Un grido/Al lettore
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AL LETTORE.
Anzi, se t’ho a fare intera la mia confessione, era questa la mia segreta speranza, quando pubblicai, due mesi fa, nell’Illustrazione Italiana i cinque sonetti a Messer Pietro Aretino. Speravo che sarebbero pur riusciti, que’ miei cinque soldati, ad appiccar la battaglia; e m’aspettavo di vedermeli tornare dal campo così malconci e feriti, da imporre ad altri assai più valenti di me l’obbligo, non solo della pietà, ma della vendetta. E invece, se ne tornarono incolumi; chè il nemico, certo per far dispetto a me, non tirò sopra di loro, ma sopra il Pudore; imitando que’ bravi studenti, che per far dispetto al ministro che li avrebbe voluti un poco più colti, gridavano: morte a Senofonte.
Pure, mi piace di ritentare la prova; ed è per ciò che li ristampo, insieme a una lettera e a quattro altri sonetti pubblicati anch’essi nell’Illustrazione; li ristampo malgrado le due obbiezioni che mi furono fatte, e che io sento il dovere di comunicare anche a te, o discreto lettore; perchè non mi piace d’ingannare nessuno, e men che meno gli amici.
La prima è un’obbiezione da artisti; che certe glorie (e l’Arte greca è una di queste) non sono meno sacre agli uomini di certi sentimenti; nè si possono quindi deridere senza empietà. Certo, non si può dir cosa nè più giusta nè più prudente; ma tra l’arte e la contraffazione c’è, mi pare, un abisso. A nessuno al mondo sarà mai venuto in capo, io penso, di celiare dinanzi allo spettacolo del mare in burrasca: ma chi al vedere, in certi teatri, certe onde di cartone, potrebbe tenersi dal ridere? E noi, non si dovrebbe poter ridere anche noi, o piangere, o sdegnarsi, secondo i gusti, di questa volgare falsificazione del mondo greco, che è quanto dire del più amabile, del più elegante, del più ideale dei mondi; non si dovrebbe poter opporsi a questa invasione di Satiri e di Baccanti? Ah no; noi, onesto lettore, gli chiuderemo le porte in faccia a codesti ospiti. E dicano pure che siamo codini; purchè non sia la coda del Fauno!
Del resto, chi volesse cercar le ragioni per cui a tanta gente, e così d’un tratto, sia venuto addosso questo furore di vita greca, credo gliene salterebbero agli occhi subito due. L’una che, anche nell’arte, il far l’antico è molto meno difficile che non l’esser moderno; chè le vecchie monete, siano pure bellissime, si possono riprodurre, e bene, anche nello stagno; ma la moneta corrente, che ha da servire a tutti, che rappresenta tutti i valori e deve soddisfare a tutti i bisogni, deve essere di quel dato peso, di quel dato metallo; e il diritto di batterla, non l’hanno che i Principi. L’altra, che qui in Italia — forse per quella gran passione che abbiamo dell’andar in maschera — nessuno si compiace o si contenta di essere lui, ma ognuno vuol essere un altro. È veramente un ridere. Quando un giovanotto è giunto ad una certa età, e si accorge di essere diventato un uomo perchè non ha più nessuna fede, e sente di essere un poeta perchè non ha più nessun ideale la prima cosa che egli fa è quella di vedere se gli torni meglio vestirsi da Fausto o da Amleto, o da tutti e due insieme; se gli convenga di più fare il Byron, o il De Musset, o l’Heine, o questo, o quest’altro; ed io conosco un bravo figliuolo, il quale, visto il gran romore che, non è molto, riuscì a fare un vivo col fingersi morto, si compose da sè anche lui, e con molte lagrime, nella bara; e son sei mesi che il meschinello, pur stando benissimo, va piangendo in versi e in prosa il fior de’ suoi gentili anni caduto. Gli è così che, come fummo prima francesi e tedeschi poi, si va ora diventando greci; e ci par di esser più grandi perchè mandiamo un’ombra più lunga. E nessuno pensa che quanto più lunga è l’ombra, tanto più basso è il sole!
La seconda obbiezione è un’obbiezione da poltroni; ai quali certe cose dispiacciono senza dubbio, ma, infine, bisogna essere ragionevoli. All’Arte, a questa bella capricciosa, bisogna pur lasciare un pochino di libertà: guai a lei ed a noi se le anticipassimo, col troppo rigore, le rughe! E poi, il mondo è sempre stato così: si va, si va per un pezzo senza saper dove, ma all’ultimo si ritorna; sono le malattie dell’umanità; sono i temporali della bella stagione, che lasciano dietro di sè un cielo più puro, una salute più ferma.
Discorsi bellissimi e pieni di dignità, ma che io non ho mai sentiti fare nelle cose che più ci stanno a cuore; quando, per esempio, un’epidemia ci vuota le case, o quando la gragnuola ci diserta le campagne! E in quanto ai capricci dell’Arte, certo ella ha tutti, anche i più folli, diritti della gioconda giovinezza; certo al poeta è permesso di tuffarsi nelle più procellose correnti della Vita, di forzare i più segreti recessi della Natura in cerca di suoni per i suoi canti, di fiori per le sue ghirlande; e nessuno lo potrà condannare se, in mezzo a tanti, egli ne colga taluno di velenoso. Ma costoro li vogliono velenosi tutti; si direbbe anzi che sono dei fabbricatori di veleni; tanta è la gioia con cui tentano di avvelenarci ogni cosa più cara; ogni dolcezza di memorie, ogni consolazione di speranze.
Ebbene, no; non è questo l’ufficio dell’Arte; e guai a noi se non si dovesse avere almeno il povero coraggio di dirlo!
Io mi ricordo con indicibile tenerezza di un tempo in cui l’Arte pareva veramente, venuta
di cielo in terra a miracol mostrare;
di un tempo, che oramai è diventato antico, nel quale noi, poco più che fanciulli, s’imparava ad amare la patria nei canti de’ poeti più ancora che nelle pagine degli storici. C’era ne’ nostri cuori un ardore di fede, un rispetto alla virtù, uno spirito di sacrificio, che tutte insieme le filosofie di codesti scettici non daranno mai all’uomo; nel grido di Dio e popolo, c’era un entusiasmo, una passione del bene, che il nuovo grido di Satana non potrà mai suscitare nel mondo; c’era nelle imprecazioni del Berchet, negli sdegni del Giusti, negli inni del Mameli qualche cosa di così grande, di così degno dell’uomo, che tutti i nuovi cantori delle Taidi antiche e moderne non arriveranno mai nemmeno a comprendere.
Ma qui, o candido lettore, tu mi avverti con uno sbadiglio che le prediche, quando ne hai voglia, sei solito andarle a sentire in Duomo; ed io, ringraziandoti dell’avvertimento, mi fermo subito. Un po’ perchè mi par strano e quasi ridicolo anche a me, che per soli nove chicchi di grano s’abbia proprio a servirsi d’uno staio; e un altro po’ perchè tu non m’abbia a cascarmi addormentato dinanzi, prima ancora ch’io sia riuscito a pregarti, come faccio ora e in gran fretta, a volermi essere prima d’ogni altra cosa un lettore indulgente.
- Milano, 28 febbraio 1878.
Giovanni Rizzi.
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