Teorica della religione e dello stato (Mamiani)/Capitolo XV
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CAPITOLO XV.
Del potere temporale della Santa Sede.
§ I.
Forse non esiste oggi in Europa alcun principato che vantar possa antichità di possessione quanto i papi sopra il loro, lasciando in disparte la donazione di Costantino alla quale i critici moderni non credono. Vero è che l’atto autentico della donazione di Pipino e di Carlo Magno non si trova, e che nelle lettere pontificie in cui viene ricordato parlasi del papa insieme con la repubblica romana; onde si dovrebbe inferire che il popolo e il senato di Roma furono chiamati partecipi nel dominio. Aggiungesi che non poteva Carlo Magno, come nol può nessun principe, donare altrui in pieno possesso alcun membro dello Stato la cui integrità è innanzi ogni cosa affidata alla sua fede e alla sua spada. E per vero, troviamo nei tempi posteriori che non mancavano gl’imperatori tedeschi di spedire nello Stato ecclesiastico i loro vicarj. Nè similmente i Romani parvero mai rinunziare al diritto di condominio; e v’à qualche papa da essi posto in prigione o ammazzato e parecchi cacciati della città. Senza dire che insino a quando i pontefici vennero eletti nei comizj popolari, poteva Roma proseguire a chiamarsi repubblica e attribuirsi non poca parte dell’autorità sovrana. E certo è che quivi i rappresentanti del Comune combatterono in ogni tempo contro gli arbitrj papali, tantoche bisogno spogliarli a forza persino di quei diritti moderatissimi stati mantenuti a qualunque Comune da qualunque regnante.[1]
E chi non à in memoria la sollevazione di Crescenzio e quella eccitata da Arnaldo da Brescia? poi l’altra di Cola di Rienzo dal Petrarca encomiata e il tentamento infelice di Tommaso Porcari sotto il papa Nicolò V? Ma nei lunghi intervalli che separano quelle date e quei nomi più illustri le cronache registrarono di mano in mano congiure e rivolte di popolo assai numerose e quante forse tu non ne leggi nelle storie d’altre provincie. Nullameno, è da riconoscere che quando i papi, lasciato Avignone, restituironsi a Roma, furono festeggiati ed accarezzati universalmente, e parve la città reintegrarsi d’abitatori, di ricchezze e munificenze. Nel vero, a que’ tempi Roma non altrimenti potea grandeggiare che per la presenza e l’ufficio de’ suoi pontefici, rimossi i quali, la metropoli dai sette colli ragguagliavasi a cento altri municipj italiani di mediocre importanza. Fu pure assai disputato delle donazioni della contessa Matilde, e vennesi negando da molti che consistessero in altro che in beni allodiali, essendo ella medesima una gran feudataria e non potendo trasmettere a niuno quella pienezza di sovranità e possesso che le mancava; senza dire che i feudi maggiori della contessa Matilde erano sparsi per la Toscana, dove non si sa che i papi avessero giurisdizione da principi. Il fatto è che le origini dello Stato ecclesiastico sono tenebrose ed incerte non più peraltro di quelle d’ogni signoria molto antica e nata e cresciuta in età grosse e ignoranti e poco fedeli raccontatrici de’ casi loro. Le ultime dilatazioni o, se vuoi, ricuperazioni dei dominj pontifici accaddero, certo, in modo feroce e non degno della santità della tiara perchè furono procurate principalmente dai delitti e crudeltà di Cesare Borgia e del padre suo Alessandro VI; poi dalle armi di Giulio II e Leone X che senza titolo alcuno legittimo occupava Modena, Parma e Reggio; ed è noto che Giulio assisteva agli assedj e allo sforzamento delle piazze e gloriavasi di entrarvi pel varco della breccia a cavallo da capitano. Sarebbe anche da notare che le città principali delle provincie pontificie, come Bologna, Ancona, Faenza, Forli, Perugia, Fermo, ed altre parecchie sottrattesi più d’una volta o per privilegio imperiale o con l’armi alla signeria papale ancora mal certa, e governatesi liberamente sotto forma repubblicana e tal fiata sotto l’arbitrio d’alcun patrizio potente, fecero in ultimo la lor dedizione con accordo espresso di avere salva la più parte di loro leggi e franchigie delle quali poi si tenne pochissimo conto. Ciò non ostante, se leggesi con parzialità la storia di qualunque altro reame si rinverranno le stesse violenze e le stesse ferocie, e molti patti violati e molte enormezze e delitti a cui fece velo e difesa la ragion di Stato ed il buon successo. Ad ogni modo valutando la legittimità del dominio alla maniera antica e secondo i principj del giure divino, o, come vogliono altri, del giure storico, nessuna successione di re nel vecchio mondo ne può forse allegare una migliore. Nè sta bene il dimenticare che innanzi le infeudazioni di Carlo Magno e della contessa Matilde i papi, oltre il vivere provveduti di tenimenti estesissimi, erano pregati dalle popolazioni di tutelarle per ogni guisa e ingerirsi de’ lor negozj e compiere molte parti e molti ufficj di principe, come lo attestano chiaramente per via d’esempio l’epistole di Gregorio Magno. Senza dire che in quel secolo e prima e di poi la sola voce ed autorità dei pontefici pose argine soventi volte alla furia spietata e devastatrice dei Barbari, ne placò le ire e li trattenne dalle stragi.
Per simile, a voler dare spassionato giudicio, non si dee credere il governo politico dei pontefici essere stato assai peggiore di quello d’altri sovrani; e nel tutto insieme a parecchi gravi difetti v’erano parecchi compensi; ed il fatto è che negli ultimi due secoli segnatamente, i popoli non se ne querelavano troppo, non ostante che fossero fatti più imbelli degli altri e non avessero difesa alcuna di armi e milizie: tanto che il lor paese fu corso e predato senza riparo nelle ultime guerre tra Spagnuoli Francesi ed Austriaci. Ma le guerre scoppiavano radamente; e invece l’ozio, la quiete e il fuggir le fatiche, e i rischi dell’armi erano lunghe ed abituali comodità e divenute necessarie alla comune indolenza ed effeminatezza. Nè poteva questo vivere infingardo e indifeso gittar troppa ombra sul governo papale, considerandosi che in Italia, massime nel secolo andato, nessun governo eccetto il Sardo, bastava a difendere se medesimo e da per tutto i costumi aveano perduto persino i vestigi della virilità antica. Il certo è che poco innanzi della calata delle truppe repubblicane francesi la più parte delle provincie papali non si mostrava inferiore di civiltà e prosperazione alle altre italiane; e se nelle prossime a Roma scorgevasi forse il contrario ed ancora si scorge, ciò proveniva principalmente per la desolazione cagionatavi in più secoli dalle guerricciole feudali tra Colonnesi, Orsini, Savelli, Conti e loro consorti; onde le campagne diventarono spopolate ed inculte e il manco di abitatori occasionò la malaria siccome questa mantiene la poca coltura e la rada popolazione.
Salvo che tutto ciò ebbe a mutare sostanzialmente dopo entrate nei sudditi pontifici le nuove idee e gustato leggi, istituzioni e amministrazioni migliori o se non migliori, certo convenienti alle nuove idee. Da quel tempo, e or fa due terzi di secolo, la Santa Sede non ritrovò più pacè nè riposo nel suo temporale dominio e le sollevazioni si succedettero a poca distanza l’una dall’altra; nè mai potette comprimerte con le proprie forze ma sempre con le straniere, onde queste vi soggiornano quasi continuamente; e ciò non ostante, nel 1861 le armi del nuovo Regno d’Italia occuparono con picciolo sforzo la maggior parte e migliore dello Stato ecclesiastico dove dimorano tuttavia; e per serbare al papa quel che rimane occorre la guardia continua delle truppe francesi. Conciossiachè la città stessa di Roma che infino al 1847 non avea dato alcun segno grave e troppo visibile d’alienazione di animo dal governo sacerdotale, incominciò da allora a lasciarsi vincere ad altre speranze; e credesi certo che abbandonata intieramente dagli stranieri al proprio arbitrio e talento finirebbe col sottrarsi per sempre alla sovranità temporale dei pontefici. No tal mutazione profonda dee reputarsi transitoria e cedevole, essendo permanenti e resistenti le cause. Porocchè se ancor sembra vera la frase del Macchiavelli, scritta trecent’anni addietro, e cioè che il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e non li governa, più non è vera l’altra frase che soggiungeva, e cioè che i sudditi per non essere governati non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da lui. Oggi se ne enrano tanto che per fuggire lo sgovernato regno de’ chierici si sono ribellati tre volte in qualche diecina d’anni, e la terza è riuscita al più dei loro felicemente. Ei vivevano quieti od almeno rassegnati nel secolo scorso e nell’anteriore per la ragione che ogni senso di virilità e ogni fiducia in se medesimi era dileguata; e d’altro canto per i tempi passati il dispotismo papale non riusciva molto maggiore e peggiore di quello degli altri principi; chè tutti governavano assolutamente e senza limite e freno di pubbliche guarentigie. L’Inquisizione e gli altri rigori ecclesiastici s’erano venuti temperando per mancanza di chi resistesse, e bastando a Roma le sole dimostrazioni esterne di ortodossia e divozione. Pel resto, leggerissimi erano i balzelli, dacchè fluiva ancora negli scrigni del Quirinale molta moneta dalle provincie cattoliche. Certo si facevano e disfacevano troppe leggi, e ogni cardinale Legato poneva innanzi le sue e nel generale vi si notava più arbitrio che scienza di Stato. Ma se tutti comandavano un poco, nessuno propriamente obbediva, e cai privilegi, le grazie, le protezioni, gl’indugi, ognuno si difendeva. Oltrechè, lasciavasi ai Comuni parte delle vecchie franchigie e l’amministrare le faccende e gl’interessi locali. Nè già erano soli quei popoli a tollerare un governo clericale, durando tuttavia in Germania malti principati ecclesiastici nè meglio retti nè peggio. Quanto poi alla città di Roma, non si à fatica a pensare che si stesse tranquilla e contenta, bonsiderato che dove i preti vi avessero perduto dominio ella sarebbe calata alla condizione d’una città di terzo e quarto ordine senza pregio e importanza politica e pur soffrendo gli effetti dell’esservi perseverato più secoli il reggimento sacerdotale e cioè il viverci con largizioni, provvisioni ed elemosine non per lavoro travaglioso ed illuminato nelle officine e nelle campagne.
Ma dopo la ristaurazione del quindici non volendo o sapendo i papi ed i loro ministri mutar pensieri, e per lo contrario i popoli avendo sostanzialmente ed interamente mutato i proprj, n’è seguito e seguita il dissidio non riparabile accennato qua sopra. Noi descrivemmo nel Capo IX to sforzo fatto dalla Curia romana, or sono vent’anni appunto, per accordarsi coi moderni concetti di libertà popolare e di pubbliche guarentigie, tenendo pur saldi con abilità ed arte finissima i principj non declinabili della Sedia pontificale. Ma la natura delle cose e dei tempi sconnetteva in poco d’ora quel meccanismo laborioso e provvisionale, ed oggi non si nega da verun prelato romano, vuoi moderato o vuoi eccessivo, che è impossibile fondare e praticare in Roma un governo statutale e parlamentare. Onde in età come questa desiderosa di libertà, quasi direi, sconfinate, e nella quale i governi assoluti sono oggimai scomparsi da tutta Europa, debbono nullameno i sudditi del papa quietarsi sotto tal sorta di dominio che aduna ogni qualunque potera nella volontà del sovrano; e quando ogni pubblicista, ne’ nostri giorni confessa che l’autorità civile ristringesi a regolare le sole attinenze giuridiche della vita esteriore de’ cittadini, e l’autorità religiosa sebbene comanda entro gli animi e regola la coscienza, pure non à facoltà veruna di costringerla materialmente, invece ai sudditi del papa tocca di soggiacere a un governo che vuol reggere l’interiore dell’uomo quanto l’esteriore, e non solo punisce i delitti ma cerca eziandio e punisce i peccati. Le quali condizioni poi divenute per la natura dei tempi non pure straordinarie ma uniche, sono estremamente aggravate dall’esempio contrario che quelle popolazioni ànno in sugli occhi per essere circondate dal Regno d’Italia e stimolate fieramente dal desiderio e bisogno di risolversi in quello e dar così compimento alla sospirata unità nazionale.
