegio, secondo che porta l’essere delle cose umane, vennesi componendo la massima parte di prelati che servono più d’accosto la persona del capo supremo e sonogli raccomandati per vicinanza, parentela e amicizia o acquistano meriti indipendenti affatto dai grandi e laboriosi servigi inverso la religione. Per fermo, appariva cosa razionale insieme e naturalissima che tutte le chiese principali e come dicono nazionali della cattolicità fossero convenute di eleggere rappresentanti specchiati ed illustri con certa proporzione inverso il numero e vastità delle diocesi; e quelli, adunati in Roma, consigliassero cotidianamente il pontefice e quindi al suo mancare eleggessergli il successore. Ma essendo avvenuto il contrario di ciò, e i cardinali dovendo l’onor della porpora alla sola persona del papa, ognuno si fa capace che il lor consiglio e la loro assistenza pecca facilmente di fiacchezza e cortigiania. Oltrechè venendo eletti, come si disse, la più gran parte nel clero romano e nel suburbano che accosta ad ogni momento il papa, èssene a poco per volta formata una schiera d’uomini allevati nelle vecchie dottrine curiali di Roma stessa, e che più non sentono e non indovinano i pensieri e gli affetti delle diverse regioni dell’orbe cattolico. E v’è più avanti di male. Chè da quando i Gesuiti tornarono a far nido nella città eterna, vi si afforzarono nella misura medesima che in ogni altra provincia d’Europa erano osteggiati e tenuti bassi. Per modo che al presente sono vita, occhio, intelletto, ed ispirazione continua della Santa Sede e del capo suo, il qual pende dal loro labbro e detta costituzioni ed encicliche secondo la precisa mente e le precise dottrine della Compagnia. Onde i consigli chiesti al collegio de’ cardinali ovvero all’episcopato europeo non aggiunge nè toglie un ette a ciò che vogliono e pensano i teologi lojolisti. Così è fatta paurosa la gerarchia cattolica, e stima così con l’adesione cieca e il silenzio di dar vigore alla propria causa e vincere le ritrosie, i sospetti e le negazioni del secolo. Nè s’avveggono essi che tanto silenzio e tanta sottomissione all’arbitrio di Roma avvisa il rimanente mondo del declinare della vita e della sapienza nella parte superiore e insegnante della cattolicità.
Perocchè lo zelo sincero e la vita calda e operosa dimostrasi sempre con qualche varietà di parere e qualche ardenza di opposizione tenuta nei termini del rispetto filiale e volta a edificazione degli animi non a ingiuria ed a scandalo. Appena in Francia (chi non lo sa?) tacquero in tutto le disputazioni agitate dai portorealisti, e l’opinare indipendente della Chiesa gallicana venne a forza annullato, pullularono vigorosi i semi d’una miscredenza schernitrice e turbulenta, e discadde più che mai e si maculò da ogni lato la santimonia del clero. In ogni maniera, dov’è l’assiduo radunarsi e discutere, dove il moto incessante degl’intelletti e la controversia animata laboriosa e feconda sulle dottrine e sugl’istituti che riempiette da un capo all’altro i secoli più gloriosi della storia ecclesiastica?
§ VII.
Tutto ciò, come vedesi per ognuno, si disgiunge sostanzialmente dal dogma e non travalica la cerchia delle materie disciplinari e ministrative. Però sono tutte emendabili e possono pigliar tutte indirizzo nuovo e trasmutarsi conforme richiede la nostra età, o meglio secondo chiede la tradizione e il richiamo dei tempi antichi, non vi essendo parte della vita sociale umana quanto questa della religione e del culto in cui torni più vero il pronunziato di Macchiavello che la salute degli Stati dipende assai volte dal saperli con abilità rivocare ai principj loro. Per lo certo non basta a risanare la costituzione della Chiesa e di Roma il circondarla ed assicurarla d’ogni libertà esteriore; ma le bisogna sopramodo ricuperare con senno e misura eziandio le interiori sue libertà. Chè se talvolta nelle età trapassate scarseggiò delle prime, non fu mai caso che annullasse affatto le seconde come oggi le accade. Nè penso ch’uomo s’inganni quando desidera e spera per la Chiesa corretta e ringiovanita che la veggiamo approssimarsi all’archetipo disegnato da Dio medesimo in parecchie pagine degli Atti degli Apostoli. Ivi ogni cosa, è amore, fratellanza, comunità e modestia; ivi ogni cosa, come avvertimmo assai volte, si compie per consulte e suffragi. Ivi Pietro principe degli Apostoli mai non fa comparire l’arbitrio di sua volontà; non detta leggi, non inventa decreti e mai in verun negozio si soprappone e nemmanco si pareggia alla Chiesa e ai concilj. Le stesse parole, decreti, leggi, costituzioni, rescritti e simili suonavano ignote ai cristiani de’ primi secoli, perchè vi si fuggiva qualunque espressione che significar potesse dominazione e comando. E per ciò medesimo ei succedeva in progresso di tempo che dall’esempio della Chiesa e del clero meglio che da qualunque altro modello i popoli si addestrarono ad istituire nell’ordine politico le forme e le guarentigie parlamentari. Insomma è bello ripetere anche oggi le veementi parole di san Bernardo: chi mi darà prima del passo finale di scorgere con questi occhi la Chiesa di Dio tornata ne’ giorni antichi? Per isventura, la storia rispose allora al solitario di Chiaravalle che era un voto importuno e troppo presto significato. Dio smentisca quelle voci sconsolate che vanno gridando essere oggi troppo tardi.
