Trento e suoi contorni. Guida del viaggiatore/Gli edificii più ragguardevoli della città

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GLI EDIFICII PIÙ RAGGUARDEVOLI DELLA CITTÀ



Il Castello di Trento, maestoso ancora nella sua rovina, è il più magnifico monumento che ricorda i fasti e lo splendore del principato. Bernardo Clesio ospitava Carlo V imperatore, che si trattenne otto giorni (19 aprile 1530). Cristoforo Madruzzo accolse con sontuosa pompa (24 gennaio 1549) Don Filippo, che reduce dalle Fiandre (1551) riprese domicilio in questa regale residenza. Nel 1646 Carlo Emmanuele Madruzzo lo aperse splendidamente ad Anna de’ Medici, allorchè si portava alle nozze dell’arciduca d’Austria Ferdinando Carlo, nella qual’occasione si apprestarono magnifiche feste. Nel 1648 vi soggiornò per cinque mesi Ferdinando IV re de’ Romani e l’arciduchessa sua sorella Maria Anna destinata sposa del re Cattolico Filippo IV seguito da circa mille persone e seicento cavalli. Ommettiamo di ricordare i cardinali ed i nuncii apostolici accolti in questo principesco castello. «Sorge, dice il Zajotti, sopra lo scoglio quest’ammirabile fabbrica, che tutta signoreggia la città: la parte settentrionale (la torre) fu eretta ne’ bei tempi d’Augusto, quella di mezzo (Castel vecchio) è opera dell’ottavo e del nono secolo, e la meridionale (Castel nuovo) fu murata in [p. 55 modifica] [p. 56 modifica] [p. 57 modifica]principio del secolo XVI (sotto Bernardo Clesio nel 1534). In tal modo si veggono unite in questo castello le varie vicende dell’architettura: un anello di ferro, che ne congiunge due di oroFonte/commento: Pagina:Perini - Trento e suoi contorni, 1868.djvu/172. Da principio fu detto Castello del mal consiglio, e quando divenne residenza principesca assunse il nome di Castello del buon consiglio.

In quanto al merito dell’architettura Rodolfo Vantini di Brescia produsse il seguente giudizio:

Si compone di due corpi di fabbrica innalzati in epoche molto discoste, e negli interni compartimenti presenta saldezza di forme, grandiosità di proporzioni e magnificenza di ornamenti. Il lato che guarda settentrione nominato negli antichi documenti Castrum boni consilii, ora Castel Vecchio, trovasi fiancheggiato da una torre, opera romana, di robustissima struttura circolare. La parte superiore è di data recente (1809) costrutta dagli Austriaci per collocarvi le artiglierie. L’annesso fabbricato manifesta il modo di fabbricare tenuto nel secolo XIII. La loggia che guarda verso occidente presenta forme elegantissime; nel 1813 fu guastata dalle artiglierie, e poco fa fu racconciata alla meglio.

La parte più moderna posta a mezzogiorno, spetta al secolo XVI, e fu edificata dal Vescovo Bernardo Clesio con rara munificenza, come lo dichiarano le iscrizioni scolpite in più luoghi sotto le insegne di quell’illustre prelato e cardinale. Per sua cura fu adorno di stupendi dipinti ed arricchito di preziose suppellettili e di ricchissimi arredi. La fabbrica di questo Palazzo detto Clesiano, una delle più ragguardevoli d’Italia, a giudizio di Apostolo Zeno sarebbe opera del celebre Andrea Palladio. Però se la rara semplicità delle forme e la correzione dello stile indusse taluno a sospettare che Palladio possa essere stato l’architetto, [p. 58 modifica]riflettendo poi che quando compivasi questo palazzo il famoso Vicentino era ancor giovinetto, si deve riconoscere come falso questo giudizio adottato anche dal P. Bonelli. Si nota pure che in quanto allo stile si avvicina piuttosto alla scuola del Sammicheli. Considerando poi che Giovanni Maria Falconetto, proscritto da Verona, visse esule in Trento parecchi anni appunto nell’epoca in cui governava Bernardo Clesio, e che lo stile dell’edificio ricorda le fabbriche architettate del Falconetto in Padova e fuori, delle quali parlano il Vasari ed il Temenza, ci sentiamo inclinati a convenire nell’opinione del conte Benedetto Giovanelli che Falconetto sia stato l’artefice di questo bell’edificio.

