Vai al contenuto

Una discesa nel Maelstrom (Poe-Cinti)

Da Wikisource.
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Racconti Straordinari


[p. 179 modifica]

UNA DISCESA

NEL MAELSTROM


Le vie di Dio, nella natura come nell’ordine della Provvidenza, non sono le nostre vie; e i tipi da noi concepiti non hanno alcuna misura comune con la vastità, la profondità e l’incomprensibilità delle sue opere che contengono un abisso più profondo del pozzo di Democrito.

Joseph Glanvill


Eravamo giunti alla cima della rupe più alta. Il vecchio, per alcuni minuti, sembrò troppo spossato per poter parlare.

Non molto tempo fa, — disse infine, — vi avrei ancora guidato in questi luoghi senza sforzo, come farebbe il più giovane dei miei figli. Ma, tre anni or sono, mi capitò un’avventura più straordinaria di qualunque altra che sia mai toccata ad alcun essere mortale, o almeno di tal genere che mai uomo alcuno sopravvisse per raccontarla, e le sei ore terribili che sopportai m’infransero il corpo e l’anima. Voi mi credete molto vecchio, ma non lo sono. Bastò la quarta parte di una giornata per imbiancare questi capelli, che erano d’un nero corvino, per indebolire le mie membra e allentare i miei nervi, tanto che mi accade di tremare dopo ogni minimo sforzo e di essere spaventato da ogni ombra. Sapete che non posso guardar giù da questo piccolo promontorio senza provar le vertigini?

Il piccolo promontorio sull’orlo del quale egli si era negligentemente pettato per riposarsi, così che la parte più pesante del suo corpo strapiombava, e ch’egli evitava di cadere soltanto appoggiandosi col gomito sullo spigolo estremo e sdrucciolevole, era alto millecinquecento o milleseicento piedi all’incirca, sopra un caos di rocce, precipizio immenso, a noi sottostante, di granito lucido e nero. Per nulla al mondo avrei voluto azzardarmi a sei piedi dall’orlo. Veramente, ero tanto agitato per la situazione pericolosa del mio compagno, che mi lasciai cadere a terra, aggrappandomi a certi arbusti e non osando nemmeno alzar gli occhi verso il cielo. Mi sforzavo invano di sbarazzarmi del timore che il furore del vento potesse mettere in pericolo la base stessa dell’altura. Mi occorse del tempo, per ragionare e per trovare il coraggio di mettermi a sedere e di guardare lontano nello spazio.

— Dovete assolutamente vincere queste vostre assurde impressioni, mi disse la guida, poichè vi ho condotto qui per farvi vedere comodamente il teatro dell’avvenimento a cui ho accennato poco fa, e per raccontarvi tutta la storia, mentre ne avete la scena sotto gli occhi.

«Noi siamo, ora, — riprese con quel fare minuzioso che lo caratterizzava — [p. 180 modifica]sulla costa della Norvegia, al 68° grado di latitudine, nella grande provincia di Nortland e nel lugubre distretto di Lofoden. La montagna della quale occupiamo la vetta è Helseggen, la Nuvolosa. Ora, alzatevi un poco, aggrappatevi all’erba, se vi sentite prendere dalle vertigini, — sì, così, — e guardate al di là di quel cerchio di vapori che nasconde il mare, sotto di noi.

Guardai vertiginosamente, e vidi un’ampia distesa di mare, il cui colore d’inchiostro mi ricordò subito il quadro del geografo Nubiano e il suo Mare delle Tenebre. Era un panorama spaventosamente desolato, quale non può essere concepito da un’immaginazione umana. A destra e a sinistra, lontano fin dove l’occhio poteva giungere, si allungavano, come se fossero le mura del mondo, le linee di un’alta scogliera orribilmente nera e strapiombante, il cui carattere cupo era fortemente accentuato dalla risacca, che saliva fino alla sua cresta, bianca e lugubre, urlando e muggendo eternamente. Proprio dirimpetto al promontorio sulla cui cima ci trovavamo, e ad una distanza di cinque o sei miglia marine, si scorgeva un’isola che sembrava deserta, o piuttosto se ne indovinava l’esistenza dal tumulto enorme dei marosi che l’assalivano da ogni parte. A circa due miglia più vicino alla terra, s’ergeva un altro isolotto più piccolo, orribilmente pietroso e sterile, e circondato da gruppi ininterrotti di scogli neri.

L’aspetto dell’Oceano, nell’estensione compresa fra la riva e l’isola più lontana, aveva qualche cosa di straordinario. In quello stesso momento soffiava dalla parte della terra una brezza sì forte, che un brigantino, laggiù, in alto mare, bordeggiava, con le vele ridotte, e che il suo scafo scompariva, a quando a quando, interamente. Eppure, non v’era nulla che somigliasse a una vera burrasca; ma si vedeva soltanto, e a dispetto del vento, un’agitazione delle acque, breve, vivace e continua in ogni senso. Pochissima schiuma, fuorchè nelle vicinanze immediate degli scogli.

— L’isola che vedete laggiù, riprese il vecchio, è chiamata Vurrgh, dai norvegesi. Quella più vicina è Moskoe. Quella che è ad un miglio a nord è Ambaaren. Laggiù, si vedono Islesen, Hotholm, Keidhelm, Suarven e Buckolm. Più lontano, — fra Moskoe e Vurrgh, — Otterholm, Flimen, Landflesen e Stockholm. Tali sono i veri nomi di quei luoghi; — ma perchè ho giudicato necessario dirveli? Non lo so, affatto; non ne capisco nulla, come voi. — Udite qualche cosa, ora? Vedete qualche mutamento sull’acqua?