Scorrendo ad altro subbietto, e ragionando sempre in sentenza cattolica, vuolsi tenere che la Chiesa è guardiana severa e gelosa delle verità rivelate; onde i concilj ecumenici nell’esprimere e propalare i lor pronunciati dogmatici e l’adesione e il consentimento di tutti i fedeli assunsero quella espressione udita la prima volta nelle mura di Gerosolima placuit Spiritui Sancto et nobis. Di qui proviene che la Chiesa ed i suoi dottori, come forniti della verità infallibile e irrepugnabile, quanto alle cose di salvazione e di vita eterna, quando consultano la fede e il giudicio loro comune e parlano alle anime partecipi delle credenze medesime, non possono ammettere altra religione, altro culto ed altra dottrina eccetto la propria severamente ortodossa; e del pari, recherannosi a debito di lamentare gli scritti e le stampe che a quella dottrina assoluta ripugnano; ed è in essi tutti un natural desiderio d’impedirle e sopprimerle, come vorrebbero ad ogni specie di danno morale mettere ostacolo ed apporre rimedio immediato, quando le forze bastassero. Infino a cotesto termine, la fede loro opera e parla conforme a se stessa e indegnasi con ragione degli errori, delle falsità e degli scandali e rimprovera la tiepidezza e l’indifferenza. Ma più là non è lecito di trascorrere, nemmanco di un jota; e sopratutto, non è conceduto ai cattolici da testo alcuno delle scritture e da alcun principio dogmatico di esercitare forza nessuna materiale nè mezzo coattivo qualechessia contro i miscredenti e gli eterodossi. Nè io voglio negare che a Roma furono sempre teologi che sudarono sangue a provare il contrario. Ma la più parte degli scrittori di polso rifiuta onninamente la massima dell’usare la forza negli atti e nelle opinioni circa la fede e la religione. Sul che giova insistere con ardore e perseveranza; e debbe allo zelo de’ più pii premere sopramodo che non si ricaschi a’ di nostri in abbaglio si deplorevole; avvegnachè la strada per ritornare agl’imprigionamenti alle proscrizioni ed ai roghi del medio evo può scorciarsi talvolta più che altri non istima; e sempre è nel cuore dell’uomo il germe delle persecuzioni sotto colore di caldeggiare la causa di Dio.
E qui pure, lasciando l’altre ragioni e la superflua fatica di allegare i testi o di commentarli, basterà, per mio sentire, il rivocare alla mente lo spirito vero e profondo del Cristianesimo, il qual vuole soprattutto l’adorazione intima, schietta e spontanea di Dio e innalza nei penetrali del cuore il primo tempio ed immacolato della nostra religione. Onde Cristo Gesù mai non insorse con maggiore indignazione e con parole più concitate contro le altre colpe quanto contro agli ipocriti e ad ogni maniera d’ostentazione e di falsa pietà; e per ciò medesimo raccomandò di occultare l’elemosine, le penitenze e i digiuni, per ciò medesimo attribui scarso pregio alle pompe esteriori del culto e all’esatta e minuta osservanza delle cerimonie e dei riti. Il qual sentimento del Redentore senti ed espresse in parole d’oro Lattanzio Firmiano scrivendo: « cosa non v’à cosi volontaria come la religione la quale se punto ritrovi avverso l’animo del sacrificatore, già è sbandita, già nulla è.»
Profanata è adunque la religione e materiata nel più intimo seno, se adopera la materia appunto e la forza in aiuto suo; e ciò diciamo eziandio nel supposto che gli uomini professassero tutti una sola fede, e fosse in tutti la coscienza di commettere male e mentire a se stessi pensando e parlando diversamente dai dogmi cattolici. Ma le credenze, come altrove fu notato ed importa di ripetere, sono dispari, e l’onestà naturale e la più austera castigatezza di concepimenti e di opere può farsi scorgere nelle persone che non anno mente cattolica o sí alienano da qualche parte del nostro Simbolo. Abbiasi dunque per non iscritta la proposizione XXIV del Sillabo con la quale rimangono censurati e condannati ex cathedra tutti coloro da cui si reputa Ecclesiam vis inferendœ potestatem non habere. E ognuno può senza punto cessare di esser cattolico disdire quella sentenza aspettando o che sia intesa e spiegata meglio, o dalla superiore autorità di tutta la Chiesa levata di mezzo. E infrattanto ricorderemo l’esempio di Cristo che quando Giacomo e Giovanni volevano si punisse quella borgata la quale ricusò di ricevere il Redentore e la sua dottrina, questi disse loro indignato: ah voi non sapete di quale spirito siete.[8]
E similmente quando parecchi de’ suoi discepoli l’abbandonavano dubitando di lui e della sua predicazione, egli invece di rimbrottarli e costringerli, voltosi a coloro che rimanevano disse con umiltà e mansuetudine: volete voi pure andarvene?[9] Del pari, discorrendo egli a’ discepoli di que’ peccatori che permangono sordi e ostinati eziandio all’ammonir della Chiesa, non vuole che questa li violenti e punisca ma solo li guardi siccome alieni alla Chiesa stessa.[10] Nè punirete, dice ancora ai discepoli, qualunque singolo uomo e qualunque città e castello sdegni le vostre parole, ma uscendone fuori scotete quivi la polvere de’ vostri piedi.[11]
Vero è che Cristo percuoteva una fiata con un mazzo di funi i profanatori del tempio. Ma coloro vendendo le cose sacre e convertendo il tempio in bottega anzi in ispelonca di ladroni[12] offendevano apertamente non pur la legge religiosa ma la civile che comanda il rispetto del culto e la quiete e l’ordine nel luogo dell’orazione.