Importa osservare la bella proporzione della cornice che corona il palazzo ed il cortile dove ammirasi tuttavia un portico fregiato di bellissimi dipinti del Romanino da Brescia, con medaglioni a rilievo ne’ peducci degli archi, e con altri ornamenti convenientissimi. Di molto decoro appaiono le porte principali che introducono nel recinto del palazzo posto nel lato volto verso la città. Se l’angusta porticella per cui si ascende nell’interno dell’abitazione, e la scala non corrispondono alla vastità dell’edificio è perchè fu eseguito solo in parte il concetto dell’autore. Il principale ingresso doveva aprirsi ov’è la porta di stile correttissimo distinta appunto col nome di porta del Vescovo. L’accorgimento dell’architetto si appalesa nelle belle proporzioni delle camere, de’ loggiati e delle sale, che nella varietà delle forme, nella diversa configurazione delle vôlte, e dei compartimenti dei lacunari che fanno bella mostra di sè. Non rimangono ora se non i ruderi della fontana de’ Leoni, così chiamata per la presenza delle due fiere scolpite in marmo in atteggiamenti di bere dalla vasca. Scomparve la bella Dafne di bronzo che versava l’acqua. Scomparvero i deliziosi [p. 59 modifica]giardini sparsi di fiori, di frondi e di frutteti, abbelliti di statue, rallegrati da getti d’acqua. Si scoprono appena le vestigia della gran sala col soffitto intagliato e screziato d’oro, della cappella istoriata di affreschi, delle stanze coi pavimenti di maiolica; fino nei corridoi, nei camini, nei granai, nelle cantine v’era fasto, eleganza e grandezza. Questa regia, già delizia di principi, or par che dica: fui e non son più! In questi ultimi tempi si diede il bianco alla facciata, deturpando la veneranda maestà dell’architettura, tanto che veramente pare un sepolcro imbiancato! Mirabilissimi affreschi del Romanino, di Giulio Romano, del Brusasorci, e d’altri insigni artisti parte sconciati per l’umidità, parte raschiati, si vedono spiccare dalle vôlte e dall’alto delle pareti, poveri avanzi d’un grande naufragio! A giudizio del Selvatico gli affreschi che coprono le vôlte della scala che mette al primo piano, come pure quelli che adornano il corridoio sarebbero lavori del Giorgione.

La Tor verde in riva all’Adige pria che si praticasse il taglio, trovasi congiunta all’edificio a mezzo di un braccio di mura, così chiamata perchè è coperta di tegole di questo colore. La sua forma bizzarra, e la corrosione del bugnato operata dai secoli induce nel sospetto che possa appartenere a un’epoca più antica che quella della torre rotonda.

L’Archivio principesco e vescovile, ricco di preziosi manoscritti, trovasi attualmente in Innsbruck. Però molti documenti furono riprodotti nei volumi del P. Bonelli, e moltissimi ne trascrisse di propria mano il Vescovo Principe Felice degli Alberti, i cui manoscritti conservati dal diligente collettore Mazzetti, si trovano ora nella biblioteca di Trento.

Il castello, già residenza dei principi vescovi di Trento, ora è convertito in caserma. [p. 60 modifica]

Piazza del Duomo. — Uno dei gruppi più attraenti che invitano il forestiere a sospendere il passo, e a contemplare la varia e piacevole prospettiva che lo circonda è senza dubbio la veduta di Piazza vecchia, o Piazza del Duomo. La imponente presenza della Basilica e dell’ardita cupola di Bernardo Clesio, la torre incoronata che sorge di fianco al già palazzo pretorio, la regolare costruzione dei caseggiati che circondano la Piazza e disposti ai fianchi di contrada Larga che si spiana di fronte al Duomo chiusa in fondo dalla facciata del Seminario, gli argentei spruzzi della marmorea fontana, l’orizzonte aperto e in parte contornato dalle creste dei monti rendono ridente e varia la scena.

Il basamento della torre sale a un epoca rimota, non così la sommità, opera eseguita in tempi non lontani. La gran campana conserva ancora il nome di Renga, così detta perchè il Magistrato o il Vescovo la facevan suonare quando volevano arringare il popolo. Nel 1275 il vescovo Enrico II, al tocco di questo bronzo, ad arengam publicam, adunava il popolo nella chiesa di S. Vigilio, e giurava avanti un aureo crocifisso di riconoscere Enrico tanto nelle cose spirituali che temporali vescovo e signore. In questa torre si trovano ora le carceri della Corte di giustizia.

