Utente:OrbiliusMagister/9

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fulmina arbitratur (Hist. nat. l. 2, c. 53). Il Bruckero al contrario, che singolarmente dopo aver letta la Dissertazione del Lampredi suo avversario poco favorevol si mostra alla etrusca letteratura, pretende che effetto di superstizione soltanto e non di fisica osservazione si fosse una tale sentenza. A me non sembra questione sì agevole a diffinire. Se altro non si aggiugnesse da Plinio, parrebbe essa chiaramente decisa in favor degli Etruschi; ma egli di questi fulmini favellando aggiunge: Quae infera appellat (Etruria) brumali tempore facta, saeva et excecrabilia. Colle quali parole sembra indicarne che i fulmini di sotterra scoppiassero solo, secondo gli Etruschi, in tempo di verno, e che essi soli funesti fossero e dannosi; il che certo a buona fisica non si conviene. Ma le parole non son sì chiare che bastino a decidere sicuramente. Io lascerò dunque che ognuno segua qual parer più gli piace. Delle altre superstiziose osservazioni degli Etruschi intorno a’ fulmini, benchè qualche morale allegorico senso possan racchiudere, come ingegnosamente osserva il Lampredi, io non farò motto; e ad altre cose passerò in vece, che del saper degli Etruschi ci fanno più certa fede.

XXII. Che gli Etruschi coltivasser la medicina e l’anatomia, si è da alcuni provato con sì deboli argomenti, che l’usarne troppo mal si conviene a’ sostenitori di buona causa. Possonsi questi vedere presso il Lampredi che saggiamente ne mostra l’insussistenza (p. 41,ec.). Nè è perciò che altre migliori prove noi non ne abbiamo. Il continuo sviscerar degli animali, che

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dagli Etruschi facevasi, dovea necessariamente condurgli allo studio di quelle parti che attentamente disaminavano, e renderli nell’anatomia profondamente versati. Questa non è che semplice conghiettura, appoggiata però, come ognun vede, a buon fondamento. Argomenti ancor più sicuri noi abbiamo del valor loro nella medicina. Celebre per l’origine de’ rimedii chiama Marziano Capella l’Etruria (De. nupt. Phil. et Merc. l. 6): Etruria regio ... remediorum origine ... celebrata. E facilmente si vede qual occasione avessero gli Etruschi di esercitarsi in quest’arte. Abbonda quella provincia di terme, le cui acque a varii usi di medicina giovano maravigliosamente. Anche Dionigi Alicarnasseo e Strabone ne fan menzione (Dion. Antiq. Rom. l. 1. Strab. l. 5 ). Or ciò dovette probabilmente risvegliar l’animo degli Etruschi a investigarne la qualità e gli effetti, e quindi ad usarne colle opportune leggi a giovamento degl’infermi. Il Lampredi a provare che così è veramente, seguendo il Dempstero (Etrur. reg. l. 1, c. 13), mentova l’Aquilege etrusco, di cui, egli dice, tanti antichi fanno menzione. Ma io temo che questa volta egli siasi troppo affidato all’autorità del Dempstero. Crede egli che impiego dell’Aquilege fosse l’esaminare la natura de’ bagni, prescrivere il modo di usarne, ed osservare ove più utilmente si avessero a collocare. Ma egli è certo che esaminando i passi di Cassiodoro (l. 3. Var. Epist. 53), di Plinio il giovane (l. 2, ep. 46), e il vecchio (Hist. nat. lib. 26, c. 6), chiaramente raccogliesi che l’Aquilege era quegli che indagava i terreni da’ quali potesse