§ II.
Cotesta, senza nascondere il vero e senz’alterarlo, è la schietta e germana storia del poter temporale dei papi. Si vede per essa quanto sia poco ragionevole il concetto singolare che ne fa il papa e ne fanno i vescovi sostenendo che sia opera in modo speciale voluta e con particolare intervento avviata e serbata dalla Provvidenza divina. Perchè tralasciando di cercare e discutere se la Provvidenza eccettua nessun fatto singolo dalle que leggi universali, certo è che par temerario il credere che per suo consiglio peculiare sia sorto un potere all’incremento e assodamento del quale sieno concorse le scelleraggini di Casa Borgia i subdoli maneggi e le guerre poco legittime di Giulio, Leone e Clemente, e per lo cui mantenimento è necessità quest’oggi di privare il popol romano della sua libertà naturale, e dannarlo a servire per forza un principato assoluto, mentre oggimai tutte le nazioni civili vivono franche e partecipano alla formazione e sanzione delle proprie leggi nè più conoscono neppure i nomi di sacra Inquisizione, e l’essere costrette dai birri di compire gli atti di religione. Oltrechè non potendo il principato ecclesiastico serbarsi integro ed incolume fra le pressure continue del Regno d’Italia, conviene pensare a dissolvere questo Regno e rifare in pezzi e frantumi la nazione italiana ed attribuire anche ciò al consiglio della Provvidenza. Oh come? È stata sua volontà espressa, dunque, fra cento altri mezzi efficaci a munire il papato di scegliere questo che offende la giustizia e il diritto e tiene serva per sempre una cittadinanza già tanto illustre e interdice alla Penisola d’esser nazione unita e potente? Quando poi fosse vera l’accusa del Macchiavelli, che i papi per gelosia di Stato sieno riusciti a sempre tenere divisa l’Italia e v’abbiano operato l’effetto che farebbe un sassuolo ficcato tra i labbri della ferita impedendo che mai si rimargini, niuno, credo, stimerebbe di attribuire a disegno di provvidenza divina questa colpa prolungata di tenere sparlita e discorde una nazione comparsa gloriosa in più tempi e attissima a recar molto bene al genere umano. Ed anche accettando la nota del Guicciardini al passo allegato, e reputando con lui essere stata impresa difficile ridurre tutte le nostre provincie a unità di monarchia, nessuno proverà mai ed anzi verrà provato il contrario e cioè che l’opera lunga sincera e autorevole della Chiesa non potesse pervenire, volendolo essa davvero, a confederare insieme i popoli maggiori d’Italia in lega salda e durevole. Che dire poi dell’altra più fiera accusa del Segretario fiorentino la patria nostra avere perduto religione e moralità principalmente per l’avarizia, la dissolutezza, le simonie e le ipocrisie della Corte romana intesa allora a godersi le lautezze e i piaceri del temporale? Ne basta rispondere che l’accusatore porta un nome odioso e ch’egli à mentito secondo il suo solito. Quanto più si leggono e studiano le storie più si riconosce che se l’arricchire e il padroneggiare guastava la prelatura, questa coi pessimi suoi esempi guastava il senso religioso e morale degl’Italiani. E perchè ogni Stato avvisa per certo istinte quello che il può danneggiare e giovare, Roma sempre si è persuana che non faceva per lei qualunque ingrandimento e invigorimento de’ suoi vicini e qualunque gagliarda unione o di monarchia e di lega fra le provincie della Penisola; e quindi gli eruditi più diligenti avvertivano che stranieri d’ogni sorta furono chiamati dai papi in Italia circa venti votte; e benchè l’uno spesso era pregato di cacciar via l’altro, intendesi alla prima quanto il giuoco fosse atroce e pericoloso; e se un giorno Alessandro III aiutava la temporanea lega lombarda se ne arrechi il motivo allo sgomento estremo in che lo ponevano il Barbarossa e l’antipapa; e se un altro giorno Giulio secondo gridò fuori i barbari! ciò accadeva quando li temette troppo prossimi e vigorosi, non quando li chiamò esso medesimo dalla Francia a ruina della Repubblica di Venezia, il sol potentato italiano che valeva a munire ed assicurare la Penisola di verso Levante e fare argine alle conquiste e incursioni turchesche.
Del resto, quando il principato temporale dei papi fosse fattura speciale di Provvidenza noi avremmo in lui del sicuro un esempio e un archetipo dell’arte e sapienza di ben governare, e nessun popolo vincer dovrebbe di moralità, religione, costumatezza, scienza e prosperità le genti state soggette per parecchi secoli alla Santa Sede. Per lo contrario fu veduto che il meno male che dir si potesse per addietro del suo reggimento politico si era di non iscomparire gran fatto in paragone con gli altri e trovarvisi difetti insieme e compensi, arbitrio senza ferocia, fiacchezza senza abbiezione, più ipocrisia che santimonia e più devozioni che probità. Non è questo un far dubitare agli uomini che il migliore dei governi non sia già quello più intensivamente informato della legge di Dio e della pietà religiosa?
Ma ciò che torna oltraggioso davvero alla Provvidenza è il supporre che sia proposito suo speciale e fattura delle sue mani l’aver posto in conflitto i doveri, costumi ed usanze del sacerdozio cristiano con quelli convenienti e proprj del principe. Noi abbiamo a dilungo esposto e, ci sembra pure, provato che Cristo volle ne’ discepoli suoi l’osservanza perfetta d’alcune virtù e disposizioni d’animo le quali diffondendosi all’universale de’ cittadini recherebbero invece qualche effetto non buono alla prosperità e grandezza civile; come per via d’esempio la povertà non solo interna ma esterna, e vale a dire che non serba solo entro l’animo l’alienazione dalle dovizie, comodità e lautezze, ma le schiva e discosta eziandio di fuori col fatto, pigliando solo dei beni mondani quel pochissimo che è necessario a sostentare la vita. Ora, è troppo certo che dove il consorzio umano tutto quanto operasse ad ugual modo e piacessesi di vivere quasi mendico, le arti, le industrie, i commerci si estinguerebbero, ed esso troverebbesi privo di quella potenza ed abilità inquieta e febbrile mediante cui prosegue da secoli la conquista sua generosa sulle forze della natura e le fa servire allo spiegamento di tutte le facoltà nostre e al progredire della socialità, del sapere, della educazione e comodezza comune; oltre al derivarne alleviamenti continui alla indigenza e agli stenti infiniti de’ proletarj. Per simile, volle Cristo nei banditori del suo Vangelo una umiltà, semplicità, pazienza, mitezza e dolcezza impareggiabile, e un fuggire a tutt’uomo qualunque maniera di comando e qualunque atto signorile; e in quel cambio impose loro la sommissione e il farsi tuttogiorno a servire il prossimo e non ad essere mai serviti. Di tutto il che abbiamo discorso altra volta le ragioni stupende e degne nel vero d’esser pensate da chi pervenne a rinnovare la faccia del mondo col mezzo d’un apostolato così nuovo e sublime. Certo è peraltro che la sommissione, la mitezza e l’alienazione dalla signoria e dall’impero non s’addice a tutti gli uomini; ma bisognano altre virtù nei capi delle repubbliche e nei condottieri degli eserciti. Chè in essi è necessaria sovente l’alterezza e fierezza dell’animo e il comandare con energia e farsi temere insieme ed amare; ed anche lor si compete certa maestà e grandezza di parlare e operare e certa ricchezza e pompa di ornamenti e di arredi. E sebbene importi ad essi estremamente serbar la quiete al di dentro e al di fuori e le arti della pace con premura assidua coltivare, tuttavolta è pur doveroso ai medesimi, secondo tempi, dar di piglio alle armi e nelle battaglie venire al ferro ed al sangue; e del pari nelle ribellioni torna a merito loro talvolta l’esercitare pronte e tremende giustizie prevenendo maggiori disastri e serbando intatte le leggi e le istituzioni della patria.
Chi può, pertanto, senza offendere la Provvidenza divina osar di asserire ch’ella s’è compiaciuta di mettere in mano dei banditori del Vangelo lo scettro e la spada e farli signori e monarchi, tanto che fosse loro impossibile di esercitare la povertà, la mansuetudine e la sommissione apostolica? Dirà, invece, con meno insolenza quello che asseverava il santo pontefice Gelasio che unire e confondere insieme i due reggimenti spirituale e temporale è invenzione diabolica e propria del culto pagano; e ad ogni modo crederà, certo, essere ciò non consentaneo con la volontà e il giudicio di Dio; perlochè scriveva Sinesio vescovo di Tolomaide: lo stesso Dio separò i due ufficj e parti assolutamente il ministero ecclesiastico dal politico. Come dunque tentate voi di ricongiungere quello che Iddio à separato?..... per certo niun’altra cosa può riuscire maggiormente funesta agli uomini. E dire che questa unione delle due potestà nuoce quando il principe usurpa i carichi spirituali e giova in cambio e fa bene quando è il sacerdote che si fa principe, sembra affermato per far ridere le brigate. Perocchè il male procede dalla mistione indebita e mostruosa, non da chi la procura; ed al più ne proverranno effetti diversamente perniciosi, non però di minore malizia e tristizia. Ma qui apparisce quanto sia grande e col tempo sia smisurata la forza della consuetudine, e come la nostra mente termini col giudicare buono e salutevole non che regolare quello che è avvezza veder ripetere sotto gli occhi ogni giorno. Imperocchè quando non operasse la forza generale e prepotente dell’uso, qual concetto le anime pie farebbersi del clero romano scorgendo quei discepoli eminenti di Cristo procedere colà in cocchi dorati, abitare marmorei palazzi ricrearsi per ville piene d’ogni sontuosità e delizia, farsi il vicario di Cristo portare a usanza orientale in sulle spalle degli uomini con larghi ventagli intorno per rinfrescargli nelle basiliche l’aere riscaldato dalla calca e dai ceri ardenti? Nè mai principe usci dalla reggia sua con maggior pompa di carrozze, di livree, di soldati quanto esso il papa, uscente dalla sua reggia del Vaticano o da quella di Monte Cavallo; e nell’una e nell’altra ogni cosa è alla grande, ogni cosa alla signorile, tanto ch’egli potette questi anni addietro senza incomodo niuno dare alloggiamento là dentro allo spodestato monarca di Napoli e alla famiglia e corte di lui sopramodo numerosa. Era in fatto un re che ospiziava cordialmente e fastosamente un suo pari, e sovvenendogli oltre ciò il proprio soggiorno in Gaeta e l’avere in alcuna enciclica rappresentato (incredibile a dirsi) il padre di Francesco Borbone come esemplare specchiatissimo dell’ottimo principe. Nel che (guardando la hisogna in astratto e in riferimento con le corone reali) non v’è nulla da censurare e per lo contrario, è da rendere lode alla magnificenza e ricchezza onde sa circondarsi un sovrano e far contracambio a splendide cortesie con altrettante e maggiori. Ma qualora sopraggiunga in mente che questo sovrano dee come discepolo di Cristo professare povertà e fuggire il dominio e interdirsi ogni mondana grandigia, credo che torneremo a pensare che non certo la Provvidenza volle mettere in si tremenda oppugnazione i doveri d’un apostolo e le costumanze d’un re, nè tuttodi generare pericolo sommo di errore e di scandalo a tutta la Chiesa. Che se tu penetri dentro le stanze del Vaticano e vai spiando le azioni alle quali intende il pontefice per buona parte della giornata, cresceranno le tue meraviglie. Perocchè v’incontrerai forse i giudici della Consulta saliti colà per fare al sovrano soscrivere condanne di morte, o rendergli conto dell’opera del carnefice. O forse v’incontrerai il prelato Ministro dell’arme, il quale con faccia illuminata da terribile gioia s’affretta di narrare al papa, esempio di mansuetudine e maestro al mondo di misericordia, s’affretta, dico, di narrargli a costo di quanto sangue e tra che mucchi di cadaveri e in mezzo a quali brutture di saccheggi, di profanazioni, di stupri, l’esercito papale à rioccupato Perugia, ovvero è tornato da Mentana trionfalmente e misto alle truppe francesi. Può darsi ancora che lo preghi ad onorare e animare di sua presenza i battaglioni di zuavi schierati con artiglierie e cavalli nel piano di Belvedere. Perocchè da circa venti anni Roma strepita di armi, formicola di soldati e rimbomba di cannoni. Tutte cose del sicuro ordinarie per i principi e voglio anche supporle tutte deputate a giusta guerra difensiva. Pure, non le avrebber sognate davvero i papi de’ primi secoli; ed anzi invitati a cingersi un diadema di re e compiere le tremende repressioni e difese accennate da noi, certo sarebbero stati uditi ripetere con santa indignazione le parole del Redentore: Va’ indietro, o Satana. E quando avessero i circostanti insistito appo loro e procurato di provare che quella corona, quel principato, quelle milizie, le fortezze, i cannoni, le zuffe, i patiboli erano volontà e disegno della divina Provvidenza, mi sembra sentire quei mansueti pontefici alzar di nuovo la voce con forte gemito e pregare i confabulanti a non dir parole profane e bestemmiatrici contro i consigli dello Spirito Santo.