Più inopportuno ancora è l’allegare che fanno la subita morte di Anania e Saffira, quasi punimento inflitto da Pietro a sanzione del suo giudicio. Pietro non sedeva pro tribunali e non pronunziò condanna nè assegnò alcuna pena. Dio puni di morte il mendacio dei due cristiani perchè quel prodigio terribile s’aggiungesse agli altri segni e miracoli che operava per testificare agli uomini la divina missione dei discepoli di Gesù; ed è appunto la stima ed interpretazione del fatto che leggesi nel santo libro degli Atti con quelle parole (Cap. V, 12): Per manus autem apostolorum fiebant signa et prodigia multa in plebe. Dalle penitenze poi sostenute corporalmente dai primi fedeli che potrebbesi mai dedurre, quando è provato ad esuberanza che erano volontarie? Pur troppo così non accadde più tardi a cominciare dalla metà del secolo quarto; ma sia lode alla Chiesa cristiana che non fu dessa la prima a porgere il tristo esempio; sì furono i Cesari e le loro leggi spietate rivolte avanti a punire col ferro i cristiani, poi col medesimo ferro e con ingiustizia uguale a punire i pagani e gli eretici.
In risguardo poi della differenza nei concetti e nei sentimenti circa la fede, ei se n’è fatto disteso ragionamento qua addietro; e confessammo all’ultimo essere una delle gravose necessità della specie umana a cui Dio solo può mettere fine; e che sebbene il fondamento spirituale del consorzio civile consista, più che in altro, nel sentimento religioso dei popoli non deesi tuttavolta dai magistrati definirne le forme e farne subbietto di prescrizione e di sanzione; ma invece debbonsi prescrivere gli atti il cui valor morale è uno e medesimo in tutte le umane coscienze, e l’osservanza dei quali è d’altra parte non preteribile affine che la socialità stessa delle genti non pericoli di resoluzione e ruina. Il senso del bene e della perfezione comune fa desiderabile del pari alla Chiesa e al potere laicale che gli uomini tutti convengano una bella volta nel modo di adorare Iddio e nelle credenze intorno alla vita sopramondana; con questo di più per la Chiesa ch’ella à fede incrollabile nell’attuazione o remota o prossima di tale unità di dogma e di culto; imperocchè a Lei fu promesso di venir radunati, quandochessia, tutti i figliuoli di Adamo in un solo ovile con un solo pastore. Salvochè al potere laicale sembra dovere procedere inverso quel fine mediante la inviolata libertà e spontaneità umana, secondo venne descritto e provato da noi a dilango nei primi capitoli.
Ora sebbene in Roma si reputi falso e dannoso cotesto principio e mantengasi da’ suoi teologi che il genere umano nasce viziato e corrotto e il quale però, senza l’adiutorio continuo della grazia divina e del ministero cattolico, rimane incapace di calcar le vie del retto e del bene, egli è da considerare che tale credenza entra similmente nel novero di que’ pronunciati intorno di cui le cogitazioni umane si dispajano troppo visibilmente, e perciò sono lasciati all’esame e alla persuasione di ogni singolo uomo. Laonde, perchè al consorzio civile fa pur bisogno di procedere con qualche norma direttiva, accettabile a tutti e conforme per ogni verso al comune diritto, perciò ogni savio governo si risolve di credere col generale degli uomini alla libertà e spontaneità razionale di nostra natura; e invittamente presume che lo spiegamento franco, animoso e non punto parziale ma complessivo ed intero di tal natura e d’ogni sua qualità e potenza non infirmerà mai i documenti e gli adagi dell’assoluta moralità e le speranze sublimi e consolatrici d’una vita immortale. Il perchè, come a suo luogo fu detto, la libertà diventa non pure un diritto ma si un dovere non declinabile del buon cittadino, atteso che è il mezzo continuo onde l’ordine prepensato da Dio nelle faccende umane si effettui passo per passo e il miglioramento progressivo dell’indole nostra non incontri ostacolo artificiale e restrizioni arbitrarie.
Non può, adunque, il cattolico ostinarsi a non confessare che mancando al poter civile ragione ed autorità per fondarsi onninamente sopra credenze e dogmi non da tutti partecipati, ogni altro principio eccetto quello della libertà rivolgerebbesi in ischietto paralogismo, del che abbiamo discorso quant’era opportuno.
Rispetto poi alla credenza speciale nella pravità innata ed immedicabile di nostra natura, semprechè questa sia lasciata procedere ad arbitrio suo e con le forze sole native del proprio essere, non ci affrettiamo di troppo a ravvisarvi un articolo certo e assoluto di fede. Attesochè Cristo Signore, vestendo la nostra carne e aprendo agli uomini il celeste tesoro di sue dottrine, corroborò per ogni tempo la nostra ragione e il nostro senso morale, tanto che l’Evangelio è divenuto a poco per volta un’etica universale accolta sinceramente e approvata dagli uomini retti ed illuminati d’ogni terra e d’ogni religione; perocchè se non bastava alle genti il lume innato mentale e la riflessione ordinaria per rinvenire da sè sole quella eccellenza nuova e stupenda del bene, è loro bastato nondimeno per riconoscerla ed assentirla. Nè vengono pure accettati in comune i precetti della temperanza e della giustizia, ma quelli eziandio della carità operosa; e tutti ravvisano che dove l’amore e la fratellanza non ponga il suo sacro suggello a ogni intendimento buono e ad ogni virtù, il rimanente per parlare con le Scritture vale come un bronzo che squilla e un cembalo che tintinna. Ora se la spontaneità umana dee spiegarsi nelle facoltà superiori principalmente, e cioè nell’intelletto e nell’animo, e se nell’intelletto e nell’animo di ciascheduna creatura un poco educata parla continuamente la ragion morale dei Vangeli non che altri principj salutari e fecondi a quella attinenti, perchè mai il cattolico dubiterà egli al presente della integrità e drittura naturale del nostro essere? e perchè non diremo di poter vivere nella compitezza d’ogni franchigia dopo gli abiti nuovi spirituali indotti appunto dal cristianesimo e divenuti una specie di rivelazione perenne ed universale del vero e del bene? Altro, impertanto, è il dogma della caduta e poi della redenzione, ed altro gli effetti di questa propagati e perpetuati sul mondo.
