Trattato completo di agricoltura - Volume II/Del Fico

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Del Fico

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Del Mandorlo Del Noce
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del fico.

§ 889. IL fico (ficus carica) è pianta che cresce spontaneamente nel mezzodì dell’Europa, e ne abbonda soprattutto l’Italia, la Sicilia, la Spagna, la Grecia ed il mezzodì della Francia. Il frutto di questa pianta è di molto utile, poichè non solo lo si mangia appena che sia maturo, ma eziandio anche dopo, facendolo essiccare; dopo l’essiccazione dura da un anno all’altro.

§ 890. Il fico soffre il freddo alquanto meno dell’ulivo; ciononpertanto desidera posizioni calde, soleggiate, asciutte, difese dai venti freddi, temendo soprattutto i balzi di temperatura. Un freddo di — 6° a — 8° ne fa perire i giovani rami, ed una temperatura ancor più bassa di — 12° a — 15° lo fa perire sin quasi al colletto delle radici. Nei climi ove la temperatura non scende mai al dissotto di +12°, può dirsi che produca continuamente foglie e frutti; al dissotto di questo termine perde le foglie, e quanto più la temperatura riesce inferiore, altrettanto più lungo diviene il riposo jemale. In Lombardia il prodotto cessa verso la fine di settembre; le foglie cadono nella seconda metà d’ottobre, e la vegetazione ha luogo quando la temperatura media sia da +8° a +10° circa, incominciando ad ingrossare le gemme verso la fine di marzo od al principio d’aprile. I fichi primaticci, detti fichi fiori e fioroni, maturano in luglio dopo d’aver ricevuto circa 2180° gradi di calore, contando dal primo momento della vegetazione; ed i tardivi od autunnali quando la temperatura media possa arrivare almeno a 21°, e dopo d’aver ricevuto 3500°, o 4000° gradi di calore.

La causa per la quale i fichi fiori abbisognano di minor calore degli autunnali od estivi dipende dal modo di vegetazione della pianta. Infatti vi ho detto che se la temperatura d’un clima non scendesse mai al dissotto di +12°, continua sarebbe la produzione delle foglie e dei frutti, ma che allorquando questa è inferiore cessa lo sviluppo dei frutti, e mano mano anche quello delle foglie, per il che sui rami dell’annata avremo frutti maturi pei tre quarti, metà, od un terzo della loro lunghezza inferiore, secondo che l'estate sarà più [p. 179 modifica]o meno caldo e durevole; la porzione superiore più o meno lunga non avrà che le foglie, munite d’occhi all’ascella, i quali però non mostrano di dar origine al frutto. Or bene, questi occhi nella primavera vegnente si sviluppano rapidamente, ed accanto alla gemma da legno, trovasi un’altra gemma più grossa e tondeggiante, la quale non è altro che il frutto che non potè svilupparsi l'anno prima, e che invece rapidamente cresce al principio di primavera. Egli è perciò che questi fichi maturano prima degli altri, poichè erano, per così dire, già formati, richiedendo essi minor calore di quelli che devono crescere sui nuovi rami, i quali esigono calore per la formazione del frutto e per quella della parte legnosa. Epperò i fichi fiori crescono sui rami dell’anno antecedente, e gli altri sui rami dello stesso anno. Ciouonpertanto i fichi primaticci non sono mai così dolci quanto i tardivi, perchè in ogni modo ricevettero solo per qualche settimana una temperatura superiore a +19°.

Un’altra conseguenza poi, dipendente da questo modo di vegetazione, è quella che il raccolto dei fichi in un dato clima è sempre eguale, ma che nei meno caldi si avrà una minor quantità di fichi estivi ed autunnali, ed una maggiore di fichi fiori, e nei caldi invece minor quantità di fichi fiori e maggiore di tardivi. E però preferibile l’aver fichi tardivi che primaticci, perchè questi ultimi vauno troppo soggetti alle incostanze meteoriche della primavera.

Finalmente nel frutto del fico noi non mangiamo nè il pericarpo, nè il mesocarpo, nè l’endocarpo, nè il seme. Il frutto (fig. 235), come si vede non è altro che il fiore che ha maturato i semi, la di cui parte principale è costituita da un ricettacolo o calice carnoso, ripiegantesi sopra sè stesso, e sulla di cui parete interna sono impiantati gli organi sessuali; i granellini interni non sono altro che i semi fecondati.

