Utente:Alex brollo/Salgari1

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


[p. 5 modifica]

I NAVIGANTI DELLA MELORIA




I.

Una pesca straordinaria.


Una sera dell'Agosto del 1868, una di quelle barche da pesca che i marinai delle due sponde dell'Adriatico chiamano bragozzi, correva lentamente bordate dinanzi alla foce del Brenta e lungo il Lido di Sottomarina, quasi di fronte alla vecchia, ma ancor poderosa rocca di Brondolo.

Era una bella barca di discreto tonnellaggio, dalle forme assai arrotondate con due alberetti sostenenti due grandi vele colorite di rosso, come usano i pescatori chioggiotti e dalmati, ed un piccolo bompresso, che spiegava al vento un fiocco del pari dipinto.

A poppa era già stata gettata una di quelle lunghe reti, sorretta da larghi pezzi di sughero, adoperate specialmente dai chioggiotti, e che così di sovente vengono issate a bordo ripiene di pesci, essendo l'Adriatico ben più ricco del Tirreno, anzi forse il più popolato d'abitanti acquatici dell'intero Mediterraneo.

Il mare, tranquillo, anzi quasi terso come un cristallo, non poteva essere più favorevole per una buona pesca. La luna, che era allora sorta, lo faceva scintillare come se alle acque fossero mescolate miriadi di pagliuzze d'argento, luce tanto cara alle dorate ed alle triglie, le quali vengono alla superficie a godersela.

Il bragozzo, compiuta la bordata con molta lentezza, essendovi appena appena una leggera brezza, si era messo in panna di fronte alla punta settentrionale dell'isolotto di Bacucco, presso la foce del vecchio corso del Brenta. Era giunto il momento opportuno per ritirare le reti che dovevano già essere ben popolate di prigionieri.

Padron Vincenzo, che fino allora era rimasto alla ribolla del timone, [p. 6 modifica]fece cenno ai cinque marinai che stavano alle scotte delle vele di bracciare sottovento, poi legata la barra al frenello, si mise a gridare:

– A poppa, ragazzi!... La nottata sarà buona!...

Padron Vincenzo, comandante e ad un tempo armatore del bragozzo, era un bell'uomo di quarant'anni, dalle forme vigorose, con un collo da toro, con certe braccia da sfidare un atleta e la pelle assai abbronzata dal sole e dalla salsedine marina. Era un vero tipo di lupo di mare veneto, dai modi bruschi ma franchi, che sapeva il mestiere suo forse meglio del più vantato pescatore dell'intero Adriatico e che non aveva mai tremato a bordo del suo battello.

Come tutti i marinai veneti, aveva fatto dapprima il mozzo, poi era passato marinaio, quindi, raggranellata una sommetta a furia di grandi economie, s'era comperato quel bel bragozzo, preferendo pescare e correre l'avventura per conto proprio, anziché ai servigi degli altri.

Udendo quel comando, i cinque marinai si erano affrettati a portarsi a poppa.

Erano cinque giovanotti robusti e valenti come il loro padrone: quattro, delle spiagge venete; il quinto, invece, slavo.

Da tre anni si erano arruolati con padron Vincenzo, dividendo con lui le aspre fatiche della pesca ed i pericoli dell'infido elemento, senza aver mai avuto questioni, cosa piuttosto rara a bordo di quei piccoli velieri, specialmente quando vi entra qualche marinaio straniero.

L'immensa rete era perfettamente visibile. I piccoli gavitelli di sughero, spiccavano nettamente sui flutti argentei, come un immane serpente mollemente adagiato.

Poche vigorose bracciate e dei pesci dovevano ben venire a bordo: orate, triglie, sgombri, paganelli scevoli e fors'anche qualche bel tonno, da vendere, con buon profitto, a Chioggia od a Venezia.

– Forza, ragazzi!... – aveva gridato padron Vincenzo, rimboccandosi le maniche e mostrando due braccia muscolose. – La rete deve essere pesante.

I cinque marinai, schieratisi lungo la murata di babordo, avevano cominciato a ritirare le prime maglie, afferrando saldamente la gomena sostenente piccoli gavitelli di sughero, mentre padron Vincenzo, curvo sulla poppa, guardava sopra il bordo per giudicare, dallo scintillìo dei flutti e dall'agitarsi dell'acqua, se la preda era abbondante.

I marinai avevano già ritirate dieci braccia di rete, quando una esclamazione sfuggì ad uno di essi:

– Vorrei essere mangiato da un pescecane; ma dico, padron Vincenzo, che la pesca sarà tutt'altro che abbondante, questa notte!...

– Io credo che tu abbia ragione, Michele – disse il pescatore, mentre la sua fronte si aggrottava. – Pare impossibile; eppure, con una luna così splendida, il pesce manca qui!...

– Che qualche squalo lo abbia disturbato, padron Vincenzo?

– Non ne abbiamo veduto nemmeno uno prima del tramonto.

– Eppure la rete è vuota! – dissero gli altri marinai.

– Nulla ancora?

– No, padron Vincenzo – disse Michele. – Nemmeno una sardina!... [p. 7 modifica]

– La cosa mi sembra molto strana. Non sono trascorse ancora due settimane che qui abbiamo pescato, in poche ore, quattro bei quintali di pesce. Vi ricordate, ragazzi?

– Sfido io – disse un giovanotto, magro come un merluzzo. – Duecento sessanta lire prese in una sola notte!...

– Issate, ragazzi!

– È inutile, padron Vincenzo! Nemmeno una semplice orata, ma... oh!...

– Cosa succede?

Una salva di esclamazioni diverse fu la risposta.

– Corpo d'una pipa rotta!...

– Cosa abbiamo preso?

– Pesa come se vi fosse un capodoglio!...

– Per San Pietro in Nembo! Cos'è questo?

I cinque marinai si erano arrestati, guardandosi in volto. Avevano dato alla rete tre o quattro scosse poderose ma essa aveva resistito tenacemente ai loro sforzi, come se un peso enorme o qualche ostacolo l'avesse trattenuta in fondo al mare.

– Ohe! Ragazzi!... – esclamò padron Vincenzo. – Issate!...

– Non viene, padrone – disse Michele.

– Che abbiamo presi dei tonni?

– No, non è possibile! – esclamarono in coro i marinai.

– Non viene?

– No, padrone.

– Largo!... A me!...

Padron Vincenzo si curvò sulla murata, afferrò con ambe le mani la gomena, poi diede un potente strappo, gridando:

– Ohe!... Issa!...

I marinai lo secondarono con un accordo ammirabile: però la rete non cedette.

– Mille pescicani! – esclamò il padrone, stupito. – Che il diavolo vi abbia messe le corna?... Ohe!... Forza, ragazzi!...

– Padrone, strapperemo la rete – disse Michele, esitando.

– Non possiamo già lasciarla in mare per sempre.

– Sono milleduecento lire, padrone.

– Fossero anche quattromila, voglio la rete a bordo – rispose il lupo di mare. – Voglio vedere chi si è cacciato nelle maglie. Suppongo che non sarà una balena!... Forza, ragazzi!...

Una nuova e più potente strappata fu data, ma anche questa volta la rete non cedette. Pareva che un enorme ostacolo la rendesse estremamente pesante.

– Mille demoni! – gridò il lupo di mare, che cominciava a perdere la pazienza. – Come va questa faccenda? Vivaddio, noi la spunteremo, dovessi lasciare mezza rete in fondo al mare!...

– Non viene, padrone – disse Michele scuotendo il capo.

Il marinaio slavo alzò una mano, facendo segno di voler parlare.

Quel dalmata era il più vecchio di tutti, e perciò qualche volta veniva ascoltato anche da padron Vincenzo. [p. 8 modifica]

Era, si può dire, un gigante. Altissimo, robusto quanto un granatiere di Pomerania, biondo come la maggior parte dei suoi compatrioti, con certi occhi d'un azzurro profondo che avevano dei lampi d'acciaio che talvolta facevano una profonda impressione.

Tipo ruvido, del resto, violento, brutale, tollerato solamente per la sua forza straordinaria, assai apprezzata dal padrone, che era soprattutto un pescatore.

– Indovino, – disse, mentre i suoi compagni lo guardavano, aspettando che aprisse la bocca.

– E cos'è che indovini, Simone Storvik? – chiese padron Vincenzo, con aria beffarda. – Vorresti forse farmi credere che la rete s'è impegnata nelle corna del diavolo? Tu saresti capace di prestarvi fede.

– No, padrone – rispose lo slavo.

– Cosa vuoi dire, adunque?

– Che la rete si è imbrogliata nell'alberatura di qualche nave naufragata.

Padron Vincenzo scosse la testa, come persona che non presta molta fede, poi disse:

– Può essere.

– Bisogna mettere in opera l'argano, padrone – suggerì Michele.

– E la strapperemo!... Milleduecento lire!... Alla malora le navi che vengono a naufragare proprio sotto le coste!... Orsù, all'argano, giovanotti!... Speriamo di ricuperarne almeno buona parte.

Ad un suo cenno, i cinque marinai misero le manovelle all'argano, passarono la gomena attorno al tamburo, poi cominciarono a virare, facendo forza.

– Animo, ragazzi! – gridò padron Vincenzo, vedendo la rete a tendersi, mentre il piccolo veliero cominciava ad indietreggiare sotto la trazione dell'argano.

I cinque marinai si curvarono sulle manovelle e si misero a spingere con maggior vigore.

Ad un tratto la resistenza che fino allora opponeva la rete cedette, ed i marinai caddero l'uno sull'altro in avanti, mentre il tamburo, sotto l'ultima spinta, girava vertiginosamente.

– Alla malora! – urlarono in coro.

– O la rete s'è spezzata, o l'ostacolo è stato strappato – disse padron Vincenzo. – Ohe! Ragazzi! In piedi, per mille tuoni!...

I cinque marinai si erano slanciati verso poppa, ed avevano afferrata la rete con ambe le mani.

– Viene? – chiese il padrone.

– È un po' pesante però; l'ostacolo è stato vinto – rispose Michele.

– Che abbiamo strappate le corna al diavolo?... Cosa ne dici, Simone Storvik? – disse il padrone, guardando malignamente lo slavo.

– Lo si vedrà – rispose il gigante, alzando le spalle.

La rete non opponeva più resistenza, e veniva ritirata a bordo lestamente: però si sentiva che qualche cosa di pesante doveva esservi fra le ultime maglie. [p. 9 modifica]

I cinque marinai, impazienti di sapere di che cosa si trattava, lavoravano con lena febbrile. Anche padron Vincenzo aveva messo in opera i suoi poderosi muscoli, aiutandoli efficacemente.

Mentre continuavano a ritirare la rete, i sei uomini si scambiavano le loro supposizioni, le une più disparate delle altre.

– Che abbiamo pescata qualche àncora? – diceva Michele.

– Io dico invece che abbiamo preso qualche mostro marino – diceva Roberto, un bel giovanotto, bruno come un meridionale, dai baffetti nerissimi e dagli occhi ardenti.

– Ma no – disse Simone Storvik. – Io scommetterei che noi abbiamo un carico di morti entro la rete.

– Al diavolo i tuoi morti!...

– Tacete, pappagalli! – gridò padron Vincenzo. – Chiacchierate come una banda di oche!... Su, un buon colpo ancora, e vedremo cosa verrà a bordo. Mille tuoni!... Cosa si vede?

Padron Vincenzo si era curvato sul bordo, e guardava fisso l'acqua. Sotto la poppa, avvolta fra le maglie della rete, appariva una massa nera, non ancora ben definita, che non doveva essere però un pesce.

– Per San Pietro in Nembo! È una cassa da morto! – disse Simone Storvik.

– Vuoi lasciare in pace i tuoi morti, gigante pauroso! – esclamò il padrone. – Ohe! Issa ancora.

Con un'ultima strappata la rete uscì dall'acqua, mostrando agli sguardi stupiti dell'equipaggio una specie di forziere, il quale si era imbrogliato fra le maglie.

Un grido sfuggì ai cinque marinai:

– Un tesoro!...

Padron Vincenzo afferrò con ambe le mani la rete e trasse quella specie di cassa fino sulla murata. Allora, presala fra le braccia, non ostante il suo peso, la sollevò sopra il bordo, deponendola presso la barra del timone.

Tutti sei si erano curvati su quell'oggetto così stranamente pescato in fondo al mare, guardandolo cogli occhi ardenti, avendo tutti la speranza che si trattasse di qualche forziere pieno d'oro.

Era una cassa di forma quadrata, alta un mezzo metro, di quercia, con delle sculture all'ingiro, cerchiata in ferro, e arrobustita da numerose placche di acciaio.

Nessuna iscrizione all'esterno; invece molta ruggine sulle parti metalliche, specialmente sui cerchioni che, come si disse, erano di ferro. Il sale marino li aveva già intaccati fortemente, segno evidente che erano rimasti immersi lunghissimo tempo, forse moltissimi anni.

– Come è venuto a galla questo forziere? – si chiese padron Vincenzo. – Non comprendo come la rete abbia potuto prenderlo.

– La cosa è spiegabilissima, padrone – disse Michele. – Guardate qui, queste due piastre, che si sono un po' staccate; le maglie vi si sono imbrogliate e la cassa non si è più staccata.

– E la resistenza che opponeva? Come la spieghi tu? [p. 10 modifica]

– Forse la cassa si era incastrata fra due scogli o fra i rottami di qualche nave.

– Ammettiamolo – disse padron Vincenzo. – D'altronde a noi preme di sapere cosa contiene.

– Dell'oro certamente – dissero in coro i marinai.

– Hum!... Lo vedremo, giovanotti.

Guardò se si poteva aprirla senza squartarla, ma s'accorse subito che senza spezzare le cerniere non vi sarebbe mai riuscito.

– A me una scure – disse.

Michele andò a prenderne una e gliela porse.

Il vigoroso lupo di mare alzò la pesante arma e la lasciò cadere, con grande impeto, sopra una delle cerniere. Malgrado la violenza del colpo resistette.

– È solida come una rupe – disse il padrone. – Oh! Diamoci dentro!...

Dopo sei colpi, uno più poderoso dell'altro, la cerniera fu spezzata, ed il coperchio si spostò. Dieci braccia lo afferrarono e lo strapparono, spezzando gli arpioni.

I marinai si curvarono tutti insieme, guardando ansiosamente nell'interno.

Un grido di stupore uscì da tutti i petti.

Quella cassa ne conteneva un'altra, assai più piccola, di forma arrotondata, in acciaio e di spessore considerevole, a quanto sembrava. L'umidità, penetrata a poco a poco attraverso le pareti della prima, aveva ossidato il metallo, senza però corroderlo.

Padron Vincenzo aveva subito afferrato quel secondo forziere, ed aveva fatto una smorfia.

– Addio tesoro – aveva mormorato fra i denti. – Se questo forziere fosse pieno d'oro o d'argento, peserebbe il doppio.

– E dunque, padrone? – chiesero i cinque marinai con ansietà.

– Io credo, ragazzi, che farete bene a rinunciare fin d'ora alla speranza di diventare ricchi – rispose il lupo di mare. – Qui non troveremo nemmeno uno zecchino della vecchia repubblica.

– Che cosa conterrà? – chiese lo slavo coi denti stretti per la delusione.

– Che ne so io? Forse qualche documento.

– Credete che si possa aprire questo forziere?

– Hum!... Mi pare che sia tanto solido da sfidare un piccone. Sarà necessaria una buona lima.

– Bisogna aprirlo, padrone – disse Simone Storvik.

– Aprirlo? Provati.

– Forse che voi volete consegnarlo alla capitaneria di Chioggia?

– Tale è la mia intenzione.

– Voi non lo farete – disse lo slavo, con voce minacciosa.

– E perché? Speri ancora che vi sia un tesoro qui dentro?

– Che vi sia o no, la cassa ci appartiene, e l'apriremo noi.

– Lo vuoi? Prova a romperla, mio caro gigante – disse il padrone con voce beffarda. [p. 11 modifica]

Simone Storvik impugnò la scure, l'alzò, poi percosse il cofanetto là dove si scorgevano le cerniere. All'urto, la grossa lama mandò uno sprazzo di scintille, poi si scheggiò in tutta la sua lunghezza, senza aver intaccato il metallo della cassetta.

– Per San Pietro in Nembo! – gridò il gigante furibondo. – A me un'altra scure!

– Perderesti inutilmente il tuo tempo, – disse il padrone – e guasteresti tutte le scuri di bordo.

– Eppure bisogna aprirla.

– L'apriremo.

– Ed in mia presenza.

Padron Vincenzo s'avvicinò al gigante e scuotendolo ruvidamente, gli disse con voce irata:

– Slavo!... Cosa vuoi dire?...

– Che questo cofano può contenere un tesoro e che io voglio la mia parte, padron Vincenzo.

– E tu mi crederesti capace di defraudarti! Bada, gigante perché non ho paura di te, m'intendi, slavo! – gridò il lupo di mare scuotendolo furiosamente.

Poi volgendosi verso Michele che s'era collocato, assieme ai compagni, dietro allo slavo per atterrarlo al menomo atto di ribellione, gli disse:

– Nella mia cassa vi è qualche lima: tu Roberto va' a prenderla.

Il marinaio sparve pel boccaporto di poppa ed alcuni istanti dopo ritornava tenendo in mano due lime ancora quasi nuove. Padron Vincenzo le prese e le gettò sdegnosamente ai piedi dello slavo, dicendogli:

– Apri quella cassa.

Il gigante ebbe un istante di esitazione.

– Apri quella cassa! – ripeté il lupo di mare, con voce tuonante. – Qui comando io!...

Poi mentre lo slavo si curvava e raccoglieva le due lime, padron Vincenzo si sedette presso la ribolla del timone e caricata flemmaticamente la sua vecchia pipa l'accese e si mise a fumare, senza perdere un solo atto del gigante. [p. 12 modifica]

II.

Un documento misterioso.


Lo slavo, impugnata la lima più lunga, s'era messo al lavoro con accanimento feroce, facendola stridere fortemente contro l'acciaio del cofanetto. La speranza di trovare dentro il tesoro sognato, raddoppiava le forze, già erculee, di quell'uomo.

Le cerniere della cassetta, quantunque un po' rose dall'umidità salina, opponevano una tenace resistenza, essendo d'una robustezza eccezionale, però sotto gli incessanti sforzi di quei muscoli poderosi, non dovevano tardare a cedere.

I quattro marinai veneti, seduti all'intorno, assistevano al lavoro senza scambiare una parola, lasciando al compagno la cura di condurre a termine quella non facile impresa. D'altronde, al pari del loro padrone, non avevano gran fiducia sull'esistenza di un tesoro e perciò non si entusiasmavano. Tutt'al più ammettevano l'esistenza di qualche documento anticamente gettato in mare, chissà mai in seguito a quali circostanze. Dopo un quarto d'ora d'aspro lavoro, una delle due cerniere, segata dalla lima, cadeva spezzata.

Lo slavo si asciugò il sudore che gl'inondava la fronte poi senza guardare in viso nessuno, intaccò l'altra con crescente accanimento. Essendo questa più corrosa dai sali marini, cedette più presto.

Il gigante con un rapido gesto aveva strappato il coperchio ed aveva cacciato il viso dentro il cofano. Una rauca imprecazione gli sfuggì.

Padron Vincenzo e gli altri quattro marinai s'erano affrettati ad alzarsi. Come avevano previsto, quel cofano non conteneva alcun tesoro, però in fondo vi era un astuccio di pelle rossa, assai vecchia, a quanto pareva.

Padron Vincenzo lo aveva subito preso ed aperto.

Un rotolo di cartapecora, assai ingiallita dal tempo e forse da un po' d'umidità e legata da un filo dorato leggerissimo, era caduto al suolo.

– Cosa può contenere questa carta? – si chiese il lupo di mare.

– Il tesoro di Simone – disse Michele, ridendo.

– Vediamo! – esclamarono tutti.

Padron Vincenzo ruppe il filo e spiegò la pergamena.

Tutti gli s'erano affollati intorno, ma dobbiamo dire subito che nessuno capì nulla.

Quella carta conteneva molte righe, d'una scrittura assai grossa, un po' sbiadita dall'umidità penetrata pure entro il secondo cofano, poi [p. 13 modifica]più sotto vi erano tracciate parecchie linee che s'incurvavano leggermente alle due estremità, poi degli scacchetti e dei numeri. In fondo alla carta si vedeva un nome, scritto molto chiaro.

Padron Vincenzo ed i suoi marinai guardarono con viva curiosità quelle righe e quelle linee che volevano rappresentare senza dubbio qualche disegno, poi si guardarono in viso l'un l'altro, interrogandosi cogli sguardi.

– Chi ci capisce qualche cosa? – chiese il lupo di mare.

– È impossibile capire, – disse lo slavo, – poiché questo documento è scritto in greco.

– Cosa ne sai tu?

– Ho veduto ancora delle lettere scritte in quella lingua.

– Il nome però è scritto in lingua nostra – disse Michele, che sapeva leggere qualche po'.

– E cosa ci spiega? – chiese padron Vincenzo.

– Che questo documento è stato scritto da un certo Luigi Gottardi, capitano della repubblica genovese.

– Lo vedo, ma io vorrei sapere cosa significano queste righe.

– E quel disegno? – disse lo slavo.

– Si direbbe un canale – rispose padron Vincenzo, dopo averlo esaminato con maggior attenzione. – Che canale può essere?...

– Io credo d'indovinare – disse lo slavo.

– Parla.

– Scommetterei un mese della mia paga contro una galletta, che su questa pergamena vi sono le indicazioni necessarie per scoprire un tesoro.

– Al diavolo i tuoi tesori! – esclamò il lupo di mare.

– Cosa volete che indichi adunque?

– Io non lo so per ora, ma lo sapremo presto.

– E da chi?...

– Da qualcuno che sa il greco, giacché tu asserisci che questa scrittura è ellenica.

– Ma da chi? – insistette lo slavo.

– Dal medico di Sottomarina.

– Avete ragione, padrone – disse Michele. – Il signor Bandi deve sapere il greco.

– E molte altre cose ancora, mio caro – disse il padrone. – Si dice che sia uno scienziato di grande fama.

– E se anche riuscissimo a ciò non guasterà di certo le speranze di Simone. Il signor Bandi non vorrà partecipare alla scoperta del meraviglioso tesoro.

– Taci, marinaio d'acqua dolce – disse lo slavo, seccato. – Andiamo da questo vostro signor Bandi.

– Alle scotte, giovanotti! – gridò padron Vincenzo, mettendosi alla ribolla. – All'alba noi saremo a Sottomarina.

Le due vele, che erano state mezze imbrogliate, furono tese al vento, le scotte furono legate ed il bragozzo si allontanò da quel luogo inclinato [p. 14 modifica]leggermente a babordo, lasciandosi dietro una scia che pareva d'argento.

Quantunque paresse tozzo, quel piccolo legno era un buon corridore che a vento largo e specialmente a vento in poppa, poteva filare comodamente i suoi otto ed anche dieci nodi all'ora.

Con simile velocità poteva giungere a Sottomarina, in meno di tre ore.

Già mezz'ora dopo aver lasciato la punta settentrionale dell'isoletta di Bacucco, si trovava attraverso la nuova foce del Brenta, il quale sbocca nelle vicinanze del forte di Brondolo.

Padron Vincenzo governò in modo da evitare quei pericolosi scanni di sabbia che il fiume forma alla sua uscita in mare, poi lanciò il bragozzo lungo il Lido di Sottomarina, una spiaggia bassa, sabbiosa, quasi disabitata, che difende, contro i furori dell'Adriatico, la ferrovia che va a mettere fino a Chioggia.

Su quel tratto di mare che si estende dal Brenta al porto di Chioggia non si scorgeva, in quel momento, alcuna nave, né alcun battello da pesca. Solamente fra le dune si vedeva brillare talvolta qualche lumicino, il quale indicava la presenza di un raccoglitore di conchiglie.

Alle tre del mattino il bragozzo, spinto sempre da una brezza favorevolissima, passava dinanzi alla batteria eretta sulla costa ed un po' più tardi andava a gettar l'àncora dinanzi al Lido di Sottomarina, a cinquanta passi dalla costa.

Padron Vincenzo con un fischio chiamò attorno a sé i suoi uomini, poi disse:

– Cerchiamo di essere prudenti.

– Era quello che volevo dirvi – disse lo slavo.

– Noi non sappiamo cosa voglia significare questo documento, dunque fino a che non l'avremo fatto decifrare, acqua in bocca.

– Silenzio assoluto – disse lo slavo, guardando minacciosamente i suoi compagni e mostrando il pugno. – Chi parlerà avrà da fare con me.

– Finiscila, chiacchierone e lasciami dire! – gridò il lupo di mare. – Può darsi che questo documento, così miracolosamente pescato, dopo forse parecchie centinaia d'anni, contenga delle indicazioni preziose che potrebbero essere di grande importanza anche per noi, quindi conserviamo il segreto. Io e Simone sbarcheremo qui e andremo a Sottomarina a cercare il dottor Bandi; voi vi rimetterete alla vela e andrete ad ancorarvi dinanzi al forte San Felice. Quest'oggi verremo a raggiungervi e vi metteremo al corrente d'ogni cosa. Siamo d'accordo?

– Perfettamente – risposero i cinque marinai.

– Calate adunque la scialuppa – concluse, padron Vincenzo.

Il canotto che si trovava presso la poppa, colla chiglia in aria, fu sollevato fino alla murata di babordo, appeso a due paranchi attaccati [p. 15 modifica]ai due lunghi pennoni dell'albero maestro e di trinchetto e quindi calato dolcemente in mare.

Padron Vincenzo prese la pergamena, la ripiegò in quattro e se la nascose nella fascia rossa che gli serviva di cintura, quindi balzò nella scialuppa dove già lo attendeva il gigante.

– Salpate l'àncora ed aspettateci a San Felice – disse, alzando il capo verso i quattro marinai che si trovavano raggruppati a poppa.

Poi accostando un dito alle labbra, aggiunse:

– E soprattutto, silenzio.

– O vi affogherò – aggiunse lo slavo, prendendo i remi.

– Taci bruto – disse il lupo di mare, con stizza. – Credi di comandare tu? Basta colle tue minacce od i miei uomini finiranno per farti la pelle.

Lo slavo alzò le spalle e si mise ad arrancare vigorosamente, mentre i quattro marinai salpavano l'ancoretto per continuare la corsa fino alla bocca del porto di Chioggia.

La piccola imbarcazione, spinta da quei due remi maneggiati da quelle braccia formidabili, in meno di dieci minuti approdò al Lido di Sottomarina, arenandosi profondamente sulla sabbia.

Cominciava allora appena appena ad albeggiare. Ad oriente una pallida luce che tendeva a diventare leggermente rosea, si diffondeva dolcemente pel cielo, fugando le tenebre e tingendo le acque dell'Adriatico di riflessi color del ferro con striature d'argento.

Lontana lontana, sulla linea dell'orizzonte, qualche vela cominciava ad apparire ed anche una colonna di fumo che s'alzava diritta, formando in alto una specie d'ombrello, indicava la presenza di qualche piroscafo in rotta per Venezia.

Verso terra, al di là delle dune sabbiose, si disegnavano vagamente le massicce muraglie della batteria innalzata a difesa di quella spiaggia e più lontane, le prime case di Sottomarina, allineate lungo il canale interno.

Padron Vincenzo e lo slavo, dopo d'aver tirata a secco la scialuppa, per impedire che l'alta marea la portasse in mare, accesero le loro pipe, si gettarono sulle spalle le giacche, poi si cacciarono fra le dune, passando dinanzi alla batteria.

– Al primo raggio di sole saremo dal signor Bandi – disse padron Vincenzo.

– Così nessuno si accorgerà della nostra presenza – rispose Simone. – In simile affare ci vuole segretezza.

– Speri sempre nel tesoro?

– Sì, padrone.

Un sorriso beffardo comparve sulle labbra del pescatore.

– Non credete? – chiese lo slavo, che si era accorto di quel sorriso.

– No.

– Ed allora? Perché volete che quel forziere fosse stato chiuso con tanta cura? Se quel documento fosse senza importanza, il suo proprietario non avrebbe prese tante precauzioni. [p. 16 modifica]Io so che qualche cosa di simile è toccato ad alcuni pescatori greci.

– Ah! Davvero?

– Sì, padrone. Non so dove, avevano pescato una scatola contenente non so quale documento indicante un tesoro nascosto nei pressi di Zara vecchia.

«Un giorno furono veduti giungere dinanzi alla cittadella con un piccolo sciabecco e gettare l'àncora. Vedendo che non scaricavano mai nulla e che nulla nemmeno imbarcavano, alcuni marinai ebbero dei sospetti e decisero di spiarli durante la notte, credendoli dapprima contrabbandieri.

«Altro che contrabbando!... Due notti dopo quei bricconi prendevano il largo, dopo d'aver fatto una escursione in terra e d'aver scavato, in una certa località, una grande buca.

«Visitato quello scavo, vennero trovate parecchie monete antiche che quei greci, nella fretta, s'erano dimenticati di raccogliere.

«Si seppe poi che erano partiti portando con loro dei vasi ricolmi di zecchini, che poi avevano venduto a Ragusa.»

– La tua storia può essere vera – disse padron Vincenzo.

– Verissima, ve lo assicuro.

– Se anche il nostro documento ci indicherà ove si trova un tesoro, noi andremo a cercarlo, parola da marinaio.

– E vorrà la sua parte anche il dottore – disse lo slavo. – Ciò non mi garba.

– Uh!... Avaraccio! Ce ne sarà forse per tutti e poi, il signor Bandi è troppo ricco per pretendere la sua parte.

– La mia la esigo intera, per mille milioni di fulmini! – esclamò lo slavo, quasi con ferocia.

– L'avrai, uomo avido.

Così chiacchierando avevano attraversato le dune e si erano cacciati entro un sentieruzzo che serpeggiava fra alcune magre ortaglie, coltivate a zucche ed a meloni.

Il primo raggio di sole era allora spuntato sull'orizzonte, facendo scintillare le acque di pagliuzze d'oro e riflettendosi sulle bianche casette di Sottomarina.

Padron Vincenzo guardò dinanzi a sé e fermò gli sguardi su di una graziosa casetta a due piani, colle persiane verdi, che sorgeva in mezzo ad un'ortaglia.

Alcuni latrati giungevano da quella parte.

– Il dottore è già alzato – disse il lupo di mare. – Forse va a caccia.

– Allora per quest'oggi non sapremo niente – disse lo slavo, con stizza.

– La curiosità sarà troppo forte anche pel dottore.

In quel momento una voce sonora, partita dietro una siepe, gridò:

– Dove si va, mastro Vincenzo, a quest'ora?... Avete fatto buona pesca per ritornare così presto?

– Il signor Bandi! – esclamarono ad un tempo il lupo di mare e lo slavo, togliendosi i berretti.

Un uomo era comparso improvvisamente dietro la siepe d'una ortaglia e con un salto l'aveva varcata, guadagnando il sentiero che i due pescatori stavano percorrendo, mentre due grossi cani neri, dagli orecchi pendenti abbaiavano festosamente, balzando attorno a padron Vincenzo.

Il signor Bandi era un bell'uomo di quaranta e più anni, un po' tarchiato, robustissimo, coi capelli leggermente brizzolati, la pelle abbronzata dalla salsedine marina con due occhi assai vivaci, che brillavano dietro gli occhiali montati in oro e con un bel paio di baffi neri. Un tipo simpatico, che esprimeva ad un tempo una grande bontà ed una grande energia.

Era stato capitano medico della marina militare ed aveva viaggiato moltissimi anni attraverso al mondo, ma un bel giorno, preso dalla nostalgia del paese natìo, aveva dato un addio al mare ed alle navi e s'era ritirato nella sua graziosa casetta che teneva a Sottomarina, diventando ad un tratto il medico di tutti i pescatori della costa.

Ricchissimo, avendo vaste possessioni lungo il Brenta e anche lungo l'Adige, non aveva mai chiesto un soldo, a quei poveri marinai, anzi sovente li aveva largamente aiutati, guadagnandosi una popolarità straordinaria fra [p. 17 modifica] [p. 18 modifica] [p. 19 modifica]quelle brave genti.

Del signor Bandi se ne parlava in tutte le lagune ed in tutti i centri popolari, a Chioggia, a Sottomarina, e più lontano ancora, a Pallestrina e perfino a Porto Secco dove sovente si recava a cacciare i gabbianelli ed a visitare quei pescatori, essendo ad un tempo un abilissimo medico ed un bravissimo cacciatore.

Scorgendo i due pescatori, stese ad entrambi la mano, dicendo con voce gioviale:

– Buon giorno, miei lupicini di mare. Non è fra le ortaglie che si trovano i tonni e le orate.

– Non veniamo a cercare i tonni, signor dottore – disse padron Vincenzo, ridendo. – Cercavamo voi.

– Forse che avete bisogno dell'opera mia? Qualche disgrazia successa a bordo del vostro bragozzo? – chiese il dottore, premurosamente.

– No, signor Bandi – rispose il lupo di mare. – Ringraziando Iddio, i miei uomini sono tutti sani.

– Quale altro motivo vi guida da me?

– Una cosa importantissima, signore – disse padron Vincenzo, girando intorno uno sguardo, come se temesse di venire udito da qualcuno.

– Oh!... Oh!...

– Venivamo a farvi decifrare un documento che abbiamo pescato in fondo al mare.

– Un documento! – esclamò il dottore, con stupore e facendosi serio. – La istoria di qualche tremendo naufragio forse?...

– Lo ignoriamo, signore, poiché nessuno di noi conosce una sola sillaba della lingua greca. [p. 20 modifica]

– Seguitemi, miei bravi lupi di mare – disse il dottore, bruscamente. – La cosa è troppo importante per perdere un minuto di più.

Rivarcò la siepe e si diresse rapidamente verso la sua casetta che non si trovava lontana più di due tiri di fucile. I due pescatori lo avevano seguìto mentre i cani, poco contenti di quell'improvviso ritorno del padrone, mandavano dei latrati di protesta.

Pochi minuti dopo i tre uomini attraversavano uno spazioso cortile cintato, dove si vedevano a rincorrersi numerosi polli, delle anitre e delle oche grassissime che facevano venire l'acquolina in bocca allo slavo ed entravano in una stanzetta pianterrena.

Era lo studio del dottore, uno studio grazioso, arredato un po' bizzarramente, essendovi mobili turchi, cinesi e giapponesi, modelli di navi, armi d'ogni specie, bazzeccole d'ogni paese, tutti ricordi di viaggio.

Il dottore prese tre bicchieri, stappò una bottiglia di vecchio rhum e li riempì fino all'orlo, dicendo ai due pescatori:

– Tocchiamo, poi accomodatevi e sciogliete la lingua.

Vuotate le tazze, padron Vincenzo si levò dalla larga fascia rossa che gli stringeva i fianchi, la famosa pergamena, dicendo:

– Ecco il documento, dottore. Lo abbiamo pescato verso la mezzanotte, fra la punta settentrionale dell'isola Bacucco e la foce del Brenta, ad una profondità di ventidue braccia. Era racchiuso in due forzieri, uno di quercia e l'altro d'acciaio che abbiamo aperti dopo non poca fatica.

Il signor Bandi s'impadronì con vivacità della pergamena, l'aperse e avvicinatosi alla finestra vi gettò sopra uno sguardo ripieno di curiosità.

I due pescatori, ritti di fronte a lui, lo guardavano in silenzio, spiando ansiosamente le contrazioni del suo viso.

Mentre il dottore divorava avidamente le righe del documento, uno stupore impossibile a descriversi si dipingeva sui suoi lineamenti. Scuoteva il capo, aggrottava la fronte, dilatava le pupille e delle esclamazioni di meraviglia di quando in quando gli sfuggivano.

Quando ebbe terminato, fissò i suoi sguardi sui due pescatori, esclamando:

– Quale fortuna per l'Italia, se fosse vero!...

– Si tratta d'un tesoro immenso? – chiese lo slavo, aggrottando la fronte, udendo parlare dell'Italia.

Il dottore fece colla destra un gesto che voleva significare:

– Altro che tesoro!...

– Parlate, signore – insistette lo slavo. – Vi sono dei milioni da raccogliere, è vero?...

– Dei milioni?... E di che cosa?

– D'oro!

Il dottore proruppe in una risata.

– No, non si tratta d'oro – disse poi. – Se però esistesse realmente questa galleria sotterranea, vi ripeto che l'Italia guadagnerebbe una fortuna tale che centinaia di milioni non basterebbero a pagarla.

– Una galleria sotterranea! – esclamarono i due pescatori. [p. 21 modifica]

– Sedete ed ascoltatemi – disse il dottore. – Avete voi osservato il disegno che si trova in mezzo al foglio?

– Sì, dottore – rispose padron Vincenzo.

– Non avete indovinato di che cosa si tratta?

– Ma... mi parve il tracciato d'un qualche canale.

– È vero, si tratta d'un canale, ma scavato sotto l'Italia e precisamente fra la Spezia e la valle del Brenta.

– E scavato da chi? – chiese il lupo di mare, con stupore.

– Da un capitano della repubblica genovese.

– Spiegatevi meglio, signor Bandi.

– Lasciate prima che riassuma, per sommi capi, ciò che sta scritto nel documento. Accendete le vostre pipe, se volete fumare, sorseggiate un altro bicchiere e aprite gli orecchi.


III.

Una galleria fra il Tirreno e l’Adriatico.


– Nel documento si narra, – disse il dottore, – che verso il 1300, ossia nell'epoca in cui maggiori erano le rivalità fra le due repubbliche di Venezia e di Genova, alcuni palombari, nel cercare di rimettere a galla una nave genovese, affondatasi nei pressi di Lerici, in quella minuscola insenatura che forma la punta di Maralunga, scoprivano a sei metri di profondità una vasta apertura che sembrava una vera galleria.

«Il capitano della repubblica genovese, Luigi Gottardi, avuto sentore della scoperta, volle vedere di cosa si trattasse e d'accordo con altri quattro suoi compagni, intraprese l'esplorazione.

«Dice questo capitano, che entrato nella galleria, si trovò dinanzi ad una caverna marina di dimensioni tali, da poter permettere il passaggio ad una galera anche di grandi proporzioni e che, a quanto pareva, non doveva essere stata scavata dalla mano umana.

«Quella scoperta sarebbe stata l'ispirazione d'un progetto grandioso, degno dei Romani, e cioè di aprire un canale sotterraneo fra il mare Tirreno e l'Adriatico, per facilitare ai genovesi l'invasione delle terre della repubblica veneta non solo, ma di permettere loro anche di sorprendere inaspettatamente la Regina di quel mare.»

– Per centomila tonni e pescicani! – esclamò padron Vincenzo. – Cosa dite, dottore? Quell'audace capitano voleva sorprendere Venezia?

– E ci sarebbe certamente riuscito, mio bravo lupo di mare, se circostanze [p. 22 modifica]inaspettate non glielo avessero impedito. Venezia non avrebbe certamente potuto resistere ad una flotta che fosse improvvisamente comparsa nelle sue lagune.

– Ma da dove?

– Da un canale sotterraneo comunicante col Tirreno.

– Quale idea?

– Splendida, Vincenzo.

– Ma bisognava scavarlo, quel canale.

– È stato scavato.

– Eh! Volete scherzare, dottore?

– Vi dico che il capitano Gottardi lo ha fatto scavare, e che deve esistere ancora.

– Mi stupite, dottore.

– Ascoltatemi, Vincenzo. Il documento narra che il capitano Gottardi, ricchissimo, ideato il grandioso progetto, lo mise in esecuzione, aiutato da cinquecento schiavi africani. L'enorme lavoro sotterraneo fu compiuto in otto anni e felicemente, a quanto sembra, aprendo un tunnel capace di permettere il passaggio alle più grosse galere, e terminante presso Brondolo. Sembra che nessuno avesse avuto sentore della grande opera sotterranea, avendo il capitano Gottardi avuta la precauzione, dopo terminati gli scavi, di ricondurre tutti gli schiavi in Africa e d'internarli nel deserto e di far giurare, ai suoi pochi compagni genovesi, di mantenere scrupolosamente il segreto. Qui però la cosa diventa un po' oscura. Scrive quel grand'uomo che giunto nella valle del Brenta, in un luogo ben delineato sul disegno del canale, venne preso da alcuni marinai della repubblica veneta...

– E poi? – chiese padron Vincenzo, vedendo che il dottore s'era arrestato.

– Poi non si sa nulla; il documento qui finisce.

– Non dice perché il disegno fu gettato nell'Adriatico?

– No.

– Che quel capitano, temendo che i veneziani gli carpissero il disegno, l'abbia gettato appositamente in mare?

– È probabile, Vincenzo, – rispose il dottore, – tanto più che la scoperta di quel canale poteva costituire un gravissimo pericolo per la repubblica genovese.

– E perché, signor Bandi?

– Se i veneziani avessero appreso l'esistenza di quella galleria, ne avrebbero certamente approfittato per condurre le loro flotte, ed in brevissimo tempo, dinanzi alla repubblica rivale.

– È vero, signor Bandi. Non vi avevo pensato.

– E di tesori non se parla? – chiese Simone Storvik.

– Ma la tua è una vera fissazione – disse padron Vincenzo, con stizza. – Credi tu che ogni galleria o caverna debba contenere delle ricchezze per far piacere a te? Finiscila con queste istorie.

Il dottore non aveva nemmeno fatto attenzione alla domanda dello slavo. [p. 23 modifica]Si era alzato, e passeggiava con una certa agitazione attorno al tavolo, mormorando a più riprese:

– Quale fortuna per l'Italia!... Una flotta che in poche ore passa dall'Adriatico al Tirreno e viceversa!... Genova, Spezia, Venezia, quasi unite!... Chi oserebbe più minacciarle?

Ad un tratto si fermò dinanzi al pescatore, e dopo d'averlo guardato fisso per alcuni istanti, gli chiese a bruciapelo:

– Vincenzo, avreste paura a seguirmi nelle viscere della terra?

Il lupo di mare, udendo quelle parole, aveva guardato il dottore con una cert'aria che pareva volesse significare:

– Siete pazzo?

– Rispondetemi – disse il signor Bandi.

– Ma... signore... Cosa sognate di fare?

– Di andar a cercare il canale del capitano della repubblica genovese.

– Ed a quale scopo esporvi a simile pericolo? Pensate, dottore: seppellirsi nelle viscere della terra, fra le tenebre più profonde.

– La cosa mi tenta, Vincenzo; per riuscire nell'impresa, sono pronto a sacrificare la mia possessione del Brenta, che vale un centinaio di mila lire.

– Sprecare una così enorme somma, dottore?

– Cosa importa? Voi adunque non volete persuadervi dell'immenso servigio che noi renderemo alla patria nostra?

– Sì, lo comprendo, signor Bandi, ma centomila lire!... Per Bacco!... È una grossa cifra!...

– Orsù, decidetevi: verreste con me? Vi offro diecimila lire a viaggio terminato, più una nuova rete da pesca che ne costerà altre due o tremila.

– Devo venire solo?

– No, con due dei vostri uomini, ai quali offrirei paga doppia a quella che ora guadagnano, più mille lire di regalo.

– E il mio bragozzo?

– Chi vi impedisce di noleggiarlo per qualche mese?

– Credete adunque di compiere l'esplorazione in così breve tempo?

– Anzi più presto.

– Ebbene, signore – disse padron Vincenzo. – Voi potete fin d'ora contare interamente su di me.

– Posso sperare di avere due dei vostri marinai? – chiese il dottore.

– Anche tutti, se lo vorreste.

– No, due sono sufficienti.

– Quando partiremo?

– Più presto che sarà possibile. Dove avete il vostro bragozzo!

– È ancorato dinanzi al forte San Felice.

– Domani sera io sarò da voi con tutto il necessario per tentare l'impresa.

– Desiderate che metta a vostra disposizione i miei marinai?

– Sì, i due che dovranno accompagnarci. [p. 24 modifica]

– Prima di questa sera saranno qui, signor Bandi.

– Tornate a bordo; se mi sarete necessario, vi manderò a chiamare. Io partirò fra qualche ora per Venezia, onde provvedermi dell'occorrente pel viaggio sotterraneo.

– Arrivederci, signor Bandi. Noi torniamo subito a bordo.

Strinse la mano al dottore e uscì seguìto da Simone Storvik, il quale parve fosse diventato assai pensieroso, dopo le ultime parole del dottore. Chissà, forse quel sospirato tesoro, così presto sfumato, lo aveva reso di cattivo umore.

Padron Vincenzo attraversò le ortaglie, sempre seguìto dallo slavo, e giunto sulla spiaggia, con una poderosa scossa gettò la scialuppa in mare, balzandovi lestamente dentro. Simone Storvik lo raggiunse quasi subito, e afferrò i remi, mettendosi ad arrancare vigorosamente.

Il sole era già alto, ed il mare scintillava fino agli estremi confini dell'orizzonte, offendendo la vista.

Alcune candide vele si scorgevano in lontananza, simili a bianche farfalle, e scorrevano rapide, spinte dalla fresca brezza mattutina.

Sulla spiaggia invece, dei fanciulli chiassosi, laceri e sudici, si ruzzolavano fra le dune, mentre le loro madri frugavano le sabbie per sorprendere le capelunghe, che sono così numerose sulle rive dell'Adriatico, o raccoglievano le conchiglie spinte a terra dal flusso.

In aria volteggiava qualche gabbianello dalle candide piume.

Padron Vincenzo, sedutosi a poppa, guardava distrattamente le onde rotolanti sul lido, mentre lo slavo, sempre silenzioso ed accigliato, spingeva innanzi la scialuppa, tenendosi a cinquanta braccia dalla costa.

Già cominciavano a distinguere le scogliere che difendono l'entrata del porto di Chioggia e le massicce muraglie del forte di San Felice, quando il lupo di mare, volgendosi bruscamente verso lo slavo, gli chiese:

– Sembra che tu sia di cattivo umore, Simone Storvik. Forse che pensi ancora al tuo tesoro?

Invece di rispondere alla domanda, lo slavo, abbandonati i remi ed incrociate le braccia sul petto, gli chiese a bruciapelo:

– Vi fidate voi del dottor Bandi? Ditemelo francamente, padron Vincenzo.

– Se mi fido!... – esclamò il lupo di mare, guardando lo slavo con indignazione. – Cosa vuoi dire?

– Che noi non abbiamo letto il documento.

– E così?

– Chi ci assicura che su quel documento non si parli d'un tesoro?

– E vorresti concludere? – chiese padron Vincenzo, con voce minacciosa.

– Che il tesoro può esistere, e che il signor Bandi può aver l'intenzione di farselo tutto suo.

– E che cosa ti induce a dire questo?

– Per San Pietro in Nembo!... Non si gettano già centomila lire per un capriccio. [p. 25 modifica]

– Slavo!... – gridò il lupo di mare. – E tu osi sospettare del dottore?

– Io non mi fido di nessuno.

– Nemmeno di me?

– Io non sospetto su di voi, però...

– Continua.

– È inutile che mi spieghi di più.

– Per tutti i pescicani dell'Adriatico! Tu verrai con me nella galleria. Non voglio che tu possa dubitare di me e del dottore.

– Io non ci verrò, padrone.

– E per quale motivo?

– Non ho alcun desiderio di lasciare la pelle sotto terra; però vi condurrò fino nella valle del Brenta, e andrò ad attendervi alla Spezia per vedere se avrete trovato o no il tesoro.

– Gigante codardo! – esclamò il lupo di mare, rosso di collera. – Appena saremo giunti a bordo, ti pagherò la mesata, poi lascerai immediatamente il mio bragozzo, m'intendi?

– Adagio, padrone – disse Simone Storvik, ridendo ironicamente. – Voi vi siete adunque scordato che ero anch'io presente quando avete pescato il cofano. Non voglio rinunciare alla mia parte.

– Va' a venderti le casse, adunque, canaglia!

– Troppo poca cosa, padrone.

– Cosa pretendi, adunque?

– Io? Nulla... se non troverete nulla. Però voglio venire anch'io nella valle del Brenta, o...

– Continua!

– Griderò ai quattro venti la scoperta fatta.

Padron Vincenzo si era alzato pallido di furore, portando la destra alla fascia, entro la quale teneva il coltello di manovra.

Il gigante però lo aveva prevenuto. Ritirare un remo e alzarlo minacciosamente, fu l'affare d'un lampo.

– Badate, padrone – disse con voce rauca.

– Cane d'uno slavo!... – urlò il lupo di mare, estraendo l'arma ed imprimendo alla scialuppa una tale scosse da farla quasi capovolgere.

Simone Storvik era diventato pallido come un morto.

– Volete uccidermi? – chiese.

– Sì, se non lascerai subito questa scialuppa.

– Ho la mia cassa ed i miei risparmi a bordo del vostro bragozzo.

– E tu mi crederesti capace di derubarti, è vero, Simone Storvik? – chiese padron Vincenzo, con ironia.

Lo slavo non rispose.

– Giù quel remo! – urlò il lupo di mare.

– Non mi ucciderete, poi? – chiese Simone.

– Codardo! Guarda!...

Con un gesto sdegnoso, padron Vincenzo aveva gettato in mare il coltello.

Lo slavo abbassò il remo, poi disse con voce sibilante: [p. 26 modifica]

– Appena a bordo, salderete il mio conto. È meglio che io me ne vada, o fra noi la finirebbe male.

Il lupo di mare alzò le spalle e si sedette a poppa, mentre lo slavo, ripresi i remi e voltatogli il dorso, si metteva ad arrancare, spingendo rapidamente innanzi la scialuppa.

Non distavano allora che mezzo miglio dalle prime scogliere del forte di San Felice. Al di là della gettata dell'imboccatura del canale, si vedeva il bragozzo ondeggiare vivamente sotto le ondate che si cacciavano, con una certa violenza, fra le punte dei due lidi di Sottomarina e di Pallestrina.

L'equipaggio aveva già scorta la scialuppa, e salutava il padrone alzando ed ammainando la bandiera che aveva spiegata sulla cima dell'albero maestro.

Lo slavo raddoppiava gli sforzi per vincere le ondate, le quali, investendo la poppa della scialuppa, la facevano trabbalzare vivamente.

Superata però la punta di Sottomarina, si trovò in bonaccia, sicché poté in breve giungere sotto la prora del bragozzo. I quattro marinai che si trovavano a bordo, avevano gettata una gomena ed una scala a corda, e padron Vincenzo si era arrampicato lestamente, balzando sopra la murata.

– Ebbene, padrone? – chiesero i marinai.

Invece di rispondere, il lupo di mare comandò:

– Portate sul ponte la cassa di Simone Storvik.

– Padrone! – disse lo slavo, diventando livido.

Il lupo di mare non si degnò nemmeno di guardarlo. Gli volse bruscamente le spalle e scese nella sua piccola cabina di poppa.

Poco dopo ritornava tenendo in mano un pacchetto di biglietti:

– La tua paga – disse, porgendoli allo slavo. – Ed ora... vattene!...

Simone Storvik se li prese, se li mise nella larga fascia, poi scese nella scialuppa dove lo attendevano due marinai colla sua cassa.

Appena giunto sulla scogliera, si prese i suoi effetti e salì fino sulla duna, senza nemmeno salutare i camerati. Giunto però lassù, si volse verso il bragozzo, e tendendo il pugno verso padron Vincenzo, che stava ritto a poppa del piccolo veliero, gli gridò con voce strozzata dal furore:

– Ci rivedremo!... [p. 27 modifica]

IV.

