Trattato completo di agricoltura - Volume I/Selvicoltura/18

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Prodotto dei boschi

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Selvicoltura - 17 Dell'irrigazione
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prodotto dei boschi.

§ 402. Il principale prodotto dei boschi sta nel legno, che può essere considerato come combustibile o come legname da opera o costruzione. Prodotti secondarj sono le foglie, la corteccia ed anche varii sughi che s’estraggono da alcune piante.

In quanto al legno, la parte più sottile, ossia le diramazioni della pianta, generalmente vien considerata come [p. 384 modifica]combustibile, ad eccezione di quanto può servire di palo, maneggia, pertica e cerchio da bottajo, il che ordinariamente proviene dallo scalvo delle capitozze e soprattutto da quello delle ceppate; la scalvatura delle piante d’alto fusto, siccome tortuosa e sottile vien convertita intieramente in fascine od in legna da fuoco, se le diramazioni sono più grosse di 0m,04. Il legno del tronco vien quasi sempre convertito in materiale da opera o da costruzione. Non tutte le piante però danno col loro legno materia combustibile o da opera d’un’egual natura e bontà.

In quanto all’uso del legno, relativamente alla sua grossezza, può dirsi che inferiormente

ai Mtri 0,04 si converte in fascina.
Dai Mtri 0,04 »» 0,05 in manegge pertiche, manichi d’utensili, ecc.
»» 0,05 »» 0,08 in pali.
»» 0,08 »» 0,10 in paloni.
»» 0,10 »» 0,20 in travetti, travotti e legni per remi.


Superiormente ai 0,20 il legno si può convertire in assi, travi, ecc.

§ 403. Per conoscere la dimensione della quadratura d’un tronco, onde sapere a qual uopo sia adatto, specialmente se per trave, si prende con una cordicella la circonferenza del tronco verso la metà della sua lunghezza, ed 1/5 di questa lunghezza sarà all’incirca il lato del quadrato.

Gl’ingegneri lombardi, per facilitare la distinzione delle piante dipendentemente dalla loro grossezza, le divisero in stazioni, chiamando

Maneggia quella pianta che abbia un diametro fra 0m,025 e 0m,050.
Palo » 0m,05 » 0m,100.
Palone » 0m,10 » 0m,150.
Cantilo » 0m,15. » 0m,200.
Cantilone » 0m,20 » 0m,250.
Terzera » 0m,25 » 0m,325.
Somero » 0m,325 » 0m,400.


A maggior grossezza se ne conta l’effettivo diametro.

A giudicare poi della resistenza del legno ci può servire di guida il peso specifico di ciascuna qualità di esso. Al § 200 già vi dissi che per peso specifico s’intende il rapporto fra [p. 385 modifica]il peso di un dato volume di unar sostanza ed il peso di un egual volume d’acqua distillata a +4°. — Ritenuto adunque che un litro d’acqua, in queste condizioni, pesi un chilogrammo, si avranno i seguenti pesi per un decimetro cubo de' diversi legni:

Chilogrammi Chilogrammi
Pioppo 0,383 Olmo 0,800
Abete bianco 0,550 Frassino 0,845
Salice 0,585 Faggio e Noce 0,852
Tiglio 0,604 Gelso 0,897
Cedro del Libano 0,613 Quercia 0,914
Larice 0,657 » di 60 anni 1,170
Ontano 0,680 Ulivo 0,920
Acero 0,775 Vite da 1,215 a 1,327