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sperarsi di trarre acqua, e la maniera e le leggi prescriveva, con cui derivarla e condurla a’ luoghi opportuni. Io non veggo inoltre chi sieno questi antichi autori che dell’Aquilege etrusco fanno menzione. Certo niuno de’ tre poc’anzi nominati al nome di Aquilege aggiugne quello di etrusco. Un sol passo di M. Terenzio Varrone io veggo allegarsi dal Dempstero (loc. cit), in cui si nomina Tuscus Aquilex: ma, come il Dempstero medesimo osserva, altri a quel luogo con notabile diversità leggono herophilus Diogenes. Ma checchè sia di ciò, l’esservi nella Toscana bagni salubri, e la fama in che essi erano fino a’ tempi più antichi, bastar dee certamente a persuaderci che uomini ancora vi avesse in Etruria, i quali le qualità e gli effetti con attento studio ne ponderassero. XXIII. Troppo debole parmi ancor l’argomento che dal Lampredi si adopera (p. 52) a provare gli Etruschi versati nella botanica. Adduce egli un passo di Plinio, in cui parla di un’erba detta myriophilon da’ Greci, millefolium da’ Latini, e dice che gli Etruschi con tal nome chiamarono una cotal erba cui egli vien descrivendo. Ma se l’avere presso alcun popolo ogni erba il suo nome, bastar potesse a farci credere che lo studio della botanica vi fiorisse, non vi sarebbe nazione alcuna a cui non convenisse tal lode. XXIV. Altre invenzioni però noi veggiamo dagli antichi autori agli Etruschi attribuite, che uomini ingegnosi li mostrano, e nello studio della fisica diligentemente versati. Una sorta di tromba ad uso di guerra fu da essi trovata,

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68 HAUTE secondo Diodoro Siculo, che da lor prese il nome: Tubam primi invenerunt bello admodum utilem, et ab illis thyrrenam appellatam (l. 5, c. 9): il che da Ateneo e da Polluce (Athen. Deipnos. l. 4 Poll, Onom. l. 4 > c. 11) vien confermato; anzi che ogni sorta di musicali strumenti fosse tra essi conosciuta ed usata, chiaro si rende dalle urne e da altri antichi lor monumenti (14), in cui i sacrificii e le feste veggonsi accompagnate dal suono di diversi strumenti, alcuni de’ (quali ancora, come osserva il Buonarroti (Supplem. ad Dempst. p. 68), non si veggono mai ne’ monumenti di altre nazioni (15). Agli abitanti di una delle loro città, cioè di Bolsena, attribuisce Plinio la lode di aver ritrovato l’uso de’ molini moventisi a mano: Molas versatiles Volsiniis inventas (Hist. nat. l. 36, c. 18). La nautica ancora, in cui ne’ tempi più addietro possenti furon gli Etruschi, nuova perfezione ebbe da essi, e nuovi (a) Intorno alla musica degli Etruschi si può leggere un’erudita Dissertazione del celebre antiquario Passeri poc’"»zi da noi lodato ( Picturae Elrusc. in Vasc. voi. //. p. LXX11I, oc. ). (¿) 11 sig. Landi nelle note aggiunte al suo Compendio della mia Storia osserva ( t. 1, p. 33a ) che il trovarsi scolpiti ne’ vasi etruschi i musicali strumenti, prova che essi ne usavano, non che ne fossero gl’inventori. ¡Vè io ho argomentato così, come oguun può vedere; ma dalle sculture loro io ho solo inferito che ogni sorta di musicali strumenti era tra essi conosciuta ed mala. Poco appresso ei muove qualche dubbio su ciò ch’io ho detto delle invenzioni nautiche degli Etruschi; ma non parmi che ei rechi ragione alcuna per dubitarne.

