Un nido/I

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I. La famiglia Spiccorlai

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Neera - Un nido (1889)
I. La famiglia Spiccorlai
Prefazione II

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PARTE PRIMA


La famiglia Spiccorlai

Vitæ summa brevis spem nos

vetat inchoare longam.


Neera - Un nido, Milano, Galli, 1889 (page 15 crop).jpgo l’ho veramente conosciuta la signora Rosa Spiccorlai, nella sua duplice qualità di bella donna e di moglie del signor Carlo Spiccorlai, bottegaio in ritiro.

Come bella donna, bisogna dirlo, era agli sgoccioli; ma se la cronaca non mente, ella l’aveva fatta al tempo prima che il tempo la facesse a lei; il che significa, ragazze, che se la Rosa Spiccorlai non aveva letto il Nuovo Testamento [p. 8 modifica] (giacchè leggere non era il suo forte), conosceva pur tuttavia la storia di quella malvagia femmina alla quale i farisei gridavano: Lapidiamola, lapidiamola! e che Gesù, misericordiosamente benigno, salvò con queste parole: Va, e non peccar più!

Ma la Rosa invece tornò a peccare, ecco la differenza.

Era una donnona grande e corpacciuta, con un portamento triviale e un'andatura sguaiata. La sua fisonomia, molto regolare e conservata fresca in mezzo ai lardelli, presentava nell’espressione un complesso di malignità, di ignoranza, di istinti volgari, cui poco curavano i suoi ammiratori, paghi di vederle il naso piantato diritto sulla faccia e certi occhi da civetta rilucenti e tondi che parevano sentinelle pronte sempre a presentare le armi.

Un brutto sorriso – sorriso tetro benchè aperto su due file di bianchi denti, sorriso che non riuniva gli angoli della bocca in quella pozzetta amabile e bonaria che piace tanto vedere nelle persone amate – aveva eletto domicilio stabile fra le sue due guance rubizze, e nessun pensiero ne lo cacciava mai.

Come moglie apparteneva alla categoria di [p. 9 modifica] quelle che portano i calzoni; lo lasciava capire volentieri; se qualcuno mostrava di non accorgersene; ella ripeteva il detto con somma compiacenza, picchiando allegramente la parte incriminata.

Si vede che la nostra gaia comare non aveva pregiudizi in fatto di belle maniere. Non è per lei certamente che sarebbe nato l’ordine della Giarrettiera; se le fosse caduto un legaccio in mezzo a cinquanta persone, prima che altri si incomodasse a raccoglierlo, ella stessa lo avrebbe risolutamente riallacciato.

In tutta segretezza vi paleserò che la Rosa aveva quarantaquattro anni e una treccia di stupendi capelli neri che le costava cinquanta lire.

Come era riuscita ad ammonticchiare quelle cinquanta lire, parrebbe un terzo segreto; ma io non lo conosco davvero.

So che la famiglia Spiccorlai, antichi mercanti di grassi e di salumi, si era ritirata dagli affari in condizioni poco buone.

Carlo Spiccorlai, il marito, ex-pizzicagnolo, toccava la settantina e lo si diceva il più grande originale del corso Garibaldi.

Reso quasi impotente da una paralisi alle [p. 10 modifica] gambe, il vecchio Spiccorlai se ne stava tutto il giorno disteso sopra un'ampia poltrona di pelle unta e sdrucita, col gomito appoggiato a un tavolino altrettanto unto, sdrucito e sudicio; e guai a toccarlo!

Questo mobile invalido portava ancora dipinta sulla sua superficie una scacchiera da tempo immemorabile vedova di pedine; sovr’esse il suo strano proprietario passava le ore curvo, borbottando e facendo segni cabalistici colle sue lunghe dita uncinate.

Mangiava voracemente, al pari di un cane, un cibo oltre ogni dire frugale; gridava quando gli si chiedevano denari; non poteva soffrire le bestie, nè fiori, nè musica, nè visite in casa.

Non parlava quasi mai, e se la moglie lagnavasi dell’eccessiva economia domestica, rideva – rideva soltanto allora – e imbizzarrendo ancor più colle dita sulla scacchiera, lo si udiva mormorare una sua esclamazione favorita: donne, cavalli, orologi...1 – scuoteva la testa e non si poteva cavargli altro.

Era scemo? Nemmen per sogno. [p. 11 modifica]

Carlo Spiccorlai, col pieno possesso delle sue facoltà mentali, amministrava la piccolissima sostanza che gli era rimasta, calcolando con esattezza da matematico il valore d’un centesimo; ne consegnava puntualmente i frutti alla moglie, e bisogna confessare che, una volta usciti i denari dalle sue mani, non se ne curava più.

Con quei frutti, tanto erano meschini, si poteva morir di fame; ma la Rosa li ampliava a suo talento; spendeva, faceva, disfaceva. Purchè non si alterasse la dieta puritana di lui, gli altri erano padronissimi di trattarsi anche a fagiani – non domandava la provenienza.

La Rosa stava assente tutto il giorno, andava a teatro colle amiche e cogli amici, vestiva di seta o di cotone, cantava o piangeva – indifferenza assoluta.

Era allora che le vicine dicevano: Ah! costei porta proprio i calzoni.

Il vecchio non vedeva nulla, non si immischiava di nulla. Soltanto in due o tre occasioni culminanti della loro vita coniugale, il vecchio si era rizzato sulla poltrona, e puntando l’indice formidabile aveva detto: Voglio!

I calzoni servivano poco, in quei casi, alla signora Rosa – ma erano casi tanto rari! [p. 12 modifica]

Abitavano una lurida stamberga sul corso Garibaldi, senza portinaio, colla scala buia; una di quelle scale che odorano di cloaca, che hanno i gradini rotti, scivolanti e le pareti stillanti salnitro – che riuniscono in una sola decrepitezza immonda le due decrepitezze del tempo e della miseria.

Che cos’era stata quella casa durante più di un secolo, è facile immaginare.

Operai ubbriachi e fanciulli piangenti di fame vi avevano fatto echeggiare le loro grida; donne macilenti erano scivolate come ombre lungo i muri verdastri, lasciando sulle pietre umide la impronta delle loro mani. La disperazione, la malattia, il rimorso – fors’anche il vizio – dovevano essere i genii famigliari di quelle cupe e strette vôlte, di quei corridoi senz’aria e senza luce, di quelle porticine basse, annerite, grumose, sulle quali quattro generazioni avevano deposto a strati e a croste il loro sudiciume e il loro sudore.

Sembrava singolare che la famiglia Spiccorlai, per quanto ristretta di mezzi, potesse adattarsi a vivere in quella tana dell’ultima plebe.

Certo la signora Rosa non vi stava per propria elezione. Ma quando ritta sul ballatoio in [p. 13 modifica] pompa magna impiegava un buon quarto d’ora a raccogliere le gonne per poter scendere incolume l’orribile scala, il vecchio col naso applicato alle sbarre della finestra le gettava uno sguardo beffardo e si fregava, ghignando, le mani.

