Trattato de' governi/Libro sesto/V

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Libro sesto
Capitolo V:
Perchè tali stati popolari sieno di più sorti

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro sesto
Capitolo V:
Perchè tali stati popolari sieno di più sorti
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[p. 219 modifica]Ma perchè li stati sieno più de’ detti, e di che natura, dirò io al presente, pigliando primieramente questo principio di ragionarne detto innanzi: cioè perchè e’si confessa la città essere posseduta non da una parte sola di cittadini, ma da più. Ora adunche, come se noi volessimo intendere le sorti dello animale1, noi porremo prima da parte quello che per necessità ogni animale debbe avere; come sono certi sensorî, e la parte che opera nel cibo, e che lo riceve, com’è la bocca e il ventre. Oltra di questo metteremo ciascuna di quelle parti, che servono al moto.

Se adunche nello animale fussino tante le parti, quante io [p. 220 modifica]ho detto, e se ciascuna di queste fusse ancora infra se differente, io, dico, verbigrazia, se e’ si desse più sorti di bocche, e di ventre, e di sensorî, e di parti motive2, il numero, dico, di queste congiunzioni differenti farebbe ancora differenti le specie di essi animali; perchè e’ non è possibile, che un medesimo abbia bocche di varie sorti, nè orecchi similmente. Laonde prese che fussino tutte le combinazioni, che ci si possono fare, allora si farebbono le specie degli animali, e tante verrebbono ad essere, quante sono le combinazioni delle parti sue necessarie. Il medesimo adunche avverrà negli stati detti, perchè le città non sono composte d’una parte sola, ma di molte, siccome io assai volte ho detto.

Una parte d’essa adunche è quella che attende al nutrimento della terra, e questa è quella dei contadini. La seconda è quella degli uomini vili. E tali sono quei che attendono alle arti; senza il servigio dei quali la città non si può abitare. Delle quali arti alcune per necessità debbono essere nella città, e certe ve ne debbono essere per delizie, e per il ben vivere di quella. La terza parte della città è la mercantile. Io chiamo tale quella di chi consuma il tempo suo in comperare, e in vendere, e nei mercati, e nelle usure, o nei cambî. La quarta è composta d’uomini sordidi. La quinta è de’ difensori. La qual parte non ha meno necessità di nessuna dell’altre, se egli è vero, che ella non abbia a restare suggetta di chi venisse ad affrontarla. Imperocchè e’ non è possibile, nè giusta cosa chiamare città quella che sia per natura serva; conciossiachè la città sia sufficiente e il servo no.

Onde nella republica di Socrate3 questa parte è detta bene ornatamente, ma con poca sufficienza. Perchè Socrate afferma la città essere di quattro sorte uomini necessariamente composta, cioè di tessitori, di contadini, di coiaî, e di muratori, [p. 221 modifica]e pel quinto ci aggiugne (come se li primi non bastassino) i fabbri, e quegli che attendono alle pasture; e di più li mercanti, e gli usurai. E tutti quegli riempiono la sua prima città, come s’ella non fusse constituita per cagione d’altra cosa, che di necessaria, e non piuttosto per cagione dello onesto, e che parimente, che dello onesto, le facesse mestieri dei coiaî, e dei contadini.

Ma li difensori non vuole prima Socrate mettere per parte della sua città, che ella sia cresciuta in dominio, e che ella abbia cominciato a fare guerra con li vicini. Ma e’ bisogna pure infra le quattro sorti dette, e infra d’ogn’altra società d’uomini, che e’ vi sia chi distribuisca la giustizia, e chi renda ragione. Conciossiachè se più ragionevolmente l’anima si può porre dello animale parte, che non si può porre il corpo, parimente queste si potranno più della città chiamare parti, che non si potranno chiamare quelle che sono indritte alli bisogni necessarî; io dico la parte che difende la città, e che partecipa della giudicativa giustizia, e oltre a queste due quella che consiglia; il che s’appartiene alla prudenza civile. E queste parti tutte o sieno elleno in certe città dispersè, o sieno tutte nelli medesimi, niente importi in questo discorso; conciossiachè molte volte accaggia alli medesimi e l’esercitare l’arme, e il lavorare la terra. Onde se queste, e quelle si debbono dire parti della città, è però manifesto, che la parte dei cittadini soldati è parte nella città necessaria.

Una settima parte ritornando è quella che le somministra con le facultà, e tale è composta dei ricchi. L’ottava è di chi s’esercita in opere publiche, e quella che esercita li magistrati; posto che la città senza magistrati non possa stare. È forza pertanto ch’e’ vi sia chi li possa avere, e che possa somministrare alla città tale servigio [p. 222 modifica]o perpetuamente o scambiandosi. Restaci a dire di quelle parti che nuovamente si sono messe in campo, e tali sono la consigliativa parte, e quella, che rende ragione, e che fa il giusto infra li litiganti. Se tali cose adunche debbono essere nelle città, e s’elle v’hanno a stare rettamente e con giustizia, egli è di necessità che e’ vi sia chi partecipi della virtù civile.

Tutte l’altre facultà adunche pare che possino essere in più; e’ pare cioè, che li medesimi possino essere soldati, e contadini, e artefici, e oltra di questo che e’ possino consigliare, e giudicare. È ancora vero, che tutte queste parti s’attribuiscono la virtù, e le più si stimano essere atte al governo. Ma e’ si niega bene, che li medesimi possino essere poveri e ricchi; onde massimamente parti d’una città si debbono dire che sieno li ricchi e li poveri. E oltra di questo, perchè il più delle volte questi sono assai, e quei pochi, perciò pare che nella città sieno due parti contrarie, onde interviene che li stati s’assettano secondo la prevalenza di queste due. E di due sorti stati pare invero che si dia, cioè il popolare, e quel dei pochi potenti.

