Trattato sul governo di Firenze/Trattato secondo/Capitolo secondo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Trattato secondo - Capitolo secondo

../Capitolo primo ../Capitolo terzo IncludiIntestazione 10 giugno 2008 75% saggi

Trattato secondo - Capitolo primo Trattato secondo - Capitolo terzo


Della malizia e pessime condizioni del tiranno.

Tiranno è nome di uomo di mala vita, e pessimo tra tutti gli altri uomini, che per forza sopra tutti vuole regnare, massime quello che di cittadino è fatto tiranno. Perché, prima, è necessario dire che sia superbo, volendo esaltarsi sopra li suoi equali, anzi sopra li migliori di sé e quelli a’ quali piú tosto meriteria di essere subietto: e però è invidioso, e sempre si contrista della gloria delli altri uomini, e massime delli cittadini della sua città; e non può patire di udire laudare altri, benché molte volte dissimuli e oda con cruciato di core; e si allegra delle ignominie del prossimo per tal modo, che vorria che ogni uomo fussi vituperato, acciò che lui solo restassi glorioso. E per le gran fantasie e tristizie e timori, che sempre lo rodono dentro, cerca delettazioni come medicine delle sue afflizioni: e però si truova rare volte, o non forse mai, tiranno che non sia lussurioso e dedito alle delettazioni della carne. E perché non si può mantenere in stato, né dare li piaceri che desidera, senza moltitudine di danari, seguita che inordinatamente appetisca la roba: onde ogni tiranno, quanto a questo, è avaro e ladro, però che non solamente ruba el principato, che è di tutto el popolo, ma ancora si usurpa quello che è del commune, oltra le cose che appetisce e toglie delli particulari cittadini con cautele e vie occulte, e qualche volta manifeste. E da questo seguita, ch’el tiranno abbia virtualmente tutti li peccati del mondo. Prima, perché ha la superbia, lussuria e avarizia, che sono le radice di tutti li mali. Secondo, perché avendo posto el suo fine nel stato che tiene, non è cosa che non faccia per mantenerlo; e però non è male che lui non sia apparecchiato a fare, quando fusse al proposito del stato, come la esperienzia dimostra, chè non perdona il tiranno a cosa alcuna per mantenersi in stato; e però ha in proposito, o in abito, tutti li peccati del mondo. Terzio, perché dal suo perverso governo ne seguitano tutti li peccati nel popolo; e però lui è debitore di tutti, come se lui li avessi fatti: onde seguita che ogni parte dell’anima sua sia depravata. La memoria sua sempre si ricorda delle iniurie, e cerca di vendicarsi, e dimenticasi presto li beneficii delli amici; lo intelletto sempre adopera a machinare fraude e inganni e altri mali; la voluntà è piena di odii e perversi desiderii, la imaginazione di false e cattive representazioni; e tutti li sensi esteriori adopera male o in proprie concupiscenzie, o in detrimento e derisione del prossimo, perché è pieno di ira e di sdegno. E questo a lui interviene, perché ha posto el fine suo in tale stato, che è difficile, anzi impossibile a mantenerlo longamente; però che niuno violento è perpetuo: onde, cercando di mantenere per forza quello che per sé rovina, bisogna che sia molto vigilante. Ed essendo el fine cattivo, ogni cosa a lui ordinata bisogna che sia cattiva; e però non può mai pensare il tiranno, né ricordarsi, né imaginarsi, né fare se non cose cattive; e se pure ne fa qualcuna buona, non la fa per far bene, ma per acquistare fama e farsi amici, per potersi meglio mantenere in quello perverso stato: onde è come el diavolo, re delli superbi, che mai non pensa altro che male; e se pure dice qualche verità e fa qualche cosa che ha specie di bene, tutto ordina a cattivo fine, e massime alla sua gran superbia. Cosí el tiranno tutti li beni che fa, ordina alla sua superbia, nella quale per ogni modo e via cerca di conservarsi: e però quanto il tiranno di fuori si dimonstra piú constumato, tanto piú è astuto e piú cattivo e amaestrato da maggiore e piú sagace diavolo, el quale si transfigura nello angelo della luce per dare maggiore colpo.

