Trattato completo di agricoltura - Volume I/Meteorologia agricola/4

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Umidità atmosferica

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umidita’ atmosferica.

§ 167. Vi ho detto che negli strati inferiori dell’atmosfera terrestre esiste allo stato di miscuglio una certa quantità di vapore acqueo, emanato dalla terra inumidita dalle pioggie, esalato dalle piante, od evaporato dalle acque del mare, dei laghi, fiumi, canali, ecc., il quale può essere trasportato qua e là dalla diversa direzione dei venti. Infatti, abbiamo veduto che questo vapore abbonda nei paesi marittimi, o vicini a grandi spazj d’acqua o ricchi di folta vegetazione quali sono i boschi.

Quest’umidità è quella che rende più densa e bianchiccia [p. 156 modifica]l’atmosfera, e che sotto l’influenza dei raggi solari, rarefacendosi maggiormente, assorbe una porzione di calore, diminuendo la temperatura atmosferica di quei paesi. Nella Valle del Po sono caldo-umidi i venti che vengono dall’Adriatico e talvolta anche quelli che vengono dal Mediterraneo, sorpassando gli Appennini, quando non siano carichi di neve.

Le pioggie, le nevi, la grandine, le rugiade, le nebbie o le brine non sono altro che vapore atmosferico più o meno condensato da un maggiore o minor raffreddamento che esso subisce per l’alternativa del giorno e della notte, delle stagioni, o perchè, innalzandosi per l’atmosfera, incontri una temperatura sempre minore; nei nostri climi a 2600m d’altezza circa abbiamo lo 0° ||ed il limite delle nevi perpetue.

§ 168. L’aria in generale quanto più è calda altrettanto contiene di vapore, purchè vi siano le volute circostanze, cioè, che il terreno non sia assolutamente arido e che non dominino venti asciutti.

Temperatura dell’aria Peso in grammi del vapore contenuto in un metro cubo d’aria
5,66
7,77
10° 10,57
15° 14,17
20° 18,77
25° 24,61
30° 31,93
35° 41,13

Dietro questi dati dell’esperienza può intendersi come nei climi caldi, specialmente se marittimi, le pioggie e le rugiade debbano essere abbondantissime tanto pel raffreddamento notturno, quanto pel freddo prodotto dai venti o dall’innalzarsi di questo vapore per l’atmosfera. [p. 157 modifica]

Questo vapore atmosferico ha una grande influenza sulla vegetazione, poichè, oltre all’umidità, somministra ai vegetali anche una certa porzione d’ammoniaca e di gas acido carbonico che si trova nell’aria. Molte piante, dette grasse, vegetano sui nudi scogli o sulla pura arena, traendo il loro umore soltanto dall’umidità atmosferica. Un vento umido negli ardori estivi basta spesso a rianimare l’aspetto della vegetazione anche nei nostri climi.

§ 169. Una condensazione normale di vapore atmosferico è quella che nei nostri climi succede quasi ogni notte in causa del così detto raffreddamento notturno, il quale produce la rugiada o la brina secondo il grado della minima temperatura cui giunse l’atmosfera durante la notte.

Scomparso il sole, l’aria, per il diminuito calore, non può più contenere la stessa quantità di vapore, e col sussidio della tavola che vi ho riportata, vedrete se la temperatura atmosferica durante la notte, da 25° discendesse a 20°, per ogni metro cubo si depositerebbero 584 centigrammi di vapore allo stato acquoso, e se da 20° si portasse a 15°, il deposito sarebbe di 460 centigrammi d’acqua, e così via via. A questo aggiungasi che la terra durante la notte, mantenendosi più calda dell’aria, tende ad equilibrare con essa il calore che ha ricevuto dal sole e che meglio dell’aria può mantenere; ma assieme col calore perderà anche parte della sua umidità, la quale riscontrando l’aria più fredda, si condensa a norma della diminuzione di temperatura atmosferica, e si depositerà presso il suolo. Perciò, quanto maggiore sarà il balzo di temperatura fra il giorno e la notte, e che la notte sarà più lunga, maggiore sarà pure la quantità di vapore atmosferico od esalato dalla terra che si deporrà allo stato acquoso.