Il peggio è che l’esempio dato da Roma della regia ricchezza e dei regj costumi à in tutto l’orbe cattotico indotto od almeno dilatato e riconfermato l’albagia prelatesca, il tener corte, avere servi e staffieri, scuderie ben fornite, appartamenti bene addobbati, le quali mondanità essenzialmente contrarie alla povertà e modestia evangelica, come si può egli asserire che non pigliassero buona scusa dal dovere non troppo dissomigliare dal sommo gerarca vivente a foggia di re? e questo beneficio ancora sarebbe da registrare tra gli effetti del poter temporale espressamente voluto e decretato da Dio.
§ III.
Ci sembra avere guardata questa materia per ogni verso, e sempre la conclusione ci è riuscita la stessa e contraria sempre al giudicio degli ipercattolici. Che diremo poi di coloro i quali non. sospettando che ancora lo zelo può dar nello smoderate e noiare alla propria causa, non si peritano di scrivere che la potestà temporale dei papi, quando non sia dogma assoluto, è per lo meno protetta da un dogma? E vogliamo tacere che niuno à mai conosciuto fra le incombenze e gli attributi d’un dogma l’atto di protezione. Dacchè i dogmi o insegnano certe verità, o rivelano certi misteri, o inculcano certi precetti; ogni altro incarico è alieno dall’essere loro; il che risponde eziandio ad altri teologastri, cui piacque di battezzare il poter temporale col nome di semidogma, e vale come chiamarlo mezza verità e mezza bugia; dacchè i dogmi sono assoluti, e niuno li può asserire assoluti per metà e per metà relativi. Pio IX parla più riservato e contentasi di affermare che la potestà temporale è solo necessaria nella presente condizione di cose. In buon’ora! la condizione delle cose ogni giorno si va mutando, e il necessario può divenire inopportuno e dannoso. Infrattanto lasciamo in pace la Provvidenza. Il regno temporale dei papi si originò e crebbe con arti buone e cattive fra colpe e virtù, tra oppugnazioni e favori come tutte le faccende politiche di questo mondo. E posto ancora che Dio non l’abbia voluto, ma sofferto e lasciato succedere come fa di tante sconvenienze e infortunj, debbono piuttosto i prelati venire indagando se mai quel regno non possa oggi farsi occasione di utilità e profitto alla Chiesa universale, usando la Provvidenza con arte arcana e adorabile di ricavare appunto il bene dal male e da malvagia radice suscitare un sano e soave frutto. Noi compiremo dal lato nostro la stessa indagazione con animo pacato e con imparziale discernimento; del che ci sembra dar prova con questa medesima considerazione sottile e un po’ lambiccata in favore della sovranità laica della Santa Sede.
Si presupponga, impertanto, che sebbene tal dominio debba venir deplorato per molti rispetti, Dio che del sicuro nol volle, volendo solo le cose buone, tuttavolta ne ritragga questo vantaggio che per esso il Vicario suo in terra adempia i commessi uffici con intera indipendenza. Rimarrà di conoscere se ciò sia vero, e non piuttosto succeda il contrario, e non vi sieno altri mezzi più puri e alla missione apostolica più consentanei.
Per al presente poniamo in considerazione il detto del papa e di moltissimi vescovi che nella condizione attuale delle cose il dominio temporale è onninamente necessario. Ma si noti anzi tutto che nelle contingenze umane non basta dichiarare necessario tale fatto o tale altro, dovendosi prima provare e accertare che sia possibile; perocchè non sempre ed anzi radamente la natura dei casi cede alle nostre presunte necessità. Per fermo, noi udiremo altresì il collegio degli ulemi a Costantinopoli asseverare con pienissimo convincimento che è necessario a salvare l’impero turco e forse anche l’islamismo che non sieno gli Ottomani cacciati d’Europa e respinti verso le contrade loro native del Caucaso e della Tartaria. Il punto sta di sapere se quel necessario è possibile. Un medesimo discorso facciamo per la potestà temporale dei papi, giudicando noi che Roma non aspetti in simile materia un intervento miracoloso di Dio e creda che gli avvenimenti procedano in tal subbietto giusta le loro leggi e la ragione dei tempi. E quando aspetti effettualmente le legioni degli angioli od altri portenti confessiamo che ogni nostra considerazione diventa difettiva ed inutile. Salvochè ci sembra che presupposti tali miracoli sarebbe più religioso stimare ch’essi rinverranno il modo spedito e sicuro di bene statuire la indipendenza dell’ufficio pontificale senza tenerlo in quel gravissimo compromesso e in quella profana mistione dello scettro e della croce, della spada e del pastorale.
Noi dunque, lasciata a chi vuole l’aspettazione in tale materia dell’opere taumaturghe di Dio, andremo investigando la preallegata possibilità. E ci sembra poterla fondare sopra quattro cagioni diverse; due di azione esterna e due di azione interna, ma ciascuna operante per sè e non concorrente insieme con l’altre. Le esterne sono una lega europea ovvero la spada della Francia sempre sguainata per proteggere la temporale dominazione. Le interne sono la contentezza dei sudditi ovvero un tanto nerbo di milizie mercenarie da contenerli e domarli in qualunque tempo. Ma prima conviene ristringere la materia del discorso; perchè a giudicio nostro torna inutile il mettere in conto le provincie perdute nel cinquantanove e dopo la rotta di Castelfidardo, poichè la Francia stessa non intende di rivendicarle alla Santa Sede; e per ciò converrebbe onninamente disfare l’Italia e ridividerla in parecchi pezzi; la qual cosa non gradisce oggi a nessuno, perchè molto probabilmente ne anderebbe sossopra la pace d’Europa; quando invece l’Italia unita diventa pegno di pace per tutti e fa qualche buon contrappeso al soverchio di ambizione e di forza d’alcuni gran potentati; e mentre un mezzo secolo addietro niuno forse l’avrebbe voluta una ed intera, oggi che tale è divenuta con quiete sufficiente e probabilità di durata s’accordano tutti a non tollerare che i vicini prepotenti la si dividano da capo e la si approprino quasi una seconda Polonia. Quelle provincie, adunque, si debbono reputare perdute per la Santa Sede, poco meno che il principato d’Avignone e di Carpentrasso. Converrebbe a farle tornare sotto il dominio di lei, che le opinioni dei clericali pigliassero il sopravvento ed effettuassero nel continente una completa ristorazione dei vecchi principi. Ma i popoli la odiano eccessivamente, e i principi tuttora regnanti se ne spaurano perchè la vedono susseguita subito da profonda rivoluzione. E il segno più manifesto di tuttociò apparisce nella conversione sincera dell’Austria verso i dogmi politici che si domandano liberali. Vero è che l’Italia potrebbesi guastare con le proprie mani, e qualche pericolo di ciò esiste ed è la suprema speranza dei curiali di Roma. Pure se guardasi all’andatura generale del secolo e alla gran forza morale che si racchiude a’ di nostri nel sentimento di nazione crederemo accertata all’Italia la unità sua, la quale poi à buon fondamento nel suo giovine esercito unito e disciplinato, ed eziandio nei legami che stringe da pertutto e congiunge a sè la Real Casa di Savoia popolare ed amata quanto altra mai; nè per le ragioni anzidette le potenze maggiori d’Europa insidiano e molestano il nuovo essere degl’Italiani; onde essi ánno spazio ed agio di guarire le vecchie e recenti infermità loro; e sebbene la parte clericale non posa e in tutta l’Europa si collega a loro danno, i tempi si volgono troppo contrarj e lo zelo delle Crociate non risuscita più.
Il discorso, impertanto, si stringe alla città di Roma e alle tre o quattro provincie che stannole intorno ed oggi costituiscono per intero il regno temporale dei papi.
Che i potentati d’Europa si uniscano insieme a fermare e soscrivere un patto mediante il quale sia guarentito ed assicurato contro qualunque forza interna od esterna il territorio pontificio attuale, non mi sembra punto probabile; perocchè è impossibile di convenire in simile accordo senza ripugnare alla maggior parte delle massime del nuovo diritto europeo il qual vuole che ciascun popolo, o grande o piccolo, sia in casa propria arbitro di se stesso, ed eserciti e goda a suo senno le libertà civili e politiche. Ora, come pretendere che sia per sempre vietato alle provincie romane di possedere simili beni che sono essenziali oggi al buon vivere cittadino? Accorgesi ognuno che è mostruoso negozio infeudarle a una successione di sacerdoti senza mai redenzione, e i quali confessano che regnar non possono come gli altri principi con le franchigie costituzionali; mentre poi ne’ popoli circonvicini viene praticata la libertà nel modo forse più schietto e largo che si conosca sul continente. Fosse almeno conceduto ai Romani di eleggersi il principe o scegliere e nominare il suo corpo elettivo. Ma questo à origine e autorità indipendente da loro sebbene li forzerà sempre ad accettare per sovrano assoluto il suo candidato. Per fermo, di queste disposizioni d’Europa à reso chiara testimonianza il fatto recente del non essersi potuti adunare a congresso ne pochi potentati nè molti, benchè pregati assai caldamente e facendosi considerar loro la stringente necessità di dare ordine alla potestà temporale dei papi ogni giorno più minacciata. Ma se la Francia vi andava forse di buone gambe, non così l’Inghilterra; e allo zelo della Spagna contrapponevasi il malumore della Russia. Austria e Prussia vi recavano molte preoccupazioni, e l’Italia principj e disegni affatto contrarj. Ad ogni modo potevasi rimanere certi di questo, che sebbene niuno avrebbe osato colà di decretare lo spogliamento dei papi, mai per lo contrario non sarebbersi accordati ad assicurare a quelli eziandio con le armi la temporale dominazione. Il quale stato di cose non è transitorio ed accidentale, ma risulta da ciò che è più radicato e più sostanziale nelle opinioni, negli interessi e nelle necessità comuni dei tempi.
Nè reggono gli argomenti prodotti da molti scrittori facondi ed arguti per dimostrare che Roma e il suo territorio sono un naturale e comune patrimonio del mondo cattolico al quale debbono sottostare come una parte minima sottostà legittimamente all’utile e al volere del tutto. Nè in Francia, per via d’esempio, è lecito a Marsiglia, a Tolosa, a Lione di rivoltarsi contro la patria comune e non volerue ricever la legge. Senza dire che tal soggezione alle esigenze e interessi del mondo cattolico torna in gran benefizio, in isplendore e in gloria mirabile di essa Roma e delle suburbane provincie. Queste ragioni ed altre conformi sonosi udite ripetere da qualche diecina d’anni in qua e massime in Francia con incredibile veemenza di linguaggio e di stile. Ma negl’intelletti spassionati fecero poca breccia, e vi sentirono celato il sofisma. Perocchè oggi segnatamente esistono popolazioni intere di fede cattolica, ma Stati e regni cattolici in un’accezione diplomatica più non sussistono; atteso che il culto è scomparso e va scomparendo in fatto o in diritto dal giure pubblico delle nazioni, e più non entra a determinare le attinenze internazionali. Oltrechè mai non si è veduto nè letto che a nome del giure pubblico delle nazioni siasi imposto la servitù perpetua a popolo niuno, conciossiachè una sudditanza si fatta, giovevole quanto si voglia e pur necessaria al bene generale, è contraria in modo patente alla ugualità ed autonomia innata di ciascuna gente e mai non può stare un diritto contro al diritto. L’argomento poi cavato dalla relazione della parte col tutto è apertamente sofistico. Perchè la parte è di una natura, e il tutto è di un’altra, od a parlare più esatto, non v’è parte e non v’è tutto. Si afferma che i popoli romani debbono (dove occorra) far sacrifizio della autonomia loro propria alla prosperità ed al salvamento dell’intera Chiesa cattolica. Ma se quei popoli solo per l’atto della fede partecipano alla Chiesa e vale a dire a un tutto spirituale, tenuti non sono eziandio ad altra sorta di sacrifizio, eccetto che spirituale, cioè analogo alla natura della parte e alla natura del tutto; e se spirituale e suggerito dalla fede, è affatto volonteroso. Che c’entra qui dunque il sacrificio della libertà e indipendenza politica? Che c’entra il costringimento materiale e la intromissione delle armi straniere e la lega dei potentati? Pongono innanzi l’esempio del picciolo Stato di Wasington e con ciò svelano viemeglio il sofisma; perocchè quel picciolo Stato . sacrifica il proprio diritto politico al maggior diritto e al maggior bene altresi politico della intera repubblica. Qui v’à, impertanto, non semplice analogia, ma perfetta medesimezza fra la parte e fra il tutto. Avvertasi poi che domandando i clericali la suggezione soltanto di Roma e di poco altro territorio al mondo cattolico, vi comprendono a marcia forza la intera penisola, perchè questa terrebbe ogni di spalancate le porte alle armi d’ogni straniero, arbitro di entrarvi e di permanervi sotto sembianza di proteggere la Santa Sede e la Chiesa universale; nè occuperebbero dell’Italia un lembo od una frontiera, ma la città più centrale e quel territorio che la sépara ricisamente in due grandi pezzi e da ove si può ad arbitrio determinare ogni varietà di offese e con l’aiuto del mare moltiplicarle e rinnovarle a talento.