La caverna della Valle del Brenta.

Quattro giorni dopo gli avvenimenti narrati, una grossa scialuppa montata da quattro uomini e carica di casse, solcava lentamente le tranquille acque della valle del Brenta, costeggiando l'isolotto di Aleghero.

Quella valle è veramente una palude, interrotta da qualche isolotto e da un gran numero di banchi di fango, coperti, a seconda della bassa o alta marea, dalle acque salmastre del mare.

Non vi sono che rarissimi casolari, situati ad una grande distanza l'uno dall'altro, regnando di sovente le febbri durante la stagione estiva, motivo per cui tiene lontani gli abitanti.

È una laguna tristissima, sparsa di boschetti di canne, dove nidificano in gran numero gli uccelli palustri, arzavole, anitre selvatiche e beccaccini, frequentata a rari intervalli dai cacciatori della vicina Chioggia, ma affatto deserta durante i mesi caldi.

La barca, che filava silenziosamente fra quelle acque morte, era montata dal dottor Bandi, da padron Vincenzo, da Michele e da un suo camerata, il bel giovanotto bruno.

I due primi, seduti sulle casse, stavano osservando attentamente il disegno del capitano Gottardi, mentre i due marinai remavano lentamente, essendo impacciati dal carico eccessivo, il quale impediva loro quasi di muovere le braccia.

– L'imboccatura del canale deve trovarsi laggiù – diceva il dottore, indicando una piccola insenatura che s'addentrava nella terra ferma. – Guardate, Vincenzo: il disegno indica esattamente quel luogo.

– È vero – rispose il lupo di mare. – Il tracciato corrisponde perfettamente alla configurazione di quella riva.

– Sarà là che noi faremo le prime ricerche.

– Sperate di trovare la galleria?

– Ne sono certo, Vincenzo.

– Vorrei sapere però come faremo a entrare.

– Qualche passaggio deve esistere. Il documento ne indica uno.

– Ma...

– Parla, Vincenzo.

– Il canale è navigabile, è vero?

– Così almeno dice il documento.

– Come faremo a percorrerlo?

– Con un battello. [p. 28 modifica] – La nostra scialuppa?

– Sarebbe troppo pesante a trasportarsi.

– Non ne abbiamo altre, signor Bandi.

– T'inganni.

– Sono curioso di sapere dove l'avete nascosta.

– Si trova in una delle mie casse.

– Oh!... Questa è strana!...

– Ho pensato a tutto, Vincenzo, e ti assicuro che nulla ci mancherà...

– Ditemi, dottore, vi sarà aria bastante nel canale, per respirare?

– Se il capitano Gottardi ha potuto spingere i suoi lavoranti fino sulle sponde dell'Adriatico, deve averne trovata!

– È vero, sono una bestia, dottore.

– Non credo, e...

Si era bruscamente interrotto e si era alzato vivamente indicando al lupo di mare una rupe di dimensioni abbastanza grandi, che si alzava presso la riva, all'estremità dell'insenatura.

– Anche sul disegno del capitano è indicata quella roccia – disse.

– E che cosa volete concludere? – chiese Vincenzo.

– Mi viene un'idea – disse il dottore.

– E quale?

– Che il canale non si trovi sommerso come noi abbiamo finora creduto.

– Oh!...

– Guarda, non vedi alla base di quella rupe un'apertura?

– Sì, un buco nero.

– È indicato anche sulla carta.

– Che serva di accesso al canale sotterraneo?

– Mi vien questo dubbio, Vincenzo.

– Ci risparmierebbe tempo e fatica, dottore.

– Lo credo.

– Ohe, ragazzi, affrettatevi – disse il lupo di mare, volgendosi verso i marinai.

I due giovanotti allungarono la battuta, e un quarto d'ora più tardi la scialuppa giungeva nella piccola insenatura, arenandosi su di un bassofondo cosparso di canne palustri.

Una banda di anitre selvatiche, che si teneva nascosta fra le erbe acquatiche, disturbata da quell'inaspettato approdo, se ne volò via schiamazzando, come se volesse protestare contro quei disturbatori.

Il dottore e Vincenzo s'erano subito slanciati sulla riva, dirigendosi verso quella rupe isolata che sorgeva dai terreni quasi melmosi.

Alla base di quella rupe avevano scorta un'apertura non molto ampia e che pareva dovesse condurre in qualche caverna. [p. 29 modifica]– Venite – aveva detto il dottore a Vincenzo. – Credo che noi siamo molto vicini al famoso canale del capitano Gottardi.

– Comincio a sperarlo anch'io, dottore – rispose padron Vincenzo.

Entrambi s'erano cacciati in quella spaccatura. Essi si trovarono dinanzi ad una galleria assai bassa e larga tanto da permettere il passaggio a due uomini di fronte. Le sue pareti erano ineguali, ma presentavano qua e là le tracce del piccone, segno evidente che quel passaggio era stato aperto dalla mano umana.

Il dottore e padron Vincenzo s'erano arrestati, tendendo gli orecchi.

In fondo alla galleria si udivano dei sordi muggiti, che parevano salissero da qualche voragine, e che parevano prodotti da una corrente d'acqua.

– Il canale? – aveva chiesto il pescatore.

– Lo sospetto – rispose il signor Bandi, dopo d'aver ascoltato qualche minuto.

– Che questa galleria metta nel canale?

– Lo credo. Andate a prendere una torcia e qualche piccone.

Il pescatore non si fece ripetere l'ordine. Si slanciò fuori dalla galleria, e dopo pochi istanti ritornava portando con sé una torcia a vento ed un solido piccone.

– Andiamo – disse il dottore, prendendo la torcia.

– Badate ove posate i piedi.

– Non temete, Vincenzo.

La galleria si abbassava rapidamente, come se volesse scendere negli abissi della terra. La sua larghezza e la sua altezza non diminuivano, però il suolo era qua e là ingombro di massi di tufo, staccatisi forse dalla vôlta in causa dell'umidità, e di terriccio, ostacoli che il pescatore era costretto a rimuovere, onde far posto al dottore.

Dopo una discesa di cinquanta passi, durante la quale il fragore era sempre aumentato diventando assordante, i due esploratori giungevano inaspettatamente in una spaziosa caverna, dalle vôlte altissime e stillanti acqua.

All'estremità opposta si udivano delle onde a frangersi contro degli ostacoli.

Un grido di gioia era sfuggito ad entrambi:

– Il canale!...

Il dottore aveva alzata la torcia per meglio illuminare la via.

A venti passi s'apriva un vano, e da quello giungeva il fragore.

I due esploratori si affrettarono a dirigersi da quella parte, e si trovarono al di sopra d'un fiume sotterraneo, il quale scorreva due metri più sotto, muggendo sordamente.

– La galleria!... – aveva esclamato il signor Bandi.

– La vedete?

– Essa s'apre sotto di noi.

– È molto vasta?

– Mi sembra grandissima.

– Dove si dirige?

– Da levante a ponente.

– Credete che sbocchi nella valle del Brenta?

– Lo sapremo più tardi.

– Lasciatemi vedere, dottore. [p. 30 modifica]

Il signor Bandi si ritrasse per fargli posto. Il lupo di mare prese la torcia e la porse innanzi più che poté, guardando, non senza un brivido di terrore, quel fiume nero che muggiva sotto l'apertura della caverna.

Quantunque la luce della torcia non potesse espandersi molto, anche in causa della corrente d'aria che faceva oscillare vivamente la fiamma, il pescatore vide confusamente una gigantesca galleria che s'apriva verso levante, un tunnel colossale che avrebbe potuto bastare al passaggio d'un vascello di grandi dimensioni, ammettendo che l'acqua fosse stata tanto profonda da permettergli di navigare.

– È incredibile – disse il pescatore.

– È meravigliosa – rispose il dottore.

– Quanti metri credete che vi siano fra la vôlta del tunnel ed il pelo dell'acqua?

– Almeno una dozzina.

– Tanto da permettere il passaggio ad una corazzata che sia stata privata dell'alberatura.

– Sì, Vincenzo.1

– E l'acqua sarà molto profonda?

– Lo suppongo.

– Scorre da levante a ponente, è vero?

– Sì, Vincenzo.*

– Allora quest'acqua viene dalla palude?

– Lo credo.

– Vi è però una cosa che mi sorprende, dottore.

– E quale?

– Come mai l'aria è respirabile? Qui dovrebbe mancare, o quasi.

– Forse filtra attraverso a migliaia di fessure aperte nel suolo.

– Allora questa galleria deve avere delle comunicazioni coll'esterno.

– Certamente, ma chissà dove.

– Signor Bandi, non ho mai amato le tenebre, pure sono impaziente di navigare su questo fiume nero.

– Domani noi ci seppelliremo nelle viscere della terra. Ritorniamo e facciamo i nostri preparativi.

– La nostra scialuppa però non può passare per la galleria della rupe? Bisognerebbe farla a pezzi e poi ricostruirla, un lavoro molto difficile, dottore.

– Vi ho detto che noi non avremo bisogno della scialuppa. Ho pensato a tutto.

– Andiamo a scaricare le vostre casse, adunque, e vedere il vostro battello.

Lasciarono la caverna e rifecero la via percorsa, giungendo ben presto all'esterno.

I due marinai, durante la loro assenza avevano già sbarcato tutte le casse e le avevano accumulate in modo da formare un riparo sufficiente per potervi passare la notte, avendo tesa anche una grande coperta di tela cerata.

Il dottore e padron Vincenzo, dopo d'averli informati del felice esito [p. 31 modifica]della loro esplorazione, fecero aprire una cassa, sul cui coperchio si vedeva disegnato un battello. Non era più lunga di due metri e alta appena uno e così leggera che un uomo anzi un ragazzo, poteva alzarla con tutta facilità.

– Qui vi è la nostra scialuppa – disse il signor Bandi.

I tre pescatori lo guardarono con stupore.

– Una scialuppa qui dentro! – esclamò padron Vincenzo. – Allora deve essere tanto piccola da non poter reggere più di una persona e che non sia troppo pesante.

– V'ingannate – rispose il dottore. – Può portare anche quattro uomini e tutte le nostre casse.

– Non vi posso credere, dottore.

Essendo le tavole trattenute solamente da viti, fu cosa facile aprirla. Tosto agli sguardi stupiti dei tre pescatori apparvero dei pezzi di legno rinchiusi a cerniera e che parevano le costole d'un battello ed una coperta di tela che sembrava impermeabile.

– Questo è un battello? – chiese padron Vincenzo.

– Smontabile in vari pezzi e tanto leggero che un ragazzo di quindici anni può portarlo dove vuole – rispose il dottore.

– Ma il fasciame dov'è?... Qui non vedo dei corbetti.

– Niente fasciame.

– E allora?...

– Non vedete questa tela? Essa si adatta perfettamente alle costole ed alla chiglia e non permetterà l'entrata ad una sola goccia d'acqua.

– È ammirabile! – esclamarono i tre pescatori.

– Però non sarà pericoloso? – osservò, dopo qualche istante, padron Vincenzo.

– E perché, amico?

– In causa della sua estrema leggerezza.

– Le nostre casse basteranno a dargli una stabilità sufficiente.2

– Ed in questi barili cosa avete rinchiuso, signor Bandi?

– I nostri viveri: carne salata, caffè, zucchero, biscotti, frutta secche, lampade ad alcool, utensili di cucina, delle armi, alcune cartucce di dinamite, dell'acqua dolce...

– Anche dell'acqua dolce? – chiese padron Vincenzo. – Cosa volete farne?... Vi è un fiume nella galleria.

– Tu non sai ancora se quell'acqua sia bevibile.

– È vero, dottore. Sono una bestia grossa come un elefante.

– Avevo preso con me anche un apparecchio da palombaro credendo che il canale avesse uno sbocco nella palude però lo porteremo egualmente con noi. Non si sa mai quello che può succedere. Amici facciamo colazione, poi metteremo in ordine tutti gli oggetti contenuti nelle casse. [p. 32 modifica]

– Quando partiremo? – chiesero i tre pescatori.

– Domani all'alba – rispose il dottore. – Per oggi riposeremo.

Da una cassa estrasse una lampada ad alcool ed aiutato dai tre pescatori in breve tempo preparò una buona colazione consistente in pesce secco condito con fagiuoli, in un pezzo di maiale salato, frutta secche, salumi e formaggi di varie specie. Due bottiglie di vino generoso completarono quel pasto fatto all'ombra delle casse, a pochi passi dalla spiaggia.

Durante la giornata i quattro audaci esploratori accomodarono i diversi oggetti rinchiusi nelle casse e si provarono a montare il battello pieghevole, operazione facilissima che richiese pochissimo tempo.

Giunta la sera, formarono colla tenda, colle casse e coi barili un ricovero e vi si sdraiarono sotto, avvolgendosi nelle loro coperte, certi di non venire disturbati, essendo pochissimo frequentata la valle del Brenta.

L'indomani, prima ancora che spuntasse il sole, quando gli uccelli palustri cominciavano a lasciare i loro nascondigli per slanciarsi sulla vasta palude, i quattro esploratori erano già in piedi, pronti a cominciare il trasporto delle casse e dei barili.

Avevano appena bevuto il caffè, quando Michele, essendosi spinto verso la scialuppa per vedere se vi avevano lasciato qualche oggetto, con suo grande stupore vide, a breve distanza, un'altra barca sommersa e che prima di quel momento non aveva notata.

– Signor Bandi! – gridò, tornando precipitosamente verso il ricovero improvvisato.

– Cosa succede giovanotto? – chiese il dottore, alzandosi lestamente.

– Avete udito nessun sparo durante la notte.

– Nessuno – risposero tutti.

– Eppure dei cacciatori devono essere sbarcati su questa spiaggia.

Il dottore e padron Vincenzo* si guardarono l'un l'altro con una certa inquietudine.

– Che vengano a guastare la nostra impresa! – si chiese il primo. – Mi rincrescerebbe a doverla rimandare.

– Che cosa ti fa supporre che dei cacciatori siano sbarcati qui! – domandò padron Vincenzo.

– Vi è una barca arenata su di un banco e rovesciata sul tribordo. Guardatela: non dista da noi più di duecento passi.

– Una barca! – esclamarono il dottore e Vincenzo precipitandosi verso la riva.

– Ieri non vi era – disse Michele. – Di questo sono certissimo.

– Se vi fosse stata l'avremmo veduta – disse padron Vincenzo. – Corpo di cento tonni!... Come va questa faccenda? Che qualcuno sia venuto a spiarci?

– E chi volete che abbia avuto sentore della nostra impresa?

– Chi? Eh!... Per mille fulmini!... Noi abbiamo dimenticato troppo presto quel cane di slavo!... [p. 33 modifica] [p. 34 modifica] [p. 35 modifica]

– Simone Storvik?...

– Sì dottore.

– Hum!... Io credo che il vostro slavo sia ormai imbarcato su qualche nave di Chioggia o di Venezia – disse il signor Bandi. – Quale interesse può avere lui in questa spedizione scientifica?...

– La speranza di trovare un tesoro.

– Andiamo a vedere quella barca, signori – disse Michele. – Forse sapremo qualche cosa.

– E soprattutto vediamo se vi sono delle tracce sul terreno pantanoso – aggiunse Roberto, il bel bruno dai piccoli baffi neri.

Lasciarono il loro campo improvvisato e costeggiando la riva giunsero ben presto là dove si trovava la scialuppa.

Era una vecchia barca, capace di portare cinque o sei uomini, una di quelle che i veneziani chiamano caicco, senza nome e senza alcun numero ed in parte demolita.

Si vedeva però che era stata spezzata di recente poiché nell'interno si trovavano ancora numerose schegge che parevano fossero state appena tagliate.

Nessuno oggetto che potesse dar campo a qualche supposizione, si vedeva, oltre a quei pezzetti di legno. Perfino i remi erano scomparsi.

Sul banco, che la bassa marea aveva lasciato scoperto, si notavano delle orme di piedi, però l'acqua le aveva ormai rese poco visibili.

Anche sulla riva si vedevano altre impronte di piedi nudi, ma essendo il terreno impregnato d'acqua, non si potevano esattamente rilevare.

– Cosa dite signor Bandi? – chiese padron Vincenzo.

– Non so come spiegare la presenza di questa scialuppa – rispose il dottore, che non era meno imbarazzato dei suoi compagni. – Siete certi di non averla veduta ieri?

– Ieri non v'era – risposero tutti.

– Dove saranno andati allora gli uomini che la montavano?

– E perché l'hanno demolita? – aggiunse padron Vincenzo.*

– Ed hanno portato via i remi ed i rottami? – chiese il bel Roberto.

– Ecco un bel mistero – disse Michele.

– Che cosa pensate di fare dottore? – chiese padron Vincenzo.

– Di non occuparci altro né di questa scialuppa né degli uomini che la montavano e di fare i nostri preparativi per la partenza – rispose il dottore. – Infine la cosa non ci riguarda, almeno lo spero. Venite, amici: dobbiamo trasportare le nostre casse nella caverna.

– Andiamo, dottore – disse padron Vincenzo. – Sono impaziente di navigare fra le viscere della terra.

Tornarono senz'altro all'accampamento e si misero alacremente al lavoro.

Trasportarono dapprima tutte le casse nella galleria, poi non volendo lasciare alcuna traccia del loro soggiorno su quelle rive, cacciarono in acqua la barca, affondandola su di un banco che trovavasi più sotto quattro metri. [p. 36 modifica]

Ciò fatto accesero delle torce collocandole lungo la galleria e cominciarono il trasporto dei loro effetti, accumulandoli nell'ultima caverna.

Prima di mezzodì tutto era pronto per la partenza. Non mancava che di calare il battello il quale era stato già montato.

Il dottore e padron Vincenzo, prima di abbandonare definitivamente la caverna, turarono alla meglio la galleria con grossi macigni, onde impedire ad altre persone di scoprire l'esistenza del canale e di approfittare per tentarne l'esplorazione, poi diedero il comando di calare la scialuppa.

Michele e Roberto, dopo di essersi assicurati che le costole ed i puntali che tenevano tesa la tela impermeabile erano bene saldati, con due funi la fecero scendere nel canale, poi a loro volta si calarono per ricevere le casse.

Appena sentirono la scialuppa ondeggiare sotto l'impeto di quella nera corrente che si precipitava nel canale flagellando cupamente le pareti e rumoreggiando sotto le oscure vôlte, non poterono sottrarsi ad una viva impressione di terrore.

– Si direbbe che noi stiamo per scendere all'inferno – disse Michele, con un tremito nella voce. – Ci abitueremo, ma per ora confesso che ho paura.

– Abbiamo il padron ed il signor Bandi in nostra compagnia, – disse Roberto, – e di quei due uomini possiamo fidarci.

– Tuttavia non devi essere tranquillo.

– Non dico il contrario; sarà però cosa di pochi momenti.

– Scorgi nulla tu?...

– Non vedo che l'acqua scorrere verso ponente.

– Assaggia se è salata.

Il giovane pescatore immerse una mano poi la portò alle labbra succhiando qualche goccia.

– È acqua marina – disse, facendo una smorfia.

– Ohe!... Attenzione!... – gridò in quel momento padron Vincenzo.

– Aspettiamo il carico – risposero i due pescatori.

– Galleggia bene il battello?

– Meglio della nostra scialuppa – disse Michele.

– Prendete le casse ed i barili e stivateli in modo che il battello sia bene equilibrato.

– Non temete, padrone.

In pochi minuti il carico del dottore fu calato nella scialuppa, mettendo i barili più pesanti a poppa e le casse a prora, quindi furono calati i remi.

– Siamo pronti? – chiese il dottore.

– Non manca che di partire, signore – rispose Michele.

Il signor Bandi e padron Vincenzo, dopo d'aver assicurato un cavo alla sporgenza d'una roccia, scesero nella scialuppa.

– Avete paura? – chiese il dottore, ai due pescatori.

– Non ne abbiamo più signore – risposero Michele e Roberto.

– Tagliate il canapo e partiamo!... [p. 37 modifica]

V.

La galleria sotterranea.


Al comando dato dal dottore, il cavo fu subito tagliato ed il battello, dopo d'aver girato qualche po' su se stesso urtando contro la parete, si sentì trascinato da quel fiume sotterraneo che scorreva da levante a ponente, rumoreggiando cupamente sotto le vôlte della gigantesca galleria.

Il signor Bandi, in piedi a prora, con una torcia in mano, guardava con stupore quell'opera meravigliosa, dovuta al genio dell'ardito capitano della repubblica genovese, mentre i suoi compagni, in preda ad una crescente ansietà, ad un vero terrore, si guardavano in viso l'un l'altro come per chiedersi se era vero che si trovavano sepolti nelle viscere del suolo e come avevano avuto tanto coraggio.

Quelle tenebre addensate nel canale, a malapena rotte dalla fumosa torcia del dottore, quei muggiti sordi della corrente sotterranea, che l'eco raddoppiava, non erano certamente cose da incoraggiare quegli uomini già per natura superstiziosi. Erano appena partiti e si credevano ormai lontani mille miglia dalla crosta terrestre, perduti negli abissi paurosi del globo.

Solamente il dottore non aveva perduto un atomo del suo sangue freddo. I suoi sguardi continuavano ad osservare ora le vôlte ed ora il fiume sotterraneo con crescente meraviglia, chiedendosi per la millesima volta come mai quel capitano era riuscito a condurre a termine quel prodigioso lavoro.

– È splendido, superbo! – esclamò ad un tratto, rompendo il silenzio pauroso che regnava nella scialuppa. – Non avrei mai creduto che gli uomini potessero riuscire a compiere un simile lavoro, considerata specialmente l'epoca in cui venne eseguito. Tutto mi sarei atteso, ma giammai una simile opera, degna solamente dei Romani.

– Superba finché volete dottore ma, per centomila merluzzi!... Io non so cosa sia, vi giuro signore che comincio a sentirmi indosso certi brividi che possono essere prodotti dalla paura – disse padron Vincenzo. – Non avrei mai supposto che l'oscurità potesse produrre questi effetti.

– Voi aver paura, Vincenzo? – disse il dottore, sorridendo.

– Ve lo giuro. [p. 38 modifica]

– Credevo solamente che lo stupore vi avesse legata la lingua. Non trovate meravigliosa, incredibile quest'opera?

– Non dico il contrario, però questi muggiti, queste tenebre, questo fiume che ci trascina...

– È l'impressione del primo istante, Vincenzo; ben presto passerà.

– E se dovesse durare sempre, dottore? – chiese il pescatore, celiando.

– Vorreste forse ritornare?

– Ah! No, dottore!...

– Allora avanti!... D'altronde questo viaggio non dovrà durare molto. Se la velocità della corrente non scema, noi giungeremo presto alla Spezia. Prima però di cominciare il viaggio, sarei curioso di sapere dove sbocca l'estremità di questo canale e sapere da dove viene questo fiume.

– Volete rimontare la corrente, signore?

– Sì, per sapere in quale punto della laguna veneta finisce.

– Ai remi, giovanotti – comandò padron Vincenzo.

I due pescatori non si fecero ripetere l'ordine e si disposero l'uno a babordo e l'altro a tribordo, remando con delle corte pagaie onde non danneggiare, in qualche modo, i bordi del leggero battello.

Prima però di allontanarsi, il dottore pregò padron Vincenzo di gettare lo scandaglio e poi di misurare la larghezza della galleria, volendo accertarsi se quel passaggio avrebbe potuto servire anche ad una delle grosse navi moderne.

Lo scandaglio diede una profondità di dodici piedi e la galleria una larghezza di ventiquattro metri.

– Quale importanza strategica potrebbe avere questo canale – disse il dottore, il cui stupore aumentava sempre. – L'Adriatico ed il Tirreno uniti da questo fiume sotterraneo!... Genova e Venezia a così breve distanza l'una dall'altra con Spezia allo sbocco!... Quale mirabile uomo quel capitano!...

– Lo trovate adunque così importante questo canale? – chiese padron Vincenzo, che in fatto di strategia non capiva un'acca.

– Ma pensate quale valore avrebbe nel caso che scoppiasse una guerra contro l'Italia!... La sua armata, per mezzo di questo canale, in ventiquattro ore potrebbe trovarsi improvvisamente o nel Tirreno o nell'Adriatico, pronta a difendere Genova, Spezia, Venezia ed Ancona senz'essere obbligata a fare il giro dell'intera penisola e quello che più importante, senza poter essere in alcun modo veduta e bombardata.

– Potrebbero passare le moderne corazzate?

– E perché no?... Basterebbe privarle degli alberi, diventati ormai inutili ed abbassare le ciminiere. L'acqua è sufficiente per le grosse navi e anche l'ampiezza del canale è tale da permettere il passaggio a qualsiasi vascello per quanto grosso possa essere.

– E quale credete che sia stato il motivo che spinse il capitano Gottardi a intraprendere una così gigantesca costruzione? [p. 39 modifica]

– Non certo quello di giovare a Genova ed a Venezia, non esistendo in quell'epoca un regno d'Italia. Io ritengo come già vi dissi, che ve lo avesse spinto il desiderio di poter far sorprendere la repubblica veneziana, acerrima e pericolosa avversaria, di quella genovese.

– Quale duro lavoro pei negri arruolati dal capitano!

– Tremendo senza dubbio.

– E per otto lunghi anni!... Quale invidiabile costanza!...

– Vedremo però se tutto il lavoro sarà stato compiuto dalla mano umana.

– Cosa volete dire, dottore?

– Che il capitano può aver trovato anche qualche galleria naturale. Vedremo in seguito se questa mia supposizione sarà vera. Oh!...

– Cosa avete, dottore?

– Mi sembra che la corrente sia diventata più debole, Vincenzo.

– È vero, signore – dissero Michele e Roberto.

– Come va questa faccenda? – si chiese padron Vincenzo.

– La cosa mi sembra spiegabilissima – disse il dottore. – Certamente il flusso ed il riflusso devono entrarci per qualche cosa.

– Allora questa galleria deve finire direttamente in mare.

– Almeno lo suppongo: avanti, ragazzi!... L'Adriatico non deve essere lontano e già indovino la direzione della galleria e anche il suo sbocco.

– Dove supponete che termini?

– Presso Brondolo se le nostre bussole sono esatte.

– Sono esattissime, dottore.

Il battello spinto dalle vigorose braccia dei due pescatori, s'avanzava velocemente, tanto più che la forza della corrente continuava a diminuire.

La galleria si manteneva sempre eguale; solamente la natura della roccia pareva che si fosse cambiata. Mentre nei pressi della caverna le pareti sembravano formate da un impasto di sabbia, di lapilli e di ceneri vulcaniche, ora erano composte di travertino ossia di tufo calcareo, facilmente attaccabile, non presentando molta resistenza.

Sulle vôlte, vôlte molto ineguali e di frequente male livellate, l'umidità, mescolandosi al tufo, aveva creato un numero infinito di stalattiti, le quali pendevano come giganteschi aghi o come i denti d'un pettine infinito.

Ve n'erano di grosse come i tubi d'un organo, di sottili come cannelli, di lisce, di bitorzolute e qualche volta talune trasparenti come se fossero di vetro. Alcune erano così lunghe che toccavano il canotto, ma erano così fragili che si spezzavano al menomo urto, cadendo con sordo rumore.

La scialuppa aveva già percorso circa due miglia, ora accostandosi ad una parete ed ora all'altra, quando in lontananza, fra le tenebrose acque, si videro apparire bruscamente delle linee che parevano di fuoco ed un numero infinito di punti luminosi che si agitavano in tutte le direzioni, ora spegnendosi ed ora riaccendendosi. [p. 40 modifica]

Michele e Roberto, sorpresi ed anche spaventati da quello strano quanto inatteso spettacolo, avevano cessato di remare.

– Non vedete, signor dottore! – avevano esclamato entrambi, con un certo tremito nella voce.

Il signor Bandi che in quel momento volgeva le spalle alla prora, intento ad osservare la bussola che padron Vincenzo gli mostrava, si volse vivamente e non poté frenare una esclamazione di meraviglia.

– Splendido!...

– Per mille merluzzi!... Cosa succede laggiù? – chiese padron Vincenzo, impallidendo.

– Una cosa semplicissima – rispose il dottore.

– Che sia Belzebù che prende un bagno in queste tenebrose acque?

– Il tuo Belzebù non ha niente da fare qui – rispose il dottore, ridendo. – Non si tratta che di una magnifica fosforescenza marina. Guardate, Vincenzo!... Forse mai ne avete veduta una eguale nel nostro Adriatico.

Lo spettacolo infatti era meraviglioso. Pareva che quel fiume, rinchiuso nelle viscere delle terra, fosse stato improvvisamente tramutato in una corrente d'argento fuso o di zolfo liquido.

Quelle acque poco prima nere come l'inchiostro, scintillavano vivamente sotto le oscure vôlte dell'immensa galleria. Ora la superficie brillava come se fosse coperta da un drappo intessuto d'argento, ora pareva che ondate di pece ardente o di bitume scorressero sotto, salendo dal fondo del canale; ed ora getti di fuoco che guizzavano in tutte le direzioni, come se dei veri lampi si sprigionassero dalle viscere della terra o se montassero, da mille crepature, degli sprazzi di lave infuocate.

Talora quella luce bruscamente si spegneva in un punto, per riaccendersi in un altro e si vedevano correre fra le acque oscure, nembi di scintille o delle palle azzurre o rosee che somigliavano a vere lampade elettriche.

– Bello, splendido, superbo!... – ripeteva il dottore. – Quale contrasto con l'oscurità che regna sopra di noi!

– Credete realmente che quella fosforescenza sia prodotta da miriadi di pesci, proprio come avviene in mare? – chiese padron Vincenzo, che stentava a non vederci, in quel semplice fenomeno, almeno la coda di Belzebù.

– Quando saremo vicini ve ne persuaderete.

– E vedremo dei pesci?

– Certamente, Vincenzo.

– Hum!...

– Incredulo!... Vedrete che ci prepareremo anche una deliziosa cena. Avete portato con voi almeno una rete?

– Ho una fiocina, dottore.

– Basterà.

– E che pesci volete che ci siano qui?

– Quelli del Mediterraneo e fors'anche dell'Adriatico – rispose il [p. 41 modifica]dottore. – Guardate, vedo laggiù certi palloni lucenti che mi sembrano dei pesciluna.

– Poco buoni, signor Bandi. Preferisco le orate.

– Però non li lasceremo scappare.

– Oh no!... In mancanza di meglio si mangiano anche i pesciluna. Vi è però una cosa che non comprendo.

– Spiegati.

– Perché devono essersi qui riuniti tanti pesci, mentre finora non ne abbiamo veduti?

– Perché forse laggiù il canale è chiuso, Vincenzo.

– Sicché non potremo andare oltre.

– Ve lo dirò più tardi con maggior certezza. Ohe! Giovanotti, allungate un po' la battuta!

La scialuppa, spinta vigorosamente innanzi, giunse ben presto fra le acque fosforescenti, facendo spruzzare dinanzi la prora miriadi di punti luminosi che dovevano essere prodotti da enormi agglomerazioni di nottilughe, piccolissimi organismi marini dei quali non si sa ancora esattamente se di natura più animale o vegetale e che hanno la forma di una pesca, munita d'una appendice membranosa.

L'acqua, tutta all'intorno, pareva d'argento come se in fondo al canale vi fossero state collocate delle lampade elettriche. In mezzo a quei vividi bagliori, dei pesci nuotavano proiettando a destra ed a sinistra degli sprazzi di luci diverse.

Abbondavano soprattutto le meduse, le pelagie nottilughe, le berenice rosee e le ciclofore, graziosi molluschi che sembrano formati di albume d'uovo o di sottilissima madreperla e che rassomigliano vagamente agli ombrelli aperti, ma che hanno delle splendide tinte azzurrognole o rosee o verdognole.

Ve n'erano delle centinaia e si lasciavano trasportare mollemente dalla corrente, come palloncini luminosi abbandonati alla superficie d'un fiume.

Non mancavano però le pennatule, le lucernarie sfolgoranti di delicatissime tinte, né tante altre specie di pesci proprie del Mediterraneo, né i così detti pesciluna, già prima segnalati dal dottore.

Anzi alcuni di questi grossi e rotondi abitatori del mare, vennero a volteggiare attorno alla scialuppa, agitando le loro lunghe pinne e mostrando i loro strani becchi.

Uno, più grosso di tutti, osò perfino alzare la testa fuori dall'acqua per meglio osservare padron Vincenzo che stava a prora, colla fiocina alzata, pronto a lanciarla.

– Pare che vi aspetti, Vincenzo – disse il dottore. – Giù un buon colpo.

Non aveva ancora finito la frase che già il pesce si contorceva sotto le punte acute della fiocina del pescatore.

Michele e Roberto avevano abbandonati i remi onde aiutare il fortunato e abilissimo pescatore.

Il pesce, quantunque già ripetutamente colpito e benché perdesse [p. 42 modifica]sangue in grande abbondanza, faceva sforzi disperati per sottrarsi ai denti acuti della fiocina, ma Michele e Roberto l'avevano lestamente afferrato per le due lunghe pinne e tenevano fermo, non ostante le scosse disordinate che subiva la leggera scialuppa.

Quell'abitante dell'oscura galleria, era uno di più grossi pesciluna che i pescatori avessero veduto fino allora. Pesava non meno di settanta chilogrammi e difficile, se non impossibile, doveva essere l'impresa d'issarlo a bordo con una scialuppa così leggera e dai margini così poco solidi.

I pesciluna sono abbastanza numerosi nel Mediterraneo. Sono senza dubbio i più stravaganti nuotatori dei nostri mari, non avendo né squame, né code, ed essendo forniti d'una specie di becco somigliante a quello di certi uccelli, specialmente dei nostri frosoni.

Veramente non mancano totalmente della coda, ma l'hanno così breve che quasi non si scorge, avendo specialmente la parte posteriore del corpo rotonda invece di averla allungata come negli altri abitanti delle acque.

Somigliano, per forma, ad un grande disco panciuto al centro e sottilissimo ai margini, fornito di due grandi pinne verso l'estremità posteriore, che sembrano quasi le pale di un'elica; la pelle di quel disco, che è lucidissima, color dell'argento, è irta qua e là di tubercoli, di callosità e di punte. La bocca poi è assai curiosa. I denti, che si scorgono benissimo, non sono coperti dalle labbra e sono formati da lamine d'una sostanza candida che somiglia all'avorio, i quali, unendosi, formano una specie di becco.

La carne di questi pesci è generalmente poco apprezzata, essendo grassa ed impregnata d'un odore poco gradevole; però viene egualmente mangiata dai pescatori.

Sotto i colpi furiosi di padron Vincenzo, il grosso pesce aveva cessato di dibattersi. Una grande macchia di sangue si allargava attraverso le acque fosforescenti, offuscando gli sprazzi di luce che proiettavano le meduse e le nottilughe.

Padron Vincenzo, aiutato dai due pescatori, faceva sforzi prodigiosi per issare a bordo la preda; però non vi riusciva in causa dell'estrema leggerezza della scialuppa. Vi era il pericolo che si rovesciasse, e non era prudente esporvisi in quell'oscuro canale, privo di approdi.

– Accontentiamoci di tagliarne un pezzo per la cena – suggerì il dottore. – Non vale la spesa di perdere tanto tempo per un boccone così poco gustoso.

Il pescatore seguì il consiglio. Armatosi d'una scure, tagliò un largo brano nella parte posteriore del pesce e lo gettò nella scialuppa, abbandonando il rimanente agli abitanti acquatici del canale.

Pochi istanti dopo Michele e Roberto riprendevano i remi, spingendo rapidamente innanzi la scialuppa. La galleria tendeva a cambiare. Non era più così larga come prima, né così regolare. Le vôlte di frequente si abbassavano e mostravano qua e là delle sporgenze e delle fenditure, mentre le due pareti a poco a poco si restringevano.

Pareva che la galleria dovesse da un istante all'altro finire. Certamente [p. 43 modifica]gli uomini che avevano intrapreso quel lavoro colossale, chissà per quali cause, si erano arrestati prima di aprire uno sbocco nelle acque dell'Adriatico.

Tuttavia per un'altra mezz'ora la scialuppa poté avanzare, poi, quasi tutto d'un tratto, il tunnel si restrinse talmente, da impedire il passaggio. Però non finiva ancora.

Una stretta galleria si prolungava ancora in direzione di Brondolo, secondo i calcoli del dottore, ma era così angusta da non permettere alla scialuppa d'inoltrarsi.

– Bisogna ritornare – disse il signor Bandi. – La nostra esplorazione verso l'est è finita.

– Per quale motivo questa galleria non è stata ultimata? – chiese padron Vincenzo.

– Solo il capitano Gottardi potrebbe dirlo, e siccome è morto da tanti secoli, sarà un po' difficile poterlo interrogare – disse il dottore, ridendo. – Chissà! Forse non avrà osato spingere i lavori fino al mare per tema che i veneziani se ne accorgessero e s'impadronissero dello sbocco del canale.

– Credete però che questo tunnel cessi completamente qui?

– Io sospetto che qualche comunicazione possa avere colle acque dell'Adriatico. Sarà pero così stretta da non permettere l'accesso nemmeno ad un palombaro.

– Ritorniamo?

– Sì, Vincenzo. Ormai sappiamo che il canale va a terminare verso l'Adriatico; ora andiamo a vedere dove finisce verso il Mediterraneo. Coraggio, giovanotti!... Sarà una superba gita sotto la penisola.


VI.

Nelle viscere d’Italia.


Favoriti dalla corrente che scendeva verso il Mediterraneo, i quattro intrepidi esploratori giunsero ben presto alla caverna che aveva servito a loro d'imbarco, poi, dopo una breve fermata, ripresero audacemente il viaggio, risoluti a compiere l'intera traversata del meraviglioso canale.

Al di là della caverna, il tunnel si prolungava in linea retta con una leggera inclinazione verso il sud-ovest. L'ampiezza delle vôlte era regolare dappertutto, e la lavorazione delle pareti perfetta, però dopo un certo tratto i naviganti s'accorsero che delle numerose filtrazioni lasciavano [p. 44 modifica]cadere, di tratto in tratto, dei larghi goccioloni, e talvolta anche dei veri getti d'acqua.

Certamente le rocce che formavano le vôlte, dovevano essere di natura assai porosa, per lasciar trapelare l'acqua delle valli di Zenare e di Porzile, e fors'anche del canale di Porzone, poiché, secondo i calcoli del dottore, il tunnel doveva passare sotto quei terreni paludosi ed anche in prossimità di quel corso d'acqua artificiale.

L'effetto che produceva quella pioggia era strano, anzi un po' impressionante, specialmente pei tre pescatori. Il rumore si propagava sotto le infinite vôlte con una monotonia desolante, irritando stranamente i nervi.

Ben presto però quelle filtrazioni cessarono, indizio certo che il canale ormai si prolungava sotto la terra solida.

– Dove credete che ci troviamo? – chiese ad un tratto padron Vincenzo al dottore, il quale stava guardando attentamente una carta della provincia d'Adria.

– Sotto o nei pressi di Cavarzare – rispose il signor Bandi.

– Di già?

– La corrente ci porta con una notevole velocità, Vincenzo.

– Udite? Ricominciano le filtrazioni.

– Non mi stupiscono.

– Perché?

– Dobbiamo essere vicini all'Adige.

– Per mille merluzzi!... Brrr!...

– Cosa avete, Vincenzo?

– Pensavo al letto di quel fiume.

– Volete dire?

– Se le vôlte, corrose dall'acqua che vi passa sopra, dovessero cedere?

– Noi morremmo come i topi sorpresi nelle chiaviche da un furioso uragano.

– Mi fate venire la pelle d'oca, dottore.

– Oh! Non v'è pericolo, Vincenzo. Se la vôlta ha resistito per tanti secoli, non ci piomberà addosso oggi.

– Signore – disse in quell'istante Michele. – Scorgo un'apertura sulla nostra destra.

Il dottore si era vivamente voltato, alzando la torcia per meglio vedere.

Una grande spaccatura capace di lasciar passare anche una nave di modeste proporzioni, s'apriva nella parete del canale. Pareva che non fosse stata fatta dall'opera dell'uomo, poiché i margini erano irregolarissimi e bizzarramente dentellati. Probabilmente conduceva in qualche grande caverna naturale.

– Andiamo ad esplorarla – disse il dottore. – Forse troveremo un posto ove sbarcare e riposare con maggiore comodità.

La scialuppa virò di bordo e s'accostò a quella squarciatura lentamente, per tema che qualche roccia nascosta sott'acqua lacerasse il tessuto che serviva di rivestimento. [p. 45 modifica]

Oltrepassata quella specie di porta, i naviganti si trovarono in una caverna così ampia, da non poter scorgere la fine.

– Dove siamo noi? – si chiesero i tre pescatori, con un po' d'inquietudine.

– In un lago sotterraneo – rispose il dottore.

– Mi pare che sia immenso – disse Vincenzo.

– Lo esploreremo, amici. Proviamo a piegare a sinistra.

– Che vi siano anche qui dei pesci, signore?

– E perché no, Vincenzo?

– Saranno certamente ciechi; con questa oscurità degli occhi a nulla servirebbero.

– T'inganni, Vincenzo. Credi tu che i pesci ed i molluschi che vivono negli abissi degli oceani, là dove non può giungere la luce del sole, siano ciechi? Sì, un tempo lo si era creduto, ma dopo la campagna del Travailleur si sono fatte delle curiose scoperte a proposito di quegli abitanti delle tenebrose acque. Si sono pescati dei pesci che avevano delle vere lampadine che potevano accendere e spegnere a loro piacimento.

– Oh! Dottore!...

– Sì, Vincenzo. Quei pesci, invece di veri occhi, avevano delle placche trasparenti ricoperte d'una pelle sottile ripiena d'un liquido suscettibile di diventare luminoso sotto l'influenza dell'encefalo.

– Erano adunque muniti di lanterne cieche che aprivano e chiudevano a piacimento.

– Sì, Vincenzo.

– Badate!... – gridò in quell'istante Roberto. – Il mio remo ha toccato il fondo.

– Che siamo vicini a qualche sponda? – si chiese il dottore.

Alzò la fiaccola e sporse il braccio innanzi. Ad una distanza di trenta o quaranta passi, distinse confusamente delle scogliere, poi più oltre delle rupi che si spingevano molto innanzi.

– Forse potremo approdare – disse. – Procedete adagio, e voi, Vincenzo, scandagliate il fondo.

Il pescatore si armò d'una manovella e si mise a prora, immergendola di quando in quando per misurare la profondità dell'acqua.

Degli scoglietti dalle punte aguzze e taglienti, si scorgevano a destra ed a manca, minacciando di squarciare il tessuto della scialuppa, poi dei banchi sabbiosi, i quali si allungavano in direzione della spiaggia.

Manovrando con infinite precauzioni, dopo pochi minuti i naviganti giungevano dinanzi ad una sponda bassa e sabbiosa, fiancheggiata da altissime rupi, le quali si perdevano fra l'oscurità delle altissime vôlte.

L'acqua del lago, leggermente agitata, forse in causa del flusso che si faceva sentire nel canale, veniva a morire sulla sabbia con un gorgoglìo monotono, che l'eco ripercuoteva.

Il dottore, presa la torcia, balzò a terra gettando all'intorno uno sguardo curioso. Vincenzo lo aveva subito seguìto, armato d'una scure. Pareva che il buon pescatore non si fidasse troppo e che temesse l'incontro di qualche folletto o di qualche cosa di peggio. [p. 46 modifica]

– C'è nessuno, dottore? – chiese arrestandosi.

– Credete che ci siano dei leoni o delle tigri, quaggiù? – rispose il signor Bandi, ridendo. – Forse vi sarà qualche topo, ammesso che questa caverna abbia qualche comunicazione colla superficie della terra.

– Dei topi non ho paura. Ve n'erano tanti nella mia barca da pesca!

– Allora potete lasciare la scure nella scialuppa. Guardate: il luogo mi sembra propizio per prepararci la cena e per fare una bella dormita.

– Hum!... E vi fiderete voi a chiudere gli occhi?

– Come che fossi nella mia stanza, Vincenzo.

– Credo però che faremo bene a vegliare per turno.

– Cosa temete?

– Non lo so, ma vi dico che noi veglieremo.

– Come volete, Vincenzo – rispose il dottore.

Legata la scialuppa alla punta d'uno scoglio, Michele e Roberto sbarcarono portando con loro una lampada a spirito, delle gallette, una bottiglia di vino, del formaggio salato ed il pezzo di pesceluna che volevano cucinare nella pentola, per poi condirlo con dell'olio e del succo di limone.

La cena, preparata in meno di mezz'ora da Michele, nominato lì per lì cuciniere della spedizione, fu divorata con un appetito invidiabile, quantunque la carne del pesceluna non fosse così eccellente, come ognuno d'altronde s'aspettava.

Dopo quattro chiacchiere ed una fumata, stesero le coperte e si sdraiarono sulla morbida sabbia di quel piccolo seno; però i tre pescatori, avendo rinunciato all'idea di vegliare, rassicurati dal profondo silenzio che regnava in quel luogo, si misero accanto le scuri e tennero alla cintola i loro coltelli.

– Buon riposo, dottore, – disse padron Vincenzo, – e speriamo che nessuno venga a turbare il nostro sonno.

– Sì, qualche topo – rispose il signor Bandi, e chiuse gli occhi.

Poco dopo tutti quattro russavano in modo tale da svegliare l'eco della grande caverna.

Il sonno dei tre pescatori non durò molto. Temendo chissà mai quali pericoli, di quando in quando si svegliavano e gettavano all'ingiro degli sguardi inquieti, specialmente verso le rupi giganti, che fra quell'oscurità, appena rotta dalla pallida luce d'una piccola lampada, prendevano l'aspetto di giganteschi fantasmi.

Sembrava a loro talvolta di veder agitarsi dei folletti nelle tenebrose cavità delle rocce o di veder vagolare delle ombre sulle acque del lago. Quel silenzio profondo, non più rotto dai mormorìi dell'acqua, e quell'oscurità che pareva diventasse sempre più densa, metteva delle strane paure nei loro animi.

Tuttavia, rassicurati un po' o meglio vinti dalla stanchezza, finirono col riaddormentarsi l'uno vicino all'altro, onde essere più pronti ad aiutarsi vicendevolmente nel caso che un pericolo venisse a minacciarli. [p. 47 modifica]

Il dottore, invece, tranquillo come se si trovasse ancora nella sua bianca casetta di Sottomarina, non aveva aperto gli occhi un solo istante.

Forse i tre pescatori, vinti i primi terrori, avrebbero continuato a dormire, se un avvenimento inatteso e che doveva avere delle gravi conseguenze non li avesse strappati bruscamente da quel riposo.

Sonnecchiavano da qualche ora, quando tutto d'un tratto un fragore improvviso venne a destarli. Pareva che una gigantesca ondata si fosse precipitata nella caverna, sconvolgendo la tranquilla superficie del lago.

Padron Vincenzo era balzato rapidamente in piedi, gridando con voce tuonante:

– All'erta!...

Il dottore ed i due pescatori che si trovavano più vicini alla spiaggia, cercarono di rialzarsi, ma si sentirono atterrare da un'ondata, la quale, dopo d'essere passata sopra i loro corpi, andò ad infrangersi, con sordo fragore, alla base della rupe.

Quando l'acqua ridiscese la sponda e poterono rimettersi in piedi, una profonda oscurità li avvolgeva.

– Dov'è la lanterna? – chiese il dottore.

– È stata portata via dall'onda – rispose padron Vincenzo.

– Ma cos'è accaduto? – chiese Michele.

– Non saprei – rispose il dottore, che si trovava imbarazzatissimo. – Forse quest'ondata è stata prodotta dall'alta marea.

– O da qualche gigantesca frana? – chiese Vincenzo.

– Può essere.

– Caduta forse nel canale? – chiese Vincenzo.

– Od all'estremità di questa caverna – rispose il dottore. – Noi non conosciamo ancora la vastità di questo lago.

– Andiamo nella scialuppa a prendere un'altra lampada – disse Vincenzo. – Quest'oscurità mi mette indosso i brividi.

– Badate a non smarrirvi.

– Non abbiamo che da scendere, dottore.

Padron Vincenzo e Michele si diressero a tentoni verso la spiaggia, e poco dopo giungevano là dove avrebbe dovuto trovarsi la scialuppa. Trovato lo scoglio a cui l'avevano legata, cercarono la corda.

Ad un tratto un urlo di terrore si sprigionò dai loro petti.

– Cos'è accaduto? – domandò il signor Bandi, alzandosi precipitosamente.

– C'è... che la scialuppa... non vi è più!... – rispose Vincenzo, con voce rotta.

– Non vi è più la scialuppa!... – gridò il dottore slanciandosi innanzi, mentre un freddo sudore gli bagnava la fronte. – È impossibile!...

– Vi dico che è scomparsa!... – ripeté il pescatore, con voce strozzata.

– Gran Dio!... – mormorò il dottore.

Poi si precipitò all'impazzata verso la spiaggia, urtando bruscamente i due pescatori.

– Dov'è lo scoglio? – chiese. [p. 48 modifica]

– È qui, signore – rispose Michele.

– E la corda?

– Non v'è più.

– Siete certi?

– Certissimi – rispose Vincenzo.

– Potete esservi ingannati!...

– Non è possibile.

– Uno zolfanello! Presto, uno zolfanello!

Padron Vincenzo, arrabbiato fumatore, non era mai sprovvisto. Si frugò precipitosamente nelle tasche, e trovata la scatola, accese un cerino.

La piccola fiamma ruppe l'orrenda oscurità che regnava sovrana nella grande caverna, proiettando la luce sull'acqua gorgogliante.

Un nuovo urlo irruppe dalle gole dei tre uomini:

– Scomparsa!...

I tre disgraziati si guardarono in volto l'un l'altro con terrore. Un breve silenzio regnò fra di loro, mentre la luce del cerino impallidiva rapidamente.

Roberto, che era rimasto a guardia delle coperte, ruppe per primo quell'angosciosa pausa.

– Deve essere stata l'onda a spezzare la fune – disse.

– Dottore, noi siamo perduti, è vero? – chiese padron Vincenzo, con voce abbastanza ferma.

– Perduti forse no... ma che la nostra situazione sia gravissima, non ve la nascondo – rispose il signor Bandi.

– Credete che la scialuppa possa essere stata sommersa da quell'ondata?

– No, di questo sono certo.

– Da che cosa lo arguite?

– Qualcuna delle nostre numerose casse o qualche barile sarebbe stato spinto verso la spiaggia.

– Allora voi avete la speranza di ritrovarla ancora?

– Forse.

– Udiamo, signore: credete che la scialuppa sia stata spinta lontano?

– L'ondata non può averla trascinata molto al largo – rispose il dottore. – Forse, mentre noi la crediamo perduta, si trova a pochi passi da noi.

– Ma siamo nell'impossibilità di poterla scorgere.

– Questo è vero, poiché anche la lanterna è stata portata via dall'onda.

– Signore, – disse Michele, – si potrebbe tentare qualche cosa?

– Spiegati.

– Gettiamoci in acqua, e cerchiamola.

– Con questa oscurità?

– Il caso può condurci verso di essa.

– Proviamo, amici. Tutto dobbiamo tentare, poiché senza la scialuppa non so che cosa potrebbe accadere di noi. [p. 49 modifica] [p. 50 modifica] [p. 51 modifica]

– Sarebbe la morte certa – rispose Vincenzo. – Nessuno potrebbe ritornare nella galleria senza un galleggiante.