Ancora, el tiranno è pessimo quanto al governo, circa al quale principalmente attende a tre cose. Prima, che li sudditi non intendino cosa alcuna del governo, o pochissime e di poca importanzia, perché non si cognoschino le sue malizie. Secundo, cerca di mettere discordia tra li cittadini, non solamente nelle città, ma etiam nelle castelle e ville e case, e tra li suoi ministri, ed etiam tra li consiglieri e familiari suoi; perché cosí come il regno di uno vero e iusto re si conserva per la amicizia delli sudditi, cosí la tirannia si conserva per la discordia delli uomini, però che il tiranno favorisce una delle parti, la quale tiene l’altra bassa e fa forte el tiranno. Terzio, cerca sempre di abbassare li potenti, per assicurarsi; e però amazza o fa male capitare li uomini eccellenti, o di roba, o di nobilità, o d’ingegno, o di altre virtú; e li uomini savii tiene senza reputazione, e fagli schernire per tôrgli la fama, acciò che non siano seguitati: non vuole avere per compagni li cittadini, ma per servi: proibisce le congregazioni e ragunate, acciò che li uomini non facciano amicizia insieme, per paura che non facessino coniura contra di lui; e si sforza di fare che li cittadini siano insieme piú salvatichi che si può, conturbando le amicizie loro, e dissolvendo li matrimonii e parentadi, volendoli fare a suo modo, e, dipoi che sono fatti, cerca di mettere discordia tra li parenti, e ha li esploratori e le spie in ogni loco, che li referiscono ciò che si fa o che si dice, cosí maschi come femine, cosí preti e relligiosi come seculari: onde fa che la sua donna e le figliuole, o sorelle e parente, abbino amicizia e conversino con le altre donne, acciò che cavino li secreti delli cittadini da loro e tutto quello che fanno o dicono in casa.

Studia di fare ch’el popolo sia occupato circa le cose necessarie alla vita; e però, quanto può, lo tiene magro con gravezze e gabelle. E molte volte, massime in tempo di abondanzia e quiete, lo occupa in spettaculi e feste, acciò che pensi a sé e non a lui: e che similmente li cittadini pensino al governo della casa propria, e non si occupino nelli secreti dello Stato, acciò che siano inesperti e imprudenti nel governo della città, e che lui solo rimanga governatore, e para piú prudente di tutti. Onora li adulatori, acciò che ognuno si sforzi di adularlo e di essere con lui; e ha in odio chi dice la verità, perché non vuole che li sia repugnato; e però ha a sdegno li uomini liberi nel parlare e non li vuole appresso di sé. Non fa conviti molto con li suoi cittadini, ma piú tosto con li estranei. E tiene le amicizie de’ signori e gran maestri forestieri, perché li cittadini reputa suoi avversarii e di loro ha sempre paura; e però cerca di fortificarsi contra di loro con li forestieri. Nel governo suo vuole essere occulto, dimonstrando di fuora di non governare, e dicendo e faccendo dire alli complici suoi, che lui non vuole alterare el governo della città, ma conservarlo; onde cerca di essere dimandato conservatore del bene commune, e dimonstrasi mansueto ancora nelle cose minime, dando qualche volta audienzia a fanciulli e fanciulle, o a persone povere, e difendendole molte altre volte etiam dalle minime iniurie. E di tutti li onori e dignità, che si distribuiscono alli cittadini, lui se ne monstra autore, e cerca che ognuno le ricognosca da lui; ma le punizioni di quelli che errano, o che sono incolpati dalli suoi complici per abbassarli, o farli mal capitare, le attribuisce alli magistrati, e si escusa di non potere aiutarli, per acquistare fama e benivolenzia nel popolo e per fare che quelli, che sono nelli magistrati, sieno odiati da quelli che non intendono le sue fraude.