Eravamo da circa dieci minuti sulla cima di Helseggen, dove eravamo saliti partendo dall’interno di Lofoden, cosicchè non avevamo potuto vedere il mare se non quando esso ci era apparso subitamente, dalla vetta più alta. Mentre il vecchio parlava, ebbi la percezione di un rumore fortissimo e che andava crescendo, come il muggito di un’immensa mandra di bufali in una prateria d’America; e, in quel momento stesso, vidi l’agitazione del mare mutarsi in una corrente che si formava verso l’est. Poi, mentre l’osservavo, quella corrente acquistò una rapidità prodigiosa. Ogni istante accresceva la sua velocità, la sua impetuosità straordinaria. In cinque minuti, tutto il mare, fino a Vurrgh, fu sferzato da un’indomabile furia; ma specialmente fra Moskoe e la costa, dominava quel ru[p. 181 modifica]moroso tumulto. Là, il vasto letto delle acque solcato e attraversato da mille correnti contrarie, scoppiava improvvisamente in convulsioni frenetiche, — ansando, ribollendo, sibilando, piroettando in giganteschi ed innumerevoli vortici, e roteando, e avventandosi tutto verso l’est, con una rapidità quale si manifesta soltanto nelle cascate precipitose.

Dopo alcuni minuti, il quadro subì un altro mutamento radicale. La superficie generale divenne un po’ più unita, e i vortici scomparvero ad uno ad uno, mentre prodigiose zone di schiuma apparivano dove non ne avevo ancora vista alcuna. Quelle striscie bianche, a poco a poco, si estesero fino ad una grande distanza, e, combinandosi fra loro, adottarono il movimento circolare dei vortici calmati e parve formassero il germe di un gorgo più vasto. Improvvisamente, molto improvvisamente, questo apparve, ed ebbe un’esistenza distinta e definita, in un cerchio di più d’un miglio di diametro. L’orlo di quel gran vortice era segnato da un vasto cerchio di schiuma luminosa, ma nemmeno una bolla ne scivolava entro la bocca del terribile imbuto, l’interno del quale, lontano quanto l’occhio vi si poteva immergere, era fatto d’un muro liquido, liscio, lucente e d’un nero intenso, che faceva con l’orizzonte un angolo di 45 gradi circa, girava su se stesso per l’influenza di un movimento vertiginoso, e proiettava in aria una voce spaventosa, per metà grido e per metà ruggito, quale nemmeno la formidabile cateratta del Niagara, nelle sue convulsioni, ne lanciò mai alcuna verso il cielo.

La montagna tremava nella sua base, e la rupe sussultava. Io mi gettai bocconi, e in un eccesso di agitazione nervosa, mi aggrappai all’erba rada.

— Quello, dissi infine al vecchio, non può essere altro che il gran vortice del Maelstrom.

— Lo chiamano qualche volta così, diss’egli; ma noialtri norvegesi lo chiamiamo il Moskoe-Strom, dall’isola di Moskoe, che gli è vicina.

Le descrizioni solite di quel vortice non mi avevano affatto preparato a ciò che vedevo. Quella di Giona Ramus, che è forse più particolareggiata di ogni altra, non dà la minima idea della magnificenza e dell’orrore del quadro, — nè della strana ed esaltante sensazione di novità da cui lo spettatore rimane confuso. Non so precisamente da qual punto, nè a che ora lo vide quello scrittore; ma certo non fu dalla cima di Helseggen, nè durante una tempesta. Vi sono nondimeno alcuni brani della sua narrazione che possono essere citati per i particolari, quantunque siano assolutamente insufficienti a dare una impressione dello spettacolo.

«Fra Lofoden e Moskoe, egli dice, la profondità dell’acqua varia da trentasei a quaranta braccia; ma dall’altra parte, dalla parte di Ver (egli vuol dire Vurrgh), tale profondità diminuisce tanto che un bastimento non potrebbe cercarvi un passaggio senza correre il rischio d’infrangersi sugli scogli, la qual cosa può accadere anche col tempo più calmo. Quando viene la marea, la corrente si getta nello spazio compreso tra Lofoden e Moskoe con una tumultuosa rapidità; ma il muggito del suo terribile riflusso è appena uguagliato da quello delle più formidabili cateratte. Quel rumore si fa udire a parecchie leghe di distanza, e i vortici o gorghi profondi sono di una tale estensio[p. 182 modifica]ne e di una tale profondità, che una nave, se entra nella zona della loro attrazione, viene inevitabilmente assorbita e trascinata in fondo, ed ivi frantumata contro le roccie. Quando poi la corrente s’attenua, i frantumi sono espulsi alla Superficie. Ma tali intervalli di calma hanno luogo soltanto tra il riflusso e il flusso, se non c’è burrasca, e durano solo un quarto d’ora; indi la violenza della corrente ritorna gradualmente.

«Quando il vortice è più rapido, e quando la sua forza è accresciuta da una tempesta, è pericoloso avvicinarsi, anche rimanendone discosti un miglio norvegese. Delle barche, degli yachts, dei bastimenti, furono presi nel vortice per non essersene accorti prima di giungere a portata della sua attrazione. Avviene abbastanza di frequente che delle balene si avvicinino troppo alla corrente e siano dominate dalla sua violenza; ed è impossibile descrivere i loro muggiti nell’inutile sforzo che fanno per liberarsi.

