Un giorno a Madera/V. Reliquie di William e di Emma

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V. Reliquie di William e di Emma

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IV. Tre anni dopo Nota A

[p. 26 modifica]V.

RELIQUIE DI WILLIAM E DI EMMA Fa ciò che devi; avvenga che può.

La grandezza dell’uomo è il dovere.

IL LIAM A EMMA Londra 12 gennaio, 18...

Voi vorrete perdonarmi se vi scrivo; vorrete perdonarmi ancora se vi scrivo come se questa non fosse la mia prima lettera a voi diretta ma la centesima e la millesima. La parola scritta è più solenne della parola parlata, questo è verissimo; e non ho mai sentito come in questo momento la verità di questo fatto, ma io credo di avere il diritto di dirigervi il mio pensiero anche per questa via. [p. 27 modifica]

È già più d’un anno ch’io vi ho veduta, e voi sapete dove e come e quando. Nell’incertezza che mi tormenta, ho questa carissima compiacenza che anche voi ricordate quel giorno, quell’ora, quel momento. E da quel giorno, miss Emma, voi lo sapete io non ho pensato che a voi, io non ho cercato che voi, io non ho vissuto che col vostro nome sulle labbra, colla vostra immagine nel cuore. Ho amato tutte le creature vestite di azzurro, ho prestato un culto di adorazione al cielo azzurro, ai fiori azzurri, ai nastri azzurri, perchè vi aveva veduta per la prima volta vestita con un abito bianco stretto da un lunghissimo nastro di quel colore. Perdonate la mia puerilità, ma io ho adorato le lettere dell’alfabeto che, intreciate fra loro, formano il vostro nome. In tutto quest’anno di speranze ineffabili e di tormenti senza nome ho voluto aver la potenza di Napoleone il grande, il genio di Byron, le ricchezze di Rothscliild per essere degno di voi, per poter gettare ai vostri piedi potenza, oro e genio, e dirvi: tutto questo è vostro, tutto questo in cambio d’un sorriso che mi dica: io ti amo.

Io vi ho seguita da per tutto, a Londra, a Bath, in Italia; io son riuscito a farmi presentare a casa vostra, mi son fatto amare da vostra zia: io mi son sentito trascinato nella vostra orbita, e senza di voi e fuori di voi non mi sentiva vivo. Ed io taceva sempre. Timido, riservato, a volta a volta pieno di terrore per l’orgoglio di avervi osato amare, io taceva sempre e vi guardava.

Con uno guardo avreste potuto farmi il più infelice tra gli uomini, potevate allontanarmi per sempre da voi; ma invece voi vi lasciavate guardare; e quando nei miei occhi versava tutto il fuoco della mia passione, dei miei desiderii, tutto il torrente dei miei pensieri che eran tutti vostri; quando, guardandovi profondamente, caldamente, convulsivamente, io parlava colla parola delle pupille ai vostri occhi, voi smarrivate sovente la serena e malinconica pace del vostro volto; i vostri occhi lampeggiavano anch’essi e d’un subito nascondevano il loro fuoco sotto il velo delle palpebre.

Oh! non dite che non mi amate: io non lo cre[p. 28 modifica]eterei. Chiamatemi stolto, superbo: insultatemi col peggiore dei vostri disprezzi ma non mi dite una menzogna inutile. — Al disopra delle molte reticenze dell’educazione, al disopra dell’ipocrisia, al disopra delle cento lingue che separano gli uomini e li fanno stranieri gli uni agli altri, Dio ci ha lasciato un raggio di luce del suo paradiso; e ce l’ha messo nel fondo delle nostre pupille. Due occhi nel lampo d’un minuto possono scagliarsi contro torrenti di bile, vampe di desiderio, onde d’amore; l’occhio può odiare, può disprezzare, può adorare; può fremere, può dubitare, può bestemmiare e benedire. L’occhio può comandare e obbidire; può chiedere e rispondere; può tutto fuorchè mentire. Così cogli occhi vostri avete detto d’amarmi e se mi amate, perchè mi fuggite?

E voi mi fuggite da un mese: voi mi fuggite da quella sera in cui a bordo del Thyne noi passavamo insieme la Manica. Voi ritornavate da un viaggio in Italia fatto colla vostra zia, viaggio che io aveva fatto con voi, accompagnandovi di lontano, e scomparendo e ricomparendo a volta a volta, or combattuto dal rispetto e dalla convenienza, or trascinato nell’orbita del mio sole. Ma il Thyne ci aveva raccolti sotto lo stesso tetto, e, in una bellissima sera, col mar tranquillo, colla luna che si nascondeva e compariva fra i fiocchi densi di fumo del nostro battello, voi eravate seduta sopra una banchetta del cassero avanti la vostra zia, che dopo aver ascoltato il mio lungo cicaleggio si era addormentata.

Voi mi lasciavate parlare, e guardando la luna, vi compiacevate di nasconderla ad ogni momento agli occhi vostri con un grazioso piegar del capo che vi faceva sparire l’astro della notte dietro il tubo nero nero del camino. Io non so quel che dicessi, ma parlava sempre; e continuava a parlare, perchè mi ascoltavate volentieri.

Io non vedeva la luna, nè il solco bianco e spumeggiante e tranquillo che il Thyne apriva nel campo di bronzo dell’Oceano, io non vedeva che una cosa sola, il vostro volto divino che sembrava tuffarsi tutto nella luce serena e argentina della luna. Avevate tirato all’indietro i vostri ricci che allungati dall’aria [p. 29 modifica]umida della notte vi baciavan le vostre spalle, quando una brezza capricciosa non li portava ad accarezzarvi il mento.

Non ebbi in quelle ore che un solo dolore che mi fece ripensare cose tristi: era la vista delle coste d’Inghilterra che si andavano facendo sempre più chiare ai miei occhi. Voi in tutta la sera non mi diceste che una parola sola:

«Che ne dite William? un tubo di ferro basta a nascondere tutto un mondo, un fiocco di fumo basta a celar tutto il mar di luce che spande intorno la luna.

Non è forse così di tutta la vita, di tutto l’uomo? Vedere il cielo e non toccarlo mai, sentir Dio e non intenderlo, abbracciare il mondo e morire di mal di ventre?

» Non so quel che risposi, ma ben ricordo che voi un momento dopo avete lasciato cadere sul cassero il vostro fazzoletto su cui appoggiavate il vostro capo. Io mi chinai a raccoglierlo, le nostre mani si incontrarono e la vostra strinse la mia. Quanto abisso mi si aperse in quel momento! Emma, il tempo non esiste per il pensiero, l’orologio non fu fatto per misurare i moti del cuore.

Questo so, che voi di quella stretta vi pentiste o aveste paura... Vi levaste in piedi, diceste che l’aria della notte vi faceva male; svegliaste bruscamente vostra zia e con essa vi ritiraste nella vostra cabina. Tutto questo fu l’affare d’un minuto; credetti d’aver sognato

non so se risposi al vostro asciutto e freddo

Buona notte M.r William. Questo solo ricordo, che rimasi solo, inorridito di me stesso: tremante come un fanciullo, colla coscienza di essere in un momento solo un verme e un Dio. Metà dell’anima mia gridava ancora esultando: William, tu sei l’uomo più felice del mondo mentre l’altra metà malata, intirizzita, mi gridava ancor più forte: tu sei la più sciagurata, la più miserabile delle creature vive.

Da quella sera, miss Emma, un abisso ci ha separati.

Voi mi avete sfuggito, e non contenta di cambiare ad un tratto il luogo della vostra passeggiata, la casa dei vostri ritrovi, voi non avete più voluto incontrare [p. 30 modifica]i miei occhi per quanto questi vi cercassero sempre, domandandovi l’elemosina d’uno sguardo. E perchè mai mi avete stretto la mano, se questa felicità d’un istante doveva darmi tanto dolore? E che avete in voi che sia più forte del vostro cuore? Perche e come avete nell’anima vostra due genii, uno dei quali benedice e l’altro maledice? Perchè mi straziate voi a questo modo?

Non sapete voi forse che cosa sia il dolore? Non sapete voi che io vivo soltanto, perchè mi tormenta e mi innamora il pensiero crudele che anche voi soffrite, che anche voi maledite qualche cosa o qualcuno che s’è posto fra me e voi? Sì, io vi vedo ogni giorno con gioia crudele divenire più pallida; e spésso leggo sul vostro volto colla voluttà dell’assassino le lagrime da voi versate nel silenzio della notte. Yoi non dormite e voi piangete; casi come io piango, così come io non dormo.

Questa barbara gioia mi tien vivo, questa voluttà crudele mi tiene in sesto la ragione che ad ogni momento sta per rompere la volta del mio cranio, coll’eruzione del delirio, coll’incendio della disperazione.

Io vi amava, vi amava in silenzio; vi amava tanto che l’idea che un giorno avreste potuto esser mia mi dava la palpitazione di cuore, mi faceva quasi paura.

Non mi sentiva degno di voi; voleva adorarvi, voleva circondarvi poco a poco di un’atmosfera che fosse tutta un’emanazione del mio cuore. Yoi non sapete qual riforma avete fatto del mio carattere per rendermi degno di voi. Dove trovava una macchia, dove scopriva una debolezza, io vi portava il ferro e il fuoco e vi metteva al posto della macchia e della debolezza il vostro nome, la vostra immagine divina, il mio amore per voi. Io aspettava di sentirmi perfetto, di sentirmi degno di voi per potervi dire colle labbra tremanti ma colla fronte alta: Emma, io voglio esser vostro! datemi la mano, siamo degni l’un dell’altro.

E il giorno non era venuto ancora. Io vedeva spuntare di lontano nella nebbia dell’orizzonte l’alba di quel giorno, di quell’ora di paradiso ma un immenso desiderio, ma un’angoscia senza nome mi davano coraggio ad aspettare, perchè in fondo di quella via io vedeva la mia Emma. Ah Emma, miss Emma, voi mi in[p. 31 modifica]tendete di certo voi sentite in qilesto momento quel ch’io sento!

Ma voi avete rotto l’incantesimo, voi avete gettato a terra dalle fondamenta il tempio dove voleva collocare il mio Dio, voi avete colle mani crudeli strappato dal cespuglio di rose il nido dove aveva a collocare il nostro amore; avete messo quel nido sotto i vostri piedi; l’avete calpestato, l’avete fatto in pezzi. Ed io lio gettato il bastone da pellegrino con cui andava alla mia Mecca, e ho gridato come un viaggiatore che, ritornando in Europa colla fortuna laboriosamente raccolta in molti anni di lavoro e di stenti, si trova assalito dai ladri. Sì, miss Emma, io sono stato brutale. Io mi son presentato alla vostra zia e vi ho chiesta in isposa, vi ho chiesta, come foste una donna qualunque; come se anch’io, venuto all’età di raccoglier le vele, avessi deciso di prender moglie. Vi ho chiesto la vostra mano, per l’eternità, prima di sapere se a bordo del Thyne essa aveva stretto la mia per distrazione o per amore. Ho battuto alla porta del Paradiso, e col denaro in mano ho picchiato, perchè il portiere mi aprisse, perchè mi desse il mio biglietto d’entrata.

Giammai potrò perdonarmi questa brutalità, questo at" to d’uomo disperato.

E sapete voi che cosa mi rispose la vostra zia? •— Si fece seria in volto, si turbò assai, ebbe gran difficoltà a poter pigliar fiato e potermi rispondere; ma poi timidamente non seppe dirmi altro se non queste parole: Domandatene a miss Emma. Essa ha il giudizio d’una vecchia signora, ella è il solo giudice di queste quistiojii, i suoi desideri sono i miei... E parlando e salutandomi, mi parve che mi guardasse con compassione, con tenerissima compassione.

Ed io son qui ai vostri piedi, come un condannato che dopo un lungo carcere ingiustamente patito, coll’animo rotto e colle vertigini dello scoraggiamento, aspetta una parola che lo ritorni ad esser uomo...

Ed io son qui, miss Emma, avvilito di aver chiesto la vostra mano ad una zia, di aver scritto cose che gli occhi nostri soltanto avrebbero dovuto dire, di avervi fatto una domanda brutale, sconveniente, indegna di [p. 32 modifica]voi e di me. Mi son trovato col mio palazzo in rovine, col mio tempio scomparso: mi son visto lacero, affamato, avvilito, in mezzo ad un deserto, e pochi momenti dopo essermi creduto il Ite dei Re ho domandato il pane dell’elemosina al primo viandante... E questo pane l’ho chiesto a voi; mia regina, a voi Dio del mio cielo.

EMMA A WILLIAM.

Londra 12 Gennaio 18...

M.r William, io provo un’immenso dolore nel dover rispondere alla vostra lettera; e voi vorrete credere sicuramente ad una povera creatura molto infelice, molto debole, ma che non ha mai mentito.

Prima di scrivervi io ho pianto assai, ma M.r William io non posso essere la vostra sposa; io non posso essere la moglie di alcun uomo. Non me ne domandate la ragione; non accrescete colla vostra curiosità il mio dolore. Dimenticatemi; voi siete giovane, siete ricco di ingegno e di forza; dedicate le splendide ricchezze dell’animo vostro a far felice una creatura che può accettare il vostro amore. Dio è generoso; il mondo è popolato di bellissime e carissime creature degne di voi.

Fate felice e superba una di esse.

Sopra tutto dimenticatemi, ve ne scongiuro in nome di mio padre.

WILLIAM A EMMA.

Londra 18 Gennaio 18. .

No, miss Emma, io non vi dimenticherò; no, io non andrò a gettare il mio fazzoletto tra le figlie di Èva; per me non c’è che una donna sola nel mondo e siete voi; per me non c’è che un modo solo di vivere, ed è di vivere con voi.

Perchè non avete avuto il coraggio di scrivermi che non mi amate? Avrei avuto il coraggio di morire: ina voi mi amate; me lo dite cento volte nella vostra lettera.

Io leggo il vostro amore in ogni parola, in ogni [p. 33 modifica]seguo che la penna ha lasciato sul vostro foglio crudele.

Voi non sarete mai d’altri, ma non sarete neppur mia. Non capite voi che questa è più crudele tortura di quante seppero immaginare i crudeli inquisitori di Spagna? Non capite voi che a questa tortura non vi ha calma che basti? Non capite voi che la pazzia e il delirio sono i frutti di questi tormenti?

Qual mistero vi circonda? qual è il genio del male che si è messo fra me e voi? Chi è più forte di noi?