§ 170. Questa differenza fra il calore terrestre e l’atmosferico durante la notte, è tanto maggiore quanto più limpida e trasparente è l’aria e quanto più sereno è il cielo, non essendovi alcun impedimento alla libera trasmissione del calore [p. 158 modifica]pei successivi e più alti strati d’aria. Ma se il cielo fosse coperto da nubi, allora questa libera trasmissione essendo intercettata, il raffreddamento è minore, più lento o quasi nullo, per cui non vedesi, o ben scarso il deposito acquoso dell’umidità atmosferica od esalata dalla terra.

§171. Che poi un corpo che evapori umidità perda altrettanto calore quanto è necessario perchè essa si evapori, potete conoscerlo per molti fatti assai comuni. Quando voi bagnate un dito e lo esponete all’aria per sentire da qual parte spiri il vento, voi dite ch’esso spira da quella parte che vi sentite il dito più freddo, e questa sensazione di freddo trova la sua causa in ciò, che dalla parte che spira il vento, il dito più presto evapora l’umidità di cui era rivestito. La stessa cosa succede bagnando qualunque parte del corpo ed esponendola in seguito all’aria, molto più quando questa è agitata. Come pure quando volete raffreddare prontamente un corpo riscaldato lo bagnate alla superficie. Una prova poi che l’aria calda, la quale contenga dell’umidità, venendo in contatto con un corpo di temperatura inferiore, deposita parte della sua umidità la avete nell’aria espirata dai polmoni degli animali che d’inverno rendesi visibile perchè si condensa incontrando l’aria più fredda, l’avete d’estate quando la vedete depositarsi in forma di goccioline sulle bottiglie ripiene d’acqua o di vino che provengano da luoghi freschi e sempre più freddi dell’atmosfera; la avete nei vetri delle stanze che si appannano durante le notti fredde e serene, poichè l’umidità interna della stanza si depone sul vetro che è in contatto colla minor temperatura esterna. Che poi l’aria calda contenga maggior umidità, e che questa si depositi in maggior abbondanza quanto maggiore è il balzo della temperatura esterna, ne avete la prova pur nello stesso fatto, osservando che il maggior appannamento si ha di primavera e d’autunno, quando l’aria è calda di giorno, e che la notte subisce il maggior balzo in meno. [p. 159 modifica]

Questo doppio fenomeno succede appunto pel raffreddamento notturno; l’umidità evaporata dalla terra ne raffredda la superficie, e vi si deposita, come vi si deposita quella che, contenuta nell’aria durante ii giorno, di notte è obbligata a depositarsi sulle parti basse evaporanti, cioè sul suolo e sulle piante, tanto perchè non può tutta star sospesa come avveniva di giorno, quanto perchè riscontra queste superficie evaporanti più fredde che l’aria ambiente.

§ 172. Qualora poi vogliate convincervene per mezzo di istrumenti fisici, non avete che a collocare un termometro all’altezza di circa un metro e mezzo nell’aria, un altro sulla superficie terrestre, ed un altro profondo un centimetro in essa.

Allora in un tempo sereno di primavera voi vedrete al mattino, poco prima che levi il sole, che se il termometro sospeso segnerà per esempio 6° ed anche 7°, quello posto sul terreno potrà segnare anche 0° e quello nel terreno 2° o 3°. Queste differenze però potranno variare di qualche poco a norma della qualità del suolo, della umidità atmosferica e terrestre.