Ciononpertanto il peso specifico di un legno non corrisponde sempre esattamente alla di lui resistenza, e meno ancora alla sua elasticità o durata. Per esempio, i rami di salice e di castagno, siccome assai flessibili quando sono ancor giovani, dall’uno ai tre anni circa, servono come cerchj da botte, ed il salice domestico d’un anno è quello che abbiam detto usarsi per legare le viti, ecc.; ma il loro legname grosso è assai poco resistente, poco elastico e di poca durata quando sia esposto alle influenze atmosferiche; e perciò poco apprezzati sono i travetti e travi di castagno che facilmente si spezzano, come pure le assi, che si fendono nel disseccare. L’olmo ed il frassino all’incontro sono assai pieghevoli ed atti a fare oggetti che debbano esercitare qualche sforzo, come stanghe, ecc.; per questa loro qualità sono poco utili come travi, nei quali si cerca piuttosto la solidità. La quercia ed il larice, resistenti e durevoli, danno invece buonissime travi, ed un legname poco alterabile dall’umidità. L’ontano non ha altra proprietà che di resistere nell’acqua. L’abete fornisce assi e travetti, che però non resistono molto all’umido. Il faggio ha un legno pieghevole e facile a lavorarsi in qualunque foggia. Il pino silvestre col suo tronco non fornisce che travetti ed antenne, poco durevoli però esposti all’umido. L’elce, l’ailanto, il pomo, l’ulivo,, il tasso, ed il cipresso danno un legno buono per mobiglie e per l’ebenista. Il platano soffre l’umidità; la robinia dà soltanto maneggie, pali e paloni, ecc.

Un criterio per conoscere se un legno che debba servire [p. 386 modifica]per trave sia sano, è quello di dare alcuni colpi di martello all’una delle estremità; se una persona che ponga l’orecchio all'altro capo sente rispondere un suono chiaro e quasi immediato al colpo è segno che internamente il legno è sano; se all’incontro il suono è sordo sarà molto probabile che l’interno sia guasto.

§ 404. Ora prima di parlarvi d’altri prodotti del bosco, voglio farvi parola sulla conservazione del legname. Già al § 182 vi notai che il pregiudizio, fra le varie attribuzioni della luna, ammetteva pur quella di conservare più o meno il legname, conservandosi maggiormente quello tagliato in luna scema che non quello tagliato a luna nuova. Voi già sapete quanto siano attendibili tali asserzioni; e, per quello che già vi dissi sul modo di decomposizione sui vegetali, potrete agevolmente spiegarvi come e quando un legno sia più facile ad alterarsi. Infatti quanto più una sostanza vegetale, priva di vita, contiene di parte organica azotata e di acqua, tanto più facilmente subirà delle alterazioni nel proprio tessuto. Or dunque quand’è che la pianta trovasi in questa condizione? Dal momento che incomincia a vegetare in primavera, sino all’autunno, cioè quando gli umori sono in movimento. Quale sarà dunque il momento in cui la pianta avrà in sè una minor quantità di sughi? Sul finir dell’inverno, quando non essendovi più umor ascendente sin dall’autunno, il discendente avrà invece abbandonato quasi intieramente la pianta. Tale per conseguenza sarà l’epoca migliore pel taglio dei legnami da opera.

Se per lo scalvo v’indicai esser preferibile il momento in cui la vegetazione sta per incominciare, acciò le ferite rimangano il minor tempo possibile esposte alle vicende atmosferiche, nel taglio dei legnami questa precauzione diviene inutile, non avendosi bisogno che il taglio del pedale abbia a rimarginarsi: una pianta tagliata è considerata morta, ed anzi, quando le circostanze il permettano, devesi estirparne anche il ceppo.

Un’altra prova che il guasto dei legnami deriva dalla presenza dei sughi organici, l’avete anche nell’osservare come si comporti il tronco d’una pianta tagliata a tempo debito. Infatti voi vedrete che la corteccia ed i primi strati, i quali non si possono ancor considerare come vero tessuto legnoso, essendo quelle le parti che maggiormente contengono di sughi organici, sono sempre le prime a guastarsi, per cui è [p. 387 modifica]costume di levare la corteccia, ed anche di squadrare o levare l’alburno dal tronco di quelle piante che voglionsi meglio conservare.

Fuvvi un momento nel quale il coltivatore, adescato dal profitto della corteccia abbatteva anche le piante da costruzione in primavera; ma le replicate osservazioni provarono che quei legnami avevano una durata assai minore, e più presto erano presi dalla carie, che non quelli tagliati nell’inverno; nell’Inghilterra specialmente si dovette proibirne il taglio almeno per quelle che dovevano servire alle costruzioni navali.