La fontana che vaneggia nel centro della piazza raccolta in una vasca molto capace e attorniata da gradinata e da eleganti conche rappresenta Nettuno che sorge su d’un gruppo di Delfini, Sirene e Tritoni. Ascendendo l’acqua sorte da prima per la bocca dei Delfini, indi per particolare condotto discendendo viene spinta ad alti zampilli per la bocca delle Sirene, dei Tritoni, e de’ cavalli marini. Il recipiente superiore, in cui versano l’acqua i delfini esistenti a piè di Nettuno, è d’un solo pezzo di marmo rosso. Questa fontana è [p. 61 modifica] [p. 62 modifica] [p. 63 modifica]opera di un Jongo trentino, eseguita per cura della città (1768).

Il palazzo pretorio (ora sede della Corte di giustizia) fu anticamente, almeno in parte episcopio, come apparisce da una iscrizione appesa dal vescovo principe Sigismondo Alfonso di Thunn alla facciata che guarda sulla piazza. Su questa piazza fu decapitato Rodolfo Bellenzani.

Nel palazzo municipale, sito in contrada Larga si conservano le lapidi raccolte ed illustrate dal conte Benedetto Giovanelli, e si ammira una S. Maria egiziaca di buon pennello,1 e l’originale quadro del Concilio tenuto in Trento. Dobbiamo deplorare la perdita dell’affresco di che era istoriata la facciata rappresentante la decolazione del Bellenzani, distrutto in occasione che si rifece la nuova facciata. La maniera del colorito, e lo stile della figura fu riconosciuto d’ottima scuola lombarda. Presso il municipio sorge un’elevata torre e poco sotto un’altra, la quale (giusta un documento del 1683) fu abbassata di 12 piedi. Nel documento è intitolata la torre della tromba.

Giace nella stessa contrada l’antica casa una volta di proprietà della cospicua famiglia Geremia di Trento (già nota nel 1436), ora in possesso della famiglia Tevini, molto pregevole per la corretta architettura lombardesca. Il marchese Selvatico encomiò la sontuosa scala a gradini alternati di marmo rosso e bianco non che la robusta ed armonica struttura dell’edificio. Si conserva un camino di forme elegantissime. L’architetto A. Essenwein, quivi inviato a visitare il Duomo onde ristaurarlo, trovò questa casa commendevolissima, e [p. 64 modifica] degna d’essere rispettata, e si espresse che sarebbe suo intendimento di adottare la stessa foggia degli stipiti dei balconi se mai si ristaurasse anche il Castello del buon consiglio. Oltrechè vi presero domicilio Massimiliano l imperatore e il cardinale Gonzaga nella terza tornata del Concilio, vi fu conchiusa la pace fra gl’Imperiali e i Veneziani (1535) per opera di Bernardo Clesio, Sigismondo di Tono e Antonio Quetta.

Dirimpetto a casa Tevini sorgono i grossi caseggiati dei Bellenzani, famiglia di gran lustro, ora posseduti dai conti di Tono (Thunn), nei quali, specialmente nel palazzo rinnovato in gran parte dietro disegno del noto Vantini, si ammirano eleganti dipinti di un alto bresciano, Tommaso Castellini. Dalle memorie di Antonio Mazzetti si rileva che nella casa di Sigismondo conte di Tono Legato imperiale (1562) abitava il cardinale Ercole Gonzaga, morto in Trento, ove poi fu ospitato in sua vece il cardinale Morone (1563).

Anche nella casa che è la prima di contrada Larga a destra verso la chiesa dei Gesuiti, ove al tempo del Concilio domiciliava il conte palatino Antonio Quetta (1545), ora proprietà dei conti Alberti, vi dimorò Francesco di Toledo, oratore spagnuolo presso il Concilio, come pure il cardinale del Monte (dal 15 marzo sino al 22 aprile 1545 ). Così da una iscrizione scoperta poco fa nella torre che sovrasta alla chiesa del Seminario apparisce che vi prese stanza il vescovo Diego di Alava (1545).