§ IV.
Ma se l’Europa non si accorda in tal protezione, la Francia vi si mostra deliberata e già due volte è per ciò scesa in campo, e l’armi sue soggiornarono in Roma diciotto anni compiti ed oggi vi son ritornate, e le sue Camere legislative applaudivano testè con istrepito di mani alle parole d’un ministro che a nome dell’imperatore accertava loro che mai gl’Italiani non s’impadroniranno di Roma; il che parve significare che la Francia manterrà sempre intatta la sovranità temporale dei papi. Così quei nipoti di Voltaire e de’ giacobini sembrano ora compiacersi fuor modo nel titolo di cristianissimi e chiamano ad ogni momento se stessi i primogeniti della Chiesa; sebbene quando nella Chiesa v’abbiano a essere primogeniti terrebbero il primo luogo la Siria e l’Asia Minore e poi nell’Occidente l’Italia.
Comunque ciò sia, rimane certo che la possibilità del principato ecclesiastico ritrova oggi nell’animo dei Francesi un sostegno e una sicurezza che mai da nessun’altra cagione e per nessun altro mezzo potrebbe farsi maggiore. E il suo fondamento più saldo è nel modo ora introdotto colà di eleggere i deputati al Corpo legislativo col suffragio universale; perchè prevalendo il numero ad ogni altra condizione, i suffragi del popol minuto e massime de’ contadini sono dati volentieri a persone raccomandate dai parroci. Nondimeno a guardar la cosa per ogni verso è mestieri di ricordarsi che la plebe campagnuola e delle città minori è ignorante e grossa e lasciasi di leggieri voltare dai governanti che possiedono arte vecchia e partiti nuovi per abbagliarla. Conviene, dunque, aver l’occhio al pensiere dei pochi che oggi menan la Francia, ai quali sebbene importa di soddisfare le opinioni del clero importa altresì di non oppugnare troppo visibilmente le massime colà celebrate di giure pubblico e le quali i napoleonidi pretendono di vendicare col senno e la spada. Laonde il Billiot fu sentito dire in pien Parlamento e a nome dell’imperatore che non doveano i Romani rimaner segregati dal giure comune e impediti del poter disporre di se medesimi. Chè se il clero in Francia diviene potente ed è sopra modo legato con Roma, lascia d’altro canto trasparir di soverchio la sua poca affezione ai principj sunnominati e la sua molta invece ai fautori e rappresentanti delle cadute dinastie. Certo è poi che il Governo lo tiene in briglia con isforzo non difficile e quasi senza pericolo, dappoichè lo paga a sufficienza col danaro del pubblico. D’altra parte, tutti coloro che desiderano oggi in Francia di riacquistare la pienezza delle franchigie costituzionali (e crescono di numero e d’importanza) sentono dentro l’animo che le libertà umane s’aiutano tutte insieme e bisogna concederle al clero siccome al resto de’ cittadini e il Concordato essere in mano al Governo un mezzo cotidiano di arbitrio e d’influsso non liberale; e che per altro verso a vincere la sorda guerra del clero contro le nuove istituzioni e il franco progresso della scienza e della ragione il rimedio migliore si è di annullare il poter temporale dei papi. Atteso che Roma tempra e modella il clero della cattolicità quanto Roma è dal poter suo temporale temprata e modellata. Oltrechè, ei si vergognano più che mediocremente di vedere adoperate le armi gloriose di lor nazione a puntellare di continuo sul Tevere una forma strana e dispotica di signoria mentre ei presumono di avere insegnato all’Europa intera ogni sorta di emancipazione e distrutte le estreme reliquie del medio evo. Laonde io spero che i soli seminaristi di San Sulpizio scrivano la presa di Roma e la carnificina di Mentana in quel vecchio libro fastosamente intitolato: Gesta Dei per Francos; Dio non si compiace in quelle sorte di geste nè chiama a compirle i soldati di Rivoli e di Marengo. E ancora che parecchi politicanti di gran nomea stimano di là dall’Alpi che non bisogna sollevar la fortuna de’ loro vicini; e le armi francesi in Roma e nel Patrimonio essere mezzo opportuno sì per tener bassa l’Italia e si per mantenersi in riputazione di protettori perpetui della intera cattolicità, la maggior parte dei favoreggiatori d’un vivere libero e d’una politica più confacente col secolo opina essere utile oggi l’unità e amicizia d’Italia; senza dire che l’occupazione permanente di Roma non dee supporsi venga accettata di buon animo dai maggiori potentati, massime dall’Inghilterra. Nè può gradire alla Russia invelenita contro la Santa Sede, nè all’Austria la quale cedendo ai tempi e ringuainando la spada che prima traeva spessissimo fuori in soccorso di Roma, debbe desiderare che quel patrocinio poderoso e autorevole o sia spartito fra tutti o non sia in particolare d’alcuno. Neppure la Prussia può essere di ciò indifferente perchè gelosa della francese preponderanza, e convinta del suo profitto a non diservire gli alleati del sessantasei; tuttochè per altro canto non le dispiaccia che Italia e Francia abbiano cagione d’inimicarsi nè voglia causare disgusto soverchio ai suoi cattolici di lungo il Reno.
Per tutte le quali considerazioni, e bene computata ogni cosa, sembra risultarne che il partito a cui si atterrà per ultimo il governo imperiale francese sarà di rinnovare e difendere la Convenzione del 1864, fondata in ragione e giustizia, rimettendo cioè il papa nelle condizioni normali e comuni di tutti i principi, ai quali è spediente di tener sottomessi e bene appagati i sudditi proprj non mediante le forze esterne ma con le interne si morali e si materiali.
Di tal maniera il nostro ragionamento circa la possibilità del dominio temporale della sedia apostolica viene a ristringersi all’ultime supposizioni fatte, e vale a dire che quel dominio si regga e perseveri da se medesimo sia per l’appagamento dei sudditi, sia con la forza delle armi mercenarie perpetue.
§ V.
E facendoci da queste ultime nominate, il solo annunziare ne³nostri tempi che uno Stato si regga con armi avventizie e non proprie, suona come stranezza ed enormità, parendo che il governo di quello Stato accusi se stesso o di usurpazione o di prepotenza o d’altro peccato, dappoichè diffidasi di armare i sudditi proprj e rimettersi alla loro guardia. Nè è possibile che i sudditi non se lo rechino a grave e continua ingiuria; e debbono credere costantemente ciò che è in fatto, e vale a dire che quei soldati mercenarj non tutelano gl’interessi comuni del popolo ma i particolari del principe da cui sono assoldati; senza che tal gente ragunaticcia e venale sarà per riuscire, alla lunga, troppo insolente coi cittadini e poco disciplinata coi superiori e quindi farannosi del sicuro odiosi all’universale e daranno carattere di tirannide al governo del principe e de’ suoi ufficiali. Ciò è tanto vero che niuno Stato civile europeo s’ardirebbe oggi di mantenere o rimettere in uso tale istituzione del medio evo di arruolare Svizzeri, Valloni o Lanzichenechi; e forse non passerà molto tempo che il principe a cui gradisse di rinnovarla mostrerà di operare contro le massime più rilevate del nuovo Diritto europeo, il quale anzi tutto fondasi nella esteriore autonomia e nella interiore de’ popoli; e le milizie prezzolate possono certo salvare la prima, ma uccidono la seconda. In ogni maniera, credo non abbiavi alcuno il quale non pensi che a’ nostri giorni e coi nostri costumi un governo munito di armi non proprie è debolissimo al di fuori e al di dentro, nè porge sicurezza veruna di sua durata. Vero è peraltro che il papa pretesse cagioni e scuse molto speciali al suo gittarsi nelle braccia dei mercenarj. Prima cosa, egli nega che quelle sue truppe abbiano cuore mercenario sebbene ne portano il nome; perocchè elle convengono in Roma da ogni parte d’Europa e compongonsi d’individui scelti dai vescovi e parrochi più zelanti di servire Sua Santità; nè la scelta cade nel generale sopra giovani poco religiosi e ch’entrino in quelle milizie per sola avidità della paga come soldati di ventura. Chè anzi i buoni cattolici li domandano nuovi crociati e tali si reputano essi medesimi. In secondo luogo appo i governi secolari la coscrizione si compie con facilità e senza scrupolo; ma il governo ecclesiastico non può comandarla, perchè implica il comandare ai giovani di vivere celibi per parecchi anni; e se poi vivono incontinenti la coscienza del pontefice ne rimane aggravata. Si aggiunga che allo Stato romano picciolo come è al presente e minacciato d’ogni intorno da un grosso regno non potrebbero le forze cittadine bastare; ed anche per la polizia interna è necessaria una milizia che non possa venire contaminata dalle istigazioni delle sette di cui è piena l’Italia. In ultimo qualunque uomo cattolico si arruoli sotto le bandiere papali non è straniero alle stesse, perchè il pontefice è ugualmente padre e sovrano spirituale di tutti i popoli, e ciascuno di quei soldati è suo suddito secondo la fede. Nè d’altro canto, i popoli dello Stato ecclesiastico sono oppressi perciò da balzelli straordinarj, chè la carità del mondo cattolico vi provvede col danaro di S. Pietro il quale invece spandendosi in buona porzione in Roma e nel Patrimonio li ricompensa di molti altri disagi.
Ma qualunque valore dieno i prelati ed i clericali a queste ragioni esse non bastano, certo, per cancellare quel non so che di violento e di mostruoso che ognuno ravvisa a’ di nostri in un ordine politico fondato al di fuori della volontà popolare; e vi si aggiunge eziandio lo scarso conseguimento del fine. Attesochè sebbene Roma e i dintorni formicolino di soldati e i successori di San Pietro invece di obbedire al precetto pone gladium in vagina taglierebbero oggi a Malco ambedue l’orecchie, nullameno, quando si venisse a giornata la bravura dei nuovi crociati non prevarrebbe del sicuro alla gagliardezza e al troppo numero degli avversari. Oltrechè, le diserzioni spesse e copiose che accadono tra que’ mercenarj provano non essere assai pertinace lo zelo onde sono infiammati, e per la ragione medesima è da dubitare che il danaro di San Pietro prosegua per molti anni a moltiplicare e quindi supplisca al difetto delle pubbliche entrate. Da tutto il che si raccoglie per ultimo che dove la Santa Sede avesse a munirsi costantemente di armi a quel modo accattate, e non le fosse sperabile di accomodarsi con le proprie popolazioni, non sarebbe da mettere fede robusta nel lungo e tranquillo possedimento del suo principato.
§ VI.
Nullameno, poniamo che ciò sia un transitorio riparo; e per verità la mente dei pubblicisti papali non cessa di credere che presto i sudditi traviati si ravvedano e parte per interesse, parte per devozione alla santa tiara si riconcilino al tutto con essolei e persuadano l’Italia e l’Europa d’adagiarsi volentieri nella lor condizione singolare ed anzi unica nell’intero mondo civile.