A torto, dunque, la libertà dei moderni è interpretata da Roma quasi un pareggiamento di tutte le religioni e un’approvazione uguale della verità e dell’errore. Le moderne franchigte significano questo soltanto che l’uso della forza è di più in più circoscritto; e maggiore che mai non fosse è la speranza e la fede, si nell’efficacia della ragione e si nel dominio dello spirito al quale è commesso di ritrovare a poco per volta quella unità di credenza che Roma vuol conseguire mediante la coazione, la simulazione e il silenzio. Accetti ella, invece, la libertà, siccome ultimo frutto del cristianesimo e quale campo dischiuso alle battaglie estreme contro all’errore. Accetti la libertà; ed insegni assiduamente a farne buon uso, pur venerando il mistero della Provvidenza che allato di quella soffre di veder pullulare la discrepanza delle opinioni; e non si presuma colà di essere o più santi o meglio consigliati di Paolo il quale confessava la necessità delle eresie: nam oportet et hæreses esse.[13]
Impertanto, in luogo di dire, come fa il Sillabo, che sono dannandi tutti coloro ai quali non sembra che la libertà di culto e di stampa debba corrompere di necessità i costumi e dilatare la peste dell’indifferentismo[14] conveniva per avanti cercare se dove quelle franchigie sono vietate, i costumi si serbino meno corrotti; e sarebbesi ritrovato forse il contrario, non osando alcuno sostenere che nei protestanti d’Europa e d’America non apparisca migliore castigatezza che in altre provincie; ovvero che la Francia, per via d’esempio e l’Italia. vivessero morigerate sotto i governi dispotici più che sotto i moderni Statuti. E quanto alla indifferenza, io ricorderò l’esame che altrove ne feci e le maniere diverse d’intenderla e definirla; e sempre mi è lecito di ripetere che dove sono diverse chiese, là sorge a non lungo intervallo il fervore della controversia e lo zelo dei rispettivi credenti; e dove per opposto nè la religione nè la stampa sono affrancate, poco o nulla rimediasi al tedio comune e all’indifferenza vera che è sinonimo della incuria; quando tu non voglia chiamar rimedio la beffa volteriana, la sottile ipocrisia e l’odio crescente e lo sprezzo contra ogni sorta di sacerdozio e di rito; ovvero ti gradisca supremamente la fede materiale e quasi a dire meccanica delle infime plebi a cui l’ignoranza impedisce qualunque possibilità di dubitare e giudicare.
§ VIII.
Trapassando ad altro, debbe il cattolico recarsi in memoria quelle parole di san Giovanni[15] «Sono ancora molte altre cose che fece Gesù le quali se raccontassersi ad una per una non penso che nel mondo stesso capissero i libri che bisognerebbe scriverne.» Quello, impertanto, è rimasto riferito e narrato agli uomini che era più sostanziale alla salute delle anime e alla trasmutazione morale dei popoli, e ciò furono i documenti e i fatti pe’ quali la vita e forma interiore del nostro essere venisse cambiata; imperocchè ogni rimanente avrebbe per conseguenza cambiato, non potendo stare che gli effetti esteriori eziandio remoti non rispondano presto o tardi all’opera delle cagioni efficienti e all’impulso delle forze motrici interiori. Non parlò, dunque, il Signore o non fece di sue parole giungere testimonio speciale intorno a tutte le virtù della vita civile e a tutti gli uffici del buon cittadino; ma predicando continuamente la carità nel prossimo egli certo inculcava eziandio la carità inverso la cosa pubblica. E perciò errarono quegli asceti (e troppo furono copiosi e per troppa età furono uditi e imitati) a’ quali parve da curar poco il bene civile e la prosperità e gloria del popolo a cui, nascendo, appartenevano. Del pari, se nei Vangeli non leggesi raccomandata particolarmente agli uomini la scienza e l’amor della scienza, basti che ad ogni pagina vi sia prescritto l’amore di Dio; perchè la scienza cercando e studiando nell’uomo e nella natura l’opere ammirande dell’Opifice eterno fa crescere d’altrettanto l’amore inverso di lui. Senza dire che nel Verbo fu incarnata propriamente la divina sapienza. Il perchè la ragione umana e tutto il vario sapere che ne distilla quanto più si espande e si perfeziona, più penetra nella luce della divina sapienza e dell’assoluta verità; e Cristo disse cento volte essere egli la verità e volere che l’adoriamo in quella per appunto; il che significa nel vero concetto di Dio e della ragion morale. E se d’altro lato il concetto di Dio comprende ogni cosa, seguita pure che ogni verità e ogni scienza vi sono comprese, e queste cercando e studiando scopriremo viemeglio la idea di Dio e l’ordine indefettibile prestabilito dalla sua parola creatrice. In fine, quando Gesù affermava la Provvidenza riempiere il mondo e vegliare amorosa sugli uccelli dell’aria e sui gigli del campo, non invitava egli la mente curiosa e indagatrice degli uomini a ravvisare ognor meglio nella natura i vestigj di Dio e con umiltà e filiale riconoscenza adorarli? Ed ancora, non prescrisse egli Gesù a’ discepoli suoi ed a’ successori di questi il sapere ed anzi il maggior sapere, quando lor disse: ite, ammaestrate ogni gente? Imperocchè non sempre la scienza avrebbe illustrato di sè i banditori del Vangelo per via prodigiosa, siccome dentro al Cenacolo, ma bisognato sarebbe di procurarsela per via naturale; e di tal maniera potettero già Clemente, Giustino, Atenagora disputare coi Neoplatonici, Origene con essi e con Celso, Tertulliano e Arnobio coi più dotti Romani, Agostino coi Pelagiani ed i Manichei; e dalle labbra del Crisostomo e di Lattanzio flui la eleganza greca e latina per allacciare da ogni verso i più ritrosi intelletti e condurli alla fede nuova. Se, dunque, il secolo nostro è parzialissimo della scienza e vuole le sieno levati d’attorno gl’impedimenti d’ogni censura, egli segue nel fondo un’idea altamente cristiana; e indovina e crede che l’ultima sintesi cui perverrà la scienza medesima sarà del certo religiosa e non mai avversaria dei grandi veri dal Vangelo manifestati; e questa fiducia stessa, intera ed inalterabile ne’nostri tempi, e cioè del concorrimento perfetto del vero col bene e della fede con la scienza, è pia, religiosa e cristiana; ned ella per angustia di pensieri e per animo fiacco e timido, piglia sgomento veruno delle parziali contradizioni e degli oscuri enigmi che la scienza va generando col tempo, e quindi col tempo va dileguando.