§ 891. Infinite sono le varietà di fichi coltivati, e queste portano nomi i quali, non essendo fondati sopra caratteri botanici, difficilmente possono servire a distinguere e conservare le distinzioni presso ciascun paese: per lo più sono nomi di città o persone, epperciò poco o nulla conosciuti altrove. Io per non entrare in questi dettagli dividerò i fichi in tre [p. 180 modifica]varietà principali, le quali hanno modificazioni e gradazioni infinite fra di loro.

1.a Fico a frutto bianco (ben s’intende quando è maturo), biancastro dorato internamente, molto zuccherino, ama clima caldo, i frutti che maturano in agosto, e dopo le piogge divengono di pochissimo sapore. Nei climi temperati dà più fichi fiori che frutti tardivi.

2.a Fico a frutto nero o rosso, rosso giallastro internamente, ama pure clima caldo, e nei climi temperati parimenti e quello che più d’ogni altro produce fichi fiori.

3.a Fico a frutto verdastro, rosso o roseo internamente, assai zuccherino, si corruga quando è maturo, resiste anche nei climi temperati; se ne trova abbondantemente non solo nei giardini di Lombardia, ma eziandio sul versante di mezzodì dei nostri colli. Produce pochi fichi fiori e molti tardivi.

Siccome poi val meglio aver piante che portino abbondanti frutti tardivi, perchè questi sono i migliori, i più dolci e che meglio possono essere conservati per mezzo dell’essiccazione, così la varietà bianca si coltiverà ne’ climi caldi, e dove puossi coltivare in campo aperto anche l’ulivo, e nei climi temperati si darà la preferenza alla varietà verde, la quale resiste meglio al freddo, prospera anche dove non alligni l’ulivo, e dà abbondanti frutti tardivi. La seconda varietà, ossia la rossa o nera, servirà nei climi temperati a dar frutti primaticci.

§ 892. L’esposizione, il terreno ed il concime convenienti ai fico vengono indicati dalla qualità della pianta, ricca d’umore, e dalla qualità dolcissima dei frutto. Importa adunque che il fico si trovi in condizioni tali che a lui non manchi il necessario veicolo acquoso, e che facilmente riscontri quelle sostanze che favoriscono la formazione dello zucchero. Epperò avanti tutto sappiamo che sarà indispensabile una esposizione calda, riparata da venti freddi, poichè, ad onta che tutte le altre condizioni fossero le migliori, il frutto o mancherebbe assolutamente o non maturerebbe, o maturando non sarebbe dolce. Il terreno sia profondo acciò le radici possano trovar l’opportuna freschezza senza che vi sia troppa umidità, per il che, oltre alla profondità, vuolsi che il terreno sia soffice, e come dicesi praticamente fresco. Le radici del fico, come quelle dei gelso, e come quelle di tutte le piante di clima caldo scorrono di preferenza alla superficie del suolo ed ivi distendono le loro barboline, e questo è un indizio non solo che [p. 181 modifica]desiderano sentire l’influenza de’ raggi solari perchè di clima caldo, ma che eziandio esigono che le soluzioni, le quali introducono le materie nutritive nella pianta, trovino il veicolo acquoso ad una temperatura piuttosto elevata, la qual cosa non può accadere negli strati più profondi di 0,50. Ma se poi le radici nello strato superficiale riscontrano soltanto il calore ma non l’umidità necessaria alla soluzione, resta parimenti impedita la regolare nutrizione. Facile è quindi il comprendere che per simili piante (quali sarebbero anche il gelso, gli agrumi, la vite, ecc.), non solo è necessario un soprasuolo permeabile al calore e ricco di sostanze, ma che è necessaria la freschezza del terreno, la quale in parte dipende dalla profondità, ossia dalla facilità colla quale gli strati profondi più umidi possono comunicare parte della loro umidità ai superiori, ed in parte dipende dalla porosità (Vedi § 202, Vol. I).