Intorno al che fa bisogno grande distinguere gl’interessi e le opinioni delle provincie suburbane dai pensieri e dagl’interessi di Roma. Nelle provincie, salvo due o tre città, la cultura degl’ingegni è scarsa, e gli usi vecchi vi perdurano, e tanto vi regna maggiore indolenza quanto v’è poco o nessun commercio e spesseggiano i conventi e per le larghe tenute che ivi appartengono ai principi romani e ai maggiori stabilimenti ecclesiastici, il mezzano ceto vi riesce poco numeroso e malissimo agiato e però vi à poca importanza. Tutto ciò (non si nega) torna favorevole alla conservazione del dominio papale. Ma d’altro canto, quelle provincie non giungono a profittare gran fatto dei vantaggi recati a Roma dalla prelatura e dalla gran macchina quivi operante dell’amministrazione cattolica. Laonde segue che lo stato degli animi in quei territorj è nel generale freddo e passivo e saranno preda assai facile dei primi occupanti come con poca resistenza tornerebbero alla suggezione antica. Ciò dunque che importa di esaminare nel proposito è il pensiere e la volontà dei Romani, i quali ànno molte e ponderose cagioni per acquetarsi alla dominazione ecclesiastica. E prima, v’è tutta la falange prelatizia e monastica intorno cui radunasi una schiera numerosissima di famiglie secolari viventi del pane che loro spezza quel corpo privilegiato e senza del quale diverrebbero quasi indigenti non sapendo supplire con le industrie ed i traffichi, nè possedendo capitali da mettere a lucro. Assai facoltose per lo contrario sono le famiglie patrizie che derivando quasi tutte le loro fortune e grandezze dai papi rimangono ossequenti alla Santa Sede ancora che da questa mai non abbiano conseguita pure un’ombra d’autorità e comando. V’à poi in ogni ceto qualche porzione di gente non pur religiosa ma bacchettona a cui sembra enormità e sacrilegio il tentare e volere qual cosa contro la potestà del pontefice, sia come monarca, sia come Vicario di Cristo; al che si aggiunge la forza inveterata dell’uso e certa educazione vecchia e comune di veder Roma quale è città jeratica per eccellenza, piena di processioni, di riti, di santuarj e di quel tutto insieme d’apparato spettacoloso a cui l’anno condotta l’assiduo zelo della Curia assistita per fino dalle arti geniali e forse anche un poco dalle simonie, le finzioni e gli scaltrimenti di molti secoli. Nè ciò dissente nel generale dall’indole di quel popolo che è forte immaginoso ed amico delle pompe e disvezzo dalle fatiche. É mestieri pur ricordare le industrie sottili e continue praticate dal governo papale in questi ultimi venti anni per rivocare gli spiriti alla devozione e purgare la città degli uomini più turbolenti. Nè ormai è facile numerare quante persone sospette furono sbandeggiate o messe in carcere o tenute d’occhio mattina e sera dai birri. Per contra, i più affezionati ai principi spodestati d’Italia si rifuggirono in Roma e quivi dimorano insieme con gran moltitudine di frati e prelati accorsi colà similmente per odio o paura del nuovo Regno d’Italia o cacciati di altri paesi; il perchè si può dire che Roma è il raduno al presente dei più calorosi propugnatori dei vecchi privilegi e principj e segnatamente della potestà temporale ecclesiastica, e somiglia non poco alla città di Parigi nei tempi ultimi della Lega e quando le armi di Enrico IV la circondavano per ogni verso. Tutto questo è generato colà e serbato dalla virtù e natura stessa delle opinioni e passioni clericali. Ma di più vi si unisce un’abilità rara e perseverante di alcuni capi di governo per tener soddisfatto il popolo negl’interessi suoi cotidiani. Conciossiachè vivendo questo, come si disse, con poco traffico e guadagnando soprattutto a servire i forestieri su per le locande conviene ogni giorno ritrovar modo di attrarre gran copia di viaggiatori e visitatori e che molta moneta corra per le mani dei non abbienti. La qual cosa è stata adempiuta per appunto con bei ritrovati di nuove solennità religiose e di straordinarie e numerosissime convocazioni di vescovi e preti d’ogni nazione tanto che la città poco o nulla si è impoverita della perdita delle provincie; mentre poi da quel raduno di prelati sono sorte più d’una volta protestazioni insigni a favore della sovranità temporale; il che induce naturalmente nelle moltitudini certa persuasione che l’Europa intera conspira al mantenimento di quella sovranità e il ricalcitrarvi contro dover essere opera inutile.
Io reputo di non avere omesso veruno dei fatti principali e delle disposizioni d’animo che dentro Roma militano in favore del poter temporale e muovono a congetturare la prosecuzione sua fondata ed incardinata nell’aderenza del popolo.
Nondimeno per dar giudicio maturo, come dissi ad altra occasione, ed è stato il metodo mio consueto per tutto il libro, conviene voltar la medaglia e considerarne avvisatamente il rovescio. Ora in questo apparirà che non ostante le cagioni e ragioni soprallegate, la parte viva della cittadinanza romana è profundamente avversa al governo dei preti, nè deesi sperare di vederla mutar sentimento sebbene la forza esterna le togliesse ogni modo di pervenire all’intento suo, chè à l’abito vecchio di rassegnarsi satireggiando e aspettare. Abbondano le prove di tale sua ritrosia invincibile solo che si legga la storia degli ultimi venti anni; e gli stessi prelati a se medesimi non lo negano; onde non v’à mai troppe armi e troppi cannoni per dar loro sicurezza e tranquillità; e il cardinale Antonelli di ciò interrogato suole rispondere che la pace e sicurezza degli Stati ecclesiastici tornerà soltanto quel giorno in cui saranno al papa restituite tutte le sue provincie e ai principi spodestati le loro, e si vedranno sconfessate le massime della rivoluzione. Le quali cose come non sembra facile di ottenere, così da questo lato le probabilità di convertire la mente dei Romani sono debolissime; ei Romani infrattanto danno segni manifesti di volere il contrario; e valga per tutti la spada che regalarono qualche anno addietro a Vittorio Emanuele accompagnandola con parole impresse di amore veemente per la causa nazionale e le politiche libertà, e undici mila persone si arrischiarono di sottoscrivere. Ciò che a loro punge l’animo giornalmente con più rammarico si è di venire esclusi per ogni via dal partecipare alla cosa pubblica, essendo il governo tutto in mano de’ chierici, e negandosi ai laici ostinatamente qualunque sorta e grado di guarentia contro l’arbitrio ed i privilegi; e quanto più si dilatano ed accomunano in Europa le franchigie costituzionali, altrettanto si sdegnano di rimanerne privati solo essi e privati senza speranza; oltrechè stimano la signoria dei preti avvilitiva e spregevole e troppo disforme dall’indole vigorosa, procacciante ed innovatrice del secolo; nè mai financo di pasquinare sull’abilità troppo scarsa dei monsignori e cardinali ministri di Stato. Onde a niun governo forse d’Europa quanto al papale fa difetto la riputazione e la stima pubblica. E perchè i cattolici gridano dovere essi Romani obbedire e servire alle utilità della Chiesa, poco manca che non si ribellino dalla religione; e ad ogni modo si avvezzano a distinguere ogni di più accuratamente il dogma ed il culta dai carichi secolareschi e dai poteri del principe; quindi non è raro udir dalla bocca eziandio di genterelle ignoranti e da poco che ai preti appartiene non il reggimento politico, ma il celebrare la santa messa ed orare a Dio pei buoni ed i tristi. Senza che, niun popolo conosce quanto il romano le mondanità e i vizj del clero e d’essi pure fa subbietto continuo de’ suoi motteggi argutissimi. Onde quello che discosto diventa venerabile e incute profondo ossequio, in Roma à poca e debole presa negli animi. Sebbene è vero che le mostre e le apparenze sovente sono contrarie, perchè quivi il dissimulare è necessità, e la menzogna parlorisce troppi vantaggi ; nè si viene a scoprire il vero, salvo che dimorandovi lunga pezza e conversando familiarmente con ogni sorta cittadini. Come poi buona parte di questi sia pervenuta a si fatti pensieri non si spiega agevolmente, considerata l’educazione che ricevettero e l’imprimersi nel loro spirito dalla tenera infanzia una immagine di città e dimostranze e costumi tutti sacerdotali e il concetto non privo certo di grandezza e splendore ch’ei vivono nella metropoli dell’orbe cattolico la quale non potrebbe trasmutarsi giammai in altra cosa, tanto è acconcia e, per si dire, innaturata con quel fine e con quell’ufficio. Ma che si pensi di ciò, il fatto è pur questo che dalla ristaurazione del quindici in poi (qualmente fu da noi accennato) il governo clericale venne rincrescendo ogni giorno di vantaggio e le idee moderne insinuaronsi a poco per volta non solo nelle persone agiate e istruite, ma in quella parte non picciola del popol minuto che campando col lavoro non serve ad alcuno in particolare e però coltiva certa indipendenza e fierezza che dalla natura à sortito. Nė debbe cader di mente il numero grande de’ fuorusciti, de’ carcerati e de’ percossi da giudicio penale per causa politica, ognuno de’ quali induce ne’ parenti ed amici disaffezione durabile contro il Governo. Se non che, simile alienazione del popolo compressa duramente dopo il ritorno da Gaeta di Pio IX e la permanenza delle truppe francesi, pigliava incremento rapidissimo dall’insorgere delle provincie e passare di lì a poco sotto il governo italiano. Nè potevano, del sicuro, i sentimenti nazionali fermarsi alle dogane di Corneto o di Terracina; e con essi dovea ribollire il desiderio di libertà che ne’ tempi nostri è supremo e indomabile. Alle quali disposizioni d’animo s’aggiunse alla fine l’aspettazione di diventare la metropoli d’Italia secondo il voto solenne del Parlamento nazionale e secondo le tradizioni pur nazionali e gloriose. Il perchè que’ concetti confusi di libertà e di reggimento laico che balenavano per innanzi in mente ai Romani, presero forma definitiva e dubitiamo assai che nessuna forza o materiale o morale possa di là cavarli. Imperciocchè essi disfecero l’ultimo ritegno che aveva il popolo di sottrarsi al dominio papale, e cioè a dire di scapitar troppo dal lato dell’interesse mancandogli le propine e le largizioni della cattolicità. Nè si argomenti in contrario allegando i casi deplorevoli del 1867 e come il popolo di Roma e del Patrimonio non ostante le infinite provocazioni e gli assalti de’ volontarj siasi mostrato inoperante od abbia tentato leggieri e parzialissimi fatti. Conciossiachè dal tutto insieme di quella impresa mal preparata e peggio condotta non poteva emergere molta fede in quel popolo ed anzi dovea tenerlo discorde d’opinioni e propositi. Si aggiunga che l’insorgere senz’armi in una città piena di soldati non è atto di ordinario coraggio; e forse ciò sarebbe accaduto con qualche vigorezza, quando al di fuori fossero comparse per tempo le truppe regie in luogo delle tumultuarie di Garibaldi; e niuno ignora che le prime più tardi furono accolte nelle provincie con gioia e fiducia estrema, sebbene la Francia avesse compiuto il secondo sbarco e gli avvenimenti si mostrassero torbidi e minacciosi oltre modo. Ma checchè ne sia di ciò, la inerzia stessa del popol romano in si tremendi frangenti in cui trattavasi dell’esistenza del trono papale ci sembra scoprire abbastanza la poca affezione di lui inverso di quello.