Tali due caratteri adunque della civiltà odierna del volere accresciuta per ogni verso e libera d’ogni impaccio la scienza e del volere praticata la virtù civile e pubblica quanto la privata e domestica, debbono tornare accetti e illibati al più rigoroso e schietto cattolico, posto soltanto che non rifugga dal fare uso della ragione e del senso morale e provisi a penetrare non la buccia e le fronde, ma il succo interno e l’essenza del cristianesimo. Del pari, come accennammo più sopra, è cristiana eminentemente e cattolica quella speranza che ora ferve in tutti gli animi di veder procedere le umane generazioni a sempre maggior grado di cognizioni, d’arti, di civiltà e di fratellanza, tanto che il regno di Dio si possa dire avverato ed effettuato di più in più sulla terra; onde Cristo voleva che tale miracolo si domandasse devotamente ogni giorno orando al nostro padre comune.§ IX.
Seguitando a paragonare i concetti dell’età nostra con quelli che dee professare il cattolico, io m’imbatto in altro riscontro singolarissimo di cui è bene ragionare un po’ per disteso.
Socrate e gli altri buoni e savj dell’antichità insegnarono la rettitudine, la giustizia, la benevolenza, ed in generale ogni parte elevata e magnanima della moralità. Salvo che parve le loro parole e l’esempio fossero piuttosto rivolti agli uomini atti a educazione e cultura più che ordinaria, e nemmanco fossero derelitti d’ogni qualunque bene della fortuna e della natura. Agli schiavi nessuno (ch’io sappia) curava di educare l’ingegno nè l’animo; onde correva sulle bocche l’adagio: humanum paucis vivit genus. Ma negli anni apparecchiati alla salute del mondo, un uomo di Nazaret salito in luogo montuoso, come volesse dall’alto parlare a tutte le genti, significò per la prima volta che i più miseri e disprezzati fra le creature sono beati e gloriosi al cospetto di Dio, se vivono rassegnati e virtuosi e serbano la mondizie del cuore. Oh questo fu davvero nuovo linguaggio all’orecchio dei mortali; e fu spettacolo nuovo e impensato che i pescatori e i braccianti, gli schiavi ed i famuli e ogni altra parte minuta e disagiata del popolo fosse preferita ai doviziosi, ai potenti ed ai fortunati. Vero è bene che in ogni tempo ed in ogni dove le città e le campagne furono piene di poveri e d’ignoranti e piene d’infelici percossi da ogni generazione di disastri, d’infermità e di patimenti; il mondo, dicasi il vero, aiutavali con qualche ribrezzo e fuggendo al possibile di ricordarli e di ragionarne. Il Fato li riprovava ed erano sacri allo sdegno arcano di lui. Chi, pertanto credeva e aspettava per tutti loro un si divino consolatore? e a cui sarebbe caduto in mente di udire dal labbro più santo e più saggio dell’universo esprimere quella sentenza insperata e incredibile che tutti coloro che piangono sono beati?
Ora, chi ben guarda le cose, vedrà nello spirito democratico dell’età nostra ricomparire sotto diverso sembiante lo spirito di carità evangelica verso la parte più numerosa e men fortunata del genere umano; ed anzi in tutte le rivolture e trasmutazioni del volgente secolo, forse questo solo fatto è costante, e questo solo terminativo risultamento vi si lascia ravvisare che cioè la sorte delle classi inferiori e più bisognose sia d’alquanto mitigata. Salvochè il secolo non vuole intinto nella servitù, nella umiliazione e nella ignoranza il pane materiale e morale che spezza alle infime plebi. Studia invece che in queste penetri il senso della dignità propria e si svegli una coscienza sincera del diritto e del dovere; studia che moltiplichino esse via via l’attività e dileguino affatto l’ignavia; e studia altresì che s’accorgano del gran profitto del consociarsi fra loro e operar di conserto e fornirsi di cognizioni quanto più possono; mentre poi avverte il ceto mezzano ed il superiore che quando non curino da tutori naturali e benevoli la educazione e miglioranza di quelle plebi, il mondo sarà pieno degli spaventi e miserie delle rivoluzioni e guerre sociali. Tutto ciò è peculiare ai tempi ne’ quali viviamo e dall’uom religioso e cattolico non può essere loro rimproverato; se non che, egli dee procacciare con intensa industria e fatica che nell’animo di quelle plebi rinvigorendo la fede cristiana, torni il sentimento oggimai sbandito della rassegnazione, senza del quale rimarranno quasi perduti e infruttiferi al popolo tutti gli altri conforti e le graduate attenuazioni de’ suoi disagi; nè coglierà diletto, lucro e riposo veruno per entro al quale non s’infiltri e sparga l’amaro veleno dell’invidia e l’astio cupo e risorgente contro i più doviziosi.