Più le ragnatele calavano dense e polverose dalle travi putride, più gli scarafaggi guazzavano nelle immondizie degli angoli bui, più vi era intorno a lui di bruttezza e di schifo, il vecchio gongolava.

Dalla specola della sua finestretta vedeva le macchie umide dei muri e le numerava con gioia. La Rosa si sgualciva nel passare gli sboffi dell’abito maledicendo all’avarizia del marito, ma sapeva bene di non poterlo indurre a cambiar casa.

C’era nella corte una fabbrica di birra, e quando rimovevano le materie fermentate, saliva un fetore insopportabile: allora il vecchio non mancava mai di aprire la finestra.

Litigi ne accadevano di raro. S’erano accomodati a quel genere d’esistenza; lui si divertiva a vederla imbizzire – lei cercava altrove dei compensi.

Durante una piovosa giornata d’ottobre, il portalettere del quartiere entrando a malincuore [p. 14 modifica] in quella stamberga – forse per la prima volta – si guardò attorno con palese ripugnanza, e piantandosi in mezzo alla corte con piglio tra l’impaziente e lo sdegnoso (era un novellino viziato dalle eleganti portinaie), cacciò la mano nella borsetta nera che gli pendeva ad armacollo, ne trasse una lettera, lesse, rilesse, e guardando in su verso le sconquassate ringhiere del terzo piano, chiamò: — Spiccorlai!

Silenzio.

L’acqua cadeva fitta, sottile, incessante – egli aveva un berretto nuovo – riguardò in su; richiamò: — Spiccorlai!

Sulla soprascritta c’era forse signore, ma non credette necessario ripetere quel titolo in mezzo a quella corte.

— Non abita in questa maledetta casa un tale Carlo Spiccorlai? Ohe!

La domanda era rivolta alle grondaie gocciolanti e alle travi tarlate, ma parve l’udisse il vecchio pizzicagnolo, che aperse la finestra e cacciò fuori il suo naso adunco.

— Cosa c’è?

— Una lettera!

— Vengo.

Non furono scambiate altre parole; il vecchio [p. 15 modifica] rinchiuse la finestra, il portalettere si rifugiò sui primi gradini della scala, deciso a non andare avanti.

Nè dovette aspettar molto.

Un passo leggero, un’ombra bruna, una scarna mano di donna che si allungò tremante, e l’incidente ebbe termine.

Il giovinotto uscì allargando i polmoni – la lettera portata al suo destinatario venne posta sul tavolino della scacchiera, e l’ombra bruna, assicuratasi che dalla vicina camera la signora Rosa non l’udiva, si arrischiò a dire:

— Chi sarà mai?

Chi sarà mai?

La lettera o l’ombra? Incominciamo dall’ombra.

Carlo Spiccorlai era il maggiore di un numero straordinario di fratelli; fra lui e l’ultimo nato – una femmina – correvano trent’anni; sua sorella dunque aveva quasi quarant’anni.

Era venuta ultima in una famiglia di tempre adamantine, di forti e bruschi voleri, e sembrò [p. 16 modifica] il virgulto di una timida betulla innestato al tronco di una quercia poderosa.

Rimasta senza madre, ebbe a soffrire gli urti di tutte quelle individualità così accentuate; dovette cedere, ubbidire sempre. La povera betulla perdette le foglie – fiori non ne aveva mai fatti – intristì, avvizzì dimenticata, finchè cadde, e parve proprio vi cadesse per morire, nelle braccia del fratello, unico superstite.

Carlo Spiccorlai non era uomo da perdersi in tenerezze. Le additò un nero buco accanto alla cucina, le fece la sua parte al magro pasto comune e venne in tal modo ad avere la terza persona della famiglia, un po’ meno d’una serva, un po’ più d’un cane.

Il vecchio bisbetico non parlava con lei più che colla Rosa, però non aveva per la sorella il ghigno beffardo che riserbava alla moglie; anzi qualche volta il suo piccolo occhio giallo la seguiva con insolita dolcezza e si poteva credere perfino che una parola meno aspra dovesse uscire dalla sua bocca, ma erano lampi. Generalmente si ricacciava sulla scacchiera, brontolando. Donne, cavalli, orologi!

Tra le cognate era un altro affare.

Fin dal giorno che Amarilli era comparsa sulla [p. 17 modifica] soglia della tetra casa, lunga, magra, allampanata, cogli occhi lagrimosi, col suo misero vestito di lutto che pareva un cencio posto ad asciugare sopra un bastone, la florida e paffuta signora Rosa l’aveva presa a bersaglio di tutta la sua malignità, di tutte le sue invidiuzze volgari, di tutto il suo orgoglio codardo.

A lei, bella e piena di salute, riuscì facilissima quella specie di superiorità fisica che impone alle creature deboli, che le schiaccia, che le umilia con un confronto di tutte le ore e di tutti i minuti.

Sì; lei poteva, rovesciando indietro le maniche con un movimento che le era famigliare, mettere in mostra le sue grosse braccia solide e bianche ridendo in viso sguaiatamente ad Amarilli, poichè sapeva che la povera zitella, se si lagnava di qualche cosa al mondo, come di una vera ingiustizia, era appunto della sua portentosa magrezza.

Era molto facile a lei, donna e padrona, dare di ogni cosa il peggiore alla malcapitata parente – il pane raffermo, la minestra acida, le lenzuola ruvide, il posto più disagiato; contraffarla, deriderla, dire che non sapeva vestirsi, nè muoversi, nè parlare; che pareva una mummia, ch’era [p. 18 modifica]proprio una Spiccorlai nata e sputata. Ah! ah! ah! (ridendo a squarciagola si metteva le mani sulle anche, dimenandosi come una cutrettola) non era per Amarilli certo che i giovanotti avrebbero inventate delle canzoni, come per lei, quando fanciulla ancora abitava in via Sant’Antonio e udiva cantare ogni notte sotto le sue finestre:

Nella via di Sant’Antonio
C’è una rosa della Madonna.

Amarilli avendole fatto osservare che Madonna e Sant’Antonio non rimavano affatto, nemmeno per far piacere a una bella ragazza, la Rosa salì in tutte le furie, e come espressione del suo massimo disprezzo, la chiamò una letterata.

Amarilli aveva ingegno, aveva un gusto delicato, un cuore sensibile. Aveva attinte le sole consolazioni della sua mesta vita nei piaceri dello spirito; la sua mente era bella se poco leggiadro era il suo corpo, e dietro le magre costole del suo petto batteva un caldo cuore.

Ma per la Rosa, Amarilli aveva tre difetti di prim’ordine: era donna, cognata e ne sapeva più di lei. [p. 19 modifica]

Vi sono molti supplizii, ma un supplizio lento e terribile è quello di un essere intelligente soggetto alla ignoranza cattiva, alla volgarità maligna e brutale.