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PRIMA 69 I ornamenti; perciocché l’uso delle ancore e de’ rostri vuole Plinio che fosse da essi trovato. I Jiostrum addidit Piseus Thyrrenus, uti et anchoram (l. 7, c. 56); o come altri leggono, Ro[ strani addidit Piseus, Thyrreni anchoram. XX.V. Nè queste arti soltanto, che serie e gravi soglion chiamarsi, ma le più liete ancora, coltivate furono dagli Etruschi. Il continuo uso e la solenne pompa de’ sacrificii, di cui abbiam tante prove ne’ lor monumenti, appena ci lascian luogo a dubitare che qualche genere, benchè rozzo, di poesia non fosse da essi conosciuto ed esercitato. Essi furono inoltre da cui i Romani appresero i teatrali spettacoli. Dall’Etrutria chiamati furono i primi comici a Roma, che col nome di istrioni dalla etrusca voce ister si appellavano: Majores non abhorruisse, dice Tacito (Annal. l. 14 ), spoetai ulorum oblcctamentis prò fortuna, Quae: tunc erat, eoque accitos e Tuscia histriones. Confermasi ciò ancor maggiormente coll’autorità di Livio ( Dec. 1, l. 7 ), il quale, dopo avere la cosa stessa più ampiamente narrata, soggiugne che agl’istrioni succederon non molto dopo le favole Atellane, che il primo abbozzo furono, per così dire, de’ drammatici componimenti; ma queste ancora non di’altronde che dagli Osci popoli dell’Etruria furono prese. Quod genus Iudorum, dice Livio (ib. ), ab Oscis acceptum tenuit juventus. Gli epitalamii parimente, con cui la nuzial pompa solevasi accompagnare, cominciarono ad usarsi in Fescennia, città d’Etruria. Fescennium oppidum, dice Servio ( Ad l. 7 Aeneid.), ubi nuptialia inventa sunt carmina.

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O PARTE É ili fatti presso i Latini gli epitalamii) col £ nome di canti fescennini soleano appellarsi. i Il Dempstero ( l. 3, c. 35 ) vorrebbe farci ere- « dere che, prima ancora che gli Etrushi sog. i gettati fossero a’ Romani, avessero essi composte tragedie. A provarlo allega egli un passo di Varrone, ove nominando alcuni popoli della Toscana, dice: Sed omnia haec vocabula tusca, ut Volumnius qui tragoedias tuscas scripsit, dicebat. Ma da questo passo ben si comprova che Volumnio alcune tragedie avea scritte in lingua etrusca; ma in qual tempo le avesse scritte non si dimostra, perciocchè poteron bene gli Etruschi, anche dapoichè costretti furono a soggettarsi a Romani, comporre tragedie nella materna lor lingua. XXVI. Egli è certo a dolersi che niun letterario monumento degli Etruschi sia a noi pervenuto, e che a saperne alcuna cosa ci convenga fiutare, per così dire, in ogni parte, e ogni, passo degli antichi scrittori faticosamente cercare. Eppur sappiamo che non furon negligenti gli Etruschi nel tramandare a’ posteri la memoria loro. E al tempo di Varrone leggevansi ancor le storie degli Etruschi scritte fin dall’ottavo lor secolo, come Censorino ci assicura. In tuscis historiis, quae oc favo comm saeculo seriptae sunt, ut Varrò testai tir (De Die nat c. 5). Qual fosse questo ottavo secolo degli Etruschi, in cui le loro storie essi scrissero, non è sì agevole a diffinire; non potendosi in alcun modo determinare a qual tempo venissero essi in Italia. Ma qualunque esso fosse, il sapersi che storici delle loro cose furono tra