§ X.
In fine, puossi egli non ammirare i portenti cotidiani che opera oggi la scienza trasmutando i suoi trovati dottrinali in mezzi e strumenti di comune utilità, facendo crescere e variare in modo insperato le produzioni del suolo, le manifatture dell’arti e le comodezze del vivere e accostando i popoli ogni giorno di vantaggio; sicchè oramai l’uno visita l’altro con più agevolezza e in minor tratto di tempo che non era lecito qualche secolo addietro agli abitatori d’una stessa provincia? Qual cosa è più spirituale e però più cristiana di questa progressiva dominazione dell’uomo sulla natura? e di questo alto pregio morale scoperto e serbato nel lavoro indefesso e nel sudor della fronte? E la cristiana carità non si compiace ella infinitamente di potere ogni di con accrescere i ricolti e le industrie fabbrili, venir scemando di qualche poco le sofferenze e le privazioni del proletario e del povero? D’altra parte, se i cattolici debbono diuturnamente chiedere a Dio di vedere tutti i figliuoli d’Adamo adunati con pace e amicizia in un solo gregge e retti con paternale mansuetudine da un solo. pastore, vicario di Gesù Cristo, nulla sembra dovere. affrettar di vantaggio la divina promessa quanto l’approssimarsi in fra loro i popoli e conoscere per esperienza che sono nati e preordinati a giovarsi mutuamente mercè dello scambio d’innumerabili utilità; dove che le guerre le gelosie, i soprusi e le ingiuste preoccupazioni e avversioni tornano da ultimo disastrose a entrambe le parti. Nè si dee dire che tutto ciò permane nel solo concetto e nel sol desiderio dei buoni. Perocchè in fatto le guerre si diradano e riescono insieme più corte e meno spietate e il giure delle genti avvicinasi per ogni rispetto all’idea della giustizia reciproca ed anzi della fraternità. Vittorie e conquiste mirabili sono coteste delle dottrine cristiane e cattoliche, tanto più sicure del lor successo e del lor perdurare fra le nazioni in quanto l’amicizia è pur quivi concordata alla libertà; dannandosi oggi ogni intervento non patteggiato e violento di armi straniere nell’altrui territorio, sotto qualunque colore si pretenda di compierlo. Al che si aggiunge l’altro documento non ripugnabile e tutto cristiano che gli Stati si fondamentino nel consenso e amore dei cittadini e nella spontanea loro ed invitta deliberazione di congregarsi e convivere sotto le proprie leggi e statuti per insieme attuare l’unione massima consorzievole che accader possa fra gli uomini e a cui si dà nome di patria, così adempiendo di compagnia i fini eccelsi serbati al genere umano sopra la terra e bene accordati coi santi fini sopramondani ed eterni. Cotesti per nostro credere sono i caratteri luminosi, universali e profondi della civiltà dell’andante secolo, nessuno dei quali prevarica in nulla dal più puro e illuminato senso religioso e cattolico, sebbene non osiamo dirli esenti da qualche errore parziale nè che la pratica raggiunga ordinariamente tutta la bontà dell’idea. Salvochè bisogna qui rivocarsi a mente la storia ed assolvere i nostri tempi eziandio in questo; perocchè in quale altro secolo noi troveremo i principj non offesi d’alcun errore e non mai abusati ed estorti dalle passioni e ambizioni umane? Basterà forse al Medio Evo l’aver mostrato maggiore ardenza religiosa per mondarsi affatto d’innumerevoli colpe ed eccessi? E la Chiesa approverà ella i Giudizi di Dio, le prove del fuoco, i roghi delle fattucchiere e dei paterini, le scelleraggini dei crociati, le stragi di Linguadoca, solo perchè commesse a nome della fede e sotto la invocazione di Gesù Cristo e dei santi?
§ X.
Dopo tutto ciò, mentre noi ci confermiamo nella persuasione che l’indole della civiltà odierna è buona, e che invece di dannarla, il cattolico non fanatico la dee lodare altamente, sforzandosi tuttavolta di raddrizzarla dove sembri piegarsi un poco a dritta od a manca, noi proviamo certa maraviglia dolorosa nel leggere alla proposizione LXXX del Sillabo che sia riprovato colui il quale si pensi potere il Sommo Pontefice ed anche dovere riconciliarsi col progresso, la liberalità, e la civiltà dei moderni. Già è trista cosa il dichiarare che il papa vive in liscordia con la civiltà dei tempi e non accelta la loro liberalità e i principj. Riesce poi incredibile udirlo affermare che nè può nè debbe riconciliarsi con essi. Il che in sostanza significa che la religione cattolica e la civiltà procedono per vie contrarie o troppo diverse almeno; nè certo si può pensare ad alcuna sorta di disenzione più perniciosa; salvo che gli effetti, conforme dicemmo altrove, sono sminuiti e perdono d’efficacia per la generale tolleranza o indifferenza del ceto superiore e mezzano ed ancora per li rimedj e compensi che pone oggi in tali negozj la saviezza delle leggi quasi da per tutto condizionate a libertà. Il Sillabo danna eziandio la separazione della Chiesa dallo Stato; e vogliamo credere che vi s’intenda separazione morale assoluta; la quale per fermo non è approvabile, ma il contrario è sommamente da cercare e desiderare, secondo venne spiegato da noi in più luoghi; dimostrando con evidenza chè quanto la Chiesa e lo Stato permangono stranieri e slegati per le relazioni giuridiche, altrettanto si accostano ed accomunano con la osservanza e l’affetto col proponimento del bene, la identità dei principi e la nobile emulazione nelle opere di beneficenza, di educazione e di civiltà.