«Una volta, un orso, mentre tentava di attraversare a nuoto lo stretto fra Lofoden e Moskoe, fu afferrato dalla corrente e trascinato in fondo. Ruggiva sì terribilmente, che lo si udiva dalla riva. — Grandi tronchi di pini e di abeti, inghiottiti dalla corrente, riappaiono spezzati e dilacerati a tal segno che pare siano spuntati dei peli alla loro superficie. Ciò dimostra chiaramente che il fondo è fatto di rocce puntute contro le quali essi furono travolti in ogni senso. La corrente è regolata dal flusso e dal riflusso del mare, che ha luogo costantemente ad intervalli di sei ore. Nell’anno 1645, all’alba della domenica di Sessagesima, essa si precipitò con tale frastuono e tale impeto, che molte pietre si staccarono dalle case, lungo la costa...»

Quanto alla profondità dell’acqua, non capisco come sia stato possibile misurarla nelle vicinanze immediate del vortice, le quaranta braccia devono riferirsi soltanto a quelle parti del canale che sono vicinissime alla riva di Moskoe o a quella di Lofoden. La profondità del centro del Moskoe-Strom dev’essere immensamente maggiore, e basta, per accertarsene, guardare obliquamente in quell’abisso quando si è sulla cima più alta di Helseggen.

Immergendo lo sguardo dall’alto di quella punta nel Flegetonte urlante, io non potevo astenermi dal sorridere della semplicità con la quale il buon Giona Ramus racconta, come cose difficilmente credibili, i suoi aneddoti di orsi e di balene; poichè mi pareva fosse cosa evidentissima che il maggior vascello di linea che sia possibile immaginare, giunto nel raggio di quella mortale attrazione, dovesse resistere quanto una piuma ad un colpo di vento, e scomparire totalmente e improvvisamente.

Le spiegazioni che vennero date di quel fenomeno, — alcune delle quali mi parvero sufficentemente plausibili quando le lessi — avevano ora per me un aspetto assai diverso e punto soddisfacente. La spiegazione generalmente ammessa è che come i tre piccoli vortici delle isole Feroe, questo «non ha altra causa che l’urto delle onde salenti e ricadenti, al flusso e riflusso, lungo un banco di scogli che fa diga alle acque e le respinge in cateratta; e che così quanto più cresce la marea, tanto più la cascata è profonda, e che il risultato naturale di tutto ciò è un vortice o gorgo, la cui prodigiosa forza [p. 183 modifica]suggente è sufficentemente dimostrata dai minimi esempi». Tali sono i termini dell’Enciclopedia britannica. Kircher ed altri immaginano che in mezzo al canale del maelstrom esista un abisso che attraversi il globo e metta capo in una qualche regione lontanissima; — il golfo di Botnia fu anzi indicato, una volta, ma con un po’ di leggerezza. Tale opinione alquanto puerile era quella a cui, mentre contemplavo il luogo, la mia immaginazione dava più volontieri il suo assenso; e, quando la comunicai alla guida, fui abbastanza sorpreso di sentirmi dire da quell’uomo che benchè quella fosse l’opinione quasi generale dei norvegesi, egli pensava diversamente. Confessava anzi che era incapace di comprendere quell’idea, ed io finii coll’essere d’accordo con lui, giacchè, per quanto sembri concludente sulla carta, essa diventa assolutamente inintelligibile e assurda di fronte al tonante baratro.

— Ora che avete visto bene il vortice, riprese il vecchio, se volete che ci ripariamo dietro quella roccia, sotto vento, in modo che essa attutisca il fragore dell’acqua, vi racconterò un fatto che vi convincerà come io debba saperne qualche cosa, del Moskoe-Strom!

Io feci com’egli aveva detto, e il vecchio cominciò:

— Io e i miei due fratelli possedevano, una volta, una goletta di circa settanta tonnellate, con la quale andavamo alla pesca, ordinariamente, fra le isole al di là di Moskoe, presso Vurrgh. Tutti i violenti gorghi di mare danno buona pesca, purchè si agisca a tempo opportuno e si abbia il coraggio di tentare l’avventura; ma fra tutti gli uomini della costa di Lofoden, noi tre soli facevamo quel nostro solito mestiere di andare alle isole, come vi ho detto. I luoghi di pesca più comuni sono molto più a sud. Vi si può pescare a tutte le ore senza grande pericolo, e, naturalmente, quei luoghi sono preferiti. Ma i punti migliori, da questa parte, fra le roccie, non solo danno pesce della miglior qualità, ma lo danno anche straordinariamente abbondante.

Così, noi pescavamo spesso in un giorno solo, quanto i pescatori timidi non avrebbero potuto pescare tutti insieme, in una settimana. Era insomma, da parte nostra, una specie di speculazione disperata. Il rischio della vita sostituiva il lavoro, e il coraggio era il nostro capitale.