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PRIMA 71 gli Etruschi, egli è uu altro indubitabile argomento a mostrarci che uomini colti essi furono, e nelle belle arti eruditi; poichè non veggiamo che barbare e incolte nazioni abbian avuto storico alcuno. Alcuni altri scrittori etruschi veggiam mentovati presso gli antichi ( V. Maffei Osserv. Lett. t. 4, p. 19); ma pare che essi fossero scrittori non di cose che a scienza appartengano, ma sì delle stolte loro superstizioni. Ben sappiamo, per testimonianza di Svetonio (in Claud, c. 42), che l’imperador Claudio una storia degli Etruschi scrisse in greco, divisa in venti libri, la quale, se fosse a noi pervenuta, più pregevoli notizie intorno ad essi potrebbe forse somministrare. XXVII Se io volessi seguir l’esempio del Dempstero, troppo più altre cose mi rimarrebbero a dir degli Etruschi. Ne’ due gran tomi dell’Etruria regale, il terzo libro intero diviso in xcv capi ha egli impiegato a scoprire le invenzioni degli Etruschi. Non vi ha quasi cosa che da essi non sia stata trovata, e, come scherzando riflette il m. Maffei ( Osserv. Letter. t. 3, p. 235 ), l’uso stesso del respirare non viene per poco attribuito a loro ritrovamento. Deesi a lui certo gran lode, che è stato il primo a trattare ampiamente una tal materia, e a raccogliere su di essa quanto trovar poteva negli antichi scrittori. E forse hanno a vergognarsi gl’Italiani che uno straniero abbia dovuto il primo sboscare sì incolto terreno, e che uno straniero parimente, cioè Tommaso Coke, abbia dovuto essere di quest’opera il! primo editore. Meglio nondimeno alla gloria

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PARTE degli Etruschi provveduto avrebbe il Dempstero, se a più piccola mole ristringendo il suo libro, moltissime cose inutili ne avesse tolte, e valendosi solo degli antichi accreditati scrittori, non avesse molte cose asserite appoggiato solo all’autorità de’ moderni, e se le cose dagli Etruschi soltanto usate distinto avesse da quelle di cui essi furono i primi ritrovatori. Nulla io dirò parimente di più altre cose, la cui invenzione dagli antichi si attribuisce agli Etruschi, ma che non appartengono a scienza. Tali sono i riti de’ sacrificii, la solennità de’ trionfi, le insegne de’ generali e de’ magistrati, l’ordine delle battaglie, ed altre somiglianti cose, di cui puossi vedere il citato Dempstero, e gli altri trattatori dell’etrusche antichità. Io scrivo la Storia della Letteratura Italiana, e quindi ciò solo che alla etrusca letteratura appartiene, debbe in questa mia opera aver luogo (16). XXVIII. Un altro pregio attribuirei io volentieri all’Etruria, come altri han fatto, se l’amore di verità mel permettesse. Vogliono essi che vi nascesse Pittagora. E negar non si può che da alcuni ei fosse creduto toscano: ma la cosa è così incerta, che non si può nemmeno con probabile fondamento asserire. Su (a) Nel terzo tomo della sua opera monsig. Guamacci si neenpa molto in ragionar delle leggi e della giurisprudenza delle antiche nazioni italiche. Ognuno potrà in esso vedere quanto a questo aigomento appartiene, e torse ne troverà ancora oitra il bisogno.

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PRIMA 73 J questo punto alcuni Italiani, e singolarmente il 1 eli- ruareh. MafTei, dall’amor della patria si son U lasciati trasportare più oltre che a sincero e I critico storico non si conviene. Che Pittagora fosse Tosco, dice il mentovato autore ( Osserv.. Letter. t. 4, p. 72), ne abbiam testimonii .... Eusebio, e Clemente alessandrino, e Porfirio, e Laerzio, e Suida. Io mi sono presa la noiosa j briga di esaminare i passi di tutti questi au! tori, ove della patria di Pittagora essi favellano, e confesso che sono stato sorpreso al vedere che non ve ne ha un solo che affermi Pittagora essere stato etrusco. Mi sia qui lecito arrecare le lor parole, perchè ognun possa vedere quanto io sia lungi dall’appoggiarmi all’autorità sola de’moderni scrittori, e dall’attribuire alla mia Italia onore alcuno che non se le possa con sodi argomenti difendere e conservare. Eusebio dunque, per cominciare da lui, parla della patria di Pittagora come di cosa affatto incerta: Pythagoras Samius, ut nonnulli volunt, vel, ut aliis placet, Tuscus erat, nec desunt, qui Sj rum eurn vel Tyrium fuisse die ani. Utut sit, ec. (Praepar. Evangeli, io, c. 4). Nell’incertezza medesima ci lascia Clemente Alessandrino: Pjthagoras MnesarchiJìlius, Sarnius quidem erat; ut dicit Hyppobotus; ut autem dicit Aristoxenus in vita Pythagorae, et Aristarchus, et Theopompus, erat Tuscus; ut autem Neanthes, Syrus, vel Tyrius (Stromat. l. 1 ). Porfirio altro non fa egli pure che riferire più diffusamente le diverse opinioni intorno alla patria di Pittagora, ed arreca ancora la testimonianza di un antico storico, detto