Una maniera antichissima, usata sin dal tempo de’ Romani per avere un miglior legname, era quella di scortecciarlo un anno o due prima di abbatterlo. Anticamente usavasi pure di fare una fossa un anno prima intorno alla pianta che si voleva tagliare. Buffon e Duhamel nuovamente raccomandarono questa pratica, asserendo che in tal guisa si induriva anche l’alburno. Noi infatti abbiamo già detto che tanto il frassino quanto la robinia induriscono e si difendono meglio dalla carie levando loro la scorza un anno prima di tagliarli. Quest’operazione nelle piante frondifere deve farsi da uno sino a tre anni prima, secondo che la pianta abbia maggior o minor quantità di alburno. Nelle piante resinose basterà invece levare un anello di scorza in basso e poi tagliarle 12 o 18 mesi dopo. Nei boschi a ceppata quest’uso non è conveniente poichè ne soffrirebbero il ceppo e le radici.

Generalmente, a parità di circostanze, le piante cresciute nei terreni umidi sono poco compatte e poco pesanti, ma sono meno soggette a fendersi e presentano una maggior cedevolezza di fibra. Quelle cresciute nei terreni secchi, o poco profondi, avendo un aumento meno rapido, crescono facilmente tortuose, ma sono più dure e meno cedevoli delle altre, per cui con maggior facilità si fendono o si spezzano.

Tagliato il legname devesi farlo asciugare più lentamente che si può, e perciò giova tenerlo in luogo arioso, ma all’ombra ed al coperto, non potendosi dirlo stagionato se non dopo tre anni. Ove l’aria sia calda, umida e stagnante facilmente si guasta, per le alterazioni della materia solubile che contiene, e produconsi insetti, muffe e funghi.

L’uso di mettere il legname nell’acqua fu trovato assai vantaggioso; viddesi che in seguito si fendeva meno, più lentamente restringeva i suoi pori, meno pronta era la carie, [p. 388 modifica]ed infine durava assai di più. Questi effetti sono dovuti in parte al restare lungo tempo privo del contatto dell’aria, ed in parte perchè l’acqua, sciogliendo e portando al difuori molte materie solubili del legno, rende più difficile l’alterazione. Quest’immersione abbrevia la stagionatura se la si alterna coll’esposizione all’aria. Si pensò di meglio conservare il legname col togliere il contatto dell’aria spalmandolo con vernici resinose; ma l’effetto non corrispose al desiderio, ed il legno si decomponeva nell’interno, ove non era arrivata l’azione delle vernici.

Persuasi adunque che l’alterazione del legname proviene dall’alterazione che subiscono le materie solubili che sono nel suo interno, si potranno usare tutti quei mezzi che già al §135 abbiamo visto impedire la decomposizione, o fermentazione delle sostanze organiche sia vegetali che animali. Si sperimentarono utilmente le soluzioni di creosoto, di sublimato corrosivo, di arsenico e di altri sali; ma egli era evidente che la spesa per questa operazione superava l’utile.

Boucherie trovò un metodo assai facile e poco dispendioso per fare imbevere le piante di soluzioni, appoggiandosi alla facoltà che esse hanno di assorbire e fare ascendere i liquidi nel loro interno quando siano munite di foglie; egli mise a profitto questa loro facoltà, osservando che la conservavano anche qualche tempo dopo il taglio, non solo nelle radici, ma eziandio nel tronco reciso, non però più di 30 ore dopo.