«Si soleva tener riparata la nostra goletta in un’insenatura a cinque miglia, nella costa, più a nord di questa, ed era nostra abitudine, quando il tempo era bello, approfittare della quiete di quindici minuti, per slanciarsi attraverso il canale principale del Moskoe-Strom, molto al disopra del gorgo, e di andare ad ancorarci in qualche luogo, nelle vicinanze di Otterholm o di Landflesen, dove i vortici sono meno violenti che altrove. Là aspettavamo di solito, per levar l’ancora e ritornarcene, che fosse press’a poco l’ora in cui le acque si placavano. Non tentavamo mai quella spedizione se il vento non era favorevole, all’andata e al ritorno, e, in questo, sbagliammo assai raramente. Solo due volte in sei anni fummo costretti a rimanere all’ancora tutta la notte, per una di quelle calme assolute che costituiscono casi rarissimi in questi paraggi; e, un’altra volta, rimanemmo a terra quasi una settimana, affamati, perchè un vento fortissimo si era messo a soffiare poco dopo il nostro [p. 184 modifica]arrivo ed aveva reso tanto tempestoso il canale, da vietarci anche solo di pensare d’attraversarlo. In circostanze simili, saremmo stati trascinati al largo ad onta di tutto (poichè i gorghi ci sballottavano qua e là con tale violenza, che già ci eravamo spostati sulla nostra ancora stirata e sformata), se non fossimo andati alla deriva in una di quelle innumerevoli correnti che si formano, oggi qui, domani altrove, e che ci condusse sotto Flimen, dove per fortuna potemmo ancorarci di nuovo.

«Non vi dirò nemmeno la ventesima parte dei pericoli a cui ci esponemmo per le nostre pesche. Questi sono brutti paraggi anche quando è buon tempo. Vi dirò solo che riuscivamo sempre a sfidare il Moskoe-Strom senza disgrazie. Nondimeno, talvolta il cuore mi saliva alla gola, se ci accadeva d’essere anche solo di un minuto in anticipo o in ritardo relativamente al breve periodo di calma. Qualche volta il vento non era forte come avevamo sperato alla partenza, e allora andavamo meno veloci di quanto avremmo voluto mentre la corrente rendeva più difficile guidare l’imbarcazione.

«Il mio fratello maggiore aveva un figliuolo di diciotto anni, e anch’io avevo due figli, quasi della stessa età. Essi ci sarebbero stati di grande aiuto, in simili casi, sia che avessero presi i remi, sia che avessero pescato a poppa; — ma, veramente, pure adattandoci a rischiare la nostra vita non avevamo il coraggio di esporre al pericolo quei ragazzi. Infatti, tutto considerato, era sempre un tremendo pericolo; questa è la pura verità.

«Tre anni or sono, tre anni meno pochi giorni, accadde ciò che sto per raccontarvi. Era il 10 luglio 418..., — un giorno che gli abitanti di questi luoghi non dimenticheranno mai, — poichè fu un giorno in cui imperversò la tempesta più orribile che sia mai piombata giù dalla cupola del cielo. Pure, per tutta la mattina ed anche per gran parte del pomeriggio, avevamo avuto una buona brezza di sud-ovest, e splendeva un sole magnifico, tanto che il più vecchio lupo di mare non avrebbe potuto prevedere ciò che stava per avvenire.

«I miei fratelli ed io eravamo passati fra le isole alle due pomeridiane circa, e in breve fummo carichi di bellissimo pesce, che — l’avevamo notato tutti e tre, — era, quel giorno, più abbondante che non fosse mai stato. Erano esattamente le sette, al mio orologio, quando ritirammo l’ancora pel ritorno, in modo da attraversare la parte più pericolosa dello Strom nell’intervallo di calma delle acque, che sapevamo di dover aspettare per le otto.

«Partimmo con una buona brezza a tribordo, e, per qualche tempo filammo tranquillamente, senza pensare affatto al pericolo, poichè in realtà non vedevamo la benchè minima causa di apprensione. Ad un tratto, fummo investiti da un colpo di vento che veniva da Helseggen. Era qualche cosa di assolutamente straordinario, — nulla di simile ci era mai accaduto, — ed io cominciavo ad essere un po’ inquieto, senza sapere esattamente perchè. Facemmo la manovra necessaria, ma non riuscimmo in alcun modo a fendere i gorghi, ed io stavo già per proporre di ritornare all’ancoraggio, quando, guardando a poppa, vedemmo tutto l’orizzonte coperto da una nuvola singolare, color di rame, che saliva con sorprendente velocità. [p. 185 modifica] Immagine dal testo cartaceo [p. 187 modifica]

«Nello stesso tempo, il vento che ci aveva presi di fronte cadde, e, sorpresi allora da una calma assoluta, andammo alla deriva, in balìa di tutte le correnti. Ma questo stato di cose non durò abbastanza per consentirci di riflettere. In meno di un minuto, la tempesta ci piombò addosso, — un minuto dopo, il cielo era interamente mutato, — e divenne improvvisamente sì nero, che, col pulviscolo d’acqua che ci velava gli occhi, non potevamo nemmeno vederci l’un l’altro.

«Voler descrivere un simile colpo di vento, sarebbe una pazzia. Il più vecchio marinaio di Norvegia non ne subì mai uno simile. Avevamo abbassate tutte le vele prima di essere investiti, ma, alla prima raffica, i nostri due alberi caddero in mare, come segati al piede, — e l’albero maggiore trascinò con sè il più giovane dei miei fratelli, che vi si era aggrappato per prudenza.

«Il nostro battello era certamente il più leggero balocco che fosse mai scivolato sul mare. Aveva un ponte affiorato, con un solo boccaporto a prua, che noi avevamo l’abitudine di tener sempre solidamente chiuso nell’attraversare lo Strom: utile precauzione in un mare tanto agitato. Ma, in quella circostanza, saremmo subito colati a picco, — giacchè, per alcuni momenti fummo letteralmente coperti dall’acqua. Come sfuggì alla morte il mio fratello maggiore? Non posso dirlo, non mi fu mai possibile spiegarmelo. Quanto a me, mi ero gettato bocconi sul ponte, coi piedi contro lo stretto parapetto di prua, e con le mani aggrappate a una chiavarda presso la base dell’albero di trinchetto. Solo l’istinto mi aveva fatto agire così, — e positivamente non avrei potuto fare nulla di meglio, — poichè ero troppo sbigottito per pensare.