Similmente cerca di apparire relligioso e dedito al culto divino; ma fa solamente certe cose esteriori, come andare alle chiese, fare certe elimosine, edificare templi e cappelle, o fare paramenti, e simile altre cose, per ostentazione. Conversa etiam con relligiosi, e simulatamente si confessa da chi è veramente religioso, per parere di essere assoluto; ma, dall’altra parte, guasta la relligione, usurpando li beneficii e dandoli alli suoi satelliti e complici, e cercandoli per li suoi figliuoli; e cosí si usurpa li beni temporali e spirituali. Non vuole che alcuno cittadino faccia alcuna cosa eccellente, come maggiori palagi, o conviti, o chiese, o maggiori opere nel governo o nelle guerre di lui, per parer lui solo singulare. E molte volte abbassa occultamente li uomini grandi, e, poi che li ha abbassati, li esalta manifestamente ancora piú che prima, acciò che loro si reputino obligati a lui, e che el popolo lo reputi clemente e magnanimo, per acquistare piú favore.

Non lascia fare iustizia alli iudici ordinarii, per favorire e per amazzare o abbassare chi piace a lui. Usurpasi li denari del commune, e truova nuovi modi di gravezze e angherie, per congregare pecunia; della quale nutrisce li suoi satelliti, e con essa conduce al soldo principi e altri caporali, molte volte senza bisogno della communità, per dare loro qualche guadagno e farseli amici, e per potere piú onestamente aggravare el popolo, dicendo che bisogna pagare li soldati. E per questa cagione ancora muove e fa muovere guerre senza utilità, cioè che per quelle non cerca né vuole vittoria, né pigliare le cose d’altri, ma solamente lo fa per tenere il popolo magro e per stabilirsi meglio nel stato suo. Ancora delle pecunie del commune molte volte edifica palazzi grandi e templi, e le arme sue appicca per tutto: e nutrisce cantori e cantatrice, perché cerca di essere solo glorioso. A’ suoi allevati, che sono di bassa condizione, dà la figliuole delli cittadini nobili per donne, per abbassare e tôrre la reputazione a’ nobili ed esaltare tale persone vile, le quali sa che li saranno fidele, perché non hanno generosità d’animo, ma hanno bisogno di lui, essendo communemente tali persone superbe, e reputando tale amicizia essere grande beatitudine. Li presenti riceve volentieri, per congregare roba, e però rare volte presenta li cittadini, ma piú tosto li principi e li forestieri, per farsegli amici. E quando vede qualche cosa di uno cittadino, che li piaccia, la lauda e guarda, e fa tali gesti, che dimostra di volerla, acciò che quel tale o per vergogna o per paura gliele doni; e ha appresso di sé li adulatori, che eccitano quel tale ed esortano a fargliene un presente: e molte volte le cose che li piacciono se le fa prestare, e poi non le rende mai. Spoglia le vedove e pupilli, fingendo di volerli difendere; e toglie le possessioni e campi e case ai poveri per fare parchi, o pianure, o palazzi, o altre cose da darsi piacere, promettendo di pagarli el giusto prezzo, e poi non ne paga la metà. Non rende ancora la mercede a chi li serve in casa, come merita, volendo che ognuno abbia di grazia a servirlo. Li suoi satelliti cerca di pagarli della roba d’altri, dando loro officii o beneficii, che non meritano, e togliendo ad altri li officii della città e dandogli a loro. E se qualche mercatante ha grande credito, cerca di farlo fallire, acciò che niuno abbia credito come lui.

Esalta li cattivi uomini, li quali senza la sua protezione seriano puniti dalla iustizia, acciò che lo difendino, difendendo in questo modo ancora sé medesimi: e se pure esalta qualche uomo savio e buono, lo fa per dimonstrare al popolo che è amatore delle virtú: nientedimeno a tali savii e buoni sempre tiene l’occhio adosso, e non si fida di loro, e però li tiene per tale modo, che non li possino nuocere.

Chi non lo corteggia e chi non si presenta alla casa sua o quando è in piazza, è notato per inimico; e ha li suoi satelliti in ogni luogo, che vanno sviando li giovani e provocandogli al male, etiam contra li padri proprii, e conducongli a lui, cercando di implicare tutti li giovani della terra nelli suoi malvagi consigli e farli inimici a tutti quelli che lui reputa suoi avversarii, etiam al padre proprio; e si sforza di farli consumare la roba in conviti e in altre voluttà, acciò che diventino poveri, e lui solo rimanga ricco.