Per ottenere questa imbibizione si prepara un tino contenente la soluzione; indi, recisa al piede la pianta, lasciandovi alcuni rami o soltanto il fiocco della cima, la si dispone ritta entro il tino, e la vi si lascia finchè il tronco sia tutto penetrato dalla soluzione. Per esempio un pioppo di 28m, di altezza e di 0m,40 di larghezza assorbì in sei giorni tre ettolitri di liquido. L’ascensione del liquido diminuisce ogni giorno, ed al 10° circa cessa; ma di solito questo numero di giorni basta perchè il legno s’imbeva compiutamente. Con questo mezzo si sperimentò il sal marino, il cloruro di calce, le acque madri delle saline e soprattutto la pirolignite, adoperandone 1/50 del peso del legno verde. La pirolignite aveva il vantaggio sulle altre soluzioni, che facilmente si univa alle materie solubili vegetali.

Le piante dolci s’imbevono più rapidamente e meglio; i legni duri all’incontro difficilmente s’imbevono nel centro, e facilmente il liquido poi devia incontrando un nodo o qualche porzione disorganizzata. [p. 389 modifica]

Ognuno vede però che questa maniera di operare coll’albero posto in piedi nel tino è assai malagevole, molto più quando si tratta di piante alte e pesanti, quindi Boucherie vide che si poteva eseguire egualmente l’operazione coll’albero steso a terra, applicandovi all’estremità inferiore del tronco un sacco impermeabile contenente la soluzione; e provò inoltre a fare assorbire questi liquidi dalle piante ancora in piedi, forandole in basso con una trivella; il foro che praticava era di 0m,02 di largo, il più addentrato che poteva; poi, con una sega a punta, dilatava del doppio l’apertura d’ambi i lati; indi, con un mezzo qualunque, metteva in comunicazione quest’apertura col liquido da assorbire.

L’ascensione di questi liquidi si opera in primavera, in estate e singolarmente nell’autunno. Le piante sempre verdi possono assorbire in qualunque stagione, anche nel verno. Oltre a questi modi d’imbibizione, Boucherie trovò il modo di eseguirla in legni già squadrati, purchè fossero tagliati di recente. In questo caso il legname si metteva in piedi e vi si applicava alla parte superiore il sacco impermeabile contenente il liquido. Questa maniera d’imbibizione per discesa è più rapida dell’altra; i gas ed i sughi della pianta escono in basso e si riconosce che l’operazione è terminata, quando il sugo che ne esce è identico a quello imbevuto.

Con questo ultimo metodo si ottiene di cambiare i sughi della pianta, laddove coll’altro se ne introduce bensì un nuovo, ma dei preesistenti non si elimina che l’acqua col mezzo dell’evaporazione esercitata dalle foglie. Perciò l’acqua sola può servire allo scopo, sciogliendo e trasportando le materie solubili del legno. Lo si potrebbe eziandio utilizzare per estrarre dai legni le materie, zuccherine, mucilaginose, o coloranti, risparmiandoci un incomodo trasporto di tanta quantità di legno; per questo ultimo intento dovrebbersi però ridurre gli alberi in pezzi non troppo lunghi.

Un altro vantaggio che ci porta l’imbibizione dei legni, è quello di poter dar loro oltre la durata, una durezza maggiore, ed anche un colore diverso dal proprio, facendoli imbevere di una soluzione colorante. La pirolignite comunica un color bruno; e se vi si fa succedere una soluzione astringente il legno prende un colore tra il turchino cd il nero. Inoltre, i legni imbevuti di soluzioni saline sono poco combustibili, prendono fuoco difficilmente, non ardono con fiamma, ma piuttosto si carbonizzano senza distruggersi in ceneri, e si spengono [p. 390 modifica]appena cessi una forte causa d’accensione. Questo distintivo dovrebbe essere di molta importanza per le regioni montuose ove non si fabbricano quasi che case e capanne di legno.

Accade pure che molti legnami si spezzino facilmente da sè come troppo rigidi, oppure, pel minimo divario nello stato igrometrico dell’atmosfera, se sono più legni uniti o si disgiungono o si stringono fra di loro, e tali fenditure e ristringimenti accadono pure anche quando il pezzo sia unico. Queste alterazioni avvengono quando il legno perde od abbia perduta l’ultima porzione di umidità, per cui il Boucherie immaginò di trattenervela facendoli imbevere di un sale deliquescente, per esempio, di una soluzione di cloruro di calce, che è di poco costo. Queste sostanze trattenendo una certa umidità nel legno, vi mantengono la flessibilità, e li rendono meno sensibili alle variazioni di umido e di secco atmosferico.

