Trezzo e il suo castello/IV

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Capitolo IV

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III V
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Capitolo IV.

Signoria de Visconti; Ottone e Matteo — Azzone, Luchino e Giovanni — Prigionia e morte di Barnabò nel Castello.


La prepotenza di Matteo Visconti indusse Lodi e Crema a staccarsi da lui, e a richiamare i Torriani. Matteo, visto il nembo che gli minacciava la ruina, accorse col suo esercito a Melegnano (1 di settembre del 1294), indi, passata la Muzza, entrò sulle terre de’ Lodigiani, e vi fece senza ostacoli un ricco bottino. Quelli alla loro volta, credettero (il 25 detto) di ottenere la rivincita con una scorreria nel Milanese Ano a Pantelliate, ma l’esito fu ben diverso dall’aspettato, perchè dopo i primi scontri dovettero fuggire in disordine, lasciando in mano de’ Milanesi duecento prigionieri, fra cui Imberale della Torre, due figli di Uberto da Ozeno e Lupo Porenzone; alcuni de’ quali furono posti nelle carceri di Trezzo, ed altri in quelle di Stezzano. Ottone frattanto aveva spedito rinforzi al castello di Cassano spettante alla mensa arcivescovile, per difenderlo contro li altri nemici de’ Milanesi. [p. 27 modifica]

Morto Ottone Visconti nel 1295, gli successe nella signoria di Milano il nipote Matteo, che fu poi costretto a cederla a Guido della Torre. Mentre il Visconti era esule, tentò nel 1306 di rientrare nello Stato coll’ajuto de’ Veronesi, Bresciani, Bergamaschi e de’ fuorusciti milanesi, ma visto che i passi di Trezzo e di Vaprio erano guardati da numerosa soldatesca, non osò avventurarsi ad un combattimento. Ed ecco i Torriani imbaldanzire sempre più, massime che tutto il Milanese erasi dichiarato in loro favore. Ma il popolo non era unanime ne’ suoi voleri, chi parteggiava per Guido e chi per l’arcivescovo Cassone suo cugino. Il primo (nell’ottobre del 1309) radunò nella metropolitana di Milano tutti i Torriani, indi fece chiudere le porte della città ed arrestare il detto arcivescovo insieme co’ suoi fratelli Pagano, Edoardo e Moschino accusati d’aver trainato contro Guido e lo Stato. Napino, altro dei fratelli di Cassone, a tale dolorosa notizia, mentre stava in campagna ad addestrar falconi, si riparò nel forte di Trezzo di cui era castellano Rainaldo suo fratello. Munitisi quivi a dovere, si disponevano a sostenere una lotta, piuttosto che cedere alle milizie di Guido. Se non che, lasciati liberi i prigionieri (1310) e riconciliatesi le due discordi famiglie della Torre, si radunarono in un consiglio, ove tutti giurarono insieme con l’arcivescovo che non moverebbero mai guerra a Guido ed al Commune di Milano e ne rispetterebbero il dominio. [p. 28 modifica]

Ciò conchiuso, il Castello di Trezzo venne dato in potere di Pagano della Torre vescovo di Padova. Langosco di Fissiraga e Napino della Torre si ritirarono a Bergamo, asportando seco dal medesimo forte quanto vi avevano di più prezioso.

Rappacificatisi i Torriani anche coi Visconti, fu stabilito, fra le altre cose, che Matteo non lascerebbe inquietare nè dal Commune di Milano, riè da altre republiche i fratelli dell’arcivescovo Cassone sopra la giurisdizione di Trezzo, Vaprio, Bregnano oltre Adda e Castelletto — che colle sue forze agirebbe in modo che il castello e la torre e il territorio di Trezzo rimanessero all’arcivescovo ed ai suoi fratelli — e, per quanto gli fosse dato, difenderebbe i loro beni. Ma lo scaltro Matteo, il quale aveva già fermo in cuor suo di sciogliersi da questa alleanza, accusò i Torriani come ribelli alla corona imperiale; sicchè Enrico VII non solo li abbandonò, ma protesse i loro nemici. D’allora in poi tutti li sforzi dei Torriani per riacquistare il dominio tornarono inutili. Questo illustre casato, geloso delle popolari franchigie, visse a Milano da semplice privato, cadendo a poco a poco nell’oscurità.