D’estate questo divario sarà minore pel maggior calore ricevuto dalla terra, e perchè le notti sono più brevi, per cui la differenza fra la temperatura della superficie terrestre e quella dell’aria sarà minore; solo nell’agosto il deposito acquoso diviene abbondante, perchè le notti allungandosi l’aria diviene più fredda. D’estate adunque abbiamo un deposito d’umidità superiore a 0°, che diciamo rugiada, ed in primavera potendosi portare la temperatura del suolo a 0° ed anche meno, mentre quell’atmosferica fosse di 4°, 5° o 6°, avremo un deposito congelato detto brina.

Se queste osservazioni le facciamo quando il cielo sia annuvolato, troveremo che le differenze sono tanto meno sensibili, quanto più il cielo è coperto e le notti brevi, poichè, come già dissi, le nubi impediscono che il calore della terra e degli strati bassi dell’aria venga irradiato verso lo spazio celeste, che abbiam visto diminuire di temperatura quanto [p. 160 modifica]più si osserva in luogo elevato. Lo stesso effetto vedesi sotto gli alberi molto frondosi, o sempre verdi, sotto i quali la rugiada o la brina si riscontrano rarissimamente.

§ 173. Dall’esposto intenderete che se la rugiada che si forma nella stagione calda è utilissima alla vegetazione, mitigando spesso l’ardore è la siccità propria di quella stagione, specialmente nei nostri climi continentali, la brina che può formarsi in primavera nelle notti serene sarà di un danno grandissimo alla tenera ed appena incominciata vegetazione; tanto più se questa avviene quando il sole appena sorto sia di già molto caldo, pel rapido disgelo ed evaporazione di questa meteora, per cui le parti vegetali sulle quali è deposta si disorganizzano e muojono.

Nella Valle del Po e singolarmente nella porzione a tramontana presso le Alpi, questa disgrazia è frequente, pel balzo in meno di temperatura che può risentirne l’aria, quando per l’improvvisa caduta di nevi sugli alti monti, il raffreddamento notturno diviene sensibilissimo; perdendosi per tal fatto i prodotti delle piante che muovono più presto, quali sono quelli del pesco, del mandorlo, del gelso, del fico, del ravizzone ed anche della vite.

§ 174. Dal conoscere poi l’effetto che le nubi hanno sulla diminuzione del raffreddamento notturno, si può dedurre l’effetto ed il vantaggio delle coperture artificiali fatte alle piante per difenderne i fiori o le foglie quando in primavera temasi una brina. A tale scopo, oltre alle coperture, serve anche il produrre una nube artificiale, abbruciando di mattino, prima che levi il sole e che non spiri il vento, delle paglie umide, od altre sostanze che facciano molto fumo, in modo da diminuire l’irradiamento verso il cielo. Nelle notti dominate da venti queste precauzioni divengono inutili, essendo che il vento impedisce il depositarsi dell’umidità, e diminuisce anche l’intensità dei primi raggi di sole. L’applicazione materiale varia a norma delle circostanze, e la rimetto pienamente alla pratica degli [p. 161 modifica]orticoltori e giardinieri. In agricoltura è difficile il rimediare ai danni delle brine per l’estensione occupata dai prodotti, per cui consiglio piuttosto a quelli che abitano situazioni ov’esse sono frequenti, di coltivare di preferenza quei generi che non le soffrono, o di dare a questi un’esposizione di ponente, ove il sole non li percuota subito il mattino, e permetta all’umidità di dissiparsi gradatamente pel lento aumentare dalla temperatura atmosferica, prima che vi giungano i raggi solari.

