Utente:Alex brollo/Libri proofread/Dell'obbedienza del cavallo

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DELL'OBBEDIENZA
DEL CAVALLO
TRATTATO
DI NICCOLÒ ROSSELMINI
Patrizio Pisano
Accademico Innominato e Intronato
Ciamberlano di S. M. I.
e Soprint. gen. delle razze e Scuderie Imp.
di Toscana



IN LIVORNO
Presso Marco Coltellini all'Insegna della Verità
Con approvazione

AI SIGNORI
CAVALLERIZZI



Niccolò Rosselmini

Da che fu trovata la maniera di domare il Cavallo per renderlo servibile all’uomo, dai nostri antecessori non fu omessa nè premura, nè diligenza, a rischio anche della propria salute, e vita, che potesse contribuire a renderlo di utile, e di vantaggio al pubblico bene, sì in guerra, che alla caccia, al divertimento, alla comparsa, ed al commercio; ed hanno fatto a gare di rendersi così al pubblico benemeriti in vita con l’opera ed istruzioni loro, e dopo morte con lasciare in scritto le loro scoperte, e le regole da essi tenute. Io ho seguitato l’esempio con l’opera, e con la penna, come si vede dal mio Cavallo perfetto, stampato in Venezia l’anno 1723. presso Giuseppe Corona, [in cui io messi in vista al pubblico gl'insegnamenti, e regole avute dal mio Maestro, giacchè non mi fu possibile d'indurre il medesimo a farlo da se] e l’apologia del sopradetto Caval perfetto stampata in Siena l’anno 1730. presso Francesco Quinsa. Stimolato dipoi non solo dalla gratitudine dell’universo applauso, ch’ebbero la sorte queste mie due opere di riscuotere, e dal comodo che mi somministrò la sopraintendenza generale delle Razze, e Scuderie di Toscana di S. M. I. Francesco Primo Duca di Lorena, e Bar, Gran-Duca di Toscana etc. etc. presentemente regnante, mi appigliai a far ricerca di qual fosse il motivo della lunghezza del tempo, che ci vuoleva a ridurre il Cavallo all’obbedienza, per tentar d’abbreviarlo: perchè ridotto a questa, pochi erano quelli che potevano maneggiarlo; da che dependesse, che molti, benchè di somma abilità, erano rigettati per indomiti, e perchè quelli di maneggio nonostante che ridotti al segno di operare con un solo nastro in bocca, come io ebbi l’onore di far vedere alla prefata M. S. nella Cavallerizza di Siena, contuttociò non erano capaci di poter prestar servizio alcuno in campagna, nè in altro luogo, fuori che nel recinto della Cavallerizza; sconcerti tutti che ridondavano in sommo pregiudizio, sì del ben pubblico, che privato; così per venire a capo non lasciai di tentare, e di far prova di tutto ciò che credei che potesse farmi ottener l’intento desiderato, ma tutto in vano, e da tali prove sol restai convinto, che la pratica sola non era bastante a render capace il Cavallo di prestar quel maggior servizio che poteva; ero perciò in procinto di abbandonare l’impresa, e di darmi per vinto; ma siccome dall’altro canto non potevo persuadermi che fosse impossibile il poterne venire a fine; abbandonate le ricerche pratiche, mi appigliai alle Teoriche, e per mezzo del raziocinio mi cadde in pensiero di farne ricerca della costruzione della macchina, e specialmente dello Scheletro, giacchè l’oculare imperfezione non era bastante a rintracciare cosa alcuna dal moto; nè m’ingannai, perchè appena posti gl’occhi sopra di esso, venni in cognizione non solo dello sbaglio che si piglia nelle scuole, ma anche del modo di correggerlo con somma facilità. Questa scoperta appunto è quella che io vi presento, o Sigg. Cavallerizzi, nella qui annessa opera, che io vi dedico, sicuro che ne avrete gradimento, perchè vi metterà in grado di giovare al pubblico, com’è la vostra professione, ed insieme vi esimerà dal pericolo che avete corso fino ad ora nell’arrischiare la vostra salute, e la vostra vita per vantaggio suo, senza poterne ottener l’intento che per metà, poichè dopo tanta fatica e tempo impiegato non può il vostro Cavallo ammaestrato esser montato senza rischio, che da voi stessi, con il rammarico di non poterlo vedere sotto di altri, com’è il vostro desiderio e premura.

E siccome io non avrei potuto far questa scoperta, senza l’aiuto di quelle già fatte dai vostri antecessori, e da voi medesimi, così non voglio appropriarmi quella gloria che a loro ed a voi anche si spetta per la parte che avete avuto con attribuirla tutta a me, quando deve essere comune a tutti quegli che vi hanno in qualche maniera sì relativamente, che di fatto, contribuito; onde voi pure, Sigg. Cavallerizzi vi avete interesse, come successori loro, e per il lume che mi hanno somministrato le vostre opere nell’averle vedute mettere in esecuzione da voi medesimi con la dovuta maestria. Ve la presento dunque come cosa in cui avete interesse, perchè riconoscendola per tale v’induchiate a darli l’ultima mano, e quella perfezione che unanimemente tutti noi da tanto tempo andiamo in cerca a benefizio pubblico, mossi da quell’umanità che deve essere la virtù prima dell’uomo, con coreggere quella parte che a me si aspetta, dove la trovate mancante e difettosa; dandomi ad intendere che il lume che vi somministrerà la mia scoperta vi agevolerà non poco l’esecuzione, e perchè possiate farlo senza suggezzione, nè rispetto umano, non ho ricercato protezione alcuna, nè dal mio Padrone, nè da altro Personaggio, affinch’ella non cagionasse in voi quel rispettoso silenzio, che sarebbe senza fallo di pregiudizio al comune nostro unico fine, ch’è il ben pubblico, quando meriti correzione; tantopiù che in tal caso sarebbe anche di svantaggio vostro, perchè tal silenzio potrebb’essere da qualcuno riputato per approvazione, e verreste così ad addossarvi le mie mancanze. Motivi tutti che vi obbligano ad intraprendere quella censura e correzione che deve darli pulimento, e quel risalto che stimerete più proprio, sicuri della mia gratitudine per quella parte che a me s’aspetta, e per quella che vi ha il Pubblico, per essere di tanto suo interesse.

E perchè talvolta da i meno intendenti è attribuito a colpa dei Cavallerizzi quello ch’è sol difetto di razza, ho stimato bene di unire al trattato dell’Obbedienza del Cavallo, anche quello delle razze, quindi è che anche di questo ne fo a Voi un presente, per la correlazione che ha con il vostro oggetto, non potendosi mettere in dubbio che il Cavallo di buona razza sia quello che fa onore al Cavallerizzo; e però correggetene anche di questo gli sbagli che io posso aver presi, affinchè il mio zelo per il bene del Pubblico non gli abbia ad apportar pregiudizio, invece di quell’avvantaggio che io mi sono dato ad intendere di arrecarle, e così doppia ne sarà anche la mia gratitudine. Vivete felici.

Pisa primo Marzo 1764

PREFAZIONE

Dell'obbedienza del cavallo image6.gif

L’impegno, a cui mi accingo di esporre al pubblico un nuovo metodo, per mezzo del quale anche i giovani di tenera età in breve tempo, con facilità e con sicurezza di riuscita, e senza il minimo pericolo possano ridurre qualunque Cavallo, per quanto fiero e coraggioso egli sia, a quella obbedienza che si ricerca nelle scuole, sarà in vero molto grande riputato da chiunque sperimentato abbia le molte difficoltà e pericoli, che in ciò fare comunemente s’incontrano. Ma siccome il grande, ed il maraviglioso di qualunque intrapresa suol presso la maggior parte degli uomini svanire, quando la semplicità s’intende dei mezzi con i quali essa viene ad eseguirsi, [quantunque nella semplicità medesima il vero grande delle intraprese dagl’intendenti si costituisca] così la scabrosità del mio assunto, allora nell’animo dei lettori si cangerà in altrettanta facilità, quando intenderanno che quanto dalla pratica comune, e dall’universale opinione, anche da me stesso per lungo tempo abbracciata [fino a scriverci sopra due libri, che ora mi conviene in gran parte ritrattare] si allontana questo nuovo mio metodo di ammaestrare i Cavalli, altrettanto lo stesso è semplice per esser totalmente conforme all’indole e costruzione lor naturale; imperocchè le molte osservazioni che in una lunga serie di anni mi è occorso di fare sopra i varj moti del Cavallo, mi hanno finalmente svelato qual sia il vero meccanismo della macchina sua, ed a quali azioni per cagion di esso adattar si possa il Cavallo, e da quali il meccanismo medesimo naturalmente ripugna e si oppone. Quindi essendomi accorto che per mancanza d’una tale intelligenza le regole solite assegnarsi nelle scuole per bene addestrare un Cavallo per lo più al meccanismo della macchina sua s’oppongono, mi sono ritrovato dalla ragione e dall’esperienza forzato a conformare adesso il nuovo mio metodo, e da questa conformità delle regole mie col meccanismo del Cavallo ne nasce la semplicità delle medesime, ed insieme la sanità sopra additata di ottenere in breve tempo da qualsivoglia Cavallo la ricercata obbedienza.

Non mi è ignoto quanto sia efficace l’amor proprio nell’abbagliar gl’uomini anche più illuminati, perciò non ardirei di esporre al pubblico per facile, breve, e sicuro sopra tutti gli altri questo nuovo mio metodo, se l’unico mio Figlio dimostrandomelo per tale in pratica non avesse sopra di ciò tolto dall’animo mio ogni giusto timore d’inganno. Esso in età di soli dodici anni, di corpo gentile, e gracile, piuttosto che robusto, arrivò non solamente a fare operare i Cavalli con questo mio metodo ammaestrati in qualunque sorte d’operazione, ma di più ad ammaestrargli anche da se nelle medesime, come fare averebbe potuto un professore già provetto nell’arte; anzi tutto ciò da esso si fece, nonostante che in due anni di tempo da che cominciò a cavalcare contar non si potessero, se non all’incirca diciotto mesi di vera lezione, attesi li varj impedimenti, che si frapposero tanto fisici che morali, tra i quali il vajuolo da esso in quel tempo sofferto, e per cui dovette per lo spazio di tre mesi interi starsene in riguardo.

In prova che le difficoltà che s’incontrano nelle Cavallerizze per ridurre il Cavallo all’obbedienza, pigliano origine dal non essere le regole loro conformi a quella legge del meccanismo della macchina, che deve inviolabilmente essere osservata senza potersene appartare in nessuna maniera, basta fare il confronto di queste con l’indole e natura della costruzione della macchina, e dell’attività delle parti che la compongono.

Si osservi dunque in primo luogo che il Cavallo è una macchina di mole pesante, e nella base quadrilatere sostenuta da quattro piedi, che due formati a similitudine di colonna stabile, e due formati di diverse figure angolari un poco arcate, meno robuste della prima, perchè flessibili e molleggianti.

In secondo luogo si faccia osservazione, che talvolta il suo moto è un’ondulazione del peso della macchina sostenuto dalle due gambe diagonali una d’avanti, ed una di dietro, che passa a prender sostegno da una base all’altra preventivamente preparata la prima, che lo accompagna fino all’altra base, e la seconda che ve lo spigne; ond’è, che ogni azione deve esser preceduta da quel piede ch’è a portata di quel luogo, dove deve essere eseguita, sia in avanti, sia in dietro, sia in fianco, o in qualunque altra parte che occorra, come segue nel passo, trapasso, trotto, e portante, e talvolta il moto suo è una vibrazione del peso medesimo, eseguita dall’elasticità dei legamenti delle gambe di dietro, a quest’effetto formate di diverse figure angolari un poco arcate e flessibili, perchè a guisa di molla possano dare al medesimo la spinta per vibrarlo in aria, ed in avanti; vibrazione che va a cadere sopra le gambe d’avanti, e però formate in figura di colonna stabile, garantite dalla natura da qualunque inconveniente che possa cagionarli l’impeto del colpo, che porta seco la caduta del peso sopra di esse [ciò che si vedrà nella descrizione ed analisi della macchina,] come segue nell’azione del galoppo, scappata, carriera, corvetta, e salto.

Dal che vien messo in chiaro che dal moto del peso della macchina è formata qualunque azione, benchè minima, che venga in idea al Cavallo di mettere in esecuzione.

Ma siccome il complesso che forma la macchina del Cavallo non è che materiale, e passivo, così non avendo attività da poter dar moto alcuno a se stesso, è d’uopo che vi sia una potenza motrice che lo metta in azione.


Quindi è, che egli è dotato di una particolar forza motrice, interna, diffusa in tutte le sue parti che ha un non so che di analogo ad una tal quale specie d’intelligenza, per cui volontariamente si determina più tosto ad un’azione che ad un’altra, e si presta a secondare la volontà del Cavaliere che li viene indicata con la voce, o con altro segno della mano o piede, come vedesi nei Cavalli ammaestrati, e per cui non solo concepisce avversione a chi lo incomoda, infastidisce, o tormenta, ma anche si difende per quanto può dal castigo, in specie quando gli è dato a torto, e piglia timore di esso, e si corregge quando se lo è meritato; e viceversa prende propensione, e dimostra docilità verso chi lo accarezza, e lo tratta amorevolmente, e verso chi lo governa, e li fa del bene, che io chiamerò da qui avanti or col nome di spirito, ed or con quella di potenza motrice, per sola comodità di esprimermi, lasciando ai filosofi d’indagare con le loro ricerche metafisiche la sua vera natura, per esser questo totalmente alieno dal mio proposito.

Se l’indicata stabile e forte figura della costruzione delle gambe d’avanti, e quanto si è detto di sopra, e le diverse figure angolari, delle quali sono farmate le gambe di dietro, meno robuste delle prime, perche flessibili, e molleggianti, e però altrettanto attive per spingerne più e meno il pose sepra quelle d’avanti, e vibrarlo in aria a seconda del biscgno, non fosse bastante a convincere che le prime sono state destinate dalla natura per base del sostegno del peso della macchina; e le seconde per regolare l’azione sua, ricorra chi non resta persuaso alla prova di fatto, che da questa verrà tolto dalla mente sua ogni difficoltà.

Si faccia dunque osservazione, che quei Polledri di prima doma che mettono la testa tra le gambe quando si vogliono difendere, affidando così tutto il peso della macchina loro sopra i piedi d’avanti, saltano con somma facilità in avanti, in volta, in fianco, e dovunque lor viene in capriccio: quando quelli che aggravano le anche con tenere la testa alta, per sostenere il peso in dietro, appena possono fare qualche sbilancione staccato in avanti, o darsi disperatamente alla fuga, allorché vogliono sottrarsi dalla suggezione, come si vede tutto giorno nelle scuole, ed in specie in quelle dove ha luogo il gastigo.

E’ fuor di dubbio, che nella prima difesa sopradetta il peso della macchina è del tutto affidato sopra le gambe d’avanti, e che le gambe di dietro sono in piena libertà d’agire a loro talento; onde è forza concludere, che da questo ne avviene la facilità con la quale il Cavallo in esso fa di se quello che vuole, e che per consequenza quelle d’avanti devono sostenere il peso, e quelle di dietro regolarne l’azione sua come si e detto.

Ed è chiaro, che nella seconda difesa, il peso della macchina si trova dall’elasticità dei legamenti delle gambe di dietro vibrato in aria, libero da ogni sostegno; ciò che prova l’attività ed indole delle medesime: e siccome dalle gambe d’avanti non solo vien ricevuto, nel tornare in terra con intrepidezza, l’impeto dell’urto della caduta del medesimo sopra d’esso ma anche immediatamente doppo dall’elasticità delle pastore dei piedi loro ne viene risollevato in aria con somma facilità, per rimetterlo in balia della forza elastica dei sopraddetti legamenti delle gambe di dietro, perchè a guisa di molla possano darli il nuovo urto di vibrazione, che dia luogo alla continuazione dell’azione, così da questa non meno, che dalla prima difesa vien comprovato quanto ho detto sopra della specifica attività dell’une e dell’altre gambe, d’avanti e di dietro.

La facilità, che mostrano i Cavalli nel moto progressivo, e la difficoltà nel dare indietro, il portar della groppa da parte delle scese, e lo stendere che fanno delle gambe di dietro con la maggior forza, per mantenerne il peso della macchina sopra quelle d’avanti nelle salite, per sottrar le anche dall’incomodo del peso con lo scanzo nelle prime e con lo sforzo nelle seconde, sono tutte riprove, che le gambe di dietro non hanno che una attività limitata per poter servire al peso di sostegni, e che questo è l’incarico di quelle d’avanti.

Rilevandosi dunque da tutto questo sicuramente che la natura della costruzione della macchina del Cavallo, dalla quale ha origine l’indole del meccanismo suo, richiede che le gambe d’avanti servano sempre di base al sostegno del peso, e che quelle di dietro ne regolino l’azione sua, non può mettersi in dubbio che le regole solite assegnarsi nelle scuole, avendo per principio fondamentale, che il peso deva esser sostenuto dalle gambe di dietro con l’idea che da questo ne avvenga la maggior scioltezza e sollevamento di quelle d’avanti, siano del tutto opposte all’indole del meccanismo sopraddetto della macchina, e che però segua lo sconcerto e le difficoltà che nelle medesime s’incontrano, da chi si ostina a volere esigere dalle gambe di dietro col rigore e con la forza, ciò che non può essere eseguito da esse.

I Professori di maggior esperienza e credito, conosciuta per pratica l’impossibilità di ridurre con la forza al loro intento il Polledro, vennero in cognizione che dal temperamento di mano, dalla sofferenza, e dalla piacevolezza deriva la riuscita de’ loro Cavalli, e però adottandone questa massima, bandirono dalle scuole loro il rigore e castigo intempestivo, di cui per l’avanti si erano serviti inutilmente, e senza profitto; non accorgendosi che così venivano a secondare il meccanismo della macchina, e ad allontanarsi dal principio loro, poichè il temperamento della mano non consiste che in una tenuta che limita alla potenza motrice l’azione, ma nell’istesso tempo lascia alla medesima tutta la libertà dell’esecuzione a seconda della legge a lei imposta dalla natura.

Io pure dopo aver tentato inutilmente tutt’il possibile per ridurre i Polledri con la forza al mio volere fino a stroppiarli, m’appigliai a questo sentimento, ma non ne ricavai profitto che da quelli dotati di particolare abilità e sofferenza dalla natura; poichè essondomi ignota la vera origine dell’obbedienza, non perdevo di mira la massima da me tenuta con tutti gl’altri, che dall’esser messo il Cavallo a sedere sull’anche, dipendesse; e stetti in questa cecità, finchè non furono da me sperimentate le regole del Duca di Newcastle, [che più d’ogn’altro si accostò al vero] con profitto maggiore di tutte le altre da me messe in pratica; perchè avendo riconosciuto ch’esse erano del tutto opposte e contrarie al principio sopraddetto anche da lui medesimo tenuto, cioè che dall’esser messo il peso della macchina sopra le gambe di dietro dipendesse l’agilità e prontezza del Cavallo, mi diede luogo di venire in chiaro della falsità di un tal principio, e dell’origine di tutti gl’inconvenienti fin allora a me incognita, con l’esame della costruzione della macchina che mi delucidò il tutto; e venni in cognizione che il Cavallo non può essere obbligato che a ciò che comporta il meccanismo della macchina sua. Quindi è che mi sono proposto di mettere al pubblico questa mia nuova scoperta a benefizio comune dopo averla verificata con l’esperienza di facile e sicura riuscita, oltre l’essere esente da qualunque rischio e pericolo.

Ne vien concluso da quanto ho detto fin qui, che le azioni del Cavallo pigliano origine dall’inclinazione che ha il peso di tendere sempre all’ingiù, quando non è collocato sopra base abbastanza stabile, che allora sta fermo e in quiete e sol rimossa e indebolita la base, piglia moto verso il centro.

Quindi è che quando la macchina del Cavallo é situata sopra le sue quattro gambe sta in riposo e ferma, e perchè possa esser messa in moto, conviene che sia indebolita la base del suo sostegno, che allora ella diviene vacillante e suscettibile di qualunque impuslo della potenza motrice, e però quando la medesima potenza motrice vuol farla agire, la pone sopra due soli piedi, sollevando da terra gli altri due, e allor che vuol farli eseguire il passo, trapasso, trotto, si prevale dei due diagonali, affidando il peso a quello d’avanti, e servendosi di quello di dietro per spingerlo sopra di esso, obbligando nel medesimo tempo i due che sono in aria, a secondare sospesi l’azione della macchina, con una specie di ondulazione, eseguita sopra i due diagonali che la sostengono, perchè possano essere a portata di esser messi in opera a suo tempo, per preparare la nuova base sopra cui la macchina deve passare per poter continuare l’azione, e quando vuole eseguire quelle di moto vibrato, come sono il galoppo, scappata, carriera, corvetta, e salto, affida il peso alle gambe di dietro per quel sol momento che fa d’uopo alle medesime per vibrarlo, col sollevar quelle d’avanti, e lo fa ricevere a queste nel tornar in terra, tanto che quelle di dietro abbiano luogo di eseguire la loro azione per rimettersi in grado di poterlo di nuovo ricevere, per rivibrarlo, come lo richiede la continuazione dell’azione.

Per una tale esecuzione forza è, che le gambe d’avanti abbiano acquistata la facilità di formarsi in colonna per sostener il peso, e quelle di dietro abbiano risvegliata l’elasticità necessaria per l’esecuzione delle loro funzioni, e perchè la natura non accorda nel nascere ad esso in essere, che quell’elasticità ch’è sol necessaria per i bisogni naturali della macchina, fornendole solo in potenza di quella che fa d’uopo ai Cavalli di maneggio, per l’esecuzione delle azioni più ricercate; come segue anche nell’uomo, che non è dotato nella nascita, che di quell’elasticità ch’è necessaria per caminare, quantunque sia fornito in potenza di quella che promossa dall’arte fa d’uopo per ballare, caminare sopra la corda, e cose simili

E però nella prima parte del trattato metterò in vista, prima d’ogn’altra cosa, con l’analisi dello scheletro, che forma la macchina del Cavallo, qual sia l’attività specifica delle parti sue, perchè possano essere impiegate senza sbaglio, a seconda dell’indole e natura loro.

Ne farò veder dipoi con la descrizione dell’azioni che possono essere eseguite da esso, qual sia quel metodo che secondi il meccanismo della macchina, e darò termine a questa parte con l’esame pratico delle azioni del Cavallo quando è in campagna, sciolto in piena libertà nella sua quiete, quale verificherà col fatto la sopraddetta mia dimostrazione.

E siccome alla potenza motrice si aspetta unicamente di dar moto alla macchina, ed esecuzione a tutte le azioni, stante l’avere ella sola cognizione privativa del meccanismo della medesima, e del modo di farla agire a seconda della legge di natura, poichè il Cavalire non ha se non se la facoltà di esigere da essa una cieca obbedienza alle sue chiamate, così nella seconda parte insegnerò il modo di rendere il Polledro docile, e mansueto in forma, che con piacere si presti a dare esecuzione a tutto ciò che dalla mano del Cavaliere gli vien richiesto; e perchè possa farlo con prontezza, e senza ostacolo ne indicherò immediatamente dopo la maniera di promuovere, e di risvegliare nei legamenti delle gambe di dietro quella elasticità ch’è necessaria per l’esecuzione delle azioni del Cavallo da campagna, caccia, e guerra, ed indi additerò il modo di dar l’essere a quella, che fa d’uopo ai Cavalli di maneggio che non hanno sortito dalla natura se non se in potenza.

Nella terza parte tratterò di ciò che si appartiene all’opera del Cavaliere, perchè possa sapere adattare le chiamate al bisogno, ed alla specifica qualità dell’azione e figura, che egli vuole esigere dal Cavallo, e siccome queste non possono essere eseguite con la dovuta giustezza e proporzione se la mano non è ferma e sciolta, così tratterò prima del come dev’esser formata la sella, perchè le coscie del medesimo possano fare la loro presa senza incontro d’ostacolo che glie lo impedisca, e dipoi metterò in vista qual sia la positura più forte e più brillante, in cui egli deve stabilirsi per fare acquisto della fermezza a Cavallo, dalla quale dipende anche quella, ch’è tanto necessaria, della mano.

Ed indi coll’analisi delle figure che devono esser formate dall’azioni del Cavallo, e che data proposizione, sono simili a quelle che forma la penna nell’esecuzione del carattere, e come esse di maggior o minor perfezione, che maggiore o minore è la perizia della mano, e che diligente ed esatta e la norma che dalla medesima vien formata; e però ne rileverò tutte le più minute circostanze che possono dar risalto all’azione, indicando dove occorre maggior o minor forza dell’impulso della medesima, il maggiore o minor tempo che richiede quella tal figura o azione, i luoghi che richiedono sospensione o arresto, e quelli che esigono maggior vivezza e prontezza, e poi che il Cavaliere non può far nota alla potenza motrice la sua volontà, se non se per mezzo della briglia, così darò anche contezza di quale debba essere la costruzione della medesima.

Passerò dipoi a mettere in vista come deve comportarsi il Cavaliere nelle cavalcate che si fanno per corteggio del Sovrano, e per solennizzare le feste di parata, ed indi a dimostrare qual sia il metodo che dovrà esser tenuto per fare agir piu Cavalli in concerto a tempo di suono, e senza, e di quello da tenersi nel giuoco delle teste, e dell’anello, senza estendermi a discorrere dei caroselli e degl’incontri che sono andati in disuso per la troppa spesa i primi, ed i secondi per gli accidenti funesti che seguivano: e stante l’introduzione delle carrozze e dei calessi che ha diminuito il numero dei Cavalieri che operino in essi.

Ed affinché non resti ommessa cosa che possa dar compimento dell’intero a questa mia opera, ho stimato molto opportuno di unire al trattato che riguarda l’obbedienza del Cavallo, anche quello cbe riguarda il regolamento della razza, dalla quale ne proviene la bontà e bravura del medesimo, e però nella quarta parte metterò in veduta con la maggiore brevità possibile, secondando le tracce di natura, tutto ciò che può contribuire a renderlo fino dalla sua nascita di tal qualità e cosi darò termine compiuto all’assunto da me preso per vantaggio pubblico, e per quella del servizio del mio Padrone, ch’è la maggiore delle mie premure.

DELL’OBBEDIENZA DEL CAVALLO


Parte Prima.


CAPITOLO PRIMO

Che cosa sia l’Obbedienza del Cavallo e da che dependa.


L’Obbedienza del Cavallo, della quale io mi appiglio a trattare, in altro non consiste, che nella pronta ed esatta esecuzione di quelle azioni, che in esso vengono ricercate dal Cavaliere. Allo spirito, come potenza motrice, si aspetta, a seconda della facoltà che gli ha dato la natura, di dar moto e regolamento alle parti che ne compongono la macchina, ed a queste, come istrumenti, si appartiene di dare esecuzione alle azioni tutte; ma siccome a qualunque corpo animato è prescritto dalla natura medesima un particolare, determinato, metodico, ed inalterabile proprio meccanismo, così tanto la facoltà dello spirito, quanto l’attività esecutiva delle parti è ristretta dentro ai limiti del medesimo meccanismo: onde per poter procedere con cognizione di causa, duopo è prima d’ogn’altra cosa di prender cognizione di qual sia questo meccanismo, per potere rilevare le circostanze ed i requisiti, che concorrono a determinare il metodo che va secondato da chi vuole esigere obbedienza dal Cavallo con facilità, ed in breve tempo, e con sicurezza di non pigliare sbaglio, com’è seguito fin’ad ora per mancanza di una tal cognizione, la quale non è stato possibile di rintracciare, stante che la velocità con la quale sono eseguite le azioni e del Cavallo e di tutti gl’altri corpi animati irragionevoli, non dà luogo all’oculare inspezione di poter rilevare circostanza alcuna, dalla quale la speculativa possa dedurre le necessarie conseguenze; e però forza è di ricorrere ad altro partito, che possa somministrare un lume sufficiente a schiarire l’oscurità in cui siamo, per poter porre riparo allo sconcerto ch’essa ha cagionato fin’ad ora.

Il meccanismo delle azioni e del moto del corpo umano non differisce da quello di tutti gli altri corpi animati quadrupedi e bipedi, se non in ciò che porta seco la diversità specifica della costruzione della macchina loro, essendo nell’essenziale simile ed uniforme a quello di tutti gli altri; ma perchè questo può essere eseguito con l’ultima lentezza di moto, e con pausa, facile sarà da esso il rilevare qualunque benchè minima circostanza, che possa esser necessaria a mettere in vista il vero metodo, con cui è eseguito quello del Cavallo, di cui andiamo in cerca; oltre di che potendone ciascheduno fare il saggio nella propria persona, viene anche un tal saggio ad essere una prova di fatto immancabile ed esente da ogni inganno, atta a persuadere e convincere della verità anche i meno intendenti.

Chi vuol dunque acquistare una tal cognizione si ponga diritto sopra i suoi piedi discosti l’uno dall’altro, in tal distanza che siano obbligati a sostenere il peso del corpo in egual porzione; tenga allora ferma ed immobile la vita, e si provi in tal positura a muovere il piede per fare il passo, e toccherà con mano l’impossibilità non solo di eseguirlo, ma nè tampoco di poter far moto alcuno; questo prova che piglia errore chi crede, che dai piedi abbia origine il moto, e che essi da se soli abbiano facoltà di potere eseguire le azioni.

Indi lasci la vita in libertà di potersi muovere a suo talento, e nuovamente si accinga a fare il pasto, ma lo eseguisca adagio adagio, e con la maggior lentezza possibile, e abbracci più terreno che può, per poter meglio rilevare le circostanze più minute; allora non vi troverà ostacolo alcuno, e da tale esecuzione verrà in chiaro, che la potenza motrice è quella che dà moto e regolamento alle azioni, con obbligare il peso della macchina a pigliar sostegno sopra quel piede, che deve formare la base al medesimo.


E nel proseguimento di quest’azione potrà anche rilevare; primo: che nel tempo che il peso va ad aggravare il piede che deve sustenerlo, l’altro che deve eseguire il passo viene insensibilmente, e con l’istessa proporzione alleggerito, talchè alla fine se ne trova del tutto sgravato.

Secondo: che il piede che lo sostiene è obbligato di secondare l’azione sua, con inclinare in avanti quel più che può.

Terzo: che a proporzione, che questo inclina in avanti, l’altro non solo nel principio di tale inclinazione si trova forzatamente sollevato da terra, come si è detto, ma di poi anche dal proseguimento di essa, viene stracinato ed obbligato a secondare lui pure l’azione del corpo.

Quarto: che quantunque il piede, che deve eseguire il passo sia stato sollevato da terra e stracinato in avanti, ciò non ostante non è messo in opera dalla potenza motrice, prima che il piede che sostiene il peso, non sia per terminare il corso della sua pendenza.

Dal che rilevasi chiaramente, che l’azione del passo non è, che un’ondulazione del peso del corpo sopra quel piede, che di mano in mano glie ne va formando la base del sostegno, ed il sollevamento forzato da terra, e lo stracinamento dell’altro piede, non ad altro oggetto è fatto, che per renderlo pronto, e perchè sia a portata di poter eseguire, immediatamente che glie ne venga dato dalla potenza motrice l’impulso, l’incarico suo, ch’è di preparare la nuova base, sopra cui possa essere continuata ed eseguita l’ondulazione.

E questo pure è una prova evidente che i piedi non sono, che istrumenti d’esecuzione.

Quinto: che posto in terra il piede che forma il passo, il peso del corpo immediatamente allora abbandona l’altro piede per venire a pigliar sostegno sopra di esso, per eseguir la sua ondulazione, con l’istesso metodo che ha tenuto sopra coll’altro, e così, or sopra l’uno ed or sopra l’altro a vicenda, proseguire la sua azione ondulante, fino a tanto che la potenza motrice non desiste da darne l’impulso.

Una tal prova di fatto mette chiaramente in vista, che la gravità del peso dei corpi animati è il primo mobile delle azioni loro, e che ciò sia vero, si deduce facilmente dal riflettere primieramente, che la gravità del peso d’ogni genere ha ricevuto dalla natura una inclinazione interna, che tende sempre all’ingiù verso il suo centro; talchè, immediatamente che resta sciolta e libera da ogni ostacolo, che glie lo impedisca, da se e senza ajuto alcuno estraneo s’incamina verso di esso senza desistere, fin che non vi sia giunta, come lo fa vedere ad evidenza il precipitar che fa verso il centro, senza che alcuno glie ne dia impulso, una pietra, o altra cosa pesante situata in una eminenza, subito che le venga rimosso l’ostacolo che la rattiene nella sua situazione:

E dal riflettere in secondo luogo, che il peso di qualunque corpo è suscettibile di prestarsi all’impulso di forza maggiore esterna, fino ad eseguire un’azione contraria ed opposta alla sua naturale inclinazione, per tutto quel tempo che una tal forza dura a dominarlo; ma che appena che venga da essa abbandonato, dà immediatamente di volta per ripigliare il corso a seconda della sua naturale inequazione verso il centro, come lo dà a divedere una palla, o altra cosa simile scagliata in aria col ritornare a terra.

E dal fare in terzo luogo osservazione, che una macchina pesante se è collocata sopra a base stabile, malagevole è lo smuoverla; e se è situata all’opposto sopra base debole, è facile il metterla in moto, stante che maggiore è l’ostacolo della prima, che della seconda.

Essendo di somma conseguenza del mio assunto, che resti provata ad evidenza tal divisata natura del peso delle macchine, mi sia permesso, ch’io additi un’altra prova di fatto, nella quale concorrino tutte le sopraddette annotazioni, per maggior facilità di esser compresa da tutti, nessuno eccettuato.

Si faccia passare dunque una funicella in una puleggia fermata in alto, e ai due capi di essa si attacchi due piombi di diverso peso, in forma che restino ambedue sospesi in aria, e si vedrà che quello di maggior peso, subito che sarà lasciato in libertà dalla mano, s’appiglia a seconda della sua inclinazione naturale a andare all’ingiù verso terra, fin che non giunge a posarvisi sopra con maggiore o minore velocità, secondo che maggiore o minore sia il peso dell’altro piombo, che gli cagiona ostacolo.

E se la funicella non è bastantemente lunga per arrivarvi, giunto che sia il piombo di minor peso a toccar la puleggia conviene che quello del maggiore si fermi in aria, perchè l’ostacolo supera la forza sua, impossibilitato così a potere proseguire il suo corso fino a terra, come fa immediatamente ch’ei sia restato libero da ogni ostacolo, e come segue se vien tagliata la funicella.

E se nel camino incontra una base stabile sopra cui possa posarsi, vi si ferma egualmente come fa sopra la terra, e per rimuoverlo da essa, è necessaria una forza esterna maggiore della sua; ma se la base è debole, ogni picciolo impulso, anche dell’aria istessa, e di chi che sia, è capace d’allontanarlo da essa, e rimetterlo in moto con farli ripigliare il suo corso.

E nel tempo che sospeso per aria proseguisce il camino verso terra, è suscettibile di prestarsi a secondar qualunque impulso, che sia anche contrario, e del tutto opposto alla sua naturale inclinazione, come segue nel piombo del peso minore, che obbligato dalla forza maggiore dell’altro, conviene che si presti a fare un camino coll’andare in su del tutto opposto alla sua natura; come lo fa vedere col cadere in terra, tagliata che ne sia la funicella, per mezzo della quale è forzato a salire in vece di scendere.

E siccome di questa istessa natura è il peso della macchina dei corpi animati sì quadrupedi che bipedi, così ne viene di conseguenza, che dall’indole e natura del peso in genere, piglino origine, ed il moto e le azioni del Cavallo, e degli altri quadrupedi e bipedi; poichè se il peso del corpo loro non fosse della natura divisata, non potrebbe la potenza motrice formar le tante diverse azioni loro, talora opposte una all’altra; onde forza è concluder meco, che il peso della macchina è il primo mobile delle azioni del Cavallo, come ho detto sopra, e le gambe sono l’istrumenti e gli ostacoli, per mezzo dei quali è messa in grado la medesima potenza motrice di potersi opporre all’inclinazione naturale, che ha il peso d’andar sempre in cerca d’unirsi al suo centro quando è messo in moto, che è l’istesso che dire, quando è rimosso dalla base che lo tiene unito al suo centro, e di poter con esse in diverse guise sostenere in piedi la macchina, e dar forma e regola alle azioni tutte, che li vengono dalla mano del Cavaliere richieste; ciò che vien confermato con altrettanta chiarezza dalla prova già proposta nella propria persona.

Messa in vista la natura del peso della macchina, primo mobile di cui si serve la potenza motrice per dar moto ed anima alle azioni, convien passare a dar contezza anche della specifica attività delle gambe, con l’opera delle quali, come istrumenti necessari, la medesima potenza motrice dà ad esse forma e regolamento, per potere stabilire qual sia il meccanismo che ne addita il termine, che non può esser leso, nè dall’una, nè dalle altre.

Quattro sono le gambe, due d’avanti, e due di dietro, che reggono il corpo del Cavallo quando sia fermo; di diversa figura, perchè le prime formate a guisa di colonna stabile e forte, e le seconde in figura angolare un poco arcata, meno atte delle prime alla resistenza, perchè a guisa di molla flessibili.

Ma perchè la loro struttura è coperta dalla pelle, muscoli e tendini, che tengono insieme le snodature e danno loro azione, è duopo di farne esame sopra lo scheletro, perchè possa aver luogo l’occhio di vedere, e rilevare da quella degli ossi nudi la vera attività loro, poichè da essi ella ha l’origine; tanto più, che chi ha piacere d’averne anche maggior contezza di quella che glie ne somministra la figura qui annessa, potrà rintracciarla senz’incomodo sopra l’Anotomia del Senatore Ruini di Bologna, stampata in Venezia l’anno 1618, quando non voglia pigliarsi la briga di ricercarla sopra il vero scheletro d’un Cavallo morto, come ho fatto io.

Dimostra dunque lo scheletro, che di tre pezzi principali sono formate le gambe d’avanti, con quattro congiunture, dalle quali sono unite insieme, e che formano diverse snodature.

La prima congiuntura è quella, che forma l’incastro della testa dell’osso humero, nell’incavo ch’è a quest’effetto nell’estremità dell’osso della paletta; questa è suscettibile d’una piccola agitazione nell’incastro sopradetto, tanto più che quando questi due ossi che formano la spalla sono uniti assieme, la situazione dell’humero viene ad essere in linea un poco obliqua, e però più capace dell’impressione dell’impulso dell’osso del cubito, al quale s’aspetta di darlo; e la paletta, che non è fermata in parte stabile, ma sol tenuta al luogo suo da’ nervi, muscoli, e tendini, si unisce a promuovere insieme seco l’elasticità dei medesimi al primo urto che da esso ne riceva, ed a formarne così una tal quale agitazione e movimento a seconda del bisogno.

Costituisce la seconda l’altra testa dell’humero là dove s’unisce all’osso cubito; questa è eseguita a guisa di cerniera, e però il cubito può alzarsi quanto vuole in avanti con somma facilità, ma non può prevalerli di questo snodamento in nessuna altra parte, e molto meno per indietro, perchè impedito dal raggio suo che incastra nell’incavo dell’humero, affinchè con tal resistenza venga a restare più stabile la gamba, quando occorre di formarsi in colonna per poter resistere alla gravità del peso.

La terza è quella, che forma il ginocchio, mediante i due ordini degli ossicelli con l’unione dell’osso stinco; gli ossicelli porgono la mano al medesimo osso, perchè possa ripiegarsi per indietro quanto occorre, senza permettergli snodamento alcuno in avanti, nè in altra parte, acciò che la colonna sia stabile anche in questo luogo.

La quarta finalmente viene eseguita dall’unione dell’altro capo dell’osso stinco con l’osso grande della pastora, e con l’incastro di questo con l’osso piccolo della medesima, che si posa sopra gli altri due ossicelli, che sono incastrati nel corno o sia zoccolo, che forma il piede, e dà termine alla gamba.

L’agitazione di cui è suscettibile l’unione di questi piccoli ossi che compongono la pastora, dà luogo ad essa di formare la molla con la forza elastica, che dà l’anima alle azioni tutte, come si vedrà a suo luogo, ed al piede di piegarsi alquanto in avanti per poter formare alla gamba una base più stabile.


Di tre pezzi pure sono composte le gambe di dietro con quattro congiunture; la prima delle quali è quella della testa dell’osso della coscia nell’incavo che è a quest’effetto nell’estremità della carriola, osso, che forma la groppa, e che è unito stabilmente ai processi dell’osso sacro, all’opposto della paletta che dà forma alla spalla, che è del tutto sciolta, come si è detto.

Un tale incastro eseguito in linea obliqua fa sì, che l’osso della coscia formi un angolo interno con i nodi dei lombi per di dentro, come ne fa l’humero con la paletta, perchè con più facilità egli possa ricevere dall’osso dell’anca l’impulso a quel moto che gli è permesso, tanto in avanti che indietro dal cavo della cariola, dov’è incassata la prima testa sua.

La seconda congiuntura è quella dove l’altra testa dell’osso della coscia si unisce alla prima testa dell’osso dell’anca, e formano insieme un altr’angolo dalla parte di fuora all’opposto di quello, che l’osso medesimo della coscia forma dalla parte di dentro con i nodi degli ossi de’ lombi, come si è detto.

Ella mette in istato l’osso dell’anca di potersi ripiegare indietro alquanto, quando occorre formare una base maggiore al peso della macchina, e di ritornare in avanti quando deve essere dalla gamba eseguito il passo.

Quella del garrettone, che è la terza, unisce insieme l’osso dell’anca con quello dello stinco, mediante la carrucola, sotto la quale sono i due ordini degli ossicelli, come nel ginocchio della gamba d’avanti.

Questa pure forma di dentro un’altra specie di angolo un poco arcato, e lascia in libertà l’osso dello stinco di ripiegarsi per di dentro verso quello dell’anca quanto bisogna, e di abbandonare la linea angolare per formarne una retta per l’indietro col medesimo osso dell’anca, come segue nello sparo, o accenno del calcio ec.

L’unione dell’osso dello stinco, e quello della pastora è la quarta congiuntura; questa è del tutto uniforme a quella delle pastore delle gambe d’avanti, perchè le azioni e l’attività dell’une, e delle altre sono l’istesse senza differenza alcuna, per quello che riguarda la rispettiva parte loro.

L’elasticità di cui sono suscettibili le spalle e le pastore dei piedi, impedisce l’intronamento che ne cagionerebbe infallibilmente alle gambe d’avanti l’impeto del colpo che ricevano dal peso della macchina nel tornare a pigliar terra, se incontrassero resistenza in queste due estremità, specialmente in occasione di salto, che l’impeto è maggiore.

E se le pastore, tanto d’avanti che di diedro, fossero prive dell’agitazione che dà luogo alla forza elastica d’agire, sarebbero le azioni ineseguibili o senza garbo e senza grazia, come lo danno a divedere quelle dei Cavalli che sono giuntati corti all’eccesso, o quelle che per qualche malattia, o sforzo, ne sono restate prive.

E quando all’humero e alla paletta mancasse il movimento di cui sono capaci, stante l’elasticità dei legamenti che li tengono insieme, e nella situazione loro; la gamba, che al suo turno sostiene il peso della macchina formata in colonna, oltre il danno sopraddetto che ne riporterebbe dal colpo del peso, non potrebbe prestarsi a secondare con l’inclinazione in avanti l’ondulazione della macchina; inclinazione necessaria in tutte quelle azioni, nelle quali agiscono di concerto le gambe di dietro con quelle d’avanti promiscuamente.

E la stabilità della cariola e l’incastro a guisa di forcella, che fa il processo maggiore della testa dell’osso della coscia (quando ne fa duopo) nel buco ch’è nella medesima cariola, vicino al cavo dove s’incassa la testa d’essa per dar principio alla gamba di dietro, serve a dare quella attività che è necessaria alle molle, perchè senza questa esse sarebbero fiacche, deboli, inutili, ed incapaci di spingere, sostenere, sollevare, e vibrare in aria il peso della macchina, come loro s’aspetta di fare, sempre che glie ne venga dato l’impulso dalla potenza motrice, secondo che si vedrà nella descrizione delle azioni che può fare il Cavallo, nella seconda parte.


Dallo snodamento della prima testa dell’osso humero ha origine il movimento o sia passo, che possono fare in avanti e indietro le gambe d’avanti; e dall’incastro che fa la testa dell’osso della coscia nell’incavo della cariola, piglia origine quello delle gambe di dietro, quantunque ciò resti impercettibile all’oculare ispezione, stante i legamenti che lo sottraggono alla vista, ma che ad evidenza lo mette in chiaro l’esame dello scheletro.

Un tale snodamento però non permette alle gambe, che d’abbracciar la metà del terreno che corre dai piedi d’avanti a quelli di dietro, quando il Cavallo sta fermo in quattro, (spazio che forma la lunghezza della macchina sua) ma questo s’intende quando il Cavallo è situato con i piedi in pari, giacchè quando i piedi sono in linea diversa (cioè uno avanti dell’altro) quello ch’è in avanti può fare una tale azione di doppia misura per indietro, e quello che è indietro può fare il simile in avanti, mediante l’ajuto che glie ne porge quello, che forma nell’istesso tempo la base al peso, sebbene ambidue sono in libertà d’abbracciarne meno, se vogliono, ma non più.

Non credo fuor di proposito di dare ora un’occhiata alla macchina nel suo vero essere, rivestita di tutto ciò che la ricuopre, per poter venire in cognizione col fatto di quale sia la ragione della tanta diversità della costruzione delle sue parti, e di sì differente attività loro.

Si faccia dunque osservazione, che essendo la parte d’avanti della macchina, aggravata di maggior quantità di peso di quella di dietro, stante il sopravanzo del collo e del capo, il punto del centro di gravità viene a cadere in poca distanza dalla situazione delle gambe d’avanti; dal che ne viene di conseguenza, che da esse debba esser sostenuto il maggior peso della medesima, ed il minore da quelle di dietro, ch’è quello, che alla volta loro trabocca, stante la lunghezza della macchina, e stante la situazione nella maggior distanza dal punto del centro di gravità del peso.

Quindi è, che le gambe d’avanti devono essere la principal base del sostegno, tanto quando la macchina sta ferma, quanto allora che ella è in azione; però sono state formate dalla natura a guisa di colonna stabile e forte, e sono state di più garantite da qualunque pregiudizio, che possa apportargliene e la gravezza del peso ed il colpo del medesimo; ed insieme composte delle diverse snodature, come si è veduto, perchè possano esser formate ora in linea perpendicolare, come segue quando il Cavallo sta fermo in quattro, ed ora in linea obliqua pendente in avanti, come segue quando quella che forma la base, seconda il moto del peso.

Certo è, che quando la macchina è posata su tutti quattro i piedi o sopra tre, non è capace d’azione progressiva, perchè la base è abbastanza stabile per tenerne il peso unito al suo centro, ed in tutta quiete; onde a voler ch’egli sia messo in moto con facilità da qualunque minimo impulso, come lo richiede la prontezza delle azioni, duopo è che sia sostenuta la macchina da due soli piedi, perchè la base sia debole e vacillante, acciocchè possa riuscire facile il rimuoverne da essa il peso, per metterlo in moto.

Base che non può esser formata con sicurezza nell’azione del passo, e dove ha luogo il moto ondulante, sennonchè da un piede d’avanti, e dal diagonale suo di dietro.

E allora quello che forma la base alla parte davanti, non solo deve sostenere la porzione del peso che li si aspetta, ma deve anche essere aggravato di quella del respettivo suo compagno, che deve nell’istesso tempo essere sollevato da terra per secondar l’azione della macchina; e nel proseguimento di essa ne viene il medesimo piede altrettanto aggravato di maggior peso, quanto il diagonale di dietro ne viene sgravato, fino al punto di trovarsi caricato di tutto il peso della macchina per un incomprensibil momento, allor che dal progresso dell’azione vien reso quello di dietro affatto incapace di poterli più prestare ajuto alcuno.

E siccome per l’esecuzione delle molte e diverse azioni non basta la sola base che sostenga il maggior peso, e ne secondi il moto suo, ma fa duopo anche, che vi sia chi sostenga quella porzione che trabocca indietro, che lo spinga in avanti per rimuoverlo dalla base che lo sostiene, per così metterlo in moto, che ne regoli l’equilibrio del medesimo con spingerlo più e meno, secondo che ne richiede di mano in mano l’azione che deve essere eseguita, e che lo riceva sopra di se quando occorre alleggerir le gambe d’avanti, o di vibrarlo in aria più e meno, secondo che fa d’uopo: Così non meno è necessaria di quella delle gambe d’avanti, la costruzione sopra descritta delle gambe di dietro, poichè la situazione loro nella maggior lontananza dal punto del centro di gravità del peso, e le molle che le formano, somministrano ad esse tutta l’attività che abbisogna a tali e sì diverse esecuzioni, che sono comprese nell’incarico loro.

Non può mettersi in dubbio, che dall’esame fatto della costruzione della macchina della natura e indole del peso della medesima, e dell’attività, e incarico delle parti che la sostengono, tanto quando è ferma, quanto allorchè è in azione, non venga messo in chiaro sin dove possa estendersi la facoltà della potenza motrice, e donde abbia origine il moto della medesima macchina. Quindi è, che non resta ora che di mettere in vista, qual sia il metodo, e quale il mezzo di cui la medesima potenza motrice si serve per farla agire.


Inutile certamente sarebbe la diversa costruzione materiale delle gambe, quantunque sì bene intesa, se la forza elastica dei legamenti loro non avesse l’attività di far giuocare le snodature a seconda della struttura loro, e mettere così in stato la potenza motrice per mezzo suo, di formare a seconda del bisogno le diverse azioni che possono essere eseguite dalla macchina.

Ciaschedun nervo, muscolo, tendine, ed ogn’altro legamento che riveste lo scheletro della macchina è dotato di una forza elastica particolare, e specifica, secondo che conviene a quella parte che ricuopre; di qui nasce il diverso moto che cagiona la varietà e differenza delle azioni, e però per facilitar l’intendimento della manovra della potenza motrice, mi sia permesso che io dia contezza anche del moto che la forza elastica induce nelle azioni, con dividerlo in sette classi, a seconda degli effetti che produce in esse; poichè questa divisione col mettere in vista qual sia la specifica attività di tutti i legamenti in particolare che concorrono nella formazione delle azioni, non solo verrà a dar compimento alla total cognizione del meccanismo della macchina di cui si va in cerca, ma faciliterà anche in appresso l’intendimento della descrizione pratica delle azioni che farò nel seguente Capitolo, e toglierà il dubbio, che sia per riuscire malagevole ed oscura a chi si dà ad intendere che sia un’impresa più difficoltosa, di quello che non è in effetto.

Si divida dunque il moto sopraddetto in sette classi, cioè in ondulante, forzato, volontario, vibrato, di restrizione, elastico, e di natura del peso, o sia d’inclinazione.

Per ondulante s’intenda quello che la potenza motrice induce nella macchina, allor che la mette in moto sopra un piede davanti, e la fa passare a vicenda dall’uno all’altro, mediante la forza elastica della pastora del piede e dei legamenti della gamba di dietro, che glie ne dà la spinta in avanti, come segue nel passo, trapasso, trotto, e portante:

Per forzato s’intenda quel sollevamento e trasporto che il moto della macchina induce nei piedi, tanto d’avanti che di dietro, stracinandogli seco, quando terminata la funzione loro va a posare, ed aggravarsi sopra gli altri due piedi uno d’avanti, ed uno di dietro, che ne hanno formata la nuova base, per proseguire la sua azione:

Per volontario quello che fanno i respettivi piedi al loro turno, allorchè vanno a posarsi in terra dal luogo dove sono stati forzatamente stracinati dal moto del peso della macchina:

Per vibrato quel moto lanciato e presto che fanno i piedi con forza nel terminare il sopraddetto moto volontario, quando devono abbracciare maggior quantità di terreno di quello che comporta la lunghezza naturale della macchina come segue nel trotto forzato, o quando i piedi di dietro sparano il calcio, e quei d’avanti danno la zampata; ed allorchè la parte d’avanti sollevata in aria, dalle gambe di dietro è vibrata in avanti, come segue nel galoppo e corvetta, o ne viene dalla medesima forza elastica delle gambe di dietro staccata la macchina del tutto da terra, e vibrata in avanti, come segue nei salti, galoppo forzato, scappata, e carriera:

Di restrizione, quello che fanno le gambe tanto d’avanti, che di dietro, quando si ripiegano verso il petto, e verso la groppa, come segue nell’esecuzione del moto volontario, posate, corvette, e in tutte le altre azioni, dove occorre ripiegar le gambe:

Per elastico quello che viene eseguito dai nervi, muscoli, e tendini, che rivestono le gambe, e tengono al suo luogo la paletta, che forma la spalla, come segue in quelle azioni dove non ha luogo nè il moto vibrato, nè l’ondulazione, cioè a dire nel passeggio, e nel dare indietro, nella quale azione sempre il Cavallo ha tre piedi in terra, ed uno solo in aria, così nelle salite e scese ripide, nell’esecuzione delle quali pure il Cavallo ha sempre tre piedi in terra, e uno in aria.


E finalmente per moto di natura del peso s’intenda quello che la gravezza della macchina fa da se, senza ajuto alcuno dei piedi, come segue quando il Cavallo con tutti quattro i piedi in terra, tenendo il corpo interito, senza che faccia moto alcuno, sdrucciola giù da un’eminenza di terreno cretoso e bagnato, come fa in simil caso qualunque altro corpo pesante non animato; e come accade quando la macchina o qualche parte di essa sollevata in aria, dopo essere stata abbandonata dalla forza elastica, torna in terra.


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CAPITOLO SECONDO


Delle azioni che può fare il Cavallo, e del modo come sono messe in opera dalla potenza motrice.



Diverse sono le azioni regolari che può fare il Cavallo a seconda della legge meccanica. Di queste sole io m’appiglio a dar contezza, poichè inutile e nojoso sarebbe il dar conto delle irregolari e difettose, che non fanno al caso del mio assunto.

Queste sono comunemente chiamate Passo, Trapasso, Portante, e Trotto, nelle quali ha luogo il moto ondulante, descritto nell’antecedente Capitolo.

Galoppo, Scappata, Posata, Piruetta, Corvetta, Carriera, salto detto Mezz’Aria, del Montone, e Capriola, son quelle che sono eseguite dal moto vibrato, alla riserva della posata ch’è opera solo della forza elastica dei legamenti delle gambe, come si vedrà, nelle quali i piedi d’avanti e quelli di dietro agiscano separatamente gli uni dagli altri con diverso tempo.


Del Passo.


L’azione del passo è quel movimento in avanti, lento, pausato, ondulante, che la potenza motrice fa fare alla macchina sopra i due

piedi diagonali a vicenda, uno d’avanti che sostiene il peso e ne seconda l’ondulazone inclinando, ed uno di dietro che sostiene il minore e spinge la macchina fuori della base che la sostiene, nel tempo che gli altri due sollevati da terra sono obbligati dalla medesima col moto, che io chiamo forzato, a secondarla, perchè possano esser pronti, ed a portata di subentrare nelle veci di quelli che sono in opera, con formare al peso la nuova base, terminata che sia la funzione loro. Ogni piede in questa azione del passo eseguisce la sua, distintamente l’uno dall’altro, ma con un intervallo, e prestezza incomprensibile all’oculare ispezione, occupando i piedi di dietro talvolta l’orma istessa che ne abbandonano i piedi d’avanti, e talvolta alquanto meno, a seconda che il passo deve essere più steso, o più raccolto.

Essendosi veduto che quando la macchina è sostenuta da tutti quattro i piedi e anche da tre, non è capace d’essere spinta in avanti dai piedi di dietro, come è necessario che segua per esser messa in moto; così la potenza motrice quando vuol metterla in azione è in obbligo prima d’ogn’altra cosa di levarla da tal situazione per situarla sopra base debole, dalla quale possa essere con facilità rimossa dal minimo impulso che riceva; e però immediatamente ella ne affida il maggior peso ad uno dei piedi d’avanti (dritto se vuole cominciarne l’azione

col sinistro, e viceversa se vuol darli principio con il destro) ed il peso minore lo affida al respettivo piede diagonale di dietro con scaricare affatto nell’istesso tempo gli altri due.

E allorchè la macchina si trova sopra tal base vacillante, con la forza elastica della pastora prima, ed in seguito (se abbisogna) con quella anche di tutta la gamba del piè diagonale di dietro che forma la base, la spigne in avanti finchè il peso non ha preso il trabocco, obbligando la gamba d’avanti a secondarlo pendente, finchè la pendenza non la renda incapace di poterlo più sostenere; e nel punto stesso che il piè di dietro comincia a spingere, ha principio il moto ondulante della macchina, che solleva da terra, e stracica seco gli altri due piedi già scaricata del peso.

Resa la base incapace di più sostenere il peso della macchina, la potenza motrice dà principio al passo, con fare eseguire al piede d’avanti (che sospeso in aria è stato forzato a secondar l’azione della macchina) il moto volontario, alzandolo col moto di restrizione, ed indi con quello di natura del peso, lasciandolo cadere a terra steso in avanti, quanto comporta la sua costruzione o meno, secondo che il passo deve essere più steso, o più raccolto; e nel punto che questo sta per toccar terra fa eseguire il suo nell’istessa forma anche al piede diagonale di dietro, che pure sospeso in aria ha secondata l’ondulazione della macchina, a fine che toccata terra che abbia il piè d’avanti, egli pure, un momento impercettibile dopo, li possa dar termine con occupar l’orma, che abbandona quel piè d’avanti che serviva di base, o con occupare un poco meno di terreno a seconda di quello ch’è stato fatto dal piè d’avanti.

Nel punto che tocca terra il piede diagonale, in secondo luogo non solo resta compita la nuova base al peso, ma anche i piedi che formavano la prima, si trovano scaricati affatto del medesimo, e pronti a secondare la nuova ondulazione della macchina, che ha il principio nel punto istesso che il sopradetto piede diagonale di dietro tocca terra, perchè nell’istesso tempo la sua pastora con la forza elastica dà la spinta alla macchina per obbligarla a continuare la sua ondulazione senza intermittenza sopra la nuova base, statali preparata dal piè d’avanti; ondulazione, che vien secondata dagli altri due piedi già pronti a farlo come si è veduto, per potere subentrare alle veci degli altri al loro turno; e così a vicenda or gli uni or gli altri dar luogo che possa esser proseguita con l’istesso metodo l’azione del passo, che vien compita quando l’ultimo piede di dietro tocca terra, e ricominciata quando il primo piede d’avanti che le diè principio, torna a rientrare in azione.

Se i piedi di dietro nel ripigliar terra abbracciano meno terreno di quello dell’orma che occupavano i respettivi piedi d’avanti, il moto del passo riesce più lento, ed il camino più corto, e se dai medesimi piedi di dietro viene occupata l’orma abbandonata da quelli d’avanti, il camino diviene maggiore dell’altro, ed il moto non può a meno di non essere a proporzione anche più sollecito.

E quando la potenza motrice dà principio al passo stando il Cavallo in quattro, la prima azione di tutti quattro i piedi convien che sia irregolare, perchè i respettivi diagonali di dietro per potere occupar l’orma che abbandonano i piedi d’avanti sono obbligati ad abbracciare maggior quantità di terreno, di quello che abbracciano i respettivi loro diagonali d’avanti.

Ed allora solo può essere eseguita l’azione del passo con metodo ed ordine, che tutti quattro i piedi si trovano situati in distanza eguale l’uno dall’altro, come segue nel ripigliare il secondo passo, compito che sia il primo dal toccar terra che fa l’ultimo piede di dietro.

E che ciò sia vero può giustificarsi facilmente e ad evidenza, con una prova di fatto, disponendo quattro pedine che rappresentino i quattro piedi del Cavallo, nella forma istessa che stanno questi quando egli sta in quattro; e figurandosi per esempio che lo spazio che corre dai piedi d’avanti a quelli di dietro del Cavallo, quando è in questa situazione, sia di due braccia, si figuri anche, che la distanza che corre dalle due pedine d’avanti, da quelle di dietro sia di tal misura.

Ma prima di farle muovere è duopo di richiamare alla memoria che dall’esame della costruzione delle ossa che formano le gambe, si rilevò ch’esse non potevano, nell’abbracciare il terreno, stendersi di più della metà dello spazio che occupano i loro piedi quando stanno fermi in quattro; onde essendo questo di due braccia come si è figurato, un braccio solo è quello che possono occupare nella prima mossa quando i piedi sono in pari, tanto in avanti che in dietro, ed il doppio (che viene ad essere l’intera misura delio spazio sopradetto) quando sono situati uno in avanti e uno in dietro, perehè quello ch’è in dietro un braccio in distanza dall’altro, ne può abbracciar due in avanti, cioè uno per riunirsi all’altro piede, e l’altro per allontanarsi da esso a seconda della sua attività, e quello ch’è in avanti può fare il simile per l’indietro; ma nè l’uno nè l’altro stando in pari, non può abbracciare che la sola metà dello spazio sopradetto. Posto questo quando il Cavallo è situato in quattro con piedi pari, ne vien di conseguenza che il piede che dà principio all’azione non può nella prima mossa stendersi più d’un braccio.

Appoggiati a questo principio si muova la pedina destra d’avanti, alla distanza di un braccio. In questa situazione la pedina diagonale di dietro, che deve fare la seconda azione, essendo distante due braccia dall’orma del piede d’avanti che deve occupare, non pare a prima vista che sia in stato di potere venire all’esecuzione, stante che una tal distanza eccede d’un braccio la sua possibilità; ma resta sciolta la difficoltà subito che si rifletta, che il piede che rappresenta la pedina non si parte dal luogo dove è situata, quando eseguisce il moto volontario per andare a occupare l’orma del piè d’avanti, ma bensì dal luogo dove è stato stracinato dal moto forzato nel secondare l’ondulazione della macchina; onde è forza di credere, che questo trasporto sia d’un braccio: che allora trovandosi un sol braccio distante dall’orma che deve occupare, può eseguire la sua azione senza intacco del meccanismo, e resta solo irregolare per dover far più camino della metà di quello che deve fare il piè d’avanti suo diagonale, e che per essere il primo a dar principio all’azione, deve anche dar regola ad esso.

Si muova in terzo luogo la pedina sinistra d’avanti, che siccome si ritrova un braccio dietro all’altra, può occupare due braccia per sopravanzare l’altra d’un braccio, come porta la regola del meccanismo sopra indicata.

In questa situazione la pedina destra di dietro, che rappresenta il piede del Cavallo che deve dar termine al passo, si trova distante tre braccia dall’orma del piè d’avanti che rappresenta la pedina destra, che da esso deve essere occupata, ma siccome il medesimo piede non dà principio alla sua azione col moto volontario, prima che il forzato non gli abbia fatto scorrere la misura di un braccio, così trovandosi allora un sol braccio dietro all’altro piede suo compagno, può con facilità eseguire le altre due braccia per potere occupare l’orma sopradetta del piè d’avanti, senz’altra irregolarità, che quella di dover fare un braccio di camino di più a quello che deve fare il suo diagonale d’avanti, da cui deve pigliar regola.

Se si rimuove adesso la pedina destra d’avanti, due braccia, come può fare per ricominciare il passo, tutte quattro vengono ad essere in regola, perchè situate in egual distanza l’una dall’altra; onde non può a meno, che l’azioni loro da qui avanti non siano uniformi come lo richiede il meccanismo della macchina del Cavallo in quest’azione del passo, ed è chiaro, che ciaschedun piede deva sempre pigliare due braccia per conservare intatto l’ordine e la figura, uno col moto forzato, e l’altro col volontario, e perchè ad ogni passo venga compito il camino di due braccia, quando tale sia la lunghezza effettiva della macchina, come ci siamo figurati; sebbene può esser presa meno estenzione di due braccia, quando si voglia fare un camino minore, purchè tutti quattro i piedi prendino sempre egual porzione; la metà della quale viene eseguita dal moto forzato, e l’altra metà dal volontario come si è detto sopra.

Una tal prova di fatto applicata alla macchina del Cavallo col far vedere i tre agenti in opera, conferma e verifica, senza ammettere contradizione, quanto ho supposto fin qui: cioè che alla potenza motrice s’aspetta di dar moto e regolamento alle azioni, alla gravità del peso di eseguirle, ed alle gambe di servir d’istrumenti all’esecuzione delle medesime; con che vien provata ad evidenza l’ondulazione del peso della macchina, ed il moto forzato delle gambe.

Mancando l’ondulazione del peso della macchina nelle azioni retrograde, ed in quelle delle scese ripide e delle salite simili, duopo è che ad essa supplisca il moto elastico dei legamenti; ma siccome si è veduto coll’esperienza nella propria persona, che nessuno dei piedi può muoversi dal posto, se prima non è scaricato del peso che sostiene, così non può essere eseguito il moto elastico sopradetto da nessuno di essi, se la macchina non è sostenuta in quel tempo da base stabile e forte; però è forza ch’ella sia sostenuta dagli altri tre piedi, allorchè nelle sopradette azioni la potenza motrice al suo turno mette uno di essi in opera col moto elastico; e avvegnachè ciò faccia con l’istess’ordine che tiene nel passo, per quello che riguarda la mossa, non può a meno con tutto ciò di regolare l’azione con un intervallo maggiore, più staccato e più lento di quello di esso, per dar luogo che il peso della macchina abbia preso possesso sopra la nuova base, prima che sia dall’altra abbandonato; e però tali azioni riescono stentate e meno pronte, di quelle del passo progressivo.

E se la scesa è di terreno cretoso, e bagnato, essendo forza che la macchina tenga tutti quattro i piedi in terra fermi per sostenersi, in tal caso non può aver luogo nell’azione sua che il moto di natura del peso, che la faccia così sdrucciolare a basso.


Del Trapasso.


Vi sono Cavalli dotati di maggior snodatura degli altri, là dove l’osso humero incastra nell’incavo della paletta, e l’osso della coscia in quello della cariola; e però in questi la gamba d’avanti formata in colonna, è capace di maggiore inclinazione, e quella di dietro ha maggiore attività di spingnere in avanti l’ondulazione del peso della macchina, perchè possa fare più camino di quello che comporta tutta l’esenzione sua, come segue nel passo sopra descritto: ond’è, che quando i piedi di dietro nel dar termine alla loro azione, oltrepassano l’orma abbandonata dai piedi d’avanti, una tale azione vien chiamata Trapasso a distinzione di quella del passo ordinario.


Questa non può a meno, che non sia più pronta, e più sollecita del passo ordinario, stante la facilità di tale snodatura, e stante il maggior cammino che deve fare il peso della macchina; ed il potere tali Cavalli eseguire e l’uno e l’altro (ciò che non è comune a tutti) è una riprova certa che dalla sopradetta snodatura deriva l’attività maggiore che hanno degli altri.

Quando il Cavallo nel formare il passo abbraccia col piede meno terreno di quello che comporta la naturale estenzione della gamba, riesce l’azione più lenta, ma più sollevata, più scompartita e più maestosa; allora questo passo chiamasi castigliano. La sua esecuzione richiede che il Cavallo abbia l’anca ben falciata, perchè il piede diagonale di dietro, che ha parte nel formare la base al sostegno del peso, possa sostenere quella porzione che li si aspetta tutto quel tempo di più, che richiede la lentezza dell’azione, ed il ritardo dell’ondulazione della macchina.

Il passo dei Cavalli di maneggio non ammette ondulazione, richiedendo che il peso della macchina sia sostenuto sempre in linea perpendicolare dai due diagonali che li formano la base; e però l’esecuzione di questo, che chiamasi nelle scuole passeggio, è opera tutta del moto elastico, eseguito dal moto volontario delle gambe in due tempi staccati. Al primo tempo dà termine il moto di restrizione col sollevarsi fino al punto maggiore della possibil sua elevazione, ed ivi sospeso fermarsi in aria; ed al secondo il moto di natura del peso nel tornare a terra, coll’abbracciare sol quella quantità di terreno che non possa fare la minima impressione nella macchina, perchè ella possa mantenersi sempre immobile sopra quella base che al suo turno la sostiene, finchè l’altra gamba non sia in stato di rilevarla, con subentrare nelle sue veci. Egli è eseguito in cadenza di tutti quattro i piedi con intervallo, con il metodo ed ordine istesso del passo ordinario; ma i Cavalli che devono eseguirlo, richiedono una maggior scioltezza nei legamenti delle congiunture tutte, perchè maggiore possa essere l’attività della forza elastica: perchè l’esecuzione possa riuscire più facile e pronta, e maggior curva nelle gambe di dietro: e finalmente perchè possano esser più atte a sostener quella porzione di peso che a lor s’aspetta in tutto il tempo che richiede questa azione.

I Cavalli che hanno le gambe di dietro in questa forma, sollevano con vivezza e prontezza i piedi tanto d’avanti che di dietro (benchè questi restino sempre alquanto più bassi di quelli d’avanti) ed ivi la potenza motrice li tiene fermi più e meno, che maggiore o minore è l’attività di esse.

E quelli dotati di minore attività della forza elastica, ma di maggior curva di anche, eseguiscono l’azione con più lentezza, e tengono i piedi più tempo sospesi in aria, ma i piedi di dietro in questa azione sono poco sollevati da terra, e più e meno che maggiore o minore è la forza della elasticità loro.

I Cavalli d’anca dritta, che sono dotati di gran spirito, eseguiscono un’altra specie di passeggio, pure di moto elastico, che chiamasi di pista; perchè non ammette sospensione dei piedi in aria, essendo la maggior sua prerogativa la prontezza e vivezza dell’azione dei piedi che muovonsi coll’istess’ordine e metodo del passo ordinario, battendo con la maggior prontezza e vivezza l’istesso terreno a fermo, a fermo, senza punto avanzare, e quando avanzano non abbracciano che quel tanto che sia sol bastante per abbandonar l’orma che occupano, e formarne una nuova.


Del Portante


Allorchè servono di base all’ondulazione del peso della macchina le respettive gambe laterali, in vece delle diagonali, è l’azione che chiamasi Portante.

In questa azione non vi ha luogo alcuno l’arte, essendo il diverso suo movimento effetto sol dell’istinto di natura, come lo giustifica la poca riuscita di chi ha tentato senza profitto alcuno di promuover la medesima per via d’arte, in Cavalli di natura diversa, e come ne toglie d’ogni dubbio il vedere che i Cavalli che vanno di portante, sono rigettati dalle cavallerizze, perchè non possono eseguire altra azione fuori della loro naturale, e per conseguenza vengono ad essere incapaci di maneggio; benchè ve ne sieno di quelli che hanno l’una e l’altra azione. La base che formano le gambe laterali non può a meno d’essere debole, vacillante, ed incapace di poter regolare l’equilibrio del peso della macchina, nè tenere neppure per un solo momento sospesa sopra di se la macchina, come segue sopra la base diagonale, stante che essendo le gambe che la formano situate nell’estrema parte di fuori, viene tutto il peso della medesima ad aver luogo di traboccare dalla parte a loro opposta, senza incontro di alcuno ostacolo; poichè gli altri due piedi ai quali s’aspetterebbe d’impedirlo non possono farlo, per essere nel tempo dell’azione non solo sospesi in aria, ma obbligati anche a così secondare l’ondulazione, fino a tanto che non sia terminata l’azione di quelli che sono in opera.

Stante la debolezza di questa base, il peso della macchina ha tutta la libertà di lasciarsi in braccio alla sua natura, e di qui ne viene la velocità di tale azione; perchè il peso senza ostacolo può con maggior impegno tirare a riunirsi al centro a seconda della sua naturale inclinazione, come in effetto segue, col cadere a terra, e come fa, se gli altri due laterali non sono pronti a subentrare a tempo nelle veci di quelli che sono in opera, nel punto medesimo ch’essi sono resi della troppa pendenza incapaci di poterli più servire di sostegno, o di qualche casuale intoppo, che li levi di forza prima del tempo; e però una tale azione con giustizia è creduta comunemente pericolosa; e sottoposta a cadere il Cavallo.