In quanto poi alle qualità chimiche il terreno dovrà essere ricco di alcali, i quali sempre vi feci osservare favorire la produzione delle materie zuccherine. I terreni ricchi di calce o di potassa, che non siano però privi di materie organiche sono i migliori pel fico, ed in essi i frutti sono dolcissimi. Il concime poi per tutto quanto si disse dovrà essere ricco di alcali, e sempre ben scomposto onde più facilmente venga assimilato dalle barboline superficiali. Le ceneri, le ossa frantumate, gli stracci di lana, i rottami ed il terriccio delle vecchie fabbriche demolite sono un ottimo concime, come è opportuna la terra ammassata da’ molto tempo, e sulla quale siasi versata dell’urina. Insomma una prova di tutto quanto vi dissi in questo paragrafo l’avete nella prospera riuscita dei fichi che trovansi nelle corti, presso i muri e presso i pozzi, perchè ivi di solito sono riparati maggiormente dai rigori del verno, possono stendere le radici superficialmente senza che vengano tagliate o disturbate dai lavori della terra, e finalmente perchè nelle corti trovasi facilmente e calce e potassa, e colature o depositi d’acque grasse.

§ 893. Il fico si può moltiplicare per semi, per margotte, per barbatelle e per talee.

La propagazione per semi non conviene perchè troppo lenta, e perchè avviene quel che avviene nel gelso, nell’ulivo e nella vite, cioè che le nuove piante danno frutto più tardi, e meno apprezzati, e tendono ad inselvatichire, ossia a prendere i caratteri naturali. [p. 182 modifica]

Ciononpertanto la semina servibile ad acclimatizzare maggiormente questa pianta nei climi temperati o che nel verno vadano soggetti ad un forte abbassamento di temperatura.

Più di frequente s’usa la margotta, fatta in primavera sopra rami di uno o due anni. All’autunno si stacca e si pianta immediatamente al posto stabile. Il fico non vuol essere troppo tocco nelle radici, e perciò non se ne fa vivajo; anzi la margotta potrebbe farsi entro un cesto di vimini, invece di usare il vaso fesso, poichè in tal modo si porrebbe in terra col cesto, il quale col tempo marcirebbe.

Anche le barbatelle non devono avere più di due anni; si toglieranno con diligenza dai piede della pianta e si metteranno in terra l’autunno.

La talea invece di farsi con grossi rami di due o tre anni è meglio che sia di rametti grossi al più 0m,05, lunghi da 0m,16 a 0m,20, conservando loro il tallone, se è possibile, poichè a queste talee non devesi togliere la gemma terminale.

Queste talee, al pari dei rami muniti di radici, si piantano al posto, interrandole in modo che la detta gemma terminale non sopravanzi da terra che di 0m,03 circa, ricoprendola per ripararla dalle intemperie del verno con uno straterello di cera a guisa di cappuccio, che poi si leva in primavera.

Siccome però presso gli antichi era assai in voga il moltiplicare il lieo per talee di due a tre anni, asserendosi che in tal modo se n’otteneva un bellissimo risultato, così dirò come si dovrebbe operare quando si volesse adottare un tal metodo. Si scelgano dalla parte di mezzogiorno o di levante rami di fico di tre anui da piante giovani e robuste, spessi di nodi, e che abbiano la cima grossa e robusta. Si taglino questi rami ad un metro e mezzo circa di lunghezza, coprendo la ferita del taglio e l’intero ramo con sterco vaccino ed argilla. Ciò fatto si adagino questi rami nelle fosse preparate anticipatamente dell’occorrente lunghezza, profonde 0m,65, facendovi al dissotto un buono strato di terra ben concimata con sostanze assai decomposte. Si ricopra il ramo principale ed i rametti laterali alla cima con terra preparata nello stesso modo, e s’innalzi fuori terra la cima maestra in modo che, ricolmata la fossa, n’esca fuori per 0m,10 circa.