Amarilli — anche il suo nome non andava esente dai sarcasmi — piangeva in segreto e dimagrava sempre più.

Ormai non aveva più nessuna speranza; le illusioni dei vent’anni erano sparite; l’ideale che l’aveva tormentata, come tormenta tutte le anime elette, s'era nascosto sbigottito chi sa dove, ed appena ne traluceva un fioco bagliore quando — ben sola e ben chiusa nel lurido sottoscala che le serviva di camera, accasciata sul meschino letto, al buio, tremante di freddo e qualche volta di fame, ella pensava al caro sogno di tutta la sua vita. Una casetta bianca in mezzo al verde, dei fiori, degli uccelli, dell’aria, del sole, del cielo azzurro... e una mano nella sua mano!

Il vecchio aveva preso la lettera e la guardava sospettoso ed incerto.

Amarilli commossa — i soggetti di commozione erano così rari in quella famiglia — [p. 20 modifica] curiosa anche, dopo di aver pronunciato: chi sarà mai? aspettava in silenzio.

Ma il vecchio non aveva fretta. A settant’anni certe impazienze non si provano più — dovesse cadere il mondo, con un piede nella fossa, che importa?

Analizzò la scrittura, la carta, il timbro: la depose, la riprese, era forse commosso anche lui, ma a capirlo bisognava essere bravi.

Amarilli gettò un’occhiata inquieta verso l’uscio; temeva l’apparizione della cognata.

Finalmente la lettera fu aperta. Carlo Spiccorlai lesse senza battere palpebra, e quando ebbe finito, impassibile, la porse alla sorella, dicendo:

— Rispondi: venga.

Amarilli lesse a precipizio:

«Bruxelles, 14 ottobre.

«Signore,

«Mia madre è morta stamattina; sono sola, sono povera; non conosco nessuno. Mi hanno detto che lei è mio parente; la mamma morendo pronunciò il suo nome. Posso presentarmi in casa sua? Posso venire a chiederle un asilo per il momento, finchè sarà decisa la mia sorte? [p. 21 modifica]

«Perdoni a una povera orfana che non sa quello che si dice in sì tremendo giorno, e che anela a ritrovare un padre nel fratello della sua povera mamma.

«Editta Vergy


— Giovanna è morta! — esclamò colle lagrime agli occhi — e sua figlia è rimasta in paese straniero....

— Sì, la contessina — saltò su il vecchio ghignando — la contessina che chiede un pezzo di pane al vecchio pizzicagnolo rimbambito. Venga, venga la contessina!

— Carlo, non ridere su una tomba appena chiusa. Giovanna ha sbagliato lasciando la sua famiglia, ma che colpa ne ha la fanciulla?

Il vecchio non l’ascoltava. Si immaginava il gusto che avrebbe la Rosa nel trovarsi per i piedi una nipotina, e rideva come un matto.

Amarilli, avvezza a quegli strani modi, non ne fece caso. Tutta turbata per la morte della sorella, per la povera orfana che non aveva, misera! altro rifugio che quell’orrida casa; combattuta fra il dolore e la pietà, palpitante, smarrita, avrebbe voluto correre in traccia della [p. 22 modifica]dolente e dimenticava quasi che Carlo le aveva detto: Scrivi, venga — una intera perorazione.

Quando se ne sovvenne, si sovvenne pure che in tutta la casa non avrebbe trovato un foglio di carta, e lo fece osservare timidamente al fratello.

— Denari! sempre denari! Voltati di là.

— Dove?

— Di là verso il muro; non guardarmi.

Amarilli si volse. C’era sul muro un ragno dalle lunghe gambe acrobatiche che correva, correva su verso il soffitto. Amarilli guardò quel ragno e sentì nel medesimo tempo un rumore secco, stridente.

— Non voltarti! — gridò il vecchio.

Passarono cinque minuti. Il ragno ridiscese dondolandosi a un lungo filo argenteo. Amarilli pensava ch’esso era molto felice, perchè il filo incominciato sulle travi cadenti di quell’antro poteva finire dentro un cespuglio profumato di glicine o di caprifoglio. Pensava alla povera Editta e a sè stessa, e sospirava.

— Ora voltati; ecco l’occorrente.

Un pezzo irregolare di una vecchia carta giallastra, un po’ bucherellata, un po’ sucida, giaceva sulla scacchiera. Donde era uscita? Nel [p. 23 modifica]tavolino non si vedevano cassette, il vecchio non s’era mosso e non poteva muoversi; alla magìa Amarilli non ci credeva, ma da parte di suo fratello nulla poteva sorprenderla.

Prese la carta, un po’ riluttante. Carlo Spiccorlai, prevedendo delle obbiezioni, intuonò il suo salmo:

— Donne, donne, donne! cavalli, orologi! Scrivi venga la contessina!

Un po’ d’inchiostro in fondo al vecchio calamaio di legno c’era; Amarilli lo stemperò con una goccia d’aceto.

— Bada che lo sprechi! — gridò il vecchio.

Scritta la lettera, Amarilli, tremante per paura di un rifiuto, chiese una busta.

— Una busta?... Sciocchezze.

Amarilli pazientemente soggiunse che il foglio lacero e friabile non poteva reggere al viaggio; che probabilmente la posta non lo avrebbe accettato.

— Una busta, una busta — borbottava l’avaro — quanto costerà?

— Ma, credo, almeno due centesimi...

Il vecchio prese tempo a riflettere.

Amarilli si aspettava ch’egli dicesse ancora: «Voltati di là,» ma invece disse: [p. 24 modifica]

— Scendi dal birraio e fatti prestare una busta: egli o sua moglie ne avranno.

Sciolto così il problema ed evitata la spesa dei due centesimi, si presentò assai più terribile quella del francobollo. Il vecchio non ne volle sapere, anzi andò in furia gridando:

— Ci penserà lei, la contessina.

— Per pietà, Carlo...

Inutile.

— Quando si vuol fare un’opera buona o farla tutta o non farla.

Con questa sentenza Amarilli sperava d’aver messo avanti un argomento inconfutabile; ma suo fratello rispose asciutto:

— Dunque non facciamone nulla!

Se la povera ragazza avesse posseduto il valore di un centesimo sotto la cappa del cielo, il francobollo era subito trovato; tuttavia la sua immaginazione vivace, aiutata dal fervido cuore, trovò un ripiego.

Ridiscese dalla moglie del birraio e le disse:

— Signora, volevo chiederle se ha ancora disponibile quel piccolo ricamo!

Alcuni giorni prima la vicina le aveva offerto di guadagnare qualche cosa ricamando un grembialino per il suo bimbo; ma Amarilli, che [p. 25 modifica]faceva tutto in casa sotto l’occhio inquisitoriale della cognata, non ardì accettare.

Ora il caso era disperato. Pensò che facendosi anticipare pochi soldi avrebbe comprato il francobollo e forse ne avanzava per provvedersi una candela e lavorare di notte.