§ 175. Quando la terra o le acque sono ancor calde pel calore ricevuto, e che la loro evaporazione è maggiore di quanto possa ritenere l’aria d’umidità, questa non si mescola ma vi sta sospesa in forma di vescichette o bollicine, il cui interno è costituito da aria o da vapore, ed il cui contorno è un intonaco acquoso. Questa umidità sospesa, che intorbida ed offusca l’aria, dicesi nebbia. Essa è frequente nell’autunno quando la terra, umida delle pioggie ed ancor calda pel calore estivo, evapora molta umidità nell’aria che di giorno si è già raffreddata e che trovasi essa pure molto carica di vapore acqueo. Vedesi frequente lungo i fiumi, nelle paludi, nelle insenature dei monti e nelle valli profonde; vedesi d’estate sopra le praterie appena irrigate od assai umide. Talvolta questa nebbia formasi anche nella stagione avanzata, quando pel terreno caldo e molto umido per le pioggie, l’atmosfera si faccia anche fredda per altre circostanze; in allora, pel rapido avvicendarsi col sole, può riuscire assai dannosa alla vegetazione, per la pronta evaporazione dell’umidità deposta sulle parti verdi vegetali, le quali si macchiano e disorganizzano, producendo quei molti fenomeni che vediamo dopo le nebbie, quali sono la ruggine, e la comparsa di alcuni insetti, ecc.

Se poi la nebbia è trasportata per mezzo di venti da altri luoghi ove la di lei formazione sia facile, e che raffreddi e renda umida assai l’atmosfera, mentre il terreno sia caldo ed asciutto, il danno diventa maggiore, poichè in allora il terreno assorbe e tira in basso quelli umori che dovrebbero tramandarsi alle [p. 162 modifica]piante; e così il frumento, la segale, la biada, ecc. prendono un aspetto di maturanza avanti tempo, ma la loro paglia si fa molle, avvizzata, si macchia ed i semi restano piccoli e rugosi, come se fossero staccati dalla pianta ancora immaturi e seccati al sole.

§ 176. L’umidità che in basso può formare la nebbia, quando invece si porta in alto, assai più facilmente incontrando una minor temperatura, può offuscare l’aria restandovi in sospensione, e per tal modo formare le così dette nubi.

§ 177. Quando il vapore acqueo che costituisce le nubi incontra nuovamente una diminuzione negli strati atmosferici d’ineguale e minor temperatura; passa dallo stato vescicolare leggiero, allo stato liquido, ed allora pel proprio peso cade in basso sulla terra sotto il nome di pioggia, appunto come succede nella formazione della rugiada. Egli è perciò che nei climi caldi, l’aria essendo più ricca di vapori, incontrando una diminuzione di temperatura, pel solo effetto della diversa posizione del sole, o dall’incontro di venti meno caldi, si hanno le pioggie più copiose e repentine, che non nei climi temperati e nei freddi; può dirsi insomma che le pioggie aumentano dai poli all’equatore.

Le pioggie sono indispensabili alla vegetazione, servendo a sciogliere e rendere atte alla nutrizione delle piante molte sostanze che senza il concorso dell’acqua rimarrebbero inerti nel suolo; per cui qualunque terreno, avesse pure le migliori qualità fisiche e chimiche resterebbe affatto sterile senza di essa.

All’Agricoltura però importa osservare non solo la quantità di pioggia che cade entro un anno, ma anche la sua distribuzione nelle varie stagioni. La terra, perchè non soffra la siccità, deve contenere nei primi 30 centimetri d’altezza da 0,10 a 0,23 del suo peso in acqua, ossia da 1/10 ad 1/4; il quarto od una proporzione vicina è utile in primavera e nell’autunno, quando le piante trovansi allo stato erbaceo, pel prato, per [p. 163 modifica]le radici; ed il decimo circa giova d’estate per la maturanza dei cereali e della vigna. Come pure dove tutto l’anno dominerà l’umido nel terreno, converrà il prato e la coltivazione delle piante a radici; dove si manterrà mezzanamente secco sarà buono pei cereali. Ove le pioggie abbondano nel tempo della fioritura o della maturanza riescono dannose, dilavando il fiore della materia fecondante e rendendolo sterile, o perchè diminuiscono il calore necessario alla maturanza dei semi.