Nei paesi caldi si pianti in febbrajo, ma nei freddi s’aspetti verso la fine di marzo, perchè è bene che la talea non rimanga molto tempo in terra senza vegetare, essendo che facilmente si guasterebbe il legno che è tanto poroso. Quando [p. 183 modifica]la cima abbia messo un germoglio di quattro o cinque foglie, si scalzi alquanto la terra intorno ad essa, in modo da formarvi come un bacino profondo 0m,10. Indi si prende un vaso che abbia un piccolo forellino in basso, e lo si riempie d’acqua che tenga in soluzione materie concimanti, e lo si ponga vicino al germoglio in maniera che dal forellino l’acqua stilli nell’infossatura fatta intorno al germoglio, acciò più facilmente il ramo interrato metta le radici. Il vaso si riempia alla sera, due volte per settimana, e contenga tant’acqua che al mattino riesca vuoto; il bacino formatovi intorno si riempia nuovamente di terra, onde il sole non percuota troppo davvicino le tenere radici. Questa operazione si fa otto volte, ossia per un mese; e se nella state sopravvenisse la siccità, s’adacqui nello stesso modo, adoperando un recipiente alquanto più grande. Con tal metodo vuolsi che s’abbiano in brevissimo tempo piante vigorose e fruttifere fin dal secondo anno dall’impianto.

In qualunque poi dei tre suindicati modi siasi piantato in autunno, è bene ricoprire con foglie secche il terreno, e rivestire di paglia il ramo che sopravanza da terra. Sarebbe forse meglio piantare le barbatelle e le talee in primavera, ma dovendosi fare l’impianto quasi sempre in luoghi non troppo umidi, quali sono le posizioni soleggiate o pendenti, od in vicinanza de’ muri, così potrebbesi aver danno dalla mancanza della necessaria umidità nel momento che la giovane pianticella più ne avrebbe bisogno per vivere e vegetare. Così si preferisce l’autunno, perchè durante il verno ed il principio di primavera le radici più facilmente trovano umido il terreno. Si pianterà in primavera soltanto nei climi meno che temperati, dove nel verno il gelo arrivi assai profondamente nel terreno, e dove la vegetazione incominci troppo tardi in primavera.

§ 894. L’innesto serve soltanto a cambiare la qualità del frutto, ed a propagare varietà più abbondanti sopra fichi che diano pochi frutti. Il fico riceve l’innesto a zuffolo o cannello; quello a spacco e quello a corona, quest’ultimo è riservato pei tronchi già molto grossi prima che incominci la vegetazione. Pochissimi però usano l’innesto essendo tanto facile il propagare il fico in altre maniere conservandone la qualità. Solo si può tentare nel caso che rendesse pochi frutti, per non perdere il tempo che impiegherebbe la nuova pianta ad acquistare la medesima robustezza. Il gelso ed il platano possono ricevere l’innesto del fico. [p. 184 modifica]

§ 895. Il terreno destinato a ricevere la piantagione del fico deve essere lavorato profondamente, almeno per 0m,80, e le buche saranno di un metro quadrato. La terra della buca si renderà soffice e buona cogli opportuni ammendamenti fisici e chimici, tenendo ben fisso in mente che il fico vuol terreno profondo, soffice, ricco d’alcali o non sprovvisto di sostanze organiche azotate. Nei primi tre anni poi si dovrà mantenere la terra in uno stato di conveniente umidità.

Ben di rado, e soltanto in condizioni ben favorevoli, si converte intieramente un campo all’esclusiva coltivazione del fico.

Nei climi caldi si frappone ad altre piante, e nei temperati si pianta soltanto qua e là nelle posizioni opportune. Nei climi caldi si può allevare a foggia a albero, con un tronco alto da 1m,50 fino a 3m,00 e 2m,50: nella Grecia, nel Levante e nell’Africa vi sono dei tronchi alti persino tre e quattro metri. Nell’Italia centrale e bassa può darsi al tronco da 1m,50 a 2m,00 d’altezza, in modo che sotto le piante sia possibile il lavoro del terreno, anche fatto con buoi. Nell’Italia settentrionale il fico si riscontra costantemente a ceppata, perchè il freddo jemale frequentemente fa perire fino al colletto il tronco od i rami vecchi, rifornendosi poscia la pianta con nuovi rami sviluppatisi al dissotto o poco sopra terra.