Chi osa nel silenzio stritolare ad una ad una le articolazioni di un bambino innocente: rompere le membra del nostro amore? Chi mai osa dirsi più forte del nostro amore? Perchè non mi avete detto che mi odiate?

Non vi avrei creduto; forse avrei potuto pensare che mi avete amato, ma che ora un amore più potente, più grande aveva cancellato il mio. No, non avrei creduto neppur questo. Ma perchè almeno non avete tentato di farmi disperato e moribondo, e morto in una volta sola? Chi vi dà diritto di tenermi sospeso fra cielo e terra, con un piede nell’inferno e la chioma in paradiso?

Chi vi ha dato ad un tratto il genio dell’assassino e del carnefice?

Miss Emma, miss Emma, abbiate compassione di me che vi amo tanto, che piango come un fanciullo...

ma anche voi mi amate.

WILLIAM A EMMA.

Londra 15 Gennaio 18..

Perchè tacete miss Emma? Perchè siete tanto crudele?

siete forse nata in Ispagna? Avete nelle vostre vene il sangue di San Domenico? Uccidetemi per carità in una volta sola; ogni fibra del mio cuore spasima, ogni sentimento piange; tutte le facoltà dell anima mia non sono che dolore; tutto quel che sono, tutto quel che penso, non è che dolore. Non avrei mai creduto ohe l’uomo potesse soffrire tanto e non stancarsi nel dolore. Aveva ragione Byron di dire che il doloie è mezza della sua immortalità. [p. 34 modifica]

La fama si sazia, la gioia si sazia, il lavoro si stanca, il pensiero riposa; dorme l’ambizione, dorme l’avarizia, dorme il genio; ma il dolore non dorme, non posa, non si sazia di se stesso, ma come la fenice della favola antica si rinnovella dalle proprie ceneri e quando i nervi non bastano più a tanto tormento, il dolore cambia di forma e rimane più crudele e sempre nuova la tortura. Dopo l’ira elle morde sento lo strazio che mi adunghia, dopo lo strazio la disperazione, dopo la disperazione l’amarezza, dopo l’amarezza lo sconforto, e poi di nuovo lo strazio e la tortura, il vampiro che mi sugge il sangue dal cuore, lo sgomento d un sogno spaventoso; e sempre un abisso di dolore senza fondo, senza confini, nero, eterno, gelato, inesorabile.

Ali! miss Emma, chi lia osato ridere della religione non ba mai sofferto.

E voi siete il carnefice di tanta tortura; e voi sola in questo mondo die mi intendete, potete capire quanto sia il mio dolore. Yoi non fate patire in me un uomo solo, ma due generazioni di uomini... voi lo sapete.

In me l’amore lia saldato insieme due razze, due destini, due mondi. Mia madre era italiana, il padre mio inglese; erano due nature che più lontano, più diverse la natura non fece mai; e l’amore il più potente degli alchimisti, fu chiamato a fare il miracolo di riunirli in un solo; ed io sento in me due nature, due mondi di pensieri, di sensazioni, di gioie e di dolori. Sento in me ad ogni tratto il Vesuvio e la nebbia di Londra; e voi sorridendo mi avete più d’una volta chiamato vulcano o nebbia, secondo che in me parlava l’italiano o l’inglese. Giammai io ho sentito come in questi giorni che cosa voglia dire essere un uomo doppio. I sensi caldi, la fantasia ardente, m’accendono colla celerità del lampo; sento che in me Moncibello e Vesuvio divampano in una volta sola e mi guardo e mi tocco, credendo che tanta fiamma consumi il mi* corpo gracile e sottile, e soffro e godo e sento come i figli di quella terra che diede Dante e Leopardi, Machiavello e i Borgia; mai sensi non mi divorano, ma la fantasia non mi consuma: nel mio cratere non ho mai veduto la cenere, ma sempre il fuoco ardente. Io [p. 35 modifica]ini sento un uomo d’amianto che è sempre fra le fiamme e mai si consuma. — In mezzo al delirio l’uomo inglese non muore; ed io mi osservo, ed io numero i palpiti del mio cuore, ed io sforzo la volontà perchè spenga il fuoco; e l’uomo d’azione e l’uomo del senso insieme respirano, insieme combattono e soffrono insieme.

E dopo il delirio, quando l’uomo del mezzogiorno consumato dalle fiamme dorme e riposa, l’inglese sorge più fresco, più attivo, più eccentrico che mai, e rinnovella la passione e fa risorgere il dolore. Sento come un italiano, agisco come un inglese; e se il moto perpetuo esiste, e se il dolore eterno non è un sogno; in me io trovo il moto perpetuo e l’eterno dolore.

La natura che ha dato i vulcani all’Italia, le ha dato la brezza profumata dei boschi d’aranci; la natura che ha dato al tropico la gelosia dell’Arabo e le voluttà del serraglio, gli ha dato ancora i lunghi sonni e i beati sbadigli; ma io ho il vulcano e la nebbia; ho l’intensità e l’estensione del dolore. Perchè mai l’amore si permette questi scherzi crudeli? Saldare insieme l’orso bianco ed il tigre, il pino e la rosa, il ghiaccio e il fuoco?

Mentr’io soffro di un dolore senza nome, che dovrebbe spegnersi nel pianto che non ha parole, nel delirio che non ha pensieri; la volontà dell’inglese vuol dominare il dolore, vuol dargli forme di pensiero elevato, vuol cambiare la tortura in un’arte, vuole nelle visceri palpitanti e straziate cercare il bello. Emma, Emma, voi capivate tutto questo, voi avreste potuto educarmi, voi avreste saputo trovare il segreto di ordinare tutte queste forze, sicché io non fossi un paradosso vivente, ma un uomo utile e buono.

Emma, perchè vuoi uccider te stessa, perchè vuoi farti suicida?

Voi lo sentite: non è superbia la mia. Le nostre anime son saldate insieme, i nostri cuori battono in uno stesso tempo, il fiato dell’anima vostra cerca il mio; uccidendo William, voi, date morte a voi stessa. Perchè volete morire, voi, così giovane, così bella, così cara? — Perchè volete far morire due creature che messe vicine sarebbero tanto felici, che benedirebbero [p. 36 modifica]l’ora in cui s on nate, e il padre e la madre, e il Creatore cine li aveva fatti l’un per l’altro? Qual’è la parola, qual’è il segreto che spiega questo orrendo misfatto?

— Io divento superstizioso; mi par di sentirmi nella grotta fredda e umida di una sibilla che non vedo, mi par di sentirmi i brividi e di attendere da una parola magica la sentenza del mio destino. Esiste dunque il fato; esiste dunque l’incubo e la strega e la magìa e l’arcano, l’inesorabile silenzio del tempio e la parola che uccide senza giudizio? esiste dunque la spada invisibile del destino che piomba sul capo senza diritto e senza ragione, che fa sogghignare il cinico, che fa bestemmiare contro la vita, contro la provvidenza, contro Dio?

Perchè non divento io pazzo? Perchè non posso io morire? Ma fossi l’ultimo, il più povero, il più infelice, il più spregevole degli uomini, sono un uomo anch’io e voi, donna, dovete porgere la mano a chi soffre tanto. — Accarezzate un’ultima volta la vostra vittima prima di consegnarla al laccio del boja; siatele cortese d’una parola, d’una parola sola.

Io non vi domando l’amore, non vi domando la pietà, vi domando l’elemosina di una parola. Rispondete alla mia ultima lettera. Son tre giorni che io vi ho scritto; capite voi, Emma, che cosa voglia dire tre giorni?

Tre giorni e tre notti; settantadue ore, dopo aver letto un pezzo di carta firmata da voi e che mi diceva che non potevate essere mia! Le leggi moderne permettono ancora la pena di morte, ma il condannato si sente leggere la propria sentenza; egli conosce perchè lo si ammazza. Dovrei io esser trattato peggio di un assassino, peggio di un parricida?

Son tre giorni che avete ricevuto la mia lettera, e avete voi saputo tacere tre giorni? Non siete voi dunque una donna... non siete voi neppure un uomo? Voi siete morta di certo, non potete esser viva, sapendo che a pochi passi da voi, che dinanzi alla vostra casa, intorno alle mura del vostro giardino si agita uno spirito che è vostro, che è parte di voi stessa, che muore di gelo, che batte i denti di freddo, e a cui nessuno apre la porta per riscaldarlo. Voi siete morta di certo, [p. 37 modifica]miSs Emma. — Io sono vile, io sono vile: io vi domando per pietà, in nome di vostro padre che nominate sempre e che io odio come odio voi, come tutti gli uomini, come tutto l’universo... in nome di vostro padre una parola...

EMMA A WILLIAM.

Londra 1G gennaio 18..

In nome di mio padre che voi odiate, in nome del vostro amore per me, dimenticatemi, William.

Non sapete voi che soffro anch’io, che anch’io maledico quel destino di cui avete raccapriccio, quel destino che non è un sogno fantastico della nostra mente, ma che esiste, ma che è al di sopra di noi e più forte di noi? Povere goccie di un mare senza confini, noi dobbiamo al mare la nostra gioia, i nostri dolori. Il dovere esiste prima di noi, l’umana famiglia esiste prima di noi, e ad essa dobbiamo il nostro sacrifizio di lagrime e di sangue. La creatura d’un giorno non ha diritto di spegnere il sole per riscaldare se sola o il nido dei proprii amori.

Dimenticandomi, William, voi adempite un dovere, fate un atto generoso, nobile, grande, ed io lo adempio con voi. Nel vincolo di un santo dovere noi saremo stretti insieme per tutta la vita. Ricordate pure la vostra Emma, ma amate un’altra donna; sopratutto dimenticatemi.

L’amore non è tutto l’uomo, al di sopra di esso vi è il dovere, al di sopra di esso vi è la virtù, vi è la grandezza del sagrifizio, vi è la felicità della famiglia umana. Tutte le creature amano, tutte le creature ardono il loro fuoco d’amore; ma l’uomo soltanto può spegnere l’amore per diventare nobile e grande.

Spegnete il Vesuvio, William, e ridiventate inglese.

Io non soffro meno di voi, ma so tenermi calma, ma so asciugare le lagrime, perchè non cadano su questo foglio e vi lascino un fuoco che vi consumi, mio buon amico.

Io son tutta inglese, sapete, e poi e poi, mio William, io ho sofferto sempre, io sono maestra nel dolore, e voi vi ribellate contro la sventura, perchè questo [p. 38 modifica]è il primo dolore che voi soffrite. E’ grande, e infinito, mio William; io lo so, mio William, quanto sia infinito; ma prima d’ora io ho pianto e mille volte e per anni ed anni ho sofferto, sicché la mia vita mi par già assai lunga.

Ma questo dolore è il primo, è il più grande dei miei dolori; mi schiaccia, mi toglie tutte le mie forze, mi uccide. Non vi basta, mio William, ch’io vi dica questo?

Non vi basta ancora? Volete sapere altro?

Io sola non mi son sentita il coraggio di combattere:

e in quei tre giorni di silenzio nei quali la fantasia vostra mi figurava tutta intenta a tormentarvi, cercavo, imploravo ad altissima voce degli alleati. La mia buona zia piangeva con me, ma aveva aneli’ essa bisogno di quella forza, ch’io le chiedeva — Dopo due giorni di pianto, mio William, ho raccolto tanta forza che bastasse per recarmi dal vecchio medico di mio padre, colui ch’egli mi consigliò di consultare nei più gravi momenti della vita.. Ebbene, quel buon vecchio, dopo aver passato con me un’intiera giornata, mi ha imposto di partire dall’Inghilterra. E quando voi leggerete questa mia lettera io sarò già sul continente. Non domandate dove porterò i miei passi e i miei dolori. Lasciate solo una riga a casa mia che mi dica che voi mi ubbidite, che voi vivrete, che voi farete ogni sforzo per dimenticarmi, per trasformarvi in mio fratello. E poi, William, giuratelo, non mi cercate; fate di non scrivermi più mai.

Addio, mio William: non spegnete la vostra giovinezza, la vostra forza, il vostro genio in una sterile via che non può condurvi che alla disperazione. Siam creature troppo deboli per combattere contro tutti. Che la vostra vita non sia una maledizione! Guardatevi intorno, vedete quante cose difficili potete fare: quante grandi verità potete conquistare: lavorate, consolate, rialzate i caduti, confortate gli avviliti, animate la gioia e la verità intorno a voi.

Fate tutto questo per amor mio, per amore della vostra Sorella Emma. [p. 39 modifica]WILLIAM A EMMA.

Sì Emma vivrò perchè mi amate: vivrò perchè dovete

  • amarmi eternamente; non vi dimenticherò mai, ve lo o-iuro; amo voi sola, mio tesoro, mio Dio, mio tatto.

WILLIAM A EMMA.

San Terenzo, 20 acrile 18., Mia sorella, maleditemi, ma ascoltatemi. Io non so resistere a dirvi subito che son cpii presso a voi: è una gioia troppo grande questa, perchè la possa nascondere, perchè la possa tacere. Qui dove mi trovo vedo la casa dove abitate, vedo le finestre chiuse dietro a cui state questo momento sognando o sospirando. Era me e voi non vi sono che due palmi di giardino: e le canne del mio orto, mosse dalla brezza marina, accarezzano amorose le pareti della vostra casa.

Io non ho chiuso occhio tutta la notte. Da ieri sera non sentite voi che l’aria di San Terenzo è diversa di prima? Io mi sento così pieno di felicità, così inebbriato d’una beata inquietudine che mi pare da ieri sera che tutti debbano accorgersi ch’io sono l’uomo più felice del mondo; e (non ridete) mi son già guardato più di dieci volte nello specchio per vedere se quest uomo che godeva tanto, che sentiva tutto un mondo nuovo esultare nelle sue viscere, era proprio io.

Dopo aver osato rompere la mia promessa di non cercarvi non v’è più peccato che mi sembra grave; e oso ancora violare un altro giuramento, quello di non iscrivervi più; ma scrivendovi avrei tante e tante cose a dirvi che non so per quale incominciare e in me balza e si agita uno spirito che non lascia posa al pensiero

e levo gli occhi ogni minuto dal foglio per guardare la vostra finestra; e sento che tutta l’anima mia circonda la vostra casa di un’atmosfera di amore e l’accarezza come la cosa sua più cara, più santa.

Non posso più contenere i miei pensieri nelle dighe [p. 40 modifica]di questo foglio e voglio sùbito die voi sappiate che son qui a San Terenzo con voi; voglio sùbito che mi* scacciate lungi da voi le mille miglia o che posando la vostra mano sul mio capo mi diciate con un vostro sorriso. William, fratello, io ti perdono.