La moglie del birraio acconsentì compiangendo in cuor suo la povera zitellona, che tutta rossa dal piacere uscì ad impostare quella lettera che le costava tanto.

Ella amava già Editta, l’orfana sconosciuta, e questo amore la occupava deliziosamente; aveva tanto bisogno di espandere in un seno amico la piena dei suoi affetti contenuti, che volava incontro alla speranza di trovare finalmente un essere capace di amarla, un essere debole da proteggere.

— Editta! Editta! — mormorava nel salire ansante la buia scala — chiunque tu sia, o sventurata fanciulla, che devi entrare in questa casa, avrai in me una madre!

Ed ora sì il vermiglio della più calda emozione imporporava le guancie emaciate della zitella. Madre!... Questa parola santissima aveva risvegliato un mondo spento nel turbinìo delle sue illusioni. Dovette appoggiarsi al muro. Un [p. 26 modifica]lembo pallido del cielo, sbattendole in volto gli ultimi barlumi del crepuscolo, illuminava la sua fronte stanca e dagli occhi avvizziti traspariva l’anima ardente, divina.

Era bella così.

Sul fondo cupo della parete la sua figura ascetica si staccava vigorosamente come un affresco di Michelangelo o di Raffaello. Aveva intorno al capo la doppia aureola delle martiri cristiane — il raggio della fede e le stigmate del dolore.

Era bella e sublime.

Voci rauche e discordanti uscendo dalla finestra affumicata del vecchio Spiccorlai, annunciavano un alterco.

La Rosa era tornata, e Carlo Spiccorlai, si vede, non aveva voluto ritardarsi il piacere di far andare sua moglie in tutte le furie, e le aveva raccontata premurosamente la novità della lettera.

Se la Rosa avesse perduto in pieno corso Garibaldi la sua famosa treccia nera, forse non si sarebbe alterata tanto. Certo è che quell’annunzio la pose fuori di sè. [p. 27 modifica]

Un’altra donna in casa? Una nipote? E chi era poi questa pettegola? Ella non ne aveva mai sentito parlare. Si prende forse marito per vedere spuntare di terra, come la gramigna, delle cognate o piovere in casa, come la tempesta, delle nipoti? — e chi altro ancora? Avrebbe avuto la compiacenza il signor Carlo Spiccorlai di avvertirla fino in qual parte del mondo si estendeva la sua simpatica parentela? Cugini Merica ne aveva almeno?... Giacchè tutti facevano capo in quella casa, avanti i denari. Ah! lei non era padrona di offrire un bicchier di vino a suo nipote Renato, ma per far posto agli altri doveva mettersi i piedi in bocca. Sì, eh? Sì?...

Con una mano sul fianco, rossa come un peperone, tenendo coll’altra il cappello che si era strappato violentemente dalla testa, aveva tutta l’aria di volersi slanciare sul vecchio; ma lui di riverbero aveva tutta l’aria di beffarsene e se ne stava nella sua poltrona di paralitico così sicuro e trionfante come in una fortezza. Il suo naso ricurvo che pareva quello di un uccellaccio da preda si raggrinzava nelle smorfie di un orribile sorriso e colle magre dita di scheletro batteva il tamburello sul tavolino. [p. 28 modifica]

Non parlava. Che cosa avrebbe detto? Egli non era una sciocca femminetta da sfogarsi in contumelie; la sua freccia l’aveva lanciata, e meglio che tutte le parole lavorava quell’uncino nel petto della sua cara metà. Più ella gridava, più egli si divertiva; faceva come il gatto che sta cheto e gode vedendo il topolino dibattersi fra le sue zampe.

— Vecchio rimbambito! — urlava la Rosa.

Ed egli zitto. Pensava: le deve dispiacere molto la nipotina se si perita a chiamarmi vecchio rimbambito, con rischio e pericolo di non vedere per questi trenta giorni la mesata.

— Vecchio pazzo!

Ed egli zitto. Osservava che le vene del collo si gonfiavano enormemente alla sua dolce sposa, che era molto brutta nella collera e che alla lunga alla lunga non poteva nascondere per un pezzo i suoi quarantaquattro anni suonati.

— No, non la voglio questa nipote, questa avventuriera, questa strega. Lo dico chiaro e tondo: o via lei o via io.

In quel mentre dalla porta socchiusa, entrava serena e radiante la zitellona.

Carlo Spiccorlai, puntellandosi sui bracciuoli della sedia e rizzando sui gomiti la sua strana [p. 29 modifica]figura di vecchio mago, esclamò tra l’ironico e il giulivo:

— Lascia aperto. La Rosa se ne vuole andare.

Se io scrivessi un poema epico in ottantasette canti, mi cadrebbe bene qui il paragone di una belva furiosa che alle prese con un’altra, se un innocente animale qualunque viene a mettersi in terzo, su quello si precipita come su capro espiatorio che deve vendicarla dell’impotente furore.

Amarilli questa volta, come cento altre consimili, ebbe a sostenere la parte del capro.

La cognata l’accusò di essere la causa di ogni suo dispiacere; la sua venuta in casa stabiliva un odioso precedente che tutti gli Spiccorlai fino alla quindicesima generazione non avrebbero mancato di imitare. Già lei avrà parlato al vecchio in favore di quella pettegola che doveva arrivare, ma quando si mangia il pane degli altri si dovrebbe avere maggior discrezione.

Aveva fondi lei per mantenere i parenti? Sapevano fare qualche cosa le sue lunghe braccia di lucertola (sarebbe stato inutile farle osservare che le braccia (?) delle lucertole sono corte), altro che tirar fuori il fazzoletto per asciugare [p. 30 modifica] delle lagrime invisibili? O perchè non andava lei colle sue belle frasi di poetessa a pagare tutti i mesi il conto del fornaio? Sapeva soltanto come si fa a regolare una famiglia, lei, di null’altro occupata che a sospirar marito? Marito! – ah! ah! che bella sposina!

Divagando così di palo in frasca, allontanandosi affatto dal soggetto, ma sempre nel massimo trasporto della collera, la Rosa variava piacevolmente il divertimento del vecchio cattivo che ghignava:

— Donne, donne, donne!

— E i cavalli, zio Carlo? E gli orologi? — disse una voce gutturale e avvinazzata, mentre un giovanotto aprendo l’uscio col piede presentavasi sulla soglia.

La Rosa gli corse incontro gesticolando.

— Come, come bella zia? Cos’è questo? La collera altera i tuoi lineamenti delicati, e la treccia dei tuoi ammirabili capelli neri ti ondeggia sulle spalle come un pennacchio da cavalleggiero. Chi fu il barbaro che ti pose in questo stato? Lo so, lo so; non parliamone altro, bella zia; qua la mano.

Zif-tac. Con un movimento rapido e grazioso sputò leggermente sulle palme aperte, le fregò e [p. 31 modifica] le offerse alla bella zia quali colombe messaggiere di pace.