Crediamo, adunque, di essere nè parziali nè passionati nel concludere il nostro esame asserendo che occorre ai clericali di trovar nuove maniere ed accomodate di affezionare i sudditi pontificj al lor principe, s’egli dee regnare con quiete e non mettere ogni sua forza o nell’armi prezzolate o nelle straniere. Del che anno già discorso parecchi scrittori d’autorità in Italia e fuori. Nè dimentica il nostro lettore che dal primo entrare delle truppe francesi in Roma nel 49 insino al di d’oggi il governo imperiale mai non cessava d’insinuare nell’animo del pontefice e de’ suoi più fidati il bisogno grande che anno di far tollerabile ai sudditi il reggimento teocratico temperandolo con larghe concessioni e riforme; fra l’altre di spartire coi laici le dignità e i carichi dello Stato; introdurre i codici nuovi e l’egualità dei cittadini davanti la legge abolendo quelle dodici o tredici giurisdizioni diverse e quella congerie di leggi, costituzioni, bandi, editti e responsi santissimi fra i quali si sperde e consuma ogni senso e ragione schietta, semplice e congruente del diritto, si moltiplicano e perpetuano i piati, e niuno è pienamente sicuro e tranquillo del fatto proprio. A tali e simiglianti proposte ovviò sempre con destrezza la Curia romana dicendo essere pronta a concedere molte cose quando sieno restituite le antiche provincie che sono la maggior parte e migliore dello Stato della Chiesa. Singolar modo e ragione d’indugio, facendo pagare ai sudditi rimasti il peccato degli altri, e togliendo anzi loro ogni speranza del meglio col porre a ciò una condizione ormai d’impossibile eseguimento. Invece non era naturale il pensare che effettuando le necessarie riforme nelle provincie rimaste ciò allettasse le altre a tornare alla signoria antica od almeno confermasse le prime nella lor fede e suggezione? Sebbene noi crediamo quelle iterate sollecitazioni del governo imperiale di Francia essere state espresse a giustificazione ed a pompa, onde l’Europa liberale non dica che l’armi della nazione emancipatrice del mondo permangono in Roma a puntello d’un reggimento odioso, ignorante e nemico della civiltà del secolo. In tale opinione c’induce il sapere che a Napoleone III sono notissime la pertinacia e durezza della gente di Monte Cavallo e come tale disposizione di animo è in essi piuttosto un’amara necessità che una fine tristizia. Perchè se chiamassero i laici alle dignità e agli ufficj supremi del governo, a breve andare la Casta clericale rimarrebbesi sopralfatta, sendo meno istruita, più peritosa e meno assai popolare dei laici; oltrechè gli onori, gli emolumenti e le comodezze dei sommi carichi non sono tanti da potersi spartire; e facendolo, rimarrebbe una schiera numerosissima di prelati negletti e poveri, il che è troppo contrario ai materiali interessi della corte papale. Ragionisi allo stesso modo del cancellare quelle tante sorte di giurisdizioni, di tribunali e di leggi. Perchè in un governo fondato sul privilegio tu non puoi fomentare senza pericolo lo spirito di ugualità; e tanto più si discopre la mala mistione che fanno insieme i diritti civili e le prescrizioni dei sacri canoni quanto la legge si fa chiara e intelligibile a tutti e proviene da poche massime di ragione e drittura. Oltrechè le subite innovazioni, ancora che ottime, sono dannose in una amministrazione che appoggiasi principalmente sull’autorità del passato; e sebbene dee mutare anch’essa per la necessità del vivere umano che sempre muta, vuolsi almeno procurare che ogni cambiamento accada lentissimo e ad oncia ad oncia, onde il nuovo sembri ancora l’antico. E sieno i tempi adattati bel bello al Governo, non il Governo ai tempi. Per ultimo ne’ codici odierni esemplati dalle leggi francesi pure ommettendo qualche parte non accettabile in niuna guisa dalla Curia romana, il resto porta seco una trista origine che è la rivoluzione e le massime dell’89; nè tu puoi detestar la radice quando ti approprii il frutto e vi rinvieni buon sapore e nudrimento vitale.
Altri ricorse ad altro partito e fu di soddisfare in parte ai Romani nel lor desiderio di essere membri viventi della nazione italiana accomunando in genere a tutti essi la cittadinanza del nuovo Regno e facendoli capaci di ottenere in questo impieghi ed onori; poi per l’interno dello Stato papale propongono un allargamento straordinario delle franchigie municipali, di qualità che al governo prelatizio rimanga solo l’alta amministrazione politica; e perchè il papa non fa guerre, e ogni paese cattolico dee provvedere al suo appannaggio, il popolo romano andrebbe pressochè esente di balzelli fiscali; e delle imposte comunitative decretate da lui medesimo farebbe l’uso che più gli talenta superando facilmente i vicini di prosperità e di quiete. Chi ben guarda nelle storie d’Italia (dicono i proponenti, fra’ quali il Guizot) vedrà in ogni tempo e massime nei più floridi e più celebrati grandeggiare il Comune; e le libertà municipali bastare all’azione fervente delle forze individue che nella penisola sono rigogliose e feconde, laddove in contrario, le forze collettive fecero sempre mala prova e nell’armi e nella politica.
Ognuno s’accorge quante obbiezioni insorgono naturalmente contro questo disegno, a la principale è che i tempi sono mutati per ogni dove, e gl’Italiani vivono oggi di vita nazionale e politica quanto ogni altra provincia del mondo. Ma tacendo di ciò e accettandosi per buone codeste idee moderate e carezzevoli nel lor primo aspetto, rimangono le difficoltà pratiche le quali sono da ogni lato numerose ed insuperabili. Già fu notato da noi più sopra quello che diventano le franchigie comunitative sotto il governo clericale. Potrà egli il Comune fondare scuole e ordinare opere di beneficenza, quando, giusta i canoni e tutte le leggi papali, attribuiscesi al clero unico. e solo l’autorità di moderare le scuole, censurare i libri e le stampe dirigere la beneficenza e carità pubblica? Poco giova poter regolare le grasce, i mercati e i balzelli mentre gli sbirri ti menan prigione perchè ricusi di torre in moglie una donna di malaffare da te amoreggiata, o perchè in casa leggi opere proibite dall’Indice, ovvero non osservi le vigilie comandate; e per ovviare a tale ultimo sconcio devi far mentire un medico amico tuo il quale ti franca dal carcere con un falso certificato. Sei libero di far le spese per abbellire la città, ma se non celebri la pasqua, verrai processato, e se parli o scrivi diverso dal catechismo, avrai da strigare il negozio col Sant’Uffizio. D’altro canto le libertà comunitative non si stendono all’azione dei tribunali che à si gran parte nella vita privata de’ cittadini e attiensi ai diritti immediati e fondamentali delle robe e delle persone. Vuolsi poi in genere considerare che certe limitazioni verso la potestà politica e certe guarentigie contro gli eccessi di lei, valgono e durano nei governi statutali, non dove regna un potere assoluto il quale sdrucciola a forza nell’arbitrario ed à per essenza il sovrapporsi alla legge. Nè questi difetti sostengono d’essere mai emendati radicalmente; poichè dee ricordare il Guizot e gli altri fautori del poter temporale che è proprio del governo dei chierici il comandare insieme al corpo, ed all’anima; ingerirsi dell’uomo interno ed esterno, addirizzare la vita privata quanto la pubblica; e ciò reputano essi obbligo stretto e indeclinabile di buona coscienza cattolica. Nė certo si può pretendere a mò d’vesempio che il papa nemmanco nel suo piccolo Stato non imponga e faccia eseguire i principj e i documenti tutti del Sillabo.
Non v’à dunque modo di tenere lieti e soddisfatti i sudditi del pontefice se la forza materiale non li contiene; ovvero non si trova l’arte di cancellare le presenti loro opinioni, od infine l’Italia non torna alle divisioni passate e senza alcuna speranza di riaversį. Perchè, se giovano oggi al papa le inquietezze della Penisola, il male stato delle finanze, gli errori che vi si commettono e l’esorbitanze delle sètte ripullulate, appena questi malori s’attenueranno e la libertà e l’unificazione recheranno i consueti lor frutti, quel principe non avrà rimedio nessuno a’ suoi casi, quando anche governasse con la sapienza d’Augusto e la liberalità di Traiano; considerata l’attrazione perenne ed irresistibile che esercita un grande Stato sopra d’un picciolo incastonatovi dentro e che ogni cosa à comune con quello.
Dalla lunga serie, impertanto, dei pareri e giudicj significati e discussi da noi intorno al proposito risulta per ultimo che la potestà temporale dei papi vacilla si fattamente che appena possiamo affermarne l’astratta possibilità, e che anzi col tempo diventa sempre più malagevole il concepirla attuabile in guisa veruna.
§ VII.
Indipendenza del Pontefice.
Il pronunziato, adunque, di Pio IX qua addietro riferito e a cui fecero plauso alcune centinaia di vescovi deve essere a forza modificato e sottoposto alle contingenze dei fatti. Perchè è imprudente chiamar necessaria una cosa divenuta quasi impossibile. Ma noi siamo chiari che il papa volle con quel suo detto appellarsi alle nazioni cattoliche e venne implicitamente ad esprimere: fate voi che il potere mio temporale torni molto possibile ed anzi certo e sicuro dappoichè la mia bocca infallibile ve lo dichiara necessario.
Ma come ciò sia, esaminiamo più da vicino cotesta presunta necessità. Affermasi necessaria la dominazione temporale alla indipendenza del potere spirituale. Se bene si guarda, la indipendenza del magistero sacerdotale supremo à tre essenziali momenti. L’uno è interiore e à sede nell’animo e nel carattere del pontefice. Il se condo è la manifestazione esterna e compita della sua volontà e deliberazione. Il terzo è l’esecuzione di questa in qualunque provincia ed appresso gli uomini a cui si dirige. Di essi tre momenti il primo è per lo certo il più sostanziale perchè è principio direttivo degli altri due; ed inoltre questi altri due possono effettualmente venire impediti e annullati, mentre la volontà interiore la manifestazione sua immediata può con resistenza eroica sovraporsi a qualunque coartazione. A rispetto poi del frutto voluto e aspettato di tal prescrizione pontificia o di tale altra, più che il secondo momento è giovevole il terzo. Imperocchè rado avviene che la volontà ferma e ben definita di alto personaggio non giunga in alcuna maniera a farsi conoscere sebbene le sia interdetto di assumere le forme tutte solenni e ufficiali che porta l’uso. E per atto d’esempio, nessun Breve di Pio VI menato prigione a Valenza e nessuno del suo successore è rimasto ignoto a coloro ai quali s’addirizzava, sebbene questo secondo papa fosse dai gendarmi francesi levato a forza da Roma e costretto a lunga relegazione in Fontanablò. Per l’opposto, se conosciuta la volontà del pontefici, e Governi esteriori ne sopprimono in tutto o in parte l’esecuzione siccome accade oggi in Polonia, ovvero i popoli non l’approvano come al presente succede in Austria, il secondo momento da noi avvisato poco giova che facciasi via e non incontri difficoltà. Ma replichiamo volentieri che se dentro al cuore fallisce la indipendenza e vigorezza dell’animo ogni estrinseco accidente perde importanza. Di tal maniera, quando San Pietro ostinavasi ad osservare con iscrupolo i precetti giudaici mancava della indipendenza interiore soprafatto e vinto da indebita preoccupazione; e quando papa Vigilio cedette più d’una volta alle minaccie di Giustiniano mancò di vigorezza interiore che è il primo baluardo della libertà delle opere umane. Per lo contrario, dato e posto, com’io dicevo poc’anzi, che la volontà e deliberazione del capo supremo sia retta nel giudicare e forte nel mantenere, avverrà radamente ch’ella sia, quasi a dire, soffocata in germe e le si dilegui ogni modo di palesarsi e di pervenire alla cognizione dei fedeli. D’altro canto, il frutto che se ne debbe raccogliere dipende per intero non dalla manifestazione e dal compimento dell’atto nelle forme solenni usitate, ma nella disposizione degli animi in ogni provincia cattolica che è il terzo momento registrato da noi dell’indipendenza del gran sacerdozio. E facciamo caso che il papa rinnovaase al di d’oggi la promulgazione della Bolla in Cœna Domini, niuno di là da Pontemolle la obbedirebbe; quindi per l’effetto esteriore non avrebbero bastato nè la indipendenza di spirito del pontefice, nè la sua energia, nè che la promulgazione fosse stata compiuta liberamente e veruna forza materialê avessela perturbata e interrotta. Per tali riscontri si ritrae da capo che dei tre momenti da noi definiti della indipendenza papale, il secondo, che è la franca manifestazione e propalazione dell’atto, à minore importanza a fronte degli altri due.