Addio, Emma, vado a cercare chi vi porti questa mia lettera.

WILLIAM A EMMA.

San Terenzo, 20 aprile 18...

Sono escito colla mia lettera; il cuore mi batteva forte ed io mi sentiva così turbato, che se un carabiniere mi avesse incontrato per la via mi avrebbe sùbito arrestato, vedendo in me il volto di chi sta per commettere un grande delitto. E infatti non ho io violato la parola data?

Son passato dinanzi alla vostra casa: era chiusa; chiuse tutte le finestre; tutto dormiva. Ho fatto il giro della casa, e là dove la parete s’innalza sopra un sentiero campestre, mi son guardato intorno; e non vedendo alcuno, mi sono avvicinato e ho baciato quella parete. Non avete voi sentito quel bacio? — Fuggii come se avessi ucciso un uomo, e per più di mezz’ora turbato, confuso, col corpo tutto in sudore mi sono gettato per viottoli solitari!, fra i boschi di olivi, ora guardando alla vostra casa, ora al mare, ora al cielo, finchè la stanchezza dei muscoli m’ebbe dato un poco di calma. Oh, come mai il fragile corpo dell’uomo può tener chiuso in sè tanto fuoco, tanto delirio, tanta vita; tutto un mondo di gioia che combatte con un altro mondo di dolore?

Sono ritornato al villaggio per la via del mare; camminava lesto lesto sull’orlo dell’acqua, e mi divertiva a veder cancellare le mie orme lasciate sulla finissima arena del molle e bianco merletto delle onde che parevano volermi baciare i piedi. Qual fascino riunisce tutti gli uomini su quell’orlo sottile che separa la terra dal mare, il finito dall’infinito; la vita di un giorno dai sogni eterni della speranza e del desiderio! [p. 41 modifica]

Domandai se in San Terenzo vi fosse nna posta; mi dissero di no, che conveniva portar la lettera a Lerici;. non v’era altro mezzo che cercarmi un messager0 Lo trovai, e messomi a seder© sopra un muncciuolo attesi coll’orologio in mano il ritorno del piccolo oescatore dai piedi nudi che aveva mandato colla mia lettera Due volte credetti eli© la lancetta dell’orologio non camminasse e ravvicinai al mio orecchio; poi impaziente chiusi gli occhi, tormentai colle mani le pianticelle di menta sulle quali mi era seduto e che profumavano l’aria all’intorno.

Oh! mia Emma, se un uomo senza amore guardasse un innamorato, come dovrebbe trovarlo ridicolo!

Il mio pescatore ritornava pochi minuti dopo, saltellando di sasso in sasso, ma aveva ancora la mia lettera fra le mani. Chiusi gli occhi di nuovo, come fanno i bambini, quando credono che così facendo non saranno veduti. Seppi dal mio messaggero che la porta era ancor chiusa, nè vi era un campanello o altro per risvegliare i dormenti. Il mio vispo messaggero non si era però dato vinto dinanzi alla porta chiusa, e si era arrampicato sull’inferriata del pianterreno, ma tutto era chiuso o fin nella cucina, mi diceva egli, non si vedeva neppure il gatto. Era venuto di corsa a domandarmi, se potrebbe picchiare nella porta con una pietra per svegliare quei signorini, che dormono alla pisana... diceva ridendo e facendo smorfie vivacissime con quel suo volto bruno, intelligente, sporco.

Gli dissi di no, lo ringraziai e riportando la mia lettera, son qui di nuovo a scrivervi. Oh! 1 amore trasforma davvero l’uomo in un ragazzo: ma il fanciullo è anche la creatura più calda, più innocente, più irrequieta del mondo.

E sono qui col capo che mi vuol scoppiare, ma colla calma necessaria per farvi le mie scuse, per giustificarmi, per difendermi, sicché mi abbiate a perdonare il mio peccato.

Voi siete partita da Londra ed io vi son rimasto. Ecco tutta la storia di quel dolore che in tre mesi non ho potuto vincere e che per la prima volta in mia [p. 42 modifica]vita, e spero per l’ultima, mi ha fatto spergiuro alla mia parola.

Dopo alcuni giorni, quando la stanchezza della disperazione mi diede tempo e modo di pensare e di ritornare un uomo, io immaginai un modo di poter vivere. Appena alzato io vi scriveva, e per due o tre ore io era con voi. Piegava la lettera, come se avessi potuto impostarla, faceva insellare il mio cavallo, e a caso entrando nel primo parco che incontrava, mi dava a tutto lo sfrenato galoppo del mio Blitz, su e giù per i lunghi viali, e immaginandomi di raggiungervi e di consegnarvi io stesso la mia lettera che portava sempre meco. A quell’ora io era il solo cavaliere che pestasse l’arena dei parchi di Londra; e la fantasia riscaldata dal pensare sempre ad una cosa sola mi dava tale illusione che io, isolato olfatto dal mondo esterno, sulle ali del mio cavallo, correva e correva, sbarcava sulla costa del Mediterraneo, trovava la vostra casa, vi vedeva alla finestra, vi vedeva sorridere, vi salutava. E poi, e poi, io mi rizzava sulle staffe; voi allungavate il braccio ed io vi consegnava la mia lettera. Ed io andava così smarrito in questo sogno, che finché la stanchezza del mio cavallo, non mi obbligava a rientrare, io era ancora con voi.

Rientrato, io era così stanco che poteva sdraiarmi e passare una o due ore in un sopore inebbriante che mi lasciava vivere senza far nulla.

Alzato da quel letargo che avrei voluto durasse tutta la vita, rientrava nel mio studio, rileggeva la mia lettera, e immaginandomi di essere voi stessa, rispondeva una lunga lettera a William, e la piegava e vi scriveva il mio indirizzo. A voi devo dir tutto, perchè sappiate quanto io vi ami. Più d’una volta io ho impostato quella vostra risposta fatta da me e ho giubilato, quando il mio servo me la portava col bollo della posta.

Questa non era sicuramente la vita che voi mi avevate impesto di vivere, ma io non poteva condurne un’altra; e fuori di essa non poteva intendere e immaginare che il suicidio. Voi mi avevate scritto di studiare, di rialzare i caduti, di confortare gli avviliti, di seminare [p. 43 modifica]la gioia e la verità intorno a me; ma il vostro povero William invece non sapeva fare che una cosa sola: amarvi, amarvi con tutta la forza che dà la disperazione.

Poco a poco però quell’esaltamento continuo in cui mi trovava, quell ’immaginarmi vivo e attivo in un mondo che non esisteva mi trassero in una specie di demenza, in una vera follia che mi metteva paura più che la morte; e fin da giovinetto ho sempre avuto più orrore di quella morte della ragione che si dice la pazzia, che della morte intiera che non è poi che la negazione della vita, la negazione d’una ben povera cosa.

Allora risorsi ad un tratto come una molla compressa da lunghi anni e che, levato il peso, solleva e schianta ogni ostacolo. In pochi minuti vidi chiaro il mio posto nel mondo, sentii che tre mesi di separazione mi avevano fatto sempre più innamorato di voi, sentii che senza di voi la vita era per me un peso insopportabile, una tortura senza nome. Yi aveva promesso di vivere, ma, continuando così come faceva da tre mesi, sarei divenuto un povero demente, e voi di certo, voi così buona non avreste voluto fare del vostro William un pazzo. Allora pensai di cercarvi, di cercarvi in capo al mondo, se fosse stato necessario di domandarvi il vostro amore o la restituzione della mia parola. Era un dilemma crudele, ma inesorabile: io non ne sapeva veder altro, non ne poteva immaginare uno migliore.

Nei labirinti del cervello, fra i vulcani del cuore mille e mille pensieri sorgono, si accavallano, si intrecciano; mille passioni si fondono, si equilibrano, si elidono; ma venuto il dì della battaglia, ogni nebbia sparisce, ogni delirio s’acclieta, ogni convulsione si calma e sul campo trasparente dell’azione rimane con matematica crudeltà dinanzi a voi un dilemma; la lotta di due principii, di due passioni, di due individui, di due epoche, di due armate; due cose insomma, delle quali una deve vincere e l’altra deve perdere; due cose vive, una delle quali deve morire.

E per me il dilemma era uno solo; o vivere col vostro amore, o morire. [p. 44 modifica]

Rientrato dal mondo dei sogni sul terreno dell’azione, consumata tutta la poesia italiana che mi faceva così caldamente innamorato, ritornai a sentirmi tutto inglese, non dubitai un momento che io non vi. avrei potuto trovare. Voi odiate il freddo e i pini e i tetti grigi del nord; non potevate essere die in Italia; e dal vostro viaggio in quel paese voi avevate riportato due care memorie, che insieme le tante volte avevamo accarezzato nelle nostre lunghe conversazioni dei crepuscoli della sera. Voi non potevate essere che a Sorrento o nel Golfo della Spezia; io ne ero sicuro. Ron è menzogna, non è poesia che il cuore abbia le sue divinazioni.

Non si può amare senza avere gran parte, senza aver forse tutta l’anima di un altro fuso colla nostra, senza avere una parte del pensiero d’un altro fuso col nostro pensiero, senza sentirsi incarnate nelle proprie viscere le viscere di un altro. Ecco perchè il cuore legge e indovina: perchè non fa che leggere in sè stesso ciò che lia trascritto da un altro libro; non fa che sentire in sè stesso insieme alla sua una coscienza che ha strappato da un’altra anima sorella.

Son venuto alla Spezia, ho frugato in ogni albergo, in ogni casa; seppi jeri sera da un barcaiuolo, che or soli tre mesi egli aveva condotto due signore a San Terenzo; una, diceva egli, molto bella e giovine e sofferente; l’altra una vecchia grassa che pareva una molto buona signora. Eravate voi certamente, voi colla vostra zia. Dissi subito a quel barcaiuolo di condurmi a San Terenzo; mi rispose che il vento era gagliardo e che conveniva ch’egli si prendesse un compagno; non volli; egli solo vi aveva condotta, egli solo doveva condurre anche William.

Mi misi al timone, la vela era gonfia fino a voler strapparsi, si volava sulle onde; ma io pativa troppo spesso di distrazione e più d’una volta arrischiai di gettare il guscio sugli scogli o di rovesciarlo sulle onde.

Gaetano non mi permise più di reggere il timone.

Eu meglio anche per me. Mi buttai sulla prora, e là chiuso fra due vele, a un palmo dalle onde, col vento fresco che mi penetrava fino nelle ossa, potei divorarmi cogli occhi tutto questo paradiso di colli ridenti, [p. 45 modifica]di scogli infernali o di azzurre pianure che si chiama il Golfo della Spezia. Amava ogni foglia d’ulivo, ogni ombrello di pino; seguiva cogli occhi amorosi ogni perla che si distaccava dall’oltremare delle onde per correre sotto la sponda del nostro schifo e sparire; assaporava colla bocca aperta l’aroma del mare, godeva con ogni senso di quel paradiso, perchè era il nido in cui si era nascosta la mia Emma.

Giunsi a San Terenzo all’ora del crepuscolo; andai subito al caffè dell’Unione, e senza prudenza alcuna, anzi con selvaggio ardimento, domandai il vostro nome

seppi ciò ch’io già sapeva; presi in affitto una camera in faccia alla vostra; mi sentii per un momento il più felice degli uomini; ma la mia felicità non mi portò al delirio, perchè ho saputo attendere, perchè dopo aver veduto alla sera il vostro volto pallido e divino alla finestra, ho saputo resistere e son rimasto in casa; perchè a pochi palmi da voi ho saputo strozzar nella gola un grido che mi prorompeva violento: Emma, Emma; e fuggito dalla finestra, mi son gettato sul letto, soffocando il grido e il volto, e tentando di smarrirmi in me stesso, onde scordare per pochi momenti la coscienza di una sensazione così violenta che pareva dovesse uccidermi.

Il mio amore mi gridava forte forte nel petto: la tua Emma è là, è là presso di te; eésa potrebbe sentire la tua voce; essa è là ed è tua, perchè nessuno può amarla quanto William, nessuno può farla felice quanto lui.

E il tuo orgoglio gridava forte ancli’esso quanto l’amore: la tua Emma era in Europa, questo solo sapevi, e il tuo cuore ti portò là dov’ella era; come colomba che cogli occhi chiusi spiccata da lontane regioni, ritorna al suo nido; come freccia di abile cacciatore che cerca infallibile il suo bersaglio; come occhio di creatura viva e foglia di pianta sepolta che ritrova il suo raggio di sole; come l’Arabo del desei to che fiuta l’acqua dell’oasi remota; come William che cerca Emma: come Emma troverebbe William.

Credi tu, mia Emma, dopo tutto questo, che Dio non mi abbia creato per te, non credi tu forse che [p. 46 modifica]siam due rami spiccati da un tronco solo e die la mano pietosa del tuo amore deve saldare e fasciare insieme, sicchè vivano dello stesso succhio, aspirano l’aria stessa, e eternamente avvinti e saldati non vivano che cl’una vita sola?

Fuori di questo, tu puoi dirmi una cosa sola, ed è che tu ami un altr’uomo. Se questo è vero, dimmelo fra un’ora, anzi in questo momento, sicchè io muoia di dolore dinanzi alla tua casa, dinanzi a quella parete, su cui ho stampato pochi momenti sono un bacio ardente come la vita, fedele come la morte.

EMMA A WILLIAM San Teremo, 20 aprile 18...

Mio William, mio caro William, perchè sei tu venuto qui? Mio William, perchè mi ami tu tanto? — Sì, io ti dirò tutto, sì, dammi poche ore di calma, perchè possa avere il coraggio di dirti la verità; ma finchè non avrai ricevuta una mia lettera, giurami di non venire da me. Se ti vedessi, o mio fratello, non avrei più la forza di dirti tutto.

William, abbi pazienza: ora mi sei vicino; la tua sorella ti dice che non ha amato, nè ama alcun uomo di un altro amore; dunque puoi aspettare ancora poche ore. Sì, te lo prometto; entro oggi ti scriverò tutto, mio William. Concedi un momento di pace alla tua Emma: se è vero che tu l’ami, abbile riguardo:

essa è debole, è infelice; è appena comvalescente da lunga malattia; lasciala che raccolga le forze, tutte le sue forze per dirti perchè sia fuggita da Londra.

Addio, mio amico, mio fedele amico.

EMMA A WILLIAM.

San Teremo, 20 aprile 18...