– Affrettiamoci: ogni istante che passa, può diminuire la speranza di ritrovarla.

– Lasciate fare a noi, dottore – disse Michele. – Voi rimarrete qui ed accenderete qualche cerino. Ci servirà da faro.

In pochi istanti i tre pescatori si spogliarono, poi si tuffarono nelle fredde e tenebrose acque della grande caverna, mettendosi a nuotare con vigore sovrumano.

Dove andavano? Era impossibile a saperlo. Vagavano a casaccio, talvolta incrociandosi ed urtandosi, od allontanandosi tanto l'uno dall'altro da non udire più le battute dei compagni.

Il timore però di smarrirsi fra quella tenebrosa caverna o di trovarsi improvvisamente dinanzi a qualche pericolo, ed anche la paura rallentava il loro slancio, e dopo trenta o quaranta bracciate, cercavano di accostarsi nuovamente l'uno all'altro.

Nemmeno padron Vincenzo riusciva a vincere quel senso di terrore che gl'inspirava quell'oscurità. Invano faceva appello al proprio coraggio e si ripeteva che alla fine quelle acque non erano diverse dalle altre e che pesci pericolosi non se ne dovevano trovare; poco dopo lo sgomento lo riprendeva e s'affrettava a piegare verso la spiaggia, guardandosi alle spalle come se fosse inseguito da qualche ombra.

Il dottore, in piedi sulla riva, accendeva di quando in quando un cerino, onde i nuotatori potessero orientarsi fra quella profonda oscurità. Di tratto in tratto, con voce sensibilmente alterata, chiedeva se la scialuppa era stata ritrovata, ma riceveva sempre la stessa desolante risposta:

– Niente!

Per una buona ora padron Vincenzo ed i suoi due compagni continuarono le ricerche, ora accostandosi alla sponda ed ora allontanandosi in diverse direzioni, poi tutti, uno dietro l'altro, esausti e scoraggiati, raggiunsero il dottore.

– Nulla? – aveva chiesto il signor Bandi.

– Nulla – aveva risposto padron Vincenzo.

Il dottore aveva lasciato cadere il cerino che teneva fra le dita, e l'oscurità era ripiombata sui quattro disgraziati esploratori.

Per parecchi minuti un cupo silenzio regnò fra di loro. Pareva che l'angoscia avesse paralizzate le loro lingue.

Finalmente padron Vincenzo osò fare una domanda:

– Dottore, cosa accadrà di noi?

Il signor Bandi non aveva risposto. Ripiegato su se stesso, colla testa stretta fra le mani e gli occhi aperti, fissi sulle tenebre, pareva che fosse immerso in profondi pensieri.

– Dottore, parlate – riprese il pescatore dopo alcuni istanti. – Cosa accadrà di noi, se non ritroviamo la scialuppa?

– Non lo so – rispose il signor Bandi, con voce appena intelligibile.

– Siamo perduti, è vero? [p. 52 modifica]

– Chissà!

– Cosa sperate?

– Che l'onda ci riconduca la scialuppa.

– Credete che si ripeta?

– Se è stata prodotta dalla marea, tornerà a rovesciarsi su queste sponde.

– E se il riflusso avesse ormai trascinata la scialuppa nel canale?

– Tacete, Vincenzo.

– Sarebbe la nostra morte, dottore?

Il signor Bandi non rispose.

– Udiamo, dottore – riprese Vincenzo, dopo qualche istante. – Che non vi sia nulla da tentare per uscire da questa disperata situazione? Credete che non sia possibile raggiungere la caverna?

– In qual modo, Vincenzo? Non abbiamo alcun galleggiante, e poi dobbiamo essere lontani almeno trenta miglia. Chi sarebbe capace di percorrere tanta via a nuoto? No, aspettiamo l'onda: chissà, forse può ricondurci il battello.

– Sei ore d'attesa!... Una eternità!...

– Passeranno anche quelle – rispose il signor Bandi.

Il dialogo terminò lì.

I tre pescatori ed il dottore si erano sdraiati sulla sabbia in attesa del ritorno della marea. Quali tristi pensieri, però, durante quelle lunghe ed angosciose ore d'attesa!... Cosa sarebbe accaduto di loro, se l'onda non avesse ricondotta la scialuppa? E poi era cosa ammissibile che dovesse spingerla precisamente verso la spiaggia da essi occupata? Potevano sperare in tanta fortuna? Ah!... Se non ci fossero state quelle tenebre!... Ed invece non possedevano nemmeno una semplice lampada!... Soli pochi cerini che dovevano ormai serbare per l'ultimo momento.

Le ore passavano lentamente, lunghe come se fossero doppie, senza che alcun avvenimento venisse a rompere quell'angosciosa attesa. Un silenzio profondo, assoluto, un vero silenzio di morte, regnava nell'immensa caverna.

Sulla crosta terrestre il silenzio assoluto non regna: il volo d'una mosca; il trillare d'un grillo, il sibilo del vento, qualche lontano mormorìo si ode sempre; ma laggiù, in quella immensa spaccatura del suolo, perduta nelle viscere della terra, nulla si poteva percepire, dopo che l'onda si era spianata.

E poi quel silenzio con quella oscurità!... Meno male se un raggio di luce, per quanto fioca, sia pure quella d'una lanterna ad olio, fosse venuto ad illuminare quelle acque e quelle rocce, nere come se fossero di carbone o d'inchiostro solidificato!

Dovevano essere trascorse due ore, quando il dottore udì qualcuno dei suoi compagni a fare un movimento, poi alzarsi bruscamente, facendo stridere sotto i piedi la sabbia.

– Chi si muove? – chiese.

– Sono io – rispose Michele. – Avete udito, signore?

– No, non ho udito nulla – rispose Bandi. [p. 53 modifica]

– Dormivate?

– Ero sveglio.

– Eppure io ho udito distintamente un rumore che veniva dal largo.

– Sarà stato qualche pesce.

– No, dottore, m'è sembrato un colpo di remo.

– Un colpo di remo qui? Sognavi, Michele?

– No, dottore, non sognavo. Forse non sarà stato un colpo di remo, ma qualche cosa deve essere avvenuto al largo.

– Se siamo soli?

– Forse sarà caduto dall'alto qualche sasso – disse padron Vincenzo.

– Ah!...

– Cos'hai, Michele? – chiesero il dottore e Vincenzo.

– Non vedete laggiù?

– Dove?

– Là, guardate: la fosforescenza!...

Il dottore e padron Vincenzo si erano voltati vivamente. Dall'apertura della caverna, entravano allora come dei getti di zolfo fuso, distendendosi lentamente attraverso le acque tenebrose.

Erano le falangi delle nottilughe che s'avanzavano nella grande caverna, sospinte dalla marea. Quelle miriadi di polipetti salivano in ranghi fitti, mescolati alle splendide e variopinte meduse, scintillanti come globi di luce elettrica.

Quell'onda di luce si allargava sempre fugando le tenebre. E le acque, poco prima così oscure, ora scintillavano come se sopra e sotto scorressero serpenti di fuoco.

I tre pescatori ed il dottore, in piedi, guardavano con stupore il meraviglioso spettacolo, mille volte veduto ma pur sempre splendido. Una vaga speranza, che però ingigantiva rapidamente, invadeva i loro cuori.

Una barca perduta su quelle acque luminose, doveva essere visibile. Perché non avrebbero scoperta la loro scialuppa?

– Aprite gli occhi! Guardate bene! – ripeteva il dottore.

Ad un tratto un urlo di gioia irruppe dal petto del bel Roberto.

– Là!... Là!... – aveva esclamato con voce rotta dall'emozione. – Eccola!... Eccola!...

L'onda luminosa aveva allora invasa mezza caverna, e continuava a distendersi. Dal canale, i battaglioni delle nottilughe continuavano ad affluire.

In mezzo a quello scintillìo meraviglioso, gli occhi del pescatore avevano scoperta la scialuppa.

Essa ondulava a mille o milleduecento metri dalla piccola cala, a breve distanza da alcune scogliere che si prolungavano parallelamente alla spiaggia. La grossa ondata, per un caso prodigioso, l'aveva risparmiata, mentre un semplice urto sarebbe stato sufficiente per mandarla a picco.

– Bisogna riprenderla prima che la fosforescenza cessi! – aveva gridato il dottore.

Padron Vincenzo e Michele, i due più abili nuotatori, in pochi istanti [p. 54 modifica]si erano sbarazzati delle loro vesti, non conservando che le loro larghe fasce di lana rossa per tenervi appeso il coltello di manovra.

– Vieni – disse Vincenzo.

– Sono pronto – rispose Michele.

– Potrai resistere?

– Non temete: nemmeno quattro miglia mi spaventerebbero.

I due pescatori s'immersero nelle acque luminose, facendo spruzzare in alto un nembo di spuma fosforescente.

Il dottore e Roberto, ritti sulla sponda, li seguivano cogli sguardi e con una certa ansietà. Guai se la fosforescenza fosse cessata prima che i due pescatori potessero giungere alla scialuppa. Vi era anche il pericolo che quei due coraggiosi si smarrissero fra le tenebre e non potessero più ritrovare la sponda, dalla quale erano partiti.

Padron Vincenzo e Michele nuotavano intanto con vigore, fendendo rapidamente quelle acque scintillanti. I loro sguardi non si staccavano dalla scialuppa, la quale, sospinta dalla marea, navigava lentamente lungo le scogliere, inoltrandosi sempre più nella grande caverna.

Le loro braccia poderose disperdevano le falangi delle nottilughe e fugavano le splendide meduse, sollevando sprazzi di spuma iridescente. Pareva che nuotassero in un mare di bronzo fuso o di mercurio. Persino i loro corpi parevano luminosi, come se fossero impregnati di materia fosforescente.

Già si erano allontanati di cinque o seicento metri, quando udirono due grida di terrore alzarsi verso la spiaggia.

Entrambi si erano arrestati.

– Dottore! – gridò padron Vincenzo.

La voce del signor Bandi si elevò fra le tenebre:

– Guardatevi alle spalle!

– Per centomila merluzzi, cosa può aver veduto il dottore? – si chiese padron Vincenzo, gettando all'intorno uno sguardo sospettoso. – Ehi, Michele!...

Il pescatore, che si trovava dieci passi più indietro, rispose subito all'appello:

– Cosa volete, padron Vincenzo?

– Hai scorto nulla?

– No, padrone, e mi domando quale pericolo può minacciarci.

– Il dottore deve aver scorto qualche cosa.

In quell'istante la voce del signor Bandi echeggiò nuovamente fra le tenebre:

– Badate!... Avete un pescecane che vi caccia!...

– Per mille orate! – urlò padron Vincenzo, impallidendo. – Attenzione alle nostre gambe, Michele!... Tieni pronto il coltello!... [p. 55 modifica]

VII.

L’assalto del pescecane.


I due pescatori si erano subito arrestati, battendo leggermente i piedi, tanto da potersi mantenere a galla, ed avevano estratti prontamente i coltelli, armi solide, dalla punta acuta, capaci di aprire il ventre anche ad uno di quei feroci mostri del mare.

I loro sguardi interrogavano le acque fosforescenti per cercare di scoprire il pericoloso nemico che silenziosamente li seguiva. Se il dottore lo aveva segnalato, non doveva trovarsi molto lontano; però, per quanto si guardassero intorno, nulla riuscirono a scorgere.

Le acque erano calme, anzi tanto che nessun increspamento si osservava alla superficie. Solo le falangi delle nottilughe s'avanzavano a ondate, sempre mescolate alle splendide meduse dai bagliori variopinti.

I due pescatori, in preda ad una viva ansietà che aumentava di minuto in minuto, dopo alcuni istanti ripresero le mosse, spingendosi velocemente in direzione della scialuppa, la quale si trovava allora a soli cinquecento passi.

– Cerchiamo di raggiungerla più presto che possiamo – aveva detto Vincenzo a Michele. – Una lotta fra queste acque non mi garba affatto, specialmente con un pescecane.

Ogni dieci o dodici metri però s'arrestavano guardandosi alle spalle e tuffandosi in mezzo a quelle ondate di luce, temendo che lo squalo cercasse di sorprenderli per di sotto. La loro ansietà aumentava sempre; una vera angoscia cominciava a prenderli, perché non sapevano ancora da quale parte stava per piombare il pericolo.

– Così non la può durare – disse ad un tratto Michele. – Fermiamoci, padron Vincenzo, ed aspettiamo quel dannato squalo. Preferisco un combattimento a questa angosciosa attesa.

– Hai ragione, Michele – rispose il bravo lupo di mare. – Aspettiamo che si mostri ed impegniamo risolutamente la lotta. Non sarà già un gigante della specie, m'immagino.

– Oh!... Avete udito?

– Sì, una specie di tonfo.

– Lo squalo giuoca a poca distanza da noi.

– Ma come può essere stato scorto dal signor Bandi?

– Si sarà arrampicato su qualche roccia per poter meglio osservarci – rispose Michele. – Con questa fosforescenza, non deve essersi affaticati [p. 56 modifica]gli occhi per scoprirlo. Ehi!... Un altro tonfo!... Padron Vincenzo, fra poco lo avremo addosso.

– Sono pronto a riceverlo.

– Badate!... Hanno certi denti quei maledetti pesci!

– Ma fortunatamente la bocca è poco atta a prendere subito la preda.

– E la coda?

– Ce ne guarderemo. Ehi!... Mi pare che giunga.

– Salite sulle mie spalle, padrone.

– Tieni fermo.

Padron Vincenzo si appoggiò sul robusto dorso del pescatore, e alzandosi con una vigorosa spinta, lanciò all'intorno un rapido sguardo.

A quindici o venti passi, vide emergere bruscamente una testa che terminava in una punta arrotondata d'una tinta biancastra e più sotto una bocca semicircolare, formidabilmente armata.

– Viene – disse, lasciandosi ricadere in acqua.

In quel momento una voce lontana si fece udire:

– Vincenzo!...

Era la voce del dottore.

– Aspettiamo il mostro, signor Bandi! – rispose il pescatore.

– L'avete veduto?

– Sì, e sta per darci addosso.

– Non perdetevi d'animo.

– Ne abbiamo abbastanza del coraggio. Non temete, dottore.

Poi volgendosi verso Michele, disse con voce calma:

– Guardati dalla coda e vibra il colpo sicuro.

Il pescecane aveva già fiutata la preda e s'avanzava verso i due pescatori, con una certa prudenza, però. Pareva che volesse prima conoscere un po' da vicino i suoi avversari.

Non era uno di quei grandi squali che si vedono sovente nell'Oceano Indiano, veri mostri che misurano talvolta perfino otto metri di lunghezza e che hanno certe bocche da contenere un uomo ripiegato in due.

Era molto se toccava i tre metri e mezzo, misura ordinaria di quelli che frequentano il Mediterraneo; però non era un avversario da disprezzarsi; anzi era ancora molto temibile.

Se non hanno dimensioni eguali a quelli che vivono negli oceani, anche quelli del nostro Mediterraneo hanno una passione spiccata per la carne umana e per procurarsela non esitano ad affrontare la lotta.

La loro forza è straordinaria ed il loro coraggio rasenta la pazzia. Anche se piccoli non esitano a scagliarsi contro l'imprudente che osa bagnarsi al largo o contro il disgraziato marinaio che accidentalmente cade dal bordo della nave.

I due pescatori, che prima erano stati marinai, lo sapevano, e perciò si tenevano in guardia, pronti a respingere l'attacco.

Lo squalo era ormai vicino. Nuotava attorno a loro solcando dolcemente le acque luminose, senza produrre rumore. Le sue larghe pinne s'agitavano appena appena e la sua possente coda, rimaneva quasi immobile. Pareva che volesse sorprendere la preda.

Michele e Vincenzo, lontani cinque passi l'uno dall'altro col coltello ben stretto nella destra, spiavano attentamente le mosse del mostro. Nuotavano lentamente, pronti a tuffarsi per sottrarsi all'urto.

– Guarda! – mormorò ad un tratto padron Vincenzo.

Lo squalo si era fermato e li fissava con quei suoi occhi azzurro cupi, che scintillavano stranamente fra le acque luminose. Quel brutto sguardo aveva un fascino pauroso.

D'improvviso lo squalo, con un poderoso colpo di coda che sollevò un'ondata, si scagliò contro Michele che era il più vicino.

Vedendoselo venire addosso, il pescatore fu pronto ad immergersi, ma appena vide passarsi sopra quel grosso corpo, rapido come il lampo, vibrò il colpo.

La lama aguzza e taglientissima, s'immerse tutta nel ventre del mostro, producendo uno squarcio orribile. Un getto di sangue irruppe, oscurando le acque luminose.

Quasi nel medesimo istante, padron Vincenzo, vedendo l'avversario a buon tiro, vibrava due colpi di coltello, uno più formidabile dell'altro.

Lo squalo, col ventre squarciato ed il muso replicatamente traforato, balzò più di mezzo fuori dall'acqua, poi si immerse rapidamente e scomparve negli abissi della grande caverna, lasciandosi dietro una striscia sanguinosa.

I due pescatori erano subito ritornati a galla.

– Sei ferito! – aveva chiesto padron Vincenzo a Michele.

– Nemmeno una graffiatura, padrone – [p. 57 modifica] [p. 58 modifica] [p. 59 modifica]aveva risposto il giovanotto.

– Credo che quel maledetto mangiatore d'uomini ne abbia abbastanza. Signor Bandi!

– Vincenzo! – rispose la voce lontana.

– Lo squalo ha avuto il suo conto.

– Siete salvi!

– Sì, dottore.

– Alla scialuppa!

– Subito, signor Bandi.

I due pescatori certi ormai non venire più disturbati, si erano messi a nuotare vigorosamente, ansiosi di giungere alla scialuppa. Ormai poco si fidavano di quelle acque, poiché come era salito, seguendo il tunnel, quel pescecane, altri potevano averlo imitato.

Cinque minuti dopo i due pescatori abbordavano l'imbarcazione. Pareva che nulla avesse sofferto dall'ondata che l'aveva strappata alla spiaggia; solamente le casse ed i barili si erano spostati accumulandosi verso prora.

Michele e padron Vincenzo salirono a bordo con molte precauzioni onde non rovesciarla o guastare il tessuto e presi i remi si diressero verso la piccola cala.

Il dottore segnalava l'approdo accendendo dei cerini.

Quando sbarcarono, il signor Bandi abbracciò entrambi, dicendo con voce commossa:

– A voi dobbiamo la nostra salvezza. [p. 60 modifica]

– Bah!... L'impresa non è poi stata tanto difficile – rispose padron Vincenzo.

– E l'assalto del pesce, l'avete dimenticato?

– Una cosa da nulla: tre coltellate e tutto è finito lì. Dottore, mangiamo qualche cosa. Questo bagno ci ha messo indosso un appetito pari a quello che doveva avere quel povero squalo.

Roberto, aiutato da Michele, accese una nuova lampada a spirito e preparò in poco tempo una eccellente colazione che fu innaffiata da una bottiglia di Conegliano, molto gradita dal bravo lupo di mare.

Calmata la fame, i quattro esploratori s'imbarcarono, premurosi di lasciare quella caverna che per poco non diventava la loro tomba.

La traversata di quel lago si compì senza altri incidenti, e mezz'ora dopo la scialuppa navigava sulle acque dell'immensa galleria.

La marea montava da ponente a levante, seco trascinando miriadi di nottilughe e di polipi fosforescenti, sicché Michele e Roberto erano stati costretti a riprendere i remi per vincere la corrente che si faceva sentire abbastanza forte.

Quella faticosa manovra non doveva però durare molto, poiché dall'ondata erano ormai trascorse quasi sei ore. Era forse questione di minuti.

Infatti una mezz'ora più tardi, un cupo fragore che saliva lungo la galleria, annunciò agli esploratori il cambiamento della marea. Quel muggito rauco, che l'eco del tunnel centuplicava, aveva qualche cosa di pauroso. Pareva che cento elefanti galoppassero sotto quelle tenebrose vôlte, barrendo formidabilmente.

Poco dopo un'onda spumeggiante, tutta fosforescente, appariva bruscamente ad uno svolto della galleria e si precipitava addosso alla scialuppa, facendola cappeggiare con grande violenza.

Le casse ed i barili, sotto quella improvvisa scossa si spostarono, correndo fra le gambe dei rematori, però nessun danno accadde a bordo.

Passata l'onda, l'acqua tornò a poco a poco a calmarsi e la scialuppa poté riprendere la sua corsa e questa volta favorita dalla corrente.

Col cambiamento della marea, anche la fosforescenza era cessata. Le miriadi di nottilughe, trascinate da quella muraglia liquida, se n'erano andate verso il mare, scomparendo sotto le vôlte della galleria e le tenebre avevano invaso le acque.

– Si direbbe che è calata la notte – disse padron Vincenzo. – Speriamo però che la luce ritorni fra altre sei ore. Almeno tutti quei polipi rallegravano un po' la vista.

Per due altre ore i naviganti continuarono ad avanzare lentamente, radendo ora l'una ed ora l'altra parete per vedere se vi erano altre caverne o delle spaccature.

La galleria si manteneva sempre eguale. Le sue vôlte erano regolari, le sue pareti ben tagliate ed anche bene livellate. Solamente la natura della roccia era ancora cambiata.

Il tufo era scomparso per lasciare il posto ad una pietra nera che [p. 61 modifica]talvolta aveva degli strani bagliori. Si avrebbe detto che quel tratto di tunnel era stato aperto attraverso ad un bacino carbonifero.

Forse la supposizione era giusta, poiché l'aria del canale era impregnata di gas.

Talvolta anche il naso dei naviganti veniva colpito da un odore acuto, come da esalazioni di bitume e di petrolio.

– Non sentite questo odore, signor Bandi? – chiese padron Vincenzo. – Si direbbe che qui presso vi è qualche magazzino di petrolio.

– L'ho già notato, – rispose il dottore – e devo anche dirvi che m'inquieta.

– E perché, dottore?

– Questo odore ci indica che noi non siamo lontani da qualche sorgente petrolifera.

– Da una sorgente!... Possibile, signor Bandi, che vi sia del petrolio anche in Italia?... Credevo che si trovasse solamente nei dintorni del Mar Nero ed in America.

– I pozzi non mancano anche da noi, Vincenzo, anzi ve ne sono tanti che se venissero seriamente lavorati, l'Italia non avrebbe più bisogno di provvedersi dai russi o dagli americani. La provincia di Parma, per esempio, è ricchissima di pozzi e così pure quella di Caserta. Vi sono anche delle sorgenti nei terreni di Tocco, giù nell'Abruzzo e anche la Sicilia non ne è sprovvista.

– E non lo raccolgono quel petrolio.

– Sì ma con certi mezzi così primitivi che farebbero ridere i russi e gli americani se li vedessero. Una vera industria petrolifera non è stata ancora impiantata da noi per ora, però si dice che si stia formando una potente società straniera per sfruttare le nostre sorgenti.

– E credete che siano così ricche da poter gareggiare con quelle americane?

– Non daranno certo le immense quantità di petrolio che producono quelle degli Stati Uniti e del Canadà, ma io sono convinto che si ricaverebbe il necessario per la nostra consumazione interna.

– Ho udito a raccontare che i proprietari dei pozzi e delle sorgenti d'oltre Atlantico, ne ottengono delle migliaia di litri al giorno.

– Delle migliaia di barili, mio caro, anzi dei milioni. Pensa che vi sono non meno di cinquemila pozzi negli Stati Uniti e nel Canadà e che uno solo, quello di Euriskillen ha dato, in circa due anni, la bagatella di sedici milioni di litri di petrolio quasi puro.

– Forse che non è sempre puro il petrolio?

– Mai più. Talvolta se ne trova di quello che è abbastanza limpido, ed allora si chiama nafta, ma generalmente è rossastro e molte volte nero e vischioso come una pece sciolta ed allora si chiama bitume. Si trova perfino allo stato solido conosciuto sotto il nome di asfalto.

– Bisogna quindi purificarlo, prima di metterlo in commercio.

– Quasi sempre, Vincenzo – rispose il dottore.

– E credete che noi siamo vicini a qualche sorgente di petrolio?

– Io dico che queste acque ne sono impregnate.

– Oh! [p. 62 modifica]

– E vi consiglio a non gettare in acqua nessun zolfanello onde non prendano fuoco. Accendiamo una lanterna e vediamo.

Il signor Bandi prese una lampada di sicurezza Davis, una di quelle che vengono usate nelle miniere, non osando servirsi della torcia che ardeva nel centro del battello, l'accese, poi si curvò sulla corrente proiettando la luce sulle acque.

Tosto apparvero dei grossi filamenti neri e viscidi i quali galleggiavano in gran numero, avvoltolandosi e svolgendosi come serpenti. Un odore acuto, penetrante, s'alzava fra quegli ammassi di materia nauseabonda e glutinosa, irritando i polmoni e le narici dei naviganti.

Il dottore si era alzato bruscamente e con un soffio poderoso aveva spenta la torcia.

– Perché avete fatto ciò? – chiese padron Vincenzo.

– Un momento forse di ritardo e qui accadeva qualche grave disgrazia – rispose il signor Bandi. – Quest'aria è satura di gas infiammabile e una scintilla può accenderlo.

– Derivato da dove?

– Dalla sorgente petrolifera.

– Ma io non la vedo ancora.

– La vedremo presto, Vincenzo. L'aria diventa sempre più carica di gas.

– E la vostra lampada non diverrà pericolosa?

– Non temete: è contro le esplosioni e si può portare impunemente anche nelle miniere invase dal gas tuonante, ossia dal grisou. Possiamo però passare un brutto quarto d'ora anche senza che questi gas si accendino.

– Ossia?

– Provare dei sintomi d'avvelenamento.

– Diavolo!...

– È già stato osservato che i gas sviluppati dai petroli, esercitano sull'organismo umano un'azione assai strana che può paragonarsi a quella di un altro gas chiamato ossido d'azoto. Si comincia a provare una specie di ebbrezza, poi tutto d'un tratto sopraggiunge il delirio, la vista si offusca e se l'uomo non viene subito portato all'aria libera, se ne va all'altro mondo in pochi minuti.

– Che tocchi anche a noi di dover affrontare un simile pericolo?

– Speriamo di no, Vincenzo. Ad ogni modo tenetevi pronti a fuggire a tutta forza di remi.

Mentre la scialuppa s'avanzava, le emanazioni gassose diventavano più acute.

Un odore acre, puzzolente, aveva ormai invaso tutte le vôlte e prendeva alla gola, provocando furiosi colpi di tosse e pizzicava gli occhi. I tre pescatori ed il dottore piangevano abbondantemente, quantunque non ne avessero proprio alcun desiderio.

– Ditemi, signor Bandi, la durerà, molto? – chiese padron Vincenzo, dopo un quarto d'ora. – Vi assicuro che non ne posso proprio più.

Il dottore non rispose. Curvo sulla prora guardava i grossi filamenti [p. 63 modifica]neri che aumentavano sempre, formando talvolta degli ammassi considerevoli di materie bituminose.

Pareva che cercasse il crepaccio da cui uscivano.

Padron Vincenzo stava per ripetere la domanda, quando il dottore lo prese per un braccio, dicendogli:

– Ascolta?...

Il pescatore tese gli orecchi e udì verso la parete destra del canale, un gorgoglìo rauco.

– Cosa succede laggiù? – chiese.

– È la sorgente – rispose il dottore.

– E cos'è che fa ribollire l'acqua?

– Sono i gas.

– Oeh... Badate di non accendere le pipe – disse il pescatore, volgendosi verso Michele ed a Roberto. – Noi navighiamo sopra una polveriera.

– E che polveriera! – aggiunse il dottore. – Siamo in mezzo ad un gasometro.

– Toh! Forse che questo gas è illuminante? – chiese il pescatore, stupito.

– E del migliore, mio caro.

– E si potrebbe raccogliere?

– In Cina da parecchi secoli si scavano appositamente dei pozzi per adoperare i gas. Anche a Salsomaggiore si comincia già a raccoglierli e se ne servono come combustibile per cristallizzare il sale, risparmiando così la legna ed il carbone...

Il dottore si era bruscamente interrotto, alzando vivamente il capo. Anche i tre pescatori avevano abbandonati i loro posti, stringendosi macchinalmente l'uno contro l'altro come per proteggersi a vicenda contro un pericolo ignoto.

In lontananza si era udito come una specie di rombo cupo e pauroso.

– Cosa è avvenuto dottore? – chiese padron Vincenzo.

– Si direbbe uno scoppio – rispose il signor Bandi.

– E che sia stata una scossa di terremoto? – chiese Roberto.

– Non lo credo.

– E perché dottore? – chiese padron Vincenzo.

– Le acque del canale avrebbero risentito la scossa e qui si sarebbe prodotta una forte ondulazione.

– Pure qualche cosa deve essere accaduto.

– Lo so.

– Guardate! – esclamò in quell'istante Michele che si trovava a prora.

Tutti si volsero rapidamente e sotto le oscure vôlte del grande canale poterono distinguere un rapido bagliore che quasi subito si estinse.

– Avete veduto? – chiese Michele.

– Sì – rispose il dottore con un tono di voce che tradiva una certa inquietudine.

– Da cosa può essere derivato quel lampo? – chiese Vincenzo. [p. 64 modifica]

– Forse dallo scoppio dei gas petroliferi.

– Ed accesi da chi?

– Non lo so.

– Possono accendersi da soli?

– Non è possibile.

– E allora...?

– Andiamo innanzi – disse il signor Bandi. – Forse avremo la spiegazione di questo mistero.

– Non correremo il pericolo di morire asfissiati od arrostiti?

– Avanti – disse il dottore senza rispondere a quella grave domanda.


VIII.

Un grave pericolo.


La scialuppa che era stata arrestata presso la parete sinistra della galleria, fu lasciata libera e si mise a scendere lentamente, seguendo il filo della corrente.

Roberto e Michele avevano afferrati i remi, pronti ad arrestarla nel caso che un pericolo minacciasse l'esistenza di tutti.

Padron Vincenzo, ed il signor Bandi, seduti a prora, interrogavano ansiosamente le cupe tenebre addensate sotto le interminabili vôlte del tunnel e tendevano gli orecchi, sperando di raccogliere qualche rumore che fornisse dare la spiegazione di quello strano fenomeno.

Dopo quel rombo e quel lampo, più nulla era stato né udito, né veduto. Però i gas petroliferi erano ancora abbondanti e nelle acque si vedevano ancora a serpeggiare in gran numero i filamenti bituminosi.

Di quando in quando si scorgevano dei larghi crepacci sulle due pareti del canale e là entro si udivano dei rauchi gorgoglìi, annuncianti la presenza di sorgenti petrolifere. A rari intervalli si udivano pure dei crepitìi leggeri, prodotti probabilmente dalla fuga dei gas.

La scialuppa, che s'avanzava con prudenza, aveva già percorso un chilometro, quando il dottore s'accorse che la temperatura del tunnel era considerevolmente aumentata. Osservato un termometro che aveva sospeso a poppa, s'avvide che segnava 35° centigradi, con tendenza a salire ancora.

Immerse una mano, ma le acque si conservavano sempre fredde.

– Fa caldo, è vero dottore? – disse padron Vincenzo.

– E molto – rispose il signor Bandi. – Si comincia a sudare. [p. 65 modifica] [p. 66 modifica] [p. 67 modifica]

– Che questo aumento di calore sia stato prodotto da quello scoppio di gas?

– Non si sarebbe mantenuto a lungo, Vincenzo.

– Che passiamo vicini a qualche vulcano?

– Il Vesuvio è lontano – rispose il dottore, ridendo. – Credo invece che il canale attraversi qualche regione ricca di acque bollenti, d'altronde non crediate che nei sotterranei e nelle miniere la temperatura sia sempre eguale alle stesse profondità. La crosta del globo ha degli strati eccessivamente caldi e talvolta relativamente freschi.

– Io credevo che fossero dappertutto uguali, dottore.

– No, Vincenzo. Si è osservato, per esempio, che nelle miniere di Amalden, in California, alla profondità di soli centocinquanta metri vi è un calore di ben 50° centigradi, mentre a cinquecento i minatori possono lavorare senza troppo sudore. Anche in quelle di Eureka a cinquanta metri si ha una temperatura superiore che alla profondità di trecentocinquanta.

– Vi sono anche delle miniere dove gli uomini non possono lavorare pel troppo caldo?

– Talune gallerie non possono venire lavorate, appunto in causa del soverchio calore.

– Quale sarebbe la miniera più ardente?

– Quella di Corastok nella Nevada, dove il termometro segna 58° centigradi alla profondità di soli seicento metri.

– Quei poveri minatori devono cucinarsi.

– Per poterli mantenere laggiù, si è costretti a lanciare di quando in quando, delle correnti d'aria fredda.

– In caso diverso non potrebbero resistere a lungo. E da che cosa deriva quel calore?

– Per lo più dalla presenza di sorgenti d'acque bollenti, ma dipende anche molto dalla costituzione geologica del suolo. È stato osservato che il calore aumenta nei terreni trachitici ed in quelli carboniferi; invece nelle gallerie scavate nei terreni calcarei la temperatura si mantiene fredda. Nei tunnel del Moncenisio e nelle gallerie della miniera di Chornorcillose poi...

– Tacete signor dottore – disse in quel momento Michele.

– Cos'hai? – chiese padron Vincenzo.

– Ascoltate!...

Il dottore ed il suo compagno zittirono, tendendo gli orecchi.

– Dell'acqua che scroscia – disse il signor Bandi, dopo alcuni istanti di attesa.

– Qualche cateratta? – chiese padron Vincenzo.

– È probabile, però...

– Dite, dottore.

– Mi pare che scrosci dietro le pareti del tunnel.

– O dentro quella squarciatura? – disse Roberto, indicando un largo crepaccio che si scorgeva verso babordo. [p. 68 modifica]

– Un'altra caverna? – chiese padron Vincenzo.

– Pare – rispose il dottore.

– Andiamo ad esplorarla.

Il signor Bandi stava per rispondere, quando la scialuppa subì un urto così poderoso, che i quattro uomini caddero l'uno sull'altro.

– Per mille merluzzi!... Abbiamo toccato!... – esclamò padron Vincenzo.

– O siamo invece stati urtati? – disse Roberto, che si era curvato sulla poppa.

– Noi urtati?... E da chi?... – chiese il dottore.

– Ho veduto l'acqua rimbalzare come se fosse stata sollevata da un poderoso colpo di coda.

– Dove?

– Presso la poppa – rispose il giovane pescatore.

– Che qualche grosso pesce abbia tentato di assalirci?

– Non potrebbe essere che qualche pescecane – rispose padron Vincenzo.

– Ancora uno di quei pericolosi e voraci pesci? Cattivo vicino, amico mio.

– Lo uccideremo – rispose Vincenzo, risolutamente.

– Prendete le rivoltelle e tenetevi pronti ad aprire un fuoco di fila.

– Cerchiamo invece di prenderlo, dottore – dissero i pescatori.

– Siete pazzi!... Non pensate alla leggerezza della nostra scialuppa? Un colpo di coda basterebbe a sfondare il tessuto.

– Mille merluzzi!... – esclamò padron Vincenzo, rabbrividendo. – Alle rivoltelle, amici!... La nostra pelle corre un grave pericolo.

In un baleno fu aperta una cassa dove stavano rinchiuse delle armi ed i quattro uomini impugnarono rapidamente delle rivoltelle, disponendosi a prora ed a poppa della scialuppa.

Due altre lampade erano state accese per rischiarare quelle acque tenebrose e poter scorgere meglio gli avversari.

Il pericolo era maggiore di quanto dapprima l'avevano creduto. Se si trattava d'un pescecane grosso come quello che avevano ucciso nella grande caverna, la scialuppa poteva venire facilmente sfondata da un semplice colpo di coda.

Il tessuto non avrebbe certamente potuto resistere ad un urto simile e fors'anche nemmeno le costole.

I tre pescatori ed il dottore, curvi sui bordi, spiavano ansiosamente le acque per sapere con quale avversario avevano da fare. Dopo quella forte scossa, la scialuppa aveva ripreso il suo equilibrio e più nulla era accaduto, però alcuni passi più lontani si vedeva l'acqua ancora agitata.

– Scorgete nulla? – chiese il dottore.

– No – risposero Vincenzo e Michele, che si trovavano a poppa.

– Che ci siamo ingannati?

– L'urto è avvenuto e tutti lo abbiamo sentito, signore – disse Michele. [p. 69 modifica]

In quell'istante, come per confermare le parole del pescatore, la scialuppa fu quasi sollevata verso poppa, poi respinta bruscamente da un lato.

Quasi subito due grosse teste emersero a quattro o cinque passi, mandando due rauchi sospiri, poi tornarono a inabissarsi.

– I pescicani!... – avevano urlato Michele e padron Vincenzo.

– Un altro urto come questo e la scialuppa cederà – disse il dottore, che si sentiva rizzare i capelli sulla fronte. – Se non ci affrettiamo a sbarazzarci di quei mostri, per noi la sarà finita.

– Eccoli! – gridò Roberto. – Attenti!...

Le due teste erano ricomparse a poche braccia dalla scialuppa, mostrando le loro bocche irte di denti triangolari.

Erano due grossi pescicani, forse più grandi di quello che era stato ucciso nella caverna. I due mostri, accortisi della presenza della scialuppa e probabilmente affamati, si preparavano ad assalire gli sventurati esploratori.

– Fuoco!... – urlò il dottore.

Una scarica accolse i due mostri.

Uno, colpito forse nel cervello, colò subito a picco, ma l'altro, solamente ferito, si mise ad avventare tremendi colpi di coda, sollevando delle vere ondate.

Reso furioso dal dolore, si contorceva come un serpente, mandando rauchi sospiri e rinchiudendo, con fragore, le formidabili mascelle.

Balzava a destra ed a sinistra come un pazzo, minacciando di dar di cozzo contro la scialuppa e di sfondarla.

Michele e Roberto si erano precipitati sui remi, mentre Vincenzo ed il dottore bruciavano le ultime cariche delle loro rivoltelle, cercando di ferire quell'agonizzante ancora troppo pericoloso.

La scialuppa, cappeggiando pesantemente sotto quelle incessanti ondate che la investivano da tutte le parti, minacciando di colarla a fondo o di sfracellarla contro le pareti del tunnel, si era allontanata di alcuni passi, quando ricevette un tale colpo di coda, da rovesciarsi sul fianco.

Fu un momento d'ansietà terribile pei quattro esploratori, perché avevano creduto che l'imbarcazione fosse stata sfondata di colpo da quell'urto poderoso.

– Coliamo? – chiese il dottore, bruciando l'ultima carica della sua rivoltella.

– No, signore – rispose Michele, il quale si era curvato per vedere se l'acqua aveva invaso il fondo della scialuppa. – Le casse hanno sopportato l'urto salvando il tessuto, ma non so se potremo resistere ad un altro colpo di coda.

– E questo dannato squalo che non si decide a morire!...

– Ci vorrebbe un buon colpo di scure sul muso – disse padron Vincenzo.

– Non possiamo avvicinarlo senza farci subbissare. Forza di remi, amici!...

Michele e Roberto non avevano bisogno di essere eccitati. Arrancavano [p. 70 modifica]con lena affannosa, premurosi di allontanarsi da quel luogo, diventato troppo pericoloso per la scialuppa, però lo squalo, come se avesse compreso di aver buon giuoco e la possibilità di vendicarsi dei suoi feritori, li seguiva, agitando continuamente le acque del canale.

Doveva aver ricevuto per lo meno una mezza dozzina di palle, pure resisteva tenacemente né pareva che le sue forze scemassero. Si sa d'altronde che gli squali hanno una vitalità più che straordinaria.

Anche se tratti fuori dall'acqua e dopo d'aver ricevuto dei colpi di rampone o dei colpi di scure, sono ancora capaci di opporre una fiera resistenza e di fare talvolta delle vere stragi sulle tolde delle navi.

– Cerchiamo un rifugio o noi finiremo col colare a fondo assieme alla scialuppa – disse il dottore, che aveva impugnata un'altra rivoltella.

– Mi sembra di scorgere un'apertura sulla nostra destra – disse padron Vincenzo.

– Qualche caverna?...

– Certo, dottore.

– Cerchiamo di cacciarci là dentro. Forse questo dannato pesce non ci seguirà...

– Ohe!... Badate a non urtare!...

– Non temete, padrone – risposero Michele e Roberto.

Mentre la scialuppa cercava di avvicinarsi al crepaccio il quale pareva che dovesse mettere in qualche caverna, il dottore aveva aperto nuovamente il fuoco per spaventare lo squalo. Padron Vincenzo invece vibrava colpi di rampone in tutte le direzioni, sperando di colpirlo in qualche organo vitale.

Il pescecane però si teneva sempre a dieci o dodici metri dalla poppa della scialuppa, accontentandosi di sollevare ondate sopra ondate, con furiosi colpi di coda. Si slanciava in alto balzando più di mezzo fuori dall'acqua, poi s'inabissava con sordo fragore, quindi tornava a galla dibattendosi disperatamente e contorcendosi.

La sua formidabile coda sferzava talvolta perfino le pareti della galleria e con tale violenza, da produrre dei veri scoppi.

Fortunatamente la fenditura era vicina. Michele e Roberto aspettarono che lo squalo s'immergesse, poi spinsero velocemente la scialuppa attraverso allo squarcio nella parete, mentre il dottore spegneva le lampade.

– Fermi – disse padron Vincenzo. – Se quel maledetto pescecane ode lo sbattere dei remi ci seguirà anche qui.

– E poi vi possono essere degli scogli dinanzi a noi – disse il dottore.

– E mi pare che ci sia anche qualche cosa d'altro – disse Roberto.

– Cosa vuoi dire? – chiese il dottore.

– Non udite?

Il dottore tese gli orecchi, ma il pescecane in quel momento faceva un tale fracasso nella vicina galleria, da non poter distinguere nessun altro rumore. Le onde, sollevate dalla coda del mostro, si frangevano [p. 71 modifica]contro le pareti e contro i macigni dello squarcio con fragori assordanti che l'eco ripeteva, ingrossandoli enormemente.

– È impossibile udire qualche cosa – disse il dottore.

– Aspettiamo che quel furfante si allontani – disse Roberto. – Se non ci trova, finirà coll'andarsene.

– Hai veduto qualche fuoco o qualche pericolosa scogliera?

– Né l'una né l'altra, signore. Ho udito come dei leggeri scoppiettìi ed anche una specie di fischio.

– Per mille merluzzi! – esclamò padron Vincenzo. – Che questa caverna sia abitata?

– E da chi? – domandò il dottore, con tono beffardo.

– Io non lo so, signor Bandi.

– Forse dai topi.

– Udite, signore?... – chiese Roberto.

Fra il rumoreggiare delle acque ancora mosse dai capitomboli del pescecane, s'erano uditi degli scoppiettìi, seguìti poco dopo da alcuni sibili molto acuti.

Quei rumori non venivano dalla parte del canale, bensì dall'estremità di quella caverna, a quanto pareva.

– Cosa dite dottore? – chiese padron Vincenzo, che non si sentiva tranquillo.

– Dico che noi spiegheremo questo fenomeno – rispose il signor Bandi. – Mi pare che lo squalo si sia allontanato; accendiamo adunque le nostre lampade e andiamo a vedere da che cosa provengono questi scoppiettìi e questi sibili.

– Che ci sia qualche vulcano qui dentro?

– Non vedo alcuna fiamma, Vincenzo e poi, si udrebbero dei boati tali da far tremare le vôlte del canale.

Una lampada ed una torcia furono accese da Michele e da Roberto e la luce fu proiettata innanzi.

La scialuppa era entrata in una caverna di dimensioni però molto minori di quella ove era stato ucciso il primo pescecane, però al pari dell'altra era irta di rupi ed ingombra di scogliere.

Anche la vôlta era meno alta e tutta coperta di superbe stalattiti, le quali formavano dei veri festoni, assai artistici. Certuni giungevano quasi a livello dell'acqua, però erano così leggeri che bastava un semplice urto per spezzarli.

A levante le pareti scendevano a picco, formando un muraglione regolare; a ponente ed a settentrione invece si scorgeva una spiaggia dirupata, non però difficile a scalare.

Era precisamente in mezzo a quelle rocce che s'udivano i sibili e gli scoppiettìi che avevano tanto sorpreso Roberto e spaventato padron Vincenzo.

– Io so di cosa si tratta! – disse il dottore, dopo d'aver ascoltato attentamente.

– Spiegatevi, signor Bandi – disse padron Vincenzo, sempre inquieto. [p. 72 modifica]

– Qui ci sono certamente dei soffioni forse simili a quelli che si vedono in Toscana, nei pressi delle salse di Nirano ed in quelle di Sassuolo.

– Cosa sono questi soffioni?

– Dei vulcanelli...

– Per mille merluzzi! E voi volete andarli a vedere?

– Non sono che dei vulcanelli di fango, affatto innocui. Non vi è alcun pericolo ad avvicinarli.

– E non eruttano lave?

– No, Vincenzo. Si accontentano di soffiare fuori dell'argilla e un po' di gas. Qualche volta spruzzano anche un po' d'acqua bollente mescolata a dell'acido borico.

– Allora andiamo a vedere.

La scialuppa era giunta presso la spiaggia. Michele l'assicurò con una doppia fune alla punta di uno scoglio, per tema che l'onda prodotta dal cambiamento della marea la strappasse una seconda volta, poi tutti quattro s'arrampicarono sulle scogliere, portando con loro le lampade.

I fischi e gli scoppiettìi continuavano, accompagnati talvolta da un sordo boato. Un acuto odore di gas si espandeva per la caverna, facendo sternutare fragorosamente i tre pescatori ed anche il dottore.

Attraversate le prime rocce, essi si trovarono improvvisamente dinanzi ad un ammasso di fango ancora semiliquido, il quale circondava un cono dell'altezza di cinque o sei metri.

Era dalla cima di quel vulcanetto che uscivano fischi e brontolìi e di quando in quando dei getti di materia nerastra, accompagnata da spruzzi d'acqua fumante.

– È questo il vulcanello? – chiese padron Vincenzo, stupito.

– Sì – rispose il dottore. – Ne scorgo però degli altri più piccoli laggiù.

– E cosa c'è dentro a questi coni?

– Lo vedete: del fango caldo.

– E non udite questi scoppiettìi che salgono fra quei crepacci? – disse Michele.

– Sono fughe di gas – rispose il dottore, abbassando la lanterna. – Guardate: non vedete quelle gallozzole che montano fra il fango e che scoppiano?

– Sì – disse Vincenzo.

– Provate ad accostare un zolfanello acceso.

Il pescatore, dopo una breve esitazione, obbedì e vide quelle bolle prendere subito fuoco e scoppiettare.

– Questa è strana! – esclamò. – E non vi è alcun pericolo che i gas, nascosti sotto questo fango, prendano fuoco e ci gettino in aria.

– Oh!... Nessuno.

– Nemmeno questi vulcanetti non possono causare dei malanni?...

– Eh!... Talvolta sono diventati pericolosi quanto i grandi vulcani.

– Questi giuocattoli!... [p. 73 modifica]

– Sì, Vincenzo. A Sassuolo, per esempio, un paese della provincia di Modena e che forse si trova precisamente sopra le nostre teste, v'è un vulcanetto chiamato comunemente salsa di Sassuolo, non più grande di questo ma che pure certe volte ha avuto delle eruzioni tremende.

– Un mostricciattolo simile!...

– La storia ricorda delle eruzioni gravissime. Novant'anni prima della nascita di Gesù Cristo, quel giuocattolo, come tu lo chiameresti, eruttò fiamme e fango in quantità straordinaria e produsse tali scosse di terremoto da diroccare non poche abitazioni. Nel 1801 rovinò la cittadella di Sassuolo avvampando con gran furore per parecchie settimane e lanciando in aria dei macigni di parecchi quintali, come se fosse l'Etna od il Vesuvio. Anche nel 1835 per nove settimane devastò i dintorni, vomitando un milione e mezzo di metri cubi di fango.

– Mille merluzzi!... Ed ora?

– Ora dorme e si accontenta di eruttare appena appena qualche po' di fango e delle gallozzole di gas. Anzi certi anni non dà quasi segno di vita.

– Dottore, andiamocene.

– Prima che anche a questo vulcanetto salti il ticchio di farci qualche brutto giuoco – disse Michele.

– Non v'è pericolo.

– Preferisco però andarmene, dottore.

– Come volete; facciamo però prima colazione e dormiamo un paio d'ore. Abbiamo bisogno di un po' di riposo. Sapete che sono quindici ore che non chiudiamo gli occhi.

– Se mi garantite che questi vulcanetti staranno tranquilli, facciamo pure una dormita anche di dieci ore. Si sta meglio qui che sulle casse della scialuppa.

– Speriamo che si accontentino di fischiare.

Trovato un luogo acconcio per accamparsi, si prepararono il pranzo poi, dopo qualche fumata, i quattro esploratori si avvolgevano nelle loro coperte e s'addormentavano profondamente, non ostante i continui sibili e gli scoppiettìi dei vulcanelli. [p. 74 modifica]

IX.

Un lume sospetto.


Dopo una dormita durata ben dieci ore, i quattro esploratori si imbarcarono per riprendere il loro viaggio lungo il canale.

Appena oltrepassato il crepaccio che serviva d'entrata alla caverna dei vulcanetti di fango, la scialuppa urtava un grosso corpo galleggiante. Era uno dei due pescicani che avevano cercato di assalirla poche ore prima.

Il mostro, nel dibattersi, era andato a cacciare il muso entro una fessura della parete e con tale impeto da non essere stato più capace di staccarsene. Forse però la morte l'aveva sorpreso poco dopo.

Avendo dei viveri più che sufficienti per compiere il viaggio i pescatori ed il dottore non vollero occuparsi di trarlo di là per tagliarne qualche pezzo, tanto più che avevano fretta di uscire dal canale.

La marea saliva, perciò Michele e Roberto avevano dovuto riprendere i remi.

La corrente però era così lenta e la scialuppa così leggera che non era necessario uno sforzo eccessivo per guadagnare via.

Il tunnel, al di là della spaccatura, descriveva un gomito assai accentuato piegando leggermente verso il sud. Forse il capitano Gottardi ed i suoi uomini erano stati costretti ad abbandonare la linea quasi retta fino allora seguìta, per evitare qualche ostacolo derivante dalla natura del suolo.

Infatti esaminata la parete settentrionale, il dottore constatò che era formata da una specie di granito durissimo, difficile ad intaccarsi. Probabilmente l'incontro di quella roccia aveva consigliato il capitano a deviare più verso il sud, dove invece il terreno era composto di tufo, pietra facilissima a traforarsi.

I naviganti avevano percorso circa due chilometri, quando verso la parete meridionale trovarono una grande escavazione che non doveva essere naturale, essendo le rocce perfettamente livellate. Quel cavo era così grande da poter contenere comodamente una delle più grosse navi.

– A cosa poteva servire questa specie di bacino? – chiese padron Vincenzo al dottore.

– Non comprendete lo scopo?

– No, dottore.

– Di fermata alle navi. Supponi che un vascello rimontasse il canale da levante ed un altro da ponente.

– Benissimo: ora capisco. Una delle due navi bisognerebbe che [p. 75 modifica]cedesse il posto all'altra, non consentendo la larghezza del canale il passaggio ad entrambe.

– E troverebbe qui il suo posto di fermata.