Galeazzo; assunto l’anno appresso al sommo potere, s’impegnava tosto in una guerra col papa (febrajo 1322). I capitani pontifici con la loro milizia di fresco raccolta tentarono di passar l’Adda a Cassano, a Vaprio, ed a Trezzo. Dopo alcuni scandagli scelsero il guado di Bagna, due millia sopra [p. 29 modifica]il nostro borgo. Primi a passarlo furono Verzusio Landi con li esuli milanesi, fra cui Simone Crivello e Francesco da Garbagnate con cinquecento militi. Assaliti da Marco Visconti e caduti prigioni, gli furono con condutti innanzi; ma la loro presenza destò in lui tale ira che tosto li uccise come traditori della patria1. Ingrossatesi le milizie papali, ed avendo quasi tutte guadato il fiume, Marco, non potendo resistere alle loro forze di gran lunga superiori alle sue, si ritirò a Milano. Allora i Guelfi, conquistarono Cassano, Vaprio e Trezzo, e il 28 di febrajo del 1323 giunsero a Vimercate. Occupata quindi anche Monza, i Milanesi, sebbene spiegassero un raro valore, non riuscirono a racquistarla. E però certo che nell’anno appresso Galeazzo, a cui stava a cuore la distruzione del ponte di Vaprio, visto che i nemici avevano abbandonata l’altura per difendere il passo dell’Adda, spedì colà un corpo di militi che appiccarono il fuoco al borgo. I Guelfi per ciò atterriti non opposero più resistenza, e sbandati si gettarono sulla sinistra del fiume, il che impedì loro di congiungersi cogli occupatori di Monza. Per questa battaglia anche Cassano e Trezzo ritornarono in potere di Galeazzo I, il quale s’impadronì di Monza (10 di novembre, 1324) dopo otto mesi di assedio.

È noto come, dopo le signorie di Azzone [p. 30 modifica]Visconti e di Luchino, l’arcivescovo Giovanni chiamasse eredi al sommo potere i suoi nipoti Matteo, Galeazzo e Barnabò; e, morto il primo dei tre, i superstiti fratelli se ne dividessero fra loro i possedimenti.

Già prima di quest’epoca, come appare da un editto del 18 di genajo del 1346, in cui sono descritti i transiti o traversi occupati da un connestabile con stipendiati, e da un anziano de’ dazi coi finanzieri, il borgo di Trezzo era nel numero di quelli compreso.

Publicatasi la pace (12 di dicembre, 1346) fra i Visconti e li Estensi, il marchese d’Este e Ostasio da Polenta signore di Ravenna, che in allora trovavansi a Milano, fecero una gita a Trezzo, ove pernottarono. Ostasio corse pericolo di essere asfissiato, perchè nella stanza dove era a dormire fu accesa gran quantità di carbone. Trasferitosi, se bene in cattivo stato, a Ravenna, dovette poco dopo soccombere2.

Anche nel 1362 la torre di Trezzo racchiudeva parecchi colpevoli o perseguitati dal principe per ragioni di stato, i quali furono lasciati liberi da Barnabò Visconti alla fausta novella della vittoria avuta a Brescia contro li alleati e della nascita d’un figlio legitimo, dando un analogo ordine anche per le altre carceri3. [p. 31 modifica]

Barnabò, seriamente occupato del pensiero di rendere forti i confini del suo dominio, fece erigere varii castelli in città, e fuori, cioè a Senago, Desio, Pandino, Melegnano e a Cusago, nei quali due ultimi luoghi soleva recarsi a villeggiare. A cotesti disegni del principe rispondeva troppo bene anche la vecchia rôcca di Trezzo per la strategica ed amena sua posizione in vicinanza alle selve del Brembo. Barnabò diede quindi incarico (a. 1370) ai più abili artieri lombardi di riedificarla più ampia ed imponente di prima, ordinando in pari tempo di formare un ponte sull’Adda, che venne gettato con un sol arco, e munito a ciascuno dei lati di una torre. Questo gigantesco lavoro che costò un’enorme somma, fu condutto a compimento, giusta il Corio, in sette anni e tre mesi4. [p. 32 modifica]

Nel giugno del 1373 Barnabò risiedeva in Trezzo, e lo provano due sue lettere del 4 e del 9, che di qui egli spediva a Lodovico Gonzaga signore di Mantova, informandolo delle mosse de’ suoi nemici nel Bergamasco5.