Le pioggie si approfondano nel terreno sei volte l’altezza dello strato d’acqua caduto; e più ancora se la terra è alquanto umida. Ma, come già dissi, all’agricoltore importa assai conoscere la distribuzione delle pioggie nelle varie epoche dell’anno. Così, per esempio, in molti paesi dei climi caldi, le pioggie sono rarissime e quasi a torrente quando avvengono, e queste chiaramente saranno di poco utile alla vegetazione. Un decimetro d’acqua ripartito in un mese sarebbe molto, in una sola volta sarebbe poco, poichè nelle forti pioggie estive, ed in quelle dei climi caldi, il terreno si comprime e l’acqua scorre via senza aver tempo di penetrarlo, ed il resto evapora prontamente.

Eccovi pertanto una tabella dimostrante le quantità medie mensili ed annuali di pioggia di varj paesi della Valle del Po. [p. 164 modifica]

Gennajo Febbrajo Marzo Aprile Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre Totale dell'annata
Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim. Millim.
Torino 64,8 22,1 59,2 115,6 112,6 119,4 94,4 70,6 68,4 90,4 83,1 53,2 954,2
Milano 72,2 53,8 57,1 78,1 94,7 80,6 74,6 77,9 83,1 109,9 105,0 79,o 966,5
Venezia 54,1 46,5 36,3 77,0 112,0 74,9 73,5 67,1 87,3 56,0 96,0 54,6 835,7
Trieste 87,7 44,4 70,8 70,8 88,5 80,8 95,0 78,4 125,6 98,2 108,6 118,8 1067,6
Padova 65,8 47,2 54,5 56,2 76,4 91,5 69,1 66,4 76,4 99,4 92,1 64.5 859,5
Parma 71,1 60,0 59,0 44,6 80.3 42,4 37,6 46,3 79,2 119,9 93,3 66,2 799,9
Udine 115,8 82,5 117,7 143,4 116,4 184,8 169,7 127,5 153,7 192,7 155,0 142,6 1701,8
Verona 57,3 46,8 49,2 70,0 93,1 97,7 99,0 74,2 103,3 110,2 81,2 68,1 950,1
Vicenza 94,4 61,4 76,8 93,3 73,5! 109,1 78,1 74,1 106,0 132,1 127,7 79,5 1106,0
Brescia 95,2 55,2 74,5 85,4 120,4 99,6 72,2 106,1 92,3 177,2 154,7 118.8 1250,6
Bologna 21,3 31,9 37,1 34,7 36,0 83,9 32,5 43.0 55,9 71,6 42,8 45,21 535,7
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Ravvicinando ora questa tavola a quella che già vi diedi pei giorni con sole, singolarmente per quelli che sono nell’estate, vedesi che la Valle del Po è in condizioni assai favorevoli, trovandosi la maggior quantità di pioggia nella primavera e nell’autunno, epoche in cui la vegetazione è allo stato erbaceo, o di germinazione, laddove nell’estate abbondano le giornate serene e per conseguenza calde ed utili alla maturanza dei cereali, della vigna e dei frutti dolci. In fatti nella pianura il prato non può sussistere che dove siasi istituita l’irrigazione, mentre nell’Inghilterra nell’Olanda e nella Normandia il prato resiste anche nell’estate, pel clima umido e dotato di frequenti e scarse pioggie. Le coltivazioni poi da noi adottate sono così appropriate alle nostre condizioni di umidità, che se casualmente nella stagione estiva le pioggie sono più abbondanti e frequenti dell’ordinario, si hanno vegetali più deboli, esili, che facilmente si piegano in basso, ricchi di foglie ma di frutto scarso ed immaturo. Da ciò il detto che fra noi la miseria viene in barca, ossia coll’abbondanza delle pioggie estive.

Fin qui abbiamo parlato relativamente al terreno piano, e poco elevato dal livello del mare. Ma se ci portiamo sopra i 1000m nei nostri climi, troviamo che sui monti per l’azione refrigerante che questi esercitano sul vapor acqueo che ascende dal piano, le rugiade, le nebbie e le pioggie sono più abbondanti.