Mio William, mio caro William; hai tu bisogno che io ti dica per chi batte il mio cuore, dopo tanti mesi [p. 47 modifica]di comuni angoscie, dopo tanti dolori comuni; hai tu bisogno delle parole per sapere chi ama la tua povera Emma? Non lo sai tu meglio di me? Ma Emma non può esser tua, nè d’altri; essa è legata da un santo giuramento a viver sola, a morir sola. Il mio sangue è maledetto, è sacrato fatalmente a spegnersi in se stesso; e il tuo amore e il mio, e tutte le forze umane unite insieme non potrebbero scongiurare questa sentenza inesorabile, dinanzi a cui la tua Emma ha piegato il capo già da parecchi anni; anche prima che ella ti avesse conosciuto.

Giurai a mio padre di non esser mai la sposa di un uomo, quando io ignorava che cosa fosse l’amore, e quando l’affetto per mio padre mi riempiva tutto il cuore. Giurai di non portar mai sulle mie ginocchia un bambino che mi guardasse teneramente e sorridendo mi dicesse: mamma! quando io stessa era poco più di una bambina. Ora io so che cosa voglia dire amare: so che è qualche cosa più che il vivere; indovino ora che cosa debba essere una madre: ma io non sarò mai nè sposa, nè madre, nè potrò mai violare il mio giuramento.

Oh! perchè, mio William, un destino crudele ti ha spinto sul mio sentiero, perchè mi hai tu amato, perchè mi hai tanto amato? Io sola avrei portato tutto il peso del mio dolore, io sola mi sarei perduta nel vuoto infinito della mia solitudine, sola colla memoria di mio padre, fiera di adempiere un dovere, di serbarmi fedele alle sue ceneri, alla santità della mia parola!

Perchè mai ti ho tratto nel vortice della mia fatalità inesorabile, immutabile?

Stanimi a sentire, mio William, e vedi quale dolore eguagli il mio. Non so se nascessi come tutti gli uomini piangendo, ma questo ricordo che la mia fanciullezza fu un solo pianto, che divenni grandicella piangendo e che le lagrime più amare ho versato poi, quando divenni una donna. Ho vissuto in mezzo ad un dolore che variando sempre non si stancava mai.

Giuocava colle mie sorelle maggiori; aveva carissimo sopra tutto un fratello, John, di dodici anni; e quando io non poteva vivere senza di lui, cadeva ma[p. 48 modifica]lato, e dopo pochi mesi di letto moriva; e mi ricordo di -Jenny, un angelo di sorella, sempre vestita di bianco, con una lagrima negli occhi che non si asciugava mai, e che moriva anch’essa, assottigliandosi adagio adagio, come un pezzo di zucchero che si vada sciogliendo nell’acqua. Nel crepuscolo delle mie più antiche memorie mi ricordo di aver detto un giorno a Jenny: «Perchè diventi tu ogni giorno più pallida e più sottile?» E Jenny, con uno scoppio di pianto corse nella sua camera, gridando: «Perchè io muoio.»

Nella mia casa non si rideva mai. Quando i fratelli piccini facevano chiasso, veniva nostro padre con un cipiglio così serio da far spavento a un eroe e ci faceva tacere. C’era sempre qualche malato a letto, che non si doveva disturbare. Il medico e le medicine andavano e venivano sempre da casa nostra con eterna monotonia. Anche a tavola si taceva sempre e ci eravamo abituati a mangiare senza far stridere la forchetta e il coltello sul nostro piatto, a bevere senza battere i bicchieri contro le bottiglie.

Per molti anni mi ricordo che in casa nostra si era sempre vestiti a lutto.

Eravamo dodici figli; e tu vedi, sono rimasta sola; io l’ultima; e nascendo uccisi mia madre, che non ho mai conosciuta. La zia Anna mi allevò; e l’amo tanto perchè mi dicono che molto rassomigli alla mia povera mamma.

Anche mio padre era sempre malato, tossiva sempre, e mi ricordo che per molti inverni si andava con lui a Nizza o a Pisa. Una volta si andò fino ad Alge* ri e si rimase per alcuni mesi a bordo d’una nave. Potrei contare le parole che mi ha detto mio padre in tutta la mia vita; ma spesso mi teneva sulle ginocchia e mi baciava cento e cento volte, e passava la sua mano fra i miei capelli. Egli stesso mi pettinava e mi vestiva, ed io lo amava e lo temeva in una sola volta; provava per lui una venerazione come quella che si sente quando si prega Dio in una chiesa grande e deserta.

Mio padre era così infelice, portava sul volto le traccie di un dolore così profondo, così infinito, che non lo [p. 49 modifica]si poteva guardare senza una compassione piena d’amore e di rispetto.

Venuta ai quindici anni, io era rimasta sola di tutti i fi°di nati a mio padre. Eran morti tutti tisici, e mio padre era tutti gli anni minacciato di morire nella stessa maniera. Ricordo, che abbracciandolo, io doveva badar sempre a non stringergli il braccio sinistro, perchè vi portava una piaga che i medici gli avevano aperta nelle carni. Molte volte i servitori di casa mi guardavano con aria di compassione e mi dicevano con una pietà crudele: «Questa povera Emma tien duro essa non vuol morire, ma chi sa poi che ne sarà di lei.» Una cameriera di mia zia, che era pure una buona donna, mi lece piangere una volta un giorno intiero. Mio padre mi aveva proibito di recarmi alla sera nel parco di casa, dicendo che il fresco della notte mi avrebbe fatto molto male; ma una sera la luna splendeva bellissima dietro i pini del ruscelletto ed io pregai miss Mary di accompagnarmi nel parco. Sapeva di disubbidire a mio padre, ma voleva che Mary si facesse mia alleata e mi aiutasse a commettere quel peccato. Mary esitò alquanto, e poi, coprendomi con un caldo mantello, mi disse: «Andiamo, andiamo, Emma, alla fine godi della vita che ti resta; anche le tue sorelle e 1 tuoi fratelli hanno usato di tutte queste precauzioni, eppure sono morti; vieni, andiamo, andiam nel parco.»

Io mi diedi a piangere e non volli andare a vedere la luna sotto i pini del ruscello, e, singhiozzando forte»

dissi a Mary ch’io voleva ubbidire a mio padre, e che 10 non voleva morire. Piansi tutta quella notte e tutto 11 giorno appresso.

Così, mio William, passò l’infanzia della tua Emma; così vissi l’adolescenza, e quando mi sentii donna, nell’età in cui alle altre giovinette si apre un mondo di paradiso; tutto poesia e tutto speranza, io era già abituata a non vivere che nel pianto, e vedendo la mia famiglia così infelice e senza colpa d’alcuno, più di una volta mi domandava perchè Dio fosse stato così ingiusto verso di noi; perchè mai noi soli dovessimo [p. 50 modifica]essere consacrati a vivere in un cimitero che aveva sempre aperta una fossa per noi.

La povera, zia Anna era una buona donna, e tu la conosci mio William, una buonissima donna che aveva fatto da infermiere a mia madre e agli undici miei fratelli; ma essa non mi confortava mai con lunghi e cari discorsi. Ella non piangeva mai, perchè aveva gli occhi sempre umidi e rossi, quasi fossero stanchi ormai ed esauriti per aver tanto lacrimato; e quando io la interrogava per scoprire qual terribile mistero pesasse sulla nostra casa, rispondeva qualche monosillabo e subito si occupava del mio giubettino di flanella e delle mie calze umide; ed io non poteva respirare una volta di più del solito senza che tutti se ne sgomentassero, senza che mi mettessero a letto e chiamassero il medico.

Quando fui giovinetta mio padre chiamò un nuovo medico, il dottor Thom, che d’allora in poi divenne il suo amico più caro, e che fu l’unica persona ch’io vedessi sorridere, l’unica che portasse un raggio di luce e di letizia nelle tenebre eterne della nostra famiglia. A lui devo le sole consolazioni della mia prima giovinezza.

Mio padre, quando ebbe perduti tutti i suoi figliuoli, ed io sola gli rimasi, mi faceva visitare ogni giorno dal dottor Thom, anche quando io mi sentiva benissimo; ma quel buon dottore trovava modo di non seccarmi mai, e concludeva sempre colle stesse parole: «Miss Emma è delicata ma è sana, non c’è alcun timore.»

Un autunno mio padre era più inalato del solito e il dott. Them lo consigliò a recarsi presto presto a Mentone. Si partì: ma il mio povero babbo era tanto debole che convenne fermarsi ad ogni tratto del cammino e si impiegarono quindici giorni per andare da Londra al Mediterraneo. A Mentone passò l’inverno quasi sempre a letto, ed io doveva passeggiare pei prati e pei monti sola, colla governante, perchè mio padre diceva sempre, contro il parere dei medici, che il suo male era contagioso; e non voleva che io rimanessi più di pochi momenti nella sua camera: e anche quando al mattino e alla sera si andava a dargli [p. 51 modifica]il primo e l’ultimo saluto della giornata, egli non voleva mai baciarmi sulle labbra, ma solo sulla fronte.

Sul finire del febbraio parve migliorasse alquanto. Lo zio Thom era venuto da Londra e aveva suggerito un cambiamento nel metodo di cura che lo aveva rinvigorito in pochi giorni. Si alzava, e appoggiato ad un bastone andava a passare alcune ore nel giardino. La zia Anna ed io eravamo liete assai di questo miglioramento, ma quando si cercava di far sorridere il nostro malato, crollava il capo e mostrava sul suo volto una disperazione che ci faceva paura.

Un giorno si alza per tempo e dà gli ordini di prepararci per ritornare a Londra. La zia Anna ed io, sgomentate per questa imprudente sua risoluzione, corriamo da lui, tentando di smuoverlo dal suo proposito. Il dott. Thom gli aveva imposto di rimanere a Mentone, finchè egli stesso non gli avesse dato licenza di partire, ma per la prima volta mio padre disubbidiva al suo medico. La zia Anna gridò, minacciò, io mi gettai alle ginocchia di mio padre, e, abbracciandolo stretto stretto, lo scongiurai per amor mio a voler aspettare che l’aria si fosse un poco intiepidita per intraprendere quel viaggio temerario. Tutto fu inutile, ed egli era tanto esasperato che si alzò gridando: Voglio andare a morire in Inghilterra; io voglio morire in casa mia. Non aveva mai udito quell’accento a mio padre, e ritirandomi per preparare i nostri bauli, lungamente piansi, perchè in quelle parole aveva creduto di leggere la sentenza di morte del mio povero babbo.

In otto giorni si andò a Londra: ma mio padre vi arrivò in uno stato deplorabile. Il dottor Thom, appena lo ebbe veduto, crollò il capo e disse: «questo uomo ha voluto ammazzarsi.»

Erano dieci giorni che mio padre era a letto divorato da una febbre gagliarda, quando una sera mi manda a chiamare. Era tarda l’ora ed io era già presso a coricarmi. Lo trovai solo; la lucerna era velata e nascosta. Mio padre era seduto sul letto, e appena mi appressai a lui, mi prese per mano e sentii che la sua era ardente e piena di sudore. Senza lasciare la mia di fece sedere sul letto e mi disse: «Emma, sai tu [p. 52 modifica]perchè sono morti tutti i tuoi fratelli, tutte le tue sorelle? Sai tu perchè la nostra casa e stata per tanti anni un cimitero?... Perchè io ho uccisi tutti i miei figliuoli; e mio padre si asciugò il sudore dalla fronte così pallida che pareva di cera, e si passò la mano nei capelli. — Sì, mia Emma, ho ucciso i tuoi fratelli; ho ucciso le tue sorelle ed ho condannato te ad una vita infelice.

— Babbo, mio caro babbo, tu deliri, gli mormorai.

— No, io non deliro; io era ammalato, aveva nel sangue il germe della malattia che ora mi uccide, e l’ho trasmessa ai miei figliuoli e li ho uccisi. Io non aveva il diritto di diventar padre, e ho voluto aver una famiglia; io doveva subire solo la condanna della natura, e invece ho voluto avere dei figliuoli e li ho avvelenati col mio sangue, li ho uccisi, intendi...

E mio padre, preso da un accesso di tosse fortissima, dovette riposare e bevere a più riprese per ripigliare il suo discorso.

— E tu, mia Emma, porti nel sangue lo stesso veleno; e gli sforzi dell’arte soltanto e una postuma pietà della Provvidenza ti hanno conservata, perchè avessi a chiudere gli occhi al tuo povero padre, che senza di te sarebbe morto solo, solo coi suoi rimorsi e il peso di un pentimento che non ha a finire che nella fossa; ma tu, mia Emma, non puoi diventar sposa di altri; tu non hai a diventare madre. Me l’hai a giurare, mia Emma, qui su questa carta che ho scritto per te, e che leggerai quando io sarò morto. Tu hai a vivere colla zia Anna. Fa quel che vuoi: dedica la tua vita alle arti, ai viaggi, alla beneficenza, alla religione; tutto ti concedo, ma non esser moglie di alcun uomo, mai, mai. Me lo giuri, Emma?... solo con questo tuo giuramento morrò tranquillo.

Io piangeva e soffocava il pianto per non disperare mio padre, io non capiva nulla di tutto questo; capiva solo che una mia parola avrebbe consolato mio padre moribondo; ma i singhiozzi e le lagrime non mi lasciavano parlare.

— Ma giuralo, dunque, mia Emma, giuralo; io muoio; non posso aspettare. [p. 53 modifica]

Mio padre ansava orribilmente.

— Sì lo giuro, mio babbo lo giuro.

— Giuralo per tua madre, per tuo padre.

— Sì, babbo, giuro per te, per mia madre. Vivrò e morrò sola.

Mio William, gli occhi di mio padre lampeggiarono allora di una gioia divina. Mi gettò le braccia al collo, mi coperse di baci; ed io accanto a lui piangeva e piangeva, e sentiva che le braccia e le mani sue si andavano raffreddando. Non ricordo più quel che avvenisse più tardi; questo solo ricordo che pochi momenti dopo mio padre era morto.

William, intendi ora perchè Emma non può essere tua? Intendi tu ora il mio dolore? Hai tu ancora il coraggio di maledirmi?

William, leggi che cosa stava scritto sulle pagine lasciatemi da mio padre; leggi e vedi se alcuno in questo mondo possa dirsi più sventurato di me.

Addio, William, vieni a vedermi, dopo aver giurato a te stesso che non puoi essere, che non vuoi essere altro che mio amico, che mio fratello.