Or chi mai avrebbe imaginato che quegli istesso che vegliava con tanto ardore a tale impresa sarebbe fra quindici anni recluso e finirebbe miseramente i suoi giorni in quel castello? Ma l’ora fatale in cui Barnabò avrebbe pagato il fio del sangue da lui fatto spargere sì crudelmente doveva pure una volta scoccare. Giovanni Galeazzo suo nipote Conte di Virtù e signore di Pavia, non lasciò sfugire il destro di mandare ad effetto li ambiziosi suoi disegni. Data notizia allo zio che per atto di divozione egli intendeva recarsi al santuario della Madonna del Monte sopra Varese, mostrogli che in quella gita, toccando Milano, sarebbe stato felice di poterlo abbracciare. Indi si mosse conducendo seco, col [p. 33 modifica]pretesto di timori, circa 500 lance divise in tre squadre commandate rispettivamente da Jacopo dal Verme, da Ottone di Mandello e dal marchese Giovanni Malaspina. Scontrati a due millia da Milano i figli di Barnabò venuti ad accoglierlo, li fece porre, a dimostrazione di onore, in mezzo agli armati. Giunto alla porta Ticinese, Giovanni Galeazzo, senza entrare in città, proseguì il cammino verso il suo castello di porta Giovia. Quando fu presso il ponte di S. Ambrogio, vide lo stesso Barnabò che gli veniva incontro sopra una mula seguito da due soli domestici. Il conte di Virtù lo abbracciò, e, dopo scambiati i primi saluti, diede il segno stabilito a’ suoi più fidati officiali. Jacopo dal Verme fu il primo che pose le mani addosso a Barnabò dicendogli: Voi siete prigioniero. - Come? gridò quegli, hai tanto ardire di fare tal cosa? - e Jacopo rispose che così gli aveva commandato il suo signore. Allora Barnabò con voce tremante si volse al nipote pregandolo a non voler essere traditore del proprio sangue. Ottone da Mandello intanto gli levò le redini e lo disarmò: e lo stesso fu eseguito co’ suoi figli Rodolfo e Lodovico, e poi furono tutti e tre condutti nel castello di porta Giovia. Subito dopo Galeazzo s’impadroniva della città, e si faceva proclamare signore.

L’infelice suo zio (25 di maggio, 1385) fu trasferito da Gaspare Visconti nel Castello di Trezzo, dove con lui rinchiudevasi anche l’amica sua [p. 34 modifica]Donnina de’ Porri6 che, come pare, dopo la morte di Regina della Scala era divenuta sua moglie. Il 19 di dicembre dell’anno stesso in una sua favorita vivanda (che il Corio disse fossero fagiuoli) fu avvelenato. Allorchè egli s’avvide della inevitabile e prossima sua fine, diede in uno scoppio di pianto, ricevette i conforti religiosi e percotendosi il petto e ripetendo: Cor contritum et humiliatum Deus non despicies, spirò accanto a Donnina, che presa da reiterato singhiozzo e atteggiata a disperato dolore, coprivasi con ambe le mani il volto.

Era egli in età di 66 anni7. Guido Ferrari [p. 35 modifica]nella seconda delle sue Lettere lombarde (in data del 1758) afferma che a quei dì mostravasi ancora la camera dov’era stato prigione l’infelice principe, sulle pareti della quale leggevasi il motto: Tal a mi, quale a ti; rispondente, a nostro avviso, all’evangelica sentenza: Qua mensura mensi fueritis, remetietur et vobis. Il citato Ferrari propende a credere che ve lo abbia fatto scrivere lo stesso Barnabò a sfogo di sua rabbia, ma non adducendo egli alcuna prova, a noi parrebbe più vicina al vero l’ipotesi, che quelle parole sieno state scritte dopo la morte di Barnabò da qualche meditativo custode o visitatore del castello. Ora di ciò più non rimane vestigio.

I due figli Rodolfo e Lodovico, che dopo l’arresto erano stati rinchiusi nel castello di S. Colombano, furono, morto il padre, trasportati in quello [p. 36 modifica]di Trezzo, dove, secondo che scrisse poco appresso l’annalista di Piacenza, privi solo della libertà, erano trattati con onore, e al sicuro di qualsiasi ingiuria8. Se non che Rodolfo finì (3 di genajo, 1389) anch’egli colà i suoi giorni. Lodovico pure mori nel Castello di Trezzo nel 1404 in età di 46 anni, e fu sepolto nella chiesa di S. Maria della Rocchetta.