Chi avesse guardata in quel punto la vecchia faccia da furbo di Carlo Spiccorlai l’avrebbe vista contorcersi tutta in mezzo alle grinze. Era una forma esterna che assumeva la sua malignità per mostrarsi soddisfatta.

Quel nipote scioperato che faceva la corte alla credula zia per beccarle l’impossibile entrava perfettamente nelle mire del vecchio. Egli li lasciava fare, li lasciava ridere alle sue spalle, ma dentro di sè diceva: riderà bene chi riderà l’ultimo.

Il nipote della Rosa era un giovinastro di professione commesso, ma di fatto quasi sempre ozioso.

Lo avevano soprannominato il Moretto e teneva a fare conquiste. Bassotto, bruno, losco, coi baffi corti, coi capelli unti di sego, coi denti anneriti per l’uso smoderato della pipa e posti così lontani l’uno dall’altro che sembravano i pioli di legno d’una cancellata; portava una cravatta senza colletto annodata sulla camicia di flanella, un grosso anello di zinco nel dito mignolo e l’unghia del suddetto mignolo allungata e ricurva. Parlatore facile, impudente; declamatore da bisca; triviale, chiassoso, galante fino [p. 32 modifica]alla licenza, egli godeva tutte le simpatie della quarantenne beltà che gustava immensamente i suoi complimenti pepati e il suo modo spiccio di entrare in materia.

— Con Renato almeno si sta allegri — diceva la signora Rosa; e Renato compiacente la sollazzava in mille diverse maniere; facendo uscire dal naso il fumo della sua pipa, cacciandosi uno spillo nel polpaccio delle gambe e cantando con gesti analoghi: «Cicerinella aveva uno mulo».

Se si trovava in tasca qualche giornale — il giornalismo è la letteratura degli illetterati — leggeva gravemente in quarta pagina i rimedii contro la obesità, dedicandoli ad Amarilli con un’aria canzonatoria che metteva la signora Rosa d’ottimo umore e la incoraggiava più che mai a rialzare la sua manica.

Per giungere nelle grazie della zia non c’era salto mortale che gli sembrasse troppo arrischiato. Una volta osò confessare (dietro le spalle del vecchio Spiccorlai e mentre Amarilli soffiava nelle brace) che egli non avrebbe mai preso moglie perchè aveva sotto gli occhi tale immagine di bellezza che tutte le altre impallidivano al confronto. Devo soggiungere, per spiegare tale lirismo che quel giorno aveva in tasca una nota di trentacinque lire spese dal trattore. [p. 33 modifica]

L’amabile cattivo soggetto — oh sì; la signora Rosa confessava ch’egli era un cattivo soggetto, ma tanto amabile — era versato nella scienza difficile di allacciare certi bottoni ribelli, di appuntare ed anche di togliere uno spillo. Cattivo soggetto? — sì, sì; egli accorreva a mettere lo scialle sugli omeri robusti della cara zia, ed approfittava della circostanza per stringere le braccia fin dove arrivavano.

— Quel pazzo di Renato! — diceva la matrona tripudiando e gongolando. – Il suo ampio petto si alzava e si abbassava, davvero, come il mantice di un organo, o se più vi piace, come le onde di un mare agitato; quantunque assomigliasse più che altro alla bisaccia di un frate questuante scivolata dal di dietro sul davanti.

— Dunque, bella zia, che cosa abbiamo di nuovo? — disse Renato entrando a piedi giunti nella famigliarità di un colloquio che si ripeteva quasi ogni sera con pochissime varianti.

Ma la variante c’era quella sera; nè la signora potè contenere a lungo la bile che la divorava a proposito della nipotina. Parlò con veemenza, aprendo digressioni interminabili sul caro dei viveri, sull’avarizia del vecchio e sulla propria condizione di vittima. [p. 34 modifica]

Gridava un po’ troppo per una vittima, non c’è che dire; e Renato finse di credere e si commosse al punto di stringerle silenziosamente la mano.

Il maligno vecchio, guardando questa pantomima, pensò che il giovinastro doveva avere ancora dei debiti e dal fondo del suo cuore ben fatto cacciò un piccolo grido di soddisfazione.

Chi non era nè in quella camera, nè in quel mondo, chi non viveva di quelle basse passioni era Amarilli.

Seduta in disparte, con una calza che le sue magre dita facevano progredire macchinalmente, ella vagava col pensiero in un mondo immaginario di pace e d’amore, dove la gioventù era lieta, serena la virilità, e la vecchiezza santa – mondo fantastico, ne era persuasa, poichè da quarant’anni non le era ancora apparso che nelle fervide visioni e inutilmente lo aveva cercato intorno a sè.

Come punto di transazione fra la spietata realtà e gli splendidi sogni, ella riposava ora la mente [p. 35 modifica]sull’essere debole e sconosciuto che avrebbe diviso la sua mesta vita; non poteva staccare il pensiero dall’orfana giovinetta e se l’immaginava buona, cara, sensibile.

Rifece, di rimembranza in rimembranza, la storia della sua misera sorella, quando giovane e bellissima, e col sangue degli Spiccorlai nelle vene, indomita, ardente, fiera, sposò la sua sorte a quella di un povero esule.

Amarilli si ricordava le scene violenti che avevano preceduta la scomparsa della sorella, e come dopo nessuno avesse più parlato di lei, quasi non avesse mai esistito. Giovanna era la penultima, la più vicina per età ad Amarilli, e se le loro indoli troppo diverse non le avevano fuse nella dimestichezza che nulla cela, avevano però sempre vissuto di buon accordo in quella famiglia terribile dove l’affetto non scendeva in campo che armato fino ai denti, e dove il sorriso anche il più mite aveva sempre qualche cosa di ironico e di pungente, come se gli Spiccorlai temessero di mostrarsi eccessivamente teneri.

Amarilli pensava a’ begli occhi fulgenti della sorella, alla sua fronte superba, alla voce sonora e imperiosa — le sembrava ancora di udirla quando di contro a tutti i fratelli irritati, ella [p. 36 modifica]aveva dichiarato di seguire il suo amante — e aveva ancora davanti lo sguardo misto di compassione e di sprezzo che Giovanna le aveva rivolto in risposta alle sue esortazioni all’obbedienza.

Ogni particolare le tornava in mente a poco a poco, come sfogliando un libro.

Sua figlia le somiglierà? — pensava — e quest’idea, anzichè consolarla, addensava tetri pronostici sulla mite fronte della zitellona; la sua rettitudine disapprovava la condotta della sorella, quantunque il cuore indulgente volesse assolverla; ed ora mille dubbi l’assalivano sul destino dell’orfana, frutto di quei romanzeschi amori.