Non si può fare officiale alcuno, che lui non voglia sapere, anzi, che lui non voglia fare; e insino alli cuochi del palazzo e famigli de’ magistrati non vuole che senza suo consentimento si faccino. Esalta nelli officii molte volte il minore fratello, o el minore della casa, o che sia di manco virtú e bontà, per esaltare li maggiori e migliori ad invidia e odio, e mettere tra loro discordia. Non si può dare sentenza né lodo, né fare alcuna pace, senza lui, perché lui sempre cerca di favorire una parte e abbassare l’altra, che non è cosí secondo la sua voluntà.

Tutte le buone legge cerca con astuzia di corrompere, perché sono contrarie al suo governo iniusto; e fa continuamente nuove legge a suo proposito. In tutti li magistrati e officii, cosí dentro della città come di fuori, ha chi vigila, e chi referisce ciò che si fa e dice, e chi dà legge da sua parte a tali officiali come hanno a fare: onde lui è il refugio di tutti li uomini scelerati e lo esterminio delli iusti. Ed è sommamente vendicativo, in tanto che etiam le minime iniurie cerca con grande crudelità di vindicare, per dare timore alli altri, perché lui ha paura di ognuno.

E chi sparla di lui, bisogna che si asconda, perché lo perseguita etiam insino nelle estreme parti del mondo; e con tradimenti, o con veneni, o altri modi, fa le sue vendette, ed è grande omicida, perché desidera sempre di rimovere li ostaculi del suo governo, benché sempre monstri di non essere quello, e che li rincresca della morte di altri. E simula molte volte di volere punire che ha fatto tale omicidio, ma poi lo fa fuggire occultamente; il quale, simulando dopo un certo tempo di chiedere misericordia, lo ripiglia e tienlo appresso di sé.

Ancora el tiranno in ogni cosa vuole essere superiore, etiam nelle cose minime, come in giucare, in parlare, in giostrare, in far correre cavalli, in dottrina; e in tutte le altre cose, nelle quale accade concorrenza, cerca sempre di essere el primo; e quando per sua virtú non può, cerca di essere superiore con fraude e con inganni.

E, per tenersi piú in reputazione, è difficile a dare audienzia, e molte volte attende a’ suoi piaceri e fa stare li cittadini di fuori e aspettare, e poi dà loro audienzia breve e risposte ambigue; e vuole essere inteso a cenni, perché pare che si vergogni di volere e chiedere quello che è in sé male, o di denegare el bene; però dice parole mozze, che hanno spezie di bene, ma vuole essere inteso. E spesso schernisce li uomini da bene con parole o con atti, ridendosi con li suoi complici di loro.

Ha secrete intelligenzie con li altri principi, e poi, non dicendo el secreto che ha, fa consiglio di quello che s’ha a fare, acciò che ognuno risponda a ventura, e lui solo para prudente e savio e investigatore delli secreti de’ signori; e però lui solo vuole dare le legge a tutti li uomini; e vale piú uno minimo suo polizzino, o una parola di uno suo staffiere, appresso a ciascuno iudice e magistrato, che ogni iustizia.

Insomma, sotto el tiranno non è cosa stabile, perché ogni cosa si regge secondo la sua voluntà, la quale non è retta dalla ragione, ma dalla passione; onde ogni cittadino, sotto di lui, sta in pendente per la sua superbia; ogni ricchezza sta in aria per la sua avarizia; ogni castità e pudicizia di donna sta in pericolo per la sua lussuria: e ha per tutto ruffiani e ruffiane, li quali per diversi modi le donne e figliuole d’altri conducono alla mazza, e massime nelli conviti grandi, dove molte volte nelle camere hanno vie occulte, dove son condotte le donne, che non se ne avedano, e ivi rimangano prese al laccio; lasciando stare la sodomia, alla quale è molte volte etiam dedito per tale modo, che non è garzone di qualche apparenza che sia sicuro. Sería longa cosa volere discorrere per tutti li peccati e mali che fa el tiranno; ma questi basteranno al presente trattato. E verremo al particulare della città di Firenze.