E di qui pure prende origine la critica alla quale sono sottoposte le statue dei Cavalli, la macchina dei quali vedesi affidata sopra ai due soli piedi laterali, che rappresentano l’azione del portante; critica, che è giusta, quando la gamba d’avanti formata in colonna, ch’è la base principale del sostegno del peso sia situata perfettamente in linea perpendicolare, ed il piede di quella di dietro, che dà compimento alla base, sia posato stabilmente in terra, nella forma che sta quando il Cavallo è fermo in quattro; perchè una tal situazione delle gambe che formano la base del sostegno, dimostrando un Cavallo fermo in tal positura, viene a rappresentare un impossibile, per non essere tal base capace di sostenere, come si è detto sopra, la macchina ferma neppure un momento.

Ma una tal critica è ingiusta e fuor di ragione, semprechè la colonna sopraddetta che forma la base d’avanti sia situata in linea obliqua pendente in avanti, e la gamba che forma la base di dietro sia alquanto stesa, e in forza, disortechè solo la punta del piede tocchi terra, ed il calcagno sia da esso alquanto discosto e sollevato; perchè essendo questa la situazione in cui si ritrovano ambedue quelle gambe laterali, che formano la base al sostegno del peso della macchina, e che li danno moto quando ella è in azione, viene ad esser così rappresentato al vero il Cavallo che va di portante.

Non ostante tutto questo, essendo il portante un’azione comoda e veloce, riesce molto opportuno per chi vuole sfuggire l’incomodo che apporta il trotto, ed a lungo andare anche il galoppo, specialmente a quelli che sono obbligati a seguitare Calessi, Carrozze, o altri Cavalli che vadino di trotto o galoppo.


Del Trotto.


Non differisce l’azione del trotto da quelle del passo e trapasso, fuorchè nel movimento delle gambe, perchè l’azione di esse nelle seconde deve esser lenta, grave, e poco elevata; e nella prima all’opposto deve esser pronta, brillante, e ariosa, eseguita pure sopra i diagonali, con facoltà di potere abbracciare più e meno terreno senza oltrepassare l’orma, che abbandonano i piedi d’avanti (come segue nel passo) ed anche sopravanzarla (come segue nel trapasso) più e meno che maggiore o minore è l’impulso che vien dato alla forza elastica dei legamenti delle gambe di dietro, dalla quale ella piglia origine.

Quindi è che dalla potenza motrice vien dato esecuzione al trotto, senza che sia alterato il metodo ch’ella tiene nelle altre due sopradette azioni, col dare solo un maggior impulso al moto volontario delle gambe, allor che terminato il straporto, cagionato loro dal moto forzato, devono rientrare in azione col sollevarsi, e con cambiare il loro moto di natura del peso in vibrato, quando ritornano a terra; per così introdurre in esse quella vivezza e prontezza che deve dare il risalto e compimento all’azione.

Il moto vibrato delle gambe d’avanti rende l’azione vistosa e brillante, e quello pure delle gambe di dietro; oltre a questo, serve ad accrescere l’attività all’urto che deve imprimere nell’ondulazione del peso della macchina quella maggior velocità che è necessaria, perchè possa eseguire più camino della lunghezza della macchina, quando fa d’uopo; e l’uno e l’altro cagiona quell’incommodo a chi è a Cavallo, che fa riputare il trotto un’azione più propria per i Cavalli che devono servire per il tiro, e per la Carrozza, che per quelli che devono servire per la Sella.


Del Galoppo.


Il galoppo è una di quelle azioni di moto vibrato nella quale i piedi d’avanti e di dietro agiscono separatamente gli uni dagli altri in tempo diverso, e ripigliano terra un dopo l’altro, senza avanzar terreno, con azione distinta; in forma che sempre i laterali d’una parte vengano posati in avanti, e quelli dell’altra in dietro.

Richiedendo dunque il meccanismo della macchina, che l’azione del galoppo termini con i piedi laterali di una parte in avanti, e con quelli dell’altra in dietro: e non potendo essere nè rimossa, nè cambiata in tempo d’azione la situazione loro, viene di conseguenza non solo, che tale debba essere la positura di essi, prima che abbia principio l’azione del galoppo, ma anche non possa questa essere eseguita da nessuna delle azioni che richiedono situazione diversa.

E dovendo il peso della macchina esser messo in azione dalla forza elastica dei legamenti delle gambe di dietro, d’uopo è che queste pure sieno preventivamente messe in grado di poter secondare l’impulso che deve loro esser dato dalla potenza motrice.

Stante tali premesse quando il Cavallo è in azione che richieda situazione diversa dei piedi della sopra descritta, conviene che la potenza motrice lo fermi in quattro; e quando è fermo forza è che li faccia fare un passo in avanti, compito dall’azione di tutti quattro i piedi, e cominciato dal sinistro d’avanti, se il galoppo deve essere eseguito a mano sinistra; affinchè i piedi d’avanti si possino trovare nella situazione sopradetta, allorchè deve cominciarsi l’azione del galoppo, sì all’una che all’altra mano.

E per mettere le gambe di dietro in stato di poter supplire alla loro funzione, conviene che terminato il passo, la potenza motrice in vece di rimettere in azione il piè sinistro d’avanti che ha cominciato il passo, (come fa quando deve continuarlo) tenuto fermo questo, faccia avanzare e portare il piè destro di dietro vicino al respettivo laterale d’avanti, anche perchè i laterali della parte destra vengano ad essere situati in avanti, e quelli della parte sinistra siano situati in dietro, come lo richiede il galoppo a man destra, e parimente perchè i piedi di dietro restino sotto, e vicini ai respettivi piedi d’avanti; positura che non solo mette in stato le gambe di dietro a poter ricevere sopra di loro il peso tutto della macchina, ma di poterlo anche vibrare in avanti, come lo richiede l’azione del galoppo.

Chi non può comprender col raziocinio la manovra de’ piedi sopra descritta, ricorra alla solita riprova di fatto delle pedine, che figurino i quattro piedi del Cavallo, quando sta fermo; e muova in primo luogo quella che rappresenta il piè sinistro d’avanti, se vuol mettere in stato la macchina del Cavallo di potere eseguire l’azione del galoppo a man destra: faccia in secondo luogo occupare dalla diagonale di dietro il posto istesso, e poco meno di quella che rappresenta il piè destro d’avanti, ed a questa in terzo luogo faccia che sopravanzi la respettiva sinistra d’avanti, mossa dapprima, e faccia ultimare l’azione del passo alla sua diagonale di dietro con porla vicino alla sua laterale d’avanti.

In questa situazione, le pedine d’avanti saranno nella figura, nella quale devono essere i piedi prima che cominci l’azione del galoppo, una più avanti dell’altra, e quella che rappresenta il piè sinistro di dietro in quella situazione ch’è necessario che sia per potere eseguire la sua funzione; onde non manca al compimento di quelle che fa d’uopo all’esecuzione del galoppo, che di fare avanzare e posare vicino alla sua laterale d’avanti quella, che alla terminazione del passo è restata in dietro, e che deve compire la ripresa, vale a dire quel portamento sotto e vicino ai piedi d’avanti, delle gambe di dietro che le mette in stato ed in forza di poter ricevere sopra di loro il peso tutto della macchina per poterlo vibrare in avanti, e talvolta staccarlo del tutto da terra a seconda del bisogno; ripresa che non solo è necessario che prevenga il primo tempo dalle azioni che richiedono il moto vibrato, ma che sia anche sempre in esse conservata, poichè senza questa non può essere eseguita vibrazione alcuna.


Allor che i piedi del Cavallo si trovano in tal disposizione, e non prima, è in arbitrio della potenza motrice d’intraprendere l’azione del galoppo; onde quando questo deve essere eseguito dentro allo spazio che abbraccia con i piedi la macchina senza eccederlo, come è quello dei Cavalli di maneggio, per darli esecuzione, la potenza motrice solleva prima di ogni altra cosa la parte d’avanti alla volta delle gambe di dietro già pronte per riceverlo, con dare l’impulso alle pastore dei piedi d’avanti, e con riunire nell’istesso tempo col moto di restrizione le gambe loro alquanto verso le spalle, senza alterare la figura della situazione, nella quale erano posate in terra, cioè la sinistra in dietro, e la destra in avanti (se il galoppo è sulla mano destra, o viceversa s’è sulla sinistra) perchè così sospese in aria possano secondare il camino, che deve fare il peso della macchina senza apportarle impedimento.

È tanta la prontezza e velocità con cui è eseguita l’azione, che può dirsi, che nell’istesso tempo la medesima potenza motrice con la forza elastica delle gambe di dietro, senza rimuovere i piedi da terra, imprime nella macchina l’urto, che la trasporta fino a quel segno che deve essere il termine del suo camino, e dove l’abbandona, lasciando che il peso di essa secondi la sua inclinazione naturale di unirsi al centro; ma quando col moto di natura la macchina si è abbassata a quel segno, che le gambe d’avanti sono a portata d’arrestargliene il corso, ella nel momento istesso mette in libertà ambedue l’una dopo l’altra, facendo che col moto di natura ripiglino terra nell’istessa figura, ch’erano prima di sollevarsi, col far posare prima la sinistra in dietro, ed immediatamente dopo e quasi contemporaneamente la destra in avanti, perchè formate in colonna in questa positura, ricevano sopra di loro il peso tutto della macchina, e lo sostengano quanto fa d’uopo, per dar tempo alle gambe di dietro che anch’esse diano esecuzione alla loro funzione, e termine all’azione.

Arrivato e stabilito il peso della macchina sopra le gambe d’avanti, la potenza motrice medesima solleva la groppa, come ha fatto della spalla, con la forza elastica delle pastore dei piedi di dietro, e nell’istesso tempo col moto di restrizione riunisce alquanto verso di essa le gambe loro, senza alterare la positura nella quale erano posate in terra, la sinistra in dietro, e la destra in avanti, e senza intermittenza fa loro proseguire l’azione, finchè non sieno a portata di ripigliare la loro positura in avanti vicino ai respettivi piedi, come lo erano nel principio dell’azione, che allora le fa posare in terra immediatamente una dopo l’altra, la sinistra in dietro, e la destra in avanti per dar termine all’azione, nella positura istessa ch’erano prima di cominciarla, affinchè possa esser proseguita con l’istesso metodo senza alterazione alcuna.

E quando il peso della macchina nell’azione del galoppo deve fare il camino maggior della lunghezza di essa, (come segue nel galoppo dei Cavalli da campagna) la potenza motrice sollevata la parte d’avanti, come fece nel galoppo di minore estenzion di terreno, dà l’urto alla macchina nell’istessa maniera con la forza elastica delle gambe di dietro, ma maggiore, perchè sia proporzionato e bastante a farle prendere quel terreno di più, che deve abbracciare e però unisce alla forza elastica delle pastore dei piedi quella pure dei legamenti delle altre congiunture, e nell’istesso tempo solleva la groppa, e stacca da terra i medesimi piedi, e con il moto di restrizione riunisce le gambe alquanto verso di essa, e le sospende in aria, perchè tanto esse che quelle d’avanti possano così col moto forzato secondare il camino del peso della macchina, senza apportar loro impedimento, fino al luogo dove quelle d’avanti devono arrestargliene il corso, come fecero al primo, e quelle di dietro dar termine all’azione con l’istesso metodo detto di sopra.

Qualunque volta che nell’azione del galoppo non venga conservato l’ordine sopra descritto dei piedi, ma per modo d’esempio, se volendo o dovendo il galoppo essere eseguito sulla mano destra resta terminata l’azione sua con i piedi sinistri in avanti, cioè a dire viceversa da quello che si richiede, allora chiamasi falzo; se il difetto poi è solo nel piede d’avanti chiamasi allora falzo di spalla; e di anca quando lo sia solo nel piede di dietro; e lo stesso pure si ha da considerare nel galoppo sulla mano sinistra quando rispetto a lei venga alterato l’ordin predetto.


Della Scappata


Questa non è che un galoppo forzato anche più di quello che abbraccia maggior estenzione della lunghezza della macchina, perchè la scappata sopravanza il doppio di tale estenzione più e meno, a seconda dell’attività della costruzione della mecchina; ella viene eseguita col metodo istesso del galoppo sopradetto, con la sola differenza che in questa la potenza motrice imprime nella macchina un urto assai maggiore che in esso, acciò l’impeto introduca nella medesima la velocità necessaria per obbligarla a giungere al suo destino; siccome dalla qualità dell’urto che mette in moto il peso della macchina dipende la maggiore o minore velocità del moto dell’azione, così il galoppo dei Cavalli di maneggio è più attempato e lento: quello dei Cavalli da campagna più pronto e sollecito: e quello che si chiama scappata non può a meno di non essere di tutti il più veloce.


Della Posata.


Quando la parte d’avanti della macchina è sostenuta ferma, sospesa in aria con le gambe, egualmente e del pari raccolte verso il petto, sopra la base che gli formano le pastore dei piedi di dietro, posati del pari nella istessa linea assieme con le anche piegate a dovere, è quell’azione che chiamasi posata.

Non meno nella posata che in tutte quelle azioni nelle quali i piedi d’avanti non agiscono promiscuamente di concerto con quelli di dietro (che vale a dire dove ha luogo il moto vibrato in vece dell’ondulante) richiedesi che l’azione sia preceduta dalla ripresa, ch’è quell’azione che dalla potenza motrice vien fatta fare alle gambe di dietro quando pigliano posto vicino alle respettive loro gambe d’avanti per formar la base al peso della macchina, affine di metterle in stato di poterla sostenere e vibrare in avanti più e meno a seconda del bisogno, come si è veduto nella descrizione del galoppo; ma siccome nell’azione del galoppo è d’uopo che in essa i piedi siano situati uno avanti l’altro, così nella posata e in tutte le altre azioni (che nelle scuole chiamansi d’aria) che io sono per descrivere, la ripresa deve essere fatta con i piedi di dietro in pari sulla medesima linea, e però riesce più facile di questa l’esecuzione, bastando che il Cavallo sia fermo in quattro; poichè allora affidato che abbia la potenza motrice il peso della macchina sopra le gambe d’avanti con la forza elastica delle pastore dei piedi di dietro solleva la groppa, e con quello di restrizione anche le gambe; nella positura che sono in terra, e portandole così nell’istesso tempo senza intermittenza sotto, obbliga i piedi a pigliar posto del pari vicino a quelli d’avanti, come si è detto, ed allora ella con la forza elastica delle pastore dei piedi d’avanti solleva la spalla, e senza intermittenza col moto di restrizione riunisce anche le gambe al petto del pari, come erano in terra, e con fermarle ivi sospese in aria, dà compimento all’azione della posata sopradetta.

Se viene però una tale azione eseguita sopra i garetti con le gambe interite, vien chiamata impennata, ch’è la difesa che sogliono fare i Cavalli restii, molto pericolosa, perchè facile a farli cadere con rovesciarli per indietro se fatta con impeto, e dalle parti se il peso esce punto d’equilibrio per quanto siano forti e robuste le anche dei medesimi.


Della Piruetta.


La piruetta può chiamarsi una posata continuata in volta, benchè sia un’azione del tutto particolare, dovendo in essa la parte davanti con moto vibrato far tutto il giro per tornare nel punto di dove si è partita senza avanzar terreno, sostenuta solo dal piede di dentro di dietro, che per non muoversi dal luogo dove si trova, deve girarsi sopra il terreno della sua situazione, per così secondare il moto della propria macchina. Difficilissimo è il trovar Cavalli che abbiano una tale abilità, essendo per gli altri un’operazione del tutto pericolosa, e da sfuggirsi.


Della Corvetta.


L’azione della corvetta non è che una posata ribattuta a salti interrotti con i piedi eguali tanto d’avanti che di dietro; l’azione de’ quali deve essere di un tempo solo, ed uniforme tanto nel sollevarsi quanto nel ripigliar terra, come lo sarebbe se agisse un piè solo d’avanti ed uno di dietro, a similitudine dei salti che fa il Corvo, quando è in terra, dal quale deriva la sua denominazione.

In questa azione sempre due piedi sono in terra e due in aria a vicenda, poichè quando i piedi d’avanti sono in aria, quelli di dietro sono in terra per sostenere il peso, e tornati a terra i primi, per subentrare alle loro veci, quelli di dietro sono in aria; e con questo metodo viene eseguita sempre l’azione a piè pari in tempi interrotti, sì dalla parte d’avanti che da quella di dietro.


Ciascheduno degli agenti in questa azione supplisce al proprio incarico da per se, separatamente l’uno dall’altro; onde può darsi, che in tre tempi sia eseguita: il primo lo formano i piedi d’avanti con sollevar la spalla: il secondo vien formato dal peso della macchina col suo camino: ed il terzo dai piedi di dietro col sollevar la groppa e col portarsi in avanti per pigliar terra; e siccome l’azione de’ primi, per essere semplice, richiede meno tempo di quello che richiede quella dei secondi per essere questa raddoppiata, così perchè le azioni loro siano di tempo eguale ed uniforme, è d’uopo che sollevata la spalla, segua la sospensione accennata con un punto che conguagli quel maggiore che richiede l’azione dei piedi di dietro.

Quindi è, che la potenza motrice per darli esecuzione, fatta eseguire dai piedi di dietro del pari la ripresa, solleva con la forza elastica delle pastore dei piedi d’avanti le spalle, unendo al petto nell’istesso tempo, col moto di restrizione, le gambe di essi parimente del pari, come fa nella posata, e fatto qui un punto per interrompere l’azione, immediatamente dopo con la forza elastica delle gambe di dietro senza muovere i piedi del posto, mette in azione col moto vibrato il peso della macchina, che nel tempo istesso si appiglia a fare il suo camino in avanti, finchè dura in esso l’impressione dell’urto ricevuto ed abbandonato da questa, col moto che di sua natura inclina verso terra; ma giunto là dove i piedi d’avanti sono a portata di poter ripigliar terra, la potenza motrice con mettere in libertà le gambe d’avanti sospese in aria col moto di natura del peso, fattagliela ripigliare, e formate in colonna a piè pari, gli arresta il corso stabilendolo del tutto sopra di esse, e solleva allora la groppa con la forza elastica delle pastore dei piedi di dietro, e nell’istesso tempo riunisce le gambe loro ad essa, e senza intermittenza portandole in avanti e sotto, fa pigliar posto ai piedi del pari, vicino a quelli d’avanti, appunto come fece nella ripresa, per dar così termine all’azione, e così risollevare immediatamente dopo, la spalla; col metodo istesso sopradetto, ricomincia la nuova, e dura così fino a tanto che dal Cavaliere non sia abbandonata la chiamata.

Cade qui la curiosità di sapere quale sia la ragione, che essendo eseguite, tanto l’azione del Galoppo, che quella della Corvetta, dagl’istessi agenti, e con l’istesso metodo; la prima sia più sciolta e libera, abbracci più e meno terreno a suo talento, e possa esser messa in opera da tutti i Cavalli: e perchè la seconda riesca più stentata, faticosa, e limitata, e non sia da tutte le costruzioni dei Cavalli eseguibile.

Chi vuol venire in chiaro di ciò, rifletta, che si è veduto di sopra, che quanto più è debole la base che sostiene la macchina, tanto più è facile che l’urto faccia in essa impressione, la metta in moto e promuova nel medesimo moto maggior prontezza e velocità: che quando la macchina è in azione, più agevole è il maneggiarla: che quanto la base sua è più stabile, più anche è difficoltoso lo smuoverla, ed il metterla in azione: e messa in moto, maggiore è la difficoltà ch’ella incontra nel secondare l’inclinazione del suo peso, stante l’ostacolo che gli apporta la stabilità della base medesima; e così resterà convinto, che da questo principio appunto avviene la differenza delle due sopraddette azioni.

Poiché, nell’azione del galoppo, dovendo essere sempre i piedi che devono formare la base al peso, situati uno avanti, l’altro indietro, per poter terminare la loro azione uno immediatamente dopo l’altro, non può a meno, che il peso della macchina non sia sempre sostenuto più da un piede che dall’altro a vicenda, e per conseguenza, che la base non sia sempre più debole di quella della corvetta, ch’è sempre formata da due piedi del pari, che sostengono il peso in egual porzione; facciasi anche riflessione, che nell’azione del Galoppo, da tre diversi moti viene eseguita l’azione del peso della macchina che fa il camino: nel principio dal moto vibrato: terminata la forza dell’impulso che la spinge in avanti, questo cessa, e subentra ad esso il moto di natura del peso, che la fa inclinare verso terra: e nel fine perchè essendo fatto l’arresto da un piè dopo l’altro, viene anche terminata l’azione dal moto ondulante; e siccome senza intermittenza è ripresa, e continuata, così può dirsi, che dal momento istesso in cui è messa in moto la macchina, ella non ha più quiete, finchè non segua il totale arresto; che però viene di conseguenza, che non solo la debolezza della base, ma anche la continuazione del moto senza riposo, presta la mano a quella facilità e prontezza, che rende sciolta, libera, ed illimitata tale azione; e perchè tutti gli agenti in essa sono messi in opera a seconda dell’indole loro naturale, può essere eseguita da tutti i Cavalli; all’opposto lo stento, e la difficoltà dell’esecuzione della corvetta non solo ha origine dalla base più stabile, ma anche, dal maggior sollevamento della parte d’avanti, che porta seco ritardo, dalla sospensione, o sia punto che ella deve fare prima di ricever l’urto, che interrompe l’azione, e il portamento dei piedi del pari; e poichè un tal portamento de’ piedi è più artificiale che naturale, e rende l’azione più faticosa e limitata, e non eseguibile da tutte le costruzioni dei Cavalli; quindi è, che rari sieno quelli, che hanno la disposizione di corvettare, e a nessuno manca quella di galoppare.


Della Carriera.


La carriera è quell’azione, colla quale la macchina del Cavallo staccata del tutto da terra, con le gambe d’avanti, raccolte egualmente alle spalle, e quelle di dietro alle anche, vola, dirò così, con l’ultima velocità sul terreno a slanci ripresi, abbracciando ogni volta quella maggior quantità, che può comportare l’attività della sua struttura.

La velocità, con cui deve essere eseguita l’azione della carriera, ed il maggior camino che in essa deve fare il peso della macchina, obbliga la potenza motrice a mettere in opera, senza risparmio, tutta l’attività della forza elastica, non solo delle pastore, ma anche di tutti i legamenti delle gambe di dietro per potere staccare la macchina del tutto da terra e metterla così in grado di scorrere e abbracciare quella maggior quantità di terreno, che comporta la sua costruzione. La velocità di quest’azione richiede esatta prontezza, e base più stabile in quella dei piedi d’avanti, ed il maggior camino del peso della macchina, esige uno sforzo maggiore della forza elastica di tutti i legamenti delle pastore e delle gambe di dietro; più pronta è l’azione dei piedi d’avanti, e più stabile la base loro, quando agiscono del pari nel’istesso tempo, di quel ch’e’ sia quella, quando agiscono uno dopo l’altro; e maggiore è la forza elastica dei legamenti delle gambe, e pastore dei piedi di dietro, e più pronta l’azione loro, quando le une e gli altri sono messi in opera nell’istesso tempo senza intevallo, di quando sono fatti agire separatamente; e però la potenza motrice in questa azione mette in opera tanto i piedi d’avanti, che quei di dietro del pari, come fa nella corvetta, perchè i primi possano resistere al colpo maggiore, che la velocità cagiona nel peso, e i secondi possano supplire allo sforzo maggiore della forza elastica, e dagli uni e dagli altri possa essere eseguita l’azione loro con quella puntualità e prontezza, che richiede la carriera.

E perchè da una particolare costruzione delle parti della macchina piglia origine la carriera, non tutti i Cavalli sono dotati di tal prerogativa, e pochi anche sono quelli che ne siano forniti a perfezione; e così non in tutti la carriera, è dell’istessa velocità.


Del salto detto Mezz'aria


Chiamo Mezz’aria quel salto, che il Cavallo fa col sollevarsi in aria del tutto staccato da terra con le gambe riunite alle respettive spalle e groppa, più e meno a seconda della maggiore o minore agilità sua, senza pigliar più più terreno di quello, che è necessario al compimento del salto.

Ella è messa in opera dalla potenza motrice in cinque tempi, quantunque all’oculare inspezione non appariscano che due soli, uno di sollevarsi, e l’altro di tornare in terra.

Fatta la ripresa, nel primo, solleva con la forza elastica delle pastore dei piedi la parte d’avanti, e nell’istesso tempo riunisce alle spalle le gambe col moto di restrizione, ritirandole a se quel tanto, che fa d’uopo. Nel secondo solleva, e stacca del tutto da terra la macchina col maggiore sforzo della forza elastica delle pastore, e legamenti tutti delle gambe di dietro, vibrandola quel tanto ch’è necessario in avanti. Nel terzo solleva da terra la groppa, e nell’istesso tempo unisce ad essa le gambe ritirandole a se con il moto di restrizione, come ha fatto alle spalle con quelle d’avanti; nel quarto torna a ripigliar terra la parte d’avanti con il moto di natura del peso. Nel quinto con il medesimo moto ripiglia terra anche la parte di dietro con posare i piedi vicino a quelli d’avanti, come fa nella ripresa, se il Cavallo è dotato di bastante abilità per replicare immediatamente il salto, altrimenti li posa nella medesima situazione dove erano prima della ripresa, per sgravare del peso superfluo le gambe d’avanti e poter restar fermo in quattro.


Ma ciò non segue, che nei Cavalli di non mediocre abilità, perchè tutti gli altri sono obbligati dall’impeto del peso a far più e meno passi, o tempi di corvetta in avanti, a seconda della maggiore, o minore attività loro, prima di poter ripigliare il salto, o di potersi fermare del tutto.

Se il Cavallo è dotato d’abilità, alla chiamata del Cavaliere s’imposta con i piedi del pari, eseguisce dipoi con prestezza impercettibile la ripresa con i piedi di dietro, portandoli sotto, e vicino a quelli d’avanti, come fa prima che dia principio all’azione della corvetta; e se l’attività sua è minore, fa la ripresa simile a quella del Galoppo con i piedi tanto di dietro che d’avanti disuguali, ed eseguisce così anche il salto, e lo termina con posare i piedi in terra uno dopo l’altro, come fa nell’azione del Galoppo; ma un tal salto non può essere eseguito molto staccato da terra, nè con quell’agilità e perfezione che si vuole nelle scuole dai Cavalli di maneggio, egli è per altro molto proficuo per fortificare gli scolari a Cavallo, incuterli coraggio, e far loro pigliar franchezza, e disinvoltura.


Del salto del Montone, e Capriola.


L’accennar del calcio, come segue nel salto del Montone, e lo sparo di esso, come segue nella Capriola, a similitudine di quello che fa il Montone ed il Capriolo, (dai quali pigliano l’uno, e l’altra la denominazione,) è l’unica differenza, che corre da queste due azioni a quella della Mezz’aria.

Quindi è che la potenza motrice nell’esecuzione di queste tiene il metodo istesso, senz’altra differenza che quella, che portano seco i due tempi, di più di quel che richiede tanto l’accenno, che io sparo del calcio, uno nello stendere, e l’altro nel tornar al posto delle gambe che lo eseguiscono.

Niuno dei salti può essere eseguito senza che l’azione sua formi una specie d’arco in aria; la prima metà vien formata dalla macchina allorchè ella sollevasi, e la seconda allorchè ella discende per ripigliar terra; la prima è eseguita dalla forza elastica, e la seconda dalla natura del peso; e però giunta la macchina al punto della maggiore sua elevazione viene ivi abbandonata dalla forza elastica, ed il peso di essa restato in piena libertà ripiglia nel momento istesso la sua natura, e forma l’altra metà; nel punto dunque dove la prima termina il corso, e la seconda dà principio al suo, la potenza motrice sa eseguire ad ambedue i piedi, e gambe insieme di dietro l’accenno nel salto del Montone, e lo sparo del calcio del tutto disteso, in quello della Capriola; così dà esecuzione tanto all’uno che all’altro, in due tempi, come si è detto, uno con lo stendere delle gambe con moto vibrato verso terra, (come nel salto del Montone) o in aria (come nella capriola) e l’altro con ritirarle al suo posto col moto di restrizione; il primo rattiene alquanto il corso al moto, ed il secondo lo rimette con maggior vivezza in azione.

Quando tanto lo sparo, che l’accenno del calcio segue nel punto della maggiore elevazione come si è detto, prima che il peso della macchina pigli il trabocco verso terra, l’azione è nella sua perfezione, e quando segue nel tempo della sua pendenza, maggiore o minore è il pregio di essa, quanto più lontano o più vicino a terra è l’esecuzione del medesimo.

Tanto il salto del Montone che quello della capriola, richiedono maggior sollevamento da terra, di quello che sa d’uopo all’esecuzione della mezz’aria, che da quest’appunto piglia il nome.

La Capriola richiede maggiore elevazione di quella del salto del Montone, a proporzione del maggior tempo che vuole io sparo del calcio del tutto disteso, di quello del solo accenno; e però la capriola è il salto riputato di maggior pregio nelle scuole.

CAPITOLO TERZO


Delle azioni del Cavallo di Campagna quando pasce sul prato.


Quantunque resti verificato nel suo vero essere il moto del Cavallo da quanto ho detto nei due antecedenti capitoli, contuttociò, perchè la difficoltà che prova l’oculare inspezione nel confrontare sul fatto le circonstanze descritte, può dar luogo al dubbio, che possano essere alterate, o poco fedeli; tanto più, che questa mia scoperta è del tutto nuova, e che gravi autori sono stati d’opinione affatto opposta a ciò che io ho messo in vista; quindi è che mi trovo in obbligo d’appoggiare il mio sentimento ad una riprova di fatto, che non solo non ammette eccezione, ma che anche dà luogo a chicchessia di soddisfarsi da se, e che giustifica insieme la sincerità del mio esposto.

Per quanta pena io mi sia data, per arrivare a distinguere fondatamente quale sia il vero metodo con cui vengono eseguite le azioni del Cavallo, tutto è stato in vano, fino a tanto che non mi è caduto in pensiero di rintracciarlo in quello che tiene il Cavallo, quando è nel prato in pastura, in tutta quiete solo, e che va mendicando di filo in filo l’erba con un moto lentissimo ed interrotto; poichè allora solo è tolta all’oculare inspezione la difficoltà di comprender le più minute circostanze.

Chi ha dunque piacere di verificare col fatto, quanto io ho asserito, riguardante il metodo che tiene la potenza motrice nell’esecuzione delle azioni del Cavallo, si ponga a seguitarlo in pastura, senza darli motivo di distogliersi dalla sua quiete, come ho fatto io; e vedrà che quando sta fermo in quattro, con la testa alta, il peso del suo corpo è distribuito sopra tutti quattro i piedi, con la proporzione che comporta la natura della sua costruzione, caricati del peso più quelli d’avanti, che quelli di dietro, a seconda della respettiva attività loro, e del bisogno della macchina: e che quando in questa positura senza muovere i piedi, mette il capo in terra per mangiare, nello stendere che fa del collo, il restante del suo corpo viene ad essere obbligato a muoversi in avanti per secondarlo.

Ed allora i medesimi piedi d’avanti sono aggravati di maggior peso, di quello che sostenevano prima che la testa si abbassasse, e sempre più ne sono aggravati, a proporzione che il collo si va stendendo, e quelli di dietro con la medesima proporzione sono di mano in mano scaricati; ma tutto questo non basta, per metterlo in grado di fare il passo, strappa bensì l’erba ora da una parte, ora dall’altra, ma senza potersi muovere dal posto dove egli è situato; il peso solo passa in porzione da un piede d’avanti all’altro, con caricare più il destro, scaricando il sinistro quando si volta da quella parte, e viceversa quando si volta dall’altra.

Vedrà pure, che quando vuol fare il passo in avanti, per esempio con il piè destro, comincia l’azione dal muover la macchina alla volta della gamba sinistra, per caricar quella di tutto il suo peso, e scaricare assetto il primo, per metterlo in grado di potere agire.

Assicurato che sia il peso della macchina sopra il piede sinistro d’avanti, osservi che comincia sopra di esso l’ondulazione del peso della macchina, e sopra il diagonale di dietro, stante la forza elastica della pastora del medesimo, che lo spinge in avanti.

E che l’ondulazione istessa è quella che fa sollevar prima da terra il piè destro d’avanti, e dipoi a proporzione che ella fa camino, il piè sinistro di dietro: e se occorre al Cavallo di ritirare indietro la testa, per mangiare dell’erba più vicina, resta in questo caso interrotta l’ondulazione, e tornano i piedi sollevati a riposarsi in terra, con l’istesso ordine che furono sollevati, cioè il destro d’avanti, prima, ed il sinistro di dietro, dopo.

Nel momento poi, ch’egli ritorna a stendere il collo per arrivare dell’erba più lontana, riprincipia l’ondulazione del peso in avanti sopra i medesimi diagonali, e gli altri due con l’istesso metodo che tennero prima, tornano a sollevarsi un dopo l’alrro da terra, ed a secondare suspesi in aria il camino dell’ondulazione, ed a ripigliar terra, se nuovamente si arresta.

E quando l’azione prosegusce il suo camino, giunta la colonna della gamba sinistra d’avanti, che forma la base al peso, a quella pendenza che la leva di forza, la gamba destra sospesa in aria col moto volontario si stende in avanti, e prende terra.

Osservi di più, che se posato il piè destro d’avanti in terra, si pone il Cavallo a mangiare l’erba vicina, l’ondulazione del peso nuovamente cessa, ed egli resta con tre piedi in terra, ed uno sospeso in aria.

Indi nel momento istesso che ristende il collo, il peso della parte d’avanti della macchina va ad aggravare il piè destro nuovamente polito in terra, e sgrava del tutto il sinistro, che serviva di base.

Ed allora il piè sinistro di dietro, che è sospeso in aria, si posa in terra, compisce la nuova base diagonale al peso, e nell’istesso tempo sgrava di essoo il destro di dietro.

Se il Cavallo seguita a stendere il colio per arrivare l’erba lontana, la macchina ripiglia il suo camino sopra la nuova base, e solleva nell’istesso tempo da terra gli altri due diagonali, e gli obbliga a secondare la sua ondulazione: e se arresta tornano a terra, perchè i due diagonali non formano bastante base per sostenerla ferma: e fe ripiglia l’azione, essi pure tornano a sollevarsi, perchè la base sia vacillante, come lo richiede l’azione del moto.

Arrivata la nuova colonna della gamba d’avanti, che è subentrata al sostegno del peso della macchina, al segno di non poter più supplire al suo incarico, il piè d’avanti, ch’è sospeso in aria, subentra alle sue veci, ed il suo diagonale di dietro, quasi nell’istesso tempo, compisce interamente una nuova base con esso, perchè sopra questa la macchina possa proseguire il suo camino, con l’istesso metodo che ha tenuto con quella che abbandona, e così a vicenda i piedi subentrando gli uni agli altri, vengano a continuare la loro funzione per tutto quel tempo che bisogna, e che dura l’azione.

Esaminato che egli abbia il moto lento, ed interrotto del Cavallo che mangia in terra, conviene che passi a fare il confronto con quello che fa senza interruzione, e con maggior prontezza, quando da un prato passa all’altro per assicurarsi, e riconoscere se tenga il metodo medesimo.

Da una tale diligente osservazione potrà dunque rilevare, che non v’è altra differenza dall’uno all’altro metodo, che quella che porta seco la maggior prontezza dell’esecuzione, e che da questa unicamente avviene la confusione dell’occhio, che non lascia comprendere le rilevate dal moto lento ed interrotto del Cavallo che mangia in terra, a chi è mancante della cognizione di esse.

Quindi è, che a difetto dell’idea della mente, e non della visione dell’occhio, deve essere attribuito il non potersi comprendere con l’oculare inspezione, in qual maniera siano eseguite le azioni del Cavallo; ne sia corretto dunque l’inganno della mente, se si vuole che l’occhio metta in chiaro le più minute circostanze di esse.

E per verificare che ciò sia vero, basta che sia premesse quello che si è rilevato dall’esame del moto lento ed interrotto del Cavallo che mangia in terra, con tutta la sua quiete, perchè rimossa da questo la mente dall’errore in cui è, sarà impiegato l’occhio dove conviene, e allora potrà mettere in chiaro, e nel suo vero lume tutto ciò che fa d’uopo, per potere ottenere l’intento desiderato.

Chi pretende d’indagare il metodo che tiene la potenza motrice nell’esecuzione delle azioni del Cavallo, e lo ricerca nel movimento dei piedi, con idea che da questo pigli origine il moto medesimo, ciò ch’è falso, perchè l’origine loro è nella natura del peso della macchina, e non nei piedi, i quali non sono che gl’istrumenti d’esecuzione, come si è detto, e come si è provato in tante maniere. Con tal falsa idea nella mente, due errori si commette, da chi privo della cognizione sopradetta si dà a credere di poter ottenere il suo intento, per mezzo della sola inspezione oculare: uno è quello di ricercare una cosa, dove non è, e l’altro è il pretendere di rinvenire il principio dell’azione dei piedi, che non cade sotto l’occhio; perchè lo stacco loro da terra, dove trae la sua prima origine l’azione dei piedi, è eseguito dal trasporto, che cagiona il camino della macchina nello stracinargli seco, senza che essi diano segno alcuno di moto; onde solo alla metà del sopradetto camino la potenza motrice li mette in azione visibilmente, con sollevarli, e riposarli in terra, e però alla metà solo del camino che deve fare l’azione, può dirsi, che abbia principio quella dei piedi, che dall’occhio è ricercata, laddove essi avevano la loro situazione male a proposito.

Si correggano questi due errori con indirizzare l’occhio addirittura ad osservare il moto della macchina, figurandosi con l’idea il trasporto forzato dei piedi, fino alla metà del camino dell’azione, e resterà nel punto istesso supita ogni difficoltà, e quella confusione altresì, che impedisce d’ottenere l’intento.

Vedrà allora chiaramente e senza difficoltà alcuna, l’ondulazione ed il camino della macchina; e giunto questo alla sua metà, vedrà quell’azione che fanno i piedi uno dopo l’altro a vicenda (ch’è sol d’alzarsi, e di tornare a pigliar terra) e rileverà, che nel punto istesso che il piede d’avanti tocca terra, si forma in colonna. che il peso immediatamente passa a pigliar sostegno sopra di essi: che il piede di dietro appena che ha terminato la sua funzione, il piè d’avanti piglia anch’esso terra con l’istesso metodo: che la pastora sua nel tempo istesso che tocca terra il piede, con la forza elastica dà la spinta alla macchina da principio per metterla in moto, ed in seguito, perchè possa essere dalla medesima continuata l’azione con la sua ondulazione: che se la spinta è maggiore, maggiore è anche la velocità del moto di essa, e se è minore, più lenta e posata è ancora l’azione.

Il pigliar terra che fanno i piedi uno dopo l’altro, mette in vista chiaramente che la macchina in tempo dell’azione è sostenuta solo da due piedi, uno davanti che la sostiene, ed uno di dietro che la spinge, e giustifica nell’istesso tempo, che l’incarico e destino dei piedi d’avanti è il sostegno, e di quelli di dietro, il regolamento del moto e dell’azione.

E se l’azione sarà eseguita con lentezza, averà luogo l’occhio di distinguere, quando ella è eseguita dai due diagonali, come segue nel passo, e nel trotto, e quando dai laterali, come si è veduto che segue nel portante; e così resta finalmente messe in chiaro ciò, che fino ad ora è stato riputato un a....o incomprensibile, che ha cagionato sì gran disordine.

Manca ora solo di fare il confronto nel Cavallo di Campagna delle azioni, che sono regolate dal moto vibrato. Si obblighi dunque questi con buona maniera, per non distorlo dalla sua quiete, a saltare una fossa, e si vedrà, che appena arrivato a quella distanza, dalla quale può essere eseguita l’azione del salto, egli si ferma in quattro con i piedi pari, e prima di accingersi all’esecuzione di esso, appoggiato tutto il peso della macchina sopra i piedi d’avanti, fa la ripresa con sollevar la groppa, e nell’istesso tempo porta i piedi di dietro del pari sotto, e vicino a quelli d’avanti, e toccato che hanno appena questi terra, dalla forza elastica della pastora dei piedi d’avanti, viene sollevata la spalla, e nell’istesso tempo vengono le gambe unite ad essa; allora dalla forza elastica delle pastore e gambe di dietro, è data la spinta col moto vibrato alla macchina, ed immediatamente le gambe istesse si staccano da terra, e si vanno ad unire alla groppa, che pure viene obbligata nel medesimo tempo dalla forza elastica di esse a sollevarsi, ed a secondare l’azione della parte d’avanti; e così la macchina tutta ne vola il tratto che fa d’uopo per oltrepassare la larghezza della fossa. Fatto questo la parte d’avanti è la prima a ripigliar terra; e nel tempo, o per dir meglio immediatamente dopo, che i piedi e le gambe d’avanti hanno ricevuto il colpo del peso, e che questo ha preso sopra di esse il suo sostegno, quelle di dietro pure ripigliano terra per alleggerire quelle d’avanti del superfluo, e per ritornare così nella situazione ch’erano prima di fare il salto.

Facciasi qui osservazione, che in cinque tempi viene eseguito dalla potenza motrice il salto; nel primo, vien sollevata la parte d’avanti, e riunite le gambe alle spalle: nel secondo, viene staccata da terra, e spinta in aria la macchina: nel terzo, è sollevata in aria la groppa, e nell’istesso tempo riunite le gambe ad essa: nel quarto, ripiglia terra la parte d’avanti: e nel quinto, la parte di dietro, come appunto si è detto, nella descrizione del salto della Mezz’aria.

Dal far saltare al Cavallo una fossa di maggior larghezza della prima, si verrà in cognizione, che il tratto di essa dà regola all’altezza, con cui deve esserne eseguito il salto, per poterla superare, poichè molto più staccato da terra si vedrà ch’è quello di questa, di quello della prima.

E se gli si farà saltare una siepe, o altra cosa simile, che abbia un punto fisso da esser superato, tanto dalla parte d’avanti, che da quella di dietro, si vedrà non solo l’arco che vien formato in aria dal salto, ma si verrà anche in cognizione se il Cavallo in esso solleva va più una parte che l’altra, o egualmente, il che non può essere rilevato nel vedergli saltar le fosse a campo aperto, dove l’occhio non ha luogo di divisarlo; il punto fisso che forma all’occhio la sommità della siepe, corregge il difetto suo, e gli rende facile il poter rilevare l’appunto della differenza che corre dall’una parte all’altra.

Ed il vedere che alcuni superano la sommità in eguale altezza, tanto con la parte d’avanti che con quella di dietro, ed altri benché la superino con facilità con la parte d’avanti, stentano a farlo con la parte di dietro a tocco e non tocco, ed altri fregano la sommità con la parte d’avanti, e vi restano sopra con quella di dietro; ciò decide, che a seconda dell’attività della costruzione loro, è anche la disposizione maggiore o minore a tutte le azioni che dal Cavallo possono essere eseguite, di qui piglia origine la diversità dei salti che fanno gl’uni, e che non possono essere eseguiti dagl’altri; ed’ecco il perchè, quelli che sanno la Mezz’aria, non possono eseguire il salto del Montone, e molto meno la Capriola, e quello che ne fa uno più facile, non possa eseguire il più difficile.

Chi non vuol pigliarsi la briga d’esaminare il moto del Cavallo di campagna, vuole ottenere l’istess’intento con facilità, e con sicurezza di non s’ingannare, stando anche a sedere, se vuole, con far mettere ad esso le pastoie ai respettivi piedi diagonali, incatenando insieme i due piedi d’avanti, con quelli di dietro lentamente in maniera, che restino esse alquanto sollevate da terra, perchè nel camminare non vi possa mettere i piedi sopra; il che si fa con passare una funicella sotto di esse, che le tenghi in alto quanto basti: fermata dipoi sopra il filo delle reni a cappio scorsoio, perchè possa sciogliersi subito e con facilità, in caso che ciò non ostante il Cavallo vi s’imbrogliasse; lo faccia muovere allora, e vedrà, che il suo passe è eseguito con i due diagonali uno dopo l’altro con intervallo, e che se è così impastoiato un Cavallo che vada di portante, non può eseguire la sua azione, stante l’impedimento che gli apporta il diagonale: e se fa mettere a questo le pastoie ai piedi laterali farà la sua azione con l’istessa facilità, che ha fatta la sua il primo, impastoiato con i diagonali.

E se farà impastoiare i due piedi d’avanti insieme, in forma che il Cavallo possa mettere un piede più avanti dell’altro, obbligandolo a muoversi così, con farli paura dietro, rileverà la maniera, che tiene nell’esecuzione del Galoppo: e se saranno impastoiati i medesimi piedi d’avanti del pari, potrà rilevare il metodo, col quale viene da esso eseguita la Corvetta, e potrà dedurre anche quello con cui viene eseguita la Carriera, ed il salto; e se vuol ravvisarne anche in questo il circolo che fa in aria, la metà d’elevazione, e l’altra metà di cadenza; sciolto dalle pastore, e sol tenuto da due, con le corde lunghe in mano, l’obblighi a saltare una panca, o cosa simile, che fissi un punto da superarsi visibile all’occhio, e verrà cos appagata interamente la sua curiosità, e verificato quanto ho detto sopra.

Dopo aver veduto, che le gambe d’avanti del Cavallo sono state destinate dalla natura per servir di base al peso, e quelle di dietro per regolare l’equilibrio del medesimo peso, senza che le une possano mescolarsi nell’ingerenza delle altre, come lo dimostra chiaramente la diversità della loro costruzione, chiaro è io sbaglio che si piglia nelle scuole, con pretendere d’impiegare le anche dei piedi di dietro, nelle veci di quei d’avanti; sbaglio introdotto in esse da che fu abbandonato il metodo, e le regole degli antichi Professeri, inventori dell’arte di montare a Cavallo, il qual metodo più s’accostava al vero, perchè nel secondar le tracce della natura, con la sola guida dell’esperienza, come essi facevano mentre l’arte era sol nascente, e nella sua infanzia, non potevano ingannarsi.

E di fatto, l’obbligare i Polledri con un sol piccolo ritegno sul naso o in bocca ed incapace di poterli tenere a freno, a travagliare nei terreni rotti dall’aratro, nei salsi, e luoghi tramischiati da’ sassi, o pietre smosse, e cose simili, nelle scese, nelle salite, e nelle infinite volte intrecciate tanto a una mano che all’altra, larghe e strette in forma di chiocciola, che andando sempre stringendosi, sinché non arrivavano a ridursi in un punto, dal quale retrocedendo sopra la medesima pista, ritornavano nella volta grande, e da questa senza intermittenza sino al punto, dove avevano cominciata l’azione per darli termine, che altro era? sennonché obbligare il Poliedro ad agir da se a seconda del meccanismo della sua macchina, come gli additava la natura, ed a far sì, che da se imparasse a promuovere, dirozzare, e risvegliare l’elasticità dei legamenti di tutte l’articolazioni, per introdurre nelle gambe ed in qualunque altra parte della macchina quella maggior possibile attività, che può somministrare ad esse l’arte, e per rendere ciascheduna delle medesime capace di supplire con esattezza al proprio incarico, ed in tutta la sua estensione, come è d’uopo che sia fatto da chi vuol poter esigere dal Polledro la più esatta obbedienza e subordinazione.

Chi agisce per pratica, non sa quale sia la causa che produce l’effetto, e però non fu rilevato il pregio di questo sistema. E siccome giovani abbadarono a far travagliare e fatigare più del dovere e della loro forza i teneri Polledri, in forma, che più erano quelli che si stroppiavano, di quelli che si riducevano alla perfezione ricercata; così a defetto del metodo fu attribuito piuttosto, che a mancanza di cognizione de’ Professori, (come ragione voleva) e per questo fu abbandonato per attenersi ad altro meno sottoposto a stroppiargli; e furono dipoi inventate le tante diversità delle briglie, di cavezzoni di corda, e di maglia di ferro, di seghette di più sorte, di camarre, e di falze redini, e cose simili, che furono cagione, e portarono seco altrettanti inconvenienti, che sussistono anche oggi giorno in quelle scuole, dove sono messi in opera, in vece di porre riparo allo sconcerto, che si voleva sfuggire.

Confusione ch’è propria di chi agisce senza cognizione di causa per pura pratica, e che moltiplicò allora le scuole, stante le diverse opinioni che ne nacquero nei Professori, perchè ciascheduno adottò per regola generale l’effetto particolare, che per accidente gli aveva prodotto una tal qual briglia, un barbazale, un cavezzone, un castigo dato fortunatamente a tempo, o cosa simile, che per azzardo, e a caso incontrò che fosse adattato e proprio alla correzzione del difetto nel dato Cavallo, ma che messe poi in opera in altro produceva diverso effetto, e che ora cagiona la decadenza delle medesime scuole per il poco, ed incerto frutto che in esse si ricava.

Il Duca di Neucastle, che senza accorgersene, benché in diversa maniera, tornò a ricalcare le antiche pedate, assieme con i suoi seguaci, ha sostenuto il credito e decoro di questa sì nobile e necessaria arte; ed io stesso non posso negare, di non esserli debitore del lume che mi ha tolto dagli occhi quel velo, che da tanto tempo mi ha impedito di riconoscere l’errore in cui ero con tutti gli altri.

Il profitto che ricavavo dalla pratica delle sue lezioni m’assicurava, che il metodo era buono, ma non essendomi mai potuto adattare ad accordarne il suo razziocinio, per la manifesta sua contradizione ed assurdo al quale era egli appoggiato, mi messe in obbligo di porre in pratica ogni attenzione per rintracciarne il vero; talchè nell’osservare che tutto il suo sistema non tendeva che a metter sulle spalle il peso della macchina, e che da questo era per ridondare ogni buon’effetto, perchè tutte le parti agivano a seconda di natura, e della propria costruzione, non potei più mettere in dubbio, che falsa fosse l’opinione anche da me tenuta, che l’anca dovesse servir di base al sostegno del peso della macchina, e mi avviddi allora, che questo era io sbaglio, che cagionava ogni sconcerto nelle scuole.

La volta rovescia, vale a dire con la testa voltata verso il centro, e piegata dalla parte dove agisce (ch’è l’operazione in cui sa il Cavallo più sfarzo, che in tutte le altre) nella quale ad evidenza si tocca con mano, che il peso della macchina non può a meno di essere del tutto affidato sopra le gambe d’avanti, perchè agiscano nei circoli più stretti e che quelli di dietro sieno sgravati di esso al possibile, perchè possano eseguire i più larghi, finì di convincermi col fatto, e mi messe in vista con la maggior chiarezza l’origine di tutte le difficoltà, che s’incontrano nelle scuole, il motivo della difesa che fanno i Polledri, la causa della lunghezza del tempo che s’impiega per ridurli, del poco profitto delli scolari, della diversità delle opinioni, e finalmente donde deriva la scarsezza de’ Professori, e la decadenza delle medesime scuole.

Un tal lume allora mi messe in vista, che l’applauso che i Professori più vecchi e più accreditati facevano al temperamento di mano, (che altro non è, che il lasciare in libertà la potenza motrice di agire a suo talento, senza apportarli impedimento) era una manifesta, benché sincera confessione, d’avere appreso con la pratica, che la forza ed il rigore di cui si servivano per mettere il peso della macchina sopra dell’anche, a seconda del principio loro, producevano un effetto del tutto opposto all’intento desiderato, e che però essi medesimi li venivano a condannare senza avvedersene, nel tempo istesso che obbligavano i sottoposti, e insinuavano agli altri di metterli in pratica, come mezzi opportuni per ottenere l’obbedienza, e la sommissione del Cavallo.

Quindi è, che assicurato dalla sopradetta confessione dei medesimi Professori dell’errore in cui erano, mi trovai obbligato di ricercare nell’esame del meccanismo della macchina, il modo di por riparo a tanto e sì pregiudiciale sconcerto, come si è veduto sopra; e rilevai, che quattro sono gli agenti, che concorrono a formare le azioni del Cavallo di concerto; ma che tutti questi quattro agenti sono stati dotati dalla natura di una propria particolare limitata attività, di maniera che nessuno di essi può mescolarsi nell’ingerenza dell’altro, nè può essere impiegato diversamente da quello che ne comporta la sua indole naturale; sono questi la potenza motrice, il peso della macchina, le gambe d’avanti, e quelle di dietro.

La potenza motrice è stata dotata della facoltà di mettere in opera gli altri tre, con l’incarico di dover secondare la limitata attività loro, e di dar moto ad essi, a seconda della chiamata, che gli viene fatta dal Cavaliere.

Il peso è stato incaricato di dar moto, ed esecuzione alle azioni, e di prestarsi ad ogni minimo impulso che gli venga dato dalla potenza motrice, per mezzo dell’elasticità delle gambe.

Alle gambe d’avanti è stata accordata l’attività, e gli è stato imposto l’obbligo di sostenere il maggior peso della macchina, e di secondare come, e quando occorre, l’azione sua, e di prepararle a vicenda, or l’uno, ed or l’altro, ed or ambedue insieme la nuova base, a seconda dell’impulso che ricevono dalla medesima potenza motrice, e che richiedono le azioni che di mano in mano devono essere messe in esecuzione.

Alle gambe di dietro è stata concessa bastante abilità per sostenere in parte, e talvolta anche tutta, la gravità del peso, senza potere però, quando è sopra di loro, farne trasporto in alcuna parte, e sono state fornite dell’attività necessaria per spingerlo in avanti, vibrarlo, e sollevarlo in aria per poter regolare le azioni e l’equilibrio di esso, a seconda dell’impulso della potenza motrice.

Essendo dunque di facoltà privativa della potenza motrice, di dar l’anima e regolamento alle azioni, e della forza elastica dei legamenti delle gambe d’insinuare in essi la scioltezza, prontezza, e risalto, ne vien di conseguenza, che chi vuole esigere obbedienza e sommissione dal Polledro, sia obbligato di attirarsi prima di ogni altra cosa lo spirito suo, e di ridurlo mansueto e familiare; e perchè la potenza motrice possa eseguirne le azioni con facilità, e prontezza, e con quella scioltezza che dà loro risalto, d’uopo è, che in secondo luogo sia dall’arte risvegliata, dirozzata, e promossa quell’elasticità, ch’è necessaria alle azioni dei Cavalli da campagna, caccia, e guerra, e sia dato l’essere a quella, che i medesimi legamenti non hanno ottenuto dalla natura che in potenza, e ch’è necessaria alle azioni dei Cavalli di maneggio. Additerò però nella seconda Parte il metodo, che si deve tenere per ottener l’intento con facilità, ed in breve tempo.

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DELL’OBBEDIENZA DEL CAVALLO

PARTE SECONDA.

CAPITOLO PRIMO


Del modo di addomesticare il Polledro per renderlo docile e mansueto.


Quantunque tre sieno la cause, alle quali si attribuisce dai Professori la disobbedienza e difesa dei Cavalli, cioè, al non sapere, al non potere, al non volere; tuttavolta non è così nei Polledri di prima doma che vengono dalla campagna; le stravaganze dei quali sol dipendono dalla salvatichezza che cagiona in loro il sospetto di essere strapazzati e maltrattati, ed il rincrescimento di dover perdere la libertà, a tutti sì cara.

Onde doppio è il motivo che si ha di dover seco loro usar piacevolezza e sofferenza, e mettere in opera tutto ciò che può contribuire a disingannargli, ed a far loro comprendere, che non sono per ricever dall’uomo che carezze e profitto, e che il perdere la libertà non ridonda che in loro vantaggio.

Privi di raziocinio, come essi sono, non possono esser convinti che dal fatto, e però, perchè dal momento istesso che è loro convenuto di abbandonar la campagna, comincino a restar convinti, ch’è così, si rimettino in stalla allorché incomincia a inrigidire la stagione, che suol seguire in Italia nel fine del mese di Decembre, poco prima o poco dopo, per far loro provare il vantaggio di sottrargli dall’incomodo che cagiona l’intemperie dell’aria, e perchè in questa stagione più facilmente si adattano a mangiar secco, e meno sia quel pregiudizio che cagiona loro sempre la mutazione del cibo; ciò che non può seguire, rimettendoli nel cuor della Primavera, come si costuma di fare da tutte quelle razze che sono tenute sol per profitto, stante il comodo che sa l’abbondanza dell’erba in questa stagione ai padroni nel mandare i Polledri alle Fiere, ai Mercati, che li comprano, e Farli passare da un luogo all’altro: così alla maggior parte dei compratori, per esser mancanti nell’inverno delle necessarie provisioni, ed in specie del fieno, che in molti luoghi è raro.

Prima di soggettargli alla cavezza, e a star legati si faccia loro pigliar pratica della stalla, sciolti, levati che siano tutti i battifianchi, tanto che si avvezzino ad accostarsi da loro alla mangiatoia e rastrelliera, già provista di fieno, e così in branco si mandino dai Custodi alle sue ore determinate a bere, ed indi si rimandino in stalla, usando sempre seco loro della piacevolezza, senza mai sgridarli. Adattati che si sieno a mangiare il fieno, (ciò che segue subito, quando sono presi in questa maniera) nel tempo che si mandano a bere, si metta loro nella mangiatoia una porzione di semola, perchè si assuefaccino a mangiare anche questa. Chi poi ne rimette un solo lo proveda della compagnia di qualche Cavallo fatto, e se possibile è, di Cavallo avvezzo a stare in branco in campagna, ch’è più al caso: ed ottima cosa anche è, che un tal Cavallo, (quando i Poliedri sono molti) sia lasciato con essi, perchè serva loro di guida, in specie nell’entrare in stalla, dove da principio mostrano difficoltà.

Giunti a questo segno devesi tirar loro con destrezza il laccio al collo, per potere metter loro una cavezza di corda col vento lungo, perchè si possano tenere e regolare più facilmente, e perchè quando si legano alla mangiatoia (passato il vento nei buchi, che in essa sono a quest’effetto) si possa dipoi questo fermare al palo che regge il battifianco, e possa sciogliersi con facilità dalla corsia, sempre che occorra, senza rischio alcuno del garzone.

Deve però avvertirsi, che una tal cavezza sia eseguita in forma, che non possa mai serrarsi, per quanta forza faccia il Polledro, per esimerlo da scorticarsi il muso, come seguirebbe se si potesse stringere; il che renderebbe inutili tutte le premure, e precauzioni sopra additate ditate, e cagionerebbe appunto ciò che deve sfuggirsi a qualunque costo; cioè di darli motivo di disgusto, perchè in vece di farli perdere il sospetto per una tale offesa, verrebb’egli a confermarsi maggiormente in esso.

Messa che li sia la cavezza, si conduca il Polledro con essa a mano, tenuto almeno da due persone, perchè non possa loro scappare, e se tenta di farlo si tenga forte, tanto che si fermi e si acquieti, sempre lusingandolo con la voce accarezzante; poi si allenti immediatamente la corda, subito che si è fermato, per toglierli quella suggezione, da cui ha preteso di esimersi con la forza; e ciò perchè conosca, che solo col cedere può ottenere il suo intento, e che quanto maggiore è il suo sforzo, tanto maggiore è l’opposizione a cui va incontro.

Tenutosi così un poco fermo, dopo averlo accarezzato, ed offertali un’ poco d’erba, li si rifaccia fare due altri passi, e nuovamente si fermi e si riaccarezzi, e di nuovo li si riofferisca l’erba; nulla importando che non la curi, poichè basta che conosca la carezza; si lasci allora andare in terra la corda, perchè possa andare a rimbrancarsi con i compagni, stracinandola seco, che così verrà a perdere più presto il sospetto; e nel sentirsi tenere, quando gli accade di mettervi sopra i piedi, impari a cedere e ad abbandonarne il contrasto; ed il simile si faccia a tutti gli altri. Tenuti così in branco per qualche poco di tempo, perchè si sfoghino, si rimandino in stalla a mangiare, senza che siano mai perduti d’occhio dalle guardie, per poter esser pronte a porger riparo a qualunque inconveniente che possa accadere coll’invilupparsi insieme, o a qualche palo, o a qualche cosa simile ec.

Il giorno dopo, e gl’altri appresso, sino che io richiede il bisogno, si rifaccia l’istessa scuola mattina e giorno, e si faccia anche girare, ma adagio adagio, di passo, intorno ad una volta grande, perchè sia obbligato a sentire quella piccola maggior suggezione che cagiona il dovere andare in volta, sempre con l’avvertenza di fermarlo di quando in quando, e tenerlo un poco fermo per farli carezze, e darli dell’erba, ed anche ogni volta che fa resistenza, sia per salvatichezza, sia per non capire ciò che da esse si voglia, o perchè s’imbarazza nell’eseguire un’azione del tutto a lui nuova; ed a proporzione che si vede, che va adattandovisi, si procuri d’acquistar terreno, ed in vece di darli la via, si conduca a mano in stalla, ed ivi si metta in libertà come prima, e si passi a far la scuola agl’altri; a seconda poi che intendono, e soffrono la tenuta della cavezza, e ad essa obbediscono, si possono legare alla mangiatoja, fermandone il vento al palo che regge il battifianco con un semplice cappio, perchè possa sciogliersi con facilità, come si è detto sopra, cominciando sempre da legare i più mansueti.

Ed in caso che qualcheduno tiri a dietro e tenti di strappare la corda, si avverta di non gridarlo per non metterlo maggiormente in sospetto, ma con la solita voce lusinghevole si procuri d’appacificarlo, e se dopo io sforzo fatto si quieta, si lasci stare; ma se torna a dare in disperazione dopo che si è quietato, si sciolga, per impedire, che si scortichi la testa, ed usando seco tutta la piacevolezza e sofferenza possibile, si procuri d’ottenere l’intento a forza di carezze, perchè vi si adatti di buona voglia, e giammai per forza; riflettendo, che la sua ostinazione non piglia origine che dalla sua natura permalosa, e superba, che solo col tempo, con la sofferenza, condescendenza, e lusinga, può essere superata, quando che il rigore la ributta, e la mette in disperazione, ed in specie, se a questa si riunisce lo spirito, ed il coraggio; e di qui ne viene, che i Cavalli di questa natura sono rigettati da taluno per indomiti, quando alle mani d’un altro riescono eccellenti, e dell’ultima saviezza.

E però a quegli di quest’indole, conviene seguitare a far loro la scuola sopraddetta alla volta; e prima d’impegnarsi a legarli in stalla, si assuefaccio a star legati al palo ch’è piantato in mezzo alla volta (dove si possano sfogare senza rischio di farsi del male) tanto che arrivino a conoscere l’impossibilità di potersi sottrarre con la forza dalla suggezione della cavezza, e restino convinti, che lo sforzo che fanno, non apporta loro, che un inutile strapazzo e pregiudizio: e perchè non ricevendo dal Garzone che carezze e servitù, non abbiano luogo di pigliarsela che con il palo, che a loro resiste; così saranno obbligati a pigliare affetto a chi da esso gli libera, e dal quale hanno ricevuto sempre carezze, assistenza, e governo.

Si conducano questi a bere a mano, con la solita avvertenza di fermargli semprechè fanno qualche spaglio, o tentativo di scappare, per far loro carezze ed acquietarli con voce lusinghevole, e si riconducano pure a mano in stalla appartata degli altri, per evitare che questi non sieno messi in scompiglio; ivi si lascino in libertà, fino a tanto che non si fieno adattati a star fermi al palo, poichè allora si possono tener legati anche in stalla, e per assicurarfi che non segua inconveniente alcuno nella notte, per qualche paura presa d’un gatto, o di qualche topo, che possa passare a traverso alla mangiatoia o rastregliera. Nelle prime sere che stanno legati sì questi, che tutti gli altri, avverta la guardia prima di andare a letto di dare una scorsa per tutta la scuderia, e sciolga i cappi di tutti i venti delle cavezze, senza rimuoverli dal loro luogo, a solo oggetto, che se al Puledro nella notte occorresse di dare in dietro possa scorrere senza far resistenza, ed esimere così medesimo, dall’impegnarsi di tirare a strapparlo con pericolo di farsi male, e d’incitare anche gli altri a fare il simile. Se le guardie di giorno devono star sempre vigilanti e pronte ad accorrere dove richiede il bisogno, molto più lo devono fare la notte ch’è più sottoposta agli sconcerti.

Nel tempo che li fanno girare alla volta, non torna male raccomandare al palo ch’è in mezzo ad essa, l’estremità del vento della cavezza, in forma che possa girare senza avvoltarsi al medesimo palo, tenuta con la mano alta, (perchè non possa sdrucciolare a basso,) da un garzone, nel tempo che un altro regola il Polledro, con tenere il restante del vento della medesima cavezza raddoppiato in mano, per poterlo allentare quando bisogna come si è detto, o lasciarlo andare del tutto quando più non può resistere da se allo sforzo del Poliedro, acciò venga gastigato dalla botta che riceve per la resistenza improvisa del palo, allor che credeva di essere restato libero, e per cui conoscendo, che i suoi sforzi non solo li sono inutili, ma anche pregiudiciali e dannosi, perda così la speranza di poter ottenere da essi il suo intento; in questa forma s’induce dipoi ad obbedire, ed a cedere, subito che sente tirarsi, tanto più se la sua obbedienza viene ricompensata dalla carezza con l’offerta dell’erba, e dalla ceduta del vento della cavezza che seconda il suo intento, perchè lo libera dalla suggezione che l’incomoda, e li fa comprendere che da se stesso si procaccia il male, non venendogli cagionato da chi lo tiene; e ne averà di ciò una conferma, se nel darli l’erba, riesce al garzone con stender la mano ed il braccio adagio adagio di arrivare a grattarli la testa verso la fronte, (non dico verso del muso perchè vi sono di quegli che sono gelosi di esso) e molto meglio se arriva a poterlo grattare in mezzo al crine, dove tutti i Cavalli, ma in specie i Polledri, hanno sempre un gran prudore, e per conseguenza molto piacere provano nell’essere grattati, come ad evidenza lo dimostra lo stender che fanno del collo in tale atto.

Non v’è certo, cosa che sia più efficace per far perdere al Polledro il sospetto che ha dell’uomo, quanto il grattarlo; poichè un tal benefizio lo convince col fatto, dell’errore in cui egli è, e però quanto più presto riesce al garzone di metterli la striglia addosso, tanto più presto se io affeziona, di maniera che, in vece di sfuggirlo, egli medesimo va in cerca di lui, e desidera d’averlo sempre intorno; onde si lascia fare dal garzone tutto ciò che vuole, e taluno li si asseziona in forma, che arriva a rallegrarsi e mettersi in moto, per andarli incontro quando io vede, ed a rignare per chiamarlo secondo la sua maniera.

Tutto all’opposto segue, quando chi lo governa li dà il minimo disgusto collo sgridarlo, col batterlo, o col permettere che la cavezza lo scortichi in qualche parte della testa, perchè oltre il maggior tempo, che li converrà impiegare per addomesticarlo, si metterà a rischio di farli pigliare qualche credenza, che non possa più superarsi; tanto più se il Poliedro è dotato di gran spirito, e di natura permalosa, e collerica, come bene spesso si vede nei Cavalli fatti, e vecchi. Il frapporre tra il Garzone, ed il Polledro un piccol Cavallo savio, è un compenso molto opportuno, per poterlo strigliare, accarezzare, e maneggiare per tutto senza pericolo d’essere offeso.

Allorché è riuscito al Garzone d’affezionarsi il Polledro, in forma di lasciarsi strigliare e ripulire con piacere, potrà cambiarli la cavezza lunga di corda, con una di corame, per tenerlo legato con due venti alla mangiatoia, come i Cavali fatti, e potrà servirsi d’un cavezzino di corda, pure a due venti, per strigliarlo, voltato alle colonne; e nel tempo che lo striglia lo deve assuefare a tenere prima il filetto in bocca, e di poi la briglia, e con essi dovrà farli la solita scuola alla volta, servendosi però della solita cavezza lunga per regolarlo; una tale scuola è necessario fargliela fare almeno una volta il giorno, non solo perchè sempre più s’avvezzi ad essere obbediente alla chiamata, ma anche per farli fare esercizio; affine che il troppo riposo non gli apporti pregiudizio, per cavarne poi maggior profitto, è duopo farlo lavorare da tutte due le mani, e così terminata la lezione dalla mandritta, si pari, li si faccia le solite carezze, e dipoi si faccia voltare adagio adagio, e si ricominci dalla sinistra, prima di passo; da questo col sollecitarlo si faccia entrare nel trotto, e col pressarlo maggiormente si obblighi a passare al galoppo senza curare in questo principio, che vada giusto, o falso.

Tornato in stalla si rileghi alle colonne tanto, che si raffreddi (perchè non torna bene il metterlo a mangiare quando è riscaldato) ed in questo frattempo è molto opportuno di farli vedere e annusare la bardella e la sella, ed annusata che l’abbia può rimettersi in luogo, che la possa sempre vedere, e dopo voltarlo alla mangiatoja, che così facendo, non solo perderà più presto il sospetto, ma averà piacere che li sia portata ad annusare, per poter più presto andare a mangiare.

E per prepararlo a riceverla sul dorso, in questo tempo di riposo, se li deve mettere una cigna, fattali anch’essa prima annusare, e riconoscere, ed indi mettergliela con maniera addosso senza fermarla, tenendovela con la mano, tanto, che perda il sospetto, ed in seguito perdutone il sospetto appuntargliela, e lasciargliela addosso per tutto quel tempo, che si tiene in riposo e finché non si volta alla mangiatoia.

E allorché la sella, o bardella non li reca più apprensione se ne gli accosti adagio adagio una punta di essa in mezzo dei crini del collo, e con essa grattandolo si faccia sdrucciolare sino sul dorso sempre agitandola in su, e in giù, come si sa con la striglia, indi con maniera li si levi da dosso, e fattagliela di nuovo anusare, si rimetta al suo luogo, e si volti il Polledro alla mangiatoia. Si continui così per qualche giorno, tanto che ne perda affatto ogni sospetto, che allora può apuntarsi con la cigna sol quanto basti a non poter dar la volta, ed andarli sotto la pancia, in caso che il Poliedro si movesse, o facesse qualche spaglio, e può tenerlisi addosso tutto il tempo che si tiene alle colonne.

Ridotto a questo grado può consegnarsi allo scozzone, perchè io assuefaccia a portar l’uomo con ’istesso piacere che ha di averlo intorno e di essere da lui accarezzato; il che riuscirà con somma facilità quando sia tenuto quel medesimo metodo che io ha reso affezionato al garzone che lo custodisce, fin’ora descritto.

E per ottenere un tale intento, lo Scozzone si faccia cavar fuora dalla stalla il Polledro armato solo con la cigna, e con la briglia o filetto in bocca, con le redini de’ quali fermate attorno al collo o alla testa, (di maniera che non resti per regolarlo se non che il vento lungo della cavezza) preso questo in mano prima di ogni altra cosa, si accosti dipoi al Poliedro per fargli gran carezze, alfine di cattivarsi la sua benevolenza, indi con il metodo istesso che ha tenuto, il garzone li faccia fare la lezione solita alla volta grande, all’una e all’altra mano, per riconoscere la sua obbedienza, e trovata a dovere, faccia mettere alle redini della briglia un vento dell’istessa lunghezza di quello della cavezza, e torni a farli fare nuovamente la lezione con servirsi solo del vento della briglia per fargli le chiamate; quando poi questo non basti, e vi sia bisogno di maggior tenuta, metta in opera unitamente anche quello della cavezza, ma col col tirare ed allentare senza mai far seco alle braccia. Il Polledro deve lavorar sempre sopra di se, senza appoggio alcuno alla mano, così il Cozzone deve servirsi dei venti, sì della briglia, che della cavezza, solo per far con essi le chiamate che occorrono, staccate, con tirare e lasciare, perchè s’avvezzi ad obbedire senza resistenza; e se il Polledro quando sente la chiamata in vece di cedere, forza la mano, o stracica seco il Cozzone, egli raccomandi l’estremità del vento al palo, come si è detto sopra, perchè trovi in tal caso resistenza maggiore della sua, e con il vento della briglia lo regoli; ma non permetta mai che lavori appoggiato, forzando la corda, e però lo fermi sp..., lo tiri, e lo lasci quando vi si attacca, affinchè per sfuggire l’incomodo che li cagiona la tirata, venga ad essere obbligato di abbandonare l’appoggio, e terminata la lezione lo rimandi in stalla.

Quando rende la dovuta obbedienza alla chiamata senza contrasto e di buona voglia, potrà metterlisi la Bardella o Sella, al palo della volta, e non già in stalla per non azzardare che nel muoversi pigli paura, e scappato di mano al garzone corra rischio di farsi del male, o di tornare a rimettersi in sospetto come prima.