– Un brav'uomo quel capitano Gottardi!...

– Un grande ingegnere, Vincenzo.

– Ne troveremo degli altri di questi rifugi.

– Certamente e forse chissà quanti ne abbiamo passati senza vederli. Non ammetto che ne abbia fatto costruire uno solo a tanta distanza dall'Adriatico.

– A tanta distanza!... Ma dove ci troviamo noi?

– Se i miei calcoli sono esatti, noi dobbiamo aver percorso quasi mezza via. In questo momento noi attraversiamo il Modenese.

– Quale lunghezza date al canale?

– In linea retta non deve superare i centocinquanta o tutt'al più i centosessanta chilometri.

– Allora fra un paio di giorni noi avremo terminato il viaggio.

– Certamente, se non succedono dei malanni.

– Cosa temete?...

– Non si sa mai ciò che può avvenire.

– Speriamo che in questi due giorni non succeda la fine del mondo o che crolli la galleria – disse il pescatore, ridendo.

– Oh!... La galleria è solida – rispose il dottore. – Ha resistito per tanti secoli e non cederà ora.

Un brusco movimento fatto da Roberto, interruppe la loro conversazione.

– Cos'hai? – gli chiese padron Vincenzo.

Il giovane pescatore aveva abbandonato il remo e curvo sulla prora, pareva che cercasse di discernere qualche cosa attraverso le tenebre addensate sotto le infinite arcate del tunnel.

– Parla – disse il signor Bandi.

– Un lume – rispose Roberto.

– Un principio di fosforescenza?

– No, dottore: era un lume.

– È impossibile!

– L'ho veduto due volte brillare e poi spegnersi.

– Molto lontano?

– Forse qualche chilometro.

– Che fosse proprio un lume, signor Bandi? – chiese padron Vincenzo.

Il dottore scosse il capo.

– Nessuno può essere disceso qui – disse poi.

– E come lo spiegate?...

– Chissà, può esservi laggiù qualche vulcanetto però...

– Dite, dottore.

– Se vi fosse qualche vulcanetto si vedrebbe ancora il fuoco, mentre io non scorgo che tenebre.

– E nemmeno io vedo alcun punto luminoso. [p. 76 modifica]

– Andiamo innanzi.

Roberto stava per riprendere il remo, quando s'udì Michele ad esclamare:

– Guardate!... Guardate, signor Bandi!...

Il dottore e padron Vincenzo alzarono la testa e videro a brillare, distintamente, fra la profonda oscurità, un piccolo punto luminoso, di colore rossastro che pareva una stella di sesta o settima grandezza.

– Ma sì, laggiù arde qualche cosa!... – gridò Vincenzo.

– Si direbbe un fanale – disse il dottore.

– Ed un fanale da marina, a luce rossa – aggiunse Michele.

– Dottore!... – esclamò Vincenzo, incrociando le braccia e guardandolo fisso.

– Cosa vedete.

– Che qualcuno ci abbia preceduti?

– E chi?...

– Non vi ricordate di quella barca semisfasciata che abbiamo trovata sul banco di sabbia?

– Non l'ho dimenticata, Vincenzo.

– Forse gli uomini di quella barca hanno pure tentata l'esplorazione.

– E chi volete che abbia loro confidata l'esistenza di questo canale?

– Chi?... Chi?... Un birbante che lo sapeva.

– Il suo nome.

– Quel cane di Simone!...

– Lo slavo!...

– Non può esser stato che lui.

– Non credo che egli avesse tanta audacia da intraprendere una simile esplorazione. E poi cosa importava a lui di accertare l'esistenza di questo tunnel?...

– La speranza di scoprire qualche favoloso tesoro può averlo deciso.

– Lo dubito, Vincenzo. D'altronde noi non tarderemo a mettere in chiaro la cosa.

– Sì, dottore, e se quel furfante ha venduto il segreto ad altri, vi giuro che lo strozzerò!...

– Avanti, Michele!... Cerchiamo di guadagnare via!...

I due pescatori avevano ripreso i remi, mormorando minacce all'indirizzo dello slavo e decisi di raggiungere a qualunque costo quel punto luminoso.

Il dottore e padron Vincenzo, ritti a prora, interrogavano ansiosamente le tenebre, ma invano. La fiammella rossa non si vedeva più luccicare sotto le interminabili vôlte del tunnel.

S'avanzavano da circa mezz'ora, quando tutto d'un tratto videro la galleria allargarsi bruscamente, mentre le vôlte s'alzavano tanto da non poterle più scorgere.

Il dottore aveva alzata la torcia sperando di vedere le pareti; anche quelle pareva che fossero scomparse.

– Noi dobbiamo trovarci in qualche immensa caverna naturale – [p. 77 modifica]diss'egli a Vincenzo che lo interrogava. – Deve essere stata una vera fortuna per gli operai del capitano Gottardi.

– Siamo in qualche lago sotterraneo.

– E forse immenso Vincenzo. Odi, in lontananza, il rompersi delle acque sulle scogliere!...

– Sì, dottore. Cosa faremo?...

– Seguiremo l'una o l'altra delle due sponde.

– Ed il fanale?...

– Non lo vedo in alcuna direzione.

– Che quei furfanti siano scomparsi?

– Li ritroveremo, Vincenzo, quantunque abbia ancora i miei dubbi.

– Non credete che fosse un fanale?...

– Non ancora. Volete che pieghiamo a mezzodì o verso settentrione?...

– Seguiamo la costa meridionale. Ma... Oh!... Guardate laggiù, dottore!... Si tratta di fosforescenza o di qualche strano fenomeno?...

– Dove?...

– Non vedete quei bagliori? Si direbbe che laggiù vi sono degli ammassi di fosforo.

– Vi saranno degli ammassi di funghi invece.

– Dei funghi luminosi!...

– Vi stupisce?...

– Non ne ho mai veduti, dottore.

– Eppure ve ne sono anche in Italia e non pochi.

– E quali sono?

– Tutti i funghi degli olivi, gli agaricus olearius come vengono chiamati dai botanici sono fosforescenti. Se si lasciano esposti al sole per qualche tempo e poi si trasportano in luogo oscuro, mandano dei vivi bagliori specialmente sulla faccia inferiore del cappello. Ciò d'altronde si osserva anche alla notte. Ve ne sono poi altri, le rizomorfe per esempio, funghi che vivono sui tronchi delle piante e specialmente nei luoghi umidi ed oscuri i quali tramandano talvolta una luce eguale a quella d'una fiaccola vivissima.

– Si potrebbe adoperarli come lampade.

– Staccati perdono presto la loro fosforescenza.

– Dottore!... Che la luce che abbiamo scorta fosse prodotta dai funghi!...

– Può essere, Vincenzo.

– Sarei più contento che così fosse.

– Ed anch'io.

Mentre chiacchieravano, la scialuppa aveva raggiunta la riva meridionale della immensa caverna.

Quella spiaggia era superba. Pareva che fosse stata formata di banchi di ghiaccio e d'ammassi di neve, perché le rupi che la formavano erano d'una candidezza abbagliante.

Si avrebbe detto che quella caverna era stata aperta fra un blocco immenso del più bel marmo di Carrara.

– Quante ricchezze da sfruttare vi sarebbero qui – disse il dottore [p. 78 modifica]che guardava, con viva ammirazione, quelle splendide rocce che la luce della torcia faceva talvolta scintillare come se fossero d'alabastro. – Le celebri cave di Carrara sono un nulla in confronto alle enormi masse di pietra che qui si potrebbero trarre.

– Ed è marmo superbo, dottore – disse Vincenzo. – Me ne intendo un po' avendo fatto parecchi carichi a Spezia.

– È statuario finissimo – rispose il dottore. – Non vale meno di millecinquecento lire al metro cubo.

– Qui adunque si potrebbero ricavare dei milioni.

– Sì, Vincenzo.

– Che disgrazia!... Tanta fortuna e non poterla sfruttare!...

– Un giorno, conosciuto il canale, si potrebbero mandare delle navi a caricare questi marmi.

– E delle migliaia di scalpellini.

– Sì, Vincenzo. Verrà l'epoca in cui anche questa immensa cava sarà lavorata.

– Forse quando si saranno esaurite quelle di Carrara?

– Eh!... Esaurirsi quelle cave!... Pensa che è dal tempo dei Romani che vengono lavorate eppure quante montagne di marmo rimangono ancora da spezzare!... E l'esportazione aumenta sempre!...

– Se ne deve estrarre un bel numero di tonnellate, dottore.

– Si calcolano a 90.000 all'anno in media.

– Delle montagne intere... Per ottenere una simile massa di macigni, devono venire impiegati moltissimi operai.

– Circa quattromila nel solo comune di Carrara, senza però contare gli scultori, i modellatori e le persone incaricate del trasporto dei marmi.

– I proprietari delle cave devono fare dei grossi guadagni.

Intanto la scialuppa, spinta dai due remi maneggiati da Michele e da Roberto, continuava a seguire la spiaggia di quella gigantesca caverna. Di tratto in tratto s'incontravano dei gruppi di scogliere emergenti dalle acque come dei veri ice-bergs polari, essendo anch'essi candidissimi come le pareti e le rupi della costa.

Ora invece si vedevano dei graziosi seni, dei porticini in miniatura, appena capaci di contenere una dozzina di scialuppe, oppure delle spaccature profonde che sembravano il letto d'antichi fiumiciattoli; talvolta anche delle cascate d'acqua si precipitavano dall'alto, balzando e rimbalzando su quegli splendidi marmi con un cupo rombo che l'eco della immensa caverna ingrossava smisuratamente.

E non crediate che su quelle spiagge mancassero piante, fiori e foglie. Non erano veramente piante vive, bensì pietrificate o formate da cristallizzazioni superbe.

In certi crepacci si vedevano sorgere dei tronchi d'alberi pietrificati, ma che davano una illusione perfetta, erano macchioni che non potevano certamente competere colla celebre foresta pietrificata scoperta ultimamente in America, nell'Arizona, ma pur sempre ammirabili.

Sulle rocce poi si scorgevano delle stupende cristallizzazioni. Soffici muschi, licheni leggiadrissimi, gruppi di filamenti, mazzi di foglioline, [p. 79 modifica]cespi di fiori strani che mandavano, alla luce della torcia, bagliori fulvi come se fossero d'oro o scintillìi di rubini o di topazi.

Certamente un tempo quella grande caverna doveva essere stata il fondo d'un vulcano, poiché quelle meravigliose cristallizzazioni ordinariamente non si vedono che nell'interno o sui crateri di quei mostri vomitanti fuoco.

Talvolta il candore dei marmi cambiava bruscamente. Alle rocce bianche si succedevano rupi di calcari rossi, carnicini, con venature splendide verdognole o rossastre; poco dopo il bianco riprendeva il suo impero.

Dopo un'ora la scialuppa giungeva dinanzi ad una microscopica baia, racchiusa da scogliere altissime che sembravano composte d'alabastro. Sulla spiaggia, fra due rocce colossali, si vedevano brillare degli ammassi di funghi, i quali spandevano all'intorno una luce fosforescente d'una tinta indefinibile.

– Andiamo a vederli – disse il dottore. – Intanto i nostri uomini si riposeranno un po'.

– E prepareranno la colazione – disse padron Vincenzo.

Stavano per sbarcare quando i loro orecchi furono colpiti da un lontano rombo che veniva dalle pareti delle gigantesche rupi ammassate sulla spiaggia.

– Cos'è questo? – chiese padron Vincenzo, guardando il dottore con una certa ansietà.

– Non saprei – rispose il signor Bandi, il quale s'era arrestato. – A me parve piuttosto uno scoppio.

– Forse è avvenuta qualche scossa di terremoto.

– Non lo credo. La superficie di questo lago è tranquilla.

– Udite?

– Sì, un altro scoppio.

– Ed è avvenuto dinanzi a noi.

– Però non si scorge nulla – disse il dottore. – Che vi sia qualche altra caverna?

– Scavata nella parete che vedo biancheggiare dietro a quelle rocce?

– Sì, Vincenzo.

– Cosa facciamo, dottore.

– Per Bacco!... Andremo a vedere cosa avviene laggiù.

– Non ci esporremo a qualche grave pericolo?

– I pericoli si possono anche evitare; basta essere prudenti.

– Allora andiamo tutti; alla colazione penseremo poi.

– È ben assicurata la scialuppa?

– L'ho legata con doppio ormeggio – disse Michele.

– Prendete altre due lampade e andiamo a vedere da che cosa sono prodotti questi rombi.

Poco dopo i tre pescatori ed il dottore sbarcavano, dirigendosi verso quell'ammasso di funghi che s'estendeva per un tratto d'oltre cinquanta metri su una larghezza di venti o trenta.

Erano una specie di rizomorfe, ossia di quei funghi che crescono sugli [p. 80 modifica]alberi morti e nelle cantine, però di dimensioni molto maggiori. Infatti ve n'erano taluni che avevano trenta o quaranta centimetri di circonferenza, con un'altezza di sette od otto pollici.

Mentre il dottore ed i suoi compagni stavano osservandoli, udirono nuovamente il rombo. Questa volta pareva che uscisse da una grande arcata che si vedeva delinearsi confusamente al di là della rupe.

– Sono vere esplosioni – disse il dottore. – Che vi sia qualche vulcanetto in questi dintorni? Mi sembra di sentire odor di zolfo o di materie bituminose.

– È vero, signore – disse Michele.

– Cerchiamo un passaggio fra queste rupi.

– Badate, dottore – disse Vincenzo.

– Non temere, amico; se vi sarà qualche pericolo, ci affretteremo a ritornare.

Dopo aver superata, con non pochi rischi, un'altra rupe, trovarono una specie di gola strettissima, cosparsa di frammenti di marmo bianchissimi che si potevano scambiare per pani di zucchero infranti da qualche maglio enorme e fiancheggiata da due pareti lisce, tagliate a picco.

Pareva che, anticamente, quel passaggio avesse servito di letto a qualche impetuoso torrente.

La via era aspra, in causa soprattutto di quei pezzi di roccia, ma il dottore ed i suoi compagni superarono ben presto quegli ostacoli sboccando in un avvallamento assai profondo. Di fronte a loro si rizzava una parete gigantesca, la cui cima smarrivasi fra le tenebre. Era perfettamente liscia, impossibile a scalarsi; però, guardando verso destra, il dottore credette di scorgere una specie di arcata che poteva indicare o qualche passaggio o l'entrata di qualche caverna.

– Là – diss'egli.

Stava per slanciarsi in quella direzione, quando vide una specie di lampo rossastro balenare al di sotto di quell'arcata, seguìto poco dopo da quel rombo che già avevano udito prima.

– Avete veduto, signore? – chiese padron Vincenzo.

– Sì – rispose il dottore.

– Laggiù vi deve essere l'inferno.

– Qualche cosa di simile – rispose il signor Bandi, ridendo. – Avete paura a seguirmi?

– Se andate voi, verrò anch'io.

– E anche noi – dissero Michele e Roberto.

– Allora vi mostrerò una eruzione di lave. Sarà uno spettacolo che ve lo ricorderete per un pezzo e che ben pochi hanno potuto osservare.

– E non ci abbruceremo?

– Non temere, Vincenzo. Venite, amici! [p. 81 modifica] [p. 82 modifica] [p. 83 modifica]

X.

Un’eruzione di lave.


Attraversate le ultime rocce, i quattro esploratori giungevano dinanzi ad una immensa galleria, la quale s'addentrava, forse per cinque o seicento metri, nelle viscere della terra.

Più che una galleria, poteva chiamarsi un salone, perché aveva vôlte spaziose, pareti perfettamente lisce, formate di marmo candidissimo, e qua e là, disposte con una certa simmetria, delle aperture che fino ad un certo punto potevansi scambiare per finestre.

Una luce intensa, rossastra, veniva dall'estremità opposta, ad intermittenze, facendo scintillare i marmi e tingendoli talvolta di riflessi rosei d'una meravigliosa bellezza. Pareva che laggiù ardesse un gran fuoco, quantunque non si scorgesse, almeno pel momento, fiamma alcuna.

Da quella grande spaccatura, poiché pareva infatti tale, giungevano ad intervalli dei sordi boati seguìti da scoppiettìi e da sibili strani, poi degli scoppi così poderosi che il suolo della galleria tremava.

Un numero enorme di massi, staccatisi dalla vôlta, ingombrava il terreno e dava un'idea della possanza di quelle esplosioni.

Il dottore ed i suoi compagni si erano arrestati, guardando con stupore quel capolavoro della natura.

– Bello!... – aveva esclamato padron Vincenzo.

– Superbo!... – aveva detto il signor Bandi.

– Una meraviglia!... – avevano aggiunto Michele e Roberto.

– Ma da che cosa proviene quella luce? – chiese Vincenzo. – Si direbbe che qualcuno abbia acceso un falò gigantesco o qualche lampada colossale.

– Deve essere il riflesso delle lave – rispose il dottore.

– E questi scoppi, da che cosa derivano?

– Anche questi dalle lave.

– Udite il suolo a tremare?

– Sì, Vincenzo.

– Che siano sicure le vôlte?

– Non sono ancora crollate.

– Sono avvenute però delle frane. Guardate quanti macigni coprono il terreno.

– Tacete!...

– Cosa succede?

– Mi pare d'aver sentito il terreno a ondeggiare. [p. 84 modifica]

– Qualche scossa di terremoto?

– È probabile, Vincenzo.

– Io ho paura del terremoto, dottore.

– Non possiamo sfuggirlo, mio caro. La scossa non si arresterebbe certamente qui.

– Andiamo a vedere quelle lave – disse Michele. – Giacché siamo venuti fino qui, godiamoci lo spettacolo.

– Sì, andiamo – disse Roberto. – Voglio vederle anch'io.

– Venite! – comandò il dottore.

Quantunque i boati aumentassero di minuto in minuto ed il piano della superba galleria provasse volta a volta delle oscillazioni che potevano determinare qualche spaventevole franamento, i quattro esploratori, vinti dalla curiosità, si slanciarono attraverso i massi ingombranti il suolo.

Di passo in passo che s'avvicinavano a quella squarciatura, i fragori aumentavano e cresceva pure la luce.

Sprazzi sanguigni si riflettevano sulle marmoree pareti della galleria, seguìti talvolta da riflessi lividi, che parevano prodotti da lampade elettriche o da getti di bronzo fuso. Sordi brontolìi parevano si propagassero sotto il suolo e sopra le vôlte, seguìti da violente detonazioni e da lontani boati.

Il dottore ed i tre pescatori, attraversata di corsa la galleria, per paura di ricevere sul cranio qualche pietra, giunsero ben presto presso la squarciatura.

Un grido di stupore sfuggì dai loro petti, all'orribile spettacolo che s'offerse dinanzi ai loro occhi.

Al di là di quello squarcio s'apriva un abisso immenso, di forma quasi circolare, colle pareti tagliate a picco, ed in fondo si vedeva un specie di bacino ripieno di pece ardente o di zolfo liquefatto.

Quelle materie incandescenti e liquide, si vedevano ribollire, gonfiarsi, e vomitare lingue di fuoco con sordi boati o con iscoppi secchi e poderosi, lanciando in aria nembi di scintille e nuvole di fumo nerissimo ed impregnato di gas sulfurei che prendevano alla gola i quattro esploratori, minacciando di asfissiarli.

Di tratto in tratto, dal centro di quel bacino, s'apriva come un gorgo, ed una fiammata gigantesca irrompeva con mille sibili, lanciandosi fino quasi a livello della squarciatura, illuminando sinistramente le pareti dell'abisso e la grande galleria.

Quelle eruzioni di fuoco erano subito seguìte da rombi sotterranei e da scosse così violenti che le rocce tremavano come se dovessero, da un istante all'altro, rovesciarsi entro quella bolgia infernale.

– Per centomila merluzzi!... Cosa bolle laggiù!... – esclamò padron Vincenzo, retrocedendo spaventato.

– È la dimora di compare Belzebù!... – disse Michele, turandosi il naso.

– Sono lave in ebollizione – disse il dottore.

– È adunque un vulcano, questo? [p. 85 modifica]

– Qualche cosa di simile, Vincenzo.

– Che erutti anche pietre?

– È probabile.

– Udite che rombi spaventevoli?

– E sento anche che le rupi oscillano.

– Mille fulmini!... Dottore, fuggiamo!... Io ne ho abbastanza di questo spettacolo.

– Sì, andiamocene, signore – dissero Michele e Roberto.

Il signor Bandi avrebbe desiderato fermarsi qualche tempo per meglio osservare quel mare di fuoco che ribolliva spaventosamente in fondo all'abisso, ma la prudenza consigliava una pronta ritirata.

Le esplosioni si succedevano con maggior frequenza, lanciando in alto giganteschi pennacchi di fumo e lingue fiammeggianti, e sotto il suolo si sentivano a correre, con crescente fracasso, dei rombi poco rassicuranti. Vi era da temere qualche tremenda esplosione e fors'anche qualche poderosa scossa di terremoto.

– Sì, andiamo – disse, mentre uno spruzzo di lave ardenti si espandeva sui fianchi dell'abisso. – È meglio tornare alla nostra scialuppa.

Si erano tutti quattro lanciati attraverso la galleria, correndo a tutta lena. I rombi aumentavano e ad ogni esplosione che avveniva nel seno di quel bacino fiammeggiante, dei macigni si staccavano dalle vôlte e precipitavano al suolo con orrendo fracasso.

Già avevano percorsa mezza via, quando il suolo oscillò con tale violenza, da farli cadere l'uno sull'altro.

– Per centomila merluzzi!... Il terremoto!... – urlò padron Vincenzo, balzando lestamente in piedi.

– Cerchiamo un rifugio!... – gridò il dottore. – Le vôlte precipitano!...

Vedendo a breve distanza uno di quei vani che figuravano come le finestre di quell'ampio salone, vi si slanciò, seguìto dai tre pescatori.

Quel rifugio era una specie di celletta scavata nel marmo massiccio, di forma perfettamente circolare e capace di contenere una dozzina di persone.

I quattro esploratori vi si erano appena cacciati dentro, quando avvenne una più tremenda scossa seguìta da un tale rombo da credere che il vulcano fosse scoppiato come una gigantesca granata.

Le muraglie della caverna oscillarono spaventosamente, poi le vôlte s'aprirono, e una massa enorme di macigni piombò al suolo, con un fracasso assordante.

– Per centomila pescicani!... – urlò padron Vincenzo, che era diventato pallido come un cadavere. – Stiamo per venire sepolti vivi?

– Non abbandonate questo ricovero!... – gridò il dottore.

– E se l'intera caverna crolla?

– Se usciamo, verremo schiacciati.

– Dottore!... – gridarono Roberto e Michele che parevano impazziti per lo spavento.

– Coraggio, amici!... Tutto finirà. [p. 86 modifica]

Le scosse ed i rombi continuavano, mentre dalle vôlte ormai spaccate piombavano nella caverna nuovi massi, i quali rimbalzavano dappertutto, sminuzzandosi. Di quando in quando delle intere rupi precipitavano con un cupo rimbombo, facendo traballare il suolo.

Intanto dalla estremità opposta della galleria, il vulcano ruggiva tremendamente. Bagliori sinistri illuminavano di quando in quando le rocce, e ondate di fumo denso e fetente passavano dinanzi al rifugio dei pescatori e del dottore.

Senza dubbio le lave montavano rapidamente su per l'abisso e vi era da temere che si riversassero nella galleria come un torrente di fuoco.

Il dottore, a rischio di ricevere qualche macigno sul capo, dopo d'aver raccomandato ai suoi compagni di non muoversi, si era trascinato fino al vano per vedere come stavano le cose dalla parte del vulcano.

Dalla squarciatura che metteva nell'abisso, irrompevano vampe e nuvoloni di fuoco; fino allora nessun getto di lava si era rovesciato nella galleria. Dai bagliori però che si riflettevano sulle rocce, si poteva arguire che le materie liquide non dovevano essere molto lontane.

– La nostra situazione si aggrava – disse, tornando rapidamente verso i tre pescatori. – Noi corriamo il pericolo di venire assediati da un fiume di fuoco.

– Che le lave tocchino già l'orlo della squarciatura? – chiese padron Vincenzo, con ansietà.

– Credo che non siano ancora giunte fino là, ma non tarderanno a fare la loro comparsa.

– Se si rovesciano in questa galleria, noi non potremo più uscire, dottore. Verremo bruciati vivi.

– Forse questo pericolo potremo evitarlo. Il suolo della caverna è ormai coperto di massi e obbligheranno le lave a dividersi.

– Vorrei essere sul battello.

– Anch'io, Vincenzo.

– Se provassimo ad uscire?

– Volete farvi schiacciare? Non udite i macigni piombare dall'alto.

– E se le lave invadono questo nostro rifugio?

– Si trova qualche metro più alto del livello del suolo.

– E se il fiume di fuoco aumentasse?

– Questo pericolo non esiste, poiché essendo la galleria in pendìo, le lave si rovesceranno verso il lago.

– E la nostra scialuppa?

– Bah! È lontana dalla gola che noi abbiamo seguìta per giungere fin qui.

– Tuttavia vi dico...

La frase gli fu spenta da uno scoppio spaventevole, seguìto da un rovinìo orrendo delle vôlte. Per un istante parve che l'intera galleria dovesse crollare e che il vulcano fosse scoppiato, ma le enormi pareti di granito, quantunque tremendamente scosse, non cedettero. Solamente in alto franarono nuovamente le vôlte lasciando cadere al suolo una quantità prodigiosa di macigni. [p. 87 modifica]

Quello scoppio era appena avvenuto, quando la caverna fu invasa da un bagliore acciecante.

– Le lave! – urlò padron Vincenzo.

– Sì, ed irrompono attraverso la galleria! – gridò Michele, che si trovava più vicino al vano.

Il dottore, vinto da una irresistibile curiosità, si era spinto innanzi.

Quale spettacolo s'offerse allora ai suoi occhi!...

Dalla squarciatura che metteva sull'abisso, si riversava, come un torrente che straripa, una fiumana di liquido ardente che somigliava a bronzo fuso, avendone anche i bagliori.

Erano le lave del vulcano che invadevano la galleria. Il torrente ingrossava, mentre sopra di esso volteggiavano masse di fumo nerissimo impregnato d'un acuto odore di zolfo e di bitume. Trovando la via ingombra di ostacoli che non poteva distruggere, quella materia vischiosa, ma altrettanto pericolosa, di tratto in tratto s'arrestava, si accavallava come le onde del mare in piena tempesta, s'increspava, s'arruffava, mostrando bagliori di fuoco e scintillìi di zolfo fuso, poi straripava scivolando, correndo fra masso e masso, fra roccia e roccia, dividendosi e suddividendosi in mille canali e canaletti.

Era uno spettacolo terribile, ma pur ammirabile, superbo!... Perfino i tre pescatori, dimenticando per un istante le loro apprensioni, si erano affacciati al vano e guardavano con un misto di paura e di stupore quella fiumana ardente che dilagava attraverso le frane minacciando d'invadere l'intera galleria.

– Non ho mai veduto nulla di simile!... – esclamò padron Vincenzo. – Tutto questo fuoco fa venire i brividi, ma come è bello!...

– Non rimpiangete adunque questa esplorazione?

– Oh! No, dottore!

– E come faremo noi a uscire da qui? – chiese Michele. – Fra poco avremo la ritirata impedita.

– Questa eruzione non può durare molto – disse il signor Bandi. – Il vulcano finirà col calmarsi.

– E se questa eruzione continuasse qualche giorno?

– Passando di masso in masso credo che potremo giungere allo sbocco della galleria. Aspettiamo che queste scosse cessino, poi ce ne andremo.

– Ma... dottore!...

– Cosa volete, Vincenzo?

– È strana! Le lave ci sono già vicine, eppure non sento alcun caldo!... Si direbbe che questo fiume di fuoco manca di calore.

– Se però tu provassi ad immergere un dito in quella materia vischiosa, lo perderesti in un attimo.

– Bruciano adunque quelle lave?

– Come il bronzo fuso.

– E perché non irradiano alcun calore?

– Pel motivo che si coprono subito d'una leggera pellicola vitrea, la quale è una pessima conduttrice del caldo. La loro superficie si rassoda prontamente, e se questo fiume non venisse continuamente alimen[p. 88 modifica]tato, voi lo vedreste quasi subito come cristallizzarsi, non interamente però, intendiamoci, poiché sotto, la materia ardente continuerebbe egualmente a scorrere.

– E questa lava, di che cosa è composta? Sembrerebbe pece mescolata a zolfo.

– Non entrano né l'una né l'altro nella sua composizione. Si è creduto che fosse una materia minerale fusa come il ferro, invece non è che un impasto di cristalli, talvolta così piccoli da non potersi discernere, e tal'altra invece grossolani.

– I vulcani ne eruttano molta di questa lava?

– Delle quantità enormi. Vi basti solamente sapere che il nostro Vesuvio, in una sola eruzione, ne vomitò quindici milioni di metri quadrati, del volume di circa settantatré milioni di metri cubi.

– Tanta lava da fabbricare una città!... E mi hanno detto che i vulcani vomitano anche ceneri e massi enormi.

– Nell'eruzione del 1831 il Vesuvio mandò fuori tanta cenere, da coprire i tetti delle vicine borgate d'uno strato che variava fra i tre ed i sei metri.

– Perdinci! Una vera fortuna per le lavandaie!

– Non certo pei poveri contadini, però.

– Vi credo, dottore.

– Durante poi quell'eruzione, vomitò dei massi di dimensioni straordinarie. Ne fu trovato uno così grosso che venti buoi non riuscirono a smuovere.

– Quello ci voleva sulla testa di Simone.

– Dottore – disse in quel momento Michele. – Le lave ci hanno raggiunti.

– Bisognerebbe andarcene – disse Vincenzo.

– Le vôlte continuano a franare, mio caro. Non udite i massi che precipitano all'estremità della galleria?

– Come finirà tutto questo pandemonio? Comincio ad essere inquieto, dottore.

– Speriamo che il vulcano si calmi presto.

Quella speranza era molto problematica, poiché invece di tranquillarsi, pareva che quell'abisso rigurgitante di fuoco acquistasse maggior forza.

Tremende esplosioni si succedevano quasi senza interruzione, determinando nuovi e più pericolosi franamenti, mentre il suolo subiva, di quando in quando, delle oscillazioni paurose.

La lava aumentava sempre. Nuove ondate si accavallavano dinanzi alla spaccatura e si rovesciavano furiosamente attraverso la galleria, sovrapponendosi a quelle già raffreddate.

Vi era il pericolo, che alzandosi continuamente, irrompessero anche nella piccola caverna occupata dagli esploratori.

Il dottore cominciava a diventare inquieto. Bisognava assolutamente lasciare quel riparo e cercare di raggiungere lo sbocco della galleria, ma in qual modo? Le lave ormai avevano coperti i macigni che pote[p. 89 modifica]vano bene o male servire di ponti, e le vôlte continuavano, sotto le poderose scosse, a rovinare.

I quattro disgraziati, rannicchiati in fondo alla piccola caverna, guardavano, con lo sguardo terrorizzato, la terribile fiumana che montava sempre.

– Dottore – disse ad un tratto Vincenzo. – Se non ce ne andiamo, fra mezz'ora le lave invaderanno anche questo rifugio.

Il signor Bandi non rispose. Si era affacciato al vano e osservava attentamente le pareti superiori della galleria che le poderose scosse avevano ormai in parte diroccate e screpolate.

– Decidetevi dottore – disse Vincenzo. – Il pericolo incalza.

– Ho trovato – rispose il signor Bandi.

– Che cosa?

– Forse potremo sfuggire alle lave.

– In quale modo?

– La parete che sta sopra di noi è franata in vari luoghi e mi pare che non sia impossibile scalarla.

– E dove andremo?

– Per ora cercheremo di giungere presso le vôlte, poi vedremo cosa si potrà fare per tornarcene alla scialuppa.

– Ed i sassi che continuano a cadere?

– Cercheremo di evitarli meglio che potremo. Tutto dobbiamo tentare se non vogliamo morire arsi vivi.

– Siamo pronti a seguirvi – risposero i tre pescatori.

– Coraggio e sangue freddo.

Tutti quattro, approfittando di un istante di calma del vulcano, si slanciarono fuori.

Lo spettacolo era stupendo ed insieme terribile. Tutta la grande caverna era piena di fuoco: le lave, presa ormai la loro via, si rovesciavano tumultuosamente fra le rovine delle vôlte, sormontando i macigni, accavallandosi, dividendosi e riunendosi, mentre dallo squarcio che metteva sull'abisso, nuove masse di materia incandescente si precipitavano giù in una corsa furiosa, fra vortici di fumo e miriadi di scintille.

Una luce intensa, che aveva riflessi sanguigni, si proiettava sulle rocce tingendole di rosso, illuminando le semi-infrante arcate di quella splendida galleria.

Il dottore, dopo d'aver costeggiato le sporgenze del vano e di essere saltato su alcuni massi che le lave avevano ormai circondati, si era arrestato dinanzi ad una grande spaccatura, la quale saliva verso le vôlte a zig-zag. La parete, poche ore prima tutta d'un pezzo e quasi liscia, era stata spezzata di colpo da una di quelle poderose scosse ed appariva sventrata.

Un gran numero di massi erano caduti da quella fenditura e radunatisi alla base, avevano formata una gran piramide che si poteva, con qualche sforzo, salire.

– Seguitemi! – aveva gridato il dottore, slanciandosi fra quei macigni per poter giungere più facilmente alla spaccatura. [p. 90 modifica]

– A me il passo, dottore! – gridò padron Vincenzo. – Ho il piede più fermo! Michele, alla retroguardia tu.

Aiutandosi l'un l'altro, aggrappandosi alle sporgenze delle rocce, puntando i piedi entro le fessure, tirandosi o spingendosi, i quattro coraggiosi salgono fra i turbini di fumo che radono le vôlte della galleria ed i sassi che capitombolano da tutte le parti con un fragore assordante.

La prima spaccatura è felicemente superata. Un'altra si estende quasi verticalmente, profonda e cosparsa di massi rotolati dall'alto.

Il dottore ed i suoi compagni prendono un breve respiro, poi ricominciano animosamente la pericolosa ascensione.

I sassi sfuggono sotto i loro piedi, minacciando di trascinarli seco nella pazza corsa e di scaraventarli fra le lave ardenti che s'accavallano alla base delle pareti; dei macigni, malfermi, scivolano bruscamente sotto le loro mani e vanno a piombare nel torrente di fuoco, sollevando mostruosi sprazzi di materie incandescenti; dall'alto delle vôlte franano incessantemente frammenti di roccia, mentre le scosse fanno oscillare le rupi, screpolandole, ma quei quattro bravi non s'arrestano.

La paura d'altronde li sprona: la morte li minaccia sotto e sopra, e non possono né esitare, né arrestarsi.

Finalmente dopo lunghi sforzi giungono sul margine d'una specie di cornicione. Al di là si estendono altre rupi, altre spaccature, forse delle altre caverne.

Il pericolo di venire raggiunti dalle lave è evitato, ma non quello di venire schiacciati dai massi che continuano a staccarsi dalle vôlte.

– Bisogna cercare un rifugio – disse il dottore. – Noi non possiamo rimanere qui, con tutto questo rovinìo di sassi.

– Tanto più che questo cornicione può da un istante all'altro staccarsi – disse padron Vincenzo. – Mi pare che non offra alcuna sicurezza.

– Vedo là un'apertura! – gridò Michele.

– Che sia una caverna? – chiese Vincenzo.

– Andiamo a vedere – rispose il dottore.

Balzando attraverso le rocce mezze franate e sorreggendosi scambievolmente per non precipitare nelle profonde fessure apertesi nella parete, giunsero ben presto dinanzi ad una stretta apertura, la quale pareva che si addentrasse molto nelle viscere della terra.

Il dottore, che non aveva abbandonata la sua lampada, vi si cacciò dentro rapidamente e si trovò in una grande escavazione dalla vôlta tanto bassa da non poter permettere ad un uomo di tenersi in piedi.

All'estremità, al signor Bandi parve di distinguere una stretta galleria, ma non vi fece, almeno pel momento, caso. A lui bastava di aver trovato un ricovero contro quell'incessante grandinare di macigni.

– Saremo sicuri qui? – chiese padron Vincenzo.

Il dottore stava per rispondere, quando una scossa tremenda, seguìta da una esplosione spaventevole, paragonabile allo scoppio di mille cannoni, avvenne.

Le pareti oscillarono dal basso in alto come fossero state sollevate [p. 91 modifica]da un titano, poi s'aprirono con uno scroscio orrendo, franando le une addosso alle altre.

– Il terremoto!... – aveva urlato il signor Bandi.

– Si salvi chi può!... – aveva gridato padron Vincenzo, tentando di slanciarsi all'aperto.

– Fermi tutti! – urlò Michele. – La caverna non ha ceduto.

– Ma le lave montano!

Vincenzo si era già slanciato fuori dal rifugio, poi era subito rientrato coi lineamenti sconvolti dal terrore.

– Noi siamo perduti!... – esclamò con voce strozzata. – Guardate!...


XI.

Il fiume di fuoco.


La tremenda scossa non era stata bastante per demolire interamente la grande galleria; però, se le enormi pareti di marmo avevano potuto resistere a quel formidabile sconquasso e mantenersi ancora più o meno diritte, tutta la parte che formava l'entrata era precipitata assieme alle ultime vôlte.

Quell'enorme massa di materiali, accumulandosi, aveva ostruita completamente la via che conduceva al lago, formando un argine insuperabile alle lave.

Il fiume di materie ardenti, troncato a metà dopo un orribile rimescolamento, aveva cominciato a rifluire verso l'abisso, alzandosi gradatamente verso le vôlte.

Essendo la spaccatura del vulcano assai più alta del piano della caverna, vi era da temere che le lave potessero giungere fino al ricovero degli esploratori, prima di riversarsi ancora nell'abisso che le aveva vomitate.

Il dottore, con un solo sguardo, aveva compresa la gravità della situazione.

– Sì, siamo perduti – aveva risposto a padron Vincenzo. – Se non troviamo una via d'uscita, le lave giungeranno ben presto qui e ci bruceranno vivi.

– Che non si possa giungere allo sbocco della galleria? – chiese Michele.

– Ormai è tutta turata.

– Vi può essere qualche buco, signore. [p. 92 modifica]

– Ma il cornicione è caduto – disse Roberto.

– E poi ci mancherebbe il tempo di giungere fino là – osservò padron Vincenzo.

– Pure bisogna lasciare al più presto questa galleria – disse il signor Bandi. – L'aria può mancare.

– E come? E per dove passare?

– Cerchiamo, Vincenzo.

– Io credo, dottore, che per noi la sia finita.

– Non disperiamo ancora e... Ah! Forse!...

In quel momento egli si era ricordato di quella specie di galleria che aveva scorto all'estremità della piccola caverna che serviva a loro di rifugio.

– Venite, amici – disse.

– Avete trovato qualche uscita? – chiese Vincenzo.

– Non lo so ancora: vedremo.

Si diresse verso l'estremità del rifugio e si trovò dinanzi ad uno stretto tunnel, il quale s'addentrava nelle viscere della terra, salendo con una certa ripidità. Era impossibile sapere se aveva qualche comunicazione colla grande caverna del lago, oppure se, dopo un certo percorso, si arrestava. Una esplorazione era necessaria.

– Un passaggio? – chiese padron Vincenzo.

– Lo suppongo – rispose il dottore.

– Sarà aperto?

– È quello che vedremo subito.

– Mi sembra molto stretto, però.

– Sarà sufficiente pei nostri corpi.

– Si ode nulla?

– State zitti ed ascoltiamo.

Tutti tesero gli orecchi curvandosi verso terra, ma i boati del vulcano e gli scoppi non permettevano di raccogliere nessun rumore. Al dottore però parve di sentire una corrente d'aria venire dal fondo del tunnel.

– Posso accertarmene – mormorò.

Accese uno zolfanello e lo alzò più che poté. Subito vide la piccola fiamma ondeggiare vivamente poi curvarsi in direzione della galleria.

Un grido di gioia gli uscì.

– Il tunnel è aperto! – esclamò.

– Come lo sapete? – chiesero i tre pescatori.

– Non vedete che la fiammella rimane piegata? È una corrente d'aria che viene dall'estremità di questo passaggio.

– Dunque questo tunnel ha qualche comunicazione colla grande caverna.

– Lo credo, Vincenzo.

– Potremo però passare?

– Se sarà necessario, ci apriremo la via, dovessimo strappare le rocce colle mani. La nostra salvezza sta in fondo a questo tunnel.

– Allora andiamo – disse Vincenzo, risolutamente. [p. 93 modifica]

– Monta sempre la lava? – chiese il dottore a Roberto, il quale si era spinto verso l'apertura che metteva nella grande galleria.

– Sempre, signore – rispose il giovanotto. – La caverna sembra un mare di fuoco.

– Seguitemi, amici, e confidiamo in Dio!...

Padron Vincenzo, che era il più robusto, si cacciò pel primo nel tunnel, portando la lanterna, e dietro di lui si spinsero il dottore, Roberto e Michele, quest'ultimo pure fornito d'un'altra lampada.

Quel passaggio rassomigliava ad un budello e pareva che fosse stato formato da qualche corrente di lava. Come si sa, quella materia ardente si copre quasi subito d'una crosta, mentre al di sotto scorre sempre, come se fosse imprigionata entro un tubo.

Il torrente di fuoco, esauritosi chissà per quale causa, aveva proseguita la sua corsa, lasciando il condotto, formato dalla prima crosta, completamente vuoto.

Forse, sopra di esso, esistevano altri passaggi consimili, sovrapponendosi talvolta le lave in strati che spesso sono vuoti, ma non era il caso di andarli a cercare. Ai quattro esploratori bastava di aver scoperto quello che stavano percorrendo.

Mentre s'avanzavano strisciando come serpenti, essendo quel condotto diventato molto stretto, le esplosioni e le frane continuavano nella grande galleria, segno evidente che il vulcano non accennava ancora a calmarsi.

Di quando in quando anche il terremoto voleva prendere parte a quella festa di Plutone. Scosse frequenti avvenivano, con grande paura dei tre pescatori, i quali temevano che le pareti porose del condotto cedessero, e di rimanere schiacciati come topi.

Perciò si affrettavano, ansiosi di giungere al sospirato lago, tanto più che la fame e la sete cominciavano a tormentarli, non avendo stritolato un solo biscotto da dieci ore.

Già si erano avanzati per circa trecento metri, quando padron Vincenzo si arrestò.

– Per centomila merluzzi! – esclamò, sbuffando. – Temo che non si possa più andare innanzi.

– Si restringe sempre il condotto?

– Sì, dottore. Sono già tutto scorticato e le mie vesti sono a pezzi.

– E mi pare che anche la vostra lampada si spenga.

– È vero, dottore. Non vi è quasi più olio.

– La mia è già spenta – disse Michele, che veniva ultimo.

– Non ci mancherebbe che questa disgrazia – mormorò il dottore. – Come ci dirigeremo fra le tenebre?

– Avete degli zolfanelli? – chiese padron Vincenzo.

– Ho la mia scatola.

– A qualche cosa ci serviranno.

Il dottore non rispose, ma si terse alcune gocce di freddo sudore.

– Si va innanzi, adunque? – chiese Michele. – Qui si soffoca.

– Tentiamolo – rispose Vincenzo. [p. 94 modifica]

I quattro disgraziati esploratori ripresero la faticosa marcia, facendo sforzi sovrumani per trarsi da quelle strette.

Quel tubo, ormai si poteva chiamarlo così, descriveva in quel luogo dei bruschi serpeggiamenti, ed accennava a restringersi sempre più. Le sue pareti ineguali, irte di punte, fortunatamente cedevoli, rendevano il passaggio più faticoso, costringendo padron Vincenzo a delle frequenti fermate per sbarazzare la via da quegli ostacoli.

Puntando le ginocchia, facendo forza di gomiti, stirandosi ed allungandosi, sbuffando e soffiando, i quattro esploratori riuscirono a guadagnare altri cinquanta metri. Erano però tutti scorticati e le loro vesti erano state ridotte, da quei continui sforzi, in uno stato miserando.

Fortunatamente, passate quelle ultime strette, si trovarono improvvisamente dinanzi ad una celletta di forma rotonda e dalle pareti lisce. Sembrava una grande bolla di sapone o di vetro nero.

– Dove siamo, noi? – si chiese padron Vincenzo, tirando il fiato. – Mi pare di essere entro un fiasco di Chianti.

– Vedete nessun altro passaggio? – chiese il dottore. – La corrente di lava non può aver avuta qui la sua sorgente.

– Vedo là un altro budello – rispose il pescatore. – Toh!... Cos'è questo rumore? Si direbbe che noi siamo vicini a qualche cascata d'acqua od a qualche impetuoso torrente.

– Ascoltiamo – disse il signor Bandi.

Tutti tesero gli orecchi, trattenendo il respiro. In lontananza si udiva un sordo fragore che pareva prodotto dalla caduta d'una massa d'acqua. Il dottore, recatosi alla bocca del secondo condotto, s'accorse che quel fracasso veniva precisamente da quella parte.

– La caverna non deve essere lontana – disse. – Se questo secondo tunnel ci permette di passare, fra un paio d'ore possiamo trovarci a bordo della nostra scialuppa.

– Da cosa lo arguite? – chiese padron Vincenzo.

– Non vi ricordate di quella cateratta che precipitava nel lago?

– Sì – risposero i tre pescatori.

– Il fragore che udiamo deve essere prodotto da quella.

– Fosse vero! – esclamò padron Vincenzo. – Darei un anno della mia vita per trovarmi nella nostra scialuppa.

– Ripartiamo, amici.

– Mille merluzzi!

Proprio in quel momento la lampada, dopo un ultimo guizzo, s'era spenta, e l'oscurità era piombata bruscamente entro quella grande bolla di lava.

– Non importa – disse il dottore. – Ormai sappiamo che il tunnel sta dinanzi a noi.

– E poi avete ancora degli zolfanelli – disse Michele.

– Sì, avanti amici!

I quattro esploratori si erano cacciati animosamente nel secondo budello, cercando di affrettare la marcia. Padron Vincenzo, che si trovava alla testa, prima di fare un passo innanzi, tastava prudentemente [p. 95 modifica]il suolo, temendo di precipitare entro qualche fenditura o, peggio ancora, in qualche abisso.

Di quando in quando si arrestava per tendere gli orecchi, e con suo grande piacere poteva constatare che il fragore della cascata diventava sempre più intenso.

– Sì, siamo sulla buona via – mormorava. – Il lago non deve essere lontano.

Dopo un quarto d'ora s'accorse che la galleria si allargava bruscamente. Tese le braccia a destra ed a sinistra, ma non sentì più le pareti.

– Dottore, accendete uno zolfanello – disse. – O che ci troviamo in una caverna, o dinanzi ad un abisso.

– Che si tratti d'un'altra bolla di lava?

– Non credo, dottore, ma... sento una forte corrente d'aria che mi soffia proprio in faccia.

– Che siamo giunti al lago? Il muggito della cateratta è ormai diventato assordante.

– Fate un po' di chiaro.

Il signor Bandi accese un cerino. La fiammella era troppo debole per sapere d'un solo colpo dove si trovavano; però gli parve di distinguere, a pochi metri, una parete.

– Siamo in una caverna – disse.

In quell'istante una forte corrente d'aria gli spense il cerino.

– Da dove viene questo vento? – si chiese. – Che vi sia qualche apertura?

– Mi pare d'aver scorto laggiù uno squarcio – disse Roberto.

– Andiamo a vedere.

Accese un secondo cerino, e tenendolo riparato con ambe le mani, s'avanzò nella direzione indicatagli dal pescatore. La corrente d'aria veniva precisamente da quella parte, ed era così violenta, che il dottore non riusciva quasi a mantenere accesa la fiammella.

Percorsi quindici passi, si trovò dinanzi ad un'apertura irregolare, la quale metteva su di un abisso che era impossibile a misurare. Guardando però più sotto, scorse una specie di scarpa, formata da lave accumulatesi e che non sembrava difficile a scendere.

– Dove siamo noi? – si chiese.

– Dove? Non udite? – disse padron Vincenzo.

– Che cosa?

– Il rompersi delle onde contro le scogliere!

– Ma dunque noi ci troviamo...?

– Presso il lago, dottore. Un marinaio non può ingannarsi e sa distinguere il fragore della risacca anche a parecchie miglia di distanza.

– Allora siamo salvi e...

Egli si era bruscamente interrotto, per mandare un grido di stupore.

– Cosa avete, signore? – chiesero i pescatori, slanciandosi verso di lui.

– Guardate... là... sulle acque del lago!... [p. 96 modifica]

– Per centomila merluzzi!... – esclamò padron Vincenzo, tendendo le pugna. – Un lume!...

– Un fanale di nave!... – esclamarono Roberto e Michele, con voce rauca.

Un punto luminoso, a luce rossa, si rifletteva sulle oscure acque del lago, ad una grande distanza, muovendosi lentamente. Non poteva essere un fuoco prodotto da qualche eruzione di gas ed acceso per qualche causa ignota, poiché in tale caso non avrebbe avuto certamente quella tinta.

No, doveva provenire da qualche fanale colle lenti rosse, e più probabilmente da un fanale di posizione di una nave.

– Per mille tuoni! – esclamò padron Vincenzo. – Chi sono quegli uomini che solcano le acque di questo canale, che noi credevamo ignorato da tutti? Che vi siano degli esseri umani che vivono fra queste tenebre? Cosa ne dite, dottore?

– Che il nostro segreto non è stato gelosamente conservato.

– Dunque voi credete...?

– Che altri ci abbiano seguìti e preceduti.

– Allora non può essere che quel cane di slavo!...

– È probabile, Vincenzo.

– Bisogna raggiungerlo, dottore!... Se egli giunge allo sbocco del canale prima di noi, ci carpirà la scoperta.

– Lo raggiungeremo, Vincenzo. Quanto credete che quel lume sia lontano?

– Forse due miglia – risposero i tre pescatori, ad una voce.

– Questo lago deve avere adunque una vastità straordinaria. Una vera fortuna, pel capitano Gottardi, di averlo trovato sul suo cammino. Amici, scendiamo e cerchiamo la nostra scialuppa.

– Sarà possibile la discesa? Con questa oscurità correremo il pericolo di romperci il collo. Avete molti zolfanelli ancora?

– Una mezza scatola.

– Accendetene uno: io e Roberto tenteremo la discesa prima di voi.

I due pescatori, dopo d'aver osservata attentamente la scarpa formata dall'accumularsi delle lave, si calarono prudentemente in quel tenebroso abisso, aggrappandosi colle mani alle creste e puntando i piedi nelle fessure.

Il dottore, curvo sulla fenditura, accendeva uno dopo l'altro i cerini, cercando di proiettare la luce verso i due coraggiosi.

La discesa era più facile di quanto avevano dapprima creduto. Le lave, precipitando da quella fenditura, si erano accumulate in modo da formare come una serie di ondate rotolanti sul pendìo d'una montagna. Raffreddandosi la superficie, avevano conservate quelle strane forme, però qua e là i due pescatori incontravano dei pendìi ripidissimi, cosparsi di lave, detti a corda, perché in realtà somigliano ad enormi gomene arrotolate alla rinfusa, o ad ammassi di budella sparse da una enorme ventraia.