Il palazzo Galasso, chiamato una volta dal volgo il palazzo del diavolo (ora palazzo Zambelli) fu eretto da Giorgio Fugger, ricco banchiere d’Augusta stabilitosi in Trento; dai Fugger passò al generale Galasso; di poi lo comperarono i conti di Thunn della linea stabilita in Boemia, dai quali fu venduto al cavaliere Giacomo Zambelli che lo ristaurò con sommo [p. 65 modifica] [p. 66 modifica] [p. 67 modifica] accorgimento senza nuocere alla magnificenza dell’edificio. Lo stile grandioso, tanto nella distribuzione della facciata d’ordine composito, come nelle interne ripartizioni palesa il modo largo e maestoso di fabbricare che costumavasi in quell’epoca in Italia dietro il gusto diffuso da Palladio, che poi si corruppe nel secolo seguente. Si apre al pubblico una elegante cappella dedicata ai santi martiri della Naunia Sisinio, Martirio e Alessandro. In luogo dello smarrito dipinto, che rappresentava la loro morte, havvi un Gesù orante dell’Udine; il marchese Selvatico trovò molto commendevoli gli altri dipinti. Questo maestoso edificio abbellisce Contrada lunga, e ricrea l’occhio del passaggiero che da Piazza romana s’interna nella città.

Date le Spalle al palazzo Zambelli s’incontra un gruppo di edificii dove il viaggiatore può approfittare delle convenienze e agiatezze che offrono vari stabilimenti vicini. Di fronte all’albergo dell’Europa, prescelto dai più ragguardevoli passaggieri, trovasi l’elegante caffè Ravagni. Fa bella mostra di sè il vicino palazzo dei baroni Trentini di purissimo stile tanto nella facciata esterna, quanto nello scompartimento e nelle proporzioni degli interni locali, e nella distribuzione delle scale. Lo stabilimento di Felice Mazzurana è un emporio animatissimo pel continuo lavoro in droghe, in zuccheri, in olii ed alcoolici; e a questa vasta ed operosa industria si associa la proprietà e l’appariscenza del fabbricato, abbellito di loggie, di ridotti invetriati, e di fiori. Non molto discosto si ammira la brillante bottega di confetti del Luterotti, e finalmente più sopra v’è il teatro sociale, il più elegante della provincia.

Il teatro di Trento di recente costruzione, fabbricato per cura di Felice Mazzurana, fu in seguito assunto da una società donde gli venne il nome di [p. 68 modifica] sociale. Fu murata la prima pietra il 12 febbraio 1818, e aperto la prima volta il 29 maggio 1819. Il disegno è dell’ingegnere Giuseppe Ducati; tutta la fabbrica fu condotta a termine entro quindici mesi da artisti trentini, e invigilata dallo infaticabile Mazzurana. I dipinti sono di Ambrosi di Trento e di Cipolla di Valsugana. Mal corrisponde l’ingresso alla bellezza interna dell’edificio, ne si dovrebbe tardar molto a rifare una conveniente prospettiva. Nella primavera o nell’autunno si danno commedie; all’epoca della fiera di S. Vigilio si preferisce l’opera.

Nella contrada di S. Benedetto è da osservarsi la casa Cazzuffi ora Mazzonelli sulla cui facciata dura ancora qualche affresco malconcio dall’età; il Selvatico li dichiarò di scuola lombarda. Il palazzo Tabarelli, situato nella stessa contrada, di proprietà delle famiglie Moar e Salvadori, trae la sua origine da Antonio de Fatis Tabarelli decano del Duomo, che primo ideò questa fabbrica compiuta poi dagli eredi. L’architettura è sul gusto della cancelleria apostolica presso la chiesa dei Ss. Lorenzo e Damaso che trovasi in Roma, e del conte Giraud nella piazza di S. Giacomo Scossavalli in Borgo. Compose il disegno Brabante d’Urbino; lo stile è toscano con un bugnato di pietra che si estende dal basamento fino al tetto interrotto soltanto da alcuni medaglioni a rilievo eseguiti con somma maestria, e che si credono dello scultore trentino Alessandro Vittoria.