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74 PARTE Lieo, a comprovare questa incertezza medesima At Lycus historiarum quarto comnumorat ili. versas de ipsius patria quorumdam sententias esse, dum ait: patriam itaque et civitatem, cujus civem virum hunc esse cont.git, nisi ipse vidi-, ris, scire parum tua intersit; quidam enim Samium eum fuisse dicunt, alii vero Phliasium, nonnulli Metapontinum (in Vit. Pythag. ex ed. L. Holsten).!Nè punto maggior certezza intorno alla patria di Pittagora noi troviamo in Diogene Laerzio. Pythagoras Mnesarclii anidorum sculp, tons Jilius, ut Hermippus ait, sive, ut Aristoxenus tradit, Thyrrenus ex una Insularum, quas, ejectis Thyrrenis, Athenienses possederunt. Sunt qui Marmacum illius patrem, avum Hippasum, et Eutyphronem atavum, Cleniumque abavum, qui Phliunte profugerit, dicant; habitasse Marmacum in Samo, atque inde Pythagoram Sa~ miurn dici, inde migrasse Lesbum, ec. (de Vit. Philos. l. 8, sub init.). Suida per ultimo non solo dà la Toscana per patria a Pittagora, ma nemmeno vuol che si dubiti che ei non fosse di Samo. Pythagoras Samius ( in Lexic. ad V. Pythag. (17). Egli è dunque a confessare (a) 11 sig. ah. l'ca nelle sue annotazioni all'edizioa romana «Iella Storia delle arti del Winckclmann 11. i, p. 175) ha giustamente rilevata la mia inavvertenza nel parlare di questo passo di Snida, Perciocché io non avendo osservato che il breve articolo di questo autore, ove dice solo Pythagoras Samius, non ho posta mente all’articolo precedente in cui ne ragiona pii a luiuo, e dice che fu genere Tyrrhenus, e che ancor giovinetto col padre dalla Tirrenia navigò a Samo. Sarà

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PRIMA sinceramente che gli autori dal m. Maffei ] arrecati a provar toscano Pittagora, son ijuegli j stessi che ci costringono a dubitar della patria I di questo illustre filosofo. XXIX. Un altro argomento ancora arreca il I march. Maflei a comprovare il suo sentimento, I cioè il detto di un cotal Lucio pitagorico [ presso Plutarco, di cui narra questo autore, che Etruscum fuisse affirmavit eum ( cioè Pittagora ), non ut alii quidam, quod majores ejus Thyrreni fuissent, sed ipsum in Etruria natum, educatum, institutum ( Symposiac. l. 8, qu. 7 ). Questo argomento è sembrato sì valido all’erudito canonico Filippo Laparelli, che in una sua Dissertazione sopra la nazione e la patria di Pittagora, inserita nel tomo vi de’ Saggi dell’Accademia di Cortona, di esso singolarmente ha voluto usare a provar che Pittagora fosse etrusco. Ma io mi maraviglio che amendue questi valenti autori o non abbian letto, o abbiano dissimulato ciò che soggiugne Plutarco stesso; il quale all'autorità del pittagorico Lucio oppone quella di Teone grammatico, cui introduce a favellare così: Magnum puto et non facile esse, evincere Pythagoram Etruscum esse ( ib. ). È in vero l’argomento preso da’ Simboli dunque qnpsto il solo de’ cinque autori che si producono per provar che Pittagora fo*se etrusco, il qual veramente lo affermi. Ove vuoisi anche avvertire ch’egli è il più recente tra tutti, e perciò il meno opportuno ad aggiugnere colla sua autorità nuovo peso a questa opiuione, la quale continuerà ad essere tuttora dubbiosa cd incerta. XVIX. Coti fu lazi tino de1 loro argomenti.