Noi infatti osserviamo costantemente che le prime nubi partono dai monti, ove l’umidità si è condensata, e che poi per mezzo dei venti vengono portate nel mezzo della valle. Le sorgenti che si riscontrano sugli alti monti devono la loro acqua all’umidità che continuamente viene condensata ed assorbita dal suolo o dalle piante.

§ 178. Quando la temperatura che determina la precipitazione del vapor acqueo, discende sotto lo 0°, le goccioline si congelano e cadono sotto la forma di fiocchi solidi, che noi diciamo neve. Nei climi caldi la pioggia si cangia in neve [p. 166 modifica]ad altezza maggiore che nei temperati e nei freddi; che anzi quanto più ci avviciniamo all’equatore la neve non cade, o sempre più raramente sul suolo, poichè si liquefa nel discendere incontrando l’aria sempre più calda, La neve cade più frequente e in maggior quantità mano mano che dai climi temperati si vada verso i poli, o si ascenda sugli alti monti, in causa della diminuzione nella temperatura portata dalla maggior latitudine e dalla maggior elevazione dal livello del mare. Quella differente altezza dove sui monti invece di pioggia si ha costantemente la neve dicesi limite delle nevi perpetue, il qual limite si porta sempre più in basso quanto maggiore è la distanza dall’equatore.

Latitudine Limite in metri
Norvegia 71 720
        ” 70 1072
        ” 67 1266
        ” 60 1560
Kamschatha 56 1600
Alpi 45 2708
Pirenei 42 2728
Etna 37 2905
Hymalaya 30 4500
Mexico 19 4500
Sierra-Nevada 8 4550
Vulcano di Puracè 2 4688
Quito 0 4818

Alla neve si attribuisce ancor oggidì una molto benefica influenza sulla vegetazione, e tale che quando un inverno scorresse senza nevicare, molti temono pei futuri raccolti. A parer mio però l’unico beneficio che possa arrecar la neve è [p. 167 modifica]quello di difendere le radici dai geli eccessivi, e facilitare colla sua umidità la decomposizione delle erbe morte. Questi vantaggi però spariscono quando la neve rimane per molto tempo sul terreno, perchè impedisce troppo a lungo il contatto dell’aria, necessario non solo alla vegetazione, ma anche alla semplice conservazione delle piante, e perchè lascia tra essa ed il terreno uno spazio che gl’insetti percorrono agevolmente a grande scapito dei seminati. Quando poi per un rapido disgelo la neve si fondesse prestamente ed in grande quantità, il terreno troppo umido sarebbe più sensibile ad altri geli. Se si confrontassero tra loro gl’inverni abbondanti di neve, con quelli asciutti e freddi, vedrebbesi che i prodotti sono assai più abbondanti in questi ultimi.


Giorni di neve.

Ottobre Novembre Dicembre Gennajo Febbrajo Marzo Aprile Totale dell’annata
Torino 0,8 1,7 2,9 1,5 1,5 0,6 9,0
Milano 0,1 0,6 2,1 3,8 2,1 1,1 0,1 9,8
Venezia 0,8 0,3 2,4 1,2 1,1 5,6
Bologna 0,4 2,1 1,3 1,9 0,4 0,1 6,2
Padova 0,1 0,4 2,8 1,4 1,1 2,1 1,1 9,1
Trieste 0,8 1,7 2,9 1,5 1,5 0,6 9,0
Verona 0,2 0,2 1,6 2,2 1,2 0,6 0,1 6,1
Firenze 0,1 0,2 0,1 0,4 0,3 0,2 1,3
Roma 0,1 0,2 0,2 0,7 0,4 0,2 0,1 1,9