Bisogna immaginare la vita squallida di Amarilli per comprendere i battiti concitati del suo cuore a quella prospettiva di vita nuova. Bisogna sapere quante aspirazioni di bello e di buono aveva ricacciate dentro di sè! e quante volte, Cenerentola di quarant’anni, aveva pianto fuggente sulle ali azzurre della speranza il suo ideale morto di consunzione!

Perchè si derideranno sempre queste povere vittime della civiltà? La sposa venerata e felice, [p. 37 modifica]regina nella sua famiglia, maestra e tutrice dei figli, ringrazia le provvide leggi e la società ingentilita; ma queste vergini senza corona, queste martiri senza palma non sono esse da compiangere più assai che la selvaggia libera nelle proprie aspirazioni e nei proprii diritti?

Oh se sapeste come vi amo, fanciulle dai capelli bianchi, cespiti senza fiori, anime senza amore!...

Amarilli, pensava, pensava, e i ferri della calza infilzavano maglie su maglie, metodicamente, come i giorni della zitellona. Quando sarebbe spuntato quel bel giorno? quel bel giorno in cui doveva sentire due braccia intorno al collo e una voce cara che l’avrebbe chiamata per la prima volta zia Amarilli!

Ebbene, sì! ella piangeva; perchè nasconderlo? Una tenerezza straordinaria le faceva gruppo in gola; la sua immaginazione spossata si riscaldava di cento immagini giovanili e il volto sconosciuto di Editta le sorrideva come una promessa di miglior avvenire.

A due passi da lei Renato e la Rosa sghignazzavano. Intanto il vecchio Spiccorlai guardava l’una e gli altri, e talvolta fuori della finestra, nell’orizzonte confuso della sera, e si [p. 38 modifica]fregava come un matto le mani stecchite, e poi si lasciava andare sulla scacchiera, ridendo di un riso strano.

— Qui?.. oh mai, mai!

Editta era giunta. Bella, superba, fiera come sua madre a quindici anni, ritta sulla soglia e sdegnosa, stringendosi colle mani al seno la mantellina, quasi avesse paura che una parte di sè toccasse le orribili pareti, col volto acceso e gli occhi fiammeggianti sotto la tesa del suo cappellino, ella faceva davvero un gran contrasto con tutto quanto la circondava.

Veniva a chiedere un pane in quella casa, lei, vestita come una dama!

La Rosa non c’era fortunatamente, ma il sucido vecchio immobile sulla sua poltrona l’aveva agghiacciata di spavento, e quelle mura, quella tristezza, quella miseria le avevano strappato il primo grido involontario:

— Qui?.. oh mai, mai!

— Donne... — incominciò il vecchio senza pur salutarla, ma una mano tremante venne a cercare la mano di Editta, e una pallida figura [p. 39 modifica]vestita di nero le si slanciò al collo, coprendola di baci e di lagrime.

La fanciulla indietreggiò sbigottita.

— Figlia mia, figlia mia!

Nella sua commozione immensa la povera Amarilli non trovava altre parole, e l’orfana sentì improvvisamente una dolcezza nel cuore come se fra quelle squallide pareti fosse sorta all’improvviso l’ombra di sua madre.

— Chi siete? — le domandò.

Amarilli la strinse in un affettuoso amplesso e trascinandola quasi a forza dentro l’uscio, le veniva dicendo:

— Editta, figlia, figlia della mia povera sorella, non fuggire; io ti amerò, ti amerò tanto!

Quei baci, quelle lacrime, quelle dolci parole produssero un po’ di reazione sulla prima impressione disgustosa; Editta guardò Amarilli.

L’occhio grande e sereno della zittellona raggiava d’amore.

L’altera fanciulla si sentì commossa, pianse, e abbandonandosi nelle sue braccia disse:

— Resto per voi.

— Di’ per te!... — esclamò l’entusiasta Amarilli.

— Sì, per te. [p. 40 modifica]

Si amavano. Le anime superiori hanno più tatto squisito per intendersi subito, per riconoscersi in mezzo alla gente volgare, belle figure aristocratiche che gli abiti grossolani non valgono a nascondere.

Amarilli condusse la nipote nell’oscura camera che doveva ricoverarle entrambe, ch’ella si era sforzata di adornare con tendine bianche e con qualche fiore, ma che nonostante, aveva tutto l’aspetto d’una prigione.

— Qui? — fece ancora Editta, guardandosi attorno con meraviglia e disgusto.

— O mia povera figlia, non posso offrirti altro!

C’era tanto sentimento, tanto dolore e tanta vergogna nella voce di Amarilli, che a sua volta anche Editta arrossì. Sciolse, con un sospiro, il gancio della mantellina e sedette sulla sua valigia colla testa fra le mani.

Dolcemente, in silenzio, Amarilli le si fece accanto.

Portavano il lutto tutt’e due — e in quella buia camera, sul fondo cupo delle pareti, nella mezza luce triste e caliginosa che penetrava a stento dall’angusta finestra disegnando ombre nere sull’ammattonato, i loro volti si staccavano [p. 41 modifica]bianchi e trasparenti conte due angioli nelle tenebre.

Quelle due donne, una tanto giovane e bella, l’altra avvizzita dagli anni e dal dolore, si somigliavano nell’anima.

Le loro fronti non erano ugualmente liscie e trasparenti, ma le linee erano ugualmente pure, e la bontà, manifestandosi in una piega particolare delle labbra, scavava nelle guancia di Editta una pozzetta, in quelle di Amarilli una lieve ruga...

Il braccio scarno della zitellona si era avanzato fino a cingere la vita flessuosa della fanciulla; i loro cuori palpitavano assieme d’affanno e di sgomento. Nessuna parlava e si capivano perfettamente.

In mezzo al triste silenzio udivasi monotono e quasi pauroso il brontolìo dei vecchio, interrotto a quando a quando dalle sue strane esclamazioni. Amarilli si alzò e chiuse l’uscio della cameretta.

Così erano proprio sole: la Rosa chi sa quando sarebbe venuta. Amarilli non ebbe il coraggio di parlarne, sembrandole di anticipare un dispiacere alla sua giovane amica.

Tornò a sedere sulla valigia, le prese le manine con impeto grazioso, e disse: [p. 42 modifica]

— Narrami un po’ della tua vita, di tua madre, di tutto; ho tanto desiderio, ho tanto bisogno di piangere con te!

Anche l’orfanella aveva bisogno di piangere, e pianse e parlò della sua breve vita felice, presentendo un avvenire pieno di guai.

Una furiosa scampanellata le fece trasalire ambedue: Amarilli impallidì.

— È la moglie di mio fratello. Coraggio e pazienza!

Sì, i quindici anni di Editta erano stati felici. Ella non sapeva nulla della storia di sua madre; era nata fra l’amore e i sorrisi; aveva veduto la sua culla circondata non di oro o di gemme, ma di fiori, di canti e di letizia.