Ma nulla sembra del moderno trovar grazia nel Quirinale; tanto che giungono a dannar quasi d’eresia il principio del non intervento; sul che davvero converrà attendere spiegazione e conoscere come sia riprovevole il rispettare la libertà naturale dei popoli che è cardine e basamento incrollabile d’ogni giustizia internazionale; ed è altresi il pegno migliore che valgano essi a darsi reciprocamente di lunga pace.
Nè va la bisogna fra le nazioni diversamente che fra la religione e lo Stato; che quanto furono quelle più rispettate nel separamento loro giuridico più i morali legami si strinsero e moltiplicarono.
À pure sembrato cosa durissima a credersi e troppo efficace a disgiungere e inimicare i cristiani in fra loro quel dogma severo: non esservi salute fuor della Chiesa cattolica. Ma v’à una scuola di teologi ortodossi che interpreta ciò molto discretamente, insegnando che la Chiesa visibile è contenuta nella invisibile a cui del sicuro appartengono tutte le anime infervorate di Dio e della virtù e chiedenti il vero con profonda sincerità, umiltà e perseveranza. Costoro, afferma la scuola anzidetta, fuor della Chiesa non sono, dappoichè questa nascendo in una con Cristo prometteva la pace, o vogliam dir la salvezza a tutti gli uomini di buona volontà; a segno che un teologo italiano dottissimo e specchiatissimo non dubitò di scrivere e di pubblicare, or sono parecchi anni, che la Chiesa non avea mai pronunziato sentenza di dannazione contro i bambini non battezzati, gli eretici e gl’infedeli di buona fede. Si assevera dagl’intendenti e bene istruiti che Roma in fatto non ripugnò a tale sentenza e parve col silenzio accettarla. Desiderio sommamente per la quiete e la fratellanza degli uomini che la cosa stia e permanga appunto in cotesti termini.
Noi potremmo prolungare quasi in infinito il discorso intorno alle riforme, parte necessarie e parte utilissime ad iniziarsi a’ di nostri nella Chiesa cattolica. Ma ci basti avere delineato sol quelle che mostrano convenienza e armonia perfetta di lei con la libertà e civiltà dei moderni e non ledono neppure un jota dei dogmi e documenti morali intangibili della fede ortodossa. Ma certo per giungere a ciò si conviene pigliar coraggio di contradire a parecchie sentenze della curia romana, imboccate per isventura al papa ma non istate mai nė perpetue, nè comuni alla Chiesa e solo spacciate al presente per calcoli e passioni politiche, delle quali ultime faremo più tardi ponderato discorso. Egli bisogna persuadersi che nei paesi cattolici le faccende di religione sonosi tragittate agli estremi, e temporeggiarle non è possibile. Intanto noi adempimmo all’ufficio assunto di provare che non interviene alcuna necessità di voltar le spalle al mondo civile moderno per conservarsi illibato e stretto cattolico. Vedemmo con quanti solenni precetti, con che assidua sollecitudine, con che virtù sfolgorante di esempio il divino Autore della Chiesa volle persuadere ai discepoli che loro toccava mostrare al mondo perennemente l’arte nuova celeste di combattere l’egoismo proprio e l’altrui, mediante l’umiltà e la povertà che sono le due nemiche perpetue d’ogni sensualità e d’ogni voglia imperiosa, come queste due sono le forze vive della nostra anímalità ripulsiva e incomunicabile e spengono la espansione spirituale della carità in Dio e nel prossimo. Volle dunque Cristo che sempre nella Chiesa i pastori dell’anime rispondessero come Pietro aurum neque argentum non est mihi, e similmente volle che mai non uscissero della condizione di sudditi a rispetto della vita civile siccome fece egli medesimo che deliberò di nascere suddito e i doveri di sudditanza adempiette; e pel governo interiore del gregge cristiano, raccomandò altamente una perpetua mansuetudine, una fratellanza cordiale e un tal comandare modesto e paterno che fosse insieme un obbedire, secondo le leggi soavi dell’umiltà e dell’amore.
Ma ei succedette che a poco a poco questa essenza, a chiamarla così, del sacerdozio cristiano venne oscurata ed intorbidata, e le ricchezze e il comando tanto riuscirono più nocivi quanto assunsero nomi e ragioni molto speciose e d’apparenza legittima. Di quindi provenne bel bello un vasto sistema di giure canonico per ogni parte e con fina dialettica congegnato ed architettato ed è quello che tuttora informà di sè il papato e la curia romana. Giusta le massime sue non pure il sacerdozio cattolico dee vivere di privilegi, d’esenzioni e d’eccettuazioni per modo da comporre uno Stato dentro gli Stati, ma competegli altresì di occupare ed esercitare per ogni dove porzione non picciola del potere civile stesso; e ciò che non occupa e lascia usare alle magistrature laiche, vuole sia considerato come sua permissione e come atto di paterna indulgenza sotto nome di Concordato. Nè già intende che il suo prescrivere e comandare nei negozj spirituali ed in altro consista meramente nel dar regole religiose e morali alle azioni, senza minaccia e coartazione; ma intende di aver diritto all’adoperamento della forza materiale, sia che la eserciti egli medesimo, sia che imponga alla potestà secolare di usarla in servizio di lui.
E perchè a tutte queste cose opponesi oggi energicamente e universalmente la ragion delle leggi e più ancora lo spirito della civiltà e la tendenza comune degl’intelletti e degli animi, Roma condanna quello spirito e quelle tendenze e le trova pessime e le maledice. E di tal guisa pone le anime più timorate e pieghevoli nella necessità di odiare le leggi e le istituzioni della patria loro e non rado anche disobbedirle.