Per ampiezza di veduta, regolarità dei caseggiati, non che pel movimento del popolo che affluisce da varie parti, alletta e trattiene la prospettiva della Piazza delle Erbe colla contigua della Posta, alle quali fanno ala la residenza vescovile e dell’I. R. Capitanato circolare. Dalle derrate che si espongono in vendita sulla nostra piazza, come sarebbero frutta, legumi, erbaggi d’ogni qualità, polli ecc., il forestiero si accorge che i prodotti [p. 69 modifica] del paese sono pari a quelli delle vicine piazze di Verona, Brescia e Vicenza; come dal linguaggio e dalla vivacità del popolo impara quale sia il nostro carattere nazionale. Fu appunto in questa Piazza delle Erbe che l’illustre poeta germanico Enrico Heine si compiacque studiare l’indole, ed il tipo della popolazione, ed osservando le impronte delle fisonomie ricordava d’averle vedute dipinte sulle tele che fregiano le pinacoteche della Germania, colorite sul gusto della scuola lombarda.

Due antichi e sontuosi palazzi decoravano in addietro contrada Calepina, l’uno degli a Prato, l’altro de’Sardagna; il primo de’ quali fu sformato nella Raffineria de’ zuccheri, e poi distrutto da un incendio. In origine il palazzo Sardagna si componeva di due case, una delle quali di proprietà dei Calepini, illustre famiglia trentina che possedeva la massima parte delle case situate in quella contrada, donde le venne il nome. Nella Cattedrale si osserva il monumento di questa famiglia patrizia. All’epoca in cui si costrusse la cappella del Crocifisso concorsero due scultori, a uno dei quali fu allogata; e volendo pur l’altro dar prova dell’arte sua offerse la sua prestazione alla famiglia Sardagna. Uno di questi due scultori si chiamava Barbacovi, ma non si sa quale. Sono opera di questo sconosciuto artista la costruzione della porta, l’arme, i bambini, e le due cariatidi. Nel 1744 un Sardagna volendo ridurre il palazzo secondo le regole dell’euritimia, distrusse il giardinetto di casa Calepina, e ridusse a regolari proporzioni la fabbrica. A piano terra trovansi due stanze colle vôlte dipinte a fresco dal Romanino. Sono degni di particolare considerazione i bassirilievi ed i fregi a stucco, nella qual maniera d’ornati riuscivano a meraviglia i nostri artisti. Si crede che Vittoria abbia portato il primo quest’arte a Venezia, ove parve insuperabile applicandola alle decorazioni del palazzo ducale. [p. 70 modifica]

Del palazzo a Prato durano superstiti alla distruzione le sole rovine, che turbano la vista, e servono a maggiormente farci sentire la perdita d’un sontuoso e classico edificio che si giudicò architettato dal sommo Palladio.

A’ tempi del Concilio, nel palazzo dei conti a Prato si raccoglievano le congregazioni generali de’ Legati pontificii, alle quali partecipavano i più dotti personaggi di quell’età. Dai conti a Prato passava in proprietà dei Madruzzi, in seguito ripassò in possesso dei primi, e finì come fu detto, nella Raffineria de’ zuccheri. Da un’antica iscrizione apparisce che vi abitava il cardinale Crescenzio Legato pontificio. È pur noto che i Padri del Concilio solevano recarsi in processione una cum Clero tridentino, come attestano i Diarii, alla Cattedrale, partendo dalla chiesa di S. Trinità, fondata da un Giroldo da Prato, e alla casa Prato vicinissima.

In un altro vicino palazzo della nobile famiglia di Lorenzo Sardagna, già Gaudenti, situato in via di S. Trinità, che sorge tuttora incolume, di robusta ed elegante architettura, fregiato delle armi de’ Madruzzo, abitava ai tempi del Concilio Nicolò Salmo (Psaume), vescovo di Verdun e principe del sacro romano Impero.2 Trovasi tuttora al fianco dell’edificio una graziosa cappelletta abbellita di affreschi ben conservati, e si ammira l’imagine d’un Roccabruna pennelleggiata con molta morbidezza di colorito.