Il dottore e Michele seguivano con ansietà la discesa dei due [p. 97 modifica] [p. 98 modifica] [p. 99 modifica]coraggiosi, temendo sempre di vederli da un istante all'altro precipitare nel tenebroso abisso che si estendeva in fondo a quella prima scarpa.

Di quando in quando, il dottore, non potendo frenare le proprie inquietudini, chiedeva:

– Vi è pericolo?

– No – rispondeva invariabilmente padron Vincenzo.

Giunti trenta metri più sotto, i due pescatori si arrestarono. La luce non giungeva più fino a loro e non osavano continuare la perigliosa discesa, temendo di trovarsi improvvisamente sull'orlo di qualche baratro che non potevano distinguere e precipitarvi dentro.

– È necessario che ci raggiungiate – disse Vincenzo. – Qui non si vede più nulla.

– Andiamo – disse il dottore, volgendosi verso Michele.

– Tenetevi presso di me, signore – rispose questi. – Un marinaio ha il piede più pronto e non perde mai l'equilibrio.

Abbandonarono il crepaccio e cominciarono a loro volta la discesa, superando una dopo l'altra quelle onde solidificate e poi quell'ammasso di cordami o di budella.

I due pescatori s'erano fermati presso una stretta gola, formata probabilmente dalle lave e che scendeva con una certa rapidità fra due alti muraglioni di marmo bianco.

Padron Vincenzo stava per cacciarvisi dentro, quando, girando gli sguardi in direzione del lago, scorse, ad una distanza di tre o quattrocento metri, un vivo bagliore che già ben conosceva.

– I funghi! – esclamò, con voce giuliva.

– Si vedono? – chiese il dottore.

– Sì, anch'io li vedo! – esclamò Michele.

– Allora siamo vicini alla scialuppa.

– Fra cinque minuti vi saremo, dottore.

– Ed il punto luminoso?

– Scomparso, signore – rispose Roberto, che era salito su di una rupe.

– Si fossero annegati, almeno! – esclamò padron Vincenzo.

– Forse quegli uomini si saranno fermati in qualche baia, difesa da qualche scogliera.

– O saranno giunti all'imbocco del tunnel, dottore.

– Non importa, li raggiungeremo.

– Dovessimo arrancare come i galeotti della repubblica veneziana – disse Michele.

– Avanti, scendiamo!

Si cacciarono entro la stretta gola, e sorreggendosi l'un l'altro, cinque minuti dopo giungevano presso l'ammasso di funghi. La scialuppa non doveva trovarsi che a pochi passi.

Essi si slanciarono verso la piccola baia che s'apriva dinanzi a loro, e poco dopo ritrovavano finalmente il battello ancora legato allo scoglio.

– Per mille milioni di merluzzi! – gridò padron Vincenzo, balzandovi dentro. – Credevo proprio di non doverlo più mai rivedere!... [p. 100 modifica]Ah! Dottore!... Bisogna dire che siamo stati fortunati!...

– Lasciate stare la fortuna e accendiamo un po' di fuoco. Vi confesso che muoio di fame.

– Al lavoro, cuochi!...

– Pronti, padrone – risposero Roberto e Michele.

– E levate anche una bottiglia – comandò il dottore. – Ce la siamo guadagnata.

– Allora mi ci metto anch'io – disse padron Vincenzo. – Per mille merluzzi!... Faremo un banchetto per festeggiare il nostro felice ritorno.

– Oh!...

– Cos'hai, Roberto?

– Ancora il fanale!...

– Vada al diavolo! Non possiamo occuparci di lui per ora. Orsù, preparate le pentole!...


XII.

I furori di un vulcanello.


Un'ora dopo il dottore ed i tre pescatori, seduti comodamente sulla sabbia finissima della piccola baia, si divoravano, con un appetito veramente formidabile, il pranzetto sotto l'alta direzione di padron Vincenzo.

A dire il vero non v'era molta varietà di piatti; però quei bravi lupi di mare avevano saputo fare de' veri miracoli coi viveri che avevano a bordo della scialuppa e anche il dottore aveva fatto molto onore alla zuppa di piselli, allo stoccafisso fracassato colle cipolline, al prosciutto salato accomodato con fagiuoli, al tonno all'olio ed al formaggio salato.

Non mancò nemmeno il dolce, consistente in certe frittelle preparate da padron Vincenzo probabilmente di sua invenzione ma che però bene o male, furono cacciate giù in compagnia d'una bottiglia di autentico Valpolicella vecchio di dieci o dodici anni.

Avevano appena terminato quel pasto poco meno che luculliano pei pescatori ed avevano accese le pipe in attesa che il caffè fosse pronto, quando in lontananza udirono uno scoppio così tremendo, da far tremare perfino il suolo su cui si trovavano.

Le acque del lago, bruscamente scosse, s'alzarono ed una grande ondata, formatasi forse al largo, venne a rompersi, con cupo fragore, [p. 101 modifica]contro la spiaggia sormontando impetuosamente le scogliere che difendevano la piccola baia.

Il dottore ed i tre pescatori s'erano alzati precipitosamente temendo per la scialuppa. Fortunatamente questa, trovandosi riparata da due altre massicce rupi, non aveva sofferto nulla e dopo d'aver toccata la spiaggia arenosa, era tornata al largo finché lo consentivano gli ormeggi.

– Cosa è successo, – chiese padron Vincenzo al dottore, – che sia scoppiato il vulcano?

– È stata una scossa di terremoto – rispose il signor Bandi.

– Che anche questa immensa caverna frani?

– Oh! Se le sue vôlte non hanno ceduto a questa scossa poderosa, credo che resisteranno ad altre.

– Si ripeterà?...

– È probabile, però ordinariamente è sempre la prima scossa che è la più pericolosa.

– Mi pare che il terreno oscilli ancora – disse Michele.

– E che l'onda torni a formarsi al largo – aggiunse Roberto. – Non udite questi lontani muggiti?

– Tiriamo in terra la nostra scialuppa – consigliò il dottore. – Può venire fracassata contro la spiaggia.

– Su, lesti! – gridò Vincenzo, slanciandosi verso la riva.

I tre pescatori tirarono la scialuppa a terra, la scaricarono rapidamente d'un certo numero di casse e di barili onde renderla meno pesante, poi la trassero sulla spiaggia spingendola dietro ad una roccia.

L'avevano appena messa al sicuro che una nuova ondata venne a rompersi con fragore assordante contro le scogliere, risalendo per la sponda per parecchi metri.

– È stata un'altra scossa – disse il dottore.

– Io comincio ad aver paura, non ho vergogna a confessarlo – disse padron Vincenzo.

– Il terremoto spaventa tutti, mio caro.

– Ma da che cosa derivano questi poderosi urti? – chiese Michele. – Mi hanno detto che provengono dall'incontro di venti sotterranei, però non vi presto gran fede.

– Ne sono persuaso – disse il signor Bandi, ridendo. – Sono frottole create dalla fantasia popolare.

– Sono prodotti dai vulcani – sentenziò padron Vincenzo.

– È vero, non sempre però – disse il dottore. – Vi sono varie specie di terremoti e tutti hanno delle cause diverse.

«Comunemente però, sono originati da vapori acquei e da altri gas ad alta temperatura che si trovano imprigionati nella cavità della terra. Giunti ad un certo grado di calore, scoppiano come vere caldaie ad alta pressione, urtando evidentemente il suolo e tentando di squarciarlo per aprirsi un varco.

«Vi sono anche altri terremoti prodotti dal franamento di grandi masse rocciose entro cavità sotterranee, ma questi sono meno pericolosi dei primi essendo meno violenti e puramente locali.» [p. 102 modifica]

– È vero che certe scosse hanno rovinato delle città intere e uccise centinaia di persone?

– Delle regioni intere e delle migliaia di abitanti, Vincenzo. La nostra Italia, che è terra vulcanica, ha subìto dei tremendi disastri in causa di terremoti.

– Specialmente quella meridionale, è vero? – chiese padron Vincenzo.

– Sì, la Sicilia e la Calabria furono messe a dura prova dai loro vulcani. La provincia di Napoli in una sola volta perdette 30.000 persone, durante il terremoto del 1456, il quale rovesciò un gran numero di villaggi. Nel 1693 la Sicilia ne perdette 93.000 e moltissime migliaia la Calabria nel 1753.

– Devon esser state scosse tremende.

– Tali da sconvolgere il suolo. Nella piana di Calabria, per esempio si aprirono così numerosi crepacci ed avvennero tali franamenti da non riconoscere più il suolo. Figuratevi che si formarono duecentoquindici laghi che prima non esistevano, fra piccoli e grandi e che s'aperse un burrone lungo sedici chilometri. A Messina invece franò una montagna intera durante il terremoto del 1783 e calando in mare sollevò una tale ondata da annegare milleduecento persone che si trovavano sulla spiaggia.

– Un disastro! Deve essere stato un cavallone gigantesco!

– Anche i terremoti talora avventarono contro le spiagge delle ondate tremende.

– E durano molto le scosse? – chiese Roberto.

– Generalmente pochi secondi, però si sono avvertite delle scosse di durata maggiore. Quello delle Calabrie si dice che continuasse per due minuti. Toh! Un'altra scossa?

Una terza ondata era venuta a sfasciarsi contro le scogliere mentre nelle viscere della terra si udivano dei lunghi boati che parevano distendersi da levante a ponente.

Il dottore ed i tre pescatori, assai inquieti, temendo che anche le enormi vôlte di quella vasta caverna cadessero come quelle della galleria, s'erano alzati per essere pronti a fuggire. Pareva però che le massicce arcate di marmo fossero a prova di qualunque scossa, poiché fino allora nemmeno un sasso, od un frammento qualsiasi, s'era udito a cadere sulle acque del lago.

Per alcuni minuti il suolo continuò a oscillare ad intervalli di trenta a cinquanta secondi, turbando continuamente la superficie del grande bacino, poi tutto ad un tratto si udì, in direzione della galleria, uno scoppio così tremendo che parve dovesse crollare l'intera vôlta della caverna.

Il dottore ed i suoi compagni s'erano vivamente voltati da quella parte. Un grido di sorpresa ed insieme di terrore sfuggì dalle loro labbra.

Un getto di fuoco o meglio di lava, sbucava allora furioso fra una larga fenditura apertasi in una parete e balzava giù come fosse una cascata di bronzo fuso. [p. 103 modifica]

Lo spettacolo era superbo, ma anche pauroso. Quel torrente di fuoco serpeggiando fra le rupi, correva rapidamente in direzione del lago, seguendo il pendìo. Ora lo si vedeva sparire in mezzo alle rocce, entro le gole od i crepacci, poi riapparire bruscamente in un altro punto, correre, balzare e rimbalzare, rifluire, gonfiarsi, poi di nuovo nascondersi per poi tornare a mostrarsi più bello, più minaccioso, più terribile.

– Le pareti della galleria hanno ceduto! – esclamò il dottore.

– E la lava si rovescerà qui? – chiesero i tre pescatori.

– Lo temo, amici. Ma pare che la corrente tenda ad avvicinarsi alla gola che ora abbiamo percorso.

– Non correremo pericolo, rimanendo qui? – chiese padron Vincenzo.

– Sarebbe una imprudenza che potremmo pagare cara.

– Prendiamo il largo?

– Sì e subito.

– In acqua la scialuppa! – gridò Vincenzo.

Michele e Roberto si affrettarono ad eseguire l'ordine, poi imbarcarono le casse ed i barili che avevano messo a terra onde rendere la barca più leggera.

Stavano per prendere i remi, quando si vide il torrente di fuoco apparire all'estremità della gola che conduceva nella piccola baia. Le lave, trovando quel passaggio, vi si precipitarono dentro con furia indescrivibile accavallandosi spaventosamente e proiettando sulle rocce vicine bagliori sanguigni.

L'ammasso dei funghi fosforescenti fu divorato in un attimo, poi il mostruoso serpente di fuoco irruppe sulla piccola spianata avanzandosi minaccioso verso il lago.

– Fuggiamo – gridò il dottore.

I quattro uomini balzarono precipitosamente nella scialuppa e si spinsero rapidamente al largo, attraversando la linea delle scogliere.

Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando le lave piombarono, come una cateratta, nel lago.

Una tremenda battaglia s'impegnò fra i due elementi, fra fischi assordanti. Le prime ondate di lava vengono facilmente vinte, soffocate, ma altre si seguono, si allargano, ribollendo e sibilando, si spingono, si urtano e sorpassano la piccola baia avanzandosi in mezzo al lago.

La grande caverna sembra ribollire come una immensa caldaia ad alta pressione. Le acque e le lave non cedono. Dense masse di vapori biancastri s'alzano sul fiume di fuoco mentre pare che nel seno del lago si distenda un torrente di pece fusa mista a ondate di zolfo ardente.

Lo spettacolo è sublime, ed insieme terrificante.

I quattro esploratori arrancano disperatamente per non venire raggiunti dal terribile fiume che vince, almeno pel momento, anche le acque.

I tre pescatori sono pallidi come cenci lavati; solo il dottore non sembra preoccuparsi troppo. [p. 104 modifica]

– Signore! – gridò ad un tratto Michele. – Che siamo condannati a venire bruciati vivi?

– Non aver paura – rispose il signor Bandi. – Le acque finiranno per trionfare.

– Vedo che la lava si avanza ancora.

– Per poco.

– Ma a me sembra impossibile che non venga spenta da tutta quest'acqua.

– Ci vuole il suo tempo. Anche nelle grandi eruzioni del Vesuvio le lave si spinsero in mare fino a mille e trecento metri; ma poi furono vinte. Il fiume di fuoco impallidisce di già ed ha arrestata la sua marcia.

Infatti le lave, quantunque continuassero a precipitare nel lago, non si allargavano più. Le acque, dopo essere state sospinte, erano tornate alla carica e spegnevano rapidamente quell'elemento distruttore.

– Sì, – disse padron Vincenzo, – il fiume è stato vinto dal lago, però ne ho abbastanza di questa caverna e desidererei trovarmi ben lontano.

– Più nulla ci trattiene qui – disse il dottore. – Cercheremo di giungere al tunnel di sbocco più presto che sarà possibile.

– E di scoprire gli uomini che ci precedono.

– Avete ragione, Vincenzo. Le lave ed i pericoli ci avevano fatti dimenticare costoro.

– Credete che siano già giunti nel canale?

– Lo suppongo. Se si trovassero ancora in questa caverna, in qualche luogo si vedrebbe risplendere la loro lampada.

– Che abbia una grande estensione questo lago?

– È impossibile a saperlo, Vincenzo, finché non avremo trovato il tunnel di sbocco.

– Dottore, voi sapete remare è vero?

– Come un barcaiuolo, amico.

– Aiutiamo Michele e Roberto; con una rapida corsa potremo forse raggiungere quei misteriosi esploratori.

– Andiamo: i miei muscoli sono ancora robusti.

Pochi istanti dopo la scialuppa raddoppiava la corsa, seguendo le sinuosità della spiaggia, non essendo possibile procedere direttamente, ignorando ove si trovava la bocca del secondo tunnel.

Le scosse di terremoto erano fortunatamente cessate, sicché le acque del lago avevano ripresa la loro tranquillità, però di quando in quando, dei rombi sotterranei annunziavano come nelle viscere della terra le forze plutoniche non si fossero ancora calmate.

Anche il fiume di lava continuava a calare attraverso le rupi e precipitarsi sulla spiaggia. Era però ormai così lontano che appariva come un sottile nastro di fuoco.

Per quattro lunghissime ore i nostri esploratori arrancarono non prendendo che dei brevi riposi, superando numerose scogliere e parecchie punte che si prolungavano verso il centro del lago e senza aver nulla veduto, né incontrato.

Cominciavano già ad essere inquieti, temendo di [p. 105 modifica]non dover trovare più lo sbocco della galleria del capitano Gottardi, quando i loro sguardi furono improvvisamente colpiti da una viva luce che si vedeva scintillare sotto una galleria che pareva bassa in proporzione alle gigantesche vôlte della immensa caverna.

– Un altro vulcano – chiese padron Vincenzo.

– Od un altro fiume di lava? – dissero Michele e Roberto.

Invece di rispondere, il dottor Bandi aveva aperta una cassetta e levato un cannocchiale lo aveva puntato in direzione di quella luce.

– Ebbene? – chiesero i pescatori.

– Laggiù si trova lo sbocco del tunnel – rispose il signor Bandi.

– Ma quel chiarore? – chiese Vincenzo.

– Deriva da una grande fiamma che irrompe dalla parete del tunnel.

– Allora avremo il passo chiuso.

– Non mi sembra.

– Ma da che cosa supponete che derivi quella fiamma?

– Forse da qualche eruzione di gas o da qualche bocca di pozzo petrolifero.

– E possono accendersi da loro?

– È un po' difficile.

– Allora deve essere stato acceso da qualcuno, forse dagli uomini che ci precedono.

– O dal capitano Gottardi.

– Eh? Volete scherzare dottore?

– Niente affatto, Vincenzo.

– Come si può ammettere che un fuoco arda da parecchi secoli?

– Vi stupite? Eppure in Italia abbiamo non poche fontane ardenti che bruciano da tempi immemorabili, dal tempo dei Romani e fors'anche prima. Ecco una cosa che stenterete molto a crederla autentica. A Barigazza per esempio, nel Modenese ce n'è una celebre che arde da centinaia di secoli e che i Romani conoscevano, anzi, i loro sacerdoti si servivano di essa per dare ad intendere ai creduloni là dentro vi fosse la fucina del dio Vulcano.

– I furbi!

– Una seconda si trova a Pietramala, nel Bolognese, una terza a Velleja e un'altra pure non lontano, alla Porretta.

– E non vengono usate in nessun modo?

– Finora nessuno se ne serve. Una volta fu raccolto quel gas entro un tubo e per qualche tempo alla Porretta si vide un fanale a luce intensa, ma poi, chi sa per quale motivo, quel fanale fu abbattuto.

– E potrebbero servire quei gas?

– Certamente, Vincenzo, poiché sono eccellenti idrogeni carburati. Se s'imprigionassero mediante appositi apparecchi si potrebbe illuminare qualche intera borgata senza la spesa d'un soldo. In altri paesi, in America per esempio, dove non poche sono anche là le fontane ardenti, vi sono degli stabilimenti illuminati con quei gas, ma da noi forse l'economia non si conosce. [p. 106 modifica]

– Dottore! – esclamò in quell'istante Michele, abbandonando bruscamente il remo.

– Cos'hai? – chiese il signor Bandi.

– Non vedete delle ombre umane passare e ripassare dinanzi a quella vampata?

– Per centomila merluzzi! – gridò padron Vincenzo, balzando rapidamente in piedi. – Delle ombre umane?

Il dottore aveva raccolto il cannocchiale e lo aveva puntato in direzione della fontana ardente.

– Sì, vi sono degli uomini! – esclamò.

– Quanti? – chiesero i pescatori.

– Due.

– Potete scorgere i loro lineamenti?

– È impossibile perché ci volgono le spalle e noi siamo ancora troppo lontani.

– Che uno sia quel cane di Simone? Guardate bene dottore! – disse padron Vincenzo.

– Non li vedo più ora.

– Che siano fuggiti?

– Forse possono essersi ritirati dietro qualche angolo roccioso che la fiamma non può illuminare.

– Bisogna cercare di sorprenderli, dottore.

– Li cercheremo: spegnete le nostre lampade.

– Perché, dottore?

– Sono troppo visibili tra questa oscurità e se quegli uomini non vogliono lasciarsi accostare, scorgendoci, fuggiranno.

Padron Vincenzo con due soffi poderosi estinse le due lanterne.

– Avanti! – comandò poscia, afferrando il remo. – Vedremo con chi avremo da fare.


XIII.

La fontana ardente.


La scialuppa sotto lo sforzo di quei quattro remi s'avvicinava rapidamente all'imbocco della galleria, non essendovi ormai più alcun dubbio che si trattasse precisamente del tunnel del capitano Gottardi.

Alla luce di quella grande fiamma che s'allargava in forma di ventaglio, fugando le tenebre per un tratto vastissimo, il dottore ed i suoi compagni avevano potuto scorgere distintamente le prime vôlte del canale. [p. 107 modifica]La grande caverna ormai si restringeva rapidamente non solo, ma anche si abbassava. Già si potevano vedere, quando la fiamma eruttava con maggior violenza, le due rive del lago.

Gli uomini però che poco prima erano stati veduti a muoversi quasi dinanzi a quella fiammella, parevano che fossero scomparsi. Il dottore aveva più volte puntato il cannocchiale, scrutando le rocce vicine con esito negativo.

Si erano nascosti nei dintorni, oppure avevano preso precipitosamente il largo, non amando di venire raggiunti?

Probabilmente avevano scorte le lampade della scialuppa, prima che al dottore fosse venuta l'idea di farle spegnere e s'erano affrettati a sottrarsi all'incontro.

Per quale motivo? Ecco quello che si chiedeva insistentemente il dottore.

– Se fossero degli esploratori come noi, si sarebbero affrettati a venirci incontro – disse il signor Bandi a padron Vincenzo che lo interrogava. – Io credo che sarebbero stati lieti di unirsi a noi e di continuare il viaggio in nostra compagnia.

– Allora non può essere che quel cane di Simone – disse il pescatore.

– Non solo, poiché ho scorto un altro uomo.

– Avrà trovato qualche compagno. Forse gli avrà promesso chissà quali prodigiose ricchezze.

– Comincio a credere anch'io che si tratti dello slavo. Egli solo conosceva l'esistenza di questo canale.

– Pure non saprei trovare alcun motivo per sfuggirci.

– Temerà che noi lo derubiamo del tesoro – disse Michele.

– O la nostra collera? – disse padron Vincenzo.

– Sì, l'una e l'altra forse – rispose il dottore. – Teniamoci in guardia, perché temo che quell'uomo sia capace di farci qualche brutto giuoco.

– Ed anche di qualunque tradimento, dottore – disse padron Vincenzo. – Adagio Michele: non avanziamo che con prudenza.

La scialuppa era allora giunta a due o trecento metri dal canale. La vampata non si trovava nel tunnel, come prima avevano creduto, bensì all'estremità del lago.

Irrompeva da un tumulo di massi enormi, accatastati in modo da formare una specie di cono, un vulcanetto di proporzioni modeste.

Era una vera fontana ardente, però la vampa usciva con grande impeto, rumoreggiando e scoppiettando.

All'intorno si espandeva un acuto odore d'idrogeno e delle fiammelle s'accendevano talora in aria per ispegnersi quasi subito.

I quattro esploratori avevano fermata la scialuppa dietro la sporgenza di una grande rupe, la quale proiettava una cupa ombra sulle acque e di là spiavano ansiosamente i dintorni, colla speranza di sorprendere i due misteriosi individui.

– Non si vede nulla – disse padron Vincenzo, dopo qualche po'. – Che si siano allontanati? [p. 108 modifica]

– Pure non sono convinto che abbiano preso il largo. Io credo invece che ci spiino.

– E la loro scialuppa?

– Non so, l'avranno nascosta in qualche insenatura.

– Sbarchiamo e perlustriamo i dintorni.

– Sì, però non dimentichiamo le nostre rivoltelle. Le persone che si nascondono sono pericolose.

– Che qualcuno rimanga a guardia della nostra imbarcazione.

– Ci resterò io – disse Michele. – Il primo che tenta di avvicinarsi lo freddo con un colpo di rivoltella.

Il dottore, Vincenzo e Roberto, armatisi, sbarcarono e dopo d'aver ascoltato attentamente, si gettarono in mezzo alle rupi, dirigendosi lentamente verso la fontana ardente.

La spiaggia era vivamente illuminata dalla grande fiamma che irrompeva dal vulcanetto, quindi si poteva subito scorgere se vi era qualche persona; le rupi però, che erano numerose e altissime, proiettavano dietro di loro un'ombra così fitta da nascondere anche un elefante.

I tre esploratori, invece di muovere direttamente verso la fontana ardente, girarono al largo, visitando le parti non illuminate, i crepacci, i burroncelli, i massi ammonticchiati, ogni luogo insomma che potesse servire di nascondiglio.

Le loro ricerche però non diedero alcun risultato. Degli uomini veduti agitarsi dinanzi alla fiammata nessuna traccia.

– Devono essere partiti – disse il dottore arrestandosi. – Se fossero rimasti qui, in qualche luogo li avremmo trovati.

– Quelle canaglie si sono accorte a tempo della nostra presenza – rispose padron Vincenzo.

– E si saranno affrettati ad imboccare il canale.

– Cosa facciamo, dottore? Riprendiamo l'inseguimento?

– Sì, ma prima andiamo a vedere la fontana ardente.

– Cosa sperate di trovare?

– Qualche traccia del loro accampamento.

– Avete ragione dottore.

Certi ormai di non aver da temere alcuna sorpresa da parte dei misteriosi individui, uscirono dall'ombra e attraversata la spiaggia si spinsero fino alla base del vulcanetto.

Quel mostricciattolo eruttava allora con qualche violenza lanciando a tre o quattro metri una bella fiamma, dalla luce biancastra, la quale s'apriva talora in forma di ventaglio. Uno scoppiettìo incessante accompagnava l'eruzione.

Le sabbie che circondavano quel cumulo di macigni, parevano anch'esse sature di gas, perché si udivano pure scoppiettare sotto la semplice pressione dei piedi spandendo all'intorno un odore acuto d'idrogeno.

Il dottore accese un cerino e lo gettò a terra. Tosto delle fiammelle serpeggiarono fra le sabbie descrivendo dei capricciosi zig-zag.

– Vi è un vero gasometro qui sotto – disse. – Una vera fortuna se si potesse utilizzarlo. [p. 109 modifica]

– Non vi è pericolo che scoppi, e che ci mandi a gambe levate semiarrostiti? – chiese padron Vincenzo.

– Non temete – rispose il signor Bandi. – Penso però che la fiamma la potremo utilizzare.

– Per cosa farne?

– Per far bollire la nostra pentola, Vincenzo. Prima di riprendere l'inseguimento faremo colazione.

– Prenderemo più vigore – disse Roberto.

– Facciamo il giro di questo vulcanetto – disse Vincenzo. – Mi sembra impossibile che non si trovino le tracce dell'accampamento di quegli uomini.

Avevano già quasi compiuto il giro del vulcanetto, quando Roberto si precipitò dietro un masso chinandosi al suolo.

– Cos'hai veduto? – chiese padron Vincenzo, impugnando la rivoltella. – Forse che qualcuno si è nascosto là dietro?

– No, qui si sono accampati quegli uomini e hanno dimenticato anche qualche cosa – rispose Roberto.

– Qualche pollo arrostito? Lo mangerei volentieri.

– Una cintura – disse Roberto mostrando una fascia di lana rossa, un po' smunta.

Padron Vincenzo l'aveva presa, esaminandola attentamente per vedere se v'era qualche cifra o qualche segno.

– Niente – disse con dispetto. – È una fascia da marinaio però.

Guardò dietro al macigno, e vide, sparse al suolo, delle briciole di biscotto, una crosta di formaggio e la pinna d'un pesce. Senza dubbio quegli sconosciuti esploratori si erano fermati colà per pranzare.

– Cosa dite dottore? – chiese.

– Che ne sappiamo quanto prima.

– Aspettate, signor Bandi. Vedo che laggiù, il terreno è umido e sabbioso.

– E cosa vuol dire?

– Può aver serbata qualche orma. Quegli uomini devono averlo attraversato per rimbarcarsi.

I due pescatori ed il dottore si diressero verso la spiaggia e sostarono presso un torrentello il quale si perdeva fra un banco di sabbia.

– Non m'ero ingannato! – esclamò padron Vincenzo, con aria trionfante. – Ecco qua le loro orme.

– Sì e... per Bacco? Sono le tracce di tre paia di piedi! – esclamò il dottore.

– Quegli sconosciuti non sono adunque due soli.

– Sono di piedi nudi – osservò Roberto.

– E due sono così grandi che mi fanno pensare a quel birbante di Simone – disse padron Vincenzo. – Dove saranno fuggiti quei mariuoli?

– Avranno imboccato il canale – rispose il dottore.

– Sarei ansioso di sapere se hanno una scialuppa più leggera o più grande della nostra – disse Roberto. [p. 110 modifica]

– Bah! Li raggiungeremo egualmente – disse padron Vincenzo. – Mangiamo un boccone, poi in caccia!...

Tornarono alla scialuppa, ed approfittando d'un piccolo getto di gas che avvampava alla base del vulcanetto, misero a bollire la pentola.

Il pasto fu fatto lestamente, poi i quattro esploratori s'imbarcarono, decisi a raggiungere quei misteriosi individui che prendevano tante precauzioni per non farsi inseguire.

Imboccato il tunnel, spinsero gli sguardi sotto quelle vôlte tenebrose, sperando di scorgere in lontananza qualche punto luminoso, ma invano. La grande galleria era nera come la gola d'una miniera di carbone.

– Per centomila merluzzi! – esclamò padron Vincenzo, con ira. – Dove si sono cacciati quei furfanti?

– Che si siano arrestati in qualche luogo? – chiese Michele. – È impossibile che navighino senza una lampada.

– E chi ti dice che non abbiano qualche lanterna accesa? – disse il dottore.

– Cosa volete dire? – chiese padron Vincenzo.

– Che possono aver coperta la parte posteriore della lampada, onde impedire a noi di poterla scorgere.

– Per mille pescicani!... Non ci avevo pensato!... Ah!... I furbi!...

– E noi non potremo far nulla per ingannarli? – chiese Michele.

– Assolutamente nulla, avendo bisogno di vedere dinanzi a noi, per non urtare contro qualche imprevisto ostacolo.

– Allora ci vedranno, dottore.

– Lo so, ma non possiamo fare diversamente.

– Non importa – disse padron Vincenzo. – Tutti ai remi e avanti a gran lena!... Vivaddio!... Siamo in quattro, tutti robusti!...

La scialuppa, sotto lo sforzo poderoso dei quattro remi, procedeva rapidamente, inoltrandosi sotto le tenebrose vôlte del tunnel.

Essendo impossibile non farsi scorgere, il dottore aveva accesa una torcia e l'aveva piantata a prora per poter meglio osservare quella seconda parte del canale.

Le sue dimensioni erano eguali al primo tronco che andava a sboccare nella laguna veneta. Le vôlte e le pareti erano però meglio lavorate, fors'anche in causa della buona qualità della roccia, una specie di traversino grigiastro e quasi poroso, quindi facilissimo a traforarsi.

Anche la profondità dell'acqua era pressoché eguale e del pari l'altezza delle vôlte. Pareva che quel valente ingegnere che l'aveva ideato avesse anche pensato alle future dimensioni delle navi, dimensioni molto maggiori di quelle d'una volta.

Le grandi corazzate moderne non dovevano avere alcuna difficoltà a percorrere quel mirabile tunnel, bastando togliere l'alberatura, già ormai di ben poca utilità.

– Quale meraviglioso lavoro! – esclamava di tratto in tratto il dottore, pur non cessando di arrancare. – E dire che nessuno dei nostri moderni ingegneri ha mai pensato all'immenso vantaggio che ricaverebbe l'Italia da un simile canale! [p. 111 modifica]

– È vero, dottore – rispondeva padron Vincenzo. – Vi è però una cosa che mi sorprende.

– E quale?

– Perché il capitano Gottardi ha preferito scavare un canale sotterraneo, anziché aprirlo sopra? Mi sembra che la cosa potesse riuscire più facile.

– Forse v'ingannate, padron Vincenzo.

– E per quale motivo?

– Innanzi a tutto il capitano Gottardi mirava a sorprendere la Regina dell'Adriatico, ciò che non avrebbe certamente potuto fare aprendo un canale visibile a tutti.

– Questo è vero.

– Poi credete che non avrebbe trovato dei grandi ostacoli? Quanti uomini e quali enormi somme avrebbe costato il taglio degli Appennini? Da Spezia a Sassuolo il terreno è quasi tutto montagnoso.

– Ne convengo, dottore.

– E poi un canale sotterraneo ha il vantaggio di non poter venire ostruito senza affrontare immense difficoltà.

– Mentre se fosse stato scavato sopra suolo, con poche torpedini sarebbe stato facilmente chiuso alle navi – disse padron Vincenzo.

– Precisamente, amico mio. Il nemico che potesse impadronirsi d'un punto qualunque del canale, non si troverebbe imbarazzato a renderlo inadatto alla navigazione. Basterebbero anche poche mine per rovinarlo.

– Ah! Dottore! Noi ci siamo dimenticati una cosa – disse Michele, che ascoltava attentamente i loro discorsi.

– Cosa vuoi dire?

– Che non abbiamo ancora dato un nome a questo canale.

– Per Bacco!... Hai ragione, Michele – disse padron Vincenzo. – Bisogna battezzarlo.

– Gli daremo un nome che ricordi qualche vittoria delle squadre navali della repubblica genovese – disse il dottore.

– Quale?

– A voi: canale della Meloria.

– Vada per la Meloria! – dissero i due pescatori.

– Ed a quando il battesimo?

– Alla prima fermata, Vincenzo – rispose il dottore, ridendo, sapendo già dove mirava il bravo lupo di mare. – Ci rimangono ancora due vecchie bottiglie di Valpolicella ed un buon salame all'aglio di Verona.

Ad un tratto lo si vide abbassarsi bruscamente sulla prora, prendere la torcia ed immergerla in acqua.

Una profonda oscurità piombò intorno a loro.

– Spegni la pipa! – gridò a Roberto. – Presto, cacciala in acqua.

– Cosa succede, dottore? – chiesero i pescatori stupiti.

– Il grisou!...

– Il grisou!... Cosa significa ciò? – chiese padron Vincenzo. [p. 112 modifica]

– Non avete osservato che la fiamma della torcia si allargava e che diventava azzurrognola?

– Sì.

– Ciò indicava la presenza del gas infiammabile. Un istante di ritardo e forse noi scatenavamo un torrente di fuoco e forse facevamo crollare le vôlte della galleria.

– Per centomila merluzzi!

In quell'istante in lontananza si udì una tremenda detonazione, poi sotto le oscure vôlte si vide irrompere un uragano di fuoco, ma che quasi subito si dileguò perdendosi in direzione del mar Tirreno.

– Mille fulmini! Cos'è avvenuto? – chiese padron Vincenzo, impallidendo.

– È scoppiato il grisou – rispose il dottore.

– Chi lo ha acceso?

– Certamente gli uomini che ci precedono.

– E saranno morti?

– È probabile.

– Accorriamo, dottore.

– Un momento: datemi una lanterna di sicurezza. Sento che il gas tuonante ci circonda. Che nessuno accenda un zolfanello, o siamo perduti!


XIV.

Le vittime del «grisou».


La lampada di sicurezza, inventata dal celebre chimico inglese Davy circa ottant'anni or sono, permette di sfidare impunemente il gas tuonante, chiamato anche grisou, che si trova sparso talvolta in grandi quantità nelle miniere di carbon fossile.

Somiglia ad una lampada comune, ma la fiamma è circondata da una fitta reticella metallica, la quale impedisce che l'accensione si comunichi al gas esterno, e ciò per una legge fisica assai facile a spiegarsi.

Il grisou, penetrando attraverso la reticella, si accende subito, senza però provocare esplosioni, essendo la quantità minima, ma il metallo, che è un buonissimo conduttore, assorbendo immediatamente il calore, impedisce che si comunichi all'esterno.

Prima dell'invenzione di questa lampada, tremende esplosioni avvenivano nelle miniere di carbon fossile, seppellendo talvolta sotto le macerie delle centinaia di operai; ora questo pericolo è evitato. È bensì vero che anche oggidì di quando in quando si hanno da deplorare delle catastrofi; sono però dovute all'imprudenza dei minatori, i quali talvolta osano accendere le pipe, malgrado il pericolo e gli ordini severissimi degli ingegneri.

Accesa la lampada con speciali operazioni, il dottore ed i suoi compagni guardarono se le vôlte avevano sofferto per quel tremendo scoppio, ma videro che non avevano ceduto in alcun luogo. Solamente qualche crepaccio si era manifestato nella parete meridionale, cosa però di nessuna importanza.

– È stata una vera fortuna che la fiammata sia fuggita verso l'ovest – disse il dottore. – Se si fosse rovesciata su di noi, ci avrebbe arrostiti e probabilmente anche subissati.

– Che vi sia qualche miniera di carbon fossile in questi paraggi? – chiese padron Vincenzo.

– Certamente – rispose il dottore. – Il grisou irrompe dai carboni ordinariamente, però non manca nelle salse e nei pozzi petroliferi.

– Che siano stati gli uomini che ci precedono [p. 113 modifica] [p. 114 modifica] [p. 115 modifica]ad accenderlo?

– Da solo non prende fuoco.

– E come può essersi sprigionato il grisou?

– Chi sa, in qualche miniera può essere avvenuto qualche franamento, ed il gas, che si trova rinchiuso fra gli strati carboniferi, è uscito accumulandosi nella galleria.

– Allora quella miniera deve avere comunicazione col tunnel.

– Sì, Vincenzo. State attenti se vedete, a destra od a manca, qualche caverna o qualche squarcio.

– Non ci sfuggirà, dottore – risposero i pescatori.

La scialuppa intanto s'avanzava rapidamente, poiché anche chiacchierando, i quattro esploratori arrancavano con supremo vigore, essendo ansiosi di giungere là dove era avvenuto lo scoppio.

Il grisou pareva che aumentasse di passo in passo che si avvicinavano al luogo della catastrofe. La fiamma della lampada volta a volta si allargava e si tingeva di azzurro, segni infallibili della presenza del pericoloso gas.

Certamente quello scoppio aveva prodotto qualche altra frana nei depositi carboniferi, e il grisou si era nuovamente accumulato sotto le vôlte del canale.

Guai se qualcuno avesse acceso uno zolfanello! Un altro scoppio si sarebbe succeduto e forse più tremendo del primo.

Già gli esploratori si erano avanzati d'un chilometro, quando la scialuppa urtò bruscamente contro un ostacolo, il quale però subito cedette, non avendo arrestata la spinta dei remi.

– C'è qualche cosa dinanzi alla prora – disse Michele, abbandonando il remo e balzando in piedi.

– Che abbiamo urtato contro qualche rottame? – si chiese padron Vincenzo.

Staccò la lampada e si chinò sulla prora. Subito vide un oggetto, non ben definito, galleggiare a babordo della scialuppa.

– Aiutatemi – disse. [p. 116 modifica]

– Badate a non sbandare la scialuppa – disse il dottore.

– Non temete – rispose Michele.

Vincenzo e Roberto si spinsero fuori dal bordo ed agguantarono l'oggetto che si trovava quasi interamente sommerso.

– È un barile – disse Vincenzo.

– E deve essere pieno – aggiunse Roberto.

– Potete issarlo a bordo? – chiese il dottore.

– Non è molto grande, quindi non sarà difficile. Bada, Roberto! Non forzare il bordo o cederà.

Afferratolo solidamente, con uno sforzo poderoso lo trassero dall'acqua e lo deposero in mezzo alla scialuppa.

Il dottore s'era impadronito vivamente della lampada, osservandolo attentamente.

Era un barile comune, di quelli che vengono chiamati dai marinai carratelli, senza alcuna modificazione. Solamente su di una doga si scorgevano due lettere impresse a fuoco: un B ed un N.

– Nulla – disse il dottore. – Speravo di trovare qualche nome, almeno quello del fabbricante o del fornitore.

– Vediamo cosa contiene – disse padron Vincenzo.

Afferrò una scure e con un colpo vigoroso sfondò una doga.

– È pieno di carne salata – disse.

– Bene conservata?

– Sì, dottore.

– Allora questo barile apparteneva agli uomini che ci precedono. Se fosse rimasto sommerso parecchio tempo, anche ben chiuso, le carni si sarebbero guastate.

– Il legno non si è ancora impregnato d'acqua – osservò Michele. – Questo barile deve essere stato gettato nel canale da qualche ora.

– Ciò mi mette un sospetto – disse Vincenzo.

– Quale? – chiese il dottore.

– Che quell'esplosione abbia affondata la scialuppa degli uomini che ci precedono.

– È probabile.

– Allora si saranno annegati?

– Lo temo, Vincenzo. Le pareti del canale sono troppo lisce per offrire un rifugio. Io non so chi sono quegli uomini, ma penso che non dobbiamo lasciarli perire. Chissà qualcuno nuota ancora.

– Proviamo a chiamare. Se qualcuno è ancora vivo, risponderà.

– Tanto più che sotto questo tunnel la voce deve propagarsi ad una distanza straordinaria.

Padron Vincenzo lanciò tre tuonanti chiamate:

– Ohe! Ohe! Ohe!

Stettero in ascolto, ma la voce si perdette sotto le infinite vôlte dell'immensa galleria, senza ottenere alcuna risposta.

Le tre chiamate furono ripetute e con eguale insuccesso.

– Devono essere morti – disse Michele, il quale aveva provato un brivido. [p. 117 modifica]

– Lo suppongo – rispose il dottore. – La terribile fiamma li avrà asfissiati di colpo e fors'anche carbonizzati.

– Cerchiamo almeno i loro cadaveri – disse padron Vincenzo, con voce un po' commossa. – Quei poveri diavoli non ci hanno fatto nulla di male.

– Sì, cerchiamoli – disse il dottore. – Ai remi!... Ai remi!...

La scialuppa s'avanzava rapidamente, fendendo con cupo fragore le acque del canale.

Padron Vincenzo di quando in quando guardava dinanzi la prora per vedere se vi erano altri avanzi, qualche altro barile, qualche cassa o qualche rottame, e di quando in quando lanciava qualche chiamata.

Nulla, assolutamente nulla si vedeva, né si udiva. Pareva che i disgraziati esploratori che li precedevano fossero stati veramente uccisi dall'esplosione del grisou.

Ad un tratto, ad una svolta della galleria, il pescatore scorse, nella parete meridionale, una grande squarciatura, dalla quale uscivano delle ondate di fumo nerissimo ed impregnato di quell'odore acuto che mandano i carboni fossili in combustione.

– Alt! – comandò.

– Un'apertura? – chiese il dottore.

– Una caverna, mi pare – rispose il pescatore.

– Che la miniera si trovi là dentro?

– Lo sospetto, signor Bandi. Ma... adagio... esce del fumo.

– Ed attraverso al fumo vedo dei bagliori rossastri – disse Michele, che era salito sul banco di prora. – Pare che vi sia del fuoco là dentro.

– Andiamo a vedere – disse il dottore. – Mi pare che lo squarcio sia abbastanza largo per lasciar passare la scialuppa.

– E non correremo il pericolo di saltare in aria? – chiese padron Vincenzo.

– Se vi fosse del grisou, a quest'ora sarebbe scoppiato.

– Ed il fumo non ci soffocherà?

– Se la respirazione diverrà difficile, torneremo indietro – disse il dottore. – Avanti, amici forse là dentro agonizzano quei disgraziati che hanno provocato lo scoppio del gas.

– Andiamo a salvarli! – esclamarono i tre pescatori con nobile slancio.

Varcata la spaccatura, i quattro esploratori si trovarono entro una caverna che pareva dovesse avere delle dimensioni notevoli, poiché il fumo vi circolava liberamente, senza addensarsi.

Una luce sanguigna si scorgeva all'estremità opposta di quell'antro. Pareva che dei rigagnoli di lava scorressero attraverso a delle rocce nere come la pece.

Di tratto in tratto delle scintille salivano scoppiettando e, spinte da qualche corrente d'aria, venivano portate fino in mezzo al laghetto, solcando le tenebre come minuscole stelle.

– Cosa brucia laggiù? – gridò padron Vincenzo. [p. 118 modifica]

– Dei massi di carbon fossile – rispose il dottore. – La miniera ha preso fuoco.

– Provocato dallo scoppio?

– Certamente, Vincenzo.

– Dunque quegli uomini avevano cercato un rifugio in questa caverna?

– Lo credo.

– Bisogna sbarcare e cercare i loro cadaveri.

– Vedo sulla nostra sinistra una spiaggia.

– Accostiamola, dottore.

Quantunque il fumo e le scintille invadessero la caverna turbinando, i quattro esploratori spinsero la scialuppa verso una spiaggia assai bassa, formata da massi neri che ai riflessi dell'incendio avevano dei luccichìi d'argento. Dovevano essere dei blocchi di carbon fossile, almeno così la pensava il dottore.

Arenata la scialuppa, il signor Bandi e padron Vincenzo balzarono a terra portando con loro due lampade di sicurezza.

A pochi passi dalla riva s'alzava una parete gigantesca, nera, a riflessi argentei ed a righe biancastre disposte in zone orizzontali. Erano strati di carbon fossile divisi da quella specie di roccia che i minatori inglesi chiamano trapp, ma che non è altro che lava più o meno dura.

Osservata meglio quella parete, il dottore vide che al carbone erano mescolate anche delle masse metalliche che riconobbe subito per ferro.

– Ecco una miniera che può gareggiare con quelle più ricche dell'Inghilterra – disse. – Carbone e ferro! Cosa si potrebbe desiderare di più?

– È adunque una miniera mista – disse padron Vincenzo. – Io credevo che quelle di carbon fossile non dovessero contenere che combustibile.

– E lo si crede dai più, – rispose il dottore, – mentre invece i bacini carboniferi sono ricchi di metalli, specialmente quelli inglesi; si può dire anzi che si ricava maggior profitto dal ferro che dal carbone. Guardate attentamente intorno per vedere se trovate i disgraziati che hanno provocato lo scoppio.

– Vi è qui luce sufficiente per poter scorgere un accampamento, ma ho un bel guardare, non vedo nulla, dottore.

– Il carbone è franato ed in mezzo a quei massi vi può essere qualche cadavere.

– Cerchiamo, dottore.

Più innanzi lo scoppio del grisou aveva fatto crollare una parte delle vôlte, accumulando in vari luoghi degli enormi massi di carbone e di trapp. All'estremità della caverna poi erasi manifestata una grande squarciatura, e colà i carboni avevano preso fuoco su una estensione di una trentina di metri, formando un solco fiammeggiante, il quale bruciava lentamente, con un crepitìo incessante, gettando in aria nuvoloni di fumo nero, denso, impregnato d'un acuto odore di gas, di zolfo e di bitume. [p. 119 modifica]

Il dottore e padron Vincenzo, perlustrati i cumuli di massi senza aver rinvenuto alcun cadavere, si diressero verso la spaccatura e s'arrestarono a pochi passi dall'incendio, cercando di esplorare la parte opposta cogli sguardi, non potendo varcare quella zona di fuoco.

– Scorgete nulla, Vincenzo? – chiese il dottore.

– No, signore – rispose il lupo di mare. – Non vedo che dei massi di carbone.

– Che quegli uomini siano riusciti a salvarsi?

– O che l'esplosione li abbia scaraventati in questo piccolo lago?

– Vorrei averne la certezza.

– Faremo il giro del bacino, dottore. Gli annegati tornano a galla dopo un certo tempo.

– Sonderemo il fondo.

– Ditemi, dottore, non si spegnerà più questo incendio?

– È capace di durare dei secoli.

– Fino alla totale distruzione della miniera?

– Sì, Vincenzo. In Francia ed in Inghilterra vi sono già altre miniere che ardono lentamente da tempi immemorabili.

– Anche oggidì? E perché non le spengono?

– Lo hanno tentato e non vi sono riusciti.

– Basterebbe privarli dell'aria.

– Lo sanno anche i francesi e gl'inglesi, pure non sono stati capaci di soffocare quei fuochi.

– Sicché anche fra cento o duecento anni questa miniera si troverà accesa?

– E anche di più, forse. Questo è un vero bacino carbonifero e chissà quale estensione può avere.

– Si potrebbero ricavare dei milioni da questi carboni.

– Ed in buon numero, Vincenzo. Sono di qualità eccellente, grossi e duri, apprezzatissimi per la fabbricazione del gas e del coke.

– Quante ricchezze perdute – mormorò malinconicamente il bravo pescatore.

– Perdute no, Vincenzo. Chi impedirebbe di lavorare questo bacino, attaccandolo dall'alto? Verrà il giorno in cui qualcuno scoprirà questo ricco giacimento, poiché io credo che questi strati si spingano fino alla superficie del suolo.

– E sarebbe una vera fortuna pel nostro paese, che è così scarso di carboni.

– E chi vi dice che in Italia non vi siano miniere? Nei tempi antichi, la Liguria forniva carbon fossile ai Greci, ed in molte delle nostre regioni si sono trovati dei filoni, ma nessuno s'è mai preso la briga di lavorarli. Petroli e carbone non ne mancano nel nostro paese, e se gli italiani volessero, potrebbero in parte fare a meno della Russia, dell'America e dell'Inghilterra, invece da noi si preferisce tenere i capitali alla banca: ecco il nostro male.

– È vero, dottore. Ditemi, a quanto può ammontare la produzione delle miniere ora lavorate? [p. 120 modifica]

– In media si ricavano trecento milioni di tonnellate all'anno, e questa cifra aumenta sempre.

– E non verrà il giorno in cui queste miniere saranno esaurite?

– Verrà di certo, Vincenzo, però quel giorno sarà ancora molto lontano. Vi sono ancora delle immense regioni ricche di carboni e che non sono mai state manomesse dal piccone dei minatori: la Cina, per esempio, l'America del Sud e l'Africa meridionale e fors'anche la centrale.

«E poi chissà cosa avrà inventato il genio umano allora! Fra cento o duecent'anni non si avrà forse più bisogno dei carboni e potrà bastare il calore solare a muovere le macchine di tutto il mondo.

«Ritorniamo alla scialuppa, Vincenzo. Esploreremo il bacino e la sponda opposta.»

Stavano per abbandonare il crepaccio ardente, quando udirono Michele a gridare con accento terrorizzato:

– Padrone! Dottore! Accorrete!

– Per centomila merluzzi! – gridò padron Vincenzo. – Cosa succede?

– V'è un cadavere che galleggia in mezzo al bacino!

– Un cadavere! – esclamarono il signor Bandi ed il lupo di mare, slanciandosi verso la spiaggia.

– L'abbiamo scoperto or ora – disse Roberto.

– Ramponalo e tiralo alla riva – disse Vincenzo.

Quando giunsero presso il piccolo seno che serviva di rifugio alla scialuppa, Michele e Roberto avevano già estratto dalle acque l'annegato.

Tutti quattro si curvarono su quel disgraziato osservandolo attentamente.

Era il cadavere d'un giovanotto robusto, di circa venticinque anni, di statura alta e dalle membra muscolose. Aveva i capelli d'un biondo chiaro, in parte arsi, la pelle del viso era tutta strappata, le carni apparivano nere come se fossero state investite da una fiammata, i baffi erano quasi scomparsi.

Le sue vesti, di panno grosso color turchino, erano pure abbrucciacchiate e lacerate e la fascia rossa che gli cingeva le reni era stata spezzata, essendosi il ventre straordinariamente gonfiato.

– Chi sarà questo disgraziato? – chiese padron Vincenzo con voce commossa.

– Frugate nelle sue tasche – disse il dottore.

Michele obbedì con una certa ripugnanza e trovò un coltello da manovra, come quelli che vengono adoperati dai gabbieri, più una pipa ed una borsa di tabacco quasi vuota.

– Nessuna carta?

– Nessuna, dottore – rispose Michele.

– Che non si possa adunque sapere chi erano gli uomini che ci precedevano? – si chiese il dottore, con stizza.

– Da quanto tempo è morto quest'uomo? – chiese padron Vincenzo.

– Da due o tre ore, non di più.