Ora ognuno può avvedersi che la potestà temporale del papa su Roma ed il Patrimonio lo assicura soltanto della facoltà di manifestare liberamente e far noto tutti le sue volontà e di accompagnarle con le cerimonie e i riti prescritti. Quanto poi all’accettazione e osservanza loro nel mondo cattolico, bisognerebbe che il papa lo dominasse egli temporalmente da sovrano; ed anzi da per tutto vi fossero birri e zuavi come sono in Roma per costringere i renitenti e gli eterodossi: ovvero, bisognerebbe che l’autorità di lui durasse nel mondo si fatta che i popoli per obbedirla insorgessero contro i proprj governi qualmente nel medio evo solea succedere. E quando la resistenza procedesse non dai governi ma invece dalla volontà delle moltitudini, converrebbe che quelli usassero per ogni dove della forza materiale a servigio di Roma; nessuna delle quali cose rincontrasi tanto o quanto con l’indole del secolo; ed anzi ogni giorno più in Europa l’autorità civile s’astiene dall’ingerirsi nelle faccende religiose. Onde, ripetiamo che di là da Corneto e da Terracina cessa immediatamente la potestà costrittiva del papa e incomincia e stendesi per tutto l’orbe una spontanea sottomissione, ovvero una libera dinegazione a ciò che il papa comanda o consiglia o prega; e il suo principato civile non vi à nulla da vedere e da fare.§ VIII.
Se non che, ci sembra di udire i sostenitori più caldi e gagliardi del potere temporale rispondere a tali asserzioni con altre dedotte appunto dal concetto nostro più sostanziale, che è doversi guardare anzi tutto alla indipendenza dell’animo e che niuna cosa aiuta questa in modo diretto e immediato quanto essere il papa sovrano laddove risiede e però sciolto da minacce e paure, e che niuna forza materiale il perturbi e niuna parte dell’atto di sua volontà venga frastornata o indugiata o comecchessia interrotta e priva de’ suoi compimenti. Sul che noi ci sentiamo costretti di fare grandi riserve; imperocchè i fatti non si appongono; e troviamo, invece, che il potere temporale arreca tali e tante sollecitudini, apprensioni, sospetti e lusinghe da mettere incompromesso continuo la rettitudine del giudizio e la saldezza dell’animo. Nè vogliamo discorrere de’ tempi antichi quando i papi ad ogni tratto erano cacciati di Roma o in Roma stessa travagliati dalle fazioni; ovvero quando per aggiungere nuove provincie alla Chiesa e procurare uno stato ai figliuoli e nipoti, gittavansi in guerre all’Italia disastrose, abusavano enormemente dell’autorità apostolica e per far denari permettevano si appaltassero le indulgenze, che fu la favilla onde scoppio il fuoco della riforma tedesca. Toccheremo un poco del secolo andato e della fine dell’altro quando, cioè, la potestă regia dei pontefici non era più minacciata dai sudditi, e parevano le potenze cattoliche convenir tutte nel rispettarla. Nondimeno, perchè era debole e quasi inerme, nè permetteva alla Santa Sede di esimersi da ogni ingerimento nella politica generale, cagionò sempre a quella amarezze e sfregi e instanti pericoli di traviare. Alessandro VII pretendeva con ragione che il ducato di Castro e il territorio di Roncilione posseduti dai duchi di Parma gli appartenessero. Gli si opposero le corti di Francia e di Spagna legate con Parma. E in quel mentre stesso, avendo il papa giustamente abolite in Roma certe esorbitanti immunità e franchigie degli ambasciatori esteri, il duca di Crequì ambasciatore di Luigi XIV vi si opponeva con ogni forza. Onde si per questo litigio e sì per l’incameramento di Castro e di Roncilione il re di Francia occupò con le sue truppe Avignone città papale, dette comiato al nunzio apostolico dimorante appresso di lui, e preparavasi ad assaltare con l’armi in Italia le terre della Chiesa. Al papa (ognuno l’intende) convenne cedere; e nel trattato di Pisa restitui a Parma il ducato, all’ambasciatore le immunità; domandò al re una specie di perdono per sè ed i suoi e promise di eternare la memoria del fatto con un acconcio monumento. Più tardi, il dissentimento per le immunità si riaccese; l’ambasciatore Lavardino scomunicato dal papa assisteva in Roma in San Luigi de’ Francesi e come dire sotto gli occhi di esso papa agli uffici divini e pigliava l’Eucaristía; e non molto dopo le armi del re s’impadronirono da capo d’Avignone e Carpentrasso. Salvo che la buona fortuna di Alessandro volle che Luigi XIV maneggiato dai Gesuiti mutasse pensiero. Da un altro lato, perchè la corte di Roma fu imprudente a mostrare viva affezione agli Stuardi espulsi d’Inghilterra, questa risentitasene minacciò di bombardare Civitavecchia. Eppure, se affezione di principe fu mai legittima, quella mostrata agli Stuardi dal papa era doverosa non che naturale e legittima trattandosi di antichi monarchi sbalzati dal trono per sola sovrabbondanza di zelo cattolico. Intanto, perchè Austria, Francia, Spagna e Napoli ad ogni occasione interdicevano ai sudditi proprj di mandar denari alla Dateria, e perchè nello Stato romano le angustie del Tesoro crescevano, è degna di nota una Bolla di Clemente XII con la quale egli rivocavane un’altra di Clemente XI. Questi proibiva, com’ebbi ad accennare altrove, il giuocare al lotto con pena di censure ecclesiastiche, severità inopportuna per mio giudicio, ma suggerita da santo proposito. Invece a Clemente XII parve bene per impinguare il Tesoro esausto non solamente di rivocare la Bolla anzidetta ed istituire un pubblico giuoco di lotto nelle sue provincie, ma lasciò sussistere l’inibizione e la censura ecclesiastica per i lotti forestieri e contro quei romani che vi avessero spesa la loro moneta. Certo il miglior principato e il più potente d’Europa non ricomperava al gran sacerdote l’errore evidente e la smaccata contradizione in che egli cadde per aggiustar le finanze del suo dominio terreno. Quanto infuriassero non molto dopo i tribunali francesi, il governo di Portogallo, la Spagna, Napoli, Parma e qualche altro Stato contro i Gesuiti e le loro dottrine, si sa nel generale da tutti e come li difendesse strenuamente papa Rezonico e pubblicasse in favor loro la Bolla Apostolicum pascendi munus. Ma Napoli occupava armata mano Benevento e Ponte Corvo; la Francia, Avignone; le al tre corti o rimandavano i nunzj o esercitavano sopraRoma ogni maniera di angarie. Perciò se Clemente XIII difese e approvò i Gesuiti, il suo successore con nuova contradizione li condanno; e Avignone, Benevento e Ponte Corvo furono sgombri; i nunzj tornarono alle sedi loro, e parve ripristinata la pace con tutte le corti.
Ora da questi fatti (e se ne potrebbero aggiungere altri in buon dato) non risulta egli chiarissimo quanto la indipendenza dell’animo e del giudicio pontificale sia stata posta in compromesso gravissimo a cagione principalmente della sovranità temporale ? E noi scegliemmo ad esempio i tempi meno burrascosi e difficili per quella sovranità. Venendo poi giù all’età che viviamo e considerandosi che anno dovuto intervenir sempre o Francesi od Austriaci per reggere con le armi il trono principesco dei papi, ognuno s’accorge quello che sia divenuta per sua cagione la indipendenza apostolica e quello che sia per essere nel futuro. Nè varrebbe qui l’affermare che completa sarebbe la indipendenza qualora anche la sovranità temporale fosse completa, nè le corti nè i popoli le recassero preoccupazioni, minacce ed ogni sorta sollecitudini. Perocchè nessuna potenza umana è arbitra di mutare tal condizione di cose, la cui prima radice s’asconde nella incongruenza e debolezza perenne e insanabile di quella sovranità. Onde ciò importa come dolersi che l’oro e la creta non facciano lega buona e durevole. Rimane saldo, impertanto, ed irrepugnabile questo dilemma. O le minaccie, sevizie e pressure sofferte dai papi a cagione del poter temporale valsero a deviarli, o per lo manco a perturbarli dai santi propositi loro, ovvero non valsero. Nel primo supposto il poter temporale non li difende dalle stretture e pericoli della coscienza. Nell’altro supposto il poter temporale può dileguarsi senza alterare per niente la quiete sicurezza e costanza dell’animo pontificale.
Ma tuttociò è assai poco paragonato agli altri effetti morali indotti in Roma dall’uso del regio potere e dei quali facemmo distinta descrizione e definizione più sopra. E convien confessare (chi non voglia essere cieco affatto) che soppresso il principato avrebbero avuto corso differentissimo le cogitazioni e deliberazioni della Sedia apostolica, tanto poco si avvera che il principato aiutasse ed aiuti la indipendenza del gran sacerdozio. Imperocchè conveniva guardarla anzi tutto nel moto suo interiore e negli abiti che contraeva di mano in mano contrarj alla santità perfetta e misericordevole della divina missione sua e in particolar modo contrarj alla povertà e modestia, e all’annichilamento d’ogni ambizione, d’ogni soprastanza e d’ogni grandigia che le è imposto da Gesù Cristo. Láddove in quel cambio venne la indipendenza papale guardata nell’esterno e nei materiali accidenti che la circondano. Laonde il giudicio che se ne fece fu esso pur materiale.
Con questo noi non vogliamo affermare che alla risoluzione del problema di tale indipendenza basti il levarle intorno i seducimenti, le vanità, le occupazioni e preoccupazioni del principato. Ci sia sufficiente l’aver mostrato coi fatti quanto col raziocinio che quel poco di signoria terrena è usbergo adruscito da cento lati, e spoglia al di dentro quella forza che veste al di fuori assai male e più in apparenza che in realtà.
Tuttavolta, ei non si dee pretendere, diranno qui molti, che l’animo del pontefice sia sempre resistente ed eroico e nulla minaccia lo tocchi, a nulla violenza soccomba. E non è egli vero che se il papa non cinge corona sarà suddito d’alcun principe? E chi ne assicura che cotal principe non abusi dell’autorità sua? Anzi, come dubitare che non profitti di mano in mano della forza, scorgendosi nelle storie che ciò è accaduto troppo sovente e insegnandoci lo studio della natura umana quanto è probabile che ciò accada? Nè basterebbe il fatto contrario a dar la pace al mondo cattolico il quale viverebbesi inquieto sempre ed incerto nelle cose di religione, potendo temere da un di all’altro che la volontà del pontefice sia sopraffatta o sedotta; massimamente nella età nostra in cui la Chiesa sembra sostanziarsi vivere tutta in lui solo. Di vero, la prelatura romana e l’augusto suo capo tornati a condizione di sudditi rischiano di assomigliare ai vescovi della Chiesa orientale e ai pastori de’ protestanti che niuna indipendenza esteriore anno potuto salvare di rimpetto alla potestà civile.
Noi crediamo eziandio in questo caso avere usata imparzialità non omettendo nè qui nè altrove alcuna delle ragioni che militano a favore del principato ecclesiastico, potendosi ricordare i lettori delle dimostrazioni ed allegazioni varie e copiose che noi registrammo su tal subbietto nel capitolo VIII. Per fermo, pigliando la somma degli argomenti e dei fatti allegati dall’una parte e dall’altra dovrebbesi ultimamente conchiudere che v’à disconci gravissimi in entrambi i supposti, ed essere però naturale che gli uomini s’attengano alla realità presente e non isperino nella mutazione ed anzi la temano.
Ciò proviene, al mio sentire, da una verità grande e solenne, spesso dimenticata dai faccendieri e dai poco riflessivi, e cioè che tutti i poderosi problemi sociali risolvonsi per la virtù dei principj, non per un aggiustamento artificiale di fatti, di comodità e d’interessi. Imperocchè i principj si radicano nella coscienza umana e predispongono la mente e la volontà, laddove i fatti non governati dai principj rimangono insufficienti e mutabili e se per un lato s’adattano al fine, per un altro lo contrastano. Il temporeggiar le cose e l’adagiarsi nei mezzi termini è forse bastevole alla più parte degli interessi o materiali o politici, ma è insufficiente ed anzi malefico all’ordinamento e alla quiete delle forze morali, perocchè queste anno natura assoluta; e dallo stato loro normale in fuori, non trovano altra condizione ed altro partito in cui si riposino. Di tal maniera, nel caso nostro rimane di vedere da quali principi debb’essere informata cotesta materia, e se la mente e la coscienza comune li approva e i tempi vi si adattano bene.