Del rimanente, il primato religioso di Roma che altro vuol significare e promettere al mondo se non di comprendere tutta quanta la virtualità del primato civile, come dimostrava or fa qualche anno un grande e facondo scrittore italiano? E Roma crederà di bastare a un magistero tanto sublime con le sole negazioni e scomunicazioni? E mentre dovrebbe precorrere ad ogni miglioramento e perfezionamento umano o con l’esempio o con la scienza o con l’esortazioni efficaci e continue, starassi inerte fra il moto dei popoli, sospettosa d’ogni novità, paurosa della scienza e rinnovando per isventura in ogni negozio il gretto spirito farisaico si premuroso delle forme e dei riti e sl negligente o ignorante della sostanza? Ma in qual maniera può ella persuadersi che ogni bontà, ed ogni eccellenza accessibile, ogni progresso finale e ogni compimento desiderabile sieno già effettuati in grembo alla Chiesa? Perocchè altro è possedere la parte di assoluta verità e sapienza che Dio volle comunicare ed altro andarla svolgendo e applicando negli animi e nelle azioni, altro fecondarla nei semi infiniti di bene che in sè racchiude. E perciò «non sono i principj cristiani e cattolici i quali si svolgono e progrediscono, ma noi c’innalziamo grado per grado alla cognizione compita dell’essere loro; quindi immutabili sono e fondati sopra l’eternità; ma la loro luce tanto cresce nella mente dell’uomo quanto il seno della inrellettiva si estende. » Badi il lettore a queste parole che dopo trascorso un terzo di secolo dalla pubblicazione loro[16], mi tornano nella memoria segnate della stessa evidenza. Il fatto è che la limitazione e angustia di nostra natura rende impossibile alla liberalità e grazia medesima di Dio ottimo massimo il versare ad un tratto nella sua Chiesa l’infinito del vero e l’infinito del bene. Quindi dovrebbe riuscire cosa patente e certissima a Roma che ogni qualunque istituzione od umana o divina se non vive di forte vita e operosa e non ispiega vie meglio le sue facoltà e la sua potenza effettuale, dà cenno di consumarsi e di perdersi; e perciò è necessario che si allarghi e modifichi giusta il mutare dei tempi nè s’agghiacci mai e impietrisca a sembianza delle creazioni digià sfruttate e converse ormai nella durezza e immobilità dei fossili. Per fermo, è incredibile quanto doloroso quel volgere che fa Roma lo sguardo sulla civiltà d’un intero secolo e quel dirle: non ti conosco. Nè tanto disdegno le è suscitato dalla superbia e alienazione dei popoli; i quali per lo contrario, appena stimarono in sui primordj del papa presente di ravvisare un po’ di larghezza, e ardimento nel Vaticano, alzarono al cielo un grido di gioja insperata, sacra, nuovissima, inenarrabile; tanto desiderano essi di procedere consenzienti con l’autorità più augusta fra le schiatte mortali e di vedere in qualche luogo sulla terra sfolgorare vivo e perenne l’archetipo della religione insieme e della civiltà.
Io voglio, per ultimo, prevenire e sventare l’accusa che forse talun clericale potrebbe muovermi contro, dicendo che io desidero ardentemente il ritorno delle prime età della Chiesa, mentre dimostro il bisogno supremo che à di avanzarsi col secolo ed anzi di precederlo di gran tratto; il che sembra voler dalla Chiesa due fatti impossibili, e cioè il retrocedere ed il progredire. Apparente contradizione è cotesta, rispondo io. Conciossiachè a nessuna potenza e forza è dato giammai di progredíre, quando si stempra e snatura. Quindi il primo progresso per lei consiste a ricuperare l’indole propria, e ciò significa rapprossimarsi alle origini; dalle quali poi è così dilungata e trascorsa la Corte romana che il vecchio diventa pur troppo novissimo. Anzi avverasi qui puntualmente la legge dei ricorsi bene augurati e fecondi che mai non debbono iterare il lor moto in guisa uguale e identica al tutto con se medesima, sibbene ricominciarlo arricchito delle riforme ed ampliazioni che reca loro il tempo, reca la scienza innovata, recano la meditazione e l’esperimento sopra misura cresciuti. Nè v’à, per mio giudicio, nel mondo immaginazione tanto felice da poter figurare lo immenso sfolgorio e la bellezza incantevole della Chiesa cattolica, quando alla prisca povertà e verecondia aggiungesse il più puro spirito dei grandi pensieri ed affetti di questo secolo decimonono.[17]
Note
- ↑ R. Ital., XIX, p. 728.
- ↑ Matt, XX, 25, II. Marco, X, 4.
- ↑ Id., Cap. XXIII, 7, 8, II, 12.
- ↑ Mar., X, 8.
- ↑ Matt., X, 17, 25.
- ↑ Fleury, Histoire de l’Eglies, Livres 62 et 63.
- ↑ De Romano Pontefice. Libro secondo, Capo XXIX.
- ↑ Luca, c. IX, 55.
- ↑ Giov., VI, 67.
- ↑ Matt., XVIII.
- ↑ Matt., X, 14.
- ↑ Luca, c. XIX, 48.
- ↑ Ad Corinthios, c. XI, 19.
- ↑ Sillabo, Prop. LXXIX.
- ↑ C. XXI, 9, 25.
- ↑ Lettera dedicatoria ad Augusto Barbier. Parigi, 1888.
- ↑ Vedi Della Rinascenza cattolica. Barbèra, 1867
- Testi in cui è citato Fozio di Costantinopoli
- Testi in cui è citato Arnaldo da Brescia
- Testi in cui è citato Costantino I
- Testi in cui è citato Papa Gelasio I
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