RICORDI A MIA FIGLIA EMMA.

Nessuno ha il diritto di dar la vita ad altri, quando la ragione, l’esperienza, il consenso universale gridano ad alta voce che questa vita sarà breve, malaticcia, infelice.


Mente per la gola, bestemmia contro Dio e contro la nostra dignità chi nega all’uomo il libero arbitrio.


Tutte le convinzioni, tutte le speranze d’un avvenire immortale sono sante dinanzi alla ragione, quando tendono ad elevare l’uomo in una sfera di sentimenti che lo fanno grande anche nella vita terrena; ma è eretico contro Dio e contro la ragione chi nega all’uomo la libertà del pensiero e dell’azione, chi gli rifiuta il santo battesimo del libero arbitrio.


Non v’ha forza di passione, non fascino d’amore, [p. 54 modifica]non turbine di delirio che possa far piegare al male chi deve e vuol fare il proprio dovere.


Al disopra dell’uomo sta il dovere: al disopra del dovere non c’è forse altri che Dio.


In tutte le età, in tutte le condizioni della vita, presso tutti i popoli e in tutti i tempi; al di sopra di ogni legge e di ogni religione sta primissimo il dovere di non far male ad anima viva.


Generare figliuoli malati è fare un grandissimo male, uno dei maggiori forse, e alle creature che più caldamente amiamo, alla carne della nostra carne, al sangue del nostro sangue.


Il generare figliuoli malati per propria colpa è peggio che uccidere un uomo nell’impeto della passione: è versare il veleno impunemente, proditoriamente nella coppa d’una persona amata.


Essere malati e voler avere figliuoli è egoismo brutale, è delitto; è seminare rimorsi per tutta la vita.


Il male fatto da chi genera figliuoli malati non finisce quasi mai nella prima vittima: la malattia, il veleno si diffondono spesso in due, in tre, in più generazioni, seminando la debolezza, il dolore, la maledizione contro la vita e chi ce l’ha data.


Chi è malato e vuole aver figliuoli è pessimo padre, perchè dà a bere ad essi il veleno; è pessimo cittadino, perchè dà alla nazione cattivi cittadini: è pessimo uomo, perchè rovina il primo patrimonio dell’umana famiglia: la salute e la forza.


Mettersi all’ombra di leggi ignoranti e brutali per giustificare il proprio errore è rinunciare per sempre ad essere qualcosa più del volgo che mangia, rumina e dorme.


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Mettersi all’ombra di un fatalismo musulmano è giuocare tutta la propria fortuna sopra un tiro di dadi, è giuocare ad una lotteria la propria casa, la propria terra, tutto quanto si possiede.


La felicità è dei forti, la vittoria è per chi ragiona; e nessuna ragione al mondo può giustificare l’epilettico, il tisico, il demente, che vogliono col matrimonio perpetuare in una razza l’epilessia, la tubercolosi, la demenza.


L’amore è la più santa gioia della vita; ma volete voi farne un crogiuolo in cui si fonde un veleno?


L’amore è la prima benedizione dell’uomo, ma volete voi che generi una bestemmia?


L’amore è la fiaccola che riaccenda la favilla della vita: volete voi farne una teda funebre che guidi alla fossa?


Volete voi tossicoloso e morente accompagnare al cimitero figliuoli morti nel primo sorriso della fanciullezza?


Volete voi leggere sulle rughe precoci del vostro figliuolo giovinetto una maledizione contro il padre, contro la madre che lo ha generato?


Nulla può sostituirsi alla salute perduta; non la ricchezza, non l’educazione, non la scienza, non la religione.


Vestite di seta, coprite d’oro un malato; mettetelo in un cocchio dorato, portatelo nel tumulto d’una pazza festa e ditegli che sorrida.


Vestite un cadavere d’oro e di gemme, mettetegli in mano lo scettro del potere e ditegli che goda.


La vita malata, debole zoppicante, medicata sempre [p. 56 modifica]e sempre fasciata, è un assenzio che non v’ha miele che possa raddolcire; è dolore per cui non v’ha conforto; è fatica per cui non v’ha altro riposo che quello della fossa.


Mia Emma, mia cara Emma tu m’hai sempre amato, tu hai ardentemente amato tuo padre: ma io, dopo aver perduto tanti figliuoli e dopo averti veduta morente più d’una volta, ho maledetto me stesso e il mio peccato e la mia ignoranza e l’ignoranza dei medici che avevano fatto versare nella mia famiglia quel veleno di cui io dovrò morire.


Nato malato, avrei patito io solo; solo avrei potuto render utili agli amici e al paese quegli anni di vita sofferente che pur la natura m’aveva concesso.


E invece ho maledetto l’ora in cui son nato; ho raddoppiato, ho moltiplicato cento volte il mio dolore col dolore de’ miei figliuoli; ho cambiato la mia casa in un cimitero.


E ho pianto e ho vegliato le lunghe notti senza aver la forza di morire, ne la facoltà di perdonarmi il mio peccato.


La mia ignoranza ora non può giustificare più alcuno; la scienza moderna lo ha detto, lo ha proclamato ad altissima voce, che per fondare una famiglia conviene esser forti; ha dimostrato che i tisici generano tisici, gli epilettici epilettici, che una delle leggi più inesorabili è quella della eredità morbosa.


Se per rara fortuna, se con lunghi stenti riuscite ad avere alcuni figli sani, di certo, fra essi, alcuno sarà maledetto; e il padre malato e la madre tubercolosa leggeranno in quel volto consacrato al dolore una condanna vivente del proprio peccato.


Emma, mia buona Emma, tu sei stata malata tutta la vita, tu, mia ultima figliuola; ho fatto prodigi di [p. 57 modifica]igiene per salvarti e credo che tu vivrai. Dio non volle ch’io fossi l’assassino di tutti i miei figli.


Ma la tua vita è fragile come canna nata sola e sottile in mezzo al deserto: chi volesse appoggiarsi sovr’essa la schianterebbe.


Non prender marito mai, mia figliuola: divenendo madre tu ne morresti o avresti figli condannati a morire nel primo giubilo della fanciullezza o nella primavera della giovinezza. Il veleno della tisi è troppo incarnato nel nostro sangue, perchè s’abbia a disperdere in una nuova generazione.


In noi due, ultimi superstiti di tanti cari scomparsi, deve spegnersi il veleno e cancellarsi il peccato.


Giurami, mia Emma, che vivrai e morrai sola. Che tu sia l’espiatrice di tuo padre, l’angelo redentore del suo peccato.


Il testamento, l’eredità di tuo padre è un giuramento di dolore; l’ultima parola che il padre deve dire alla creatura sua, a colei che ha amato sopra ogni altra cosa in questo mondo è una sentenza di dolore; è un grido che dice: soffri, soffri finchè vivi!


È questa la più crudele punizione del mio peccato. Dopo aver veduto morire tutti i miei figliuoli; io devo dire all’ultimo che mi è rimasto: Soffri: e soffri per colpa di tuo padre.


Non maledire tuo padre. Quand’egli era giovine, quando diede la mano di sposo a tua madre, i medici erano manipolatori brutali di lancette e di calomelano; essi non sapevano farsi sacerdoti della forza umana, custodi della salute dei sani. Essi non sapevano dire al tisico, all’epilettico all’uomo debole: questa tua vita tu non l’hai a dare ad anima viva; meglio sarebbe piantare un pugnale nel cuore del tuo più fido amico. [p. 58 modifica]


Tuo padre ti lasciò in eredità un dovere, un terribile dovere da compiere: vivere senza amare: esser donna senz’esser madre: ma io muoio tranquillo, perchè il giuramento di mia figlia non sarà violato ed essa farà tutto il bene che il padre non ha potuto compiere.


Non fare il male quando le passioni più irresistibili ci trascinano, quando le leggi umane ce lo consentono, quando il suffragio universale non ci condanna, è opera grande; è eroismo maggiore di ogni eroismo che si spieghi sui campi insanguinati delle battaglie.


Ma finchè ogni uomo non sarà capace di adempiere a questo dovere, l’umanità non avrà raggiunto il tipo della sua perfezione ideale.


Il tuo sentiero, mia Emma, corre sull’orlo di un abisso, ma tu puoi cogliere qualche fiore su quella via a cui ti condanna tuo padre. Tu hai una missione in questo mondo, tu hai a raggiungere un’erta a cui pochi arrivano; tu hai a farti vestale d’un fuoco santo che finora per propria fortuna gli uomini non lasciarono spegnere ancora, il fuoco sacro del dovere.


Chi si sacrifica al proprio dovere, vive in un’atmosfera dove forse non brilla il sole, ma dove il cielo è sempre sereno.


Chi compie il proprio dovere vive in un cielo eternamente sereno, in una calma che può essere malinconica, ma che impronta ogni atto della vita di una sublime dignità.


L’uomo servo del proprio dovere è più che un uomo, è un principio: è un Dio ideale, eppur vivente, di quanto ha di più bello, di più grande la natura umana.


I mediocri, i deboli, tutti passano riverenti e chi[p. 59 modifica]nano il capo dinanzi alla statua del dovere; tutti ne risentono un’influenza salutare che ci innalza e ci fa davvero immortali; provano i brividi che sente chi cammina solitario in un tempio smisurato e muto.


La creatura che si sacrifica al proprio dovere è il vero santo dell’umanità e chi ne risente il contatto o ne aspira l’alito, rimane santificato.


Tu, mia Emma, sarai una di queste sante; lo sarai di certo, lo giuro io per te. Questa sicurezza beata mi farà sorridere sul letto di morte.

william a emma.

Londra, 3 luglio 18...


Con quanta gioia, gettando uno sguardo sulle nostre lettere vedo che un lungo abisso di giorni separa l’ultima che scrivevi nel paradiso di San Terenzo da questa che a pochi minuti di distanza dalla tua casa ti scrivo sotto il cielo bigio di Londra. Tu, mio tiranno, mi hai imposto otto giorni d’esilio, e il tuo schiavo, baciando umilmente la mano del suo padrone ha accettato l’esilio. M’hai detto, sorridendo e dandomi una ceffatina, ch’io ti vedeva troppo spesso, che passava le frontiere che devono separarci, che il fratello diventava troppo simile ad un amante; ed io subisco la pena del mio contrabbando. Non mi lamento, Emma; farò di diventar proprio un fratello, null’altro che un fratello per te. È un mestiere molto difficile e che non ho mai imparato, perchè io fui sempre solo nella mia famiglia, ma con una maestra così paziente e così calma come miss Emma, farò dei progressi e diventerò maestro anch’io nell’arte di fare il fratello colla donna che si ama sopra ogni cosa in questo mondo.

Ma no, ma no: non ho il diritto di lamentarmi nè di nascondere il mio dolore sotto una vernice di ironia maligna. Non mi hai tu concesso di sperare, non ti sei tu decisa per amor mio a consultare tre dei medici più famosi di Londra per sapere se, facendoti robusta, tu [p. 60 modifica]non avresti potuto divenir madre senza paura e senza offendere la memoria del tuo padre? E avrei io il diritto di accusarti, perchè più forte e più buona di me tu mi riconduci con un tuo sguardo dolce e imperioso sulla via del dovere? Emma, Emma, io mi sento così picciola cosa, quando ti son vicino, che tu potresti far di me quel che tu vuoi. Ho il dovere di obbedirti per tutta la vita, perchè una volta sola tu mi hai permesso di comandarti: e piangendo sulla tomba di tuo padre, hai domandato alla sua ombra di scioglierti dalla tirannia d’un giuramento che ti incatenava per tutta la vita.

Quando penso, mia Emma, alle lunghe lotte sofferte da te a San Terenzo e qui a Londra, io mi sento superbo di amarti. L’amore e il dovere si facevano così aspra guerra ch’io non saprei dirti se più ti amassi, quando piangendo mi dicevi: mio padre ci perdonerà, non è vero? o quando, rizzandoti improvvisamente seria e pallida, esclamavi: William, il nostro amore sarebbe troppo bassa cosa, se il dovere non lo avesse a vincere.

E tu sei venuta qui a Londra a consultare l’ombra di tuo padre e per la bocca del vecchio dott. Thom ti ha risposto che se la Emma fragile e tossicolosa d’una volta avesse a divenire una donna forte e robusta, questa potrebbe senza recar dolore ad anima viva dar la mano di sposa a William. Tuo padre, ti ha detto il dott. Thom, ti benedirebbe due volte se potesse saperti felice e fedele allo spirito della sua parola.

Guai se l’uomo non avesse le dighe del dovere, se non avesse ad appoggiare la sua fede, la sua convinzione, la sua vita sopra la pietra angolare di principii che non si discutono! Guai a noi se l’uomo dovesse a volta a volta portare sulle bilancie le passioni, la ragione, i giuramenti eterni e le transazioni di coscienza per decidersi sul da farsi! Sarebbe lo stesso che perdere la propria dignità e vivere tutta la vita nell’altalena nauseosa del mal di mare. Tu me l’hai detto cento volte, Emma, e tu mi hai convinto. L’uomo deve piegare il capo dinanzi al dovere; ma quando la nostra fragile natura sta per infrangersi contro quella colon[p. 61 modifica]na che non crolla, gettatavi dall’onda burrascosa della vita, allora è permesso domandare soccorso; e mai alcuno ebbe il coraggio di chiamare vile il naufrago che domanda un ajuto. E noi abbiamo chiesto una tavola di salvamento al dott. Thom, e ce la porse e ci ha fatto felici; perchè in un cielo, dove da lungo tempo non si vedeva che il nero dell’uragano, ci ha squarciato le nubi e ci ha mostrato un lembo azzurro di cielo. A noi due, poveri naufraghi nel mar della vita, il dott. Thom ha gettato la corda della speranza, e vi stiamo avvinti colla feroce tenacità del moribondo, che vede la spiaggia ridente a poche braccia di distanza, eppure non la tocca ancora.

Emma, mia Emma, il mio amore per te è grande come il mondo; in esso vedo un’immagine dell’infinito; ma io non vorrei esser tuo col sacrificio del tuo dovere, colla violazione d’un giuramento. Se io avessi amato un’altra donna, il mio egoismo avrebbe infranto ogni cosa, avrebbe violato le porte del santuario, ma dinanzi a te, Emma, io chino il capo e attendo. Tu mi hai portato in una sfera troppo elevata, perchè io possa separare l’amore dal dovere; e se tu dovessi, dandomi il tuo amore, togliermi la tua stima, io ti direi: Emma, senza il tuo amore io morirò, ma io voglio morire colla tua stima. Quando il mio sguardo ti cerca cogli occhi della mente e mi appari dinanzi serena e bella come un cielo stellato, io senza volerlo mi figuro sempre prostrato ai tuoi piedi, e ti vedo in alto, in alto, sicchè io ti abbraccio tutta col mio amore, ma accarezzo soltanto i tuoi piedi, perchè mi stai tanto lontano e tanto in alto. Se gli angeli vi sono e se gli angeli si amano, devono amarsi com’io ti amo, mia Emma.