§ 405. Finora abbiamo considerato il prodotto dei boschi siccome serviente per le costruzioni e siccome combustibile. E da notarsi però che il legno che serve da combustibile, quanto più è giovane, tanto minor tempo conserva la proprietà di dar una bella fiamma. Ciò dipende dal deperimento che subisce il legno per l’alterazione suscitatavi dalle sostanze organiche solubili, le quali trovandosi in maggior copia, ove maggiore è la proporzione della corteccia e del nuovo legno, tanto più facilmente inducono la carie quanto più il legno è giovane e sottile. Epperò, le fascine devonsi sempre tenere in luogo riparato dalle vicende atmosferiche, che facilmente le ridurrebbero alla carie ed alla putrefazione. Le fascine di legna dolce dopo un anno cominciano a scemar di valore, e quelle di legna forte dopo due o tre anni.

Comune è l’usanza di lasciare la legna da fuoco, e specialmente la grossa, esposta all’acqua sino all’agosto, dopo il qual mese la si conduce al coperto, asserendosi che fa maggior durata. Questo fatto però può dipendere dall’azione che esercitano le pioggie nel trasportar fuori dal legname le materie solubili che possono alterarla; ma devesi por mente che se queste materie nuocono alla conservazione del legname, sono però quelle che rendono più viva la fiamma nel combustibile; perciò la corteccia e le fascine, ossia i giovani rami danno maggior fiamma che il legname grosso quantunque spezzato sottile; e per lo stesso motivo la legna morta annerisce, ed arde assai difficilmente e con poca fiamma, essendo priva di queste materie che trovansi soltanto nel legno [p. 391 modifica]vivente. I legni resinosi, che tagliati vivi danno una bellissima fiamma, anche per la combustione delle materie infiammabili che contengono, se vengono tagliati morti, essi pure anneriscono e abbruciano difficilmente. Perciò l’uso di lasciar la legna esposta all’acqua non mi pare abbastanza ragionato, non essendo apoggiato dalle osservazioni di fatto, e si può considerare una cattiva applicazione d’un principio giusto per altro scopo.

Pertanto chi avesse molti boschi, il di cui prodotto non potesse intieramente convertire in combustibile od in legname da opera, e che perciò gran parte di esso potesse col tempo deperire a scapito del prodotto, farà bene a ridurre in carbone tutta quella porzione di legna non troppo sottile, o non troppo ricercata per opera, ottenendo egli con ciò di poter conservare per lungo tempo il valore di tal prodotto.

Al giorno. d’oggi poi il carbone ha un prezzo maggiore d’una volta, e per la diminuita quantità dei boschi, e per l’aumentato suo consumo nelle più numerose officine, nelle quali fu trovato più comodo della legna. Necessario è dunque pel coltivatore di boschi il conoscere il processo per ridurre la legna in carbone.

§ 406. La carbonizzazione del legno si fa nei boschi, per diminuire la spesa di trasporto, e si eseguisce nei seguente modo. Ove il terreno presenti qualche piano si forma un’aja ben battuta, e sopra questa, e possibilmente nel mezzo, si dispongono tre o quattro grossi pezzi di legna, i quali lascino fra di loro un foro come una canna da camino, larga 0m,25 circa. Attorno di questa canna si pongono le legna in piedi, facendone due o tre piani sovrapposti, di cui la circonferenza vada diminuendo in alto, in modo da presentare la figura d’un cono tronco, colla base larga in basso. La legna grossa si mette verso il centro del mucchio, e la sottile sempre più verso la circonferenza, ossia verso’ l’esterno. E bene però che i legni grossi vengano spaccati e che si riducano ad un diametro non maggiore di 0m,25, acciò non vi sia troppa sproporzione fra loro, e che per conseguenza la combustione non proceda in un punto più rapidamente che in un altro.