Messali la sella, e raccomandato il vento della cavezza, secondo il solito al palo, lo faccia muovere adagio adagio, per farli fare la solita lezione, e se nel sentirsela addosso piglia sospetto, e si mette a saltare, avverta bene di non accrescergli il sospetto con gridarlo, e lo lasci sfogare, affinchè conosca da se, che ella non gli apporta pregiudizio alcuno; lo acquieti dipoi con voce lusinghevole, e lo pari, e tenutolo un poco fermo gli raddoppi le carezze, lo rimuova, e lo rifermi, fino a tanto, che non si sia dato pace, e se lascia la difesa li faccia compiere la lezione; ma se continua a disperarsi, e a dare in pazzie, quietatolo alla meglio con la solita piacevolezza, li faccia levar la sella d’addosso, e per rimetterlo quiete torni a farli rifare la lezione senza la medesima, prima di rimandarlo in stalla; indi la mattina susseguente faccia l’istesso, e duri così sino a tanto, che non s’induca a soffrirla con indifferenza, (nulla importando che in questo tempo faccia la lezione bene o male) ed allora li cali giù le staffe perchè le senta. Per preparare poi il Polledro a lasciarsi montare, e a portar l’uomo addosso, molto opportuno è che il garzone che lo governa lo abbia avvezzato fin da principio con la solita piacevolezza a riconoscere il montatore, o dopo terminata la lezione, o in qualche ora oziosa del giorno; ma se ciò non è seguito, conviene che lo faccia lo scozzone, quando ch’è in stato di poter esser montato.

Deve il montatore esser situato al termine di una muraglia nella sua cantonata, o a campo aperto, perchè il Cavallo che deve servire alla guida possa incrociare il Polledro, in forma che la testa del medesimo venga a restar dirimpetto alla coscia dell’uomo che deve far la guida, e possa tenere il vento della cavezza corto in mano quanto vuole, e quanto è necessario per potere impedire che il Poliedro possa mettere la testa tra le gambe, come sogliono fare i Polledri, quando presi dal sospetto si mettano in difesa.

La prerogativa più essenziale del Cavallo è senza dubbio quella di star fermo al montatore ed alla staffa, quando deve esser montato, onde anche la maggior premura dello scozzone deve esser quella d’accostumarcelo fino da principio, non lasciando intentata cosa, che possa contribuire ad ottenere un intento di sì gran conseguenza. Condottolo dunque ad esso, vi faccia montar sopra il garzone, affinchè col vento, che ha in mano io tiri a se tanto di potere arrivare a farli carezze nella testa e nel collo, con grattarlo in mezzo al crine nel tempo istesso, che con la voce lusinghevole lo invita a riceverle; lo scozzone di poi fatte sospendere al garzone le carezze si accosti con buona maniera al Polledro, e li presunti un poco di erba, indi con un bacchettone toccandoli dolcemente la groppa dalla parte opposta al montatore procuri di farcelo accostare anche egli, e fe non corrisponde a questa toccata, abbassi il bacchettone e gli tocchi con esso il piede destro di dietro per farglielo muovere, ed obbligarlo così ad obbedire, e per poco che lo muova desista da importunarlo; indi li ripresenti immediatamente l’erba, ed ordini al garzone di farli anch’esso le sue carezze, per farli comprendere ciò che vuole; fatto questo, di nuovo li ritocchi la groppa ed il piede, con fregarli e l’uno e l’altro col bacchettone, più tosto che batterlo con esso, che così facendo con più facilità si presterà ad obbedire; e se in vece d’obbedire si confonde, e piglia sospetto, desista di più chiamarlo e fatteli gran carezze lo rimandi in stalla per non impegnarlo la prima volta ad una difesa dichiarata; poichè troppo preme, che da principio non vi pigli apprensione.

Usando una tal sofferenza e piacevolezza, in breve tempo otterrà il suo intento. Ma all’opposto quando s’impegni d’indurlo al suo volere per via di castigo e di rigore, gli farà pigliare tale avvezione e ostinazione, che non sarà più possibile di superarla, come giornalmente lo danno a divedere nelle Cavallerizze anche i Cavalli più vecchi.

Vero però è, che la troppa condescendenza tal volta cagiona l’istesseo inconveniente: onde è necessario, che quando lo scozzone vede l’ostinazione, esamini da che ne viene l’origine, e se riconosce che ciò provenga da sospetto che gli offusca la mente, e lo confonde in forma, che più non è capace di capire ciò che da esse si vuole, continui, e raddoppi pure francamente in tal caso la sua sofferenza e condescendenza, sicuro di non pigliare sbaglio; ma quando sia assicurato, che il suo impegno dipenda da pura malizia, è duopo di venire al castigo per obbligarlo ad obbedire per forza

Difficilmente s’incontra nei Polledri di prima doma, difesa di pura malizia, se sono presi con piacevolezza, ma quando ciò non ostante segua, e che è d’uopo di mettere in opera il castigo non deve mai questo essere eseguito dallo scozzone che deve montarlo, nè tampoco dal Garzone che deve governarlo e custodirlo, poichè tanto l’uno, che l’altro non deve far mai cosa che possa cagionarli disgusto; ed è cosa di troppa conseguenza che io scozzone se lo affezioni, per evitare che non li serbi la vendetta quando io ha addosso, col ricusargli l’obbedienza e col tentare di gettarlo a terra per dispetto. Però nel caso di dover procedere al castigo deve supplire alle veci dello scozzone un aiutante o il Cavallerizzo, ed il Cozzone deve subentrare a quello del Garzone con salir lui sopra il montatore, e lasciare che l’aiutante lo tenga da terra. Ma ciò non basta per potervi riuscire con buon successo: conviene allora anche il cambiarli la Cavezza in una seghettina fatta a guisa di musarola, e questa deve esser posta sopra il naso in tal distanza, che non possa mai cascare sopra le froge, e serrarli il respiro, passando i suoi venti per affibbiarla là dove la testiera della Briglia si unisce al morso: abbia questa attaccati alle sue campanelle due venti lunghi di corame (per maggior comodo tenerli in mano) compagni a quello che deve essere aggiunto alle redini della briglia; uno di questi ne pigli in mano io scozzone che deve salire sopra il montatore, per tirare il Polledro a se, per poterli far carezze, come faceva il Garzone, e l’altro vento con quello della deve esser tenuto dall’aiutante; altr’uomo, sia scozzone, garzone, o aiutante, pur che non sia quello che lo custodisce o che deve montarlo, con un frustone e con una bacchetta in mano li si ponga dietro, ma da parte, per poterle castigare quando bisogna.

Allora il Cozzone dal montatore faccia le sue carezze meglio che può al Poliedro, ed indi l’aiutante da terra li presenti l’erba con voce lusinghevole; dopo accarezzato così, quello che ha la bacchetta e frustone in mano, con buona maniera li tocchi la groppa da parte, dicendo con voce piacevole sotto, per farlo accostare al montatore, o sì vero li tocchi piano i piedi di dietro, or l’uno or l’altro, continuando sempre a dire sotto, e per poco ch’ei gli muova, da tutti li si facciano carezze, perchè intenda quello che si vuole; e se al tocco piacevole della bacchetta non si muove, si batta più forte, e si cambi la voce lusinghevole, in imperiosa e di comando, gridando forte sotto, per intimorirlo; indi se in vece d’arrendersi alle lusinghe ed alla piacevolezza s’ostina con dispetto, e ricusa di obbedire, si sgridi con voce ardita, e si batta con forza e con ostentazione il frustone in terra; e se pure a questo resiste si perquota con esso con la maggior forza, sgridandolo nell’istesso tempo con la maggior energia; e quando tenti di sottrarsi castigo con fuggire in avanti, l’aiutante lo prevega con sgridarlo arditamente, e con castisarlo anch’esso per tenerlo in dovere con le botte replicate di mano in mano con il vento della seghetta, affinchè resti dall’uno e l’altro castigo spaventato, e prenda timore, e nell’istesso tempo lo Scozzone tenga forte il suo vento per impedire che possa riuscirli di scappare avanti, ma senza parlare, perchè non s’avveda che anch’egli si accorda con gli altri a farli del male, e subito che sia ritornato in se dallo spavento, lo Scozzone lo acquieti, e lo lusinghi con la voce piacevole, e con le solite carezze procuri di consolarlo; dipoi li faccia ancora il medesimo l’aiutante, con presentarli dell’erba, e parlarli con piacevolezza, ed allora quello, ch’è di dietro torni a toccarli dolcemente con la bacchetta la groppa o le gambe, dove vede che ha più propensione di muoversi, ed al minimo cenno che faccia di obbedire al tocco della bacchetta, o alla battuta in terra del frustone, si desista subito di più importunarlo, e li si rifaccia da tutti carezze, perchè comprenda da questo, che il castigo non gli è cagionato che dalla sua disobbedienza; si rimandi poi in stalla senza farli far altro in quella mattina per non confonderlo.

Si continui così per qualche giorno crescendo e diminuendo il castigo e la carezza, a proporzione che richiede la difesa o l’obbedienza in forma però, che la sufferenza e la piacevolezza sia sempre preferita al castigo, dando luogo che anche il tempo possa contribuire a fare ottenere l’intento desiderato, come seguirà infallibilmente.

E’ un errore di somma conseguenza in quelli che fanno montar dall’uomo il Polledro prima di averli levato affatto il sospetto, e prima di averlo reso del tutto mansueto e affezionato all’uomo, con la lusinga che hanno di poterlo ridurre a questo segno con progresso di tempo e con la fatica; questo solo può riuscire nei Cavalli di natura mansueti, docili, e di poco spirito, ma non già in quei dotati di gran spirito e coraggio; in specie se sono di natura collerici e superbi, facili al minimo disgusto di divenire furibondi, e di perdere, come si suol dire, il lume degli occhi senza sapere cosa fanno; i quali per esser mancanti di raziocinio conservano sempre per tutto il tempo della vita loro quegl’istessi pregiudizi nei quali si sono confermati nella prima doma; ed in vece che tali pregiudizi vadano in essi con l’andar del tempo scemando, divengono sempre maggiori, di maniera che se incontrano in un padrone che non sappia tenerli in dovere, pigliano verso di esso un sopra vento tale, che per esimersi dal pericolo che li sovrasta, è egli obbligato di disfarsene con scapito, e con gran dispiacere, stante la bravura loro; quindi è che il tempo, che in apparenza pare che con questo metodo si perda inutilmente per ridurli a questo segno, è ben ricompensato in appresso dalla riuscita ottima e superiore ad ogni altra, che fa il Polledro dotato di spirito e valore.

Ridotto dunque il Polledro, mansueto, a star fermo al montatore, senza sospetto può condursi ad esso armato di sella o di bardella, come più piace al Cozzone che deve montarlo, senza briglia in bocca, con la cavezza lunga di corda, e sopra di essa un cavezzone con i venti corti, perchè il medesimo li possa tenere in mano quando vi è sopra, e questo sia pure di corda incapace di cagionar tormento, perchè la sua tenuta sia consimile a quella della cavezza che tiene la guida.

Indi fattolo dall’aiutante accostare al montatore, secondo il solito, il Cozzone li faccia le sue carezze, e venga allora avanti la guida; la quale ricevuto che abbia dall’aiutante il vento che teneva, si accomodi questo in mano di maniera che possa tenere la testa del Polledro in alto, per impedirli di poterla mettere tra le gambe, in caso che pigli sospetto nel sentirsi lo Scozzone addosso, e voglia mettersi in difesa.

Allora il Cozzone torni a farli le solite sue carezze, e faccia finta di volerlo montare con mettere con maniera e destrezza il ginocchio e la gamba sopra l’arcione della sella per due o tre volte, e l’ultima volta tenendo sospesi la gamba che aveva posato sopra l’arcione, lasci che la guida si conduca via adagio adagio il Polledro, perchè impari ad andare sotto la mano, nella gita che dipoi deve fare con l’uomo addosso.

Adattato che si sia il Polledro ad andare sotto la mano della guida, ed a obbedire alla chiamata di essa, lo Scozzone presi in mano i venti del cavezzone, e fatta la solita finta di montarlo, posto il ginocchio sopra l’arcione, in vece di levarlo per tornare sopra il montatore entri in Bardella in forma che il Poliedro senta il peso del suo corpo nel posarsi senza aver sentito colpo o scossa alcuna; se il Polledro a questo sta fermo egli li faccia carezze, e ritorni sul montatore, fermi allora i venti del Cavezzone che aveva in mano alla Bardella, perchè non caschino, e rifatta vista di rimontarlo lo lasci in libertà alla guida, perchè possa fare la solita sua gita senza esso sopra.

Ma se nel sentire il peso piglia sospetto, e si discosta dal montatore, la guida lo tenga fermo ed egli lo accarezzi, procuri di levargli il sospetto, e dipoi salti con destrezza in terra, vada a farli carezze, e li dia un poco d’erba; poi risalito sopra il montatore li faccia carezze, e fingendo di volerlo rimontare, senza però farlo, la guida li faccia fare la solita gita.

Seguiti così fino a tanto che il Polledro non si è avvezzato a vedersi e sentirsi montare, e scendere io Scozzone da dosso, senza dimostrarne apprensione alcuna come se fosse un Cavallo fatto, ed allora montato che vi sia, e stato prima un poco fermo lo faccia muovere dalla guida, ma adagio adagio di passo; e se impauritosi tenta di saltare, la guida io tenga fermo, e glie io impedisca con tenerli la testa alta, ed esso di sopra lo acquieti sempre con voce lusinghevole, li faccia carezze, e poi lo rimuova due passi; e se torna a voler saltare, la guida torni a impedirglielo con tenerle fermo, egli torni a farli le solite carezze, indi salti a terra, vada alla volta sua per riaccarezzarlo, io riconduca al montatore, e dopo fatta la solita vista di montarlo la guida se lo conduca via come ha fatto le altre volte, e seguiti così sino a tanto che non si sia ridotto a portar l’uomo con quiete, e senza suggezione.

Può allora cambiarsi la Bardella in una sella perchè io Scozzone possa prevalersi delle staffe, e la guida può andare allentando a poco a poco la sua tenuta, tanto che il medesimo possa da se regolare con le sue chiamate il Polledro, senza abbandonare il metodo sin qui tenuto di pararlo spesso per farli carezze.

Terminata la lezione, scenda con l’aiuto della staffa adagio adagio, perchè non pigli sospetto di questa novità, e se sta fermo li faccia carezze e io rimandi in stalla, e se ha fatto qualche spaglio non io lasci prima d’averlo sincerato, e rimesso in quiete; la mattina dopo sceso che sia, e fatte che gli abbia le solite carezze, rimetta il piede in staffa con buona maniera, e si sollevi da terra tanto che il Poliedro arrivi a sentir il peso del suo corpo, e vada così a poco a poco assuefacendolo a sentisi montare, star fermo, e scendere di su la staffa; in questo tempo la guida li tenga la testa alta per obbligarlo a star fermo, accarezzandolo con la voce lusinghevole, non solo egli, quanto lo Scozzone sino a tanto che si conosce, che il Polledro sta coll’animo sospeso; dipoi a seconda, che si vede, ch’egli va perdendo l’apprensione, può metterli il ginocchio adagio adagio fu la groppa, e di lì tornare a reggersi su la staffa; e se sta fermo, di lì a tornare a metterlo su la groppa, e se si muove egli procuri con star fermo su la staffa di quietarlo con le carezze, e indi metta il piede a terra e io rimandi in stalla; nè mai pretenda d’esigere obbedienza dal Cavallo tutt’in una volta, ma si contenti d’indurlo al suo volere a poco a poco, guadagnando terreno come si suol dire a palmo a palmo, in specie quando si tratta di difesa di sospetto, che solo la sofferenza e la carezza hanno attività di superare in chi non è capace di raziocinio. Avvezzato che sia a soffrire il ginocchio su la groppa, può il Cozzone francamente di lì entrare in sella, e dalla sella rimettere il ginocchio su la groppa, e indi sostenutasi alquanto sopra la staffa, mettere il piede in terra, e con questo metodo togliere ogni sospetto, e qualunque apprensione che possa esser cagionata al Polledro dal montarlo e scenderlo con l’ajuto della stassa; montato che vi sia sopra, abbia sempre l’avvertenza di tenerlo alquanto fermo prima di metterlo in moto affinchè s’avvezzi a non partire, senza che ne preceda la chiamata di chi ha sopra.

Chi ha piacere, che il suo Cavallo sia ridotto a questo segno, creda pure con sicurezza di non sbagliare, che quanto più lo Scozzone averà sofferenza, tanto più presto ridurrà il Polledro al suo volere ed a quella docilità che si desidera; essendo indubitatamente falsa, ed inopportuna la tema, che una tal sofferenza sia per cagionare un inutile perdimento di tempo poichè all’opposto l’esperienza m’ha fatto conoscere, che anzi dall’affrettarsi malapproposito ne deriva il disordine, e tutti quei pregiudizi di questo genere, che bene spesso si vedono nei Cavalli fatti, non ostante, che vengano generalmente attribuiti tali difetti a tutt’altra cosa.

Quando lo Scozzone vede che il Polledro ha perduta ogn’apprensione di sentirselo addosso, e che nell’andar di passo rende obbedienza alle sue chiamate in forma che la guida non li serva che di compagnia, può chiamarlo al trotto, e reso obbediente a questo, può passare a chiamarlo al galoppo; indi può francamente abbandonare la tenuta della guida con farsi dare il vento, che teneva per raccomandarlo alla Sella di maniera che non possa cadere; ma con tutto questo la guida seguiti per qualche altro giorno a tenerli compagnia, andando or avanti, or di fianco, ed or restando addietro tanto che il Polledro senza avvedersene si trovi a lavorar da se solo; e se a caso in questo principio si confonde, e s’imbarazza senza saper cosa fare, torni subito la guida a rimetterlo in dovere: E per evitare un tale sconcerto, opportuno è di sguidarlo la prima volta nel tornare verso la stalla; quando poi si vuole abbandonare per sempre la guida, si faccia questa passare tanto avanti, che si perda di vista, perchè così il Polledro con l’idea d’andar dietro alla guida non averà difficoltà alcuna di proseguire in avanti, e molto meno l’averà di tornare addietro per il piacere che ha d’andar verso la stalla.

Ma prima d’abbandonare affatto la guida non tornerà male, e sarà molto opportuno, che egli sia condotto con essa in campagna, e per la Città, a fin di sfrontarlo, e farli perdere anche quel sospetto, che suol cagionarli la novità dei diversi oggetti che li si presentano davanti; inoltre incoraggito dalla compagnia della guida con maggior facilità verrà egli a superare quelll’impressione, che suol rendere i Polledri di prima doma restii, sospesi, ed irresoluti (difetto di somma conseguenza nei Cavalli quando vi si sono confermati) per il che convien per tempo fare ogni possibile per togliere alla fantasia del Polledro una sì pregiudiciale impressione con la solita piacevolezza e sofferenza: unico espediente, che abbia attività, come ho detto sopra, di superare i difetti che provengono da sospetto, poichè facendoli temere il male, anche dove non è, il castigo conferma il Polledro in tale opinione, più tosto che distornarlo da essa.

Finalmente per rendere compito del tutto l’impegno preso di rendere il Polledro in stato di potere andare incontro con presenza di spirito, e con la dovuta fermezza a qualunque nuovità che possa pregiudicare, e servire d’ostacolo a quella mansuetudine e docilità con cui deve prestar cieca obbedienza al voler del Cavaliere in qualunque occasione e riscontro, lasciata libera la mattina alle funzioni sin qui descritte, possono il Garzone, Cozzone, e Aiutante prevalersi (per poter ottenere più presto l’intento) del restante del giorno per farlo assuefare al suono della tromba, e del tamburo, allo sparo del mortaletto, della pistola, e del fucile, a vedersi sventolare attorno e d’avanti agli occhi la bandiera, ad aprire e serrare in faccia, di dietro, e dalle parti l’ombrello, perchè non ne abbia paura nel caso di doversene servire quando uno vi è sopra, a vedere finalmente il fuoco acceso, accostarsi ad esso, e passarvi anche coraggiosamente e con franchezza sopra, senza titubare. Se è Cavallo, che deva servire alla guerra, d’uopo è ancora che sia avvezzato a vedere ed a calpestare figure d’uomo, busti, teste, e braccia rotte formate di cartone, o tela dipinta ripiena di paglia, e cose simili, perchè non possa mai giungerli niente di nuovo.

Due sono le ragioni che rendono questo metodo il più pronto ed il più sicuro: una è perchè il Polledro essendo di minor coraggio del Cavallo di maggiore età, è sempre più docile di esso, e meno di lui sottoposto ad ostinarsi nella difesa ed a rigettarsi: l’altra è, perchè la recente riprova che ha avuta, che tutte le passate novità che gli hanno cagionato sospetto, e fatto paura non gli hanno apportato che carezze e profitto, non poco contribuisce a minorare in esso s apprensione, ed a lusingarlo che anche queste ultime novità saranno per produrli l’istesso effetto e vantaggio; e dal veder subito verificato il pronostico ideatosi delle carezze che riceve anche in questa congiuntura, verrà a restar dileguata quell’impressione che a prima vista aveva cagionata in lui il sospetto di esse.

Ridotto dunque il Polledro alla sopradetta mansuetudine, docilità, e fermezza di spirito, convien passare a dirozzare e facilitare quell’elasticità che la natura ha somministrato in essere per il bisogno solo delle azioni naturali alle parti della macchina, che concorrono con l’opera loro a formar quel concerto con lo spirito, dal quale dipende l’obbedienza del Cavallo; affinchè possano le medesime essere suscettibili, e pronte senza ritardo all’impulso che deve lor dare la potenza motrice, allorché devono entrare in azione, come dimostrerò nel seguente Capitolo.


Dell'obbedienza del cavallo image4.gif

CAPITOLO SECONDO


Del modo di promuovere e di risvegliare l'elasticità dei legamenti che deve eseguire le azioni del Cavallo da Campagna, e da Guerra.


Siccome la natura non somministra ai legamenti delle parti della macchina che devono eseguire le azioni di essa, altra elasticità che quella, che è solo sufficente a supplire ai bisogni suoi naturali, dando solo facoltà all’arte di promuovere e risvegliarne in essi quella maggiore di cui sono capaci, e a seconda che lo richiedono le altre azioni di maggior forza, e di maggior attività; così l’elasticità sopraddetta accordata loro per supplire al bisogno, non è bastante all’esecuzione delle azioni del Cavallo che deve servire in campagna, e molto meno di quello, che deve servire in guerra.

Vero è, che anche queste devono essere semplici e naturali, ma è altresì vero, che ciò non ostante devono essere ancora vistose, sciolte, e pronte, per quanto comporta la respettiva disposizione della macchina, a differenza delle prime, che non può a meno, che non siano legate, rozze, ed infingarde, come si vede nei Polledri che vengono di campagna.

Quindi è, che per formare un Cavallo da Campagna, e da Guerra, come mi propongo di fare in questo secondo Capitolo, è d’uopo di ricorrere all’arte, perchè da essa sia promossa nei legamenti quella maggior elasticità che richiedono le sue azioni, e affinchè queste sieno di quella perfezione e risalto che permette la costruzione della propria macchina.

Ma prima di metter mano all’opra, conviene stabilire e mettere in vista qual sia il principio su cui è fondato il nuovo metodo che dovrà tenere il Cavallerizzo, per ottenere l’intento sopraddetto.

E’ d’uopo di rammentarsi, che dall’esame fatto della natura e della costruzione della macchina del Cavallo si è rilevato ad evidenza: primo, che allo spirito, o sia potenza motrice si appartiene di dar moto, e forma alle azioni tutte della macchina: secondo, che alle gambe si aspetta l’esecuzione di esse: terzo, che a quelle d’avanti appartiene il portare, ed il sostenere il maggior peso: quarto, che quelle di dietro devono sostenere il minore, e regolare le azioni e l’equilibrio d’esso, con spingerlo più e meno in avanti, per mezzo dell’elasticità loro e a seconda del bisogno e dell’impulso che ricevono dalla potenza motrice.

Si è rilevato di più, che dalla virtù elastica dei legamenti che tengono insieme le congiunture, e le snodature delle gambe, proviene il risultato, e la prontezza maggiore delle azioni: e che siccome tali azioni non possono esser eseguite, che a seconda del meccanismo stato accordato dalla natura alla costruzione della macchina, così alla sola potenza motrice, che deve dar moto e forma ad esse, è stata anche concessa ad esclusione d’ogn’altro, la cognizione del meccanismo medesimo, perchè possa ad esso uniformarsi nell’eseguire il suo incarico.

Questa è la legge, che la natura ha prescritto alla macchina che compone il Cavallo, ed a questa istessa legge è appoggiato il nuovo mio metodo, e però, facile, spedito, e sicuro.

Se dunque alla potenza motrice solo è stata accordata la cognizione privativa del meccasmimo della macchina del Cavallo, com’è possibile mai, che possa cadere in mente umana che non sia priva di raziocinio la presunzione di mescolarsi alla cieca nell’ingerenza sua, con pretendere d’obbligarla ad agire diversamente da quello che esige il suo incarico e contezza?

Non può certamente il Cavallerizzo prendere parte alcuna nell’ingerenza della potenza motrice, poichè da ogni piccola resistenza ch’ella incontri nella sua tenuta di mano viene da essa immediatamente alterata l’azione, o impedita del tutto l’opera della medesima; e di qui ha origine l’applauso che risquote nelle Cavallerizze il temperamento di mano, fino a credersi grazia gratis data dalla natura, perchè questi lascia in piena libertà la potenza motrice di agire a suo talento, nel tempo istesso che il Cavallerizzo che io possiede, si dà ad intendere di regolar lui medesimo quell’azione, che dalla stessa potenza motrice viene eseguita, a seconda della sua ingerenza ed incarico; e ciò accade stante il non essere ancora stata conosciuta in esse la cagione, donde nasce il suo effetto.

Nè può il medesimo Cavallerizzo lusingarsi di potere esigere da alcuna delle quattro gambe esecuzione opposta al destino, e costruzione loro; e da una tal presunzione messa in opera, appunto dipendono, il perdimento di tempo, le difese, la poca riuscita, ed il rigettarsi che fanno nelle Cavallerizze medesime I Cavalli di spirito, e della maggiore disposizione.

Appoggiato a queste premesse, metta pure francamente il Cavallerizzo la mano all’opra e si faccia tirar fuori di stalla il Polledro già ridotto mansueto e docile, con il metodo prescritto nell’antecedente capitolo; sia questo armato di Sella, Briglia, e seghettina a guisa di musarola sul naso con tre venti lunghi, e siano questi di corame per maggior comodo di tenergli in mano, due attaccati alle campanelle della medesima seghettina, e gli altri alle redini della Briglia.

Al comparir che fa, li vada subito incontro per farli carezze, indi pigli in mano tutte tre le guide più corte che può vicino al muso, lo faccia allora girare attorno a se in maniera che la groppa formi un circolo più grande di quello che fa la spalla, andando di fianco, perchè tutti quattro i piedi agiscano in pista separata e diversa una dall’altra, adagio adagio di passo; nulla importando, che sia eseguita in più tempi interrotti, e che l’azione dei piedi sia irregolare; bastando sol che in questo principio obbedisca la groppa al tocco del bacchettone col muoversi alquanto in fianco, come fa quando da esso è chiamato ad accostarsi al montatore.

Può fare da se la chiamata il Cavallerizzo, con tenere tutti i tre venti nella mano sinistra, e nella destra il bacchettone, o farla fare da un aiutante, come più li piace, purché sia eseguita dall’uno o dall’altro, in maniera, che non possa mai apportare al Polledro il minimo disgusto e sempre che obbedisca o poco o assai si pari, li si faccia carezze, e li si dia un poco d’erba. indi si torni a farli l’istessa chiamata, e parata tante volte, quante fa d’uopo, perchè la groppa compisca intieramente il suo circolo, e nulla curi il Cavallerizzo se in questo principio tanto i piedi d’avanti, che quelli di dietro si imbarazzano, e non trovano la via d’agire in regola, ma tutta la sua premura sia, che la di lui tenuta di mano sia fatta con tal dolcezza, e temperamento, che lasci in piena libertà la potenza motrice di agire a suo talento: in oltre avverta bene, che non possa mai essere essa la cagione dell’imbarazzo dei piedi, come seguirebbe infallibilmente, quando l’azione della potenza motrice incontrasse in lei il minimo ostacolo ed impedimento all’esecuzione del meccanismo che richiede l’indole della macchina.

Se si riflette, che una tale azione riesce del tutto nuova alla potenza motrice, per non essere stata mai da essa messa in pratica per l’avanti, facile sarà il comprendere, che la confusione sua nasce dal non intendere ciò che da essa sì vuole, e se dopo che lo ha compreso, non corregge subito l’errore, è segno evidente, che depende allora il difetto dalla mancanza di quella elasticità nei legamenti ch’è necessaria per una tale esecuzione; che però conviene dar tempo, con la sofferenza, che l’esercizio ammollisca la durezza della tenzione loro, e venga così ad accrescere quella maggiore attività alla virtù elastica che fa d’uopo, perchè ella possa porvi riparo.

Eseguiti che abbia il Polledro, o bene o male i due circoli, uno più grande ed uno più piccolo, e per meglio dire i quattro circoli due più grandi dai piedi di dietro, e due più piccoli dai piedi d’avanti su la mano destra, dopo parato e fattoli le solite carezze, deve cambiarli mano e fargliene fare con l’istesso metodo quattro altri su la mano sinistra, per cominciarlo a dirompere da tutte due le parti. Quando non dimostri difficoltà d’eseguire una tal lezione, può fargliela replicare più d’una volta a tutte due le mani, con l’avvertenza però di non farlici pigliare, con l’eccesso, avversione; e terminata che questa sia, fatteli le consuete carezze, lo metta alla volta grande con piena libertà di mano, allungando le redini quanto comporta tutta la loro estensione, e tenendo quelle della briglia con la mano sinistra, e quelle della seghetta con la mano destra, ivi lo faccia andar di passo, poi di trotto, e da questo lo faccia passare al galoppo, con l’aiuto dell’Ajutante dietro, che deve farli paura con battere il frustone in terra, a seconda del bisogno; li faccia sempre che occorre, le chiamate con la mano della briglia, sì perchè si avvezzi a sentirla e conoscerla, sì perchè le chiamate di questa sono di meno tormento di quelle della seghetta, perchè meno sottoposte al contrasto; e non si serva della mano che domina la seghetta se non in occasione di doversi prevalere del castigo; e perchè non si assuefaccia a pigliare appoggio sulla mano, siano sempre le chiamate staccate con diverse riprese, vale a dire, con ricedere la redina immediatamente dopo la tenuta, lasciando ed obbligando così il Polledro ad agir sopra di se. Terminata la lezione dall’una e l’altra mano si rimandi in stalla senza farlo montare da alcuno, fino a tanto che egli non abbia inteso la chiamata della groppa, e non si presti con essa a compire interamente, e senza difficoltà i circoli più grandi all’una e all’altra mano, per non confonderlo, contentandosi che apprenda una cosa per volta.

Perchè possano essere eseguiti i quattro sopradetti circoli, conviene che i respettivi piedi della parte di fuora incavalchino quegli che restano dalla parte di dentro: onde dovendo essere eseguiti, per esempio, sulla mano destra, il piè sinistro d’avanti che deve formare il circolo più piccolo, cominci esse in primo luogo l’azione, incavalcando il destro: in secondo luogo il piè destro di dietro che deve formare il circolo più grande, faccia la sua azione in fianco: ed il destro d’avanti dipoi eseguisca la sua in terzo luogo, parimente di fianco, formando il secondo circolo più piccolo: finalmente il piè sinistro di dietro termini in quarto luogo l’azione con incavalcare il destro di dietro, formando il secondo circolo più grande, e viceversa, quando i circoli detono essere eseguiti sulla mano opposta.

Non può essere eseguita una tale azione senza che i piedi d’avanti non sostengano il maggior peso della macchina, e senza che quelli di dietro non sieno obbligati a piegarsi ed a mettere in opera l’elasticità dei legamenti loro; e siccome ella è del tutto uniforme al meccanismo della macchina, così non apportando al Polledro incomodo, mette immediatamente in grado la potenza motrice d’apprendere il modo di fare agire le parti della macchina in regola, a seconda dell’attività loro, ed insieme di promuovere quella maggiore elasticità che richiedono le azioni dei Cavalli da campagna, stante il trovarsi obbligato a formare a vicenda or l’una ed or l’altra gamba d’avanti in colonna, perchè possano reggere a lor turno il peso, in quel punto d’equilibrio che richiede di mano a mano l’azione che deve esser eseguita, così far piegare e molleggiare le gambe di dietro, perchè possano eseguire i circoli più grandi, e promuovere in tal guisa nei legamenti di esse quella proporzionata maggiore elasticità, che richiede l’azione.

La figura circolare, quando richiede che un piede incavalchi l’altro, quanto è sottoposta ad esser censurata, (perchè il piede che incavalca, col levare di forza l’altro rende l’azione difettosa) è ella vantaggiosa altrettanto per ottenere l’intento sopraddetto, stante l’attività che ha di promuovere, e risvegliare nei legamenti delle gambe di dietro quella virtù elastica, di cui si va in cerca, in specie quando queste devono agire nei circoli più grandi, per l’obbligo che hanno d’appoggiare l’esecuzione in gran parte al molleggio dei medesimi, come si è detto; e però al Cavallerizzo non deve fare specie alcuna il difetto dell’azione, pensando solo a ricavare da essa quel profitto che si è ideato.

Ma perchè tal volta il Polledro tenta di sfuggirne la suggezione che gli apporta il dover piegar l’anche, con stendere il collo ed il muso, ed intirizzire tutta la vita, per aver luogo di servirsi di esse a poter superare a viva forza qualunque resistenza della mano del Cavallerizzo, necessario è di prevenire una tal difesa con farlo agire col collo piegato dalla parte di fuora, perchè il peso della macchina sia sempre inclinato dalla parte opposta, ed in questo caso il Cavallerizzo, non solo deve permetterli l’appoggio sopra la sua mano, ma deve anche fare tutto il possibile, che il Polledro medesimo lo procuri e lo ricerchi; poichè un tale appoggio, oltre a impossibilitargli la difesa dell’intirizzimento, li facilita il soprammettere delle gambe, e per conseguenza contribuisce ancora all’adempimento del suo intento.

Acquistata che abbiano le anche una sufficente attività e scioltezza, può ridursi la figura circolare ad una specie di quadrato, perchè le gambe di fuora possano eseguire la loro azione laterale sprolungata in avanti, senza più sopramettere quelle di dentro, nè apportarli pregiudizio.

Il Cavallerizzo dunque in vece di girare in tondo, come faceva prima, vada in avanti, e formi una linea retta con i suoi piedi, acciocché il Poliedro pure possa fare l’istesso con i suoi: si fermi terminata che l’abbia, e faccia anche fermare il Polledro, indi senza muoversi faccia fare ad esse due o tre tempi in fianco con la groppa, tanto che si trovi sopra l’altre linee del quadrato, in maniera, che tutti quattro i piedi sieno in stato di potere eseguire liberamente le loro linee laterali, prolungate in avanti, senza che uno possa apportare impedimento all’altro, come fecero nelle prime linee già eseguite; qui pure si arresti il Poliedro prima di ripigliare la nuova azione, e indi con l’istesso metodo li si faccia terminare il quadrato.

Conviene qui, prima di procedere avanti, far riflessione ed avvertire, che le linee laterali sprolungate in avanti richiedono diversa azione dei piedi, e diverso equilibrio del peso della macchina (vale a dire più, e meno inclinato, e discosto dal suo centro) di quello che richiedono le linee laterali curve con le quali vengono tagliati dalla groppa gli angoli del sopradetto quadrato per farli prendere una tal qual figura circolare, che inganni l’occhio; quindi è che una tal diversità rende indispensabile l’arresto nei due punti dai quali si passa da una azione all’altra, perchè abbia luogo la potenza motrice di poter fare l’opportuno ed adattato cambiamento d’azione e di equilibrio; e siccome come ciò non può farsi da essa nel tempo che la macchina è in moto, così in tutte le azioni dove cade la minima mutazione, sia di equilibrio, sia d’azione, non può a meno che non preceda l’arresto, o almeno una sospensione che interrompa un’azione dall’altra, prima che si passi a ripigliare la nuova; e questo deve servire per regola generale in tutte le operazioni che si vuole esigere dal Cavallo in qualunque occasione, nessuna eccettuata. Al Polledro, che non ha acquistata anche la dovuta prontezza è d’uopo accordare l’arresto effettivo, ed ai Cavalli fatti, basta la sospensione.

Ridotto il Polledro al segno d’eseguire le linee laterali curve, e le linee laterali sprolungate, dove tutti quattro i piedi agiscono nella propria pista, si faccia passare alle linee curve semplici, nelle quali i piedi di dietro devono agire sopra le linee che vanno formando i piedi d’avanti.

Cade pure qui in acconcio di fare un’altra osservazione, per potere aver la cognizione necessaria della qualità e proprietà delle linee rette semplici, e curve, che molto differiscono dalle laterali sopraddette, per poter siffare quei principi che devono servire di regola nell’esecuzione delle azioni tutte.

Questa è; Primo: che essendo il Cavallo una macchina quadrilatere non può a meno che nel moto progressivo in linea retta non siano formate, dai piedi due linee paralelle (che nelle scuole sono chiamate piste) una dal piè destro, ed una dal piè sinistro ambedue d’avanti, e due curve dai medesimi piedi nel moto progressivo circolare, una più piccola dell’altra; a differenza del moto laterale, nel quale è forza, che ne siano formate quattro, una per ciaschedun piede, come si è veduto sopra.

Secondo: che per formare tanto le rette, che le curve semplici del moto progressivo, necessario è che i piedi di dietro agiscano nelle medesime linee che vengono di mano in mano formate dai respettivi piedi d’avanti.

Terzo: che le linee rette non ammettono differenza alcuna nell’azione dei piedi, per quello che riguarda l’estenzione del terreno che devono abbracciare, perchè ciascheduno di loro deve abbracciarne egual porzione.

Quarto: che il piede d’avanti, che la potenza motrice mette in moto il primo, è quello dal quale devono pigliar regola l’estenzione del terreno, la vivezza dell’azione, la prontezza, ed il sollevamento da terra di tutti gli altri.

Quinto: che quando l’operazione deve essere eseguita su la mano destra, deve essere cominciata dal piè sinistro d’avanti, e dal destro quando deve essere eseguita su la mano sinistra.

Sesto. che in linea retta, è in arbitrio del Cavaliere di farla eseguire su quella mano che più li piace.

Settimo: che nella linea retta, il peso della macchina deve esser sostenuto in egual porzione da tutti quattro i piedi con la distinzione che comporta l’indole della costruzione loro particolare, e specifica.

Ottavo: che nelle curve il piede di fuora d’avanti, perchè è sopra il circolo più grande, deve essere sempre il primo a cominciare l’azione, e mai il piede di dentro, (che farebbe errore contro la legge del meccanismo,) e non solo deve abbracciare maggior quantità di terreno, ma deve essere anche più scarico di peso di quello di dentro, che per essere sopra il circolo più piccolo deve abbracciarne meno dell’altro, a seconda che comporta la proporzione, e la differenza dell’uno e l’altro circolo, e deve sostener maggior peso.

Nono: che in esse i piedi di dietro devono secondare il respettivo loro piede d’avanti, sì riguardo alla quantità del terreno che devono abbracciare, sì riguardo al maggiore e minor peso che devono sostenere, a seconda però sempre della loro indole naturale con la dovuta proporzione.

La cognizione di tali principi, che pigliano origine dalla legge del meccanismo della macchina, e che però devono essere inviolabilmente secondati, non solo mette in vista chiaramente da che dependono li sbagli presi fin’ad’ora nelle Cavallerizze, perchè possano essere sfuggiti, ma addita anche il metodo che deve tenersi per far apprendere alla potenza motrice la maniera più facile e sicura d’ottenere dalle gambe la più esatta obbedienza d’esecuzione; e però ho creduto, (senza pigliare sbaglio) utile e necessaria una tal digressione. Torniamo dunque adesso là dove lasciammo il Polledro.

Allorché egli si presta ad eseguire le linee laterali sprolungate del quadrato sopraddetto, molto proficuo è di fare interrompere ed intramischiare le medesime dalle linee curve semplici, con un tornetto negli angoli di esso; e però seguito l’arresto al termine delle prime linee laterali, in vece di fare tagliare alla groppa l’angolo, si formi in esse un tornetto di sole due piste di linee curve progressive, con dare al Polledro maggior libertà di mano, perchè possa abbandonare le linee raddoppiate laterali, ed i piedi di dietro possano secondare, e battere la pista medesima dei piedi d’avanti, come si è detto sopra, ma senza però permettere, che la testa, e la piega del collo alterino la solita positura loro: e terminato il tornetto e parato il Poliedro, si ripiglino le linee laterali, ed all’altro angolo si riformi altro tornetto, e si seguiti così sinché non sia terminato il quadrato, che allora si può fare altrettanto dall’altra mano.

Non possono le linee curve del tornetto essere eseguite senza che venga cambiata mano; ond’è che se le linee laterali sono eseguite sulla mano destra, quelle del tornetto devono essere eseguite sulla mano sinistra, e siccome nelle prime il piè sinistro d’avanti comincia l’azione, così nelle seconde deve cominciarla il destro, e però la testa e la piega del collo, che non cambiano situazione, nelle une restano dalla parte di fuora, e nelle altre dalla parte di dentro.

In questa lezione vien compreso tutto ciò che contribuisce a mettere in grado la potenza motrice di poter prestare alla chiamata del Cavaliere quell’obbedienza che richiedesi nei Cavalli da Campagna, poichè dall’esecuzione delle linee laterali raddoppiate viene promossa quella maggiore elasticità che abbisogna nei piedi di dietro, e dalle curve semplici del tornetto vengono obbligate le gambe d’avanti a formarsi in colonna, ed a sostenere a vicenda or l’una or l’altra il maggior peso della macchina; e però il medesimo peso può essere dalla potenza motrice regolato e mantenuto in quel punto d’equilibrio che richiede di mano in mano l’azione; gli spessi arresti e cambiamenti d’equilibrio e d’azione inducono in tutte le parti della macchina quella scioltezza e facilità che dà risalto e grazia alle operazioni tutte, e finalmente il far passare il Polledro dalla suggezione che portano seco; e le linee laterali raddoppiate, sì sprolungate che curve, e le curve semplici del tornetto, alla libertà che richiede la volta grande, fa acquistare al medesimo la franchezza che fa d’uopo per passare con indifferenza, e senza imbarazzo dalla suggezione alla libertà, e dalla libertà alla suggezione, e io riduce a quell’esatta obbedienza di cui si va in cerca.

E perchè una tal lezione sia più efficace, e di maggior suggezione, si facciano eseguire le linee laterali sulla mano destra con la testa in faccia ad una muraglia, ma piegata sempre dalla parte di fuora, formandone alla fine di essa il solito tornetto dalla parte opposta; nel tornare in dietro si eseguiscano le medesime linee viceversa, con la groppa alla muraglia, e la testa a campo aperto, e si faccia nel fine il solito tornetto; eseguito questo, si torni alle linee laterali, pure con la groppa su la mano sinistra, e terminate, e rifatto il tornetto, si ripiglino queste con la testa alla muraglia su la medesima mano sinistra; poichè in questa forma vengono ad essere eseguite da tutte due le mani, una volta con la testa ed una volta con la groppa alla muraglia, e viceversa una volta con la testa, ed una volta con la groppa a campo aperto.

Non v’è Polledro, che non mostri difficoltà nel piegar l’anche, ed in specie la destra; e siccome dalla maggiore o minor facilità di tal piega unicamente piglia origine la maggiore o minor attività ed obbedienza del Cavallo, così puoi concludersi, che l’acquisto di questa sia la meta, a cui devono tendere, ed essere indirizzate tutte le mire e premure del Cavallerizzo; e perchè si aspetta solo alla potenza motrice l’esecuzione delle azioni, che la promuovono, senza che il Cavallerizzo possa avervi parte alcuna, come si è veduto sopra, così convien ricorrere all’arte perchè metta in vista quali sieno quelle operazioni, che hanno l’attività di contribuire a tale acquisto, e additi il modo che deve tenersi dal Cavallerizzo, per fare, (usando della solita piacevolezza,) che la potenza motrice la metta in opera, senza essere obbligato di prevalersi del rigore, e del castigo.

Non hanno altro modo i Polledri di sfuggire l’incomodo, che gli apporta quella suggezione che gli obbliga a piegar le anche, che quello d’intirizzire tutta la macchina loro per mettere in forza le parti che la compongono, affine di poter così opporsi a qualunque violenza che gli possa esser fatta per obbligarla a cedere; e questo appunto è l’effetto che cagiona la forza, quando con essa si vuole obbligare il Polledro ad eseguire ciò che non può per difetto di costruzione, o per mancanza di quei requisiti che sono necessarj, e però il rigore cagiona nelle Cavallerizze; (dove è ammesso) tutti gl’inconvenienti che in esse accadono.

Due cose è obbligato a fare il Polledro, quando si vuole intirizzire per difendersi, e sottrarsi dall’obbedienza: alzare il capo, e a stendere il collo; quindi è che obbligato a tenere il capo basso, e a tenere il collo piegato, vien reso incapace ed impossibilitato di potersi prevalere di tal difesa; la Camarra s’oppone alla prima, ed il vento infilato nell’anello ch’è sermato lateralmente nella cigna maestra, cagiona la piega del collo; armato così il Polledro non può alzare il capo, nè stendere il collo, e per conseguenza non potendosi intirizzire gli è forza d’agire con le anche piegate e sciolte, a seconda che richiede l’azione da eseguirsi.

Rilevasi da tutto questo, che la facoltà del Cavallerizzo si ristringe solo alla scelta delle operazioni che l’arte li suggerisce, e al dover farsi, che la Camarra sia appuntata a quel segno che impedisca solo alla testa la difesa, senza toglierli la libertà di poter prendere quella positura che conviene all’azione, e che il vento infilato nell’anello laterale della cigna sia tenuto in mano con tal destrezza, che impedisca con la sua resistenza l’abbandono della piega al collo, sol quando il Polledro tenta di stenderlo, e lo lasci in piena libertà di agire, come se non fosse tenuto, allorché senza cercare di sottrarsene, conserva la positura in cui deve tenerlo. Perchè possano agire tanto la Camarra, che i venti lunghi che vanno infilati negli anelli laterali della cigna, è necessario che in questa vi sieno fermati quattro anelli, o siano campanelle, per poterveli passare dentro: due nella parte che corrisponde alla metà del petto del Cavallo tra le due gambe d’avanti, uno vicino all’altro, perchè sia più facile alla Camarra lo scorrere, (ciò che non segue quando ve ne sia un solo) e gli altri due nelle parti laterali, perchè vi si possa infilare quel vento che di mano in mano occorre, a seconda che il collo deve esser piegato da una parte o dall’altra; e per sfuggire la difficoltà, che ha di scorrere il vento quando l’anello è solo: fermato questo alla campanella della seghetta, e indi passato fra le catenelle che tengono insieme le aste della briglia, (perchè anche questa abbia parte nel lavoro) si infili in un anello di ferro, che nella parte opposta finisca in una molla, con la quale deve attaccarsi all’anello laterale della cigna, che così snodato viene ad avere tutta la libertà di potere scorrere quando vuole con somma facilità, purché si abbia l’avvertenza d’infilare il capo verso la testa del Cavallo, e non verso la groppa, e così infilato deve tenersi in mano dal Cavallerizzo.

La Camarra non è che una redina lunga circa due braccia e mezzo, più e meno secondo che comporta la maggiore o minor lunghezza del collo del Cavallo, per cui deve servire: che da un capo per la lunghezza di un braccio si divide in due, perchè possa passarvi in mezzo il muso del medesimo: nella cima di queste due parti vi è attaccata una fibbia con il suo ventino, perchè possano fermarsi ambedue alle campanelle della seghetta. Tutto il restante di essa è bucata di distanza in distanza, come lo sono li staffili della sella, e all’altro capo vi deve essere un oncino di ferro per poterla attaccare, allungare, e scorciare, secondo il bisogno; e perchè non possa questi ferire il Cavallo nell’agitarsi, conviene che la sua punta sia rotonda a guisa di bottoncino.

Fermata questa alle campanelle della seghetta, dove pure sono fermati i due venti lunghi sopraddetti, si faccia passare il restante tra le due catenelle che tengono insieme le due aste della briglia, come si è fatto del vento lungo che deve agire, e dipoi si passi nei due anelli che restano nel mezzo al petto del Cavallo, e si attacchi l’oncino a quel buco che conviene.

Armato così il Polledro può farsi lavorare anche da terra con la testa e collo piegato, da quella mano che più piace al Cavallerizzo, senza che il medesimo Polledro possa esimersi dall’eseguire da se, e con la maggiore esattezza tutte quelle azioni che dall’arte sono credute opportune a promuovere, ed introdurre nei legamenti quella maggior elasticità che produce l’obbedienza più esatta.

Quando il Cavallerizzo stima bene di prevalersene, prenda con la mano sinistra il vento attaccato alle redine della briglia, assieme con quello passato nell’anello che va attaccato a quello della cigna di quella parte, dalla quale deve stare la testa ed il collo piegato, e con la mano destra pigli quello ch’è sol fermato alla seghetta, perchè con la prima possa obbligare la testa ed il collo a piegarsi quanto più può verso la cigna, con il metodo sopra descritto: e con la seconda possa prevalersi del castigo in caso di bisogno, e con questa maggior suggezione torni a fare eseguire al Polledro la solita lezione, or con la testa, ed or con la groppa alla muraglia; ed a proporzione che il medesimo va acquistando franchezza ne interrompa il passo col trotto, ed il trotto con il galoppo, sì nelle linee, che nei tornetti, e dipoi abbandonata la muraglia gliela faccia eseguire a campo aperto in un quadrato più grande del solito con le linee raddoppiate in esso, e con le curve semplici negli angoli del medesimo, ma abbia sempre l’avvertenza di lasciar che il Polledro agisca da per se, e che da se trovi la maniera di fare le mutazioni, che occorrono, e se si imbroglia, col pararlo li dia tempo e luogo di correggere l’errore per le ragioni dette sopra; quando poi ciò non segua nella le prime volte, si contenti di vedere, che egli ha inteso, ciò che da esso egli vuole, e che dal canto suo procura l’esecuzione; e non ostante che non li sia riuscito, li faccia carezze, e io rimandi in stalla, che così più similmente, e più presto otterrà il suo intento; meglio essendo il soffrire l’errore per qualche mattina che il disgustarlo male a proposito, per così evitare che si confonda, e si perda d’animo, o vi pigli avversione, e si metta in disperazione, come seguirebbe se si pretendesse con la forza e col castigo, d’obbligarlo a ciò, che non può, o non sa fare.

E se s’accorge che l’errore dipenda dalla suggezione che li cagiona il collo troppo piegato, io lasci in maggiore libertà tanto che trovi la maniera di correggersi, che in breve tempo si renderà capace di soffrire qualunque suggezione.

Si sogliono imbarazzare i Polledri le prime volte che sono chiamati a passar dal trotto al galoppo nella volta grande, perchè l’azione dei piedi non è in regola, e però non può sperarsene l’emenda se non è prima posto riparo al disordine di essi.

Si è detto sopra che il piede di fuora deve sempre dar principio all’azione, e di più che nelle linee curve, non solo il piede di fuora deve dar principio all’azione, ma perchè agisce nel circolo più grande, deve essere anche più scarico di peso, e deve abbracciare più terreno di quello di dentro, il quale stante il terminar più presto la sua azione, perchè ne abbraccia meno, viene a sostenere maggior tempo il peso.

Quindi è, che andando il Polledro alla volta sulla mano destra, se comincia l’azione col piè di dentro, viene immediatamente sconcertato l’ordine dovuto dei piedi, e però l’azione del trotto riesce raminga ed irresoluta, e quella del galoppo falsa, perchè, cominciata dal piè di dentro, deve per conseguenza esser terminata da quello di fuora, all’opposto di quello che richiede l’azione del galoppo, perchè sia giusta ed in regola, come si vedrà a suo luogo.

Rilevasi da tutto questo che la difficoltà ed imbarazzo che mostra il Polledro di passare dal trotto al galoppo con giustezza, unicamente dipende dall’essere stata la prima azione cominciata contro regola dal piè di dentro; ed essendosi visto che non può eseguirsi dalla potenza motrice mutazione alcuna d’azione in tempo del moto, e che quando se ne voglia fare alcuna, è d’uopo interrompere con la parata, o con la sospensione, quella ch’è in opera, perchè la potenza motrice abbia luogo di potere fare il cambiamento dell’una nell’altra.

Quindi è, che avendo il Polledro cominciata l’azione del trotto col piè di dentro, non può a meno, che passando senza sospensione da questo al Galoppo, venga anche cominciata l’azione del medesimo galoppo con il piede di dentro, e sia per conseguenza falsa, e fuor di regola; onde per por riparo al difetto di esso convien correggere prima quello del trotto, sicuro, che se il trotto sarà eseguito in regola, anche il galoppo sarà giusto, per l’istesse ragioni addotte.

E però, subito che si vede che l’azione del trotto è raminga ed irresoluta, non può mettersi in dubbio che sia cominciata con il piè di dentro, all’apposto di quello che richiede la volta; onde in vece di chiamare il Polledro da questo al galoppo, s’interrompa l’azione con pararlo, per dar luogo alla potenza motrice di correggere il suo difetto nella nuova ripresa, e se dopo avere tentato così più volte l’emenda, riesce inutile, si obblighi allora ad eseguire la ripresa con maggior prontezza sino a farlo scappare, per accrescere all’azione l’incomodo e la difficoltà che porta seco l’irregolarità, e così impossibilitargliene l’esecuzione, ed obbligarlo ad attenersi alle regole del meccanismo, che sono esenti da ogni incomodo, facendo battere il frustone in terra dall’aiutante, girarlo per aria, e bisognando far battere con esse il Polledro sulla groppa.

Cominciata, che sia l’azione del trotto con piè di fuora, a seconda del meccanismo, per poco che sia sollecitato da vantaggio il Polledro passerà immediatamente dal trotto al galoppo senza la minima difficoltà, con la testa e collo al suo luogo piegato, e con la medesima facilità e prontezza, tornerà senza scomporsi da questo al trotto, ed all’uno, ed all’altro, ogni volta che vi sarà chiamato; perchè non poco contribuisce una tal piega a far sì che l’esecuzione sia fatta in regola, nella forma che lo sconcerto della testa dà mano all’irregolarità dell’azione.

Se le azioni, che mettono le anche in agitazione sono quelle, che promuovono la scioltezza, e l’elasticità nei legamenti non può mettersi in dubbio, che l’azione di dare in dietro non abbia questa prerogativa sopra ogn’altra; onde torna bene di terminar sempre qualunque lezione con far dare in dietro il Polledro con il collo piegato verso la cigna, tanto nella linea retta, che nella circolare da tutte due le mani, perchè venga dirotto da tutte due egualmente; con l’avvertenza però, che ciò sia eseguito dal Polledro medesimo senza opera alcuna della mano del Cavallerizzo, quale non deve, che dargli il cenno con fischiarli il bacchettone d’avanti, batterlo in terra, toccarli le gambe, o batterli leggiermente con esso il muso, e mai con obbligarlo a ciò fare a forza di castigo; poichè essendo al Polledro solo noto il modo di come secondare l’indole del meccanismo, però a lui solo si aspetta quell’esecuzione che è profittevole, e non dannosa, come riuscirebbe se fosse obbligato ad eseguirla diversamente da quello, che comporta la natura della costruzione sua.

Sogliono i Poliedri imbarazzarsi nel dare addietro, coll’alzar della testa, per così spignere il peso del corpo in dietro in obbedire alla chiamata; e siccome in questa forma vengono ad esser caricate l’anche, di un peso superiore alla loro attività, e per conseguenza obbligate a cosa che non possono fare, così conviene che il Cavallerizzo insegni al Poliedro il modo di por riparo a tale inconveniente con obbligarlo a tenere la testa bassa verso terra, per tirare sulle spalle quel peso, ch’egli spigneva di superfluo su le anche; poichè messo così in grado di potere agire, vedrà nell’istante medesimo cessare la ripugnanza, e dare a dietro quanto vuole; all’opposto castigandolo, lo vedrà dare in una giusta disperazione, capace di farlo rigettare, perchè obbligato in certa maniera ad un impossibile.

Il far lavorare il Polledro da terra senza l’uomo addosso, non è appoggiato che all’assioma comune di dover cominciare sempre qualunque impresa dal più facile, prima di passare al più difficile; poichè non può revocarsi in dubbio, che sia più facile al Polledro l’esecuzione delle azioni sue, scarico di peso, che dal peso aggravato: onde ridotto a questo segno, gno, è d’uopo farli eseguire le solite lezioni anche con l’uomo addosso.

E per ciò fare, si aggiunga alla briglia due ventini lunghi circa a due terzi di braccio, bucati come li staffili, perchè si possano allungare, e scorciare secondo il bisogno; si attacchino questi alle campanelle della seghetta, e fatti passare tra le due catenelle, che tengono insieme le aste della briglia, si fermino alli stessi anelli delle aste, ed alle istesse fibbie delle Redini della medesima briglia, dove esse sono attaccate, tiranti a quel segno, che si possano unire con le redini della briglia a produrre nell’istesso tempo l’effetto medesimo nella seghetta, ch’esse producono nel morso, e barbazzale, e ciò perchè il Polledro senta nell’istesso punto alla bocca e al naso l’opera loro, dandoli la mano l’un l’altro; tolto poi il vento lungo dalle redini della briglia, si diano queste all’aiutante che deve montare a Cavallo, perchè tenendone una per mano, possa con esse regolare le azioni del Polledro, come faceva il Cavallerizzo da terra con i venti lunghi e perchè da una tal novità di chiamata (che deve esser fatta con l’istesso metodo prescritto sopra, perchè il Polledro possa dare esecuzione da se alle azioni) non venga il Polledro confuso ed imbarazzato, continui il Cavallerizzo per qualche mattina a regolarlo egli stesso da terra con i due venti lunghi, tanto che s’assuefaccia ad eseguire guire la lezione anche col peso addosso, cominci a sentire la chiamata di sopra dell’Aiutante, presti ad esso la dovuta obbedienza, e questi abbia luogo di apprendere la maniera con la quale va messa in esecuzione, poichè allora potrà il Cavallerizzo levarli i venti lunghi, e lasciarglielo in libertà, seguitando però ad andar seco come prima, con due bacchettoni in mano, perchè possa prestarli ajuto in caso di bisogno, e perchè la sua presenza lo tenga in suggezione; seguiti poi così fin tanto che non conosce, che sia diventata inutile l’opera sua.

Quando il Polledro si presta ad eseguire la solita lezione alla chiamata dell’aiutante che ha sopra, senza bisogno d’altro ajuto, deve mandarsi in campagna, per fermarlo nel passo, trotto, galoppo, e scappata, che sono le operazioni, che richiede il Cavallo da campagna e da guerra, e può farsi lavorare la mattina nella cavallerizza, ed il giorno in campagna come più piace; a proporzione, che divengono inutili, e la camarra, ed i ventini della seghetta, devono essere e l’una e gli altri abbandonati, perchè possa il Polledro assuefarsi a lavorare in briglia sola, e non sarà mal fatto il farli la mattina la scuola con essi, ed il giorno, o dopo la scuola, condurlo in campagna in briglia sola con tutte due le redini nella mano sinistra, perchè possasi con la destra maneggiare la spada e la pistola; deve finalmente essere avvezzato, con il solito metodo piacevole, anche a star fermo ed immobile con le redini della briglia abbandonate sul collo, perchè in occasion di caccia il Cavaliere possa avere libere tutte due le mani per maneggiare lo schioppo.

Quantunque fin’ad ora io non abbia raccomandato, che la sofferenza e piacevolezza, e dì bandire affatto dalla scuola il castigo, non è per questo, che non devano esser messi in opera a tempo e luogo, e la minaccia della voce ed il castigo dello sprone, della seghetta, della briglia, della bacchetta, e di tutti gli arnesi che sono in uso nelle cavallerizze; poichè senza che il Poliedro non abbia provata e la minaccia ed il castigo, che li faccia conoscere il dominio, che la natura ha dato all’uomo sopra di lui, e li faccia comprendere qual sia il timore che di esso debba avere, resta sempre incerta e dubbia la sua subordinazione ed obbedienza, e si corre rischio quasi certo, che la novità del castigo, la prima volta che sia messo in opera o a torto o a ragione, che lo sorprenda in maniera, da farlo dare in disperazione (cosa molto facile a seguire in Cavalli di spirito, ed in specie nei collerici) e di farli intraprendere quella difesa, che non aveva mai tentata, non che messa in opera, con rischio del Cavaliere, allorché meno se l’aspetta. La carezza accattiva l’animo, e toglie via dal Polledro il natural sospetto che l’uomo possa cagionarli del male, perchè convinto dalla medesima, ch’egli è sempre propenso a farli del bene, viene essa a promuovere in lui quella gratitudine di cui è capace la sua natura, che è la cagione della sua obbedienza e prontezza nel secondare con piacere il voler del Cavaliere.

Ed il castigo incutendoli timore l’aobbliga alla dura condizione del subordinato di dover soffrire, senza risentirsene, anche lo strapazzo ricevuto a torto; condizione necessaria nei subordinati, benché dura, ma molto più in animale irragionevole, come è il Cavallo.

Giammai però deve esser messo il castigo in esecuzione, prima che il Polledro abbia perduto del tutto il sospetto, perchè messo in opera in questo tempo si verrebbe a confermare maggiormente in esso e nella sua salvatichezza, ed a rendere sempre più difficoltoso l’acquisto della ricercata mansuetudine, in vece d’incuterli quel timore che lo sottomette.

Nè mai farli provare castigo alcuno senza apparenza di ragione o vera o mendicata. Intendo per vera quando il Polledro dà giusto motivo col rifiuto dell’obbedienza di una cosa, che può fare per pura malizia, e per mendicata quando la mancanza è involontaria, e sol cagionata dalla difficoltà dell’azione, fattali eseguire per forza, a fine d’aver luogo di farli sentire il castigo con qualche apparenza di ragione, e acciocché si dia a credere d’averlo meritato, che allora per confermarlo in questa sua idea, appena che dà cenno della minima sommissione, benché imperfetta, li si deve far carezze come prima, e più ancora per rimetterli in quiete l’animo giustamente irritato.

Avvertasi di più, di far sempre precedere al castigo la minaccia della voce risentita, ed imperiosa per dimostrarli superiorità, e maggiormente atterrirlo, e questo deve farsi per potere minorare il castigo, se a questa si rimette in dovere, dimostrando sommissione, e per esimerlo così del tutto da esse, quando in altra occasione, dopo averlo provato, al sentire solo della voce si corregga, dandosi per vinto.

Nulla di più, certamente potrà desiderarsi in un Cavallo, che debba servire alla Campagna, o alla guerra, quando sia addestrato con il metodo sopraddetto, poichè egli sarà d’uno spirito docile, mansueto, e subordinato, d’azione facile, sciolta, rilevata, e graziosa, e d’un’obbedienza pronta e sicura, e potrà esser montato senza esporsi a rischio alcuno da chi che sia con tutto il piacere.

CAPITOLO III.


Del modo di dar l'essere a quella elasticità dei legamenti delle gambe, che la natura non gli ha somministrato, che in potenza.


Ridotto lo spirito del Cavallo, potenza motrice a tal subordinazione del Cavaliere, che non sia più capace di ricusare la minima obbedienza di esecuzione, e dato alla macchina il primo dirozzamento, come si è fatto nel Capitolo antecedente a questo, potrà un tal Polledro supplire sicuramente a tutte quelle azioni che sono necessarie al servizio di campagna, di caccia, e di guerra, ma non già a quelle, che si vogliono nelle scuole dai Cavalli di maneggio, le quali richiedono maggiore equilibrio del peso della macchina, e maggiore attività e prontezza in tutte le parti di essa; poichè senza questo non può sperarsene la perfezione ricercata: appunto come segue in uno scolare, il quale non può esser capace di nessuna delle azioni che formano il Ballerino, per avere appresi i primi erudimenti della scuola di ballo, quantunque abbia acquistato uno sciolto e disinvolto portamento, se non ha fatto acquisto anche del necessario equilibrio, che li somministri l’attività di potere eseguire le azioni più ricercate.


Stante ciò, conviene ora passare a dimostrare qual sia il metodo, che deva tenersi, e quali le azioni che concorrono, ed hanno la facoltà di dar l’essere a quella elasticità dei legamenti delle articolazioni delle gambe che la natura non gli ha somministrato sennon in potenza, dalla quale unicamente depende quell’equilibrio che dà perfezione all’azione.

Tutto ciò dunque, che mette in agitazione le parti della macchina, ed in specie i legamenti delle articolazioni, promuove e risveglia l’elasticità di cui sono suscettibili, e quanto maggiore è l’impulso che in essi s’insinua, tanto maggiore è l’effetto che ne’ medesimi viene prodotto; la continuazione di tale agitazione è quella, a cui s’aspetta di dar dipoi compimento all’opera con produrne quell’abito, che rende agevole e connaturale quella scioltezza e attività, che in essi è stata introdotta.

Di qui è che nella guisa stessa che in pochi mesi si ottiene da un scolare di ballo, un libero e sciolto portamento della persona, e si stenta all’incontro a farlo divenir ballerino in molti anni; così avviene che in pochi mesi si ottenga dal Polledro quella scioltezza e attività che abbisogna al Cavallo da Campagna, e molti anni li siano necessari per fare acquisto di quella, che fa d’uopo al Cavallo di maneggio, più e meno che maggiore o minore è la disposizione sua naturale.


Ciò è una prova indubitata, che non basta al compimento dell’intento ideatosi l’aver promossa l’elasticità, e scioglimento delle parti, come si è fatto nel precedente Capitolo, ma d’uopo è ancora, che questo scioglimento sia confermato, e fissato stabilmente in esse col continuato esercizio, che formi quell’abito, che dà compimento all’opera col renderglielo connaturale, come si è detto.

In tutte le professioni è regola generale che si cominci sempre dal più facile, perchè questo serva di scala per poter passare all’esecuzione del più arduo e difficile; ond’è che avendo fatto lavorare fin’ad ora il Polledro con la testa e collo piegato dalla parte di fuora per rendere ad esso più facile, e di meno suggezione l’eseguimento dell’azione, col farli ora replicare tutte quelle azioni che si sono indicate nel medesimo Capitolo, con la testa e collo piegato dalla parte di dentro, si ottiene un doppio intento, cioè: di continuare l’esercizio delle medesime per far l’acquisto dell’abito, e di obbligare insieme il Polledro a soffrire quella maggior suggezione per scala, (come insegna l’arte) che produce nei legamenti quell’impulso, che dà l’essere a quella maggiore elasticità, di cui la costruzione sua è suscettibile.

La piega della testa e collo dalla parte di dentro, obbliga la potenza motrice a fare agire la gamba d’avanti, che forma la colonna del sostegno della macchina, in linea perpendicolare, coll’opporsi in certa maniera alla pendenza sua in avanti, e col reggere il peso in quel giusto punto d’equilibrio che richiede l’azione vistosa del Cavallo di maneggio; e perchè ciò possa seguire viene obbligata anche dalla medesima la gamba diagonale di dietro, che compisce la base, ad agire piegata, acciò possa sostenere sopra di se quella porzione di peso, ch’è necessario, e acciò la macchina si mantenga in bilico; di più fa sì, che la medesima potenza motrice regoli con misura la spinta che deve dare la forza elastica della pastora del piede della medesima gamba di dietro, per rendere l’azione progressiva, senza intacco del punto d’equilibrio, poichè il minimo urto di più, farebbe traboccare in avanti il peso, ed il meno arresterebbe il corso dell’azione, o la renderebbe raminga, e stentata.

Una tal piega di collo e testa, ha anche la prerogativa di render più facile alla mano del Cavaliere la chiamata, e di dar luogo ancora alla medesima di porgere ajuto al Cavallo, con permetterli un piccolo appoggio sopra di essa, che lo sostenga a guisa d’una terza base.

L’impedimento, che in una tal qual maniera cagiona al trabocco in avanti del peso l’ajuto sopraddetto della mano, rende più facile e più sicuro al piè di dietro l’esecuzione dell’urto, perchè libera il medesimo piede di dietro, da quella precisione incomoda, alla quale è obbligato quando manca alla macchina l’ajuto della mano, poichè questi ha la facoltà di correggere, e di por riparo al difetto del piede, con la resistenza in caso che l’urto sia eccedente; oltre poi a tutto questo, il medesimo ajuto non poco contribuisce a rendere l’azione più sollevata, più sicura, e più vistosa.

E ciò avviene, perchè andando a cadere l’impulso della mano sopra la piega del collo non può fare alcuna impressione sopra altra parte della macchina, e restando per questo tutti gli agenti nella loro piena libertà vengono a profittare dell’avvantaggio dell’ajuto, senza risentire pregiudizio alcuno.

All’opposto, quando la testa ed il collo sono dritti, qualunque tenuta o impressione di mano, è una chiamata alla potenza motrice quanto attiva per ottenere dagli agenti esecuzione a seconda dell’obbligo loro, altrettanto priva di attività di poter servire d’ajuto come quella, che va a cadere sopra la piega del collo, la quale ha l’una, e l’altra prerogativa.

Se la tenuta è di poca impressione, è quella che serve per chiamata alla potenza motrice per minorare il corso progressivo al peso della macchina, o per rattenerlo.

Se ella è maggiore e continuata, è quella che obbliga la medesima potenza motrice a portare il peso sopraddetto sopra le gambe di dietro, ed a piegar queste, perchè gli formino la base, quando l’elasticità loro sia suscettibile di piega e di mollegio, e se queste sono anche rozze e non dirotte, si trova in obbligo d’intirizzirle per metterle in forza, per poter far supplire questa al difetto della piega, e segue allora l’arresto.

Ma se prima che segua l’arresto, la mano abbandona la tenuta, indicando una tal nuova chiamata il progresso dell’azione del peso, la potenza motrice cambiando immediatamente l’impulso agli agenti, rimette il peso della macchina in azione progressiva.

E se in questo tempo torna a farsi risentire la tenuta della mano, ella nuovamente ricambia l’impulso agli agenti, a seconda che la chiamata è più, o meno forte.

Se questa poi non si fa risentire, che dopo che il peso ha dato il trabocco in avanti a solo oggetto di porgerli ajuto, con reggerlo su la mano, la potenza motrice allora per secondare la chiamata, com’è l’obbligo suo, non solo fa proseguire al peso l’azione, ma con dare maggiore impulso alla forza elastica della pastora del piè di dietro, obbliga il peso medesimo a pigliar sostegno anche sopra la mano che glie l’offerisce, come se fosse una terza base: onde allora l’azione non può a meno di essere abbandonata, pesante alla mano, di poca comparsa, ed ingrata alla vista, e anche pericolosa a far cadere il Cavallo, e chi vi è sopra; perchè affidata è la macchina ad un appoggio debole, ed incapace di poter resistere alla gravezza ed impeto suo, in specie se l’azione è di moto vibrato.

Da una tal confusione, ed irregolarità d’azioni viene chiaramente messo in vista, che quando il Cavallo ha la testa e collo dritti la mano del Cavaliere non può porgere ajuto alcuno all’azione sua senza togliere alla potenza motrice la libertà d’agire a seconda che richiede il meccanismo, poichè ella non può essere in libertà, quando è obbligata d’obbedire alla cieca alla chiamata della mano.

Onde in tal caso è forza, che il Cavaliere si contenti solo d’indicare, e limitare col temperamento di mano alla medesima, l’azione che vuol che da essa sia eseguita, senza pigliar parte, nè mescolarsi nell’esecuzione sua.