Tu puoi star sicura che, consultando i primi medici dell’Inghilterra, e fin d’ora dichiarandoti disposta a piegare il capo alla loro sentenza, tu interpreti il pensiero di tuo padre. Egli di certo non poteva volerti infelice, no: soltanto voleva che tu non avessi a fare altri infelici. Dinanzi alla parola del dott. Thom la coscienza più timorata può tenersi calma e sicura. Egli è stato il primo amico, il primo confidente di tuo pa[p. 62 modifica]dre; egli ha conosciuto ogni suo pensiero, egli ha letto profondamente in quell’anima nobilissima e così crudelmente straziata. Egli ha accettato la missione di illuminarti colla sua scienza, di correggerti colla sua larga e sicura esperienza. Quand’egli ti parla è la voce di tuo padre che ti accarezza l’orecchio; quando egli ti comanda, me l’hai detto tu stessa, è l’accento autorevole del padre che ti convince e ti piega. S’egli ti ha detto: Emma, guarisci e spera: questo raggio di speranza ti vien da tuo padre e noi lo abbiamo ad accogliere colla più santa riverenza, colla gioia più tranquilla.

Emma, consola il mio esilio di questi giorni con lunghe lettere; dà al prigioniero una mezz’ora di luce e d’aria; fa ch’egli possa attendere la sua sentenza senza morire.

emma a william.

Londra, 5 luglio 18...


Ieri mattina mi alzai piena di coraggio. Io aveva dormito poco: durante il sonno io non vedeva che medici e viscicanti; ed eran tutti dottori accigliati con grandi parrucche e col muso ingrugnito. Sognava di avermeli tutti d’attorno, mentre io era seduta e quasi coricata sopra un letticciuolo. Io mi rannicchiava sotto le coltri tutta impaurita, ma essi me le strappavano con impazienza e con furore e si mettevano a picchiare e a picchiare forte, sul mio povero seno. Io voleva far violenza a quei mostri, ma essi mi afferravano per le braccia e me le tenevano inchiodate sul letto. Voleva gridare, voleva chiamare in soccorso la mia mamma, il mio babbo, ma non trovava voce per gridare, nè muscoli per muovermi; ed io sentiva il picchio crudele di tanti martelli coi quali quei dottori accigliati facevano rimbombare le mie costole. Io credeva di morire: raccoglieva tutte le mie forze e gettava un grido così forte da far svegliare la cameriera che dormiva nella camera vicina. Il mio grido aveva svegliato anche la tua Emma, ed io sentiva battere forte forte il [p. 63 modifica]mio cuore, quasi volesse escire dal petto e mi trovava tutta coperta di sudore.

Durava fatica a riprendere il sonno, e appena chiudeva le palpebre, quei dottori e quei martelli mi ritornavano dinanzi sempre più terribili, sicchè io non riuscii a calmarmi che dopo averti promesso che alla mattina avrei appagato il tuo desiderio e mi sarei recata a visitare i tre medici più illustri di Londra.

E con questo fermo proposito mi alzai, e colla mia cameriera presi una vettura, dicendo al cocchiere di condurci dal dott. B... Egli abitava all’altro estremo della città e il cammino mi pareva eterno. Mi impazientava coi cavalli e con me stessa; avrei voluto non averti data la mia parola e giungeva quasi all’ipocrisia di persuadermi che una promessa fatta fra i terrori d’un sogno non poteva obbligarmi a mantenerla e non aveva alcun valore morale. Allora mi pareva che il vecchio medico di mio padre mi avrebbe messo il broncio, perchè avessi consultato altri dottori fuori di lui, e credeva vedere il volto accigliato di mio padre che mi ripeteva col piglio della sua collera più furiosa quelle parole che tante volte aveva udito dal suo labbro: «Cambiate pure i servi e le cameriere e il vestito e i cavalli e la casa, ma non cambiate mai il vostro medico».

Ma tu, mio William, puoi esser superbo, perchè il solo ricordarti faceva mettere in fuga il vecchio dottore e fin l’ombra incollerita di mio padre; ed io non pensava che alla mia promessa. Che cosa è mai un uomo, che non ha sacra la sua parola? «È un vile e un briccone, perchè non ha neppure il tristo coraggio di tanti altri che per commettere una colpa hanno bisogno di sfidare codici e tribunali.» Anche queste parole erano di mio padre, e questa volta tu andavi d’accordo con lui ed io abbracciava in una volta sola con un solo amplesso due ombre carissime, forse egualmente care. Tu che indovini sempre il mio pensiero, prima eh io 1 abbia pensato; tu che hai sentito sempre le mie stesse sensazioni, i miei stessi sentimenti, le mie stesse collere, devi di certo aver provato quella santa delizia che si gode, quando nell’anima vengono [p. 64 modifica]ad incontrarsi da parti lontane due affetti forti entrambi, ma di natura diversa, e fondendosi insieme formano una sola delizia, una soddisfazione completa, calda come il sole, grande come il cielo.

Ebbene, perdona alla tua Emma, che ti scrive con parole orientali sotto la nebbia inglese; io, in quel momento, vedendo d’accordo il mio William e mio padre, provava una di quelle armonie voluttuose.

Intanto s’arrivava alla porta del dottore: egli non era in casa, e il suo servo, che aveva un piglio che misurava esattamente la fama e la ricchezza del suo padrone, mi diceva che il dott. B... non riceveva che il martedì e il sabato dal tocco alle quattro. Per mia vergogna ti devo confessare che fui felicissima di quella risposta, e, scendendo in fretta in fretta dalla scala, me ne ritornava a casa ben più lieta di quando ne era partita. Io aveva ancora ventiquattro ore dinanzi a me e la colpa, non era mia...

Son dunque ritornata quest’oggi dal dottor B.... e appena riavuta dalla profonda emozione della mia visita, ti scrivo perchè tu abbia a volere un po’ di bene alla tua Emma, che per amor tuo va a consultare questi ruvidi e superbi sacerdoti della Dea Igea, che probabilmente avrà avuto viscere più tenere di essi...

Il dott. B... è un vero gigante: ed io non so come i suoi muscoli trementi e il suo ventre gigantesco possano rimanere chiusi in quei suoi abiti neri e in quella sua cravatta bianca. Guardandolo con terrore, quando gesticolava e si dimenava nel suo seggiolone, mi pareva di veder rotte ad ogni momento quelle fragili dighe che frenavano e chiudevano tanta vita in movimento, e la mia esaltazione mi faceva vedere un’alluvione di carne o di adipe che si sarebbe rovesciata da un minuto all’altro sullo splendido tappeto di quel gabinetto.

Il dott. B.... parlava con una voce così forte che mi pareva un grido selvaggio e appassionato; e affermava tutto con tal convinzione profonda e un tal dispotismo di parole che mi sembrava impossibile interromperlo; più impossibile ancora il contraddirlo. In alcuni momenti mi pareva che tutto quanto diceva [p. 65 modifica]non potesse essere che la pura verità e che quell’uomo non dovesse conoscere il dubbio neppur di nome. Se il Cristo disse ad un paralitico: prenditi il tuo letto e portalo a casa tua, deve averlo guardato cogli stessi occhi coi quali il dott. B... mi guardava; deve avergli parlato collo stesso accento con cui egli mi dirigeva le sue parole simile alla folgore e al tuono.

Per risparmiarmi l’inutile tortura dell’esame del mio povero torace, gli esposi brevemente come io fossi la figlia di un padre morto di tisi, come avessi perduti i miei fratelli della stessa malattia, e io stessa andassi soggetta a bronchiti ostinate e a sputo sanguigno. Per quanto io mi studiassi di non dire che le parole necessarie per esser capita, egli pareva conoscerle prima che io le avessi pronunciate, e mi interrompeva ad ogni momento con dei hum, hum, hum e coi segni di di una viva impazienza.

Dicendogli di non voler essere esaminata, perchè già esplorata e torturata da molte esplorazioni mediche, gli porsi quella sentenza che fu sottoscritta da parecchi medici chiamati una volta in consulto da mio padre; sentenza che io ormai ho imparato a memoria, senza capirla...

Tubercolosi ereditaria, mutezza della regione sottoclavicolare destra, mormorio vescicolare molto debole in tutto il torace; ma più a destra e in alto, aspirazione prolungata, aspra ed interrotta. Aderenze pleuritiche dai due lati del torace; organi dirigenti in ottime condizioni.

Porgendogli quello scritto misterioso e crudele, come una sentenza di morte scritta in una lingua straniera, esprimeva al dott. B... il desiderio di sapere, se col cambiamento di clima io avrei potuto migliorare la mia salute in modo da scongiurare affatto ogni pericolo per l’avvenire... e qui incominciava a farmi rossa rossa, perchè doveva pronunciare le parole più difficili, quelle appunto per le quali tu mi avevi imposto di consultare i medici più illustri di Londra; e ti assicuro che vi sarei riuscita, se il corpulento dottore, senza capire nè il mio rossore, nè la mia esitazione, [p. 66 modifica]non mi avesse interrotta bruscamente, dandomi così un urto doloroso all’anima, che tu capirai certamente mio buon William.

Dopo quell’urto, dopo quell’interruzione io mi sentii completamente isolata dal medico che mi guardava e mi parlava; e le mie orecchie ricevevano meccanicamente il suono delle sue parole, senza che mi facessero dolore o gioia, senza che mi ispirassero continenza o paura.

Ridi pure della tua Emma, che si atteggia a giudice, di uno degli oracoli della medicina britannica ma a me pare che quando un medico non intende il suo ammalato, non possa curarlo e non possa guarirlo. Il dott. B... non sapeva indovinare nulla di quanto taceva, non sapeva risparmiarmi cella sua previdenza nessuna parola difficile a dirsi, dunque non capiva la mia costituzione sensitiva e malaticcia; dunque i suoi consigli per me erano lettera morta.

Da quel momento io lo ascoltai soltanto per dovere di cortesia e per andare mio alla fine di quanto mi aveva proposto di fare.

«... Ah, voi volete cambiar clima; voi volete passeggiare a Nizza o a Pisa, a Pau o a Mentone; volete visitare i Pirenei o le coste di Hyères; fors’anche osate pensare a Madera e all’Egitto, all’altipiano dell’Asia o al Cerro di Pazco nel Perù? — Ma queste sono follie di moda, son credute dai malati e insegnate dai medici... Oh! è molto comodo davvero il mandare lontano lontano il proprio paziente, perchè se ne muoia senza nostra colpa e lungi dagli occhi dei nostri clienti. È comodo davvero! — Ma, mia signora, ci sono tubercolosi a Pisa e nell’Egitto, e ve ne son molti a Madera e a Nizza. Questi medici ignoranti che consigliano ai tossicolosi la emigrazione non hanno fede nella loro arte; e chi non ha fede in se stesso, nella scienza che ha studiato, nell’arte che professa è un imbecille o un impostore. Noi abbiamo nel nostro portafogli e nelle nostre farmacie mezzi cento volte più potenti della tiepida brezza del Mediterraneo o dell’Oceano. Bella sapienza davvero! E voi, suppongo, non sapete una sillaba di medicina, ma potete ridere alla barba di que[p. 67 modifica]sti medici atmosferici, climaterici (chiamateli come volete), senza sapere di medicina; perchè fra questi climi che consigliano ai tisici, ve n’ha di secchi e ve n’ha di umidi; vi sono paesi altissimi ed altri sulla costa del mare; vi sono climi caldi e freddi! Dio buono quanta ignoranza, quanto ciarlatanismo!...

«Io vedete, con una stufa e un termometro vi faccio nella vostra camera tutti i climi del mondo, e con un po’ di carbon fossile e dell’acqua vi fabbrico Nizza e Madera in Oxford-Street o in Piccadilly senza che abbiate bisogno di escire da casa vostra, senza bisogno di lasciare i vostri tappeti, i vostri fiori, il vostro canerino; ma dovete avere poi un pochino di pazienza: insieme ai tappeti e ai fiori e al canto del vostro uccellino metto anche le mignatte e i vescicanti e i cauterii e la pomata dell’Autenrieth e l’olio di merluzzo; oh, sì, io vi tratto crudelmente ma con una crudeltà pietosa; tormenti alla pelle, medicine ripugnanti al ventricolo; io vi curo colla fame e col dolore... colla prigionia e colla paura...»

E il dott. B... pareva esaltarsi nella sua feroce eloquenza, ma il suo accento era così pieno di fede che io mi sentiva costretta ad ascoltarlo. Egli godeva assai nel passare in rassegna le armi tremende delle quali egli disponeva, e si agitava nel suo seggiolone, e sogghignava, e faceva tremare e muovere ogni cosa intorno a lui; e mi pareva in una volta sola un mastodonte e un carnefice...

«Ma cara mia signora, la cura di una malattia è una battaglia fra il malato e il medico: è una lotta della natura colla scienza, e la vittoria è del più forte e del più coraggioso; e vedete (e qui senza volerlo, si rimboccava le maniche dell’abito, quasi volesse disporsi ad una partita di boxing), a me non mancano nè il coraggio, nè la forza. I miei colleghi dicono di me che sono un arrabbiato vitalista, che son divenuto cogli anni una caricatura di me stesso; ma io trovo di aver ogni giorno una convinzione più ferma nella mia dottrina e l’esprimo forse con un accento troppo forte, con parole troppo ardenti... Ridete pure, mi hanno chiamato l’Ulisse della medicina inglese, perchè [p. 68 modifica]sostengo che anche nelle Indie convien salassare e fieramente i malati di febbri tropicali; perchè invece di occuparmi di una pulce che pizzica la nostra pelle invece di perdermi a misurare la grandezza di un tubercolo o di segnare le frontiere esatte del fegato, vado diritto alla vita e la palpo e le domando ragione del suo disordine e dei suoi turbamenti...»

Il dott B... di certo non ha usato sopra di se tutta quella batteria di mignatte, di cauteri e di vescicanti che voleva infliggermi, perchè egli sembrava volere scoppiare ad ogni momento nei suoi abiti troppo stretti, e parlandomi sudava assai e spesso doveva asciugarsi il sudore della fronte; ed io era così turbata che mi pareva che quel sudore fosse come un olio tinto in rossigno dal sangue.