«Per alcuni minuti, fummo completamente inondati, come vi ho già detto, e per tutto quel tempo trattenni il respiro e stetti aggrappato all’anello. Quando sentii che non potevo rimanere più a lungo così, senza affogare, mi alzai sulle ginocchia, senza cessare di stare aggrappato, e misi fuori la testa. Allora, il nostro piccolo bastimento parve si scuotesse proprio come un cane che esce dall’acqua e si sollevò in parte sulla superficie del mare. Già mi sforzavo di liberarmi dallo stupore che si era impossessato di me e di ricuperare sufficientemente la calma, per vedere che cosa si potesse fare, allorchè venni afferrato per un braccio. Era il mio fratello maggiore, e il cuore mi balzò nel petto, dalla gioia, poichè avevo creduto ch’egli fosse caduto in mare. Ma un momento dopo la mia gioia divenne orrore, poichè, applicandomi all’orecchio la bocca, egli mi gridò queste semplici parole: Il Moskoe-Strom!

«Nessuno potrà mai sapere quali furono in quel momento i miei pensieri. Rabbrividii dalla testa ai piedi, come preso da un violento accesso di febbre. Capivo abbastanza che cosa egli volesse dire con quel semplice nome; sapevo bene che cosa egli volesse farmi intendere! Col vento che ora ci spingeva, eravamo destinati ad esser preda del vortice, e nulla avrebbe potuto salvarci!

«Avrete certamente compreso che, attraversando lo Strom, la nostra rotta era sempre molto a nord del vortice, anche col tempo più calmo; e, inoltre, avevamo cura, ogni volta, di aspettare e di spiare l’indugio della marea. Ma ora correvamo direttamente verso l’a[p. 188 modifica]bisso, e ci spingeva una tempesta come quella! «Certo, pensai, vi giungeremo esattamente nel momento di tregua, e quindi c’è ancora un barlume di speranza». Però, un minuto dopo, maledicevo me stesso perchè ero stato tanto pazzo da fantasticare di una speranza qualunque. Vedevo ormai perfettamente che eravamo condannati, fossimo anche stati su una nave da guerra di non, so quanti cannoni!

«In quel momento, il primo furore della tempesta era cessato, o forse lo sentivamo meno, perchè lo avevamo alle spalle; ma, comunque, il mare, che dapprima era stato dominato dal vento, rimanendo piano e schiumoso, si sollevava ora in vere montagne. Un mutamento singolare si era verificato anche nel cielo. Intorno a noi, in tutte le direzioni, esso era sempre nero come pece, ma, quasi sopra di noi si era formata un’apertura circolare, — spazio di cielo chiaro, — chiaro come non l’avevo mai visto, — d’un azzurro lucente ed intenso, — e attraverso quel gran foro splendeva la luna piena, con un fulgore che non le avevo mai conosciuto. L’astro illuminava tutte le cose intorno a noi, con la massima precisione, — ma, gran Dio! — che terribile scena illuminava!

«Feci ripetuti sforzi per parlare a mio fratello; ma il frastuono, senza che potessi spiegarmi come, era cresciuto a tal segno, che non riuscii a fargli udire nemmeno una parola, quantunque gli gridassi nell’orecchio con tutta la forza dei miei polmoni. Ad un tratto, egli scosse il capo, divenne pallido come la morte, e alzò un dito, come per dirmi: Ascolta!

«Dapprima, non capii che cosa volesse dire, ma presto un terribile pensiero sorse in me. Estrassi di tasca l’orologio. Si era fermato. Guardai il quadrante al chiaro di luna, e mi misi a piangere dirottamente, gettandolo lontano nell’Oceano. L’orologio si era fermato alle sette! Avevamo lasciato passare la tregua della marea, e il vortice dello Strom era nel momento del suo maggior furore!

«Quando un bastimento è ben costruito, bene equipaggiato, e non troppo carico, le ondate, se il vento è forte, sembra sempre che sfuggano sotto la chiglia, — la qual cosa pare stranissima a un uomo di terra, e si chiama nel linguaggio di bordo, cavalcare (riding). Ciò era stato normale, finchè ci eravamo arrampicati veloci sulle acque in tumulto; ma ora un mare gigantesco veniva ad investirci a poppa, e ci sollevava seco, — in alto, in alto, — come per spingersi fino al cielo. Non avrei mai creduto che un’ondata potesse salire a tanta altezza. Poi, scendevamo descrivendo una curva, facendo un scivolone, un tuffo, che mi dava la nausea e la vertigine, come se cadessi in sogno giù da un’immensa montagna. Ma, dall’alto dell’ondata, avevo gettato un rapido sguardo intorno a me, e quel semplice sguardo era bastato. In un secondo, vidi esattamente la nostra condizione. Il vortice di Moskoe-Strom era a circa un quarto di miglio davanti a noi, in linea retta, ma somigliava sì poco al Moskoe-Strom di ogni giorno, come il vortice che vedete ora somiglia a una gora di mulino. Se non avessi saputo dove eravamo e che cosa dovessimo aspettarci, non avrei riconosciuta la località. Dopo aver visto, chiusi istintivamente gli occhi, per l’orrore, e le palpebre mi si suggellarono, come in uno spasimo. [p. 189 modifica]