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XXX. È probabile che Omero sia stato qualche tempo nell Etruria. “6 PARTE pittagoriei, a cui singolarmente appoggiavasi Lucio, e che nel luogo stesso da Teone vien confutato, anche al Bruckero è sembrato (Hist Crit. Philos. t. 1, p. 994 ) debole troppo e insussistente. Ella è dunque cosa dubbiosa in tutto ed incerta che Pittagora fosse etrusco. Questa gloria però non si può così facilmente negare all Etruria, che in essa ancora per qualche tempo egli abitasse. Non già ch’io voglia pretendere che, ove gli antichi storici dicono ch’egli abitò lungamente in Crotone città della Magna Grecia, si debba intender Cortona città dell’Etruria; che ciò dicesi senza alcun fondamento. Ma la vicinanza della Magna Grecia all Etruria ne fa credere probabilmente che dall’una all altra passasse talvolta Pittagora, e che l Etruria ancora ne suoi insegnamenti avesse parte. Ma di Pittagora basti per ora così; che più lungamente di lui dovrem favellare, quando della Magna Grecia dovrem tenere ragionamento. XXX. Potrei io forse avanzarmi ancora a concedere un'altra gloria all Etruria, cioè di avere accolto ed alloggiato il divino Omero? L unico autore che di ciò abbiane lasciata memoria, egli è Eraclide Pontico ( perciocchè quanto ad Erodoto e a Strabone, che da altri sono allegati come affermatori della cosa medesima, io non ho potuto in essi trovarne vestigio ), il quale ne Frammenti rimastici della sua opera de Politiis, e stampati in alcune'edizioni di Eliano, parlando de Cefaleni popoli della Grecia, così dice (p. 455 post Aelian. ed.it Lugd. 1 Go4 ) Tcstalur etiam Homerus se ex Tyrrlienia in

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PRIMA n*] Ccphalenùun et Ithacam trajecisse, quum morbo correptus oculos amisisset. Egli è vero che Eraclide non è autor così antico che bastar possa a farci di ciò sicura testimonianza. Ma egli allega il detto stesso di Omero, tratto forse da qualche sua opera che or più non esiste: testatur Homerus (18). Sembra dunque che dubitar non si possa che Omero sia stato in Etruria, il che ancor giova a confermare che uomini colti fosser gli Etruschi, e nelle scienze versati. Perciocchè egli è troppo verisimile che Omero viaggiando a que popoli si recasse, da’ quali sperar poteva e favorevole accoglimento e profittevoli cognizioni, onde nuovo ornamento recare a’ suoi poemi. E forse, come osserva il proposto Gori ( Mus. Etrusc. t. 2, p. 236 ), ciò ch’egli scrisse intorno all’Acheronte, all’Averno e ad altre somiglianti favole della gentilità, fu in parte frutto del viaggio ch’egli fece in Etruria, e delle conversazioni che vi ebbe co’ dotti uomini di quel paese. Ma ben dee dolerne all’Etruria che ella si fosse appunto il luogo in (a) li sig. Landi osserva che Erodoto, anterior di un secolo a Lraclide, contraddice al racconto di questo scrittore da me allegato ( t. 1, p. 333). Ma in primo luogo confessa il sig. Landi medesimo che la Vita di Ornerò, pubblicata sotto nome di Erodoto ( che in essa solo e non nelle Storie ne parla ), non è certo che sia di quel celebre storico, e perciò se ne sminuisce di molto l’autorità. In secondo luogo il supposto Erodoto afferma egli ancora che Omero fu in Italia, e solo nega che qui perdesse la vista, il che alle glorie di questa provincia è indifferente.

