Un grido/A messer Pietro Aretino
| Questo testo è riletto e controllato. |
| ◄ | Al lettore | Al maiale | ► |
A
MESSER PIETRO ARETINO.
I.
Se ancor l’antico e libero sorriso
In cor ti brilla, o glorïoso ingegno,
Torna dall’ombre del tuo freddo Eliso,
Torna nel mondo che di te è ben degno.
Tutti, il vedi, siam tuoi. L’inutil sdegno
Dell’ombrosa virtù suscita il riso;
Chè bello è troppo della terra il regno,
Per sognar fra le nubi il paradiso.
Vieni, o maestro; e della dolce vita
Le occulte fonti ed i piacer segreti
Ai palpitanti giovinetti addita.
Vieni; e questo nel cor de tuoi poeti
Stampa, o Aretin: che Dante è un gesuita,
E che Beatrice va lasciata ai preti.
II.
Tutto, così, quanto ancor di fallace,
Quanto di vano ha in sè l’uman pensiero,
Schiacciar tu possa con la man sagace
Sotto le rose dell’amabil vero!
Già il picciol stuol de’ tuoi nemici, in pace
Dorme col Giusti; e il gran Parini, il fiero
Dileggiator d’Amore, anch’egli or tace,
O bròntola coi nonni in cimitero.
Povero vecchio! E il suo Chirone intanto,
Fera divina! va con l’altra greggia
Nuovo tentando e più gradevol canto.
E Silvia? Ah Silvia di ben altre carte
Bee la dolcezza; e un gladiator vagheggia
Non per morir, ma per amar con arte!
III.
Sol non vorrei che il tuo vocion sì pieno,
— Delizia un tempo al buon sangue latino! —
Rimescolar di qualche gracilino
Fanciul dovesse il delicato seno.
S’io fossi in te, mi farei greco; o almeno
Ne piglierei l’accento e il figurino;
Chè tutto ormai, l’amor, le donne, il vino...
Tutto, nol vedi? fuor che il Genio, è ellèno.
O maraviglia! In fra i beati spirti
Ecco già movi delle Etère, e teco
Vien la tua Frine...! E già mi par d’udirti,
Bianco vestito e con la cetra in mano,
Toccar le corde... e bisbigliarci in greco
Quel che far tu solevi in italiano!
IV.
Dunque a Citera! alla beata sponda
Dove Venere nacque, e spunta il fiore
Della facile gioia; ove profonda
Saggezza è il riso, e una festa l’amore.
Ivi non ombra il ciel, non scoglio ha l’onda,
Nè spin la rosa, nè tristezza il core;
Ivi i giorni felici, e la gioconda
Notte più dolce delle dolci aurore.
A Citera, a Citera! E voi dal lido,
Dietro il bel legno che cantando varca,
Le man tendete, o verginelle, e il grido.
A che languir per quel feroce e vano
Dio, che è il Pudor? Meglio aspettar la Parca
Coi fiori al crin, che col rosario in mano!
V.
Excelsior!
E noi, mia cara...? Ah no; noi tra le file
Di tai felici non vedrà Citera;
Chè troppo il core disdegnoso, e altera
L’anima abbiam per un desìo sì vile.
A noi santa è la casa, asil gentile
All’onore, alla fede, alla preghiera;
A noi sacro è il candor dell’uom che spera,
E il gaudio onesto ed il dolor virile.
Che se il bel lume ad oscurar del giorno
S’addensin l’ombre, e a sbigottir gli orecchi
L’urlo de’ nembi ci si levi intorno;
Noi di due cune dal trapunto velo,
Noi dalle tombe di due santi vecchi,
Vedrem pur sempre, e sentiremo il Cielo.