§ 179. Finalmente, quando il sole nelle giornate estive rarefa e solleva l’umidità terrestre, se questa troverà gli strati superiori asciutti o qualche vento caldo asciutto, allora [p. 168 modifica]questo vapore verrà gradatamente assorbito o diffuso, e non vi sarà formazione di nubi, od appena formate si dissiperanno. Ma se all’incontro il vapor acqueo atmosferico od evaporato dalla terra salisse abbondante, rapido ed alto, o che incontrasse qualche vento freddo, come sono fra noi quelli che spirano dalle Alpi, in allora la temperatura si abbasserà repentinamente e di molto, producendo un forte movimento nell’aria e nella massa atmosferica condensantesi, e quindi sviluppo d’elettricità. Questa elettricità poi, scaricandosi con lampi e tuoni da nube a nube per equilibrarsi, verrà ad aumentare il movimento già accennato, e quindi anche il raffreddamento, in modo da congelare e raggruppare i vapori acquei in piccole masse solide gelate, anche ad un’altezza minore di quella cui vorrebbesi per ottenere il ghiaccio. Ad aumentare il raffreddamento delle nubi aggiungesi in parte l’azione del sole, che percuotendo co’ suoi raggi la superficie superiore del nembo, promuove in esso una rapida evaporazione e quindi un abbassamento di temperatura. In seguito poi questo vapore congelato verrebbe a cadere sulla terra sotto forma di grandine o tempesta.

Per le cose che vi ho dette, intenderete perchè i temporali e la grandine siano più facili nelle giornate calde senza vento; perchè d’estate, quando il terreno è molto umido per pioggie antecedenti, quasi ogni giorno dopo il mezzodì, ossia dopo che il sole abbia innalzati i vapori acquei dalia terra o dagli strati inferiori dell’atmosfera, si formino grosse nubi e temporali, e ciò si ripeta finchè un vento forte e secco non asciughi il terreno. Come pure intenderete perchè la grandine sia più facile presso i monti che non alla pianura; perchè nella nostra gran valle i nembi temporaleschi arrivino ordinariamente da ponente o da tramontana, ossia dai monti più alti e coperti di neve, indi seguano nel loro corso una direzione tra levante e mezzogiorno, cioè verso la pianura e verso lo sbocco di essa al mare. Ora potrete anche spiegarvi perchè dove siavi [p. 169 modifica]gran spazio di terra guernito di boschi, ivi la grandine sia quasi sconosciuta, singolarmente presso i monti, essendo che ivi si formino i nembi, e nella pianura invece vi sia trasportata dai venti: e ciò perchè le piante assorbono parte dell’umidità atmosferica e perchè non permettendo che il sole percuota con troppa forza il terreno, ne consegue che diminuiscono la differenza fra la temperatura bassa e quella elevata dell’atmosfera, e di più l’aria umida come conduttrice dell’elettricità tende ad equilibrare l’elettricità delle nubi con quella del suolo che le è sempre opposta. Così accadeva nella parte montuosa dell’Appennino e delle Alpi prima che si estirpassero le tante piante che rivestivano il dorso e le cime di quei monti. Al contrario, nei mesi di luglio e d’agosto, quando i gelsi sono spogli ed i cereali maturi od appena tagliati, nullo essendo quasi l’assorbimento dei vegetali, l’evaporazione è grandissima, e tanto più sono da temersi i temporali e la grandine, perchè sebbene l’aria per la sua più elevata temperatura possa tenere sospesa allo stato invisibile maggior copia di vapore acqueo, pure questo può condensarsi assai repentinamente quando, spiri ad un tratto un vento freddo, o quando s’innalzi troppo rapidamente e direttamente per lo spazio. Ora per mostrarvi che il movimento rapido di un corpo serve a raffreddarlo, e che a questa rapidità di movimento è dovuta in parte la formazione della grandine, vi citerò per prove la maggior freschezza delle acque correnti in confronto delle stagnanti; un recipiente contenente un liquido che si raffredda facendolo roteare rapidamente; il modo ordinario col quale si fanno i gelati (sorbetti); un bicchier d’acqua che tranquilla in un bicchiere talvolta conserva la sua fluidità anche a -10° e che appena smossa si congela. Tutte queste prove sono ovvie a tutti, e servono in parte a spiegare non solo la formazione della grandine nelle nubi, ma anche come quando il nembo siasi di già formato, una qualunque scossa nell’aria portata da un improvviso soffio di vento, da uno scoppio di [p. 170 modifica]tuono, o da altra cagione, faccia subito cadere le prime goccie d’acqua o la prima grandine, nello stesso modo che durante il temporale ad ogni scoppio di tuono l’acqua o la grandine si veggono aumentare sensibilmente di volume. Dietro questa osservazione, così facile e naturale, una legge italica proibiva, sotto certa penale, di suonar le campane all’avvicinarsi d’un nembo temporalesco, ed anche mentre si scaricava. Ora per verità questa legge cadde in disuso, quantunque non revocata, perlocchè è da raccomandarsi ai governi che sia rimessa rigorosamente in vigore.