«Meno di due minuti dopo, sentimmo a un tratto che il mare si calmava, e fummo coperti di schiuma. Il battello fece un brusco mezzo giro a babordo, e partì come un fulmine in quella nuova direzione. In quello stesso momento, il ruggito delle acque si perse in una specie di clamore acuto, — di cui potete farvi un concetto immaginando le valvole di molte migliaia di piroscafi, che lasciassero sfuggire tutte insieme il vapore. Eravamo allora nel cerchio tumultuoso che sempre circonda il vortice; ed io credevo, naturalmente, che in un secondo dovessimo precipitare nel baratro, in fondo al quale non potevamo vedere distintamente, per la velocità prodigiosa con la quale vi eravamo trascinati. Pareva che lo scafo non fosse nell’acqua, ma vi passasse sopra, radendola, come una bolla d’aria roteante sulla superficie di un’ondata. Avevamo il vortice a tribordo, e a babordo si ergeva il vasto Oceano che da poco avevamo lasciato. Esso si ergeva come un muro gigantesco, torcendosi fra noi e l’orizzonte.

«Questo può sembrare strano, ma allora, quando fummo dentro la gola dell’abisso, io mi sentii più padrone di me, che non mentre ci eravamo avvicinati ad essa. Avendo ormai rinunciato ad ogni speranza, fui liberato da una gran parte di quel terrore che dapprima mi aveva schiacciato. Suppongo fosse la disperazione che m’irrigidiva i nervi.

«Vi parrà forse una fanfaronata, ma ciò che vi dico è la verità: io cominciavo a pensare che il morire a quel modo era una cosa magnifica e che era stoltezza, da parte mia, l’occuparmi di un interesse volgare come la mia conservazione, di fronte ad una sì prodigiosa manifestazione della potenza di Dio. Arrossii dalla vergogna, credo, quando questo pensiero mi attraversò la mente. Poco dopo, fui posseduto dalla più ardente curiosità relativamente al vortice. Sentii positivamente il desiderio di esplorare le sue profondità, anche a costo del sacrificio della mia vita. Il mio maggior cruccio era il pensare che non avrei mai potuto raccontare ai mie vecchi compagni i misteri che stavo per conoscere. Erano, certo, singolari pensieri, nella mente di un uomo in quell’estrema condizione, e pensai molte volte, dopo, che il girare del bastimento intorno all’abisso doveva avermi alquanto stordito.

«Vi fu anche un’altra circostanza che contribuì a rendermi padrone di me stesso; fu la completa cessazione del vento, il quale non poteva più investirci dove ormai eravamo. Infatti, come potete vedere, il gran cerchio di schiuma è considerevolmente al disopra del livello generale dell’Oceano, e questo ci dominava, ora, come la cresta di un’alta e nera montagna. Se non vi siete mai trovato in mare durante una violenta tempesta non potete avere una idea del turbamento che produce nello spirito l’azione simultanea del vento e delle acque sollevate. Si è acciecati, storditi, strozzati, e si perde ogni facoltà di riflessione. Ma noi non subivamo più alcuno di questi fenomeni, — come i poveri condannati a morte, ai quali vengono concessi, nella prigione, certi piccoli favori che non potevano ottenere prima che fosse pronunciata la sentenza.

«Quante volte facemmo il giro di quel cerchio? Mi è impossibile dirlo. Corremmo intorno all’abisso per quasi un’ora. Volavamo, più che non galleg[p. 190 modifica]giassimo, e ci avvicinavamo sempre più al centro del vortice, e sempre più, alla terribile cresta del suo fondo.

«In tutto quel tempo, io non avevo mai lasciata la chiavarda. Mio fratello, a poppa, stava aggrappato ad un barile vuoto, solidamente legato, ch’era l’unico oggetto di bordo che non fosse stato spazzato via quando il vento ci aveva sorpresi.

«Mentre ci avvicinavamo all’orlo estremo di quel pozzo mobile, egli lasciò il barile e cercò di afferrare l’anello, sforzandosi, nell’agonia del suo terrore, di strapparlo dalle mie mani. Ma non era abbastanza largo, quell’anello, per dar solida presa a tutti e due. Non mi accadde mai di provare un dolore più profondo di quello che mi straziò quando lo vidi tentare un simile atto, — quantunque vedessi bene che in quel momento egli era fuori di sè e che lo spavento lo aveva fatto impazzire.

«Io non cercai di disputargli il posto. Sapevo come poco importasse aggrapparsi o non aggrapparsi all’anello. Lo lasciai a lui, e andai al barile da cui egli si era staccato. Non era molto difficile fare questa manovra, poichè il battello filava in tondo con sufficiente equilibrio e abbastanza ritto sulla chiglia, sballottato solo di tanto in tanto dagli immensi cavalloni e dai ribollimenti del gorgo. Mi ero appena assestato nel mio nuovo posto, quando subimmo un violento sbalzo a tribordo e ci tuffammo nell’abisso con la prua abbassata. Io mormorai una rapida preghiera a Dio, e pensai che tutto era finito.