Vergy suo padre, era un gentiluomo francese di testa un po’ calda, un po’ repubblicano, un po’ poeta, giornalista e cospiratore, molto sfortunato nelle sue intraprese, vedendo sempre il mondo attraverso le sue illusioni, e avendo delle illusioni rosee come l’alba.

Buono, gentile, colto, la sua influenza modificava le asprezze del sangue Spiccorlai, così che [p. 43 modifica]la sua compagna trascorreva al fianco di lui una modesta ma tranquilla esistenza.

Editta era stata cullata sui ginocchi di suo padre alla musica armoniosa di bei versi e di canzoni guerriere, intanto che la mamma ricamava nel vano di una finestra tutta ornata di fiori e i canarini cinguettavano nella loro gabbia dorata e il sole coronava splendidamente la pace della piccola famiglia.

Baci e carezze le avevano tenuto luogo della ricchezza che mancava.

Nelle memorie di Vittor Hugo, scritte da suo figlio, si trova che, mentre egli versava in grandi strettezze, era fieramente tentato dalla smania di comperare un oggetto artistico, un piatto di bronzo cesellato che vedeva tutte le mattine esposto nella bottega di un antiquario. Era senza pane quasi, immerso nei debiti, quando gli giunse il prezzo di una delle sue opere. L’autore dei Miserabili aveva probabilmente fame, i creditori lo assediavano, mancava di tutto — eppure i denari furono spesi nel piatto. Questo aneddoto non fa molto onore all’uomo e al padre di famiglia, ma i poeti lo possono comprendere, perchè grandi e piccoli si rassomigliano in questo sprezzo del denaro e della economia. [p. 44 modifica]

Vergy circondava sua moglie e sua figlia di tutte le belle cose che per lui erano il maggiore dei bisogni; forse qualche volta il pane scarseggiava anche a loro... ma la poesia mai. Le creature che egli amava dovevano sempre muoversi in una atmosfera di luce e di illusioni: aborriva la miseria, ma più che la miseria le apparenze di essa.

A qualunque costo sua moglie doveva avere un abito di seta, e sua figlia una bambola che camminasse da sè.

Non voleva pensare ai debiti, non voleva pensare all’avvenire, voleva soltanto vivere.

Questo egoismo, crudele nella sua forma pietosa, è proprio di certi organismi buoni e deboli che rifuggono dalle lotte materiali della vita ed hanno bisogno di essere felici per spaziare nelle serene regioni dei loro sogni.

A questo modo Editta uscì dall’adolescenza, e una giovinezza fulgida prometteva nuove gioie all’affetto e all’orgoglio dei genitori.

Il poeta incompreso dimenticava le sue lunghe lotte e i dolori e i disinganni, seduto presso la figlia, cogli occhi perduti ne’ suoi occhi cercando nuove ispirazioni. Intanto passava il tempo felice. [p. 45 modifica]

Un giorno si pianse assai nella graziosa cameretta davanti alla finestra inghirlandata di viole — i canarini non osavano cantare, e il sole, il gaio sole, illuminava una ben triste scena.

Vergy era morto sorridente, nelle sue eterne illusioni!

Da quel giorno scomparve da quella casa ogni gioia. La vedova credette di esser forte, sperò di potersi vincere, combattè con sè stessa, si strinse al seno l’unica figlia giurando di voler vincere per lei — ma cinque mesi dopo la portavano via uccisa dal dolore.

Ecco qual era stata la vita di Editta, vita intima, raccolta, elevata a pensieri nobili e gentili, vita in cui il sentimento predominava, vita da poeti e da innamorati, tra i fiori e il cielo.

Si pensi l’orribile contrasto della casa Spiccorlai, dove non batteva mai il sole, dove non risonava mai un bacio, dove tutto era lurido, gretto, meschino.

Editta ne fu talmente impressionata che ammalò. Ebbe la febbre. Il medico non venne, perchè in casa Spiccorlai lo si chiamava appena in punto di morte, insieme al prete; qualche volta si faceva a meno di tutti e due; ma Amarilli [p. 46 modifica]vegliava, e grazie alle sue cure, la fanciulla risanò.

— Voleva ben dire... Smorfie! smorfie! — borbottava la Rosa.

Il vecchio, contro ogni abitudine, aveva tentato di fare un discorso.

Davvero. Appena Editta uscì dal letto, egli l’apostrofò nei seguenti termini senza preamboli:

— Il consiglio ch’io posso darti è di star sana, m’intendo io! Qui tutti siamo sani; mia moglie è pazza, ma è sana, e m’intendo io! Del resto tutte le donne sono eguali: donne, cavalli e orologi...

E finì lì. Editta non faceva più conto di essere al mondo. Immersa nelle dolci memorie del passato, col rimpianto dei cari esseri che aveva perduti, trascorreva le ore e i giorni muta, come trasognata. Il suo corpo era a Milano, pur troppo nella immonda casa di porta Garibaldi; ma tutto quanto vi era in lei di immateriale volava ancora nella cameretta di Bruxelles, in mezzo alle viole, ai canarini, ai lieti raggi del sole, alle canzoni e ai sorrisi. [p. 47 modifica]

Soltanto la sera lasciava libero sfogo al suo dolore, chiusa nella stanza con Amarilli: anche quella era una povera esiliata, un’anima tolta alla sua missione di luce e d’amore, una stella creata per il cielo e caduta nel fango. Si parlavano in lunghe confidenze, si indovinavano, ed i vincoli di un tenace affetto legava sempre più i loro cuori.

Se non c’era Amarilli, a costo di mendicare per le vie, l’orfana non sarebbe rimasta un solo istante.

Le vessazioni della Rosa erano già incominciate più acerbe, più violenti di quelle che l’astiosa bellezza quarantenne avesse mai rivolte contro Amarilli; a mille doppi più acerbe perchè Editta era giovane, perchè Editta era bella, perchè, mentre l’umile zitellona si piegava compiacente alla bufera, la fanciulla orgogliosissima la sfidava dall’alto della sua superiorità.

Erano lotte sorde, terribili, nelle quali la fierezza di Editta schiaffeggiava l’impudente ignoranza della donna volgare e a volte ne restava sopraffatta.

— Oh Amarilli come si può vivere qui? — esclamava spesso.

E Amarilli rispondeva pacata: [p. 48 modifica]

— Io ci vivo da vent’anni.

Un altro motivo di disgusto per Editta, di odio per la Rosa, fu la corte che Renato incominciò a fare all’amabile cuginetta.

Subito, al primo abboccamento, egli aveva sbarrato gli occhi e s’era piantato risolutamente sulle gambe aperte, dondolando fianchi e arricciando i baffi, finchè rinvenuto dalla prima sorpresa, zif-tac — una fregatina — e: — Qua la mano, cuginetta! —

Ma siccome Editta, indietreggiando, si era portata nel cantuccio più lontano della stanza, sperando forse che una qualche parete si avesse ad aprire per inghiottirla, il galante credette bene di completare le sue dichiarazioni di simpatia, dando nello stesso tempo una piccola spiegazione di quell’innocente zif-tac che aveva spaventato la bella ritrosa.