«My lady quando vorrete guarire radicalmente, fatemi chiamare in Londra a casa vostra, ed io vi guarirò. Se volete morire fuori dell’Inghilterra, andate pure a Madera o a Nizza...»

La perorazione con cui il dottor B... chiuse il suo consulto fu così brutale, ch’io non trovai parole a rispondergli e, mormorando qualche confuso monosillabo, mi affrettai a pagarlo e me ne andai.

La terza parte del mio martirio è consumata, e poi ti dirò: Caro William, ho fatto anche questo per te...

Vedrò ancora due altri colleghi del dott. B... e poi mi crederò degna non solo di essere la tua amica, ma anche l’eroina del tuo cuore.

Oggi sento il bisogno violento di prendere un contravveleno alla visita del dott. B... Voglio pigliarmi il mio Burns e le tue lettere e andare nel luogo più solitario del nostro parco e perdermi per lunghe ore fra gli alberi e la tua memoria; fra la poesia della natura e quella del cuore.

emma a william.

Londra, 6 luglio 18...

Dopo la mia visita di jeri al dott. B... io mi sentiva alleggerita da un gran peso e mi pareva davvero che [p. 69 modifica]nel regno britannico non fosse possibile trovare un altro medico che più di lui ripugnasse a’ miei istinti e ai miei nervi. Mi sembrava dunque che la Provvidenza mi avesse dato per il primo il boccone più amaro e che negli altri due oracoli che mi restavano a consultare io troverei due cortesissimi e dolcissimi amici. Anche questa volta mi sono ingannata; anche questa volta mi sono persuasa che in natura le varietà del male sono assai più numerose che quelle del bene. Mio caro William, stammi a sentire. Scegli la più vecchia, la più comoda delle tue poltrone, sprofondati in essa e, chiudendo gli ocelli della luce, segui cogli occhi dell’anima la tua Emma che per amor tuo si reca in Regent Street dal dottor T...

Appena fui introdotta da un cameriere nella sala provai un senso di freddo al primo sguardo che gettai intorno a me. Non era un brivido di malessere, non era il freddo dell’ambiente; ma era un freddo dell’anima che mi obbligò a rannicchiarmi in me e a raccogliere il mio scialle, le mie vesti, le mie braccia, quasi volessi accartocciarmi in me stessa per non disperdere il mio tepore interno, a quella camera tutta silenzio e tutta simmetria, non vi era un solo oggetto che non fosse necessario, non il più piccolo quadro, non il più microscopico trastullo di chincaglieria; non un fiore, non una cosa sola che ti dicesse che il padrone di casa amasse il bello, o avesse un gusto, una simpatia. Perfino i colori coi loro contrasti vivaci e colle loro armonie sembravano banditi da quel luogo, in cui regnava sovrana la matematica.

Chiusi gli occhi ed aspettai il dottor T... che non tardò molto a comparire. Anch’egli era freddo e incoloro come la sua sala: egli era davvero il bruco di quella crisalide. S’inchinò leggermente senza parlare, prese una sedia, e senza parlare mi guardò, aspettando ch’io incominciassi la mia storia dolorosa.

Alzai gli occhi due o tre volte sopra di lui e due o tre volte gli abbassai, cambiando, senza volerlo, lo sguardo, l’espressione del mio volto, quasi volessi trasformare quegli occhi spenti e freddi che non dicevan nulla, ma mi facevan paura. Io non ho mai potuto [p. 70 modifica]parlare ad anima viva senza sentirmi legata ad essa per un nervo invisibile che mi faccia vibrare insieme alla persona che mi parla; non ho mai potuto immaginarmi che due uomini possano dirigersi quel fiato dell’anima che si chiama la parola, senza che un’atmosfera di odio o d’amore, di ammirazione o di disprezzo non li riunisca e li confonda. Ed io, studiando con tutte le mio forze di farmi vicino a quell’uomo di ghiaccio, procurava di farmi fredda alla mia volta, di atteggiarmi al suo portamento, di modificare il mio gesto, il mio sguardo; le mie parole, sicchè trovassi con lui un qualche punto di contatto. Inutili sforzi! Io e il dott. T... eravamo due creature umane, ma separate da un abisso maggiore di quel che allontana la vespa dal fiore, il lupo dal canarino.

In furia e in fretta esposi lo scopo della mia visita, dissi delle opinioni già espresse da altri medici sul conto mio, esposi per la centesima volta la diagnosi stetoscopica del mio male; cercai col dir tutto in un fiato di risparmiarmi anche un minuto solo di quella conversazione odiosissima.

Egli taceva sempre; mi lasciava dire, e non una piega del volto, un moto dell’occhio mi diceva ch’egli fosse vivo. Eravamo due corpi vivi che eran vicini e l’azione morale dell’uno sull’altro incominciava a farsi chiarissima: io odiava già cordialmente il dott. T...

Finalmente, quando ebbi detto il possibile e l’impossibile, quel che sapeva e non sapeva sulla mia malattia, dopo aver parlato per un quarto d’ora di seguito con una volubilità convulsiva, tacqui e aspettai che quell’anfibio vivente parlasse. Sperava che almeno la sua voce dovesse esser calda. Esiste forse nel mondo una creatura che sia tutta quanta bruttezza e gelo?...

Il dott. T... freddissimamente soggiunse:

«Tutto quanto avete detto, sta bene; ma è inutile. Dobbiamo esaminare gli organi; e quasi fosse già stanco di aver tanto parlato, si alzò e col dito mi accennò una ottomana che stava in un angolo della sala disposta appunto per l’esame dei malati.

Quasi ubbidissi al cenno di un tiranno mi alzai; ma [p. 71 modifica]volendo pregarlo elle mi risparmiasse un’inutile tortura perchè i miei polmoni erano già stati sottilmente esaminati da una commissione di medici, tentai balbettare una preghiera, una scusa; mormorai:

«Perdoni... ma...»

Crollò il capo con un’aria di scetticismo e di sprezzo, e con un gesto più imperioso dell’indice destro mi accennò per una seconda volta l’ottomana, su cui doveva gettarmi.

Era un letto di pelle lucida, senza una macchia, ma freddo freddo, come l’aria di quella sala, come il colore di quell’atmosfera, come le parole di quel medico.

E allora, lasciamelo dire colle parole di un nostro poeta:


               «The grave physician
     By the trembling patient stands,
     Like some deftly sìcilled musician;
     Strange! the trampet in his hands,
     whilst the sufferer’s eyeball glistens,
          Full of hobe and full of fear.
     Quietly he bends and listens
     With his quick accostomed ear.
          . . . . . . . . . . . .
Then thou whisperest in lus ear
     Word which only he can ear;
     words of woc and whords of cheaf.
     Jubilates thou hast soundend,
          Wild exulting songs of gladnsa,
     Misereres have abounded
               Of unutterable sandnesc.


Ah, carissimo William come è tenera, com’è calda la poesia, anche quando parla dello stetoscopio e della morte! Essa illumina ogni cosa coi raggi dorati della fantasia, essa getta i suoi petali di rose, i suoi torrenti di gigli e di viole sulle arene di un deserto e sulle zolle di un cimitero. Grazie, mille grazie, mio Dio, di averci dato la poesia e la musica, questi sublimi fuggitivi del tuo paradiso! [p. 72 modifica]

L’esame durò mezz’ora; credo che se avesse durato qualche minuto ancora, io ne sarei morta.

Mi alzai turbata e stanca e mi rimisi a sedere.

Quel mio carnefice mi si pianta in faccia, poi per qualche minuto continuò una mimica crudele interrotta solo da monosillabi.

Hum..., bum, eh. Egli crollava il capo; poi stringeva le labbra e inarcava le sopracciglia, portandole il più vicino possibile ai capelli, e poi col pollice e l’indice della mano sinistra si soffregava il mento nettissimo di barba, e percorrendo dieci o venti volte di seguito il breve spazio che lo separava dalle foltissime basette che giungevano fino a due terzi precisi della faccia riuniva con molta compunzione le due dita sotto il mento.

«Ah, voi volete andar dunque a Madera per difendervi dal male che vi minaccia?... Ma non sapete voi che fra gli abitanti di quell’isola vi sono gobbi, scrofolosi e tisici? — A Madera potete confortarvi col contemplare un ospizio per i malati di petto e che fu fondato dall’Imperatrice vedova di Don Pedro I. Quell’ospedale porta un nome che non è di lieto augurio.

«È il nome della Principessa Donna Maria Amelia, figlia dell’Imperatrice del Brasile. Vi era andata per guarire e vi è morta.

«Se volete recarvi in un paese dove non vi siano tisici non dovete andare al sud, ma al nord. Perchè non andate voi in Islanda?

«In nessun luogo del mondo vi sono meno tisici che nei paesi inclusi nelle linee isotermiche di 50° a 20 F. A Pietroburgo e a Mosca con una temperatura media di 38° F.; nel Canadà, nei distretti nordici degli Stati Uniti; in Islanda e nelle Isole Faroe; nelle parti più settentrionali di Norvegia, della Svezia e della Lapponia la tisi è molto rara.

«Anche nel sud-ovest della Scozia e nelle isole Ebridi la tisi è rarissima; ma per questi paesi il problema si complica. Morgan vi dice che questa preziosa immunità si deve al fumo di torba di cui son sempre piene le capanne degli abitanti di quei paesi: e sapete che là non si usano camini. Dove invece si ab[p. 73 modifica]brucia carbon fossile, la tisi appare subito più frequente. In medicina, mia signora, non si sa nulla di positivo. Tutti vi dicono che l’ozono irrita i polmoni, ebbene nelle Isole Ebridi l’ozono abbonda assai e non vi è tisi. Tutti vi dicono che dove vi è scrofola vi è molta tisi; ebbene alle Ebridi, e nel sud-ovest della Scozia vi è molta scrofola e pochissima tisi.

«Non è vero che il clima mite difenda dalla tisi. Benoiston de Châteauneuf ha trovato che dei tisici militari 85 si trovano nel nord della Francia, 73 nel centro e 82 al sud. Dicono che in Marsiglia il quarto degli abitanti muoja di tisi, e che in Genova ne muoja il sesto.

«Nelle Antille, a Madera, a Rio de Janeiro questa malattia è frequente; ed è pur comune a Nizza, a Livorno, a Firenze, a Napoli, a Malta, nella Spagna, nel Portogallo, a Calcutta, a Madras... Alla Martinica è frequente come a Parigi.

«Anche tutto questo però è incerto; altro è parlare di tisici nati nel paese, altro di tisici che vi si mandano da altre regioni. I tubercolosi dei paesi caldi peggiorano quando si mandano in paesi freddi.

«Vi diranno alcuni medici d’andare a vivere in paesi paludosi. Baje! Boudin ha voluto sostenere che le malattie miasmatiche e la tubercolosi si escludono. Baje! Ferget, Gintrac, Genesi, Gonzie, Shedel, non credono a questa teoria. Io per conto mio so che a Lipsia i Tedeschi hanno il vantaggio di avere l’una o l’altra, la tisi e la terzana.

«Vi diranno altri medici: andate in alto; sull’altipiano delle Ande, sulle altissime Alpi, non c’è tisi: ma anche questo non è provato.

«Nulla vi è di certo in medicina. Il dott. Irwin, mio amico, ha esercitato la medicina per moltissimi anni nelle vicinanze di Rannoh e di Athole nel Pertshire, e la tisi vi è più frequente nelle alte regioni.

«Più che il clima, mia signora, influiscono il movimento e il regime di vita sullo sviluppo della tisi.

«Andrai, dopo aver avvertito alla frequenza della tisi negli animali, fa un’eccezione in favore del cane, suggerendo che questo fatto si debba forse all’abitua[p. 74 modifica]le attività di questi animali. Invece nascono non di raro tubercoli nei cani legati alla catena o chiusi in luoghi oscuri e mal ventilati.

«Fourcault cita il caso del cane di un medico ohe era abituato a seguirlo nelle suo lunghe corse quotidiane. Entrato il padrone al servizio militare, il cane fu incatenato e morì di tisi.

«Anche le passioni deprimenti hanno una grande influenza sullo sviluppo della tisi, impoverendo il sangue, diminuendo l’energia nervosa, guastando la digestione, ecc.

«Laennec diede tanta importanza alle causè morali nella genesi della tisi che giunse a dire che quasi tutti quelli che diventano tisici senza esservi predisposti per costituzione, lo divengono per dolori morali; e se è vero ciò che dice il dottor Elie, che quattro quinti degli uomini muoiono di dolore, il dolore e la tisi dovrebbero essere la stessa cosa.

«Avrebbe dunque ragione il dott. Rufz di chiudere in queste poche parole tutto il codice dei tisici:

Enjoy life, go out or come in, on horseback or on foot, as you please; but go.

«Ma anche questo non è certo; in medicina non si sa nulla di certo.

«Non volete voi andare in paesi freddi, non volete voi muovervi molto, non potete voi star allegra? Ebbene viaggiate in mare.

«Galeno, l’antichissimo Galeno, mandava i suoi tisici a navigare sui Nilo, e diceva non perchè questo faccia bene per sè ma propter longinquitatem navigandi. Ed ora avete Lee, avete Gilchrist e molti medici che vi dimostrano utilissima la navigazione per curare o prevenire la tisi: Knox attribuisce i vantaggi all’uniformità della temperatura marina; Spiess invece li spiega colla minor copia d’ossigeno dell’aria marina.

«Ma anche tutto questo non è provato: in medicina non sappiamo nulla di positivo.

«Rochard ha dimostrato che i viaggi di mare accelerano il corso della tisi molto più spesso di quel che la ritardano; che la tisi è più frequente fra i ma[p. 75 modifica]rinaj che fra i soldati, che progredisce con maggior rapidità a bordo che a terra, che la marina deve essere interdetta ai giovani minacciati da tisi.

«In medicina tutto si può difendere, tutto si può condannare. Io potrei curarvi col seppellirvi sotto terra, lasciando fuori dal suolo la testa e cambiandovi la fossa ogni giorno dal maggio all’ottobre. Sarebbe un metodo strano, ma non sarebbe nuovo. È quel che faceva Solano da Luque coi suoi hanos de tierra.