– È adunque una vittima dell'esplosione. [p. 121 modifica]

– Non possiamo ingannarci. Vedete che questo povero corpo è coperto di ustioni.

– Che sia un italiano?

– Ho i miei dubbi, Vincenzo.

– Da cosa lo arguite?

– Dai suoi lineamenti ed anche dalla tinta dei suoi capelli. Mi sembra più uno slavo che un italiano.

– Allora non può essere stato che Simone a condurlo qui.

– Comincio a sospettarlo.

– Che si sia salvato quel furfante?

– Chi può dirlo?

– Bisogna cercare ancora, dottore.

– Perlustreremo il bacino.

– Avete misurato il fondo? – chiese Vincenzo, volgendosi verso i due pescatori.

– Sì – rispose Michele. – Non vi sono che cinque piedi d'acqua.

– Imbarchiamoci.

– E di questo cadavere che cosa ne faremo? – chiese Roberto.

– Non abbiamo picconi per scavare una fossa fra questi strati di carbon fossile – disse il dottore. – Lasciamolo dove si trova.

Salirono sulla scialuppa, accesero un'altra lampada di sicurezza che collocarono a poppa e presero il largo sondando di tratto in tratto le acque.

Quell'esplorazione non diede dapprima alcun risultato, però essendosi diretti verso la spaccatura che metteva nel canale, videro galleggiare qualche cosa a pochi passi da una roccia carbonifera.

– Un altro cadavere! – esclamò padron Vincenzo, prendendo un rampone.

Non si era ingannato. Quel secondo annegato era uomo sulla cinquantina e indossava pure delle vesti di grosso panno turchino. I suoi capelli, brizzolati erano semiarsi e suo volto era ridotto in uno stato miserando.

Aveva perduto perfino un occhio e porzione del naso.

– Non è Simone – disse padron Vincenzo, lasciando ricadere il cadavere. – Che noi ci siamo ingannati?

– Quegli uomini erano tre – osservò Roberto. – Bisognerebbe trovare anche l'ultimo per essere certi di non aver avuto da fare collo slavo.

Ripresero le ricerche, facendo parecchie volte il giro della miniera, poi convinti che l'ultimo avesse potuto sfuggire alla catastrofe, ritornarono nel canale.

Avevano appena oltrepassata la spaccatura, quando si udì Michele a gridare:

– Ancora il fanale rosso! [p. 122 modifica]

XV.

La vendetta dello slavo.


Il pescatore non si era ingannato.

In lontananza, sotto le vôlte tenebrose nell'immensa galleria, si vedeva a scintillare ancora il punto luminoso a luce rossa, che già avevano scorto nella grande caverna.

A quale distanza si trovava? Era impossibile saperlo con qualche precisione, però secondo il giudizio dei pescatori, abituati a misurare le miglia anche durante le più oscure notti, non doveva trovarsi a più di una lega.

Quel punto luminoso indicava chiaramente che non tutti gli uomini che s'erano pure internati nel canale sotterraneo, erano periti nella catastrofe della miniera.

Quanti potevano ancora essere? Uno solo o di più? Le tracce trovate presso la fontana ardente segnavano tre paia di piedi diversi, ma qualcuno poteva non essere sbarcato.

– Per centomila merluzzi! – esclamò padron Vincenzo. – Siamo in quattro e abbiamo una buona scialuppa, quindi dovrebbe essere cosa facile il raggiungere quei misteriosi esploratori. Non credo che siano ancora in tale numero da competere con noi.

– Nemmeno io – disse il dottore, che osservava col cannocchiale quel punto luminoso, cercando di distinguere se brillava sopra una scialuppa o sopra una zattera.

– Se diamo dentro ai remi, noi li raggiungeremo presto. Vi pare che si allontani rapidamente?

– A me sembra quasi immobile.

– Una lega non è una grande distanza. In tre quarti d'ora possiamo superarla.

– Bisognerebbe spegnere i nostri fanali – osservò Michele. – Se quegli uomini s'accorgono che noi li inseguiamo faranno anche essi forza di remi o si nasconderanno in qualche caverna.

– E se urtiamo? – chiese il dottore. – La nostra scialuppa è debole e potrebbe affondare.

– Non abbiamo incontrato mai alcun ostacolo in questo canale – disse padron Vincenzo. – Terremo la prora sempre puntata sul punto luminoso il quale ci servirà di faro.

– Rispondete della direzione?

– Sì, dottore. [p. 123 modifica]

– Allora si spengano i fanali.

Le due lampade di sicurezza che erano state collocate a prora furono ritirate e spente.

– Avanti! – comandò padron Vincenzo.

La scialuppa si rimise in caccia dietro ai misteriosi esploratori che fino allora erano sfuggiti a quell'accanito inseguimento.

Il punto luminoso brillava sempre fra le tenebre e pareva che fosse quasi immobile. La sua luce rossastra talvolta si rifletteva sui neri flutti del canale, tracciando come una linea di fuoco tremolante.

Talvolta, momentaneamente spariva, ma poi tornava a scintillare sotto le infinite vôlte del tunnel. Quelle sparizioni dovevano certamente essere causate dalle persone che montavano il galleggiante, le quali nel muoversi si frapponevano fra il fanale e gli sguardi degli inseguitori.

I tre pescatori ed anche il dottore, facevano sforzi sovrumani per guadagnare via. Tendevano i muscoli e puntavano i piedi per arrancare con maggior forza, decisi questa volta a piombare addosso ai fuggiaschi.

Infine avevano bene il diritto di conoscere coloro che avevano carpito il segreto, non essendo ammissibile che avessero trovato il canale per caso o che avessero trovato qualche altro documento del capitano Gottardi. E poi, in questo caso, non avrebbero avuto alcun motivo per fuggire, anzi avrebbero dovuto essere lieti di trovare altri esploratori e di riunire gli sforzi per compiere meglio che era possibile quella perigliosa traversata.

A poco a poco la distanza che separava i fuggiaschi dagli inseguitori scemava.

Pareva però che i primi si fossero accorti della caccia che veniva loro data, poiché la lampada non rimaneva più immobile come prima.

Di tratto in tratto la si vedeva oscillare come se alla barca o alla zattera venissero impressi dei movimenti precipitati e anche il riflesso della fiamma in acqua si vedeva allungarsi ed accorciarsi rapidamente.

Certamente avevano udito i colpi dei remi che la galleria trasmetteva, essendo diventata d'una sonorità straordinaria.

– Cercano di sfuggire – disse padron Vincenzo, che si era voltato per misurare la distanza che li separava da quei misteriosi esploratori.

– Me n'ero già accorto – rispose il dottore.

– Guadagnamo però egualmente – disse Michele. – Ormai non devono distare da noi più di cinque o seicento metri.

– Allora possiamo parlamentare – disse il dottore.

– Provatelo, dottore – rispose padron Vincenzo. – Noi intanto continueremo ad arrancare.

Il signor Bandi s'alzò e facendo colle mani una specie di portavoce, gridò:

– Ohe! Chi siete voi? Fermatevi ed attendeteci! Da noi nulla avete da temere!

Invece di rispondere, la lampada fu subito spenta a bordo dell'imbarcazione. [p. 124 modifica]

– Siamo amici! – gridò il dottore.

Nemmeno questa volta ottenne risposta.

– Che ci credano dei briganti! – esclamò padron Vincenzo che cominciava a perdere la pazienza. – Non riesco a comprendere questa ostinazione nello sfuggirci. Vivaddio! Noi abbiamo da fare con quel cane di Simone! Ora ne sono convinto.

– Che creda che noi vogliamo ucciderlo? – si chiese il dottore.

Poi alzando la voce, gridò ripetutamente:

– Simone! Simone!

Fu fiato sprecato. Né la lampada fu riaccesa, né alcuno rispose.

– Voglio raggiungere quel gaglioffo e torcergli il collo – disse padron Vincenzo. – Forza ragazzi!

– Accendiamo prima le nostre lampade – disse il dottore. – Con questa oscurità e senza aver un punto dinanzi a noi, possiamo urtare contro le pareti del canale.

Mentre i tre pescatori continuavano ad arrancare con furore, accese le due lampade di sicurezza appendendone una a prora e l'altra a poppa, poi riprese il remo per aiutare i suoi compagni.

La scialuppa dei fuggiaschi pareva che fosse scomparsa. Si era fermata in qualche luogo o si era rifugiata entro qualche caverna? Era impossibile saperlo.

I pescatori ed il dottore avevano guadagnati altri trecento metri, quando tutto d'un tratto due spari rimbombarono, destando l'eco della galleria.

Una palla andò a spezzare il remo di Roberto, mentre l'altra passava sibilando sopra la testa del dottore.

Quella scarica era partita così vicina, da credere che gli aggressori si trovassero solamente a cinquanta o sessanta metri dalla scialuppa.

Il dottore ed i tre pescatori erano prontamente balzati in piedi colle rivoltelle in pugno, pronti a rispondere.

– Canaglie! Arrendetevi! – aveva urlato padron Vincenzo.

Nessuno rispose. Gli aggressori, approfittando dell'oscurità si erano forse di già allontanati.

Il dottore staccò una lampada e l'alzò più che poté, proiettando la luce tutto all'intorno, e non distinse nulla.

– Rispondete o faccio fuoco! – urlò padron Vincenzo, con voce minacciosa.

Non ottenendo alcuna risposta, bruciò una dietro l'altra le sue cariche della rivoltella, sparando a casaccio. Probabilmente le palle non colpirono alcuno, poiché nessun grido si udì a echeggiare fra le tenebre.

– Saranno veramente fuggiti – disse il dottore.

– Scendano anche nelle viscere della terra noi li raggiungeremo! – gridò padron Vincenzo, con ira.

– Non commettiamo però imprudenze. Ora che sappiamo che quegli sconosciuti non indietreggiano dinanzi ad un assassinio, cerchiamo di non farci ammazzare come folaghe. [p. 125 modifica]

– Tanto più che la nostra scialuppa può venire guastata – aggiunse Michele. – Il tessuto non resiste alle palle.

– Anzi nemmeno ad un colpo di coltello – disse il dottore.

– E cosa volete fare? – chiese Vincenzo.

– Avanzare con prudenza. Michele e Roberto riprendano i remi e noi teniamoci pronti a respingere qualsiasi aggressione.

– Maledette tenebre! – esclamò padron Vincenzo.

– Avanti! – comandò il dottore.

La scialuppa riprese la corsa tenendosi vicino alla parete sinistra essendovi da quella parte delle numerose escavazioni, come delle nicchie entro le quali si poteva trovare un rifugio in caso di pericolo.

Mentre i due pescatori remavano, il dottore e padron Vincenzo, collocatisi a prora, scrutavano ansiosamente le tenebre per cercare di scoprire i fuggiaschi.

Avevano abbassate le lampade, tenendole quasi a fior d'acqua onde ingannare gli avversari ed impedire loro di mirarli.

Sotto le tenebrose vôlte del tunnel non si udiva più alcun rumore. Certamente i fuggiaschi avevano cercato qualche rifugio, non potendo gareggiare colla scialuppa dei pescatori.

Quel silenzio inquietava non poco il dottore e padron Vincenzo. Il pericolo che non si vede e che può piombare addosso quando meno si aspetta è certamente il peggiore. Per quanto l'uomo sia coraggioso, difficilmente riesce a calmare i suoi nervi e le sue apprensioni. È la paura dell'ignoto, la più tremenda di tutte.

Altri duecento metri erano stati guadagnati, quando nel volgere intorno gli sguardi, il dottore scorse una profonda escavazione che s'apriva nella parete di destra.

Pareva che fosse una caverna poiché l'acqua usciva da quella spaccatura con una certa violenza, essendo già cominciata la bassa marea.

– Che si siano nascosti là dentro? – si chiese.

– Volete che la visitiamo? – domandò padron Vincenzo.

– Temo che non abbiano continuata la loro corsa.

– Entriamo in quella caverna, dottore. Se quegli uomini non si fossero arrestati in qualche luogo a quest'ora noi li avremmo raggiunti.

– Così la penso anch'io.

Stava per dar ordine ai due pescatori di virare di bordo, quando gli parve di udire un tonfo.

– Attenzione, Vincenzo – disse.

– Cosa avete veduto?

– Mi pare che qualcuno si sia tuffato.

– Dove?

– A babordo.

Padron Vincenzo alzò la lampada e gettò all'intorno un rapido sguardo. In quel momento credette di scorgere un braccio uscire rapidamente dall'acqua e alzarsi verso la scialuppa.

Impugnò la rivoltella per far fuoco, ma prima che avesse appoggiato il dito sul grilletto udì come un leggero crepitìo dalla parte opposta. Pareva che un coltello lacerasse un tessuto. [p. 126 modifica]

– Dottore! – gridò.

Un urlo di rabbia e di disperazione gli rispose.

– Cos'è accaduto? – chiesero Michele e Roberto abbandonando precipitosamente i remi.

– Caliamo a fondo! – gridò il dottore. – I miserabili hanno squarciato il tessuto della scialuppa!

– Mille demoni! – urlò padron Vincenzo, balzando innanzi.

La scialuppa aveva già cominciato a piegarsi sul babordo.

L'acqua entrava a torrenti dalla squarciatura, zampillando e gorgogliando fra le casse ed i barili e scorrendo verso poppa.

I tre pescatori rimuovevano rapidamente il carico per vedere se era possibile di turare quella ferita, mentre il dottore sparava all'impazzata per tener lontani gli avversari che forse nuotavano a breve distanza, in attesa della catastrofe.

– E dunque? – chiese angosciosamente il signor Bandi.

– Dottore! Siamo perduti! – rispose padron Vincenzo, con voce rauca. – Il tessuto è stato tagliato dall'alto in basso.

– Non perdiamo tempo.

– Cosa si deve fare? – chiesero i pescatori che parevano avessero perduta la loro calma abituale.

– Cerchiamo di tenere unite le casse ed i barili e rifugiamoci in quella caverna. Badate che le lampade non si spengano.

– Michele, a te quella di babordo, a me quella di tribordo. Maledetti! Me la pagheranno!

La scialuppa, già quasi piena d'acqua, affondava rapidamente inchinandosi sempre più sul fianco squarciato.

– Attenti alle casse! – gridò il dottore.

– Ho delle funi in mano – disse Roberto.

– Le lampade?

– Le abbiamo – risposero Michele e padron Vincenzo.

– Lasciate andare!

In quel momento la scialuppa mancò sotto i loro piedi scomparendo nelle tenebrose acque del tunnel. Al suo posto però galleggiavano i barili e le casse, urtandosi rumorosamente.

I quattro disgraziati esploratori si erano messi a nuotare vigorosamente. Padron Vincenzo e Michele colla sinistra tenevano alte le lampade, mentre il dottore e Roberto cercavano di spingere quella massa di galleggianti verso la caverna.

Fortunatamente la corrente era debolissima, essendo appena cominciato il deflusso sicché potevano tenere quasi insieme tutti quegli oggetti galleggianti che per loro rappresentavano ormai l'unica salvezza.

Essendo le casse tutte ermeticamente chiuse e costruite a prova di umidità, non vi era pericolo di vederle affondare e tanto meno i barili. Colle une e cogli altri si poteva quindi formare alla meglio una zattera e cercare di raggiungere lo sbocco della galleria, già non molto lontano, secondo i calcoli del dottore.

Incoraggiandosi ed aiutandosi vicendevolmente, i quattro disgraziati poterono attraversare felicemente il canale e giungere dinanzi alla squarciatura. [p. 127 modifica]

Prima però d'inoltrarvisi s'arrestarono in preda ad una estrema ansietà.

I traditori che prima li avevano accolti a colpi di fucile e che poi li avevano privati della barca collo scopo di annegarli, potevano essersi nascosti in quella caverna e fulminarli a bruciapelo con qualche scarica. Ormai quei miserabili dovevano essere decisi a tutto.

– Bisognerebbe spegnere le lampade – disse padron Vincenzo. – Se quei furfanti ci scorgono ci assassineranno.

– Non fatelo – disse il dottore. – Come faremo a riaccenderle? I nostri zolfanelli sono ormai bagnati e la luce per noi rappresenta la nostra salvezza.

– Cerchiamo almeno d'ingannarli.

– In qual modo?

– Mettendo le lampade sulle casse.

– Fate pure, Vincenzo.

I due pescatori cercarono le due casse più grandi e vi collocarono le due lampade, poi tutti quattro, tenendosi più sommersi che potevano, spinsero quei galleggianti attraverso ad una specie di canale aperto fra le pareti enormi della galleria.

Appena superatolo s'accorsero di trovarsi in una caverna, ma la luce delle lampade era troppo scarsa per poter accertarsi se era molto vasta.

– Cosa facciamo dottore? – chiese a bassa voce padron Vincenzo.

– Si ode nulla?

– Si direbbe che questa caverna è deserta.

– Non fidiamoci, Vincenzo. Cerchiamo per ora qualche spiaggia o qualche scoglio e mettiamo al sicuro le nostre casse ed i nostri barili. Da questi galleggianti dipende la nostra salvezza.

– Volete costruire una zattera?

– Sì, se sarà possibile.

– Zitto! – disse Michele.

Tutti trattennero il fiato, tendendo gli orecchi.

Verso l'estremità della caverna, almeno così supponevano, non conoscendone l'ampiezza, si udiva l'acqua a gorgogliare come se qualcuno la fendesse.

– Udite dottore? – chiese Michele.

– Sì – rispose il signor Bandi.

– Qualcuno nuota laggiù.

– O che sia un pescecane? – chiese Roberto, con voce tremula.

– Non lo credo – disse padron Vincenzo.

– Ad ogni modo affrettiamoci a cercare la spiaggia – concluse il dottore.

Nuotando lentamente si spinsero nella caverna, dirigendosi verso la loro destra, ove era sembrato loro di aver scorte delle scogliere.

Avanzatisi di quindici o venti passi, i loro piedi toccarono improvvisamente un fondo roccioso, cosparso di grossi ciottoli.

– La sponda è vicina – disse padron Vincenzo.

– Ci sono tutte le casse? – chiese il dottore. [p. 128 modifica]

– Tutte – risposero Roberto e Michele. – Non manca nemmeno un barile.

– Un ultimo sforzo, amici.

Dispostisi in catena, spinsero innanzi quella massa di galleggianti finché arenarono su di una spiaggia bassa, irta di scoglietti dalle punte nere come se fossero di carbone.

I tre pescatori stavano per far rotolare i barili, quando ad una certa distanza videro a brillare una rapida fiamma, ma che subito si spense. Quantunque quel bagliore avesse avuto la durata di un secondo, poterono distinguere, a breve distanza, una forma umana di statura quasi gigantesca.

– Per centomila merluzzi! – esclamò padron Vincenzo. – Era un uomo o un fantasma?

– Un uomo in carne ed ossa – disse il dottore.

– Uno dei fuggiaschi adunque?

– Certamente.

– Uno di quei cani che ci hanno sparato addosso e squarciata la scialuppa.

– Sì, Vincenzo.

– Ah! Per mille demoni! Spero che lo uccideremo!

– Se non lo uccideremo lo costringeremo almeno ad arrendersi. Portate un po' lontano le due lampade e noi teniamoci dietro questa roccia. Offriamo troppo bersaglio a quei furfanti.

– Vi consiglierei però di agire subito onde impedire a quelle canaglie di sfuggirci ancora.

– Pensiamo prima a costruirci la zattera, Vincenzo, e mandiamo uno di noi a guardare l'uscita della caverna. Abbiamo due rivoltelle nella mia cassa e se sarà necessario ne faremo uso per impedire a quei banditi la fuga.

– Non si saranno bagnate le cartucce?

– La cassa è ben chiusa ed impenetrabile anche all'umidità. Orsù, sbrighiamoci.

Stavano per mettersi al lavoro quando udirono in mezzo al bacino un leggero tonfo seguìto da un leggero gorgoglìo che si faceva più vicino.

– Qualcuno s'è immerso – sussurrò padron Vincenzo.

– O che sia una scialuppa che s'avanza? – chiese invece il dottore.

– Aprite la cassa delle armi! Presto!

Michele e Roberto s'affrettarono a obbedire e porsero a Vincenzo ed al dottore le due rivoltelle di riserva, che erano già cariche.

– Facciamo un bel doppio colpo, signor Bandi – disse il lupo di mare.

– Vedremo, Vincenzo, poiché non ti nascondo che mi spiacerebbe uccidere quegli uomini.

– Hanno pur cercato di assassinarci.

– Non dico di no, però...

– Silenzio!

– Si avanzano?

– Mi sembra.

– Abbiamo delle torce in una delle casse, accendiamone alcune. La loro luce sarà sufficiente per illuminare l'uscita della caverna.

– Sbrigatevi – disse Vincenzo a Michele ed a Roberto.

La cassa fu tosto aperta ed essendo anche questa ermeticamente chiusa fu trovata perfettamente asciutta.

Due torce furono levate e accese e la luce venne proiettata, mediante due riflettori di nickel in direzione dell'uscita della caverna.

– Nulla – disse padron Vincenzo, che si teneva nascosto dietro uno degli scogli più avanzati.

– Pure al largo si ode ancora l'acqua a gorgogliare – disse Michele. – Non udite questi tonfi? Si direbbe che un remo batta la superficie del laghetto.

Roberto, che teneva le due torce, proiettò la luce in altra direzione. Allora fra la penombra, fu scorta a fior d'acqua una massa oscura, informe, che scivolava lentamente verso l'uscita della caverna.

Non potendo la luce giungere fino là, era impossibile sapere di che cosa si trattava, però non aveva certamente l'aspetto d'una scialuppa. Si poteva supporre che fosse piuttosto una zattera o qualche cosa di simile.

– I furfanti cercano di fuggire! – urlò padron Vincenzo balzando innanzi colla rivoltella in [p. 129 modifica] [p. 130 modifica] [p. 131 modifica]pugno.

– Ma io non vedo delinearsi alcuna forma umana – disse il dottore.

– Quelle canaglie sono più furbe di noi, dottore – gridò Michele. – Sono nascoste dietro quella massa.

– Alto là! – tuonò padron Vincenzo. – Arrendetevi o facciamo fuoco!

Una rauca imprecazione si alzò fra le nere acque del laghetto sotterraneo.

– Ve lo dicevo io che vi è qualcuno nascosto dietro quel galleggiante? – gridò Michele, volgendosi verso il dottore.

– Fermati! – tuonò padron Vincenzo.

Una forma umana, d'aspetto gigantesco, sorse improvvisamente dai flutti, issandosi sul galleggiante e tendendo la destra verso gli esploratori, urlò:

– Cani! Non avrete il tesoro! Vi ucciderò tutti!

Poi si precipitò nel laghetto sollevando una grande ondata, scomparendo agli sguardi attoniti del dottore e dei tre pescatori.

– Mille demoni! – gridò padron Vincenzo. – Lo slavo!

– Simone! – avevano esclamato il signor Bandi, Michele e Roberto.

Una voce lontana, che veniva dall'opposta estremità della caverna, rispose con tono di terribile minaccia.

– Sì, lo slavo Simone.

– Vieni qui, disgraziato – gridò il signor Bandi.

– No!

– Vuoi dunque la guerra?

– Vi ucciderò tutti! Il tesoro è mio! Guai a chi me lo toccherà. [p. 132 modifica]

– Tu sei pazzo!

– Il tesoro è mio! – ripeté un'ultima volta Simone.

– Quell'uomo non ha più il cervello a posto! – esclamò padron Vincenzo. – Il tesoro glielo ha sconvolto.

– Sì, deve essere pazzo – disse il dottore.

– Che sia solo?

– Non abbiamo veduto alcuno presso di lui – dissero Michele e Roberto.

– Che cosa facciamo dottore?

– Costringiamolo ad arrendersi.

– In qual modo?

– Privandolo del suo galleggiante. Vedo che si trova ancora in mezzo al bacino. Cosa vi sembra?

– È una zattera, dottore.

– Che quegli uomini si siano spinti fino qui, su poche tavole?

– Hanno avuto una bella audacia, dottore.

– Ammirabile, Vincenzo.

– In acqua, Michele – disse il lupo di mare. – Spingi qui la zattera.

Il pescatore s'immerse, dopo però di essersi assicurato d'avere alla cintola il coltello e nuotò vigorosamente verso il galleggiante il quale spinto dalla marea, era già giunto presso l'uscita della caverna.

Con poche bracciate lo raggiunse e vi si issò sopra.

Si trattava precisamente d'una zattera formata di travi con una piattaforma che pareva fosse stata costruita col fasciame d'una scialuppa.

Quattro barili, legati ai quattro angoli, la sorreggevano.

Sulla piattaforma non v'erano che due casse contenenti alcune vesti, una lampada rotta ed alcune bottiglie vuote.

Né biscotti, né altra specie di viveri si vedevano in alcun luogo. Anche il fucile che lo slavo aveva scaricato contro il suo ex-padrone ed i suoi camerati era scomparso.

Michele prese un remo che aveva scorto a prora e spinse il galleggiante verso la sponda, arenandolo sulla sabbia.

– Magro bottino – disse balzando a terra. – Io non so che cosa metteva sotto i denti quel furfante di Simone. Non ho trovato nemmeno un sorso d'acqua dolce.

– Che quei tre disgraziati siano rimasti senza viveri? – si chiese il dottore.

– O che la zattera si sia rovesciata? – disse invece padron Vincenzo.

– O meglio sfasciata – disse Michele. – Mi pare che queste tavole siano molto sconnesse. Forse il galleggiante è stato sventrato da qualche scogliera subacquea.

– Allora Simone sarà affamato.

– Certamente, dottore – rispose padron Vincenzo.

– Che la fame e la sete lo abbiano fatto impazzire?

– Tanto peggio per noi, poiché quell'uomo può diventare pericolosissimo. Dottore, volete un consiglio? [p. 133 modifica]

– Parlate, Vincenzo.

– Giacché abbiamo trovato questa zattera imbarchiamoci e lasciamo subito questa caverna.

– E Simone?

– Che il diavolo se lo porti! Egli ha già tentato di assassinarci ed è capace di giuocarci qualche altro brutto tiro.

– Vincenzo! – esclamò il dottore con tono di rimprovero.

In quell'istante fra le tenebre si udì echeggiare un scoppio di risa sataniche, poi una voce lontana, gridò con accento minaccioso:

– Il tesoro sarà mortale a padron Vincenzo! Ah! Ah! Sarà mortale perché l'oro sarà tutto mio!


XVI.

L’inseguimento.


Il dottore ed i suoi compagni si erano vivamente voltati sperando di scoprire il luogo dove trovavasi lo slavo, ma questi, dopo di aver pronunciato quelle minacciose parole, era nuovamente scomparso. D'altronde la luce delle lampade e delle torce non poteva espandersi fino all'estremità della caverna.

Che cosa aveva intenzione di fare quel pazzo? Qual vendetta maturava il suo cervello sconvolto? Forse padron Vincenzo non aveva avuto torto quando aveva proposto di abbandonare la caverna ed il disgraziato al suo destino, pure tutti rabbrividivano all'idea di lasciarlo solo in quel tenebroso antro, solo nelle viscere della terra.

Anche il lupo di mare sembrava ora commosso.

– Povero uomo! – esclamò. – Il tesoro gli ha scombussolato il cervello!

– Bisogna prendere una decisione – disse Michele. – Noi non possiamo lasciarlo qui. È stato nostro camerata e poi si tratta d'un uomo.

– Cerchiamo di raggiungerlo e di ridurlo all'impotenza – suggerì Roberto. – Siamo in quattro e tutti robusti.

– E dopo? – disse padron Vincenzo. – Sarà cosa difficile condurlo con noi su questa zattera che può appena portarci.

– Pure non dobbiamo abbandonarlo – disse il dottore.

– Sono ora del vostro parere, signor Bandi, però...

– Cosa volete dire Vincenzo? [p. 134 modifica]

– Che l'impresa mi pare pericolosissima. Noi non abbiamo trovato sulla zattera il fucile.

– Temete che lo abbia ancora Simone?

– Sì, dottore.

– La cosa sarebbe grave.

– Tanto più che noi abbiamo le lampade, mentre egli può avvicinarsi a noi senza poterlo scorgere in tempo per difenderci.

– E vorreste abbandonarlo?

– No, dottore, non domando questo. Mi parrebbe ora di commettere un delitto.

– Che cosa fare adunque?

– Io non lo so.

– Aspettare che la fame lo sfinisca? – si chiese il dottore. – Io dubito che abbia con lui dei viveri.

– E se in questo frattempo viene a moschettarci?

– Ci difenderemo come potremo, Vincenzo – rispose il dottore.

– Silenzio! – esclamò in quell'istante Roberto.

– Ritorna!

– Non credo dottore ma... non udite?

All'estremità della caverna si udivano dei colpi sordi che parevano prodotti da un piccone percuotente le rocce.

– Che quel pazzo cerchi il suo tesoro? – disse Vincenzo.

– È probabile – rispose il dottore.

– Se approfittassimo per cercare di avvicinarlo?

– Bisognerebbe però lasciar qui le lampade, altrimenti ci tradirebbero. Avete paura a seguirmi?

– Siamo pronti a tenervi compagnia – dissero i tre pescatori.

– Allora andiamo. Prendete qualche fune e non dimentichiamo le armi. Coi pazzi non c'è da scherzare.

Piantarono una torcia dietro ad una rupe per far credere al pazzo di essersi accampati colà, si empirono le tasche di viveri non potendo sapere quanto avrebbe potuto durare quella caccia all'uomo, presero le due lampade di sicurezza già precedentemente spente e si misero in marcia seguendo le rive del lago sotterraneo.

S'avvidero ben presto però che l'impresa non era così facile come avevano creduto. Non avendo alcun punto luminoso che servisse loro di guida, era assolutamente impossibile tenere una direzione costante fra quella fitta oscurità.

Ogni pochi passi l'uno o l'altro piegava a diritta od a manca, quasi senza accorgersene e penavano non poco a riunirsi ai compagni.

Per di più le rive del lago erano così frastagliate ed ineguali, da provocare dei frequenti capitomboli, a rischio di ricevere qualche scarica dal pazzo. Furono quindi costretti ad accendere una delle due lampade per rischiarare un po' la via. Vincenzo però, l'aveva coperta col suo berretto in modo da poter intercettare, da un momento all'altro, la luce.

Procedendo lentamente e con precauzione, dopo d'aver varcato numerosi [p. 135 modifica]crepacci che parevano avessero servito, un tempo, da letto ad alcuni torrenti, dopo una mezz'ora giungevano all'estremità del bacino.

La caverna però non terminava colà, anzi pareva che si addentrasse assai nelle viscere della terra.

Al di là della spiaggia si vedevano confusamente delle rocce accatastate, poi altre vôlte immense e degli antri oscurissimi che sembravano gallerie.

Il dottore osservò quelle rocce che mandavano dei riflessi lievemente argentei.

– Un altro bacino carbonifero – disse. – Fortunatamente abbiamo le lampade di sicurezza.

– Una nuova miniera? – chiese padron Vincenzo.

– Sì, e forse più estesa dell'altra. Odo dell'acqua a scrosciare in lontananza.

– È vero, dottore. Si direbbe che un torrentaccio scorra qualche miglio da noi.

– Temo che Simone ci faccia correre.

– E dove si sarà cacciato?

– Se la miniera è così vasta, sarà forse lontano da noi.

– Sarà andato a cercare il suo tesoro sulla riva di quel torrentaccio. Roberto da' la scalata a questa rupe e guarda se vedi nulla sotto quelle vôlte che si disegnano laggiù.

Il giovane pescatore, che era agile come una scimmia, in pochi slanci raggiunse le cime d'una roccia che si alzava di quindici o venti piedi.

– Il fanale rosso! – esclamò, quando fu lassù.

– Quello di Simone? – chiesero il dottore e padron Vincenzo.

– Sì, è lo stesso che abbiamo scorto sulle acque della grande caverna.

– È lontano? – chiese il signor Bandi.

– Molto!

– Ti sembra immobile?

– No, lo vedo oscillare.

– Allora Simone fugge.

– Lo credo.

– Che ci abbia scorti? – chiese padron Vincenzo.

– È probabile – rispose il dottore.

– Lo seguiamo?

– Sì, Vincenzo.

– Ma dove ci condurrà quel pazzo da catena?

– Suppongo che questa caverna avrà una fine.

– Allora avanti!

Scalarono le rupi che cadevano quasi a picco sulle rive del bacino e si trovarono su d'una specie di altipiano il quale saliva leggermente, cosparso di enormi massi di carbon fossile.

All'estremità si apriva una immensa galleria e sotto quella tenebrosa vôlta, ma ad una distanza notevole, si vedeva scintillare il fanale rosso del pazzo. [p. 136 modifica]

– Si allontana da noi – disse padron Vincenzo. – Che vada in cerca del tesoro?

– Non andrà però molto lungi – disse il dottore. – La sua lanterna non durerà delle giornate intere.

– Che abbia portato con lui una provvista d'olio?

– Hum! Non credo che un pazzo abbia tanto giudizio. Affrettiamoci amici. Questa galleria può piegare da un momento all'altro ed allora non avremo più la lanterna a guida.

Superato l'ultimo, pendìo, si cacciarono animosamente sotto quella gigantesca galleria aperta fra gli strati carboniferi. Era altissima, larga più di sessanta o settanta metri, dalle pareti irregolari ed il suolo era cosparso dovunque di ammassi di carbone, delle vere montagnole.

Si sarebbe detto che era stata scavata dalla mano dell'uomo, probabilmente in tempi remotissimi.

Il dottore ne ebbe ben presto la certezza avendo notato che di quando in quando a destra ed a sinistra, si aprivano delle gallerie basse, che non potevano essere state fatte dal capriccio della natura.

– Dove metterà questa miniera? – si chiedeva, pur continuando a marciare dietro ai compagni. – Che abbia qualche sbocco alla superficie della terra?

– Cosa mormorate, dottore? – gli chiese padron Vincenzo, dopo qualche po'.

– Dicevo che questa miniera è stata lavorata dagli uomini. Non vedete questi ammassi di carbone che sembrano pronti per venire caricati? E poi, guardate le pareti della galleria, si vedono ancora i solchi tracciati dai picconi.

– E da chi può essere stata scavata? Recentemente forse?

– Mai più, forse da parecchie diecine di secoli.

– Da parecchi secoli!

– Forse da migliaia d'anni.

– Pure io ho udito a raccontare che il carbon fossile si adopera solamente da qualche centinaio d'anni.

– Cioè è tornato in uso da poco tempo, verso la fine del secolo scorso specialmente da noi, in Francia ed in altri paesi, ma i Romani ed i Greci lo conoscevano e l'adoperavano. Anzi vi so dire che due o trecent'anni prima di Gesù Cristo, i Greci venivano a caricare carbone sulle coste della Liguria. Anche i Romani ne fecero molto uso, traendone dalle miniere inglesi dopo la loro conquista della Britannia.

– E perché fu poi abbandonato l'uso?

– Il motivo veramente si ignora, pare però che l'odore ingrato c'entrasse in qualche cosa ed anche l'ignoranza. In Francia per esempio, nel 1500 fu vietato l'uso sotto pena di multa e di prigione, credendo che l'odore dei carboni fosse nocivo alla salute pubblica. Anche in Inghilterra furono minacciate gravi pene contro i consumatori di carbone, quantunque le miniere di New-Castle venissero lavorate regolarmente dal 1272. [p. 137 modifica]

– E chi credete che abbia lavorata questa miniera?

– Certamente i liguri delle Alpi Apuane.

– Allora sboccherà in qualche luogo?

– Lo dubito. Essendo stata abbandonata da chissà quanti secoli, le frane avranno ostruita l'entrata. Più tardi vedremo se mi sarò ingannato.

Mentre chiacchieravano, Michele e Roberto, non perdevano di vista il fanale del pazzo. Quel punto luminoso ora si abbassava ed ora saliva secondo gli avvallamenti del suolo e talvolta anche spariva per mostrarsi di nuovo poco dopo.

La distanza però non scemava, anzi pareva che aumentasse. Senza dubbio Simone s'era accorto di essere inseguito e fuggiva a precipizio, inoltrandosi sempre più nella miniera.

La galleria era stata già attraversata ed ora i pescatori ed il dottore si trovavano in una nuova caverna assai ampia, dal suolo franato e che ora s'abbassava bruscamente ed ora saliva. Da un lato, in fondo ad una spaccatura, si udiva a scrosciare il torrentaccio.

Le acque, precipitando di gradino in gradino, facevano un tale fracasso che i quattro uomini non riuscivano quasi più ad intendersi.

Anche in quella caverna si vedevano ammassi di carbone, disposti con un certo ordine e talvolta se ne scorgevano addossati alle muraglie della galleria.

Avevano già percorso almeno cinquecento metri, salendo e discendendo, quando tutto d'un tratto videro la lampada del pazzo a scomparire.

Attesero qualche po' credendo di rivederla, ma invano. Si era spenta o Simone si era cacciato entro qualche galleria laterale colla speranza di sottrarsi all'inseguimento? Era impossibile a saperlo.

– Cosa facciamo dottore? – chiese padron Vincenzo, il quale s'era arrestato.

– Fermiamoci qui finché si mostri.

– Tornerà indietro?

– Quando la lanterna si spegnerà tornerà verso di noi.

– Purché non si avvicini a tradimento! Ho sempre paura di quel fucile che deve avere con sé.

– Terremo le lampade lontane da noi.

– Allora accampiamoci qui, dietro a questi mucchi di carbone.

– E facciamo colazione – aggiunse Michele.

Il luogo scelto per accamparsi, era una piccola spianata situata a breve distanza dal crepaccio aperto dal torrente e circondata da quattro ammassi di carbon fossile i quali, fino ad un certo punto, potevano servire anche di trincee nel caso d'un assalto da parte del pericoloso pazzo.

Collocarono le due lampade sulle cime di due di quei cumuli, quindi Michele allestì rapidamente la colazione, tenendo però in serbo dei viveri per la cena, non sapendo fin dove li avrebbe condotti lo slavo.

Avevano appena mangiati pochi bocconi, quando dalla parte del torrente udirono dei tonfi fragorosi che parevano prodotti dal capitombolare di grossi massi.

Padron Vincenzo era subito balzato in piedi, esclamando: [p. 138 modifica]

– Delle frane!

– Andiamo a vedere – disse il dottore.

– Che sia invece lo slavo? – disse Michele.

– Nessuno di noi ha riveduto la lanterna.

– È vero dottore, ma può essere sceso nel torrente per avvicinarsi di nascosto.

– Lasciamo qui le nostre lampade onde ingannarlo e cerchiamo di avvicinarci alla fenditura.

– È meglio che Michele e Roberto rimangano qui, dottore – consigliò padron Vincenzo. – Le lampade rappresentano la nostra salvezza.

– Sia – rispose il signor Bandi. – Andremo noi due in perlustrazione.

Raccomandarono ai due pescatori di fare buona guardia, lasciarono loro una delle due rivoltelle, poi si misero a strisciare in direzione del torrente.

I tonfi continuavano, non vicini però. Pareva che il suolo franasse nel torrente a cinque o seicento passi più in su dell'accampamento.

Si trattava d'un franamento naturale o provocato dallo slavo? Ecco quello che si chiedevano con una certa ansietà il dottore e padron Vincenzo.

– Io non sono tranquillo – diceva il lupo di mare. – Sento per istinto che quel brigante di Simone tenta di giuocarci un pessimo tiro.

– Cosa vuoi che faccia?

– Io non lo so, pure comincio ad aver paura. Quell'uomo è stato molto tempo minatore nei bacini carboniferi dell'Arsa e di Rabaz della penisola istriana e può ideare qualche atroce vendetta contro di noi.

– Hum! Bisognerebbe che avesse a sua disposizione dei mezzi potenti.

– Noi non abbiamo trovato nulla nella sua cassa. Chissà dove aveva nascosto il contenuto e di che cosa si trattava.

– Non createvi soverchi timori, Vincenzo.

Erano allora giunti presso la sponda del torrentaccio, una sponda quasi tagliata a picco che non si poteva discendere senza correre il pericolo di fare un brutto capitombolo.

Il signor Bandi ed il lupo di mare guardarono verso l'alto corso di quell'impetuoso fiume, ma non videro brillare la lanterna rossa dello slavo.

– Nulla – disse padron Vincenzo. – Eppure i tonfi continuano.

– Forse questo corso d'acqua descrive delle curve – disse il dottore. – Bisognerebbe risalirle fino al luogo ove avvengono le frane.

– Un'impresa difficile senza una lampada.

– Se si potesse scendere nel torrente?

– Mi pare che sia troppo impetuoso per poter affrontare le sue acque e fors'anche assai profondo.

– Vediamo, Vincenzo.

Accese un cerino e diede fuoco ad un pugno di canapa incatramata e lo lasciò cadere nella spaccatura. [p. 139 modifica]

Altro che torrente! Era un vero fiume largo dodici o quindici metri se non di più e scendeva così furioso da gonfiarsi in vere ondate.

– Non ci rimane che seguire la sponda – disse il dottore.

– Andiamo prima a prendere la lanterna.

Si era appena alzato quando una tremenda esplosione avvenne verso l'alto corso del fiume.

La terra oscillò spaventosamente come se fosse stata sollevata da una potente scossa di terremoto, mentre dall'altra rovinavano con immenso fracasso, intere rocce, le quali poi, rotolavano nel fiume facendo balzare in aria giganteschi sprazzi.

Per alcuni istanti parve che l'intera caverna dovesse crollare sul capo del dottore e dei suoi compagni; fortunatamente non rovinarono che alcune vôlte.

Le enormi pareti della miniera avevano resistito alla formidabile scossa.

Il dottore e padron Vincenzo erano stati rovesciati l'uno sull'altro e per un vero miracolo non erano stati scaraventati nel fiume. Risollevatisi prontamente, si erano trovati avvolti in una profonda oscurità poiché le due lampade che ardevano presso l'accampamento si erano spente.

– Gran Dio! Cos'è avvenuto? – gridò padron Vincenzo.

– Pare che sia scoppiata una mina – rispose il dottore.

Poi due grida irruppero dal loro petto:

– Michele! Roberto!

– Dottore! Padron Vincenzo! – risposero i due pescatori.

– Siete feriti?

– No e voi?

– Sia ringraziato il cielo! – esclamò il signor Bandi.

– Dove sono le lampade? – gridò padron Vincenzo.

– Si sono spente.

– Presto, riaccendetele! Noi non osiamo muoverci perché il fiume ci sta dietro.

– Lasciateci il tempo di cercarle – rispose Michele. – L'esplosione le ha scaraventate chissà dove.

Mentre i due pescatori cercavano di scoprirle fra gli ammassi di carbone, una rapida conversazione si era impegnata fra il dottore e padron Vincenzo.

– Da cosa può essere stata prodotta quest'esplosione? Uno scoppio di grisou forse?

– No, Vincenzo. Si sarebbe rovesciato su di noi un torrente di fuoco.

– Allora è stata una mina?

– Lo sospetto e non doveva essere una mina a polvere.

– Forse che lo slavo ha fatto scoppiare della dinamite!

– Ne sono certo.

– Il furfante! E con quale scopo? Di far crollare la caverna?

– O per qualche altro motivo?

– Cosa volete dire dottore?

– Il fiume non scorre più dietro di noi.

– Pure odo ancora dei muggiti. [p. 140 modifica]

– Sì, ma vengono da lontano.

– Cosa temete?

– Non lo so ma non sono tranquillo. Udite?

– Dell'acqua che precipita?

– Sì.

– Che si sia formata una cascata?

– Qualche cosa deve essere avvenuto nell'alto corso del fiume. Forse le frane hanno ostruito il suo letto.

– Che corriamo il pericolo di morire annegati?

– Michele! Roberto!

– Dottore!

– Presto! Le lampade!

– Le abbiamo trovate!

– Accendetele!

Un fracasso assordante scuoteva tutti gli echi della grande caverna. Pareva che una enorme massa d'acqua si fosse rovesciata attraverso la miniera con impeto tremendo, seco trascinando i carboni in una pazza corsa.

Il dottore e padron Vincenzo s'erano slanciati innanzi. Le due lampade erano state accese, ma brillavano molto lontane l'una dall'altra.

– Qui dottore! – si udì a gridare Michele. – Il torrente ha straripato!

– Cerchiamo una roccia? – urlò padron Vincenzo.

– È già trovata! – rispose Michele.

Il dottore ed il lupo di mare avevano già raggiunto il pescatore il quale s'era arrestato alla base d'una grande rupe che s'alzava solitaria in mezzo alla grande caverna.

– E Roberto? – chiesero.

Il giovane pescatore, perduta forse l'orientazione, era scomparso in direzione della galleria.

– Roberto! – gridarono tutti.

– Vengo – rispose il giovanotto.

– Presto?

In quell'istante un'onda nera come il carbone della miniera si rovesciò con impeto irresistibile attraverso la grande caverna, rimbalzando furiosamente contro la rupe sulla quale s'erano salvati il dottore, Michele e Vincenzo, poi passò oltre muggendo spaventosamente.

– Roberto! – gridarono i due pescatori con accento disperato.

La loro voce si perdette fra lo scrosciare delle acque.

Guardarono verso la galleria sperando di scorgere la lampada del giovane pescatore, ma più nulla distinsero.

Il disgraziato, investito dalle acque, era scomparso! [p. 141 modifica]

XVII.

L’inondazione.


L'esplosione provocata dal pazzo, aveva causato quella catastrofe.

Le frane, staccate dallo scoppio, seguendo il pendìo naturale del suolo, erano rotolate nella spaccatura apertasi dopo chissà quanti anni di lavorìo incessante delle acque, ostruendo completamente il letto.

Non trovando più sfogo, la corrente era rifluita per poi rovesciarsi attraverso alla caverna con impeto irresistibile, sconvolgendo tutto il piano della miniera e seco trascinando gli ammassi di carbon fossile che aveva trovato sul suo passaggio.

L'invasione da nessuno aspettata, era stata così rapida da impedire al disgraziato Roberto di raggiungere i suoi compagni. Era stato ucciso dai massi enormi che la corrente trascinava od aveva potuto raggiungere un qualche rifugio nella galleria? Ecco quello che si chiedevano con angoscia il dottore ed i suoi compagni.

Le loro grida non avevano ottenuta alcuna risposta. I muggiti delle acque irrompenti attraverso la miniera erano tali d'altronde, da impedire alla voce di estendersi.

E del pazzo, cos'era avvenuto? Era rimasto ucciso dallo scoppio o sopravviveva ancora? Sarebbe stato meglio che l'avessero abbandonato al suo triste destino.

– Dottore – disse padron Vincenzo, che aveva le lagrime agli occhi. – Bisogna cercare Roberto a qualsiasi costo. Se abbiamo fatto tanto per quel maledetto slavo, dobbiamo tutto tentare per salvare il nostro povero compagno.

– Che cosa volete tentare, Vincenzo? – chiese il dottore con voce triste. – Non vedete che siamo circondati dalle acque? Chi oserebbe affrontarle in questo momento? Sarebbe la morte per tutti.

– Ma che non cessi questa inondazione?

– Chi può dirlo? Mi sembra anzi che laggiù, verso la galleria, le acque rigurgitino.

– Che quel passaggio sia stato chiuso? – chiese padron Vincenzo, con un brivido. – Se ciò fosse avvenuto la sarebbe finita per noi.

– Temo che le masse di carbone l'abbiano ostruito.

– Cosa accadrà adunque di noi se non possiamo più raggiungere il canale?

– Lo ignoro, Vincenzo.

– E Roberto? Sarà ancora vivo? [p. 142 modifica]

– Non vedo brillare la sua lampada in alcuna direzione.

– Allora è morto.

– Non disperiamo ancora. La sua lampada può essere stata spenta dall'assalto delle acque, ma forse egli può essersi rifugiato su qualche rupe e forse può essere stato trascinato nel laghetto.

– E noi?

– Confidiamo in Dio, Vincenzo.

– Non abbiamo che una lampada, dottore.

– Lo so.

– E non durerà molto.

– È vero.

– Cosa faremo quando la luce verrà a mancare?

Il dottore non rispose. Si era seduto su uno spigolo della rupe e colla testa stretta fra le mani, guardava con ispavento le acque che continuavano ad alzarsi, muggendo cupamente.

Cosa fare? Cosa tentare? Come uscire da quella situazione che di momento in momento diventava sempre più grave? Erano proprio condannati a morire affogati entro quella tenebrosa miniera? Tutto lo faceva supporre a meno d'un miracolo.

Il fiume ormai uscito dal suo letto, continuava a riversarsi nella caverna, coprendo rapidamente le rocce più basse. La massa delle sue acque non trovando sfogo sufficiente attraverso la galleria che forse era stata in gran parte ostruita dai massi di carbone, rigurgitava violentemente, minacciando di invadere tutta la miniera.

Già gli ammassi di carbone che riparavano l'accampamento non si scorgevano più e l'acqua continuava a montare ancora, sempre muggendo cupamente attorno alla rupe che serviva di rifugio ai disgraziati esploratori.

Fortunatamente quella roccia, formata da una specie di calcare mista a carbone e forse a masse di ferro, era assai alta, almeno una dozzina di metri, toccando quasi la vôlta della miniera.

Sulla cima formava una specie di piattaforma capace di dare asilo ad una dozzina di persone.

Doveva trascorrere parecchio tempo prima che l'acqua potesse giungere fino lassù, ma non per questo doveva migliorare la situazione di quei tre disgraziati.

Tagliati fuori dal canale, cosa potevano ormai sperare? Come raggiungere il mare o la superficie della terra? E poi come vivere senza quasi provviste, non possedendo ormai che pochi biscotti?

Il dottore faceva fra sé tutte queste considerazioni, cercando inutilmente un mezzo per levarsi da quella tremenda situazione. Erano già trascorsi parecchi minuti, quando sentì una mano appoggiarsi bruscamente sulle sue spalle.

Alzò il capo e alla fioca luce della lampada vide sopra di sé padron Vincenzo.

Il viso del lupo di mare tradiva una viva emozione.

– Cosa volete Vincenzo! – gli chiese.

– Od io m'inganno assai o Roberto è ancora vivo – rispose il pescatore con voce tremula. [p. 143 modifica]

– Cosa ve lo fa supporre?

– Ho veduto laggiù, in direzione della galleria, a brillare un punto luminoso.

– Un fuoco?

– La luce d'uno zolfanello forse?

– Possibile! – esclamò il dottore, balzando in piedi.

– I miei occhi non erano chiusi.

– Hai veduto nulla Michele? – chiese il signor Bandi.

– No signore, poiché guardavo altrove – rispose il marinaio.

– Stiamo attenti tutti – disse padron Vincenzo.

Fissarono i loro sguardi verso il luogo dove trovavasi la galleria, scrutando ansiosamente le tenebre. Una fiamma fosse pure minima, doveva vedersi subito in quella oscurità.

Passò qualche minuto d'angosciosa aspettativa, poi un rapido bagliore, perfettamente visibile, si scorse in direzione della galleria. Non era la fiamma d'una lampada, poiché sarebbe stata più brillante, ma si poteva supporre che fosse quella d'uno zolfanello.

Quella luce durò pochi secondi, poi l'oscurità riprese il suo impero.

– Avete veduto? – chiese padron Vincenzo.

– Sì – rispose il dottore. – Anzi mi è sembrato di veder delinearsi un volto umano.

– Che sia Roberto che ci fa dei segnali?

– Lo suppongo. Sapete se aveva degli zolfanelli?

– Sì, rinchiusi in una scatoletta di metallo.