Questo mette in chiaro qual sia il vantaggio che apporta la piega del collo, è della testa, stante il luogo che dà alla mano di poter servir di chiamata, e d’ajuto insieme; tanto più che nei Cavalli fatti, basta quella piccola piega, ch’è sufficente a fare che l’impulso della mano non faccia impressione, che nel collo, poichè allora gli altri agenti restano nella loro libertà, come si è veduto sopra, e possono agire di concerto, ciascuno a seconda della la loro indole naturale ed incarico, senza essere impediti dalla mano.

Da quanto si è detto sopra, può rilevarsi qual sia la premura che deve avere il Cavallerizzo d’ottenere nel suo Cavallo di maneggio la piega della testa e del collo, poichè senza questa è difficile per non dire impossibile come si è veduto, il potere esigere la perfezione nelle sue azioni. Una tal piega senza dubbio depende dal grado perfetto dell’elasticità dei legamenti delle gambe di dietro; onde se per mezzo dell’arte e dell’esercizio non si arriva a poter ridurre questa a quell’ultimo grado di perfezione, che produce la sopraddetta piega, può francamente un tal Cavallo destinarsi ad altro uso, per non perdere dietro a questo inutilmente il tempo.

Ridotto il Polledro ad agire con la testa e collo piegato dalla parte di dentro, con le corde da terra, scosso di peso in tutte le azioni, cioè di passo in avanti e in dietro, di trotto, di galoppo, e di passeggio, nelle linee rette, e curve semplici, nelle laterali rette, curve, e rovescie, interrompendo l’une, con le altre, come ho dato per regola nel Capitolo antecedente, si passi dipoi a farlo agire, con l’uomo sopra, nelle medesime, e con l’istesso metodo, per maggiormente obbligare col peso i legamenti dell’articolazioni all’ultimo grado di quell’elasticità, di cui sono suscettibili, e quando corrisponde anche alla chiamata dell’ajutante che lo cavalca, li si levi le corde lunghe, e si lasci che il medesimo continui a farli fare le medesime lezioni, perchè coll’esercizio replicato acquisti l’abito, e quella facilità che dà compimento e perfezione all’azione.

Dal farlo agire colle corde lunghe da terra quando ha l’uomo addosso si ricavano due vantaggi: l’uno è l’avvezzarlo ad intendere con più facilità la diversità che vi è dalla chiamata che li viene di sopra, da quella che li viene di sotto, che è più giusta, stante che questa è più a portata di chiamar il peso sopra i piedi d’avanti, che sono la vera base del sostegno e dell’equilibrio del medesimo, e dal quale nasce tutto il pregio dell’azione, e l’altra che li viene di sopra è di distorlo da essi, perchè nel sentirsi chiamare all’in su viene la testa incitata ad alzarsi, ed il peso a dare indietro, dal che avviene la diversità dell’una dall’altra, e l’obbligo, che questa sia messa in opera con misura e proporzione, perchè non cagioni effetto opposto, e diverso da quello che si vuole:

E l’altro avvantaggio è di poter dar lezione con esso Polledro alli scolari non bastantemente pratici, e non capaci di fare le chiamate giuste, senza che i medesimi corrano rischio alcuno, e senza che il Cavallo sia sottoposto a guastarsi, con prendere qualche credenza, oltre quello di fare apprendere ai medesimi scolari, più presto e con maggior facilità, il modo di far le chiamate, e di regolare da loro le azioni del medesimo.

Le spesse cambiate da una mano all’altra, le mutazioni da un’azione di moto ondulante a quelle di moto vibrato, dalle linee rette e curve semplici, alle raddoppiate, rette, curve, e rovesce, e viceversa dalle seconde alle prime, hanno una attività molto efficace di promuovere, risvegliare, facilitare, e dar l’essere a quella maggiore elasticità dei legamenti delle articolazioni, e delle parti tutte della macchina, di cui sono suscettibili, e di cui si va in cerca, quando sono eseguite con la limitazione che proviene dal collo e testa piegati dalla parte di dentro sopraddetta.

Il dare in dietro con la testa e col collo voltato quanto più si può alla cigna è un’azione specifica, e la più efficace e adattata a promuovere, e dar l’essere a quella di cui sono suscettibili le articolazioni delle gambe di dietro, (tanto necessaria a tutte le azioni che può sire il Cavallo,) purchè sia eseguita senza forza e senza contrasto di mano, ma di buona voglia, e per obbedienza o per timore di castigo, senza precipitazione in linea retta a campo aperto, o lungo una muraglia, se la groppa per sfuggire la suggezione e l’incomodo, si apparta, or da una mano, ed or dall’altra.


Il Polledro non assuefatto ad una tale azione, volontarioso di eseguire la chiamata si accinge subito ad alzare la testa per spingnere il peso sopra delle anche, dandosi ad intendere di facilitare così l’esecuzione, ma con inganno; perchè a volere che le gambe di dietro possano agire con puntualità e franchezza in un’azione, che non ammette ondulazione supra di esse (dove dovrebbe seguire, perchè l’azione fosse sciolta e libera, come la progressiva) è necessario, che sieno scariche, e non aggravate del peso; essendosi veduto che tutte quelle che sono aggravate di esso sono incapaci di agire sì in avanti che in dietro; e però in quest’azione ha più luogo il moto elastico, che l’ondulante, ed a quest’effetto ella viene eseguita con tre piedi sempre in terra, nel tempo che quello a cui tocca, dà esecuzione alla sua, come si è veduto nella descrizione del moto.

E da questo prende origine quella difficoltà ed impossibilità di farlo, che a suo mal grado incontra il Polledro, ed è il motivo della disperazione in cui egli dà, se viene obbligato dalla forza o dal castigo; e però nel Capitolo antecedente ho insegnato il modo di metterlo in grado di prestarsi all’esecuzione senza incontro di difficoltà alcuna, al che mi rimetto per non far repliche inutili.


La difficoltà appunto che mostra il Polledro nel dare indietro, fa vedere che le gambe di dietro sono quelle che più ogn’altra parte hanno bisogno che sia risvegliata dall’arte quell’elasticità che gli è stata accordata in potenza; la testa quanto più è piegata alla cigna, tanto più mette in libertà le parti tutte della macchina, ed in specie le gambe di potere agire a loro talento e di potersi prestare senza ostacolo all’impulso della potenza motrice, perchè priva le gambe di dietro della facoltà di mettersi in forza, come sogliono fare per potere con la spinta loro intirizzire la macchina tutta, e far così resistenza a chi vuole obbligarle a piegarsi: onde trovandosi queste in libertà, e senza difesa quando il Cavallo ha la testa alla cigna non possono a meno di pressare obbedienza con sollevarsi per eseguire l’azione che da loro vuole esigersi e così mettersi in quella agitazione che produce e risveglia quell’elasticità, che l’esercizio dipoi ii rende connaturale, pronta, e facile.

Le posate tanto in avanti che indietro interrotte, or dal passo ed or dallo sparo dei calci, fatte eseguire con le corde lunghe da terra, senz’uomo sopra da principio, e dipoi a suo tempo anche con l’uomo sopra, non meno del dare indietro hanno fattività d’accrescere alle gambe di dietro l’elasticità, ed a questa la prontezza e scioltezza, ed insieme di preparare il Polledro all’azione, e fare ad esso apprendere l’esecuzione delle operazioni d’aria, come sono la Corvetta, ed i salti, tutte di moto vibrato, delle quali non ho avuto luogo di parlare nel Capitolo antecedente, per appartenersi queste al Cavallo di scuola, e di Maneggio.

Si fa intendere la posata al Polledro con batterli la spalla con un bacchettone nel tempo istesso, che si chiama ad eseguirla con la voce replicata ah ah ahp; ed intesa che l’abbia con la sola voce, accompagnata col cenno del bacchettone, quando non corrisponda alla sola voce, o non corrisponda nè all’una nè all’altro, convien ricorrere al pungicarello, ch’è un asta lunga maneggiabile con una punta di ferro in cima, o solo appuntata perchè non gli cagioni tanta impressione, bastando che sia capace di pungere come fa lo sprone, avvengnachè questo sia più adattato per lo sparo dei calci, che per la posata; e quando ciò non basti bisogna ricorrere ai pilieri, tanto che l’abbia intesa, e li farli la solita chiamata con l’aggiunta della battuta in terra del frustone per farli paura, ed obbligarlo a far la ripresa necessaria per sollevar la spalla; e se s’ostina nella disobbedienza, conviene devenire al castigo per farlo obbedire per forza; le prime volte però, basta che dia segno d’obbedienza per farli carezze, e rimandarlo in stalla; che in poche mattina capito che abbia ciò che si vuole da lui, immediatamente che sente la chiamata della voce, solleverà e tornerà a sollevar la spalla, quante volte vorrà chi lo chiama, e con piacere e senza difficoltà.

Intesa che abbia la posata, potrà farli fare senza levarlo dai pilieri lo sparo del calcio col pungerli con il pungicarello la groppa, e nell’istesso tempo darli la voce ohp pronunziata con prestezza, ed imperio; egli da principio tirerà il calcio con rabbia, e per vendetta, ma ciò nonostante convien subito correre a farli carezze con darli un poco d’erba, e con lusingarlo, fregarli la testa con la mano, e nell’istesso tempo con la voce piacevole e accarezzante, tanto che abbia capito ciò che si vuole; si richiami dopo con più dolcezza col solo toccarlo senza pungerlo, e con la solita voce, e se mostra d’obbedire basta per tornare a farli carezze e per rimandarlo in stalla contento, come è necessario; che così in poche volte alla sola voce ah ah ahp solleverà la spalla e al sentir l’ohp farà lo sparo.

Si levi allora dai pilieri, che altro non sono che due pali piantati in terra in poca distanza lontani l’uno dall’altro in linea paralella, ai quali si legano i venti del cavezzone per tenervi legato il Cavallo, in forma che possa restare situato in mezzo ad essi sicuro di non poter urtare nell’azione in nessuno di essi; deve esser egli legato con tal proporzione, che possa sollevar la spalla senza impedimento, ma nell’istesso tempo che non possa avanzare in forma di poter superare i pali con la parte di dietro, e voltar faccia con rischio di farli del male, in specie quando è obbligato col castigo a prestare obbedienza, che si mette in difesa, e in collera.

Si levi dunque il Polledro dai pilieri, e tenuto da due con i soliti venti, lungo una muraglia, e con un aiutante dietro che abbia in mano un frustone, un bacchettone, ed il pungicarello, per poter dar l’aiuto con quello, che bisogna. Il Cavallerizzo, e l’aiutante, o garzone che sia, abbiano anch’essi uno o due bacchettoni in mano; il primo per poter accompagnare la chiamata della voce col cenno, o tocco del bacchettone, sì alla spalla quando vuol esigere la posata, sì alla groppa quando vuole lo sparo, ed il secondo per farli paura con essi, e tenerlo così in dovere, quando alla chiamata tentasse di forzarli la mano per andare in avanti, e così sfuggire la uggezione; tanto più, che il vento, che tiene in mano, tanto l’uno che l’altro, deve esser lento per lasciare la potenza motrice in libertà di potere agire; fattili fare con questo apparato pochi passi in avanti si pari, e quando è del tutto fermo li si faccia fare una posata, usando l’istesso metodo che ha tenuto quando lo chiamerà ai pilieri; eseguita che l’abbia lo tenga fermo, e li faccia le solite carezze e lusinghe, poi torni a farli fare altri pochi passi, e nuovamente parato quando è del tutto fermo, lo richiami alla posata, come ha fatto prima, ed eseguita torni a farli le solite carezze; seguiti così per due o tre volte, più e meno, che maggiore o minore e la difficoltà che mostra nell’esecuzione, per mandarlo contento in stalla, e giammai stufato, che così il giorno dopo la farà con più piacere, e con maggior obbedienza.

Imparato che abbia a far la posata interrotta dal passo in avanti, li si facciano fare con l’istesso metodo dando a dietro, e dipoi eseguiti i passi tanto in avanti che indietro, in vece della posata si chiami allo sparo del calcio; e reso obbediente all’uno, e all’altro, terminati i passi sì in avanti che indietro, una volta si chiami alla posata, e l’altra allo sparo; la seconda volta poi che si vede il profitto, e la facilità dell’esecuzione dell’una e dell’altro, si vada acquistando terreno con farli fare io sparo subito dopo la posata, e finalmente si chiami all’una e all’altro nell’istesso tempo, che si vedrà eseguita la capriola; e se si obbligherà a replicar più volte senza interruzione del passo la posata, cacciandolo nell’istesso tempo in avanti con far battere il frustone di dietro in terra, vedrà eseguire la Corvetta, se la costruzione sua comporta l’una, o l’altro, ed in caso diverso dal rifiuto potrà cavare un pronostico accertato di quale sia l’inclinazione e attività del medesimo, per poterlo destinare a quel maneggio che più li conviene, con sicurezza di non pigliare sbaglio.

Poiché se nell’essere chiamato alla posata, in vece di far la ripresa a piè pari come deve, la fa con un piede più avanti dell’altro, e nell’essere chiamato in avanti per replicarla camina il terreno con un piede dopo l’altro in vece di ribatterla a piè pari, si deduce, che non ha disposizione alcuna alla Corvetta, ma potrà bensì eseguire la Piruetta, il Galoppo pausato e arioso, ed il raddoppio stretto su le volte raddoppiate, con facilità e prontezza, con più e meno agilità e grazia, fecondo che più e meno piegate porta senza eccesso le anche nella sopraddetta esecuzione.

E se nell’esser chiamato alla posata, e sparo nell’istesso tempo, si stacca da terra con la parte d’avanti e con quella di dietro, con facilità, ma senza del calcio, dimostra abilità alla mezz’aria; se poi invece di stendere del tutto il calcio in aria con tutti due i piedi, lo accenna solo verso terra non può sperarsi da esso che l’aria del Montone.

Il sostenere in aria con facilità la parte d’avanti sulle gambe o anche, come dicesi nelle scuole, molto piegate, è un indizio che il Polledro ha disposizione al passeggio elevato e sostenuto:

E all’opposto se essendo dotato di spirito, e d’anca dritta, solleva con facilità la spalla, ma immediatamente la lascia ricadere a terra, è segno evidente, che ha l’abilità alla Corvetta, a quel passeggio pronto e presto che chiamasi Pista, come si è veduto nella descrizione delle azioni che può fare il Cavallo, e che il galoppo suo sarà pronto e vivo, ma poco sollevato da terra, come è il suo passeggio, ed il raddoppio sarà stentato, e solo potrà essere eseguito in tempo di Corvetta, se pure n’è capace.

Per fare apprendere ai Polledri, che mostrano abilità, e disposizione alla Corvetta, al passeggio, e al salto, e confermarli in quell’azione ch’è adattata alla specifica loro costruzione non vi è certo miglior lezione della sopraddetta.

E però quando il Polledro si presta in essa ad eseguire con facilità e prontezza le sopraddette azioni interrotte dal passo in avanti e indietro, prima di passare a fargliele eseguire con l’uomo sopra, si cambi il passo in quel passeggio, al quale l’inclinazione lo porta, e da questo si chiami alla posata e allo sparo quel Polledro che non ha inclinazione nè alla Corvetta, nè al salto, senza alterare il metodo tenuto sopra, che così li si farà apprendere il passeggio.

Quel Polledro poi, che mostra abilità al passeggio e alla Corvetta insieme, in vece della posata, si faccia passare dal passeggio alla Corvetta che così imparerà, e l’uno, e l’altra; se non ha abilità alla Corvetta, ma al salto, li si faccia eseguire dopo il passeggio quel salto a cui inclina, e se ha la disposizione all’una, e all’altro ancora, in un tempo dopo il passeggio li si faccia eseguire la Corvetta, e nell’altro il salto, come si fa nell’insegniarli la posata e lo sparo; se poi è mancante dell’abilità necessaria al passeggio, si prevalga del passo come prima, per farli interrompere quell’operazione che li conviene, che allora altro non mancherà al compimento dell’intento desiderato, sennonchè il farli fare l’istessa lezione con l’uomo sopra, fino a tanto che non si presta a mettere in esecuzione le sopraddette azioni, alla sola chiamata del Cavaliere che ha sopra.

Quando il Polledro non trova la via d’eseguir la Corvetta con le gambe d’avanti unite insieme del pari, come io richiede la medesima, ma ne tiene una un poco più in avanti dell’altra, opportuno è di fargliela eseguire con le pastore, affinchè vengano da esse obbligate a correggersi del difetto, perchè così il Polledro li avvezzerà a farle giuste ed in regola, e più presto, se vi ha inclinazione.

A prima vista sembra, che non vi sia differenza alcuna nel far le posate in avanti, o nel farle indietro, quantunque sieno diverse le une dall’altre, e producano diverso effetto; poichè le prime non possono essere eseguite, se non prevenute dalla ripresa della parte di dietro, perchè venga riunito il corpo, e messe in grado le anche di poter ricever sopra di loro tutto il peso della macchina, come si è veduto nell’esame delle operazioni di moto vibrato, al quale mi rapporto: e nelle seconde all’opposto segue il sollevamento della spalla con la sola resistenza delle anche, perchè sono a portata di poter ricevere e sostener tutto il peso, stante l’essere state preparate, e messe sotto dall’azione del dare indietro.

Con l’esecuzione replicata ed interrotta delle prime, s’introduce nei garetti, nelle pastore, e nelle articolazioni tutte delle gambe di dietro e d’avanti la facilità e prontezza di piegarsi, e ripigliarsi con far acquistar loro la forza e l’attività per sostener il peso, ed eseguir con facilità e destrezza il Galoppo, raddoppio, e tutte le operazioni di moto vibrato, come si è veduto e con quella delle seconde, si assuefanno le anche a soffrire, senza ributtarsi, qualunque forza di mano, benché improvisa e fuor d’ordine, che occorra fare nei casi impensati senza potersene esimere, per mettere così al coperto di qualche disavventura i meno intendenti, e quelli che non hanno bastante cognizione della giustezza di mano, e della chiamata.

L’interrompimento del passo fa apprendere alla potenza motrice la giustezza del tempo e l’ordine, col quale devono essere eseguite le azioni e le mutazioni loro, perchè possano avere il dovuto risalto e grazia, con il dovuto regolato intervallo che dia luogo all’occhio di distinguer l’una azione dall’altra, e di toglier di mezzo quella confusione, che pregiudica al pregio loro.

Lo sparo de’ calci oltre il visibile scioglimento che cagiona in tutti i legamenti, che compongono la parte di dietro, agilità di più mirabilmente il restante del corpo tutto lo abilita alla Capriola, e lo distoglie dalla difesa dell’impennata, quando vi abbia inclinazione e la metta in pratica, perchè è il suo opposto.

Sopra ogni cosa però è necessario, che il Cavallerizzo si guardi bene sempre, ma in questi principi molto più, di non far mai in nessuna occasione chiamata alcuna in tempo, che la potenza motrice non sia in grado di poterli dare esecuzione nel momento istesso ch’ella segue, come accaderebbe per modo d’esempio, se fosse fatta quando la macchina è in moto, o scomposta, o non preparata con la ripresa, o col componimento dei piedi, o di quelle parti necessarie a produrre l’azione che deve essere eseguita; però qualunque cambiamento d’azione, di tempo, di misura d’equilibrio, e di qualunque altra cosa non può essere eseguita con giustezza, e senza sconcerto, se non è prevenuta dalla sospensione, dall’arresto; quindi è, che nella sopraddetta lezione ne sò fare l’arresto ad ogni termine d’azione, prima di dar principio all’altra, sì perchè così lo richiede il meccanisno della macchina, sì perchè resti al Polledro tutto il tempo che ha di bisogno per prepararsi all’esecuzione, e li resti questa più facile, e s’avvezzi insieme all’arresto tanto necessario per l’esecuzione delle azioni del Cavallo di maneggio, come si vedrà nella terza parte susseguente.

Risvegliata e accresciuta nei legamenti tutti della macchina, con l’esecuzione dell’azioni suggerite dall’arte e sopra indicate, tutta quella maggior elasticità, di cui i medesimi sono suscettibili, non manca per dar compimento all’opera del Cavallo di maneggio che l’esercizio delle medesime, che li faccia acquistare quell’abito, che rende loro stabile e fisso un tale acquisto, e facile e connaturale al Cavallo l’azione.

Giunto pertanto il Polledro al segno di prestarsi obbediente alla chiamata dell’aiutante che ha sopra con le corde da terra, devono esser queste tolte via, e lasciato in libertà all’aiutante, perchè col solo ajuto del Cavallerizzo da terra (quando pur bisogni in questo principio) maggiormente si confermi in tale obbedienza, e possa dipoi da se senza ajuto alcuno tenerlo in esercizio nelle medesime, finchè non vi ha fatto l’abito sopraddetto, che dia compimento all’opera.

Accade tal volta, che un Polledro che non ha mai fatta difesa, e che ha sempre prestata l’ultima obbedienza a tutto ciò che gli è stato richiesto, di punt’in bianco ricusi d’obbedire, e che essendo Cavallo di spirito e coraggio, e molto più s’è collerico, dia in disperazione essendo castigato, e s’è sincero e di poco spirito s’avvilisca persistendo nella sua ostinazione; questo avviene il più delle volte perchè nel piegarlo, e nell’essere obbligato a eseguire qualche operazione più faticosa ed, incommoda gli viene cagionata qualche doglia interna nei nervi, nei muscoli, o nei tendini, (come segue anche in noi in casi simili, ed in specie quando si passa da un gran riposo ad un’azione di fatica, e d’incomodo) che l’impedisce l’esequimento di quell’azione a cui è chiamato; onde non di volontà, ma per forza si trova questi obbligato a ricusare obbedienza.

Di qui avviene, che gli amanti del gastigo che non esaminano mai la causa della difesa, (come ragion vuole che sia fatto, prima di venire ad, esso,) rendono viziati i Polledri tal volta della maggiore abilità e saviezza.

Però, sempre che occorre di gastigare un Polledro sia esaminata la causa della difesa, e mai si corra al gastigo prima di averla rinvenuta, in specie in Poliedri che abbiano mostrato docilità per l’avanti; poichè troppo è facile che un Polledro non avvezzo a travagliare nel farlo, in specie nella prima doma, e che però un giorno faccia la lezione bene, e nell’altro non possa eseguirla; onde mai averà luogo di pentirsi, chi antepone la sofferenza al gastigo, (quando ciò non sia fatto con eccesso,) non dovendo mai esser perduta di vista la moderazione, dovuta in qualunque cosa.

Anche i Cavalli fatti sono sottoposti ad un tale accidente, quando siano stati gran tempo in riposo, poichè questo impigrisce tutte le parti della macchina, e fa loro perdere quella prontezza e facilità che avevano acquistato, e con la scuola e con l’esercizio; di maniera che le prime volte che si rimettono in azione non possono prestare alla chiamata che un’obbedienza imperfetta, e tal volta qualche giorno dopo sono resi assetto incapaci dall’indolimento in esse sopraggitto, che fa loro dare in disperazione se sono gastigati; però devono esser questi rimessi in scuola, piuttosto che gastigati, se si vuole esigere da essi la primiera obbedienza.

E’ fuor di ogni dubbio, che molti atti replicati formino un abito, e che se gli atti sono buoni, l’abito sia tale, ma se questi sono cattivi, dell’istessa qualità sia l’abito ancora; quindi è che l’imperizia dell’aiutante a cui si commette l’esercizio sopraddetto che deve formare quell’abito, che fissi ed assicuri nei legamenti dell’articolazioni ed in tutte le altre parti della macchina quell’elasticità ed attitudine che vi hanno introdotto l’azioni sopra indicate, può cagionare nel Polledro effetti simili ai sopraddetti, in vece di produrre l’intento accennato di sopra, con richiamare nelle sopradette parti la primiera pigrizia e rozzezza, mediante le chiamate di replicate azioni inopportune e contrarie a quell’oggetto di cui è stato incaricato l’aiutante sopraddetto.

Però molto opportuno è in questo caso che il Cavallerizzo dia compimento da se all’opera, in specie riguardo a quei Polledri che più li premono, se non è sicuro che l’aiutante abbia bastante capacità e perizia di poter supplire alle sue veci, e quando nè l’uno nè l’altro possa farlo, il primo per impedimento personale, ed il secondo per mancanza di sufficiente perizia, obblighi questo a prevalersi della muraglia, e della volta rovescia, affinchè le medesime suppliscano al difetto suo; poichè tanto nell’una che nell’altra, non potendo il peso della macchina traboccare in avanti, e l’una e l’altra toglie alla mano l’obbligo di dover limitare alla potenza motrice l’azione del medesimo peso, stante che questo è obbligato dalla natura delle azioni loro ad agire in equilibrio sopra le gambe d’avanti formate in colonna, ed in linea perpendicolare.

La muraglia, perchè si oppone direttamente al trabocco del peso con impedire, che egli possa fare azione progressiva in linea retta, e la volta rovescia per esser un’azione retrograda, che si aggira attorno ai piedi d’avanti produce l’istess’effetto, perchè i piedi di dietro dovendo agire nei circoli più grandi obbligano il peso della macchina a secondare l’azione loro retrograda, in vece di darli quell’urto, che lo spinge in avanti (dal quale proviene il trabocco) come fanno nelle azioni progressive: Onde non consistendo l’opera della mano in queste due azioni, che nell’obbligare il Cavallo a mantenersi sempre nella linea laterale sprolungata e retta, senza mai alterar la figura, quando l’azione è eseguita lungo la muraglia, e nel conservare la linea curva laterale in quella che forma la volta rovescia, non può a meno, che non sia più facile e meno difficoltosa l’esecuzione sua, e però anche più adattata alla poca perizia dell’aiutante sopraddetto.

E in tutte le altre azioni, che richiedono l’opera della mano, ed esigono il regolamento continuo dal cenno d’essa, conviene ricorrere alle corde lunghe da terra tenute da chi sappia maneggiarle con giudizio, e cognizione di causa, perchè suppliscano esse al difetto della chiamata di chi vi è sopra, fino a tanto che l’abito non renda la potenza motrice in grado di poter correggere da se lo sconcerto, ed improprietà della chiamata con non darli retta dove è difettosa e repugnante al meccanismo, come si vede tutto giorno, che fanno i Cavalli vecchi nelle scuole, quando sono montati dagli scolari.

E si potrà anche con esse prevalere il Cavallerizzo de’ medesimi scolari per mantenere i Polledri nell’esercizio sopraddetto, senza pericolo che fieno guastati, e con il vantaggio, che non solo servano alla scuola con piacere delli scolari desiderosi sempre di mutar Cavalli e operazioni, ma anche, che non stiano in stalla oziosi, e con aggravio inutile come si è detto.

Chi non vuole avere la sofferenza di fare agire il Polledro senz’uomo addosso, tanto che si renda capace di potere eseguire le azioni con esso sopra, e pretende d’altronde ch’ei faccia ciò che non può fare per mancanza di forza, stante la tenera età, o per difetto di prontezza d’elasticità, per non essere stata ridotta dall’esercizio alla necessaria scioltezza, ributtano Polledri della maggior abilità; altri poi più intendenti conoscendo la causa del rifiuto dell’obbedienza, li tengono oziosi nella stalla, finchè non abbiano acquistata la necessaria forza, e cominciano a far loro la scuola, quando dovrebbero darli termine.

Questo è appunto il motivo, per cui io non gli obbligo mai al peso da principio, e non mi servo che del passo, usando seco loro tutta la flemma e sofferenza possibile; ed a proporzione poi, che il polledro acquista attività, e scioltezza lo fo passare al trotto, e indi al galoppo, e nelle altre azioni indicate nel Cavallo secondo sopraddetto, prima scosso di peso. Divenuto capace di eseguirle anche con esse, con la testa e collo voltati all’una, e all’altra parte, vi metto l’uomo sopra, tenendoli le corde fino a tanto che il Polledro non intenda anche la chiamata sua, ed allora lasciatoglielo in libertà, fo sì, che l’uomo da Cavallo continui l’istessa irregolarità che io ho usato, con le corde da terra, coll’interrompere un’azione coll’altra irregolarmente e senz’ordine, perchè il Polledro non possa saper mai ciò che da esso si vuole, e però sia obbligato a star sempre vigilante, e in attenzione della chiamata, e cominci così ad avvezzarsi di buon’ora ad un’obbedienza cieca e subordinata, e non ad agire per pratica, come fanno quelli al quali non è mai cambiata lezione nè luogo, i quali levati da essa non sono capaci di far altro.

E di fatto come è mai possibile, che un Polledro, che non è in grado di eseguire le azioni più semplici in quiete, e adagio adagio e con tutta la flemma sul passo, possa supplire a quelle (che sono più difficili) di trotto, e di galoppo, con giustezza e prontezza, come se fosse Cavallo fatto, e come è la presunzione di non pochi, e in specie dei giovani, e di chi senza cognizion di causa si dà ad intendere di sapere?

E però sol quando il Polledro si è reso facile, e pronto a tutte le chiamate, ed all’esecuzione di esse con la testa e collo piegati dalla parte di fuora, obbligo l’ajutante a farlo agire con la testa piegata al suo vero luogo, ch’è dalla parte di dentro, sì perchè veda dove va, sì perchè una tal piega obbliga il peso della macchina a tenersi in quell’equilibrio che richiede l’azione, e dà luogo alla mano di porgerli ajuto, come si è veduto sopra.

Ma siccome nonostante una tal precauzione, quando il Polledro si trova senza corde, in libertà, la maggior suggezione lo imbarazza e lo confonde, in forma che non sa cosa farsi, nè trova la via d’agire, stante la limitazione che gli cagiona la piega del collo e della testa di dentro, così per por riparo a tale sconcerto, è d’uopo prima d’ogni altra cosa indagare quale sia la causa, e se trovasi che ciò provenga dalla sola novità, non ne va fatto conto alcuno, poichè con la sola sofferenza, con l’aiuto da terra, e con quello della testa alla muraglia, in breve tempo, capito che abbia la chiamata, viene superata ogni difficoltà, ed egli presterà non solo la solita obbedienza, ma piglierà anche il piacere di farlo, stante che le azioni eseguite con la testa di dentro, richiedendo che il peso conservi sempre l’equilibrio, li riescono più facili, e di meno incomodo delle altre, nelle quali il peso trabocca in avanti.

Ciò accade il più delle volte, perchè il Polledro al primo sentir della chiamata da Cavallo, insolita, li viene alzata la testa e sconcertato l’equilibrio del peso, e per conseguenza resta allora impossibilitato a dare esecuzione all’azione, finché la testa con tornare al suo luogo non rimetta il peso nel suo punto d’equilibrio; e però l’aiuto da terra e muraglia, con obbligarlo ad eseguire l’azione nonostante lo sconcerto, li sa conoscere lo sbaglio preso, e lo induce a correggerlo: onde dipoi, appena che sente la chiamata, in vece d’alzar la resta, si appiglia immediatamente a darli esecuzione in regola, come faceva con le corde, perchè tanto queste che la camarra, se alza la testa nel punto istesso, lo avvertano e l’obbligano a correggersi, e così torna in acconcio il tenerli la camarra fino a tanto che non abbia ben compresa la chiamata, poichè questa non solo corregge il difetto del Polledro, ma quello ancora della mano, ch’è molto facile che v’abbia parte.

Ma se trovasi, che la repugnanza, che mostra il Polledro d’obbedire alla chiamata abbia origine da qualche parte della macchina non finita di dirozzare, e però mancante della necessaria attività, si deve tornare senza esitare alla solita scuola di prima, e specialmente a quella ch’è più adattata a ferire il difetto, come fa l’artefice, quando rimette sotto la lima e nel fuoco quell’opera, che s’accorge che non è arrivata a prendere tutto il pulimento o la dovuta perfezione per quanto vi si sia affaticato intorno; infatti ridotta la parte difettosa, all’attività necessaria con la replicata sopraddetta ripresa, non mancherà il Polledro a suo tempo di prestare tutta quella più esatta obbedienza che può esigersi da esso.

Non poca difficoltà suole incontrarsi nelle scuole per indurre il Polledro a galoppar giusto, come per farlo passare dipoi con la medesima giustezza dall’una all’altra mano; e questo avviene a chi non ha cognizione di quel meccanismo che richiede tale azione, poichè svanisce ogni difficoltà, e questa si converte in altrettanta facilità a chi sa che tal meccanismo richiede, che i piedi laterali della mano sulla quale si vuol galoppare devono terminare l’azione loro col posarsi in terra in avanti, e che i laterali della parte opposta devono posarsi indietro, e che però non può essere eseguita una tale azione, se prima di darli principio non si trovano i medesimi così disposti. La mancanza d’una tal cognizione fa sì che nelle scuole il più delle volte, si chiamino i Poliedri al galoppo fuor di tempo, e sol per accidente o per pratica, in tempo giusto, dal che nasce la difficoltà insuperabile che si incontra da quelli, ai quali non solo manca la cognizione ma anche la pratica. All’apposto la cognizione del meccanismi di tale azione fa sì che quello che la possiede, non faccia mai la chiamata, se i piedi del Polledro non sono nella sopraddetta disposizione, onde facile, sicuro, e senza ostacolo riesce ad esso felice l’intento desiderato.

Per essere il galoppo un’azione di moto vibrato non basta la situazione sopraddetta dei piedi, ma necessario è anche, che i piedi di dietro stano postati vicino in proporzionata distanza ai loro respettivi piedi d’avanti da potere essere in grado di dar quell’urto al peso della macchina che lo vibra in avanti, e però conviene che i medesimi terminino la loro azione in tal posto.

Da questo rilevasi, che quando il Cavallo è fermo in quattro non può galoppare a nessuna delle mani, e non può alla chiamata uscir giusto, quando l’azione che fa, è di diversa disposizione dei piedi dalla sopraddetta.

Onde nel primo caso, è d’uopo di farli fare un passo prima di chiamarlo al galoppo, perchè fieno da questo mesti nella dovuta situazione i piedi; e nel secondo convien che al passo preceda anche l’arresto, che dia termine all’azione ch’è in opera, per essere diversa in essa la situazione dei piedi da quello che richiede il galoppo; e siccome nella sola scappata il portamento dei piedi è uniforme a quello del galoppo, così da questa sola azione può passarli a quella del galoppo, e da questa a quella della carriera, senza che preceda l’arresto col sol mitigare la fuga nel primo caso, e con accrescerla nel secondo onde vien concluso ad evidenza, che il passo, che mette in regola i piedi, e dipoi l’arresto che dà compimento alla ripresa, devono precedere alla chiamata dell’azione del galoppo, perchè possa essere eseguita senza difficoltà, e nella sua giustezza.

Ma a voler che il passo possa mettere nella sopraddetta disposizione i piedi, è forza che quando si vuol galoppare sia sempre cominciata l’azione dei medesimi da quello d’avanti, ch’è opposto a quella mano dalla quale si vuol galoppare, poichè altrimenti facendo, seguirebbe un effetto del tutto contrario all’intento; e perchè la chiamata sia fatta in tempo, conviene che cada nel momento che pigliano terra i due piedi diagonali che danno termine all’azione del passo medesimo.

Ne faccia la solita prova con le pedine chi vuol restar convinto di questa verità col fatto; volendo dunque galoppare sulla mano destra, stando il Cavallo fermo in quattro, egli si figuri che la potenza motrice abbia dato moto al peso della macchina col portarlo sopra i piedi diagonali, destro d’avanti, e sinistro di dietro per sgravare gli altri due diagonali, e che abbia così dato principio all’azione del passo, coll’ondulazione del medesimo, e giunta questa a quel punto di pendenza, che richiede che gli altri due diagonali sinistro d’avanti, e destro di dietro si portino in avanti per subentrare alle veci di quelli che sono in opera, muova egli ancora le due pedine, che li rappresentano, posandole in quel posto che devono occupare i piedi, cioè porti la sinistra davanti in quella distanza che può occupare con la sua estensione il piè sinistro d’avanti, e la pedina destra di dietro in quella che occuperebbe il piè destro di dietro vicino al suo respettivo destro d’avanti, e figurandosi allora che il peso della macchina seguitando la sua ondulazione, venga a pigliar sostegno sopra la nuova base da essi preparatali, sgravi gli altri due piedi, e li strascichi seco fino a tanto che la pendenza che rende incapace la base di più poter servire, non obblighi la potenza motrice a rimetterli in azione per riformare una nuova base al peso, col portare il piè destro d’avanti ad occupare altrettanta quantità di terreno, di quello che occupò il respettivo sinistro, che su il primo a muoversi, ed immediatamente dopo e quasi nell’istesso momento (tanto è veloce l’azione) il sinistro di dietro a pigliar posto vicino al suo sinistro d’avanti; egli pure faccia il simile con le sue pedine, che così viene terminato il passo, perchè tutti quattro i piedi hanno eseguita la loro azione, e vien messa in vista la situazione in cui si trovano i piedi tutti, allorché deve seguire la chiamata della mano come si è detto nella prima parte Capitolo secondo; e rileverà che solo il piede destro di dietro si trova fuori della situazione che l’esequimento dell’azione del galoppo richiede, e che però è d’uopo che questo li dia compimento col portarsi a pigliar il suo posto vicino al piè destro d’avanti per poter esser in grado assieme col suo compagno di ricevere il peso della macchina sopra di loro, e di vibrarlo in avanti quando la potenza motrice vuol dar principio ed esecuzione all’azione del galoppo, della quale si tratta.

Deve essere eseguito l’arresto nel terminar che fanno i due piedi diagonali, destro d’avanti e sinistro di dietro, l’azion del passo, sì perchè passato questo punto averebbe principio un altro passo, su il piè sinistro d’avanti non si trovasse impedito da esso, sì perchè trovandosi in questo punto il piè destro di dietro, ch’è restato fuor d’ordine scaricato del peso, dal pigliar terra che ha fatto il piè sinistro di dietro, è egli quel solo ch’è a portata di potere agire, essendo gl’altri tre incapaci di poterlo fare, stante l’impedimento che gli apporta, e la tenuta di mano che ha fatto l’arresto, ed il peso di cui sono caricati: onde al tocco della lingua forza è che egli eseguisca l’azione sua senza potersene esimere; e che metta così la potenza motrice in grado di potere eseguire con facilità la chiamata del galoppo.

Tre

Tre sono dunque gli effetti, che deve produrre la chiamata fatta in tempo, primo l’arresto che dia termine al passo, perchè il piè destro restato fuor d’ordine abbia luogo, e possa essere obbligato a dar compimento alla dovuta disposizione dei piedi: secondo l’esecuzione di questa sua azione: terzo il sollevamento della spalla, che dà principio a quella del galoppo; e però la chiamata deve consistere in una tenuta, in un tocco di lingua, ed in un sollevamento di mano, eseguite tutte tre queste azioni coll’istesso impercettibile intervallo col quale la potenza motrice dà esecuzione alle sue; la tenuta e sollevamento di mano; la chiamata alla potenza motrice dell’arresto dei piedi e del sollevamento della spalla, ed il tocco di lingua che intramezza queste due azioni della mano, è quello che fa la chiamata del portamento del piè destro di dietro in avanti,e del moto vibrato che devono eseguire nel medesimo tempo ambedue i piedi di dietro e per conseguenza della continuazione dell’azione del galoppo, che ha avuto principio dal sollevamento della spalla, finché la mano con una nuova chiamata non gli dia il termine.

Chiaro, è dunque che eseguita la chiamata del galoppo con tal metodo nel tempo indicato, vien tolta e al Cavaliere e al Cavallo quella difficoltà che incontra chi agisce a caso, e senza una tal cognizione. Provenendo dall’istessa causa detta sopra la difficoltà che s’incontra nelle scuole nel far passare il Polledro da una mano all’altra nell’azion del galoppo con un consimile metodo, pure vi si pone riparo; dico consimile, perchè nel primo caso deve essere il passo che precede alla chiamata del tutto, compito dall’azione di tutti quattro i piedi, come si è detto, ed in questo dev’esser solo ammezzato ed interrotto, come si dirà.

Termina l’azione del galoppo della man destra con i piedi laterali di questa mano situati in avanti, e per conseguenza con i laterali della parte opposta situati indietro; e però non può esser dato esecuzione immediatamente dal galoppo della mano destra, a quello della sinistra, che richiede situazione diversa dei medesimi, se non viene prima cambiata la positura loro; e siccome la potenza motrice non può far mutazione alcuna nelle azioni per minima che sia, in tempo che la macchina è in moto, così prima d’ogn’altra cosa, quando si vuol passare dal galoppo della mano destra a quello della sinistra, conviene coll’arresto dar termine all’azione ch’è in opera, e dipoi appigliarsi a far fare alla potenza motrice il cambiamento necessario dei piedi, con obbligare il piè sinistro d’avanti a pigliare il suo posto, e nel medesimo tempo col solito impercettibile intervallo il destro di dietro a prendere il suo, vicino al respettivo laterale d’avanti, e ciò seguito, tre piedi si trovano nella situazione che richiede l’azione del galoppo sulla mano sinistra, e solo il piè sinistro di dietro resta fuor d’ordine, ma in grado di potere al minimo impulso della potenza motrice, eseguire anch’esso la sua azione per darli compimento, stante l’essere stato scaricato del peso nel posare in terra che ha fatto il respettivo suo destro di dietro.

E però nel prender terra, che fanno i due primi sopraddetti piedi diagonali, è il punto in cui deve seguire la chiamata al galoppo sulla mano sinistra, cioè la tenuta, il tocco di lingua, ed il sollevamento di mano, dimostrati di sopra, perchè producano i tre sopraddetti effetti.

Non può in questo caso darsi compimento al passo con l’azione di tutti quattro i piedi, come si è fatto sopra, perchè il proseguimento dell’azione loro rimetterebbe i medesimi nell’istessa situazione di prima, senza produrre il desiderato intento, e però è forza d’interromperlo nella prima mossa dei piedi.

Può questo cominciarsi dal piede opposto alla mano su cui si vuol galoppare, come ho dato per regola, perchè il piè destro d’avanti, a cui s’aspetterebbe di dar principio all’azione è incapace di muoversi, sì per esser steso in avanti, sì per esser aggravato dal peso; onde forza è di doversi prevalere del piè sinistro che per trovarsi indietro è in grado egli solo di potere agire.

Ma siccome un tal passo interrotto non può essere eseguito, se i legamenti delle gambe non hanno fatto acquisto di quella scioltezza ed attività ch’è necessaria, perchè possano prestare una momentanea, esatta, e puntuale obbedienza alla chiamata, così non è possibile che il Polledro non arrivato anche a questo segno di scioltezza dia esecuzione alla cambiata di mano di cui si tratta, con quella prontezza che richiedesse onde è d’uopo con esso di servirsi del passe compito, con obbligarlo con la parata non solo a interrompere l’azione del galoppo, ma anche a rimettere i piedi in quattro, per poter dar principio al passo col piè della mano opposta a quella su cui si vuol galoppare, e poter fare la chiamata nel punto dell’intero compimento di esso, come si è detto sopra.

Quando poi il Polledro ha fatto acquisto della necessaria scioltezza ed attività della forza elastica dei legamenti, non solo il Cavallerizzo deve servirsi del passo rotto per l’esecuzione delle cambiate, ma deve anche prevalersi di questo per quella del galoppo in generale, col far cominciare il passo dal piede di quella mano su cui si vuol galoppare, perchè la chiamata che ha origine dal passo rotto riesce più pronta, e l’azione più perfetta e di maggior pregio, onde può concludersi che conviene che il Polledro sia chiamato al galoppo dal passe compito interamente, ed il Cavallo addestrato dal passo interrotto.

Non v’è cosa certamente che metta più in sicuro, che il passo che deve precedere la chiamata del galoppo abbia principio dalla parte opposta a quella sulla quale vuol galopparsi, che il far la chiamata del galoppo dalla linea laterale o curva, poichè il meccanismo vuole, che le azioni tutte di queste siano cominciate dal piede d’avanti della parte di fuori, e giammai da quello della parte di dentro, come si è veduto nel Capitolo secondo di questa parte.

Onde chiamato il Polledro da tali linee al galoppo non potendo a meno che il passo sia cominciato dalla parte opposta forza è che tal chiamata venga eseguita in tempo giusto ed in regola; e per conseguenza, che il galoppo deva riuscir giusto su quella mano che si vuole.

Ed essendo principio infallibile il dover passare per scala dal più facile al più difficile, così il far passare il Polledro dal passo al trotto, e da questo al galoppo in linea laterale con la testa alla muraglia, piegata prima dalla parte di fuora, e a proporzione poi dell’acquisto, da quella di dentro, lasciandolo insensibilmente addirizzare, si fa sì che dalla linea laterale si trovi senz’ avvedersene nella retta, e da questa con tenerlo in maggior suggezione dalla parte di dentro lasciandone in libertà la parte di fuora con la dovuta proporzione nella curva, tutto ciò è la vera regola per render più facile e più sicura la riuscita della chiamata nel suo punto all’aiutante, e per assicurarsi che l’esecuzione del Polledro produca l’effetto desiderato senza correr rischio, che segua sbaglio.

Non può certamente mettersi in dubbio, che ridotto a questo segno d’attività ed obbedienza il Polledro, non abbia fatto acquisto di tutto ciò che richiede un Cavallo di maneggio, ma contutto ciò, siccome una penna ben temperata resta inutile, se manca chi la sappia maneggiare, così avviene del Polledro, e però è d’uopo di passare a compire il mio assunto, col mettere in vista anche tutto ciò che riguarda l’opera del Cavaliere, dalla quale depende il risalto della maestria sua, e della bravura e bontà del Cavallo.

DELL’OBBEDIENZA DEL CAVALLO

PARTE TERZA.

CAPITOLO PRIMO


Quale deva essere la positura del Cavaliere a Cavallo per starvi fermo, e quale la struttura della Sella.


Ridotto lo spirito del Polledro alla mansuetudine indicata nel primo Capitolo della seconda Parte, potrà esser montato da chicchessia, pur che si contenti di esiger da esso l’esecuzione delle sole azioni naturali; e se oltre alla reduzione dello spirito sarà stata risvegliata, e dirozzata quell’elasticità dei legamenti delle gambe, di cui il Polledro nel suo nascere è stato dotato in essere, come ho dimostrato nel secondo Capitolo, potrà il Cavaliere esigere dal medesimo anche un’esatta e pronta esecuzione di quelle azioni che sono necessarie per il servizio di campagna, caccia, e guerra, e potrà ottenersi da esso finalmente tutta la possibile obbedienza che si richiede da un Cavallo di maneggio e d’opera, se sarà stato dato l’essere con l’arte anche a quella, di cui è stato dotato dalla natura solo in potenza, come ho additato nel Capitolo terzo, col quale ho dato termine alla seconda parte.

Ma siccome le figure, che devono essere eseguite dalle azioni del Cavallo di maneggio, richiedono dalla mano del Cavaliere per mezzo della briglia una chiamata propria, specifica, e circostanziata, che indichi alla potenza motrice la norma dell’esecuzione, or con dar maggiore ed or minore impulso alla chiamata, ed or con una sospensione, e tal volta con un arresto o cosa simile, appunto come segue alla mano dello scrivente per mezzo della penna quando fa formare all’inchiostro le figure del carattere, or col calcarla, ed or coll’alleggerirla, e talvolta con staccarla del tutto dalla carta per portarla in giro, ed ora in linea retta, curva, transversale ec., ed in tutte quelle forme che fa d’uopo e che sono opportune per farle eseguire le ombeggiature, e distinguere e separare una figura dall’altra in quella proporzione che bisogna, per ridurle alla perfezione desiderata; così non può esser messa in esecuzione una tal chiamata se prima il Cavaliere non ha fatto acquisto dell’adequata e necessaria perizia, sì teorica che pratica, come è stato d’uopo di fare allo scrivente, poichè inutile senza questa sarebbe tanto il Cavallo d’opera, che la penna ben temperata, perchè non vi sarebbe chi gli sapesse fare agire.

Rilevandosi da questo che il risalto e perfezione delle operazioni del Cavallo richiede un uniforme concerto dell’obbedienza del medesimo, e della giustezza della chiamata del Cavaliere. Dopo aver trattato della prima, mi è d’uopo, per dar compimento all’opera, di mettere in vista anche ciò che riguarda la seconda.

Posto dunque che la potenza motrice (come si è concludentemente provato) non solo deva ella stessa dare esecuzione a qualunque azione, ma anche deva ciò fare ciecamente, non potendo essere indovina della mente del Cavaliere, ne viene di conseguenza, che dalla mano di esso le deva venire indicato di mano in mano tutto ciò che deve esser messo in esecuzione, con tale esatta precisione, che sia rilevata qualunque, benché minima circostanza, appunto come fa la mano dello scrivente nel formare il carattere, che non lascia indietro ombreggiatura alcuna che possa darli risalto.

Poiché essendo la chiamata mancante d’una tal precisione, e l’operazione eseguita ciecamente a seconda della chiamata, non può a meno d’essere imperfetta, e difettosa in quella parte, a misura che la mano ha mancato di precisione; e questa è la ragione, perchè un Cavallo opera meglio sotto di uno che sotto di un altro, e che la penna forma diverso carattere a seconda della mano che la regola. Chi scrive non può certamente formar carattere se non ha la mano libera e sciolta, così il Cavaliere che deve regolare le operazioni del Cavallo con le chiamate a tempo e luogo, non può farlo senza la medesima libertà e scioltezza di mano; ma siccome questa non può darsi senza la fermezza in sella, così è necessario al Cavaliere prima d’altra cosa di fare acquisto di tal fermezza, per potere aver la mano in sua balìa, e pronta sempre all’esecuzione di ciò che occorre, e mai impedita per tenersi a Cavallo.

Non può mettersi in dubbio, che dalla positura più comoda provenga la fermezza del Cavaliere a Cavallo, e che alla positura e alla fermezza non poco contribuisca la struttura della sella.

Diverse sono le opinioni di quale debba essere la positura del Cavaliere a Cavallo; vi è chi vuole che vi stia situato del tutto diritto, talmente che il piede, la gamba, e la coscia formi una linea con la vita sino alla punta della spalla, come se fosse in piedi; e chi lo vuol situato a sedere formando con la coscia e con la vita un angolo quasi retto, ed un altro con la gamba, e ginocchio

L’una e l’altra a mio parere, è fuor di regola e difettosa, poichè tanto nell’una che nell’altra, egli non può star fermo in sella, (ch’è la più essenziale prerogativa della positura) perchè nella prima dovendo stare interito per tenersi dritto, la presa della coscia non è bastante a impedire l’agitazione della vita e delle gambe in avanti e indietro che cagiona il moto Cavallo, e che porta seco anche quella della mano; in prova che ciò sta vero, si metta una statua a Cavallo in tal positura, e si vedrà che immediatamente che il medesimo si muove, ella li cade sul collo, o sulla groppa; e se questa si pone nella seconda positura, quantunque le gambe, e la vita della medesima stiano ferme, non può a meno contuttociò che il moto non faccia sollevare al Cavaliere il sedere dalla sella, stante che la situazione della gamba in avanti fa sì che non abbia presa che il ginocchio, e questo in falzo, perchè troppo verso il garese, onde il sedere resta in libertà di poter essere sollevato dal moto in specie, quando è incomodo.

E di più essendo queste due positure forzate, e fuor del naturale non può il Cavaliere tenersi in esse senza l’aiuto della sella, e però gli arcioni tanto d’avanti, che di dietro di quella che deve servire alla prima, sono impostati diretti verso terra, in forma che obbligano le cosce a stare inforcate senza potere andare nè in avanti, nè indietro.

In quella poi che deve servire alla seconda, gli arcioni di dietro sono impostati in avanti perchè possano sostenere le cosce al suo luogo, che altrimenti cadrebbero abbasso a seconda del loro naturale.

Essendo la costruzione del corpo umano in tutti uniforme, ne viene di conseguenza che una sola sia la positura che deve a tutti convenire, e questa deve aver due prerogative; la prima è la fortezza e fermezza in sella ch’è la più essenziale, e la seconda la scioltezza e la disinvoltura, che da grazia e risalto alla persona; alla presa della coscia s’appartiene la prima, e dalla situazione e portamento della vita proviene la seconda.

Posto questo, perchè la coscia abbia la sua presa, conviene che sia situata in forma da potere abbracciare il Cavallo senza impedire che il Cavaliere possa stare a sedere in sella con tutto il comodo, perchè allora solo è in libertà di mettere in azione le coscie in tutta l’estensione dell’attività loro, ed in grado di mantenere la vita in quella situazione che porta seco quello sciolto e disinvolto portamento che dà risalto e grazia alla positura di tutta la persona.

Più che la situazione della coscia in avanti va a formare un angolo retto con la vita, più si rende incapace della presa necessaria per tenersi forte, e se all’opposto con lasciarsi cadere viene a formare una linea retta con la medesima vita, impedisce al Cavaliere lo stare a sedere, e gli apporta incomodo, e lo rende incapace di fermezza, come si è veduto sopra quindi è che l’unica situazione che la mette in grado di far quella presa che rende il Cavaliere forte a Cavallo, è quel punto di mezzo tra le due sopraddette, che fa formare alla medesima un angolo ottuso con la vita, e non impedisce, che il Cavaliere sua con comodo a sedere, e nell’istesso tempo toglie al moto l’attività di poter mettere in agitazione la vita e le gambe, come fa nella prima positura sopra descritta, e di poter sollevare dalla sella il federe del Cavaliere come nella seconda.

Situata così la coscia e la gamba, che forma l’angolo ottuso sopraddetto, deve il piede posarsi sopra la staffa, di maniera che la punta di esso appena sopravanzi, voltata alquanto verso il Cavallo, ma non del tutto, perchè possa con maggior facilità e scioltezza dar la spronata senza perder tempo a voltarla; e quantunque la gamba deva stare stesa verso terra per tener la staffa, e dare esecuzione alla linea con la coscia, che forma l’angolo ottuso, il ginocchio dev’essere sciolto con quella proporzione che s’adatta a formare la linea sopraddetta, ed a lasciare in libertà la gamba di poter dar gli aiuti ed il castigo quando occorre, senza apportare il minimo disturbo alla coscia, nè al restante della persona del Cavaliere.

La vita con il sedere posato in sella deve formare una linea retta con sporgere il petto in avanti, e le spalle in dietro e la parte superiore del braccio con il gomito deve cadere unito alla vita pure in linea retta nella sua scioltezza naturale, e lì tenuto senza forza nè intirizzimento alcuno, ed il restante del braccio deve formare con un’altra linea un poco laterale un angolo retto con il gomito, e la mano serrata senza forza, tanto che possa tenere le redini della briglia separate con il dito mignolo, o con l’anulare, come più li torna comodo, con le dita alquanto voltate verso il cielo, ed il pugno in fuora per correggere la linea laterale del braccio, senza forza, perchè il polso possa prestarsi e lasciare in libertà la mano di poter far le chiamate che occorrono con quella prontezza e facilità che fa d’uopo, senza che dia nell’occhio agli spettatori.

Siccome qualunque moto della vita, o altra parte della persona, o intirizzimento, per piccolo che sia, non può a meno d’obbligar la mano e toglierli quella libertà ch’è necessaria, e senza la quale non possono essere eseguite le chiamate con quella precisione che si è indicata di sopra, messo che siasi così il Cavaliere in sella non li resta altra libertà che di strigner le cosce a suo talento, perchè un tale strignimento non passa a fare impressione alcuna in altra parte che possa pregiudicare alla scioltezza della mano, ma questo pure deve esser fatto a tempo e luogo, perchè se tenesse sempre in forza le cosce, verrebbero a straccarli in forma che al bisogno si troverebbero deboli ed incapaci di far resistenza, allor che ne fa il maggior d’uopo; onde da ciò vien concluso, che situatosi il Cavaliere nella positura detta di sopra, deve tenersi in essa con la maggiore scioltezza e disinvoltura possibile, senza affettazione alcuna, che così si troverà pronto, ed in grado a stringer le cosce per tenersi fermo quando occorre, e sarà sempre in piena libertà di prevalersi della mano, non meno che come lo scrivente, per fare le opportune chiamate con quella precisione che indicherò nel Capitolo susseguente, e nell’istesso tempo sarà la positura sua nello stato più brillante e grazioso, e non poco contribuirà a dar risalto anche all’operazione del Cavallo.

Essendo una tal positura naturale, e però facile e comoda, non ha bisogno che la sella abbia in essa parte alcuna, com’è necessario che l’abbia nell’altre due sopraddette; nella prima perchè tenga le cosce inforcate e diritte, come ella lo richiede, e nella seconda, perchè sostenga le medesime in avanti, come si è detto, che altrimenti, queste caderebbero in dietro, ed in vece dell’angolo retto verrebbero a formare l’ottuso, e quella positura a tutti naturale da me proposta per la più forte, e di buona grazia.

Deve dunque la costruzione della sella essere eseguita in forma, che porga ajuto e maggiore stabilità alla positura senza apportare incomodo nè disturbo alcuno, e però gli arcioni di dietro, situati un poco in avanti, devono secondare la positura delle coscie per darli appoggio, alquanto piegati indietro alla estremità, perchè le medesime non possano mai trovare quella costola incomoda e tagliente che dà termine ai medesimi, e possano ricevere l’appoggio nel piatto loro, quando occorre. La pendenza di quelli d’avanti sia adattata, e capace di dare appoggio alla parte di sopra delle medesime cosce, e insieme d’impedire con la resistenza ad esse, che il ginocchio non possa mai arrivare a toccare il fusto ancorché la forza del moto del Cavallo levi dalla situazione loro le cosce del Cavaliere, ed a quest’effetto le medesime cosce del fusto devono essere impostate quel tanto in avanti, che sia bastante a lasciar libero quello spazio che deve abbracciare il ginocchio; la bardella che deve fasciare tutta l’ossatura del fusto, perchè non possa far male al dorso del Cavallo, deve essere eseguita in forma che lasci libere quelle parti che devono occupare le cosce, alfinchè tra esse ed il Cavallo non vi resti tramezzo, che la pura coperta della sella, e possano però andare ad abbracciare direttamente il Cavallo medesimo, che così la presa loro riesce più forte e più comoda, e la sella non ha luogo di girar sotto al Cavaliere, perchè stabilita nel suo posto da due riprese, cioè dalle cigne e dalle cosce del medesimo. Una tal costruzione di sella nel tempo istesso, che seconda l’indole naturale della sopraddetta positura, impedisce insieme alla coscia di potere uscire dalla sua situazione; quindi è che lo scolare con facilità acquista fermezza a Cavallo in breve tempo senza incontro di difficoltà alcuna, e però può darlisi fin dalla prima mattina le staffe, all’opposto di quello che si usa nelle scuole, dove si tengono li scolari più mesi senza, per fermarli prima a Cavallo; ciò che apporta l’inconveniente, che essendo la positura in cui li mettono, fuori del naturale incomoda e poco forte, come si è veduto, non possono essi fare a meno di prevalersi della mano per tenersi a Cavallo, il che cagiona quella crudezza nella medesima ch’è l’opposto del temperamento d’essa, reputato per necessario.

Per fermar dunque lo scolare a Cavallo, e farli fare acquisto della fermezza di mano, perchè sia capace di far le chiamate a dovere, con la giustezza necessaria, e con facilità, ed in breve tempo, montato che sia la prima volta in sella li si dia le staffe, e li si accomodino le cosce e le gambe in quella positura, in cui deve tenerle, e dipoi li si additi il come deve tener la vita, le braccia, e le mani, e li si ponga in esse le redini della briglia separate e lenti, una per mano, tra i diti mignoli e anulari, overo tra gli anulari ed i medj, (nei quali la chiamata riesce più dolce e con meno forza) e li s’imponga di tenersi così con la presa delle cosce del tutto sciolto, senza fare altra forza che quella ch’è necessaria per tenersi fermo senza il minimo intirizzimento di alcuna parte, e li si avverta che tenga sempre la faccia allegra e giojale, il che indica franchezza e possesso.

Situato così, il Maestro faccia muovere il Cavallo, ch’egli medesimo deve regolare da terra, con le corde ch’è solito tenere in mano quando fa scuola a’ Poliedri, senza che lo scolare vi abbia parte alcuna, dovendo il medesimo avere a questa effetto le redini della briglia lenti in mano, come si è detto.

L’azione del Cavallo sia d’un passo lento, ed il più comodo che sia possibile, poichè l’unica premura del maestro deve essere in questo principio, che la positura dello scolare si mantenga intatta senza variazione alcuna, con correggere immediatamente la minima mancanza nel punto istesso che segue, anche con l’arresto del Cavallo quando bisogna, tanto che lo scolare perda il sospetto che l’incute naturalmente la novità di trovarsi a Cavallo, ed insieme impari a tenervisi sopra con la presa delle cosce, (giacché non ha altro com penso che questo da pigliare,) come la natura l’insegna.

Se per maggior suo comodo il maestro sa agire il Cavallo in un quadrato, al termine d’ogni linea lo fermi, e fattoli dipoi tagliar l’angolo, nuovamente faccia l’arresto, e ripigli in seguito la linea, e con questo metodo gli dia termine, e cambi mano nella forma che taglia gli angoli, per eseguire un altro quadrato alla parte opposta, e quando s’appigli ad eseguire una linea nel diritto, faccia delle parate di tanto in tanto, per non affaticar troppo lo scolare, e darli tempo di ritrovarsi a Cavallo, e di pigliarvi franchezza.

A proporzione poi del profitto, ch’egli fa, passi a fare eseguire al Cavallo le prime lezioni, che li furono fatte fare quando era Polledro con la testa, e con la groppa al muro per dirozzare l’elasticità dei legamenti suoi, additate nel secondo Capitolo della parte seconda, con l’avvertenza di cominciar sempre dalle più facili, ed indi passare alle più difficili.

Ed a feconda che s’accorge che lo scolare piglia fermezza, li faccia scorciare in mano la redina della briglia, che regola l’azione, tenendo sempre sciolta quella della parte opposta, perchè cominci ad avere parte anch’esso con una piccola tenuta d’essa nella chiamata, che in breve tempo sarà in grado di poterlo fare con tutte due le mani, a seconda del bisogno, e così s’avvezzerà ad agire con le mani separatamente l’una dall’altra, ed a poter dare gli aiuti contrarj, come lo richiede il bisogno, ed guidarla da se, lasciando che l’opera del maestro abbia sol luogo nella correzione dei difetti e mancanze che hanno origine dall’imperizia sua.

Il moto comodo del Cavallo renderà facile allo scolare il conservare bella la positura, e lo stabilirsi in essa; la facilità della chiamata li farà perdere l’apprensione ed acquistar coraggio; e la scioltezza della mano obbligherà le cosce a fare il loro dovere ed a fermarlo in sella, e per conseguenza a renderlo capace di passare per scala all’esecuzione di tutte quelle chiamate e azioni che comporteranno l’abilità, talento, e disposizione sua naturale perfezionate dall’arte.

Sarà forse un tal metodo riputato per lungo e nojoso, è forse anche per ideale ed inutile da chi non ha esperimentato le gran’difficoltà e pericoli che sono soliti incontrarsi nelle scuole dell’arte di montare a Cavallo, ma l’esperienza convincerà dell’opposto, e però lo ne lascio a lei la decisione, e ne abbandono la prova teorica, per non essere troppo prolisso in cosa che non merita la pena, mettendo in libertà chiunque di fare di ciò quel conto che più l’aggrada; ristringendomi solo a rammemorarli che il primo principio di tutte le scuole sì delle arti, che delle scienze è che debba cominciarsi sempre dal più facile, e dipoi passare al più difficile, ed a metterli poi in vista che a tal principio è appoggiato questo nuovo mio metodo, con farli riflettere che se questi è proficuo ai Polledri, che sono animali irragionevoli, molto più deve esserlo a chi è dotato di raziocinio, come lo è lo scolare.

Certo è che il Polledro che ha acquistato la docilità e mansuetudine descritta nel primo Capitolo della seconda parte, non è più capace di mettere in pericolo chi lo monta, se non vi è indotto dallo strapazzo e castigo intempestivo; onde può esser montato da chi che sia, ed anche da qualunque signore di primo rango senza rischio alcuno; e non avendo di bisogno per dirozzare l’elasticità dei legamenti suoi che di continuare l’esercizio delle lezioni già apprese, che sono le più facili e le più comode, e dovendo essere l’esecuzione delle medesime fatta adagio adagio e con pasla, perchè possa egli metterla in opera, viene ad essere però reso capace di servire anche sotto li scolari principianti, che richiedono le medesime lezioni facili, comode, e pausate, perchè possano fermare coll’esercizio la positura per abito, ed apprendere la maniera di stabilirsi a Cavallo con fermezza, perdere l’apprensione, e pigliare coraggio, e con la medesima facilità imparare a fare le chiamate con precisione, ed il modo di regolare le azioni. Quindi è che il Cavallerizzo può nel medesimo tempo e con l’istesse lezioni formare lo scolare ed il Polledro, e toglier di mezzo l’inconveniente di dover tenere i Polledri inutilmente più mesi, per non dire anni in stalla, come segue nelle scuole anche più accreditate.

PARTE TERZA

CAPITOLO II.

Delle chiamate del Cavaliere.

Il maestro di ballo, che servir deve d’immagine al Cavallerizzo, non può certamente aver parte alcuna nell’esecuzione delle azioni dello scolare, può bensì e deve additare ad esso quali siano quelle che inducono nelle parti, quella maggiore elasticità, senza la quale non possono essere eseguite le azioni più ricercate che egli vuole apprendere, ed il modo che deve tenere per metterle in opera; solamente è in libertà sua di porgerli ajuto con la mano, ma senza obligarlo a cosa alcuna che riguardi l’esecuzione delle azioni, che da esso vuole esigere; e perchè lo scolare è dotato di ragione si serve del raziocinio e della persuasiva, per farlo agire a feconda della perizia sua.

Così il Cavallerizzo non può aver parte nell’esecuzione di quelle azioni che devono essere eseguite dal Cavallo, quantunque possa porgerli quell’aiuto che non toglie alla potenza motrice la piena libertà dell’esecuzione; può bene limitargli i termini, dentro ai quali vuole, che questa sia effettuata; e perchè il Cavallo è mancante di ragione, e sol dotato d’un istinto naturale che ha qualche anologia con essa, in virtù della quale conosce ciò che per esso è buono, e ciò che gli è di pregiudizio e danno, è forza al Cavallerizzo di prevalersi in vece del raziocinio, di quei segni e mezzi che dall’arte sono creduti i più opportuni per farli comprendere ciò che da esso vuole esigere e questi appunto sono quelli che nelle scuole diconsi chiamate, delle quali lo m’appiglio di dar contezza in questo Capitolo.

Il darsi ad intedere di poter aver parte nell’efecuzione delle azioni del Cavallo, come è la presunzione di chi agisce per pratica senza cognizione di causa, è il sommo degl’errori, e la causa che rende difettosa la chiamata, e impossibilita l’esecuzione delle azioni, in vece di dar loro risalto e perfezione, come pretende di fare chi ha sposata questa massima.

Quello che non lascia in libertà la potenza motrice d’agire a seconda che comporta la sua costruzione, e vuol con la chiamata esigere più di quello che può dare, rende difettosa l’azione, (come ho detto) in Cavallo dell’ultima sofferenza, e ributta quello che ha coraggio d’opporsi ad essa, e di far fronte. E però è principio infallibile, che la chiamata debba limitare l’azione al Cavallo, ma non già mai togliere ad esse la libertà dell’esecuzione, ch’è di sua privativa; perchè egli solo sa la maniera, con la quale va e può essere eseguita, ed è il solo che può darli l’ultimo grado di quella perfezione che comporta l’indole e natura sua. Massima, che vien confermata anche da chi agisce per pratica senza avvedersene, (avvegnaché di sentimento contrario) con l’applauso e stima, che fa del temperamento di mano, perchè questi, altro non significa, e può dirsi che sia l’estratto di quell’istesso principio, che da esso viene impugnato, come si è veduto di sopra. .

Prima di passare avanti per dar esecuzione al mio assunto, mi sia permesso che faccia alcune premesse, che serveranno per facilitare l’intendimento di quanto sono per dire in appresso.

Primo: che sopra ogn’altra cosa è necessaria la fermezza del Cavaliere in sella, come si è veduto nel Capitolo antecedente, perchè la mano possa esser ferma, e sempre in grado di potere agire a suo talento.

Secondo: che alla mano non si appartiene che di dare il cenno, e la norma alla potenza motrice della qualità dell’azione, e del come dalla medesima deve essere eseguita, con additargli tutte le circostanze, nella forma istessa che la penna dà regola all’inchiostro, che deve formare il carattere, senza lasciare indietro cosa alcuna che possa darli risalto; e tutto ciò deve fare senza pigliar parte alcuna nell’esecuzione dell’azione, alla riserva di porgerli ajuto quando bisogna, e di prescriverli il limite dentro al quale deve esser messa in opera. Terzo: che alle azioni semplici e naturali, come sono quelle dei Cavalli da campagna, caccia, e guerra, può farsi la chiamata con la sola mano sinistra per mezzo delle redini della briglia, situate e divise in essa dal dito mignolo o anulare, e dal moto e appoggio della gamba, e dallo sprone in caso di castigo, perchè resti la mano destra libera per il maneggio delle armi.

Quarto: che alle azioni artificiali dei Cavalli di maneggio talor conviene far la chiamata con una mano sola, e talora con ambedue; Il passeggio, il galoppo, e raddoppio semplice, la scappata, la carriera, la corvetta, ed il salto ne’ Cavalli biscottati, può farsi con una mano sola, ma il galoppo, e raddoppio con finte e spesse, ed improvise mutazioni, che richiedono chiamate diverse, e talora una opposta all’altra, non possono essere eseguiti con quella giustezza e puntualità, che dà risalto all’azione senza l’opera dell’una e l’altra mano; i Cavalli difettosi d’anche che hanno bisogno d’aiuto, ed i giovani non anche assodati che pure hanno bisogno d’aiuto e di correzione, richiedono pure l’opera dell’una e l’altra mano.

Quinto: la chiamata allo spirito si fa col tocco di lingua, con la voce or piacevole e lusinghevole, or risentita e risoluta, ed or minacciante e severa: con il fischio della bacchetta, con la minaccia del castigo con la medesima, e col castigo e della bacchettata e dello sprone, quando occorra raffrenare e correggere la malizia e l’ostinazione; purché tutto sia regolato a seconda che richiede il bisogno, e avuto riguardo all’indole e natura sua, che non deve esser mai perduta di mira in nessuna occasione da chi non vuol sottoporsi a pigliare sbaglio.

Sesto: che non può essere eseguita a dovere e con la dovuta precisione nessuna chiamata, da chi non ha fatto acquisto prima della cognizione teorica, di come deve e può essere eseguita l’azione che si vuole esigere dal Cavallo, e di quali sieno le circostanze che costituiscono la perfezione sua; poichè da questa deve pigliar regola il Cavaliere per mettere in opera a dovere la mano, ed a seconda del bisogno.

Da tutto questo vien concluso che alla potenza motrice solo si aspetta l’esecuzione delle azioni, ed al Cavaliere di fare per mezzo della mano, della voce, e delle gambe, le chiamate necessarie che gli preferivano la maniera come devono essere eseguite.

Ed affinchè la potenza motrice possa secondare la chiamata, è d’uopo che l’arte abbia reso mansueto e docile lo spirito; ed abbia non solo dirozzata e promossa l’elasticità dei legamenti della macchina, di cui è stata dotata in essere dalla natura nel suo nascere, ma anche dato to l’essere a quella che solo ha sortito in potenza, e però ne ho indicato modo nella seconda parte.

E perchè il Cavaliere possa eseguire a dovere la chiamata necessaria, è d’uopo che abbia fatto acquisto della cognizione teorica di tutte le circostanze specifiche che concorrono nell’esecuzione delle azioni, e però nel Capitolo secondo della prima parte ho fatto l’analisi delle medesime.

Rilevasi di più da quanto si è detto, che perchè la mano possa prestarsi alla volontà del Cavaliere, necessaria è la fermezza in sella del medesimo Cavaliere, ed a quest’effetto nell’antecedente Capitolo di questa terza parte ho additato il modo di farne acquisto.

Onde non mi resta ora, che d’individuare quale sia la specifica chiamata, che richiede ciaschedun’azione in particolare.