Preparato in siffatta maniera il mucchio, detto meda, lo si copre di foglie, terra e frantumi di carbone, residui delle precedenti carbonizzazioni, lasciando però in libertà il camino centrale, e praticando alcuni fori all’ingiro della base acciò possa introdursi l’aria abbisognevole per la combustione. [p. 392 modifica]Alcuni usano invece di stabilire la base della meda su d’un piano sollevato da terra, onde possa penetrarvi l’aria per di sotto, costruendo a tal uopo un rialzo di sassi nel mezzo sui quale vien appoggiato il capo di grossi legni, che da esso si dipartono a guisa di raggi sostenuti all’ingiro esternamente, ed all’eguale altezza, da altri ciottoli; su questo piano che presenta dei vuoti per l’accesso dell’aria, si dispongono poscia le altre legne in piedi, come già si disse; e nel mezzo, invece di predisporre tre o quattro grossi e lunghi legni che formino camino, s’usa anche mettere un grosso e lungo palo che si leva dopo d’aver coperto ii mucchio con terra, restandovi per tal modo un foro che serve di camino.

In qualunque modo sia stato disposto l’ammasso ricoperto, s’introducono nel foro centrale delle brace minute, le quali incominciano a dar luogo alla combustione. Questo fuoco vi si mantiene per due o tre ore, dopo le quali esso è comunicato ai legni vicini; allora si copre e si ottura il foro o camino centrale, e si praticano altri fori all’ingiro del mucchio verso la parte superiore, onde richiamare la combustione verso la circonferenza. Dapprima esce il fumo biancastro e denso ma, dopo qualche tempo, si fa trasparente e di tinta quasi bleu; questo è un indizio che la carbonizzazione procede verso l’esterno. In seguito si chiudono questi fori, e se ne fanno degli altri più in basso, che si turano alla lor volta quando si presentano gli stessi segnali, e così si continua finche si giunge alla base del cono. La combustione e la carbonizzazione procedono dall’alto in basso; le legna diminuiscono molto di volume, ed il cono si deprime sempre più, producendo delle screpolature nella coperta che abbisogna chiudere onde lasciar funzionare soltanto quei fori che si sono fatti a bella posta.

Terminata l’operazione, ossia chiusi anche gli ultimi fori, quando siasi veduto uscire il fumo trasparente e bleu, si lascia estinguere il fuoco da sè; e raffreddato l’ammasso, si scopre e se ne separa il carbone, mettendo a parte il legno carbonizzato imperfettamente, che farebbe fumo, e lo si conserva per mettere in altro mucchio. Il rimanente si conduce al coperto. Per questa operazione il legno perde quasi l’85 per 100 del suo peso, per cui vien diminuita d’assai la spesa di trasporto del prodotto d’un bosco, senza che se ne sia diminuito il valore. [p. 393 modifica]§ 407. Non tutti i legni danno un carbone d’un’egual forza calorifica. Generalmente si ritiene questa gradazione:

1 Carpino           09 Platano
2 Faggio 10 Piante resinose
3 Olmo 11 Salice caprino
4 Quercia 12 Betula
5 Frassino 13 Ontano
6 Castagno 14 Tremula
7 Acero 15 Tiglio.
8 Nocciuolo

Peso specifico di varii carboni.

chilogrammi chilogrammi
Pioppo 0,245 Faggio 0,518
Betula 0,364 Frassino 0,547
Ciliegio 0,411 Noce 0,525
Carpino e pomo 0,455 Carbone in polvere da 1,400 a 2,000.
Quercia 0,421

Il potere calorifico d’un legno o d’un carbone dicesi caloria, e per caloria s’intende quella quantità di calore che è necessario per elevare di un grado la temperatura d’un chilogrammo d’acqua. Per rilevare poi le singole calorie delle varie sostanze, se ne prende un chilogrammo in peso di ciascuna e la si riduce alla secchezza normale corrispondente alla temperatura di 100°. Allo stato di secchezza mercantile, la legna contiene ancora dal 20 al 25 per cento di acqua.