«Siccome ero stato preso dal doloroso effetto di nausea della discesa, mi ero istintivamente aggrappato al barile con maggiore energia e avevo chiusi gli occhi. Per alcuni secondi, non osai aprirli, aspettandomi una distruzione istantanea e meravigliandomi di non provare già le angoscie supreme dell’immersione. Ma i secondi si succedevano ed io vivevo ancora. La sensazione di caduta era cessata, e il movimento del piccolo bastimento somigliava molto a quello di prima. Soltanto, ora la nostra posizione era molto più inclinata di quella che avevamo avuta nel girare col cerchio di schiuma. Riacquistai un po’ di coraggio, e guardai di nuovo il quadro. Non dimenticherò mai la sensazione di sgomento, d’orrore e di ammirazione che provai volgendo intorno lo sguardo. Il battello sembrava sospeso come per magia, a metà della sua caduta, sulla superficie interna di un imbuto di vasta circonferenza, di prodigiosa profondità, e le cui pareti, mirabilmente liscie, sarebbero parse d’ebano se non avessero girato con un abbagliante velocità e non avessero riflessa una fulgida e orribile luce, sotto i raggi della luna piena, i quali, dal foro circolare che ho già descritto, si riversavano, fiume d’oro e di splendore, lungo le pareti nere e penetravano fino alle più intime profondità dell’abisso.

«Ero troppo turbato, dapprima, per poter osservare una cosa qualunque con una certa esattezza. L’esplosione generale di quella magnificenza terrifica era tutto ciò che potevo vedere. Nondimeno, quando mi riebbi un poco, il mio sguardo si diresse istintivamente verso il fondo. Potevo guardare in quella direzione senza incontrare ostacolo alcuno, data la posizione del bastimento, ch’era sospeso sulla superficie inclinata del baratro. Esso conti[p. 191 modifica]nuava a correre sulla propria chiglia, e cioè il suo ponte formava un piano parallelo a quello dell’acqua, che costituiva come un pendio la cui inclinazione era di più di 45 gradi, cosicchè pareva ci sostenessimo ritti sul nostro fianco. Io non potevo impedirmi di notare, tuttavia che non facevo fatica a mantenermi ritto in quella posizione, più che se fossimo stati su un piano orizzontale, e ciò dipendeva, suppongo, dalla velocità con la quale giravamo.

«Pareva che i raggi della luna cercassero il fondo estremo dell’immensa voragine. Nondimeno, io non potevo distinguere nulla con precisione per una folta nebbia che avviluppava tutte le cose, e sulla quale s’incurvava un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e oscillante che i musulmani affermano sia l’unico passaggio esistente fra il Tempo e l’Eternità. Quella nebbia, o quella schiuma, era certamente prodotta dal conflitto delle grandi pareti dell’imbuto quando s’incontravano e si frangevano in fondo. Quanto all’urlo continuo che saliva da quella nebbia verso il cielo, non tenterò di descriverlo.

«Il nostro primo scivolone nell’abisso, partendo dal cerchio di schiuma, ci aveva portati ad una grande distanza sul pendìo; ma poi la nostra discesa non avvenne più con la stessa rapidità. Correvamo ancora, sempre circolarmente, non più con un movimento uniforme, ma con degli slanci che talvolta ci proiettavano solo a breve distanza, ma tal’altra ci facevano compiere un’evoluzione intera nel vortice. Ad ogni giro, ci avvicinavamo al fondo, lentamente, sì, ma in modo sensibilissimo.

«Allargai lo sguardo sull’ampio deserto d’ebano che ci trasportava, e mi avvidi che la nostra imbarcazione non era la sola cosa che fosse caduta nella stretta del vortice. Sopra e sotto di noi, si vedevano frantumi di bastimenti, grosse travi, tronconi di alberi, come pure un gran numero di cose più piccole, come pezzi di mobili, bauli, rotti, barili e doghe. Ho già descritta la curiosità incredibile che si era sostituita ai miei terrori. Mi parve che essa crescesse quanto più mi avvicinavo al mio spaventevole destino. Cominciai allora ad osservare con uno strano interesse i numerosi oggetti che galleggiavano insieme con noi. Io dovevo avere il delirio, — poichè trovavo anche una specie di divertimento nel calcolare le rapidità relative della loro discesa verso il vortice di schiuma.

«— Questo pezzo d’abete, mi sorpresi dire, alludendo alla nostra imbarcazione, sarà certamente la prima cosa che farà il terribile tuffo e che scomparirà.

E fui quasi contrariato, vedendo che un bastimento mercantile olandese ci aveva preceduti e si era inabissato pel primo. Infine, dopo aver formulate alcune congetture dello stesso genere, ingannandomi sempre, — questo fatto, il fatto del mio continuo errore di calcolo, — mi gettò in un ordine di riflessioni che fecero nuovamente tremare le mie membra e pulsare il mio cuore con maggior violenza.

«Non era un nuovo terrore, che mi turbava così, ma l’alba di una speranza assai più commovente. Questa speranza sorgeva in parte dalla memoria e in parte dall’osservazione presente. Mi ricordai dell’immensa varietà di resti di naufragi sparsi sulla costa di Lofo[p. 192 modifica]den, i quali, tutti, erano stati assorbiti e rivomitati dal Moskoe-Strom. Quei frantumi di navi erano, quasi tutti, squarciati nel modo più straordinario, — graffiati, scorticati a tal segno che parevano tutti irti di punte e di scheggie. — Ma mi ricordai anche distintamente di averne notati alcuni, i quali invece erano intatti. Ora non potevo rendermi conto di tale differenza, se non supponendo che i frammenti scheggiati dovessero essere i soli che fossero stati completamente inghiottiti dal vortice, — mentre gli altri dovevano esservi entrati verso il finire della marea, o esservi discesi, per una ragione qualunque, tanto lentamente da non giungere al fondo prima del flusso o riflusso, secondo i casi. Pensavo che era impossibile, comunque, che essi fossero risaliti, turbinando di nuovo fino alla superficie dell’Oceano, senza subire la sorte di quelli che erano stati trascinati prima o inghiottiti più rapidamente.