Innanzi adunche s’è detto, ch’ei sono di più sorti stati, ed èssì detto la cagione; al presente vo’ io dire, che e’ si dà più sorti di stato popolare, e di stato di pochi potenti. E che ciò sia, è chiaro per le cose dette, cioè perchè egli è di più fatte popolo, e di più fatte nobili: come verbigrazia del popolo n’è una parte di contadini, un’altra d’artefici, un’altra di mercanti, i quali attendono a comperare, ed a vendere, un’altra di ciurma navale. E questa si divide in chi fa il soldo, in chi fa il mercante, in chi naviga, e in chi attende a pescare. Chè in molti luoghi è assai gente così fatta, siccome è in Taranto e in Costantinopoli, dove è assai pescatori; e in Atene assai che attendono a navigare, e in Egina, e in Scio assai [p. 223 modifica]mercatanti, e in Tenedo assai barcaiuoli. Oltra di questo nel popolo è la parte degli artefici manuali, e di quegli che non hanno tanta facultà, che e’ possino stare oziosi. Evvi ancora di quegli, che non sono cittadini per padre, e per madre, o se altra simile sorte si dà di plebe. La parte dei nobili è differente per la ricchezza, per la nobiltà, per la virtù, per la erudizione e per l’altre cose, che hanno simile differenza.

Il primo adunche popolare stato è quello, dove massimamente s’usa l’ugualità. E la legge di tal modo di governo chiama per equale, che li poveri non abbino meno che li ricchi, nè sieno meno padroni in nessun conto, ma che similmente ogni uomo partecipi nel governo. Perchè se egli è vero che la libertà massimente sia nello stato popolare, siccome certi si credono, e l’equalità, però in tal modo verrà ella ad esservi assai: cioè, quando tutti li cittadini parteciperanno nel governo ugualmente. E perchè il popolo è più di numero che non sono li nobili, però consegue di necessità, che dove vale l’opinione dei più, quivi sia lo stato del popolo. Una specie adunche di popolare stato è la detta.

Un’altra è, dove li magistrati si danno per via di censo, ma, benchè e’ sia piccolo, che contuttociò sia di bisogno averne alquanto a chi vuole partecipare de’ magistrati, e altrimenti non ne possa avere. Una terza specie è, dove tutti li cittadini possino averne, tutti quei, dico, che non sieno sottoposti a qualche condennagione, e che la legge sia quella che giudichi. La quarta è, dove a tutti è lecito partecipare nei magistrati, a quei, dico, solamente che sieno cittadini, e dove poi comanda la legge. La quinta e ultima specie è, dove stando ferme tutte le cose dette, di più vi s’aggiugne, che ’l popolo è padrone e non la legge.

E ciò interviene quando e’ prevaglino i decreti del popolo e non le leggi. E un tale effetto nasce per colpa dei capi [p. 224 modifica]del popolo, perchè negli stati popolari, dove prevaglino le leggi, cotai capi popolari non v’insurgono; ma li cittadini buoni sono nei primi gradi; ma dove non prevagliono le leggi, quivi insurgono li popolari capi. E la ragione è, che il popolo è quivi monarchia; il quale è un solo uomo composto di molti, imperocchè il popolo è signore, non come un sol particolare, ma come molti. E Omero, se egli intende di questa sorte popolare stato, ove e’ dice:

Malvagio imperio è dove molti han forza;
Un sia il signore,

ovvero intende di quella specie, dove li più regnano a uso d’uno solo, non è bene manifesto. Un siffatto popolo adunche, essendo in guisa di monarca, cerca di governare solo per non essere sottoposto alle leggi, e diventa principe signorile. Onde avviene, che gli adulatori vi sono in pregio.

Ed è un tale stato di popolo corrispondente infra le monarchie alla tirannide. Onde avviene, che amendue hanno li medesimi costumi, e che amendue tengono sotto li cittadini virtuosi. E nell’uno sono i decreti suoi, non altrimenti che nell’altro i comandamenti, e li capi di popolo, e gli adulatori non hanno infra loro differenza alcuna: anzi stanno a proporzione l’uno dell’altro; e l’uno e l’altro di questi può assai. Io dico gli adulatori appresso li tiranni, e di capi popolari appresso di siffatti popoli.

E di ciò è cagione, che essendovi padroni i decreti, e non le leggi, essi popolari capi ogni cosa riducono al popolo onde ne risulta la grandezza loro: imperocchè il popolo è padrone d’ogni cosa, ed essi sono padroni delle voglie del popolo, conciossiachè egli ubbidisca loro. Oltra di questo tali capi popolari, accusando, li magistrati, affermano [p. 225 modifica]ogni giudizio doversi ridurre al popolo, e il popolo volentieri gli ode, onde ne conseguita la rovina de’ magistrati.

E con ragione certamente apparisce, che e’ biasimasse un simile modo di vivere chi a tale stato popolare non volse dare nome di republica, perchè dove le leggi non sono padrone, quivi non si può dire republica, perchè il modo buono è, che le leggi comandino in generale, e che ne’ particulari comandino i magistrati e la republica. Onde se lo stato popolare si debbe pur mettere per un modo di governo, egli è chiaro che un tal modo, dove ogni cosa si governa con i decreti, propiamente non si dee chiamare popolare stato. E la ragione è, che il decreto non può dire nulla in universale. E in tal modo siensi determinati li modi dello

no match[modifica]

stato popolare.


Note

  1. Le specie del regno animale.
  2. Appareils locomoteurs.
  3. Platone.