Eccovene un prospetto:

Qualità della sostanza combustibile Calorie
Tremula od alberella 3088
Pioppo e robinia 3139
Castagno 3174
Noce 3215
Gelso 3220
Salice 3243
Ontano 3254
Peccia 3312
Rovere 3323
Larice 3335
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Qualità della sostanza combustibile Calorie
Faggio 3408
Olmo 3438
Carbon fossile da 7800 a 7900
«di legna «6000 «7000
Torba col 25 per 100 d’acqua 3600
Carbone di torba 5800
Legna allo stato di secchezza mercantile da 2500 a 2600.

Si potrebbe anche valutare il potere calorifico dei varii combustibili dalla loro composizione chimica, ammettendo ch’esso è uguale alla somma del carbonio e dell’idrogeno che contengono, dedotta però quella quantità d’idrogeno che formerebbe acqua coll’ossigeno pur contenuto nel combustibile.

Forse potrete voi domandare in che differisce la combustione che si fa sui camini ordinarj da quella che si eseguisce nel mucchio coperto destinato alla carbonizzazione, se colla seconda ci resta ancora una materia combustibile e colla prima non restano che ceneri terrose, inette a nuova combustione? Colla combustione ordinaria i principj immediati che compongono il legno, cioè il carbonio, l’idrogeno, l’ossigeno, ed anche l’azoto, scompajono affatto in forma gasosa, sotto diverse combinazioni, non lasciando altro residuo che i principj terrosi assorbiti dalla pianta nel terreno. Il carbonio si unisce all’ossigeno atmosferico o della composizione del legno e si svolge allo stato gasoso di gas acido carbonico, ed ossido di carbonio; parte dell’idrogeno e dell’ossigeno si svolgono in forma di vapori acquosi, i quali trascinano seco le materie azotate organiche e solubili, gran parte delle quali costituiscono la fuliggine, tutto insomma quanto esisteva di gasoso solidificato nell’intima costituzione della pianta, ritorna all’atmosfera in varie combinazioni, per cui nulla più resta di atto alla combustione. Nella carbonizzazione invece succede una lenta combustione, evapora l’acqua e con essa le materie organiche e solubili, ma il carbonio non viene totalmente eliminato essendovisi assai limitato l’ingresso dell’ossigeno atmosferico, ed impedita la formazione della fiamma; epperò il carbonio costituente il carbone, posto in seguito in contatto coll’ossigeno, provocandone la combinazione per mezzo del calore, vi si unisce ed arde producendo calore.

§ 408. Prodotti secondarj del bosco sono le foglie, la corteccia, ed i sughi che si ritraggono da varie piante, [p. 395 modifica]

Le foglie delle piante tutte ed inspecie quelle delle frondifere non solo possono migliorare il terreno, sul quale cadono e putrefano, ma possono eziandio servire di lettiera e di alimento pel bestiame minuto che allevasi fra i monti. Inutile qui è il ripetere che non devonsi mai trasportare le foglie dai boschi giovani, e che anche dagli altri non dovrebbersi levare tutti gli anni, ma con una rotazione almeno di quattro anni. Cionondimeno nei boschi vecchj, o vicini all’atterramento, si potranno raccogliere intieramente per convertirle in lettiera per le stalle. Le foglie devonsi raccogliere quando sieno ben asciutte, onde non fermentino quando vengono ammassate al coperto; e l’epoca del raccolto deve essere l’autunno avanzato, quando non cada troppo prestamente la neve; in primavera si farebbe troppo danno alle piante ancor basse ed in principio di vegetazione.