Già si è detto che il Cavallo andando in diritto, essendo figura quadrilatere, forma con i piedi due linee eguali, e una più stretta dell’altra andando in volta, ed ogni piede forma la sua nelle linee laterali tutte quattro eguali in linea retta, e tutte quattro disuguali una più stretta dell’altra per scala in linea curva, e che l’azione deve essere sempre cominciata dal piede d’avanti, opposto a quella mano su cui deve esser eseguita e terminata, nell’azione del passo, trapasso, e trotto, dal piede di dietro respettivo a quello d’avanti che l’ha cominciata, e che nel portante pure deve aver principio dall’istesso piede, e fine dal piede di dietro della parte opposta.

E si è veduto anche, che il galoppo prima d’esser messo in opera richiede che i piedi laterali della parte sulla quale dev’essere eseguito, siano situati in avanti, e quegli della parte opposta in dietro; e per essere un’azione di moto vibrato è d’uopo, che quelli di dietro nell’istesso tempo sieno messi in grado con la ripresa di poter ricevere sopra di loro il peso tutto della macchina, quando è sollevato in aria dall’elasticità delle pastore dei piedi d’avanti che danno principio all’azione, perchè l’elasticità delle gambe di dietro possa darli compimento con la vibrazione del medesimo, e che terminata questa, i piedi d’avanti devono ripigliar terra senza avanzar terreno, uno dopo l’altro, prima quello ch’è situato indietro, e dipoi quello ch’è situato in avanti, per poterlo ricevere sopra di loro, e così dar luogo e ajuto alle gambe di dietro, di poter col moto dì restrizione tornare a ripigliar terra vicino a quegli d’avanti, anch’essi uno dopo l’altro, nell’istessa situazione ch’erano, quando dato l’urto al peso, si sollevarono per andare a mettersi in grado di continuare a riprese, assieme ed a vicenda con le gambe d’avanti l’azione:

E che la scappata non differisce dall’azione del galoppo, che nella maggior velocità ed abbracciamento di terreno, e la corvetta preceduta dalla ripresa viene eseguita a piè pari a vicenda, il primo dall’elasticità delle pastore dei piedi d’avanti che la sollevano in aria, ed il secondo da quella delle gambe di dietro che danno l’urto alla vibrazione del peso, e nell’istesse tempo con l’ajuto dei piedi d’avanti tornati in terra si portano a rimettersi in grado di continuare con essi a vicenda l’azione, e di darli compimento:

Che la differenza, che corre dalla carriera alla corvetta, è simile a quella che corre dalla scappata al galoppo.

E che finalmente dalla corvetta al salto non vi è che quella che porta seco il maggior tempo del tornare a terra che richiede l’elevazione, e la maggior quantità di terreno che deve abbracciare la mezz’aria, e la maggior elevazione, abbracciamento di terreno, ed il maggior tempo che richiede l’accenno e lo sparo del calcio, che deve eseguire l’aria del Montone, e della capriola.

Essendo il passo, trapasso, trotto, e portante, eseguito in linea retta, un’azione semplice, così semplice ancora deve esser la chiamata; e però il tocco di lingua basta a obbligare la potenza motrice a mettere in azione la macchina, e la proporzionata tenuta di mano con le guide eguali a prescrivergli la quantità dell’estensione del terreno che deve fare abbracciare ai piedi.

E siccome l’abbracciare più e meno terreno porta seco anche maggiore e minor vivezza di spirito, così la tenuta di mano che regola l’estensione del terreno, contribuisce anche in certa maniera a dar regola alla proporzione della vivezza che richiede quella ch’è messa in opera; e quando questa ecceda, con la voce piacevole e lusinghevole, che si fa con le labbra, si corregge, ed essendo mancante, con la voce più risentita.

Quindi è, che la maggior tenuta di mano fa formare alla potenza motrice il passeggio sul passo sostenuto e sul trotto, a seconda della disposizione del Cavallo, e la tenuta minore passo castigliano; una scioltezza maggiore di mano gli fa eseguire il passo, il trapasso, il trotto, e il portante, (quando sia il Cavallo di tal natura) accompagnata dal tocco più o menò forte di lingua, a feconda del bisogno e dello spirito del Cavallo.

Richiedendo l’azione del galoppo una disposizione e azione diversa dei piedi, conviene che il Cavaliere s’assicuri prima di far la chiamata, che la macchina sia nella dovuta disposizione, perchè altrimenti non potrebbe esserli data dalla potenza motrice esecuzione, almeno nella sua giustezza poichè a voler che il galoppo sia eseguito sulla mano destra, d’uopo è (come si è veduto di sopra) che i piedi laterali destri siano situati in avanti, ed i sinistri in dietro, e viceversa quando si voglia eseguito sulla sinistra; e siccome senza che ne preceda la ripresa che mette in grado le gambe di dietro di poter ricevere tutt’il peso della macchina sopra di loro, per poterli dar l’urto della vibrazione, questo non può seguire, così è necessario, che la chiamata sia fatta nel punto istesso, che il piede di dietro della parte di fuora dà termine all’azione del passo; che allora la tenuta di mano che impedisce al piè d’avanti di ricominciare il passo, unita al tocco della lingua obbliga la potenza motrice a far fare al piede che è restato indietro, scaricato del peso nel punto del toccar terra che ha fatto il suo compagno col dar termine all’azione, la ripresa, col portarlo in avanti, ed il sollevamento della medesima mano nell’istesso tempo, è la chiamata che obbliga la potenza motrice all’esecuzione del galoppo su quella mano.

Non vi ha dubbio che una tal precisione di chiamata, richieda e debba essere appoggiata alla perizia pratica e teorica del Cavaliere, ma è altresì vero che una tal cognizione faciliterà l’acquisto di tal necessaria perizia, che in breve tempo facile glie ne renderà l’esecuzione, in specie se lo spirito del Cavallo sarà ridotto a quella mansuetudine e docilità, che l’induca a cercare d’indovinare la volontà del Cavaliere per eseguirla, perchè questa non poco gli porgerà ajuto con porre da se la macchina in quella situazione ch’è necessaria, al primo cenno che gli additi ciò che da esso si vuole, tanto più se l’elasticità dei legamenti della macchina sarà ridotta a segno, che non gli possa apportare impedimento.

Pare a prima vista difficoltosa una tale esecuzione di chiamata, ma la scabrosità d’un tale apparato si cangerà in altrettanta facilità nella mente di chi rifletterà, che quest’istesso segue in tutte le arti e scienze, quando con la descrizione si fa l’analisi di tutte le circostanze che concorrono a formare la perfezione delle opere loro, non ostante che l’esecuzione in pratica riesca di somma facilità al professore, come segue giornalmente nella pittura, nella scultura, e nel formare il carattere, &c. nella descrizione del quale apparisce impossibile l’esecuzione, quantunque venga eseguita senza neppur farci sopra riflessione da qualunque mano che abbia acquistata la perizia necessaria, come accade anche in tutte le altre arti e scienze, come ho detto.

Eseguito che abbia la potenza motrice il primo tempo del galoppo cessa immediatamente ogni difficoltà della chiamata, perchè la continuazione d’esso non richiede che la semplice proporzionata tenuta di mano che prescrive la quantità del terreno che deve essere abbracciato dai piedi nell’esecuzione di esso, e però la chiamata della scappata che si intraprende dal galoppo deve esser regolata con maggiore o minor libertà di mano e di voce, più o meno ardita, secondo ch’ella dev’essere più o meno stesa o veloce.

La maggior difficoltà che si incontra in questa azione, è quella di far cominciare il passo che la deve precedere, dal piede opposto a quella parte dalla quale si vuol galoppare, perchè nell’atto di dar principio all’azione possano i piedi trovarsi in quella disposizione, che la medesima richiede.

Nel Cavallo ammaestrato questa non sussiste, perchè egli da se si pone nella situazione necessaria al minimo cenno che gli indichi la volontà del Cavaliere, e però un appoggio di gamba dalla parte opposta che insinui alla potenza motrice di sgravar del peso il piede di quella parte, ed in vece di quello aggravar l’altro della parte opposta ed il tocco della lingua nell’istesto tempo, che l’obblighi a mettere in azione la macchina, è un segno bastante per farli comprendere che il primo deve dar principio all’azione, e l’altro deve a suo tempo secondarla; ed ai Cavalli biscottati basta il calcar solo della staffa senza appoggio di gamba.

Nelle scuole si crede che un tale appoggio di gamba faccia ritirare a se la parte dove segue, e da questo ne avvenga che il piede opposto si porti in avanti, come lo richiede l’azione del galoppo; opinione ch’è erronea, perchè ripugna alla legge del meccanismo suo, e che sia vero, si rifletta che si è veduto dalle prove che non possono esser messi i piedi laterali nella situazione che richiede l’azione del galoppo, prima che li sia dato principio, se il piè di fuora non ha cominciato l’azione che deve precedere.

Posto questo, se l’appoggio di gamba facesse ritirare la parte, il piede di questa doverebbe arrestarsi, perchè l’opposto possa portarsi in avanti, o ivi restare quando vi fosse, e ne viene di conseguenza che quello di dentro dovrebbe cominciare l’azione del passo, e quello di fuora con ultimarla dovrebbe restare in avanti, e compito il passo, e indi fatta la ripresa, la situazione dei piedi sarebbe del tutto opposta a quello che dovrebbe essere; e quando si pretendesse che l’avanzar del piede di dentro seguisse nel primo tempo del galoppo sarebbe un assurdo che non merita risposta, dopo aver provato con tanta chiarezza che l’azione del galoppo non può seguire se non è preceduta e dal passo, e dalla ripresa che mettino nella disposizione la macchina di poterla eseguire; ond’è forza che sia acordata la mia opinione, ch’è appogiata alla legge del meccanismo della macchina.

Tanto le linee laterali, che le volte non possono essere eseguite, se il pie d’avanti di fuora non comincia l’azione si del pass0 che del trotto, e di qualunque altr’azione, che possa fare il Cavallo, e che richieda l’alternativa dei piedi; e però facendo in esse ai Polledri la chiamata del galoppo, si viene a togliere anche a loro la difficoltà sopraddetta del cominciar l’azione del passo che deve precedere a quella del galoppo, col piede opposto, ed a facilitare al Cavaliere la chiamata del medesimo, e così mettere in sicuro che il Cavallo esca giusto, tanto più se vi sarà chiamato dall’azione del trotto, ch’è più facile l’esecuzione, come ho proposto al suo luogo; poichè assuefacendolo così ad intendere la chiamata dell’appoggio della gamba, in breve tempo e con facilità presterà obbedienza pronta, sì dal passo che da qualunque altra azione.

Ha qui luogo un’osservazione da farsi per togliere la strada ai meno intendenti di riputare per falsa l’assersione fatta, che il Cavallo per eseguire la linea laterale sia obbligato di cominciare l’azione dal piè di fuora, e questa è, che quando il Cavallo si trova in situazione di non poter muovere il piè di fuora, quando deve eseguire la linea laterale, gli è forza di muover prima il piede di dentro, per porre la macchina in quella situazione in cui è necessario che si trovi, prima di dare esecuzione alla laterale; onde una tale azione del piè di dentro non può reputarsi per principio della laterale, come non può esser riputata per principio dell’azione del galoppo, nè della corvetta la ripresa, che dispone la macchina per metterla in grado di poter dare esecuzione alle operazioni sopraddette, ciò che segue anche in noi, ed in tutti i corpi animati, sì quatrupedi, che bipedi.

Quanto è grande la difficoltà d’incontrar Cavalli che abbiano disposizione alla corvetta, e al salto, altrettanto è facile la chiamata di quelle operazioni per la ragione ch’è necessario, che il Cavallo sia dotato della specifica attività per poterle eseguire.

Il dovere essere eseguita la ripresa a piè pari da un Cavallo che vi ha tutta la disposizione, fa sì che l’impulso della sola tenuta di mano con le redini eguali, simile a quella che sa eseguire la ripresa del galoppo, sia sufficiente per additare alla potenza motrice l’esecuzione, anche di quella della corvetta e salto. La sorta nell’istesso tempo della medesima mano, la obbliga a sollevare la parte d’avanti, come fa nel galoppo, e la ceduta dipoi della medesima proporzionata alla quantità del terreno che deve abbracciare, unita al tocco di lingua o voce gli fa dare alle gambe di dietro l’urto della vibrazione del peso della macchina, che deve formare il primo tempo della corvetta e del salto, e la ripresa della medesima che arresta le gambe d’avanti, nell’atto che toccano terra dà tempo e ajuto a quelle di dietro, perchè possano eseguire il secondo con sollevarsi in aria, allorché il peso della macchina è del tutto affidato quelle d’avanti, e possano col portarsi in avanti col moto di restrizione ripigliar terra vicino alle medesime e darli compimento; la replica dell’istesse chiamate, è quella che obbliga la potenza motrice a continuare l’azione, sino che non segue l’arresto che li dà termine.

Nella carriera, quantunque eseguita con i piedi tanto d’avanti, che di dietro del pari, come nella corvetta, non ha parte alcuna la mano nella sua chiamata, poichè in essa la mano deve esser del tutto sciolta e libera, in forma che la potenza motrice sia in piena libertà di stendere la macchina, quanto la costruzione sua lo comporta, e di mettere in azione col maggiore sforzo possibile tutta quell’attività dei legamenti delle gambe di dietro e d’avanti, di cui sono state dotate dalla natura, incitata ed obbligata dalla voce del Cavaliere, risoluta e della maggior vivezza, coll’aggiunta bisognando del fischio della bacchetta, e della percossa della medesima, e degli sproni, segni tutti che sono l’unica chiamata che può farsi alla potenza motrice per esigere da ella l’esecuzione.

Rilevasi da questo che l’esecuzione della carriera non è appoggiata che alla disposizione ed indole naturale della macchina, dove non può aver parte alcuna l’arte; quindi è, che chi ha piacere d’aver Cavalli, che abbiano l’abilità d’eseguire la Carriera, per servirsene solo a correre palj, non può lusingarsi di ottenere il suo intento dall’arte, ma è forza che ne faccia ricerca dalla natura, e dipoi da un esercizio moderato in linea retta, che sia capace di dar loro lena, ed ecciti, e risvegli in essi la natural gara ed emulazione, e da quel governo lo fine è opportuno a somministrare, e mantener loro la forza; poichè l’eccesso dello sforzo, ed il troppo governo intempestivo pregiudica loro e gli rovina in vece d’accrescer loro attività, come si danno ad’intendere gl’ignoranti, o chi agisce a capriccio, e senza cognizione di causa; quando poi i Cavalli di tal sorte hanno a servire per la caccia, allora convien ricorrere all’arte che mitighi e raffreni loro l’ardore, faciliti in essi la ripresa e l’arresto, con dirozzare l’elasticità dei legamenti loro, come si è additato nel Capitolo secondo della parte seconda per rendergli capaci di prestarsi a correre più raccolti, e con la dovuta precisione, come segue nella scappata, quantunque la situazione dei piedi dell’una, e dell’altra sia diversa.

La precisione con cui deve essere eseguita la carriera dei Cavalli da caccia, perchè possano prestarsi a dare esecuzione anche all’altre azioni, che concorrono nella medesima, e passare dall’una all’altra, e dall’ardore alla flemma, apporta senza dubbio pregiudizio alla velocità perchè ella richiede all’opposto che la macchina sia del tutto stesa, ed in piena libertà, senza restrizione alcuna, come ho detto sopra, e però chi vuole Cavalli per correre i pali, non può pretendere, che l’arte possa dar loro ajuto alcuno, come ho detto di sopra.

Non differisce la chiamata della mezz’aria da quella della corvetta, se non nell’intervallo maggiore che in questa deve correre tra la sorta di mano, e la ripresa, perchè abbia tempo il moto vibrato di far quel maggior camino ch’essa richiede, come si è veduto nella sua descrizione nel secondo Capitolo della prima parte.

L’arie del Montone e della capriola richiedono di più, che la mano secondi l’azione senza apportare impedimento all’esecuzione, affinchè ella possa dare alla macchina ajuto con l’appoggio che sospenda alquanto il moto della natura di essa nel tornare a terra, perchè possano le gambe di dietro dare esecuzione all’accenno nella prima, e dello sparo del calcio con ambedue i piedi uniti e del tutto distesi nella seconda, e deve di più questa chiamata della mano della briglia, essere accompagnata da quella della mano della bacchetta, che con il tocco più o meno forte sulla groppa è necessario che nell’istesso tempo dia il segno di essi alla potenza motrice, alla quale s’aspetta di darli esecuzione a seconda dell’indole, e disposizione che ha sortito dalla natura macchina, ch’è in azione. Veduto quali sieno le chiamate, che servono di segno alla potenza motrice per mettere in moto la macchina in linea retta nelle diverse azioni che può fare, conviene passar a mettere in vista anche quelle che richiedono le figure, che dalle medesime azioni devono essere eseguite in volta, e nelle linee laterali rette e curve, da una mano e dall’altra, con improvise mutazioni e finte, interrompendo, e mescolando un’azione coll’altra per rilevare l’abilità del Cavallo, e la perizia del Cavaliere.

La legge del meccanismo della macchina del Cavallo, e di tutti gli altri corpi animati sì quadrupedi che bipedi, come si è veduto di sopra, esige che il piede che resta indietro cominci l’azione, e che quello che tocca terra nel punto istesso sia caricato di quella porzione del peso della macchina che aspetta all’incarico suo, perchè possa essere a parte del sostegno della medesima, e l’altro sia in libertà di poter eseguire la sua funzione, dal che avviene, che quello ch’è caricato del peso non possa muoversi dal suo posto, e che l’altro sia in libertà d’agire.

Stabilisce di più, che quell’azione che deve essere eseguita da una mano, al piedi opposto s’aspetti di darli principio, e all’altro il termine; quindi è che ogni azione richiede una specifica, e propria situazione dei piedi, prima che possa esser messa in opera, come pure li è veduto sopra. E determina ancora che nel tempo che la macchina è in moto non possa seguire mutazione alcuna, benché minima sia, senza che preceda l’arresto necessario per dar luogo alla potenza motrice di porre la macchina in quella disposizione che richiede quell’azione che deve essere eseguita.

Quando il peso della macchina non è in equilibrio sopra la base che lo sostiene, è sempre vacillante, e senza fermezza, e però per tal ragione è incapace di prestarsi all’impulso della potenza motrice, quando questo non sia a seconda della sua inclinazione ma non è così quando si trovi in quel punto d’equilibrio che li cagiona fermezza, perchè allora è pronto a prestarsi a qualunque impulso, nessuno eccettuato, e la potenza motrice è in libertà di darli regola, e di mettere in azione a suo talento qualunque parte della macchina, come più li piace.

Dependendo dunque la puntualità ed esattezza dell’esecuzione delle azioni dal trovarsi la macchina ferma sopra la sua base, d’uopo è che l’arresto che deve precedere alla mutazione delle azioni sia fatto in forma che la macchina si trovi in tal situazione, eseguito che sia, perchè la potenza motrice possa subito dar puntual’esecuzione a qualunque chiamata che le venga data dal Cavaliere, e però la massima delle premure, di chi vuole esigere esista obbedienza dal Cavallo, deve essere quella che sia fatta la chiamata dell’arresto con l’ultima esattezza.

E siccome non può mettersi in dubbio, che dall’essere eseguita la chiamata dell’arresto più in una maniera che in un’altra, ne provenga che eseguito l’arresto, si trovi il peso della macchina fuor d’equilibrio, o i piedi al di fuori della dovuta situazione; così necessario è che la medesima sia fatta sempre con la resistenza della mano dal luogo dove si trova senza muoversi da esso come se fosse immobile, perchè sia obbligato il peso della macchina, che eseguisce l’azione di sentirne l’impulso, sol quando si trova avanzato in forma, che la base che lo sostiene stante la sua inclinazione in avanti, si sia resa incapace di poterlo più sostenere, e che però si trovi la potenza motrice in necessità di ritirarlo in dietro, per rimetter la base in attività con raddirizzarla, perchè il peso possa riacquistare l’equilibrio, e rimettersi così in grado di potersi prestare senza ritardo a qualunque impulso che possa venirli dato dalla potenza motrice; ciò che non potrebbe seguire se la mano con tirarsi a dietro facesse sentire al peso l’impulso intempestivo, prima del tempo divisato.

Possono senza fallo le chiamate, e l’esecuzione delle mutazioni, stante la diversità, precisione, ed esattezza che richiedono, riputarsi la pietra di paragone della maestria del Cavaliere, e dell’eccellenza e perfezione del Cavallo; poichè senza che il Cavaliere abbia fatto prima l’acquisto di una perfetta teoria che li metta in vista con cognizione di causa tutto ciò che la riguarda, per esser messa in opera, ed altrattanta pratica che li renda facile l’esecuzione, è impossibile che senza questa possa indicare alla potenza quell’esattezza di precisione, alla quale deve prestarsi, perchè l’azione possa avere tutto il risalto dovuto.

E se il Cavallo non ha acquistata tutta la scioltezza, e attività, che può somministrarli l’arte, perchè possa secondare con la dovuta puntualità ed esattezza l’impulso della medesima potenza motrice, non è tampoco possibile ch’egli possa soddisfare al suo dovere, come si è detto di sopra.

Le mutazioni sono diverse: volontarie quelle che cadono in mente al Cavaliere di voler fare a suo talento, sì pensatamente che all’improvviso: ed obbligate quelle che portano seco di conseguenza le figure che devono eseguirsi; e l’une, e l’altre consistono nel cambiamento dell’azione, che devono fare i piedi nel passare da una mano all’altra, ed in quello che porta seco il dover abbracciare più o meno terreno, a seconda che richiede l’azione e le figure che devono essere eseguite, e nel cambiamento del peso da un piede all’altro, o da un punt’all’altro dell’equilibrio, or più, ed or meno inclinato, e pendente insieme con la base che lo sostiene.

La chiamata delle mutazioni volontarie e capricciose, che dipende unicamente dalla volontà del Cavaliere, non differisce da quella dell’obbligate, sennon che nel tempo e nel luogo dove devono essere eseguite; poichè quello delle prime è indeterminato, e quello delle seconde fisso; e siccome la chiamata improvisa, e intempestiva non fa mutar di condizione alla figura che dev’essere eseguita, così la chiamata dell’esecuzione della medesima dev’esser sempre la stessa senza variazione alcuna, tanto nelle prime che nelle seconde

Le figure dell’azioni che sono eseguite in linea retta, non sono sottoposte ad altra variazione che a quella che porta seco quel maggiore o minore punto d’equilibrio del peso, che ciascheduna di esse richiede, e però la chiamata non consiste che in una proporzionata tenuta di mano, che limiti al peso la situazione sua, e quando si tratti di farlo passare da una un’azione all’altra, convien che preceda l’arresto (come in tutte le altre mutazioni,) che interrompa l’azione ch’è in opera, perchè possa aver luogo quella che deve ad essa subentrare; quando la diversità dell’equilibrio sia di poca conseguenza, una piccola sospenzione, o respiro eseguito da mano maestra può supplire alle veci dell’arresto, e sarà bastante segno alla potenza motrice per farle intendere ed eseguire ciò che deve fare, senza che dia nell’occhio allo spettatore.

La figura delle linee laterali ritta, conviene che sia formata da quattro linee parallele, affinchè tutti quattro i piedi possano agire nella sua, senza che l’uno dia impedimento all’azione dell’altro; ed acciocché possa questo seguire, è d’uopo che prima che sia dato principio all’azione sia anche la macchina situata in linea laterale, perchè ciaschedun piede possa essere in libertà di agire liberamente nella propria linea, poichè trovandosi situata diversamente, quello che dà principio all’azione non potrebbe a meno di levar di forza quello che deve eseguir la sua dopo con incavalcarlo, di percuoterlo e di ferirlo con l’inciampo, o di cagionarli qualche contusione con calpestarlo.

Il piede d’avanti di fuora, deve essere il primo a dar principio all’azione nella sua linea, pigliando terreno in avanti, ed insieme in fianco, per lasciare in libertà il compagno, e per evitare così gl’inconvenienti sopraddetti; ed il diagonale di dietro nel passo e trotto, deve in secondo luogo secondare l’azione del primo; in terzo luogo quello di dentro d’avanti, deve dar compimento alla sua con portarsi in avanti, e quanto più può in fianco, per dar luogo al suo compagno di potere al suo turno agire con maggiore libertà e franchezza, di quello che ha fatto, ed in quarto luogo con l’istesso metodo degli altri, quello di dietro di fuora, deve dar compimento e termine nella sua linea all’azione sopraddetta.

Questa figura richiede che la macchina conservi sempre intatta la situazione laterale, in cui su posto dalla potenza motrice prima di dar principio all’azione con il collo un poco piegato, e la testa alquanto voltata dalla parte di dentro, perchè la mano di questa parte possa dare un piccolo, e adattato appoggio ed ajuto al sostegno del peso, per impedirli il trabocco e raffrenare il moto della parte d’avanti, affinchè i piedi di dietro che sono sempre più tardi e lenti abbiano tempo di poter supplire al loro incarico, e far sì che l’azione sia più sostenuta e sfarzosa, senza apportare impedimento alcuno alla potenza motrice nell’esecuzione, perchè andando l’impulso della tenuta della mano a terminare nella piega del collo, non ha attività di fare impressione alcuna nel restante della macchina, come farebbe, se la testa ed il collo fossero dritti, perchè allora anderebbe a cadere sopra delle anche, e apporterebbe impedimento alle azioni loro, con togliere alla potenza motrice l’attività di poterle fare agire a seconda che richiede il meccanismo di tale esecuzione, come si è veduto nel Capitolo terzo della seconda parte.

Non hanno, come si è veduto al Capitolo primo, parte prima, nell’analisi della costruzione della macchina, attività alcuna le gambe del Cavallo di sostenere, nè di secondare con la pendenza dalla parte laterale il peso, nè l’ondulazione sua; e però la potenza motrice si trova in obbligo di supplire all’insufficenza delle medesime, e all’incomodo che glie ne proviene, col moto progressivo per quanto può in avanti, con limitar al peso l’ondulazione, facendo abbracciare ai piedi minor estensione di terreno, e con ricevere dalla mano del Cavaliere l’aiuto sopraddetto.

Dopo tal premessa, facile è il comprendere, quale debba esser la chiamata che obbliga la potenza motrice a formare la figura laterale sopraddetta; seguito l’arresto, la tirata della mano di dentro dia alla potenza motrice il segno di porre la macchina in linea laterale, e la resistenza dipoi d’ambedue le mani eguali li dia quello del nuovo arresto; allora con la tirata a se della redina di dentro, e la lasciata di quella di fuora indichi alla medesima potenza motrice la piega del collo, e della testa da questa parte, indi con l’appoggio della gamba di fuori il Cavaliere li dia il segno d’aggravare del peso il piede di dentro d’avanti, ed il suo diagonale di dietro, per sgravare gli altri due diagonali, e con il tocco della lingua quello di dar moto alla macchina, e con il sostentamento della mano un poco verso la testa del Cavallo li denoti, che questo deve essere eseguito in avanti, e colla resistenza della mano di fuora che deve essere eseguito anche in linea laterale; tutto ciò nell’azione del passo, o trotto.

Il piede d’avanti già caricato del peso, deve perciò esser messo dalla medesima in azione il primo, col metodo detto di sopra, ed al diagonale di dietro con l’istesso metodo nell’abbracciare il terreno, deve far secondare l’azione sua in secondo luogo, e dagli altri due al suo turno, e a seconda del meccanismo deve farli dar termine come si è già detto; il sostentamento della mano di dentro oltre l’obbligare la potenza motrice a fare eseguire l’azione dei piedi in avanti, limita ai medesimi l’estensione del terreno che devono abbracciare, impedisce il trabocco al peso e porge ajuto al sostentamento della macchina; la resistenza poi della mano di fuora oltre l’obbligare i piedi ad eseguire la linea laterale, obbliga anche la macchina a conservare intatta la medesima figura; e finalmente la perseveranza non interrotta di tali chiamate indica alla potenza motrice la continuazione dell’azione, fino alla chiamata dell’arresto. Il replicato tocco della lingua, o fischio di bacchetta, quando non basti, fa comprendere alla medesima di ravvivare lo spirito, e la voce piacevole, o suono delle labbra che mitighi e raffreni l’ardenza, a seconda del bisogno.

E se si vuole nel tempo dell’esecuzione della figura laterale, dal passo o trotto, passare ad eseguirla di galoppo, nell’atto che tocca terra il piede di dietro di fuora, il quale dà termine all’azione, il Cavaliere faccia l’arresto con la resistenza d’ambedue le mani, senza muoverle dal posto dove si trovano, per le ragioni dette di sopra; con il tocco della lingua obblighi nell’istesso tempo la potenza motrice a fare eseguire dal piè di dentro restato indietro, la ripresa; con la sorta di mano immediatamente dopo gl’indichi il sollevamento della spalla, con l’abbandono della resistenza nel rimettere le mani nel solito posto, e nella solita azione li dia la libertà di eseguire il galoppo, in vece del passo o trotto; finalmente con la perseveranza delle solite chiamate l’induchi a continuare con esso la figura laterale senza alterazione alcuna, nella maniera che faceva prima sul passo o trotto.

Quando poi si voglia cambiare di mano in tutte tre le sopraddette azioni nell’istessa linea laterale, preceduto l’arresto si obblighi con la tirata della mano, da quella parte che si vuol cambiare la potenza motrice, a porre la macchina in linea laterale, verso quella parte in cui deve essere eseguita la nuova azione, e qui seguito il nuovo arresto si facciano l’istesse chiamate che si fecero dall’altra parte, talchè la mano e gamba sinistra facciano le veci delle destre, che così sarà eseguita la figura laterale dall’una, e l’altra mano in tutte tre le sopraddette azioni di passo, trotto, e galoppo.

La figura che formano le linee curve semplici e raddoppiate, è composta di più circoli di diversa grandezza: la prima di due, uno più piccolo dell’altro, e la seconda di quattro per scala, parimente uno minore dell’altro.

Chiaro è, senza che si possa mettere in dubbio, che nell’azione del passo e trotto i piedi che agiscono nel circolo più grande devano abbracciare più terreno, ed essere più scarichi di peso, e che quelli che agiscono nel più piccolo devano abbracciarne meno, ed esser più aggravati del medesimo, come può riconoscersi col fatto in noi medesimi, quando, caminando, si facciano due circoli con i piedi, uno più grande ed uno più piccolo, o con formarli con le seste, perchè nell’azione di queste si sente dalla mano, e si vede anche ocularmente, che la coscia che forma il più piccolo è più aggravata di quella che forma il più grande.

E non meno è cosa certa che nell’azione del galoppo siano i piedi di dentro che agiscono nel circolo più stretto, aggravati anche più che nell’azione del passo e trotto, perchè restando indietro in quest’azione quegli di fuora che agiscono nel circolo più grande, all’opposto di quello che richiede la natura, vengono a restare fuori di forza, e questo fa sì che il peso della macchina sia obbligato a pendere in dentro per cercar quel sostegno che le manca da questa parte, tanto più che la natura del circolo più piccolo anche ve lo chiama.

Quindi è che per tali irregolarità delle azioni dei piedi, nell’una e nell’altra azione riesce più difficoltosa al Cavallo l’esecuzione della figura curva, che della retta, e che maggiore anche sia la difficoltà di essere eseguita dall’azione del galoppo, che da quella del passo e trotto; e però è d’uopo che tanto nell’una che nell’altra azione, la mano di fuora del Cavaliere nell’esecuzione di questa figura lasci in libertà quella parte della macchina, perchè possa aver luogo d’eseguire il moto circolare alla volta di quella di dentro, e la mano di questa parte porga ajuto alla sua, con soffrire l’appoggio, mediante l’opportunità che gli presta il collo e la testa piegati, per le ragioni addotte di sopra.

È tale la difficoltà che s’incontra nell’esecuzione della figura curva sopraddetta, sì semplice che raddoppiata, per le ragioni già addotte, che i Cavalli d’anca difettosa sono incapaci di darli esecuzione, e però danno in disperazione, quando vi sia chi pretenda d’indurveli col castigo e per forza; la scarsezza che vi è nelle scuole di raddoppiatori è una conferma di ciò, ed una riprova che non ammette replica.

Quindi è che io mi sono trovato obbligato di appigliarmi a far formare alle azioni del Cavallo un quadrato ottangolare, in vece della volta sferica, con tagliar gli angoli del medesimo con una piccola curva sprolungata e ovale, che ne inganni l’occhio, e la faccia apparire sferica; la facilità, la giustezza, lo sfarzo ed il garbo con cui viene eseguita tal figura, mi ha tolto il dubbio d’essere ingannato.

In tal quadrato dunque cadono otto punti di sospensione, stante la diversità, benchè piccola, che corre dalle linee rette che formano il quadrato alle curve che tagliano gli angoli per il diverso equilibrio del peso, e della diversa azione dei piedi, che portano seco anche un diverso moto dell’azione più sciolto nelle prime, e più rattenuto nelle seconde, benché impercettibile all’oculare inspezione; cade il primo nel terminar la prima linea del quadrato, dove ha principio la curva, ed il secondo dove ha termine la medesima; e principio la seconda linea del quadrato, e negli altri angoli cadono i rimanenti.

La chiamata della linea retta del quadrato e della sospensione, è l’istessa della già additata sopra, nell’esecuzione della linea retta, e della sospensione, e quella della curva non differisce da quella della figura laterale, parimente che nella maggior libertà della mano di fuora, dopo eseguita la sospensione, perchè possa la potenza motrice fare abbracciare al piede d’avanti di questa parte quella maggiore estensione di terreno che richiede la curva, e nell’atto circolare della mano di dentro che induce la potenza motrice a portare il piede un poco in linea laterale, perchè n’eseguisca la curva, oltre il solito sostentamento in avanti, che gli fa sprolungare l’azione, ed il solito appoggio che la rattiene alquanto, fino al punto della sospensione, dove devesi ripigliare la chiamata della linea retta.

Le figure curve raddoppiate pure devono essere eseguite per le medesime ragioni nel quadrato ottangolare sopraddetto con l’istesse chiamate, con cui si eseguiscono le laterali rette, e le curve che in esso tagliano gli angoli, dopo la sospensione, con la proporzionata maggior libertà della mano di fuora, perchè la potenza motrice possa fare abbracciare maggior terreno ai piedi d’avanti, che a quelli di dietro, eseguita questa con tal limitazione, che non sia permesso alla macchina d’abbandonare la figura laterale che deve sempre conservare intatta, come si è detto sopra, sì nelle azioni di moto ondulante, che in quelle di moto vibrato.

Per poter sapere qual metodo debba tenersi per far le cambiate da una mano all’altra, e quali siano i punti dove cadono le chiamate di esse, è d’uopo prima d’ogni altra cosa far la descrizione della figura, e della gita che il Cavallo deve fare per darli esecuzione; e però si tagli il quadrato Ottangolare con due linee in croce; si parta la prima dalla metà dì una delle linee che lo forma, e passando per il centro del medesimo, vada a terminare nella metà dell’altra linea dirimpetto, e la seconda faccia il simile nella metà dell’altre due linee intersecando nel punto del centro la prima; si formi dipoi dal punto dove hanno principio le sopraddette linee, una curva sprolungata, simile a quelle con cui si tagliano gli angoli del quadrato, per darli la figura ottangolare, continuando però sempre lo sprolungamento, in maniera che si riduca in una linea retta che vada a passare nel punto medesimo del centro là dove le linee sopraddette lo intersecano, e seguitando la linea retta, tanto di poter formare un’altra curva sprolungata, del tutto simile alla già fatta che vada a terminare nel punto dove ha pur termine la linea che forma la croce, dirimpetto a quello dov’ebbe principio, e la linea medesima e la prima curva; in questa forma facendo, riesce la figura d’una linea retta, che ha nelle sue estremità due piccole curve sprolungate, delle quali la prima nella cambiata abbandona la pista del quadrato, e l’altra la ripiglia; il punto del centro del quadrato divide in due parti eguali questa figura; la prima parte dev’essere eseguita sull’istessa mano, e la seconda sulla mano opposta; onde vien di conseguenza che nel punto del centro intersecato dalle due linee che formano la croce, deva seguire la mutazione, e non prima nè poi, perchè sia fatta in regola; e però reputasi per difettosa, quando segua in punto diverso.

E’ in libertà però del Cavaliere di dare principio all’esecuzione di questa figura, da quel punto che formano nel quadrato le linee sopraddette, che più li piace; questa figura non può servire, che ai Cavalli ch’eseguiscono le linee curve semplici, altra essendo quella, ch’è opportuna per quegli che eseguiscono le curve raddoppiate.

Questa ha principio e fine, retrocedendo nei respettivi punti, dove hanno termine le curve, che tagliano i due angoli dell’istesso parte del quadrato; ella vien formata dal Cavallo nella seguente maniera; eseguita la curva che taglia l’angolo sopraddetto, in vece di ripigliare la linea retta deve egli seguitare senza intermittenza la medesima curva, ma più sprolungata, con allontanarsi dalla pista della linea retta sopraddetta del quadrato, acquistando sempre terreno in avanti, per facilitare alla groppa la voltata tanto che la sua testa possa vedere il punto in cui ebbe termine la prima curva eseguita, che tagliò l’angolo opposto dell’istessa parte; deve allora abbandonare la curva ch’eseguisce per formare una retta laterale, simile a quelle del quadrato, sempre sull’istessa mano, fino al sopraddetto punto; dove giunto, deve seguire la sospensione o arresto che occorre, e dipoi la mutazione della mano, per potere eseguire la curva solita, che taglia l’angolo, e rimette il Cavallo nella linea laterale retta del quadrato sull’altra mano.

Per poter fare le chiamate da una mano all’altra con giustezza, nei punti divisati nel quadrato ottangolare, e in qualunque altro luogo, dove lo richiedano le mutazioni volontarie, conviene rimettersi a memoria ciò che si è detto di sopra; cioè, che la potenza motrice non può fare eseguire azione alcuna alla macchina, in tempo che il peso della medesima è in moto, nè quando il medesimo peso è vacillante, per essere la base del sostegno pendente in avanti, resa incapace di potergli impedire il trabocco; nè tampoco può eseguire l’azione che si vuole, quando i piedi sono fuori della situazione ch’essa richiede.

Quindi è, che richiedendo l’azione del passo e trotto che deve eseguirsi sulla mano destra, (e viceversa quella che deve essere eseguita sulla sinistra) che il piè sinistro d’avanti ed il suo diagonale di dietro che devono cominciare l’azione, si trovino situati in dietro agli altri due respettivi, e che terminato il passe ch’è quando tutti quattro hanno eseguita la loro azione, si trovino nell’istessa positura per poterla ricominciare da capo: ond’è che per fare la mutazione dalla mano destra alla sinistra sia forza che il piede destro d’avanti ed suo diagonale si trovino anche loro indietro, come lo erano gl’altri due, prima di cominciarla sulla mano destra; e però trovandosi essi in avanti nel terminar l’azione sulla mano destra, come si è veduto, non può dai medesimi essere eseguita la mutazione sulla mano sinistra, senza che segua l’arresto che interrompa l’altra azione, perchè la potenza motrice possa far seguire la mutazione de’ piedi; nè questa mutazione di piedi può seguire se il peso della macchina, già impegnato in avanti, e traboccante per l’urto ricevuto dalla pastora del piè di dietro nel posarsi in terra, non torna in dietro, assieme con la base che lo sostiene, perchè questa riacquisti attività, e quegli l’equilibrio sulla medesima, per mettere in grado la potenza motrice di poter fare la mutazione dei medesimi.

Quando si voglia di ciò una più accertata riprova, oltre quella che si può fare con le solite pedine, si faccia l’esperienza nella propria persona, quando nel camino si comincia il passo con il piè sinistro per terminarlo sul destro, (che l’azione del passo s’intende eseguita sulla mano destra) e si vedrà, che se terminata questa si vuol cambiar mano per eseguirla dalla mano sinistra, forza è d’interrompere la prima azione, nel punto che il piè sinistro, ricominciata la solita azione, piglia terra, perchè il piè destro trovandosi indietro, è allora in grado di poter far la mutazione sull’altra mano con cominciare esso l’azione, per quello che riguarda la situazione sua; e quindi toccherà con mano che non ostante che i piedi si trovino nella dovuta situazione, nulladimeno non può darli esecuzione, per l’impedimento che gli apporta l’essere il peso della macchina avanzato in avanti e traboccante, benché il piede che deve eseguirla si trovi scaricato del peso, e sollevato a tocco e non tocco da terra, se non ritira il peso, ed indietro il piede sinistro che è in avanti per rimetterlo in attività di sostenere il peso in equilibrio; ed ecco che si resterà convinti che allora solo si può mettere in azione il piede; e se si vuole rilevare con maggior facilità le circostanze sopraddette, si stenda il passo quanto si può, perchè l’azione riesca più caricata, e più visibile.

Posto questo, chiaro è, che acciò la mutazione dalla mano destra alla sinistra possa essere più pronta, e più sollecita non può attendersi, che il passo sulla mano destra eseguito, abbia il suo compimento, ma conviene interromperlo nella sua metà, cioè allorché il piede destro di dietro dà compimento in secondo luogo alla sua azione nel ripigliar terra, perchè allora e non prima, il piè destro d’avanti ed il suo diagonale si trovano indietro, ch’è la situazione che richiede il cambiamento di mano; e perchè la potenza motrice possa darli esecuzione non manca, che il ritirare il peso indietro per levarlo dalla sua pendenza, e trabocco in avanti, in cui si trova in questo punto, perchè ripigli l’equilibrio sull’istessa sua base, che anch’essa col ritornare indietro viene a rimettersi in attività, e a dar luogo alla potenza motrice di poter agire a seconda che richiede la cambiata.

La resistenza di mano senza muoversi dal posto dove si trova, è la chiamata che interrompe l’azione del passo nel modo sopraddetto, e rimette nell’istesso tempo nella sua attività la base ed il peso in equilibrio: ed il tocco di lingua susseguente, con la libertà di mano, obbliga la potenza motrice, (messa per questo in grado di poterla fare) ad eseguire la cambiata con mettere in azione il piè destro d’avanti con il suo diagonale, già pronti a prestarsi al suo impulso, perchè già scaricati del peso, dal posarsi che hanno fatto in terra gli altri due respettivi piedi, quando subentrarono a servir di base al sostegno del peso.

Quando si voglia far la cambiata dal passo eseguito sulla mano destra, al galoppo sulla mano sinistra non manca (seguito l’arresto sopraddetto che interrompe l’azione) alla situazione dei piedi che richiede il galoppo su questa mano, se non che la ripresa in avanti del piè sinistro restato indietro; onde la resistenza della mano continuata, fino che il tocco di lingua non abbia obbligato la potenza motrice a darli esecuzione, e la sorta di mano susseguente, in vece della libertà ch’ella dette nella cambiata del passo e trotto, è quella chiamata che fa eseguire alla potenza motrice la cambiata dal passo e trotto, eseguito sulla mano destra, al galoppo sulla mano sinistra.

Ed allorché si voglia in vece di cambiar mano far la mutazione dal passo e trotto sopraddetto, al galoppo sull’istessa mano, conviene far l’arresto, terminata l’intera azione del passo e trotto, da tutti i quattro i piedi, e non prima, come si è fatto sopra, perchè allora non manca alla situazione dei piedi che richiede il galoppo di questa mano, che la ripresa del piè destro che si ritrova indietro per darli compimento; e la resistenza della mano che ha cagionato l’arresto, continuata finché il tocco di lingua non gli ha fatto dare esecuzione, unita alla sorta della medesima mano susseguente, è la chiamata, che obbliga la potenza motrice a far la cambiata sopraddetta dal passo, e trotto sulla mano destra, al galoppo sull’istessa mano.

Siccome non può seguire, come si è veduto mutazione alcuna d’azione, se la macchina prima dell’esecuzione non si trova in quella la disposizione che richiede l’azione da eseguirsi, così non può passarsi da una figura all’altra, quando l’una e l’altra richiedono punto diverso d’equilibrio del peso della macchina o diversa disposizione dei piedi; quindi è che non può essere eseguita la figura della biscia, perchè vien formata da due curve sopra diversa mano, se non precede tra l’una e l’altra, o la sospensione del passo rotto, quando deve essere eseguita di passo o di trotto, che dia tempo al peso della macchina di tornare in equilibrio per rimettere in attività la potenza motrice di poter dare esecuzione alla mutazione della mano: l’arresto ed il passo rotto insieme, quando si deve mutar mano e figura dal passo o trotto col galoppo; l’arresto, perchè interrompa l’azione, e rimetta in attività la potenza motrice come sopra, ed il passo rotto, perch’ella possa con questo fare il cambiamento dei piedi, e di più dare esecuzione al galoppo sull’altra mano, e nella diversa figura.

E quando è d’uopo di far nell’azione del galoppo la mutazione dall’una all’altra mano tanto in linea retta che in volta, necessario è che intramezzi l’una e l’altra azione il passo rotto che dia cambiamento alla situazione del piedi, ed un replicato arresto; il primo, perchè venga interrotta la prima azione, affinchè possa seguire il passe rotto, ed il secondo perchè possa esser data esecuzione all’azione del galoppo nella figura, e sulla mano divisata.

Queste sono tutte le chiamate che possono richiedere le mutazioni sì volontarie che obligate di tutte le figure che possono essere eseguite dalle azioni che può fare il Cavallo; chiamate che non ammettano altra variazione, che quella che porta seco quella maggiore o minor forza della resistenza della mano, che richiede la maggiore o minore abilità e disposizione della costruzione della macchina; poichè a questa deve essere adattata e proporzionata, e però nelle scuole è chiamata temperamento di mano.

Può ridursi la figura del quadrato ottangolare sopraddetto in quattro più piccoli come lo divisano le due linee incrociate che tagliano il centro, con solo tagliar gli angoli dei quattro quadrati ch’esse formano per rendergli ottangolari, con una curva ovale sprolungata proporzionata alla minor grandezza loro, simile a quella che tagliano gli angoli del quadrato grande.

Intorno alle medesime linee che dividono, tagliando il centro, il medesimo quadrato può formarsi la figura della biscia sopraddetta, e su queste pure possono essere eseguite quante mutazioni si vuole da una mano all’altra, sì di passo, che di trotto, e di galoppo, tanto in linea retta che laterale; la corvetta, la mezz’aria, il salto del montone, e la capriola. Nel quadrato grande si possono eseguire le figure delle linee curve sì semplici che raddoppiate, di passo, di trotto, di galoppo, tanto con la testa di fuori che di dentro, voltata al centro, che chiamasi azione rovescia, la quale richiede l’istesse chiamate senza variazione alcuna della figura curva, raddoppiata regolare con la testa di fuora, e possono farvisi quante finte si vuole, poichè queste non consistono che in mutazioni di mano e di figura, fingendo con cominciare un’azione o una figura, di volerla eseguire, e nell’istesso tempo all’improvviso, cambiando mano in dare esecuzione ad un’altra, per far pompa della destrezza del Cavallo e del Cavaliere.

Nei quadrati piccoli senza alterare la figura può eseguirsi la corvetta in volta, e con renderli sferici anche il raddoppio stretto a tutt’ancha; azione che non può essere eseguita che dai Cavalli che sono dotati d’una elasticità particolare dei legamenti delle gambe di dietro, perchè possano eseguire la vibrazione in linea laterale, senza abbracciare altro spazio che quello della estensione della lunghezza della propria corporatura, e quello che sol fa bisogno a dar luogo ai piedi di poter ripigliar terra senza uscir di forza, e della loro attività, e però non può questa essere eseguita dalle azioni di moto ondulante come si può dedurre dalla descrizione fatta sopra dell’esecuzione delle e linee laterali, poichè la figura dell’esecuzione deve essere un circolo sferico che non repugna al moto vibrato del peso della macchina, perchè eseguito per aria in due tempi interrotti, con i piedi nell’uno e nell’altro sempre staccati da terra; come repugna nelle azioni di moto ondulante, stante l’opposizione che s’incontra nei due piedi diagonali che in esse si trovano sempre in terra.

In questa operazione e figura ha più parte l’impulso della potenza motrice, che l’opera della mano del Cavaliere.

Ella è eseguita in due tempi, come si è detto di sopra: in uno il peso della parte d’avanti forma il circolo sferico più grande, e nell’altro quello della parte di dietro il più piccolo, ambedue al loro turno con i piedi per aria. Nel primo la mano di dentro col sostegno, secondandone coll’atto circolare l’azione, porge al peso di questa parte quell’acuto che può, senza apportare impedimento all’impulso della potenza motrice, e la mano di fuora nell’istesso tempo con una sufficiente resistenza, obbliga la macchina a conservare intatta la sua linea laterale, e ambedue insieme impediscono che possa stendersi più del bisogno in avanti; nel secondo poi l’istessa mano di fuora con l’impulso a tempo obbliga il peso della parte di dietro a formare anch’egli il suo circolo più piccolo, nell’istessa forma che la parte d’avanti eseguisce il suo; e così a vicenda da una parte e l’altra vien dato compimento dell’intero, a tal figura ed azione.

In qualunque parte dell’interno del quadrato ottangolare sopraddetto può essere eseguita l’azione e figura della Piruetta, l’esecuzione della quale è tutt’opera dell’impulso della potenza motrice, e dell’abilità del Cavallo, poichè in quelli che sono mancanti di disposizione, è pericolosa, e da sfuggirsi; ella pure forma un circolo sferico, coll’aggirarli (come si è veduto nella sua descrizione,) sopra il sol piè di dietro di dentro, senza che questo si muova dalla sua situazione, aggirandosi solo nell’istessa sua ubicazione, ciò che la rende pericolosa anche nei Cavalli di maggior disposizione, stante il pericolo che s’incontri nel terreno, in cui si aggira qualche sasso o cosa simile che impedisca al piede l’azione e sia però obbligato a cadere; la chiamata sua non è che un segno circolare, e continuato della mano alla potenza motrice, e della resistenza della medesima nell’arresto.

Tutto il detto fin qui, non riguarda che la teorica che deve servir di guida alla pratica, poichè l’una non può andar disgiunta dall’altra, per dar compimento all’opera ed al mio assunto. La prima produce la perizia, e la seconda l’esecuzione; poichè a nulla servirebbe l’acquisto della prima, senza quello della seconda, per poter esiger dal Cavallo la proposta obbedienza, e inutil sarebbe l’averlo in stalla senza potersene prevalere.

Dall’abito che si acquista con l’esercizio di molti atti replicati, proviene la facilità ed esattezza delle chiamate che producono tutto il risalto alle operazioni, come più volte si è detto di sopra, ma siccome questo abito è soggetto ad esser difettoso, su gli atti che lo formano sono tali, così è immancabile, se questi sono eseguiti con quella cognizione di causa che ci somministra la teoria che ho indicato: ond’è che chi vuole ottenere l’intento proposto non può dispensarsi dal mettere in pratica, ciò che ho messo in vista, affine di poter fare acquisto, tanto nel Cavallo che in se stesso di quell’abito che produce nell’uno e nell’altro la facilità ed esattezza necessaria per il concerto delle chiamate, con l’esecuzione dell’operazione del Cavallo; e con ciò vien dato compimento all’impegno che ho preso, e l’esecuzione di quanto ho detto non solo farà toccar con mano con l’esperienza la brevità del tempo, e la facilità e sicurezza della riuscita da me indicata; ma anche supplirà a dimostrare tutto ciò che io ho tralasciato di dire, per non esser troppo prolisso, affidato al detto Usus te plura docebit.

Ma siccome il Cavaliere non può far nota la sua intenzione alla potenza motrice del Cavallo se non se per mezzo della briglia, viene di conseguenza, che se questa in vece di comunicare fedelmente alla medesima le più minute circostanze della chiamata, additateli dal vario impulso della mano del medesimo producesse un effetto diverso come seguirebbe se ella fosse troppo ardita, o troppo fiacca, e disadatta, e non correlativa e proporzionata al bisogno e qualità della bocca, e di tutto il restante della costruzione della macchina.

Chiaro è, che dovendo la potenza motrice eseguire alla cieca qualunque impulso della briglia, (poichè non ha facoltà d’indovinare l’intenzione del Cavaliere) non può a meno se questo non corrisponde alla volontà del Cavaliere, che resti delusa l’aspettativa sua in vece d’esigere l’ideata puntuale esecuzione del suo volere, appunto come segue ai sonatori quando l’istrumento non corrisponde all’impulso del fiato, o della mano, avvegnaché maestra: ed al pittore, ed allo scrivente, se il pennello o i colori sono disadatti, e la penna mal temperata, e così discorrendo di tutti i manufattori dei quali inutile è la perizia, se l’istrumenti loro sono difettosi, così mi trovo in obbligo di dover dare anche la necessaria contezza del come dev’essere la briglia, e quali siano gli effetti che producono le sue parti; e per maggior intelligenza di chi deve ordinarla, e del manufattore che deve eseguirla (dopo che averò fatta una esatta descrizione di tutto, ciò ch’è necessario che sappia chi vuole imbrigliare il suo Cavallo) ne metterò qui sotto il disegno con tutte le sue misure, perchè possa essere sicura l’esecuzione, e possa essere riconosciuta da chiunque la sua giustezza, e li sbagli presi dal manufattore, o cagionati dall’impressione della stampa.

Dev’esser dunque la briglia adattata alla qualità della bocca del Cavallo, di maniera che non sia nè troppo larga, nè troppo stretta, ed incapace che per mezzo suo l’impulso della mano possa apportare al medesimo nè tormento nè disturbo alcuno sulle barre, che sono da quella parte della bocca che resta sopra il dente detto scaglione, dove dev’esser situato il morso senza toccarlo; e però deve esser questo una schiacciola, perchè è più stabile e meno sottoposta del cannone a guastarsi, come egli lo è nel Compagno, ch’è quel pezzo rotondo che forma la sua testa, che lo stabilisce nel bastone: liscia e tonda in quella parte che posa sopra la barra, e spezzata nel mezzo, perchè sia meno aspra, e più dolce, e formi nell’attaccatura un mezzo collo d’oca che con la sua scapola, metta in libertà la lingua di potersi agitare come più le piace, o almeno non ne riceva incomodo.

L’asta che vien chiamata anche guardia deve produrre due effetti diversi: uno è di tirar sotto la testa in forma che la bocca venga ad essere in linea perpendicolare con la terra, e l’altro di porgerli ajuto col sostegno, perchè possa mantenersi in tal situazione; e per questo conviene che quella parte che chiamasi corpo della guardia, (e che lo con più giustizia chiamo lieva, stante la sua attività di tirar sotto,) che ha il suo principio dal colmo esteriore del ginocchio, e termine nel punto, dov’è fermata la prima catenella che tiene insieme le aste, sta d’una linea retta, che oltrepassi quella del piombo, che parallela alla parte di dentro del bastone cadendo in linea perpendicolare verso terra, dà regola, e addita la giustezza della composizione della briglia, e la maggiore, o minore attività sua.

L’altra che chiamasi fiore, la quale ha il suo principio, dove ha termine la lieva sopraddetta, e finisce nell’estremità del pedicino sotto del quale è impostato il voltojo, a cui è raccomandata la campanella, alla quale si attacca la redina, deve esser formata da una semicurva, perchè abbia l’attività di sostenere.

Ma siccome tanto il morso, che l’asta sopraddetti non possono produrre alcuno degl’indicati effetti senza il bastone, che sostenga il primo, e che il barbazzale con la sua resistenza porga ajuto, e spalleggi la seconda: e siccome la maggiore e minore altezza del bastone e la maggior o minor lunghezza del barbazzale e delle sopraddette due parti dell’asta diversifica l’attività della briglia così è d’uopo di stabilire la misura di tutte le parti che la compongono.

La susseguente descrizione e misura di tutte le parti di una briglia, che potrà servire a tutti i Cavalli da sella di giusta taglia, come pure di regola, per formare quelle che fa d’uopo, e che chiedano i Cavalli di maggior taglia e di diversa struttura, e difettosi, con accrescere o sminuire l’altezza o lunghezza di quella parte, a seconda del bisogno, senza alterare nell’essenziale la figura.

Deve parimente essere più leggiera che sia possibile, senza pregiudizio però della sua stabilità, perchè possa resistere a qualunque sforzo, senza il rischio che storcendosi venga alterata l’attività specifica delle parti, e sconcertata la loro azione.

L’incavo dell’occhio sia dunque a proporzione della grossezza, e larghezza della testiera che vi deve essere infilata per sostenere la briglia, ed ovale, perchè possa prestarsi all’azione del governo del barbazzale, e quadro, quando occorra che la sua resistenza impedisca il trabocco della medesima, come suol seguire quando il barboccio del Cavallo sia secco, e sfusato in forma, che non permetta al barbazzale di fare la dovuta presa nel suo vero luogo.

Sia l’altezza del governo del barbazzale dall’estremità dell’occhio al principio del bastone, d’un soldo e due denari, misura di braccio fiorentino, e dell’istessa altezza sia anche il bastone che deve sostenere il morso, affinchè questo non sia nè troppo grande, nè troppo piccolo, e possa essere proporzionato a tutte le bocche che non hanno difetto.

Gli oncini che sostengono il barbazzale devono esser lunghi soldi due e denari quattro, perchè l’estremità loro vada a terminare in quella del morso, ed abbiano in essa una piccola piega verso il barbazzale per esimere il labbro del Cavallo (allorché l’aste della briglia gli mettono in forza) dal male che li farebbero col morderlo, su fossero in questa parte del tutto diritti; essendo più lunghi, il barbazzale sarebbe incapace di resistenza, e quando fossero più corti eglino farebbero il suo lavoro fuori del suo vero posto.

Il barbazzale è d’uopo, che sia di maglia liscia, ed un poco schiacciata e piana, perchè la sua presa sia più stabile e ferma, senza che possa uscire dal suo luogo, nè apportare tormento alla parte in cui risiede.

La lunghezza del morso che occupa la bocca sia di quattro soldi da un bastone all’altro, e dell’istessa lunghezza devono essere le catenelle che tengono insieme le aste, perchè se fossero queste più lunghe o più corte, il morso si allargherebbe o si strignerebbe, e verrebbe alterata la giustezza della misura sopraddetta; e l’altezza della schiacciola che lo forma dev’essere uniforme a quella del bastone in cui è raccomandata; la larghezza del vuoto della scapola del mezzo collo d’oca nel più stretto dev’essere denari dieci, poco più o poco meno, e nel più largo soldi uno, e denari due, e la sua altezza dalla maggior sommità del nodo più alto soldi uno e denari sei, e dalla sommità del nodo più basso soldi uno e denari quattro; quando la bocca del Cavallo fosse più larga o più stretta, conviene ingrandire o diminuire a proporzione la sopraddetta misura.

Il corpo della guardia, che io chiamo lieva sia di soldi quatto la lunghezza sua, e la distanza dalla linea del piombo soldi uno e denari cinque, e più e meno, quando occorra che l’azione sua sia di maggiore, i di minore attività.

La lunghezza finalmente della parte estrema che chiamasi fiore, presa dal punto dove termina la lieva con una linea retta, che tagliando la sua curva vada a finire nella punta di fuori del pedicino, sia di soldi due e denari otto, e la distanza dal punto della maggior sua curva alla linea del piombo, soldi uno e denari cinque, e la punta del pedicino oltrepassi per di dentro la medesima linea del piombo denari due.

E quando la falciatura delle anche del Cavallo, dalla quale ha origine la dolcezza e crudezza della bocca, richieda meno attività della lieva, e maggior sostegno del fiore, ne discosti la prima con darli meno piega nel ginocchio dalla linea del piombo, che così ella scemerà di forza, ed il pedicino, perchè esso pure verrà a scostarsi nel medesimo tempo, e da essa acquisterà a proporzione maggiore attività di sostegno, a seconda della sua intenzione, e quando ciò non basti può ottenersi l’intento, riguardo alla prima, con iscorciargli la linea, e riguardo al secondo con accrescere la curva, e tal volta con allentare il barbazzale, o con abbassare il suo governo, e viceversa quando l’anca per esser diritta, richieda l’opposto, aspettandosi alla perizia del Cavaliere la scelta del ripiego più opportuno e più adattato al suo bisogno; sicuro che una tal briglia rileverà alla potenza motrice con l’ultima precisione ogni minimo impulso della sua mano, e però sarà in grado di potersi prestare la più esatta obbedienza.

Dell'obbedienza del cavallo briglia.gif

CAPITOLO TERZO

Delle cavalcate, Mostre, Balletti, Giostre, e Giuochi di teste e Anello.

Non può mettersi in dubbio, che col capitolo antecedente a questo non venga dato termine e compimento a tutto ciò che riguarda il mio assunto sopra l’obbedienza del Cavallo da campagna, da caccia, da guerra, e da maneggio, e può dirsi anche da carrozza e da tiro; poichè non v’è altra differenza dal portar sul dorso, e tirar di petto che fa il Cavallo nelle sopraddette due funzioni, che quella che porta seco la chiamata del Cavaliere, da Cavallo con le redini della briglia corte in mano, e quella del Cocchiere, da cassetta con le redini lunghe, come lo richiede la maggior distanza dalla testa, in cui si ritrovano le sue mani, a differenza di quella in cui si trovano quelle del Cavaliere, l’istesso dovendo essere il metodo dell’esecuzione della chiamata tanto nell’una che nell’altra distanza, per le ragioni addotte, e che sarebbe superfluo replicare; e viene in fine dato compimento insieme a tutto ciò che riguarda l’opera del Cavaliere, che deve metterla in esecuzione.

Contutto ciò non credo male a proposito di dire anche qualche cosa in compendio delle Cavalcate, delle Mostre, dei Balletti, delle Giostre, e Giuochi di teste, che sogliono farsi nel solennizzare le feste con simili spettacoli, perchè non resti ammesso cosa, dove ha luogo l’opera del Cavallo, e del Cavaliere; dico in compendio, perchè non mancano autori che ne hanno trattato ex professo,ai quali può ricorrere chi ha piacere d’aver di esse una contezza maggiore, bastando a me solo di suggerire ciò che può far più spiccare e dar risalto alla destrezza e leggiadria del Cavaliere, e all’obbedienza ed abilità del Cavallo.

Consistono le Cavalcate, in quel corteggio che fanno diversi Cavalieri a Cavallo, al Principe, o a chi lo rappresenta nelle feste di parata.

Più che nella bravura dei Cavalli consiste il pregio di questa funzione, nella magnificenza della comparsa, e nell’ordine ed uguaglianza della marcia, di manierachè ciascuno dei Cavalieri mantenga sempre il suo posto in linea con il compagno che ha di fianco, ed in mezzo in egual distanza da quello che lo precede e quello che lo seconda, ond’è forza che ciascheduno sempre tenga d’occhio gli altri, per potere col suo Cavallo secondare l’azione loro.

Sogliono però i Cavalieri esser vestiti da Città in calzette, e non devono avere in tal funzione altr’arme che la spada da cingere, che sogliono portare al fianco; il vestito sia dell’ultimo gusto e ricchezza, e dell’istessa qualità sia anche il fornimento del Cavallo; la positura sua sopra di esso dev’essere graziosa, e disinvolta, ma senza eccesso ed affettazione, e con la faccia sempre allegra e giocale; la bacchetta, che ha in mano sia pendente verso la spalla con la punta voltata interra; può tenerla con l’una o l’altra mano, come più le piace, e meglio è se la tiene nella mano sinistra, perchè possa avere la libertà di servirsi della mano destra per cavarsi il cappello, quando occorra di fare il saluto, e per cavarsi e rimettersi in tasca il fazzoletto quando gli occorra di soffiarsi il naso, e può sol tener la bacchetta in mano con la punta voltata verso il cielo un poco pendente su l’orecchio sinistro, in occasione di dovere con il fischio d’essa ravvivare l’azione del suo Cavallo; come si tiene nelle scuole.

Il saluto pure deve esser fatto con grazia e disinvoltura, alzando mano con scioltezza per pigliare il cappello che ha in testa, e con destrezza abbassarla con esso per portarla sul fianco, ed allora darli compimento con piegar la vita dalla parte del collo del Cavallo dove si trova il personaggio a cui s’indirizza, per così evitare il colpo che riceverebbe infallibilmente nella faccia, se il Cavallo in quel tempo alzasse la testa.

L’azione del Cavallo deve essere il passo, eseguito con la maggior quiete e saviezza, ed essendo passeggiatore, o corvettatore può il Cavaliere farne pompa davanti alle Dame, o Signori di distinzione, nel passar d’avanti ad essi nella maniera seguente: Giunto in distanza proporzionata, si ponga il cappello in capo (quando per accidente lo avesse in mano, perchè farebbe troppo brutto vedere, se in quest’occasione lo tenesse in mano o sotto il braccio) e alzi la bacchetta, ed indi chiami il Cavallo al passeggio o alla corvetta, ed arrivato al pari di essi faccia la parata ed il saluto, per dar con questo il segno che a loro è indirizzata l’operazione; ed immediatamente rimesso il Cavallo sul passo torni a rioccupare il suo posto primiero per rimettersi in fila, ed ordinanza con gli altri, ma abbia l’avvertenza di non passar mai con essa il personaggio, al quale vuol far distinzione, perchè sarebbe un errore contro tutte le regole, il voltare ad esso le spalle prima d’averli fatto il saluto.

Della Mostra e Balletti

Per mostra s’intende quella che si fa delle operazioni dei Cavalli di maneggio in occasione di feste pubbliche, come era costume nella Città di Firenze, in tempo che regnava in Toscana la Casa Medici, nelle quali I Cavallerizzi erano obbligati ogn’anno di far mostra alla presenza del sovrano, di qualche Cavallo dei migliori della scuola loro, per obbligargli a non trascurare il loro dovere nel corso dell’anno con questo stimolo; ebbe termine questo costume alla morte del Gran Duca Giò: Gastone, stante la mancanza e della Corte, e della Cavallerizza in Firenze; e allora fu che il Principe di Craon, Presidente del Consiglio dì Reggenza, e Cavallerizzo Maggiore di S. M. I. di Toscana, volle che in Siena il giorno di S. Rocco, quel Cavallerizzo, in vece d’andare a Firenze, come faceva, seguitasse ogn’anno a far mostra pubblica dei suoi Cavalli nell’istessa sua scuola; e perchè riuscisse più decorosa, stante i forestieri che vi concorrono, fu introdotto l’uso d’unire alla mostra dei Cavalli anche i Balletti in concerto a tempo di suono, con la giostra e gioco di teste, per darli compimento, il che tuttavia sussiste con applauso universale.

Quello che nei Balletti fa più impressione alla vista delli spettatori è, senza dubbio, la giustezza delle figure, e l’esecuzione di esse, fatta in tempo ed ultimata in cadenza, a seconda che porta la battuta del suono degl’istrumenti che l’accompagnano.

Quindi è che se nelle cavalcate è sì necessaria la vigilanza dell’occhio, perchè a questa s’attribuisce più d’sogn’altra cola il buon ordine e l’uguaglianza della marcia, molto più lo deve essere nei balletti, le figure dei quali per essere più obbligate, richiedono maggior attenzione d’occhio, e d’orecchio ancora.

E in arbitrio del compositore di farle eseguire di passo, di trotto, o di galoppo, ovvero d’un misto di queste tre azioni, interrompendo l’una con l’altra poichè le altre che può fare il Cavallo, come lo sono le corvette, ed il salto, non possono servire che di ripieno, allorché la figura porta seco qualche vuoto, o per intermezzo tra l’una e l’altra, per dar riposo ai Cavalli.

Le figure più semplici oltre l’essere le più facili ad eseguirsi sono anche più vistose delle composte, e sono quelle, che risquotono il maggior applauso dagli spettatori; riprova, che il loro pregio consiste, come ho detto nella puntualità ed uniformità dell’azione dei Cavalli nei punti necessarj, talché sempre l’uno in trovarsi dirimpetto al compagno, faccia l’istesso che fa quegli.

La composizione delle suonate, conviene che sia adattata ed uniforme alla figura che deve essere eseguita; poichè il Cavallo non può secondare l’idea del compositore, come fa il ballerino, e però è d’uopo che la composizione secondi l’azione del Cavallo, affinchè nel punti dove cadono le mutazioni, vi cada anche la cadenza, perchè non potendo Il Cavallo far cambiamento d’azione alcuna senza un arresto o sospensione che interrompa quella ch’è in opera, come si è veduto a suo luogo, torna bene che in tal punto la cadenza dia segno al Cavaliere dell’arresto, e tempo al Cavallo di darli esecuzione poichè appunto questo facilita la figura, ed alla medesima dà ll risalto maggiore, e piacere alli spettatori.

Qui sotto darò l’esempio d’una figura semplice, per facilitare l’intelligenza dei giovani che non hanno mai veduto simili spettacoli, che potrà anche servir loro di modello e di norma per comporre da per loro delle più composte e difficili.

Si formi un quadrato simile a quello ottangolare che io ho proposto nel Capitolo antecedente, tagliato per mezzo dalle due linee che s’ intersecano nel centro, colla sola differenza, che in questo, vanno tagliati gli angoli in tronco, in vece di farlo con la curva sprolungata detta di sopra, solo abbracciando in avanti quel terreno ch’è necessario ai piedi di dietro del Cavallo, per potere abbandonare la linea in cui si trovano, ed occupare l’altra, perchè possa egli trovarsi in linea retta sopra la medesima in faccia all’altro Cavallo, ch’è situato sopra l’angolo opposto, come si vedrà in appresso. Richiede la figura che sono per proporre, l’azione di quattro Cavalli, perchè sempre devono essere dai medesimi occupati in un tempo tutti quattro gli angoli, ed in un altro tutti quattro i punti che formano le linee di mezzo, affinchè si trovino sempre nella medesima situazione, uno dirimpetto all’altro.

Il modo di metterli in opera è il seguente.

Nel tempo, che gl’istrumenti danno principio all’introduzione, compariscano sul campo i quattro Cavalieri a Cavallo, e di passo uno dopo l’altro in fila vadano ad occupare la linea del quadrato, la più vicina alli spettatori: due occupino gli angoli della medesima, e gli altri due lo spazio di mezzo, che corre dal punto che forma la linea che taglia il centro a quello dell’angolo, in forma che l’uno si trovi in egual distanza lontano dall’altro.

Qui fatta la parata, voltino faccia alli spettatori, e messa la bacchetta nella mano sinistra si cavino il cappello, e con abbassar la vita facciano il loro saluto alli spettatori nel modo divisato di sopra; ed indi rimesso con disinvoltura il Cappello in capo, ripiglino con la mano destra la bacchetta, e stiano fermi nella situazione in cui si trovano, finché gl’istrumenti non diano termine all’introduzione, e principio alla marcia; che allora tutti nell’istesso tempo devono voltare il loro Cavallo sulla mano destra per rimettersi in fila uno dietro all’altro, e fatto questo, quello che si trova alla testa della fila dia principio solo alla marcia, e vada ad occupare il punto che forma la linea che taglia il centro, e quando egli si trovi in distanza dal sopraddetto punto eguale a quello che corre dal posto dove si trova il secondo, all’angolo abbandonato dal primo, questo pure si metta in moto per potersi trovare in grado d’occupare l’angolo nel tempo istesso che il primo occupa il punto sopraddetto della linea; il terzo faccia il simile per occupare insieme con gli altri il punto della linea a lui vicino; ed il quarto si tenga fermo nel suo posto finché Il primo non giunga nell’angolo a lui opposto che li resta di fianco.

I tre che sono in marcia devono eseguire il passo con tal proporzione che l’uno occupi il punto abbandonato da quello che lo precede, nel tempo istesso ch’egli giunge nell’altro a lui respettivo della linea, o dell’angolo; il terzo, giunto all’angolo ivi si fermi, e così faccia il secondo quando arriva ad occupare il suo, lasciando che il primo vada a situarsi in quello che resta vuoto; ed allora gl’istrumenti con una cadenza diano termine alla marcia, ed in questo istesso tempo, il primo ed il terzo devono voltar faccia alla volta di quello che trovasi nell’angolo dirimpetto, e gli strumenti diano principio alla sonata sul tempo di quell’azione con la quale deve essere eseguita la figura, sia di passo, di trotto, o di galoppo, a seconda dell’abilità dei Cavalieri e dei Cavalli, dai quali deve esserli data esecuzione.