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78 PARTE cui l’infelice poeta fu privo degli occhi. Se pure come a maggior gloria di Omero tornò il Suo accecamento medesimo, non due f Ftrnria in qualche modo gloriarsi che in essa trovasse egli di questo suo nuovo onore l’origine e l’occasione. XXXI. A compire questo trattato delfetrusca letteratura parrà forse ad alcuno che ancor ’rimanga ch’io prenda a parlare de’ caratteri e della lingua degli Etruschi. Ma io non penso di dover entrare in sì difficile argomento. Veggo ed ammiro le fatiche che intorno ad esso han sostenute uomini eruditissimi. Ognuno ha preteso di aver colto nel vero, e di avere sciferate le lettere dell’etrusco alfabeto, e il senso di lor parole. I primi a tentare l’impresa furono applauditi e ottenner lode. Altri ne venner dopo che distrussero il sistema de’ primi, e un nuovo alfabeto formarono e una nuova lingua. Ma anche il loro regno, per così dire, ebbe poca durata, e di tanto in tanto veggiam sorgere nuovi Edipi, e accingersi a nuove spiegazioni dell’oscuro enimma. In tanta lontananza di tempo, in tanta diversità di lingue, in sì grande scarsezza di antichi scrittori, io stimo quasi impossibile l’accertar cosa alcuna. Mi sia lecito dunque il tenermi lungi di sì spinosa quistione, e l accennar solamente, ma senza entrarne garante, il sentimento degli eruditi Inglesi autori della Storia Universale, i quali dopo avere esaminati da una parte i caratteri de’ monumenti più antichi che ci rimangono di qualchesia nazione, e dall’altra que’ che leggonsi in alcune iscrizioni e in alcune medaglie etrusche, xxxi. La lingua degli Etruaclli non è ancora bru • onosci u (a.

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PRIMA 79 j così conchiudono: Noi non possiam a men di non credere che i caratteri alfabetici, i quali ci son rappresentati in alcune iscrizioni etnische, sicno i più antichi che al presente I traviasi al mondo Diversi monumenti letterarii etruschi posson gareggiare d antichità con tutti quelli di tal genere, che attualmente csiI stono, senza pure eccettuare quelli di Egitto, 1 che finora sono considerati come i più antichi I di tutti ( t. 14 - /->- 246, 247, edit. Amsterd. 1753). Così essi hanno la gloria degli Etruschi portata a tal segno, a cui niuno tra gli Italiani osò mai di sollevarla. Basta leggere tutto ciò ch’essi a quel luogo dicono di questa illustre nazione, per vedere quanto altamente sentissero dell’ingegno, del valor loro, e della loro letteratura d’ogni maniera; e per intendere che se è sembrato che gl’Italiani volessero oltre il dovere innalzare questi loro antenati, non son mancati eruditissimi uomini tra le straniere nazioni, a’ quali è paruto che di soverchia modestia dovesser gl’italiani esser ripresi, anzi che di soverchio desiderio di lode. XXXII. Ma questa sì illustre nazione subì anch’essa la comun sorte d’Italia, anzi del mondo. Dopo essere stata e nelle lettere e ne’ sacri riti per lungo tempo maestra a’Romani, fu costretta a divenir lor serva. Il dominio di essa s’indebolì, si ristrinse, e finalmente verso il fine del quinto secol di Roma cadde sotto il potere dell’ambiziosa rivale. Col perire del lor potere parve che perissero ancora le arti e gli studii loro; e che col dominio il sapere ancor degli Etruschi passasse a’ Romani. Ma

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80 PARTE PRIMA prima di venire a favellare di essi, due altri popoli d’Italia ci si fanno innanzi, che prima di essi conobber le scienze, e coltivaronle felicemente.