Dico, dunque, che ricordandoci dei tre momenti onde risulta la indipendenza compiuta dell’ufficio apostolico il primo è informato da questo principio, che l’animo del pontefice sia libero quanto lo spirito umano può essere il che parlandosi cristianamente vuol dire che viva sciolto dalle mondanità e alieno col fatto da ciò che le cagiona e le approssima; e però viva povero quanto dal decoro gli è consentito, e fugga ogni tenore di cose pel quale sarebbe condotto ad esercitare virtù diverse dalla mitezza, dalla umiltà e dalla misericordia. Noi siamo capaci che un animo simile è davvero libero e maschio e non à terrene preoccupazioni e paure, e guarda soltanto alla maggiore prosperità della religione sperando di accrescerla di mano in mano con lo specchio del proprio esempio e per virtù della scienza, della predicazione, della mansuetudine, della tolleranza e sopra tutto della operosa carità che sono le armi di luce di cui ragiona San Paolo. E oltre di ciò, le cure di quell’animo sono spese di continuo in simile oggetto; nè lo distraggono fortemente e ad ogni ora e minuto le faccende secolaresche, poniamo, una congiura scoperta, una invasione minacciata, l’erario esausto, le leggi da riformare, i sudditi da tener quieti e contenti. Nè a tale principio interiore d’indipendenza l’età nostra è poco e mal preparata. Conciossiachè la contradizione tra la croce e la spada non è mai apparita cosi evidente all’universale siccome oggi, e se i buoni e i savj desiderano reintegrato nel popolo il sentimento religioso, lo desiderano altresi purgato al possibile dai materiali apparati e vogliono che il sacerdozio risplenda non al di fuori con la pompa e lo strepito, ma con la santità della vita modesta, ritirata, studiosa, e tanto poco si metta innanzi, quanto faccia sentire il benefico influsso e l’efficacia perenne della sua pietà ed annega zione, simile a quel tepore vegetativo che opera dentro terra e nelle occulte radici e da niuno è veduto, ma poi si manifesta fecondo e vigorosissimo nel verdeggiare delle piante, nel fiorire dei campi, nel granir delle messi.
L’altro principio razionale che debbe reggere gli altri due momenti della indipendenza del gran sacerdozio è nell’età nostra maturo ogni giorno di vantaggio ed occupa senza contrasto la sinderesi generale. Cotesto principio afferma che niuna cosa al mondo è più augusta e sacra e più libera ed inviolabile della potestà spirituale e cioè di quella forza immateriale e invisibile che trapassa di mente in mente e di anima in anima e consiste a persuadere altrui con soli mezzi di moralità e di ragione certe rivelazioni e massime intorno Dio, la vita futura e la pratica delle virtù ed ancora certi documenti circa la verità e la scienza non sovversivi dell’ordine pubblico ma rivolti a crescere e purificare il patrimonio prezioso del senno e del sapere comune. Certo i concetti umani non sono ancora in ogni dove ed in ogni cosa d’accordo con le istituzioni e i fatti correlativi; ma niuno oggimai nell’Europa civile attenterebbesi di negare il principio, niuno oserebbe in astratto oppugnare il diritto inviolabile del pensiere e della coscienza, e perciò il diritto delle religioni e dei culti, e perciò ancora il diritto del sacerdozio nelle opere sue meramente morali e spirituali. E quante volte sotto qualunque orpello e titolo vedesi oggi usare di certa violenza contro la spontaneità della fede, pochissimo tarda a svegliarsi l’indignazione generale, sia quella violenza esercitata dal clero nei dissidenti, sia dai liberali nel clero. Nè io dubito di asserire che basta cotale alto rispetto professato dagli uomini all’impero della coscienza perchè il secolo nostro sia dichiarato migliore di quanti lo precedettero; e vedesi che nulla resiste al convincimento comune in tale proposito; e nella misura stessa che andiam restringendo gl’indebiti ingerimenti del clero nei negozj civili, sentesi l’obbligo di allargare e difendere le giuste franchigie ecclesiasfiche; onde, come notammo più volte, vacilla da ogni parte il preteso diritto regio nelle faccende di culto; e quella sorta di tutela interessata ed incomoda che vi esercitano ancora i governi in più paesi protestanti perde a ciascun giorno alquanto di autorità e fra breve tempo rimarrà un nome senza subbietto, come in Inghilterra va succedendo. Nė le persecuzioni dei Moscoviti contro la Chiesa cattolica fanno pensar bene della civiltà loro; mantengono anzi il concetto che in essi rimanga non poco della vecchia barbarie sarmatica. In qualunque modo, essi producono in mezzo una eccezione assai deplorata e di cui il rimanente mondo civile si scandalizza.
Certo è dunque che se il pontefice pensa e delibera con mente senza passioni e con animo senza sospetti e sciolto dalle mondanità, egli è in possesso della maggiore indipendenza interiore che sia fattibile nella condizione umana; e mentre delle passioni e delle mondanità si libera da se stesso per indole forte ed internerata, lo liberano al di fuori da ogni sospetto le franchigie del diritto comune di cui lungamente abbiam ragionato in diverse occasioni e le quali rendono indipendente prima l’esecuzione intera dell’atto sacerdotale, quindi l’ossequio e osservanza inverso di esso in qualunque provincia esterna e da parte d’ogni credente. I non credenti lo disdirebbero allora come fanno nè più nè manco al di d’oggi.
Per tal maniera la Chiesa rivocata ai suoi principj santi e gloriosi cesserà di essere quello che si mostra al presente, un vasto e formidabile partito politico e solo intesa a convergere tutte le cose verso il volgar fine di mantenersi un principato e accrescersi le temporalità. E fra gli altri effetti preziosi della nuova disposizione si annovererà pur questo che mentre da un lato al sommo. sacerdozio cesseranno le cagioni di odiare le massime e le tendenze del vivere civile moderno, dall’altro avrà tanta maggiore efficacia di emendarne gli errori e impedirne la corruttela. Ne vogliamo dire per ciò che non insorgeranno più mai differenze tra il potere civile ed il religioso nè che questo lascerà cadere le occasioni di dominare, e l’altro vincerà sempre l’istinto di abusare della forza; converrebbe a tal fine rimuovere le passioni e i pregiudizj dal mondo e rifar la pasta degli uomini; onde sempre rimarranno smoderatezze da vincere, teoriche da correggere e applicazioni da mutare od estendere. Noi torniamo con insistenza a ripetere unicamente cotesto, che il modo razionale, degno, cristiano e dai nostri tempi accettabile per accertare la indipendenza del supremo ufficio apostolico è la osservanza scambievole dei principj summentovati e che ogni qualunque altro partito riescirà scarso, irrazionale ed improvvido; e irrazionale ed improvvido sopra tutto si fa il potere temporale, costretto siccome è di oppugnare la libertà naturale dei popoli e di levare altrui quella indipendenza che cerca per se medesimo.
Ogni cosa viene in suo tempo; e le istituzioni anche false e viziate possono per la opportunità loro transitoria produrre effetti buoni, non dico assolutamente, ma risparmiando mali molto maggiori. Salvochè cessata la opportunità, quelle istituzioni vacillano e lasciano dietro sè profonde vestigie di loro tristizia. Solo le istituzioni cardinate in ragione e protette dall’efficacia di saldi principj ed irrefragabili, o durano perenni o abbattute risorgono, e gli effetti che ne provengono sono integri e purgati per ogni parte.
Noi già vedemmo che al dirimpetto della ferocia barbarica divenne opportuno esaltare la potenza spirituale e attribuirle il predominio sulle spade e sulle corone. Ma perchè tale attribuzione dimezzava la verità e ribellavasi alla modestia e sommissione evangelica, scomparso il bisogno e il profitto della teocrazia ne rimasero le triste radici che ànno mantenuto in Roma l’abito del soprastare mondanamente e le incombenze e le borie del principato secolare. Parve similmente opportuno alla emancipazione del potere civile quel sistema di sospetti, invigilazioni ed ingerimenti laicali continui nei negozj di chiesa e di culto. Ma ne’ di nostri cessando la sua passeggiera necessità, nullameno rimangono le orgogliose consuetudini e a gran pena si rinunzia all’intromissione dei magistrati laddove non si ricerca nè tutela, nè repressione, nè difesa.
Ma in fine un’altra diversa e migliore opportunità è nata; e i tempi sono maturi davvero per la libertà della Chiesa e la inefficacia totale del suo principato laico. No osiamo dire ch’egli sia stato utile mai e fonte e cagione pur transitoria di bene. Atteso che ci riesce come temerario l’asserir francamente che abbia giovato al sacerdozio cristiano la istituzione più contraria possibile all’indole augusta di lui. Ad ogni modo, la convenienza e comodità sua relativa quando pure abbia avuto luogo, dileguasi oggi compiutamente e subentra la osservanza non preteribile verso l’autonomia dello spirito, verso, dico, quel diritto razionale e divino delle forze dell’anima di operar moralmente sugl’intelletti e sulle anime, tanto che ogni forza materiale ch’uomo gli opponga è reputata tirannica e vile e sotto nessuna larva le torna fattibile di occultare la propria violenza e bruttura.
Ei si può asseverare che tutti i governi d’Europa serbano nelle loro cancellerie quasi ordigni d’uso circospetto e difficile certe leggi un poco antiquate per difendersi in congiunture insolite contro l’ambizione del clero od anche per mortificarlo e renderselo obbediente e sommesso; ma quante volte a questi tempi provansi a trarle fuori e srugginirle, posto ch’elle non s’accordino col diritto scambievole di libertà, l’opinione comune se ne altera, e la podestà civile rimane in secco; e ostinandosi a correre oltre, riceve il biasimo dei migliori e più illuminati; il che toglie al comandamento legale nove decimi della sua efficacia. Questo videsi in Italia, or fa qualche anno, essendovisi dato mano a certa disposizione singolare di codice per la quale stimarono i magistrati sulle viete orme dei parlamenti francesi di sottoporre a processo ed a pena alcun parroco che ricusava di amministrare l’eucarestia a talun cittadino. Ma il negozio parve odioso tanto e ridicolo all’universale che i magistrati desistettero e gli editti già belli e pronti pigliarono posto in archivio d’accanto ai più vecchi e meglio capitati di loro. Ricordasi ognuno del gran rumore che fece tutta Inghilterra allora quando Pio IX rinnovò in quell’isola alcune giurisdizioni arcivescovili secondo la forma cattolica usata quivi in antico e ne investiva certi prelati sudditi della Regina, attribuendo loro eziandio i titoli stessi e gli onori che sono assunti al di d’oggi dagli arcivescovi del rito anglicano. Ma tutto ciò come non s’accompagnava col possesso di veruna temporalità ed avea soltanto un valore spirituale nelle coscienze dei cattolici, appo i quali, per via d’esempio, l’arcivescovo vero legittimo di Westminster non è l’anglicano ma si l’eletto e insediato da Pio IX, egli accadde che al governo della Regina vennero meno tutti i mezzi opportuni e accettabili dall’opinione per annullare la rinnovazione dei titoli e delle diocesi antiche; sebbene in cancelleria fossero leggi e prescrizioni a josa conducenti a distruggere con la forza e punire con rigidezza qualunque dimostrazione esterna dei decreti di Roma. Nel mentre stesso ch’io scrivo spesseggiano di là dalla Manica le radunate popolari che chiedono appunto per gl’Irlandesi la inviolabilità dello spirito e che le due Confessioni orangista e cattolica si vivano colà sotto un comune diritto. Salvochè gli esempi di tal sorta abbondano oggi da ogni parte in maniera da non si richiedere agli scrittori una diligenza minuta di andarli raccogliendo e narrando. E perchè in Europa la vita pubblica popolare diventa generale ed attiva, e però le opinioni altresi generali fannosi più manifeste e crescono di efficacia con la discussione e la stampa, noi vedremo crescere a vista d’occhio (per così favellare) la virtù e dilatazione dei due principj razionali poco sopra significati, l’uno della libertà e indipendenza interiore cardinata in condizioni di vita sciolte da ogni mondanità e da ogni ambizione; l’altro della libertà esteriore protetta e difesa validissimamento dal debito di rispettare e proteggere il puro dominio morale e intellettuale dell’anima sopra le anime. Il che adempie in perfetta guisa i tre momenti dell’azione pontificale, l’interno cioè invisibile; l’esterno visibile e il terzo che si risolve nell’adesione e obbedienza spontanea di tutti i fedeli per ogni provincia cattolica.
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