Tutti allora si mettino in azione, e vadano incontro l’uno dell’altro e nel tempo istesso formino la prima linea del respettivo loro quadrato piccolo; giunti al primo angolo si accoppino insieme due per due, e diano esecuzione alla seconda, e nel tagliar l’angolo di questa, abbandonino il primo compagno, ed accoppiandosi con l’altro che li venne in faccia, vadano insieme ad eseguirne la respettiva terza linea loro, e giunti al termine d’essa si abbandonino, voltandosi le spalle l’uno coll’altro, per andare a dar compimento colla quarta linea al quadrato; replichino allora un altro con l’istesso metodo, ed indi riformata di nuovo la prima linea giunti a fronte dei compagni, in vece d’accoppiarsi insieme, s’allontani l’uno dall’altro, con intraprendere una linea laterale alla volta dell’angolo diagonale, opposto a quello dove sono, e cambino mano tutti nell’istesso tempo in quell’adattata distanza da esso che fa d’uopo, per dare esecuzione alla mutazione, nell’atto di tagliare il medesimo angolo, per essere in tempo di riunirsi ai compagni, e per riformare due altri quadrati piccoli di concerto sulla mano opposta a quella su cui furono eseguiti i primi sopradetti; terminati questi facciano un’altra cambiata nell’istessa forma, e giunti su quell’angolo del quadrato grande su cui erano, quando dettero il primo principio alla figura, tutti quattro con una mezza volta si vadano incontro in mezzo al quadrato grande, ed allora quei due che voltano le spalle alli spettatori con un’altra mezza volta si pongano in linea con gli altri, e vadano insieme e di concerto ad occupare la linea istessa, dove presero posto quando si presentarono sul campo, ed alla cadenza del suono facciano la parata ed il saluto alli spettatori. Gli strumenti allora tornino a suonare la marcia, ed eglino voltato ciascheduno il loro Cavallo si rimettano in fila l’uno dietro l’altro, e ripiglino la marcia con egual distanza, e tornino luogo di dove partirono quando si presentarono sul campo, e ivi mettano piede a terra.

Della Giostra.

Giostra non è, che un nome generale, che abbraccia tutte le operazioni, che si possono fare con la lancia, e però sotto questo nome si comprende non solo l’incontro che si faceva anticamente da due Cavalieri armati lungo la lizza a vicenda o a campo aperto, ma anche tutte quelle che a questi sono state sostituite, dopo essere stati abbandonati.

Incontro, significa la corsa che facevano due Cavalieri armati lungo la lizza come ho detto, l’uno incontro all’altro per colpirsi nella faccia con la lancia, giunti nel mezzo della lizza dove non potevano a meno d’incontrarsi, o a campo aperto per iscavalcarsi, e non riuscendoli questo, gettata via la lancia e messe mano alla spada per fare ogni possibile l’un l’altro di guadagnare la groppa al Cavallo del competitore, per batterlo col piatto della spada sulle spalle, fino che da’ padrini non erano divisi.

La vittoria dei primi consisteva in chi faceva più punti, e questi si ricavavano dai colpi marcati dalla lancia sopra l’elmo che avevano in capo; poichè quegli che erano sopra la fronte dall’occhio in fu, marcavano tre punti, due dagl’occhi alla bocca, ed uno dalla bocca al collo, e ne perdeva uno chi feriva sotto il collo; e quello al quale nella corsa cascava per qualunque accidente la lancia, la spada, lo sprone, o le staffe, perdeva quantunque avesse fatto più punti degli altri, essendo questa la legge degl’incontri sopradetti.

E siccome in tali corse talvolta per rompersi la lancia nel ferire, la scheggia penetrando nella visiera feriva mortalmente il succumbente, e la caduta da Cavallo nel secondo, cagionava anche tal volta l’istesso inconveniente, questa fu il motivo, che fossero ambedue messi in disuso; e la grandiosa spesa che portava seco l’apparato e la comparfa non poco contribuì a farne levare affetto il pensiero; così in vece fu sostituito ad’essi il facchino.

Questo Questo era un uomo miserabile, che ben armato si poneva per bersaglio al colpo della lancia, ma la compassione in appresso fece sostituire ad esse una figura di legno armata di tutto punto da capo a piedi, e dipoi un solo busto, che furono intitolati saracino, che pure a lungo andare ebbero la sorte istessa degl’altri; si mascheravano ancora da fiera gl’uomini, per fargli servire di bersaglio movente, in simili feste di spettacolo, ma anche questa invenzione non andò troppo innanzi.

Quindi è che si pensò di sostituire al primo incontro antico la corsa dell’anello, e però anche in questa la vittoria consiste in far più punti, o portar via con la lancia più anelli.

L’anello è un cerchio fatto di lamiera fottile nel quale vi sono cinque buchi, uno in mezzo del suo centro che marca tre punti, due sopra di esso da parte, ciascheduno de’ quali conta due punti, e due di sotto paralelli a quei di sopra che ne contano uno per ciascheduno; questo è coperto di carta bianca, che copre tutti I sopraddetti buchi, è sostenuto in aria da una gentile molla, fermata nella sommità sua da un nastro movibile e intromessa in un cannone che pende all’ingiù, in quella giusta altezza che conviene, essendo questo retto da un braccio che sporge in fuori della lizza, quanto fa d’uopo che sia a portata, perchè il Cavaliere lo possa portar via colla punta della lancia.

V’è anche, chi racchiude diversi anelli in una certa macchinetta fatta in forma di cuore, aperta dalle parti laterali, perchè possano escire con facilità, accomodati dentro di essa in forma che portato via quello ch’è fuora d’essa pendente, immediatamente comparisca l’altro nell’istesso posto, ed allora chi ne porta via più, vince, e quando accada che due ne abbiano portati via in egual numero, chi ha fatto meglio punto ha la vittoria.

Del gioco delle teste

Nel giuoco delle teste, che sono di carta pesta, dipinta al naturale, si rappresentano tutti li spettacoli antichi sopradetti; la prima testa che si piglia con la lancia, figura il primo incontro eseguito lungo la vela, la seconda che si colpisce col dardo, e l’ultime due che una si getta a terra col fendente della spada, e l’altra con infilarla con la punta d’essa, portandola così in trionfo, figurano l’incontro a campo aperto, e la terza e quarta che si gettano a terra col colpo di pistola rappresentano al vero il duello a Cavallo con la pistola che fu introdotto dopo l’invenzione della polvere.

Mio sentimento però è, che il giuoco delle teste meriti più applauso, per il vantaggio, che apporta al Cavaliere, che per quello che possa, meritare la rappresentanza sopradetta; poichè non può mettersi in dubbio, che questo cagioni nel medesimo quella scioltezza che dà risalto a tutte le operazioni sue, e che di più li faccia apprendere il maneggio dell’arme tanto necessario sì alla guerra che alla caccia; onde questo dev’essere la meta a cui devono tendere tutte le mire, e del Maestro che deve insegnarle allo Scolare, e del Cavaliere che deve apprenderle.

Due sono gli oggetti che riguarda il maneggio della lancia, uno è il ferire il bersaglio, e l’altro il farlo con grazia e disinvoltura; nelle giostre antiche il primo aveva giustamente la precedenza al secondo, ed ora nel giuoco delle teste e anello, deve esser preferito il secondo al primo, per le ragioni addotte.

Era in antico la lancia un’arme in asta di lunghezza quattro braccia, grossa e pesante nel calcio, e forte in punta, e però formata di legno di leccio o simile ad esso, perchè potesse resistere alla forza del colpo dell’incontro, ed alla durezza dell’armatura, sì nel ferire che per levar di sella il nemico, armata nella cima d’essa con una punta d’acciaro che la fasciava.

Il corpo della medesima era tirato a guisa di piramide in due riprese; poichè per la lunghezza d’un braccio e mezzo in circa, cominciando dal calcio, era grossa e pesante, e circa al mezzo di questa misura vi era un ricavo, che dava luogo alla presa della mano, ed a quest’effetto il legno ivi restato intatto era ridotto alla necessaria sottigliezza che richiedeva la capacità della mano di quel Cavaliere che doveva maneggiarla, senza intacco della figura piramidale di questo tratto, che pigliava regola dalla grossezza dell’estremità del calcio, e questa costituiva la prima ripresa.

Al termine della medesima aveva principio la seconda, assai più sottile, perchè regolata dalla proporzione che esigeva la punta che gli dava termine, la quale doveva essere di quella maggiore sottigliezza che comportava la necessaria consistenza, capace di resistere al colpo e durezza dell’armatura detta di sopra.

Sotto l’impugnatura vi era un cerchio di ferro di larghezza circa due dita, e di grossezza proporzionata a poter ricevere l’appoggio dell’arresta, in occasione di dover far resistenza con la lancia.

Arresta è quel ferro ch’era fermato in mezzo al fianco destro dell’armatura, sopra il quale il Cavaliere posava il calcio della lancia, quando si metteva in atto d’investire il nemico, ed è quello che dà ad esse il nome di arresta alla situazione della lancia, quando si pone in atto di ferire, quantunque manchino i sopradetti due ferri; il primo perchè si fanno in oggi le corse senza armatura, ed il secondo perchè non si pone più nella lancia per renderla più leggiera, e perchè la medesima non è sottoposta a resistenza alcuna, non dovendo nell’anello che forare la carta, di cui sono coperti i buchi, e per essere le teste di carta pesta; ed affinchè la lancia sia più facile a maneggiarsi non solo non si pone in esso il solito cerchio, ma si fa anche di legno leggiero com’è il faggio, e la prima piramide sopra l’impugnatura, si forma con quattro alette del medesimo legno riportatevi sopra, per scemare il peso della grossezza che richiede la proporzione del calcio, dalla quale piglia regola la figura piramidale, senza che questa resti deformata; e perchè tutto corrisponda in proporzione, in vece della punta d’acciajo vi se ne pone di latta.

Per passare a dar conto del modo di mettere in opera la lancia convien sapere che il moto, e l’azione che sono obbligati di fare la mano e braccio per mettere la lancia nella situazione più acconcia a ferire, che dicesi in arresta, come ho detto di sopra chiamasi aria, e che diversi sono gli errori che si commettono nel dare ad essa esecuzione, il che torna bene di mettere in vista prima di trattare di essa, per facilitar la cognizione della giustezza di come debba esser fatta con disinvoltura e buona grazia, ch’è il maggior pregio suo.

Il primo è quello di tener la lancia in forma che non cuopra, o impedisca la vista del bersaglio: un altro è di non muovere la vita o le spalle dal loro posto nell’atto di dare esecuzione all’aria sopraddetta, con l’azione della mano e braccio, sia con piegar la vita sia con portar le spalle in avanti o in dietro, o la vita in fianco per secondare la mano quando abbassa verso terra il calcio della medesima, e non è minore quello di vacillare in qualunque tempo la punta della lancia, d’abbassarla, che sommozzar si dice, di rimuoverla dalla pendenza in cui deve star sempre sopra l’orecchio sinistro del Cavallo, con attraversarla più del dovere da quella parte, o con voltarla verso la parte opposta, che svanita vien detta, e quello finalmente di ferire o colpire il bersaglio con una stoccata, o con farlo di sotto in su.

Altre tre sono le armi, che si usano nel giuoco delle teste, come si è veduto di sopra cioè il dardo, la pistola, e la spada.

Il dardo è un’altr’arme in asta con punta di acciaro in cima, molto più corta della lancia, perchè non eccede la lunghezza di un braccio e tre quarti in circa; affinchè possa scagliarsi di soprammano alla volta del bersaglio, ella pure è di costruzione in figura piramidale più sottile in cima, a proporzione che nel calcio; della pistola e spada, essendo armi usuali e a tutti cognite, è superfluo il far la descrizione, e però la tralascio, per appigliarmi a dar contezza del modo di maneggiare la lancia, e dipoi di quello come devono essere messe in opera le altre armi. Se dalla presa della coscia depende la fermezza a Cavallo, e dalla fermezza della vita la scioltezza della mano tanto necessaria per l’esecuzione con giustezza e buon garbo delle chiamate, come si è concluso nel capitolo antecedente, non può revocarsi in dubbio che da queste istesse deriva anche la buona grazia e quel garbo che dà risalto al maneggio delle armi, nel giuoco delle teste e anello.

Deve dunque il Cavaliere che si appiglia a dare esecuzione alla corsa dell’anello, o delle teste, situarsi nella positura istessa che si è indicata nel maneggio del Cavallo, affinchè la mano ed il braccio tutto possa essere nella sua scioltezza e in piena libertà di agire a suo talento, e a seconda che richiede il maneggio di quell’arme che deve esser messa in opera.

Diverse sono le arie che possono farsi con la lancia, e però è in libertà del Cavaliere la scelta di quella che più li piace, ed in tutte ne riporterà sempre l’applauso dovuto, quando sappia in esse conservare intatta la positura indicata della coscia e della vita, in maniera che queste non abbiano luogo di pigliar parte alcuna nell’azione della mano e del braccio, poichè allora non può a meno che il maneggio dell’arme sia esente dagli errori sopra additati.

Due sono quelle a mio parere, che sono le più vistose, e che ricevono più applauso dagli spettatori, e però di queste m’appiglio a fare la descrizione, lasciando indietro l’altre, perchè tanto basta per dar compimento all’impegno preso di fare un trattato in compendio, per istruzione dei giovani, che potranno ricercare dagli autori quella maggior cognizione che ave ranno piacere di avere.

La prima dell’arie sopraddette ch’è la più facile d’esecuzione, si fa nei seguenti tre tempi separati da un piccolo intervallo tra l’uno e l’altro; nel primo la mano accompagna il calcio della lancia lasciandolo andar giù da se stesso, finché ella non giunga in linea retta dirimpetto al ginocchio con moto pronto e presto, lì fermandosi con dolcezza, tanto che il braccio finisca di stendersi per evitare la scossa che riceverebbe la punta della lancia, la quale non deve mai nell’azione uscire dalla sua piega verso l’orecchio manco del Cavallo, e qui ne segue l’arresto per dar luogo al Cavallo d’eseguire la prima terza parte della corsa.

Nel secondo, la mano con prestezza solleva la lancia in linea retta, sinch’ella non giunga all’altezza di due dita sopra la salda del cappello dove deve fermarsi con la solita dolcezza perchè la lancia si mantenga ferma nel suo posto senza che la punta vacilli, per dar tempo al Cavallo di dare esecuzione alla seconda parte della corsa. Nel terzo tempo, la metà dell’aria viene eseguita dal ritiramento che fa il gomito all’ingiù dal punto dov’ebbe termine il secondo, fino al luogo dell’arresto, (ch’è allora quando il dito indice arriva ad essere dirimpetto alla bocca,) dove la mano subentra alle veci del gomito, per dare esecuzione senza intermittenza all’altra metà di questo tempo, abbassando la punta della lancia fino al bersaglio con l’istessa proporzione che il gomito ha eseguita la sua, in forma che sia secondata con questo terzo tempo esattamente l’ultima parte della corsa della lancia fino al bersaglio; passato questo, il Cavaliere non deve avere altro pensiere che di fare la parata, e la ripresa della lancia con disinvoltura, alzando la punta d’essa, e subito andare in giù con la mano fino al ginocchio, come fece nel primo tempo e con un semicircolo, o alzandola semplicemente e riportare il calcio sulla coscia, come l’aveva da primo.

Si può anche nel terzo tempo giunta la mano con la lancia in arresta ivi fermare la punta senza abbassarla per ciò fare tutt’in un tempo nell’atto di ferire il bersaglio, che dicesi ferire ad archetto, ed altri dicono a lichetto; il che fa più bel vedere, ma è molto difficile; nel mettere la lancia in arresta può appoggiarsi il calcio al braccio, ma non mai alla vita, perchè appoggiato ad essa non può a meno che la punta vacilli, o summozzi, ed esca dal suo posto; il che non segue quando è raccomandato al braccio.

La seconda che chiamasi la grand’aria perchè maggiore è in essa l’azione della mano e del braccio, di quella che richiede la prima, e però è anche più difficile; in essa devono essere eseguiti l’istessi tre punti che nella prima, d’abbassarsi, alzarsi, e venire in arresta per ferire, ma senza intermittenza, e di seguito a seconda della corsa del Cavallo di maniera che l’aria abbia l’istesso principio e fine con essa; il primo e terzo tempo suo non differiscono in cosa alcuna, da quelli della prima se non che in quest’aria sono fatti di seguito, e nell’altra con intervallo, ma nel secondo consiste tutta la differenza, perchè in questo tempo nella prima aria, la mano alza la lancia in linea retta dal ginocchio fino ch’ella non giunge a superar la falda del cappello, ed in questa fa l’istessa gita dopo avere steso il braccio quanto può in fuora, con formare un semicircolo all’in su, e di lì dà esecuzione al terzo senza intermittenza, nella forma istessa che vien fatto nella prima, come si è detto.

Montato dunque con tal cognizione il Cavaliere a Cavallo prenda la lancia nella mano destra, di maniera che l’impugnatura resti lungo la palma della mano abbracciata dai diti medio, anulare, e auricolare, con le punte dei medesimi voltate verso il suo petto, e lì tenuta con l’aiuto del polpaccio del police che deve stare steso lungo la medesima impugnatura, come l’indice pure deve stare steso dalla parte di fuora ma dritto, deve il calcio della lancia esser posato sopra la coscia con il gomito alto, in forma che faccia fare al braccio una linea quasi pararella alla terra: dico quasi, perchè ha da pendere alquanto verso d’essa; la punta della lancia deve pendere un poco verso l’orecchio manco del Cavallo, e mantenersi così sempre per non perder mai di vista il bersaglio, e l’asta non deve mai in nessuna occasione coprire il viso al Cavaliere, come più volte si è detto, e ciò è una delle cose più essenziali da osservarsi.

Questa è la positura in cui deve star la lancia quando il Cavaliere sta fermo in parata, e quando va di passo a pigliar posto; ma quando occorra di pigliar il galoppo è d’uopo che il Cavaliere la sollevi alquanto dalla coscia per tenerla sospesa, affinchè la punta non vacilli, ed esca dalla sua giusta situazione; ma non può esser ella tenuta così dalle dita con forza, perchè conviene che nel primo tempo dell’esecuzione dell’aria, le medesime s’allarghino, per dar luogo al calcio di poter fare il suo corso da se all’ingiù accompagnato solo dal police ed indice da principio, e dipoi voltati che stano questi, sostenuto anche dal medio e anulare assieme con loro, tutti con le punte voltate verso

M ni so terra, ed appoggiato, come se fosse un puntello da quella dell’auriculare, per impedire che possa dare in dietro e fare abbassare la punta alla lancia, ed è anche necessaria una tale scioltezza di mano, perchè nel tornare in su possano le medesime dita rimettersi nella loro primiera situazione.

Nel pigliar che fa il Cavallo la scappata convien prima d’ogn’altra cosa portare alquanto in fuora il calcio della lancia per non urtare nella coscia nel far l’aria, e per ottenere l’intento con grazia s’alzi il medesimo con prestezza circa a tre dita, e nell’istesso tempo con disinvoltura si pieghi un poco in fuori senza che il restante della lancia si apparti dal suo posto, e di lì dia immediatamente esecuzione a quell’aria che più li piace con il metodo sopra descritto, e questo si faccia quando il bersaglio sia l’anello.

Ma quando sia di mestieri di prevalersi di tutte le armi sopraddette, come segue nel giuoco delle teste, conviene primieramente che il Cavallo sia armato con le pistole caricate solo a polvere collo stoppaccio puro, o ripieno dentro di un pezzo di legno a guisa di palla, quando la testa che deve servir di bersaglio non sia situata in luogo che il colpo di pistola non possa pregiudicare a nessuno delli spettatori, che in caso diverso non converrebbe azzardare di mettere in scompiglio lo spettacolo, con qualche accidente di rincrescimento; ed il Cavaliere pure deve avere la spada prima di montare a Cavallo.

Situato che sia in sella così, si faccia dare allora il dardo, e ponga il calcio suo sotto la coscia destra, in forma che venga a restare l’asta tra il sedere e l’arcione della sella, e la punta sopra quello di dietro sollevata in aria, in maniera che si possa pigliare con facilità con la mano quando fa d’uopo; accomodato il dardo al suo posto, si faccia porgere la lancia, e così armato con faccia seria, e ardita insieme, si presenti alli spettatori, e vada a prendere il suo posto.

Prima di mettere il Cavaliere armato in azione, credo che opportuno sia di dar conto di come devono essere messe in opera le armi sopraddette quantunque facile sia il comprenderlo; dirò dunque ch’è regola generale di mettere in opera, prima (per disfarsene) le più incomode ed incerte, e riserbare all’ultimo quella, ch’è più sicura, e meno sottoposta a fallire.

Per quello poi che riguarda la destrezza ed il garbo di maneggiarle, non si richiede in esse niente di più di quello che si è detto nella descrizione dell’aria della lancia, non potendosi mettere in dubbio, che la grazia e disinvoltura di tutte le azioni del Cavaliere quando è a Cavallo, dependa unicamente da conservar sempre intatta la positura che si è fissata nel primo capitolo di questa parte; poichè questa lascia in libertà, e nella natural loro scioltezza le braccia e le mani, che sole devono aver luogo e parte nel maneggio dell’armi di qualunque sorte siano; certo è che dalla situazione della coscia viene la fortezza del Cavaliere a Cavallo, e dalla fermezza della vita il garbo e la grazia di qualunque azione sua, come ho detto più volte e torno a replicare, per disingannare chi ne va in cerca altrove, male a proposito.

Con tale scioltezza di braccio pigli dunque il Cavaliere con la mano destra dalla coscia il dardo, senz’alterare la positura sua, e alzi dipoi la mano fino alla dirittura della sua bocca, e lì lo tenga sotto mano con la punta voltata indietro sì nel tempo del galoppo, come in quello della scappata, finché non arriva a portata di doverlo scagliare, che allora deve voltar la punta girandolo tra le quattro dita police, indice, medio, e anulare, e giunto ad essere situato sopra mano con la punta del dito auriculare sostenga quella del dardo alla dirittura del bersaglio, e giunto in tal distanza dal medesimo, che fi possa vedere il dardo staccato in aria prima che ferisca, tiri addietro il braccio, tanto che basti a dar maggior forza al colpo, con destrezza tale, che non v’abbia parte alcuna la spalla, per le ragioni sopraddette e lo lanci alla volta sua per investirlo; due sono le maniere di far passar sopramano il dardo in mira del bersaglio, una è di girare la punta di sotto in fu tra le dita come si è detto, e l’altra di girare intorno tra le medesime il calcio sopra la testa, tenendo sempre fermo il braccio, sì nell’una che nell’altra maniera vi è chi cavata la pistola dalla fonda l’appoggia alla coscia per tirare su il cane con l’aiuto di essa, ma siccome questo modo può esser fallace e cagionare sconcerto, così meglio è di far ciò con l’aiuto della mano sinistra; la pistola pure, quando si va alla volta del bersaglio sia di galoppo o di fuga, deve esser tenuta con la bocca all’insu, e con lo scodellino un poco inclinato verso la canna, per evitare che la polvere non si versi, nell’aprirsi che fa quando deve pigliar fuoco, e ne scocchi il colpo con la mano alta nell’istessa situazione in cui si è visto che si tiene il dardo in questo tempo; essendo il colpo della pistola più di ogni altro fallace, però convien darli fuoco nella maggior vicinanza possibile, e sempre di sopra in giù, perchè il bersaglio è maggiore: avvertimento ch’è opportuno per i soldati, ma di poca conseguenza nel giuoco delle teste, che non ha per bersaglio che una sola delle medesime, all’opposto del soldato, che oltre la testa ha la persona tutta del nemico, ed il Cavallo. E’ solito di metter mano alla spada quando si è a Cavallo con stendere il braccio destro sopra il sinistro, ma anche qui può seguire l’inconveniente, o che non esca dal fodero, o che venga su con esse, però meglio e di maggior sicurezza è il farlo con l’acuto della mano sinistra.

E’ regola generale che l’incontro del nemico sia fatto nel tempo della maggiore velocità del Cavallo, sì per difficoltare al medesimo il colpo, sì per metter se stesso il più presto che sia possibile fuor di pericolo di essere offeso, onde la scappata deve essere eseguita in forma che vada sempre rinforzando a proporzione che si avvicina al bersaglio, e però giammai cominciata con il maggiore sforzo, perchè cagionerebbe tutto l’opposto; e non potendo a meno un tale improvviso sforzo, nell’interrompere un’azione dall’altra, di cagionare una scossa sì nella macchina del Cavallo che nella persona del Cavaliere, e per conseguenza di mettere in sconcerto anche l’arme sua senza dar tempo di potervi porre riparo (quando questa sia la lancia,) molto difficile sarebbe che una tal corsa riuscisse di quella grazia che si richiede.

L’ estensione della lunghezza della scappata deve esser relativa non solo alla qualità dell’arme che si mette in opera, ma anche alla natura e prontezza del Cavallo nel darle esseuzione, perchè vi sono di quelli che si stendono più presto, e di quelli che lo fanno con stento e più tardi però si aspetta alla perizia del Cavaliere di sapere regolare una tal misura d’estensione, in forma che sia proporzionata al maggiore o minor tempo che richiede il maneggio dell’arme, poichè in Cavallo pronto può esser più lunga di quella del Cavallo di minor prontezza, uniforme però sempre l’una e l’altra nel correre la lancia all’aria, che si vuol fare con essa, ed in tutte proporzionata al punto dove cade l’incontro del bersaglio, perchè si trovi in esse nella maggior sua velocità.

Quindi è, che si dà sempre principio alla corsa con una mezza volta di galoppo sulla mano destra, ed addirizzato il Cavallo in faccia al bersaglio, da quello insensibilmente, senza scossa, si deve passare alla fuga di gradazione, perchè il colpo segua nel punto della maggior velocità, come si è detto sopra, ed alfinchè questo sia accompagnato dalla maggior impressione possibile, necessario è che la scappata sia eseguita sulla mano destra perchè i piedi laterali del Cavallo di questa mano si trovino in avanti per potere agire di concerto con la mano destra del Cavaliere che maneggia l’arme.

In prova di questo si è veduto a suo luogo, che il galoppo sulla mano destra termina ogni azione sua con i piedi laterali di questa mano in avanti, è questo fa sì che la coscia e mano del Cavaliere di questa parte venga anch'essa sostenuta in avanti; e siccome i piedi sinistri del medesimo Cavallo nell’istess’azione restano indietro, così anche la coscia e mano sinistra del Cavaliere resta senza sostegno, e a proporzione alquanto inclinante indietro, e da qui viene che la mano destra si trova in maggior forza di quello che si troverebbe, se la scappata fosse eseguita sulla mano opposta.

Ed essendo l’azione dei piedi nella scappata, del tutto uniforme a quella del galoppo, come si è dimostrato nella sua descrizione, però è d’uopo che sia eseguita sulla mano destra, sempre che la mano del Cavaliere deve prevalersi dell’arme, perchè stante il concerto dei piedi del Cavallo con la mano, possa la medesima essere più ferma e stabile, nell’atto del ferire, come si è detto.

In arbitrio è la disposizione, ed il numero delle teste, che devono servire di bersaglio a questo giuoco o sia spettacolo, ed è pure in arbitrio in occasione di feste, di mettere in azione uno o più Cavalieri che operino di concerto insieme; ma nelle scuole necessario è che un solo alla volta sia messo in opera, perchè possano esserli corretti gli errori.

E per dare ai giovani idea di come si mette in esecuzione questo giuoco di teste; si pongano due di queste sopra la vela, in adequata distanza che possa essere eseguita la corsa della lancia la quale richiede maggiore estensione di terreno dell’altre armi, perchè il Cavaliere possa aver tempo di far quell’aria che più li piace; nel posto istesso, dove si pone la testa per bersaglio della lancia vi si pone anche l’anello (quando la corsa deve essere indirizzata a questo) con la sola differenza che l’anello non deve essere da parte come la testa, ma deve essere situato in forma che venga a pendere in mezzo al cappello del Cavaliere, in altezza tale che possa passarvi sotto senza intopparlo, e questo si fa perchè l’anello non ha presa laterale, onde è forza, che formi il bersaglio in faccia.

La prima che resta più vicina al posto di dove il Cavaliere si deve partire per dar principio all’azione, sia quella del dardo, e la seconda quella della lancia; in faccia a questa dall’altra parte (in tal distanza dalla muraglia, se vi è, che il Cavallo possa farvi la scappata, affinchè i bersagli restino alla mano) vi si ponga quella della prima pistola, e nell’istessa linea quella della seconda, in faccia a quella del dardo; nel centro di questo quadrato si dia posto alla quinta che deve servire al fendente della spada; e si dia termine alla figura con la testa in terra, o sopra un panchetto per i principianti, in dirittura della quinta, e delle altre due teste che sono il bersaglio della lancia, e della prima pistola. Devono essere le prime cinque situate all’altezza dell’uomo a Cavallo; l’azione del Cavaliere dev’essere continuata di seguita dal principio fino all’ultimo, senza intermittenza, ed e seguita di galoppo, quando si trova in lontananza del bersaglio, e di fuga da che si mette in stato di andarli incontro; e però egli deve dar principio all’azione sua con una mezza volta di galoppo sulla mano destra, ed addirizzato in faccia al bersaglio della lancia, deve mettere in libertà il Cavallo con la precisone descrita di sopra, e nell’istesso tempo fare l’aria della medesima, ed investitolo con l’arresto necessario dar termine alla scappata, e senza fermarli deve ripigliare il galoppo in volta sulla mano destra, e giunto in vicinanza del garzone che sta in attenzione della lancia, con disinvoltura scagliargliela immediatamente, e dar di piglio al dardo nel modo divisato sopra, e seguitando a galoppare andar formando una mezza volta sprolungata per non essere obbligato a cambiar mano, finché non giunge a rientrare nella pista istessa che servì alla scappata della lancia, ed arrivato così all’opportuna distanza dalla testa del dardo abbandonar il galoppo per andare ad investirla di fuga, e immediatamente ciò fatto cambiar mano per ripigliarlo sulla mano manca, e nell’istesso tempo dar di mano alla pistola, e nel formare la mezza volta fino alla linea di mezzo del quadrato con tutto il suo comodo, e con la solita dovuta disinvoltura tirar su il cane dell’acciarino, ed alzata la mano mettersi in grado di andare incontro al bersaglio della prima pistola, e però terminata la mezza volta sulla mano sinistra deve cambiar mano per formarne una simile sulla mano destra e andar così acquistando terreno verso la linea dove sono situate le teste delle pistole, e giunto al segno dar la scappata, fare a suo tempo il colpo, e subito ripigliar il galoppo sulla medesima mano destra, attorno al pigliere, su cui era situata la testa del bersaglio, per aver tempo di rimetter la pistola nella fonda e di pigliar l’altra, e metterla in punto, affinchè ritornato sulla linea possa abbattere anche la seconda nella maniera che ha fatto con la prima, e qui pure ripreso il galoppo attorno il suo piliere rimessa la pistola nella fonda, e posto mano alla spada possa investire le due teste di mezzo, una con il fendente e l’altra con la punta, con la medesima scappata, e ripreso il galoppo sulla mano destra deve portar l’ultima, infilata nella spada, in trionfo, per mezzo del quadrato fino al luogo di dove dette principio all’azione, e dar così termine al giuoco, come faccio io a questo trattato, con mettere in vista lo sbaglio che pigliano i soldati e cacciatori nel ricusare nei loro Cavalli il galoppo sulla mano sinistra. Vero è, che il Cavallo deve sempre galoppare sulla mano destra quando il Cavaliere ha l’arme in mano; perchè

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possa trovarsi pronto a prendere la scappata sull’istessa mano quando s’accinge a investire il nemico o la fiera, per le ragioni dette di sopra; ma è errore l’attribuire a difetto, se quando gli occorre di voltar sulla sinistra, il Cavallo li cambia mano, poichè il far diversamente, repugna alla natura del meccanismo della costruzione della macchina del Cavallo, come ho provato ad evidenza nella prima parte di questo trattato; ond’è che galoppando il Cavallo sulla mano destra, nel pigliar la volta sulla sinistra senza cambiare la situazione dei piedi, non può a meno di cadere, se ciò è eseguito di fuga, o se a caso s’incontra di farlo sul terreno cretoso, bagnato, o sdrucciolo, perchè per essere i piedi laterali di questa parte situati indietro (come lo richiede il meccanismo del galoppo sulla mano destra) si trovano fuori di forza, ed incapaci di sostenere il peso della macchina a questa parte pendente, e quando anche per accidente il Cavallo vi si sostenga senza cadere; certo è, che un’azione sì irregolare deve essere incomoda al Cavaliere, e però trovandosi egli sopra un Cavallo, che non sappia galoppare sulla mano sinistra, deve a mio sentimento scansare al possibile tutte le occasioni di voltare su questa mano, per evitare il rischio che li corre in ciò fare, e quando sia in sua balìa di farne scelta, si attenga pur francamente senza esitare a quello che

galoppa con obbedienza all’una, e all’altra mano, che così oltre il mettersi al coperto dal pericolo sopraddetto, potrà avere anche il vantaggio di sentirlo fotto, più tempo fresco ed in forza, con farlo galoppare ora sopra l’una, ed or sopra l’altra mano per dar riposo a vicenda all’una, e all’altra parte di esso.


Dell'obbedienza del cavallo image5.gif

TRATTATO DELLE RAZZE SELVATICHE

DEI CAVALLI D’ITALIA.

Parte Quarta.

CAPITOLO PRIMO

Della qualità del clima dell’erba e dell’acqua.


Siccome non può mettersi in dubbio che dalla qualità dell’aria ambiente, e da quella dell’erba, e dell’acqua, che servono di alimento al bestiame, abbia origine la qualità buona o cattiva del medesimo, così chi ha idea di mettere in piedi, e stabilire una razza nobile di Cavalli atta a fornire una scuderia d’un Sovrano, deve avere in mira sopra ogn’altra cosa di sciegliere una situazione di clima dolce, temperato, e costante, e meno che sia possibile sottoposto a stravaganze; nè minore dev’essere la premura di scegliere un terreno arido, secco, e sterile, perchè produca un’erba fina, asciutta, sanguigna e di sostanza: sollevato a guisa di collinetta (se possibile è) affinchè l’acqua della pioggia possa con facilità scolare, e la sua eminenza possa formare dalla parte di mezzo giorno una valletta, che difenda col suo ridosso il bestiame, e l’erba dai venti freddi dell’inverno per esimersi dal pregiudizio che all’uno e all’altra i medesimi arrecano; e meglio anche sarebbe se una tal valletta fosse circondata all’intorno da una macchia che la mettesse maggiormente al coperto dai medesimi, e da quei che spirano anche dalla parte di mezzo giorno, dei quali il libeccio non è meno pregiudiciale in tutti i tempi della tramontana, e del grecale.

Tutto il terreno nella primavera e nell’autunno è abbondantemente provisto e ricoperto d’erba, ma nell’inverno e nell’estate resta mancante e privo, e però conviene, che nella scelta vi sieno anche delle praterie dell’istessa qualità sopraddetta di sufficiente estensione, per potervi ricavare il fieno che deve supplire nell’inverno alla mancanza dell’erba, ed oltre queste, è d’uopo che vi sieno dei terreni bassi che vadano asciugando a poco a poco nell’estate, perchè vi possa esser sempre dell’erba fresca anche in questa stagione.

L’esperienza mi ha fatto vedere, che l’erba che nasce nel terreno sodo e arido situato in basso, è mangiata con piacere e con profitto dal bestiame, anche quando il terreno è coperto dall’acqua, fino che si mantiene tenera, e solo è da esse abbandonata quando è divenuta soda, e dura; e la ragione è, perchè l’acqua quantunque faccia ad essa cambiar figura e nome, stante il maggior nutrimento che le somministra non per questo li fa cambiar natura come lo mette in chiaro l’esperienza; poichè ho osservato che il terreno secco, che sta sotto l’acqua tutto l’Inverno, e che resta asciutto nell’Estate, produce un’erba dell’istessa qualità, ma di cinque figure diverse, perchè una più grossa dell’altra, per il maggior alimento che gli ha somministro l’acqua, stante il maggior tempo che dura la sua vegetazione.

In prova che ciò sia vero, si osservi che quel terreno che scola da se senza l’ajuto del calor del sole, produce l’erba più fina, che chiamasi fieno, perchè la sua vegetazione viene al suo compimento più presto, stante la minor quantità dell’umido che il Sole deve asciugare.

La vegetazione poi di quello che non finisce d’asciugare è più lenta, e di maggior durata, e però ricevendo dall’acqua maggior nutrimento, l’erba viene più grossa; quindi è che chiamasi fien grosso, che i contadini ed i postieri lo danno a mangiare alle loro bestie mescolato col fieno buono.

Dove l’acqua è più alta, che richiede anche maggior tempo del sopraddetto, perchè il calor del sole la possa svaporare, non può a meno la vegetazione dell’erba che produce quel terreno d’essere di maggior durata e più lenta, e per conseguenza che l’erba riceva maggior alimento, e divenga anche più grossa del sopraddetto detto fien grosso che chiamasi patto, e che serve per far lettiere al bestiame, e dipoi concime.

Per l’istessa ragione l’erba che chiamasi biodo, è di maggior mole del patto, e però del più fine se ne fa le vesti ai fiaschi, e del più grosso le stoje.

L’erba finalmente che produce quel terreno che resta coperto da tale altezza d’acqua, che richiede tutto il tempo dell’estate per essere svaporata, diviene di tal grossezza, che si assomiglia alla canna per il maggior alimento ricevuto dall’acqua in sì lungo tempo che ha durato la sua vegetazione, e però chiamasi cannella della quale si fanno i cannicci.

Se il sopraddetto terreno si riduce in scolo tale, che nella primavera resti da se asciutto per tutto, vi nasce l’erba fine; se ripieno lo scolo torna sott’acqua, torna pure a riprodurre l’istesse qualità d’erbe sopraddette: onde una tal riprova toglie ogni dubbio che dal maggior tempo che dura la vegetazione, stante il maggior alimento che riceve l’erba dall’acqua, viene la maggior sua grossezza, e la diversa figura.

Da quest’esperienza ho ricavato che il terreno secco e sterile, è quello che produce pascolo che forma i Cavalli d’ottima qualità, non solo perchè mangiano l’erba sua con piacere ed avidità, ma anche perchè l’esalazione

lazio del medesimo è salubre, e non è pregiudiciale neppure nell’estate alla salute dei Custodi, che vi si mantengono sani; e tanto più sono restato convinto di questa verità nel vedere che il bestiame ricusa l’erba prodotta dal terreno grasso, quantunque per essere di foglia larga polputa e piena di sugo, apparisca all’occhio la migliore, non arrecandosi a mangiarla che sol quando è forzato dalla fame per non aver altro di che nutrirsi.

Certo è che gli animali sono dotati d’un istinto naturale, che fa loro conoscere ciò che lor giova, e ciò che lor nuoce; quindi è che nel pasturare scelgono sempre l’erba migliore preferendola alla inferiore, ed ho osservato che quella di cui più s’appetiscono, è la fine, che fa in terreno magro e sterile, e mai la polputa e sugosa che fa in terreno grasso, come ho detto di sopra. Onde chi non ha bastante cognizione per scegliere la qualità della pastura che conviene a una razza, può pigliar regola dal Cavallo medesimo con metterlo a pascere in un luogo, dove vi sia dell’una, e l’altra qualità d’erba, o col farlo passare da un luogo all’altro, e sarà sicuro di non sbagliare, se farà la scelta di quella che il Cavallo mangia con avidità la prima, la quale sarà certamente quella che nasce in terreno secco ed arido, di filo sottile e asciutto.

E siccome non può negarsi che l’aria sana contribuisca a render sano anche il prodotto, così anche per questa ragione deve scegliersi il terreno secco e arido, che non produca esalazione maligna in nissuna delle stagioni; all’opposto del terreno grasso, che bagnato dall’acqua fa subito fango, e s’impolpa di essa, in forma che non essendo il calor del sole nell’estate bastante a riseccarlo, lo fa ribollire, e li fa esalare un umor puzzolente e nocivo alla salute, come lo danno a conoscere le malattie, dalle quali sono attaccati in questo tempo i costodi e guardiani di quel bestiame che pastura in simil terreno; ciò che non segue in terreno secco e arido di natura, perchè resta asciutto, e rileccato, dove l’acqua è poca, immediatamente che sente il calor del sole, e dove è più alta, ancor che ribolla non fa esalazione pregiudiciale, come è una riprova sicura la sanità non intaccata dei medesimi guardiani e custodi del bestiame nel tempo del maggior calore dell’estate, quando segue il ribollimento sopraddetto.

E sol per accidente tal volta il terreno secco cambia natura a lung’andare in qualche bassata profonda, dove muore l’acqua, quando l’erba, e le foglie degli alberi che vi cadono, vi marciscono, come segue anche nei fossi di scolo, in specie quando per incuria vi è lasciata dentro l’erba che si taglia per dar corso l’acqua acqua, in vece di cavarla fuori; e però quando si ricavano questi, il terreno che si getta fuori, per qualche giorno nell’asciugare suol fare qualche sorte d’esalazione fetente, e nociva, ma questo cessa in breve tempo e subito che viene riseccato dal sole l’umido, di cui è imbevuto, stante la sua natura arida; quando all’opposto il terreno grasso levato dalla sua situazione richiede lungo tempo, prima che sia riseccato, e ribolle, tramandando esalazioni pestifere, sino che non è seccato affatto; e lasciato nella sua situazione senza toccarlo, non asciuga mai, nè mai lascia di tramandare le sue maligne esalazioni sempre che il sole ha forza d’attraerle a se.

Ma chi non resta persuaso da queste ragioni, metta in prova i Cavalli allevati e nutriti nelle due sopraddette qualità diverse di terreno, e vedrà che quegli che provengono da razza situata in terreno secco e sterile, sono dotati di gran spirito e coraggio, di complessione robusta e sana, di corporatura forte, ben disposta, agile, e pronta, di gambe asciutte e nervose, con il corno del piede duro e stabile, e per conseguenza dotati di tutto ciò che deve concorrere alla formazione d’un Cavallo dell’ultima bontà e di perfetta salute, e lunga vita.

E all’opposto toccherà con mano, che quelli che provengono da razza situata in terreno grasso e fertile, sono di poco spirito, pigri ed infingardi, di corporatura grande, ma grave e pesante, di complessione debole, fiacca, e mal sana, con gambe grosse, ma sottoposte a umori maligni, con piede fragile e molle, facile a gettar quarti falsi, chiavardi, porrifichi, e tutte quelle imperfezioni, delle quali sono suscettibili i Cavalli di cattiva natura, ed oltre tutto questo troverà che sono di poca salute, e di meno durata degli altri.

E siccome è molto difficile di poter trovare in tutti i luoghi una situazione, che abbia tutti i sopraddetti requisiti, così è d’uopo d’appoggiare la scelta a quella che sia più consimile, e uniforme alla sopraddetta, e con l’arte procurare al possibile poi l’emenda, o la moderazione dei difetti, ai quali è convenuto passar sopra, per mettere al coperto il bestiame dagli inconvenienti che non può a meno che portino seco, contentandoli che il prodotto sia di minor perfezione.

Alla scarsezza e mancanza del terreno buono si può supplire con la maggiore estensione, dove vi è luogo di poterlo fare, poichè non apporta alcun pregiudizio, che il terreno di buona qualità sta intramezzato dall’inferiore, ed anche dal cattivo, sì perchè il bestiame come ho detto sopra non si adatta mai a mangiare l’inferiore, quando può avere della migliore, sì perchè il pratico e fedel custode può impedire con somma facilità l’inconveniente, che quando è stata pasturata l’erba buona, il bestiame non si appigli alla cattiva, con farlo passare in altra pastura, ancorché lontana, dove possa fare una nuova scelta.

E si può riparare al rigor del clima e correggerlo con il ridosso di qualche monte, rialto di terreno sollevato, e di qualche macchia che cuopra i venti pregiudiciali, o sì vero con il ricovero di qualche capannone fornito di fieno, che lo metta al coperto dall’intempestive burrasche, e supplisca alla mancanza della pastura.

Quantunque sia opinione universale, che la pastura della montagna sia un ottimo cibo per l’alimento del bestiame (suppongo per le ragioni addotte sopra) ciò nonostante non può farsi di essa capitale per stabilirvi una razza, per più motivi.

Il primo è, perchè stando la montagna il più del tempo dell’anno coperta dalla neve non si riduce in grado di poter servire (almeno in Italia e per le razze, di cui è il mio assunto di trattare) che per la stagione dell’estate, ed al più per tutto il mese d’ottobre; poichè nel mese di novembre comincia ad irrigidire l’aria, in forma che diviene soggetta ad improvvise burrasche molto pregiudiciali al bestiame, stante la neve che vi cade in questo tempo.

Secondo, perchè vi nascono erbe medicinali troppo efficaci, sì per natura che per la maggiore attività che somministra loro il sale della neve di cui sono imbevute, che però scuoprono, e fomentano nel bestiame i difetti suoi interni, fino a farlo perire, o a renderlo malsano, come l’esperienza fa vedere ben spesso.

Terzo, perchè essendo l’erba sua nel principio dell’estate tenera e purgativa, e di tal maniera efficace, che se vi si manda un Cavallo di stalla vi perisce, o si riduce in pessimo stato, e rari sono quelli che vi reggono senza riceverne pregiudizio, come accade pure a quegli assuefatti in campagna che vi si mandano malsani e non bene in essere, e fa abortire le Cavalle pregne, e apporta gran pregiudizio ai Polledrini lattanti, e per questo fui obbligato a desistere di mandarvi le Cavalle della razza di S.M.I. a me confidata, e la gioventù difettosa, o malita, o poco in essere per sottrarla dal rischio di perdersi.

Una riprova dell’efficacia di taf erba si è il vedere che tutti i Cavalli che hanno balsane, appena arrivativi gli si empiono di certe pustolette che a guisa di ulcere si rompono e gemicano, le quali poi sfogate e ripurgate guariscono, e risaldano da loro perfettamente senza lasciare segno alcuno, e senza apportare conseguenza cattiva, che anzi lo credo che un tale sfogo sia molto vantaggioso, e sottragga l’animale da quei difetti, ai quali sarebbe stato sottoposto, se un tale umore non si fosse sfogato; e però argomento che quanto è pregiudiciale l’efficacia di tal erba medicinale ai Cavalli infetti, e cagionosi, perchè loro intempestiva, altrettanto sia utile e proficua per prevenire le malattie, ed assicurare maggiormente in salute quegli che possono resistere alla loro purga.

Altro avvantaggio porta l’uso della montagna alla gioventù, in specie ai maschi; ed è quello di promuovere e di dirozzare l’elasticità delle articolazioni delle gambe loro, stante l’essere obbligata, pasturando in essa, a montare e scendere per procacciare in luoghi incomodi e scoscesi l’erba, e così fare acquista di maggiore scioltezza e agilità, ed insieme di cominciare a formare la lena col viaggio di due volte l’anno nell’andarvi e nel tornare.

Non meno del clima dolce e temperato, e dell’erba buona, contribuisce alla perfezione del prodotto l’acqua di buona qualità, e però è necessario che il terreno che deve prescegliersi per lo stabilimento d’una razza, sia anche di questa fornito a sufficienza.

Per essere dunque l’acqua di polla, perenne, dev’esser preferita a qualunque altra, perchè non possa accader mai il caso che il bestiame resti senza di essa; tanto più che l’acqua di polla solo è buona per tutte le stagioni, ed è la specifica per le due incomode, per essere nell’inverno tiepida e non sottoposta a diacciare, e nell’estate fresca, come lo richiede la stagione. L’acqua piovana raccolta in piscine essendo sottoposta a diacciare nell’inverno, ed a riscaldarsi nell’estate, è ottima nella primavera, e nell’autunno, perchè spesse è rinfrescata dalle piogge che sogliono cadere in queste due stagioni di mezzo, ed è d’un gran comodo alla razza, perchè le piscine possono farsi dove più piace, ed essere situate con regola in adequata distanza dalle polle, in forma che tutta la pastura resti fornita d’abbeveratoj comodi, ed opportuni.

L’acqua di sorgente che corre supra il sasso, è riputata per troppo cruda, e per troppo sottile per la beva del bestiame Cavallino, che ama l’acqua grossa, come lo dà a divedere il non metter mai il Cavallo la bocca nell’acqua per bere, prima doverla intorbidata con la battuta del piede, sempre ch’è in libertà sua di poterlo fare, come segue in campagna, dove seconda l’instinto naturale questa al parer mio deve avere la preferenza a tutte le altre, quando abbia la sua origine in una collina di terreno secco e sterile, ed il suo corso in terreno renoso senza sasso, perchè non può a meno di racchiudere in se tutte quelle prerogative che si richiedono nella miglior beva del Cavallo.

L’acque correnti dei fiumi quando hanno abbandonato il terreno sassoso, e scorrono sopra il renoso vergini, come escono dalla loro sorgente, dirotte nel lungo corso dal moto e dallo sbattimento, e ripurgate dalle fecce nelli spessi stagni, che si formano nel loro letto, ed ivi concotte dal sole, e però pastose, dolci e leggiere, quanto sono buone nell’estate, dopo terminata la macerazione dei lini, e delle canape, (che vi si sogliono porre a quest’effetto, non solo per l’acquisto fatto delle sopraddette qualità, ma anche, perchè la loro abbondanza somministra l’opportuno bagno in una stagione, che lo richiede, oltre alla beva) altrettanto sono pericolose, e di cattiva qualità in tutte le altre stagioni, ed anche nell’estate, quando sono torbide, per lo scarico ed ammasso d’ogni sudiciume che vien fatto in esse da tutti gl’influenti loro ed in specie dai paduli in tempo di pioggia, e nello struggersi desse nevi.

L’acqua di polla dunque, che scaturisce dal terreno secco e sterile, è quella che deve esser prescelta come ho detto per la beva di una razza, per metterla al coperto di non restarne mai mancante in nessuna delle stagioni, e dev’esser rigettata onninamente senza esitare, quella che ha la sua origine in terreno grasso, non meno che l’erba che in esso nasce per le ragioni dette di sopra.

Ma siccome una tal acqua quantunque di buona qualità è sottoposta a cambiar di natura e a divenire difettosa stante il marcir che vi fa dentro quell’erba che vi nasce calpestata che sia, e mescolata con la poltriglia, che suol far con i piedi il bestiame quando vi si introduce per bere, così è d’uopo che sia posto riparo a un tale inconveniente, con ripulire tutto quel contorno del recipiente, nel quale deve entrare il bestiame, ed indi ricovrirlo con un forte smalto, per rendere il suolo impenetrabile a quella produzione che suol fare il terreno, e sopra di esse formarvi un suolo di ghiaia grossa di fiume, perchè sotto di questa possa nascondersi quel sudiciume che dal vento e dalle gambe del bestiame vi viene deposto, onde più difficile sia che dal vento e dall’agitazione dei piedi del medesimo bestiame possa essere sollevato, e l’acqua intorbidata; con l’avvertenza però di lasciare intatta quell’erba grande che nasce all’intorno della polla, perchè mantenga con la sua ombra fresca l’acqua l’estate; e dev’essere un tale smalto ripulito almeno una volta l’anno dal sopraddetto sudiciume, che così si verrà a mantenere sempre al bestiame la beva d’ottima qualità.

Quando la situazione della polla sia in alto, in forma che abbia bastante cadenza, o che la medesima polla stretta da un recinto di muro abbia forza d’alzare l’acqua al segno di poter correre per un canale murato che formi l’abbeveratolo, molto meglio è di dar corso alla sua acqua per questo, che di lasciarla ferma nella piscina sopraddetta, poichè nel canale viene ad essere esente da tutto ciò che possa apportargli alterazione, e dal moto viene ad esser purificata e resa migliore, e anche è più facile a conservarla e mantenerla pulita da ogni sudiciume che può cadervi, o nascervi dentro.

La troppa freschezza, e crudezza dell’acqua di polla della montagna, che nasce dal sasso, si può in parte correggere con rinchiuderla, e fermarla in abbeveratoj murati, o in piscine formate in terra, come le descritte di supra, affinchè abbia luogo il sole di concuocerla, e d’intiepidirla, e l’acqua piovana di mescolarsi con essa, per temperarla e renderla meno pregiudiciale, e meno efficace, dandomi ad intendere che la qualità di quest’acqua abbia gran parte negli effetti che attribuiscano all’erbe medicinali, che produce il terreno della montagna, poichè non può a meno d’avere anch’ella attività ed efficacia capace di fare impressione, ed avvalorare quella dell’erba sopraddetta.

Le polle sotterranee che non hanno forza di potere spingere le loro acque fino alla superficie della terra, si rendono servibili coll’argano, o con la tromba, o con macchine simili, e per mezzo di esse e di canali si manda l’acqua dove occorre, come a tutti è noto, ond’è superfluo l’indicarlo d’avantaggio. Le piscine d’acqua piovana pure è necessario che abbiano il fondo sodo come le altre, per l’istesse ragioni, e molto più se sono abbondanti d’acque in forma che non siano sottoposte a restare asciutte l’estate, perchè esse sono soggette più dell’altre agl’inconvenienti sopraddetti.

E però nel formarle conviene aver l’avvertenza di sciegliere una situazione, dalla quale possa darsi l’esito all’acqua, sempre che possa occorrere.

Molto probabile è, che la maggior parte delle malattie, alle quali sono soggetti i Cavalli abbiano in gran parte origine dall’acqua che bevono, in specie nell’estate; e la ragione si è perchè nell’estate si trovano bene spesse a bevere acqua cattiva stante la scarsezza, per non dire mancanza della buona, per incuria dei custodi, obbligati a ciò fare dalla sete; il che non è così facile che segua riguardo all’erba, imperocché ella è meno sottoposta a cangiar natura, e a mancare in forma di obbligare il bestiame a doversi appigliare a quella che gli è pregiudiciale, tanto più ch’essendo la situazione in terreno secco, e sterile, anche quella che nasce nell’acqua è di buona qualità, e quella dei luoghi bassi e sottoposti a essere inondati nella primavera è nella sua perfezione nel tempo d’estate, e nell’inverno ha il bestiame sempre il ricorso al fieno già approntato a sua disposizione nei capannoni, che li servono anche di ricovero in tempo di burrasca, e di difesa dall’eccessiva intemperie dell’aria.

Quindi è che chi deve scegliere la pastura per lo stabilimento, e soggiorno d’una razza, deve egualmente avere a cuore che la pastura per l’estate sia abbondante di acqua di polla viva, o corrente, perchè meno sottoposta a andare a male e cambiar di natura; anche perchè egli è l’unico preservativo dall’intemperie dell’aria di questa stagione; così che quella d’inverno sia provista di ridossi, che difendano il bestiame, e la pastura dal rigor della stagione, e di capannoni abbondanti di fieno perchè lo mettano al coperto dall’intempestive burrasche, e suppliscano alla mancanza della pastura che accade in questa stagione; non avendo di bisogno le altre due stagioni più favorevoli che dell’erba, e dell’acqua buona, che non può a meno di produrre il terreno secco, e sterile, che dev’esser prescelto a preferenza d’ogn’altro.

È da avvertirsi però che nonostante tutte le favorevoli circostanze sopraddette che somministra la qualità del terreno, dell’aria, e della vantaggiosa situazione, non può formarsi accertato giudizio, se una tal acqua sia proficua o dannosa alla beva del bestiame, poichè l’incontro di qualche vena minerale nel suo corso sotterranea, può alterare l’intrinseca sua qualità, accrescere, o minorare le prerogative e l’attività utile, o nociva; e però prima di stabilire il giudizio per assicurarsi di non pigliare sbaglio, convien ricorrere alla prova dell’esperienza che non può ingannare, come suol fare bene spesso l’oculare inspezione; si faccia far dunque la prova al medesimo bestiame, e s’osservi se egli la beve con piacere, o la rigetta; nel primo caso quando non sia forzato dalla sete per mancanza d’altr’acqua, è una riprova sopra ogni eccezione ch’ella è di sua convenienza; ed all’opposto è il rifiuto; e l’istessa prova può farsi anche sopra la pastura da chi non sia capace di formare da se un accertato giudizio, senza rischio d’ingannarsi per le ragioni addette di sopra.

Non può certamente trovarsi in Italia situazione più favorevole di quella che lo ho avuto la sorte di scegliere per la razza di Toscana, di S. M. I. che però credo molto a proposito di farne qui la descrizione non solo in conferma di quanto ho detto, ma anche per mettere lo vista tutte le circostanze che son necessarie sapersi da chi deve regolare una razza, tanto più che una tal cognizione faciliterà l’intendimento di quanto sono per dire in appresso, e denoterà il modo di far sì, che in tutte le stagioni il bestiame abbia pastura nuova, e di quella qualità che il medesimo richiede. E’ situata questa razza in vicinanza della Città di Pisa, non molto distante dal mare; il clima suo è temperato, perchè ridossato da un alto monte che lo mette al coperto della tramontana, di maniera che tal volta passa l’inverno senza diacciare, e negli altri anni resterebbe il paese sprovisto di diaccio per il bisogno dell’estate, se non fosse usata tutta l’arte e tutta l’attenzione da chi occorre; poche volte vi nevica, e quando ciò segue, la neve si dilegua sì presto che non dà luogo di poterne far provisione nelle conserve; il calor del sole dell’estate vien mitigato e temperato dal vento maestrale, che in questa stagione non cessa mai di spirare da circa due ore prima del mezzogiorno, sino al tramontare del sole, essendo poche le volte che manca quando qualche altro vento marino supplisce alle sue veci.

La pastura è divisa in due parti lontane una dall’altra circa a cinque miglia; serve una per il soggiorno della razza nelle tre stagioni inverno, primavera, e autunno, e l’altra per l’estate.

La prima è situata in egual distanza tra Pisa e Livorno che chiamasi Coltano e Castagnolo; il suo terreno è arido e secco perchè una volta stato occupato dal mare, e dipoi da esse abbandonato; egli è formato a guisa di una collinetta che lo esenta dall’inodazione dell’acqua piovana, e lo mantiene sempre asciutto, ed è corredato di diverse polle d’acqua viva perenne che sorgono in qua e in là in adequata distanza; queste sono tramischiate da piscine d’acqua piovana, perchè sia più comoda la beva a tutte le pasture, e forma tra ponente e mezzogiorno una valletta, che difende con il suo ridosso il bestiame, e serba dai venti settentrionali; la collina che la circonda dalla parte di mezzogiorno, e la macchia da quella di ponente, la mette al coperto anche dai meridionali e dai ponenti, ed in specie dal libeccio, che tal volta spira in tutte le stagioni, e che non è meno pregiudiciale della tramontana, e del grecale.

Dalla parte di levante, dalla quale è del tutto scoperta, un cordone di macchia nel suo confine, ed un rialto di terreno la difendono con il loro ridosso da tutti i venti nocivi che spirano da quella parte.

Oltre il terreno rilevato, vi sono nel piano i prati dell’istessa qualità arida e secca, che restano inondati dall’acqua piovana nell’Inverno, e che nella primavera sono riservati per la raccolta del fieno, e nell’autunno servono di pastura per lasciare in riposo il terreno rilevato, perchè possa rivestirsi, e somministrare nell’inverno maggior abbondanza d’alimento, come lo richiede il bisogno della stagione.

E siccome nella stagione dell’inverno più che in ogn’altra il bestiame è sottoposto a ricevere cever danno e pregiudizio; così il terreno più in rialto è destinato per questa stagione, e però è fornito delle necessarie abitazioni per i custodi, e dei capannoni provisti di fieno e d’acqua di polla, con i suoi argani per potere empire gli abbeveratoj, che sono al di fuori e al di dentro dei medesimi oltre quella delle piscine, e delle polle sparse per tutta la pastura, ed è provisto di riservi d’erba naturale e seminata, per il bisogno come si dirà in appresso.

In tutte le stagioni non può a meno che sia tenuta una razza ben regolata divisa in quattro partite; poichè i Polledri maschi dai diciotto mesi in su conviene tenerli lontani dalle femine, perchè non divengano viziati; la gioventù tenera pure conviene tenerla separata dal branco, perchè richiede maggior assistenza, e miglior pastura; le Cavalle figliate è forza di tenerle da se per riparare i lattonzoli loro da essere offesi, e per poterle far passare sempre a sfiorir le pasture, affinchè possano produrre maggior latte per l’alimento dei figliuoli; e le pregne devono esser tenute lontane dalle figliate per esimerle da esser percosse dalle medesime per gelosia dei figliuoli.

Cresce il bisogno di tal separazione nell’inverno stante l’intemperie dell’aria, la mancanza della pastura, e la maggior assistenza, che richiede in questo tempo il bestiame; e però Castagnolo ch’è la parte più ??? ssata, e di clima più dolce, è il luogo destinato per il soggiorno in questo tempo della gioventù tenera, che non oltrepassa i due anni, e dei lattonzoli che conviene separare dalle madri, di mano lo mano che queste vanno perdendo si latte.

Castagnolo è una specie d’Isola, perchè circondata da un padule d’acqua stagnante dalla parte di tramontana e di levante, e da ponente dal canale che serve per la navigazione da Pisa a Livorno sopra il quale vi è un ponte che li dà l’accesso e da quella di mezzo giorno da altro canale che dà lo scolo al padule, e che per mezzo d’altro ponte ha la comunicazione con Coltano.

Per essere questo luogo la parte più vicina a Pisa lo ricuopre il Monte Pisano, dalla tramontana; i venti che spirano da ponente, ed il libeccio li sono coperti da una gran macchia di circa quattro miglia d’estensione, che dal sopraddetto canale di navigazione si estende sino al mare; lo cuopre dal grecale dalla parte di levante un rialto di terreno, che circonda il suo confine da questa parte; ed un ridosso di macchia ch’è passato il canale dello scolo del padule, dove ha principio la pastura di Coltano, lo mette al coperto dai venti meridionali.

Nel mezzo di quest’isola v’è l’abitazione per i Custodi, ed un Capannone con il suo fienile sopra, rastregliere, e mangiatoie sotto per il foraggio, con tre divisioni dentro, perchè possano star da per se i più robusti, gli ammalati, e quei che vanno spuppandosi; e però oltre l’acqua di polla, e di piscina ch’è sparsa per l’isola, ve n’è una al di fuori del capannone con il suo argano che empie un grand’abbeveratojo che v’è, e che per mezzo di canali va a riempire anche quello, che è dentro, che supplisce alla beva di tutti, ed ai beveroni che convien dare alli spuppati sinché non si sono assuefatti al nuovo governo.

In vicinanza d’esso v’è un riservo di un’abbondante pastura rinserrato per il soggiorno dei bisognosi nei tempi buoni, e nelle ore più calde, ed altro d’erba seminata per mescolare con le trite di fieno, che fi danno a quegli che ne hanno di bisogno, ed una mandria per poter pigliare con più facilità, e senza strapazzo quegli, che di mano in mano occorre di separare, annessa al medesimo serrato.

La pastura di Coltano è divisa in due parti, da una siepe che ha i suoi cancelli per poter dar la comunicazione all’una e all’altra, nella primavera quando si dà la via alli stalloni, affinchè possano questi aver la libertà di condurre le loro camerate dove più lor piace.

Quella che resta dalla parte di mezzogiorno, perchè è la più scoperta, e meno ridossata, serve per le Cavalle pregne, e sode che hanno meno bisogno dell’altri d’assistenza; ma con tutto questo non manca d’esser circondata da un cordone di macchia da levante, mezzogiorno, e ponente, bastante di servire di ricovero al bestiame, per difendersi da tutti i venti pregiudiciali, tanto più che v’è anche in essa una valletta al mezzogiorno, che col suo ridosso lo mette al coperto ancora dai venti settentrionali, e gli rende il clima più dolce; in poca distanza di questa v’è l’abitazione dei custodi corredata di un capannone con il suo fienile sopra, rastregliere e mangiatoie sotto, di quattro corsie, difeso dalla muraglia sì da levante che da ponente, e del tutto aperto dalla parte di mezzogiorno e tramontana, perchè sia più libero l’accesso e l’uscita; contiguo v’è uno stradone che serve per avvezzare i barberi a correre, serrato dalle parti da una forte siepe, che siccome va a finire alle fabbriche dell’altra parte, così dà il comodo di far passare in essa quel bestiame che s’ammala o patisce, e si riduce ad aver bisogno di maggior governo e assisteuza.

Poco distante dal capannone v’è una polla d’acqua con il suo abbeveratoio ed argano per empirlo, oltre all’altre polle e piscine che sono in qua e in là per la pastura.

Dalla parte di levante v’è un altro stradone che per mezzo d’un ponte che attraversa il canale, che dà lo scolo all’acque della campagna unisce a questa pastura una gran prateria che serve per raccogliervi il fieno, e per pastura dell’autunno, e nei tempi buoni anche di questa stagione alle Cavalle sopraddette.

L’altra parte più ridossata che resta in mezzo alla supraddetta ed all’isola di Castagnolo, è destinata per il soggiorno delle Cavalle figliate, e però provista di maggiori comodi di tutte le altre. Questa pure ha una corona di macchia che la difende dal grecale e dagli altri venti settentrionali e marini, ed è corredata della solita valletta a mezzo giorno, il cui ridosso mantiene fresca l’erba e rende temperato il clima anche in questa stagione. Nel suo principio, v’è una polla d’acqua tiepida nell’inverno, e fresca nell’estate, che rinserrata da una muraglia scaturisce a guisa di fonte, e corre dentro un canale pure murato che serve d’abbeveratojo al bestiame: altra simile di maggior abbondanza d’acqua e in poca distanza dalla sua fine, oltre le solite piscine d’acqua piovana che sono nell’interno della pastura come si è detto di sopra.

Nel mezzo di questa parte, che viene ad essere il centro della pastura di Costano, vi sono tutte le fabbriche per il bisogno del servizio.

V’è primieramente dalla parte di ponente un gran capannone di sei corsìe lunghe cento quattordici braccia, e larghe dieci braccia di vuoto, le divisioni sono formate dalle rastregliere, che essendo movibili possono voltarsi, quando si voglia ridurre le sei corsìe sopraddette che sono da levante a ponente in dieci più corte, ma dell’istessa larghezza voltandole da mezzogiorno a tramontana, e con levare le rastregliere della loro situazione disponendole in altra forma lì si può far fare la figura, che possa abbisognare e che più piaccia; tutt’all’intorno della muraglia che lo circonda vi sono gli abbeveratoj che servono anche di mangiatoie, perchè l’acqua che va per tutto, per mezzo di canali, scaturisce per dove si vuole, e dove se le dà la via con aprire quella tal chiave che corrisponde al luogo dove si vuole l’acqua.

E però nel principale ingresso del capannone che resta a ponente, (perchè da questa parte è la maggior pastura, che con esso ha la comunicazione) vi è una gran cisterna murata, d’acqua di polla, ed in parte d’acqua piovana, raccolta per mezzo di canali dal tetto del medesimo capannone, e da essi introdotta nella cisterna; al difuori d’essa vi è un grande abbeveratojo murato, che resta all’ingresso appunto del capannone, perchè il bestiame abbia la beva commoda, sì nell’entrare che nell’uscire; oltre il comodo di poter bevere dentro senz’uscire, con la tromba s’empie la conserva che comunica l’acqua a tutti gli abbeveratoj che sono tanto di fuori che di dentro, ed egli ha l’ingresso da tutte le parti.

Dalla parte di levante del medesimo, nella facciata a terreno vi sono diverfe stalle per il ricovero dei Cavalli dei ministri, o altri forestieri, e quelle per i barberi che avvezzano a correre, e sopra vi è il quartiere dei custodi della razza, del Cappellano che sta fempre con essi per dir loro la Messa, e farvi le funzioni della Chiesa, il quartiere dei Barbareschi, e del fattore, il quale soprintende all’azienda e lavori che occorre fare in campagna, come sono il far seminar l’erbe, segare i fieni, riporli, vendere l’avanzo ec., e il di sopra del capannone serve di fienile.

Nel contorno di esso vi sono diversi riservi di pastura scelta, ridossati dalle fabbriche che servono di soggiorno al bestiame ammalato o convalescente, nei tempi buoni, ed altri per la sementa dell’erba, per le trite, e per dare agli stalloni prima della monta, e dopo di essa; vi è pure una mandria a più divisioni, per farvi la rassegna della razza tutta, la riforma, la merca, la scelta delle camerate delli stalloni, e la mostra della medesima razza al Padrone o ai superiori, e però in mezzo vi è un casino a quattro facciate, con le sue vetrate, dalle quali li può vedere tutto sotto gli occhi senza correre rischio alcuno, e senz’incomodo, ancor che il tempo sia cattivo, e faccia vento, o pioggia. In faccia al descritto capanone, e stanze d’abitazione dei custodi della razza, Cappellano, Fattore, e Barbareschi, in distanza di un tiro di archibuso a palla, a levante vi è un’altra fabbrica di consimile architettura, ed estensione nel piano di sopra della facciata che guarda ponente, dirimpetto alla facciata della fabbrica del capannone vi sono i magazzini per il foraggio degli stalloni, e per il bisogno della razza, i quartieri dei garzoni che custodiscono gli stalloni, e quegli degli uomini della cascina e delle guardie.

Forma la cantonata, ed il laterale della parte di mezzogiorno una scuderìa capace di trenta stalloni, con il suo fienile sopra, dal quale si governano I Cavalli con gettare il fieno giù dalla cataratta, che in ogni posta corrisponde nella respettiva rastregliera, il che vien fatto con summa facilità da un sol garzone col fare il giro da una parte all’altra, e quella della parte di tramontana vien formata dalla cascina dove si tiene il latte munto, e dove si fabbrica il formaggio, ed il butirro; accompagna il laterale dell’altra parte una mandria murata e coperta col suo tetto capace di cento vacche mungane, dove legate pernottano per tutte tre le stagioni di primavera, estate, e autunno, la pastura delle quali è un rinserrato alla cascina contiguo nel tempo che vi sono le Cavalle, e quando queste sono passate alla pastura di estate, è in libertà dei guardiani di farle pasturare, dove più lor piace; la medesima cascina è corredata della caciaja, e di ogn’altro suo bisognevole, sì per il ricovero dei vitelli che si allattano, tanto che siano in grado di mandarsi al macello, che per quello dei majali che s’ingrassano con la scotta che avanza, fatte le ricotte.

Nel mezzo di queste due fabbriche vi è situato un Palazzo, che serve ai ministri, e superiori, e di ritiro al Padrone, quando li porrà alla Caccia, o a vedere la sua razza.

Non molto distante dalla scuderia vi è una polla d’acqua perenne e abbondante, murata in figura d’una torretta, che getta a guisa di fonte, e che mantiene pieno sempre il canale, pure murato, che la circonda al di fuori d’acqua che sempre corre: ed un’altra polla più vicina, pure abbondante, situata in un rialto murata a similitudine di cisterna, che con un argano, per mezzo di canali somministra l’acqua per il bisogno nella scuderia e nella cascina, e a due orti che in faccia al palazzo mettono in mezzo la mandria descritta di sopra, che serve per far la rassegna, e le altre funzioni indicate.

Nel contorno più basso di questo territorio vi sono le praterie, che restano sott’acqua tutto l’inverno, interrotte dai canali dello scolo dell’acque, che hanno l’accesso per mezzo dei ponti, dalle quali si ricava il fieno per il bisogno dell’inverno, e la pastura per l’autunno, come si è detto.

A ponente della Città di Pisa in distanza di circa a tre miglia, è situata l’altra parte che serve di soggiorno, e di pastora nell’estate a questa razza; ella è confinata dal mare a ponente, dal fiume Serchio a tramontana, da un palancato a levante, che impedisce il bestiame d’introdursi nei seminati, e dal fiume Arno a mezzogiorno, che vien chiamata S. Rossore.

Il terreno della medesima, che resta dalla parte di levante, consiste la maggior parte in praterie, dove ricavasi il fieno; queste sono attraversate da per tutto ed in abbondanza d’acque correnti d’ottima qualità, perchè hanno il corso sopra il terreno, e non sopra il sasso, che allora sarebbero crude; a tramontana ed a mezzogiorno, lungo i sopraddetti due fiumi, vi sono pure delle praterie che non servono sennon di pastura, e quelle che sono contigue al fiume Serchio, hanno la comunicazione con il medesimo fiume, il quale per non aver argini in questo luogo e per restare il suo letto in gran parte asciutto nell’estate, resta accessibile al bestiame per la beva, per il soggiorno nelle ore più calde, e per il bagno, che molto gli è vantaggioso in questa stagione.