– E se fosse invece Simone? – chiese Michele.

– Non è possibile – rispose il signor Bandi. – L'inondazione è avvenuta pochi minuti dopo lo scoppio della mina, quindi lo slavo non può aver avuto il tempo di attraversare la miniera.

– Bisognerebbe rispondergli – disse Vincenzo.

– In quale modo?

– Agitando la lampada. Forse comprenderà che noi abbiamo veduto il suo segnale.

– Possiamo far di meglio, Vincenzo.

– In quale modo dottore?

– Scaricando la vostra rivoltella. Sono asciutte le cariche?

– Lo spero.

– Rispondiamo.

Padron Vincenzo si levò la rivoltella che teneva alla cintura e scaricò in alto tre colpi, con un intervallo di alcuni secondi fra l'uno e l'altro.

Poco dopo il terzo colpo, verso la galleria si vide balenare un lampo seguìto da una detonazione che giunse distintamente agli orecchi del dottore e dei suoi compagni, non ostante il muggito della fiumana.

– È Roberto! – esclamarono tutti tre.

Dopo quel primo sparo altri due si seguirono.

– Avevi lasciata a lui la rivoltella è vero? – chiese padron Vincenzo a Michele. [p. 144 modifica]

– Sì – rispose questi.

– Come fare per raggiungerlo? Cercate un mezzo, dottore.

– Non ci rimane che gettarci a nuoto; ma vi è un grave pericolo per noi.

– Quale?

– Di smarrirci. Chi ci assicura che Roberto possieda parecchi altri zolfanelli? Senza un qualche punto luminoso che ci serva di guida, non potremo mantenere la buona direzione.

In quell'istante altri due lampi balenarono in direzione della galleria. Cosa volevano significare quei nuovi spari?

Volevano richiamare l'attenzione del dottore e dei suoi due compagni o avevano qualche altro scopo?

– Cosa fare? – si chiese il dottore perplesso. – Domanda una risposta o cosa?

– Devo scaricare altri colpi? – chiese padron Vincenzo.

– Uno ancora, poi vedremo.

Il lupo di mare obbedì, ma quello sparo rimase senza risposta.

– Un altro – disse il dottore. – Roberto deve avere ancora una cartuccia.

Una seconda detonazione rimbombò destando gli echi della miniera, e non ebbe miglior successo. Roberto non diede segno di vita.

– Cosa dite, dottore? – chiese padron Vincenzo stupito per quel silenzio.

– Che comincio a sperare – rispose il signor Bandi. – Se Roberto non risponde vuol dire che si trova in acqua.

– Che nuoti verso di noi?

– Lo suppongo. Badate che la lampada non si spenga.

– C'è ancora dell'olio – rispose Michele. – Ne avremo per qualche ora.

– E dopo? – chiese padron Vincenzo, tergendosi il freddo sudore che gli bagnava la fronte. – Che cosa sarà di noi, quando la luce verrà a mancarci?

– Pensiamo a Roberto per ora – disse il dottore con un sospiro. – Poi... chissà... confidiamo in Dio! Silenzio! Ascoltiamo!

Curvi sulla roccia, cogli orecchi tesi, attendevano ansiosamente qualche nuovo segnale da parte del giovane pescatore. Disgraziatamente il fragore della fiumana rendeva quasi impossibile l'udire il rumore prodotto da un nuotatore.

Passarono alcuni momenti d'ansietà inenarrabile, poi padron Vincenzo, impotente a frenarsi, lanciò tre tuonanti, chiamate:

– Roberto! Roberto! Roberto!

Poco dopo, una voce ancora lontana che pareva uscisse dalle acque, rispose:

– Vengo!

– È lui! – urlarono Michele e padron Vincenzo.

– Sì, è la voce di Roberto – confermò il signor Bandi.

– Egli viene nuotando. [p. 145 modifica] [p. 146 modifica] [p. 147 modifica]

– Resisterà all'impeto della corrente? – chiese il dottore.

– Mi pare che l'acqua rigurgiti sempre verso la galleria – rispose Vincenzo.

– Roberto non faticherà molto a vincerla.

– D'altronde è un buon nuotatore – disse Michele.

– Bravo ragazzo! – esclamò il dottore. – Credevo proprio di non doverlo rivedere più mai.

– E nemmeno io speravo di...

Padron Vincenzo non poté finire la frase. Al largo fra la profonda oscurità, era improvvisamente echeggiato un urlo che pareva che ben poco avesse di umano. Pareva l'urlo di una belva feroce o d'un negro in delirio.

– Cosa succede? – chiese Michele, impallidendo.

– Che Roberto sia impotente a vincere la fiumana? – si domandò il signor Bandi.

– Ma no! Non era la sua voce! – gridò padron Vincenzo.

Quasi nel medesimo istante si udì distintamente Roberto a gridare:

– Aiuto!

– Roberto! – urlò padron Vincenzo, preparandosi a gettarsi in acqua.

– Aiuto! Simone mi segue!

– Mille demoni! – tuonò il lupo di mare. – Quel cane me la pagherà!

Poi prima che il dottore e Michele avessero avuto il tempo di trattenerlo, il pescatore erasi slanciato a capo fitto nelle tenebrose acque, senza pensare che in quel salto poteva urtare contro qualche cumulo di carbone e fracassarsi il cranio.

Risalito quasi subito a galla senza essersi fatto alcun male, padron Vincenzo s'era messo a nuotare con furore. Per essere più pronto alla lotta, stringeva il coltello fra i denti, un'arma terribile, dalla punta acutissima e solida come le navaje di Toledo.

Dinanzi a sé udiva Roberto a gridare e si dirigeva verso di lui, un po' a casaccio, non avendo altra guida che la voce del giovane.

– Vengo! Tieni fermo! – urlava il coraggioso lupo di mare. – Quel cane di Simone me la pagherà finalmente.

Già non doveva distare che pochi passi dal pescatore, quando uno scoppio di risa risuonò dietro di lui. Si volse rapidamente e udì qualcuno che batteva furiosamente l'acqua.

– Sei tu Roberto? – chiese.

Prima di ricevere una risposta sentì due mani poderose piombargli addosso e cacciarlo sott'acqua.

Padron Vincenzo comprese di aver da fare col pazzo. Si lasciò andare a picco senza cercare d'opporre resistenza, ma poi con un vigoroso colpo di tallone e due bracciate risalì a galla due passi più innanzi.

Simone sentendosi sfuggire l'avversario, aveva mandato un urlo di belva feroce e si era messo a nuotare all'intorno, fendendo impetuosamente le acque.

Appena a galla, padron Vincenzo aveva gridato: [p. 148 modifica]

– Alla roccia, Roberto! Lasciami il passo libero, potrei ingannarmi e ucciderti!

– No, padrone – rispose il giovane.

– Fuggi, ti dico!

Mentre Roberto cercava di allontanarsi, padron Vincenzo si sentiva riafferrare dallo slavo. Il gigante, anche nella sua pazzia, pareva che avesse conservato ancora un barlume di lucidità, poiché disse con voce rauca:

– Ti tengo, padrone! Ti ucciderò onde non mi rubi il tesoro!

Poi le sue mani poderose si strinsero attorno al collo del lupo di mare.

– Lasciami o ti uccido! – gli gridò padron Vincenzo.

– No!

– Guardati Simone!

– Bisogna morire, padrone! – ruggì il pazzo.

– A noi due adunque! Prendi, canaglia!

Fra quella paurosa oscurità, in mezzo a quelle acque tenebrose, s'impegnò una lotta disperata fra il pazzo ed il lupo di mare.

Stretti l'uno all'altro, ora s'inabissavano, ora salivano a galla, poi tornavano a scendere senza per questo abbandonarsi.

Simone non aveva lasciato il collo di padron Vincenzo, anzi stringeva sempre più con furore, urlando di tratto in tratto:

– Bisogna morire, padrone!

Il lupo di mare già mezzo soffocato, dopo d'aver tentato di liberarsi da quella stretta, con un poderoso colpo di tallone rimontò a galla seco trascinando l'avversario ed impugnò il coltello.

– Lasciami, Simone! – rantolò.

– Bisogna morire! – ripeté il pazzo.

– Ti uccido!

Alzò l'arma e la cacciò tutta intera nel petto dello slavo.

Questi parve dapprima che non si fosse accorto del colpo ricevuto, poiché non abbandonò il collo dell'avversario. Anzi gli si strinse addosso con maggior furore e circondandogli il corpo colle gambe, lo trasse ancora sott'acqua. Padron Vincenzo non oppose resistenza e si lasciò trascinare a picco. Ad un tratto però la stretta s'allentò bruscamente e si sentì libero.

Risalì prontamente alla superficie. Nel momento che sporgeva la testa dall'acqua, udì presso di sé un cupo gorgoglìo che pareva prodotto dal rimontare d'un altro corpo, poi come un rantolo soffocato.

– Ancora tu Simone? – gridò.

Nessuno rispose. Il pazzo era scomparso negli abissi della miniera.

– Vincenzo! Vincenzo! – gridarono in quell'istante Michele ed il dottore. – Gran Dio! Che cosa succede?

– Tutto è finito – rispose il lupo di mare, nuotando rapidamente verso la roccia, come se avesse ancora paura di essere inseguito dal pazzo.

– E Simone?

– Morto!

– L'avete ucciso? – chiese il signor Bandi. [p. 149 modifica]

– Non ho potuto farne a meno.

– Presto, venite.

– E Roberto?

– È già qui.

Padron Vincenzo, guidato dalla lampada che brillava sulla cima della roccia, nuotava rapidamente, premuroso di allontanarsi da quel luogo e di ritrovarsi fra i compagni. Di tratto in tratto però si volgeva indietro e scrutava ansiosamente le tenebre credendo di veder sorgere sempre la testa del pazzo o di udire le sue mani a fendere le acque. La paura cominciava a prenderlo.

Quando giunse alla roccia era completamente sfinito. Michele e Roberto dovettero scendere fino a lui ed aiutarlo a raggiungere la piattaforma.

– Per centomila merluzzi! – esclamò, lasciandosi cadere al suolo. – Che brutto quarto d'ora! Credevo di non rivedervi più mai dottore.

– L'avete proprio ucciso?

– Gli ho piantato il coltello nel petto. Mi aveva preso pel collo e non voleva più lasciarmi. Mi rincresce averlo ucciso, ma non potevo più risparmiarlo, dottore. Se io avessi esitato un mezzo minuto ancora, non sarei più tornato qui. Dio mi perdonerà!

– Si trattava della vostra salvezza, Vincenzo. Nessuno può rimproverarvi della morte di quel disgraziato.

– Ma dove l'avevi incontrato Roberto? – chiese il lupo di mare.

– Presso la galleria – rispose il giovane pescatore. – Avevo appena lasciato l'ammasso di carbone sulla cui cima avevo cercato un rifugio, quando m'accorsi che qualcuno mi seguiva. Credetti dapprima che fosse Michele, anzi stavo per ritornare al mio rifugio, ma tutto d'un tratto mi sentii afferrare per un braccio e cacciare sott'acqua. Solamente in quel momento m'avvidi d'aver da fare con Simone.

– E come hai fatto a sfuggirlo?

– Nuotando sott'acqua.

– Come si trovava presso la galleria quel maniaco?

– Forse cercava di guadagnare la caverna per ritornare nel canale.

– È probabile – disse padron Vincenzo. – Non vi sarebbe però certamente riuscito poiché la galleria deve essere ostruita.

– V'ingannate, padrone – disse Roberto.

– Che cosa dici?

– Che un passaggio esiste ancora.

– Attraverso la galleria? – chiese il dottore.

– Sì, signor Bandi.

– Come lo sai tu?

– La corrente mi aveva cacciato entro quel passaggio.

– Non rigurgitava l'acqua in quel luogo?

– No signore, scorreva libera.

– Come ritrovare quel canale? – chiese il dottore. [p. 150 modifica]

– Bisognerebbe nuotare fino all'imbocco della galleria – disse padron Vincenzo.

– E poi?

– Lo si cerca.

– E se la lampada si spegnesse prima di trovarlo?

Un brivido percorse le membra dei quattro disgraziati. Che cosa sarebbe accaduto poi, se quella fiammetta fosse venuta a mancare? Come ritrovare la via fra quell'orribile oscurità? Quale tremenda situazione?

Padron Vincenzo ruppe pel primo il silenzio.

– Signor Bandi – disse con accento risoluto. – Tentiamo la sorte. Anche rimanendo qui la nostra condizione non migliorerebbe. Siete anche voi un buon nuotatore, è vero?

– Quattro o cinque miglia non mi spaventano.

– Ne avete quattro di più, signore – disse Roberto. – Fra la galleria e questa roccia non vi devono essere più di sei o settecento metri.

– Siete tutti decisi?

– Tutti – risposero i tre pescatori.

– Guardiamo prima quanto olio rimane nella lampada. Da poche gocce può dipendere la nostra salvezza.

Scrutò il serbatoio e guardò dentro.

– Ne avremo per venti minuti – disse, mentre alcune gocce di sudore diacciato gl'imperlavano la fronte. – Presto amici, ogni istante che passa è una probabilità di meno di salvarci.

– Chi s'incarica della lampada?

– Io, dottore – rispose padron Vincenzo. – Non mi dà alcun fastidio a nuotare con un braccio solo.

– Vi affidiamo la nostra salvezza.

– Non temete: non l'abbandonerò nemmeno se mi sentissi a mozzare le gambe.

– Su, presto, in acqua!


XVIII.

Terribile momento.


I quattro esploratori scesero la rupe aiutandosi l'un l'altro, poi si lasciarono cadere in acqua, mettendosi a nuotare colla maggior rapidità possibile.

Padron Vincenzo si era messo alla testa del drappello, tenendo alta la lampada; dietro di lui venivano Roberto, poi il dottore e ultimo Michele. [p. 151 modifica]

L'orientazione fra le tenebre è difficilissima e tale sarebbe anche stata per quei quattro disgraziati, se non vi fosse stato padron Vincenzo. Quel lupo di mare possedeva, al pari dei piccioni viaggiatori, l'orientazione per istinto, certo non scrupolosamente esatta, ma sufficiente per potersi approssimativamente guidare anche senza l'aiuto della bussola.

Appena in acqua aveva presa subito la sua direzione; d'altronde lungo il percorso poteva regolarsi sui cumuli di carbone che aveva già osservati o alla meno peggio appoggiare verso l'una o l'altra parete della miniera.

I suoi tre compagni lo seguivano da vicino, affrettandosi. La paura di veder la lampada a spegnersi prima d'aver trovato il passaggio, li spronava.

Le acque della fiumana a poco a poco si erano calmate, permettendo così di guadagnare rapidamente via. Dovevano essersi aperto un varco fra gli ammassi di carbone che avevano ostruito la galleria, poiché scorrevano lentamente in quella direzione.

Già i quattro esploratori supponevano di trovarsi a breve distanza dal passaggio, quando padron Vincenzo urtò contro una massa molle che pareva galleggiasse fra due acque.

– Chi c'è qui sotto? – si chiese.

– Cosa avete trovato? – domandò il dottore.

– Ho sentito un corpo sfuggirmi sotto mano.

– Qualche pesce?

– Qui! Nella miniera!

– Può essere risalito pel canale.

– Che sia qualche pescecane? – chiese Roberto, girando all'intorno uno sguardo spaventato.

Padron Vincenzo cacciò la mano libera sott'acqua e sentì ancora quella massa. L'afferrò e con una scossa la spinse in alto.

Quasi subito un urlo strozzato gli sfuggì, un urlo d'orrore.

La testa di Simone, del povero pazzo, era apparsa dinanzi a lui. Quel volto, spaventosamente contraffatto, era apparso distintamente alla luce della lampada.

– Mille demoni! – urlò, gettandosi bruscamente da una parte. – Ancora quell'uomo! Nemmeno morto vuole lasciarci tranquilli!

Il dottore, Roberto e Michele si allontanarono rapidamente da quel cadavere fluttuante nelle tenebrose acque della miniera, non senza provare un brivido di terrore.

– Affrettiamoci! – aveva detto il signor Bandi con voce soffocata.

Padron Vincenzo aveva ripreso la corsa nuotando disperatamente, però di quando in quando volgeva indietro il capo e guardava, con due occhi atterriti, le acque, temendo di vedersi seguìto dal morto.

Fortunatamente cinque minuti dopo egli giungeva dinanzi alla galleria. Il suo istinto non lo aveva ingannato e anche senza un punto luminoso che avesse potuto servirgli di guida, aveva ritrovata la sospirata mèta.

In quel luogo le acque della fiumana rigurgitavano con violenza, muggendo cupamente e formando qua e là dei piccoli vortici. [p. 152 modifica]

L'entrata della galleria era quasi tutta ostruita dagli ammassi di carbone che la prima corrente aveva colà accumulati, però le acque s'erano aperti numerosi passaggi e si udivano a scrosciare al di là di quegli ostacoli.

– Mi sembra che qui si possa passare – disse padron Vincenzo, alzando la lampada più che poteva.

– Pare che verso la vôlta sia rimasto un po' di spazio libero – rispose il dottore. – Volete che tentiamo di spingerci lassù o che cerchiamo il canale scoperto da Roberto?

– Preferisco passare per la galleria. Almeno sappiamo che conduce direttamente nel laghetto.

– Non cadranno questi ammassi di carbone?

– Se resistono all'urto delle acque non cederanno sotto al nostro peso. Spicciamoci, la luce della lampada comincia a scemare.

– È vero, dottore. Forza di gambe e di braccia!

– Aspettate che salga prima io, padron Vincenzo – disse Roberto. – Voi mi passerete la lampada.

Il giovanotto s'aggrappò a quegli ammassi di carbone misti a pezzi di roccia e sentendo che non si muovevano, cominciò ad innalzarsi.

– Si può? – chiese il dottore.

– Non vi è pericolo – rispose il giovanotto. – A me la lampada, padron Vincenzo.

Il dottore che si sorreggeva con grande fatica, trovandosi in mezzo ad un piccolo vortice che tendeva a tirarlo giù, con uno slancio poderoso si afferrò alla punta d'una roccia e si issò. Padron Vincenzo e Michele si erano già spinti presso Roberto.

Tutti quattro scalarono frettolosamente quella specie di trincea che oscillava sotto i loro piedi in causa della incessante spinta delle acque e raggiunsero la vôlta della galleria. Colà esisteva uno stretto passaggio, non tale però da impedire il passo agli esploratori. Si gettarono ventre a terra e strisciando come i serpenti lo attraversarono rapidamente scendendo la china opposta di quell'ammasso di carboni e di macigni.

Sotto si udivano le acque della fiumana a scrosciare fragorosamente. Si vedevano zampillare dappertutto, cadere, rimbalzare e riunirsi sul fondo della galleria diventata ormai un torrente impetuoso.

– Presto – disse padron Vincenzo, guardando con ansietà la lampada, la cui luce impallidiva sempre. – Fra pochi minuti rimarremo all'oscuro.

Il dottore pel primo, poi gli altri, si precipitarono nella fiumana lasciandosi trasportare dalla corrente.

In meno di dieci secondi la galleria fu attraversata.

– La caverna! – esclamò padron Vincenzo che non aveva abbandonata la lampada.

– Siamo salvi! – gridarono Michele e Roberto.

– Lasciamoci trasportare nel laghetto – disse il dottore.

Le acque si erano incanalate in una profonda squarciatura del suolo [p. 153 modifica]e correvano all'impazzata verso il bacino, muggendo e scrosciando. Anche se i quattro esploratori avessero voluto prendere terra, non l'avrebbero certamente potuto, essendo le due sponde quasi tagliate a picco e la corrente troppo impetuosa per poterla rompere.

Il meglio che potevano fare era quello di lasciarsi trascinare nel bacino e poi attraversarlo. Già sapevano dove si trovavano le loro casse e la zattera dello slavo.

La loro corsa diventava sempre più rapida ed anche dolorosa poiché la corrente li sbatteva malamente contro le rive o addosso alle rocce che ingombravano il letto, ammaccando le loro costole e scorticando i loro piedi.

Padron Vincenzo faticava assai a tenere alta la lampada e già, due o tre volte, aveva corso il pericolo di fracassarla contro le sponde e di perderla.

– Mille demoni! – borbottava il bravo lupo di mare. – Se la continua ancora un po' verremo scorticati peggio di San Bartolomeo.

Ad un tratto giunse ai loro orecchi un muggito assordante e la corrente divenne vertiginosa.

Cos'era accaduto? Le acque s'erano aperte una nuova via, precipitando nel bacino?

– Dottore! – avevano gridato i tre pescatori, spaventati da quei crescenti muggiti.

– Lasciatevi portare – aveva risposto il signor Bandi.

– Vi è una cateratta dinanzi a noi? – chiese padron Vincenzo.

– Mi sembra.

– Verremo sfracellati, dottore.

– Non può essere molto alta e poi il bacino è profondo.

– E la lampada?

Il dottore provò un brivido.

Come si poteva impedire che si spegnesse se dovevano venire travolti dalle acque precipitanti nel bacino?

Era una cosa assolutamente impossibile.

– Dottore!

– Vincenzo!

– La lampada si spegnerà.

– Fate il possibile per tenerla fuor dell'acqua.

– La spuma già la bagna!

– Attenti!

Dinanzi a loro, agli ultimi sprazzi di luce della moribonda lampada, si vedeva l'acqua a spumeggiare rabbiosamente. Una pioggia leggera cadeva all'intorno.

La cascata non era che a pochi passi. Era alta? Era bassa? Vi erano sotto delle punte rocciose?

– Badate! – gridò un'ultima volta il dottore.

Erano oramai in mezzo alla spuma. Assordati dal fracasso, rotolati, spinti, e risospinti, i quattro disgraziati giravano su loro stessi come trottole, quasi impotenti a mantenersi a galla. [p. 154 modifica]

Padron Vincenzo teneva però ancora alto il braccio per salvare la lampada.

Ad un tratto si sentirono come assorbire, poi scagliare innanzi in mezzo ad un nembo di spuma.

La lampada mandò ancora un ultimo sprazzo di luce facendo scintillare le acque, poi bruscamente, si spense mentre i quattro uomini venivano scaraventati nel vuoto.


* * *


Quando, dopo alcuni secondi d'immersione angosciosa, padron Vincenzo tornò a galla, non stringeva più la lampada. In quel terribile capitombolo non aveva avuto la forza d'animo di tenere impedita una delle due mani, la più importante. D'altronde la fiammella s'era spenta nel momento della caduta, quindi a nulla avrebbero potuto servire le poche gocce d'olio che ancora rimanevano. Quantunque ancora intontito e mezzo asfissiato, pensò subito ai compagni e con quanto fiato aveva in corpo si mise a urlare:

– Dottore! Michele! Roberto!

Il rombo assordante della colonna d'acqua che precipitava a breve distanza, gl'impedì dapprima di udire la voce dei compagni, ma ripetuta la chiamata un po' più lontano, gli sembrò d'udire una voce umana a rispondere.

– Chi risponde? – tuonò, allontanandosi sempre dalla cascata e inoltrandosi nel centro del laghetto sotterraneo.

– Sono io, Michele – rispose la voce, dopo qualche istante.

– Dove sei?

– Non lo so... non vedo più nulla.

– Ed il signor Bandi? – chiese Vincenzo con ansietà.

– Non so dove sia.

– Mille demoni! Che gli sia toccata qualche disgrazia? Dottore! Dottore!

Una voce lontana rispose:

– Dov'è il signor Bandi?

– Sei tu Roberto? – chiese il lupo di mare.

– Sì, padrone.

– Hai raggiunto la riva?

– Mi sembra, poiché sono sopra una roccia.

– Ed il dottore?

– Non ne so nulla.

Padron Vincenzo mandò un urlo disperato:

– Dottore! In nome di Dio.

Solo il rombo della cateratta rispose.

– Che sia morto? – si chiese il pescatore, con un singhiozzo. – Roberto! Michele! Bisogna cercarlo!

Cercarlo? E come, se l'oscurità non veniva dileguata. [p. 155 modifica]

– Un lume! Un barlume di luce – gridò padron Vincenzo con voce rotta.

– Aspettate, padrone! – disse Roberto. – Ho ancora dei zolfanelli... vediamo!

Poco dopo una fiammella rompeva l'oscurità. Il giovane pescatore s'avvide di essere già giunto alla sponda e senza attendere che i compagni, guidati da quella fioca luce lo raggiungessero, si slanciò all'impazzata attraverso le rocce carbonifere.

– Dove vai? Fermati! – gridò padron Vincenzo.

Roberto non rispose. Correva sempre, con fantastica rapidità, tenendo il cerino riparato con ambe le mani onde la corrente d'aria non lo spegnesse.

Per alcuni istanti fu veduto librarsi confusamente sulla cima d'una rupe, poi sparire, quindi riapparire più lontano.

– Fermati! – urlava padron Vincenzo. – Aspettaci!

Era fiato sprecato. Il giovanotto correva sempre come se fosse impazzito.

Ad un tratto la fiammella si spense e l'oscurità ripiombò sul posto che egli occupava, ma pochi istanti dopo un urlo di gioia giungeva agli orecchi di Michele e del lupo di mare.

– Le casse! – aveva gridato il giovanotto.

Infatti nella sua pazza corsa aveva urtato contro il carico della scialuppa che era rimasto sulla spiaggia ed era caduto bocconi sopra una cassa, battendo violentemente il mento. Non era però il momento di badare al dolore.

Accese rapidamente un altro zolfanello, rimosse rapidamente casse e barili e trovate le sue torce che erano state spente prima di mettersi in cerca dello slavo, le riaccese.

Michele e padron Vincenzo guidati dalla fiammella del primo zolfanello, avevano già preso terra. Entrambi si slanciarono verso il giovanotto strappandogli quasi di mano le sue torce.

– Bisogna cercarlo! – gridò il lupo di mare, il quale non era più capace di frenare le lagrime. – In acqua tu, Michele, mentre io esploro la spiaggia.

– Ed io cosa devo fare? – chiese Roberto.

– Accendi un'altra torcia e va' a perlustrare l'uscita della caverna.

Un istante dopo tutti tre erano in cerca del dottore. Michele nuotava verso la cateratta, tenendo nella sinistra la torcia, Roberto verso il tunnel e padron Vincenzo percorreva la sponda.

Di tratto in tratto si domandavano.

– Nulla?

– Niente – rispondevano poco dopo.

Cercavano da un quarto d'ora, andando or qua ed or là, a casaccio, non sapendo più dove dirigersi, quando a padron Vincenzo parve di scorgere una massa oscura adagiata fra due scoglietti.

– Gran Dio! – esclamò. – Che sia il cadavere del dottore o di Simone? [p. 156 modifica]

Si avvicinò, titubando a quella massa che aveva forma umana e si chinò abbassando la torcia.

– Il dottore! Il dottore! – urlò.

Si precipitò su quel corpo che pareva inanimato, guardandolo con un'orribile angoscia.

Il signor Bandi sembrava morto. Era disteso fra due scoglietti che si prolungavano verso la riva, colla testa appoggiata sulla sabbia nera della sponda ed i piedi ancora immersi.

Non era possibile che l'onda prodotta dal flusso lo avesse spinto tanto sulla riva. Il disgraziato doveva essersi issato da per sé, prima che gli mancassero le forze.

Quella circostanza fece balenare una lieve speranza nel cuore del lupo di mare.

– A me, amici! – gridò.

Mentre Roberto e Michele nuotavano precipitosamente verso la spiaggia, prese delicatamente il signor Bandi e lo portò più in alto, poi lo spogliò per vedere se aveva riportato delle ferite.

Vi erano sul corpo numerose contusioni, tutte leggere e non potevano aver causato la morte ad un uomo così robusto.

Appoggiò un orecchio al cuore ed ascoltò trattenendo il respiro.

– Vive! Vive! – gridò.

Quel cuore batteva debolmente sì, ma batteva.

– È vivo? – chiesero Michele e Roberto che giungevano correndo.

– Sì, amici – rispose padron Vincenzo che pareva impazzito per la gioia. – Abbiamo ancora qualche bottiglia di liquore?

– Sì, due di rhum – rispose Roberto.

– Va' a prenderne una e degli stracci di lana.


XIX.

Momenti terribili.


Roberto non era ancora tornato che già il dottore aveva aperti gli occhi.

Vedendo sopra di sé Michele e padron Vincenzo sorrise ad entrambi, poi facendo uno sforzo tese loro le mani, mormorando con voce ancora semispenta:

– Grazie... bravi... amici...

– Ah! Dottore! – gridò il lupo di mare che piangeva e rideva ad un tempo. – Temevo di non ritrovarvi più! Gran Dio! Quante angosce ho provato in questo quarto d'ora. Come state? [p. 157 modifica]

Il signor Bandi aprì le labbra, mormorando:

– Mi sento debole... amico.

Poi non scorgendo il giovane pescatore, riprese:

– E Roberto?

– Sta per venire.

– Salvi tutti?

– Tutti, dottore.

Il giovane pescatore era allora giunto. Padron Vincenzo ruppe il collo alla bottiglia e fece bere al dottore alcuni sorsi di rhum, poi inzuppati alcuni stracci di lana gli strofinò il corpo.

– Grazie, Vincenzo – disse il signor Bandi. – Fate una fatica inutile, comincio a sentirmi bene.

– Voi siete ancora assai debole.

– Bah! Passerà presto tutto.

– Dovete aver urtato contro le rocce del bacino.

– È vero, Vincenzo. Ho creduto proprio d'andarmene all'altro mondo senza vedervi.

– Ci racconterete come è andata la cosa.

– Non lo so nemmeno io, amici. Mi sono sentito scaraventare contro delle rocce che dovevano trovarsi sotto la cascata, poi travolgere dalle onde, poi più nulla.

– Eppure vi abbiamo trovato sulla spiaggia – disse Michele.

– Forse vi sono stato spinto dal flusso o vi sono giunto nuotando macchinalmente.

– Avete corso un brutto pericolo, dottore – disse padron Vincenzo. – Se le forze vi tradivano prima o l'onda non vi spingeva verso la riva, a quest'ora sareste nel canale e certamente non più vivo.

– È vero, Vincenzo. Avete trovato le nostre casse?

– Sì, vi sono tutte – rispose Roberto.

– Anche la zattera dello slavo?

– È ancora arenata sulla sponda.

– Una vera fortuna per noi. Temevo che l'alta marea, durante la nostra assenza, avesse portato via ogni cosa.

– Anch'io avevo questo dubbio, dottore – rispose padron Vincenzo. – Volete venire all'accampamento? Io credo che una buona colazione vi rimetterà in gambe meglio di qualsiasi cerotto.

– L'appetito non mi manca, Vincenzo – disse il signor Bandi, sorridendo. – Faremo colazione, poi ci riposeremo alcune ore. Abbiamo tutti bisogno d'un bel sonno.

Si alzò aiutato dai compagni ed appoggiatosi al robusto braccio del lupo di mare, si diresse verso il piccolo seno che serviva di rifugio alla zattera dello slavo.

Giunto colà si sedette su una delle casse, mentre i pescatori allestivano rapidamente la colazione servendosi di due lampade ad alcool.

Quel pasto fu divorato in pochi minuti, innaffiandolo coll'ultima bottiglia di Valpolicella. [p. 158 modifica]

– Possiamo sacrificarla senza troppo dolercene – disse il dottore. – Ritengo d'altronde che questo pasto sia uno degli ultimi.

– E perché dottore? – chiese padron Vincenzo.

– Perché non dobbiamo essere molto lontani dalla Spezia. Calcolavo poco fa, approssimativamente le miglia percorse e se non mi sono ingannato di molto, non dobbiamo distare più di dieci o quindici miglia.

– Ammettiamone anche trenta – disse padron Vincenzo. – Cosa sono per noi? Domani forse vedremo il mare. Vorrei però sapere dove sboccheremo.

– Nel golfo della Spezia.

– Proprio nel golfo? – chiese il lupo di mare, con stupore.

– Presso la punta Maralunga, così almeno segnava il documento del capitano Gottardi.

– A poca distanza da Lerici allora?

– Così sembra.

– Vi è una cosa che mi sorprende.

– E quale, Vincenzo.

– Come nessuno si è mai accorto dello sbocco del canale in quei pressi?

– Io dubito che il tunnel sbocchi apertamente. Se così non fosse i pescatori del golfo l'avrebbero già scoperto.

– Sono curioso di giungere all'estremità del canale.

– Ed io non meno di te, Vincenzo. Orsù una buona dormita poi cercheremo di fabbricarci una zattera un po' più vasta.

Si stesero l'uno accanto all'altro, in mezzo alle casse ed ai barili disposti in cerchio e dopo essersi augurata la buona notte s'addormentarono quasi subito.

Nessun avvenimento venne a turbare il loro sonno il quale si protrasse a lungo.

Svegliatisi dopo una diecina d'ore, si misero alacremente all'opera per ingrandire la zattera dello slavo.

Possedevano sette casse e cinque barili, potevano quindi costruirsi un galleggiante capace di sorreggerli e di permettere loro di traversare l'ultimo tratto di canale.

Avendo portato con loro dei chiodi e delle corde, spezzarono le casse ed ingrandirono la piattaforma della zattera, mettendovi all'intorno i barili onde maggiormente sorreggerla.

Le vesti, i viveri, le torce furono ammucchiate nel centro della piattaforma e l'acqua dolce rinchiusa in cinque bottiglie, provvista sufficiente per un paio di giorni, cioè più del necessario.

Poche ore dopo, i quattro esploratori abbandonavano la miniera, tornando nel canale.

La zattera era bastante per sorreggerli, però la più piccola ondata non avrebbe avuto alcuna difficoltà a spazzare la piattaforma, tanto questa si trovava immersa. Fortunatamente fino allo sbocco del tunnel non vi erano da temere colpi di mare.

Avendo trovato la marea che scendeva, il galleggiante si mise a filare [p. 159 modifica]verso l'uscita del tunnel con una velocità però molto scarsa, forse di due miglia all'ora.

– Possiamo accontentarci – disse il signor Bandi. – Già non dobbiamo essere molto lontani dallo sbocco.

Per tre ore continuarono a scendere, poi si trovarono immobilizzati. La marea stava per cambiare, era quindi necessario ricorrere ai remi.

Quel cambiamento del flusso, provocò un'ondata piuttosto alta, la quale fece rollare vivamente l'apparecchio, minacciando di scagliarlo contro l'una o l'altra delle parti, però quel pericolo fu evitato a tempo. La discesa fu ripresa coi remi.

La galleria si mostrava anche in quell'ultima sua parte, sempre eguale. Le sue pareti anzi erano meglio lavorate, più lisce e di quando in quando, a destra od a sinistra, gli esploratori trovavano delle profonde escavazioni destinate senza dubbio a servire di ricovero alle navi che potevano incontrarsi.

Navigavano da un paio d'ore, avanzando molto lentamente in causa della corrente contraria, quando padron Vincenzo, che si trovava a prora, mandò una esclamazione di stupore.

– Cosa avete Vincenzo? – chiese il dottore.

– Una nave – esclamò il lupo di mare.

– Una nave? Sognate, Vincenzo?

– No, per centomila merluzzi!

– Ma dov'è?

– Guardate, là, entro quell'escavazione.

Il dottore si volse vivamente e alla luce delle due torce che erano state piantate nel centro della zattera, scorse entro una specie di caverna una massa enorme galleggiante sulle acque del canale.

– Sembra un pontone – disse. – Accostiamolo, amici.

Con pochi colpi di remo spinsero la zattera entro quell'ampia caverna e fecero il giro del galleggiante. Si trattava d'una vecchia galera, priva dell'alberatura, colla prora e colla poppa altissime e ancora ben conservata quantunque dovesse contare parecchi secoli d'esistenza.

Avendo trovato sul tribordo una scaletta di corda, il dottore e padron Vincenzo vi si issarono, mettendo piede sulla tolda.

Quell'antico vascello, probabilmente condotto colà dal capitano Gottardi, misurava circa quaranta metri da prora a poppa e nove da babordo a tribordo.

Era di forma massiccia costruita in quercia e vi si vedevano ancora i buchi che dovevano aver servito per gli alberi.

Dispersi pel ponte si vedevano picconi, mazze, zappe, badili, botti, secchi vuoti, recipienti di ferro che dovevano aver contenuto della polvere da mine, poi delle armi arrugginite, scudi, spadoni ed alcune vecchie armature d'acciaio.

Nella sentina v'eran pure molti attrezzi da minatori e una grande quantità di legname e di materiali da costruzione.

Nella sentina invece vi era molta acqua. Il legname della nave, corroso dal tempo, doveva aver ceduto e l'acqua era filtrata.

– Mi stupisce come questa nave non sia affondata – disse il dottore. [p. 160 modifica]

– La spiegazione è facile, signor Bandi – rispose padron Vincenzo.

– Vuoi dire?

– Che questa vecchia galera è arenata.

– Lo credi?

– Per Bacco! È immobile.

– Questo legno deve aver servito di magazzino agli uomini del capitano Gottardi.

– Certamente dottore.

– E questo incontro mi fa supporre una cosa.

– Quale dottore?

– Che l'uscita del canale non sia lontana.

– Vi è però una cosa che mi stupisce, signor Bandi.

– E quale, Vincenzo? – chiese il dottore.

– Se questa vecchia galera è stata spinta fino qui, l'uscita della galleria deve essere ampia.

– Certamente.

– E come può essere sfuggita ai pescatori ed ai naviganti del golfo della Spezia e per tanti secoli?

– Anch'io mi sono fatto questa domanda, Vincenzo. Si può supporre però una cosa.

– Che la galleria sia franata verso l'imboccatura?

– O che sia stata rovinata appositamente per impedire di venire scoperta prima di essere ultimata – disse il dottore. – D'altronde spero che fra poco noi lo sapremo.

– Dottore, possiamo utilizzare un po' di questo legname, per ingrandire la nostra zattera.

Chiamarono Michele e Roberto e unendo le loro forze gettarono in acqua alcune travi e parecchi barili vuoti, unendo le une e gli altri alla zattera.

Ingrandito il loro galleggiante, abbandonarono la vecchia galera e ripresero il viaggio inoltrandosi lentamente sotto le infinite e tenebrose vôlte della galleria.

La certezza di essere ormai quasi prossimi alla fine del loro viaggio, aumentava di minuto in minuto.

Osservando le acque trovavano di frequente degli ammassi di alghe strappate dalle rive del golfo e portate colà dall'alta marea e anche dei pezzi di legname, dei sugheri adoperati dai pescatori e perfino delle scatole di latta le quali urtandosi producevano dei rumori strani.

Sì, lo sbocco del canale non doveva essere lontano, almeno tale era la convinzione degli audaci esploratori.

Un quarto d'ora era così trascorso, quando gli orecchi di padron Vincenzo furono improvvisamente colpiti da un cupo rombo che pareva venisse non dinanzi a loro, bensì dall'opposta estremità del canale.

– Cos'è questo? – si chiese egli con ansietà. – Si direbbe che nel sottosuolo è avvenuto qualche sprofondamento o qualche formidabile scoppio.

– Una scossa di terremoto? – disse il dottore. [p. 161 modifica] [p. 162 modifica] [p. 163 modifica]

– Che sia scoppiato il vulcano?

– Chi può dirlo?

– Toh! Un altro rombo!

– L'ho udito anch'io, Vincenzo.

– Questa cosa m'inquieta, dottore.

– Anch'io non sono tranquillo.

– Che debba succedere una catastrofe ora che siamo così prossimi all'uscita del canale.

– Confidiamo in Dio, Vincenzo.

In quel momento un rombo più forte, più intenso degli altri due, si fece udire negli strati sotterranei accompagnato da un lontano scoppio.

Alcuni pezzi di roccia staccatisi dalle vôlte del canale, piombarono in acqua sollevando delle piccole onde.

I quattro esploratori si guardarono l'un l'altro con ispavento.

– Corriamo il rischio di farci schiacciare – disse padron Vincenzo.

– Volete un consiglio, amici – disse il dottore.

– Parlate signor Bandi – dissero i tre pescatori.

– Torniamo indietro e senza perdere tempo.

– E dove andremo?

– A cercare un rifugio nel vascello. Temo che succeda qualche tremenda scossa.

– Saremo sicuri lassù? – chiese Roberto.

– Stupido! Forse che non v'è la stiva? Almeno il ponte ci difenderà dai macigni che possono cadere – disse Vincenzo.

– Andiamo, amici – disse il dottore. – Non perdiamo tempo.

I quattro esploratori diedero mano ai remi e tornarono precipitosamente, arrancando con furore.

I boati intanto continuavano, correndo da levante a ponente e dalla vôlta si staccavano sempre dei pezzi di roccia e frammenti di rivestimento.

Qualche pezzo, fortunatamente piccolo, era già caduto sulla zattera.

Cominciavano già a distinguere l'enorme massa della galea, quando un rombo più formidabile degli altri, scosse terribilmente le pareti del canale, facendole franare in alcuni luoghi. Un'onda spumeggiante, prodotta dall'inabissarsi di quei rottami, investì la zattera spazzandola da poppa a prora e spingendo in acqua Michele e Roberto.

– Per centomila merluzzi! – gridò Vincenzo, afferrando il dottore che stava per seguire i suoi compagni. – Stiamo per annegare tutti?

Afferrò il remo e lo spinse in acqua, gridando ai suoi compagni:

– Aggrappatevi!

– È inutile – risposero i due pescatori che si erano messi a nuotare verso il vascello.

Michele aveva trovato una fune che pendeva dal castello di prora e vi s'era aggrappato, gridando al compagno:

– Qui, Roberto, presto, saliamo.

Poi radunando le sue forze s'era messo ad arrampicarsi con un'agilità [p. 164 modifica]sorprendente. Bastarono tre secondi per trovarsi a cavalcioni sulla murata.

Intanto la zattera, vivamente sballottata dalle contro-ondate, era pure stata spinta verso la vecchia galea.

– Ohe! Michele! Una fune! – aveva gridato padron Vincenzo, il quale si era impadronito delle bottiglie d'acqua dolce e di alcuni viveri.

– Eccomi, padrone! – rispose il pescatore.

Sul ponte della nave le funi non mancavano. Con pochi colpi di coltello ne staccò una e la gettò destramente a Vincenzo il quale la prese al volo.

– Salite, dottore – disse il pescatore.

– Datemi una lampada! – rispose il signor Bandi.

Padron Vincenzo stava per obbedire quando una seconda ondata, più mostruosa della prima, si rovesciò sulla zattera.

Egli ebbe appena il tempo di aggrapparsi al dottore che s'era già stretto alla fune. Il galleggiante gli mancò sotto i piedi scomparendo sotto le tenebrose vôlte della galleria.

– Mille merluzzi! – urlò. – Siamo perduti!

– Padrone! Dottore! – gridarono Michele e Roberto con angoscia. – Dove siete?

– Siamo appesi alla fune! – rispose il signor Bandi. – Tenete fermo.

– E la zattera?

– Scomparsa – rispose padron Vincenzo.

– Non importa – disse il signor Bandi. – Penseremo più tardi a ritrovarla.

– Siamo senza lampada, dottore.

– La legna non manca più. Presto, Vincenzo, salite.

– A voi prima.

Il dottore si appoggiò alla fune e quantunque l'acqua lo avesse reso pesantissimo e non fosse più abituato a quella manovra, riuscì a giungere sul ponte della galera.

Padron Vincenzo lo aveva quasi subito raggiunto.

– Nella stiva! – gridò il dottore.

– Aspettate, dottore – disse padron Vincenzo. – Udite?

Dei muggiti spaventevoli salivano dal canale. Pareva che un'onda immensa s'avanzasse, tutto spazzando sul suo passaggio.

– Cos'è questo? – chiesero Roberto e Michele, impallidendo.

– È un'onda che monta – rispose padron Vincenzo. – Io non m'inganno.

– Che sia crollata la vôlta della galleria? – chiese Michele.

– Attenti! – gridò Vincenzo.

I muggiti s'avvicinavano con spaventevole velocità. I tre pescatori e perfino il dottore, spaventati da quel pericolo del quale non potevano conoscerne la portata, si erano istintivamente stretti attorno ad un argano, aggrappandovisi colla forza della disperazione.

– Padrone! Dottore! Ho paura! – disse Roberto. [p. 165 modifica]

– Non abbandonatevi – rispose il signor Bandi. – Coraggio!

Un momento dopo un turbine d'acqua si rovesciava, con mille muggiti, addosso al vecchio legno.

Lo scafo, violentemente sollevato da quel banco su cui riposava da tanti secoli, oscillò spaventosamente inalberandosi come un cavallo sotto lo sprone del cavaliere, poi ricadde sull'onda con un cupo fracasso.

Per alcuni istanti la galera, trascinata a casaccio, rollò e beccheggiò, poi andò a urtare violentemente contro una delle due pareti, fracassandosi una delle murate.

– Galleggiamo! – gridò Michele.

– E forse stiamo anche per affondare – disse padron Vincenzo. – Dottore, del fuoco o noi siamo perduti!

– Cercate delle corde incatramate – rispose il signor Bandi.

I tre pescatori non ostante le continue oscillazioni del vecchio vascello e gli urti incessanti, si sparsero pel ponte e cercando a casaccio riuscirono a raccogliere delle funi.

Il dottor Bandi accese un zolfanello e vi diede fuoco.

Essendo imbevute di catrame, una fiamma abbastanza viva s'alzò, illuminando la galleria e la tolda del legno.

A quella luce s'accorsero che la galera era andata a urtare contro la parete sinistra. Una parte della sua murata e anche alcuni corbetti superiori, dall'impeto avevano ceduto, però pel momento non vi era alcun pericolo di affondare.

– Possiamo sperare di aver salvata la pelle – disse padron Vincenzo. – Cosa sarà accaduto, dottore?

– Una poderosa scossa di terremoto – rispose il signor Bandi.

– E quell'onda mostruosa che sia stata prodotta dalla scossa?

– Temo qualche cosa di peggio.

– Volete dire?

– Che la galleria deve essere franata.

– Da che cosa lo arguite?...

– Una scossa, per quanto forte, non sarebbe stata bastante per rovesciare attraverso il canale quella massa d'acqua.

– Voi dunque dite?...

– Che è stata prodotta dall'inabissarsi d'una massa enorme di materiali.

– Mille merluzzi!... D'onde veniva?...

– Dallo sbocco della galleria.

– Che siamo rimasti prigionieri?

– Io non lo so, tuttavia sono molto inquieto, Vincenzo.

– Bisognerebbe esplorare la galleria.

– È quello che faremo appena l'acqua si sarà calmata.

– Non abbiamo più la zattera, dottore – osservò Michele.

– Poco importa. Il legname non scarseggia qui... Questo vascello è a nostra disposizione e ci darà tanto materiale da costruire cinquanta zattere. [p. 166 modifica]Aspettiamo per vedere se le scosse si rinnoveranno poi ce ne andremo.

– Mi pare che l'acqua si tranquillizzi – disse padron Vincenzo. – Fra una mezz'ora tutto sarà finito.

– Può avvenire un'altra scossa, Vincenzo.

– Non odo più alcun boato.

– Non fidiamoci. Intanto visiteremo meglio la stiva della galera.

– Cosa sperate di trovare?...

– Qualche lampada o qualche torcia. È impossibile che non ve ne siano.

– Andiamo, dottore. Vi sono qui delle funi incatramate che ci serviranno pel momento.

– Che Michele e Roberto rimangano qui a vegliare e ad alimentare il fuoco. Badate però che non scoppi qualche incendio.

– Contate su di noi, dottore – risposero i due pescatori.

Il signor Bandi ed il pescatore scesero nella stiva cominciando le loro ricerche.

La cosa non era però facile essendovi molti materiali che bisognava smuovere e moltissime botti parte semivuote ed altre piene di cemento e di calce.

Il dottore e padron Vincenzo, prima di accingersi a quella difficile e faticosissima impresa, passarono nel quadro di poppa, pensando che là forse avevano maggiori probabilità di trovare qualche lampada o qualche cosa di simile.

Le cabine erano tutte sottosopra e del pari ingombre di materiali, di vanghe, di zappe, di casse sfondate e di botti sventrate.

Guardarono in alto, sperando di veder pendere qualche lampada, inutilmente però. Una parte del soffitto era caduto e forse i lumi s'erano spezzati od erano stati portati via dai lavoranti della galleria.

– Per centomila merluzzi!... – esclamò padron Vincenzo. – È una cosa incredibile!... Che facessero a meno dell'illuminazione quegli uomini? Bah!... Rimedieremo egualmente, dottore.

– In quale modo?

– Non sentite questa puzza di catrame?

– Sì.

– Vi deve essere qualche barile, dietro a quei sacchi.

– E cosa vorresti farne?

– Per Bacco!... Si mette dentro una fune e si accende. Invece d'una lampada avremo un piccolo sole.

Rimosse i sacchi e allungò lestamente le mani levando trionfalmente due secchie di metallo ripiene di catrame.

– Ecco due lampade superbe – disse. – Abbiamo quindici o sedici chilogrammi di materia ardente che ci procurerà una bella luce.

– Vi sono altre secchie, Vincenzo?

– No, dottore. Ritengo che queste ci basteranno per giungere fino al golfo di Spezia.

– Sì, se non troviamo degli ostacoli.

– Quali, signor Bandi. [p. 167 modifica]

– Lo sapremo più tardi.

– Voi avete una qualche grave preoccupazione.

– È vero, Vincenzo.

– Dite su; volete tenermi sulle spine?

– Abbiate un po' di pazienza. Saliamo, Vincenzo.

Lasciarono il quadro portando con loro le due preziose secchie e raggiunsero i compagni. Erano appena saliti in coperta, quando Michele mosse loro incontro, dicendo con una certa emozione:

– Signor Bandi, ho osservato una cosa molto strana.

– Quale?

– Che la nave si è molto alzata verso la vôlta.

– Che si sia alleggerita da sé? – disse padron Vincenzo. – Noi non abbiamo gettato alcun carico nel canale.

– Eppure guardate, padrone – disse Roberto. – La nave quasi tocca la vôlta, mentre prima la punta del castello distava almeno un paio di metri.

– Vediamo – disse il dottore.

Prese la corda incatramata e si curvò sulla murata, guardando l'acqua ed il tribordo sulla galera.

– Quello che temevo è avvenuto – disse poi, con emozione.

– Volete dire? – chiese padron Vincenzo che lo guardava fisso.

– Che non è la nave che si è alzata per alleggerimento del suo carico.

– Lo credo.

– Si è però innalzata l'acqua.

– Mille pescicani!... Voi dite?...

– Che fra poco le murate della nave toccheranno la vôlta.

– Come spiegate questo aumento d'acqua?...

– In un modo solo.

– Ossia?...

– Una qualche frana, prodotta dall'ultima scossa di terremoto, deve essere caduta, otturando il canale.

– Dottore!... Volete spaventarci?... – chiese padron Vincenzo che era diventato pallidissimo.

– Vorrei invece incoraggiarvi.

– Allora noi siamo prigionieri!...

– Lo temo, miei poveri compagni.

– La frana deve essere avvenuta verso lo sbocco del canale.

– Sì, Vincenzo. L'onda che s'è precipitata su di noi, veniva da ponente.

– Cosa accadrà ora di noi? E stavamo per trionfare!

– Non disperiamo ancora, Vincenzo – disse il dottore. – Una frana, forse enorme, deve essere caduta, però qualche passaggio può esistere. E poi non credo che l'acqua monti tanto da affogarci. Uno sbocco, sia pure piccolo, deve esistere anche dalla parte dell'Adriatico, ve lo ricordate?