Note

  1. Il Crivelli fu sepolto nella chiesa di Nerviario, ed il Garbagnate, a Monza, in quella di S. Giovanni.
  2. Vedi Giulini, vol. 10. pag. 463.
  3. V. Azarius, c. XIII, pag. 399.
  4. Veggasi un sindacato della parrochia di S. a Grata inter vites in Bergamo del 6 di marzo del 1371. Il podestà aveva ingiunto ai consoli di essa di portare all’officio del cambio di Tomaso di Grumello sette fiorini e mezzo d’oro (impostile in un riparto fatto dagli anziani del Commune), da spedirsi a Trezzo causa et occasione laborerii fiendi de novo in castro Trizii. Fu perciò ordinato di prendere a censo detta somma al miglior patto possibile, purchè l’interesse non sorpassasse denari dodici imperiali al mese per ogni fiorino. Valendo allora il fiorino soldi 32, si sarebbero pagati soldi 12 per ogni fiorino in ciascun anno, interesse che vedesi rinovato nei primordi del presente secolo. Il 10 d’aprile fu imposta a quella parrochia altra taglia di fiorini ventidue e mezzo per il medesimo castello qui tangunt dictæ viciniæ de talea nuper fienda occasione laborerii fienài in castro Tricii. Similmente il 16 di maggio vennero pagati dalla stessa lire dodici pro laborerio seu spazzatura castri de Trizio. Negli atti di Pietro Guarisco Pannizoli eleggesi un sindaco che a nome dei Communi di Vertua e di Sommonte esiga omnes illos denarios quos habere debent ad banchum castri de Trizio occasione laborerii. Presso Salvioli de’ Cazzuloni la Comminuta di Trescorre pagò lire undici a certo Antonio, eo quod mantenuerat unum, carrum per dies octo in laborerio castri Trizii. Altre memorie di spese fatte per detti lavori trovansi sparse negli archivj del Bergamasco. V. Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo di Giuseppe Ronchetti. Bergamo, 1818. Tip. Sonzogni, T. V, pagine 149, 150.
  5. V. Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi, coordinati per cura del cav. Luigi Osio. T. I, pag. 143. Milano, tip. Bernardoni, 1865.
  6. Costei fu suocera di Giovanni Achud inglese, al quale nel 1388 fu impedito il passo al ponte di Trezzo.
  7. Il suo cadavere, come è noto, fu trasferito a Milano e deposto nel tempio di S. Giovanni in Conca, accanto a quello di sua moglie Beatrice, detta anche Regina della Scala.
    Sul finire del 1813 il monumento di Barnabò fu trasportato nel palazzo di Brera, e in tale occasione vi si ritrovò un vaso contenente un teschio, degli avanzi d’ossa, e della terra, il tutto diseccato, che si giudicarono le ceneri di quel principe. Questi avanzi furono posti nella vicina chiesa di S. Alessandro con relativa iscrizione.
    Ora anche il monumento di Beatrice trovasi in un coll’altro nel nuovo museo archeologico di Brera.
    Si conosce un testamento di Barnabò del 16 di novembre del 1379, rogato dal notajo Tomaso de’ Capitani, di cui per altro conservansi fra noi soltanto copie. La matrice si crede esistere in Francia tra li avanzi dell’antica biblioteca di Pavia.
    È notabile che questo principe, la cui memoria presso il popolo è un guazzabuglio di crudeltà, di libertinaggio e di feroce contegno usato verso i legati pontificj e insieme di beneficenze a corporazioni religiose, in sua gioventù era stato ecclesiastico. Di questo fatto, taciuto da tutti li storici, ci è garante una lettera (22 di giugno, 1494) dell’arcivescovo di Milano Guid’Antonio Arcimboldi al duca Lodovico il Moro, da noi scoperta nel carteggio diplomatico Sforzesco. Vi si racconta che il protonotajo Torello voleva ammogliarsi, ma che esso Arcimboldi avutolo, non sapiamo per qual colpa, in suo potere nel castello di Trezzo, così lo andava ammonendo «che nostro signore Dio è gran maestro, non patisse essere caleffato (deriso) che, quando gli è promisso, conviene observarli la fede; et chel prothonotario era in sacris per essere sottodiacono, et però dovesse advertire che sono stati molti quali hanno voluto fare simili tracti, et all’ultimo ne hanno havuta pocha consolazione, tochando lo exemplo del Sig. Barnabò, inter alla exempla, qual prima se era dato al ecclesiastico, perchè fu ordinario in Domo et poi, defuncto ejus patruo che fu signore de Milano in temporale et spirituale, luy per cupidità de dominare abandonò la via sacerdotale: et fece poi el fine miserabile che ogniuno sa nel castello de Trezo che luy proprio havea facto fare.»
  8. «Barnabò e i due figli Rodolfo e Lodovico erano stati condutti nella sala maggiore dei superiori appartamenti (del nostro castello), dove li avevano seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, le sue due figlie e la vecchia Geltrude.» Così, scostandosi dalla verità storica, narra il Bazzoni nella popolare sua novella Il Castello di Trezzo; e noi ci teniamo paghi a questo breve cenno dell’introdutta variazione, ben sapendo che

    Pictoribus atque poetis
    Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.