§ 180. La grandine è di un danno immenso per la vegetazione; essa, quanto più è voluminosa, comprime, schiaccia, dissecca od anche lacera e porta via la parte vegetale che tocca; perciò il danno non si limita ad un solo anno, cioè alla perdita più o meno grave del prodotto che ha colpito, ma si estende anche a qualche anno successivo, poichè le ammaccature e le lacerazioni intristiscono la parte legnosa delle piante, come avviene col gelso, colla vite e colle piante da frutto. Se poi cade in grande quantità, quantunque piccola, raffredda talmente il terreno, che bisogna lasciar scorrere un certo spazio di tempo prima di seminarvi altri cereali, ecc.

A preservarsi da questi danni della grandine, dietro l’opinione che essa fosse prodotta unicamente da uno squilibrio fra l’elettricità della terra e quella dell’atmosfera, furono ideati i così detti paragrandini, i quali consistevano in pali di legno, alti circa 3m da terra, sormontati da una punta di ferro, che mediante una corda di paglia, o meglio di canape, comunicavano col terreno; questi dovevano porsi in campagna alla distanza che si usa coi parafulmini. Fatto l’esperimento in piccolo, riuscì male, e se ne accagionò la ristrettezza; lo si fece in grande, e se n’ebbe l’istesso risultato. E così doveva essere. Infatti, voi ora sapete che alla formazione della grandine concorrono molte circostanza, cioè: il grado d’umidità e di temperatura, la qualità dei venti, la forza del sole, la [p. 171 modifica]vicinanza dei monti, ecc., cose tutte alle quali il paragrandine non poteva menomamente rimediare; per il che andarono in dimenticanza.

L’unico, mezzo che attualmente ci rimarrebbe per risentir meno i danni della grandine, sarebbe quello di una mutua assicurazione obbligatoria fra le varie provincie. Ma un rimedio radicale non lo troveremo che in una ben intesa distribuzione delle piante e delle coltivazioni a norma della posizione topografica del suolo. Egli è certo che se si rivestissero nuovamente di piante le alte cime degli Appennini e delle Alpi, non solo avremmo un prodotto di legnami che ora va ogni giorno scomparendo, ma con questo mezzo salveressimo anche i migliori raccolti del piano, essendo che le piante assorbono non solo l’umidità atmosferica che va condensandosi nell’alto dei monti, o trasportatavi dai venti, ma impediscono eziandio la troppo abbondante evaporazione del suolo che ricuoprono. Per tal modo finalmente ci formeressimo un clima piuttosto atto a pioggie regolari, che a repentini acquazzoni ed a grandine.

Questo sarebbe il momento di parlarvi della grande influenza ch’esercitano i boschi sulla quantità e regolarità delle pioggie; ma di quest’argomento tratterò più a lungo nell’esporvi la selvicoltura.