Durante l’estate se il fico mostra di soffrire, prendendo le sue foglie un color giallastro, allora sarà bene irrigarlo od inaffiarlo tanto che basti a mantenere fresco il terreno; avvertendo di dar meno acqua ai fichi da essiccare che a quelli destinati ad essere consumati verdi. Per inaffiare le piante di fico si pratica intorno ad esse un rialzo di terra a guisa di argine, il quale, oltre a trattenere le piogge, che nei terreni declivi facilmente scorrerebbero in basso, serve a contenere l’acqua versatavi per l’inaffiamento. Difende poi quest’argine la base della pianta dall’ardore del sole durante l’estate, e nel verno serve di recipiente alle materie soffici disposte a preservarla dalle intemperie. Taluno anzi usa formare una specie di terrapieno intorno alla base della pianta o ceppata, allo scopo di difenderla meglio dall’ardore estivo e dal freddo jemale, e perchè in tal modo la pianta meglio si rifornisca di nuovi rami dal pedale, quando pel forte gelo venisse a perire tutta la parte esposta all’arja.

§ 896. Il fico non ama i tagli; avendo questa pianta un midollo ed una fibra assai larga, facilmente è penetrato dall’umidità e dalle piogge, e per conseguenza il legno soffre [p. 185 modifica]facilmente. Ciononpertanto se nei fichi vecchi il taglio si riduce ad un’accurata mondatura de’ rami secchi, deperenti, ecc., nella giovane pianta è bene che mediante un taglio giudizioso se ne guidi la prima formazione de’ suoi rami. Epperò anche in tal caso si dovrà ogni anno togliere soltanto i rami succhioni che sorgono alla base delle diramazioni o del tronco, e quelli che deformassero la pianta. E questo dissi doversi fare ogni anno allo scopo di non far tagli troppo larghi; che se questi devono riuscire d’un diametro maggiore di 0m,02 circa si ricopriranno tosto con mastice, o con argilla mista ad escremento bovino. Per evitare questi inconvememi giova invece togliere quei germogli che darebbero rami da tagliare.

Quando il gelo faccia morire il tronco o le grosse diramazioni sino alla base, si avrà cura di formarvi un rialzo di terra tutt’all’intorno in modo che rimangano coperti i larghi tagli.

Se poi il fico abbia un tronco unico, oppure che la ceppata abbia poche diramazioni, e che queste si dipartano da un sol punto sotto terra, e che la pianta mostri di volgere in deperimento, se ne scaverà la terra tutt’all’intorno sino a giungere all’inserzione colle principali radici; quivi si taglierà nettamente, ricoprendo la ferita con empiastro o facendovi passar sopra un ferro rovente, acciò non putrefi troppo presto il legno, indi si ricopra con nuova terra ben preparata, e si allevi nuovamente uno o più polloni secondo la convenienza.

Il fico che sia in un clima tale da poter incontrare un freddo di — 7 circa deve essere riparato durante il verno, coprendone la base e le radici con foglie secche, ed i rami con paglia, la quale non si leverà che verso la metà di marzo quando sia cessato il timore del gelo.

§ 897. Il frutto del fico contiene il 65 per % d’acqua, e 0,42 d’azoto. Allo stato secco del commercio contiene il 21 per % d’acqua e 0,95 d’azoto. Per il che si vede essere questo frutto una sostanza molto nutritiva.

Il fico comincia a dar frutto il terzo od il quarto anno dopo l’impianto, secondo che il clima gli sia più o meno favorevole. Nell’Africa e nel Levante vi sono delle piante che danno chilogrammi 150 di fichi secchi. Nell’Italia e nel Mezzodì della Francia il prodotto medio d’una pianta che occupi una superficie di metri quadrati 4,00 è di 15 a 20 chilogrammi di fichi secchi. [p. 186 modifica]

