Trattato completo di agricoltura - Volume I/Prefazione

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Prefazione

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Avvertenza

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PREFAZIONE.



Eccovi, o Lettori, un libro d’Agricoltura dal quale oggidì non era possibile escludere la parte teorica, come usavano i nostri antichi. Ora l’Agricoltura acquistò il grado d’una scienza, e come tale ha i suoi principj fondamentali che servono d’appoggio a tutta la parte pratica.

Questi principj teorici ad alcuni di voi sembreranno nojosi, ad altri inutili, ma io vi assicuro che, se non volete esser guidati ad ogni passo come un cieco, dovete impararli prima della pratica. Senza il loro sussidio ad ogni istante vi trovereste imbarazzati nelle applicazioni, come bugiardo gettereste qualunque libro d’Agricoltura, e finireste col confermarvi nella vostra opinione che val meglio saper adoperare la vanga che fare dei libri. Ma per poco che ci pensaste con mente spregiudicata v’accorgereste che la cagione per cui trovaste falsi alcuni libri che vi vennero fra le mani, sta nell’esser questi stati scritti da persone che abitavano in climi diversi da quello del vostro paese, dove le condizioni [p. 6 modifica]agronomiche erano differenti, dove la qualità del terreno era al tutto diversa da quella del vostro, ecc. ecc. E di ciò non ne avete voi tuttodì la prova sotto gli occhi? Quel che si può fare in un luogo non si può fare in un altro; non in tutti i terreni si possono coltivare i medesimi generi, nè tutti i campi danno un egual frutto in frumento, in erba, in uva, nè gli stessi prodotti riescono ovunque d’egual qualità, peso e gusto; non in tutti i terreni e non tutti i generi coltivati esigono lo stesso concime, lo stesso lavoro, la stessa quantità di caldo e di umido, ecc. Insomma più non la si finirebbe se tutte si volessero enumerare le cause che influiscono sulla diversa condizione d’un paese, e che fanno sì che quando voi uscite, non dico dalla vostra provincia, ma dal vostro comune, anzi dal vostro campo, vi trovate di già in qualche imbarazzo per le cambiate condizioni. E se la è così, perchè mò vorrete condannare un libro che non può praticamente insegnarvi tutto quanto dovete fare in ogni diversa circostanza? Come mai senza le cognizioni teoriche potrete voi avvedervi della differenza e della importanza di ciascuna differenza?

Ed insisto su ciò, perchè comune è l’uso di non abbadare gran fatto ai libri d’agricoltura, appunto perchè riescono inutili, ove dapprima non insegnino i principj teorici. Ognuno scrive pel proprio paese, pel proprio comune, non essendo possibile di dettare massime pratiche buone per ogni dove.

Quindi anch’io mi son prefisso di scrivere con riguardo speciale alla Valle del Po; ma siccome pur in questa regione sono svariatissime le condizioni di clima e di suolo, così non posso dare un corso d’agricoltura pratica senza farvi precedere qualche poco di teoria.

Però vi avverto che mi studierò di darvi soltanto que’ principj scientifici che sono strettamente necessarj a ben intendere l’agricoltura; poichè se volessi fare come certi [p. 7 modifica]eruditi scrittori, v’avrei ad insegnare tante e tante cose, che la vita di mezza dozzina d’uomini non la basterebbe ad impararle tutte: voi vi trovereste imbrogliati ed il libro servirebbe più presto pei vostri usi domestici.

Alcuno dirà che alla fin fine neppur io potrò esser letto dai contadini. Ebbene, mi leggeranno gli agenti di campagna, i modesti possidenti, e fors’anche qualche parroco per far seguito al breviario e conciliarsi più prestamente al sonno. Ed anche costoro credete voi che sappiano o che debbano possedere tutto lo scibile umano per condur bene i loro fondi? No, anch’essi sanno quel tanto che sanno, e non sarà forse inutile anche per loro qualche cognizione di più.

Perchè poi, o lettori benevoli, campagnuoli istrutti, parlerò io ai contadini? Lasciate voi fare ai vostri coloni tutto quanto loro aggrada? No, non lo permettete, nè vi converrebbe il permetterlo. Voi esigete da loro tante moggia di frumento pel fitto, e dovete lasciar loro raccogliere tante moggia di melgone che bastino alla sussistenza delle loro famiglie; le viti, e voi lo sapete, sono obbligate a quella disposizione che è richiesta dal resto delle coltivazioni. Il colono non può, e voi non volete che esso azzardi in grande un nuovo prodotto, ecc. Dunque è inutile ch’io m’impegni di parlar direttamente coi contadini, e rivolgerò il mio discorso a voi, possidenti e campagnuoli d’ogni sorta; a voi, che per passare le lunghe sere dell’inverno sapete affrontare la lettura della cabala del lotto, dei romanzi di Dumas, delle Avventure di Guerrino Meschino e d’altri consimili tesori.

Altri poi vorrebbero che ad esporre popolarmente una scienza s’avessero a lasciar in disparte tutte le parole e le espressioni scientifiche. Ma, ditemi un po’, come faremo poi ad intenderci? Tanto sarebbe quanto scrivere senza alfabeto. Le arti più rozze non hanno anch’esse i loro principj, la loro nomenclatura? Come [p. 8 modifica]insegnereste al fabbro-ferrajo l’arte sua, senza parlargli del ferro e delle sue proprietà, senza parlargli del forno, del martello, dell’incudine, ecc.? Forse che questi vocaboli non sono pur essi tecnici e convenzionali? Forse che le arti più faticose non esigono come le altre il loro vocabolario? O crediam forse di parlare ad automi? No, è impossibile scrivere popolarmente come la intendono costoro; è impossibile ommettere certe parole e frasi che accorciando il discorso, rendono più spedito e chiaro l’esposto. Ponete che nell’insegnare un’arte, nella quale si faccia continuo uso del martello, della tanaglia, dello scalpello, ecc., invece di servirci di queste voci convenzionali, s’avessero ogni volta a definire e descrivere così fatti strumenti; non la vi parrebbe questa una faccenda ben lunga e ridicola? E nel caso nostro, non si possono forse paragonare a que’ vocaboli i nomi tecnici e le espressioni scientifiche? Qual differenza passa fra loro sì nell’insegnarli che nell’impararli? nessuna certamente. Dunque bisogna ben accomodarvisi, e smettere l’opinione che per essere popolare abbisogni esser lungo ed inintelligibile.

Non crediate finalmente che tutto quanto sto per dirvi sia tutta roba mia. No, anch’io mi son giovato molto d’altri scritti, e principalmente di quelli del Liebig, del Boussingault, del Malaguti, del Jussieu, del Dal-Pozzo, del Re, del Ferrari e d’altri molti; ma vi assicuro che da tutta questa brava gente accettai sol quanto mi parve accordarsi colla mia opinione e colla pratica. Per il che questo libro non può dirsi nè tutto fatto al tavolo, come tant’altri, nè fatto tutto in campagna dietro una cieca pratica. In esso v’è l’applicazione della teoria alla pratica, v’è la prova vicendevole dell’una coll’altra, v’è insomma la convinzione che oggidì l’Agricoltura vuol essere scientificamente insegnata e praticata.