Contigua alla prateria sopraddetta, dove si raccoglie il fieno, ve n’è un’altra che non serve ve che di pastura, sottoposta ad essere spesso inondata dall’acqua dai riempifondi anche nell’estate.

Riempi fondo chiamasi quell’acqua, che retrocede quando la bocca del canale dello scolo maestro vien serrata dal vento marino con un capezzale di rena che vi porta, e che vi impedisce il trabocco dell’acqua in mare, per tutto quel tempo che dura il vento, finché non gli è riaperto il corso da chi s’aspetta.

Questo fa sì, che sempre in questo luogo vi è dell’erba fresca nell’estate, tanto più ch’è in libertà dei custodi di regolare lo scolo dell’acqua, di riceverla, ed impedirle l’ingresso a loro talento, con aprire più e meno, o tenere serrata affatto la cataratta ch’è alla bocca del suo ingresso.

Nel corpo di questo circuito vi sono di tanto lo tanto del cordoni di macchia serena, intramezzati da praterie, con diverse lame d’acqua piovana stagnante, per mancanza di scolo, e d’altra macchia folta per ricovero dei cignali, daini, ed altri animali selvatici, che servono per la caccia.

Il terreno è secco, arido, e renoso, perchè anch’esso è stato occupato una volta dal mare.

Il clima è anche più temperato, e dolce di quello di Coltano nell’inverno, perchè più ridonato dalla macchia e dai cotoni, e nell’estate perchè più domina dai venti marini e dal maestrale, che non restano mai di spirare nel corso del giorno, in specie in quella parte che chiamasi Palazzetto, e Feminello, situata laddove vien formato l’angolo dalla parte di tramontana, e di levante, che per questo, è destinata per il soggiorno e pastura dei Poliedri maschi nelle stagioni dell’inverno e della primavera, poichè nell’estate passano nella montagna degli Apennini di Pistoja, benché lontana da Pisa quaranta miglia; viaggio, che dai Polledri vien fatto senza incomodo alcuno, perchè per la strada vi sono tre fermate per il dovuto riposo con buona pastura, ed abitazione per il ricovero dei custodi.

Sono mandati i Poliedri in montagna nell’estate, per tenerli lontani dalle Cavalle nella stagione più pericolosa, stante che queste vengono in questo tempo a pasturare nelle vicinanza, e per esimerli dal caldo maggiore che fa nella pianura, ed insieme perchè possano profittare degli avvantaggi che porta la montagna, come si è detto d sopra; si trattengono quivi tutto il mese d’ottobre, ed il restante dell’autunno si fa loro passare nel ritorno, e nelle fermate fsopraddette di riposo.

Palazzetto è un luogo fornito dalla parte di tramontana di più vallette, circondate da terreno renoso rialto, che volgarmente chiamasi cotone, (opera del rigurgito dell’acqua del mare) ripieno nella sua sommità di piante di leccio e di quercia che fanno corona alle vallette, e che non solo mettono al coperto il bestiame dai venti incomodi, e nocivi, ma gli somministrano con la loro ghianda un cibo molto opportuno nella stagione d’inverno oltre il rendere il clima molto più dolce, e più mite di qualunque altro luogo; il terreno renoso gli forma il letto per il riposo, più soffice, asciutto, e sano.

Egli è dalla parte di levante e di mezzo giorno circondato dalle praterie supraddette e da due canali d’acqua corrente; due ponti danno alle respettive pasture la comunicazione; il terreno fornito delle sopraddette vallette è il soggiorno del bestiame più opportuno nell’inverno. ed in specie quando il tempo è burrascoso, perchè viene ad esser in esso coperto dall’intemperie dell’aria, e le praterie scoperte sono proprie per le giornate buone di questa stagione e della primavera.

In mezzo all’una e all’altra pastura vi è l’abitazione dei custodi e della guardia, un capannone con quattro corsie, sue rastregliere e mangiatoie sotto, e fienile sopra, aperto da tre parti, perchè sia più libero l’accesso al bestiame che deve andare da se a pigliarci ricovero, quando l’istinto naturale ve l’obbliga; annessa ad esso vi è una stalletta per ritirarvi gli ammalati, e quelli che hanno bisogno di maggior assistenza e cura, a portata del medesimo vi è anche una polla d’acqua murata, con il suo abbeveratojo ed argano per poterlo con la medesima riempire per comodo della beva di quelli, che vengono al capannone, affinchè si possano cavar la sete che cagiona loro l’alimento del fieno, senza essere obbligati ad andar a cercare l’acqua altrove.

Nel contorno in vicinanza d’esso vi è un riservo d’erba naturale, ed una mandria per poter pigliare con facilità, e senza strapazzo quelli che occorre, ed altro di erba seminata per i bisognosi, che richiedono pastura scelta, e tal volta trita di fieno, e d’erba mescolata con semola.

Il restante di tutto il circuito supraddetto è diviso in più partite, affinchè la pastura sia sempre sfiorita, parte dalla gioventù tenera e parte dalle Cavalle figliate, prima che vi si mandino le sode, che hanno meno bisogno d’alimento, e che con più facilità se lo procacciano a seconda che la perizia del capo custode lo conosce opportuno, ed a portata di queste vi sono per tutto le abitazioni per i custodi.

E siccome l’estensione di questo territorio è grande, così vi è luogo di tenervi anche la razza delle vacche brave che stanno sempre alla campagna; (diconsi brave a distinzione delle mungane di cascina, quelle che producono ducono i bovi da giogo, e da macello) la loro dimora nell’inverno, e nell’autunno è nella macchia, quando le Cavalle passano in Coltano, dove vi è l’abitazione dei custodi loro; la primavera, e l’estate la passano in Castagnolo, perchè possano pasturare il padule, che resterebbe inutile, quando non ci si mandassero; e non apportano così pregiudizio alcuno alla razza dei Cavalli, perchè la gioventù tenera che vi ha svernato, si manda in questo tempo in altra pastura migliore.

Nella medesima macchia vi sta anche tutto l’anno la razza de Cavalli, senza dare incomodo alcuno all’altre, perchè questa non si pasce, che di pruni, e foglie d’alberi, come le capre, e qui pure vi è l’abitazione dei guardiani suoi.

In questa parte di S. Rossore vengono pure a passar l’inferno le vacche mungane della cascina, e però vi sono le fabbriche per il suo bisogno, cioè l’abitazione del caciaio, e del suoi garzoni e aiuti: un capannone con le sue mangiatoie sotto, e fienile sopra, le stanze ariose per il riposo e fermentazione del latte: quelle fornite di tutti gli attrezzi necessarj alla manipolazione del butirro, formaggio, e ricotta, e le altre per salare, custodire, e conservare il formaggio medesimo; in vicinanza di esse vi è una polla d’acqua murata per il bisogno della cascina; da questo luogo, che chiamasi la cascina vecchia, si ha l’accesso alla Città di Pisa per un ameno stradone alberato da tutte due le parti, d’estensione di circa tre miglia, secondato da un canale d’acqua corrente, che serve per la beva delle vaccine, e da una pastura per le vacche giovani e per le pregne, che non danno più latte e che però possono mandarsi fuora il giorno nei tempi buoni.

Si possono anche inondare i prati nell’estate con le acque correnti che gli attraversano, per promuovere una nuova vegetazione d’erba, allorchè il terreno resta mancante per l’eccessiva aridità cagionatali dal calor del sole; ma siccome l’esperienza mi ha fatto conoscere che l’erba che nasce da un tale allagamento riesce insipida e di poca sostanza, è più tosto pregiudiciale che utile all’alimento del bestiame, come lo dà a divedere il rifiuto ch’egli ne fa, poichè piuttosto che mangiarla si arreca ad andare mendicando in qua, e là quel filo che produce con stento quel terreno, che per esser più rialto è restato esente dall’inondazione, però non consiglio alcuno di prevalersi di tal supposto avvantaggio, se non che nella stagione d’autunno, quando è mancante delle solite piogge che promuovono la naturale vegetazione, allorché il terreno non solo ha avuto il dovuto riposo, ma è stato anche rinvigorito dal calor del sole della passata stagione, che allora non può a meno che l’inondazione produca l’istesso effetto che produrrebbe la pioggia; e avendo veduto di più che il terreno inondato nell’estate produce meno fieno degli altri nella susseguente primavera, tiro la conseguenza che quattro sono i pregiudizi che porta seco una tale inondazione: la spesa gettata via: l’erba del suo prodotto inutile, su non pregiudiciale: il danno del terreno che si sforza e snerva: e la perdita del maggior frutto che si doverebbe ritirare nella susseguente raccolta; può esser però che nel terreno grasso non sussistano questi pregiudizi; ma questo non fa al caso, dove si tratta d’una razza che richiede l’erba che produce il terreno secco e sterile, per le ragioni addotte.

La riuscita che fanno i Cavalli di questa razza, giustifica quanto ho detto sopra, ond’è superfluo il dire d’avantaggio su tal proposito.

CAPITOLO SECONDO

Dell’accoppiamento del maschio con la femina, e di tutto ciò che questo riguarda.

Certo è che dalla qualità del clima, dell’erba, e dell’acqua, proviene per le ragioni addotte la bontà del Cavallo di razza salvatica, che lo rende capace di prestare all’uomo qualunque servizio; poichè l’ambiente dell’aria priva di umori e di esalazioni nocive, serba e l’acqua dell’istessa qualità, e l’assuefazione fino dalla nascita allo stento, che non gli apporta nocumento, non può a meno che producano in esso una compiendone sana, forte e robusta, ed uno spirito vivo e coraggioso, e tutt’il complesso della macchina sua di perfetta condizione.

Quella bellezza poi che appaga l’occhio, ed insieme contribuisce a formare una bontà più distinta, e che la rende di maggior perfezione, avendo origine dalla proporzione delle parti che costituiscono la macchina, e dalla perfetta costruzione delle medesime, è sol dote di natura, e però non può ottenersi dall’opera umana.

Ma siccome il sommo Fattore nella creazione ha accordato a tutti i vegetabili, e a tutti gli animali la produzione, perchè sia conservata la specie loro; così alla natura dei medesimi convien che ricorra chi vuol la bellezza nei Cavalli, coll’accoppiamento del maschio con la femina, osservando che sieno ambedue dotati dalla natura di quella costruzione che forma la bellezza della specie, affinchè il prodotto riesca della qualità da lui desiderata, nè vi è altro modo di ottenerne l’intento; ma perchè talvolta i prodotti portano seco le qualità degli antenati, in vece di quelli de’ propri genitori, non è sperabile di poter ottener sicuramente l’intento desiderato, su il sopraddetto acoppiamento non è stato eseguito per più generazioni continuate senza intervallo; poichè allora solo è sicuro di non restare defraudato; e di qui avviene che una sol volta che sia stata trascurata tal precisione, basti a sconcertare l’opera di più anni, come lo dà a divedere la scarzezza dei Cavalli di questa qualità.

Sconcerto che ha origine da mancanza di cognizione di chi ha la direzione delle razze, e però convien sapere che diverse sono le specie dei Cavalli in genere, a seconda del destino ed incarico loro; e siccome questo richiede azioni diverse, e talvolta anche opposte l’une all’altre, così diversa pure dev’essere la costruzione dell’una specie e dell’altra: onde nell’accoppiamento del maschio con la femina non può confondersi la specie, senza che nasca sconcerto.

Quindi è che i Cavalli corsieri (che sono quelli da tiro e da carrozza) che devono lavorare di petto, è d’uopo che sieno dotati di fattezze materiali, forti, e robuste, perchè possano supplire con buon successo alla loro funzione, e perchè possano insieme dare nell’occhio, ed agire con sfarzo e con grazia (prerogativa che ricercasi in oggi più in questi che nei Cavalli da sella, stante l’uso maggior che si fa delle carrozze anche nelle funzioni di gala, che delle cavalcate; che sono più rare e quasi dismesse) necessario è che la costruzione, e struttura della macchina loro sia grande, elevata, lunga di corporatura, ed a proporzione quadrata, con gambe grosse, e ben nerborute ma asciutte, di giunta corta, e piedi stabili e ben formati, di corno forte e non vetrino, perchè possa reggere il chiedo ed il ferro, dal che depende la bontà del piede, e può dirsi anche del Cavallo, poichè quando il piede è difettoso egli resta inutile; devono essere di più di petto largo perchè è più attivo, e adattato ad eseguire lo sforzo che deve fare nel tirare, e di collo cimato e lungo, che quantunque non possa stante la correlazione di tale struttura, essere della finezza di quello dei Ginetti, ciò nonostante deve a quello nella sua proporzione esser di questi più consimile, che sia possibile, e sopra tutto ben situato, perchè il petto possa esser palombino; la testa deve esser montonina, o almeno proporzionatamente piccola, secca, e con poca ganascia, ed il crino in esso dev’essere sottile, lungo e spesso, e denso nella coda; affinchè tutto contribuisca a formare un composto, che possa supplire alle funzioni sue, e a quello sfarzo che deve dare nell’occhio allo spettatore.

All’opposto i Ginetti (che sono i Cavalli da sella) dovendo esser dotati più d’agilità e prontezza, che di forza, d’uopo è che siano di costruzione, e struttura raccolta, gentile, rotonda, ed alquanto quadrata, e del tutto proporzionata al restante dei composto, di collo scarico, in forma che dalla parte del dorso prenda il suo principio dalla sommità del garese, e dalla parte d’avanti la sua impostatura dia luogo al petto che possa venire infuora a guisa di quello del colombo, e da questi due punti si vada levando in alto, sempre assottigliandosi con proporzione, talché nel suo termine là dove congiungesi con la testa, si riduca a guisa di una punta proprozionatamente sottile quanto comporta l’attaccatura della medesima testa, perch’ella possa incassare per formare una graziosa cimatura; devono avere la testa piccola, asciutta e secca con poca ganascia, e montonina, ed è anche meglio se è serpentina, l’anca a dovere falciata, la gamba nervosa, ma asciutta e proporzionata alla corporatura, affinchè non sia nè troppo sottile, nè troppo grossa; la giunta delle pastore piuttosto corta che lunga, ma con tal proporzione

T t che che possa avere un giusto molleggio, che contribuisca a rendere l’azione dei piedi più facile e più graziosa, il crine del collo lungo, sottile e delicato, e quello della coda spesso e folto, e lungo che arrivi fino in terra.

Nel Cavallo da sella per servizio di campagna deve prevalere sopra ogn’altra cosa la saviezza, e la comparsa, onde conviene che sia dell’ultima mansuetudine, e proporzionatamente grande, ed alquanto disteso, perchè il passo possa essere più lungo, ed il galoppo e la scappata più comoda e la maggior prerogativa di quello di maneggio dev’essere lo spirito, e la destrezza, come nel corridori la velocità, e la gara; con l’accoppiamento di maschio e femina, dotati di queste tre distinte qualità può un direttore avere nella sua razza tutte tre queste specie di Cavalli; la prima può ricavarla da qualunque razza anche di nazione diversa, la seconda da quelle di Spagna, e la terza da quelle di Barberia con formarne il primo piede con maschio e femina di queste due nazioni, come si dirà in appresso.

Non è certamente bastante l’oculare ispezione e la speculativa, per dedurre con sicurezza quale sia quella costruzione delle parti, dalla quale proviene la bellezza, e la bontà del Cavallo; poichè non può cadere sotto l’occhio la costruzione delle snodature, ed articolazioni degli ossi, e la funzione dei tendini e muscoli perchè la coperta della pelle ne toglie all’occhio la veduta, nè può giudicarli la qualità dello spirito senza la prova di fatto che ci assicuri dall’inganno; può allora francamente il direttore far l’accoppiamento del maschio con la femina con sicurezza di riuscita per la parte del maschio, e se il prodotto degenera, non può mettere in dubbio che il difetto provenga per la parte della femina: onde quella in tal caso va allontanata dalla razza, e però il primo stabilimento è difficoltoso; poichè l’inconveniente talvolta nasce dagli antenati senza colpa dei genitori, e questo può provenire tanto per la parte del padre che della madre, e siccome il primo si dà a più Cavalle dalla riuscita degli altri suoi figli, può venirsi in cognizione se ai suoi progenitori deva attribuirsi la colpa, o a quelli della femina; in una piccola razza può farsi la prova anche delle femine, ma non è così quando la razza è numerosa, e però l’attenzione del direttore non può porre riparo a tale sconcerto che col tempo, tanto più che talvolta un prodotto dei medesimi genitori può tirare dagli antenati, ed esser cattivo, ed un altro da essi ed esser buono; quindi è, che il continuare a dar sempre stalloni sicuri ad una razza, corregge col tempo il difetto delle fomine, e quello della provenienza dagli antenati; onde al giudizio, e perizia del direttore si aspetta il ridurla nello stato di perfezione e che non possa più f...e; il che segue quando venga ad essere la razza formata da più generazioni di maschi e femine della qualità sopraddetta; e per non correre rischio per la parte dello stallone, conviene che si serva sempre d’aglievi dell’istessa razza, perchè sia sicura la provenienza, e che non si fidi mal di quelli dei quali non ha sicurezza della loro discendenza; poichè una sol volta che s’interrompa il regolamento additato, è bastante di rovinare e mettere in disordine l’opera di più anni; disordine che non può esser rimediato, che con la riforma di tutte le femine provenute da quello stallone che ha cagionato lo sconcerto assieme col medesimo.

Non deve egli però correre a fare una tal riforma sulla sola assersione del Cavallerizzo che il prodotto sia maligno, quando si tratta di difetto di spirito, ma deve prima usar tutte le diligenze per assicurarsi del vero, per non sottoporsi di privar la razza forse del suo miglioramento; poichè il più delle volte i Cavalli di gran spirito ed in specie i Cavalli di sangue Spagnuolo,perchè sono tanto superbi di natura, quanto coraggiosi, e però sottoposti ad imbriacarsi, perdere il lume degli occhi, e dare in disperazione, quando stante l’ignoranza del maestro sono strapazzati e gastigati a torto, overo obbligati a fare azione, a cui non abbiano disposizione, che sono giudicati maligni dalla poca perizia dei Cavallerizzi o Coccheri, e che dati poi alle mani d’altri più esperti sono stati ritrovati dell’ultima sincerità, e bravura, come io ne ho la riprova di fatto di più d’uno, che mi è dato alle mani, che ho trovato dell’ultima sincerità e bravura, e presentemente ne ho la prova in un ginetto di Spagna stato rigettato da otto padroni che ha avuto, quantunque io lo ritrovi sinceriamo e di uno spirito, e coraggio sorprendente, ch’è ciò che lo fece credere maligno, e di cattivo cuore, come dicono nelle scuole.

Dipendendo come si è veduto nel primo Capitolo, dalla qualità del clima e del terreno la natura buona o cattiva del prodotto, non è da lusingarsi che in tutti i paesi si possa avere il frutto che si raccoglie in quelli di clima favorevole; ma non è per questo che un esperto e pratico direttore non possa con l’aiuto dell’arte stabilire una razza in paese di clima consimile, che il prodotto suo sia dell’istessa figura, e partecipi del carattere più e meno che il terreno ed il clima ii uniformi ad esso, quando abbia l’avvertenza di formare nel suo primo stabilimento la corsiera con Cavalle, e stalloni di razza selvatica la più accreditata, la quale stabilita che sia, potrà conservarsi anche con stalloni di nazione diversa, purché siano di quella struttura e costruzione, ch’ella richiede, e la Ginetta per il servizio da sella di campagna con la scelta di Cavalli e stalloni dotati della costruzione, statura, e della qualità di spirito sopra indicati, di qualunque paese siano, benché di razze domestiche, poichè dal diverso alimento e educazione verrà corretto nel prodotto la gentilezza, e debolezza dei genitori, che proviene dalla vita molle e delicata, con cui sono stati allevati.

E se il clima dei paese, nel quale si vuole situarla è dolce e di terreno arido e secco, a similitudine di quello di Spagna e di Barbera, dove sono le razze buone, potrà stabilire anche in esse, oltre le sopraddette due razze corsiera, e ginetta da campagna, le altre due da maneggio e da correre, di sangue Spagnuolo e Barbero con formare il primo piede con giumente, e stalloni nati delle sopraddette due nazioni, ma senza darsi ad intendere però con tutto questo di potere ottenere nei loro prodotti quell’istessa agilità, prontezza, attività, e spirito, di cui sono dotati i veri Cavalli di Spagna e di Barberia, perchè tali prerogative essendo privative del clima e pastura del paese loro, non possono ottenersi nell’istessa perfezione in clima diverso, e però è d’uopo contentarsi che i prodotti ereditino dai genitori loro quella maggior similitudine che comporta il clima, in cui nascono.

Ma siccome ogni genere di prodotto trasportato in paese diverso presto degenera e si riveste della natura della nuova situazione, così per impedire al possibile il cambiamento, e per mantenere le razze più lungo tempo nella loro originaria qualità di sangue, il meglio e più sicuro partito è quello di dar sempre stalloni nazionali, e quando questi manchino, si deve aver l’avvertenza di prevalersi in vece d’essi, dei prodotti dell’istesse razze, per non confondere mai il sangue con stalloni di natura diversa, e devesi aver di più la premura d’allontanare da esse quelle giumente che degenerano sì nella costruzione e struttura della macchina, che nello spirito, dalla riuscita del prodotto, si rileva la degenerazione del secondo, e dall’oculare inspezione quella della prima.

E così in breve tempo si potranno vedere stabilire queste due razze, e si potrà raccogliere il frutto di quella maggior perfezione, che può sperarsi in paese forestiero; perchè concorrendo nei genitori tutte le qualità necessarie, cioè di descendenza che impedisce la degenerazione dei progenitori, di spirito, che verifica il carattere nazionale, e di costruzione, che costituisce la diversa e particolare attività loro, non può esservi nei loro prodotti che la sola diversità di quelle maggiori prerogative che porta seco la differenza del clima.

Ma quando tali razze debbonsi formare con i soli stalloni forestieri, e Cavalle paesame, ancorché scelte da direttori la maggior perizia più consimili che sia possibile, sì di costruzione che di spirito, alla qualità di quella razza che si vuole imitare, non ci vuole meno di sedici anni, perchè sia evaporato affatto il sangue della prima madre, e cambiata in quella del padre la diversa costruzione della medesima, e venti anni per poter avere il primo frutto in stalla di quattr’anni.

Un anno può contarsi che porti la madre il feto, e questo essendo femina può farsi coprire di quattro anni dallo stallone; ponghiamo che figli di cinque, questo fa il computo di sei anni che richiede la prima generazione, cinque ne vuole la seconda, che sono undici, ed altri cinque la terza che sono sedici: figuriamoci che questo sia il tempo che ci vuole per evaporare affatto il sangue della prima madre, affinchè resti da quello del padre purificato quello del prodotto: si dia ora a questo quattr’ anni di educazione prima di rimetterlo in stalla; quindi è, che quando i primi tre prodotti siano femine non vi vuol meno di venti anni per avere il quarto, di sangue purificato in stalla, come si è detto; e molto più se i primi prodotti sono maschi.

Ed in prova di quanto si è detto, certo è che i figli ora matrizzano ed ora si assomigliano al padre, e nello spirito, e nell’abilità, ed ora tirano le qualità promiscue del padre, e della madre, e non di rado quelle degli avi e bisavi come si vede anche tutto giorno nel genere umano: onde non può mettersi in dubbio che tanto la costruzione del corpo che lo spirito degli animali, non sia suscettibile di alterazione, come ad evidenza ne convince il veder nascere tal volta i figli, non solo di diverse fattezze da quelle dei genitori, ma anche di diversa qualità di pelo, e di colore, come segue tutto giorno nei Cani, nei Cavalli, e fino nei volatili, nella generazione dei Muli e nella nascita dei mostri.

Voglio contuttociò accordare che un Barbero dato a una Ginetta di Spagna, e così di tutte le altre razze, produca un Cavallo d’ottima qualità, ma non potrà mai essere che non sia alterata nel figlio la natura dei genitori: onde potrà essere un buon Cavallo da sella, ma non già un vero Ginetto di Spagna, nè tampoco un Barbero, ma un misto dell’uno, e dell’altro, come lo sono i Muli della natura del Cavallo, e dell’Asino; e se un Cavallo da sella si dà ad una corsiera, il prodotto è disadatto sì al servizio della sella, come a quello del tiro, appunto come il figlio d’un Can Leviero, e di una Cagna di Spagna da fermo, non è buono nè a correre, nè alla caccia; questo appunto è la causa del disordine che accade in quelle razze dove si dà gli stalloni senza cognizione di causa a capriccio, e senza metodo alcuno, dal quale ha origine la mancanza della bontà, e bellezza dei Cavalli, di cui doverebbero abbondare le razze tutte dei Sovrani, per le ragioni addotte di sopra.

Non essendo meno utile e necessaria la razza dei Muli di quella dei Cavalli, non deve trascurare il direttore di formarne una con gli scarti, e riforma anticipata delle giumente della razza corsiera sicuro che così facendo non riuscirà questa nel suo genere punto inferiore all’altre; e per non essere obbligato a dovere andare in cerca degli stalloni di buona qualità per essa, può tenere nella pastura istessa tre o quattro somare ben formate, di statura più grande che sia possibile, e di buona cassa per poterli ricavare da queste senza spesa nè incomodo alcuno, e averà anche il vantaggio, ch’essendo li stalloni allevati assieme con le Cavalle, più facilmente e con meno avversione gli uni e le altre al suo tempo si uniranno insieme, anche da per loro in campagna aperta, come è seguito a me di vedere con somma mia maraviglia perchè non lo credevo possibile.

Del colore, e segni, e difetti.

Per quello poi che riguarda il color del manto, ed i segni, vale a dire la stella in fronte, le balzane ai piedi, i remolini, le spade romane, e cose simili, non credo che meritino la pena, che si sono presi gli autori antichi, di fare un trattato, per persuadere la necessità della scelta, e dell’esclusione degli uni e degli altri, alfine d’assicurarsi della riuscita dei Cavalli; poichè non avendo il primo, parte alcuna nella costruzione della macchina, dalla quale dipende l’abilità, non credo tampoco che debba aversi nella scelta di esso altra mira, che quella di appagare la propria sodisfazione; poichè di tutti i mantelli alla riserva di quelli che sono slavati, e mancanti di lucentezza ho veduto Cavalli di egual bontà e bravura, però basta solo che quello che viene prescelto sia vivo e lucente, perchè tale attributo, come nell’uomo, indica anche nel Cavallo perfetta salute, complessione sana, forte, e robusta.

Gli attributi poi che si danno ai segni di qualunque genere, cioè di stelle, balzane, e cose simili, sino a pretendere che da essi non solo dependa la bontà, e bravura dei Cavalli, ma anche il loro destino, fortuna, e disgrazia, come dicono, non sono al parer mio che un giusto motivo di riso ai filosofi, e a chiunque abbia buon senso; in fatti qual connessione mai può avere una balsana più a un piede, che a un altro, un remolino (che altro non è che una ritorta, o sia ritrosa di pelo) più in un luogo che in un altro, con la bontà, fortuna, e disgrazia di un Cavallo? come con tant’impegno si sostiene che contribuiscano in esse da tutti gli autori antichi che hanno scritto sopra i Cavalli; ond’è che non vanno curati nè punto, nè poco; ma devono esser solo sfuggiti, quando da essi viene apportato sconcerto nell’appajatura, o cagionano bruttezza all’occhio.

E per quello riguarda ai difetti non essendovi alcuno che non solo si sfugga, ma che anche non gli abborrisca nei suoi Cavalli, non può cadere in dubbio che debbano esser tenuti lontani da una razza più d’ogn’altra cosa; e i soli difetti accidentali, perchè non sono ereditari, possono esser non curati, ma non è così di quelli di spirito, che devono esser banditi dalle razze a qualunque costo, e senza riguardo alcuno, perchè troppo apportano ad esse pregiudizio e discredito.

Dell’età del maschio e della femina quando si uniscono insieme, del numero di Cavalle che devono darsi al primo.

Se fosse in balìa dell’uomo di poter dar legge alla natura, averebbero certamente luogo le opinioni diverse che vertono sopra l’età, in cui devono esser messi in opera li stalloni e a frutto le Cavalle, e sopra la quantità del numero delle seconde che deve esse assegnato ai primi; ma essendo egli privo di tal facoltà, inutile è ogni discussione; però è forza di pensar solo a secondare la traccia della medesima natura per assicurarsi di non sbagliare.

Di diciotto mesi tanto i maschi che le femine cominciano ad andare in amore, come lo dimostra il vedersi alle volte, benché di rado, figliare delle Polledre di tre anni non compiti; e però i maschi giunti a quest’età devono separarsi dal branco delle femine, per impedire che non divengano viziati.

Nelle vacche gentili di cascina che sono di natura più fertile delle Cavalle, e che non portano che nove mesi, di due anni vanno a toro, e di tre non compiti figliano senza più dismettere, ed in quest’istesso tempo che scrivo ne ho vedute nella cascina figliare tre che non hanno compito i due anni con somma felicità; questo però è uno sforzo straordinario della natura che corrisponde a quello che fanno le Cavalle quando figliano di tre anni; ma quando ciò segue sì nell’una specie, che nell’altra, se non è assistita con il governo tanto la madre, che il prodotto, non va esente nè l’una, nè l’altro da un gran patimento, perchè la prima resta piccola e stentata, ed il secondo se non muore immaturo non viene da nulla; ciò che decide con evidenza che in quest’età, tanto l’una che l’altra specie è immatura e sterile.

La maggior parte delle Cavalle coperte di tre anni restano sode, e non poche anche di quest’età figliano a bene, e qualche volta anche ne ho vedute figliare a doppio, ed i loro prodotti riescono d’ottima qualità, non meno del frutto di pianta tenera, quantunque dipoi sia molto migliore tanto nell’una, che nell’altra, venute in maggior età, quello che producono allora, e questo segue senza che nè l’una, nè l’altre risentano detrimento alcuno dalla produzione del frutto, come è una riprova sicura la felicità, con la quale seguitano a crescere sino al perfetto compimento della propria loro naturale costruzione, e stato.

Il restar sode l’une, ed il figliar dell’altre depende dall’esser le prime ancora immature, e dall’essersi nelle seconde formata più presto la complessione, e però quelle sono anche sterili, e queste sono giunte al grado di poter concepire.

Dal sottomettere le Polledre di tre anni allo stallone si ricava tre vantaggi; il primo è il frutto di più che si ritrae da quelle che figliano: il secondo che figliando in sì tenera età si rendono più capaci dipoi a generare redi di maggior grandezza, (prerogativa che accresce il pregio a tutt’i prodotti) perchè non essendo in questa età le fibre dell’utero anche assodate, con facilità si prestano e cedono all’impressione che cagiona loro il concepito feto nel crescere, di maniera che, venendosi a dilatare l’utero, viene anche ad essere maggior la capacità sua per potere concepire dipoi un feto di maggior mole: il terzo avantaggio finalmente, che si ricava, è la sicurezza, che quelle che restano sode concepivano l’anno dopo con maggior facilità, perchè non essendo più novizie sono esenti dal pregiudizio che porta seco novità nelle primajole, ch’è di deludere lo stallone di qualunque età siano, sì per essere troppo calde, sì per essere ritrose.

Non consiglio però d’incamerar queste con quelle di maggior età per non correre il rischio che lo stallone si perda intorno ad esse, che sono più focose, più insinuanti, e più importune, e trascuri le altre; ma bensì di dar loro uno stallone a parte, per mettersi al coperto da ogni sconcerto e disordine, e poter profittare degli avvantaggi sopraddetti. Ma deve anche aver l’avvertenza di non prevalersi di questo primo prodotto per fare un capitale per la razza, ma di servirsene a tutt’altr’uso.

Rilevandosi dunque da tutto questo che non può farsi gran conto sopra il frutto che accidentalmente danno le Polledre di tre anni, benché d’ottima qualità quando non manchi loro un abbondante alimento, che supplisca al difetto dell’età, per accadere troppo di rado: nè sopra a quello che con maggior frequenza si ottiene da quelle che coperte di tre, lo producono giunte ai quattr’anni, per esser questa dubbio, e scarso; ne viene di conseguenza che la vera età di sottomettere le Cavalle allo stallone per prevalersi del frutto, per conservare, ed ingrandire la razza, è quella di quattr’anni compiti, per avere il prodotto al compire del cinque; e per l’istesse ragioni anche i maschi in quest’età sono capaci di supplire con profitto all’incarico loro, avvegnaché molto meglio sia di metter questi in opera, compiti che abbiano i sette anni, allorché hanno terminato di crescere, e di formare la statura loro.

Non è per questo, che lo pretenda d’impugnare che il prodotto di genitori di complessione interamente compita sia di qualità migliore di quella di genitori d’età tenera, e complessione non del tutto perfezionata; poichè ognuno sa, che ciò è di natura di tutti i viventi, e di tutti i vegetabili dei quali le azioni, ed i prodotti sono sempre di maggior, o minor perfezione, che maggiore o minore è l’età loro; ma quello che io non posso approvare è il supposto, su cui si appoggia tal sentimento; cioè che il metterli a frutto prima dell’età matura apporti pregiudizio tanto alla formazione della macchina dei genitori, quanto a quella dei prodotti; sentimento che non può sostenersi con ragioni teoriche, nè pratiche: Non può sostenersi con ragioni teoriche, perchè la scienza della generazione è anche appresso i filosofi incerta e dubbia, nonostante le indefesse loro, e mai abbandonate ricerche per rintracciarla: non con ragioni pratiche, perchè l’esperienza tutto giorno convince dell’opposto, come si è visto di sopra, onde chi ha adottato questo sentimento, può prevalersene nella scelta dei Polledri, sicuro che per questo capo non s’ingannerà, ma deve del tutto abbandonarlo nel regolamento della razza, come pregiudiciale all’interesse proprio, e alla fecondità della femine, perchè quanto più sono rassodate le fibre dell’utero, tanto più difficile e difficoltoso è che si possano prestare al bisogno delle funzioni, e uffizio loro, come si tocca con mano, se si fa riflessione che i parti di quelle che cominciano a figliare in età avanzata sono sempre stentati, e di gran lunga inferiori alla qualità dei genitori; all’opposto di quegli delle Cavalle che cominciano a figliare d’età tenera, che sono sempre vegeti e freschi, e del tutto consimili ai genitori loro; ciò che segue anche nella generazione di tutti gli altri animali, benchè regolata dalla natura istessa senz’opera umana. Dipendendo il restar delli stalloni, e delle Cavalle inabilitati alla generazione, più presto o più tardi, dalla qualità specifica della diversa complessione loro più forte o più debole, d’uopo è che a seconda di questa sia regolato il tempo del loro allontanamento dalla razza; io ho veduto tanto maschi che femine supplire con felicità a tale incarico in età di venti, ventuno, e ventidue anni, e rendersi altri incapaci di farlo di quattordici, quindici e sedici anni, e qualche volta anche in età meno avvanzata di questa; dal che ne deduco che in una razza selvatica di buona pastura, e provista di tutti i comodi necessarj, dai quali in gran parte depende la formazione, e la conservazione della buona complessione dei suoi prodotti, possa determinarsi la riforma delle Cavalle al compire dei diciotto anni, dopo fatta l'allevatura, e che però sia sottoposta la femina al maschio per l’ultima volta al pigliare di diciassette anni, affinchè di diciotto libera dal feto interno possa tirare avanti con maggior facilità l’ultimo suo prodotto.

Il maschio poi ch’è di natura e di complessione più forte, potrà allontanarsi dalla razza un anno dopo della femina, terminata la monta; ma tutto questo però senz’obbligo di precisione, dovendo sempre il direttore uniformarsi, com’ho detto, e pigliar regola dalla qualità specifica della complessione degli uni, e delle altre tre, e dalla qualità della pastura, e custodi ad essa additti.

E perchè dalla razza della sopraddetta qualità opportuno è di formarne anche una di Muli, con la riforma anticipata delle Cavalle corsiere (perchè da quelle delle Ginette riuscirebbero i prodotti troppo piccoli) possono farsi coprire tali Cavalle per l’ultima volta dal solito stallone nel pigliare dei quindici anni, e di sedici e diciassette farle cuoprire dall’Asino, per avere due redi muli, che non faranno di meno valore dei Cavalli.

Venti Cavalle per stallone dato in campagna in piena libertà, come si dirà in appresso, è il numero in genere che può fissarsi per regola, poichè quel preciso che richiede ciascheduno in particolare, deve esser relativo alla specìfica qualità sua, poichè può darsi più numero a chi è dotato di complessione più forte e robusta, e meno a chi è di complessione più gentil e gracile.

E’ inutile il figurarsi, come fa taluno, di poter dar regola alla natura in genere di generazione, ed è prefunzione il darsi ad intendere di poter prevenire l’immaginati difetti di essa.

Ne interroghi i filosofi per sincerarsene, chi non approva quel sentimento che io ho adottato solo dall’esperienza, e resterà convinto dalle ragioni loro, che falso ed affatto fuor di ragione è il darsi ad intendere, che quell’azione che il supremo Autore della natura ha instituita per la conservazione della creatura, possa esser distruttiva della medesima per via di eccesso, come vien supposto; vorrei da esso sapere qual sta quest’eccesso sì pregiudiciale? ed in che consiste, e come possa esser messo in esecuzione, da stallone che non ha altra facoltà, che di secondare quella legge inalterabile, a cui è stato sottoposto dal momento della sua creazione, senza potersi allontanare: e cosa mai può farsi per obbligare uno stallone a coprire una Cavalla di suo contraggenio, ed anche per obbligarlo a coprirne una d’intera sua soddisfazione, allor ch’è sfogato e che la natura non gli somministra più l’attività, e lo stimolo necessario? Se dunque il medesimo Cavallo non può eccedere i limiti statili assegnati dalla natura, com’è possibile, che cada in quell’eccesso, da cui ridicolosamente si pretende di sottrarlo con la limitazione del numero delle Cavalle da assegnarseli? Forza è dunque d’accordare che il maggiore o minor numero delle Cavalle che si dia a uno stallone non riguarda che l’interesse del padrone per il minor frutto che ne ritrae, se egli non è capace di supplire a tutte, e non già mai il pregiudizio, o il vantaggio dello stallone; poichè se li se ne dà meno della sua attività, si perde inutilmente il frutto maggiore che può dare, e se li si ne dà di più, si perde il frutto di quelle alle quali per non aver potuto supplire restano vuote.

Quello che pregiudica agli stalloni è il governo che gli è dato, secondo il costume, per riscardarli e mettergli in forze, e perchè meglio possano supplire al loro incarico, come falsamente credono, e non il numero delle Cavalle, come si vedrà in appresso.

Una riprova, del mio asserto, che non ammette replica, è il non avere avuto lo mai alcuno stallone dei ventiquattro che ho fatto dare ogn’anno alla razza di S. M. I. prima ben governati, e dati a mano e in libertà, e dipoi senza governo sciolti in campagna aperta, che abbia riportato pregiudizio alcuno nell’esercizio della sua funzione nel corso di ventisei anni, incamerati con dieci, dodici, quindici, diciotto venticinque, e trenta Cavalle per ciascheduno, e taluno lasciato in branco tutto l’anno senza mai levarlo.

Ed altra riprova anche più forte è l’avere incontrato nei supraddetti ventiquattro stalloni un Bajo chiamato Girasole figlio d’un Ginetto di Spagna nato nell’istessa razza, passeggiatore, assegnato alla Cavallerizza di Siena, che dato alla razza in età di sei anni a una Camerata di dodici Cavalle in campagna aperta, lasciatovi la mattina alla punta del giorno, e ripreso, e rimesso in stalla due ore avanti mezzo giorno, per governarlo secondo il costume antico, e rimesso in campagna circa due ore dopo mezzo giorno, sino al tramontar del sole, ebbe l’abilità, e la forza di durar tre mesi interi a montare sedici volte il giorno, dieci la mattina e sei la sera a vista della guardia che ne pigliava riscontro nella sua cartella, volta per volta, per renderne conto con sicurezza: onde arrivò a montare in tre mesi, senza stancarsi, mille quattrocento quaranta volte, e con tutto questo non ne restò fecondata che una sola; cosa che io non averei mai creduto, se non fosse seguito sotto miei occhi; e rimandato alla Cavallerizza di Siena campò in essa più anni in perfetta salute senza dar sugno alcuno d’essere stato alla razza, non che d’averne riportato nocumento; e quello ch’è più mirabile, si è ch’egli era d’una complessione più tosto gentile che robusta, e di spirito piuttosto moderato che ardente, e focoso. Da tali esperienze parmi che venga giustificato ad evidenza la sopraddetta mia opinione senza bisogno d’altre prove.


Del governo delli stalloni.

Per l’istesse ragioni addotte, inutile e dannoso è il costume di dare un governo maggior del solito ai Cavalli che devono servir di stalloni poichè ciò repugna alla natura, come l’esperienza insegna in tutti gli animali selvatici.

Egli è inutile, perchè i Cavalli così ben governati, e custoditi tutto l’anno, ed inspecie i tre mesi avanti il tempo della monta, come si suol fare, con cibi scelti, particolari, e stimolanti, divengono solo in apparenza forti, e robusti, ma in sostanza ed in pratica stacchi, deboli, e poltroni, ed incapaci di gareggiare, con la più vile, rozza, accostumata allo strapazzo, e alla vita dura, senza restare al di sotto, su pure in tal prova non perdono la salute, o non vi periscono; perchè tale è l’effetto che produce la vita molle, anche negli uomini; e però I villani sono più forti e robusti dei Cittadini: onde ridotti in tale stato atti sono più a dar piacere alli spettatori della loro funzione, perchè eseguitacon più spirito e prontezza, senza tenerli a tedio, che a rendere il dovuto frutto al Padrone, ch’è condannato nella spesa inutilmente, poichè maggior parte delle Cavalle che li vengono sotto restano deluse e vuote, nonostante l’avvertenza che si ha di dargliene poche, senza mettere in conto il poco valore del prodotto, che non può a meno di ereditare le qualità sopraddette del genitore; e tutto ciò avviene, perchè il gran governo può accrescere lo stimolo, ma non già attività, e virtù al seme, se pure non glie la scema, e indebolisce, come fa della complessione, e come io suppongo. Ed è dannoso perchè essendo lo stomaco sottoposto a divenire il fomite, e la sede di tutti i mali che si formano nell’interno ad ogni minimo incentivo che ne abbia, non può metterli in dubbio, che lo sconcerto e disordine, che non può a meno di cagionare in esse un governo così forte, e fuori del suo naturale, ne indebolisca la complessione, ed insieme porti seco infiniti pregiudizi alla salute sua; posto questo, come mai è possibile che ciò che indebolisce la complessione, possa aver facoltà nell’istesso atto sì pregiudiciale di corroborare la virtù generativa, quando dalla robustezza della medesima depende la maggior sua attività? sconcerto, e pregiudizio che non ha bisogno di prova; poichè questo segue anche in ciascheduno di noi, ogni volta che si eccede nella qualità, o quantità del cibo fuor dell’ordinario; e in fatti chi può revocare in dubbio, che la vita molle cagioni debolezza, e fiacchezza, e che all’opposto la vita dura, e sobria induca robustezza, e forza?

Il governo uniforme, e regolare di tutto l’anno che conviene alla qualità del temperamento e statura, unito ad una adequata fatica senza strapazzo, è quello che deve esser preferito a qualunque altro perch’è quello che forma e conserva la complessione forte, sana, e robusta, anche nel tempo che lo stallone sta fuori d’azione, e che però lo costituisce in grado di poter supplire poi con frutto, e secondo l’aspettativa alla sua incumbenza nel tempo dovuto, ed all’opposto ogn’eccesso sia di governo, sia di fatica, è pregiudiciale e contrario a ciò che richiede tale incarico.

E quando terminata la sua funzione, non vi sia nel resto dell’anno dove impiegarlo, meglio è lasciarlo in campagna nel branco dei Polledri nella sua connaturale, e semplice pastura; poichè essendo ella di quella sostanza solo, ch’è necessaria a conservarlo sano ed in quello stato florido che conviene al suo temperamento, è del tutto incapace d’apportargli quei pregiudizi che provengono dall’ozio, e dalla vita molle.

Ma siccome se si lasciasse l’inverno in campagna, non sarebbe in grado, stante la magrezza, di poter supplire nella primavera al suo dovere, così è necessario di ritirarlo in stalla, subito che la stagione irrigidisce, al governo di fieno e semola, perch’è più consimile a quello che somministra la campagna in questo tempo, e di meno sostanza di quello della paglia, e biada, per evitar così se non del tutto, almeno quel maggior sconcerto che cagionerebbe nello stomaco la maggior diversità del cibo.

E ciò apporta anche il vantaggio, che egli non si risenta poi tanto della nuova mutazione, quando deve tornare al verde nel mese d’Aprile, allorché deve darlisi l’erba per ripurgarlo, e perchè abbia tempo di superare l’incomodo, ed il disordine che non può a meno di cagionare allo stomaco qualunque sorte di mutazione di cibo, prima ch’entri in azione, affinchè possa supplire alla sua funzione, senza disturbo di cosa alcuna.

Anche quello stallone, che terminata la monta torna al suo servizio, deve nel mese d’Aprile esser messo all’erba, come quello ch’è stato ritirato in stalla nell’inverno, a solo fine di metterlo al coperto dalle burrasche, e dall’intemperie dell’aria pregiudiciale, per riavvezzare lo stomaco suo al verde, affinchè sia uniforme il cibo del maschio, e della femina com’è necessario nel tempo della funzione per promuovere la generazione con profitto.

Chi desidera di sapere la ragione, conviene che ne faccia ricerca ai Filosofi, poichè non essendo il mio assunto, che di seguitare le tracce della natura, io non posse dir altro se non se, che ho adottato questo sentimento dall’esperienza, ed ecco in che forma.

Non potendo capire donde piglia origine il poco frutto che si ricavava dalli stalloni dati alle Cavalle di razza salvatica d’Italia, ancorché governati senza risparmio, nè di premura, nè di spesa, per rendergli di maggior attività; desideroso di rintracciare la vera causa di tal disordine, non mancai di ricercarla attentamente in tutti quelli autori, che hanno scritto di razze, che mi fu possibile di ritrovare, ma restai deluso allorché gli trovai mancanti di quelle prove concludenti che dovevano accertarmi del vero. Mi rivoltai allora ad esaminare la pratica ma senza profitto alcuno.

Onde fui costretto a credere, che dal dare a mano li stalloni ne venisse cagionato lo sconcerto sopraddetto; me ne persuadeva lo strapazzo che doveva farsi degli uomini e delle Cavalle (che annojate strapazzavano il mestiere) per far prova una, a una, di quali erano quelle ch’erano in amore, figurandomi che un tale dibattimento dovesse piuttosto distorre, che farle venire in amore, ed il presentarle allo stallone senza che nè l’uno, nè le altre si conoscessero, rendesse la funzione senza frutto, convinto di ciò dal vedere che bene spesso lo stallone ricusava taluna costantemente, e tal volta era necessario la vista d’altra di suo genio, che lo mettesse in moto; e finì di convincermi l’opinione universale, che meglio fosse di dar lo stallone in libertà, che a mano, dal che ne dedussi, che il solo metter questo al coperto dal rischio, che correva d’esser percosso da quelle Cavalle che lo ricusavano dato sciolto, era il motivo della pratica di darlo a mano.

Onde fatta riflessione, che maggior era il danno della perdita del frutto, che di qualche stallone, che si potesse fare, tanto più, che questa era dubbia, e l’altro certo, m’appigliai al partito di fare dei serrati, capaci di somministrare nel tempo della monta il necessario alimento a quelle camerate che dovevano essere assegnate a ciascheduno stallone, per assicurarmi che non venissero confuse le specie delle razze descritte di sopra; e per evitale il pregiudizio al possibile, che potesse arrivare allo stallone quando vuol sottomettere per forza alcuna di quelle Cavalle che non sono anche venute in amore, e che non hanno anche preso seco genio, dal che unicamente avviene il rischio, che corre di esser battuto, prima di darli la via lo facevo sfogare con fargliene montare alcuna.

Onde ben governato la notte li facevo dar la via nel suo ferrato alla punta del giorno dal garzone, che lo governava; questi lasciato che l’aveva, non lo perdeva mai di vista, e segnava in una cartella, dove erano i nomi di tutte le Cavalle assegnate al tal stallone, l’ordine con cui erano montate le Cavalle, con fare un nodo a diversi spaghi, che erano infilati sotto il nome di ciascheduna Cavalla, talché se il nodo era nel primo spago, denotava che quella Cavalla, sotto la quale era lo spago, era stata montata la prima, ed il nodo del secondo spago, ch’era stata montata la seconda, e così di tutti gli altri.

A un tiro di morteletto al quale era dato fuoco due ore avanti mezzogiorno ciascun garzone ripigliava il suo stallone per riconduco alla scuderia, dove giunto era ben visitato dal manescalco, e medicato in caso di bisogno, se aveva toccato dei calci; e consegnata la cartella al Computista, perchè potesse segnare al libro l’ordine, con cui erano state montate le Cavalle, il garzone non pensava che a governare e a custodire il suo stallone, per poterlo ricondurre con l’istesso metodo della mattina al suo serraglio due ore dopo il mezzo giorno, sino al tramontare del sole, che allora, lo riconduceva alla stalla, dove custodito e medicato, se ne aveva di bisogno, restava tutta la notte in riposo.

Per poter ripigliare con facilità lo stallone, in un angolo di ciaschedun serrato vi era un piccol serratino, dove il garzone mandava tutte le Cavalle collo stallone insieme, ed ivi ristretto lo ripigliava con summa facilità, ciò che non averebbe potuto fare a campo aperto; il Computista la sera pigliava riseontro di quello ch’era seguito il giorno, come aveva fatto di ciò ch’era seguito la mattina, e rendeva la cartella al respettivo garzone, perchè se ne potesse servire la mattina seguente, e questo metodo era tenuto per tutt’il tempo che durava la funzione.

Trovato questo metodo di maggior frutto di tutti gli altri, credei che inutile sarebbe stata ogn’altra ricerca, e però rivoltai tutte le mie premure a por riparo all’altro sconcerto che seguiva nella razza dei muli consistente pure nella mancanza, ma molto maggiore, del frutto che da questa si ricavava, perchè poche erano le Cavalle, che restavano pregne, e molte quelle che restavano vuote, che lo credevo cagionato dalla diversità della natura della specie: onde pensai di rimediare in parte al vuoto con mettere nel branco delle Cavalle destinate a formar questa razza di muli, dopo terminata la funzione degli Asini, un Cavallo, perchè potesse da questo essere minorato in qualche maniera il danno che apportavano quelle che restano vuote; ma perchè questo non si poteva fare, che a stagione avanzata, per evitare l’incomodo ed il disordine che averebbe apportato un Cavallo biadato, per doverlo ritirare alle sue ore in stalla per darli il dovuto governo, mi cadde in pensiero di provare a mettervi un Cavallo, che fosse assuefatto a star sempre in campagna, ed in pastura, non ostante la disapprovazione di tutti i custodi appoggiata alla massima comune, che non potesse supplire a tal funzione, quello che non fosse stato prima ben riscaldato, e messo in forza dal governo.

Ma dopo avervelo tenuto per diciotto giorni, senza che fosse potuto riuscire ad alcuno di vederlo mai rallegrare, nè dar segno di risentimento, non che accostarsi a una Cavalla, poichè non pensava che a mangiare con somma quiete, quasi che non fosse stato ivi messo che per questo (è ben vero, che nessuno si prese la briga, nè ebbe la curiosità d’osservare ciò che faceva la notte) ond’è che fui obligato a darmi per vinto, ed accordare ai custodi l’insussistenza della mia risoluzione col farlo levare dal branco, come inutile.

Ma dal vedere l’anno dopo, che da questo Cavallo ne nacquero sedici redi, ebbi inaspettatamente la consolazione di poterne tirare con certezza la conseguenza, che la mancanza del frutto delli stalloni dipendeva in gran parte dalla diversità del governo loro, che apportava nel seme accidenti e circostanze inopportune, e distruttive di quell’uniformità che richiede la natura in opera sì gelosa, e della maggior conseguenza.

Tale esperienza mi diede il coraggio d’abbandonare il costume antico del governo delli stalloni per uniformarlo onninamente a quello delle Cavalle, ed il profitto che ricavai la prima volta che lo messi in opera, fu una riprova indubitata, che la scoperta era a seconda di natura, e la vera; poichè nessuno stallone mancò al suo dovere, e restai maggiormente assicurato dal vedere, che uno che non arrivava mai col governo antico a fecondare che quattro, o cinque, e quando arrivava a sei Cavalle era tutto quel più che potesse fare, di dodici che li se ne dava ne fecondò senza governo in quell’anno diciannove, di venti che n’ebbe, e l’altra che restò soda fu in dubbio che abortisse; la continuazione poi della felicità di tale riuscita negl’anni susseguenti, finì di darmi il lume necessario per potere stabilire con cognizione di causa il nuovo metodo, e per rimuovere tutti gli abusi introdotti; e allora su che compresi qual è la ragione che li stalloni più focosi, che all’apparenza pareva che dovessero essere i più fruttiseri, e che erano da taluno riputati per tali, e prescelti dai meno intendenti per i migliori, erano in sostanza più fallaci dei flemmatici, e di quelli di meno spirito. Ed ecco da che piglia origine quanto ho detto fin qui, e quanto sono per dire in appresso.


Del tempo,e modo di dar lo stallone alle Cavalle.


Tre sono i riguardi che si devono avere nello stabilire il tempo di dare allo stallone le Cavalle. Il primo riguarda la conservazione del lattonzolo che allatta la Cavalla pregna, che richiede, che la Cavalla non perda il latte, che il più tardi che sia possibile, affinchè siano passate le burrasche piu pericolose della rigida stagione, e però quando è forza spupparli sia loro meno pericolosa la mutazione del governo nuovo che conviene dar loro. Portano le Cavalle undici mesi e giorni, chi più, chi meno, ma con poco svario, e sogliono perdere il latte circa quattro mesi prima del parto: onde quelle, che impregnano al primo di maggio figliano verso la metà d’Aprile, e perdano il latte nel principio o poco prima di Gennaro, ma ve n’è taluna sì fertile, che non lo perde mai.

Il secondo, riguarda la conservazione del feto che ha in corpo; questa richiede che il parto segua allorché l’erba nuova, che comincia a nascere del mese di Febbraro e Marzo abbia perduta la facoltà purgativa che cagiona l’aborto, il che suol essere verso la metà d’Aprile: Ed il terzo la prosperità con la quale cresce il nascituro, che depende dall’essere il primo latte che piglia e la prima erba che mangia di sostanza, e di quella perfetta consistenza che promuove quel vigoroso e prospero aumento, che produce nel lattonzolo il compimento di quella perfezione che si desidera in esso, e ciò segue quando l’erba ha perduto la facoltà purgativa, come si è detto, perchè essendo il cibo di sostanza non può a meno, che il latte della madre sia della medesima qualità, e per conseguenza l’alimento del figlio ancora sia il più opportuno, ed il più adattato al suo bisogno.

Quindi è che il vero tempo di dare lo stallone alle Cavalle, si è dal principio del mese di Maggio fino a tutto Giugno, che così le nascite caderanno dalla metà di Aprile fino alla metà di Giugno. Che il miglior modo poi, ed il più vantaggioso di dar lo stallone alle Cavalle sia quello di lasciarlo in campagna in piera libertà con esse abbandonato e in braccio unicamente alla discrezione dell’istinto di natura, che non è sottoposta ad inganno alcuno, parmi che sia bastantemente dalle ragioni addotte di sopra provato.

Scelte dunque le Cavalle che convengono alla qualità e specie di ciascheduno stallone, come si è detto di sopra, si pongano in un piccol serrato, assieme con lo stallone destinatoli, per un giorno o due, tanto che possano riconoscersi, pigliar fiato, e far lega insieme. E chi ha timore, che egli possa correr rischio nel primo abbordo che fa con eccesso di trasporto, in specie se è novizio, può usare la cautela di renderlo più mansueto e cauto con fargliene coprire una, prima di lasciarlo in libertà.

Riconosciuta poi che abbia la sua camerata lo lasci andare dove più li piace con essa, sicuro che egli medesimo saprà regolarla in forma, che nessuna delle Cavalle assegnateli ardisca d’allontanarsi da esso per abbandonarlo, e saprà difenderle tutte da qualunque altro stallone, che s’appigli a tentare di rapirgliene alcuna; le farà cambiare pastura, quando averanno terminate di mangjare quelle dove sono; le condurrà a bere, ed in qualunque altro luogo dove occorra alle sue ore determinate, come potrebbe fare il più diligente e fedel custode che ne avesse la confegna; e ciò seguirà in vista a tutte le altre camerate, senza che una si confonda con l’altra, perchè ciascuno stallone pensa a regolar la sua, senza dar fastidio all’altro.

E tutto questo avviene, perchè l’istinto naturale del Cavallo, come di tutti gl’altri animali, è regolato da una forza motrice interna, diffusa in tutte le sue parti che ha un non so che d’analogo ad una tal quale specie d’intelligenza, per cui volontariamente si determina più tosto ad un’azione, che ad un’altra, secondo i bisogni suoi in varie e diverse maniere, e quest’istessa forza interna cagiona nello stallone il desiderio della propagazione e conservazione della sua specie, e però l’amore verso la semina, la gelosia, la simpatia, l’avversione, l’odio, l’ira ec. come l’esperienza dimostra chiaramente in diverse occasioni.

Quindi è che innamorato, diviene sì geloso delle Cavalle di sua camerata, che dà in furor tale, quando s’accorge che qualcheduna vuole allontanarsi da esse, che li corre immediatamente dietro con gl’orecchi serrati, e bocca aperta minacciandola di volerla mordere, sino a tanto che non è tornata a riunirsi con l’altre sue compagne e va ad abbordare qualunque altro Cavallo, che voglia accostarsi ad esse, e con morsi, e con zampate arrizzandosi diritto sopra i piedi di dietro, e voltandosi dipoi con replicate coppie di calci, l’obbliga a ritirasi; e se a caso nella sua camerata vi trova Cavalla di suo contragenio nell’istessa forma la scaccia, e l’obbliga ad andarsene altrove, ed uscire dalla sua camerata. E le femine pure tanto fanno che li scappano di contrattempo, quando hanno seco antipatia ed avversione, per andare a trovar quello stallone a cui la simpatia, ed il genio le porta, come mi è accaduto di vedere non di rado senza poterlo impedire.

Il vedere un branco d’una razza sì di maschi che di femine, quando è in pastura, diviso in partite sparse in qua e in là, formate sempre dell’istesse Cavalle se è di femine, e delli stessi Cavalli se è di maschi, e mai unito in un sol corpo se non quando il paese è ristretto in maniera di non si potere stendere (che allora si danno tra loro) è anche una riprova della simpatia e antipatia che tra loro hanno, e se accade di doversene pigliare qualcheduno, sia maschio o femina, nel momento istesso che li vien ridata la via, corre immediatamente senza voltarsi nè in qua nè in là a riunirsi alla sua camerata, e taluna se può riuscirli abbandona anche lo stallone per tornare dalle compagne, e sol quando è in amore pospone le seconde al primo.

È una riprova della gelosia il vedere che vi sono anche di quelle che innamorate non soffrano che lo stallone si accosti all’altre, e delli stalloni, che innamorati d’una Cavalla, non vogliono saper nulla d’alcun’altra, talché è forza separar da lui tanto le prime, che la seconda fino a tanto che non abbia coperto tutte le altre, e sol dopo, tolto via così l’inconveniente, rimettergliele nella camerata.

E finalmente oltre molti altri casi che potrei addurre in prova di quale sia la forza dell’antipatìa, e simpatia, che si dà nei Cavalli tanto maschi che femine, i due che qui sotto adduco mi pare che siano i più particolari, ed i più concludenti, per convincere chi non fosse restato persuaso dalle ragioni fin qui addotte.

Il primo è, che avendomi uno delli stalloni migliori ricusato di coprire una Cavalla di statura piccola, credei da primo che fosse caso, e non ne feci conto alcuno, ma siccome avevo bifogno di dargliene delle altre dell’istessa statura, per mancanza di stallone più adattato ad esse, glie ne feci condurre altre dell’istessa statura della prima, e tutte me le ricusò costantemente, nel tempo istesso che non mostrava difficoltà alcuna di coprire qualunque altra che fosse di statura grande; conobbi subito la difficoltà a cui andavo incontro, ma il bisogno m’ obbligò a non lasciar cosa intentata, che lo potesse indurre ad adattarvisi, e però presi il compenso di tenerlo otto giorni in stalla in riposo, affinchè la privazione, ed il maggior governo che li facevo dare espressamente gli accrescesse lo stimolo in forma da poter superare la forza dell’antipatia, ma tutto questo fu in vano; perchè presentagli la prima volta che fu rimesso in opera una Cavalla piccola benché si avesse l’avvertenza che non fosse nessuna di quelle, che aveva ricusato ciò nonostante non fece segno alcuno, nè pur di risentirsi. Onde convinto allora che non era superabile la sua avversione, fattagliene condurre altra di statura più grande, non dette tempo, che li si accostasse perchè a pena vedutala da lontano si messe in ardenza tale che i garzoni durarono fatica a tenerlo, ed immediatamente che arrivata fu a lui, dette riprova che la privazione ed il governo avevano corrisposto all’espettativa, ma che ciò non ostante non erano stati bastanti di superare la forza dell’antipatia; e perchè non potevo persuadermi che la maggiore o minore statura fosse capace di cagionare sì forte impressione, volli tentare anche dipoi nuove prove, ma fempre invano, e senza profitto.

Non è meno particolare del primo il secondo caso, che lo sono per raccontare; altro stallone mostrò tale avversione con una Polledra novizia, vale a dire dell’età più ricercata e gradita, che non vi fu arte che potesse indurlo a fargliela coprire ancorché non fosse lasciata intentata nè lusinga, nè inganno, che potesse adescarvelo, fino a farvelo trovar sopra senza accorgersene con gl’occhi bendati, perchè non potesse vederla, messo che fu in ardenza a bella posta da altra Cavalla di suo genio, fattali condurre d’avanti, prima che fosse bendato, e indi ribendato messali sotto l’altra con destrezza in luogo della favorita, nell’atto istesso che faceva il salto per montarla; ma appena trovatosi sopra, dall’odore s’accorse dell’inganno, e nel momento ne abbandonò l’azione, disarmò e scese; onde fu forza di levarne il pensiere e darla ad altro stallone, che immediatamente la coprì senza repugnanza, nè difficoltà alcuna.

Non sempre il ricusar che fanno li stalloni di coprire le Cavalle avviene da avversione, o da antipatia, come ne’ casi sopra addotti, perchè tal volta accade solo per mancanza d’inclinazione ne i primi, e d’attrattiva nelle seconde, che sono quel fomite che gli mette in stato di poter dare esecuzione all’azione necessaria, ed è di questo una riprova il vedere che lo fanno dipoi senza la minima renitenza, incitati e messi in moto che siano da Cavalla di genio fatta loro condurre d’avanti nel tempo istesso del rifiuto, com’è necessario di fare il più delle volte, quando si dà lo stallone a mano; e per l’istessa ragione anche li stalloni di campagna ne rigettano alcune da principio, delle quali poi s’innamorano, perchè ne hanno in vista altre di maggiore attrattiva con le quali sfogarsi, e però non devono mai essere messe in camerata Cavalle che siano pregne, stante il pericolo, che lo stallone s’innamori d’esse, e le faccia abortire. E perchè vi sono stalloni che la gelosia li cava talmente di se che non distinguono quello che fanno, e però strapazzano, danno sì ai carosi che ai lattonzoli che sono sotto la madre, così quando accade di doversi prevalere di stallone nuovo, di cui non si sappia la sua indole, torna molto in acconcio di provarlo, prima di azzardare di mettere nella sua camerata Cavalle redate, col mandarcele a una per volta dopo qualche giorno quando è sfogato, e reso più mansueto, affinchè i garzoni che glie le conducono possano assicurarsi del carattere suo, ed insieme impedire che non segua male; alle Cavalle figliate di fresco deve darsi cinque o sei giorni di tempo almeno, perchè possano esser ripurgate, prima di metterle nella camerata degli stalloni; essendo uno dei soliti sbagli quello di far figliare le Cavalle un anno sì, e un anno nò, perchè l’allievo venga più grande, e più robusto per la ragione addotta che l’uomo non può dar regola alla natura, ma deve secondare le sue tracce; ed in prova io posso assicurare che li stalloni più grandi e più robusti gli ho avuti da quelle Cavalle, che hanno figliato ogn’anno, e che hanno cominciato a figliare di tenera età, ed i più piccoli da quelle che figliano di rado.

Da quanto si è detto fin qui vien tolto via ogni dubbio, che il vero metodo, ed il più proficuo di dar lo stallone alle Cavalle sia quello di lasciarlo in piena libertà di secondare l’istinto naturale suo, senza che l’arte vi abbia parte alcuna; poichè in questa forma vien posto rimedio a tutti li sconcerti, e chiunque voglia potrà essere sincerato con l’esperienza nella razza di Toscana di S. M. I. nel mese di Maggio, e di Giugno, dove vedrà quindici, o venti stalloni sciolti in campagna aperta con le lor camerate star con tal saviezza, che non si distinguono dalle Cavalle; e vedrà di più che se taluno s’impegna ad andare ad abbordar l’altro, appena si annusano, che ciascheduno ritorna immediatamente al suo posto in guardia della sua camerata, poichè la gelosia e timore che nella loro assenza li sia portata via qualche Cavalla, gli obbliga ad anteporre la custodia loro, allo sfogo dell’ira concepita contro del competitore.


Della razza dei Muli.


Per minorare al possibile l’avversione che si dà tra l’Asino, e la Giumenta stante la diversa specie dell’uno e dell’altra, mi cadde in pensiero di fare allevare quegli Asini che dovevano servire per stalloni con le Cavalle, affinchè vedendosi di continuo, pigliassero insieme familiarità e domestichezza, e dopo la funzione li facevo rimettere in branco con le medesime Cavalle, nel tempo d’estate, e di autunno, stante il supposto che non fossero capaci da loro di ricoprirle, ritirandoli in stalla solo l’inverno al governo di fieno e semola, come gli altri stalloni, perchè possano essere in grado al tempo della monta di fare la loro funzione.

Ma siccome nel tempo d’estate, e autunno tenevo tra le medesime giumente anche diversi stalloni cavallini, per non perder il frutto di quelle Cavalle ch’erano restate vuote nella primavera, che dipoi dismessi di fare per l’inconveniente che ne seguiva, stante la confusione delle specie, perchè non potendo tener separate le Cavalle corsiere dalle inette, non poteva neppure essere impedito, che li stalloni delle prime montassero le seconde, e quelli delle seconde le prime, sconcerto che portava seco più danno che utile:

Così da questo venni in cognizione che l’Asino non ha coraggio di contrastare con il Cavallo; poichè appena vede che questo si viene incontro, egli si ritira e cede, ma non lascia di andarli dietro adagio adagio furtivamente quando si accorge ch’egli seguita una Cavalla ch’è in caldo, di maniera che egli si trova in grado, terminata che il primo ha la sua funzione, di montarla anche lui senza rifiuto della femina, nè ostacolo del maschio, perchè sfogato.

Dal che venni anche in cognizione che l’Asino era capace di poter coprir da se, quando era in campagna, le Cavalle senza quell’ajuto che è necessario darli quando si fa montare a mano, e restai assicurato che ciò seguiva anche con frutto, allor che viddi nasscere due Mulette che ho di presente in stalla dalle Cavalle corsiere più grandi, e da questo potei stabilire con sicurezza il metodo qui sotto descritto, che non dubito che sia il migliore che possa tenersi, perch’è il più uniforme all’istinto di natura.

Devono gli Asini stalloni in tempo della monta tenersi separati gl’uni dagl’altri, e serrati in piccoli stanzini di poc’aria, ed oscuri, affinchè non si svaghino; devono anche questi esser messi al governo d’erba seminata nel mese d’Aprile per le ragioni addotte, e nel mese di Maggio, nel quale devono dar principio alla loro funzione, convien metterli ne’ sopraddetti stanzini al governo della medesima erba, e di quella che chiamasi scardiccione, ch’è pungente a guisa di pruno, a tutti cognita, che fa sopra gl’argini dei fossi, della quale essi sono molto amanti; e se si conosce che qualcheduno de’ medesimi abbia bisogno di maggior governo per mantenersi in forza, stante la natural sua complessione pigra e tarda, e più debole di quella del Cavallo, può aggiungersi a queste anche un’adattata porzione di semola e di biada.

In distanza dei sopraddetti stanzini vi siano due pali forti, e piantati stabilmente in terra, in poca distanza l’uno dall’altro per tenervi legata la Cavalla, e circa la metà d’essi vi sia una traversa da potersi levare e mettere, che impedisca alla Cavalla di potere andare in avanti nel tempo, che l’Asino fa il salto, e compimento alla sua operazione; e nella distanza che comporta la lunghezza della Cavalla, là dove sono situati i piedi di dietro della medesima cominci un rialto formato di paglione, e concio, perchè sta più stabile, e legato insieme, sopra del quale l’Asino deve far la sua funzione, perchè resti la Cavalla più bassa, e l’Asino in alto, in quella proporzione che richiede la maggior grandezza della Cavalla, e possa il primo essere a portata di dare esecuzione alla sua operazione senza impedimento alcuno, con facilità, e comodo.

Per toglier di mezzo nella maniera possibile all’uno e all’altra l’avversione connaturale cagionata dalla diversa specie e natura, e perchè con maggiore facilità vengano messi in moto ambedue, posta la Cavalla nella sua situazione se le tenga un Cavallo d’avanti perchè la veduta sua li serva di stimolo per mettersi in agitazione, e nell’istesso tempo si apra l’uscetto dello stanzino di quello stallone che deve andare in opera e se li faccia vedere alla porta una somara, che sta in amore, perchè anche questa provochi l’Asino come fa il Cavallo alla giumenta. Messo così l’Asino in stato di dare esecuzione alla sua operazione si conduca il Cavallo dietro alla femmina come si farebbe se dovesse coprirla, ma senza fermarsi si conduca tanto in avanti, che non possa impedire il passo all’Asino, che nell’istesso tempo deve andare a dirittura ad investire la Cavalla che sta in attenzione di ricevere il Cavallo, ed alla mossa di questo deve pur esser tolta di vista allo stallone la somara, che così ingannati ambedue si otterrà con più facilità l’intento desiderato.

Essendo d’uopo, che le Cavalle che si fanno montare a mano, siano riconosciute prima dal Cavallo da prova per assicurarsi che siano in caldo, perchè stiano ferme, e ricevino con piacere, e quiete lo stallone destinato; per ciò fare, si mettano in un serrato piccolo tutte le Cavalle a quest’effetto assegnate, ed in esso si lasci in libertà il sopraddetto Cavallo da prova a vista della guardia, perchè possa immediatamente separare dal branco, e dare in consegna a chi ha l’incombenza di metterle sotto li stalloni, tutte quelle di mano in mano che s’adattano a lasciarsi montare, senza dar tempo al Cavallo di compire l’opera, a cui s’accinge di dare esecuzione; che così facendo si ottiene un doppio intento, senza strapazzo nè delle Cavalle, nè degl’uomini, cioè d’assicurarsi di quelle, che sono in caldo, e che vengano più presto in amore quelle che non vi sono anche venute, stante l’incentivo, e lo stimolo che gli dà la vista del Cavallo sopraddetto.

Dieci o dodici Cavalle per ciascheduno stallone è il numero che può darlisi, e tre volte il giorno possono farsi montare tanto li stalloni, che le Cavalle, due volte la mattina, ed una il giorno, e montate sei volte si devono mettere in un serrato a parte con uno stallone Asino in libertà, notte e giorno, perchè le riconosca, tenendo nel serrato una guardia che dia conto di tutto ciò che segue, e se si vede che lo stallone faccia il suo dovere, essendo poche quelle che si mantengono in caldo, si continui così senza far mutazione alcuna.