Nella contrada di S. Trinità, presso la chiesa di egual nome, merita attenzione la bella fabbrica del ginnasio liceale, recata a termine in un triennio sotto la direzione dell’ingegnere Floriano Menapace di Trento, che fu aperto alla studiosa gioventù già negli anni [p. 71 modifica] 1848-49. Questo vasto edificio si presta convenientemente allo scopo in grazia delle stanze spaziose e arieggiate, del silenzio che gode nella situazione riposta, per la vicinanza della civica biblioteca e del nascente museo tridentino. Fra i varii mezzi d’istruzione va altamente encomiato il ricco gabinetto di fisica provveduto di scelte macchine e di apparecchi che progredendo la scienza imaginarono i dotti più recenti. Dobbiamo lo incremento e la premurosa conservazione di questa istruttiva e dispendiosa raccolta all’amore e allo zelo dello impareggiabile professore Francesco Lunelli, che dedicò a questi studii la intera sua vita.

La Tor Vanga che faceva parte d’un forte a difesa di Porta Bresciana è un antico monumento storico di rimota origine. Per essere costrutta di cotto, dal colore fu detta anche Torre rossa. Deriva il suo nome dalla famiglia Vanga, sia perchè Federico Vanga principe di Trento (1207) fosse autore di quel fortilizio, il che è molto incerto, sia perchè le derivasse dall’essere stata per diversi anni un feudo di questa famiglia. Questa torre ha gran parte nella storia di Trento, e fu sempre riconosciuta di gran momento la sua posizione che guardava il ponte sull’Adige. Vi fu rinchiuso il vescovo Giorgio di Liehtenstein per opera di Rodolfo Bellenzani (1447). È fama che in un bacile sieno state presentate al prigioniero le teste spiccate a due ragguardevoli personaggi; suoi aderenti. In attualità vi si chiudono i malfattori. Sul ponte a cavaliere dell’Adige, avanti che si deviasse il fiume dalla città, si apriva una veduta ricreante osservando il semicerchio occidentale dei caseggiati lambiti dall’onda cristallina del fiume.3 [p. 72 modifica]

ATHESI

SUPREMUM TRIDENTI VALE

MDCCCLVIII.


Urbs praeclara fui, sed jam jam sidus, iniqua
     Fulgens luce, mihi tristia fata parat.
Arcem habui at Turres triginta exsurgere vidi,
     Splendoris testes et monumenta mei.
Diruta nunc atris squallent mea Castra ruinis,
     Jamque minax pendet moenibus excidium,
Quodque mihi argentum montes, aurumque ferebant,
     Visceribus tellus celat avara suis.
Tu quoque fraternis, Athesis, divulsus ab ulnis,
     Tramite mutato, moenia nostra fugis!
Sic voluit fatum, ut prisco viduata decore,
     Amplexu caream, frater amate, tuo.
Haec, Athesis, suprema tibi soror oscula mittit
     Moesta, vale heu cari fluminis unda vale!
Vosque valete meos, fluctus, qui saepe dolores
     Murmure lenistis mellifluentis aquae!


ALL’ADIGE

L’ULTIMO ADDIO DI TRENTO

1858.


Cospicua fui! ma la nemica stella
     Che foscamente in ciel rosseggia, mesto
                                   Un avvenir prepara.
Ebbi l’augusta rôcca, e trenta torri
     De’ fasti miei custodi, ora cadenti
                                   Reliquie venerande.
Sugli sfasciati ruderi si effonde
     Un compianto, un lamento; ed alle mura
                                   L’eccidio ancor sovrasta!
D’oro e d’argento voi le vene apriste
     Fertili monti un dì, che poi nascose
                                   L’avara terra in seno.

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Tu pur, Adige amico, ora divelto
     Dal mio grembo fedele, ad altri lidi
                                   Qual’esule raminghi!
Volle il destin, chc il mio decoro antico
     Dall’amplesso si sciolga, ond’io rimango
                                   Vedovata, deserta.
Accogli quest’addio, che lagrimando
     La sorella ti dona! Addio perduta
                                   Onda del patrio fiume!
E voi, o gorghi, che molceste il pianto
     Dell’afflitta, alle sponde dolcemente
                                   Romoreggiando Addio!


  1. Giusta il parere del marchese Selvatico, il dipinto di S. Maria egiziaca, creduto dal conte Giovanelli del Guercino, non sarebbe che una copia.
  2. Questi cenni gli abbiamo desunti dalle memorie del Mazzetti «Dello antiche relazioni fra Cremona e Trento.»
  3. Il dott. Francesco Moar, interprete della melanconica impressione che sorprese i Trentini pel distacco del patrio fiume dalla città di Trento, espresse in verso latino i seguenti affettuosi pensieri.