Terenzio/Il prologo

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Il prologo

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Personaggi Atto I

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IL PROLOGO.

CHI è fra di voi, signori, che della storia amico
     Ravvisi il personaggio, ch’io rappresento antico?
     Della Commedia innanzi, solo al popol ragiono...
     Basta, basta; or ciascuno sa che il Prologo io sono.
     Non mandami il Poeta per sola vanità
     Di richiamar sul palco la bella antichità.
     Ma questa volta almeno, a voi fa di mestieri
     Ch’io dica il suo disegno, ch’io sveli i suoi pensieri.
     Questa Commedia nuova, che a voi si raccomanda,
     Indietro coll’azione due mille anni vi manda,
     Allor quando fioriva, scacciati i Re inumani,
     La Repubblica invitta de’ popoli Romani.
     L’Autor sa che taluno dirà nel suo pensiere:
     Mirar costumi nostri è quel che dà piacere;
     Non ferma, non impegna, e l’alme non ricrea
     Carattere di cui non s’ha precisa idea.
     L’Autor per me risponde esser ciò vero in parte,
     Che criticar chi vive di dilettare è l’arte;
     Ma vide dall’esempio degli uomini più accorti,
     Che un Comico i viventi può criticar coi morti.
     Di Plauto e di Terenzio, pregiati dai Romani,
     Erano gli argomenti delle Commedie estrani,
     Prendendo dalla Grecia i Comici soggetti
     Per criticar di Roma i vizi ed i difetti.
     Fur le passioni umane le stesse in ogni etate;
     Son tutte le nazioni da un sol principio nate:
     Sol variano col tempo i riti ed i costumi,
     De’ quai a chi succede son necessari i lumi:
     Questa occasion ci porge l’altra di dare al mondo
     Un nuovo cogli antichi spettacolo giocondo:
     E se le glorie loro veggiam nelle tragedie,
     Giust’è che i lor difetti ci mostrin le commedie,

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     E veggasi in confronto, che in vari nomi espressi,
     Gli antichi ed i moderni sono gli uomini istessi.
     L’ingordo Parassito l’abbiamo anche in presente,
     Regna fra noi pur troppo l’adulator Cliente.
     L’invidia fra gli schiavi vediam fra servi nostri,
     Ed agli antichi Eunuchi abbiam simili mostri.
     L’amor fu ognor lo stesso, superbia ognor eguale,
     Ognor vi fu chi ’l bene cercò coll’altrui male.
     Sol delle donne il fasto, che in Roma iva all’eccesso,
     Sembra, se al ver m’appongo, sia moderato adesso.
     Allora per orgoglio avean gli uomini a sdegno,
     Ora superbe sono, ma non fino a tal segno.
     Trattan con alterezza, se veggonsi adorare,
     Ma quando son sprezzate, si veggono pregare;
     E questo tal confronto fa due graziosi effetti,
     Gli estremi a noi mostrando di due vari difetti.
     Lo stile sollevato se udrete oltre il costume,
     Se delle erudizioni sparso ne’ versi il lume,
     Se troppo per commedia eroiche le passioni,
     Per me vuole il Poeta addur le sue ragioni.
     L’esige l’argomento; lo vuol l’inusitata
     Opra, che il titol porta di Commedia togata,
     Mista di personaggi bassissimi e d’eroi,
     Che ha moderni e antichi ha pur gli esempi suoi,
     Al che poi facilmente, volendo, si rimedia,
     Lasciandola l’Autore chiamar Tragicommedia.
     Ma troppo lungamente trattengo in impazienza
     Di mirar la Commedia desiosa l’Udienza.
     Supplito ho all’incombenza, per cui son qui venuto,
     Dell’intenzione nostra ho il Popol prevenuto.
     Se critiche verranno, le accetterem con pace,
     Non è il Poeta nostro prosontuoso audace:
     Per me degli error suoi perdono a voi domanda,
     E alla clemenza vostra Terenzio raccomanda.