Quando vogliansi all’incontro convertire le foglie al mantenimento del bestiame, abbisogna coglierle ancor verdi, sfrondando le piante in principio d’autunno, quando sono prossime a staccarsi da sè stesse. Queste, sebben asciutte, non potrebbersi però conservare a lungo per l’umidità che in esse e contenuta, epperò vien suggerito il seguente metodo. Si cava una buca in terreno asciutto e possibilmente al coperto della pioggia, oppure si prende un tino logoro, e nella buca o nel tino si ripongono le foglie staccate ancor verdi dalle piante nel tempo che si è detto, si comprimono ben bene, e ad ogni strato dell’altezza di un decimetro vi si sparge del sale da cucina; dopo l’ultimo strato, si ricopre il tutto con terra ben battuta. Il sale da cucina, come si è detto al § 135, è una sostanza che impedisce la decomposizione delle materie organiche, e perciò le foglie si possono conservare sino alla primavera, al momento che può trarsi profitto dell’erba dei pascoli o dei prati, risparmiando in inverno le qualità migliori di foraggio, che meglio servono al bestiame grosso, ed evitandosi in primavera lo sfrondamento delle nuove foglie, che riesce di svantaggio alla vegetazione dei boschi.

§ 409. La corteccia di molti alberi, e specialmente quella della quercia, del castagno, dell’olmo, del salice e dell’ontano, contiene gran quantità d’acido gallico e d’acido tannico. L’acido gallico, che si ottiene colla decozione, sciolto nel solfato di ferro, da una bella tintura nera, come si può vedere dall’inchiostro che è fabbricato in tal modo. L’acido tannico si estrae dalla corteccia delle piante sunnominate e soprattutto [p. 396 modifica]dalla noce di galla, che è una specie d’escrescenza che si forma sulle foglie della quercia, ed è usitatissimo per la concia delle pelli, per il che dicesi anche concino. Quest’uso è dovuto alla proprietà che ha l’acido tannico di unirsi al glutine, all’albumina, gelatina, fibrina, ecc. formando delle combinazioni insolubili ed inalterabili. La corteccia che contiene maggior quantità d’acido gallico e tannico è quella di quercia, dall’età dei 20 ai 30 anni; le corteccie vecchie servono anch’esse ugualmente, ma bisogna ripulirle dalle rugosità.

L’operazione di levare la corteccia degli alberi si fa dal maggio al giugno, quando per l’abbondanza degli umori essa facilmente si stacca dall’alburno. La pianta può scortecciarsi dopo averla abbattuta ed anche in piedi, nel qual caso abbisogna fare prima di tutto un’incisione circolare in basso, acciocchè, staccando le liste di scorza, il loro distacco s’arresti alla base del ramo o del tronco, senza prolungarsi al di sotto con danno del pedale. Inoltre, quando lo scortecciamento si fa senza abbattere la pianta, il che riesce di maggior comodo, è necessario atterarla subito per non guastare in seguito i giovani rami che nuovamente sorgono dal ceppo.

Per distaccare la corteccia la si fende pel lungo con un falcetto, indi con apposita spatola la si solleva e si stacca in larghe e lunghe strisce, che poi si riuniscono in fasci per trasportarle altrove.

§ 410. Parlando del pino silvestre e marittimo, degli abeti e del larice, ho detto che praticando un foro, o delle incisioni alla loro base si potevano ottenere alcuni sughi, quali sono la resina, la trementina, ecc. Ma è da riflettersi che l’estrazione di questi sughi è sempre di scapito alla qualità della pianta, e che non è conveniente il farla se non dove questi sughi sieno molto ricercati, e dove, pel clima caldo, la pianta ne possa somministrare in abbondanza. Nei nostri climi adunque non sarà conveniente nelle foreste alpine, e solo potrà farsi in quelle degli Apennini, esposte a mezzogiorno, e nei pini marittimi che sorgono presso le spiaggie dei mare.

Forse vi sembrerà che in questo ramo dell’agricoltura io mi si soverchiamente dilungato, perchè ordinariamente i libri di materia agricola o non ne parlano, o ne parlano assai brevemente, ma quando rammentiate che due terzi della valle del Po, sono occupati da terreno che non può essere utilizzato se non è convertito a bosco, o ben conservato come tale, vi persuaderete della necessità che un trattato d’Agricoltura debba destinarvi una delle principali sue parti.