Un grido/Al maiale
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AL MAIALE.
Tibi quoque, tibi quoque.
- Mio Carissimo, [1]
«Dio sa con che dolore, pensavo tra me, codesti sacerdoti, e vittime insieme, del Sapere si son dovuti strappare dal cuore ogni fede più dolce, ogni più cara speranza della vita! Dio sa con che lagrime codesti poeti si son visti fuggire dinanzi, e per sempre, i più giocondi fantasmi dell’Arte!» E mi tornava alla mente il dolore immortale, e sacro per tutti, del povero Leopardi.
Ma ora questi scrupoli mi son passati: ora che il Carducci — che vuol dire tutta una scuola — seccato, si vede, di quell’eterno cibreo del cuore umano e
«di quella sua secrezion mucosa
Che si chiama l’affetto,»
trovò per il maiale parole di sì indulgente benevolenza e scintillanti di tanta gaiezza, che non posso tenermi dal riportarle.
«Io, se potessi vincer la molestia
Del grasso e dello schifo,
Vorrei pigliare il cuor di quella bestia
Che ha lungo e nero il grifo
E si distende seria nel pantano
Con estetica molta,
Come fosse un poeta italiano
Dentro una strofe sciolta;
Sul lauro che più lieti i rami spanda
Al dolce italo sole
Affigger lo vorrei fra una ghirlanda
Di rose e di viole,
Con la penna d’acciaio d’un cantore
Dalla fronte ideale.
Venite, o buona gente: al cuore al cuore
Che almeno è di maiale.»[2]
I tempi dunque sono maturi, nè c’è una ragione al mondo per contender più oltre la libertà a quel mio prigioniero; ed è appunto per ciò che io vengo a chiedere per lui l’ospitalità del tuo giornale. E bada, che io so perfettamente quel che mi faccio, e che non m’illudo punto punto. Io so, per esempio, che il nero campione del Carducci, nato e cresciuto ai dolci soli dell’Ellade, e nudrito dalle Muse istesse a foglie di rosa e a bacche di alloro, susciterà, al solo mostrarsi, una tempesta di applausi; mentre il mio, povero novellino, che non conobbe mai nè i giardini nè le stalle di Circe, e che, figurati! ha ancora negli occhi le lagrime dell’uomo, se il pubblico non me lo ammazza di colpo, certo lo caccia, e a fischi, fuor dell’arena. Ebbene, caro il mio Treves; ci vuole pazienza. A volte anche il farsi fischiare è, per un galantuomo, un dovere; e il farsi ammazzare per una buona causa è, grazie a Dio, un diritto di tutti; dei deboli come dei forti, dei piccoli come dei grandi. E poi... chi sa mai? Ci potrebbe essere ancora al mondo qualche ingenuo che spingesse l’idealismo al punto da preferire il cuore dell’uomo a quello del maiale; qualche buon borghese, a cui codesto vil muscolo nocivo alla grand’arte pura, paresse tuttavia di qualche utilità negli usi e nelle battaglie della vita; qualche sonnambulo a cui paresse perfino che un po’ di cuore non fosse nocivo nemmeno al poeta; il quale (guarda se si può dare un idealista più cocciuto e nello stesso tempo più scipito di me!) dovrebbe essere il consolatore degli uomini; dovrebbe fare con la così detta nudità del Vero quel che fecero a un di presso con Noè i suoi due figliuoli più pietosi: gettarle sopra il mantello dell’Arte.
Due righe ancora, e ho finito. Tra le ragioni per le quali non mi sapevo indurre a pubblicare questi tre sonetti, c’era anche quella che la chiusa del terzo potesse a taluno parere un po’ cruda, e quasi irriverente alla solenne maestà della Morte. Ma i poveri morti sanno troppo bene che io li rispetto, e tutti; nè forse sarebbe male, nemmeno per loro e per la santità della loro memoria, che gli altri imparassero a rispettare egualmente i vivi!
E ora addio, e grazie. Che se a qualcuna delle tue gentili lettrici dovesse venire a noia questo sentir parlare e con tanta insistenza, di cose così poco ideali, ti prego di farle intendere che ci avevo pensato ancor io; e che, appunto per questo, t’ho mandato oggi un altro sonetto, un sonetto agli uccelletti del mio giardino, che vorrai, spero, pubblicare nel prossimo numero della tua eccellente Illustrazione.
Sarà, se non altro, un soffio di più spirabil aere!
- Milano, 5 febbraio.
Il tuo
G. Rizzi.
I.
Te pur, te pur, o della pia Natura
Immondo figlio, canterà il poeta!
Comun madre è la terra, e una segreta
Beltà risplende in ogni sua fattura.
Stolto è l’orgoglio dell’umana creta
Che sè con Numi ed Angeli misura...
Noi siam fratelli! e nella tua bruttura
Bello tu se’ come il maggior pianeta.
Che se negli occhi non ti ride Amore;
Se un Dio scortese della mente il volo
A te negava, e i bei sogni del cuore;
Pur sei figlio a una Dea: pur l’immortale
Materia è in te...! E però mi consolo...
E quà la destra, cittadin Maiale.
II.
Qua la destra? E se il puzzo... Ah mi perdona,
Nôvo fratel, se ancor non muto stile;
Se nel mio dir, se nella mia persona
Alcuna cosa ancor v’ha di gentile.
Ma passerà. Ben sai che il giovanile
Errore a stento, e tardi, s’abbandona;
Ma passerà, mel credi; e già il virile
Carme de tempi nuovi in cor mi suona.
O vecchi Cigni che di fior vivete,
Di rugiade, d’ambrosie, e per un vago
Sentier di lauri il molle piè traete,
Sgombrate alfin lo stupido Parnaso;
E quì, nell’acre voluttà del brago,
Il cor s’afforzi... e si ritempri il naso.
III.
Miseri avanzi di bugiarde scole
Che falsar ci vorreste anco il pensiero,
E con due cenci di belle parole
Coprir la santa nudità del Vero;
Noi, d’altra Musa più robusta prole,
Noi diciam bianco al bianco, e nero al nero;
Noi ci ridiamo delle vostre fole,
Nè alcun nume ci secca o alcun mistero.
E il dì che al sol si chiuderan quest’occhi,
Paghi morrem: nè chiederem giammai
Le preci e i fior che chiedono gli sciocchi.
Assai ci fia, se al suol che ci ricopra
Di quando in quando tu venir vorrai,
Pietoso amico, a grufolarci sopra!