«Alcuni credono vere in medicina le cose nuove: è un sistema comodo, il tempo è più facile a misurarsi che la scienza; gli anni si contano più facilmente dei criterii logici. Vedete un poco; pochi armi seno si rideva del pregiudizio volgare che la tisi fosse contagiosa; ed ora si ritorna a dar ragione agli antichi. È il giro della moda, è la parabola della verità, Plinio il giovane lo aveva detto, molti secoli or sono, che era questa una malattia contagiosa.»

· · · · · · · · · · · ·

Ti giuro, mio William, che io non ho maledetto mai la mia memoria (che tu chiami prodigiosa) come in quel giorno, in cui seduta in faccia a quella macchina parlante che si chiama il dott. T... io era condannata dalla mia natura a ritenere tutte quelle litanie di erudizione senza poter dimenticare un nome, una cifra, una parola sola.

A che serve l’imparar tante cose, quando dopo tanta tortura del cervello non si raccoglie una sola verità utile all’uomo? A che serve una scienza sterile e gelata che non ci dà un conforto, una speranza, che finisce col dire: non sappiam nulla, nulla v’ha di certo?

Perdonami, mio buon William, se oso giudicare la scienza col cuore di una donna; ma io ho sempre creduto false le vie che non conducono alla felicità; ci si vada diritti o per labirinti. L’uomo vuole la speranza o la gioia; ma tutto ciò che non dà un piacere è opera vana. Anche le più sante religioni hanno sempre promesso all’uomo un’eternità di gaudii in cambio del sagrifizio e in premio della virtù: anche nel codice della morale, anche nel codice della pubblica opinione [p. 76 modifica]è di tutti il più potente, la virtù, la gloria sono forme sublimi di felicità; e l’uomo più perfetto è quegli che facendo felice un numero infinito di uomini, fa felice sè stesso...

Ma ritorno al mio dottore. — Vuotato il sacco di geografia medica che aveva in corpo, soggiunse:

«Vedete, mia signora, che c’è poco a sperare, poco da confidare nell’azione dei climi. È più questione di gusto che di scienza; amate il freddo, andate in Islanda o alle Ebridi; preferite il caldo, ebbene andate a Madera. Amate le montagne, andate sugli altipiani del Perù; siete amica del mare, andate a Xeres. Se poi preferite rimanere a Londra, io vi curerò; io mi studierò di guarirvi. Conoscete certamente il proverbio: Chi s’ajuta il ciel l’ajuta. L’uomo malato ha bisogno del medico; se voi volete che io sia il vostro medico, senza farvi inutili promesse, posso dirvi che non sono nè peggiore nè migliore degli altri. Non ho che una pretensione al mondo, quella di dir sempre la verità di non ingannare alcuno... Ecco tutto.

«Dicono, signora, ch’io sono scettico. E forse per questo che son chiamato dopo tutti gli altri medici, per segnare l’ultima condanna e l’ultima assoluzione. Faccio la figura del carnefice che vien dopo il consigliere di cassazione... Non me ne duole. Ognuno deve avere nella società una missione e una figura; questa è la mia. Non posso cambiarla.»

Ne sapeva più del bisogno... Ringraziai, pagai e me ne venni a casa, stanca, tristissima, ma colla beata sicurezza che la terza parte del mio Calvario che mi rimaneva a salire, non poteva sicuramente esser peggiore di questa...

emma a william.

Londra, 8 luglio 18...

Mio buon William, la mia visita al dott. T... mi aveva talmente stancato, che ho dovuto riposarmi due giorni prima di intraprendere il mio ultimo viaggio nel mondo della medicina. In questi due lunghissimi [p. 77 modifica]giorni non ho potuto far altro elio meditare tristi cose sull’arte che si usurpa la superba parola di medicatrice degli uomini, che osa chiamarsi una scienza. Dio mio quanta superbia in questa parola! Con qual diritto può arrogarsi la medicina il supremo battesimo di scienza, quando i suoi sacerdoti si contraddicono l’un l’altro, quando noi per scegliere il nostro medico dobbiamo consultare i nostri presentimenti, le simpatie del nostro cuore? Qual vana scienza è questa mai che non cambia d’una cifra le statistiche dei morti di un paese, che guarisce lo stesso male coll’acqua fredda e l’acqua calda, coll’acquavite e il latte, che ci manda a Madera o in Islanda colla stessa indifferenza e per una identica malattia?

Per quanto io mi sforzassi di raddolcire il mio giudizio, di calmare i miei risentimenti contro i due medici che aveva consultati, io non riusciva a trovare una sola parola d’indulgenza per i medici e la medicina. Senza volerlo io aveva toccati colle mie due visite i poli dell’arte medica; io aveva veduto forse le due più sfacciate caricature del fanatismo e del dubbio; io giudicava di tutti i medici per averne veduti due soli; ma è pur vero che con infinite gradazioni tutti quanti dovevano oscillare fra quei poli: cieca fede di apostolo o scetticismo ghiacciato.

Quando a furia di pensar sempre alle stesse cose la mia fantasia mobilissima si esaltava, parevami vedere da una parte la fucina di Vulcano popolata di gnomi, di carnefici, di demonii che facevano stridere rumoreggiare tutti gli strumenti della tortura; dall’altra vedeva un cimitero immenso popolato di croci nere nere che campeggiavano in un mar di neve; vi era la nebbia e vi era il silenzio, e fra quei due poli estremi io vedeva tumultuare e muoversi una moltitudine accalcata di uomini togati colla cravatta bianca e grandi parrucche; avevano il ghigno beffardo e l’occhio collerico, e a guisa di una folla che si agita senza cambiar di posto, si dibatteva e oscillava fra quei due poli di fuoco e di ghiaccio.

Fu scritta già la storia della magia e si credette averla sepolta sotto la pietra del medio evo, ma io cre[p. 78 modifica]do fermamente che un’ultima pagina rimanga a scriversi di quella storia, ed è quella della medicina. Parevami nei miei due giorni di malinconia e di stanchezza che l’arte del curare fosse magia antica vestita in giubba e in cravatta bianca. E non e forse magia la ricetta latina con numeri geroglifici e non e forse magia il toccar del polso e lo sporger della lingua, e la fede nel rimedio, e la profezia sempre ripetuta e sempre smentita; e non è gergo di magia tutto quel linguaggio greco e latino che nasconde nel fumo e nelle bolle di sapone il vuoto della scienza?

Dalla Sibilla di Cuma alla Zingara, all’omeopatico, dall’oracolo di Delfo alla chiromanzia e alla medicina non vi è forse una gerarchia naturale di pregiudizio, di mistificazione, di magia?

La paura della morte ha creato molti pregiudizii; non potrebbe essa aver fatto conoscere anche la medicina? La sentenza più mite che si possa darne è quella di Lamartine, che essa è una intenzione di guarire. Era il dott. B... che voleva uccidermi per dimostrarmi la profonda convinzione della sua fede, e il dott. T... che prima di curarmi, mi faceva morire sotto le montagne gelate della sua sterile erudizione io non vedeva posto alcuno per una medicina che fosse scienza e conforto; che non fosse nè fanatismo nè negazione di tutto.

Mio caro William, io m’ingannava. Era i due poli del fuoco e del gelo esiste un largo campo per la medicina; vi sono uomini che curano le malattie e non rassomigliano punto nè al dott. T... nè al dott. B..

Questa cara scoperta doveva farla nell’ultima parte del mio viaggio medico, nella mia visita al dott. Haug.

Sono andata quest’oggi da lui e me ne sono ritornata a casa tutta rinfrancata e serena, come se avessi fatto una gita nel campo e ne avessi riportato un fascio di erbe e di fiori, di ramoscelli sempre verdi e di muschio vellutato. O che caro amico è mai il dott. Haug...

Prima di arrivare al suo studio, io aveva già simpatia per lui, perchè, ascendendo le scale e attraversando la sua anticamera, le sue sale, aveva già scoperto a pri[p. 79 modifica]mo colpo d’occhio ch’egli ama le cose belle, e sopratutto ama la natura, di cui aveva fatta prigioniera in casa sua quanta parte aveva potuto.

Sulla scala c’erano dei pini grandissimi imprigionati in grossi vasi di terra, e mi pareva impossibile che vi potessero viver sani e robusti, e la terra in cui erano piantati non era nuda, ma coperta di erbe e di muschi come se ne trovano nella Scozia. Ogni pianta aveva il suo tappeto verde, aveva la sua famigliuola di pianticelle minori che pareano tenerle compagnia. Nell’anticamera, nelle sale, dappertutto vi erari fiori e fra essi sentiva a bisbigliare alcuni uccelletti ch’io non vedeva. Quel che vedeva erano statue; copie delle più belle opere di scoltura della Grecia antica e dell’Italia moderna. Le divine forme dell’uomo, della donna, del bambino, erano ritratte per ogni parte in marmo, in alabastro e sulla tela. Nello studio, sullo scrittojo, vi era una Venere dei Medici in alabastro, messa fra due pianticelle d’alloro e di mirto, e parevano tutte quelle belle cose sepolte in un mondo di libri d’ogni grandezza e d’ogni colore.

Quanto era poetica quella concisione sublime di cose! La Venere dei Medici, due alberetti sempre verdi e le opere dell’ingegno umano! La natura, l’arte, la scienza si trovavano in quello spazio ristretto vicinissime l’un all’altra, sembravano confondersi e quel medico doveva sentirsi profondamente commosso quando sedeva al lavoro in quel posto.

Fermai la mia attenzione sul mirto e sull’alloro. Quelle pianticelle eleganti non erano trovate a caso: esse erano state scelte da un gusto squisito. Non son esse le piante sacre all’amore e alla gloria? — Stava appunto fabbricandomi un idillio su quelle due belle prigioniere del dott. Haug... quando sentii i suoi passi che si andavano avvicinando nel corridoio. Sentii pure la voce e lo schiamazzo di un bambino, sentii il fruscio di una veste di seta, alcune parole che non capii ma che non potevano essere che d’uomo a donna, parole d’amore... Quanto amava quel medico, prima ancora di averlo veduto...

Un momento dopo io era seduta accanto a lui... non [p. 80 modifica]mi aveva parlato; mi aveva solo salutato col capo, e noi mi aveva sorriso e mi sorrideva ancora. Era un sorriso continuo, ma che variava di minuto in minuto; era un sorriso che era una domanda, un incoraggiamento, una speranza. Il dott. Haug... mi diceva un mondo di cose e senza parole...

Come mi sentii subito espansiva! — Eppure parlai poco perchè egli capiva subito tutto e col suo eterno sorriso, che era così eloquente, mi faceva ìnterrompere il discorso e saltar cose noiose e lunghe, ed io, facendo la triste e ormai nauseosa storia dei miei dolori mi sentiva talmente sorretta da quell’uomo che mi attraeva tutta quanta colla sua benevolenza e la sua attenzione, che io, parlando di tristissime cose, non sentiva nè dolore nè gioia...

Ti dirò una cosa sola del dottor Haug... Mentre stava parlando, ad un tratto mi sorprendo nel trovarlo molto giovane, troppo giovane per un medico tanto celebre; e questo pensiero importuno mi interrompe il filo del discorso e poi... obbedendo al solito alla mia prima emozione, gli dico.

— Mi perdoni, è il dott. Haug...

— Per servirla, mia signora; e poi cambiando il suo sorriso in una vera risata a mezza voce, mi dice:

— E perchè ne dubitate?

— Ma, mi perdoni: vedendola tanto giovane aveva creduto ch’ella potesse essere un supplente del dottor Haug...

Qui il dottore si mise a ridere con una compiacenza grandissima: e poi distaccò una fogliolina di mirto che andò schiacciando fra le sue dita e odorando con una voluttà singolare, quasi allettata.

Quest’uomo non è anglosassone certo, ne britanno, è una goccia di sangue romano smarrita fra le nebbie dell’Inghilterra. Ha i capelli neri e folti, la fronte alta, il naso aquilino, la pelle bruna, la fisonomia affaticata dallo studio, la faccia nobilissima, qualche volta presa da leggera convulsione.

Lesse con molta attenzione la diagnosi del mio male e fatta dai medici che prima di lui mi avevano veduta, mi fece alcune domande, appoggiò il suo capo per po[p. 81 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/83 [p. 82 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/84 [p. 83 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/85 [p. 84 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/86 [p. 85 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/87 [p. 86 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/88 [p. 87 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/89 [p. 88 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/90 [p. 89 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/91 [p. 90 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/92 [p. 91 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/93 [p. 92 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/94 [p. 93 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/95 [p. 94 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/96 [p. 95 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/97 [p. 96 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/98 [p. 97 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/99 [p. 98 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/100 [p. 99 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/101 [p. 100 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/102 [p. 101 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/103 [p. 102 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/104 [p. 103 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/105 [p. 104 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/106 [p. 105 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/107 [p. 106 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/108 [p. 107 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/109 [p. 108 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/110 [p. 109 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/111 [p. 110 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/112 [p. 111 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/113 [p. 112 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/114 [p. 113 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/115 [p. 114 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/116 [p. 115 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/117 [p. 116 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/118 [p. 117 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/119 [p. 118 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/120 [p. 119 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/121 [p. 120 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/122 [p. 121 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/123 [p. 122 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/124 [p. 123 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/125 [p. 124 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/126 [p. 125 modifica]Pagina:Mantegazza - Un giorno a Madera, 1910.pdf/127 [p. 126 modifica]durato per secoli infiniti, ma che l’infinito avrà ad appagare.

La tua Emma parte e t’attende dove tu pure verrai.

Addio. Vivi e sii grande; vivi e sii uomo utile; vivi e non far soffrire anima viva; vivi e mi ama, come io ti amerò eternamente.


Tracciato con caratteri convulsi e tremanti sotto questa pagina si leggono queste linee:


Ti giuro, o mia Emma, di vivere.

Tu giuro di essere uomo utile e laborioso, te lo giuro per amor tuo.

Quito 27 ottobre

William.


Dacchè ho ricevuto le reliquie di Emma e di William, ho sempre atteso religiosamente e in silenzio che una lettera mi dicesse qualche cosa del mio sventurato amico e ho sempre atteso invano.

Dieci anni son passati ed io ho il diritto di pubblicare queste pagine ardenti di due fra le più nobili creature che io abbia conosciute.

Ad onta del mio diritto ho scritto in Inghilterra più volte a William, alla zia Anna, ma non ebbi risposta alcuna.

E dopo aver sperato fino all’ultima ora una parola del mio amico, io ho pensato di pubblicare i fogli che mi aveva inviato.

Ho la ferma convinzione che l’averli letti non farà male ad alcuno, potrà far bene a molti.