— Non mi badate, cugina. Faccio così perchè ho le mani asciutte; io ho sempre le mani asciutte; non è nulla. Ma lasciate che vi guardi, corpo di Dio! mi piacete... — scosse per aria le cinque dita della mano destra dopo essersi succhiato il mignolo con una mimica espressiva. — Mi piacete, sacredieu! Eh? conosco il francese. [p. 49 modifica]

— Andiamo! — aveva gridato la Rosa, facendo gli occhiacci; e Renato capì che bisognava manovrare con prudenza, sotto acqua, per non destare le cento vipere della gelosia.

Le conseguenze di questa risoluzione strategica si manifestarono il giorno dopo e i seguenti in mille modi ingegnosissimi. Stando seduti tutti insieme intorno al tavolo, Editta sentiva improvvisamente una grossa scarpa posarsi sul suo stivaletto, o una pallottolina di carta attraversare lo spazio e caderle in grembo; perfino, audacia incredibile, in un momento che Renato le passava dietro le spalle aveva osato solleticarle la guancia con una paglia di sigaro.

L’indignazione della fanciulla fu così profonda, così dolorosa dopo questo insulto, la sua fierezza si trovò così crudelmente offesa, che non seppe gridare, non seppe dire una parola, ma, gettatasi nelle braccia di Amarilli, venne assalita da una convulsione spasmodica.

Amarilli, che aveva sofferto gli sprezzi e le beffe di Renato, vide che c’era qualche cosa di peggio — il suo amore. [p. 50 modifica]

Parlare col vecchio Spiccorlai era cosa affatto inutile, chiunque l’avrebbe capito; ma le zitelle mature sono molte volte più ingenue delle ragazze di quindici anni, e la buona Amarilli, che vivendo sempre un po’ nelle nuvole non aveva alcuna esperienza della vita, ebbe l’idea storta di chiedere aiuto al fratello.

Forte della sua missione, raccontò con calore i tentativi di Renato, l’avversione di Editta e l’impossibilità di continuare a quel modo, poichè l’intraprendente giovinotto non sembrava atterrito per nulla; anzi, quella stessa mattina si era spinto a gettare un bigliettino nel paniere della fanciulla, bigliettino che Editta aveva raccolto colle molte e messo a bruciare sul fuoco.

Il vecchio rise molto, rise tanto che Amarilli lo guardava perplessa.

Quella larga bocca senza denti sembrava l’antro di Caco aperto a tutte le stregonerie; un solo dente lungo e giallo vi dondolava in alto come uno spettro impiccato. Mille rughe s’incrociavano sulla sua faccia astuta, urtandosi e [p. 51 modifica]accavallandosi come i sentieri di un labirinto; al di sopra del naso uncinato le pupille saettavano raggi foschi e maligni; con una mano si grattava l’orecchio, coll’altra picchiava la scacchiera e rideva, rideva!

Amarilli tentò commuoverlo narrandogli il passato di Editta, la sua vita placida, le abitudini signorili; fece un pietoso confronto col presente; disse che era gracile, delicata; mise avanti triste previsioni sul futuro; chiese per sè stessa maggiori sacrifici pur che Editta avesse meno da soffrire. Fu eloquente, vera, magnanima.

Ma il vecchio rideva.

Nel suo dispregio generale per le donne, tutte queste piccole miserie di nervi sensibili le giudicava artifizi di scena. Donne, orologi e cavalli gli rappresentavano l’inganno sotto tutte le forme. Egli non aveva mai posseduto nè un cavallo, nè un orologio, ma una donna per mala ventura s’era posta sulla sua strada — oramai egli non viveva che per odiare quella donna.

C’è un pensiero consolante — la Rosa meritava quell’odio.

Sa Iddio quante ne aveva fatte ingollare al vecchio marito! Ma al contrario di tutti i mariti, che si vendicano al momento dell’offesa o [p. 52 modifica]per lo meno in un breve tempo seguente, il vecchio preparava una vendetta postuma e godeva nel portare giorno per giorno il suo sassolino alla fabbrica. La Rosa, petulante nelle sue vesti di seta, gli passava accanto senza degnarlo d’uno sguardo; ma la guardava ben lui e forse pregustava il diletto che avrebbe provato la sua ombra vagolando dopo morto intorno ai vivi disillusi.

Non vaneggiava, no, non delirava il vecchio strambo quando lo si udiva ridere e borbottare tra sè. L’amore di Renato per Editta essendo naturalmente una tegola caduta dal cielo sul capo di sua moglie, egli ne provava una pazza gioia.

Nessuna forza umana lo avrebbe trattenuto dal godersi in tutti i limiti la sua fortuna. Ne parlò subito alla Rosa ghignando e tripudiando fino al midollo delle sue vecchie ossa — ed oh! quante boccacce, quanti impeti d’ira repressi sconvolsero il bel volto della Venere di quarant’anni.

Carlo Spiccorlai si sentiva alleggerire gli inverni sulle spalle, e vi fu un momento in cui gli parve d’essere così vispo, così sicuro delle proprie gambe, che si rizzò in piedi per dire: [p. 53 modifica]

— Rosa, sorveglia quei ragazzi...

La Rosa furibonda irruppe nella camera di Editta e quante imprecazioni assurde e triviali le vennero sulla bocca le disse tutte.

La fanciulla pallida e fremente l’ascoltava colla fronte alta. Era appoggiata alla sponda del letto e vi si aggrappava così disperatamente colle mani che rimase sul legno l’impronta delle sue unghie.

Amarilli assisteva angosciata a questa scena: ella comprese subito che tutto era finito, che Editta non sarebbe rimasta un giorno di più.

Difatti, con una vivacità febbrile, la fanciulla riunì le sue poche robe, sempre muta — guai se avesse parlato! — le balenava negli occhi tutto il sangue degli Spiccorlai. Due lagrime intanto cadevano lente lente sulle guancie della zitellona. Svaniva il suo raggio di sole, la sua speranza d’affetto, l’ultimo suo sogno!

Editta l’abbracciò teneramente; le disse di non temere per lei che già aveva un progetto, promise di darle sue notizie, di amarla sempre e forse... Mormorò una dolce promessa; sulle labbra della zitellona comparve un sorriso, ma le lagrime lo vinsero, e mentre Editta fuggiva correndo giù dall’orrida scala, Amarilli rimase [p. 54 modifica]smorta, vacillante accanto al muro, come in quel giorno che le era apparsa la fulgida visione così presto dileguata. Pensava che Editta era giovane, che l’avvenire le avrebbe offerto facilmente delle consolazioni, che la solitudine era tutta per lei — e adesso come allora, la luce morente del crepuscolo illuminava la sua fronte di martire e di santa.

Note

  1. Queste tre parole si riferiscono a un proverbio milanese che dice «Donn, orolog e cavai in tri travai.»