Chi non è in condizioni tali che dopo la maturanza dei fichi sianvi almeno 25 giorni di caldo sole, è meglio che dimetta il pensiero di coltivare quelle varietà che meglio si prestano all’essiccamento. Infatti dalla prima maturanza all’intiero raccolto passano almeno 15 giorni, ed altri 10 sono indispensabili al completo essiccamento, ben inteso che se in questi 10 giorni ve ne siano due o tre nuvolosi od umidi, l’operazione può dirsi quasi fallita. Importa quindi scegliere non solo le varietà più zuccherine ma anche le più precoci. L’essiccamento praticato nel forno come s’usava anticamente in Italia toglie molto alla bella apparenza ed anche al vero sapore. I fichi da essiccare devonsi cogliere appassiti e rugosi, cioè il meno acquosi che sia possibile; indi si dispongano sopra graticci da mettersi nella posizione più calda e soleggiata; di notte si ritirino al coperto, in luogo però asciutto ed arioso; oppure si soprappongano i graticci gli uni agli altri, ricoprendo l’ultimo con una tela cerata. Ogni giorno si rivoltino i fichi, e quando veggasi che comprimendone il picciuolo verso il centro il fico non si apre, è segno che è abbastanza disseccato; più presto resterebbe troppo molle ed ammuffirebbe, più tardi diverrebbe troppo duro. In alcuni luoghi, dopo che sono stati al sole due giorni, si ammassano in ceste come a fermentare per altri sei od otto, indi se ne termina l’essiccamento al sole in due o tre altri giorni. Ogni giorno si devono scegliere i fichi a giusta portata e distenderli sopra tele in locale arioso e secco. Terminato l’operazione, si comprimono, si dividono in diverse qualità, e si dispongono ben serrati gli uni contro gli altri entro le casse che devono essere spedite nel commercio.

Siccome poi la coltivazione del fico non può essere utile che presso i centri popolosi pel consumo allo stato fresco, o dove il sole permetta un felice essiccamento, così dovrebbesi pensare ad essiccarli coll’aria calda od altro, in modo che questa pianta riuscisse vantaggiosa anche lungi dalle città, e nei climi ove dopo la maturanza non resta tanto di stagione calda ed asciutta che valga a poterli essiccare. Il che tanto più dovrebbe interessare, che il fico è una di quelle produzioni le quali tranne un gran gelo, sono quasi di un sicuro prodotto.

Un metodo antico per anticipare la maturazione dei fichi è il seguente. Quando l’occhio del fico, ossia quell’apertura che sta nel centro del frutto, comincia a prendere un color rosso deciso, dopo la caduta del sole s’intinge un fuscellino di [p. 187 modifica]paglia nell’olio d’ulivo, e toccandolo ve se ne lascia una gocciolina. Il fico che era ancor duro e verde, all’indomani si gonfia, divien molle, e comincia a prendere quella tinta che gli è particolare al momento della maturanza. L'occhio si apre, la fioritura incomincia, ed al quarto giorno può cogliersi, avanti che il seme sia fecondato ed indurito, evitando per tal modo anche la nojosa presenza dei tanti granelline interni. Vuoisi eziandio che il frutto riesca più dolce e grazioso di quel che lo sarebbe maturando naturalmente, cosa che io non ritengo; ma è certo che questa operazione riesce di sollievo alla pianta, poichè liberata per tempo da buon numero di frutti maturati molto presto, più facilmente può condurre a giusta maturanza quelli che fossero gli ultimi.

§ 898. Fra gl’insetti nocivi al fico quello che fa il maggior guasto è una specie di chermes, simile nella forma e modo di propagazione a quello descritto alla figura 200. I piccoli insetti ch’escono in maggio di sotto del guscio della madre s’attaccano ai germogli ed ai teneri fichi di cui assorbono il succhio. I germogli restano corti, le foglie ed i rami si coprono di macchie nere, ed i frutti cadono prima di maturare. I rimedi contro i guasti di questo chermes sono identici a quelli indicati pel chermes dell’ulivo. Vi ha un altro insetto la cui larva corrode le foglie ed anche il frutto verde. Esso, quand’è in questo stato, si riconosce da una specie di ragnatela che lo difende. Quando s’attacca al frutto ordinariamente ne cagiona il distacco.

La caprificazione, ovvero il far maturare i frutti tardivi del fico detto d’oro, è un’operazione che si ottiene ponendo dei fichi selvatici appesi sopra i rami del primo. Da questi fichi selvatici n’esce un insetto, detto cinipe del fico, il quale pungendo ed irritando il frutto tardivo, eccita una vita più attiva nel ricettacolo de’ fiori, e con ciò ne aumenta il volume, come si è già detto al § 882.