«Feci altresì tre osservazioni importanti: — la prima, che — secondo una regola generale, — quanto più i corpi erano voluminosi, tanto più la loro discesa era rapida; — la seconda, che, date due masse di ugual mole, una sferica, l’altra di qualunque altra forma, la sfera aveva, nella discesa, una velocità superiore; — la terza, che di due masse di volume uguale, una cilindrica e l’altra di qualunque altra forma, il cilindro veniva inghiottito più lentamente.

«Da quando mi salvai, ebbi su questo argomento alcune conversazioni con un vecchio maestro di scuola del distretto, e da lui, appunto, imparai a servirmi delle parole cilindro e sfera. Egli mi spiegò, ma ho dimenticato la spiegazione, come ciò che avevo osservato fosse la conseguenza naturale della forma dei frammenti galleggianti, e mi dimostrò come un cilindro, girando in un vortice, presentasse maggior resistenza e fosse attratto verso il fondo più difficilmente che un corpo di un’altra forma qualunque benchè di volume uguale[1].

«V’era una circostanza sorprendente, che dava una grande forza a tali osservazioni, e mi rendeva ansioso di verificarle: era che ad ogni giro noi passavamo davanti a un barile o davanti a una verga o ad un albero di nave, e che la maggior parte di quegli oggetti, paralleli a noi quando avevo aperti gli occhi per la prima volta sulle meraviglie del vortice, era situata, ora, molto al disopra di noi, e pareva non si fosse mossa, affatto, dalla posizione primitiva.

«Non esitai più a lungo su ciò che mi conveniva fare. Decisi di aggrapparmi con fiducia al barile che continuavo a tenere abbracciato, di slegare la fune che lo teneva fermo e di gettarmi in mare con esso. Mi sforzai di attirare, con dei cenni, l’attenzione di mio fratello sui barili galleggianti accanto ai quali passavamo, e feci tutto ciò che era possibile per fargli comprendere ciò che stavo per tentare. Credetti infine ch’egli avesse indovinato il mio disegno; — ma lo avesse o non lo avesse compreso, egli scosse il capo con disperazione e rifiutò di lasciare il suo posto. Non mi era possibile impadronirmi di lui, e d’altronde, la: gravità del momento, non mi permetteva indugi. Quindi, con un’amara angoscia, lo abbandonai al suo destino. Mi legai [p. 193 modifica]al barile con la stessa fune che lo aveva tenuto a bordo, e, senza esitare un momento di più, mi precipitai con esso nell’acqua.

«Il risultato fu precisamente quello che speravo. Poichè io stesso vi racconto la cosa, poichè vedete che mi salvai, e poichè vi ho già detto qual mezzo di salvezza impiegai, potete ormai immaginare tutto ciò che potrei dirvi ancora. Abbrevierò dunque la narrazione e concluderò senz’altro.

«Era passata un’ora, all’incirca, da quando avevo lasciato il battello, allorchè questo, sceso ad una grande distanza sotto di me, fece uno dopo l’altro, tre o quattro giri precipitosi, e, trascinando il mio fratello amatissimo, s’inabissò, decisamente e per sempre, nel caos di schiuma. Il barile al quale io ero legato, galleggiava quasi a metà della distanza che separava il fondo dell’abisso dal punto in cui mi ero precipitato nell’acqua, allorchè un grande mutamento ebbe luogo nel carattere del vortice. Il pendìo delle pareti del vasto imbuto divenne sempre meno scosceso. I giri del gorgo divennero a poco a poco meno rapidi. Gradatamente, la schiuma e l’arcobaleno scomparvero, e sembrò che il fondo dell’abisso si elevasse rapidamente.

«Il clelo era sereno, il vento era caduto, e la luna piena tramontava radiosamente ad ovest, quando mi ritrovai alla superficie dell’Oceano, proprio in vista della costa di Lofoden, e al disopra del punto dove era stato poco prima il vortice del Moskoe-Strom. Era l’ora della bonaccia, — ma il mare si sollevava ancora in cavalloni enormi, per effetto della tempesta. Io fui trascinato violentemente nel canale dello Strom, e gettato, in pochi minuti, verso la costa, nelle zone di pesca. Un battello mi raccolse, — affranto dalla stanchezza; — e ora che il pericolo era cessato, il ricordo di quegli orrori mi aveva reso muto. Coloro che mi sollevarono a bordo erano i miei vecchi compagni di mare, quelli coi quali solevo stare ogni giorno, — ma non mi riconoscevano, come non avrebbero riconosciuto un viaggiatore reduce dal mondo degli spiriti. I miei capelli, che ancora il giorno antecedente, erano stati d’un nero corvino, erano tutti bianchi come ora li vedete. I compagni dissero pure che tutta l’espressione della mia fisonomia era mutata. Raccontai loro ciò che mi era accaduto, e non vollero credermi. L’ho raccontato a voi, ora, e oso appena sperare che prestiate fede alla mia narrazione più degli allegri pescatori di Lofoden».

Note

  1. Archimede. - De accidentibus in fluido. E. P.