– Sì, dottore. [p. 168 modifica]

– La marea forse ora monta e l'equilibrio non può stabilirsi tutto d'un tratto, ma fra qualche ora queste acque cominceranno a scemare.

– E se la frana avesse otturato tutto il canale?...

– Vi sono qui vanghe e zappe in abbondanza e colla pazienza riusciremo ad aprirci un passaggio.

– Colla pazienza!... E non avete pensato ad un altro pericolo che ci minaccia da vicino.

– A quale, Vincenzo?...

– Alla sete. Noi non abbiamo che cinque bottiglie d'acqua.

– E pochissimi viveri – aggiunse Michele. – Ne avremo per tre o quattro giorni solo e mettendoci a razione.

– Non disperiamo prima del tempo, amici. Noi non abbiamo ancora visitata la frana, quindi aspettiamo prima di desolarci. Animo, costruiamo una nuova zattera e andiamo a vedere se possiamo trovare qualche passaggio.

I tre pescatori, rianimati dalle parole del dottore, si misero subito all'opera.

Avendo trovata una scure fra i diversi attrezzi che ingombravano la stiva, demolirono le murate della galleria ed una parte del cassero per procurarsi il legname necessario alla costruzione.

Ciò fatto vuotarono alcune botti per rendere la zattera più galleggiante e le gettarono in acqua dopo d'averle legate le une alle altre.

Padron Vincenzo, immersa una fune in uno dei due secchi ripieni di catrame, vi diede fuoco, illuminando il canale, onde permettere a Michele ed a Roberto, che erano saltati in acqua, di lavorare più rapidamente.

Bastarono due ore per allestire il galleggiante.

Durante quel tempo, l'acqua del canale era sempre aumentata innalzando la galera al punto che le sue più alte estremità toccavano ormai la vôlta.

– Andiamo – disse il dottore, quando tutto fu pronto. – Sono impaziente di giungere alla frana.

Portarono con loro le bottiglie d'acqua, i pochi viveri ed i due secchi di catrame e s'imbarcarono.

– Addio, vecchia galea – disse padron Vincenzo. – Tu non uscirai più dalla tua prigione.

– Finirà collo sfasciarsi – disse il signor Bandi. – Le maree la getteranno contro le pareti del canale e la fracasseranno.

– Sarà un grave ingombro pei navigatori del canale.

– Bah!... Una cartuccia di dinamite sarà sufficiente a farla saltare.

Diedero mano ai remi e spinsero innanzi il galleggiante.

Le scosse di terremoto avevano danneggiato, e non lievemente, le vôlte della galleria e anche le pareti.

Dei larghi crepacci, si scorgevano dovunque e si vedevano anche delle grosse rocce in pericolo di capitombolare.

– Guardate in alto – disse il dottore. – Da un momento all'altro può avvenire qualche altra scossa e rovesciarci sulla testa dei proiettili tali da sfondarci la zucca. [p. 169 modifica]

– Non ci mancherebbe che questa per compiere l'opera – rispose padron Vincenzo. – Se avessi saputo prima che la galleria era stata ridotta in così pessimo stato, avrei prese delle precauzioni.

– Che cosa avreste fatto, Vincenzo?

– Avrei costruito un secondo ponte per difendere le nostre teste.

In quel momento a prora avvenne un urto così violento da mandare i quattro esploratori a gambe levate.

– Uno scoglio? – chiese padron Vincenzo, rialzandosi prontamente.

– Un ingombro – rispose Michele, che si era spinto a prora.

Il dottore guardò in alto e vide che un tratto enorme della vôlta era precipitato, lasciando un vuoto immenso.

– Adagio, amici – disse. – Qualche nuova frana può avvenire.

– Ed il canale comincia a diventare ingombro – disse padron Vincenzo. – Il passaggio non sarà facile.

– A sinistra mi pare che vi sia acqua sufficiente – osservò Michele.

– E più innanzi la galleria è chiusa – gridò Roberto.

– La frana? – chiese il dottore.

– Silenzio!... – disse padron Vincenzo. – Odo un gorgoglìo laggiù.

Tutti tesero gli orecchi.

Cinquanta passi più innanzi s'udiva l'acqua a muggire e scrosciare come se precipitasse attraverso a dei stretti passaggi.

– Udite? – chiese padron Vincenzo.

– Sì – rispose il dottore.

– La frana è là.

– Ai remi amici e guardate in alto, se non volete venire schiacciati.

Avendo trovato sulla loro destra un passaggio, spinsero la zattera da quella parte e girarono l'ostacolo costituito da un ammasso di macigni precipitati dall'alto.

Percorsi quaranta o cinquanta passi essi si trovarono dinanzi ad un ammasso enorme di pietre e di rocce il quale otturava completamente la galleria.

– Non si può andare più innanzi – disse Roberto che si trovava a prora.

– Vediamo – disse il dottore. – Chissà che qualche passaggio esista.

– Per noi forse, non per la nostra zattera.

– Si può scioglierla e ricostruirla poi. Fortunatamente non abbiamo una scialuppa invece di questa zattera. Fammi un po' di luce, Roberto.

Il giovane pescatore prese la secchia ripiena di catrame e l'alzò, proiettando la fiamma sulla frana. [p. 170 modifica]

XX.

La frana.


Le poderose scosse di terremoto, avevano prodotto in quel luogo un vero disastro.

Le vôlte, spaccate, erano diroccate violentemente trascinando con loro gli strati superiori del suolo e quella massa enorme di terra e di macigni, aveva ostruito completamente il passaggio, tagliando a metà le acque del canale.

Forse lateralmente, al di sotto del pelo d'acqua, qualche passaggio era rimasto, udendosi verso le pareti dei gorgoglìi, ma doveva essere così ristretto da non permettere agli esploratori di poterne approfittare.

– Siamo bloccati – aveva esclamato padron Vincenzo. – Cosa faremo noi ora?

– La cosa è grave, non ve la nascondo, – rispose il dottore, – però credo che non rimarremo a lungo prigionieri.

– Volete tentare di aprire una galleria?

– Sì, Vincenzo, e senza perdere tempo. Io temo che l'acqua ci possa venire a mancare, possedendone noi pochissima.

– E l'aria? Essendo la comunicazione tagliata, non entrerà più.

– Non temere che noi possiamo morire asfissiati. L'aria può filtrare egualmente e poi ve ne sarà sempre in abbondanza qui.

– Che sia molto estesa questa frana? – chiese Michele.

– Ecco quello che non possiamo sapere – rispose il dottore.

– Una domanda, signore – disse Roberto.

– Parla liberamente.

– Potremo scavare una galleria?

– E perché no?

– Questa massa di terreno non ci crollerà addosso?

– È possibile, pure non vi è altra via da tentare. Scaveremo con prudenza e non ci inoltreremo se non saremo ben certi del nostro lavoro.

– Che sia meglio attaccare la frana in alto o abbasso.

– Verso le vôlte, Vincenzo.

– E la zattera?

– La scioglieremo per ricostruirla poi al di là della frana. Sarà un lavoro lungo e faticoso, ma noi siamo uomini da non indietreggiare.

– E poi si tratta della pelle – disse Michele. – Quando vi è l'esistenza in giuoco non si guarda ai sacrifici. [p. 171 modifica]

– Dottore – disse padron Vincenzo. – Affrettiamoci o noi verremo alle prese colla fame e colla sete.

Il signor Bandi esaminò la frana su tutta la sua fronte per scegliere il punto migliore, quindi sbarcò e arrampicatosi sulle rocce accumulate insieme al terriccio, giunse presso la vôlta.

Avendo osservato che un masso enorme, composto di tufo, si appoggiava solidamente ai massi inferiori, lo mostrò ai suoi amici, dicendo:

– Assaliremo questo.

– Sarà molto più duro della terra – osservò padron Vincenzo.

– Questo è vero, ma avremo il vantaggio di non vederci crollare addosso la galleria da noi scavata. Impiegheremo doppio tempo, però lavoreremo con maggior sicurezza.

– Quale spessore avrà questa rupe?

– Lo sapremo domani o posdomani.

– Che si spinga fino dall'altro lato del canale?

– Lo spero. Mano ai picconi, amici e forza di braccio.

Per non esaurirsi tutti in una volta e non potendo d'altronde lavorare tutti uniti, si divisero.

Michele e padron Vincenzo, i due più robusti s'incaricarono della prima ora di lavoro; il dottore e Roberto dovevano poi surrogarli e nel frattempo sciogliere la zattera.

I due pescatori, dopo d'aver osservata attentamente la vôlta onde evitare di venire schiacciati da qualche masso male equilibrato, afferrarono i picconi e si diedero a battere la gran rupe con vero furore, facendo saltare a destra ed a manca degli scheggioni del peso di qualche chilogrammo.

Fortunatamente quel tufo era di qualità friabilissima, sicché i picconi avevano buon giuoco. In una diecina d'ore potevano aprire una galleria di mezza dozzina di metri e fors'anche di più.

Dopo la prima ora, il dottore e Roberto surrogarono i due lavoratori, assalendo anche essi la rupe con grande energia.

Per otto ore continue i quattro esploratori batterono la rupe, poi stanchi, trafelati, sostarono per mangiare un boccone.

Il tunnel scavato era già molto innanzi, però non pareva che fosse al termine, anzi, la roccia aveva dato un suono così sordo da far disperare padron Vincenzo.

– Ne avremo per molto, temo – disse al dottore. – Eppure abbiamo lavorato meglio dei minatori.

– Non perdiamoci di coraggio, amico. Colla pazienza si arriva dappertutto.

– Ebbene sono assai inquieto, dottore. Non abbiamo che tre litri d'acqua, avendone consumati già due.

– La economizzeremo, Vincenzo.

Terminata la cena si rimisero al lavoro con novello vigore, addentrandosi nella galleria. Il secchio di catrame era stato portato presso l'imboccatura onde i lavoratori potessero vederci, però il fumo che sprigionava quella torcia primitiva dava non poco fastidio a tutti. [p. 172 modifica]

Tuttavia per altre otto ore continuarono a picchiare la grande rupe. Alla nona, quando già avevano scavati altri cinque metri, trovarono improvvisamente uno strato di terra misto a sassi di dimensioni non comuni.

– La rupe è stata attraversata – disse padron Vincenzo.

– Si ode nulla? – chiese il dottore.

Il pescatore appoggiò un orecchio allo strato ed ascoltò con profondo raccoglimento.

– Nulla – disse poi.

– Non udite il mormorìo delle onde?

– No, dottore.

Il signor Bandi fece un gesto di scoraggiamento.

– Ciò vuol dire che la frana ha uno spessore enorme – mormorò.

– Che cosa facciamo, dottore? – chiesero i tre pescatori.

– Bisogna continuare il lavoro o noi morremo tutti.

– Resisterà questo terreno? – chiese padron Vincenzo. – Mi pare molto friabile.

– Tentiamo.

Padron Vincenzo e Michele, quantunque fossero esausti, afferrarono i picconi e cominciarono ad assalire lo strato, levando uno ad uno i massi che incontravano.

Il dottore e Roberto colle pale ritiravano la terra e la portavano fuor della galleria, precipitandola nel canale.

Pareva da principio che tutto dovesse andare bene. Ad un tratto però, quando padron Vincenzo e Michele si erano inoltrati d'un paio di metri, la vôlta della galleria cominciò a franare.

Ebbero appena il tempo di uscire. Un istante dopo una valanga di terriccio e di massi precipitava con grande impeto, distruggendo quel lavoro che aveva costato due ore di fatiche.

– Mille merluzzi! – esclamò padron Vincenzo, che era scampato miracolosamente al pericolo. – Un momento di ritardo e noi eravamo impacchettati nel suolo. Noi siamo proprio disgraziati, dottore. Tutto congiura contro di noi.

– O meglio siamo stati imprudenti – rispose il signor Bandi – Dovevamo prevedere questa catastrofe.

– Vi dico che non si farà nulla, dottore. Il terreno non ha consistenza.

– Anche nella miniera talvolta franano le vôlte, eppure i minatori non s'arrestano.

– Come fare allora?

– Puntelleremo la vôlta.

– Con che cosa?

– Forse che non abbiamo il legname della zattera?

– E dopo?

– Vuoi dire?

– La zattera ci sarà necessaria per navigare.

– Ritireremo i puntelli finché potremo. Del legname ne abbiamo in [p. 173 modifica]abbondanza, Vincenzo. Coraggio amici, non è il momento d'indietreggiare.

Durante lo scavo della prima galleria, Roberto aveva già sciolto la zattera ed il legname era stato messo al sicuro, sul fianco della frana.

I tre pescatori trasportarono le tavole e le traverse fino presso la vôlta del canale poi nella galleria ed il lavoro fu ripreso con novello vigore. Mentre padron Vincenzo e Michele tornavano a scavare, il dottore e Roberto s'affrettavano a collocare le traverse ed a puntellarle.

Essendo necessario molto legname, anche le botti erano state sfondate per poter utilizzare le doghe.

Dopo qualche ora padron Vincenzo s'avvide del felice successo ottenuto con quel sistema usato dai minatori di carbon fossile. Le vôlte non franavano più e permettevano di spingere il lavoro con maggior alacrità, senza poi contare la maggior sicurezza.

Dopo altre tre ore, la nuova galleria era stata approfondita di altri quattro metri e senza che cadesse una sola palata di terra.

La stanchezza costrinse ben presto i lavoranti a sospendere l'escavazione. Da più di venti ore non avevano chiusi gli occhi un solo momento e non si reggevano più in piedi.

Trovato un piccolo spazio quasi piano si lasciarono cadere al suolo, addormentandosi di colpo.

Quanto durò quel sonno? Era impossibile a saperlo.

Mangiati pochi biscotti quando si svegliarono, e vuotata una scatoletta di tonno, ritornarono nella seconda galleria colla speranza di poter finalmente attraversare la frana e giungere nel canale.

Stavano per intaccare il terreno, quando un rombo sordo si propagò attraverso gli strati del suolo.

I quattro esploratori si guardarono in viso l'un l'altro, con terrore.

– Ancora il terremoto? – chiesero Michele e Roberto, con voce angosciata.

– Ma no – disse padron Vincenzo. – Questo rombo mi parve ben diverso dall'altro. Cosa dite dottore?

Il signor Bandi invece di rispondere aveva appoggiato un orecchio al suolo e ascoltava con grande attenzione.

Un secondo, poi un terzo, indi un quarto rombo si fecero udire a brevissima distanza l'uno dall'altro.

– Amici! – esclamò il dottore, con accento giulivo. – Non sapete da che cosa prevengono questi rombi lontani?

– Annunciano una nuova scossa, è vero signore? – chiese Roberto.

– No, miei amici! Sono colpi di cannone!

– Di cannone! – esclamarono tutti, con stupore.

– Sì – riconfermò il dottore.

– Ma allora noi siamo presso il golfo! – esclamò padron Vincenzo.

– Certamente e forse noi ci troviamo ora sotto le fortificazioni della città. Non udite che questi colpi prevengono dall'alto? Forse il franamento ha lasciato qualche fessura comunicante colla superficie del suolo ed il rimbombo dei cannoni si ripercuote fino a noi. [p. 174 modifica]

– Mille milioni di merluzzi e di pescicani! – esclamò padron Vincenzo. – Giacché sappiamo ora di essere così vicini al golfo, buttiamo giù subito questa dannata frana e scendiamo dall'altra parte.

– Adagio, Vincenzo. Non commettiamo delle imprudenze; una nuova frana può avvenire e seppellirci tutti.

– Sono impaziente di andarmene.

– Io non lo sono meno di voi, Vincenzo.

– Ricominciamo?

– Sì, però procediamo adagio. Quanti metri abbiamo scavato?

– Sei, dottore – rispose Michele.

– Siamo già molto innanzi.

– Ma quanto ci mancherà ancora? – chiese padron Vincenzo.

– Possiamo assaggiare il terreno. Abbiamo un lungo palo fra le tavole della zattera.

– Sì, dottore.

– Andatelo a prendere.

Roberto uscì dalla galleria aperta nella rupe e poco dopo entrava portando un pennoncino della lunghezza di cinque metri.

– Facciamo una punta – disse il dottore.

Padron Vincenzo con pochi colpi di scure la aguzzò ad una estremità poi i quattro esploratori, unendo i loro sforzi, lo cacciarono orizzontalmente nella massa di terra, battendo l'altra estremità per mandarlo innanzi.

Quel primo assaggio non diede alcun risultato favorevole, avendo incontrato una resistenza invincibile, dovuta certamente alla presenza di qualche altra roccia.

Rinnovarono l'operazione un po' più in alto, poi più sotto e sempre con medesimo insuccesso.

– Dovremo scavare una terza galleria – disse il dottore che era diventato pensieroso. – Questa frana ha uno spessore enorme e temo che ci vorrà molto tempo per attraversarla.

– Apriamo intanto questa e lavoriamo con lena – disse padron Vincenzo. – Non dimentichiamo che i viveri scarseggiano.

– Quanti ce ne rimangono? – chiese il dottore.

– Per un giorno ancora.

– Brutta notizia. Orsù, non disperiamo e confidiamo ancora in Dio.

Si rimisero al lavoro con accanimento. Michele e padron Vincenzo scavavano ed il dottore e Roberto trasportavano la terra fuori dalla galleria e armavano la vôlta per impedire dei nuovi franamenti.

Quel lavoro durò due ore, poi i minatori si trovarono dinanzi ad una massa rocciosa che pareva dovesse avere delle dimensioni straordinarie.

– Ecco quello che temevo – disse il dottore.

Padron Vincenzo, quantunque avesse lavorato fino a quel momento, attaccò la roccia con rabbia estrema, validamente aiutato da Michele.

Quel macigno era formato da una specie di tufo, friabile come l'altro, attraversato però da venature rosse piuttosto resistenti.

Per altre quattro ore i due pescatori s'accanirono contro quel nuovo [p. 175 modifica]ostacolo, avanzandosi per altri due metri, poi si arrestarono entrambi, mandando un grido di stupore.

– Cosa avete? – chiese il dottore accorrendo. – Frana la galleria.

– No, signore – rispose padron Vincenzo. – La parete rocciosa ha ceduto e vediamo dinanzi a noi il vuoto.

– Che la frana sia stata attraversata?

– Hum! Lo dubito, dottore; io non odo il gorgoglìo dell'acqua.

– Porta la lampada! – comandò il signor Bandi.

Roberto sollevò il secchio ripieno di catrame e lo accostò.

La parete rocciosa sotto i poderosi colpi di zappa dei due pescatori erasi aperta, mostrando una cavità che pareva molto vasta.

Il dottore introdusse la testa in quel crepaccio e guardò dall'altra parte, ma non poté distinguere nulla. Tese gli orecchi, raccomandò ai compagni di non parlare e gli parve di raccogliere un lontano mormorìo che poteva essere prodotto dal rompersi dell'acqua contro le pareti del canale.

– E dunque? – chiese padron Vincenzo, che era in preda ad una viva impazienza.

– Esiste una galleria – disse il dottore.

– E dove metterà?

– Se non la esploriamo è impossibile a saperlo. Credo che abbia qualche comunicazione col canale.

– E come può essersi qui formata una galleria? La cosa mi sembra molto strana, dottore.

– Ed a me niente, Vincenzo. Le rocce, cadendo disordinatamente, lasciano sovente dei vani e dei passaggi fra di loro.

– Esploriamola, dottore – dissero Michele e Roberto.

– Accendiamo una fune incatramata e seguitemi. Vediamo dove finisce.

Allargarono coi picconi l'apertura e accesa una fune incatramata, si spinsero risolutamente in quel buco.

Non si trattava veramente d'una galleria. Era un semplice passaggio, formato da immense rupi addossatesi l'una all'altra, in modo però da toccarsi solamente verso la cima.

Sotto era rimasto uno spazio sufficiente per permettere a delle persone d'inoltrarsi senza troppa difficoltà.

Il dottore e padron Vincenzo, che marciavano alla testa, s'accorsero presto che quel passaggio invece d'innalzarsi verso le vôlte, scendeva come se volesse sprofondarsi nelle acque del canale.

– Diavolo!... – esclamò padron Vincenzo. – Dove andremo a finire noi?

– Sapete dirmi quale direzione tiene questa galleria? – chiese il dottore, il quale si era arrestato.

– Va da levante a ponente, signore.

– Allora segue la linea del tunnel.

– Sì, dottore. Ma perché queste domande?

– Un momento. Quanti metri abbiamo percorsi finora? [p. 176 modifica]

– Almeno sessanta.

– E non siamo ancora alla fine.

– Cosa volete concludere, dottore?

– Che se noi non avessimo trovato questo passaggio, avremmo dovuto scavare forse cento e più metri di galleria.

– Saremmo prima morti di fame o di sete.

– Non siamo ancora certi di essere sfuggiti al pericolo, Vincenzo.

– Volete spaventarmi, dottore?

– A quale scopo? Dico questo perché noi non sappiamo ancora dove finirà il passaggio.

– Mille merluzzi!... Non udite l'acqua a gorgogliare dinanzi a noi? Sono le piccole onde prodotte dal flusso e che si rompono dentro la frana.

– La odo, Vincenzo, ma se questo passaggio finisse sott'acqua?

– Non daremo indietro, dottore – rispose padron Vincenzo, risolutamente. – Avanti!...

Il passaggio scendeva rapido, conservando però sempre una larghezza sufficiente e un'altezza superiore ai due metri e mezzo. Non era regolare, anzi tutt'altro; qua e là le due gigantesche rupi che l'avevano formato, impedendo alla frana di occupare anche quello spazio, ora si avvicinavano ed ora si allontanavano, essendo le loro superfici ora irte di sporgenze ed ora ricche di curve rientranti.

Percorsi altri quindici metri padron Vincenzo, che si era messo dinanzi a tutti, s'arrestò bruscamente.

Alla luce della corda incatramata aveva veduto a scintillare una pozza d'acqua.

– Ci siamo – disse.

– Dove? – chiese il dottore.

– La galleria finisce in acqua. Voi avete ragione, signor Bandi.

– Vediamo.

Il dottore si spinse innanzi e constatò che quel passaggio finiva precisamente nelle acque del tunnel.

Si curvò e bagnò un dito portandoselo alle labbra.

– Acqua salata – disse.

– Sarà possibile passare? – chiese padron Vincenzo.

– È quello che non possiamo sapere. Roberto, va' a prendere il palo.

– Volete misurare la profondità?

– Sì, Vincenzo.

Un istante dopo Roberto tornava col piccolo pennone.

Il dottore lo cacciò in acqua e con sua grande soddisfazione s'accorse che non vi era alcun ostacolo.

– Pare che questo canale si prolunghi anche sott'acqua – disse. – Le due rupi si sono adagiate sul fondo del canale.

– E come faremo a uscire da qui? – chiese padron Vincenzo.

– Non vi è che un mezzo.

– Immergersi e nuotare sott'acqua, è vero?

– Sì, Vincenzo.

– A me, allora. [p. 177 modifica] [p. 178 modifica] [p. 179 modifica]

Senza aggiungere altro il pescatore si sbarazzò rapidamente delle vesti, poi tendendo una mano al dottore, gli disse:

– Tornerò presto.

– Volete tentare la sorte, Vincenzo?

– È necessario – rispose il pescatore. – Ancora un giorno che perdiamo e noi saremo alle prese colla fame.

– E se la galleria fosse chiusa?

– Allora cercheremo qualche altro mezzo per uscire da questa orribile prigione.

– Vincenzo, pensate a quello che fate.

– Oh!... Sono un abile nuotatore.

– Andate e tornate presto.

Padron Vincenzo si immerse rapidamente dopo d'aver fatta un'abbondante provvista d'aria.

Il dottore, Roberto e Michele, curvi sull'acqua, aspettavano la comparsa del loro intrepido compagno con angoscia indicibile. Dalla riuscita di padron Vincenzo dipendeva la loro sorte.

Se il canale era chiuso, per essi era finita, non avendo i viveri sufficienti per poter intraprendere un altro lavoro.

Passarono dieci, poi quindici secondi, senza che il bravo pescatore riapparisse.

Già il dottore ed i suoi compagni cominciavano a temere che a padron Vincenzo fosse toccata qualche disgrazia, quando udirono l'acqua a gorgogliare.

– Vincenzo!... – gridò il signor Bandi.

La testa del pescatore comparve.

– Eccomi, dottore – disse, dopo d'aver sternutato sonoramente.

– Dunque? – chiesero ansiosamente il dottore, Michele e Roberto.

– Il passaggio è libero – rispose il pescatore.

– Comincia il canale?

– Sì, dottore.

– È lunga la galleria?

– Forse quindici metri.

– Avete veduto nessun raggio di luce?

– No, dottore.

– Allora noi non siamo ancora giunti allo sbocco del canale. Ciò m'inquieta, padron Vincenzo.

– E perché, dottore?

– Avremo ancora bisogno della zattera.

– La ricostruiremo al di là del passaggio.

– Dovremo fare molti viaggi, Vincenzo, per poter condurre con noi i legnami.

– Io e Michele siamo abili nuotatori e anche Roberto non è alle sue prime armi. Dottore, non perdiamo tempo. Fra un paio d'ore possiamo navigare sul libero canale.

– Sono pronto ad aiutarvi. [p. 180 modifica]

Lasciarono un pezzo di corda incatramata presso lo sbocco della galleria, poi tornarono indietro per trasportare i pezzi della zattera.

In capo a mezz'ora le tavole e le travi si trovavano radunate presso il passaggio acquatico.

– Prima di metterci al lavoro, ditemi se potremo trovare un posto per costruire la zattera – disse il dottore.

– Sì – rispose padron Vincenzo. – Ho trovato una specie di banchina formata da una di queste due rupi.

– Chi passa pel primo?

– Io, dottore – rispose Michele. – Voglio conoscere anche io il passaggio.

– Noi vi seguiremo.

Si spogliarono tutti, fecero delle vesti un pacco solo che legarono attorno ad una delle tavole più grandi, poi Michele pel primo si cacciò arditamente sott'acqua, spingendo innanzi a sé il pennoncino.

Dietro a lui si gettarono, uno ad uno, il dottore, padron Vincenzo e Roberto trascinando con loro delle tavole, le maggiori.

Mezzo minuto dopo e forse anche prima, i quattro esploratori si trovano radunati su una specie di banchina, formata, a quanto si poteva supporre, da una delle due grandi rupi.

Il dottore, che aveva conservata la sua scatola di fiammiferi, chiusa ermeticamente, dopo infinite precauzioni accese un zolfanello.

A quella debole fiamma vide che avevano approdato su di una roccia che si staccava dalla frana. Era una specie di banco, perfettamente liscio, e così grande da permettere di raccogliere dieci o dodici persone.

– Qui potremo ricostruire la zattera – disse il dottore. – Vi è spazio sufficiente.

– Anche per accamparci – disse padron Vincenzo.

– E per fare una dormita – aggiunse Roberto. – Io non ne posso più.

– Nessuno c'impedirà di prendere un po' di riposo – rispose il dottore.

– E se durante il nostro sonno le rupi cedessero e ci schiacciassero? – chiese Michele, rabbrividendo.

– Se non si sono riunite prima resisteranno anche ora – disse il dottore. – Ordinariamente quando avviene una scossa di terremoto molto forte, non si ripete subito dopo. I vapori ormai si sono aperti una via attraverso le viscere della terra e non avranno bisogno di un altro sfogo, almeno per un certo tempo.

– Lo dite per tranquillizzarci dottore? – chiese padron Vincenzo, il quale osservava la vôlta con inquietudine.

– No, amico mio. Costruiamo prima la zattera onde la corrente non porti via le tavole, poi dormiremo un paio d'ore.

I tre marinai, un po' rassicurati, si misero tosto al lavoro, unendo le tavole ed i pennoncini colle funi che avevano tolte alla vecchia galera, poi assicurarono il galleggiante alla punta d'una roccia.

Mangiarono lestamente alcuni biscotti con un pezzo di lardo, innaf[p. 181 modifica]fiando il tutto con una sorsata d'acqua, poi si sdraiarono gli uni accanto agli altri cercando di chiudere gli occhi.

Tentativi inutili!... La paura che avvenisse un'altra scossa e che le rupi si abbassassero, li teneva svegli. Anzi di quando in quando ora l'uno ed ora gli altri si alzavano per tendere gli orecchi, credendo sempre di udire a propagarsi attraverso alle gallerie quel terribile e pauroso rombo che si sentivano ripercuotere ancora dentro i cervelli.

Anzi Michele, che ne aveva riportato più profondo effetto di tutti, chiedeva di sovente a Roberto che gli stava vicino:

– Trema il suolo?

– Non mi pare.

– Eppure giurerei d'aver udito degli scricchiolìi misteriosi.

– Ma no, tutto è tranquillo.

Dopo cinque minuti erano le medesime domande e le identiche risposte. Tuttavia nemmeno il dottore era capace di addormentarsi.

Era passata un'ora, quando Michele balzò in piedi urlando:

– Fuggite!... Alla zattera!...

Non si era ingannato. Un altro rombo, meno intenso di quello udito il giorno innanzi è vero, si era udito echeggiare sotto la tenebrosa galleria e dei frammenti di roccia erano caduti in acqua, producendo un rumore simile alla pioggia.

Tutti si erano alzati, mentre il dottore accendeva con molto stento, un pezzo di fune incatramata che per un caso provvidenziale non era molto umida.

– Alla zattera!... – gridò, appena un po' di luce ruppe le tenebre.

I tre marinai con un solo salto si slanciarono sul galleggiante.

Avevano appena presi alcuni pezzi di legno che contavano servirsene come di remi, quando un secondo rombo si fece udire, molto più intenso di prima.

Le due rupi già malferme, si spaccarono di colpo, facendo scomparire lo spazio che esisteva, mentre dalla vôlta precipitavano nel canale enormi massi.

Uno era caduto sulla zattera spaccandola a metà, poi un'onda gigantesca si era rovesciata attraverso il canale, allontanando i due pezzi.

Quando fu passata, il dottore e padron Vincenzo si trovarono soli.

L'altro pezzo, con Roberto e Michele, era scomparso!... [p. 182 modifica]

XXI.

L’ultimo tratto.


Passato il primo momento di stupore e, diciamolo pure, di terrore, il dottore ed il capitano si erano afferrati l'un l'altro per paura che un'altra ondata li separasse.

Per alcuni minuti il rottame fu sballonzolato in tutti i versi, sbattuto contro le pareti, respinto al largo, poi nuovamente ricacciato contro le muraglie, finché l'acqua ebbe ripreso, a poco a poco, il primiero livello.

Il pezzo di canape era stato spento; fortunatamente il dottore possedeva ancora la sua scatola impermeabile ben fornita di cerini.

Credendo che Roberto e Michele si trovassero a breve distanza sull'altro pezzo della zattera, sua prima cura fu di cercare di procurarsi un po' di luce, onde questa servisse di guida ai compagni.

La cosa non fu facile, nondimeno vi riuscì dopo parecchie prove.

La seconda scossa di terremoto, aveva prodotto nuovi e gravissimi guasti alla galleria. Un vasto tratto di vôlta era caduto assieme al suo rivestimento, riempiendo parte del canale e provocando quella terribile ondata che per poco non aveva spazzati via tutti.

In causa di quell'ostruzione, una rapida corrente si era formata e una cateratta si era aperta il passaggio fra la frana, rovesciandosi furiosamente nel canale.

– Li vedete? – chiese padron Vincenzo, che non si era ancora rimesso dal suo sgomento.

– No – rispose il dottore, con voce soffocata. – Sono scomparsi.

– Uccisi dalla frana?

– Non credo perché ho udito poco dopo le loro grida.

– Non vi siete ingannato, dottore?

– Ci chiamavano per nome.

– Se non si scorgono più!

– Io suppongo che la corrente li abbia trascinati via.

– E perché il nostro rottame non li ha seguìti?

– Si è fermato presso un gruppo di rocce cadute dall'alto.

– Dottore, cerchiamoli!

– È quello che faremo, amico. Non disperiamoci prima del tempo. Devono essere ancora vivi.

– Chiamiamoli.

– Provatevi, Vincenzo. [p. 183 modifica]

Il lupo di mare fece un portavoce colle mani e lanciò tre tuonanti chiamate:

– Michele! Roberto! Michele!

Nessuno rispose a quell'appello disperato. Cos'era dunque avvenuto di quei disgraziati? Erano stati uccisi dai massi caduti dall'alto o la corrente, che pareva violentissima, li aveva trasportati così lontano da non poter udire le grida del loro comandante? Il dottore, in preda ad una profonda angoscia, si asciugava la fronte madida d'un gelido sudore e non osava più guardare il compagno.

– Andiamo a cercarli – disse. – Forse l'ondata e poi la corrente li ha spinti in qualche antro laterale. Mi parve che la carta del capitano Gottardi ne segnasse una presso l'uscita del canale.

– Dottore, sono perduti! – gemette padron Vincenzo.

– Orsù, coraggio, finché non avremo trovati i loro cadaveri non dobbiamo rinunciare alla speranza.

– Quando la frana ha spezzato la nostra zattera, dove si trovavano?

– A prora.

– Siete ben certo che non siano rimasti schiacciati dai massi che cadevano dall'alto?

– Sì, Vincenzo. Quantunque l'onda si fosse rovesciata improvvisamente su di noi, io li ho veduti tutti due incolumi sull'altro pezzo della zattera. Si tenevano stretti a vicenda per non perdere l'equilibrio e vi ripeto che ho udito le loro voci che si perdevano in lontananza.

– Quale disgrazia se fossero morti! – singhiozzò il lupo di mare.

– Li ritroveremo, Vincenzo, e forse più presto di quello che crediamo.

– Andiamo a cercarli senza perdere tempo.

– Era quello che volevo proporvi.

Il rottame, spinto dall'ondata, si era incastrato fra un ammasso di enormi macigni caduti dalla vôlta, arenandosi colla parte posteriore.

Era ormai ridotto a così piccole proporzioni da poter a malapena sorreggere quei due uomini, però poteva ancora servire.

Padron Vincenzo ed il dottore lo rimisero in acqua poi si affidarono alla corrente la quale era sempre violentissima in causa della cascata che precipitava attraverso alla frana col fragore del tuono.

Molteplici ostacoli impedivano ai due naviganti di procedere sollecitamente.

Buona parte del canale era stato ostruito dai rottami caduti dall'alto, sicché la zattera subiva continui urti i quali minacciavano di spezzare le corde che tenevano unite le tavole.

Padron Vincenzo aveva strappato un pezzo del pennoncino e cercava di mantenerla nella corrente. Il dottore invece aguzzava gli sguardi sperando di vedere Michele e Roberto arrestati in qualche luogo e ripeteva le chiamate le quali rimanevano sempre senza risposta.

Avevano già percorsi cinquecento metri, quando passando dinanzi [p. 184 modifica]ad un enorme cumulo di rottami addossati alla parete, credettero di udire una voce lontana.

– Qualcuno ci ha chiamati! – esclamò il dottore, mentre il cuore gli balzava per la emozione. – Sì, non mi sono ingannato! Era una voce umana!

Padron Vincenzo spinse la zattera verso quei rottami poi entrambi si misero in ascolto.

Una voce, che pareva venisse da sotto terra e debolissima, aveva gridato:

– Dottore!

– Sono essi! – esclamò padron Vincenzo, con un urlo di gioia suprema. – Dottore, ci chiamano!

– Ma dove sono?

– Forse dinanzi a noi.

– Rispondiamo!

– Andiamo più innanzi dottore, così ci udranno meglio.

Allontanò la zattera, lasciando che la corrente la trasportasse, ma dopo due o trecento passi s'accorse che le chiamate, invece di diventare più distinte si affievolivano.

– Dottore! – esclamò, fermando nuovamente la zattera verso la riva. – Dove sono essi? Non si ode quasi più la loro voce eppure abbiamo guadagnata una notevole distanza.

– È quello che avevo notato anch'io.

– Allora non sono dinanzi a noi!

– Vincenzo, ritorniamo.

– Potremo vincere la corrente?

– Ci aggrapperemo alle asperità delle pareti.

– Udite come la voce di Michele è fioca?

– Sì, Vincenzo.

– E anche quella di Roberto?

– Si ode appena, ora, eppure devono gridare con quanto fiato hanno nei polmoni. Spingete, Vincenzo, io cercherò di aiutarvi meglio che potrò.

Fortunatamente le pareti del canale non erano lisce, quindi il dottore poteva aggrapparsi alle sporgenze e cacciare le dita nelle numerose fessure ed aiutare la difficile manovra del lupo di mare.

Adagio adagio, essendo sempre la corrente violentissima, la zattera rimontava accostandosi all'ammasso di rocce che si era addossato alla parete di destra.

Padron Vincenzo spingeva rabbiosamente, puntando il pennoncino sui rottami che emergevano dovunque nel canale.

Le grida di Roberto e di Michele erano cessate, però il dottore era ormai certo di essersi accostato al luogo dove si trovavano rinchiusi.

Quando giunsero dinanzi alle rocce che formavano una piramide immensa, la quale si appoggiava contro la parete, padron Vincenzo, che non poteva più trattenersi, mandò un grido tuonante: [p. 185 modifica]

– Michele!

Una voce distinta che pareva provenisse dietro quell'ammasso di rottami precipitati dalla vôlta, rispose subito:

– Dottore! Vincenzo!

– È Roberto – disse il lupo di mare.

– Sì, è lui – confermò il signor Bandi.

– Dove siete? – gridò padron Vincenzo.

– Non lo sappiamo! La corrente ci ha spinti in una galleria od in un laghetto sotterraneo e non siamo più capaci di trovare l'uscita.

– È avvenuto un franamento dietro di voi? – chiese il dottore.

– Sì, signor Bandi.

– Siete ancora sulla zattera?

– Sempre.

– E Michele?

– Sono qui con Roberto, signore – rispose il marinaio.

– Non avete nemmeno uno zolfanello?

– Nessuno signore e perciò non sappiamo dove dirigerci.

– Avanzate verso la nostra voce. Lo potete?

– Ci proviamo signore.

– Vi aspettiamo.

– Continuate a parlare.

– Farò di meglio – disse padron Vincenzo. – Vi canterò!...

Il lupo di mare intonò una vecchia canzone marinaresca, facendo rintronare le vôlte del canale e la continuò finché udì Michele a gridare:

– Basta, padrone, vi siamo vicini e non possiamo più avanzare.

– La frana ci divide – disse il dottore. – L'onda e la corrente deve averli spinti in una caverna laterale, quella che avevo già osservato sulla carta del capitano Gottardi.

– Come faremo a liberarli? – chiese padron Vincenzo.

– Michele – chiese il dottore. – Vedete nessun raggio di luce filtrare attraverso l'ostacolo che ci separa?

– Nessuno, signore – rispose il marinaio.

– La cosa è grave – disse il signor Bandi. – Ci eravamo rallegrati troppo presto.

– Che abbia uno spessore enorme questa frana? – chiese padron Vincenzo.

– Lo temo, mio povero amico.

– E non aver nemmeno una buona carica di polvere!

– Anche avendola non oserei adoperarla – disse il dottore. – La vôlta già sconnessa dal terremoto, potrebbe precipitarci addosso e seppellirci tutti.

– Eppure non possiamo rimanere qui inoperosi.

– No, Vincenzo, noi demoliremo a poco a poco questo enorme ammasso, ma è necessario che i compagni ci aiutino.

– Quanto impiegheremo?

– Forse un giorno, forse due...

– E non abbiamo più viveri, signore e nemmeno i nostri compagni ne possiedono. [p. 186 modifica]

– Ho veduto dei datteri di mare incrostati sulle pareti del canale e li raccoglieremo.

– Magra risorsa signore, specialmente per uomini che devono lavorare lungamente.

– Proveremo a pescare; dovete avere indosso la piccola rete.

– Mi serve da cintura.

– La useremo; chissà! Trovandoci ormai noi presso lo sbocco del canale, dei pesci ne prenderemo.

– Ed i nostri compagni, che cosa mangeranno?

– Cercheremo in qualche modo di provvederli. Michele!

– Signore!

– Mettetevi anche voi al lavoro, e badate di non provocare qualche scoscendimento.

– Lavoreremo con prudenza.

Il dottore e padron Vincenzo legarono la zattera alla punta d'un masso, deposero su un altro la corda incatramata e salirono sulla frana.

L'ammasso di rottami era enorme e costituito da blocchi di mole non comune che dovevano mettere a dura prova i muscoli dei lavoranti. Nondimeno il dottore ed il lupo di mare si misero alacremente al lavoro, assalendo la frana verso la cima e facendo rotolare giù i sassi minori.

– Sarà un'impresa terribile, dottore – disse padron Vincenzo. – Vi sono qui parecchie centinaia di tonnellate di pietre e non abbiamo che otto braccia.

– Quattro puoi dire – rispose il signor Bandi. – I nostri compagni essendo privi di luce ben poco potranno fare.

– E durerà la corda incatramata fino alla fine del lavoro?

– Non ne avremo che per un paio d'ore, mio povero amico.

– E poi? – chiese padron Vincenzo con ispavento.

– Faremo quello che potremo. Orsù! Non perdiamo tempo.

Tempo veramente non ne perdevano, perché anche parlando continuavano a far rotolare giù massi, i quali s'inabissavano nel canale con sordo fragore.

Anche dall'altra parte Michele e Roberto si accanivano contro l'ostacolo per demolirlo perché di quando in quando si udivano dei tonfi sordi.

La massa dei rottami era però tale, da atterrire anche il dottore, il quale cominciava a dubitare del buon esito dell'impresa.

Per due ore continuarono nondimeno a precipitare nel canale pietre d'ogni dimensione, senza riuscire a trovare la sommità dell'antro, poi si arrestarono.

Erano esausti e per colmo di sventura la corda incatramata stava per spegnersi.

– Dottore – disse padron Vincenzo, con angoscia. – La luce viene meno.

– Lo vedo – rispose il signor Bandi.

– Non avete più nulla da bruciare?

– Non ho che dei zolfanelli.

– Che non dureranno che pochi minuti.

– Pur troppo. [p. 187 modifica]

– Ah! Un'idea! Siamo salvi!

– Gettatela fuori.

– Bruciamo la zattera, dottore. Le tavole sono bene incatramate e anche umide arderanno.

– E poi?

– I nostri compagni hanno l'altro pezzo.

– Non basterà a sorreggerci tutti.

– Voi credete che l'apertura del canale non sia lontana, è vero?

– Lo suppongo.

– Ci aggrapperemo alle tavole e nuoteremo. Con un sostegno possiamo resistere una dozzina d'ore.

– E se l'apertura fosse lontana?

– Non proseguite, dottore, non distruggete questa nostra ultima speranza.

– Sia, vada anche la zattera – rispose il dottore con voce risoluta. – Senza luce non potremmo lavorare e forse produrre qualche nuova frana.

Padron Vincenzo, quantunque si sentisse stringere il cuore, scese l'ammasso, tagliò le funi e ritirò dall'acqua le tavole, lasciandole prima sgocciolare.

Essendo ben coperte di catrame, dovevano ardere egualmente, malgrado quella lunga immersione.

Il lupo di mare le fece a pezzi, raccogliendo con cura perfino le più piccole schegge, ne mise alcuni su un masso che era quasi spianato e servendosi dell'ultimo pezzetto della corda incatramata, li accese, dopo però non poca fatica.

Una fiamma vivida, brillante, illuminò ben presto la galleria, fugando quelle cupe tenebre.

Il dottore guardò da quale parte fuggiva il fumo.

– Verso levante – mormorò. – Buon segno.

– Perché dite ciò, signor Bandi? – chiese padron Vincenzo.

– Vuol dire che una corrente d'aria viene da ponente.

– Aria marina?

– Sì, Vincenzo.

– Allora non siamo molto lontani dallo sbocco del canale.

– Lo credo.

– Ah! Ecco la speranza che comincia ad allargarmi il cuore. Bruci pure la zattera; ci basterà quella di Michele.

Si rimisero al lavoro con novella energia, continuando a precipitare massi nel canale. Ve n'erano però sempre altri di sotto e di quelli enormi che facevano sudare assai i due esploratori.

Le voci di Michele e di Roberto, diventavano però sempre più distinte. Era un buon indizio perché era segno che la frana a poco a poco si assottigliava.

Lavoravano da quattro ore, interrompendosi solo per ravvivare il fuoco, quando, dopo d'aver rovesciato un masso enorme, pesante per lo [p. 188 modifica]meno mezza tonnellata, ma che fortunatamente era appena equilibrato, udirono Michele a gridare:

– Vedo uno sprazzo di luce che si riflette sulla vôlta.

– Sì, sì! – confermò Roberto. – Signor Bandi, vi è della luce!

– Ed io scorgo un foro largo come due mani! – gridò padron Vincenzo.

– Allarghiamolo, presto – disse il dottore.

Due massi furono spostati e gettati giù, poi altri due. Subito apparve la parete del canale traforata da un buco irregolare che doveva essere l'estremità del passaggio.

Padron Vincenzo afferrò un tizzone e lo passò attraverso l'apertura, chiedendo:

– Lo vedete?

– Sì! Sì! – gridarono ad una voce Michele e Roberto. – Siamo salvi!

– Potete passare? – domandò il dottore.

– Sì, signore. Saliamo la frana.

– Adagio, Michele, prima sciogliete la vostra zattera e passateci le tavole, perché la nostra sta bruciando.

– Siamo già all'opera.

Pochi minuti dopo padron Vincenzo riceveva i pezzi che passava subito al dottore, poi Michele prima, quindi Roberto, lordi di fango, colle vesti grondanti d'acqua, cadevano fra le braccia dei compagni.

– Salvi! Salvi! – gridavano. – Dio non ci ha abbandonati.

– Dottore – disse padron Vincenzo, con voce commossa. – Partiamo subito. Ho paura che rimanendo qui ancora qualche po' ci cada addosso qualche altra disgrazia.

– Sì, ricostruiamo la zattera e andiamocene.

Scesero la frana portando le tavole, quattro sole che non potevano servire a sorreggerli tutti, le legarono in fretta, poi si aggrapparono ai margini immergendosi.

– Dottore – disse padron Vincenzo, nel momento in cui l'ultimo pezzo di legno si spegneva e l'oscurità ripiombava nella galleria. – E se lo sbocco fosse ancora assai lontano?

– Se Dio ci ha protetti finora, non ci abbandonerà – rispose il signor Bandi. – Ragazzi miei, non disperiamo.

La corrente li trascinava rapidamente, ora spingendoli verso l'una o l'altra parete ed ora contro degli ammassi di rottami che non potevano evitare perché non riuscivano a scorgerli.

Avevano percorso qualche miglio, quando Michele mandò un grido impossibile a tradursi.

– Dottore!... Dottore!...

– Che cos'hai?... – chiesero il signor Bandi e padron Vincenzo, con ansietà, credendo che qualche pescecane lo avesse afferrato.

– Non vedete nulla? Volgetevi...

– Per centomila merluzzi!... – gridò il lupo di mare. – Siamo [p. 189 modifica]allo sbocco della galleria!... Guardate là, dinanzi a noi!... Vedo un lieve chiarore!...

Il dottore si volse. No, non era una illusione d'ottica, né una allucinazione.

Ad una grande distanza, uno sprazzo di luce scialba si proiettava sulle tenebrose acque del canale.

– Amici... – esclamò, con voce soffocata. – Il nostro viaggio sta per finire!...

– Che non c'inganniamo, dottore? – chiese padron Vincenzo, che stentava a credere a tanta fortuna.

– No, è proprio luce e luce di sole!...

– Da dove viene?

– Lo sapremo presto: nuotate forte.

I quattro uomini tenendosi con una mano aggrappati alla zattera, si misero a spingere le tavole per affrettarne la corsa.

La luce intanto aumentava. Ora i quattro esploratori vedevano le acque a scintillare come se fossero cosparse di pagliuzze d'oro.

Ben presto lo sbocco del canale apparve. Esso si mostrava come un arco ma era così basso che la luce vi entrava a malapena. Forse a marea alta doveva venire completamente sommerso.

Come mai esso appariva così piccolo in proporzione all'ampiezza del canale?...

La spiegazione l'ebbero ben presto.

Le vôlte, a circa duecento metri dallo sbocco, cominciarono ad apparire diroccate, mentre delle rupi enormi sporgevano dall'acqua. Era avvenuto un abbassamento del suolo oppure il capitano Gottardi le aveva frantumate a colpi di mina, dopo d'aver introdotta la galea per impedirne agli altri l'accesso o per rendere difficile l'esplorazione?... Chi poteva dirlo?...

Di passo in passo che gli esploratori si avanzavano gli ostacoli aumentavano.

Le rupi cadute dall'alto, rendevano la navigazione sempre più difficile.

A cinquanta metri dallo sbocco, la zattera si arrestò.

Le rocce e le scogliere erano allora così numerose da impedirle di passare.

Le vôlte erano tutte diroccate e anche le pareti mostravano dei crepacci enormi.

Il dottore, padron Vincenzo ed i due pescatori, dopo un breve consiglio decisero di abbandonare il loro galleggiante e di raggiungere a nuoto lo sbocco della galleria.

– Dottore, – chiese padron Vincenzo, – dove credete che noi sboccheremo?

– Nel golfo della Spezia – rispose il signor Bandi. – Lasciatevi andare, amici!... Ormai non correremo più alcun pericolo.

Abbandonarono le tavole e nuotando fra le rocce in pochi minuti raggiunsero l'uscita della galleria. Essendo allora la marea alta, l'ultima arcata era così bassa da non permettere l'entrata nemmeno ad una scialuppa.

Ciò spiegava come quel meraviglioso canale fosse sfuggito per tanti secoli ai pescatori ed ai naviganti del golfo. Forse alcuni avevano esplorato [p. 190 modifica]quell'ultimo braccio ma trovandolo ingombro di scogliere, lo avevano certamente creduto un semplice antro sottomarino scavato dall'azione delle onde.

Giunti all'aperto, i quattro esploratori mandarono un fragoroso urrah!... Il golfo della Spezia, illuminato da un superbo sole, si apriva dinanzi ai loro sguardi stupiti.

In lontananza biancheggiavano le case e le superbe fortificazioni della prima piazzaforte d'Italia e pel golfo veleggiavano in gran numero barche pescherecce e fumavano dei grandi vascelli, forse le poderose corazzate della nostra squadra.

Il dottore ed i suoi compagni, raggiunta la riva, s'arrampicarono lestamente sulle scogliere e di lassù spaziarono i loro sguardi all'intorno.

Sulla loro destra, annidate fra le rupi, apparivano Lerici e San Terenzo; alla sinistra si prolungava sull'azzurro mare la punta Maralunga.

Il dottore aprì le braccia e strinse uno ad uno i suoi valorosi compagni, che l'avevano seguìto nel periglioso viaggio fra le viscere della terra, poi con voce commossa disse:

– Ed ora, amici bravi, andiamo ad annunciare all'Italia la meravigliosa scoperta!... [p. 191 modifica] [p. 192 modifica] [p. 193 modifica]

  1. Nell'originale è scritto Michele (anche in altri punti del testo, segnalati con un asterisco). Si tratta evidentemente di una svista di Salgari in quanto il discorso si sta svolgendo tra il dottor Bandi e padron Vincenzo. (N.d.S.D.)
  2. Un battello simile è stato sperimentato in Napoli nel 1885, inventato dal signor Berthon e diede splendidi risultati potendo portare tre cavalli.