Ma quando si veda che l’Asino stia con esse in ozio, necessario è di riconoscere da che cosa ciò divenga, vale a dire se ciò segua per difetto dell’Asino, o per esser divenute le Cavalle feconde; e questo s’ottiene subito che si lasci con esse in libertà anche un Cavallo, e se questo ve ne trova in caldo si levino subito ambidue, e vi si metta un’altr’Asino per tentare che da questo siano le medesime montate; e quando anche questo resti inutile si torni a far rimontare a mano quelle che non sono restate feconde con levarle dal serrato, ed in questo si seguiti a mettere di mano in mano quelle che sono restate coperte sei volte, come si è detto di sopra con tenervi sempre un Asino che faccia il suo dovere.

Ma avanzata la stagione, e cresciuto il numero, in forma che un’Asino solo non possa supplire al bisogno, vi si metta un Cavallo, e un’Asino, e si facciano passare in un serrato più grande per non perdere inutilmente il frutto di quelle Cavalle, che non possono perdere l’avversione all’Asino, e quest’è tutto quel più, dove può arrivare l’arte umana.

Non può mettersi due Asini insieme in tempo di primavera con le Cavalle, quando sono in amore, perchè la gelosia dell’uno, e dell’altro gli fa inimicare in forma che si danno a morte.

Nel tempo poi d’estate, che tanto le Cavalle, che gli Asini escano d’amore, e per conseguenza perdono la gelosia, si possono tener tutti nel branco delle Cavalle loro assegnate, senza rischio alcuno, per le ragioni addotte di sopra, ch’è qui superfluo di replicare; poichè tanto in questo tempo, che nell’autunno, poche sono le Cavalle che vengono lo amore, e queste possono esser coperte, stante la vastità della campagna da uno, in tal lontananza che l’altro non può avvedersene, come danno a divedere che ciò segue in fatto quelle che figliano fuor di tempo, e però devonsi tenere le Cavalle sopraddette assegnate alla razza de’ Muli separate da tutte le altre anche l’Estate, e l’autunno, per poter tener con esse sempre gli stalloni.

CAPITOLO TERZO.

Del regolamento della razza in tutte le stagioni, e delle operazioni da farsi per prevenire qualunque sconcerto.

Per prevenire per tempo qualunque inconveniente che possa apportar pregiudizio alla razza stante la diversità delle stagioni, dello stato, e dell’età della medesima d’uopo è di tenerla sempre divisa in quattro partite; ne formi la prima il branco dei Polledri dai diciotto mesi in su che devonsi tener sempre lontani dalle femine, perchè non divengano viziati, la seconda dev’esser formata delle Cavalle sode, la terza delle figliate, e la quarta della gioventù tenera; e nell’inverno, che conviene separare i lattonzoli dalla madre, che resta priva del latte, è forza far di questi la quinta divisione, stante l’assistenza maggiore che essi richiedono, ed è d’uopo d’assegnare alle medesime la pastura per ogni stagione.

Essendo quella dell’inverno la più pericolosa e la più pregiudiciale al bestiame per l’intemperie dell’aria, e per l’improvise burrasche che sogliono in essa accadere, conviene che sia prescelta per la medesima la parte più asciutta, e la più sollevata, e di maggiore scolo, più ridossata, e più coperta dai venti perniciosi, ed incomodi, e di questa devesene assegnare una porzione la più lontana che sia pollibile al branco dei Polledri, nella quale è necessario che vi sia l’abitazione dei custodi, un capannone con suo fienile sopra, rastregliere, e mangiatoie sotto, provisto d’acqua di polla, perchè sia calda in questa stagione, e non sottoposta a diacciare, con il suo abbeveratoio, ed argano, o tromba, perchè possa con più facilità essere ripieno; e perchè i Polledri sono più forti, così avendo bisogno di meno custodia, e di minor comodo, può il capannone essere aperto da tutte quattro le parti di fuora, quando il clima lo permetta, essendo per loro bastante difesa quella che ricevono dalle mangiatoie e rastregliere che vi sono dentro, quando sono piene di fieno, e l’acqua basta che sia in una adequata distanza fuori di esse; Egli deve servire ai medesimi per ricovero e difesa, allorché l’istinto loro naturale senza che sia fatta loro forza alcuna gli obbliga a mettersi al coperto dalla pregiudiciale intemperie dell’aria, e dalle burrasche, e perchè possano ritrovare in esso il loro sostentamento, sì in questo tempo che quando manca alla campagna la pastura, come suol seguire nel fine di questa stagione.

E nel contorno suo è opportuno che vi siano diversi riservi d’erba naturale, ed altri di erba seminata per il soggiorno, nei tempi buoni, di quelli che divengono magri, e dei convalescenti; di una stalletta per il ricovero gli ammalati e d’una mandria per poterli pigliare con facilità e senza strapazzo.

Quella porzione pure che deve servire per le altre partite che compongono l’intero corpo della razza, è necessario che sia provista dell’istesse fabbriche ma di maggiori comodi, come lo richiedono le pregne, le figliate, la gioventù, ed i lattonzoli, che si vanno di mano in mano separando dalla madre che resta priva del latte, e però tanto la pastura che il capannone devono essere divisi in quattro parti, di maniera che il bestiame possa aver l’accesso liberamente dall’una nell’altro, senza che le partite possano confondersi, sì quando sono in pastura, che quando l’istinto naturale le obbliga a mettersi al coperto dalle burrasche, e dall’intemperie dell’aria, ed il capannone dev’essere serrato tutt’all’intorno di muro, che lo difenda dai venti, e provisto tanto di dentro che di fuori d’acqua, perchè per tutto possa essere a portata e comoda la beva, fattavi correre per mezzo di tromba e di canali, e possano i custodi prevalersene per tutto dove occorre, e per poter approntare i pastoni, ed i beveroni a chi deve avergli, e che sopra tutte le divisioni vi sia il suo fienile, e sotto le rastregliere, e mangiatoie necessarie per governarle tutte.

Ed in vicinanza oltre i sopraddetti riservi di pastura per il soggiorno nei tempi buoni dei lattonzoli separati dalla madre, e dei convalescenti, e dell’erba per far loro le trite è d’uopo che vi sia ancora una mandria grande capace di ricevere tutto il branco della razza, annesse alla quale vi siano altre quattro mandrie più piccole, che tutte abbiano la comunicazione l’una nell’altra, e nel centro di queste vi sia uno stanzino murato con le sue finestre fornite di vetri che difendano chi vi è dentro dal vento, quando spira, ed i suoi uscetti di comunicazione, per poter fare le rassegne, le riforme, la merca, e le camerate agli stalloni, e la mostra della razza al padrone, e a chi occorre.

E vi è necessaria anche una scuderia per gli stalloni, con il suo fienile sopra, magazzini, e stanze per il foraggio, e per l’alloggio dei garzoni che gli governano, fornita d’acqua per il bisogno; e dell’abitazione dei Ministri che hanno la direzione, e del padrone quando va a vederla.

La pastura destinata per l’inverno serve anche per la primavera, poichè il terreno tutto si riveste in questo tempo d’erba nuova.

Per quella dell’estate deve destinarsi il terreno più basso, il più sottoposto all’umido, e quello che nella primavera resta sotto acqua, e va asciugando a poco, a poco nell’estate, perchè in questa stagione vi possa esser sempre dell’erba fresca, ed il luogo più ventilato che sia possibile, affinchè il caldo eccessivo possa essere mitigato dal vento e sia priva l’aria di quegli insetti che inquietano infinitamente il bestiame, e sopratutto è d’uopo che sia fornito in abbondanza d’acqua buona per bere, e per il bagno, che è molto opportuno in questa stagione quando se gli può procacciare.

Le praterie che servono per la raccolta del fieno è un’ottima pastura per l’autunno, e dà luogo che quella assegnata per l’inverno, resti nell’estate, e in questa stagione riservata, perchè il bestiame la possa ritrovare nel tempo del maggiore bisogno vergine, e però abbondante.

Del Governo e assistenza, che deve prestarsi nell’inverno a tutto ilcorpo della razza, alli spuppati di fresco, e agli ammalati.

Diverse sono le cose che in questa stagione si uniscono insieme al danno del bestiame di campagna; la rigidezza ed intemperie dell’aria, e l’inopportune burrasche unite all’erba di meno sostanza, di quella dell’altre stagioni, stante la mancanza del calore che anima la vegetazione, e l’acqua troppo sottile, e cruda, poichè il diaccio apporta scompiglio e sconcerto nell’interno suo come lo danno a divedere gli aborti che seguono in questo tempo, il rivestirsi d’un pelo più ruvido e irsuto, e lo smagrire che fanno tanto le femine che i maschi: La mancanza della medesima erba, inoltrata che sia la stagione, cagiona al medesimo un patimento tale che lo fa perire o lo rende mal sano, inutile e dispregievole, e questo dipende dall’essere obbligato dalla fame a mangiare un cibo nocivo per sostenersi, come sono i virgulti, le punte, e le fronde dei pruni, degl’alberi, per cui sconcertata la digestione, non può a meno che indi altrettanti sconcerti seguano a depravare l’interna buona costituzione di esso.

quindi è, che non può esser sottratto da sì pregiudiciali inconvenienti, che dal ricovero del capannone, provisto di fieno, e d’acqua di polla perchè sia calda, che lo metta al coperto dall’intemperie dell’aria, e dalle burrasche, e dall’inopportuna pastura, e beva.

E quantunque questo non lo sottragga affatto dall’incommodo dello stento, impedisce però in esso quel patimento che lo rende di poco valore, e di meno servizio, anzi che dallo stento, prodotto da tutte le sopraddette cose proviene nel medesimo la complessione forte e robusta, ed il valore e bravura sua; e però è necessario che sia lasciato in libertà di prevalersi di un tal ricovero a suo talento, poichè essendo regolato dall’istinto naturale saprà prevalersi a tempo e luogo per sottrarsi da qualunque pregiudizio che possa intaccare in minima parte la sua bontà e bravura, e da ciò proviene che razze salvatiche portano il vanto sopra le domestiche, perchè queste all’opposto essendo allevate con delicatezza, i prodotti loro riescono gentili, fiacchi, e deboli, atti più a far comparsa che a prestar servizio, dove ha luogo la fatica, lo strapazzo, e lo incomodo; lo star questi con la testa alta alla mangiatoia, fa sì che il peso della macchina loro, perchè è sempre equilibrato sopra le quattro gambe, non faccia mai soffrire ad esse incommodo alcuno, e che però dia luogo a tutte le parti di fare il loro aumento all’insù e di formare la macchina di collo e testa scarichi, di gambe sottili, e di corporatura graziosa e gentile, piuttosto lunga che quadra, di petto più stretto che ampio, e di groppa alquanto in suolo, e non molto larga; ciò che depende dallo star sempre con i piedi tanto davanti che di dietro in quella positura raccolta che riesce più comoda al sostegno del peso della macchina.

Ed all’opposto lo stendere del collo verso terra che fanno gli altri, fino dalla nascita, per arrivar l’erba che devono mangiare, obbliga tanto le gambe di dietro che quelle d’avanti a situarsi più in largo che possono, per darli luogo: ond’è, che essendo le gambe in questa positura fuori del vero punto del centro d’equilibrio non può a meno che risentano l’incomodo del peso; tanto più che lo sforzo che è obbligato di fare il collo, rende la gravezza sua di maggiore impressione, e però i legamenti loro sono obbligati a star sempre in forza per sostenerlo; stante un tale sforzo s’ingrossano i nervi, le fibre, ed i tendini tutti, a seconda del bisogno, e a proporzione che la macchina va crescendo, perchè siano sempre in stato di potere supplire al maggior peso che porta seco l’aumento della medesima, e la provida natura col continuo succo nutritivo gli alimenta, e somministra loro il vigore, e la forza necessaria, ed in questa li stabilisce, gli consolida, e conferma; quindi è che la macchina diviene quadrata con le gambe grosse e ben nerborute, con il petto e groppa larga, e con tutte le altre parti che la compongono proporzionate alla statura della specie.

Il continuo stare in forza dei legamenti per sostenere il peso, forma in essi quell’abito che li rende capaci dipoi di resistere a qualunque fatica e strapazzo senza soffrire nè incomodo nè danno; ma una tal posttura, che chiama l’umore all’ingiù, ingrossa anche il collo e la testa, e rende la figura della macchina loro rozza e grossolana all’occhio, finché stanno in campagna a pasturare. Il soggiorno poi della stalla, perchè gl’obbliga a stare con il collo e la testa alta viene a scaricare le parti tutte dell’umore superfluo che le ha ingrossate, e le raffina in forma che si rivestono di quella proporzione, nella quale consiste la bontà e la bellezza, che dà nell’occhio con risalto.

Ma siccome troppo è facile che lo stento si converta in patimento, così ai custodi si rimetta di prevenire col riparo e governo qualunque causa che possa dare ad esso occasione; la poca sostanza dell’erba di questa stagione, (come si è detto di sopra, tanto più quando è scarsa e mancante, come segue allorché nell’autunno non cadono le opportune piogge, che rivestano d’essa la campagna) unita all’intemperie dell’aria, apporta nocumento non solo alla gioventù tenera, ma anche a qualunque altro che sia di bocca gentile, vale a dire che mangi poco, ed in specie alle Cavalle pregne che hanno bisogno di maggior nutrimento, per poter sostentar se, e tirare avanti il feto che hanno in corpo, e molto più se oltre l’esser pregne hanno anche sotto il lattonzolo, il quale richiede di più in esse la produzione del latte; poichè la scarsezza dell’alimento indebolisce la complessione loro, e un tale indebolimento fa sì che l’intemperie dell’aria abbia più luogo di fare in essa quell’impressione che gli abbatte, e apporta pregiudizio alla salute, e che gli fa cadere dipoi ammalati; ciò che non segue agli abboccati, perchè mangiando più degli altri, con la quantità maggiore suppliscono alla minor sostanza, e così conservano la complessione più forte, per essere meno sottoposti a ricevere pregiudizio dall’intemperie dell’aria.

Quindi è, che oltre il dovere i Custodi tener sempre ripiene le rastregliere del Capannone di fieno, e gli abbeveratoi puliti e pieni d’acqua, con l’avvertenza che questa sia cavata dalla cisterna di fresco all’ore congrue, in specie quando l’aria è rigida, per non li dar luogo nè tempo di diacciare, conviene che siano pronti a dar soccorso a quelli che ne hanno bisogno.

Lo smagrire è un segno evidente dell’insufficienza dell’alimento; e però immediatamente che ciò si vede, bisogna separar dal branco quegli di qualunque sorte siano, che soffrono un tal pregiudizio, per ritirargli in pastura riservata e più abondante, a seconda del grado e stato loro, e se questo non basta, conviene ritirargli anche la notte al coperto, per difendergli dall’impressione pregiudiciale dell’aria, e accrescer loro quel governo che sarà necessario; su la pastura riservata non è sufficiente a rimediare lo sconcerto, l’alimento sia d’una porzione di fieno, e d’erba seminata, tritati insieme, e dipoi mescolati con semola datali mattina e sera, lasciandoli in libertà il giorno di restare nel capannone, o di andare in pastura, come più lor piace.

La malinconia o l’inappetenza, è un indizio quasi certo di malattia che sovrasta: onde è d’uopo correre al riparo con dare un preservativo a quelli che ne soffrono, subito che il custode s’accorge che ne sono attaccati, con mettere nella trita sopraddetta una porzione di polvere d’antimonio della quale in appresso si farà la descrizione.

Non minor premura deve aversi di soccorrere i lattonzoli dal pregiudizio che apporta loro la mancanza del latte, per impedire che divengano ammalati, e così scansare di doversi prevalere dell’arte medica perchè è troppo fallace per mancanza di quella cognizione ch’è necessaria per conoscere la causa del male, e quale sia il rimedio ch’egli richiede, in specie in animali privi di ragione, e che sono incapaci d’indicarlo, e perchè ancor che l’una e l’altro sieno cogniti, non è possibile l’applicazione nei lattonzoli, a motivo dell’età loro troppo tenera, e negli adulti a motivo della selvatichezza e della loro indocilità, poichè obbigati a soffrirla per forza, lo strapazzo che questa cagionerebbe loro, sarebbe peggior del male.

Nè pigliano sbaglio sènza dubbio quei Custodi che non s’arrecano a separare il lattonzolo dalla madre sinché lo vedono puppare, perchè non sanno che il latte che seguita a dare la Cavalla pregna gl’ultimi quindici o venti giorni prima che lo perda affatto, non è più nutritivo, ma acquido e senza sostanza, pregiudiciale, e dannoso; e però smagrisce, e va a male il lattonzolo, e allora indebolito dal già sofferto patimento, non è più in grado lo stomaco suo di resistere allo sconcerto che in esso cagiona la mutazione del cibo secco, per esser di troppo diversa qualità da quello del latte a cui è assuefatto, e che gli è connaturale in questa età.

Per prevenire dunque un tale inconveniente convien separare i lattonzoli dalla madre, prima che abbiano riportato il minimo pregiudizio, cioè prima ch’ella sia restata priva del latte di sostanza; e potrebbe riconoscersi da un esperto custode quando la madre s’avvicina al tempo di perderlo, dal computo di quando ella fu coperta dallo stallone; essendo a tutti noto che circa a quattro mesi prima del parto, suol restar mancante del latte; ma perchè non se ne può sapere il preciso tempo, in cui ella resta feconda, un tal computo è sottoposto ad essere fallace, ed anche sapendosi questo, può pigliarli sbaglio, poichè vi sono delle Cavalle che non lo perdono mai, e passano così senza intermittenza da una allevatura all’altra, ed lo più volte mi sono trovato a dover fare separare dalla madre il lattonzolo d’un’anno, che aveva sotto, nel giorno istesso ch’ella messe alla luce il nuovo, essendo la medesima grassa, fresca e abondante di latte, e i due lattonzoli egualmente grassi e in buon essere, quanto la madre.

Quindi è che il più accertato prognostico della perdita del latte, esente da ogni sbaglio, è quello d’osservare la maniera con la quale il lattonzolo puppa; poichè se egli inghiottisce andantemente a gola piena, certo è che la madre glie lo somministra abondantemente; e all’opposto opposto, quando è mancante lo dà a divedere l’affaticarsi ch’egli fa per tirarlo fuori e che ciò nonostante inghiottisce con stento, segno ch’è poca la materia che tira, e per conseguenza di poca, o punta sostanza, e di qui avviene che nonostate che puppino i Polledri smagriscano, e vanno a male, perchè un tal latte, se pure si può dir tale, è talmente snervato che non fa nutrimento alcuno, e scioglie loro il corpo in forma che si perdono: Onde sul dubbio, meglio è di privare il Polledro del latte qualche giorno avanti quando è anche fresco, che un giorno dopo quando ha cominciato a patire, tanto più che il patimento non dà subito nell’occhio, e quando apparisce, non può a meno che sia di qualche tempo; conviene pure separare dalla madre prima del tempo il lattonzolo, senza stare in dubbio, quando questa cada ammalata, per non correre il rischio di perdere e l’uno e l’altra, o che il primo resti malsano.

Non può mettersi in dubbio che i lattonzoli di recente spuppati siano i più pericolosi, ed i più sottoposti a cadere ammalati ed a perdersi, per la loro eccessiva delicatezza, e che se sono stati staccati dalla madre dopo aver patito, riesca loro più difficoltosa anche per questo capo la digestione del nuovo e meno opportuno cibo, stante l’indebolimento, ed allentamento delle fibre, cagionatoli dal patimento to soferto, e che per questo sopravvenga loro la diarea, come suol seguire, ed il sullevameto dei bachi che portano seco conseguenze funeste, se non si è a tempo di prevenirle con qualche preservativo che rimetta in sesto ed attività le parti sconcertate e rilassate, affinchè le operazioni interne possano essere eseguite in regola.

Perciò devono esser questi riguardati con più gelosia degli altri dall’intemperie dell’aria, tanto più se sono caduti ammalati, senza privargli contuttociò del vantaggio che alla salute loro apporta il respiro dell’aria viva, allorché questa non può esser loro di pregiudizio.

Sia il governo loro, mattina e sera, un misto di semola, con trita di fieno scelto, tagliato giovine, perchè sia di meno consistenza, e di più facile masticatura, e digestione, con tal porzione d’erba seminata che non possa cagionare, nè dare impulso allo scioglimento del corpo, com’è la sua intrinseca proprietà quando è tenera e non matura, e in supplemento della sostanza, e umido del latte, si dia a quei di complessione più debole dei beveroni di farina di grano, e ai più vegeti e vigorosi di farina d’orzo per mitigare l’eccessivo calore loro, e mai non manchi l’acqua negli abbeveratoj, perchè possano a loro talento cavarsi la sete che vien eccitata dal mangiar secco, affinchè l’umido dell’acqua corregga l’aridità del fieno, che dev’ essere il governo loro tra giorno.

Subito che si adattano a mangiare con gusto, senza quella difficoltà che mostrano prima, quando si conosca il bisogno, si dia loro per preservativo la polvere d’Antimonio che qui sotto sarà descritta, mescolata nella trita, o in porzione di semola, ma da principio in poca dose, perchè non vengano dall’ingrato odore suo disgustati, e a proporzione poi che si adattano a mangiarla, si vada crescendo la dose, a seconda del bisogno, che potrà dedurli dal profitto che vanno facendo, e dal ritardo di esso, e si continui a dargliela fino a tanto che non abbiano acquistato l’appetito, e che si veda che il nuovo cibo lor faccia prò, la qual cosa si conosce dall’ingrassare, ovvero dal mantenersi nell’istesso stato senza scapito, che allora si può desistere di dargliela, per ripigliarne l’uso, subito che si veda che vada scemando il profitto.

Deve questa darsi non solo a quegli che recentemente sono spuppati, per prevenire in essi le conseguenze, e disordini sopraddetti nello sconcerto che allo stomaco cagiona la mutazione del cibo, ma va data anche a tutti quelli che con l’inappetenza, la malinconìa, e lo smagrire danno a temere di qualche prossimo attacco alla salute, qualunque sia l’età loro, e la loro condizione, sì maschi che femine, piene, ne, vuote, o figliate, per tagliare la strada a qualunque pregiudizio che sovrasti loro.

Superato che sia lo sconcerto che cagiona la mutazione del cibo, ed accostumati a mangiar con piacere, e con profitto il nuovo, ed inoltrata vicino al suo termine la stagione pericolosa, e per conseguenza assicurati da non poter più soggiacere agl’inconvenienti della medesima, deve il custode rivoltare le sue mire e premure a minorare al possibile la spesa di quel governo, che di mano in mano si va rendendo inutile, non solo per il profitto che da questo si ritrae, ma anche perchè è d’uopo rimettergli insensibilmente a quello dell’erba naturale, a proporzione che questa va acquistando maturità e sostanza, e perdendo la facoltà di sciorre il corpo, per evitare al possibile l’incontro di una nuova pericolosa mutazione, allorché si dovranno rimettere alla pastura della campagna.

Però è d’uopo di scemare nella sopraddetta trita a poco per volta la semola, fino ad abbandonarla affatto, e dipoi con l’istesso metodo ancora il fieno, tanto che vi resti solamente l’erba seminata, già divenuta di maggior sostanza.

Devonsi allora tenere più tempo in pastura, e far loro mangiar dentro l’erba sopraddetta, perchè ripieni da questa non abbia forza l’erba tenera di campagna d’apportar loro nocumento, e la purga che lor cagiona produca loro il dovuto profitto; allora poi che anche questa ha presa la sua consistenza devono essere lasciati liberamente in campagna notte e giorno, e la premura del Custode deve ristringersi a far loro sempre sfiorire la miglior pastura, passandoli dall’una all’altra, prima delle altre partite, che così verranno dell’ultima perfezione e bravura, perchè lo stento, gli averà fatta la complessione forte e robusta, e la custodia gli avrà liberati da quel patimento che pregiudica loro.

I beveroni pure, e qualunque altra cosa, benché utile e avvantaggiosa, dovranno essere abbandonati subito che manca il bisogno, dovendosi sempre aver la mira d’impedire il solo sconcerto che cagiona danno, per tenersi lontani dal pericolo d’accostumargli ad una vita molle e delicata, come quella in cui si tengono le razze domestiche, per le ragioni di sopra addotte.

Polvere d’antimonio.

La polvere d’Antimonio mentovata altro non è, che un composto di egual porzione d’Antimonio, zolfo, e salnitro; ridotto in polvere il zolfo, si versa in un vaso di terra cotta, e si pone sopra d’un fuoco lento, dove si possa struggere senza infiammarsi, come facilmente seguirebbe quando il fuoco fosse più gagliardo, o il vaso fosse di metallo; nel zolfo poi così strutto e liquefatto si versa prima l’Antimonio similmente ridotto in polvere, e col mezzo d’una una spatola insieme si mescolano; indi lo stesso si pratica col salnitro, mescolate insieme queste tre polveri strutte, e liquefatte, si versa il composto sopra una pietra, o mattone a raffreddare ove li consolida; raffreddato e consolidato si pesta in un mortaio, finché sia ridotto in polvere, la quale passata per setaccio fine, è quella che col nome d’Antimonio si dà ai Cavalli per preservativo e per medicamento, secondo le occorrenze, mescolata con la biada, semola e con qualunque altra cosa che mangino, un poco inumidita avanti, perchè vi si possa attaccar sopra e non si disperdere.

Questa polvere da me provata non solo in moltissimi Cavalli, sì adulti, che di tenera età e vecchi, e nelle femine sode, pregne, e lattanti, ma anche nei Cani, e nei Cammelli femine e maschi, senza essere mai restato deluso, credo che sia anche più efficace, e di maggiore attività del fegato d’Antimonio a motivo della diversa preparazione che richiede l’aggiunta del zolfo, riputato pettorale, e una quantità maggiore di salnitro, è anche perchè l’evaporazione a fuoco lento non può cagionare quello svanimento, che deve fare il fuoco violento nella preparazione del fegato sopraddetto.

Solleysel nella sua opera intitolata le Parfait Mareschal, fa tali elogi del fegato d’antimonio, fino a dichiararlo la medicina universale di tutti i mali dei Cavalli, alla riserva solo dei frigidi, ed io che non meno di lui ho fatta anche di questo la prova, sono stato confermato nel sentimento suo dall’esperienza. Però credo opportuno di trascriverne qui la preparazione sua, a benefizio di chi non ha cognizione di quest’opera, o non ha il comodo di averla, perchè tutti possano prevalersi dell’una o dell’altro come più lor piace.

Foye d’Antimoine.

Prenez Antimoine crud fort èguillé six libres, pilez-le grossierement, prenez su salpestre de la seconde fonte quatre livres & demy; le blanc, & le refiné est trop violent & brule tout, pilez fort le salpestre, melez-le avec l’antimoine dans un pot de fer, ou mortier de fonte, en sorte que les deaux tiers du pot demeurent vuides, mettez-y le feu avec un tison de feu, ou mèche, d’abord que le feu a pris à la matiere, eloignez-vous du pot, parceque la fumée de l’antimoine dans le temps qu’il s’enflamme ne vaut rien; laissez boüillonner ensemble les matieres jusqu’a ce, que le tout soit refroidy; Il ne faut point d’autre feu pour cette preparation, que celuy que est autour de la mèche, pour enflammer les matieres.

Quand il serà refroidy ostez-le du mortier en le renversent, le foye sera au fond & le salpestre, qui ne sera pas enflammé sera a dessus joint avec les impuretés de l’antimoine, qu’on nomme scories, vous pourrez facilement separer les doux: Car le foye doit etre luisant, comme du verre, mais fort opaque brun, s’il est autrement il est mal fait, & s’il tire sur le feüille morte, il est brulé & n’est pas bon pour les chevaux.

Il ne faut point laver le foye d’antimoine; on lui oste beaucoup de sa vertu; pour les scories vous le garderez pour d’autres usages, particulierement pour les lavements: & par tout, ou vous trouverez dans ce livre que j’ordonne du policreste dans le lavements, vous povez substituer a la place du policreste la mesme quantité des scories, & assurement elles produiront un aussi bon effet & peut-etre meilleur, car les scories sont un veritable policreste, fait avec le soufre d’antimoine, & le nitre, mais outre cela les scories sont impregnées de quelque vertu de l’antimoine qui les fait agir plus efficacement, que le policreste ordinaire. Vous donnerez de ce foye en poudre fine deux onces l’avoine ou dans du son moüillé pendant un mois: il donnera bon appetit, & fera bien manger les degoutés, il tuera les vers, contribuera a la guerison des playes, du farcin, & de la gale, & pufiriera les sang desobstruant, & debouchant les conduits, il engraissera les chevaux, qui ne peuvent se restabilir, appaisera la toux, & donnera bonne baleine. L’effect de ce remede n’est pas sensible au cheval: il agit par insensible transpiration refraichissant par reactions les partes interieures, ne les purgeant aucunement; & si la medecine universelle des chevaux est dans quelque remede, elle est dans celuy-ci, hors dans les occasions, où il faut èchauffer; tous les jours son usage fait reconnoistre des nouvelles vertus, & proprietés.

On peut remarquer qu’il agit par insensible transpiration, en vojant etriller le cheval, qui en use, car il aura dans commencements plus de crasse, de moitiè, qu’il n’avoit auparavant, parce que l’usage de cet antimoine purifiant le sang, chasse au de hors par les pores du cuir les excrements de la troisieme coction, qui sont ces fuligines, ou vapeurs, qui corrompent le sang; & cette plus grande abondance de crasse, qui s’arreste sous le poil pendant l’usage du dit foye d’antimoine, & qu’il n’avoit pas au paravant, en est una marque asseurèe.

Onde da tutto questo rilevasi con sicurezza, che la polvere d’Antimonio preparata sì nell’una che nell’altra maniera è uno specifico per tutti i bisogni di una razza, ed un preservativo della salute del Cavalli, anche di stalla, di maggior utile, e profitto dell’erba, che secondo l’inveterato costume si suol dar loro a questo effetto; poichè operando ella per insensibile traspirazione, e per reazione, invece di apportar disturbo alle parti interne, loro viene ad accrescere forza ed attività, in forma che nel tempo ch’ella è messa in opera agiscono con maggior vigore ed effetto, senza cagionare alcuno sconcerto, nè la minima alterazione al sistema ed ordine di natura; dal che depende, e la salute, e la preservazione dalle malattie; all’opposto l’erba non solo cagiona sconcerto, e confusione nello stomaco nel principio che la mangiano, ma bene spesso anche disordine nella digestione, e pregiudizio alla salute, in vece dell’ideato e supposto vantaggio, come l’esperienza lo dà a conoscere, e ciò segue a motivo di essere un cibo del tutto diverso dall’ordinario.

Passati i pericoli dell’inverno, altri s’incontrano nell’erba tenera della primavera, perchè essendo questa di poco nutrimento è molto purgativa, quanto è giovevole e vantaggiosi a quel bestiame ch’è in tuono, e che ha bastante forza per poter resistere alla purga sua (poiché questa lo libera da tutti quei cattivi umori, che nel corso dell’inverno sono stati prodotti in esso dal cibo meno proprio, del quale hanno dovuto più o meno nutrirsi) altrettanto è nociva per le medesime ragioni a quello che si è per la debolezza reso incapace di potervi resistere; poichè restando privo di nutrimento quando più ne ha di bisogno, cresce in esso quella debolezza che lo fa soccombere alla medesima; per dar riparo a un tale sconcerto convien separare questi da quelle partite, nelle quali si ritrovano per supplire col governo, ma di metterlo in pastura, a quell’insufficienza di nutrimento dell’erba tenera che apporta pregiudizio senza lasciare di profittare dell’avvantaggio che porta la purga necessaria in essi, anche più degli altri, come lo dà a divedere l’impressione maggiore che ha fatto nei medesimi l’incomodo sofferto nell’inverno, per prevenire le conseguenze che porterebbero seco gli umori nocivi non evacuati; si tengano dunque anche questi dentro, come si è detto della gioventù tenera, a quel governo ch’è loro necessario di trita di fieno, e di erba seminata, mescolata con semola, o d’erba sola seminata già venuta in sostanza più o meno, a seconda che si conosce il bisogno particolare loro, e solo quando è asciutta la guazza si mettano in pastura, ritirandoli dentro la sera per poter loro dare il governo sopraddetto, e durando così sinché l’erba di campagna, non ha perduta la facoltà purgativa.

E se nonostante questa precauzione vi resta alcuno bisognoso d’assistenza, segno evidente è che ha qualche particolare imperfezione interna: onde conviene ricorrere al preservativo, e rimedio della polvere d’Antimonio con ritirarlo dentro all’ora del meriggio, che il bestiame sta in riposo senza pasturare, per dar tempo al cibo che faccia la sua digestione, dargliela in una adequata porzione di semola che così non li viene interrotta la pastura, e mangiata che l’abbia, rimetterlo nella sua libertà primiera, continuando così fino a tanto che non si vegga la sua salute posta in sicuro da ogni pericolo.

Tutto ciò devesi praticare anche in tutte le altre stagioni, quando si riducono in tale stato, subito che si comincia a vedere il deterioramento, senza aspettare che siano caduti ammalati.

Dall’avere osservato che il siero, o sia linfa del sangue dei Cavalli magri, che stentano a pigliar carne (ancorché ben governati) raffreddato che sia, è sempre cotennoso, ed estremamente resistente al taglio, e difficile a risciogliersi, e tal volta si mantiene così condensato dei giorni, senza fare una goccia d’umido, quando quello dei graffi appena rappreso gentilmente, poco tempo dopo da se li riscioglie, sono venuto in cognizione che per assottigliarlo perchè possa fare il suo corso liberamente, ottimo rimedio è il far mangiare a tali Cavalli la semola, o la biada inumidita con acqua salata, o con acqua di mare, ch’è più efficace, per più giorni, o per dir meglio finché non si è ottenuto l’intento, quando con la cavata preventiva di sangue si è venuto in cognizione di tal consistenza che minaccia sconcerto nella salute; il pigliar carne è una riprova sicura che l’acqua salata produce l’effetto desiderato, e quando li si ricavi, si potrà ciò riconoscere anche col fatto: onde lo tal caso può il custode prevalersi di questa, in vece della polvere d’Antimonio, perch’è più pronta, e di meno spesa, in specie quando si abbia si comodo dell’acqua di mare; se poi lo smagrimento è cagionato da ostruzioni formate, non ha meno attività di scioglierle della polvere d’Antimonio, quella del ferro limato, come l’esperienza mi ha fatto toccar con mano, e però anche questa può darsi ai Cavalli nella semola con profitto.

Della Merca.

Il mese d’Aprile, fuor d’ogni dubbio, è il tempo più opportuno per fare la Merca, la riforma, e la scelta delle Cavalle da destinarsi alli stalloni.

Il merco è un contrassegno che si fa nella ganascia, overo nella coscia, o nella spalla destra dei Cavalli, sì maschi che femine, con impiastri o acque caustiche, o sì vero con ferro infuocato per distinguere una razza dall’altra, ed insieme indicare la proprietà del padronato; e nelle razze selvatiche è molto opportuno anche per poter riconoscere, giustificare, e rintracciare rintracciare con più facilità quelli che s’allontanano dal branco, e vanno dispersi.

Ciascun padronato lo destina nella sua razza a suo talento; chi si serve d’una cifra, chi d’un numero, chi d’una Corona; taluno v’imprime l’arme propria, e finalmente chi la forma con la lettera iniziale del proprio nome; e non torna male che il merco della coscia indichi il padronato, e quello della spalla la qualità, e specie della razza; con l’impronta d’un C, si denota ch’è di razza corsiera, cioè da Carrozza: con un G. ch’è Ginetta vale a dire da sella: con S. I. B. ch’è di sangue Spagnuolo, Inglese, o Barbero.

Nelle razze accreditate il merco apporta di più il vantaggio, che non possano essere confuse con le altre, cogliendo ai sensali il modo di potere ingannare il compratore, con farli credere che un Cavallo d’una razza vile, e di poco valore, sia di razza distinta, e di pregio.

In quelle razze, dov’è il pericolo che qualche Cavallo si smarrisca, o sia trafugato dalla poca fedeltà del Custode, o per qualunque altra causa, è indispensabilmente necessario che sia mercata la gioventù nel terminar dell’anno.

Ma siccome l’impressione che deve fare il ferro infuocato non può succedere, se non si getta a terra quello che deve riceverla per legarlo in forma che nè punto nè poco si possa muovere nel sentirsi scottare, affinchè il merco non rimanga difettoso, così nel farlo è d’uopo di usare tutta la diligenza ed attenzione possibili perchè al medesimo non segua danno, o stroppiatura.

Perciò prima d’ogn’altra cosa devesi coprire di paglione, o di fieno tutto il terreno della mandria, dove devesi sare l’operazione, perchè cada sul morvido; indi approntata la lacciaia, ch’è quella corda lunga braccia venticinque, ad un capo della quale è fermato un anello tondo di ferro, in cui s’ infila l’altro capo per formare il cappio scorsoio, e questo si getta al collo del Polledro da un’adeguata distanza con destrezza, tanto quando sta fermo, che quando fugge, lasciando scorrere nell’istesso tempo che si getta, la fune che si ha raccolta in mano, quel tanto che fa d’uopo per arrivarlo, e con ritirarla a se subito che il cappio, entrato per la testa, va a cadere sul collo, egli resta preso, perchè il medesimo si serra immediatamente.

Approntata dunque la lacciaia, tirata, e preso il Polledro per il collo, se ne prenda allora un’altra e raddoppiata, si getti la parte di mezzo parimente sopra il collo, nel tempo che il Polledro lo stende in avanti per contrastare con quella, che lo tiene, informa che si possa ripigliare il capo di sotto al medesimo collo per infilare in esse il restante della corda raddoppiata, ed infilata che sia e scagliata tra le gambe di dietro, due garzoni ne piglino un capo per uno, ed accomodata ciascuno d’essi la sua corda alla pastoia del piede di dietro, che resta dalla sua parte vadano ambedue ad infilare il capo della corda che hanno in mano, nel cappio scorsojo che la medesima ha formato intorno al collo, e tornati in dietro tirino con forza verso di loro la medesima corda tanto che le anche siano obligate a ripiegarsi sotto la pancia, in forma che restino incapaci di poter più sostenere il peso della macchina: onde questo sia obligato, secondando adagio adagio la piega loro, a cascarli sopra senza far colpo alcuno, nella forma istessa che segue, allorché si colca da per se per prender riposo; e perchè ciò possa riuscire con più facilità e più presto, quegli che lo tengono davanti, nel tempo istesso che quelli di dietro li tirano le anche sotto, devono allentare la loro tenuta, tanto che possa dare addietro e maggiormente metter sotto le anche, perchè più presto restino prive d’attività di poterlo sostenere in piedi.

Caduto che sia, subito un garzone li metta le ginocchia sue sul collo, e presoli con le mani il muso glie lo tenga alto da terra, ed un altro di dietro gli agguanti la coda, e fattagliela passare tra le cosce glie la tenga ivi con forza, perchè non possa più agitarsi nè davanti, nè di dietro, e per impedire che non si faccia male agli occhi, nelli sforzi che fa per sottrarsi da tal suggezione: li si metta sotto al capo del fieno ad uso di guanciale; indi altro garzone li leghi insieme i piedi d’avanti, e dipoi tirato per forza quanto più si può il piede di dietro, agguantato per la pastora con l’istessa corda, con la quale ha legato i piedi d’avanti, e fattoli incrociare questo sopra i medesimi lo fermi, e dipoi faccia il simile all’altro piede di dietro, come si fa ai capretti quando si vogliono trasportare in qualche luogo, ed allora senza perdimento di tempo deve esserli applicato il merco, ripulito che sia stato prima da una specie di schiuma, che suol fare il ferro nello stare nel fuoco, e perchè possa ripulirsi meglio suole ungersi spesso nel rimettersi al fuoco con della sciugna liquefatta, in specie quando sono molti, quelli che devono esser mercati.

Nel tempo che il Polledro è in terra così legato, mercato elle sia, li si devono tagliare crini del collo e della coda, lasciando solo al fondo di questa una spazzola, perchè possa scacciarsi le mosche, ed i tafani dai quali non poco vien tormentalo il bestiame tutto nell’estate.

Quattro sono i vantaggi che dal taglio del crini, fatto in quest’età, si ricavano.

Primieramente, perchè nell’estate possano i sopraddetti vivere meno incomodati dal prudore in essi cagionato dalla forfora, che fra i crini si genera, poichè tagliati che questi siano, viene essa dalla guazza e dalle piogge in gran parte dilavata, e smaltita. In secondo luogo, perchè i medesimi crini prima, che i Polledri siano rimessi in stalla hanno tutto il tempo necessario per ricrescere più belli, e più forti, e però anche meno sottoposti a strapparsi quando sono sotto il pettine.

Il terzo, è l’utile che di essi si ricava con l’impiego loro dove occorre.

E finalmente, perchè restando il collo di essi privo, non poco giova a mettere in vista la proporzione e finezza dell’incollatura, e della testa, (ch’è la maggior prerogativa di risalto nei Cavalli) ed il difetto di essi; cognizione, che dà luogo all’emenda nei nascituri, con la riforma dell’uno, o dell’altro genitore, dal quale viene il difetto originato, o con un diverso accopiamento di essi, quando questo sia bastante a produrne la correzione; essendo sottoposto a sbaglio quel giudizio che si forma, quando resta coperta all’occhio la vera struttura di esse dai crini arruffati, e mal propri, come gli hanno sempre in quest’età i Polledri di razza salvatica.

S’ingannano, al parer mio, quelli che apprendono per troppo tormentosa l’azione del ferro infuocato che imprime il merco, e che si danno ad intendere che sia di troppo strapazzo il doverli gettare a terra; ma se faranno riflessione che non può seguire un’impressione visibile e stabile, senza che la parte resti macerata, poichè ogn’altra impressione superficiale non è durevole, e siccome una tal macerazione non può farsi senza dolore in parte sensitiva, e non potendoli negare che l’azione tormentosa che dura più tempo, riesca anche più fastidiosa, e di maggior incomodo al paziente, così facile li farà il comprendere che all’opposto del loro sentimento quella del caustico, perchè richiede il tempo di più giorni per compire l’esecuzione, dev’essere più tormentosa ed incomoda di quella del ferro infuocato, perchè improvvisa, subita, e momentanea.

E resteranno maggiormente convinti dello sbaglio, nel dovermi accordare che il potersi mercare in piedi non apporta utile, nè vantaggio alcuno, perchè il supposto strapazzo del gettarli a terra è del tutto ideale, e senza fondamento di ragione; poichè non può mettersi in dubbio che eseguita una tale azione, come sopra ho dimostrato nella maniera appunto che segue quando il Cavallo si getta in terra da se volontariamente per prender riposo, non può apportare il minimo pregiudizio nell’esterno suo, ed il violentarlo ad eseguir ciò per forza, senza il concorso della volontà che cagiona interna commozione ed agitazione nello spirito, porta seco vantaggio, in vece dell’ideatosi danno, e pregiudizio, perchè così si comincia di buon’ora a far conoscere ai Polledri l’obbligo che hanno di doversi adattare alla subordinazione dell’uomo . Non hanno meno paura dell’uomo i Polledri, di quella che hanno i ragazzi del maestro per timore che sia per far loro del male, che però quando lo sentono o lo vedono, fuggono, si nascondono, e scappano, quando possono farlo, e se a motivo delle carezze che da esso ne ricevono, perdano un tal sospetto, li pigliano il sopravvento, di maniera che ad ogni minima correzione li rispondono becco becco, ed i più risentiti e coraggiosi si rivoltano, quando egli minaccia di percuotergli come se la cosa fosse del pari, e non vi corresse differenza alcuna tra di loro; ma se da esso sono castigati in forma, che siano obbligati a riconoscere la sua autorità e superiorità, e di non poter con esso competere, il sospetto si cangia nell’animo loro in timore del castigo, che gli obbliga alla sommissione, per sottrarsene, e le carezze che avevano loro fatto pigliare ardire sopra d’esse, fatte loro in questo tempo cangiano di natura ed in vece dell’animosità, promuovono nel loro interno la gratitudine verso di lui, e l’affetto; poichè arrivano così a capire che il castigo non viene dato loro dal maestro per puro capriccio come si supponevano, ma solo perchè eglino stessi li vanno incontro, e se lo procacciano col mancare al loro obbligo nello sfuggire la dovuta summissione, e restano convinti ch’è in loro balia l’essere accarezati, o gastigati; e però divengono docili, e pronti a far tutto; così segue appunto nei Polledri di tenera età, i quali hanno sospetto dell’uomo da principio, perchè credono che sia per strapazzargli e far loro del male; assicurati poi dalle carezze che non è così, i maligni ed i più coraggiosi e superbi, pigliano ardire, e ricusano la subordinazione, e se il Cavallerizzo non sa obbligarceli, in forma, che conoscano l’impossibilità di poter competer seco, e se riesce loro con la vittoria d’aver luogo di lusingarsi di potersene esimere, pigliano il sopravento, e difficilmente si può ottenere da essi quella docilità che si vuole esigere, e per questo molti vengono rigettati per incorreggibili; e quando si arrivi ad ottenere l’intento, ciò non segue, che dopo lungo tempo di contrasto, e con tutto questo non sono eglino mai di quell’esatta obbedienza ch’è necessaria, perchè mancando loro il raziocinio non ha luogo la ragione di convincerli, e non vi è che la forza, che possa loro incuter quel timore che in vece della ragione gli mette in dovere; e però altrettanto è di vantaggio, che la prima volta che fanno prova della loro forza e coraggio, per esimersi dalla subordinazione dell’uomo, restino convinti della loro insufficienza a potervi riuscire, quanto e dannoso e di pregiudizio che ottengano con la vittoria il loro intento; perchè incoraggiati da un tal lusinghevole successo non così facilmente in avvenire si danno per vinti, allorch’è d’uopo di obbligaceli in età più avanzata, perchè essendo dotati di maggior coraggio e forza, sono meno sottoposti a perdersi d’animo, e però molto opportuno è che una tal prova segua in quest’età sì tenera, incapace di poter fare resistenza.

Della Riforma.

Il numero che forma tutto il corpo della razza, deve esser correlativo all’estensione della pastura assegnatasi, perchè l’eccesso di esso fa perire quegli che vi sono di più, ed il minore di quello che la medesima pastura può nutrire, fa perdere il frutto maggior che si potrebbe da essa ricavare; deve dunque a tal fine il direttore di essa por riparo a tale sconcerto con la riforma delle Cavalle di soprannumero, togliendo via dal branco primieramente tutte quelle nelle quali si è scoperto qualche difetto ereditario, sì di spirito che di corpo, e le sterili, e quelle che non allevano bene per scarsezza o mancanza di latte, e dipoi quelle che hanno passata l’età, capace di formare dei buoni allievi, o che i prodotti delle quali degenerano, e tutte quelle che terminati i quattr’anni, che avanzano alla scelta fatta, rimpiazzate quelle che sono morte dentro l’anno, e le riformate, e devonsi riformare nella gioventù, quelle che vengono stentate, e che si conosce che non sono capaci di formarsi col crescere dell’età, come dovrebbero fare.

Eseguita tal riforma si faccia un branco da per se, e si mandi in pastura separata, per scaricare, e lasciare libera quella, dove devesi fare la monta, affinchè possa rivestirsi d’erba per poter supplire al bisogno a suo tempo; ed a quest’effetto si faccia passare in altro luogo anche tutta la gioventù, perchè possano restar libere da ogn’impaccio, quelle che devono essere incamerate con gli stalloni.

Fatta la merca, e la riforma convien far la scelta delle Cavalle che devono andar sotto lo stallone, per formare a ciascheduno la sua camerata, a seconda che richiede la specifica qualità loro, con la regola e metodo indicato nel Capitolo antecedente a questo, perchè giunto il mese di Maggio possa il custode, separate le Cavalle pregne, assegnar le sode al suo respettivo stallone, nel modo divisato di sopra, e di mano in mano che le altre figliano, andare accrescendo loro la camerata, fino all’intero compimento. In questo tempo cade anche la raccolta del fieno.

Terminato poi quello della monta, con il terminare la stagione della primavera, o quel più ch’è necessario, quando si vede che le Cavalle non sono anche sodisfatte, e che li stalloni seguitano a operare, si mandino gli stalloni che devono restare in campagna nel branco dei Polledri, e si ritirino in stalla quegli che devono tornare al loro servizio nelle loro respettive scuderie, e si tengano questi qualche giorno a erba e semola, per non li rimettere subito di punto in bianco al secco; dall’erba si facciano passare al fieno, con la solita semola, e dipoi si rimettano alla paglia, e biada, dopo aver loro allentata la vena, che così si scansa, o almeno si minora lo sconcerto che cagiona nello stomaco, e nella digestione la mutazione del cibo; e tornati a loro servizio, li si dia la polvere d’Antimonio per rinfrescargli, e garantire la salute loro da qualunque pregiudizio che possa aver loro apportato il sofferto incomodo, ed insieme per ripromuover loro l’appetito, che gli faccia ritornare in carne più presto.

Immediatamente che sono stati levati dalle Cavalle li stalloni, si passi a separare le figliate dalle sode, facendo due partite per rimettere il corpo della razza nell’istess’ordine, e regolamento in cui era prima dell’operazione della monta, e si mandino nella nuova pastura statali assegnata per la stagione dell’estate, e nel tempo istesso, avendo un tal comodo, si mandi il branco dei Poliedri in montagna.

Quando nella primavera cadono spesse ed opportune pioggie, l’erba del terreno secco, e arido, (come lo dev’esser quello delle razze) viene di tal sostanza nella fine di questa stagione, e nel principio della susseguente, che mangiata dal bestiame, cagiona in esse quel lo che chiamali anticuore, il quale fa cader morto all’improviso quello che è grasso ed in tuono.

Onde per por riparo a sì grand’inconveniente, è d’uopo che il custode subito che vede l’abondanza della pastura, divida il magro dal grasso, e faccia sfiorire e snervare al primo che ha bisogno di maggior governo la medesima, e dopo così snervata, vi faccia passare il secondo, al quale è di bastante nutrimento anche la poca che vi resta, e così si rimedia all’eccesso che cagiona quell’intemperanza da cui dipende lo sconcerto, e nell’istesso tempo si provede al bisogno dei magri, e di dannosa si fa divenire utile e di profitto.

Ma se non ostante tutta la diligenza usata qualcheduno viene attaccato da questo male (ciò che suol succedere a quelli di buona bocca, che mangiano più degli altri) è forza di ricorrere al rimedio del fuoco, per tagliar loro il corso prima che s’interni.

Suole l’anticuore attaccare le parti d’avanti più spesso che quelle di dietro; si conosce da un’enfiagione, che apparisce nel suo principio nell’esterno del collo, o nel petto, quale immediatamente s’interna verso il cuore, e giunta ad esso lo fa cader morto e però chiamasi anticuore; e quella che apparisce nelle parti di dietro, internata che sia dentro, fa perdere subito quella parte ch’è attaccata senza rimedio; si conosce anche dalla malinconia e dall’inappetenza quel Cavallo, che ne è attaccato; il suo rimedio è d’allentargli immediatamente la vena del colle della parte opposta, a quella ch’è aggravata, e con un ferro, in forma di coltello, nella sua punta infuocato fare una riga che circondi tutto l’intorno dell’enfiagione, per impedire che non si dilati, e dipoi nel mezzo di questo circolo si formi una croce, con due altre linee di fuoco, e nello spazio con dei bottoni o punte, che penetrino la pelle, si procuri per tutto un’abbondante evaporazione al di fuori, con ungere le cicatrici con della sciugna, perchè restino esenti dalla crosta che l’impedirebbe, ed è meglio il metterci, in vece di questa, un impiastro che abbia l’attività di tirare a se l’umor maligno, perchè possa con più facilità svaporare; se tal rimedio sarà applicato nel principio del male, prima che abbia preso possesso, egli non porterà pregiudizio alcuno all’animale, ma in caso diverso converrà ricorrerre ai medicamenti proposti nel Perfetto Marescalco di Solleysel, o nell’anotomia del Senatore Carlo Ruini; e quando prema che il segno che lascia la cicatrice del fuoco non deformi la parte, può farsi prima l’apertura, a seconda del pelo, con una lancetta, ed in questa dare il fuoco col ferro introdotto in un cannello di canna che impedisca, che i labbri della pelle possano esser lesi dal fuoco.

Inoltrata che sia la stagione dell’estate, allorché le piscine d’acqua piovana restano asciutte, si deve ripulire il loro fondo da tutte le feccie pregiudiciali, che ivi si sono formate, e fare il simile anche a quelle di polla, data la via all’acqua nella miglior maniera possibile, perchè dalle prime acque possano essere rinnovate.

Se la pastura è abondante d’acqua corrente, colla quale possa inondarsi il terreno, v’è chi si dà ad intendere che con questa si possa mantenere nella stagione d’estate l’erba fresca con ripromuovere con l’inondamento una nuova vegetazione nella radica sua, e nel seme da essa di recente caduto, ma l’esperienza con farmi toccar con mano, che il forzare con questo le radiche ad una nuova produzione, le snerva inutilmente, perchè l’erba che nasce non avendo tempo di pigliar sostanza è sciapita, e però vien ricusata, ed abbandonata dal bestiame: e quella che proviene dal seme caduto non è appena nata, ch’è bruciata subito dall’eccessivo calor del sole, assieme con le barbe ch’egli ha gettate, per essere tanto l’una che le altre troppo deboli per poterli resistere, onde in vece d’apportar profitto, e quel sollievo che uno s’idea al bestiame, apporta danno, poichè lo sforzo cagionato alle radiche dalla replicata, forzata, e intempestiva produzione, ed il nocumento sofferto dalle tenere barbe del seme, a motivo della medesima, non può a meno che abbia in essi cagionato uno sforzamento tale, che gli abbia resi incapaci di poter rendere il dovuto frutto nella nuova stagione, e che per conseguenza questa debba essere per la parte loro mancante di tal necessario prodotto; onde io non posso arrecarmi a consigliar nessuno di prevalersi di questo comodo in terreno secco e arido, se non congiuntura di dover promuovere la vegetazione dell’autunno, quando mancano le necessarie pioggie nel mese di settembre, per far che l’inondazione supplisca alle loro veci, ancorché la creda opportuna anche nel sopraddetto tempo in terreno grasso e fertile di natura, per il nutrimento delle vacche lattanti di cascina; perchè l’umido naturale, o sia grassezza di questo terreno resiste, e mitiga il calor del sole, ciò che non puol fare il secco ed arido di natura, e però in questo l’erba vi granisce, e piglia sostanza, ed all’opposto nell’altro, per mancanza dell’umor nutritivo della terra, resta il prodotto suo in questo tempo insipido, perchè è privo di quel sugo che gli da il sapore, e la virtù nutritiva.

Quando cade al suo tempo la pioggia nel mese di Settembre, e che va asciutto quello d’Ottobre, il terreno riposato e rinvigorito dal calore dell’estate, appena ch’è inumidito, somministra l’umor vegetativo alle radiche dell’erba, e al seme che deve nascere, e viene rivestito di tale abbondanza di pastura, ch’è sufficiente a supplire anche al bisogno dell’inverno, perchè divenuta in sostanza prima che seguano le brinate, resiste alle medesime senza ricevere nocumento; ma all’opposto quando la pioggia indugia a cadere nel fine del mese d’Ottobre o di Novembre, l’erba che nasce, essendo troppo gentile e debole, allorché sopravengono le brinate, riceve da queste tal pregiudizio, che gran parte di essa va a male, e però il terreno resta privo della necessaria pastura; quindi è che il bestiame deve essere soccorso col fieno, e però quello ch’è mancante di esso perisce.

Nell’Autunno devono essere riscavati tutti quelli scoli che si sono ripieni, perchè l’acqua possa avere il suo corso, e lasciare libera la pastura, e nella primavera, è d’uopo che stano per l’istessa ragione ripuliti dall’erba, che glie lo rattiene.

Cade nel fin’dell’anno la rassegna della razza, vale a dire nel fine di Decembre, perchè possano esser saldati i libri, e reso conto dai Ministri a chi si aspetta di tutto ciò ch’è seguito in esse:

Se la stagione si mantiene dolce, si può indugiare fino a questo tempo a far passare le partite che compongono il corpo nella pastura destinata per l’inverno, ma quando segua diversamente, è d’uopo che il cambiamento di pastura preceda la rassegna perchè questa non deve farsi che alla fine dell’anno, come si è detto, e molto più il ritiro degli stalloni, e dei Polledri di tre anni e mezzo, che convien rimettere in stalla in questo tempo; i primi per garantirli dall’intemperie dell’aria dell’inverno, perchè nella primavera possano trovarsi lo stato di poter fare la loro funzione, ed i secondi per domargli, affinchè nella medesima possano mandarsi nelle respettive loro scuderie.

Essendo regola generale d’impedir loro sempre il patimento, così conviene aver l’avvertenza di mettere in esecuzione il rimedio, prima che abbiano sofferto il minimo incomodo; quindi è che quelle precauzioni che si pigliano per prevenire l’inconveniente che sovrasta, è forza che siano messe in opera per tempo: Onde qualche giorno prima che cominci a inrigidire l’aria, deve seguire il passaggio della razza nella pastura da inverno, e la rimessa degli stalloni e Polledri in stalla, perchè vi entrino freschi, ed in forza, alfine che possano superare con più facilità l’incomodo che non può a meno d’apportar loro la diversità del cibo, essendo di gran pregiudizio, che questa succeda in quelli che hanno patito e sono divenuti magri, e che per conseguenza hanno bisognò di ristoro, poichè un tal nuovo disturbo nello stomaco, essendo del tutto opposto a quello che richiedono, non poco pregiudica alla salute, ed in vece di risarcire il danno sofferto, vien loro dal medesimo accresciuto: onde stentano per questo più degli altri a riaversi, se pure non cadono ammalati, e vanno a perdersi, se non hanno complessione assai forte e robusta, per poter resistere a sì gran sconcerto; e di qui avviene che cresce la perdita della gioventù tenera, ed in specie dei lattonzoli spuppati, quando si rimettano in questo stato; e però in questo caso tutti quelli che cominciano a smagrire di qualunque sorte siano, devono essere rimessi prima degli altri, senza riguardo alla stagione ancorché la campagna sia abbondante di pastura, quando si conosce che non profittano, essendo segno che hanno bisogno del preservativo dell’acqua salata, polvere d’Antimonio, o limatura di ferro come ho proposto a suo luogo E’ superfluo qui replicare quale sia il governo che devono aver gli stalloni ed i Polledri di rimessa in questo tempo, e quale sia la maniera che si deve tenere per far perdere a questi la selvatichezza per rendergli mansueti e docili, perchè dei primi si è dato contezza a suo luogo in quest’istesso trattato, e dei secondi l’ho fatto ad extensum nel Capitolo primo della parte seconda in quello dell’obbedienza del Cavallo a questo annesso.

Nell’inverno dev’esser cura e premura di chi s’aspetta, di far tagliare le macchie da profitto che sono venute in taglio, e dei pruni, e macchia bassa che nasce da se, e occupa la pastura affinchè questa sia sempre pulita, e abbon-|abbondante, e di far potare a suo tempo le siepi che separano una pastura dall’altra, perchè si possano mantener folte e impenetrabili; il risarcimento poi dei palancati, Fabbriche, e d’ogn’altro bisognevole d’ogni genere, nessuno eccettuato, conviene che sia fatto in tutti i tempi, e nel momento istesso che qualunque cosa si guasti con somma premura e diligenza, perchè mai possa mancare cosa alcuna che apporti disordine e sconcerto al sopraddetto indicato regolamento.

Per dar compimento intero a questi due miei trattati, sarebbe senza dubbio necessaria l’aggiunta d’un terzo che indicasse il modo di ferrare i Cavalli e quello di medicargli quando cadono ammalati; ma siccome quest’è un’impresa superiore al mio talento e fuori del mio assunto, ch’è solo di mettere in vista ciò che ho potuto scoprire, secondando le tracce della natura, che per anche non è renduto in cognizione ad altri, ed essendo a ciò stato supplito ad extensum e compitamente dal senator Carlo Ruini con la sua Anotomia stampata in Bologna l’anno 1618. e da Solleysel col suo Perfetto Marescalco ristampato per la quinta volta in Parigi (che è il più corretto, ed il più ampliato di tutti quelli che a me sono noti) nell’anno 1680.; così inutile sarebbe stata ogni mia fatica, perchè non averci potuto dire di più di quello che hanno detto questi due insigni Autori oltre molti altri che sopra l’istesso soggetto con applauso universale hanno scritto; quindi è che potendosi da chiunque aver ricorso ai sopraddetti autori nel suo bisogno, non resta dalla mia mancanza apportato pregiudizio alcuno in questo genere al pubblico.

Non credo mal’a proposito di dar termine a questo mio trattato con esporre al pubblico diversi casi particolari che ho veduto succedere nell’osservare gli andamenti della natura, tanto più che non mi è ignoto qual sia la difficoltà che s’incontra d’indurre a cambiar sentimento, chi da lungo tempo ne ha adottato uno diverso, quando è appoggiato all’opinione comune, poichè alcuni di questi servir potranno di conferma e di riprova, di quanto ho detto contro l’opinione universale; ed altri potranno servir di lume alle ricerche dei filosofi, e di divertimento agl’amanti delle novità.


Casi che provano ch’è falsa l’opinione, che il rifiuto che fa la cavalla dello Stallone sia segno d’esser pregna, e che essendo in questyo stato non lo riceva, e che insieme mettono in vista qual sia il rischio che si corre nel dar lo Stallone a mano.

Il dì 22. Aprile 1742. Dato lo stallone alla Cavalla chiamata Portalance Baja, ch’era in caldo, benché fosse pregna, senza che si sapesse, si lasciò coprire dal medesimo tre volte nel sopraddetto giorno, essendo ambedue in campagna sciolti, ed il dì 15. Agosto susseguente figliò.

Il dì 2. e 3. Maggio dell’anno 1754. riconosciuta dal Cavallo a prova, che la Cavalla Bell’Infante Baia era venuta in amore, fu fatta coprire dallo stallone destinatoli a mano nei sopraddetti due giorni quattro volte, una la mattina, ed una la sera, e ricusato ch’ebbe dipoi lo stallone fu rimessa assieme seco in campagna sciolta in piena libertà, e ciò non ostante non fu più coperta, e il dì del giugno susseguente si sgravò d’una lattonzola sana, e fresca.

Il dì 15. Maggio 1739. Dato lo stallone a mano alla Cavalla chiamata Senza Fede, Morella, perchè non aveva segno alcuno d’esser pregna, sceso ch’egli fu abortì d’un maschio della grossezza d’un grosso topo; seguitò ciò non ostante a lasciarsi coprire dal medesimo infruttuosamente.

Il dì 8. Aprile 1747. Coperta a mano la Sargentina Morella da un somaro, essendo in caldo, due volte, in capo a sei giorni abortì d’un lattonzolo, che fu giudicato essere d’otto mesi.


Casi che provano esser falsa l’opinione che debbasi aspettare che le cavalle siano d’età matura prima di sottoporle allo Stallone.

Il dì 4. Giugno la Stacca-Baia chiamata Fioretta (diconsi stacche le Cavalle giovani che non sono annomate, perchè non si dà loro il nome che di quattr’anni, quando si danno la prima volta allo stallone) prese da se in campagna di tre anni lo stallone onde l’anno dopo il sopraddetto giorno che aveva quattr’anni si sgravò d’un parto doppio, cioè d’una femina morta e d’un maschio, che sopravvisse due ore senza ricevere nocumento, di maniera, che se le fece allevare altro lattonzolo, che si levò di sotto a una Cavalla che aveva poco latte, e fece l’allevatura a maraviglia bene.

Nelle vacche selvatiche che non portano che nove mesi, bene spesso vi sono di quelle che figliano di due anni, e che per conseguenza pigliano il Toro di un anno, ed in quelle di Cascina che hanno maggior governo e assistenza segue questo caso spessissimo, come io ho veduto con i miei occhi, ciò che prova che non può darsi regola alla natura, come da alcuno presumesi, ma ch’è forza di secondar le sue tracce per non s’ingannare.

Casi che provano la gelosia de’ Cavalli.


L’anno mille settecento quarantuno convenne levare dalla camerata dello stallone sciolto in campagna la Cavalla Bell’Infante Falba, perchè non permetteva a forza di calci e di morfi che questo s’accostasse ad altre Cavalle, e tenuta dieci giorni lontana da esso, e rimessa dipoi nella sopraddetta camerata fece l’istesso, e l’anno dopo figliò.

Questo è un caso che segue continuamente quando si danno li stalloni sciolti in campagna, ed è quello che obbliga i custodi ad invigilare per impedire gli sconcerti con separar dal branco tali Cavalle, dopo che sono siate montate per tutto il tempo che lo stallone ha di bisogno per coprire anche l’altre, e deve solo rimetterle in camerata, quando tutte sono restate sodisfatte; l’antipatia si è provata abbastanza al suo luogo; ond’è superfluo qui addurne prove maggiori con altri casi di fatto.


Casi che meritano l’attenzione dei Filosofi, e che saranno di soddisfazione agli amanti delle novità.


A dì 23. Aprile 1741. cascò morta la Cercaselve B. S. ch’era in campagna con lo stallone, e fattala sparare si trovò aver il budello dell’ano strappato, onde si venne in cognizione, che lo stallone aveva sbagliato vaso; e questa fu la causa della sua morte improvisa.

L’anno 1741. il Cavallo Sultano stallone ritirato in stalla, nel tempo ch’era alla monta in campagna, si conobbe che gli era venuta la scolazione, indi buttò diverse ulcere lungo la verga, e per quanta diligenza si usasse non si potè impedire che smagrisse, e si andasse sfacendo dopo gli enfiò il pisciorale e la pancia, e l’enfiagione andata serpeggiando per tutta la vita si andò a fermare nelle gambe d’avanti restando libero in tutte le altre parti, senza però che la scolazione li cessasse, ancorché moderata alquanto, fu presa la risoluzione di mandarlo all’acque minerali, assieme con un altro che pativa di stiramenti di nervi pure nelle gambe d’avanti; appena egli entrò nel bagno restò quasi del tutto disenfiato e nella seconda bagnatura anche migliorò; ma dopo la terza tornato nella stalla restò attrappito senza potersi più muovere, e dopo tre giorni morì, e fattolo aprire li si trovarono i nervi delle gambe d’avanti marciti, avendo le viscere, il cuore, il fegato, ed il polmone sanissimi, e all’opposto l’altro che per quindici giorni fu bagnato mattina e giorno restò perfettamente guarito.

L’anno 1740. Peppoli Morello stallone, essendo in stalla si messe a rignare, e si armò, e restò incordato, di maniera che cominciò subito a tremare e gettarsi in terra, ed applicatili i medicamenti opportuni, si trovò nonostante poco dopo allentato, e con le budella sostenute dalla borsa, le quali li furono subito rimesse al suo luogo, ed essendogli stati fatti i medicamenti necessari guarì perfettamente, di maniera che l’anno dopo rifece la sua funzione ed impregnò molte Cavalle, e solo li restò difficoltà di respiro, ma questo non l’impedì di seguitare a servir di stallone.

L’anno 1743. il 17. di Maggio nel branco dei Polledri ne morì uno chiamato Traccagnino Bajio, al quale si trovò il cuore di smisurata grandezza, perchè non era meno di mezzo braccio di larghezza da tutte le parti, pieno di siero accagliato, e la grossezza che circondava il vuoto, si trovò di circa tre dita di sostanza; nè se ne potè rintracciare quale potesse essere stata la causa.

Il dì 26. Aprile 1747. le stallone chiamato Tigre perchè era tigrato, essendo in campagna che correva dietro a una delle sue Cavalle, armato per montarla, nell’istesso tempo si fermò tutt’a un tratto, e cominciò a tremare e traballare, ed indi cascò morto in terra, e sparato non si trovò niente di guasto, e non era nè pure incordato.

Il dì 30. Maggio 1749. morì lo stallone Asiatico Turco, in campagna, in tempo della monta, ed apertolo si trovò che gli era scoppiato il budello grosso.

Il dì 30. Aprile 1758. Aquilone Barbero stallone, essendo in campagna con la sua camerata fu trovato con una enfiagione, che li pigliava tutta la testa, e tutto il collo, e si vidde che la medesima era piena di vento, si fece perciò lancettare, e per tutto alla lancettata sventava, ma siccome subito si riserravano i fori fatti, così convenne fargli cinque lacci, due alle parti del collo, due alle spalle, ed uno al petto, e dopo due giorni svanì l’enfiagione, e sei giorni dipoi, si rimesse in campagna al suo uffizio.

L’anno 1752. era seguito l’istesso a Mascherino, Cavallo spagnuolo, ma questo lancettato che fu, e stropicciatali la testa e il collo con aceto e sale, immediatamente restò guarito.

Il dì 11. Agosto 1758. Morì la Cavalla detta Burattina, che aveva sotto una lattonzola mula, benché ella avesse l’età di 21. anni. Restata senza madre la muletta, si messe intorno alla Sargentina, Cavalla di riforma, di cui non s’era trovato esito, perchè erano dodici anni che non figliava, ed allora ne aveva ventiquattro, ma siccome questa era di compagnia di sua madre, s’adattò a lasciarsi puppare, e da questo venne, che non ostante le sopraddette critiche circostanze, con stupor di tutti, le venne il latte di tal consistenza, che non solo fu bastante a liberare dalla morte la muletta, ma a ingrassarla, ed a riaverla dallo stento sofferto per tutto quel tempo che restò senza latte, perchè questo non venne alla balia che dopo dei giorni, ed ella fu costretta a campare con quel poco di nutrimento che riceveva dall’erba, che strappala coi denti, in tempo che la campagna era spogliata; e però patisce in questo anche il bestiame grosso; feci fare dai professori l’esame del latte, e si trovò di quella consistenza che si poteva desiderare in Cavalla giovane, ciò che fu comprovato dall’effetto, perchè l’allievo venne con tal prosperità, che giunto il tempo della vendita ebbe l’istesso credito degli altri, e però nel mese d’ottobre fu venduta alla Fiera de’Impruneta, assieme con la balia che l’allattava.

Tutti sopraddetti casi assieme con molti altri che ho stimato bene di tralasciare per brevità, sono registrati in un libro a parte dal computista della razza di Toscana della Maestà Sua Imperiale, intitolato annotazioni delle cose, ed accidenti particolari, che seguiranno nella Razza. ec.

Altro caso finalmente non meno sorprendente venne a mia notizia per relazione fattami da persona degna di fede; ed è che ad un contadino d’un affittuario aveva avuto da una sua Cavalla in occasione d’aver fatto un parto doppio due lattonzoli di diversa specie, cioè un Mulo, ed un Cavallo nell’istesso tempo; ma non ostante, che lo avessi tutta la sicurezza, che il relatore non fosse capace di dire una cosa per un altra, tanto più che asseriva d’averlo visto con i propri occhi, ebbi la curiosità e premura d’essere informato anche delle circostanze, e dell’origine; e però spedii subito a chiamare il sopraddetto contadino per avere da lui una più esatta e circostanziata informazione: e perchè questi non era in casa quando v’arrivò il mio mandato, nel domandare che fece questi alla sua gente, s’era vero, che li fosse successo il caso sopraddetto non solo li su affermato da tutti, ma li fu insegnato anche quello che aveva fatta coprire la Cavalla, quale mi fu di più condotto, in vece del contadino; interrogato questo da me di come mai li potesse esser ciò successo, mi rispose con somma pace, che non mi facesse specie, perchè era cosa che succedeva, e che a lui tre volte era accaduto, che le Cavalle da lui fatte coprire avessero figliato a doppio, con i lattonzoli di specie diversa, e la ragione era, che alle Cavalle di quei contadini, ai quali non premeva aver Cavallo, o Mulo, le dava il Cavallo, e l’Asino nell’istesso tempo, uno dopo l’altro, per impicciarsi più presto, e per poter da’ suoi stalloni tirar più profitto, essendo questo il suo mestiere, e da ciò accidentalmente sono successi i casi sopraddetti senz’altra opera sua.

FINE.

ERRATA CORRIGE
Pag. lin.
40. 18. della dalla
79.. 3. a che e che
119. 1. l’incomodo incomodo
157.. 30. al pilieri ai pilieri
171. 23. e capito capito
315. 24. dalli delli
319. 29. quello di quello
365. 30. fecero facevo

Note